Otto mele per Eva

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PRIMA PARTE

OTTO MELE PER EVA

otto episodi di Gabriel Arout da Anton Cechov

Personaggi:

1. STORIA DI MELE

LUI

LEI

IL PADRONE

2. CRONOLOGIA

ANNETTE

L’INVITATO

IL MARITO

3. ANIUTA

LO STUDENTE

ANIUTA

FETISSOV

4. UN AMORE TROPPO ARDENTE

GIORGIO

LA SIG.RA POPUCHOYKA

SONIA

5. MADEMOISELLE JULIE

MADEMOISELLE JULIE

IL PADRONE

6. ZINA

ZINA

MARTA

IL TENENTE

7. IL PICCIONCINO

LEI

LUI

LA SIGNORA

OLGA

8. MERCE UMANA

VANIA

LISA

MICHEL

PRIMA PARTE

1. STORIA DI MELE

Un orto di meli carichi di frutti. Una coppia di giovani contadini.

LUI - (chino per terra a cercar mele) Quella. Ma no, quella là… Ecco la più bella! È una vergogna veder marcire delle mele così, no?!

LEI - (addenta con gusto una mela, parla mentre mangia) Per fortuna c’è anche qualcuno che se le mangia! Eeeh! E anche gli animaletti, gli insetti… e gli uccelli, guarda qui il segno dei becchi, eh? Si vedono i piccoli buchi dei denti appuntiti, li vedi? Topi, ghiri… anche le talpe, vengono tutti qui a mangiare, giorno e notte! Aaaah! Quando siamo arrivati noi almeno… cinque o sei merli, frrzzz… sono volati via!

LUI - Anche loro vengono a coppie, che credi! (chino sulle mele cadute) Avrei quasi voglia di scegliere le più belle e portarcele via. Riempiamo il tuo grembiule, eh?

LEI - Noo!

LUI - Perché?

LEI - Perché io non sono una ladra.

LUI - Se le mangi!

LEI - Qui. È diverso. Una o due, mangiate qui, non conta. Ma prenderle per portarle via è rubare. Non lo sapevi?

LUI - No. Al solito, ti fai le regole come ti pare. Dal momento che hai saltato il recinto per venir dentro sei già… in colpa, diciamo. E allora?

LEI - Noi intanto, siamo entrati dal cancello.

LUI - Ma è lo stesso! (e si ferma a pensare)

LEI - (lo sta a guardare e continua a mangiare a grossi bocconi) Ci pensi ancora? La questione ti tormenta? (Lui non le bada, preso evidentemente dalla sua questione) Ohi, dico! Ma che uomo sei?

LUI - (svegliandosi bruscamente) Te lo faccio veder io che uomo sono… (la rincorre di slancio, la prende, la abbraccia, lei cerca di svincolarsi, poi si abbandona; lui è ansante un po’ per la fatica della corsa, un po’ per un certo orgasmo amoroso) Quando saremo sposati… ti farai prendere subito, scommetto… o no? È più bello, sai… doverti correre un po’ dietro… prima di… (ansima)

LEI - Sta tranquillo che ti farò correre: voglio vederti ogni volta con la lingua fuori e senza più fiato… ah, ah!

LUI - Beh, se poi esageri ti metto a posto io! E ti accorgerai allora se sono o non sono un uomo! (torna ad abbracciarla. Lei lascia fare)

LEI - (calma, faccia a taccia) Se tu fossi davvero un uomo, sai che dovresti fare, adesso?

LUI - Che cosa dovrei fare? (una pausa) Sentiamo.

LEI - (lenta, quasi solenne) Mi offriresti subito una bella mela.

LUI - (stupito) Ma… non ne hai già una in mano?

LEI - (la butta via) No. Ne voglio una vera; non una di quelle che son cadute per terra, puah! Ma una che sia ancora da staccare, bella fresca. (invitante) Eh?

LUI - Appunto. E il mondo non è tutto? Il mondo è mare, monti, nuvole, sono le stelle, il sole, la luna… e gli alberi, gli uomini, le donne e le bestie. (stupore) Anche i serpenti e i ranocchi… gli uccelli le pulci e le mosche e le api e gli elefanti i grandi e i piccoli! Beh, è lui che ha fatto tutto. Ecco. Anche le mele, allora. È lui che ha fatto le leggi. (Cambiamento nella recitazione: tono biblico) Se è ancora sull’albero, è proibito.

LEI - (irridente) E per terra invece no?

LUI - Per terra no. La legge è così.

LEI - Ma che legge! È che hai paura, dillo.

LUI - Io, paura?! È che fin da piccolo ho preso tante di quelle bastonate per prendere frutta dagli alberi… che la voglia e il timore m’è rimasto nel sangue.

LEI - Mi domando; ma chi farà mai queste leggi così stupide: per terra, sì ma sull’albero, no? Chi l’ha detto?

LUI - (imbarazzato) Beh, non lo so, ma… (ha una illuminazione) L’avrà detto un Re.

LEI - (irridente) Un Re? Prima di quel certo Re, allora, si poteva?

LUI - No, perché prima di quello c’era un altro Re.

LEI - E sei proprio sicuro che anche quell’altro Re aveva proibito di coglierle dall’albero?

LUI - Ma sono sicurissimo! I Re sono tutti eguali. Del resto era così anche al tempo dei miei nonni. È una storia vecchia sai, antichissima. Uuuh!

LEI - Un momento. E prima dei Re? Non ci sono mica sempre stati i Re, no? E prima, allora?

LUI - Prima? (al colmo dell’imbarazzo) Uffa, tu vuoi sapere tutto, e poi dormire da sola… (e per tagliar corto tenta di abbracciarla)

LEI - (ritraendosi) No! No, no. L’uomo con cui dormirò deve saperle queste cose. Tu le sai o no?

LUI - (messo in soggezione) Beh… Se proprio lo vuoi sapere prima del Re… prima dei Re… prima di tutto, ma proprio di tutto… c’era Dio.

LEI - (scoppiando in una risata) Oh, oh! E vorresti farmi credere che Dio, Dio, aveva tempo da perdere con le mele?! Ma va’, ma va’, siamo seri! Dio ha fatto il mondo, eeeh?! Dunque se disobbedisci al Re disobbedisci anche a Dio?

LUI - E già.

LEI - Allora ci vuol proprio molto coraggio.

LUI - A fare che?

LEI - A disobbedire.

LUI - (esultante) Appunto. Non si può!

LEI - Però io la voglio lo stesso la bella mela che è ancora sull’albero.

LUI - Aaah, ma sei testona! Non hai proprio capito niente!

LEI - Ho capito tutto. Ma per me non cambia niente. Di’ la verità: hai paura? Hai paura!

LUI - E tu no?

LEI - Non preoccuparti di questo. Avrò anche un po’ di paura, ma visto che tu non hai il coraggio di farlo, beh, lo faccio io… (si avvicina lentamente all’albero) …nella attesa di trovare un uomo che sappia osare…

LUI - (la ferma, rimane un istante incerto, poi di slancio) Sono io il tuo uomo. (Va vivacemente all’albero, stacca una mela e la porge a lei) Ti va, questa? Prendila! Non dici più niente adesso?

LEI - Che dovrei dire? Io un uomo lo sento così, mi piace così. E basta! (addenta la mela, poi la porge a lui perché la morda)

PADRONE - (da fuori) Beh. ci divertiamo, qua dentro! Facciamo l’assaggio a sbafo, eh? (I due giovani sono stupiti, come pietrificati; cercano di vedere da che parte possono scappare, vanno di qua e di là, ma dai lati appaiono due robusti guardiani armati di randelli che li sconsigliano a tentare la fuga)

LUI - (mormora a lei) Il Padrone… (Entra un uomo di età, robusto, squadrato: è appunto il padrone)

PADRONE - Buone le mele, eh?! (I due salutano, quasi si inchinano)

LUI - Solo una, che era per terra…

PADRONE - Ooh! Quelle per terra sono del popolo! Piuttosto che lasciarle marcire, eh? Però… guarda: quella… quella lì, non era caduta… (la raccoglie) Questa l’hanno staccata… ci sono ancora le foglie… Chi può essere stato? Eh? Ma guarda: c’è perfino il segno dei denti… bei dentini giovani… (e sogguarda la ragazza) tutti in fila… l’hai mangiata tu, eh…

LEI - (occhi bassi) Solo quella.

PADRONE - (mutando tono) Allora, quando lo facciamo questo matrimonio?

LEI - Oooh! Ancora non si sa. (al padrone) Proprio una sola, lo posso anche giurare!

LUI - Questo poi non è nemmeno rubare!

PADRONE - Ah, no? Questo non entrerebbe, secondo te, nell’ottavo comandamento?

LUI - Io credevo… io volevo dire che… ma se la prendete così posso pagare la mela, va bene? Posso pagarla anche il doppio! Ditemi quanto costa, e pago subito il doppio!

PADRONE - Ma per chi mi prendi? Per i1 fruttivendolo! Non ti senti per niente colpevole?

LUI - Non sarà un delitto, andiamo!

LEI - Dicono tutti che siete tanto buono, generoso…

PADRONE - Ah, dicono così? Tanto meglio. Dimmi, li sai i dieci comandamenti?

LEI - Sì, ma… Li ho dimenticati. Però lo riconosco: ha staccato dall’albero una mela. (Pronta) Ma sono stata io che l’ho spinto.

PADRONE - Che vuol dire “l’ho spinto”? Lui poteva dire di no. (A lei) Non ti pare? Avresti forse preferito che ti avesse detto no?

LEI - Beh… forse… adesso che…

LUI - Se mi hai detto che un uomo deve avere il coraggio di disobbedire… e ti piace così!

PADRONE - (a lui) Ah, prima di sposarti ha voluto fare la prova! Allora se ti avesse chiesto… che so… una carrozza, tu l’avresti rubata per dargliela? E se ti domandasse di ammazzare tua madre? Eh? Sei uno stupido senza carattere, sei disposto a diventare ladro, bugiardo… E vorresti sposarti, mettere su casa… Vorresti trascinare questa povera innocente…

LUI - Innocente? Innocente lei?

PADRONE - (a lei) Lo senti? Sarebbe capace di buttare tutta la colpa sulle tue spalle!

LEI - Oh, cattivo!

LUI - Lo sai bene che io non volevo, io!

LEI - Se proprio non volevi, non lo dovevi fare!

LUI - Perché me l’hai chiesto con tanta insistenza, allora?

LEI - Solo per vedere se eri un uomo! Come ha detto il padrone!

LUI - Falsa! Falsa! (Lei gli dà uno schiaffo)

PADRONE - Bel colpo! Brava bambina, non farti mettere sotto i piedi! Avanti! Graffialo, adesso, tiragli i capelli! Se lo merita.

LUI - Bada che se mi tocchi, ti strozzo!

PADRONE - Avanti, piccola… fagli vedere chi sei! Dal momento che sei innocente… Su… su! (La ragazza si getta sul giovane e lo colpisce con furia) Bel campione di uomo ti sei scelta! Pensa all’esempio che darà ai tuoi figli! (La ragazza picchia sempre più forte) Così va bene. Ecco… E adesso basta. (Con fatica tira via la ragazza) Ehi, bambina! Non bisogna mai esagerare… (La ragazza lo guarda come se si risvegliasse. È atterrita da quel che ha fatto. Non osa guardare il ragazzo. Dopo un attimo, con uno scatto improvviso, scappa)

PADRONE - Eh, no! (il padrone l’afferra per un braccio) Non si fa così, tesoro mio! Dimmi un po’: non senti un po’ di rimorso? Dì la verità!

LEI - (stupita) Io?

PADRONE - Sei stata tu a spingerlo, no?

LEI - Ma voi avete detto che…

PADRONE - L’ho detto. Ma ora che l’hai picchiato di santa ragione, che l’hai umiliato, scappi? Non è giusto. Questo è un tradimento! E merita una punizione. Su, ragazzo! Adesso tocca a te. È la volta buona per farle capire cos’è un uomo! (Il ragazzo non se lo fa dire due volte: afferra la ragazza per la vita e comincia a sculacciarla) Hai capito che razza di vipera stavi per sposare?! (Il ragazzo aumenta la dose. La ragazza si divincola e mugola) Basta così. È sufficiente, per stavolta. (Il ragazzo abbandona la preda) Ognuno ha avuto la sua parte. Giustizia è fatta. Sono soddisfatto. Addio, miei cari! E ripassatevi i Dieci Comandamenti… Aspetto l’invito al matrimonio… vi manderò una bella cesta di mele! E divertitevi, mi raccomando! (Si allontana ed esce di scena, mentre i due ragazzi senza guardarsi escono da parti opposte)

DISSOLVENZA

2. CRONOLOGIA

Un interno borghese. Il marito, la moglie e l’invitato. I due uomini sono seduti a tavola. La moglie serve liquori.

INVITATO - Ti lamenti, ti lamenti, ma in fondo vivi bene e mangi meglio.

MARITO - Del passato non mi lamento; ma il presente mi annoia e tremo se penso all’avvenire. Però tutto sommato abbiamo vissuto serenamente, vero cara? (e fa alla moglie un gesto affettuoso)

ANNETTE - Certo! È peccato lamentarsi, caro, te lo dico sempre! Abbiamo avuto tutto… Insomma, tutto quello che la vita ci poteva offrire vivendo qui, in questa cittadina.

INVITATO - Sarà l’età… Certo che la nostra città non è più quella di una volta!

MARITO - Senza dubbio. E non lo dico per partito preso. Non c’è più movimento… Non c’è più allegria! Il tran tran di tutti i giorni e basta. Ci si scambia qualche visita fra amici e parenti, si va all’Opera una volta ogni tre mesi. Una volta l’anno al ballo del Borgomastro, dove di solito si fa da tappezzeria… e abbiamo chiuso. Se togliamo i matrimoni e i funerali, non si può dire che abbiamo molte distrazioni. Vero cara?

ANNETTE - Questo sì! Non si può considerare una distrazione il Comitato di Beneficenza!

INVITATO - Non c’è paragone con la vita di prima!

MARITO - Prendiamo l’arte, per esempio. Vi ricordate le stagioni di una volta? Passavano tutti di qui: musicisti, cantanti, attori… E che nomi! Come ci siamo ridotti! Ti ricordi, cara, di quel grande attore italiano… come si chiamava? Quello alto, grosso, occhi di brace… Con quella voce stupenda!

ANNETTE - Ma chi dici? Salvatore Marini?

MARITO - Salvatore Marini, sì!… Quello era un attore!… Un genio del teatro! E che uomo! (all’amico) L’avrai sentito! Come fai a non ricordartelo!… Veniva sempre da noi. Quanto si dava da fare Annette! Era il suo angelo custode! Gli organizzava le serate di gala… Teatri gremiti! Riusciva a vendere fino all’ultimo biglietto! (Annette, che sta apparecchiando, esce portando via le tazzine) Lui, però, devo dire la verità, le è sempre stato riconoscente… ha sempre contraccambiato… Le dava lezioni di dizione e di portamento… A sentir lui, Annette aveva un vero talento… Davvero non te lo ricordi?

INVITATO - In quell’epoca ero spesso in viaggio. Che anno era?

MARITO - Che anno era? Mah!… Era… era… era… (Alla moglie forte) Annette, quanti anni ha la nostra Lisa?

ANNETTE - (dalla cucina) Dieci a Pasqua.

MARITO - Ecco. Allora sono esattamente undici anni. (rientra Annette)

ANNETTE - (allegra) Perché?

MARITO - Per stabilire una data, cara. (all’invitato) E qualche anno prima! Mi ricordo di un memorabile concerto all’Opera; c’erano tutti i più bei nomi di Russia e d’Europa… Cantava un baritono… non mi ricordo il nome… ma… una celebrità mondiale… Cos’era il suo cavallo di battaglia, cara?

ANNETTE - L’Eugene Oneguine…

MARITO - Giusto! L’Eugene Oneguine! (all’amico) Beh, non mi crederai… dopo il concerto venne qui, in questa casa! Lo avessi visto! Era un altro! In teatro: brindisi, Champagne! Qui… era come uno di famiglia… Vodka e cetrioli… Bei tempi!

ANNETTE - Bei tempi!

MARITO - Cantava per noi quasi ogni giorno!

INVITATO - Veniva qui tutti i giorni?

MARITO - Tutti i giorni! E che voce! (si sente la voce cristallina di una giovinetta accennare un motivo d’opera)

INVITATO - Che bella voce! È vostra figlia?

ANNETTE - La prima, sì. Un vero usignolo.

MARITO - Eh, passa il tempo! Quanti anni ha Nina?

ANNETTE - Dodici…

MARITO - Ti rendi conto!

ANNETTE - È solo guardando i figli che crescono che ci si accorge di come passa il tempo!

MARITO - (pausa. Poi, dì colpo) E i turchi! Ti ricordi i turchi, cara?

INVITATO - Quali turchi?

ANNETTE - Prigionieri di guerra.

MARITO - La mia Annette è stata madrina di guerra! Assisteva all’ospedale gli ufficiali feriti. Bivaccavano qui, dalla mattina alla sera… Ma come? Non li hai mai incontrati?

INVITATO - No. Ero dall’altra parte: prigioniero dei Turchi.

ANNETTE - È vero! Ce ne avete date di preoccupazioni, con la vostra folle audacia! Un vero eroe!

INVITATO - (modesto) Ho fatto quel che ho potuto.

ANNETTE - Però… non riesco a capire perché ce l’avevate tanto con quei poveri Turchi! Ragazzi così ammodo! Gentili, servizievoli!

MARITO - Educati! Mai una volta che dimenticassero di baciarle le mano! Garbati con tutti, ma con lei, bisogna dirlo, in modo particolare… La coprivano di fori!

ANNETTE - Con noi, poi, sono stati profeti…

MARITO - Come no! Eravamo in febbraio, mi pare ieri… stavamo chiacchierando… di punto in bianco uno mi fa: “Il vostro prossimo erede sarà un maschio!” “No”, dico io, “tre femmine mi bastano!” “Sarà un maschio”, dice lui. “Ci metto la mano sul fuoco!” Non ci crederai: a novembre è nato il nostro piccolo Kolia!

ANNETTE - Sì, sì! Sotto il segno dello Scorpione!

MARITO - Un vero scorpione! Nero come un tizzo di carbone!

ANNETTE - Che fortuna, eh? Dopo tre femmine!… (abbracciando il marito) Volodia, caro, era disperato, vero? Per il nome! Sarebbe finito con lui!

MARITO - E invece, chi l’avrebbe detto? Dopo Kolia è venuto il piccolo Leone!

INVITATO - Già, il piccolo Leone… Quanti anni ha?

MARITO - Farai tu il conto meglio di me! Era l’anno che venisti a passare le vacanze da noi a Yalta…

ANNETTE - Nuotavate così bene!…

INVITATO - Già. Non ho mai più avuto l’occasione di nuotare così!… Oggi, non so nemmeno se saprei stare a galla…

MARITO - Sciocchezze! Quando uno sa nuotare, nuota per tutta la vita! È come per la bicicletta!…

BUIO

3. ANIUTA

La camera è di aspetto misero reso ancora più desolante da un terribile disordine. Uno studente di medicina ripassa un testo di anatomia camminando avanti e indietro per la stanza. Una ragazza, Aniuta, di cui si intravede la grazia sotto un aspetto gentile e patito, è accovacciata su una sedia e cerca, nonostante il freddo, di mandare avanti un lavoro di cucito. Di tanto in tanto, nella cantilena confusa dello studente che legge sillabando per aiutare la memoria, affiorano distinti termini medici.

LO STUDENTE - Il polmone destro… ha tre lobi: superiore, medio, inferiore… la scissura interlobare superiore, o grande scissura, è simile a quella del polmone di sinistra. La scissura interlobare inferiore, o piccola scissura, si attacca alla parte media della grande scissura e si spinge fino al bordo anteriore del polmone… uffa… dunque scissura… interlobare… inferiore… (Aniuta medita parlottando a mezza voce fra sé e sé)

ANIUTA - (continuando a cucire) Se finisco prima di sera faccio in tempo a consegnare… che mi daranno? Un rublo, forse anche meno… E non c’è più niente… the, caffè, zucchero, finito tutto… Se mi pagassero farei in tempo a passare dal droghiere… Potessi fargli almeno una tazza di the… (guarda lo studente) Poverino! Che freddo! Per la legna niente da fare! Se non pago… Ho le dita intirizzite… Non riesco ad andare avanti… Dio mio, fa che arrivi a finire prima di sera… (La battuta è detta rapidamente ma con monotonia)

LO STUDENTE - (tastandosi le costole) Vediamo… una… due… tre… Se avessi uno scheletro sarebbe tutto più chiaro e più semplice… Quando si vede, si vede, eh! (con tono di comando, ma quasi dolcemente) Aniuta, levati il corsetto e vieni qui… Non ci capisco niente con queste costole! (Docilmente, Aniuta posa il lavoro, si toglie il corpetto e avanza a torso nudo battendo i denti dal freddo. Lo studente tenta di trovarle le costole, tastandola con totale distacco) Accidenti! La clavicola mi impedisce di sentire… la prima costola! Ah, ecco la seconda… e la terza… perfetto! Accidenti, il seno mi impedisce di sentire bene… Sarebbe centomila volte meglio con uno scheletro! Hum! Eccola qua, la quarta!

ANIUTA - (lancia dei gridolini) Ahi! Ahi!

LO STUDENTE - Che c’è?

ANIUTA - Mi fate il solletico con quelle dita gelate!

LO STUDENTE - E stai un po’ ferma, santo Dio! Sforzati, no! Se non vuoi farlo per me, fallo almeno per la scienza! (continua a palparla) Sei una falsa magra, tu, eh! A prima vista sembri pelle e ossa, invece… Quel po’ che mangi, lo fai fruttare, eh?

ANIUTA - Ahi! Ahi!

LO STUDENTE - Insomma, vuoi star ferma, sì o no?!

ANIUTA - Faccio quello che posso! (sta per piangere)

LO STUDENTE - Adesso non si può nemmeno parlare! Se fai così, non concludo niente! Dove s’è cacciato il carboncino? L’avrai preso tu, per la maledetta mania dell’ordine! (Aniuta si mette a cercare il carboncino)

ANIUTA - Eccolo qua, il carboncino!

LO STUDENTE - Grazie. Rimettiti qui, e non ti muovere per nessuna ragione. (Comincia a tracciare sul corpo della ragazza lo schema della gabbia toracica e degli organi principali. Aniuta, con uno sforzo eroico riesce a mantenersi immobile. A lavoro finito lo studente si scosta per giudicare l’effetto) Meraviglioso! Meglio di una tavola anatomica! Hanno ragione i pittori! Lavorare sul vero! Mettiti a sedere che ti voglio auscultare. Respira… respira… tossisci… Ancora… Adesso trattieni il respiro… così… brava… E non battere i denti! (Aniuta docile, esegue cercando di trattenere il battito dei denti, per non disturbare il futuro luminare della scienza. Terminato l’esame, lo studente osserva la sua cavia soddisfatto) Perfetto! Perfetto! Se tu tremassi meno, sarebbe anche meglio! Mah! Pazienza! Tutto non si può avere. Su! Vatti a riposare, adesso. Ma, mi raccomando, attenta a non cancellare niente! (Le dà una amichevole sculacciata e si allontana. Aniuta, gelata, riprende il suo lavoro coprendosi appena le spalle con lo scialle. Mentre lo studente ricomincia la cantilena anatomica, Aniuta riprende il soliloquio)

ANIUTA - (con una gioia di vivere che stride in quella miseria) Mamma mi diceva sempre che ero un’idiota… che dovevo sposare qualcuno della mia condizione… Certo i pretendenti non mi mancavano… Pavel Markovich, il grossista di pesce… mi aveva promesso perfino di portarmi in vacanza in Crimea… Ma come puzzava di pesce affumicato, Dio mio! Ah, ah, ah! “Non sono mica una aringa!”, gli ho detto, “non posso vivere nella salamoia…” (guarda il suo studente con profonda tenerezza) Petrucka, caro… a lui sì che piacerebbe un’aringa affumicata con belle fette di pane arrostito! Il fiorista mi offriva una rosa tutte le mattine… E il garzone del parrucchiere! Ora si è messo in proprio… Non mi ha nemmeno riconosciuta quando sono passata davanti al suo negozio… Sono molto cambiata… Ha tre commessi… e la moglie sta alla cassa… Quanta bella gente vede passare… Ma io non rimpiango niente… Tu non puoi capire, mamma, che vita ho avuto io! Che persone straordinarie ho conosciuto! Maxime… oso appena chiamarlo per nome… è diventato un grande chirurgo… È lui che ha amputato la gamba al generale quando cadde da cavallo… Il generale Karpov… governatore di Crimea! Un uomo conosciuto in tutta la Russia! Poi, Vania… il medico più illustre e più caro della città… Prendono appuntamento almeno tre mesi prima di essere visitati! Qualcuno è morto prima di poter essere visitato… Meglio così… Così le malelingue non hanno potuto accusare il medica di aver ucciso il cliente… Dimitri Vassilievich… oh! Che uomo! Grave, distinto… Quando levandosi gli occhiali mi diceva: “Eh, fanciulla mia, è la vita…” mi faceva venire la pelle d’oca. Sentivo davvero la vita che passava, che scorreva… come un fiume… e io restavo sulla sponda a guardare… Che uomo! Parlava sempre a bassa voce… Strano! Sembrava triste, ma… come dire… senza tristezza. Sempre calmo, cortese… rispettabile… economo… però mi voleva bene…

LO STUDENTE - (sempre passeggiando) Le affezioni polmonari sono raramente benigne, in ogni caso non si deve mai…

ANIUTA - Quel che diceva era giusto e naturale… Anche quando mi disse: “Fanciulla mia, eccoci giunti al punto dove le nostre strade si dividono.” Era come se l’avessi sempre saputo… Ora è a Pietroburgo, Professore di diritto romano… “Dura lex sed lex” (si capisce che non intende la locuzione, ma ha per lei un senso magjco) Gavriucka, invece, non era rispettabile. No… Caro! È naturale. Era un pittore. Un uomo non può essere pittore e rispettabile nello stesso tempo. Le due cose non vanno d’accordo. Ma com’era allegro, simpatico! Con quelle manone, mi dava certe pacche sul sedere! Vivevamo in un abbaino scuro, ma i suoi quadri emanavano luce, calore… Lui però non ha avuto fortuna, no… l’unico! Non poteva fare a meno di impicciarsi di politica… è finito in Siberia! Finito, per modo di dire… Uomini così, non finiscono mai… Sono loro stessi luce, calore… Sono sicura che in Siberia, tutti si stringeranno accanto a lui e non avranno freddo…

LO STUDENTE - …i primi sintomi della pleurite, possono essere scambiati per un dolore intercostale… e nella regione scapolare…

ANIUTA - Devi capire, mamma, che nella vita, camminare per un po’ accanto a uomini superiori, non capita a tutti… Cosa mi ha fruttato, dici? La gioia! La gioia grande di averli aiutati in qualche modo a riuscire… e di averli serviti… Tutti affamati, all’inizio, sapessi mamma, senza un centesimo in tasca, come Petrucka adesso… Ma tutti avevano in comune una cosa: l’indifferenza per la miseria… Così sono gli uomini superiori… Avanzano a grandi passi senza curarsi di guardare dove mettono i piedi… e io… io non ho mai osato dar loro del tu, io li ho seguiti, e li seguirò finché avrò fiato, poi… ma non ci voglio pensare… perché il peggio verrà, sai quando mamma? Il giorno in cui non avrò più la forza di servirli… di essere utile… No! Non ci voglio pensare. Vedi, mamma, ognuno nella vita può fare una sola cosa, quella per cui è nata… (Una pausa. Bussano violentemente alla porta, mentre risuona una voce rude)

FETISSOV - C’è nessuno? Si può?

LO STUDENTE - Avanti. (Aniuta si raggomitola nello scialle. Entra il vicino, il pittore Fetissov. È il classico tipo dell’imbrattatele)

FETISSOV - Salve alla scienza e alla bellezza! Posso chiedere una cortesia al mio illustre amico? Mi sono arenato. Non riesco ad andare avanti senza modella., potreste prestarmi per una mezzoretta, non di più, la vostra deliziosa compagna?

LO STUDENTE - Ma figuratevi! È il minimo che posso fare per voi! Hai sentito Aniuta? Mettiti qualcosa addosso e vai!

ANIUTA. Ma… devo finire il lavoro… bisogna che lo consegni…

LO STUDENTE - Un pittore! Un artista, ti chiede un favore e tu osi rifiutare!

ANIUTA - No… io…

LO STUDENTE - Vestiti! (al pittore) Che cosa state dipingendo di bello?

FETISSOV - Un’allegoria. La morte che seduce i condannati. (Notando lo scheletro disegnato sul corpo di Aniuta) Questa sì che si chiama fortuna! Non cancellare niente bellezza, mi raccomando! La modella che avevo l’altro giorno aveva le gambe rosse! “Cos’è?”, le chiedo. “Sono le calze che stingono! Che sarà mai! Farete la morte con le gambe rosse”. Ah, ah! “La morte con le rosse…” È un’idea! (si siede) Ma voi non vi stancate di ripetere tutte quelle parole a pappagallo?

LO STUDENTE - In medicina bisogna sapere i termini a menadito.

FETISSOV - (si alza guardandosi intorno) Se devo essere sincero, caro Petrucka, qui da voi è uno schifo. Come si fa, dico io, a vivere in questo porcile?

LO STUDENTE - Con dodici rubli al mese non si affitta una reggia! Si può avere sì e no lo stretto indispensabile. Non c’è tempo di pensare all’estetica!

FETISSOV - Un uomo civile deve garantirsi un minimo di confort. Guardatevi intorno: letto sfatto, materassi… beh, è meglio non parlarne! Sedie… puah! Uno schifo! Proprio uno schifo!

LO STUDENTE - Aniuta aveva un lavoro urgente da finire…

FETISSOV - (battendogli una mano sulla spalla) Non ve la prendete! Tutti i gusti son gusti. Io non ci potrei vivere. Comunque… Buon lavoro! E grazie! (intonando un brano d’olpera esce trascinandosi dietro Aniuta. Lo studente, rimasto solo, contempla con un certo disgusto l’ambiente)

LO STUDENTE - Ha ragione: è uno schifo! Ah le donne, le donne… (si siede con la testa fra le mani e rimane così assorto. La porta si spalanca bruscamente e Aniuta entra felice. Lo studente la guarda stupito) Come? Già di ritorno? Non è stata lunga la seduta!

ANIUTA - (allegra) È arrivato Ivanov, lo scultore con una bottiglia di vodka… Allora Fetissov ha pensato bene di rimandare tutto a domani… Quello lì, farebbe bene a pensare ai suoi quadri, invece di criticare gli altri!

LO STUDENTE - Siediti. Ti devo parlare. (Aniuta, improvvisamente seria, si accovaccia timidamente su uno sgabello) Ho riflettuto molto alla situazione… Non è brillante, non c’è che dire… Guardati intorno! Sporcizia, miseria, freddo… Tu ti dai da fare… ma il risultato della nostra coabitazione è desolante… In una parola, è meglio che ci separiamo… è meglio, per me e per te…

ANIUTA - (appena percettibile) Oh…

LO STUIDENTE Prima o poi ci si doveva arrivare… Non mi dire che non l’hai pensato… (Aniuta annuisce con la testa) Tu sei buona, gentile, tutt’altro che stupida… dunque lo devi capire… non c’è via d’uscita… Ne sei convinta? (Aniuta, senza dire una parola, si alza e tira fuori l’involto delle sue cose personali. Lo studente la segue. La ragazza tenta di riassettare il suo vestito. Poi tira fuori un involtino contenente quattro zollette di zucchero e lo poggia sulla tavola)

ANIUTA - Questo zucchero… è vostro… ve lo lascio! (Si volta per nascondere le lacrime, poi lentamente si infila il mantello)

LO STUDENTE - Ci mancano anche i piagnistei, adesso! Un po’ di carattere, che diamine!

ANIUTA - (ricacciando le lacrime) No, no, non piango… ecco… non piango più…

LO STUDENTE - Cosa credevi, che ci fossimo uniti per l’eternità?

ANIUTA - Oh, no… no… lo sapevo… (Sempre di spalle, si abbottona il mantello, cosi logoro, così misero da far pietà. Anche lo studente, benché furioso contro se stesso, contro la sua debolezza, ha compassione di lei)

LO STUDENTE - Si può sapere che fai, lì, in piedi come un palo in mezzo alla stanza! E che diavolo! Se vuoi andare, va! Se vuoi restare, resta! E levati quello straccio di mantello… (In silenzio, Aniuta si leva il mantello, va alla sedia, riprende il suo lavoro, si siede rannicchiata, nella stessa posizione dell’inizio. Anche lo studente riprende a passeggiare su e giù, cantilenando)

LO STUDENTE - Il polmone destro comprende tre lobi: superiore, medio, inferiore, separati da due scissure… La scissura interlobare superiore, o grande scissura…

ANIUTA - Dunque, mamma, che ti dicevo? Io sono fatta così… È l’amore che mi dà la gioia di vivere… Ed è tanto bello, vivere…

BUIO

4. UN AMORE TROPPO ARDENTE

È la camera di un altro studente. Però ben tenuta. Giorgio, studente fuori corso in odontoiatria, appare sulla porta col berretto in testa.

SIG.RA POPUCHOYKA - (da fuori) È lei signor Klukoski? (una donna, ancora abbastanza giovane e non priva di attrattive, entra agitatissima) Ah, signor Giorgio! Ero in pensiero. Com’è andata? Questo esame ci ha tenuti tutti in grande ansia!

GIORGIO - (senza scomporsi) È andato bene, come sempre.

POPUCHOYKA - Ha risposto a tutto?

GIORGIO - A tutto. Come sempre.

POPUCHOYKA - Che bravo? E quanto ha preso?

GIORGIO - Il massimo, come sempre.

POPUCHOYKA - Come sempre! È magnifico! Glorioso, come sempre! E la sua gloria si riflette su noi tutti! Ma più che altro sul mio piccolo Pavlik! Sarà orgoglioso del suo insegnante!

GIORGIO - Il piccolo Pavlik se ne frega!

POPUCHOYKA - Come dice?

GIORGIO - Dico che il piccolo Pavlik è un ragazzino molto sveglio…

POPUCHOYKA - L’adora!

GIORGIO - …e intelligente!

POPUCHOYKA - Vero? E chi dobbiamo ringraziare? Lei e le sue lezioni! Lei, in casa nostra è adorato!

GIORGIO - E io sto molto bene con voi. Grazie.

POPUCHOYKA - Scommetto che ha appetito, eh?

GIORGIO - No… grazie, fa talmente caldo!

POPUCHOYKA - Dico a Maria di portarle qualcosa di fresco, le va?

GIORGIO - No, ho soprattutto bisogno di riposare un po’.

POPUCHOYKA - (dispiaciuta) Allora la lascio. Lo so, lo so, dopo un esame così difficile, l’unica cosa è distendere i nervi…

GIORGIO - Proprio così. Mi butto un momento sul letto. Grazie ancora, signora Popuchoyka.

POPUCHOYKA - Di che! Di che! (falsa uscita) A più tardi…

GIORGIO - Povera donna! Non è né buona, né cattiva… un po’ appiccicosa, come tutti i mercanti arricchiti. (Pausa) Perché poi le avrò detto di aver ottenuto il massimo dei voti? Ce l’ho fatta per miracolo! Con un po’ d fortuna e molta indulgenza da parte dei professori… “Quanto ha preso?” “Il massimo, come sempre!” Su certa gente fa colpo… Però se venisse a sapere la verità sarebbe seccante… Ma, in fondo, non devo mica rendere conto a lei! Mnn… Basta, non ci voglio pensare… Auf! Che caldo! (si rinfresca, si toglie la giacca, poi esce un momento di scena. Rientra con un cestino metallico portabottiglie che contiene sei bottiglie di birra) Fortunatamente c’è Maria che pensa a tutto! Birra fresca! Brava quella figliola! Bisognerà ricompensarla. (resta un attimo in soprappensiero, il suo sguardo è attratto da una busta rosa poggiata sul tavolino. Si illumina di gioia. Afferra la busta) Sonia! Dev’essere lei! (lacera la busta e spiega il biglietto. Cerca subito con gli occhi la firma) “Vostra Sonia! È lei! (comincia a leggere. Si sente la voce off di Sonia)

VOCE SONIA - “Sia quel che sia! Vi aspetto alle otto nel parco. Ricordate il punto in cui vi cadde il cappello nel canale? C’è una panchina sotto un tiglio. Sarò lì. Vi amo. Attendo le otto con impazienza! Vi amo terribilmente. Vostra Sonia.”

GIORGIO - Cara!… Postscriptum (riprende la lettura)

VOCE SONIA - “La mamma è in città, non rientrerà prima di mezzanotte. Sono felice! Viva la libertà!”

GIORGIO - (al colmo della felicità) Mi ama! Mi ama! Dio, essere amati! Che sensazione sublime! E che fortuna per un aspirante dentista! (riflettendo) Il nostro, non è un mestiere che invita alla galanteria. Ma perché, poi? Una donna tutta dolente che ci si abbandona offrendoci la bocca, non è già in qualche modo in nostro potere? (un tempo) Naturalmente c’è bocca e bocca… (si porta la lettera alla labbra) O Sonia! Sonia! Sonia! (va a chiudere la lettera in un cassetto) Alle otto! Ma… ha detto alle otto? (preso dal dubbio ritira fuori la lettera e rilegge) Alle otto, alle otto. (Ripone nuovamente la lettera) Accidenti! Ho l’orologio rotto! Che ora sarà? (si sente cantare il cuculo nel parco. Giorgio cantando) Cucù. Cucù. Cucù. Cucù. Le quattro. Ancora quattro ore… Quattro ore di angosciosa attesa! (ripensando) Ma come è possibile? Ho preso il treno delle quattro! Dio mio… che stupido! È il cuculo del parco, quello vero! Ma certo! Comincia a imbrunire! (si sente nuovamente il cucù, ma questa volta è l’orologio della sala da pranzo) La mezza! La mezza di che? Accidenti! Se fossi un’anima romantica, perlustrerei il parco nei pressi del canale e aspetterei in ansia l’arrivo sotto il tiglio di una veste bianca. Ma ahimé, non sono un’anima romantica! Ma se ardo in questo momento è per la sete! Del resto, una bella birra fresca non toglie niente all’autenticità del sentimento. (apre una bottiglia e beve a garganella) Ah, dolce frescura! Dov’ero rimasto? Ah, sì! L’amore e l’odontoiatra. (finisce la bottiglia) Prendiamo i medici, per esempio; passano per formidabili Don Giovanni; eppure quando guardano una donna, non è detto che pensino necessariamente, che so… ai suoi intestini o alla vescica… Ci scommetterei la pelle che simili immagini non li sfiorano nemmeno… E dunque non capisco perché noi dentisti ci si debba sentire handicappati. Un uomo è un uomo, e una donna è una donna e quando scocca la scintilla, è l’amore! È lapalissiano! Giorgio Klukosky, aspirante dentista e Sonia, si amano! (picchia un pugno sul tavolo: le bottiglie traballano, ne stappa una, beve d’un fiato) Alla salute degli innamorati! (Rivolgendosi con enfasi ad un uditorio inesistente) Perché, se non lo sapete, nel qual caso vi compiango di cuore, l’amore è il più nobile, il più bello, il più alto… il più disinteressato dei sentimenti… (esita un istante, poi riprende con forza) Sissignori, disinteressato! Un uomo accetta la dote? Che significa! Lo fa unicamente per assicurare un certo benessere alla diletta consorte! Ah, Sonia, Sonia! Il nostro amore sarà coronato dal matrimonio… lo sento… Tiro la cinghia ancora per un anno… poi, grazie alla dote, mi piazzo e penso al mio avvenire… Eccellente prospettiva. Le rispettive famiglie saranno d’accordo… La piccola è folle di me! (pensieroso) Perché poi? Perché avrà perso la testa per uno come me perennemente al verde, questo non lo capisco! Le donne, che mistero! (assorto in questi pensieri, vuota la terza bottiglia. Non è ancora ubriaco, ma i riflessi si fanno più lenti) Che avrà trovato in me? (guardandosi in uno specchio, forse immaginario) Beh, niente male, niente male! No, no. Tutto sommato un bel fisico. Decisamente superiore alla media. Accidenti! Io però non voglio essere amato solo perché sono bello! (ripensandoci) Una ampia fronte, non è soltanto una bella fronte… cela pensieri profondi, la nobiltà di un’anima… E l’occhio? Un occhio ardente, vivo, leggermente ironico, fa già il personaggio… Si. Si può amare un uomo per il suo sguardo! Non parliamo poi del profilo… La nitidezza del profilo, rivela tutto: l’audacia, la virilità, tutto! Sì, sì. Dal fisico si capisce che uomo sei! Lei mi ha intuito! Sonia! Essere sublime! Creatura superiore! (apre la quarta bottiglia e beve) Alcuni individui che non voglio chiamare uomini, si dedicano all’odontoiatria basandosi sul calcolo meschino della fragilità della dentatura umana. Ma Klukosky, il futuro dottor Klukosky, se ne infischia delle statistiche! Per me, una bocca aperta è il sorriso della natura! Esplorare gli anfratti reconditi di una dentatura, è come sorvolare il Caucaso, le Alpi, l’Hymalaya! (si passa una mano sulla fronte con l’occhio perso del genio toccato dall’ispirazione) Non c’è mestiere che la luce del genio non elevi ad altezze superiori come non c’è bellezza, ne grandezza, che il mediocre non riduca al suo livello! (il cucù suona otto volte) Il cucù! Chissà se è quello vero o quello finto? Ma che importa! Sono in cammino verso cime eccelse! La vetta è il mio traguardo! Ecco, questo è l’importante: volere, volere, fortemente volere! Il resto è solo questione di lavoro, e il lavoro non mi fa paura. (Battendo un pugno sulla tavola) Dotato come sono! Una memoria di ferro… (apre un libro, lo scorre con gli occhi, lo richiude e ripete) La frattura della mandibola inferiore può avvenire per una caduta o per un colpo ricevuto a bocca aperta… (butta via il libro) E se un imbecille va in giro a bocca aperta, ben gli sta! (afferra e vuota la quinta bottiglia posandola rudemente sul tavolo; l’ultima bottiglia vacilla) Sussulti eh, povera orfanella? Ti senti sola e dimenticata… No, stai tranquilla! Sono un uomo che non dimentica! Se è destino che tu debba essere bevuta, come le altre… (prende la bottiglia e la stappa lentamente) Sarai bevuta anche se non ho più sete! Sono un uomo d’onore, io! “Liberté… Egalité… Fraternité…” (vuota con fatica l’ultima bottiglia e la posa sul tavolino) Ecco fatto… (pausa) Che strano… (si passa una mano sugli occhi) Mi sembra di volare… le mie palpebre sono ali di uccello… (pausa) Accidenti! Dove ho messo il berretto? Mi farebbe bene prendere una boccata d’aria. Bisognerebbe sempre fare due passi prima di dormire… Vado a respirare la clorofilla benefica… (trova il berretto, se lo caccia in testa ed esce. In proscenio, nel buio, si delinea a poco a poco una panchina sulla quale è seduta una silhouette bianca)

SONIA - Giorgio, siete voi? Sono qui. (un raggio di luna rischiara li parco. Appare Giorgio)

GIORGIO - Chi mi chiama? Chi, nella notte fonda, mi chiama per nome?

SONIA - Sono io… Giorgio, sono io!

GIORGIO - Io chi? Animale, vegetale o minerale? Andiamo per esclusione. Il minerale è muto per definizione… il vegetale, anche… (contrariamente a quello che avviene negli ubriachi, l’alcool ha provocato in Giorgio una recrudescenza di pedanteria, ricerca minuziosamente le parole, ha assunto un’aria solenne e rispettabile e se gli accadrà a volte di essere un po’ pesante, non sarà mai volgare) Dunque mi trovo in presenza di un animale… Maschio o femmina? Questo è il problema!

SONIA - Ma sono io, sono io, Sonia!

GIORGIO - Qualcuno ha pronunciato un nome infinitamente caro al mio cuore…

SONIA - La vostra Sonia…

GIORGIO - (lirico) Sonia! Chiunque tu sia, non hai il diritto di pronunciare quel nome! Solo la poesia, la grande armonia della natura, lo può! Lo bisbiglino gli alberi, lo sussurri il vento… lo mormorino i ruscelli!

SONIA - (ridendo) Come siete buffo!

GIORGIO - Buffo?! (terribile) Chiudi il becco, sai… o ti spacco la faccia… (accompagna la parola col gesto, ma il suo tiro è del tutto fuori del bersaglio; lo slancio lo fa girare su se stesso, rischia di perdere l’equilibrio, ma subito, si riprende con dignità)

SONIA - Giorgio! Ma voi siete un comico straordinario! Non lo avrei mai sospettato.. (allegramente compie una piroetta e gli va vicino, ma Giorgio niente affatto divertito, le assesta un’enorme pacca sul didietro. Sonia sussulta dal colpo e dall’indignazione)

SONIA - Insolente! Villano!

GIORGIO - Genere femminile, non c’è dubbio!

SONIA - Cafone!

GIORGIO - …e perché non libertino… epicureo… dissoluto? Senti, bellezza, se lo vuoi proprio sapere, io me ne infischio delle tue chiappe!

SONIA - (non crede ai suoi orecchi) Giorgio, ditemi che scherzate, per carità! Avete ricevuto la mia lettera?

GIORGIO - Silenzio! La lettera di Sonia è sacra… nonostante gli errori di ortografia!

SONIA - (disperata) Dio mio, Giorgio, che vi succede?

GIORGIO - (lirico) Che mi succede? È l’amore! Il meglio e il peggio che possa capitare! (guardandola fissa) Dimmi chi sei, ignota e ambigua apparizione.

SONIA - Sono Sonia.

GIORGIO - (ride) Ah, ah!

SONIA - La vostra amica Sonia.

GIORGIO - (con autorità) Ah, ecco: un’amica di Sonia! Avvicinati, allora! (Sonia gli si avvicina e gli si getta tra le braccia) Parliamo di Sonia! (la stringe con violenza e quasi la denuda. Poi la respinge brutalmente. Sonia cerca di abbrancarsi a lui, ma inutilmente) “Vade retro, Satana”!

SONIA - Siete ubriaco! Puzzate di vino!

GIORGIO - (declamando) Errore: birra! “…Ho bevuto: la birra e il sidro son colati fra i miei baffi…”

SONIA - (fuori di sé) Disgustoso!

GIORGIO - (con indignazione) Puskin, disgustoso? Ripetilo se hai coraggio!

SONIA - Sporco ubriacone!

GIORGIO - (allegro) Sporco? L’alcool purifica! Lava l’anima e il corpo! (e comincia a ridere a gola spiegata. Al limite della sopportazione, Sonia gli assesta un ceffone. Giorgio getta un grido di dolore. Rimasto a bocca spalancata per la frattura della mandibola, compie sforzi sovrumani per parlare ma inutilmente) La mandibola… Mi avete fratturato la mandibola…

SONIA - Bel colpo… Mi compiaccio… (esce veloce. Giorgio, solo, ansima e geme, mormorando)

GIORGIO - “La frattura della mandibola inferiore può avvenire per una caduta o per un colpo ricevuto a bocca aperta…”

BUIO

5. MADEMOISELLE JULIE

La luce solo su Mademolselle Julie, in fondo, in piedi, in attesa di qualcuno, umile. Con l’arrivo del padrone, dalla ribalta, la luce si accende alta, e rivela un salotto borghese di qualche pretesa.

PADRONE - Oh, mademoiselle Julie, non è facile parlare con voi! Spero abbiate cinque minuti da dedicarmi!

M.LLE JULIE - Certo, Signore!

PADRONE - Sedetevi, che diamine! Non rimanete in piedi, devo parlarvi… (M.lle Julie si siede in punta di poltrona) Mettetevi comoda… Ecco… Immagino che questa, diciamo così, conversazione non vi giunga imprevista.

M.LLE JULIE - Ma, veramente… io…

PADRONE - Mia cara! Sono due mesi che ci fate l’onore di occuparvi dei nostri figlioli… e non vorrei che ci fossero sospesi tra noi. (M.lle Julie tenta di protestare) Oh, no no! Meglio essere chiari! Dobbiamo regolare i conti, e voglio farlo subito. Non vi piace parlare di affari?

M.LLE JULIE - Come volete signore…

PADRONE - (tirando fuori un taccuino) Dunque! Avete preso servizio da… due mesi, è vero?

M.LLE JULIE - (timidamente) Due mesi… e una settimana.

PADRONE - (spoglia e controlla) Giusto! E una settimana! Vogliamo fare i conti? (M.lle Julie sorride e annuisce) D’accordo? Se non avete qualcosa in contrario proporrei il pagamento mensile. (M.lle Julie annuisce e sorride) Bene! Pagamento mensile. Allora vi devo due mesi… e… (buttando l’occhio al taccuino) …a trenta rubli al mese… fanno…

M.LLE JULIE - (timidamente) Non avevamo convenuto… quaranta rubli… o mi sbaglio?

PADRONE - Nel mio carnet c’è scritto trenta…

M.LLE JULIE - Davvero? Allora… mi sarò sbagliata…

PADRONE - Senza dubbio. Dunque fanno sessanta rubli esatti. Un rublo al giorno, no?

M.LLE JULIE - Sì, sì.

PADRONE - Bene. Sessanta rubli è la somma alla quale avreste diritto.

M.LLE JULIE - Come?

PADRONE - Sì, dico avreste: se non ci fossero le domeniche… una… due… tre… nove domeniche più tre feste… quante feste!

M.LLE JULIE - Ma…

PADRONE - Da detrarre, dunque, dodici giorni… Cioè dodici rubli.

M.LLE JULIE - Ma… signore, io…

PADRONE - O forse mi sbagliavo! (si accinge a riscontrare)

M.LLE JULIE - No, no, no…

PADRONE - Volevo ben dire! Qui poi vedo scritto: “Griscia, indisposto, quattro giorni…”

M.LLE JULIE - È vero. Ma io l’ho curato in quei quattro giorni…

PADRONE - Lo so, lo so… e non rientrava nei vostri compiti e vi ringrazio. Non vorrei però farvi l’affronto di pagarvi per un atto spontaneo di umanità. A meno che voi non mi chiediate…

M.LLE JULIE - Oh, no, signore!

PADRONE - Più sotto, leggo ancora: “Mademoiselle Julie, tre giorni malata… rimasta in camera sua…”

M.LLE JULIE - Avevo l’angina, è contagiosa…

PADRONE - Non vi faccio un rimprovero! Noto soltanto. Allora tiriamo le somme: dodici, più tre, più quattro… diciannove. Sessanta, meno diciannove… rubli quarantuno. D’accordo?

M.LLE JULIE - Sì, signore, sì…

PADRONE - Bene. Sono davvero contento. È molto, molto raro trovare due persone d’accordo quando si tratta di conti. Devo riconoscere che siete cortese e comprensiva.

M.LLE JULIE - Oh, io… veramente…

PADRONE - (tacitandola con un gesto) Non mi sbaglio. Ho detto che siete cortese e comprensiva. (scrutandola) Ma che avete? Qualcosa che non va?

M.LLE JULIE - Oh, no, niente… proprio niente…

PADRONE - Allora proseguiamo… (volta una pagina e mugola) Oh, oh! Che vedo? (legge) “Rotta una tazza con piattino…” Pazienza! Vi metto solo due rubli, benché si tratti di un servizio antico che, disgraziatamente, rimarrà spaiato. Oh! Dio, Dio, Dio… Altra catastrofe! Avete lasciato che Griscia si arrampicasse su un albero… un abito rovinato… rubli dieci!

M.LLE JULIE - No. Vi assicuro…

PADIRONE (riprende la consultazione del taccuino) Aaah, benedetta figliola! Ma come è possibile? Per una vostra diciamo negligenza la piccola ha perso le scarpine… costavano cinque rubli! Peccato… (volta) Mi sembra proprio che non ci sia altro. Avete tenuto il conto?

M.LLE JULIE - Sì.

PADRONE - Allora siamo a posto. (fa per chiudere il taccuino ma si ferma a metà) Però… aspettate un momento… leggo ancora… Anticipi in data nove gennaio… dieci rubli.

M.LLE JULIE - Non ho mai chiesto anticipi!

PADRONE - È scritto qui, nero su bianco!

M.LLE JULIE - Mio Dio… mi pare di aver chiesto soltanto una volta a Madame tre rubli per comprare…

PADRONE - (perentorio) Tre rubli? Ma qui non vedo traccia!

M.LLE JULIE - Ah!

PADRONE - Ma siccome lo dite voi, spontaneamente, non metto in dubbio la vostra parola. Allora dieci più tre, fanno tredici, più cinque, più dieci, più due… diciassette… totale: trenta! Togliamo trenta rubli dai quarantuno che vi spettano… e vi devo esattamente… undici rubli, giusto?

M.LLE JULIE - (con un filo di voce) Giustissimo.

PADRONE - Allora saldo subito il debito e non se ne parli più… (tira fuori un foglio da dieci e una moneta) Dieci… e uno, undici… Sono vostri.

M.LLE JULIE - (tendendo la mano) Grazie.

PADRONE - (cambiando tono) Come avete detto? Vogliate ripeterlo, per favore.

M.LLE JULIE - (angosciata) Ma… ho detto… semplicemente… grazie…

PADRONE - Ah, grazie?! (batte un pugno sulla tavola, la povera ragazza sussulta) E grazie di che? Santo cielo! Ma è possibile? Vi racconto un sacco di frottole, vi imbroglio bassamente, vi spello come una gallina, vi rapino, si può dire… E voi mi dite ancora grazie! Io non lo so! Son cose che mi fanno uscire dai gangheri!

M.LLE JULIE - (spaventata) E che cosa… dovevo dire? Non lo so…

PADRONE - Cercate di saperlo… invece!

M.LLE JULIE - In certe case non mi pagavano nemmeno…

PADRONE - Se vi avessi detto che fra i vostri doveri c’era anche quello di coricarsi con me, eh? Che avreste fatto!

M.LLE JULIE - Oh, signore… per piacere…

PADRONE - Accidenti! La gente come voi è più pericolosa dei delinquenti! Siete un incitamento al crimine! (tira fuori una busta e gliela porge) Prendete! Sono ottanta rubli! Vi spettano.

M.LLE JULIE - Grazie!

PADRONE - E non si ringrazia per quello che ci spetta! Ne abbiamo diritto, ricordatevelo bene! Diritto! Avete capito: diritto!

BUIO

6. ZINA

Boudoir. Su una agrippina, una giovane donna imbacuccata in una vestaglia con un fazzoletto in testa. Una cameriera è in piedi accanto a lei.

ZINA - (lamentosa) Che tipo è?

MARTA - Uhm! Passabile. Anzi, si può dire, un bell’ufficiale. Gentile, garbato…

ZINA - Sì, sì, sembrano tutti così. Poi, gratta, gratta… Che vuole?

MARTA - Affari personali, da quel che ho capito.

ZINA - Gli hai detto che non sto bene?

MARTA - Sì, signorina. Ma lui insiste, pare sia una cosa urgente…

ZINA - Non capisco l’urgenza… Che arma?

MARTA - Cavalleria.

ZINA - Mai vista un’uniforme di cavalleria! E tu come lo sai?

MARTA - Quando eravamo a Pavlosk, ho conosciuto l’attendente di un ufficiale.

ZINA - Ci sei andata a letto?

MARTA - (reticente) Ma…

ZINA - Sì o no?

MARTA - (ammettendo) Un po’…

ZINA - Come un po’?

MARTA - Beh, poco! Erano di passaggio… Si sono fermati solo due notti… Due giorni, voglio dire.

ZINA - Beh… Fallo entrare. (Marta fila via. Entra poco dopo, un sottotenente degli ussari. Saluta battendo i talloni con gran tintinnio di speroni. Zina non risponde. Lunga pausa. Così lunga, che il giovane ufficiale comincia a sentirsi imbarazzato. Zina sussulta, sembra svegliarsi di colpo)

ZINA - Chi è là? Ah, voi. Mi ero assopita.

SOKOLSKY - Sono desolato di avervi disturbato, Signora…

ZINA - (interrompendolo) Signorina.

SOKOLSKY - Oh pardon! Che idiota che sono… Signorina, certo… sapevo…

ZINA - Cosa, sentiamo? Cosa sapevate?

SOKOLSKY - Volevo dire… Mio cugino mi aveva detto appunto… Ma me lo ero dimenticato…

ZINA - Capita.

SOKOLSKY - Già, appunto, capita. Permettete che mi presenti: Sottotenente Alessandro Grigorievich Sokolsky.

ZINA - Lo so. Ho visto il vostro biglietto.

SOKOLSKY - Mi rendo conto di essere giunto in un momento poco opportuno… Siete ammalata…

ZINA - Ammalata… Non esageriamo! Ho bevuto un po’ ieri sera, tutto qui.

SOKOLSKY - Hum… hum… capisco.

ZINA - Cosa, capite? Siete astemio?

SOKOLSKY - No, no! Tutt’altro! All’occorrenza… come dire…

ZINA - Io non capisco perché la gente non sappia dire una frase senza balbettare… (facendogli il verso) Come dire… come dire… come dire…

SOKOLSKY - Avete ragione! Si diventa ridicoli… (facendosi il verso) Come dire… Oh, pardon! (Zina ride) Sono completamente ridicolo!

ZINA - Ma no, ma no… (socchiude gli occhi con aria dolente)

SOKOLSKY - Ma voi soffrite!

ZINA - (sorride guardandolo fisso) Passerà.

SOKOLSKY - Io… Pardon.

ZINA - Anche la vostra timidezza… passerà. Sedetevi. Non sopporto di vedere la gente in piedi. Mi dà un senso di precarietà. (Sokolsky siede) Veniamo al sodo.

SOKOLSKY - Come dire… uhm… Mio cugino Kriukov, un vostro vicino…

ZINA - Kriukov, lo conosco. Bel ragazzo! Lo incontro qualche volta in chiesa…

SOKOLSKY - In chiesa?

ZINA - Ci vado, ci vado, ci vado…

SOKOLSKY - Ah! Uhm! Mio cugino possiede delle cambiali firmate dal vostro defunto padre…

ZINA - Delle cambiali?

SOKOLSKY - Già. Come dire… (ha un gesto di stizza) Cambiali che scadrebbero fra una settimana… Trovandosi… come dire… mio cugino in imbarazzo… vi pregherebbe di anticipare… Insomma confida che voi…

ZINA - Di che somma si tratta?

SOKOLSKY - Tremiladuecento rubli… non è una grossa cifra…

ZINA - Beh, comunque è una sommetta! Ho avuto tante spese per la morte di papà! Tanti grattacapi! Mi si spacca la testa! Fanno presto i dottori! Andate a Balden, a passare le acque! Ma come si fa? Paga qui, paga lì! Le sementi, I contadini… le tasse! Sentite un po’: vostro cugino non potrebbe pazientare due o tre mesi?

SOKOLSKY - Ma come pazientare? Se vi chiede la cortesia di anticipare il pagamento di una settimana!

ZINA - Beh, non si sa mai! È un uomo così generoso!

SOKOLSKY - Generoso, sì! Ma attualmente si trova in cattive acque…

ZINA - Non saranno due o tre miserabili migliaia di rubli che cambiano la situazione! Un patrimonio come

quello di Kriukov!

SOKOLSKY - È un po’ a corto di liquidi e ha dei pagamenti da fare… Anzi, devo essere sincero: sono io che ho bisogno di soldi… un assoluto bisogno… cinquemila rubli, per la precisione… Ecco perché corro qua e là, sperando di recuperare almeno le cambiali…

ZINA - Vostro cugino ha parecchio denaro in banca, lo so di certo!

SOKOLSKY - E invece mi ha dato le cambiali! Converrete con me, signorina, che sarebbe quantomeno indelicato insistere per avere il denaro liquido!

ZINA - (dopo un attimo) Per cosa vi servono questi cinquemila rubli? Debiti di gioco, o qualcosa di più serio?

SOKOLSKY - Qualcosa di più serio.

ZINA - Non sarete così imbecille da sposarvi, spero!

SOKOLSKY - E invece, sì! Avete indovinato!

ZINA - Ma è una mania quella di volervi sposare! Che bisogno avete, santo cielo! La vita è così breve! Vuol dire proprio andare in cerca di guai!

SOKOLSKY - Dipende…

ZINA - Oltretutto non avete affatto la faccia di un uomo divorato dalla passione!

SOKOLSKY - Tuttavia…

ZINA - Credete a me: voi non siete un passionale… siete il classico tipo che si fa incastrare! No, no, no! Non voglio avere di queste responsabilità, io! Non vi darò nemmeno un rublo.

SOKOLSKY - Sentite, signorina…

ZINA - Zina…

SOKOLSKY - Signorina Zina…

ZINA - Ma chiamatemi semplicemente Zina, per favore.

SOKOLSKY - Vi ringrazio…

ZINA - Non c’è di che… Allora?

SOKOLSKY - Allora… Zina… liberissima di non darmi un rublo! Ma non avete il diritto di umiliarmi…

ZINA - Umiliarvi! Ecco un verbo che suona male sulle labbra di un libertino!

SOKOLSKY - Io, un libertino? Chi ve lo ha detto?!

ZINA - Non ho bisogno che me lo dicano gli altri. So giudicare gli uomini da sola!

SOKOLSKY - Nel mio caso vi sbagliate. Sono serio, innamorato e deciso a sposarmi.

ZINA - Oh là, là! Che tono perentorio!

SOKOLSKY - Sissignora! Signorina… Mi sposerò il mese prossimo!

ZINA - Allora, avete ragione voi: mi sono sbagliata.

SOKOLSKY - Temo di sì.

ZINA - (seria) Che peccato! Un così bel ragazzo, leale, fedele, tutto d’un pezzo, che in tutta la sua vita conoscerà una sola donna… (bruscamente) Siete vergine? Rispondete! Dovete esserlo per forza. Con le vostre idee, non potete non presentarvi vergine di fronte all’eletta!

SOKOLSKY - (sorride) Adesso state esagerando, Zina!

ZINA - Ah, sì? Meno male! Gli uomini in genere hanno una vista cortissima. Riescono a vedere la montagna, ma i crepacci no… finché non ci cadono dentro.

SOKOLSKY - Parlate per esperienza?

ZINA - (civetta) Voi che credete?

SOKOLSKY - Zina, siate seria! Ho dato la mia parola. Un uomo d’onore ne ha una sola.

ZINA - Ragione di più per riprendersela!

SOKOLSKY - Volete scherzare?!

ZINA - Non scherzo affatto! In un paese dove il divorzio è tanto difficile, bisogna pensarci bene prima di impegnarsi!

SOKOLSKY - Ma mettetevi al posto della mia fidanzata!

ZINA - Con piacere! (cambiando tono) Sarò seria: che interesse può avere una fanciulla a sposare un ufficiale senza posizione… diciamo così… che in quattro e quattr’otto dilapiderà la sua dote e la tradirà al massimo dopo due mesi di matrimonio? È così, lo sapete benissimo! D’altronde, nessuna donna merita che le si consacri la vita! E le tentazioni sono tante! Non ne siete convinto? Peggio per voi! (decisa) Bene: vi darò il denaro. Datemi le cambiali. (Mentre Sokolsky stupito cerca nelle tasche le cambiali, Zina si libera la testa dal fazzoletto) Scusatemi, ma non ho potuto nemmeno pettinarmi stamattina.

SOKOLSKY - Siete egualmente deliziosa.

ZINA - Grazie. A proposito. Parlo tanto di donne, ma vi devo dire che non le frequento affatto. Non mi piacciono. E io non piaccio a loro. Preferisco gli uomini. Peccato! Avrei tanto preferito essere un uomo. E di donne me ne sarei fatte parecchie, senza rimorsi… Beati gli uomini.

SOKOLSKY - Perché volete sembrare cinica quando siete una sentimentale?

ZINA - Credete? Forse questa volta sbagliate voi.

SOKOLSKY - Davvero non vi piacciono le donne?

ZINA - Ma certo! Che me ne faccio delle donne, io. (ridono tutti e due) Sono sfacciata, vero?

SOKOLSKY - No, che dite?

ZINA - Lo sono, lo sono… Avanti, datemi le cambiali. (Sokolsky gliele porge) Non fate caso a quello che dico. A volte io parlo, parlo… D’altra parte, se non avessi parlato… (provocante) …che avremmo fatto? (pausa) Se fossi stato un uomo, sarei passato da un’avventura alla altra! La psicologia delle donne mi avrebbe affascinato… e non soltanto la psicologia… Anche il corpo di una donna, non vi pare un terreno pieno di sorprese? Fateci un po’ mente locale… (Lentamente, quasi distrattamente, ripone le cambiali in un cofanetto che chiude a chiave. Dopo aver fatto finta di cercare nella vestaglia una tasca che non c’è, nasconde la chiave nella scollatura) E voilà!

SOKOLSKY - (stupefatto) Che fate?

ZINA - È la vita, mio caro! Vi apro gli occhi. Cerco di mandare a monte uno stupido matrimonio. Le donne son fatte così. Vi serva di lezione!

SOKOLSKY - (fuori di sé) Datemi subito quella chiave!

ZINA - (sorridendo con insolenza) Mai! (Sokolsky l’afferra per i polsi, lei scappa, lui la insegue. Comincia una lotta che sembra piuttosto un amplesso: nell’ardore del combattimento il giovane si trova forzatamente a toccare le parti più intime del corpo della donna; quando alla fine riesce a stenderla sull’agrippina, Zina, con uno scatto, gli sfugge e arriva a suonare il campanello. Subito appare Marta. Lunga pausa durante la quale Sokolsky, stordito, cerca di ricomporsi)

ZINA - (tranquilla, rompendo il silenzio, a Marta) Il tenente si ferma a pranzo. Aggiungi un coperto. (A Sokolsky) È evidente che avete una fame da lupo, no?

SIPARIO

SECONDA PARTE

7. IL PICCIONCINO

Terrazza di un caffè. Lei è seduta a un tavolino e sta degustando un gelato di caffè. Lui appare dal fondo. Con passo fermo si dirige al tavolino di lei, prende una sedia e si siede, come se la donna non esistesse. Estrae dalla tasca un quadernetto e si mette a scrivere con una velocità vertiginosa riempendo foglio dopo foglio.

LEI - (dopo un attimo, stupita) Scusi…

LUI - (senza guardarla) Non desidero essere disturbato.

LEI - (sempre più stupita) Signore, questo tavolino è già occupato…

LUI - (senza alzare gli occhi dal quaderno) Ho detto che non voglio essere disturbato!

LEI - (decisa) Vi prego di considerare che vi siete seduto al mio tavolo…

LUI - (furibondo) Vi ho chiesto per piacere di non disturbarmi. Ora vi dico: andate al diavolo! (assesta un pugno sul tavolino che traballa; la coppa di gelato si rovescia sull’abito della donna che getta un grido. Solo adesso l’uomo sembra risvegliarsi e si guarda attorno stupito) Oh, Dio mio, ma dove sono?

LEI - Sulla terrazza di un caffè, signore. E posso aggiungere, se vi interessa, che vi state comportando in un modo inqualificabile!

LUI - (stupito) Sulla terrazza di un caffè? Ma come è possibile! Non credo ai miei occhi!

LEI - Mettetevi gli occhiali!

LUI - Giusto! Seguirò il vostro consiglio, s’ignora… Signora…?

LEI - (meccanicamente) Sofia Carlovna Gavrilova… (riprendendosi) Non capisco poi perché dobbiate sapere il mio nome…

LUI - Tanto più che non mi dice assolutamente nulla.

LEI - Sfido, non ci conosciamo!

LUI - Allora, se permettete, non capisco perché vi siate seduta al mio tavolo.

LEI - Ma siete voi che vi siete seduto al mio!

LUI - Volete scherzare?

LEI - Affatto. Sono serissima e anche piuttosto seccata.

LUI - (calmo e categorico) Ho una mente matematica, signora, dunque esigo che ad ogni affermazione corri sponda una prova.

LEI - (presa alla sprovvista) Una prova… una prova… Eccola, la prova! Guardate il mio vestito: rovinato dal gelato di caffè che ho ordinato io, non voi.

LUI - Da non credere! (esamina con cura la macchie sul vestito, ci passa un dito e lo succhia incredulo) Eh, sì: avete ragione. Gelato di caffè!

LEI - Appunto!

LUI - Io detesto il gelato. Quindi la consumazione non può essere che vostra.

LEI - Se vi restasse un dubbio, può testimoniare il cameriere.

LUI - È terribile! (Si alza e guardandola fisso esclama in tono declamatorio) Non mi resta che gettarmi ai vostri piedi e, rotolandomi nella polvere, implorare il vostro perdono.

LEI - Non chiedo tanto.

LUI - Allora, lasciate che ordini due gelati di caffè.

LEI - Non detestate il gelato?

LUI - Che angelo, ve ne ricordate? Ebbene, sarà la giusta punizione. (Al cameriere) Due gelati di caffè.

LEI - Mi spiace di aver interrotto il vostro lavoro. Mi scusate?

LUI - Io, scusare voi! Adorabile! (le bacia la mano) Al diavolo il lavoro!

LEI - (sorridendo) Un momento fa avete mandato me, al diavolo…

LUI - Chissà dov’ero in quel momento! Forse nelle galassie!

LEI - Strano che siate atterrato proprio al mio tavolo!

LUI - Ho avuto fortuna. Voi, piuttosto, mi avete davvero perdonato?

LEI - Vi ho perdonato.

LUI - Senza riserve?

LEI - Senza riserve.

LUI - Allora, amici?

LEI - Amici.

LUI - (sospira) Aaah! Mi pare di essere in un altro mondo!

LEI - Lo credo! Tornate dalle galassie! (Ridono. Il cameriere posa i gelati sul tavolo) Vi capitano spesso di questi incidenti?

LUI - Vedete… i grandi scienziati… fisici, matematici, astronomi, sono famosi per la loro distrazione… Si raccontano una quantità di aneddoti…

LEI - Siete astronomo! (Lui fa segno di no con la testa) Fisico? (Lui, stesso gioco) Matematico?

LUI - Ahimè, no!

LEI - Ma allora?

LUI - L’ingegno però non mi manca. Dovete ammettere che il piano era ben congegnato.

LEI - Che piano?

LUI - Sarò sincero. È più di un mese che vi spio, vi seguo sulla spiaggia, per la strada, nei sentieri del parco… Ho cercato qualcuno che mi presentasse a voi: invano! Allora mi sono detto, bisogna agire d’astuzia. Ho preso il coraggio a quattro mani e mi sono buttato a testa bassa.

LEI - Così, non siete scienziato?

LUI - Nemmeno per sogno!

LEI - E tutto quello che avete scritto su quel quaderno?

LUI - Finzione, finzione, finzione… (Scoppiano a ridere. Un riso che crea fra loro una certa connivenza. Lui le prende la mano, ma lei la ritira)

LEI - C’è una cosa che mi incuriosisce: da quanto tempo mi seguite?

LUI - Più di un mese.

LEI - (guardandolo divertita) Strano… Sono qui solo da quattro giorni.

LUI - (atterrito) Ahi! Allora io mento?! (Ridono) Sono pronto a qualsiasi castigo! Ormai sono il vostro schiavo. (Tenta ancora di prenderle la mano, ma lei ancora una volta la ritira)

LEI - Non vi pare di correre un po’ troppo, signore?

LUI - Ho fretta di raggiungere la meta. (Lei si alza) È un congedo?

LEI - Conserverò un ricordo piacevolissimo di questo curioso incontro.

LUI - Un ricordo… soltanto?

LEI - Scusate, devo proprio andare.

LUI - Vi seguirò.

LEI - (divertita) Dal parrucchiere?

LUI - Lasciate almeno che vi accompagni.

LEI - Non vale la pena: è qui all’angolo.

LUI - Vi rivedrò?

LEI - In questo posto è impossibile non incontrarsi.

LUI - Volete lasciare tutto al caso?

LEI - Non manco mai ai concerti nel parco, la sera. Se amate la musica…

LUI - L’amerò.

LEI - Allora, arrivederci. (Questa volta lui, riesce a prenderle la mano e a baciargliela galantemente. DISSOLVENZA. Qualche giorno più tardi sulla terrazza dello stesso caffè. Lui arriva al braccio di una signora anziana, vivace e ben conservata, molto distinta, con un che di originale e insolito, proprio delle persone che non abdicano al gusto e ai piaceri della vita)

LA SIGNORA - Cercavi di svicolare, eh, furfante?

LUI - Nina Pavlovna, che dite? Non vi avevo vista! Stavo osservando le evoluzioni di un uccello…

LA SIGNORA - Interessante…

LUI - Di una rondine, credo, o di un gabbiano…

LA SIGNORA - Certamente non un gabbiano… (Si siede al tavolo) Basta. Va’ a ordinarmi un gelato di cioccolato, con panna e qualche biscotto.

LUI - Subito, Nina Pavlovna…

LA SIGNORA - (trattenendolo) Poi mi spiegherai perché hai fatto finta di non vedermi.

LUI - Ma Nina Pavlovna…

LA SIGNORA - Chiamami Nina, come sempre, è più gentile.

LUI - Certo, Nina. Sapeste come sono felice di avervi incontrato…

LA SIGNORA - Ora non esagerare.

LUI - Ve lo giuro!

LA SIGNORA - Anche spergiuro! (Guardandolo fisso negli occhi) O forse ora che la rondinella è fuggita cominci ad essere sincero… Come dice il proverbio? Far buon viso a cattivo gioco! (Si avvicina il cameriere) Ti secca se ti prendo un po’ in giro? Tu mi conosci, no? Io prendo in giro il mondo intero! È una mania… diciamo un tic di vecchia signora.

LUI - Direi piuttosto, un modo spiritoso di guardare in faccia la realtà. (AIlcameriere) Un Porto e per la signora, un gelato al cioccolato e un Napoleone.

LA SIGNORA - Sono commossa, ti ricordi ancora…

LUI - (baciandole la mano) Nina, il posto che occupate nel mio cuore, è quello riservato alla più cara amica.

LA SIGNORA - Se non è vero, è comunque una piacevole bugia.

LUI - Aver scoperto l’amore accanto a voi, è stata una grande fortuna per il ragazzo inesperto che ero…

LA SIGNORA - Sono stata la prima, è vero… benché tu ti sforzassi in tutti i modi di farmi credere il contrario… Vanitoso! Sei cambiato, almeno?

LUI - Ho conosciuto molte donne… Ma, forse, proprio per questo, vi sono sempre stato riconoscente.

LA SIGNORA - Lo credo! È la mia teoria. Ogni donna di trent’anni dovrebbe prendersi la cura di iniziare un ragazzo all’amore… Almeno uno!

LUI - (ridendo) Nina, Nina! Siete sempre la solita!

LA SIGNORA - Anzi, credo che i nostri governanti farebbero bene ad istituire un servizio obbligatorio per le trentenni! Si eviterebbero un’infinità di deprecabili deviazioni. Non sei d’accordo?

LUI - È un’idea rivoluzionaria!

LA SIGNORA - Trovi? Meglio così. Andare al passo con i tempi, è noioso e negativo. Bisogna essere almeno cinquant’anni in anticipo o in ritardo, per essere interessanti.

LUI - Voi siete sempre stata in anticipo… almeno agli appuntamenti.

LA SIGNORA - Sono stata una passionale… e, diciamolo pure… un po’ incostante… volage o, come dicono i francesi… (il cameriere porta le consumazioni)

LA SIGNORA - Sai cosa mi ha detto giorni fa una mia nipotina? Ma cosa vuoi capire tu, nonna, dell’amore?

LUI - L’avrete schiaffeggiata, spero!

LA SIGNORA - Perché? Aveva ragione. L’amore non si impara. Lo si apprende vivendolo e lo si giudica dalle proprie esperienze. E allora! Vai a far capire a una giovinetta innamorata che sua nonna è stata una donna… no, no… diciamo… uno spirito facilmente vulnerabile! (ride)

LUI - (prendendole una mano) Ninocka, siete adorabile! Avevo mille volte ragione di essere pazzo di voi!

LA SIGNORA - Sono molto migliorata, sai? Non fisicamente, purtroppo… ma interiormente, sì! È la legge della vita. L’anima migliora, mentre il… resto si deteriora. E tu? Sempre cinico?

LUI - Sempre meno. Non dico di essere diventato un sentimentale, ma, insomma, sono migliorato anch’io.

LA SIGNORA - Avanti, vuota il sacco! Chi è la tua vittima del momento?

LUI - Una persona c’è, lo ammetto.

LA SIGNORA - Ah, c’è!

LUI - No, no. Le cose non sono arrivate al punto che vi immaginate.

LA SIGNORA - No? Strano!

LUI - Nina mia, sarei un pessimo amatore se non sapessi valutare la natura delle donne per trarne il maggior piacere possibile. Questa volta, mi piace assaporare attimo per attimo, le sensazioni che questa avventura mi offre.

LA SIGNORA - E lei come risponde?

LUI - Oh, lei è tenera, semplice. Non ha malizia! È indifesa… e io… io, sono sconcertato… non riesco ad agire.

LA SIGNORA - È una situazione nuova, per te.

LUI - Devo dire, però, che non mi dispiace.

LA SIGNORA - E se la gattina fosse disposta alla resa e cercasse invano di fartelo capire?

LUI - No. Io non mi inganno. Non sono le solite schermaglie, i facili stratagemmi ai quali ricorrono spesso le donne per difendersi. Il suo è candore, candore autentico! Pensate: la sera stessa che ci siamo conosciuti mi ha invitato a casa sua…

LA SIGNORA - Tu, avrai resistito eroicamente, immagino…

LUI - Non era la prova della sua virtù? Una donna facile non si sarebbe mai comportata così.

LA SIGNORA - Se lo dici tu!

LUI - Sapeste con che spontaneità posa la testa sulla mia spalla, ovunque… nel parco, al concerto… A volte mi prende la mano e la stringe dolcemente fra le sue…

LA SIGNORA - E non sono avances queste?

LUI - Lo sapevo che avreste frainteso! Per voi, forse; ma per lei non sono avances, no! Se vedeste il suo volto quando ascolta la musica! L’occhio perso, lontano… Ve lo debbo dire: di fronte a lei, divento timido come un adolescente.

LA SIGNORA - Di bene in meglio! E mi dici che non è proprio una fanciulla?

LUI - Oh, no…

LA SIGNORA - Non sarà mica vedova?

LUI - Non direi. Penso piuttosto ad un matrimonio infelice. D’altra parte lei mostra una tale riluttanza quando tento di abbordare l’argomento, che mi pare di pessimo gusto insistere.

LA SIGNORA - Capisco.

LUI - Questa avventura è un piatto così dolce che merita di essere gustato con calma… È l’attesa che la rende elettrizzante…

LA SIGNORA - Insomma, non è più un’avventura, ma un idillio?

LUI - Non capisco questo tono ironico.

LA SIGNORA - Sono scettica, mio caro. Non credo alla autenticità di questa ex fanciulla che ti stringe dolcemente la mano ascoltando la musica. In fondo, che cosa sai di lei?

LUI - Nulla. E non voglio sapere! Perché mi fido del mio istinto che non mi ha mai ingannato. E voi mi farete il piacere di ammettere che in materia di donne, non ho granché da imparare.

LA SIGNORA - Ma certo, caro, certo! Dopo tutto non hai nemmeno niente da perdere.

LUI - Non sono però un asceta… e allora, presto o tardi, la piccioncina, mi cadrà nel piatto cotta alla perfezione.

LA SIGNORA - Speriamo! Giurami che mi terrai al corrente… Che mi racconterai tutto per filo e per segno… O sono indiscreta?

LUI - Adorabile indiscreta! (le bacia la mano. DISSOLVENZA. Lei e Lui in un angolo poetico al crepuscolo)

LEI - Non siete stanco?

LUI - Sofia, al vostro fianco, camminerei all’infinito…

LEI - Perché camminare tanto?

LUI - Non vi piace passeggiare?

LEI - Sì, abbastanza. Ma si sta così bene nel parco ad ascoltare la musica…

LUI - Sì, ma… c’è sempre tanta gente intorno a noi…

LEI - Non vi piace?

LUI - A voi sì?

LEI - Non abbiamo niente da nascondere. (Lo strido di un uccello la fa trasalire) Mio Dio!

LUI - Paura? E di che?

LEI - Che sciocca, vero? Era soltanto un… airone.

LUI - Che brava! Riconoscete gli aironi dal canto?!

LEI - Abito poco lontano di qui e mi sono abituata alla loro voce…

LUI - Fa uno strano effetto quel grido nella notte.

LEI - Sì. Nei primi tempi mi faceva paura. Ora non più. Ma a volte mi coglie di sorpresa e mi fa trasalire… (Trillo di un usignolo)

LUI - Un usignolo… questo lo riconosco anch’io.

LEI - Ce ne sono tanti nel mio giardino… Non siete mai venuto da me… (Usignolo) Sentite? Fa la corte alla sua bella…

LUI - Già. Peccato che gli uomini non abbiano la voce degli usignoli quando parlano d’amore…

LEI - (ride) Beh, sarebbe un po’ comico…

LUI - Siete straordinaria, Sofia! È meravigliosa la fiducia che mi dimostrate. Sono lusingato.

LEI - Perché?

LUI - Guardate: è notte. Siete sola con uno sconosciuto. Perché io sono quasi uno sconosciuto per voi, non è così?

LEI - Anch’io per voi.

LUI - Non avete nessun timore?

LEI - E perché? Cosa rischio?

LUI - Che vi prenda fra le braccia, per esempio…

LEI - La considerate una cosa terribile?

LUI - Sofia, voi siete una donna seria…

LEI - Lo credo bene.

LUI - Posso prendervi fra le braccia?

LEI - Sciocco che siete? Si domandano certe cose? (È lei stessa che passa le braccia attorno al collo di lui. DISSOLVENZA. La villa di Sofia. Una camera da letto semplice e allegra. Su un tavolinetto una fruttiera: arance, mele, uva. Lui, completamente rivestito; Lei, non del tutto. Le indicazioni dei movimenti sono puramente facoltative. Il regista deciderà, di volta in volta, secondo le situazioni comiche o erotiche che il testo presenta)

LEI - Te ne vai già? È appena l’alba…

LUI - È meglio che non mi vedano uscire da casa tua.

LEI - Oh, anche se ti vedessero!

LUI - È per te che mi preoccupo!

LEI - Per quel che mi interessa della gente!

LUI - Ma… e tuo marito?

LEI - Ti ho pregato di non parlarmi mai di lui!

LUI - Basta, non ne parliamo.

LEI - Tornerai?

LUI - Ma certo…

LEI - Quando?

LUI - È possibile… stasera?

LEI - Sarà lunga questa giornata, sai!

LUI - Ti mancherò?

LEI - Molto. Tu, invece, non sentirai la mia mancanza… lo so… lo so.

LUI - Ma se ho fatto i salti mortali per parlarti! Ti seguivo da tre giorni… quando… per caso, ti vidi entrare in quel caffè…

LEI - Non fu affatto un caso, piccioncino mio…

LUI - Come?

LEI - Anche io ti avevo notato già, che credi? Sapevo che frequentavi quel caffè…

LUI - Allora io che mi credevo cacciatore, sarei stato cacciato?

LEI - Son cose che capitano… a chi va a caccia.

LUI - Anche a chi va a caccia di tigri?

LEI - (ride) Sarei una tigre?

LUI - Un certo che di felino ce l’hai… da piccola gatta. Però non devi credere che io sia il tuo topolino!

LEI - Per una tigre un uomo è spesso meno di un topo, lo sai mio caro? (ride)

LUI - E io che ho fatto tutti quei maneggi per avvicinarti.

LEI - E io che non aspettavo altro!

LUI - Ero molto ridicolo, allora?

LEI - No, al contrario: molto patetico.

LUI - Quando mi hai notato la prima volta?

LEI - (sognante) Al “Gran Caffè”. Sembravi un principe. Alto, elegante, affascinante… distribuivi mance con la disinvoltura del vero signore…

LUI - …di una certa età.

LEI - Ho sempre avuto un debole per gli uomini maturi.

LUI - Ah! (cambiando tono) Ora che ci penso, anch’io ti ho visto per la prima volta al “Gran Caffè”. Eri vestita di rosa e avevi un ombrellino verde pallido.

LEI - Sei un tesoro! Niente rende più felice una donna che sapere di essere stata notata per il colore e l’eleganza della propria “toilettes”!

LUI - Nuda però mi piaci di più. Benché, spesso, un abito valorizzi il corpo di una donna più di quanto non lo dissimuli. Con un po’ di immaginazione si scoprono anche le parti più segrete.

LEI - Già mi spogliavi in pubblico! (ride)

LUI - Sotto gli occhi di tutti, sì! Ma nessuno lo sospettava, nemmeno tu.

LEI - Non è una buona ragione.

LUI - E voi signore, non avete mai spogliato un uomo con gli occhi?

LEI - Beh, mi piacciono gli uomini grandi, forti… mi sento protetta. (gli si butta addosso)

LUI - Quando non vuoi rispondere, cambi discorso, eh?

LEI - È una domanda indiscreta.

LUI - Siamo soli.

LEI - Quando si parla di certe cose, anche nell’intimità, per il solo fatto di sentire il suono delle nostre parole, sembra di essere in pubblico.

LUI - Sei molto pudica. E mi piaci tanto: pudica nelle parole, impudica negli atti… (l’abbraccia)

LEI - Allora, se ti dicessi che è la prima volta che io… mi crederesti?

LUI - Ne sono sicuro. (ride)

LEI - Perché ridi?

LUI - Penso a una conversazione che ho avuto con una persona… intelligente, ma un po’ scettica…

LEI - Avete parlato di me?

LUI - Oh, no! Del candore in generale.

LEI - Ah! (pausa) Mi vuoi bene?

LUI - Sofia, Sofia… cerchiamo che questa storia non diventi troppo seria…

LEI - Perché?

LUI - Io non sono libero, lo sai… E nemmeno tu.

LEI - Stai tranquillo. Non sono di quelle che fanno drammi.

LUI - Cattiva! Hai mangiato tutta l’uva!

LEI - Ce n’è ancora un grappolo. (Lo afferra dalla fruttiera)

LUI - (supplicando) Uno solo… uno solo… ti prego. (Lei gli si avvicina e tiene il grappolo fra i due volti vicini. Staccano i chicchi con le bocca ridendo)

LEI - Dove stai?

LUI - Al “Belvedere”.

LEI - Bellissimo albergo.

LUI - Non c’è male.

LEI - È un po’ lontano da qui… (Continuano il gioco con l’uva e ridono gioiosamente) Piccioncino mio… (DISSOLVENZA. Un ambiente a scelta del regista)

LA SIGNORA - Quello che più mi piace in te, è la tua totale mancanza di modestia!

LUI - E non sapete ancora tutto! Ninocka, siate forte Mi faccio mantenere!

LA SIGNORA - Come?

LUI - Vivo con lei: vitto, alloggio, tutto… e gratis, naturalmente!

LA SIGNORA - È incredibile! Ma come hai fatto?

LUI - Semplice: lei trovava che il mio albergo era troppo distante, così… Ha una villetta deliziosa, sul lungomare, terrazza panoramica e rose, tante rose… Così riesco anche a fare economia. Vi confesso che per un uomo della mia età, tutto ciò mi lusinga… Quando vedo certi sbarbatelli andare sempre in bianco… che volete che vi dica… sono fiero della mia generazione.

LA SIGNORA - È sempre questione di generazione…

LUI - Che tipetto questa Sofia! Gentile, premurosa fino all’eccesso, ma in amore… un vulcano, con una sorta di esperienza innata…

LA SIGNORA - Esperienza innata? Non ti pare un controsenso? Hai poi saputo se è sposata?

LUI - Sì. Ma che c’entra! Li conosciamo i mariti russi, no? No, no, è proprio lei che è stupefacente! Un misto di innocenza e di audacia, di pudore e di impudicizia. In una parola, un’antica sacerdotessa del tempio di Afrodite!… Non ridete! Deve aver avuto un’iniziazione divina!

LA SIGNORA - Siamo in piena mitologia!

LUI - Appunto.

LA SIGNORA - Fortunato mortale!

LUI - Proprio così. Nina mia. E quest’uomo fortunato, Vi bacia le mani. (esegue)

LA SIGNORA - Senti, è talmente bella questa storia, che non posso fare a meno di raccontarla al caro dottor Masunkov, si divertirà moltissimo! Me lo permetti?

LUI - Se vi fa piacere. Ma, raccomandategli la discrezione… mi fido di voi. (DISSOLVENZA. Casa di Sofia. Abbandonata su un divano Sofia piange dirottamente. Entra Olga)

OLGA - Che c’è? Perché?

SOFIA - (singhiozzando) Se ne va…

OLGA - Finite le vacanze?

SOFIA - No! Potrebbe restare sino a fine mese, ma arriva Ciapovalov…

OLGA - Catastrofe! Ha fretta quest’anno!

SOFIA - No… la solita data…

OLGA - Digli di ritardare un po’…

SOFIA - Ah, no! Potrebbe insospettirsi. Eppoi, sono contenta che arrivi. Io amo Ciapovalov, lo sai!

OLGA - Ma questo, lo ami di più?

SOIFIA Non saprei…

OLGA - Allora perché piangi?

SOFI.A (sempre singhiozzando) Che ci vuoi fare! È più forte di me… Piango sempre quando se ne vanno…

OLGA - Ma dai! Quando se n’è andato Drosdov, o Vertisky, hai pianto?

SOFIA - Certo!

OLGA - (ridendo) Anche quando se n’è andato Markarian…

SOFIA - Ma sì, sì! Che posso farci? Sono una sentimentale… Mi attacco!

OLGA - Non mi dirai che anche quando gli presenti il conto, piangi?

SOFIA - (improvvisamente seria) Ah, no! Gli affari sono affari!

OLGA - Volevo dire!

SOFIA - (sorridendo furbescamente) Anzi, per questo qui il conto sarà certamente salato.

OLGA - È ricco?

SOFIA - Sì. Ho preso informazioni… E poi a quelli di passaggio prendo sempre il doppio. Sai, con i soldi di questo, mi ci voglio comprare un terreno che mi piace tanto… È un po’ che ci avevo gli occhi su.

OLGA - Non si può dire che tu perda la testa!

SOFIA - Una donna sola deve essere previdente. Devi sapersi amministrare!

OLGA - Ah, certo! Però non capisco le lacrime de coccodrillo.

SOFIA - Gli affari sono affari, ma il cuore è il cuore. Gli addii sono sempre tristi.

OLGA - Se lo dici tu…

SOFIA - Tu parli così, perché gli uomini non ti piacciono.

OLGA - No. Li trovo tutti uguali.

SOFIA - Questo non lo puoi dire! Non sono affatto uguali. Guardali quando si svegliano! O quando mangiano una mela. O quando si accarezzano la barba… o quando si lavano i denti…

OLGA - Qualunque cosa facciano hanno una sola idea in testa!

SOFIA - Non è poi un’idea così malvagia!

OLGA - Dipende.

SOFIA - E pensare che ci pagano anche…

OLGA - Cosa ha detto quando gli hai presentato il conto?

SOFIA - Non sa ancora niente. La scena avverrà domattina. Figurati che non sospetta proprio niente! Per lui io sono una giovane sposina borghese in villeggiatura, in crisi col marito vecchio.

OLGA - Nooo! Ma perché l’hai fatto?

SOFIA - Io non ho fatto niente. Ha fatto tutto da solo. Però, è divertente! Provaci una volta! Vedrai che differenza! Ti trattano con rispetto, ti dicono paroline dolci, sono pieni di attenzioni… Dio, che bello, che bello!

OLGA - Ma sei sicura che non sospetti niente? Com’è possibile! Un uomo che abbia appena appena un po’ di esperienza di donne… Mi hai detto che è intelligente!

SOFIA - Sì, ma negli uomini qualcosa è più forte della intelligenza…

OLGA - Che cosa?

SOFIA - La vanità. (DISSOLVENZA. Camera da letto. Mattino. Lui sta consumando la colazione a letto; sul tavolinetto un’infinità di barattoli di marmellate. Sofia, in vestaglia, è seduta accanto a lui sul bordo del letto)

SOFIA - Ancora una tartina, piccioncino?

LUI - Sonietka, tu mi vizi! Davanti a tutto questo ben di Dio… gelatine, marmellate di arance, fragole, lamponi, prugne, albicocche… io mi sento come l’asino di Buridano… non so cosa scegliere!…

SOFIA - (flautata) Prova un po’ di marmellata di rose!

LUI - Di rose?

SOFIA - Assaggiala piccioncino! È deliziosa. (Gli prepara una tartina e gliela porge)

LUI - Mi piace tanto quando mi chiami piccioncino! Tubi come una colomba! (Fa per abbracciarla)

SOFIA - Attento! Attacchi la marmellata dappertutto!

LUI - Uuuh! Scusa… Che vergogna, però, farsi servire a letto come un pascià! Aaah! Questo è il Nirvana! Come vorrei poter dire: “Attimo fermati, sei bello!”… (dà un morso alla tartina)

SOFIA - Sarebbe bello, sì! Peccato, invece che sia l’ultima volta!

LUI - Che? Perché l’ultima volta?

SOFIA - Lo sai che devi partire, piccioncino…

LUI - Certo, ma non ho ancora fissato la data… non ti preoccupare… ho già messo le mani avanti per un rinvio…

SOFIA - Nessun rinvio. Partirai oggi.

LUI - Oggi? Perché?

SOFIA - Evita almeno di farmi domande, per favore…

LUI - Tuo marito? Ho capito…

SOFIA - Ti prego…

LUI - Va bene, va bene. (butta via la coperta con rabbia. Si alza. È in una tenuta abbastanza ridicola) Avresti potuto dirmelo prima, no? Lo sapevi almeno da ieri?

SOFIA - Piccioncino! Non volevo rovinare le nostre ultime ore!

LUI - Ah, capisco! Molto gentile da parte tua… Però, capisci, è un certo choc!

SOFIA - Il mio povero piccioncino!

LUI - Ti prego di non chiamarmi piccioncino, è ridicolo!

SOFIA - Poco fa ti piaceva tanto…

LUI - (si infila i calzoni) Raduna la mia roba. Dov’è la valigia?

SOFIA - (tranquilla) Già fatta.

LUI - Ah! Pensi proprio a tutto. E… quando si levano le tende?

SOFIA - Non c’è fretta… fra un quarto d’ora…

LUI - Ah! L’eternità!

SOFIA - Ti ho spiegato perché, piccioncino…

LUI - (continuando a vestirsi) Sì… sì… Comunque, come congedo è alquanto sbrigativo… (pausa) Meglio così. Dal momento che dobbiamo separarci è meglio farlo in fretta. Non c’è niente di più penoso degli interminabili addii, con i sospiri, i silenzi, le lacrime… (pausa) Per quanto… ti vedo tranquilla… non hai affatto l’aria angosciata…

SOFIA - Questo non lo puoi dire!

LUI - I tuoi occhi sono limpidi e assolutamente asciutti.

SOFIA - Ho tanto pianto ieri…

LUI - Ah, sì?

SOFIA - Tutto il pomeriggio.

LUI - (intenerito) Non dovevi! (La prende fra le braccia) Soniecka, chissà se ci rivedremo?

SOFIA - Dipende molto da te!

LUI - Se dipendesse solo da me!

SOFIA - L’estate prossima, se vuoi… Mi scrivi prima… Lo stesso periodo, se è possibile…

LUI - Ti scrivo? Dove?

SOFIA - Qui.

LUI - Davvero?

SOFIA - Ma certo!

LUI - Meraviglioso! Soniecka! Allora non è un addio… Ma un arrivederci!

SOFIA - Te l’ho detto: dipende solo da te!

LUI - Allora è cosa fatta. Ci puoi contare. Contenta?

SOFIA - Potresti cambiare idea…

LUI - Impossibile!

SOFIA - Non si sa mai…

LUI - (dopo una pausa, imbarazzato) Senti… Soniecka… non posso andar via così… vorrei…

SOFIA - Cosa?

LUI - Non so come dire… Sei stata così cara… Mi hai invitato a vivere qui… forse ho approfittato troppo… tutte queste marmellate…

SOFIA - Oh, le marmellate… non contano, piccioncino… Anzi te ne ho già messi due barattoli in valigia…

LUI - Ti disturbi sempre! Ascolta… Non vorrei offenderti… Vorrei che accettassi… a titolo di amicizia…

SOFIA - A titolo di amicizia?

LUI - Insomma… permettimi di lasciarti qualche cosa.

SOFIA - Un souvenir?

LUI - Non proprio un souvenir. Santo Cielo, Soniecka! Sembra che tu lo faccia apposta a mettermi in imbarazzo…

SOFIA - Ma, piccioncino, non capisco…

LUI - Vorrei pagare il mio soggiorno, ecco!

SOFIA - Ah, così?

LUI - Scusami se sono stato crudo.. ma non posso sopportare l’idea di essere vissuto qui alle spalle di tuo marito!

SOFIA - Se è per questo, non ti devi preoccupare assolutamente!

LUI - Eh, no, cara! È una cosa che mi ripugna! Ti prego dunque di essere così gentile di dirmi… magari approssimativamente…

SOFIA - Sono cinquecento rubli… tutto compreso…

LUI - Cinquecento rubli?! Cinquecento rubli… ma… è enorme!

SOFIA - Trovi?

LUI - Al Belvedere ne avrei spesi al massimo centocinquanta!

SOFIA - Al Belvedere non avresti avuto lo stesso trattamento…

LUI - Come no! È un albergo di prima categoria… anzi, di gran lusso! Non c’è niente da dire sul trattamento! Si ha tutto quel che si vuole!

SOFIA - (candida) Quasi tutto…

LUI - Cosa mi sarebbe mancato?

SOFIA - L’amore…

LUI - (fuori di sé) L’amore?! L’amore?

SOFIA - Cos’hai piccioncino? Ti vedo un po’ contrariato… È la tariffa. Soggiorno in villa panoramica, tutti i comforts… (Senza dire una parola, lui tira fuori dal portafoglio cinque biglietti da cento che poggia sulla tavola uno per uno. Poi, senza voltarsi, esce. Sofia, tranquilla prende i biglietti, li conta, li piega. DISSOLVENZA. Sulla passeggiata, Lui, nervoso, tenta di liberarsi dalla signora che lo trattiene per un braccio. È giorno)

LUI - Vi prego… Nina, fatemi il piacere di non parlarmi mai più di questa storia!

LA SIGNORA - Scusami, scusami! Ma mi avevi promesso di raccontarmi tutto per filo e per segno!

LUI - Non c’è niente da raccontare! Capitolo chiuso. La storia è finita!

LA SIGNORA - Finita?

LUI - Finita! Mio Dio, che cosa angosciosa lasciare una donna innamorata! Sono ancora sotto lo choc di una scena terribile!

LA SIGNORA - Immagino…

LUI - Gli addii, sapete… le lacrime, i sospiri… ma soprattutto… gli sguardi… Quegli occhi… dolorosi… tragici… mi perseguitano…

LA SIGNORA - Sguardo di bestia ferita…

LUI - Nina mia, voi lo sapete… odio far soffrire le donne! Preferirei mille volte essere abbandonato… E invece! Ognuno ha il suo destino segnato…

LA SIGNORA - E io che ti credevo un cinico!

LUI - Spiacente di avervi deluso… (si allontana)

LA SIGNORA - (richiamandolo) Ah, senti! Scusa la mia curiosità: chiamava anche te piccioncino? Il dottor Masunkov dice che li chiama tutti così!

BUIO

8°. MERCE UMANA

La casa modestissima di un piccolo impiegato. Un sofà, una sedia, una poltrona. Allungato sul sofà c’è Vania, il marito: sorseggia una tazza di caffè. Lisa, la moglie, si protende verso una finestra, che non si vede, e fa gesti a qualcuno fuori, canticchia, si gira, passeggia per la stanza ed evidentemente non presta attenzione ai discorsi del marito.

VANIA - …è senza dubbio il momento migliore…

LISA - Ah?

VANIA - …ma purtroppo…

LISA - Ah?

VANIA - …non dura che un istante!

LISA - Eh? Sì, sì!

VANIA - Solo chi lavora gusta il riposo. Tu non puoi saperlo…

LISA - Perché?

VANIA - Perché, vorresti dire che lavori?

LISA - Ah, non lavoro?! Non sto un solo momento ferma: la casa, il bambino…

VANIA - Ma chi ti dice niente! Cerca di capire: tu sarai anche molto occupata, ma in casa tua, libera di organizzare le tue faccende come ti pare e piace. Io invece sono tenuto a un orario, mi piaccia o no, devo ubbidire a certi ordini, giusti o no… devo chinare la testa se mi fanno certe osservazioni… È tutto questo, sai, che mortifica un uomo della mia tempra. È questo il “lavoro”!

LISA - Mio caro, povero Vania, non vorrai, penso, dare la colpa a me se sei costretto a lavorare?! Se tu sapessi quanto preferirei che ne facessi a meno! Vorrebbe dire che siamo ricchi…

VANIA - Avrei potuto, oh se avrei potuto! Ma a quali condizioni, eh? (Lisa lo guarda meravigliata) Avrei dovuto sacrificarmi, sposare una ragazza brutta ma con dote, invece di dar retta a questa graziosa, incantevole… gentile… e tenera donnina… qui… eh, eh. (e cerca di afferrare Lisa che sorride e gorgheggia sfuggendogli) Credi forse che sia pentito? Oooh? Oooh! Oh, mai, mai, nemmeno per un minuto! E rifarei quello che ho fatto! Parola! (È beato, tira fuori dal panciotto un grosso sigaro, e si mette a fare tutte le operazioni necessarie per accenderlo secondo le buone regole dei fumatori) Me lo ha dato Maxim Pavlovic… proprio con le sue mani… che tipo! Va a giorni, sai! E in questo momento solo io sono nella sua manica… (fuma) Pensa: mi ha fatto capire che sarò promosso caposervizio quando tra poco il povero Grutchine sarà costretto a lasciare il posto.

LISA - Grutchine? Come mai? È ammalato?

VANIA - Malato? Ma ha un fegato grosso così!

LISA - Oh! L’hai visto?

VANIA - Non dir sciocchezze! Basta vedere il naso: grosso, rosso… alcolizzato, insomma! Bah!

LISA - Però te lo meriti, Vania, d’essere promosso capo servizio! Te lo meriti proprio!

VANIA - Oh! Se bastassero i meriti! Dove sarei a quest’ora, eh? (E protende in avanti le braccia per far vedere la strada che avrebbe già fatto) Ma c’è Valentinov, furbo come una volpe, che s’infilerebbe nella cruna di un ago pur di arrivare! E Mordov, quel cretino! Cretino, cretino, ma che ci posso fare io se ha lo zio direttore generale delle Poste! E tu parli di merito, mia cara! Sei ingenua… mica lo conosci, tu, il mondo d’oggi! Al merito si guarda per ultimo! (E tira un’altra boccata)

LISA - Mio caro, mio povero Vania… (e gli mette un braccio attorno al collo)

VANIA - Non che mi lamenti, eh! In fondo che mi manca? Ho una casa con tutte le comodità, ho una moglie che è… che è una delizia, ho un bel bambino, e una carriera davanti piena di promesse… e oggi, tesoro mio la, burocrazia è una forza, una vera forza!

LISA - (compiacendolo) Se è una forza! Di’ pure una potenza! Conosco gente che ti invidia, Vania.

VANIA - (oscurandosi un po’) Per questo ne conosco anch’io… (fissa la moglie) A chi alludi? Eh? No, parla chiaro…

LISA - Ma veramente… per esempio, la signora Pysckne, la conosci la moglie del violinista? Beh, non fa che dirmi: “Oh, se mio marito avesse come il vostro un impiego fisso, con i suoi bravi scatti, i suoi aumenti e alla fine una pensione sicura!”

VANI.A Deve essere una donna seria e con la testa sul collo. Son sicuro che lei non sta senza far niente e non perde tempo alla finestra come certa gente di mia conoscenza…

LISA - Ma lei ha quattro figli, un bucato che non finisce mai…

VANIA - Tu invece niente, eh? Tu hai tempo da perdere, eh? E così puoi startene alla finestra a guardare tutti quelli che se la spasseggiano qui sotto in carrozza, eh?

LISA - Ma no, Vania!

VANIA - Ho detto “spasseggiano”, e basta!

LISA - Ma ti posso giurare, Vania, che rivolgo un sorriso… e un saluto solo a quelli che conosco! Te lo giuro, tesoro!

VANIA - Non giurare! Non mi piacciono i giuramenti!

LISA - È per educazione, sì, educazione e gentilezza che saluto e sorrido!

VA!NIA Ah! Allora sarebbe stato per semplice educazione o, se vuoi, gentilezza, che… cinque anni fa ti sei fatta baciare sul collo, collo collo, qui, da Coco Chanelsckj al ballo dell’Amministrazione Comunale?

LISA - Ma scusami, Vania: se quell’… esuberante mi ave va spinta, dico spinta, in quel piccolo saloncino, senza un’anima viva e in penombra, che cosa potevo mai fare?

VANIA - Dargli un bello schiaffo, sputargli in faccia, a quel mascalzone…

LISA - Uno schiaffo al nipote del tuo Direttore? Mi sono frenata per te!

VANIA - Questo è vero… Ma quattro anni fa, nei giardini pubblici, dove l’infanzia gioca innocentemente, come mai tenevi il braccio, questo braccio qui, nudo…

LISA - Era estate, Vania…

VANIA - …questo braccio nudo attorno al collo di Chatkine, eh?

LISA - Ma lo sai, Vania, non ricominciamo! Lo sai che avevo preso una storta, qui… no, qua, a quest’altro piede, e ho avuto appena il tempo di sorreggermi… e poi di tenermi… e allora anch’io… ho dovuto… (E fa il gesto di cingere il collo con un braccio)

VANIA - Ma sì! Storie! E sulla barca, con Savirov, avevi preso una storta e stavi per cadere?

LISA - Stavamo per ribaltarci, te l’ho già detto! Dovevo pur aggrapparmi a qualcuno! È istintivo nel momento del pericolo! Viene spontaneo…

VANIA - E quando ti ho trovata, qui, su questo stesso divano, tra le braccia di Spitzberg, avevi forse paura di cadere o di annegare o di?

LISA - (umile quasi piangente) Oh, questo… questo è vero…

VANIA - (in piedi, ammonitore) Non hai pensato che sporcavi orrendamente il mio onore, eh, immacolato, eh?!

LISA - Ma che cosa potevamo fare di male, dimmelo tu Vania?

VANIA - Lo domandi a me?

LISA - (candida) Ma scusa, caro: eravamo qui, in una stanza dove tutti possono entrare e uscire senza nemmeno bussare, tutti, il bambino, la cameriera… La prova è che tu sei entrato liberamente senza che niente e nessuno ti abbia trattenuto! È vero o no?

VANIA - (ha un grido rauco) Aaah! Hai una risposta per tutto, tu! Va a finire che ti devo chiedere perdono io, in ginocchio, Santa Innocente? (Crescendo) Dimmi, allora: il Capitano Braun, l’anno scorso, durante la merenda, all’aria aperta. Che cosa hai da dirmi, su, avanti?!

LISA - (ribellandosi) Ah no, Vania! Questo non me lo devi dire! Questo non lo sopporto! La colpa del Capitano Braun è tua, solo tua!

VANIA - (ammutolito, poi strozzato) Miiaa?

LISA - (accusatrice) Tua. Ricordati com’eri quel pomeriggio: avevi bevuto un po’, non negarlo, Vania, t’eri attaccato al braccio del Capitano Braun e gridavi davanti a tutti, a tutti: “Sei il mio grande amico… siamo fratelli… prendi pure quello che vuoi… ti do il portafoglio, la casa, mia moglie… quello che è mio è tuo…” Invece della casa o del portafoglio ha scelto… tua moglie. È stato gentile, devo riconoscerlo. E poi basta, Vania! Abbiamo già parlato di tutto questo almeno cento volte! Abbiamo messo in chiaro ogni cosa e ci abbiamo anche messo una volta per tutte una belle pietra sopra! Ora non vorremo ricominciare!

VANIA - Ricomincio, invece! Ricomincio per dirti che la mia pazienza è finita! E ti avverto, Lisa, per l’ultima volta, l’ultima, che non sopporterò mai più… (Lei cerca d’interromperlo) … mai più.

LISA - (si mette a piangere senza singhiozzi, e ciò ferma la collera di Vania) Ma io sono sola… devi capirlo… sono troppo sola… e mi annoio, così sola… mi annoio… terribilmente…

VANIA - La signora si annoia? Allora tu saresti una vittima del tempo libero! Aoh! Ma perché non cerchi di trovare… una… ragione di vita, eh?

LISA - Quale? Dimmela! Dove?

VANIA - Dove, dove? Ma qui, tra le mura della tua casa… Tendine… centri… pizzi, che so… o dedicarti di più alla cucina… Tu sei brava quando vuoi: potresti fare, per esempio, quei piccoli patés di carne con funghi… o con le cipolline ben rosolate, però, come facesti quella volta…

LISA - Sì! Perché tu ti abboffi, ti conosco, sai?! In un mese tu diventi così! (gli fa il gesto della pancia) Tu, Vania, sei di quelli che assimilano tanto, e prendono subito peso. Già sei a ottantacinque; un mese di quei pranzetti e siamo a novanta e passa! Grosso così, con la pancia, te lo dico subito, io mi conosco, finirei, senza volerlo, per innamorarmi di qualcun altro. E non vorrei mai e poi mai arrivare a questo…

VANIA - (dolcemente, smontato) Non pensi che a questo, ehm? (La prende per la vita e comincia a farla ballare) Basta che tu veda un paio di calzoni… e ti gira la testa… ti dimentichi di tutto… Ma perché, dico io, perché? (La porta davanti allo specchio) Però quant’è bellina, quant’è graziosa questa donna sposata, questa madre di famiglia! Guarda lì, Lisa! E chi è? Ah, ah, ah! Sei un amore… E basta coi piagnistei… Asciugati, su… (prende lui il fazzoletto e un po’ goffamente le asciuga le lacrime e poi anche il naso) E basta, eh! Quel che è stato è stato! Al passato ci mettiamo davvero una pietra sopra, eh? Devi promettere, però! Giurare! Perché se dovesse succedere ancora sarebbe proprio la fine, ma sul serio, eh! La volta buona! Ti spedisco da tua madre! Anzi, ti ammazzo! Veramente! Ti ammazzo con queste mani! E non mi importa di niente! Il carcere a vita, la Siberia, niente! Io, ammazzo! Va bene, tesoro? Va bene? Ammazzo. Tu e lui. (DISSOLVENZA. Lisa, sul famoso divano, è tra le braccia di Michel che le bacia con grande amore le mani e poi, a uno a uno, le dita)

MICHEL - Qooh! Ti amo, ti amo e ti amo!

LISA - Ma che tesoro sei!

MICHEL - (abbandonandosi al momento poetico) “Anche la mosca è felice nel sole. Tu sei il mio sole, io la tua mosca!”

LISA - Quanto sei divertente!

MICHEL - Dico sul serio, sai Lisa. Le mosche muoiono in autunno, e anch’io sono come loro… senza di te mi estinguo.

LISA - Ma se hai una salute di ferro!

MICHEL - Però ho anche un cuore, Lisa.

LISA - (gli mette una mano sul petto) Uuumh, come batte.

MICHEL - Se mi lasci, si ferma. Parola.

LISA - Ma chi ti vuol lasciare. Non ci penso nemmeno. Stiamo così bene insieme!

MICHEL - Senti, Lisa. Ascoltami bene: dobbiamo parlare seriamente di noi tesoro mio. Un amore come il nostro non può vivere e crescere nella confusione, nell’incertezza e soprattutto nella menzogna.

LISA - Non sei contento di così come siamo?

MICHEL - Adesso, sì! In questo momento, perché ti sono vicino. Ma quando tu non ci sei?

LISA - Quando non ci sei, ti aspetto. Non ci vediamo tutti i giorni?

MICHEL - Ma non mi basta! Ho bisogno di averti ogni minuto. Io mi conosco: sono un passionale, un possessivo, un esclusivista e un geloso! Non posso assolutamente dividerti con un altro. No!

LISA - (che ha la lacrima facile) Cattivo! Cattivo! Cattivo! Ne ho forse colpa io della… situazione?

MICHEL - No, Lisa, per piacere, per carità!

LISA - Tu complichi sempre tutto!

MICHEL - Ma no! Al contrario: faccio di tutto per semplificare e render chiaro. Bisogna parlare con tuo marito. Metterlo francamente al corrente della situazione, chiedergli lealmente di lasciarti libera, e partire insieme per costruirci una nuova vita.

LISA - Già, tu fai presto a dirlo!

MICHEL - Lo so, lo so che non è facile, ma…

LISA - È impossibile, Michel! Tu non conosci Vania, per questo parli!

MICHEL - Che cosa potrebbe fare, sentiamo. Se si parla da uomo a uomo.

LISA - Tu non immagini nemmeno che cosa sarebbe capace di fare un uomo come lui! Non solo è forte, ma è anche violento. E quando perde la testa è capace di tutto! Di tutto, ti dico! Capace di ammazzarmi, di strangolarmi…

MICHEL - Ah! (riflessivo) Bada bene, Lisa, che in un certo senso lo capisco.

LISA - Come?

MICHEL - Se provo a mettermi al suo posto, si fa così per dire, io lo capisco. In fondo, gli porto via la moglie. Ti ama… molto!

LISA - Oooh! Da non credersi!

MICHEL - Allora mi rendo conto. Se ti ama è terribile. È peggio che ammazzarlo.

LISA - Te l’ho detto! (una breve pausa) Perché non continuiamo così come adesso?

MICHEL - E tu potresti?

LISA - Beh… si può provare…

MICHEL - Nooo! Neanche per sogno! Io mi rifiuto! Non c’è che una soluzione: la fuga. Tu sei mia e io ti porto via col diritto che mi viene dall’amore! Stasera stessa, sai, prendiamo il treno, e via, andiamo all’estero. Poi gli scriverai per spiegare, per chiedergli perdono del tuo gesto… Col tempo, sai, le piaghe si rimarginano e la verità finisce sempre per trionfare.

LISA - Non mi piace scappare all’estero.

MICHEL - Andremo in Crimea. Ti piace la Crimea? Io ho una villa in Crimea, sul mare, al sole. Potrai distenderti, abbronzarti finché vorrai… sarà magnifico, devi credermi, Lisa…

LISA - Sì, ti credo… potrà essere anche magnifico… (ma si mette a piangere)

MICHEL - Ma cosa c’è? Perché ricominci a piangere?

LISA - (tra le lacrime) E Vania? Non ci pensi a Vania? Come resterà? E Griscia? Il mio piccolo Griscia? Ci pensi come saranno tristi, eh? (E ripiange)

MICHEL - Dio mio, Dio mio! Credi che non mi si spezzi il cuore? Ma che ci possiamo fare? Che colpa ne abbiamo noi se l’amore…? È colpa dell’amore, e allora devi capire, che l’amore scavalca tutto, giustifica tutto, e ci dà anche la sua benedizione! Pensa a Tristano?

LISA - (cercando di ricordare) Tristano?

MICHEL - Ma sì, Tristano! (un tempo) Tristano e Isotta.

LISA - Aaah!

MICHEL - Noi siamo come loro, io Tristano e tu Isotta. Abbiamo bevuto il filtro magico, e non ci possiamo far niente! (E l’abbraccia con vivacità amorosa. Ma all’improvviso, come se fossero stati toccati dalla scossa elettrica, si sciolgono e si allontanano: sulla porta è apparso Vania. Li ha visti o no? Che succederà? Questo devono domandarsi i due amanti. Una pausa. Vania ha continuato a guardarli, poi avanza verso Michel)

VANIA - Buongiorno.

MICHEL - Buongiorno, Ivan Petrovich.

VANIA - Come va? State bene?

MICHEL - Bene, grazie. Il tempo mi dà un po’ fastidio, ma…

VANIA - Già! Questo tempo instabile, direi capriccioso…

MICHEL - Ben detto, proprio ben detto: tempo capriccioso!

VANIA - Non si sa più cosa mettersi: se metti la giacca pesante sudi, provi a mettere qualcosa di leggero e rischi di prendere il mal di gola! Puah! Un tempo schifoso! D’altra parte noi viviamo, si può dire, in mezzo allo schifo! Sì o no?

MICHEL - Come no! Siamo in un momento in cui tutti i valori…

VANIA - Potete dirlo! Siamo sull’orlo della svalutazione.

MICHEL - Ma io parlavo dei valori morali…

VANIA - Oh, quelli sono già svalutati al massimo!

MICHEL - Oh sì, si è vero: non si sa più che dire… Stavo proprio uscendo quando voi siete entrato… Non vorrei giungere in ritardo, e dunque vi saluto… No, non disturbatevi… rimanete lì… Arrivederci… (Ed esce sveltamente come se si aspettasse di essere colpito da un momento all’altro alle spalle. Lisa, più morta che viva, guarda di traverso il marito cercando di immaginare; che cosa l’aspetta. Un lungo silenzio carico di minacce)

VANIA - Viviamo in mezzo allo schifo… E non si fa niente nemmeno per nasconderlo! No, è là! Che lo vedano tutti! (E indica il divano con la mano tesa) Il pudore è sparito. Bada bene che io me l’aspettavo, sai, me lo aspettavo! Mah! Avevo ancora una speranza, ma adesso è ormai chiaro, adesso ho toccato con mano! Mascalzone, mascalzone! E in più adesso, c’è anche la rabbia di dover dire: però l’avevo previsto! Bella consolazione, ah, ah, ah! Lisa, mi stai a sentire sì o no?

LISA - Ma certo, Vania… vuoi che non ti stia almeno a sentire…

VANIA - Ma che cosa potevo fare, dimmelo tu? Come potevo impedire? A chi mi dovevo rivolgere, eh? A te, no, beninteso, e allora? Mordov aveva alle spalle lo zio, il Direttore Generale delle Poste! Non ha nemmeno aspettato la fine di Grusckin, no, anzi, gli ha dato un bel calcio nel sedere al povero moribondo. Bella gente! Che passa per sensibile… per delicata… gente che ha gli scrupoli! Assassini! Col fegato che aveva… puah… gliel’hanno spappolato, al poveretto!

LISA - (che si è ripresa) Credi proprio che sarà nominato al posto tuo?

VANIA - Otto probabilità su dieci, e sono ottimista. Aaah! Sono disgustato, sono… sono a terra, va bene? A terra! (e si butta a sedere)

LISA - Povero Vania, che cosa possiamo fare…

VANIA - Ero così abbattuto che mi ha fatto piacere incontrare Michel. Se avessimo potuto parlare un po’ assieme sono sicuro che avrebbe capito la situazione, e l’ingiustizia nera! Lui, oltre tutto, ha molte relazioni, è ricco, è pieno di possibilità… (rallenta a poco a poco) A proposito, che cosa voleva?

LISA - Ti cercava!

VANIA - Mi cercava… e quando arrivo se ne va via come una lepre?

LISA - Se era in ritardo…

VANIA - Ma come in ritardo? Viene a cercarmi, arrivo e lui è in ritardo?

LISA - Quando è arrivato non era in ritardo, ma aspetta aspetta… naturalmente il tempo è passato ed è dovuto scappare! Mi pare logico, no?

VANIA - Allora era qui da…? Quanto tempo?

LISA - Il tempo che ci vuole per essere in ritardo!

VANIA - Ah! E che avete fatto?

LISA - Che vuoi che abbiamo fatto?!

VANIA - Sì! Che avete fatto?

LISA - Si parla, no, con la gente che viene a trovarti, si discute…

VANIA - Di che? Dimmi di che?!

LISA - Ha tentato di spiegarmi quel che ti voleva dire…

VANIA - Cioè?

LISA - Non ho capito bene, ma mi sembrava una cosa importante… Sarebbe anzi opportuno che tu cercassi di incontrarlo per fartelo dire…

VANIA - Spero molto in te per questa opportunità! (Proprio in questo momento Michel irrompe nel salotto: sembra fuori di sé, trema, agita le mani, ha il tono febbrile di chi è deciso a tutto)

MICHEL - Non ho potuto resistere, Ivan Petrovich! Vi chiedo scusa, ma così non può durare! (Lisa spaventata è balzata in piedi e si è andata a rintanare in fondo al salotto, quasi volesse ripararsi dagli effetti di quel che sta per succedere) Anzitutto, vi prego di credere che sono un uomo onesto, e oltretutto ho per voi… della stima e molto rispetto… dunque dobbiamo avere una spiegazione a cuore aperto. In una parola: l’amo. Potete chiamarlo come volete, ma… È la verità, e la verità va detta, eh, sì, succeda quel che succeda! Io l’amo, e sono riamato… cioè, anche lei mi ama. A questo punto, moralmente, si potrebbe sostenere che non è già più vostra moglie. E allora, continuare così, come adesso, vorrebbe dire far la commedia, una disgustosa commedia! Dunque, dobbiamo trovare una soluzione ragionevole. E vi pregherei anzitutto di considerare la situazione da un punto di vista umano. Da una parte c’è la famiglia cosiddetta legittima, lo ammetto, lo riconosco, la legge è sempre la legge, e io m’inchino; dall’altra c’è l’amore, E l’amore non è uno sbaglio né un pretesto: l’amore è, per così dire, la tempesta e la follia, anzi come qualcuno ha detto “una folle tempesta”, il che è anche bello a dirsi!

VANIA - (ha dimostrato dapprincipio di non capire, poi è sinceramente stupefatto, e alla fine è come impietrito, senza parole)

MICHEL - Ridatele la libertà, consentitele di venire con me, lasciate che si unisca all’uomo che veramente ama. Se farete questo, se avrete la sublime generosità di… Per tutta la vita, quant’è lunga, sono ancora abbastanza giovane, beh, per tutta la vita vi considererò il mio benefattore. (Vania tace) Ivan Petrovich, lo so, vi capisco, volete che non vi capisca, è crudele, è tremendo, voi siete la sola vittima., ma proprio da voi aspettiamo il gran gesto! Io, credetemi, sono pronto a tutto! Se mi date Lisa… potrete chiedermi quel che volete… anche la vita… no, la vita no, ma… insomma, tutto quel che chiedete vi sarà dato… non so che cosa offrirvi… centomila rubli, per esempio… centomila rubli? (La parola gli muore sulle labbra; è spaventato della proposta che ha fatto: Lisa è morta di terrore, Vania è diventato sempre più cupo e il suo silenzio è davvero spaventoso. Nessuno fiata per un lungo momento)

VANIA - (sordamente) Trecentomila.

MICHEL - (che non sa cosa pensare) Come dite?

VANIA - (a denti stretti) Ho detto: trecentomila rubli. Prendere o lasciare.

MICHEL - (fuori di sé) D’accordo! Lisa: fa la valigia, che vado a prendere il denaro. (E fa per andarsene)

VANIA - Ancora una parola. (Michel si ferma sulla porta) Il bambino, Griscia, resta con me. Intesi. Voglio educarlo a modo mio.

MICHEL - (guardando Lisa) Io… non ho niente da obiettare. È tra voi che dovete accordarvi…

LISA - (tace per un po’ e sembra riflettere, poi dice) Potrò almeno vederlo?

VANIA - Quando vorrai. (A Michel) Allora?

MICHEL - Entro un’ora avrete i soldi. (E se ne va velocemente. I due sposi si guardano, sono uno di fronte all’altra)

VANIA - Sei contenta?

LISA - Ancora non lo so…

VANIA - (senza voler fare minimamente dello spirito) L’ho capito, sai: ti sacrifichi perché tuo marito e tuo figlio non abbiano più preoccupazioni… (DISSOLVENZA. Una terrazza alta, quasi a strapiombo sul mare. Non si vede che il cielo azzurro e terso; ma i personaggi, sporgendosi dalla ringhiera, possono vedere la baia, le barche, la distesa delle ville e dei giardini. Siamo nell’ora ferma e opaca che precede di poco il calar del sole. Nella terrazza ci sono sedie di vimini e un tavolo. Michel, dopo aver baciato lungamente Lisa, va alla tavola e si versa un bicchiere di kefir che sorseggia lentamente assaporandone il gusto. Lisa è appoggiata alla balaustra e guarda le ville, sotto)

MICHEL - È delizioso, Lisa, questo kefir; e per i polmoni, è la manna! Prendine anche tu, amore mio…

LISA - Tesoro, io non ho niente ai polmoni, sai?

MICHEL - Neanch’io! Ma serve a prevenire. Siamo così esposti al contagio! Tutti! Sapessi! La tisi galoppante non è mica un’invenzione… ho visto persone che sembravano fiori di salute, e hop, si consumavano come ceri in chiesa!

LISA - Non sei affatto allegro, tesoro mio. Ti dispiace cambiar discorso? Vieni a vedere, stanno arrivando dei nuovi proprietari della villa di fronte… quella tutta bianca… Vieni a vedere…

MICHEL - Sì, ma prima dammi un bacio!

LISA - (tenera) S’è mai visto un amore come il nostro? Ho già avuto più baci da te di quelli che ha ricevuto in tanti anni l’icona miracolosa d’Iversk!

MICHEL - (abbracciandola e stringendola a sé) Tu sei la mia icona! Sei proprio divina!

LISA - (che continua a guardare oltre la terrazza dalla spalla di Michel) Anche un piano a coda! Ma guarda!

MICHEL - Che piano?

LISA - Lo portano adesso alla villa bianca, eccolo! Dopo le casse, le valigie, i pacchi a non finire… anche il piano!

MICHEL - Può darsi che l’abbiano ceduta a un gran pianista. Bisogna informarsi.

LISA - Pianista o no, certo dev’essere gente ricca, molto molto ricca. Se tu avessi visto, Michel: sono arrivati con un coupé a due cavalli bianchi, belli come cigni!

MICHEL - Tesoro, avrei potuto darti i cavalli più belli del mondo! (le si avvicina, l’accarezza) Ma dovevo scegliere, e ho scelto te! A qualunque prezzo! (la bacia ancora) Sei almeno felice?

LISA - Molto, molto felice. Tu sei così caro, Michel, così delicato…

MICHEL - Non rimpiangi proprio niente? Dimmelo, Lisa.

LISA - Qualche volta mi preoccupo un po’ di mio figlio, di Griscia: cosa farà adesso, dove sarà, ma mi basta pensare che non gli manca niente perché ogni ombra passi. Per merito mio avrà sempre tutto quel che vuole! E per una madre è una gran consolazione!

MICHEL - Scusa, come per merito tuo?

LISA - Beh, in un certo senso è così: in cambio di sua madre, diciamo della mia persona, ha avuto…

MICHEL - È vero, è proprio così. Non ci avevo mai pensato, in questi termini crudi: io, in fondo, ti ho comprata come si compera della merce. Oh, scusami, Lisa, sento che è una volgarità imperdonabile…

LISA - Ma perché, mio caro, voler nascondere la realtà? In fondo è stato per il bene di tutti.

MICHEL - Dici di tutti? Tu credi proprio che il denaro che ho dato a tuo marito l’abbia interamente compensato del dolore di averti perduta?

LISA - Questo non te lo saprei dire con certezza, ma…

MICHEL - Non c’è dubbio che ha accettato pensando all’avvenire del bambino! (scuote la testa) E adesso noi siamo qui liberi, pieni di gioia, circondati da questo splendore di mare, di colori… e lui, poveretto, in che situazione sarà? Ti giuro, Lisa, che qualche volta me lo sogno di notte. Io sono fatto così. Dimmi, era un uomo che beveva?

LISA - Normalmente.

MICHEL - Normalmente, ma quando l’angoscia ti fa perdere… l’equilibrio, eh, è facile, facilissimo mettersi a bere per dimenticare. E allora si fa presto ridursi uno straccio. Ah! Senti, Lisa: perché non gli scriviamo? Una lettera affettuosa, umana, perché abbia la sensazione che non è del tutto solo, proprio abbandonato, ma che noi, che siamo felici anche per merito suo, non lo dimentichiamo, anzi… Eh? Che ti pare, tesoro?

LISA - Se tu credi, perché no… (Ed ecco, quasi a risposta, una voce gioviale e sonora si fa sentire e dopo un momento appare proprio Vania. È vestito da villeggiatura, elegante, bemportante, sicuro, perfino superiore e distaccato)

VANIA - E come va la bella coppia, eh? (Lisa e Michel hanno avuto un soprassalto che non son riusciti a contenere) Non direte che non è una sorpresa?! Doppia! Anche per me! Ero lontano le cento miglia dal pensare che vi avrei trovato proprio qui! È il caso! Ma questo è il paradiso… Non vi sembra il colmo, ritrovarci in Crimea tutti insieme dopo tutto quel che è successo, e per di più vicini di casa! E poi si dice il destino!

LISA - Dimmi di Griscia. Vania…

VANIA - È qui con me, naturalmente! E te lo mando subito, che tu possa vederlo! Stiamo di fronte a voi! La villa bianca, stiamo lì.

LISA - Allora il piano… il piano a coda, è vostro?

VANIA - Di Griscia! Che credi, ho fatto di tutto per la sua educazione, per la sua cultura. Niente da rimproverarmi, Lisa, ah, proprio no! Il Principe Ter-Gaimazov, un armeno straordinario, mi ha ceduto la sua governante francese appena ha conosciuto Griscia, una donna di primissimo ordine, raffinata… (si sente suonato al piano un celebre valzer di Chopin) È lei la maestra di piano di Griscia… senti… senti l’artista? E poi, che t’ho da dire, quella donna sa far tutto, quando dico tutto! Un portento! Griscia è in buone mani!

LISA - Ma tu, Vania, tu come stai?

VANIA - Non mi vedi? Io direi bene e a te che sembra?

LISA - A vederti, davvero molto bene. Ma sai che stavamo proprio per scriverti quando… quando sei apparso?

VANIA - Ma no! Come scrivermi?

MICHEL - Scrivervi: un saluto, un pensiero.

VANIA - Oh, grazie! Non è da molti avere un pensiero così gentile! Sentite, perché allora non venite da me domani, ho invitato un po’ di gente per l’apertura della villa… facciamo un po’ di festa.

MICHEL - Grazie, grazie… Forse Lisa, anzi, lei verrà certamente…

LISA - E tu no?

MICHEL - Beh, io… io veramente in questi giorni, non mi sento affatto in forma, non so cosa sia…

VANIA - Ci credo, perché guardandovi, prima, mi son detto: ma che cos’ha? Non mi sembra più lui! Spero che non sarà niente… forse piccoli disturbi di ambientazione, eh? (Con una specie di tenerezza) Direi che è un po’ delicato, il nostro giovanotto, eh Lisa?

LISA - Ha una salute un po’ delicata.

MICHEL - Ma no. È una semplice indisposizione passeggera…

VANIA - Su, su che l’avvenire è vostro! E io, scusatemi, devo proprio andarmene. Ho promesso una partitina di croquet al principe e non posso farlo aspettare troppo… (si allontana) Ma lo sapete che non ho un minuto di libertà nemmeno qui dove son venuto per riposarmi? È incredibile come la gente si diverta, mai un minuto

fermi… mai, mai… (torna a voltarsi) Lisa, allora ti aspetto domani… non ti dimenticare, che c’è gente importante! (esce)

LISA - (con slancio) T’ho già detto di sì, che vengo!

VANIA - (rimettendo la testa dentro) Vedrai scorrere lo champagne… si gioca, si balla… e, che t’ho da dire, si ride sempre, ma sempre, non so nemmeno io come si possa ridere tanto… Aufwiedershen! (E stavolta se ne va veramente)

MICHEL - (scuote la testa con commiserazione) Poveretto!

LISA - Dici?

MICHEL - Cerca di darsi un tono, poveretto, e ci riesce anche abbastanza bene, ma che vuoi…

LISA - No no! A me è invece sembrato un gallo, un vero gallo!

MICHEL - Ma s’è mai saputo che cosa pensa il gallo?

LISA - Oooh, Vania io lo conosco bene, Vania, e ti posso dire…

MICHEL - Lisa, parliamoci chiaro: vederti e rendersi conto che non gli appartieni più… Rispettiamo almeno la sofferenza di un marito abbandonato dalla moglie! Di fronte alla gente che soffre, chiunque essa sia, io, Lisa, mi tolgo il cappello. Dammi un bacio, colomba! Su, vieni… (Si baciano brevemente)

LISA - (sciogliendosi e allontanandosi) Perché non mi avevi detto che non ti senti bene?

MICHEL - Ma sto benissimo, tesoro. Soltanto non posso in presenza dei suoi amici andare a casa sua e schiacciarlo anche col peso evidente… della mia felicità! È, oltretutto, una questione di stile, no? (DISSOLVENZA. Un angolo di giardino. Il sole sta per tramontare. Vania e Lisa)

VANIA - E non piangere, Lisa, è sciocco.

LISA - Lo so anch’io che è sciocco, ma non lo faccio mica apposta! (Tira su col naso) Sono stufa di questa vita è tutto qui.

VANIA - Vuoi che non ti capisca! È stato un sacrificio al di sopra delle tue forze.

LISA - Riportami via.

VANIA - E come faccio? Con che diritto, oltretutto? Ho accettato il denaro, e adesso sei cosa sua. Proprietà sua.

LISA - Se tu sapessi come m’annoio! Ma quanto! Senti la mia giornata: beve del kefir, non fa che coprirmi di baci… Ti dico ogni tre minuti, di orologio… mi bacia dalla testa ai piedi… È diventato insopportabile! Ne ho la nausea. È come il miele.

VANIA - Non è male il miele. È perfino delizioso.

LISA - Nooo! S’attacca dappertutto!

VANIA - Anche questo è vero. Però prima avevo l’impressione che ti piacesse il miele. E non è poi passato tanto tempo!

LISA - (spontanea) Era divertente perché lo prendevo di nascosto! (Accorgendosi della gaffe) Oh!

VANIA - (ritrovandola quella di prima) Eeeh, Lisa, Lisa, sei sempre la stessa! Adesso, pero, io non ho più da preoccuparmi.

LISA - Perché, non mi ami più?

VANIA - Ma sì, sì; però non tocca più a me, adesso, farti le prediche.

LISA - E perché?

VANIA - Non vorrai dirmi che ne hai la nostalgia?

LISA - Sì, invece! Proprio la nostalgia. Mi sentivo protetta, allora, quando mi sgridavi e mi scrollavi un po’… Sentivo che in fondo mi faceva bene!

VANIA - Ah, le donne! Saprete mai quel che volete?

LISA - Oh, adesso io lo so quello che voglio. Partire con te e Griscia. Dopo tutto sono tua moglie, e Griscia è il mio bambino.

VANIA - Certo che davanti a Dio sei mia moglie… ma… ma ci sono i “trenta denari”.

LISA - Restituiscili, che sarà mai!

VANIA - Non li ho più. Non immagini nemmeno come ho dovuto maneggiarli e farli ballare quei soldi!

LISA - (rimettendosi a piagnucolare) Come si fa allora? Come si fa?

VANIA - Credi che non abbia voglia di abbracciarti, portarti via, lontano, in capo al mondo?! Ma siamo prigionieri. (Una pausa) A meno che… se tu credi… Potremmo vederci di nascosto… una volta ti piaceva, no? Allora le notti in cui sei sola… io potrei venire da te, e…

LISA - (divertita) Credi di potercela fare… arrampicarti… salire dalla finestra…

VANIA - (gonfiando un po’ i muscoli) Oooh, non è mica difficile… mi attacco così… mi tiro su a forza di braccia… eee, hop! Mi trovo nel tuo letto!

LISA - Oh, sì, oh sì, oh sì, Vania! (DISSOLVENZA. Un salotto di Vania, elegante. Vania e Michel)

MICHEL - Ecco qua. Ancora di fronte per parlarci chiaro.

VANIA - Di che si tratta?

MICHEL - Un momento: premetto che avete il diritto di rifiutare, però… però in ogni caso Lisa non deve saper niente di questo nostro incontro e della mia proposta. Posso contare sulla vostra discrezione?

VANIA - Sì, sì, però veniamo ai fatti.

MICHEL - Noi siamo straordinariamente felici, io e Lisa. C’è solo un’ombra. Il rimorso…

VANIA - Che rimorso?

MICHEL - Beh, per chi ci prendete? Per degli incoscienti? Noi sappiamo bene quel che abbiamo fatto.

VANIA - Fatto a chi?

MICHEL - Eh, no. non potete scherzare su questo punto! Capisco Lisa, la capisco benissimo… Comprendo il sentimento che ha conservato per voi… Però mi ama, di questo non ho dubbi!

VANIA - Benissimo. E allora?

MICHEL - Perché voi invece dubitereste?

VANIA - Io? Non ho elementi, scusate.

MICHEL - No, perché… è bastato che voi, quel giorno, qui in Crimea, appariste e subito la “colomba” si è fatta più gaia, svolazzante, come dire? Passeggiate, giochi, festicciole sempre in vostra compagnia!

VANIA - Ma col vostro consenso.

MICHEL - D’accordo. Però io soffro. Soffro egualmente.

VANIA - Ma di che soffrite?

MICHEL - Ecco il punto! Voi non potete farci niente, ve lo dico subito. D’altra parte non ho niente da rimproverarvi. La vostra condotta è impeccabile, ma… Ecco, fate attenzione, per piacere: Lisa è la mia vita. Siamo d’accordo, no? Se Lisa mi lascia, io sono morto. Morto, fisicamente! Per darvi un’idea: ogni volta che mi lascia solo, soffoco, vengo meno.

VANIA - E allora?

MICHEL - Ecco, vorrei concludere.

VANIA - Bravo.

MICHEL - Vorrei chiedervi di andarvene di qui. Andarvene altrove. Lontano. Possibilmente, molto lontano.

VANIA - Ma, dico: siete matto? Ho appena comprato questa villa, mi ci sono appena appena sistemato, e voi? E poi le spese? Ma sapete quel che m’è costato?

MICHEL - Ma che discorsi! Questo è sottinteso: io vi rimborso tutto, prendo tutto a mio carico…

VANIA - Ma come si fa! E poi non è solo il denaro… Mi piace la villa, mi piace la Crimea, mi son fatto molti amici… insomma!

MICHEL - Capisco, capisco tutto! Lo so che vi chiedo un nuovo enorme sacrificio: allontanarvi una seconda volta da Lisa quando il caso… sì, il caso, vi aveva in qualche modo riuniti di nuovo… È crudele, lo so!

VANIA - Ma dove vorreste che andassi?

MICHEL - Non so nemmeno se posso osare… Ho una proposta, ma chissà se vorrete accettare…

VANIA - Spiegatevi almeno, che io possa valutare, per così dire…

MICHEL - Io, vedete, mio caro amico, ho una proprietà, una vasta proprietà nella regione di Tsernikov… c’è il parco… giardino, orto, un magnifico frutteto di ciliegi… e poi campagna… campagna a perdita d’occhio. Vedete?

VANIA - Mi sforzo…

MIOHEL Ve la do, ve la regalo; tutto, tutto vostro!

VANIA - Ma… come faccio…

MICHEL - Non rifiutate, vi scongiuro! Accettate. È una proprietà oltre che bellissima, anche piena di risorse. Per voi, soprattutto per voi…

VANIA - Perché per me?

MICHEL - Perché voi siete un organizzatore nato, me ne sono reso conto; e son sicuro che voi potrete distrarvi dal vostro dolore… Ditemi di sì, che accettate, e le terre e le case sono già vostre. Solo una promessa dovete farmi. Non chiedo niente di scritto, mi basta la vostra parola: giurarmi che non la rivedrete mai più. E basta.

VANIA - Affare fatto. Giuro!

MICHEL - Ivan Petrovich, voi non siete un uomo, siete un angelo! Siete il mio benefattore. Che Dio vi benedica! (BUIO. Un valzer lento, malinconico, pizzicato dalla chitarra. Il valzer continuerà come sottofondo anche durante il monologo di Michel; il quale appare nella vaga luminosità della scena che dovrebbe perdere ogni contorno realistico. Michel viene avanti, verso il proscenio, può a un certo momento sedersi e dire con voce staccata, rassegnata il resto della storia)

MICHEL - Ma Lisa, due mesi dopo, è corsa a raggiungerlo. L’avevo capito.

E forse anche voi.

Con Vania in fondo si divertiva.

Con me e il mio amore

s’annoiava da morire.

Se n’è andata

e io sono rimasto nella villa di Crimea.

Non mi davo pace: chiamavo, urlavo il suo nome.

Ho anche pianto.

e poi…

Ho fatto quel che fanno tutti nella mia situazione:

Mi sono messo a bere.

Ho bevuto, ho bevuto.

Non sono morto, e non mi sono nemmeno ammalato.

E… e ho ricominciato a girarle attorno,

a Lisa, a Lisa,

girarle attorno come una mosca.

Uh, mi hanno accolto a braccia aperte

come amici, anzi. come fratelli!

Gente straordinaria, credetemi!

Vania aveva fatto miracoli con la proprietà!

La terra, i raccolti, le case…

Oh, si vede, si sente la ricchezza!

E anche Vania

E anche Lisa

E anche Griscia

era un piacere a vederli!

Belli, sani, allegri, senza pensieri.

Contenti, ecco proprio contenti!

E allora mi sono fermato anch’io.

Qui, finalmente, ci sto proprio bene.

La vedo quando voglio

respiro la sua stessa aria

e alla sera suono un po’ di chitarra…

(un accordo lentissimo)

In questo momento,

resti tra noi,

è Vania che l’annoia un po’.

E così c’incontriamo come prima,

ma sempre di nascosto.

Si ritorna alle origini, eh?!

(accordo)

Se sono felice?

Beh, non saprei…

E lei, lei almeno è felice?

È difficile dirlo, sapete…

(accordo)

Si è un po’ ingrassata, non c’è dubbio

Anche di viso.

Quel suo faccino delizioso

ve lo ricorderete

adesso sembra un po’ quello di una piccola foca

Ma mi piace lo stesso

l’amo lo stesso

Anzi!

Anche il suo carattere è un po’ cambiato

Ma io l’amo lo stesso!

Anzi!

Sarà tenerezza

O abitudine? Mah!

(un altro accordo)

Voi credete che l’amore si consumi?

No, sono gli uomini che si consumano!

L’amore no!

(con slancio improvviso)

No, perché l’amore è la sorgente della vita stessa.

È generosità… è… è tutto!

L’amore è splendido

È eterno!

(si ferma. Un accordo finale)

Credete a me, mi dovete proprio credere.

SIPARIO

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