Ottobre a Parigi

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OTTOBRE A PARIGI

Film atto unico

di ELISABETH MANN BORGESE

Traduzione dì Celestino Elia.

PERSONAGGI

KADER

MOHAMED

ABD-EL-KADER

ABDALAH

DJABALLAH

HOCINE

SALAH

TAHAR

MOKTAR

BAKIR

AHMED

PAULETTE

OMAR

MAMAR

IDIR

AMAR

BALKALEM

AICHA

FARIDAH

HABIBAH - AMRANE - BELMEL

IL PADRE

MUSTAFA’ - AIT - ALI’

LA SIGNORA F. - LA SIGNORA R.

ALTRI

Commedia formattata da

Interpretazione: La popolazione algerina di Parigi. I manifestanti parigini dell'S febbraio 1962.

Schermo vuoto. Buio. Un vociare indistinto. Molte voci di uomini. Poi, nitidamente, la voce di Rader.

Kader                              - (voce fuori campo) Vorrei dire qualcosa prima che inizi questo film. Sono un algerino, il mio nome è Kader. Conosco molto bene quello che state per vedere e tutto ciò che ascolterete. Tutta la guer­ra d'Algeria l'ho vissuta a Parigi. Tutto, in questo film, è vero. Ma è anche vero che dei francesi hanno fatto questo film: li conosco molto bene e non li di­menticherò mai. (Sulle parole di Kader, un piano della Senna, illuminata dal sole, in un tardo pomerig­gio di primavera. Sotto un ponte scivola un vaporet­to. Una musica limpida accompagna la voce di Hamid)

Voce di Hamid                - (fuori campo) Quando venni in Francia, m'avevano detto giù nel bled: "La Francia è il paese della libertà... (Appare l'immagine di Hamid. È un giovanotto. Indossa un camice bianco. Va e viene in mezzo alle macchine-utensili di una piccola fabbrica) ... Vacci laggiù, vedrai che... ti ci troverai certamente bene; nessuno ti farà del male. I francesi sono gentili, non sono mica gli stessi di qui." (Sull'immagine di Hamid s'innesta l'immagine di Idir. È un ragazzo sui vent’anni con un maglione a quadri)

Idir                                  - Ci sono molti amici che vengono qui, in Francia; amici che conoscevo già da prima. E quan­do tornano al paese, raccontano che... Be', la bella vita, il cinema, la macchina... (mentre Idir racconta si vedono scorrere le immagini del Boulevard Saint-Michel: le gambe delle ragazze, che tiran via di fret­ta... Poi, un movimento di macchina verso l'alto, giu­sto per dare una sbirciata all'insegna di un cinema,^ con la scritta a caratteri cubitali, Ben Hur. Fuori campo la voce di Idir) ... la macchina... le ragazze, in giro a spasso... (Sulle ultime parole di Idir riap­pare l'immagine delicata della Senna, lo sfavillio del sole che vi si riflette, il vaporetto. Poi... d'un tratto: l'immagine del fiume, limaccioso e cupo, che irrompe da un punto all'altro dello schermo. Stacco sonoro)

Mohamed                        - (primo piano, un tipo sui trent’anni con i capelli cortissimi) La polizia m'ha buttato nella Senna.

Abd-el-Kader                  - (in primo piano: è abbastanza giovane, porta grossi occhiali dalle lenti spesse) A me, la polizia mi ha picchiato.

Abdalah                    - (in primo piano: un tipo sui trentanni, con i baffetti) Sono stato torturato dagli harkis!

Djaballah                         - (in primo piano: un uomo di trent’anni dal volto attonito... Quando parla chiude gli occhi) Sono stato picchiato dai flics della Vigie?

Hocine                             - (in primo piano: un uomo di quarant’anni dal volto scarno, le guance incavate) Sono stato torturato dagli harkis. M'hanno messo la bottiglia!

(Primissimo piano di un volto di donna. Un'algerina dai tratti d'adolescente, Malika. Rapida carrellata in­dietro sino ad inquadrare Malika in plano medio: la ragazza è in una strada di Parigi, lungo un ruvido muro di selce. Lancia un grido tremendo. Primissimo piano di un'altra algerina: è giovane, bella nel suo volto tragico, Hafga. Anche lei getta un grido sgo­mento. Di nuovo una rapida carrellata indietro sino ad inquadrare Hafga in piano medio. Ora ha un movimento improvviso: si mette a correre all'impaz­zata lungo lo spesso muro di selce. Nella precipita­zione le si sfila dal piede una scarpetta. Carrellata in avanti sulla scarpetta. Dissolvenza: un mucchio di scarpe ammonticchiate alla rinfusa, tra cui una targa stradale con la scritta Boulevard Poissonière. Su quest'immagine cominciano i titoli di testa. Poi uno stacco. Una camera d'affitto in un meublé del quartiere arabo della Goutte d'Or. Quattro uomini sono seduti su un letto. Tra loro, Bachir e Moktar. Tahar, un tipo sui trentanni, con i baffetti, è il primo a parlare. Muove appena le labbra)

Tahar                               - Sapessi tutto quello che abbiamo sofferto da quando si è in Francia. C'è niente da ridere... e questo mica lo dimentico, sa! tutto quello che ho sofferto... Gli harkis ci hanno mezzo accoppati. La polizia francese mi ha arrestato. Pure loro m'hanno mezzo accoppato, ma gli harkis ce l'hanno fatta la festa che è un piacere. Ci strizzavano gli organi, ci pigliavano a calci in faccia, sui fianchi, e la gente la... la spingevano, giù a sedere! sulle bottiglie... Anch'io. M'hanno schiacciato i genitali, senza complimenti... Sono stato nove giorni all'ospedale. E che? mica la si dimentica quella gente li.

(Un'altra camera d'affitto. Su un canapè, Hocine e Mohamed. In piedi, Salah. In fondo alla stanza, su un divano, Abd-el-Kader. Salah si è tenuto addosso il soprabito. È elegante. Ha il volto tondo e dei baffettini minuti)

Salah                                - Dunque, era il 3 dicembre del '60. Ab­biamo sentito degli spari in strada. Eravamo nel bar. E li, allora, c'è stato un harki che è venuto con il mitra. Ci ha fatti uscire dal bar e ci ha portati giù nella cantina del 28, rue de la Goutte d'Or. E poi, là, ci hanno picchiati e ci hanno fatto la tortura. Ci cac­ciavano la candeggina. E poi ho incontrato lui. (Fa cenno a Hocine) Era svenuto; gli cacciavano la can­deggina, e poi era svenuto; l'hanno... l'hanno preso e l'hanno buttato su un mucchio di carbone...

Hocine                             - (l'interrompe. Parla molto svelto e ha un forte accento algerino. L'emozione rende a tratti in­comprensibile quello che dice) C'erano dei pezzi di bottiglie, del carbone, degli stracci, della... scusi, della merda... Mi hanno buttato sul carbone, tutta la notte; mi avevano bagnato tutto... con... con una brocca d'acqua... l'acqua; allora, al mattino sono usci­to fuori, tutto... M'avevano mezzo ammazzato... (Ap­pare Abdallah, in piano medio. Ha un volto singolare, come contratto in una smorfia; gli amici lo chiamano "Scarface". È seduto su un canape; reclina legger-mente il viso su una mono, appoggiandosi con il go­mito su una gamba)

Abdallah                          - (con tono pacato, serio) Posso spie­garvi come fanno il supplizio della bottiglia. Piglia­no uno: gli legano le mani alle gambe e gli mettono un pezzo di legno tra le gambe, di traverso, cosi. (Compie i gesti che descrive) Dopo, quello è tutto nudo, e gli tappano la bocca con un fazzoletto; allo­ra, ci sono due che lo fanno sedere sulla bottiglia. Li, allora, è il più duro. E quello può dire che... che vede l'inferno... e il paradiso.

Hocine                             - ... Allora m'hanno portato giù in canti­na. Uno mi dice: "Spogliati!" Io mi spoglio. L'altro mi dice: "Alzati!" E mi da una mazzata. Poi, mi sbatte sulla rete di ferro di un letto tutto scassato e mi lega le mani dietro la schiena, cosi... La botti­glia, mi... mi mette la bottiglia... (s'interrompe, è pa­recchio imbarazzato) ... in... nel... fra le chiappe. Allo­ra, l'altro mi mette lo straccio cosi, all'indietro... al­lora, lui: "Non conosci il capo? o sei tu il capo?" Io dico: "Non conosco nessuno, io. Conosco la verità, conosco. Conosco il buon Dio..." Ma lasciamo perde­re... Per tre ore, cosi! Dunque, ero mezzo morto. Quello dice: "Allora, non ha detto niente?" "NO," dico io. "Dai, mettilo li, sul carbone!" Tutta la notte, fino alla mattina. Alle undici, alle undici e mezza mi hanno lasciato andare...

Bachir                       - (in primo piano: è un uomo dal volto_ scarno, tutto ossa. Ha la voce roca che quasi non si capisce. Lo si vede di tre quarti) A me i flics mi hanno arrestato nel settembre del '57; mi hanno por­tato al Palais des Sports.Sono rimasto cinque gior­ni per terra... sul cemento, dormendo per terra, man­giando un pezzo... un pezzo di pane ogni ventiquattr'ore... Un giorno, mi sono... ho gridato con uno del­la celere... mi sono saltati addosso in sei: e m'hanno preso a colpi di mitra, con il calcio del mitra. M'han­no scassato un polmone. Poi m'hanno portato all'o­spedale; m'hanno fatto l'operazione: "pneumatora-ce spontaneo." Poi, per finire, nel '59 mi hanno in­ternato nel campo di Larsac. Ci sono restato un anno. Sono uscito con il soggiorno vietato nei di­partimenti della Senna, Senna e Oise, Senna e Mar­na. Dunque, ero uscito, ed ero in un bar che pren­devo un caffè, quando vengono gli harkis... (il bar al 28, rue de la Goutte d'Or, ripreso dall'alto. Bue harkis sono sulla porta e fanno uscire la gente che è dentro. La voce di Bachir, fuori campo) ... ci hanno portati al commissariato... e li, al commissariato, ce l'hanno... hanno cominciato a darcele. Ci hanno por­tati nella loro cantina, al 28 rue de la Goutte d'Or... (Due harkis sono di guardia all'angolo della strada; sorvegliano degli algerini che stanno discutendo) ... Ci sono restato quarantott'ore: m'hanno bruciato con la fiamma ossidrica, m'hanno picchiato con il calcio del mitra, mi hanno mezzo fottuto a legnate, mi cac­ciavano la candeggina. Poi, sono svenuto. Ci sono re­stato quarantott'ore... (Dì nuovo davanti al bar. Sono di pattuglia degli harkis dal fare minaccioso) Allora, quando hanno visto che ero malato, m'hanno portato all'ospedale. E dall'ospedale m'hanno portato a Vincennes. Poi sono uscito... e adesso, mi... mi cercano come un cinghiale nella macchia... Appena mi ve­dono, mi portano dentro: senza che ho fatto niente, niente di niente... Proprio non lo so perché ce l'hanno... con me. Mi cercano. E anche i coglioni mi hanno schiacciato... tutto, tutto... M'hanno fatto delle tor­ture che non ci si crede... Non so mica che cosa quel­li... (Primissimo piano. Sul suo volto l'emozione si mescola a una sorta di riserbo pudico) ...Dico cosi... È che, con tutto che io mica... Io dico quello che penso...

Moktar                             - (in primo piano: un bel ragazzo sui venti­tré anni. Porta gli occhiali, con montatura spessa e lenti affumicate. Il suo volto tondo è in contrasto con quello allungato e segaligno dì Bachir che s'è appena visto) Sono stato arrestato dagli harkis esattamente due anni fa. M'hanno portato là, al... al 28 rue de la Goutte d'Or; è il bar di fronte, li sul­l'angolo. Allora m'hanno fatto scendere in cantina... (In cantina: inquadratura obliqua dall'alto sulla sca­la in legno. La voce di Moktar, fuori campo) ...La cantina è grande, sa? ci sono due entrate... Scenden­do le scale, da una parte, in fondo; e poi, a destra.,. c'è una porta a destra... (Panoramica circolare sulla cantina: è zeppa di rifiuti d'ogni sorta, vecchi letti, reti metalliche, bottiglie, mucchi dì immondizie) Den­tro c'è... ci sono dei letti, delle reti, vecchie reti del resto, delle bottiglie vuote. (La seconda parte della cantina: la porta in fondo, una sedia sgangherata) C'era di tutto, dei pezzi dì carta, di tutto insomma... (Un uomo si fa avanti verso la rete metallica, fissata al muro verticalmente. Carrellata in avanti sino a inquadrarlo in primo piano: s'inquadrano la nuca e le braccia, legate alla sbarra metallica della spallie­ra) C'era il mio fratellastro che era giù con me... A lui l'hanno bruciato, l'hanno lavorato col manganel­lo, gliene hanno date tante. Gli hanno rotto i denti. L'hanno sfigurato...

Salah                                - (in piano medio. È sempre in piedi e conti­nua a parlare, accanto a Hocine e a Mohamed) Mi... hanno legato le mani cosi tra le gambe e poi... M'hanno... m'hanno messo per lungo cosi: mi tenevano uno straccio sulla bocca e versavano l'ac­qua con una brocca. Ce n'è uno in piedi che dice: "Quando vuoi parlare, non hai... non hai che da al­zare il braccio! " Allora io, quando vedo che soffoco, alzo il braccio. E quello dice: "Hai qualcosa da di­re?" Io dico: "Non ho niente da dire..." E quelli ri­cominciano; forse è durata mezz'ora cosi. Allora c'è stato uno che è venuto e che ha detto: "E mollatelo! e che, Io volete ammazzare?"

Abdallah                          - (in piano medio, sempre con quel volto atteggiato a smorfia) II sistema è stato portato... è stata la polizia d'Algeria che l'ha mostrato. La maggior parte della polizia... le cose che succedono laggiù... è la sbirraglia d'Algeria che l'ha fatto... (non trova le parole) ... cioè della gente che... razzismo, o qualcosa cosi, non posso dire come... È per razzismo, o per odio o per vendetta, che Io fanno. Ma gli harkis sono comandati da un francese un francese? se si può dire un francese! e è lui che fa tutto il ca­ sino... (Continua la perquisizione degli harkis, che fanno dei gesti di minaccia passando davanti al bar della rue de la Goutte d'Or. Voce di Abdallah fuori campo) Non sono venuti per mettere ordine, ma per mettere disordine... Quella gente li, quel che cer­cano è di uccidere, o qualcosa...

Bachir                              - (piano medio) Vi posso anche far vedere i segni... (la camera scende: si vedono le gambe di Bachir piene di macchie scure) ...Ecco per le... le gambe... (Si sta togliendo la camicia) ... Ed ecco per il polmone, te'! Fa male... si che fa male!

Ahmed                            - (primo piano, ha le lacrime agli occhi) Dunque io... è nel marzo del '61 che gli harkis mi hanno arrestato. Mi hanno fatto scendere in cantina. Là, c'è un pugile che parla con me, e l'altro è di dietro... (Mentre Ahmed racconta, si rivede la can­tina dove avvenivano le torture. Ecco la scala. S'in­dovinano le ombre di due uomini. Stanno scenden­do: uno spinge quello che gli è davanti. Voce di Ahmed, fuori campo) ...Mi dice: "Tu mi dici la ve­rità?" Gli dico: "Si, ti dico la verità." Mi dice: "Al­lora lo paghi o non lo paghi?" Gli dico: "Si, l'ho pa­gato un mese, ma poi ho smesso."  - (Ancora delle bot­tiglie vuote, vecchi materassi, dei pezzi di carta) Al­lora mi dice che dovevo mostrargli quello a cui davo i soldi. Gli dico: "Non lo conosco. Non viene più!"    - (Panoramica sull'altra cantina dove avveniva­no le torture) Allora mi saltano addosso in quindici: mi rompono le costole... L'ospedale... cosi tutto, dopo... Il commissariato: mi fanno spogliare... Uno mi ha rotto la testa. Dopo, mi portano al 25... (Appare di nuovo Abdallah-Scarface)

Abdallah                          - Quando uno finisce li dentro, è buono per il cimitero o per l'ospedale...

Ahmed                            - Quando arriviamo al 25... io... ecco, è... Ho un... Io non conosco nessuno... Dopo, m'hanno messo nell'ambulanza. L'ospedale...

(Stacco secco sulle immagini precedenti. Il mètro sopraelevato di Barbès-Rochechouart: si vede arriva­re un treno. Tra lo sferragliare del mètro si percepi­sce la voce fuori campo di Paulette, che apparirà nei piani successivi. Paulette è francese, lo si indo­vina dall'accento)

Voce di Paulette ( tra lo sferragliare del mètro) Ho un albergo nella Medina di Parigi, la chiamano cosi... II novanta per cento della mia clientela è alge­rina. Quello che ho potuto vedere, è qualcosa di or­ribile... (Mentre parla, la macchina da presa inqua­dra la Rue de la Goutte d'Or: passa davanti a un ne­gozio algerino dove si smercia roba usata, davanti a un cinema dove si proiettano -film arabi, davanti a bar e altri negozi. Appare Paulette. È vicino a una stufa per scaldarsi, È una donna elegante; ha un vol­to -fine, ma energico. Parla tenendo le braccia con­serte. E molto emozionata) Per otto mesi ho avuto gli agenti sotto casa: non per fare la guardia all'al­bergo, ma perché li finiva la zona di sorveglianza della Vigie. (Sulle ultime parole di Paulette, un'in­quadratura obliqua dall'alto del Boulevard Barbès: si vede una pattuglia di harkis e di agenti di polizia che fanno la ronda in su e in giù davanti all'albergo. Poi, primo piano di Ornar. È un giovanotto sui vent'an-ni. Ha i tratti del volto molto fini, molto europei. Indossa un camice bianco, come Hamid all'inizio del film. C'è una sorta di cantilena nella sua parlata)

Omar                               - M'è capitato di farmi arrestare... con una ragazza... tra l'altro, una francese... proprio di fronte al commissariato di Barbès. C'era un furgone della polizia che era venuto a fare la ronda nel quartiere. Nel furgone ho visto che c'erano due o tre correli-gionari... poi vedo un... un agente, piccolino, che viene verso di me... (non trova le parole) ... aveva un'aria... non so?... (non sa come esprimersi) ...non aveva un'aria diffidente, ecco! Non immaginavo che m'avrebbe arrestato, e, poi, ero un po' rassicurato, per­ché avevo con me una ragazza europea. Pensavo che sarei passato inosservato. Macché! scarogna! Quello, subito si rivolge a me: "Mani in alto!" Mi perquisisce, le mani addosso, davanti alla ragazza. È una collega d'ufficio; la conosco molto bene... e sa che... che... sono algerino. Si ma, c'è rimasta male lo stesso, la cosa l'ha impressionata... e io, si può facilmente immaginare l'effetto che mi faceva di trovarmi cosi, le mani in alto, davanti a lei..,

Paulette                           - (piano medio, dì tre quarti: si passa spes­so la mano sul volto, nervosamente) Però ne ap­profittavano... (prova delle difficoltà a trovare le pa­role) ... sì può dire che fermassero tutti gli inquilini che uscivano dal mio albergo per controllarli, per frugare nelle borse; H insultavano, lì bastonavano... e li portavano al commissariato.

Omar                               - (di nuovo, primo piano) Non ho... la fisio­nomia tipica di un nordafricano, eppure m'è capi­tato d'avere a che fare con... degli specialisti, che sanno riconoscere un algerino dal modo di cammi­nare, dallo sguardo anche... da tutto quel che si vuole...

Paulette                           - (primo piano, parla con le braccia con­serte) Li lasciavano andare oppure li portavano a Vincennes, a seconda se la faccia di quello che ave­vano preso andava loro a genio o no...

(Hamid e Ornar, l'uno a fianco dell'altro, con i ca­mici bianchi, davanti alle loro macchine-utensili)

Hamid                             - A Vincennes, è tutto cemento e non c'è niente, ma niente, per potersi allungare. Quando uno sta là otto giorni... Be', le prime ventiquattr'ore uno può andare su e giù, su e giù, su e giù.... (Mentre parla, Hamid mima uno che continua ad andare su e giù senza scopo) ... Ti dici: "Non ti vai mica a se­dere... su questo... su questo sudiciume... mica ti vuoi allungare li dentro." Ma poi, quando uno ha camminato per quattro ore, comincia a cercare un pezzo di giornale per sedersi, e, alla sera, per sdra­iarsi... E alla fine, uno comincia... fa come tutti: crol­la, e che? e dorme! E quando si è in pieno dicem­bre uno comincia con l'uscire di li con una bronchite ( un sorriso ironico) ... e dopo s'accorge che una capa-tina al sanatorio non gli farebbe mica male.

Paulette                           - (primo piano, molto turbata) Quando tornavano all'albergo, si mettevano a letto per diver­si giorni. Allora chiamavo l'autoambulanza per farli trasportare all'ospedale. Li accompagnavo. E quando tornavo, gli agenti che erano sempre davanti alla porta, m'insultavano: come potevo accompagnare all'ospedale dei ratons,dei bicots e occuparmi di lo­ro... che non ne valeva proprio la pena! Mi facevo anche insultare; mi facevo dare della... trattare da vìande à bique...

(Un appartamentino di due stanze; la stanza da pranzo-cucinino, meticolosamente pulita; qui abita una coppia franco-algerina, Pierrette e Marnar. Pierrette è un donnina minuto dalla voce strìdula: sta sparecchiando la tavola, dopo cena, mettendo i piat­ti gli uni sugli altri. Una delle sue tre figliolette le si aggrappa al grembiule. Mentre Pierrette parla, le tre bambine non smetteranno dì chiamarla: "mamma, mamma, mamma"... Le loro voci sì mescolano a una musichetta in sordina che viene dalla radio)

Pierrette                           - Mi ricordo molto bene della prima volta che hanno arrestato mio marito... era il 22 ot­tobre: era uscito, la sera, per andare al cinema... ver­so le... certo, le nove; lo spettacolo delle nove...

Mamar                             - (primo piano: il suo racconto sì riallaccia a quello dì sua moglie. Marnar è un giovanotto di venticinque anni, dai lineamenti del volto molto dol­ci. È leggermente strabico) Avevo avuto un inci­dente sul lavoro... e, lo dico francamente, sono an­dato al cinema       - si, lo sapevo che non si doveva uscire, era ufficioso e non ufficiale     - ma mi aspetta­vo che... Be'... era un incidente sul lavoro che mi era capitato in officina; il dolore era talmente forte che non mi faceva dormire; avevo detto a mia mo­glie: "Forse oggi, spero dì non capitare sulla poli­zia." (Marnar porta in un lettino le sue due bambine ancora vestite hanno dei vestitini dello stesso mo­dello e, con dei segni, raccomanda loro far le bra­ve, di spogliarsi come si deve e di coricarsi. La voce di Mamar, fuori campo) Decido di uscire lo stesso... Tornando a casa sarò stanco, e, forse, potrò dormire. (Di nuovo un primo piano di Marnar) Mi faceva cosi male. Be', giusto uscendo, capito su di un furgone della polizia e mi beccano. Non hanno nemmeno vo­luto che scendessi, neanche a farmi accompagnare, per avvertire mia moglie che era già malata... (Le bambine si spogliano e, giocando, indossano i pigia-mini)

Pierrette                           - (voce fuori campo) ... e alle dieci e mezza aspettavo sempre che tornasse... evidentemen­te, non stavo in pensiero... le undici, anzi mezzanot­te, poi le tre di notte... sempre niente. Allora, la mat­tina verso le nove, sono andata al commissariato. (Primo piano di Pierrette) Al commissariato mi di­cono: "Ma non ci sono stati arresti; deve esserci cer­tamente stato... (ripetendosi) deve esserci certamen­te stato qualcosa con i suoi correligionari. Ci dia i connotati di suo marito!" Mi sembrava molto stra­no, perché mio marito non si occupa di politica, e quindi non poteva mica avere avuto delle noie! Poi, davanti a me ero al commissariato hanno tele­fonato... nei dintorni, chiedendo se c'erano stati degli arresti di Algerini nella... nella zona... Insomma, sem­pre niente, e sempre non sapevo dove fosse! Ora, mio marito si trovava in quello stesso commissaria­to, e credo che sentisse tutto quello che dicevo! Dopo, hanno sostenuto che non c'era...

Mamar                             - (primo piano) L'indomani l'ho sentita venire... ho sentito che chiedeva di me... E pensare che ero nella stanza di dietro e non ne hanno voluto sapere... Poi, mi hanno portato al centro di smista-mento della Villette... dopo ci hanno portati a Jaurès e da Jaurès a Japy...

Pierrette                           - (piano medio. Il suo racconto completa quello di suo marito e ne è la continuazione. È molto indignata e, parlando, mette mano nervosamente alle stoviglie) Poi allora mi dicono: "Be', senta, è molto semplice, non ha che da andare alla Villette. Credo che li portino direttamente alla Villette!" Al­lora vado alla Villette e sono accolta da uno che mi pianta il mitra sullo stomaco, e mi dice: "Che vuole? che è venuta a fare qui?" (Breve pausa) Allora chiedo al piantone... perché era un piantone... che ero venuta li perché... per avere notizie di mio marito che era sta­to^ arrestato... e se l'avevano portato proprio li! Allora mi dice: "Be', be', adesso che... (riprendendosi) ...a-desso vado a vedere..." E se ne va! Ma come... com'era possibile che... (riprendendosi) che quello andasse a chiedere notizie di mio marito, quando non m'aveva nemmeno chiesto il nome! Comunque... quando ritor­na mi dice: "Sta bene. Non si preoccupi che sta molto bene; il vitto è buono, è ben nutrito... eccetera...!" Al­lora chiedo alla guardia: "Ma come ha fatto a chiede­re notizie sue, se non mi ha nemmeno chiesto come si chiamava?" E quello, allora, mi risponde: "Poche sto­rie, poche storie! non insista, è inutile che cerchi di capire!... non ho niente da dirle!"

(Una stanza arredata molto miseramente in un al­loggio prefabbricato, a Sartrouville. Per terra, due materassi disposti per lungo uno dopo l'altro. Su ogni materasso due bambini che dormono, tenendo le brac­cia allungate: ciò contribuisce a creare l'impressione di una sorta di croce umana. Si sente fuori campo la voce della signora B., una voce grave profonda)

La signora B                    - (fuori campo) II 20 settembre del '58 ci hanno portati, insieme a mio marito, al com­missariato della Goutte d'Or... (Appare in piano me­dio: ha davanti una bambina, sua figlia, e la tiene per le spalle. Dal suo volto trapela una sorta di calma tragica, una dignità semplice e vera. Porta i capelli raccolti in un piccolo scialle) L'hanno picchiato... Han­no... l'hanno preso, mio marito... Poi all'Hotel Dieu, all'ospedale: ci è rimasto tre giorni e da allora... non so più dov'è!... Dappertutto ho fatto fare le ricerche, dappertutto sino a oggi... (Un'inquadratura obliqua dall'alto dei quattro bambini, seduti o coricati sui materassi, in un angolo della stanza. La voce della signora B. fuori campo) E adesso resto... con cinque bambini. (Primo piano della signora B.) L'hanno pic­chiato. Ci si son messi in cinque, l'hanno... l'hanno pic­chiato dappertutto. Con il calcio del mitra dalle... dalle otto del mattino sino alle sette di sera. Con questi occhi, l'ho visto; si! con questi occhi. Io piangevo; un flic è venuto e m'ha detto: "Sta' zitta, tu; sta' zitta, tu; e vattene a casa!" (Sulle ultime parole di nuovo il piano dei bambini coricati, con le braccia in croce. Stacco. Una fontana pubblica nella bidonville di Manterre. Delle ragazzine stanno riempiendo dei secchi. Una aziona la manovella, mentre le altre mettono i lo­ro secchi sotto il rubinetto; dei secchi che paiono qua­si più grandi e più pesanti di loro. Le ragazzine trasci­nano via i secchi che traboccano d'acqua. Camminano per una strada dal selciato sconnesso. Fuori campo si sente la voce di Marnar, il marito di Pierrette)

Mamah                            - (uori campo) Ho conosciuto davvero la repressione cieca delle guardie. È stato un giorno, quando mia moglie mi ha chiesto se potevo andarle a prendere un secchio d'acqua alla fontana... (Primo piano) Proprio quando stavo per cominciare a riem­pire il secchio, arriva una pattuglia della polizia. II coprifuoco era già ufficioso nel '58, e non si poteva andar fuori... Non mi hanno nemmeno chiesto i do­cumenti, o il lasciapassare per circolare di notte... (Improvvisa inquadratura obliqua verso il basso: l'ac­ciottolato d'una strada con una grande pozzanghera) Hanno cominciato col rovesciarmi il secchio d'acqua sui piedi, e - abitavo a cinquanta metri di li - mi hanno accompagnato a casa a calci... (Panoramica di una strada della bidonville. Tutta una fila di baracche e di tuguri. Un cane rognoso fruga tra i rifiuti e i secchi d'immondizia) ... e ho dovuto lasciare il secchio alla fontana. C'è stata una guardia che non ha osato entrare in casa... (primissimo piano) ... cioè, si, ha messo dentro la testa. Ha visto che tutto era più o meno pulito, in ordine; e ha detto che si davano delle case agli algerini, quando c'erano dei francesi che dormivano sotto i ponti! Proprio cosi... per tre giorni non m'è riuscito di mangiare. Fumavo delle sigarette mentre lavoravo ; ma mi sentivo sempre quei calci che m'avevano dato quel giorno che ero andato a cercare... soltanto un secchio d'acqua!

(Lo spaccio di una bidonville a Gennevilliers. È una baracca: sugli scaffali, qualche prodotto. C'è, soprat­tutto, molta polvere: il padrone è stato arrestato e lo spaccio è rimasto abbandonato. In piedi, in fondo alla stanza, Amar e Mohamed. Amar è un operaio sulla quarantina. Indossa un cappotto Uso e porta un berretto sulle ventitré. Si tiene sempre le mani in tasca e non le tira fuori che per qualche gesto molto espressivo. Parla con veemenza. Ha occhi d'una vi­vacità infantile)

Amar                               - Si! due volte m'han preso a legnate, a me. Una volta ho trovato... (si riprende) ho sentito rumore, hanno cad... Hanno fatto uscire tutto l'albergo. Quan­do sento rumore, esco fuori e trovo tutti, li cosi... sull'attenti. "Che succede?" chiedo io; e uno mi dice: "Perché ti alzi?" (Primo piano) Gli dico: "Embé, vo­levo vedere!" C'è, allora, un capitano che mi,tira due sberle qui. (Miniando la scena, s'assesta da solo due sonorissimi ceffoni) Una qui! (Si schiaffeggia una guancia) E una qui! (Si schiaffeggia l'altra) E mi dice: "È proibito bere vino li da voi!" Gli dico: "E chi te l'ha detto?" E allora m'han preso a legnate. M'hanno portato nella mia stanza. Ero... ero... Dor­mire. In quel momento, no... non ero... malato. (È molto emozionato. Si sente che il ricordo è ancora vivo in lui. Breve carrellata indietro: piano medio di Amar. Si scorge, ora, Mohamed che gli sta vicino) La se­conda volta - c'era anche quel signore li- (indica il vicino) m'hanno preso a colpi di manico di scopa e con delle tavole. M'hanno sbattuto sul letto: e li, ci han dato dentro... La seconda volta non li ho visti quando... non li ho visti venire. Ero andato a man­giare da mio zio. Non avevo sentito niente, quando... 'Alto-là!" Io aprivo la porta del corridoio per entrare, e sento una mano che mi piglia per di qui... (si da una manata sulla nuca) M'hanno anche rotto l'appa­recchio... due me ne hanno rotti!... In quattro erano! Mi saltavano sulla pancia, sulla schiena. Mi davano testate contro il muro. E adesso, non posso più la­vorare. Ogni volta... mi viene... mi viene sempre la malattia! Allora ero... sono stato alla Casa di Nanterre: è l'ambulanza che mi ci ha portato. (Movimen­to della macchina da presa verso il basso per inqua­drare le mani protese di Amar che mostrano dei fogli stampati della Previdenza Sociale) Ecco... ecco le carte! (Primo piano di Amar) Ho passato, laggiù, quindici giorni, più dieci di convalescenza...

(Lenta panoramica dei tetti di una bidonville a Gennevilliers. Lenta panoramica in senso inverso. Ri­presa, in una inquadratura obliqua dall'alto, di una stradina interna della bidonville. Si vedono degli uo­mini che camminano, dei ragazzi che stanno gio­cando. È una stradina fangosa. Musica a percussione. Ancora una panoramica dei tetti della bidonville. In fondo a una stradina una donna stende i panni a una corda tesa tra due tuguri)

Idir                                  - (voce fuori campo) Avevo una baracca... (Una frotta di ragazzoni sta facendo una specie di danza di guerra davanti a una baracca di lamiera ar­rugginita, che reca la scritta "Vendesi") Avevo acqui­stato, il primo giorno, una baracca per 30.000 franchi... Con... con i soldi di una colletta d'amici... Perché, vede, laggiù, se uno viene dal paese, noi si fa la col­letta... (Dalla baracca di lamiera la macchina da presa s'innalza in una panoramica verso l'alto sino a in­quadrare un immenso caseggiato bianco, moderno; una delle case popolari costruita a poca distanza, quasi a strapiombo sulla bidonville. Panoramica al­l'inverso: la macchina ritorna a inquadrare la bidon­ville. Due uomini stanno mettendo un'asse di legno a una baracca) Una bidonville... delle bidonvilles. Del­la gente che torna al paese, e vende. Vendono la loro baracca... (Con una voce sorda e desolata) ... Una bidonville... è di legno... delle tavole... delle tavole... e poi il tetto... di cartone. (Due uomini, davanti all'ingresso di una baracca, stanno rimuovendo la terra con dei badili. Un uomo, accoccolato per terra, si sta riparando la bicicletta) È tutto uno schifo...

(Una stradina della bidonville. Delle donne, ancora giovani, e delle ragazze. Dietro di loro, attraverso una porta socchiusa, s'intravedono degli altri volti di donna. Sulla sinistra, Faridah, una ragazza di sedici anni, porta gli occhiali; è la prima a parlare)

Faridah                            - Abitiamo in una bidonville... siamo nove persone in una baracca... senza gabinetto... senza ac­qua... senza cucina, senza aria, senza niente di nien­te! (Alcuni movimenti laterali della macchina, per inquadrare un bugigattolo da barbiere; poi, all'an­golo di una stradina, lo spaccio. Un uomo risale la stradina a passi affrettati, gli vengono dietro dei ra-gazzini con delle cartelle di scuola. Si sente la voce di Aicha, fuori campo)

Aicha                        - Si è venuti in Francia perché non... non ci si trovava più bene in Algeria... quando mio pa­dre... Abbiamo perso il nostro papa. (Lo stesso grup­petto di ragazze di prima, questa volta più da vicino. Chi sta parlando è una ragazza robusta, a destra di Faridah. È Aicha. Accanto a lei alcune delle ragazze sorridono con un certo nervosismo per nascondere il loro imbarazzo) E poi nostro fratello non poteva ve­nire... cosi che... lui restava qua... Non poteva restare solo, e anche noi non potevamo restare sole. E allora ha scritto a mia madre di venire in Francia per... per... per restare con lui. Cosi siamo venute... Ci ave­va detto che... aveva una casa... E noi non sapevamo che c'erano le bidonvilles a Parigi... (Una frotta di ragazzini, dai grembiuli chiari sta giocando con del­le vecchie casse di legno. Una delle ragazzine pren­de una cassa e avanza verso la macchina da presa. I suoi compagni di gioco entrano in una baracca, chia­mati dalla madre che fa segno di venire... Due ragaz­zine stanno giocando. Una si alza e fa una boccac­cia. Carrellata in avanti in una stradina molto buia: s'intravedono, in fondo, molti ragazzi, immobili)

Balkalbm                         - (voce fuori campo) E... e gli Algerini, s'accontentano... si accontentano di farsi 'una barac­ca... una baracca di legno... E abitano li... (In una stradicciola che contorna la bidonville, separata con un reticolato di filo spinato dal terreno vicino, due bambini trascinano un enorme secchio d'acqua) ... Abitano li... e li considerano proprio come... come non fossero degli esseri umani. (Grida, che paiono scandite, di donne e bambini. Un vecchio con in capo un turbante esce dallo spaccio, tenendo in mono una bottiglia di latte. Un bambino di due anni, appoggia­to a un muro di mattoni, sta leccando delle gocce di latte dal collo di una bottiglia sudicia. Il bugigattolo del barbiere, che già s'era intravisto. Il barbiere si scosta dal cliente, che si vede di schiena in fondo al bugigattolo, e avanza verso la soglia)

II barbiere                        - A me... fanno già quattro volte che mi hanno rotto la vetrina... (Piano medio del bar­biere. Stacco. Una sorta di piazzetta all'interno della bidonville. Piano lungo un gruppo di uomini, una quindicina circa)

Una voce                         - (fuori campo) A chi, di voi, i flics han­no rotto il muso? Che alzi il dito. ( La maggior parte degli uomini alza il dito. Primo piano di un buon nu­mero di loro. Uno o due uomini non fanno che alzare e abbassare la mono, senza sapere molto bene quello che fanno) A chi non hanno rotto il muso? Ce n'è? Quanti ce n'è?

Delle voci                        - (nella confusione) Solo uno... due... (Piano lungo del gruppo: ci sono soltanto due mani alzate. La porta di una baracca che porta scritto il nome di chi la occupa seguito dalla menzione "ma­rocchino". Piano analogo al precedente: un'altra por­ta con un nome e la menzione "marocchino")

Voce di Kader                 - (fuori campo) Ce ne sono solo due. Loro non sono algerini, sono marocchini. La po­lizia non li cerca...

(Una baracca piena di polvere, nella stessa bidon­ville. Si tratta probabilmente di uno spaccio in ab­bandono a causa dell’assenza dei proprietari". Sono riuniti, vicino al banco, Amrane, Kadour e Said. Am-rane è piccolo, magro, simpatico; ha una voce chia­ra e vibrante. Kadour è un anziano operaio; porta un basco e ha un folto paio di baffi. Said è gio­vane; ha il volto solcato da rughe così profonde che si direbbero delle cicatrici)

Amrane                            - Quando sono venuti erano le sette e mezzo di sera. Mi hanno trovato che ero già coricato, dato che prendo il lavoro alle quattro e mezzo del mattino. Allora m'hanno chiesto: "Dove ce l'hai la pistola?" E io dico: "Non ce l'ho." E allora quelli: "Si che ce l'hai!" Gli dico: "E allora cercatela." Mi hanno fatto scendere dal letto ; m'hanno preso a le­gnate da lasciarmi mezzo morto. Sono stato una set­timana senza lavorare. M'hanno strapp... (si riprende) ...mi hanno sfasciato la valigia; mi hanno strappato il vestito nuovo che avevo appena comprato, le ca­micie; m'hanno strappato le carte della Previdenza Sociale, tutto...

(Una ragazzina algerina di circa dodici anni, in una delle stradicciole intorno alla bidonville: sta spingen­do una carrozzina ricavata da un vecchio scatolone montato su quattro ruote. Primo piano del bambino_ coricato nello scatolone. Un gruppetto di bambini s'avvicina. Primo piano di uno dei bambini, di 5 o 6 anni: ha degli occhietti maliziosi, fa il saluto mi­litare e imita l'irruzione di un soldato)

Idir                                  - (voce fuori campo) Sono degli ispettori. Se ne vengono tutte le mattine con il calcio del mitra e con il calcio della pistola... (Lo spaccio-bar all'inter­no della bidonville; un uomo seduto a un tavolo beve un bicchiere di birra. Al banco, un uomo solleva in alto un bambino di pochi mesi, mostrandolo al pa­drone. Il padrone e altri clienti si congratulano con lui, stringendogli forte la mono. Sempre nello spac­cio-bar. Tre uomini stanno giocando a carte. Sul ta­volo, delle tazze di caffelatte) E quando ci trovano che stiamo prendendo il caffelatte, ci... ci sbattono le tazze in faccia, e, poi, attaccano con il calcio del mitra. (Pausa) Ogni mattina! Se non ci sono gli ispet­tori, ci sono sempre gli harkis... (Panoramica dei tetti della bidonville; del fumo esce dai tubi delle stufe che sporgono oltre i tetti) Alle tre del mattino, vengono. Circondano la bidonville e poi cominciano a... a sfasciare le porte...

Il barbiere                        - (voce fuori campo) Delle volte ven­gono a dar colpi sulle porte con le accette, con dei tronchi, a calci, con quello che... capita fra le mani... E sfasciano tutto...

Habibah                           - (una ragazzina della bidonville, piano me­dio) A me le guardie mi han preso a schiaffi...

Aicha                               - (piano medio) Io avevo gli harkis dietro... mi hanno dato uno spintone e sono caduta... (La macchina da presa segue il movimento di Aicha che si abbassa, per mostrare il punto dove si è'fatta male) ...mi sono ferita ai piedi; li, ai piedi... (Indica il ginocchio. Stacco. Carrellata in avanti su un gruppo di uomini infervorati in una discussione in una stradi­na della bidonville. Si cominciano a percepire delle percussioni sorde, distanziate, che andranno via via accelerando, facendosi sempre più intense)

Idir                                  - (voce fuori campo) Noi siamo tutti operai: non chiediamo che di guadagnarci il pane... Loro ven­gono, ogni mattina, come dicevo. Delle volte vengono alle quattro del mattino, o alle tre o alle due. Circon­dano la bidonville e poi cominciano a sfasciare le porte e a entrare dentro... (Lo spaccio-drogheria: i clienti, il padrone. Il padrone sta pesando accurata­mente delle mercanzie. La macelleria: il macellaio sta squartando dei quarti di manzo. Poi affila il col­tellaccio, con energia) Come gli harkis l'hanno già fatto a me. Mi trovavo nella mia stanza; loro sono venuti la mattina, e hanno trovato un rasoio nella... sul tavolo. L'hanno preso... e hanno cominciato a... a tagliarmi le labbra...

(Su di un grosso ceppo, davanti alla macelleria, un uomo sta squarciando la carne a colpi di accetta: i pezzi di carne ricadono a più riprese sul legno con un rumore sordo. I movimenti dell'accetta sono pun­teggiati dalla voce indignata di Hamid)

Hamid                             - ( voce fuori campo) Gli asiatici, i norda­fricani, i negri: gente di cui non bisogna mai fidarsi: sono vipere, serpi, gente che bisogna ammazzare, tut­ta!

(Le percussioni si fanno sempre più violente. Stacco. Intorno a un desco, fra algerini, a Vitry. Una de­cina di uomini: mangiano o si preparano per la not­te, discutendo. La macchina da presa si sposta in questa stanza in penombra e piena di fumo. S'in­travedono dei letti di ferro, delle valigie di cartone, delle sedie col fondo di paglia mezzo sfondato. Si percepiscono delle voci indistinte, punteggiate dal ru­more di bicchieri o dì bottiglie che vengono battuti sulla tavola. Poi, d'un tratto, in questa confusione di voci indignate si distinguono due parole: "le torture... le torture"... La macchina da presa s'avvicina alla tavola. Due uomini sono di spalle, altri tre invece si vedono in faccia. A sinistra un vecchio che scuote len­tamente il capo. In mezzo, Belmel: ha un volto ener­gico, con le ossa sporgenti. A destra, un giovanotto dal volto paffuto, con un paio di baffi e con un faz­zoletto intorno al collo. Belmel parla con veemenza)

Belmel                             - Anch'io... anch'io ho visto... due persone davanti a me... fatte fuori con una sola... con una sola raffica di mitra! (Le percussioni si vanno accen­tuando. Stacco. Un alloggio di Sartrouville: la signora R. con accanto i suoi quattro bambini, da 1 a 5 anni. Tiene in braccio il più piccolo. È seduta sul letto. In primo piano con i bambini accanto. Ha un volto gio­vane, fresco e roseo, i suoi bambini le assomigliano molto)

La signora R.                   - Dov'è mio marito?... (Le percus­sioni si amplificano e si fanno sempre più incalzanti)

La signora S.                   - (si drizza dinanzi alla macchina da presa con l'indice teso: è una donna di quarantanni con U volto pieno di rughe. Ha un tono di rivendica­zione) Mio marito è in prigione: io, i bambini, come si fa per mangiare?...

La signora R.                   - (di nuovo in primo piano) È stato arrestato da... da due guardie...

(L'alloggio di una famiglia algerina a Ivry. Su un letto-divano, seduti spalla a spalla un uomo con un maglione scuro, con il capo abbassato, ostinatamente rivolto verso il suolo; e accanto suo nipote che ha una dozzina d'anni e uno sguardo pensoso, Rabah)

Rabah                              - Penso che non hanno il diritto... non han­no il diritto di arrestarli... Non serve a niente arre­starli... (Percussioni)

Idir                                  - (primo piano) M'avevano dato un colpo con il calcio del mitra dietro l'orecchio destro. L'autista m'aveva preso per i piedi, l'altro per le spalle: e mi hanno buttato in acqua!

Rabah                              - (primo piano) Vivono... come tutti... Vi­vono come tutta l'altra gente... (Percussioni)

Belmel                             - (sempre a tavola, con i suoi amici) Ce ne sono fra noi che lavorano fino a mezzanotte, o fino all'una, o fino... non so fino a che ora lavorino in fabbrica. Ebbene, uscendo dalla fabbrica... ogni volta che si facevano trovare per la strada, ogni volta si facevano mitragliare dalla polizia...

Idir                                  - (primo piano) Mi colpivano con dei grossi sassi. M'hanno preso sulla testa. Avevo il sangue che colava... (Percussioni)

La signora R.                   - (primo piano) AI commissariato... al commissariato di Colombes, mi rispondevano che non era morto, che era vivo... si, ma dove?

Belmel                      - (con il suo gruppo) Oppure li portano al campo di Vincennes: e ci restano non so quanti giorni laggiù, dieci giorni... quindici giorni... a mar­cire, li; a dormire sul cemento... Niente coperte, nien­te mangiare, niente bere! Poi, quando ci vedono dormire, pigliano dei secchi d'acqua... e ce li sbat­tono sul muso!

Idir                           - (primo piano) Ero andato dal capitano: gli avevo raccontato... Li facev... E loro ridevano... (Gli occhi gli brillano di lagrime. Stacco. Segue una panoramica circolare nell'alloggio della famiglia di Vitry. In fondo, sul letto contro il muro, sono seduti il padre e la sua figlioletta di sette o otto anni. Sul caminetto, li accanto, un solo oggetto: la fotografia del nonno ucciso in Algeria dai para. Il padre par­lerà con tale animosità da incespicare nelle parole: balbetta, singhiozza; e a tratti è incomprensibile)

II padre                           - Gli spagnoli, liberi! pii italiani, liberi! Ci sono tutte le razze qui: tutti liberi! Perché c'è il coprifuoco per gli algerini? Se non gli vanno gli al­gerini che li portino in Algeria! Perché il coprifuo­co? per quale motivo? Non sono mica bestie: hanno diritto come gli altri! Perché se c'è... se c'è qualcuno qui che non è algerino ha più diritti di noi? Perché?... Perché?... Il diritto è lo stesso... è Io stesso... per gli altri... i francesi! Per gli algerini, no: coprifuoco... rak!... alle otto. Se qualcuno è malato, se una donna è incinta: è proibito anche... anche andare a cercare il dottore! Il flic, il furgone dei flìcs, trova gli alge­rini: e rak!... subito la retata. Perché? (Una pausa. È molto scosso) Non è giusto! (Le percussioni vanno accelerando fino a raggiungere la massima violenza)

Omar                        - (piano medio sempre con il camice bianco di prima. Parla con un tono di voce calmo, con quel­la sua leggera cantilena) La maggior parte degli algerini è venuta in Francia per sfuggire alle repres­sioni e alle sevizie... e siccome hanno trovato, qui in Francia, la stessa cosa... be', non possono più fug­gire...

(La musica e le percussioni si mescolano sino a che il dialogo non ricomincerà. Uno stacco. Campo lunghissimo: una inquadratura obliqua dall'alto della bidonville di notte. Un sentiero deserto e fangoso all'interno della bidonville. Due uomini cam­minano, con passo svelto, lungo il sentiero: vengono verso la macchina da presa. I due uomini s'allonta­nano di spalle. Un altro sentiero della bidonville, du­rante la stessa notte; altri due uomini camminano l'uno a fianco dell'altro. Due ragazzine di quattro o cinque anni, di cui una porta - forse per gioco? - delle scarpe da donna con i tacchi alti, attraversano la stradina dopo il passaggio dei due uomini. I due uomini vengono verso la macchina da presa. Un al­tro sentiero della bidonville: seguiamo un uomo, di spalle, che cammina con passo affrettato. Un'altra stradicciola, sempre di notte. Seguiamo due uomini che sì dirigono verso una porta. Uno dei due indossa un impermeabile chiaro. L'altro una giacca con il colletto di velluto, liso. I due uomini aprono una porta. è una stanza semibuia: la sola luce è quella di una minuscola lampadina che penzola dal soffitto. Fine delle percussioni. La stanza dove si sono visti entrare i due uomini. Nella penombra si possono di­stinguere i loro volti. Intorno a un tavolo: il respon­sabile della bidonville - quello con il colletto di vel­luto - , un delegato dell'F.L.N. quello con l'im­permeabile - e i quattro uomini che si è avuto modo di seguire attraverso le stradine della bidon­ville. / personaggi parleranno a tratti in arabo e a tratti in francese. Carrellata in avanti sino a inqua­drare i volti del responsabile della bidonville e del militante esterno. Movimento di macchina per sco­prire, a lato, gli altri che ascoltano con una certa tensione, ma calmi)

II responsabile della bidonville          - Dunque, come tutti sapete... questa riunione è per... concerne la ma­nifestazione che si vuole organizzare per domani... (Dice qualcosa in arabo) La partenza è stabilita per le sette... ehm... tutti sapete già che questa riunione... cioè, piuttosto, questa manifestazione è stata orga­nizzata a causa del coprifuoco che si sta applicando, delle provocazioni della polizia... cosi come per mol­te altre cose... (E dice qualche frase in arabo, infram­mezzata da una parola francese, sempre la stessa: "tortura". Quindi mette le mani sul tavolo e s'accin­ge ad alzarsi. Poi s'interrompe e impartisce un ordi­ne in arabo. Carrellata indietro. Piano totale: tutti si sono alzati, sono sull'attenti e osservano un minuto di silenzio in memoria dei martiri della rivoluzione. Il responsabile impartisce un altro ordine in arabo. Tutti si siedono. Primo piano del responsabile) È perché, in Algeria, i nostri fratelli e le nostre sorelle manifestano sempre... Ci sono molti fratelli che sono qui, in Francia, e che si chiedono perché i nostri fratelli e le nostre sorelle in Algeria manifestano sem­pre, e noi non manifestiamo mai! Dobbiamo manife­stare contro il coprifuoco! Abbiamo visto che ci sono molti fratelli che si lamentano per questo; e allora, ecco: si è voluto tentare di... di fare questa manifestazione. (Carrellata indietro: il responsabile della bidonville e il delegato F.L.N.) Ecco: vi pre­sento ora il fratello... che... che ha da parlarvi... (Car­rellata indietro: piano totale della riunione. Il re­sponsabile della bidonville si rivolge al delegato F.L.N.) Ecco, ti presento: la prima cellula, la seconda cellula, la terza cellula e la quarta cellula. (Designa, di volta in volta, i quattro partecipanti alla riunione. Costoro fanno cenno col capo, oppure si portano, a più riprese, la mano al petto)

II delegato F.L.N. Bene. Grazie. Miei cari fratel­li, voi sapete bene che... che abbiamo deciso di fare la manifestazione per domani! Là partenza, di qui, sarà alle sette. Si arriverà a Parigi alle otto e mezzo. Noi prenderemo il marciapiede di destra. Quelli di Parigi, invece, prenderanno il marciapiede di sini­stra. Abbiamo l'ordine di arrivare sino all'Etoile. Po­tete venire in autobus... o a piedi,., oppure prendere un taxi... basta che ci siate per le otto e mezzo. (Una pausa, poi interrogando gli altri con lo sguardo) Sie­te d'accordo? Ehm... che ne pensate di... questa ma­nifestazione? Se volete dire qualcosa? Bene. A voi la parola. (Gli interpellati risponderanno in arabo. Qui abbiamo indicato, schematizzata, la traduzione del­le loro battute. Movimento di macchina sul primo personaggio a sinistra, il responsabile della prima cellula: è un giovanotto che tiene le braccia conserte e parla scuotendo leggermente la testa)

La prima cellula               - Ma mi ci vorrebbe almeno una pistola, se la polizia si mettesse a caricare o a pe­stare...

Il delegato F.L.N.           - Bene, è tutto? (Fa cenno con il capo in direzione della seconda cellula. Lento mo­vimento di macchina per inquadrare la seconda cel­lula: un uomo basso, dal volto tondo e uno sguardo ingenuo, tutto intabarrato nel cappotto. Parla in ara­bo; ogni tanto si capiscono delle parole francesi co­me: "Bandiera... Voglio andare... Ho visto... La mia bandiera... È quel che cerco, io!" Il delegato F.L.N. dopo qualche parola in arabo) Che bandiera?

La seconda cellula           - (in francese) La bandiera-la bandiera del mio paese.

Il delegato F.L.N.           - (in arabo) Va bene. Ho ca­pito. (Movimento dì macchina per inquadrare il re­sponsabile della terza cellula; s'intravede di profilo anche il responsabile della quarta cellula)

Terza cellula                    - Ma dobbiamo portarci un mitra o almeno qualcosa, se si rischia di avere la peggio. (// delegato F.L.N. non risponde e si limita a far cenno al responsabile della quarta cellula)

Quarta cellula                  - Tutto quello che il governo ci chiede di fare noi siamo pronti a farlo. (Carrellata per inquadrare il responsabile della bidonville ed il delegato F.L.N.; quest'ultimo riflette un attimo, come a voler riepilogare mentalmente le osservazioni che sono state fatte dai responsabili delle cellule)

II delegato F.L.N.           - (comincia dicendo qualcosa in arabo, poi prosegue in francese) Questa manife­stazione è stata decisa, è stata organizzata dal no­stro governo. E una manifestazione contro la vio­lenza: è una manifestazione pacifica! Perciò c'è l'or­dine dì non portare nessun'arma, nemmeno un col­tello! Si andrà cosi, come si è. I ragazzi, le donne, i bambini... L'ordine per tutti è questo: se la polizia si mette a pestare, allora ci si mette in salvo. Per­ché... quella che si vuoi fare è una manifestazione... non una rivoluzione! Se ci sarà l'ordine di fare una rivoluzione qui, in Francia, sarà un'altra cosa. Dun­que il Governo ha stabilito che si faccia una manife­stazione contro la violenza: senza armi, senza pe­staggi, e senza discussioni. (Breve pausa) Io ho fini­to. Passo la parola... al fratello... (Indica il responsa­bile della bidonville che si trova alla sua destra)

II responsabile della bidonville          - (primo piano) Dunque, è chiaro. Spero che abbiate capito bene. Questa manifestazione è per i nostri fratelli che sono stati buttati nella Senna, per il coprifuoco che... che ci è imposto, a noi algerini,       - (Dice qualcosa in arabo e si capisce una parola in francese, sempre la stessa, "tortura". Poi riprende a parlare in francese) Allora faremo questa manifestazione, ma non porteremo nemmeno un coltello: conto su di voi per l'organiz­zazione anche delle altre cellule... e per fare atten­zione che nessuno si porti appresso niente... Anche le donne e ogni donna... ogni famiglia dovrà essere guidata da un militante. Bisogna anche dire alle don­ne che non devono gridare: niente... (parola araba che vuoi dire grida) e niente... (parola araba che vuoi dire colpi) Anche se vedete che arriva la po­lizia e che si mette a caricare: voi, niente: non do­vete attaccarli! Anche per i civili francesi. Non biso­gna dire niente. Lasciare stare le macchine. Non mo­lestare nessuno...

(Fuori, davanti alla baracca dove si è appena te­nuta la riunione. Si apre la porta, e uno dopo l'altro, escono i responsabili. I primi a uscire sono il respon­sabile della bidonville e il delegato F.L.N. Si rico­minciano a sentire le percussioni; questa volta, con un timbro più acuto. Seguiamo il responsabile della bidonville ed il delegato F.L.N. che camminano af­fiancati per una stradicciola. Poi, il responsabile del­la prima cellula. Inquadratura di fronte del respon­sabile della seconda cellula mentre sta svoltando l'angolo sulla destra. I responsabili della seconda e della terza cellula s'incamminano lungo una stradina della bidonville. Inquadratura di fronte dei due men­tre s'accomiatano stringendosi la mano. Susseguirsi di percussioni. Il responsabile della seconda cellula. Il responsabile della terza cellula. Il responsabile della quarta cellula. Il responsabile della prima cel­lula entra in una baracca. Inquadratura obliqua dall'alto: i responsabili della terza e della quarta cel­lula camminano, ciascuno su un bordo, di una stra­dina.

B giorno, il 17 ottobre 1961. Inquadratura obliqua dall'alto: una piazzetta della bidonville. / responsa­bili della prima e della seconda cellula l'attraversano rapidamente. I responsabili della terza e della quar­ta cellula entrano ognuno in una baracca diversa. Inquadratura obliqua dall'alto: le stradine interne della bidonville. S'apre una porta e ne escono diversi uomini, seguiti dal responsabile della seconda cellula che indica loro il cammino. Da un'altra baracca esco­no degli uomini guidati dal responsabile della terza cellula. Le percussioni sono ora nitide, rapide, sec­che. Inquadratura obliqua dall'alto: diverse stradi­ne convergenti, brulicanti di uomini e di ragazzi che corrono in tutti i sensi. Degli uomini escono da una baracca. Il responsabile della bidonville, coadiuvato da diversi militanti, li perquisisce a uno a uno. Da un'abitazione ricavata dalla carrozzeria di una vec­chia corriera escono degli uomini: e sono a loro volta perquisiti dai responsabili delle cellule e dai loro aiutanti. Nel corso di una perquisizione viene trovato un coltello addosso a uno. Il responsabile del­la bidonville chiama con un cenno un militante. Questi s'avvicina alla persona che aveva il coltello e l'inter­roga, annotando su un taccuino le risposte. Diversi gruppi di uomini convergono verso la piazzetta cen­trale. Sempre in un'inquadratura obliqua dall'alto, dei gruppi di militanti che si radunano. Scorcio della stra­da centrale della bidonville. Si vedono apparire i primi gruppi di militanti. Altri gruppi si susseguono, facendosi sempre più numerosi. Piano lungo: dietro i primi gruppi, che sono appena passati, si va for­mando un imponente corteo di uomini, donne e bam­bini, che si dirige verso la macchina da presa. Il ru­more dei passi, lo scalpiccio di tutta questa gente, si fa sempre più insistente, A tratti si percepiscono dei gridi o qualche -fischio. Una strada laterale in un'altra bidonville; si va adunando una folla di ma­nifestanti. In un'altra bidonville un gruppo di mani­festanti con la bandiera algerina. Siamo di nuovo nella prima bidonville. Un susseguirsi di primi piani di diversi manifestanti, davanti alla macchina da presa. Si fanno avanti i manifestanti che portano la bandiera; questa viene affidata ad una donna alge­rina. Un ragazzino corre in mezzo ai manifestanti: s'avvicina alla donna algerina e le strappa, quasi, la bandiera dalle mani; si mette a sventolarla più in alto che può. I volti di tutti sembrano lieti, co­me a una festa. Campo lungo, un'inquadratura obli­qua dall'alto: la bidonville attraversata da un cor­teo di manifestanti. All'uscita della bidonville: i ma­nifestanti avanzano serrando le file e si vanno avvi­cinando alla macchina da presa, che li inquadra in un susseguirsi di primi piani. La stradina della bi­donville si va, a poco a poco, spopolando. Ora, è deserta. In fondo, si vede apparire un ragazzina: si sofferma a guardare il corteo che s'allontana. Poi, se ne va saltellando, camminando a pie zoppo.

Inizia a questo punto una serie i piani costituita da un montaggio alternato di documenti fotografici, animati da movimenti di macchina, intercalati a se­quenze filmate. Accompagna una musica vorticosa: ottoni, corde, percussioni e strumenti a fiato. La mu­sica va accelerando e, progressivamente, si rinforza, mescolandosi al rumoreggiare della folla. Questo montaggio descrive la manifestazione del 11 ottobre 1961 come realmente si è svolta:

Dei cortei di manifestanti sfilano attraverso le grandi arterie di Parigi. Certi dettagli, avvicinati in primissimi piani. Donne. Bambini. Manifestanti dai volti esaltati di gioia.

I responsabili fanno in modo che la manifesta­zione si svolga in perfetto ordine: serrando le file e facendo attenzione che il corteo non scenda dai mar­ciapiedi invadendo la carreggiata e non interrompa o intralci il traffico dei veicoli.

I preparativi della polizia (inserto filmato).

La polizia carica i manifestanti          (inserto filmato).

Gli algerini battono le mani: abbassano le braccia per far vedere che sono indifesi, disarmati.

Gli algerini non reagiscono alle cariche della polizia. Arresti in massa si susseguono davanti alla stazione del mètro dell'Opera, sui boulevards,

Gli algerini arrestati vengono raggruppati sui marciapiedi della metropolitana: le mani in alto e ammassati contro i muri. In piazza dell'Opera li ca­ricano sugli autobus con le mani incrociate dietro la nuca. Il rumoreggiare della folla non si sente più: la musica non è più che un susseguirsi di intermina­ bili lamenti.

Un irrompere incalzante di primi piani: uomini che cadono, colpiti dai manganelli o dalle pallottole.

Dei morti giacciono sui marciapiedi delle strade di "Paris la nuit".

La "caccia all'algerino" continua davanti ai ci­nema e alle luminarie dei caffè         - (inserti filmati).

La manifestazione è finita. Per le strade non ri­mane che qualche carrozzina per bambini sventrata, qualche scarpa abbandonata. Sui marciapiedi, dove le pozzanghere di pioggia si confondono con le chiaz­ze di sangue: degli algerini feriti, sul selciato. Dei morti. Non si percepisce più alcun suono, più nulla. SILENZIO.

Primissìmo piano di Malika, la prima ragazza che s'è vista all'inizio del film, prima dei titoli di testa. È scossa da un leggero anelito; ha lo sguardo sper­duto. Primissimo piano di Hafca: lo stesso sguardo attonito, lo stesso anelito. Primissimo piano di Mouloud. Anche lui tace. Anche lui ha quegli occhi sbar­rati dall'incubo, lo sguardo stralunato che troveremo in tutti gli altri volti. Poi, Snoussi: già cosi magro, con un tremito, ora, al collo che lo rende ancora più smilzo. Malek, un ragazzetto di 14 o 15 anni. Ecco Kaker che china il capo come se provasse vergogna per quello che ha visto. Leila che si asciuga una la­grima. Youcef, un vecchio che pare non capisca più dove sia. Primo piano di Tjidda che tiene in braccio il suo bambino appena nato. Due mani si protendono, le palme in giù: si vedono le tracce delle ferite delle pallottole. Un uomo delimita col dito l'orbita ocula­re: è stato accecato. Una schiena nuda solcata da una profonda cicatrice. Due mani mostrano le palme ferite dalle pallottole. Un braccio, completamente de­formato dai colpi, attraversa lo schermo. Primo pia­no di un uomo che mostra i segni delle pallottole su di un piede. Una mano ferita dalle pallottole. Una enorme cicatrice lungo una schiena nuda. Due mani deformate, protese in avanti. Piano medio dì Mohamedi accompagna le parole con grandi gesti dimo­strativi)

Mohamed                        - Eravamo senza armi, senza coltelli, senza bastoni; niente, assolutamente niente, a mani vuote! Proprio niente in mano... Si diceva: "Viva"       - (fa il gesto d'applaudire come facevano i manife­stanti del 11 ottobre) ... si diceva cosi, ma nient'altro... La polizia si che ce ne aveva di armi... i mitra, le pistole, i... i manganelli... di... di tutto... E noi, niente: le mani vuote, cosi...

(Piano medio di Salah, nell'alloggio di Vitry. È in piedi, vicino alla tavola; ha accanto due o tre com­pagni. Salah è un giovanottone di trent'anni; indos­sa un maglione a tinte vivaci e porta un berretto di velluto. Parla con tono desolato)

Salah                                - Credevamo che la polizia francese non cominciasse a pestare... E poi, si credeva che... come si dice... si manifesta per il coprifuoco... che si pro­lunga... Non credevo che la polizia francese... faces­se... ci caricasse... E, poi... hanno attaccato, cosi... e... e han pestato, han pestato...

( Piano medio di Rabah, il ragazzo che s'era visto prima della manifestazione, è sempre accanto a suo zio, seduto su di un vecchio letto, in un angolo della stanza. Non vi è collera nella sua voce, e nemmeno smarrimento. Solleva lo sguardo, ricorda bene)

Rabah                              - Erano cattivi. Camminavano: cammina­vano dappertutto... camminavano... sulle donne... sul­la gente... e pestavano...

(Abderhamane accanto a Salah, interviene)

Abderhamane                  - Si, si... e sparavano anche... (Fa il gesto per descrivere la scena)

Salah                                - Io non ho visto sparare.

Abderhamane                  - Ah, si! Tre colpi, io... Si! Si!... E dopo me ne sono andato per di là, una strada che svoltava... (Stacco. Ritorniamo allo zio di Rabah)

Lo zio                              - C'era un flic su una moto: voleva metter­mi sotto... E poi mi ha seguito: e mi ha sparato die­tro otto colpi... e io... io schivavo...

(Un gruppetto di ragazzine in una bidonville. Carrellata in avanti su Aicha, una ragazzina paffuta sui quindici anni. Piano medio)

Aicha                        - Ce n'erano che erano feriti, e, poi, ce n'erano che erano... morti... Ne ho visto uno che era morto. (Primo piano. Aicha è timida, ma soprattutto ancora scossa dall'impressione di quel morto, senza dubbio, il primo che avesse mai visto) Vedevo che respirava più forte... Ha gridato... e poi, dopo, ha smesso.

(Nell'alloggio di Ivry, piano medio di Belmel con le braccia alzate)

Belmel                             - Li vedo ancora: tutti, li, con le mani in alto, cosi... (Piazza dell'Opera: gli algerini con te mani in atto, incolonnati dai poliziotti. Panoramica sulla fila di prigionieri. Carrellata in avanti su di un algerino che viene assalito da tre poliziotti) Poi ci, si mettevano in cinque o sei poliziotti... per... per un al­gerino: e Io massacravano...

(La stanza dove Rabah continua il suo racconto)

Rabah                              - Si, uno alto. Non erano grossi, ma erano tutti alti. Tutti alti, lunghi...

(Panoramica su di un gruppo di algerini in una bidonville. Primi piani di alcuni di toro. Ne seguiamo uno, Abdelhah. Un giovanotto sui vent’anni con un curioso cappello floscio. Nel gruppo lo si nota subito. Ha una voce squillante e melodiosa)

Abdelhah                         - Ci hanno accolto sparandoci addosso... prendendoci a colpi di manganello... o col calcio del mitra. (Primo piano di due uomini che ascoltano il racconto) Ho visto della gente che cadeva... le don­ne... che piangevano... e poi i bambini che si erano persi... (Piano medio di due ragazzine che ascoltano sgomente) Oh, non era bello come spettacolo..- In piazza della Défence... mi sono preso una pallottola nella mano. (Mostra la mano con la palma traforata dal proiettile) C'era molta gente che cadeva. Ho vi­sto le donne che piangevano... e poi i bambini che strillavano, sperduti...

Rabah                              - (primo piano) E poi, c'era tanto sangue.

(// barbiere delta bidonville esce dal suo sgabuzzino e viene alla soglia con un fascio di bende in mano)

II barbiere                        - Avevo... la testa completamente aper­ta. Cinque punti... E le bende...

Amrane                            - (primissimo piano) C'erano dei ragazzi-dei ragazzi che crepavano li... davanti a noi... e noi non si poteva far niente!

Il barbiere                        - (in piano medio. Si rimette in capo le bende ancora tutte insanguinate) Ecco. Sono restato otto giorni cosi! E il sangue colava sempre. Ot­to giorni, cosi: ecco... E poi questo... (mostra una specie di straccio irrigidito dal sangue raggrumato) ... sono due fazzoletti... (fa il gesto, e, come se si spac­casse, lo straccio si separa in due pezzi) ... e si, il san­gue... Mi ci sono fasciato la testa con questi due faz­zoletti. Il sangue. Un fazzoletto, due fazzoletti: mi tenevo la testa... Li ho conservati per ricordo...

Rabah                              - (non trova altre parole, come in un ritor­nello) C'era tanto sangue per terra...

Belmel                             - (nell'alloggio di Ivry) Sul ponte Saint-Michel c'era una donna accanto a me, un'algerina, con un bambino in braccio... un bambino che avrà avuto un anno... Be', quando è arrivata la polizia e che è venuta verso di noi... e uno ci ha detto: "Dov'è che andate, figli di puttana!" E tira dei colpi di mi­tra, spara col mitra: prende il bambino e lo "sbatte nella Senna... e poi... la donna... ha cominciato a pian­gere... (Carrellata in avanti su Keira, una bambina di sette-otto anni che è seduta accanto a suo padre. Sorride e parla con un vocino dolce, come se parlasse di bambole)

Keira                                - I bambini piccoli, tutti i bambini piccoli che vedevano: li picchiavano, e poi... e poi, li butta­vano nella Senna. (Un rapido movimento di mac­china attraverso la stanza, per finire inquadrando Rabah che, ora, ha accanto il fratellino di quattro anni)

II fratellino                      - Ho visto un poliziotto che aveva visto un bambino piccolo... Gli ha dato una botta... e l'ha buttato nella Senna. (Rapida panoramica per in­quadrare lo zio di Rabah. Parla con un sorriso, ma le labbra gli restano contratte come in una smorfia)

Lo zio                              - Be'... se io ho un figlio, allora non vado a manifestare, a farmi ammazzare da solo... e... e lascio mio figlio qui... Se il padre muore, allora i ragazzi-chi gli da da mangiare, da dormire, chi li segue, i ragazzi? (Gli si intrufola tra le gambe un bambino di poco più di un anno, che cammina carponi. Lo zio si china verso di lui, fa un gesto come per mostrarlo e s'accinge a prenderlo in braccio) Questo... è quasi morto, questo... Cosa vuoi eh?... Ha avuto fortuna. (Carrellata in avanti sul bambino che cerca di sgat­taiolare via per andare a giocare, mentre si sente la voce di Fatimah)

Fatimah                           - (voce fuori campo) Un agente è venuto e ci ha detto: "Se continuate a strillare, vi buttiamo nella Senna! (Panoramica su tutta la stanza sino a inquadrare la madre che sta dando la poppata a un neonato, poi... Primo piano dì Fatimah. Ha dician­nove anni, e ha già quattro figli. È carina, nono­stante un lieve strabismo, e ha una certa vivacità nell'esprimersi) Se volete buttarci nella Senna, po­tete farlo: ne avete già buttati novanta di uomini nella Senna! Potete fare altrettanto con... con le don­ne!... E allora, quello: "Noi - dice - non ne sap­piamo niente, noi. Che mi venite a raccontare?... Noi non ne sappiamo niente...

(La notte piovigginosa del 17 ottobre. Un susseguir­si di fari di automobili che fendono il buio. La voce di Mohamed, fuori campo)

Mohamed                        - "Adesso, sbatteteli nella Senna!" Noi... noi non abbiamo detto niente... si... si... si era mezzo morti... (Prìmissimo piano della testa di Mo­hamed, riversa al suolo: violenti contrasti di luci e di ombre. Dei fari di auto che fendono il buio e in­crociano il furgone sul quale si trova Mohamed) Poi, la polizia ci sbatte nel furgone... ho la testa che è sul pavimento, nel furgone... Alzo la testa e guardo le luci... (La testa dì Mohamed si solleva per poi rica­dere pesantemente sul fondo del furgone) Si è arri­vati fino a Chatelet, all'Hotel de Ville... tutto sempre lungo la Senna, dove si vedono le luci. (Le case del lungo-Senna: nella notte piovigginosa le luci appaio­no più vive, luminose. Si riconosce lo Chatelet, i caffè intorno alla piazza con le loro insegne al neon, la co­struzione massiccia della Préfecture de Police, l'Ho­tel de Ville) Ha telefonato alla... alla prigione. Ha detto: "Niente... non c'è più posto. Tutto completo!" (Un susseguirsi di arcate che delimitano dei vani pro­fondi di portoni come ne esistono all'entrata delle carceri) E la polizia, ogni volta che alzo la testa, mi da una botta, forte... e la testa mi cade. (Primissimo piano della testa di Mohamed che ricade sul pavi­mento) All'ultima prigione, dice: "Ci sono dei posti nella Senna! per buttarli nella Senna! " E ci ha por­tati sino al ponte grande di... di Alfortville... (Una riva fangosa, lungo la Senna) Poi, hanno fermato il furgone lungo la Senna. E hanno buttato il primo... (La macchina da presa, spostandosi a sbalzi, dalla sponda della Senna attraversa la breve radura che fa da argine sino al filare di alberi che la delimita. Rapida carrellata in avanti sulla radura melmosa, disseminata di buche piene d'acqua che luccicano nella notte) Lo hanno messo a terra... e, poi... (piano medio di Moha­med) ... e, poi, gli hanno rotto la testa a randellate, col mitra, con i manganelli, prendendolo a calci-Tutto! Si, gli hanno ben rotto la testa ; poi sono an­dati avanti cento metri e l'hanno buttato nella Sen­na. Il secondo sono io... (Carrellata, in avanti su Mo­hamed che mostra i capelli tagliati cortissimi) Avevo i capelli lunghi. Dopo, quando hanno preso a dar­mi colpi col mitra, con i manganelli, i calci... c'è... c'è che la testa si è gonfiata cosi... tutta gonfiata... Be', ho dovuto rasarli a zero; ma adesso... (sorride, pas­sandosi una mono in testa, sui capelli cortissimi) ... adesso, un po' sono spuntati. (Piano medio di Mo­hamed) Dunque, c'è un'altra guardia che dice: "Ci siamo: è morto. Mollalo!" Be', e... (Il lungosenna fangoso: si vedono un paio di gambe allungate al suolo; quelle di un uomo che è stato spinto fuori da un veicolo. Ora si vede tutto il corpo disteso al suo­lo. Due uomini lo prendono per le spalle e per le gambe) e mi prendono... Uno mi prende per i piedi, l'altro per le mani: e mi buttano nella Senna! (Piano medio di Mohamed) Quando sono andato giù... quan­do sono caduto in acqua... avevo... avevo la testa che... (Dondola leggermente il capo, come per sotto­lineare l'urto violento che ha provato. Si spiega ac­compagnandosi con gesti molto espressivi. Non c'è violenza nella sua voce; risente ancora dello sbalor­dimento d'esserne uscito sano e salvo) Sono andato giù forse venti metri (con una certa fierezza) perché so nuotare... e, poi, sono risalito: avrò fatto cento metri o cinquanta metri... non mi ricordo più quanti metri... Be', allora sono rimasto un po' vicino alla riva. Tiro fuori la testa e guardo... Guardo la polizia... Ho visto la polizia che era ancora li che pestava il terzo; perché eravamo in tre. Gli hanno spaccato la testa. Poi, l'hanno buttato nella Senna. Dopo che-quando l'hanno buttato nella Senna, io sono rimasto in acqua da mezzanotte fino alle sei del mattino. Ero tutto blu, perché faceva freddo; poi c'era il vento, c'era la pioggia, e tutto!... Ero tutto blu. La testa rotta... (Passandosi una mono sul volto) II sangue tutto appiccicato sui capelli; era quasi nero... E poi... alle sei del mattino... esco dall'acqua... (La Senna. Il lungo-Senna. Dove l'argine è in muratura, delle rozze scale di legno scendono sino al pelo dell'acqua. Que­sta sequenza è girata con la macchina da presa sog­gettiva: la macchina da presa s'identifica cioè con Mohamed. La macchina da presa esce letteralmente dall'acqua. È l'alba) Quando esco dall'acqua, vedo una casa; c'è una luce. (Carrellata lungo l'argine ri­coperto di foglie umide di pioggia) C'è una radio ac­cesa. Vorrei chiedere per... Vorrei entrare dentro per... per riscaldarmi... per qualcosa cosi... (Panora­mica su una casetta lungo il fiume. Movimento di macchina verso l'entrata) ... Ma ho paura che forse-che forse telefona alla polizia un'altra volta. Mi dico: Si, forse telefona... forse telefona alla polizia... (s'in­terrompe; un leggero sorriso) ...e mi vanno ancora a sparare... ancora le sventagliate di mitra... ancora mi vanno a buttare nella Senna!... Sono entrato nel giar­dino... (La macchina da presa si sofferma all'ingresso di un giardinetto, ingombro di rifiuti, di vecchie bot­ti, ecc.) C'è un giardino accanto alla casa. Sono en­trato nel giardino... (S'avvicina a una sorta di pic­cola tettoia costruita nel giardino a ridosso della casa) ... e poi dopo, ho trovato... il coso, li, di lamie­ra... che era li, contro il muro... (Primo piano della lamiera della tettoia. La macchina da presa s'infila A me m'han pestato all'uscita. C'è uno che mi fa gambetta, ma io non casco. Allora l'altro mi da una manganellata in testa; e sono caduto. Quello mi di­ce: "Alzati, su! presto... se no ti scarico il mitra!" Io mi alzo. Non ci vedevo niente... nebbia... Correvo, cosi; ma non vedevo niente. Poi, dentro nel furgone. E ci portano a Saint-Michel.1 All'uscita del furgone ci hanno ancora massacrati, come in piazza d'Italie! coi manganelli e tutto! Poi a Saint-Michel... A Saint-Michel, non c'era più acqua. Non c'era niente da mangiare. Bevevamo l'acqua del cesso... dentro... den­tro un casco da moto, di plastica. Allora, c'era uno studente... un algerino, che era studente e che era li. L'avevano preso e gli avevano detto: "Cosa ci fa­cevi, eh? cosa ci fai qui?" Lui ha detto: "Sono stu­dente." E allora quelli gli hanno detto: "E di cosa sei studente?" Lui risponde: "Di farmacia." E quel­li gli dicono: "Ah si? sei studente? E vieni un po' qua a vedere!" E gli han mollato un pugno; e poi un altro l'ha sbattuto contro una finestra. L'han­no pestato. Gli hanno spaccato tutto qui... (e mo­stra Varco del sopracciglio) ... la fronte... le soprac­ciglia... Poi l'hanno messo con noi. C'è stato uno che è venuto dopo e ci ha chiesto: "Chi c'è qui che è ferito grave?" Siamo venuti avanti; e a me, mi dice: "Oh te... è niente! Adesso vi diamo i medica­menti!" Ci hanno portati alla fontana. E ci hanno detto: "Ecco i medicamenti!" (Rapida panoramica intorno alla stanza. La macchina da presa si ferma su Ait, il giovane algerino che, poco fa, aveva con­cluso il racconto di Mammadi. Ora Ait è seduto accanto a Mustafà. Questi è in pigiama; porta un curioso copricapo, una specie di colbacco di pelo. Parlando, non riesce a trattenersi dal ridere; un ri­so pudico, come per schermirsi)

Mustafà                           - A me... m'han mollato delle pacche ai coglioni... oh, li han stretti, eh! forte, forte, li han stretti... (Panoramica per inquadrare, ora, il gruppo d'algerini che si trova sul letto, e in parti­colare, Ali. È il secondo della -fila ; è di piccola statura, timidissimo ; ha lo sguardo ancora tutto spaurito)

Ali                            - Un agente aveva... una sbarra di ferro, e ci... picchia     - Poi, ho visto uno... e ne aveva addos­so quattro. Non so se è morto o... o se è malato... Poi... ci hanno trasferiti alla ...Porta di Versailles... in un autobus... (Piazza dell'Opera: degli algerini con le mani dietro la nuca, sono spinti dai poliziotti dentro un autobus) Davanti c'erano gli agenti in mo­tocicletta, poi... poi una macchina, e i CRS...2        - (Primo piano di un pannello pubblicitario che occupa tutta la fiancata di un autobus: "Una parola che è su tutte le labbra: caramelle PSCHITT. La caramella per tut­te le bocche." Movimento di macchina verso l'alto e carrellata indietro in modo di inquadrare i finestrini dell'autobus: attraverso i quali si intravedono gli al­gerini pigiati gli uni sugli altri, sempre con le mani in alto. Primo piano di Ali) Siamo entrati alla Porta di Versailles, e ci siamo rimasti sino a lunedì. Da venerdì a lunedì. (Accanto ad Ali s'inquadra, ora, Mu­stafà. Correda il racconto dei fatti con abbondanza di gesti, mimandone ogni particolare)

Mustafa                           - Quando ci hanno portato laggiù, ci sa­ranno stati... quaranta furgoni, forse... non so quanti ce ne saranno stati... Li hanno messi tutti insieme, i furgoni, e poi hanno messo due file di flics. Ci face­vano scendere uno alla volta, con le mani in testa... e pestavano. Se uno schivava il primo, c'era li il man­ganello del secondo... cosi... tutti, fino alla sala... Nella grande sala... li ci hanno messo tutti... C'è uno che ha detto: "Buttate in terra tutti i portafogli." (Carrel­lata in avanti su Ait. Questi da una leggera pacca sulla spalla a Mustafà)

Ait                           - A lui hanno preso 18.000 franchi, e poi... a un altro, che conosco solo di vista... gli hanno preso l'orologio! (Movimento di macchina per inquadrare Ait sotto un'altra angolazione: prosegue il racconto accompagnandosi con una mimica molto espressiva. Parlando della carta d'identità estrae il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni e, sempre conti­nuando a parlare, ve lo rimette) La carta d'identità l'ho anche cambiata. Ne ho messa una nuova, perché...

10 so io il perché. Si è passata una notte senza man­ giare. L'indomani, ancora senza mangiare. La... la sera ci portano una scatola di conserva... una per sei persone... non mi ricordo più che cosa c'era dentro...

Voce di un compagno     - C'era della carne...

Voce di un altro compagno    - Manzo... corned-beef...

MustafA                          - (intervenendo) Corned-manzo... ecco, si! e poi... (ha sempre lo stesso sorriso imbarazzato).,. Ci hanno massacrati come si deve; ben pestati, ma bene bene! (S'interrompe un attimo come per riflet­tere. Si toglie il colbacco e si passa la mono nei capelli) Ah si, si! sanguina: e se sanguina! Poi, era­vamo nella sala e ci hanno portato i fagioli! L'indo­mani, tutti avvelenati i fagioli! E allora tutti malati: tutti!

Ait                                   - Si mangiava li - sa? - e, poi, a due metri, a tre metri, si cacava, si pisciava. E puzzava, sa?... (Primissimo piano di rifiuti e di immondizie ammuc­chiate sul cemento. Poi, un'ampia carrellata-panora­mica che ci mostra l'enorme sala del Palais des Sports stipata sino all'inverosimile di algerini. Si vedono inol­tre dei CRS di pattuglia dietro delle spalliere metalli-che mobili che costituiscono una sorta di barriera che li separa dai prigionieri) E poi, la maggior parte non si aveva da fumare. Un pacchetto di sigarette è venuto a costare anche più di mille franchi... mille franchi per sigar... voglio dire, per un pacchetto di sigarette. I CRS le vendevano ai civili, ai musulmani detenuti. Poi, la notte si dorme... (s'interrompe, per subito ri­prendersi) ... si era tutta una calca per dormire, uno sull'altro. I più malati li si reggeva con le braccia, o li si metteva sulla gamba, sulla coscia... perché avessero meno male... (Una serie di primi piani di algerini imprigionati al Palais des Sports. Hanno tutti la testa fasciata. Un gruppo di Algerini seduti per terra in cerchio. Un altro gruppo di Algerini coricati per terra. Primo piano di Ait) Ah, che schifo, sa? essere intossicati cosi! Tutta quella gente che stava male... poi li portavano all'infermeria... E, poi, la puzza... (Movimento di macchina per inquadrare Salah, che è in piedi all'angolo del tavolo e ha sempre in capo il suo berretto di velluto)

Salah                                - (con aria disgustata) Non volevano lasciare andare la gente al cesso... e allora se la facevano nei calzoni; e poi... Ecco: volevo dire questo. (Si sente un frastuono di voci: le frasi in arabo si mescolano alle frasi in francese. Movimento di macchina: si passa a inquadrare Ait e Mustafà)

Ait                                   - Durante tutto il tempo che ci hanno tenuto li, nessuno... poteva andare al cesso, perché c'erano i CRS che ci aspettavano... li, col manganello, e ce le mollavano... mica per scherzo: ferite erano! Allora è per questo che si era obbligati a farcela nelle brache, dato che non potevamo mica... davanti agli altri... Perché noi abbiamo il rispetto degli uni verso gli al­tri... noialtri, musulmani... E la religione... E allora, du­rante parecchi giorni dopo che si era stati liberati, durante parecchi giorni non si faceva che lavare brache.

(Primissimo piano di una donna algerina. Ha un volto stanco, eppure i tratti di quel volto riman­gono fini, delicati. Si esprime in arabo, ma una voce infantile fuori campo tradurrà di volta in volta ciò che dice. Mentre la donna parla, si percepisce, in fondo sonoro, un vociare indistinto: soprattutto voci fem­minili e la sola parola che si riesce a capire è "mise­ria... miseria..." La donna dice una frase in arabo)

La voce infantile             - Ha detto... si, ha detto: "pre­ferisco che siano morti piuttosto che restino in que­sta miseria."       - (La donna dice una frase in arabo) Ha detto: "Laggiù o qui, è la stessa miseria."       - (La donna protende l'indice in segno di protesta, d'accusa)

La donna                         - (esprimendosi per la prima volta in fran­cese) No... no, no... miseria per l'algerino... (Il frastuono di voci continua. Stacco. L'alloggio di Sartrouville. Un vecchio, curvo e malato, attraversa len­tamente la stanza. Un amico lo sorregge. 1 due si di­rigono verso la porta. Una donna algerina commenta il loro incedere doloroso)

Voce di donna                 - Delle botte, dei colpi sulla schiena, dappertutto. Allora, ha perso la memoria. Adesso non può più parlare, ha ricevuto troppi colpi... ( La porta si apre. L'algerino malato ha un gemito, un pianto sommesso, come d'un bimbo, mentre il suo compagno l'aiuta a varcare la soglia. La porta si chiude e intanto ci giunge una voce maschile, fran­cese)

La Voce                    - La porta si chiude sull'algerino. Ma non andatevene via! Il 17 ottobre continua! La porta sta per riaprirsi. (È notte. Per le strade di Parigi dei poliziotti s'accaniscono con i manganelli su manife­stanti che giacciono al suolo. Primo piano di un ma­nifestante, dal volto tutto insanguinato. Primo piano di una donna tramortita dalle manganellate) Ed è su di noi che si riapre! su di noi, che non siamo dei bicots, che non eravamo dei youpins1 vent'anni fa! (Ancora la polizia che carica i manifestanti)

Voce dee. sic A. L'otto febbraio       - e lo dico come testimone     - ho visto una polizia che, inten­zionalmente, ha ucciso!

(In un'aula di una scuola della periferia di Parigi, sono riuniti, in un'atmosfera di fratellanza, dei fran­cesi e degli algerini, già visti nel corso del film. Ed è appunto Hamid che comincia a parlare; lo ve­diamo di tre quarti e gli altri, francesi e algerini, che gli stanno dì fronte, lo ascoltano attentamente)

Hamid                             - Da sette anni gli algerini hanno tenuto una specie di contabilità del risveglio del popolo fran­cese... (Movimento di macchina per inquadrare in primo piano due donne francesi accanto a un gio­vane algerino) Quando le madri francesi hanno im­pedito ai treni di partire, di portare i ragazzi in Al­geria... (// movimento di macchina continua per in­quadrare, ora, sempre in primo piano, un francese e un algerino, fianco a fianco. L'algerino è Mohamed, scampato all'annegamento) ... Quando degli obiettori di coscienza, dei giovani di diciannove, vent'anni, si sono resi conto, in coscienza per davvero, e, più an­cora di certi uomini politici, hanno scelto il rifiuto... (In primo piano, un gruppo formato da una francese e due giovani algerini: uno è Malek, che aveva de­scritto, in precedenza, il suo arresto a Saint-Michel e la sua incarcerazione) ... e hanno preferito il car­cere piuttosto che indossare l'uniforme e combattere gli algerini... (piano lunghissimo della riunione) ... e, soprattutto, il "manifesto dei 121" contro la tortura... (primissimo piano di Hamid) ... ed è li, appunto, l'o­nore del popolo francese. (Un corteo di manifestanti che avanza ordinatamente. Portano un cartello sul quale si può leggere: "O.A.S. assassini!" 1 manife­stanti fanno cenno ai passanti sui marciapiedi di unirsi a loro)

La Voce                           - Abbasso il fascismo e la guerra, dicono i francesi... (Un autobus circondato dai manifestanti, i quali attaccano al cofano un cartello anti-OAS) ... e l'autobus non porterà più gli algerini verso la merda e la morte! (Di nuovo il corteo dei manifestanti. Molte persone sono venute ad accrescerne il numero, e il corteo appare ora imponente) Degli uomini pacifici, come il 17 ottobre... (pausa) ... come il 17 ottobre... (un gruppo di poliziotti, visti di schiena, che s'apprestano, manganello in pugno, a caricare la folla) ... e ci sono gli altri... la stessa polizia... (la polizia, che carica la folla, colta in piena azione) ... si, la stessa polizia: di bassa forza... (un gruppo di donne scar­migliate, terrorizzate, che, per sottrarsi alla carica della polizia, cercano scampo negli androni delle case) ... che s'accanisce, s'accanisce... sino a uccidere! (Dei manifestanti che corrono, sparpagliati per le strade) Ed ecco il mètro Charonne!(Dei poliziotti che sì precipitano verso un ingresso della metropolitana) La stazione di Charonne! (Primo piano della stazione di Charonne. Movimento dì macchina verso l'ingresso, che ci appare in una inquadratura obliqua dall'alto. La voce, quasi in un grido) II mètro Charonne!

Voce del sic F.                - Sono stato proiettato dalla folla giù nell'ingresso del mètro     - (Primo piano del sig. F.; un uomo dal volto tondo, simpatico) ... sono caduto a ventre in giù sopra una massa di gente, mentre altri continuavano a cadérmi addosso: e li ho assistito a qualcosa di veramente orribile.

La signora R.                   - (una donna affabile, dal fare quasi mondano, proprio il contrario dell'immagine conven­zionale della donna militante) Era davvero spa­ventoso, perché non c'era modo di cambiare posi­zione! Io mi sono messa a gridare: "Siamo disar­mati, ferma! ferma!" perché gli agenti erano già li con quei loro enormi manganelli, certo li dovete co­noscere... (dei poliziotti all'attacco, manganello in pu­gno. Primo piano di un manganello in mono a uno dei poliziotti. Ai limiti dell'inquadratura s'intravede la schiena di un uomo che tenta di fuggire, proteg­gendosi la nuca) ... sono qualcosa di assolutamente abominevole. ( La polizia continua a caricare la folla. Adesso i poliziotti colpiscono con il calcio del mitra. Un uomo tenta di mettersi in salvo)

Voce del sic A.                - Ho visto dei poliziotti continuare ad accanirsi un quarto d'ora; caricavano, colpivano, gettavano in faccia alla gente le inferriate fissate sugli alberi del boulevard...

Il sic F.                            - (primissimo piano) Le ho viste le in­ferriate! le ho viste venire, perché nella posizione nella quale mi trovavo, avevo la faccia verso l'alto. Si, le ho viste venire; ma ho anche visto gli uomini che le tiravano: degli occhi fu... fuori dalle orbite, gridavano... delle facce stravolte, da assassini! E questo lo affermo: in quel preciso momento quegli uomini volevano uccidere! (Due infermiere solleva­no un ferito riverso al suolo: è un uomo di piccola statura, tramortito dalle randellate)

La voce                     - Quest'uomo, ubriaco di botte, non sa più dov'è... Nel fascismo: è cosi semplice... (un grup­po dì poliziotti ha catturato un manifestante; comin­ciano a bastonarlo. Poi, d'un tratto, uno dei poliziot­ti gli da uno spintone e si mette a prenderlo a calci nel sedere. Un altro gruppo di poliziotti cattura un manifestante; si ripetono gli stessi gesti di prima. E anche li, due poliziotti si mettono a prenderlo, alter­nativamente, a calci nel sedere) ... ed è cosi chiaro... E poi? (Primissimo piano di una donna dal volto sfi­gurato, pieno di sangue) Poi c'è questo... (primissimo piano di un uomo dal volto pieno di sangue) ... e que­sto... (una donna a terra, tramortita dalle botte, che piange. Dei poliziotti s'allontanano, dopo aver lascia­to sul selciato un corpo esanime. Carrellata indietro sul gruppo di poliziotti. Carrellata avanti sui loro manganelli, legati al polso, e che dondolano ancora. Primo piano del corpo esanime; s'intravede, di fian­co, il manganello che l'ha colpito) ...E questo... (Una lunga pausa, e poi) ... Che cos'altro, ancora, ci vuole perché si capisca, tutti, che siamo tutti dei youpins, che si è tutti dei bicots... (lo schermo_ è vuoto) ... tut­ti. D'accordo, Kader? (Kader è l'algerino di cui si era sentita la voce all'inizio del film)

Voce di Kader                 - Si, d'accordo.

FINE

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