Padre putativo

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A. Lombardo                                                                                                                                    Padre putativo

PADRE PUTATIVO

Giallo

in

DUE ATTI

di

Armando LOMBARDO

(abalomba@tiscali.it)

www.ottimisti-teatro.it

(armandus33@gmail.com)

Questo testo è incluso nel Volume “Momenti di Teatro” (Vetrina Feltrinelli)

Opera depositata

ISBN: 978-88-9100-698-1

L'Autore mette gratuitamente a disposizione dei Gruppi Teatrali Amatoriali, i propri testi (rilasciando all'Organizzatore dello spettacolo la relativa necessaria liberatoria SIAE) a condizione che in prossimità della eventuale messa in scena della commedia, gli vengano comunicati la data della rappresentazione e il nome del Teatro in cui essa avrà luogo.


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A. Lombardo                                                                                                                                    Padre putativo

Personaggi:

Andrea RATTI           Ingegnere

ELENA:                          sua moglie

ROBERTO:                  loro figlio

CHIARA:                       loro figlia

Giulio FERRATI:     marito di Chiara

MARCHINI:                collaboratore dell'Ing. Ratti

ANSELMI                     Commissario

PROFILO DEI PERSONAGGI:  (non vincolante)

ANDREA RATTI

Ha circa 60 anni. Ha un fisico asciutto ed ancora prestante, quasi atletico. Distinto nell'aspetto, si muove con gesti decisi, ma misurati. Ha lo sguardo vivo e penetrante.

ELENA

Moglie di Andrea Ratti. E' una bella donna di circa 50 anni che si porta molto bene. Ha uno sguardo sereno e sicuro. Nel vestire dimostra gusto e raffinatezza.

ROBERTO

Figlio di Elena e Andrea Ratti. E' un giovane manager di circa 28 anni. Ha un'aria decisa e dimostra di avere una sua personalità ben precisa.

CHIARA

Figlia di Elena e Andrea Ratti. Ha circa 26 anni. Ha un bel corpo ed è molto carina. E' spigliata e molto sicura di sé. Veste con buon gusto abiti che valorizzano la sua figura.

GIULIO FERRATI

Marito di Chiara. Ha circa 28 anni. Rasenta, forse in difetto, il suo peso forma. Decisamente piacevole nell'aspetto, ha lineamenti molto delicati. Piuttosto introverso, appare riservato e molto controllato. E' curato nell'aspetto e spartanamente elegante nel vestire.

RAGIONIERE MARCHINI

Lavora per l'ingegnere Ratti. Ha circa 26 anni. Attivo e molto intraprendente. Piuttosto ambizioso e forse con pochi scrupoli. Specialmente nei confronti dell'ingegnere si dimostra eccessivamente disponibile, quasi servile.

COMMISSARIO ANSELMI

Età 45 anni circa. Ben curato nella persona. Abbronzato. Veste con sobria eleganza. Ha un buon bagaglio culturale. Educato, rispettoso, ma risoluto nei rapporti con il prossimo.


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ATTO PRIMO

Siamo nel corso degli anni ’80. La scena si svolge nello studio-biblioteca dell'abitazione dell'ingegnere Andrea Ratti. L'ingegnere indossa un abito di ottima fattura ed è quasi pronto per andare alla fabbrica di strumentazioni di alta precisione di cui è fondatore, presidente e proprietario. Su di un tavolo c'è una valigetta 24ore aperta, in cui egli mette documenti e pratiche che sceglie dai cassetti della sua scrivania e dalle cassettiere di un elegante archivio personale.

RATTI: (a voce alta, parlando con la moglie che si trova in una stanza attigua) Ci sono andati, poi, Chiara e Giulio a vedere quella villetta in vendita sui Colli?

ELENA: (da fuori scena) Veramente non lo so. No; penso di no.

RATTI: Ma perché stanno perdendo tanto tempo? Secondo me quella villetta è proprio quello che ci vuole, per loro. E poi, in fondo, è anche un buon affare. Se ci pensano troppo sopra, rischiano di farsela soffiare sotto il naso. Ma perché ci mettono tanto a decidersi? Non gli piace, forse, la zona?

ELENA: (sempre da fuori scena) Ma no! La zona gli piace, eccome; sia a Chiara che a Giulio...

RATTI: E allora!? Che stanno aspettando...?

(Entra Elena. Indossa una elegante vestaglia da camera ed è evidente che si è alzata dal letto da poco. Ha in mano una tazzina di caffè e nell'altra mano tiene il relativo piattino. Mentre parla si gusta a piccoli sorsi il caffè ancora caldo. Ratti, pur parlando con la moglie continua a cercare documenti e fogli che mette nella sua valigetta.)

ELENA: (entrando) Come zona e come posizione non potrebbero trovare di meglio. A poca distanza sia da noi che dall'ufficio di Giulio, come pure da quello di Chiara. E poi, sui Colli... con quella vista meravigliosa di tutto il golfo...

RATTI: E dunque? Se il posto gli piace, perché non vanno a vedere se va bene anche la casa?

ELENA: Sono sicura che anche la casa, da come ce l'hanno descritta, li soddisfa pienamente...

RATTI: E allora?!

ELENA: Gli piace, gli piace! Gli piace tutto: zona e casa; anche senza averla vista. Solo che Giulio è ancora molto indeciso.

RATTI: E che cos'è che non lo convince?

ELENA: Ma, non lo so... Eppure, caro, lo sai anche tu come la pensa Giulio. Non è ben sicuro di potersi azzardare a fare una spesa così forte, per lui.


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RATTI: Ma, Elena, non glielo avete detto che una parte della cifra gliela do io?

ELENA: Certo, che glielo abbiamo detto! Ma lui non vuole nemmeno sentirne parlare.

RATTI: Io, quel ragazzo proprio non lo capisco...!

ELENA: C'è poco da capire! Da qui in avanti vuole cavarsela con le sue sole forze. Dice che per lui noi abbiamo già fatto anche troppo! Da qui in avanti a Chiara ed a tutto quello che riguarda la sua famiglia, vuole pensarci lui, da solo, senza l'aiuto di nessuno.

RATTI: Ma Chiara è nostra figlia! E un padre... e i genitori hanno il dovere ed il diritto di intervenire quando qualcuno dei figli dovesse avere bisogno d'aiuto!

ELENA: Andrea, sei proprio sicuro che i nostri figli abbiano ancora bisogno di noi e del nostro aiuto?

RATTI: Però quella casa per loro sarebbe veramente un'ottima soluzione...

ELENA: E lasciamo che siano loro a trovare il modo di arrivarci, a questa soluzione. Almeno per il momento...

RATTI: Forse hai ragione tu. Forse è meglio dare loro la possibilità di cavarsela con le loro forze. Però diglielo a Chiara, che per qualsiasi cosa, se non dovessero riuscire a farcela, ci siamo noi. Diglielo, che possono contare su di noi in qualsiasi momento!

ELENA: Questo, Chiara lo sa già!

RATTI: (continuando a cercare pratiche e documenti) Non riesco a trovare la pratica del progetto Artemis...

ELENA: Forse l'avrai lasciata nel tuo ufficio, allo stabilimento...

RATTI: E' strano! Ero convinto di avergli dato una scórsa l'altro ieri...

ELENA: Forse ricordi male. Perché, prima di impazzire a cercarla qui, non telefoni a Marchini per sentire se l'hai lasciata nel tuo ufficio?

RATTI: E' proprio quello che pensavo di fare. (Si avvicina al telefono e compone un numero, mentre la moglie, avendo finito il suo caffè, esce).

RATTI: Pronto? Marchini? Buongiorno... Senta, guardi per cortesia se riesce a trovare la pratica Artemis... No, qui in casa non riesco a trovarla... va bene, aspetto.

(Breve attesa). Sì, pronto. Come dice?... Ma, ha visto bene dappertutto?...

anche nel cassetto di destra della mia scrivania?... Ho capito!... Va

bene, cercherò meglio qui in casa... Bene! Ci vediamo tra poco.

(riattacca la cornetta. Poi, parlando tra sé e riprendendo la ricerca

della pratica nei vari cassetti ed in alcuni scaffali della biblioteca:)

Eppure, deve essere qua. Sono sicuro di averla avuta per le mani un

paio di giorni fa... (nello smuovere alcune carte, gli capita per le

mani una busta arancione). E questa, che cos'è? (ne legge l'indirizzo)

All'ingegnere Andrea Ratti. (rigira la busta per cercare l'eventuale

indicazione del mittente che però non figura). A quanto pare è per


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me; ma di chi è? e chi l'ha messa qui? (Poi, a voce alta) Elena, sai niente, tu, di questa busta arancione? (senza attendere la risposta, apre la busta e ne estrae un foglio).

ELENA: (da fuori scena) Mi hai chiesto qualcosa, caro?

(Ratti legge il biglietto e resta un attimo immobile a fissarne il contenuto. Nel frattempo entra la moglie che indossa un elegante abito da mattino.)

ELENA: (entrando) Mi stavi chiedendo qualcosa, caro?

(Il marito ritorna improvvisamente in sé e vedendo entrare la moglie cerca di nascondere busta e lettera.)

RATTI: Ma no, cara. Niente di importante.

ELENA: (non essendole passato inosservato il gesto elusivo del marito, con sguardo profondamente interrogativo) Niente di importante, checosa?!

RATTI: (imbarazzato) Volevo dire... niente di importante quello che ti stavo chiedendo...

ELENA: (decisa) Hai ricevuto un'altra di quelle lettere, vero?! Posso vederla?

RATTI: Ma te l'ho già detto: non è assolutamente il caso di dare importanza a queste cose.

ELENA: (decisa) Posso vederla, per favore?

(Con una certa riluttanza il marito le porge il foglio.)

ELENA: (leggendo a voce alta) "Prepàrati: questa sera alle 22 e 3O morirai." (Poi, rivolta al marito con ferma decisione) Questa volta tu devi darmi ascolto: chiama la Polizia!

RATTI: Ma cara, ti dico che anche questa lettera, come le altre, è solo uno stupido scherzo di qualcuno che non ha di meglio come passare il tempo...

ELENA: A me non sembra affatto un modo normale di scherzare, questo. Per me avresti dovuto informare la Polizia subito, appena ricevuta la prima di queste lettere.

RATTI: Ma che cosa avrebbe potuto fare, la Polizia? che cosa può fare la Polizia davanti ad una stupida lettera che dice: dovrai morire?! (poi, forzatamente scherzoso per minimizzare la cosa) Tutti, prima o poi,dobbiamo morire, no?

ELENA: Ma questa volta è diverso, però. Questa volta hanno indicato il giorno e l'ora.

RATTI: (sempre cercando di minimizzare) E questo che cosa cambia? Piuttosto: come è finita nelle mie carte, questa lettera? Come ha fatto ad arrivare qua ed a finire tra le mie carte?

ELENA: (sempre fermamente decisa) Chiama la Polizia! Anche questo lo chiariranno loro.

RATTI: Ma aspetta un attimo, cara. Riflettiamoci un pochino sopra con più calma.


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(La moglie si avvicina al telefono ed alza la cornetta.)

RATTI: Ma ti prego, Elena: aspetta un attimo, prima di chiamare la Polizia.

ELENA: Non sto chiamando la Polizia; quello devi farlo tu. Sto telefonando a Roberto ed a Chiara. Loro devono sapere. E' venuto il momento che anche loro siano al corrente. Ne convieni anche tu, no?

RATTI: Ma perché vuoi metterli in agitazione? Cerchiamo di...

ELENA: Sono i nostri figli e ritengo giusto, a questo punto, che siano messi al corrente anche loro. (Nel frattempo ha composto un numero telefonico e dall'altra parte del cavo qualcuno risponde).

ELENA: Pronto? Roberto, sei tu? Ciao... Sì, sto bene... anche papà sta bene...

No. Stai tranquillo, stiamo bene, veramente! Ecco... papà ed io volevamo pregarti di passare un attimo da noi, prima di andare in ufficio. C'è qualcosa di urgente di cui vorremmo parlarti... Sì, sì, certo... A tra poco.

RATTI: Ecco, lo vedi? Lo hai già messo in agitazione. Sentirsi chiamare al telefono a quest'ora e sentirsi dire che c'è qualcosa di urgente...

(La moglie nel frattempo ha composto un altro numero telefonico e inizia una nuova conversazione.)

ELENA: Pronto? Chiara, sei tu? Ciao... Sì, sto bene... No, no: non ho bisogno di nulla. Solo che papà ed io vorremmo parlarti di una certa cosa. Potresti venire da noi?... Sì, certo, subito! Giulio è con te o è già uscito?... No?... Sta per uscire adesso? Chiedigli se può accompagnarti... Ma no, stai tranquilla!

RATTI: (intromettendosi mentre la moglie sta parlando al telefono con la figlia) Ma c'era proprio bisogno di impressionarli...?!

ELENA: (proseguendo la conversazione telefonica) Stai tranquilla! Ne riparliamo quando sarete qui, tu e Giulio... Sì, certo... Però mi raccomando: stai tranquilla!... Sì... ciao, ciao. (riattacca la cornetta).

RATTI: Scusa, cara, che bisogno c'era di precipitare così le cose...?! Chissà come si staranno lambiccando il cervello, ora, Chiara e Roberto. Sentirsi telefonare a quest'ora del mattino... sentirsi dire di venire con urgenza... Ma perché impressionarli tanto, poveri ragazzi...?!

ELENA: Qualcuno vuole ucciderti, e non ti sembra un motivo sufficiente per doversi preoccupare? (sempre con ferma decisione, porge la cornetta del telefono al marito ). E adesso telefona al tuo ufficio e digli che peroggi non ci vai, e che annullino tutti i tuoi impegni della giornata.

RATTI: Certo che quando ti ci metti, sei più ostinata... (prende con gesto riluttante la cornetta che la moglie gli sta porgendo e compone un numero). Pronto. Marchini, sono sempre io, l'ingegner Ratti. Mi si ècreato un contrattempo per cui oggi non potrò venire allo stabilimento... Sì... ne informi l'ingegner Brogi: che pensi a tutto lui. Ah... annulli naturalmente tutti i miei appuntamenti... Sì, certo, a data da destinarsi... Comunque, se c'è qualcosa, mi trovate qui a casa...


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Anche a lei. (riattacca la cornetta. Poi, rivolto alla moglie) Senti, Elena: io finora ho fatto tutto quello che tu hai voluto...

ELENA: Ti manca ancora una cosa...

RATTI: ...telefonare alla Polizia! Lo so, lo so. Ma intanto, vogliamo parlarne con più calma di questa stupida storia?!

ELENA: (accomodante) Sì, certo. Forse potrà aiutarci a capire meglio quello che ci sta succedendo...

RATTI: Ecco, io mi chiedo: perché qualcuno dovrebbe volermi uccidere?! Mah! Io insisto nel dire che è tutta una ridicola messinscena di qualche ritardato mentale che non sa come passare il tempo...

ELENA: Tu non puoi continuare a trascurare la questione illudendoti a pensare che si tratti soltanto di uno scherzo!

RATTI: E che dovrei fare allora, eh? Ma ti rendi conto dell'assurdità della situazione?! (ripete, scandendola, la frase scritta sul foglio) Preparati: questa sera morirai! (Poi, guardando con lo sguardo vuoto, fuori della finestra) Se c'è una cosa che ti aiuta a vivere, a vivereveramente, intendo, non a esistere... se c'è una cosa che ti aiuta a sopportare con grinta e con puntiglio tutte le difficoltà e gli inciampi quotidiani ... se c'è una cosa che ti dà la forza di guardare al domani, al di là degli ostacoli, è quella di credersi eterni: di pensare cioè che la nostra vita non debba mai finire! Si finisce col credere che soltanto gli altri muoiano. Più giovani o più vecchi di noi, soltanto gli altri muoiono! Conosco persone che hanno superato gli ottanta e che con la massima naturalezza fanno ancora progetti per il loro futuro. Si finisce proprio per credere che la nostra vita non debba mai concludersi...! Ed ecco che un mattino ti trovi per le mani un assurdo foglio di carta che ti dice: questa sera morirai! (rivolto alla moglie, come risvegliandosi da una riflessione) Ma ti rendi conto di qualeassurdità...

ELENA: Possibile che pensandoci bene, tu non riesca ad immaginare chi può avere scritto quelle minacce?

RATTI: Ma te l'ho detto: non ne ho la più pallida idea. E più ci penso e più mi convinco che si tratta di qualcuno che vuole divertirsi alle mie spalle...

ELENA: Senti, Andrea, io capisco ed apprezzo il tuo tentativo di voler minimizzare tutto per farmi stare più tranquilla; ma almeno questa volta, considerami all'altezza della situazione: capace di saperla affrontare almeno quanto pensi di poterlo fare tu. Noi dovremmo poter dividere tutto: i momenti belli ed anche i momenti difficili. Quindi, ti prego, non continuare a cercare di tenermi fuori da questa storia. Se è soltanto uno stupido scherzo, tanto di guadagnato...

RATTI: E di che cos'altro vuoi che si tratti...?

ELENA: Non lo so. Però vorrei che tu provassi a prendere in considerazione


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anche altre ipotesi.

RATTI: E cioè?

ELENA: E cioè, che possa effettivamente trattarsi di vere e proprie minacce di qualcuno che vuole veramente... ucciderti! Ed allora, torno a chiederti: rifletti bene; chi può avercela tanto con te al punto da volerti morto? Un concorrente? Qualcuno che ti deve qualche forte somma di denaro? Qualcuno a cui hai fatto qualche torto? Devi essere sincero al massimo. Qualche marito alla cui moglie hai riservato attenzioni particolari...?

RATTI: Ma cosa vai fantasticando, adesso?!

ELENA: Non sto fantasticando, Andrea. Sto cercando di essere realista e di darti una mano ad aprirti completamente...

(Viene interrotta dall'arrivo del figlio Roberto che, visibilmente preoccupato, si precipita all'interno dello studio.)

ROBERTO: (indirizzandosi verso la madre) Allora?! Che sta succedendo? E voi, come state?

ELENA: (premurosa) Stiamo bene, stiamo bene. Non preoccuparti!

RATTI: Roberto!

ROBERTO: (rivolgendosi al padre) E tu, come mai sei ancora qui e non sei andato alla tua fabbrica? Non ti senti bene? Ma che cosa sta succedendo?! Qual'è la cosa urgente di cui volete parlarmi? E' successo qualcosa a Chiara?

ELENA: Ma no, anche Chiara sta benissimo! Anzi, dovrebbe essere qui da un momento all'altro.

ROBERTO: Hai chiesto anche a lei di venire qui?

ELENA: Sì, certo! Anche lei deve essere messa al corrente.

ROBERTO: Essere messa al corrente di che cosa?

RATTI: (porgendo la lettera minatoria al figlio) Ecco, tieni. Leggi!

(Roberto legge il foglio e resta un attimo a fissarne il contenuto.)ROBERTO: Ma che diavolo significa questo? Dove avete trovato questo

foglio? Chi l'ha mandato? E... "chi" dovrà morire, questa sera?

RATTI: Calma, calma! Una cosa alla volta!

(Entrano Chiara e Giulio.)

CHIARA: (anche lei preoccupata) Allora, mami, che cos'è che sta succedendo? (si precipita verso la madre e l'abbraccia. Poi, vedendo Roberto, si rivolge a lui) Roberto! Anche tu, qui? (di nuovo rivolta alla madre)Che cosa è successo? perché ci hai chiamato tutti qui?

(Giulio ha salutato tutti con un cenno del capo.)

ELENA: Venite! Andiamo a sederci e poi, papà ed io vi spiegheremo tutto.

ROBERTO: (a Chiara porgendole la lettera) Ecco che cosa c'è. Leggi! (Chiara legge il contenuto del foglio che poi, come impietrita, passa senza

parlare al marito Giulio. Anche Giulio legge il foglio.)

GIULIO: (rivolto al suocero) Perché vogliono ucciderti?


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RATTI: (chiudendosi con un gesto di impotenza nelle spalle) Mah; cosa vuoi

che ne sappia! Se lo sapessi...

ROBERTO: Calma un attimo! Vediamo di esaminare con calma tutta questa

storia fin dall'inizio. Prima di tutto: da dove è uscito fuori, questo

foglio?

RATTI: L'ho trovato poco fa, mentre cercavo una pratica, tra i miei documenti...

CHIARA: E chi ce lo può avere messo, tra i tuoi documenti? Qua dentro è

difficile che entrino estranei...

RATTI: Beh, qualche mio cliente in questi ultimi giorni ce l'ho portato, qui...

ROBERTO: ...ed anche il tuo (con sarcasmo) "fido" collaboratore...

RATTI: Alludi a Marchini?

ROBERTO: Già! Proprio al tuo "fido" Marchini!

GIULIO: Non mi è mai piaciuto, quel tipo...

ELENA: Calma, calma! Non corriamo troppo con le supposizioni...

CHIARA: Ha ragione mami! Non lasciamoci trasportare troppo lontano dalla

fantasia... A proposito: che cosa vi fa pensare che questa minaccia sia

indirizzata proprio contro papà?

ROBERTO: Beh, l'ha trovata papà, qui, nel suo studio...

(Ratti nel frattempo ha ripreso dal piano della scrivania, la busta arancione e la mostra ai presenti.)

RATTI: Ecco! Quel foglio era in questa busta; e sulla busta c'è il mio nome e cognome.

CHIARA: Ma chi può averla messa, lì?! C'è proprio da perderci la testa...

ELENA: Io dico che non spetta a noi chiarire queste cose. Ho già suggerito a vostro padre di informare di tutto la Polizia.

ROBERTO E CHIARA: La Polizia?!

RATTI: (equivocando sullo stupore dei figli e cercando di sfruttarlo a proprio favore) Ma, Elena, te l'avevo detto che non era il caso di chiamare laPolizia... Anche loro (indicando i figli) credo che siano molto sorpresi della tua proposta.

ELENA: Perché non sanno che di lettere di questo tipo ne hai già ricevute delle altre. Perché non glielo dici quante ne hai già ricevute nei giorni scorsi?

ROBERTO: Veramente, papà, ne hai ricevute delle altre di queste minacce?

CHIARA: Papà, è vero quello che dice mami?

RATTI: (a malincuore) Beh, sì. Ne ho ricevute delle altre.

ROBERTO: (risentito) E non ci avete detto niente?!

CHIARA: Ma perché non ce lo avete detto?

ELENA: Tuo padre non voleva impressionarvi più del necessario...

RATTI: Erano semplicemente delle minacce generiche...

CHIARA: Ma siamo pur sempre i tuoi figli, noi!

ROBERTO: (determinato) Sì! Sono d'accordo anch'io con la mamma: bisogna informare la Polizia. (poi, rivolto a Chiara e Giulio) Voi che ne dite?


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GIULIO: Mah... io, veramente non so. Mi sembra tutto talmente assurdo...

RATTI: Assurdo, assurdo! Hai proprio detto giusto, Giulio.

CHIARA: Anch'io sono d'accordo! Papà, chiama la Polizia.

(Chiara si avvicina alla scrivania, prende una agenda e cerca il numero telefonico della Polizia. Compone il numero e mentre attende la comunicazione porge, senza parlare, la cornetta al padre. Il padre, quasi controvoglia, afferra la cornetta e...)

RATTI: Pronto. E' il comando di Polizia? Sono l'ingegnere Andrea Ratti. Ho ricevuto delle lettere minatorie: vorrei parlare con qualcuno che possa occuparsi del caso... Come dice?... il Commissario Anselmi?... Me lo può passare?... Ah, capisco; è fuori per servizio... Io, dove abito? In via del Roseto al 124... Sì, bravo! proprio dove c'è la fontana con il putto... Ah, bene! ... Sì, certo, sarebbe un'ottima soluzione... Bene. Allora io aspetto. Grazie. (riattacca la cornetta).

ELENA: Che cosa hanno detto?

RATTI: Di questi casi se ne occupa personalmente un certo Commissario

Anselmi che però per il momento è fuori per servizio.

ROBERTO: .. e allora? Viene qualcun altro?

RATTI: No. L'agente con cui ho parlato mi ha detto che quel commissario dovrebbe essere di servizio proprio da queste parti. Ora prova a mettersi in contatto con lui via radio, attraverso la stazione operativa. Se ci riescono, potrebbe essere qui nel giro di pochi minuti.

CHIARA: Speriamo che si sbrighi...

ELENA: Ragazzi, avete fatto in tempo a fare colazione, o vi preparo qualcosa?

CHIARA: No, mami, grazie. Giulio ed io avevamo appena finito quando mi hai telefonato.

ELENA: E tu, Roberto?

ROBERTO: Lo sai che non faccio colazione al mattino...

ELENA: Ma, e il tuo caffè? lo hai preso?

ROBERTO: Sì, grazie. Quello l'ho già preso.

RATTI: Sentite ragazzi: io ormai la Polizia l'ho chiamata. E quando questo Commissario Anselmi sarà qui, sarà lui ad occuparsi di tutta questa storia. Perché, voi, non ve ne ritornate tranquilli alle vostre cose? E' inutile che si perda la mattinata tutti e cinque...

CHIARA: Ma che ti salta in mente? Io da qui non mi muovo!

RATTI: Ma se c'è qualcosa di nuovo ve lo faremo sapere o io o la mamma...

GIULIO: (rivolto a Roberto) Senti, Roberto: se Chiara resta, resto anch'io. Io ho già avvisato in ufficio che non ci sarei andato. Se restiamo, Chiara ed io, tu puoi andartene tranquillo. Se c'è qualcosa, come ha già detto tuo padre, ti informeremo; puoi esserne certo.

ROBERTO: No! Al diavolo il lavoro! Resto qui anch'io. Voglio sentire cosa intende fare la Polizia. (rivolto al padre) Perché non mi fai vedere un attimo quella busta. Se solo riuscissi a riconoscerne la scrittura...


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RATTI: (porgendogli la busta arancione) Tieni pure. Ma sono sicuro che non

sarà possibile ricavarne un bel niente. Per me sia la busta che la

lettera, sono state scritte usando un comune normografo.

GIULIO: Niente grafia, dunque, e niente caratteri di macchina da scrivere...

RATTI: Eh, già! Un normografo è facile da acquistare e facile da distruggere...

ROBERTO: (esaminando sia la busta che il foglio guardandoli anche controluce) E la carta? Che tipo di carta è stata utilizzata?

CHIARA: Ma dai, Roberto: cerchiamo di stare calmi! Queste cose, sono sicura, le chiarirà tutte la Polizia.

ROBERTO: Ma come fai a dirci di stare calmi?! Per questa sera, capisci? quella minaccia si riferisce a questa sera!

RATTI: A me sembra che stiate prendendo tutti la cosa troppo tragicamente. Ne ho ricevute già altre di minacce, eppure non è successo proprio un bel niente. Per me è uno scherzo. Comunque, visto che avete voluto che ne informassi la Polizia, a questo punto lasciamo che siano loro a prendere le giuste iniziative.

ROBERTO: Sì, bravo! Se aspetti che te lo risolvano quelli della Polizia... con tutto quello che hanno da fare...

GIULIO: E' giusto! Anch'io sono del parere di Roberto: se c'è qualcosa che possiamo fare, è bene che anche noi si provi a farla; per conto nostro. Chissà...

CHIARA: Ma sicuro! E se portassimo papà nella nostra casa di montagna e ce ne stessimo nascosti là per qualche giorno?...

ROBERTO: Non so... In questa stagione lassù non c'è nessuno. La zona in questo periodo è completamente spopolata. Così isolati e soli, non so fino a che punto può essere più sicuro per papà.

CHIARA: Forse hai ragione. Potremmo correre dei rischi maggiori...

GIULIO: Dovremmo cercare di individuare e di neutralizzare chi ha mandato quella lettera minatoria.

CHIARA: E come possiamo scoprire chi è stato? Dovremmo metterci noi a fare delle indagini... Ma da dove dobbiamo cominciare?

ELENA: Già: da dove dobbiamo incominciare? Tu, Andrea, che cosa suggerisci?

(Ratti nel frattempo si era appartato mettendosi a fumare una sigaretta appoggiato ad un angolo di un mobile e fissando con lo sguardo assente tutto il gruppo.)

ELENA: Ma... Andrea! E tu non dici niente? Te ne stai lì, in disparte, come se la cosa non riguardasse te.

RATTI: Oh, scusami, amore. No, non è che la cosa non mi riguardi, anzi...

ELENA: Tesoro, ho avuto la sensazione che non ti interessassero molto i nostri discorsi...

RATTI: Mi interessano, invece! Mi interessano; eccome! Ed era proprio e voi, a quello che stavate dicendo e che state facendo, che stavo pensando.


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A. Lombardo                                                                                                                                    Padre putativo

Vedi, stavo pensando a come ti allontana dalla vera realtà, la "realtà" di tutti i giorni...! Sei assalito da mille affanni e da mille preoccupazioni, sei preso dalla necessità e dal desiderio di superarli, di vincere, di sopravvivere. Ed in questa continua rincorsa al meglio nel futuro, trascuri e dimentichi la vera poesia del presente. Voi tutti lo sapete: ho dedicato tutta la vita al lavoro. Sudando, imprecando, qualche volta sorridendo, ma più spesso soffrendo, sono arrivato dove volevo arrivare. Ho sempre pensato che la mia più grande soddisfazione fosse quella di poter avere una fabbrica tutta mia. E sono riuscito ad averla, la fabbrica. Ma la mia più grande soddisfazione non l'ho avuta in quello. E' con questa busta (agita la busta arancione) che mi è arrivata la più bella soddisfazione della miavita!

ROBERTO: (fortemente sorpreso) Papà, io proprio non ti capisco...

CHIARA: ( anche lei esterrefatta) Ma che cosa ci vuoi dire? Anch'io non riesco a seguirti...

RATTI: State pensando che mi abbia dato di volta il cervello, eh? Che questa minaccia abbia talmente scosso il mio sistema nervoso da portarmi a dare i numeri..?! No! Non sono mai stato tanto lucido... non ho mai avuto le idee tanto chiare come in questo momento! Come dice quel detto? I veri amici si riconoscono nel momento del bisogno. Si dà sempre per scontato che tra genitori e figli, così come tra marito e moglie, ci debba essere un certo tipo di amore. Ma è un postulato, questo, non sempre attendibile. Voi, oggi, invece, mi state dimostrando quale vera profonda amicizia ci sia da parte vostra per me.

ELENA: (cercando di mitigare la commozione) Sì; credo proprio che quella lettera ti abbia effettivamente bloccato qualche rotella! Mettersi a dire queste cose...

ROBERTO: Ma papà, ma che ti prende, adesso?

(Squilla il telefono).

RATTI: (commosso ) Niente, niente! fate finta che non abbia detto niente. (va al telefono e alza la cornetta) Pronto. (non riceve risposta, e rivolgendosi agli altri) Hanno riattaccato.

(Tutti si guardano in modo interrogativo.)

RATTI: Avranno sbagliato numero.

ROBERTO: Ma quanto ci mette questo poliziotto, ad arrivare?

(Suonano alla porta).

CHIARA: A quanto pare lo hai chiamato.

(Suonano ancora alla porta).

ELENA: Vado io.

Esce da una porta e poco dopo rientra insieme ad un signore sui quarantacinque anni.


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ELENA: Prego, si accomodi. Ecco: questa è la nostra famiglia.

ANSELMI: Molto lieto! Sono il Commissario Anselmi. Raccontatemi come si sono svolti i fatti!

(Buio totale in scena)

Quando, dopo pochissimi attimi, si riaccendono le luci, la scena è sempre la stessa, ma lo studio-biblioteca è vuoto. Da fuori scena si odono voci di persone in conversazione nella stanza accanto. Entrano quindi in scena, prima la Signora Elena accompagnata dal commissario Anselmi che le offre il braccio. Subito dopo entra Ratti che ha sotto il suo braccio la figlia Chiara, ed infine appaiono Roberto, Giulio ed il ragionier Marchini che parlottano tra di loro.

ELENA: No; francamente non sapevo nulla di questa mostra. E' strano, perché in genere al nostro circolo si viene sempre informati di qualsiasi attività artistico-culturale che venga organizzata nella nostra città.

ANSELMI: E' una mostra che hanno inaugurato proprio l'altro ieri. E debbo dirle che, malgrado gli illuministi non siano proprio i miei preferiti, l'ho trovata estremamente interessante. Ci sono i migliori nomi del genere.

ELENA: Le confesso che avrebbe interessato molto anche me, andarla a vedere.

ANSELMI: Ma può andarci nei prossimi giorni, signora...

ELENA: Con quello che ci sta succedendo?!

ANSELMI: Vedrà che riusciremo a risolvere tutto per il meglio.

ROBERTO: E' confortante sentirlo così ottimista! Ha avuto qualche buona notizia dalla "scientifica"?

ANSELMI: No. Non ancora. Ma so che ci stanno lavorando sopra, a quegli elementi che abbiamo potuto fornire loro.

ROBERTO: E cioè? Allude alla busta ed al foglio di carta? Non mi sembra davvero molto?

ANSELMI: Beh, sì. In effetti, ad essere sinceri, non è molto.

RATTI: Ragazzi miei: cerchiamo di non guastarci la gustosa cenetta che la mia cara mogliettina ci ha appena fatto assaporare... Un buon digestivo, a questo punto, è proprio quello che ci vuole. Per te, Elena, c'è il tuo amaro preferito. E a lei, commissario? che cosa posso offrire?

ANSELMI: Grazie. Prima vorrei anch'io complimentarmi con la sua gentile signora per la cena veramente squisita cui, e ne sono stato particolarmente lusingato, ha voluto che partecipassi anch'io. E per quanto riguarda digestivi o liquori, la ringrazio di cuore, ma preferisco per questa sera astenermi.

RATTI: Lei è una persona ammirevole. Vuole mantenersi perfettamente lucido. Ho notato che anche a tavola non ha bevuto vino, ed anche con le portate è stato piuttosto parco. (poi, rivolto alla figlia) Chiara, per voi


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giovani ci pensi tu ad offrire qualcosa?

CHIARA: Sì, certo.(Ratti va al mobile- bar e prende qualcosa per sé e per la moglie che nel frattempo si è seduta accanto al commissario. Chiara chiede, senza che se ne sentano le parole, a Roberto, a Giulio ed a Marchini, che cosa desiderino. Poi va anche lei al mobile-bar, mesce quanto da loro richiesto e lo porge ad ognuno.)

ELENA: Veramente io dovrei sentirmi molto offesa nei suoi confronti, commissario.

ANSELMI: Mi dispiace davvero se involontariamente ho fatto qualcosa che possa averla offesa... e gliene chiedo umilmente scusa...

ELENA: Lei sapeva benissimo che la cena l'avevo preparata io stessa, con le mie mani. Eppure, malgrado questo, ha voluto assaggiare ogni piatto ed ogni portata destinata a mio marito... Cosa pensava? che volessi avvelenarlo?

ANSELMI: La prego nuovamente di scusarmi, ma questo sospetto non ha neppure per un solo attimo sfiorato la mia mente: la mia è stata una precauzione d'obbligo, in un caso come questo.

ROBERTO: (con una punta di ironia) Zelante più che mai, il nostro commissario...

ELENA: La prego: non si scusi, commissario. La mia era soltanto una battuta e, me ne accorgo ora, un po' inopportuna. Lei ha fatto benissimo ad usare quella precauzione. E farà benissimo ad usarne quali e quante riterrà opportuno, purché si arrivi a garantire l'incolumità di mio marito.

RATTI: Per il momento sono ancora vivo e vegeto! Ed ora, caro Marchini, al lavoro! Che ore sono? (guarda l'orologio) Bene! C'è tutto il tempo per vedere la corrispondenza e le pratiche che mi ha portato dall'ufficio.

MARCHINI: Certo, ingegnere. Gliele prendo subito. (prende una valigetta depositata in precedenza in qualche parte dello studio).

RATTI: Ed anche questa, commissario, è una delle sue precauzioni: quella di non avermi permesso di andare nel mio ufficio allo stabilimento.

CHIARA: Ed ha fatto bene! Siamo stati d'accordo tutti. Uscendo di casa saresti stato sicuramente più vulnerabile.

RATTI: Ma la lettera precisa l'ora: alle 22 e 3O. Quindi durante la giornata non avrebbe dovuto esserci nessun pericolo... Comunque adesso, se volete scusarmi, vorrei dedicarmi un po' al mio lavoro, 'chè poi ho un altro impegno molto importante. Penso che saprete tutti che alle dieci e un quarto in TV c'è la mia squadra che si incontra con la Stella Rossa di Belgrado per la coppa dei campioni...

ROBERTO: Ma come fai a pensare al calcio quando c'è qualcuno che ti minaccia di morte?!

RATTI: Minaccia o non minaccia, non voglio assolutamente perdermi questo


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incontro nemmeno per tutto l'oro del mondo...!

ELENA: (tra il comprensivo e l'ironico rivolta al figlio Roberto) Eppure ormai dovresti conoscerlo, tuo padre! Prima viene il lavoro e poi il calcio. O, forse, prima il calcio e poi il lavoro...?!

RATTI: Ma dai! Non dire queste cose. Lo sai benissimo... lo sapete benissimo

che prima di ogni altra cosa venite voi tre; anzi: voi quattro...!

(Segue un attimo di gelido silenzio. Gli altri quattro componenti la famiglia tacciono con gli occhi bassi.)

GIULIO: (sforzandosi di ricreare un po' di vivacità nel gruppo) Certo, che lo sappiamo. Ce lo hai sempre dimostrato. E te ne siamo tutti profondamente grati. Ed io per primo. Non so proprio che cosa avremmo potuto fare, mia madre ed io, quando è morto mio padre, se non c'eri tu!

RATTI: (schermendosi) Lascia perdere queste cose. Chiunque avrebbe fatto quello che ho fatto io.

GIULIO: (con intenzione) Ma io non posso assolutamente dimenticare quello che hai fatto tu, alla mia famiglia!

ELENA: (cercando di allentare la tensione) Bene, Andrea; se vuoi fare in tempo a vederti la partita, ti conviene guardare le carte che il ragionier Marchini ti ha così gentilmente portato dall'ufficio.

RATTI: (ancora leggermente scosso dalle parole di Giulio, cerca di riprendersi) Sì, cara, hai ragione. (rivolto agli altri) Vogliatescusarmi.

ANSELMI: Spero che non vorrà allontanarsi da questo studio.

RATTI: No, no. Non credo che sia necessario. Possiamo metterci nella mia scrivania; vero Marchini?

MARCHINI: Ma certo, signor ingegnere. Come decide lei, va sempre bene. (Ratti va a sedersi dietro la sua scrivania e comincia a consultare i vari

documenti. Di tanto in tanto parlotta con Marchini che è rimasto in piedi al suo fianco.)

ROBERTO: Senta, commissario Anselmi: ormai manca molto poco all'ora del...

all'ora indicata su quel foglio. Non crede che sia il caso di fare un po' il punto della situazione? Che speranze ci sono di venire a capo di questa faccenda?

ANSELMI: Purtroppo il tempo a disposizione per fare qualsiasi tipo di indagine

èstato molto poco. D'altra parte, dall'esame della busta e della carta non dobbiamo aspettarci un granché. La carta adoperata è di un tipo comunissimo che si può acquistare presso qualsiasi cartoleria e perfino nei grandi magazzini...

ROBERTO: Allora, per il momento, state brancolando nel buio...

ELENA: Ma, Roberto! Non possiamo pretendere dei miracoli, dalla Polizia!

Forse se tuo padre si fosse deciso di informarli appena ricevuta la

prima di quelle lettere...


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ANSELMI: Beh, sì. In quel caso sarebbe stato diverso. Avremmo avuto la possibilità di fare...

ROBERTO: (interrompendolo bruscamente) Sì, non dubito che avreste potuto

fare molto di più. Ma... e adesso? Che cosa state facendo? CHIARA: Beh, è già tanto che si sia qui, tutti presenti, e che finora non sia

successo niente. Ormai manca così poco...! Chissà: può darsi che sia

effettivamente come dice papà: solo uno stupido scherzo!

RATTI: (distraendosi per un attimo dal suo lavoro ) Ma se ve l'ho detto fin dal primo momento! Si tratta soltanto di uno stupidissimo scherzo! Chi volete che possa entrare qua dentro per farmi fuori?! Un fantasma?

ROBERTO: Io, papà, non sarei tanto ottimista! Se ne leggono tanti di casi assurdi che però si sono realmente verificati...

RATTI: Sì! Ma nei libri gialli! o nei film! (si dedica nuovamente all'esame delle sue pratiche).

ELENA: (al commissario) E' troppo ingenuo, secondo lei, sperare che, così, in queste condizioni, tutti presenti, chiusi in questo studio, con tutte le porte e le finestre chiuse e sbarrate, si sia al riparo da qualsiasi spiacevole sorpresa?

ANSELMI: Mah! Non si può mai dire... (allusivo) dipende da chi ha formulato quella minaccia.

ROBERTO: Non... non penserà che possa essere stato qualcuno di noi?!

ANSELMI: Non ho detto questo.

ROBERTO: Però era chiaro che era a questo che voleva alludere!

GIULIO: (intervenendo verso Roberto) Non complichiamo le cose! (poi, al commissario) Vuole per caso insinuare che sospetta forse di miasuocera? o di mia moglie? o di Roberto? (poi, come intuendo improvvisamente qualcosa ) Ah! Ho capito! Secondo lei, commissario,solo loro tre potevano, con tutta tranquillità mettere quella busta tra i documenti dell'ingegnere...

ANSELMI: (molto calmo) Non ho mai detto cose del genere. E poi, tra tutti voi presenti, non solo loro potevano farlo.

GIULIO: E cioè? anche io ed il ragioniere Marchini?!

ANSELMI: In teoria, sì!

GIULIO: Oh, bene! Quindi, poco per volta, siamo tutti sospettati!

RATTI: Calmati, Giulio. Il commissario non voleva assolutamente dire una cosa del genere. Io sono sicuro che...

(Improvvisamente tutte le luci dell'abitazione si spengono lasciando la scena nella penombra. Piccolo urlo di Chiara. Si crea un certo trambusto.)

ROBERTO: Che succede? Chi ha spento la luce?

ELENA: Andrea... Andrea. Dove sei?

ANSELMI: Calma, vi prego. Calma! Non muovetevi. Ognuno resti al suo posto!


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CHIARA: Papà, papà. Giulio... dove siete?

ANSELMI: Ingegnere, ingegnere... dove è andato? Non si allontani, per carità!

ELENA: Andrea!

ROBERTO: Papà... papà...

(Si riaccendono le luci. Tutti si bloccano per un attimo guardandosi attorno. Manca Ratti.)

ELENA: Oddio! Andrea!

ROBERTO: (urlando) Papà, dove sei?

ANSELMI: State calmi. State calmi!

RATTI: (da fuori scena) Sono qua, sono qua. State tranquilli! (entra in scena ) Ci deve essere stato uno sbalzo di corrente: era saltato l'interruttore principale. Ma ora è tutto a posto.

ELENA: (correndogli incontro e buttandogli le braccia al collo) Oh, Andrea! Che spavento mi hai fatto prendere...

CHIARA: (anche lei correndo verso il padre ed abbracciando contemporaneamente sia il padre che la madre) Papà! Ma che, haideciso di farci morire di spavento!?

RATTI: (cercando di rassicurare tutti) Ma non e successo niente! Era soltanto saltato l'interruttore generale. Speriamo che non mi faccia qualche brutto scherzo durante la partita...!

ELENA: (sempre con una punta di ironia) Già! Purché non gli sciupi la partita...

ROBERTO: (cercando di fare capire la gravità del momento) Papà, noi ci siamo presi uno spaghetto da infarto, e tu pensi sempre e soltanto alla tua partita!?

ANSELMI: Lei, ingegnere, è stato molto imprudente a lasciare questa stanza. E' il sistema migliore per offrire il fianco...

RATTI: (tagliando corto) Sì, avete tutti ragione. Scusatemi. Ma ora lasciatemi

riprendere il mio lavoro. (guarda l'orologio) Ormai manca pochissimo. Marchini: dove eravamo rimasti? (si siede alla sua scrivania e riprende il lavoro con Marchini).

ANSELMI: (rivolto a Roberto ) Visto che vostro padre non sembra voler prendere sul serio la faccenda rifiutandosi di collaborare, perché non mi date voi, una mano?

CHIARA: Volentieri! Ma che cosa possiamo fare, noi?

ROBERTO: Pensa che ci sia qualcosa che noi si possa fare?

GIULIO: (al commissario) Lo sa già, che può contare in modo assoluto su di noi. Ma in che modo possiamo aiutarla?

ANSELMI: Analizziamo i fatti! Scusatemi la franchezza, ma quello che è stato appena accennato, poco fa, che cioè ognuno di voi meglio di chiunque altro avrebbe potuto mettere la busta tra i documenti dell'ingegnere, è una delle eventualità di cui io, onestamente, devo tenere conto. Per essere ancora più brutale, sarebbe come dire che ognuno di voi


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potrebbe essere il potenziale autore della minaccia.

ROBERTO: Ecco! Lo sapevo! Quando la Polizia non sa più dove sbattere la testa, va a prendere di petto chiunque gli capiti tra i piedi...

ELENA: Per favore, Roberto! Lascia che il commissario ci spieghi dove vuole arrivare... La prego, commissario, vada avanti.

ANSELMI: Grazie, signora. Stavo dicendo, ma ripeto: è solo una eventualità puramente teorica, che quella busta contenente la lettera minatoria potrebbe averla messa, là, chiunque di voi, perché chiunque di voi può averne avuto agevolmente il modo di farlo. Allora... prima ipotesi: il minacciante, scusatemi la brutta parola, è qui all'interno di questo gruppo...

GIULIO: (ironico) Dobbiamo depositare le nostre impronte digitali?

ANSELMI: (non curandosi dell'interruzione) Ma se è all'interno di questo gruppo, finché restiamo tutti insieme, ciascuno a vista degli altri, è estremamente difficile che abbia la possibilità di agire. Sarebbe un pazzo se tentasse di fare qualcosa sotto gli occhi di tutti gli altri...

CHIARA: ...e quindi, in questo caso, potremmo stare piuttosto tranquilli...! E se dovesse andare via di nuovo la corrente?

ELENA: Roberto! Di là, nel ripostiglio della cucina ci sono due lampade di emergenza. Vai a prenderle.

(Roberto esce).

ELENA: (rivolta al commissario) Sa, commissario, sono di quelle lampade che si inseriscono nelle prese e che quando va via la corrente, si accendono automaticamente.

ANSELMI: Questa è una buona idea. Così elimina il pericolo che si verifichi l'inconveniente di prima.

(Roberto rientra con due lampade ed inserisce le relative spine in due prese dello studio.)

ROBERTO: (collocando le lampade in posizione strategica) Con queste avremo sempre il luogo del delitto sotto controllo...

ELENA: Roberto, ti prego, non scherzare su queste cose...

CHIARA: (a Roberto) Potevi anche evitarla una battuta tanto inopportuna.

ROBERTO: Va bene, va bene; scusatemi...!

GIULIO: (rivolto al commissario) Allora, secondo lei, se noi ci teniamo costantemente e reciprocamente d'occhio, non dovrebbe succedere nulla?!

RATTI: (sollevando la testa dai documenti) E allora...? Di che cosa dobbiamo preoccuparci, ancora?

ANSELMI: Dobbiamo prendere in considerazione qualsiasi eventualità. Anche perché non è detto che a fare quelle minacce sia stato qualcuno di loro...

ROBERTO: Ah, beh! Ora cominciamo a ragionare!

ELENA: E allora?


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ANSELMI: E allora potrebbe essere stato qualcuno che ha dei motivi di rancore nei confronti di suo marito.

CHIARA: E chi?

ANSELMI: Che so...?! Potrebbe essere un concorrente... o un cliente non soddisfatto; sa... considerando quali articoli ha trattato e tratta suo marito...!

ROBERTO: Chi di spada ferisce, di spada perisce!

ELENA: (adirata) Roberto! Ti proibisco di continuare con questo stupido umorismo che non fa ridere nessuno!

ROBERTO: (duro) Io non sto affatto scherzando! Andare in giro per il mondo a portare armi a destra e sinistra perché milioni di persone possano scannarsi tra di loro... questo non è scherzare!

ELENA: Le cose non stanno affatto così! E poi sono anni, ormai, che tuo padre non si occupa più di armi.

ANSELMI: Tuttavia, quello è un campo in cui ci si può creare facilmente dei nemici.

CHIARA: Ma anche un medico o un chirurgo possono crearsi dei nemici. Non è improbabile che un ammalato muoia per una cura sbagliata o a seguito di un intervento chirurgico...

ANSELMI: Lei non può immaginare quanti nemici ci possiamo creare, senza saperlo, anche facendo del bene... Ma per tornare a noi: sareste in grado di supporre o ricordare quali persone possono avercela con l'ingegnere?

ROBERTO: Tutti...

CHIARA: ... nessuno!

ELENA: No, non riesco proprio a concepirla, una cosa del genere. Andrea non ha mai fatto del male a nessuno. Anzi! E' stimato ed apprezzato da tutti: non solo per la sua serietà professionale, ma specialmente per la sua generosità ed il suo altruismo.

CHIARA: E' vero! Ha sempre fatto del bene a tutti. Quando ha potuto aiutare qualcuno, l'ha sempre fatto!

RATTI: Grazie, care. Siete molto buone a descrivermi così. Però Roberto non sbagliava. Quando si fa il mestiere che io ho fatto in passato, è facile crearsi qualche nemico.

ANSELMI: Potrebbe, allora, farmi qualche nome? Ha qualche sospetto su qualcuno in particolare?

RATTI: No, egregio commissario. Per quanto mi sforzi, non riesco assolutamente ad immaginare chi possa volermi morto.

ROBERTO: (contrariato dall'atteggiamento passivo del padre) Ma in questo modo non diamo nessun aiuto alla Polizia!

RATTI: Ma perché ti scaldi tanto?!

ROBERTO: Scusami: se preoccuparsi della vita del proprio padre significa scaldarsi...


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RATTI: No, Roberto. Scusami tu. Forse questa tensione nervosa sta cominciando a logorarci i nervi un po' a tutti. Ed allora è comprensibile che si cominci a dire cose che non si vorrebbero dire...

ANSELMI: Io penso che la cosa migliore sia quella di mantenerci tutti calmi, per quanto possibile.

RATTI: (avendo finito o non avendo più voglia di proseguire nel lavoro, rivolto a Marchini) Grazie, Marchini. Può tirare su tutto e riporlonella sua valigetta. Per questa sera basta!

GIULIO: (rivolto al commissario) Comunque, anche se fossimo in grado di fare qualche nome, a questo punto, a che cosa servirebbe? Ormai mancano meno di venti minuti all'ora prevista. Sempre che il nostro ignoto personaggio sia puntuale... Che cosa potrebbe fare lei, commissario, se le dessimo qualche nome? Diramerebbe richieste di ricerche o li farebbe pedinare? Non credo proprio, a questo punto, che ci sia più il tempo di fare qualcosa.

RATTI: Io, invece, qualcosa da fare ce l'ho. (si avvicina al televisore e lo accende e poi si siede davanti ad esso) Ecco qua. Questa, signorcommissario, se non lo sa, è la mia poltrona preferita. Telecomando in mano e... via alla partita! Ah, Marchini; se anche lei vuole rimanere a vedere il trionfo della mia squadra, resti pure.

MARCHINI: Sì, grazie. Mi interessa molto, la sua squadra. Anch'io tifo per lei. (Suonano alla porta d'ingresso. Gli astanti si guardano un attimo con aria

interrogativa.)

ROBERTO: Chi può essere, a quest'ora?

ANSELMI: Aspettavate forse qualcuno? Un appuntamento di cui vi siete dimenticati?

RATTI: (rivolto a Marchini) Lei che tiene la mia agenda... avevo forse un appuntamento con qualcuno?

(All'ingresso continuano a suonare).

MARCHINI: No, signor ingegnere. Non mi risulta che avesse qualche appuntamento.

ANSELMI: Ne è sicuro?

MARCHINI: Ma sì! Ho guardato l'agenda proprio oggi, quando ho disdetto tutti gli impegni.

(Continuano a suonare alla porta). ELENA: E allora? Chi può essere a quest'ora?

CHIARA: L'unica, per saperlo, è andare ad aprire. Ci vado io.

ROBERTO: Aspetta! E' meglio che venga anch'io.

ANSELMI: Sì; è meglio che vada anche lei. Ma non fate entrare nessuno. Per nessun motivo. E ricordatevi: fuori c'è una delle mie pattuglie. Anche se non la vedete, se c'è qualcosa che non va, gridate; accorreranno immediatamente.

ROBERTO: Va bene.


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(Chiara e Roberto escono. Gli altri restano fermi nello studio fissando con una certa apprensione la porta da cui sono usciti i due giovani.)

ELENA: Forse si tratterà di qualcuno dei nostri amici...

GIULIO: Ma perché ci mettono tanto?

RATTI: Forse era meglio se fossi andato io, ad aprire!

ANSELMI: Vuole scherzare?! Lei da qui non deve assolutamente muoversi.

Ah, ecco: stanno tornando.

(Chiara e Roberto rientrano. Chiara ha in mano un pacco di media grandezza, a forma di cubo, di circa trenta centimetri di lato.)

ELENA: Chi era?

ANSELMI: (con una certa preoccupazione) Che cos'è quel pacco?

CHIARA: Ce l'ha consegnato un fattorino.

ANSELMI: A quest'ora?! Ma i fattorini a quest'ora non vanno in giro a consegnare pacchi.

ROBERTO: Era un fattorino di una di quelle agenzie di recapiti private.

Recapitano pacchi e corrispondenza ventiquattro ore su ventiquattro.

E' per te, papà.

ANSELMI: Siete stati molto imprudenti a ritirarlo.

CHIARA: Ma è un normalissimo pacco...

ANSELMI: Presto: mettetelo su quel tavolo, senza agitarlo, e fatevi tutti da parte. Siete in grado di dirmi per quale agenzia lavora quel fattorino?

CHIARA: Io no. E tu, Roberto?

ROBERTO: Mah, non so. Ce ne sono talmente tante, oggi, di queste agenzie che i loro distintivi si somigliano tutti. Ma, commissario, non penserà mica...

RATTI: (alzandosi dalla sua poltrona) Mi scusi, commissario, se è indirizzato a me, spetta a me aprirlo.

ANSELMI: (deciso) Mi dispiace! Ma considerando la circostanza particolare, è più opportuno che sia io a constatarne il contenuto. Voi sistematevi laggiù, addosso a quella parete. (indica loro la parete più lontana dal tavolo su cui è stato appoggiato il pacco. Gli altri obbediscono in silenzio).

ELENA: Ha ragione il commissario, Andrea. Lascia che sia lui ad aprirlo.

GIULIO: (al commissario) Pensa che possa esserci una bomba?

ANSELMI: Non lo so. Ma è meglio essere cauti in queste circostanze.

(Così dicendo si avvicina al pacco, lo solleva e lo soppesa.

Poi, maneggiandolo sempre con estrema cautela, se lo porta prima all'orecchio e poi al naso per annusarne l'odore).

ROBERTO: Che cosa sta tentando di fare?

ANSELMI: Sto cercando di scoprire se qua dentro c'è dell'esplosivo.

(continuando ad esaminare il rivestimento esterno del pacco) In

genere, se ci sono sostanze esplosive si dovrebbe sentire un odore di

mandorle o di marzapane. Oppure dovrebbero esserci delle tracce di


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unto sull'involucro; o, ancora, dei piccoli forellini.

GIULIO: E c'è niente di tutto questo?

ANSELMI: No. Mi sembra proprio di no. Comunque voi restate sempre dove siete. Ora provo ad aprirlo.

(Sempre con la massima cautela comincia a togliere la carta esterna e ne viene fuori una scatola di cartone con coperchio. Lentamente solleva il coperchio ed infine tira un sospiro di sollievo. Infila una mano nella scatola e ne estrae una statuetta in legno raffigurante una figura dal corpo di donna e con la testa di coccodrillo. Intorno al collo ha due serpenti intrecciati ed una collana di perle. Nella mano destra ha una lancia di bambù e con la sinistra, afferrandola per i capelli, tiene una testa umana sanguinante.)

ANSELMI: (rivolto all'ingegnere) Sa chi può avergliela mandata, una cosa del genere?

(Elena e Chiara nel vedere quella statuetta in mano al commissario hanno un moto di ribrezzo. Ratti si avvicina lentamente alla statuetta fissandola intensamente.)

RATTI: Non ne ho la più pallida idea.

(Anche gli altri si fanno avanti incuriositi.) ELENA: Che cosa significa, quella orribile cosa?

ROBERTO: ( al commissario) Ma non c'è un biglietto? qualcosa che indichi chi l'ha mandata?

ANSELMI: No. Non c'è nient'altro.

(Ratti ha preso dalle mani del commissario la statuetta e l'osserva come ipnotizzato.)

ANSELMI: (deciso) Lei, ingegnere, sa che cosa rappresenta questa statuetta!

RATTI: Mah... non so... forse...

ELENA: Andrea, tu sai che cosa significa quella cosa mostruosa?

CHIARA: Papà, che significa tutto questo?

ROBERTO: Papà, diccelo, se lo sai, che cosa vuol dire! Forse sai anche chi te l'ha mandata!?

RATTI: No. Chi la manda non lo so. Ma credo di ricordare che cosa rappresenti. Questa è la dea Crimù: una dea venerata presso alcuni popoli delle isole della Melanesia.

CHIARA: Le isole della Melanesia? E come c'è arrivata fin qua giù?!

RATTI: Presso quei popoli sono venerati anche altri dèi. Ma questa è la dea più temuta perché è il simbolo della vendetta.

ANSELMI: Finalmente conosciamo il movente di quelle minacce. Qualcuno vuole vendicarsi nei suoi confronti.

ROBERTO: Papà, ma che cosa hai a che fare, tu, con questo mostro e con la Melanesia?

RATTI: Niente, figliolo. Assolutamente niente. Forse ci sarò capitato, ma tantissimi anni fa, quando giravo per i collaudi degli armamenti... Le


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ho fatte un po' tutte quelle zone: Malesia, Micronesia, Melanesia... Ho girato un po' tutto il Pacifico. Ma si tratta di venti o trenta anni fa.

GIULIO: E non ti viene in mente niente di importante collegato a quel periodo?

RATTI: (pensando) No. Non ricordo proprio niente di particolare.

GIULIO: (incalzando) Eppure tu hai sempre avuto una buona memoria... Prova a sforzarti!

RATTI: (resta un attimo pensieroso; poi scoraggiato, rinuncia) No! Non ricordo niente di particolare. ( cercando di riacquistare il buonumore) Comunque, per questa sera lo abbiamo già avuto, lo spaghetto ...! Ci mancava anche questo coso (lo scaglia da qualche parte, ma il commissario si affretta prontamente a recuperarlo al volo).

RATTI: Crimù o non Crimù, io mi vedo la partita alla tivù (ride senza convinzione) Ci fa anche rima.

(Torna a sedersi nella sua poltrona davanti al televisore.)

RATTI: Marchini! Lei mi stava dicendo che desidera vedere anche lei la partita, è vero?

MARCHINI: Sì, signor ingegnere.

RATTI: Bene! E allora si prenda una sedia e si sieda qua, accanto a me. Se ci sono altri interessati al calcio, si accomodino pure.

(Gli altri si guardano perplessi non sapendo, forse, cosa fare. Anche Elena si prende una sedia e si sistema accanto al marito.)

ELENA: Se non ti dispiace, vorrei starti vicino.

RATTI: Ma prego. Se questo può rassicurarti... (rivolto al commissario) Ha visto, commissario, che cosa può fare l'amore? Mia moglie non ha mai potuto soffrire il calcio, ed ora si sacrifica a vederlo pur di potermi sorvegliare e proteggere. (Poi, rivolgendo l'attenzione al televisore:) Bene! Il telegiornale sta quasi per terminare... Ed orasilenzio e occhio al televisore: inizia la partita!

(Ratti è completamente attratto dal gioco. Accanto a lui sono seduti, da un lato, la moglie Elena e dall'altro Marchini. Giulio e Roberto si sono avvicinati al mobile-bar e si sono versati qualcosa da bere che poi sorseggiano in piedi guardando da una certa distanza anche loro la partita, ma senza alcun interesse. Il commissario gira per lo studio alternando la sua attenzione all'orologio, alle finestre ed alle porte della stanza. Naturalmente ogni tanto non manca di gettare un'occhiata anche verso l'ingegnere. Chiara è seduta in silenzio in disparte e si mordicchia nervosamente le unghie. Improvvisamente si alza e si avvicina al commissario.)

CHIARA: Io devo andare di là. Ha qualcosa in contrario?

ANSELMI: Veramente sarebbe meglio che restassimo tutti qui uniti. Ma se proprio non può farne a meno...

CHIARA: Eh, no. Temo proprio di no. Sarà l'emozione o sarà la paura, ma non posso più farne a meno.


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ANSELMI: La prego: faccia il più presto possibile. E non apra nessuna finestra, mi raccomando.

CHIARA: Stia tranquillo.

(Nel frattempo l'ingegnere, a seconda dell'andamento della partita, lancia infuocate esclamazioni di incitamento o di

delusione. Marchini lo imita in tono minore. Il commissario continua a guardare l'orologio ed a controllare le finestre.)

ROBERTO: Papà, vuoi qualcosa da bere?

RATTI: Metti al fresco una bottiglia di champagne. Sono sicuro che ci servirà alla fine della partita per brindare alla vittoria della mia squadra.

ROBERTO: Ma adesso, vuoi qualcosa da bere?

ANSELMI: (anticipando la risposta di Ratti) Forse è meglio che non beva nulla, per il momento.

ROBERTO: Continua a non fidarsi, eh?

(Il commissario gli lancia una lunga occhiata, ma non gli risponde.) ROBERTO: Ma pensa veramente che se fossi io l'autore di quella minaccia,

sarei così pazzo da tentare di avvelenarlo qui, adesso, davanti a tutti? Eppoi, ormai è questione di pochi secondi...

(Ognuno guarda il proprio orologio e si crea un certo silenzio. Rientra Chiara.)

RATTI: Ma che fate? Sembra di essere alla mezzanotte di capodanno!

(Poi, visto che gli altri continuano ad essere come ipnotizzati dagli orologi senza più pensare ad altro, cerca di sdrammatizzare il momento).

RATTI: E va bene! Ed allora tanto vale fare il conto alla rovescia. Allora: meno venti... meno quindici... meno dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno... gong! Visto? Sono esattamente le dieci e mezzo e non è successo proprio un bel niente! Sono vivo, capite?! Sono ancora vivo!

(Tutti esultano di gioia e si avvicinano all'ingegnere per abbracciarlo e per complimentarsi con lui.)

ANSELMI: Calma, calma! Lasciate in pace l'ingegnere...

ELENA: Andrea, caro! Finalmente questo brutto incubo è finito!

CHIARA: Papà, papà! L'ho sempre pensato che fosse solo uno scherzo. Chi potrebbe avere motivo d'ucciderti?!

ROBERTO: Però! Ce ne ha messa di paura, questo vigliacco! Ma ormai è passata!

GIULIO: Già! Fortunatamente è tutto finito.

ELENA: Bene, Andrea. Adesso puoi continuare a vederti la tua partita in piena tranquillità.

RATTI: E' proprio quello che avevo intenzione di fare. (Si siede nuovamente nella sua poltrona) E guai a chi mi interromperà la visione!

ROBERTO: Stai tranquillo! Nessuno ti disturberà! Commissario, lo prende adesso un goccio di cognac o di qualsiasi altra cosa?


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ANSELMI: Sì, grazie. Un sorso di Porto, se l'avete.

ROBERTO: In questa casa il Porto non manca mai.

RATTI: (a Marchini) Ragioniere, perché non va anche lei a prendersi qualcosa da bere?

MARCHINI: Grazie, ingegnere. Ne avrei veramente bisogno. E lei, vuole qualcosa? Che cosa le posso servire?

RATTI: Un goccio di whisky con ghiaccio. Ma prima si serva lei, ragioniere.

MARCHINI: Va bene. La ringrazio.

(Si sono tutti avvicinati al mobile-bar per servirsi. Ratti è rimasto da solo davanti al televisore, seduto sulla sua poltrona. Improvvisamente dal mezzo del gruppo, Chiara lancia un urlo guardando dalla parte del padre.)

CHIARA: Oddio! Papà...!

(Impressionati, si girano tutti a guardare l'ingegnere che, ancora seduto sulla sua poltrona, s'è portato entrambe le mani alla gola come preso da un improvviso soffocamento e s'accascia quindi privo di vita senza dire una parola.)

ELENA: (disperata) Andrea!

(Tutti fanno per precipitarsi verso Ratti, ma prontamente il commissario li blocca e si avvicina al corpo senza vita dell'ingegnere. Gli sente il polso e la giugulare; chinandosi avvicina l'orecchio al cuore ed infine si rialza e con un gesto di sconforto comunica agli altri, tragicamente impietriti...)

ANSELMI: E' morto!

Cala il sipario

FINE del PRIMO ATTO


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ATTO SECONDO

La scena è la stessa del primo atto. Elena e la figlia Chiara sono sedute una accanto all'altra e si consolano a vicenda. La poltrona su cui è morto l'ingegnere Ratti è vuota. Giulio e Roberto parlottano tra di loro sistemati in una parte qualsiasi dello studio. Anche Marchini è presente tenendosi in disparte. Il commissario Anselmi è intento a consultare un piccolo notes tascabile.

ROBERTO: (con un certo risentimento nei confronti del commissario) Non mi sembra assolutamente di buon gusto, questa sua pretesa di aver voluto costringere mia madre e mia sorella a restare qui, proprio in questa stanza. Con tutti gli ambienti che ci sono, in questa casa...

ANSELMI: Sono veramente mortificato. Credo di capire cosa possiate provare, e sua madre e sua sorella in particolare, nell'essere costretti a stare proprio qui.

ROBERTO: Senta, commissario: con tutto il rispetto per l'autorità che lei rappresenta, ma non crede che sia venuto il momento di lasciarci finalmente un po' in pace?!

ANSELMI: Mi dispiace, ma io devo fare il mio dovere. Ho delle indagini da portare a termine...

ROBERTO: Da portare a termine?! Ma quando mai le ha iniziate, queste indagini?

ELENA: Roberto, calmati!

ROBERTO: Ma io sono calmo, mamma! Se non fossi calmo pensi che me ne starei qui a partecipare a questa sceneggiata?! CHIARA: Ma il commissario sta facendo soltanto il suo dovere...

ROBERTO: Il suo dovere era quello di impedire che succedesse qualcosa a nostro padre! Che cos'altro gli resta da fare, ormai?! Papà è stato ucciso proprio qui, davanti ai nostri occhi... sotto il naso del commissario, di tutti noi. E malgrado fosse presente anche un autorevole rappresentante della Polizia, ancora non sappiamo come possa essere stato ucciso, papà; e meno ancora, da chi!

ANSELMI: Io credo di poter capire il suo dolore e lo stato d'animo in cui si trova...

ROBERTO: Non c'è bisogno che lei si sforzi di capire il mio stato d'animo. Non


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A. Lombardo                                                                                                                                    Padre putativo

ho affatto bisogno della sua comprensione...

ANSELMI: Io non ho alcuna intenzione di compatirla! Stavo dicendo che, pur comprendendo il suo dolore, devo informarla che anche lei fa parte delle mie indagini.

ROBERTO: (rivolto agli altri) Che vi avevo detto? Prima non ha saputo fare nulla di concreto per evitare un omicidio e poi, quando non sa più dove sbattere la testa per riuscire a capirci qualcosa su quello che è successo, la Polizia non sa fare di meglio che sospettare di tutti quelli che gli capitano a tiro. Ma mi dice con che criterio porta avanti le sue indagini? Se ancora non sa nemmeno di che cosa è morto, mio padre!? Avvelenato? strangolato? pugnalato? con tre colpi di pistola? o di infarto?

ANSELMI: Tra poco la perizia medica ce lo dirà.

ROBERTO: Bene! E fino ad allora come intende muoversi? Perché ci obbliga a rimanere ancora in questo studio?

ANSELMI: Purtroppo è necessario ricostruire ancora una volta quello che si è verificato ieri sera; da quando hanno suonato alla porta fino al momento della morte di suo padre.

GIULIO: Ma è proprio sicuro che tutto questo possa essere di una qualche utilità? Anch'io sono d'accordo con Roberto: prima di formulare sospetti su chiunque di noi, è necessario sapere esattamente la causa della morte.

ELENA: Se ho capito bene, lei commissario è sicuro di poter tirare fuori l'assassino, se di assassinio si tratta, da uno di noi?!

CHIARA: Ma questo è assolutamente assurdo! Non ha senso una cosa del genere. Se qualcuno avesse fatto qualcosa contro papà ce ne saremmo senz'altro accorti. Eravamo tutti qua...! Per me papà è morto d'infarto.

ANSELMI: Ho già detto che una risposta a questa domanda ce la potrà dare, tra poco, la perizia medica. Ma io personalmente non credo che si tratti di infarto.

GIULIO: Ed allora, se lei è tanto sicuro che si tratti di omicidio avrà anche qualche sospetto su qualcuno di noi, immagino...

ROBERTO: Ah, io sono sicuro che il commissario fa presto a sospettare. Su chi? ma su tutti, naturalmente! Ma qui, se proprio lo vuole sapere signor commissario, se c'è uno che può avere avuto un motivo di uccidere mio padre, è quello là (indirizza l'indice verso Marchini).

MARCHINI: (sorpreso e preoccupato) Chi, io?? Ma, dottor Ratti, come può esserle venuta una simile idea? Io non ho assolutamente fatto niente di particolare, ieri sera; non mi sono mai avvicinato all'ingegnere... io ero qui con tutti voi e tutti voi potete aver visto quello che io ho fatto...!

ANSELMI: (indirizzato a Roberto) Lo sa, vero, che la sua è un'accusa molto grave?


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ROBERTO: Certo che lo so!

ANSELMI: E quali elementi ha per accusare di omicidio quest'uomo?

ELENA: Roberto, ti prego: non complicare ancora di più le cose. Aspettiamo almeno l'esito della perizia medica. Non puoi accusare qualcuno di omicidio se non hai delle prove concrete su cui basarti.

ANSELMI: Quali prove ha per accusare di omicidio quest'uomo?

ROBERTO: Prove, prove! Lo sanno tutti che tipo è il ragionier Marchini! Ambizioso ed arrivista. E sicuramente deve avere saputo che anche lui era nella lista del personale da licenziare per un adeguamento dell’organico....

MARCHINI: Sì, è vero! Sapevo benissimo che tra qualche mese avrei dovuto cambiare posto di lavoro, ma io non avrei mai potuto uccidere il signor ingegnere...!

ROBERTO: Bugiardo! Sei stato tu che hai ucciso mio padre!

MARCHINI: E' comodo incolpare gli altri! Specialmente quando si vuole sviare certi sospetti su se stessi...

ANSELMI: Che cosa vuol dire? Vuole forse dire che lei sa chi ha ucciso l'ingegnere Ratti?

MARCHINI: No. Io non so niente e non voglio accusare nessuno. Ma se ci si può basare solo su semplici supposizioni, qui chiunque potrebbe avere avuto motivi per fare fuori l'ingegnere; compresi loro due (indica Roberto e Giulio).

ROBERTO E GIULIO: Noi?!

CHIARA: Forse, mami, è meglio chiamare i nostri avvocati. Quando si inizia con i sospetti e le supposizioni, non si sa mai dove si può arrivare...

(Squilla il telefono. Roberto fa per avviarsi verso l'apparecchio, ma il commissario lo blocca.)

ANSELMI: Per favore, lasci che sia io a rispondere.

(Roberto con un indispettito gesto di forzata rassegnazione, desiste.) ANSELMI: Pronto, chi parla?... Ah, sei tu? Avete saputo qualcosa?... Bene.

Dimmi pure; ti ascolto ...(pausa d'ascolto) Siete sicuri? E' definitivo?!... Bene, ti ringrazio. Avete fatto un ottimo lavoro. A più tardi.

(Poggia la cornetta e si volge verso i presenti fissandoli tutti, uno ad uno, per qualche secondo. Infine...)

ANSELMI: Non c'è più alcun dubbio: l'ingegnere Ratti è stato assassinato!

ELENA: Dio mio! Ma che cos'è che l'ha ucciso?

ROBERTO: Possiamo finalmente sapere di che cosa è morto nostro padre?!

ANSELMI: L'ingegnere è morto avvelenato.

CHIARA: Avvelenato?! e da chi? e quando? se tutto quello che ha mangiato e bevuto lo ha assaggiato anche lei...?

ANSELMI: Il veleno non lo ha ingerito per bocca. Gli è stato iniettato nel collo.

GIULIO: Nel collo? e con che cosa? con una freccia? con una lancia?


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ROBERTO: (brusco a Giulio) Non scherzare, ti prego. Non è il momento! (poi, rivolto al commissario) Commissario Anselmi, le dispiace spiegarsimeglio?

ELENA: Come può essersi verificata una cosa del genere? Chi ha potuto iniettare del veleno nel collo di mio marito?

CHIARA: Oh, povero papà!

ANSELMI: Nell'eseguire l'esame necroscopico hanno rinvenuto proprio in questa parte del collo (con l'indice si tocca il collo poco al di sotto del mento, leggermente a sinistra rispetto al pomo d'Adamo),interamente conficcato nella pelle, un minuscolo ago d'acciaio che era stato precedentemente intinto in un veleno.

ELENA: Un ago avvelenato?! E come è finito nel suo collo? I più vicini a lui eravamo io ed il ragionier Marchini; gli sedevamo accanto. Ma nessuno, mentre vedeva la partita, lo ha avvicinato tanto da potergli conficcare un ago nel collo...

MARCHINI: Non è vero! Cioè... è vero che i più vicini al signor ingegnere eravamo noi due, ma non è vero che nessuno lo ha potuto avvicinare. Quando sono suonate le dieci e trenta gli siete tutti saltati al collo e l'avete abbracciato tutti: lei, signora, sua figlia ed anche suo figlio.

CHIARA: Questo è vero! Ma come può pensare che...

ROBERTO: (infuriato) Ma come si permette, ruffiano della malora?!

ANSELMI: Calma, calma! Non agitiamoci troppo! Non è assolutamente il caso di perdere il controllo dei nervi.

GIULIO: Ma qui si sta correndo troppo con la fantasia...

ANSELMI: Ed allora cerchiamo di attenerci strettamente ai fatti. E' un fatto, e non è fantasia, che l'ingegnere sia stato ucciso; è un fatto, e non fantasia, che è stato ucciso con un ago avvelenato confitto nel collo. Quell'ago non può esserselo conficcato lui, per cui è un fatto, e non fantasia, che l'ago nel collo può averglielo conficcato soltanto uno dei presenti. Qualcosa da obiettare a questa premessa?

ROBERTO: No. Vada avanti.

ANSELMI: Ora si tratta di stabilire in quale momento ed in che modo uno di voi può aver conficcato quell'ago nel collo dell'ingegnere senza che lui se ne sia potuto accorgere. Qualche obiezione, o posso andare avanti?

ELENA: Vada avanti, vada avanti! Cerchiamo di arrivare ad una conclusione.

ANSELMI: Però, poiché nessuno di voi, io compreso, si è accorto di nulla e non può, quindi, fornirci elementi certi, è inutile continuare con supposizioni sterili e con gratuite accuse reciproche.

CHIARA: Ed allora, in che modo intende scoprire il colpevole?

ANSELMI: Ritornando al movente.

ELENA: Cioè? a quella mostruosa statuetta?

ANSELMI: Esattamente! Suo marito aveva capito il significato di quella


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statuetta: aveva detto che essa rappresenta la dea Crimù, il simbolo della vendetta. Chi l'ha mandata ha voluto che fosse ben chiaro il motivo delle minacce e della sua azione successiva.

ROBERTO: Ma stiamo di nuovo tornando a lavorare di fantasia..!

ANSELMI: Sì, forse. Però, per il momento è l'unica pista che abbiamo e ritengo necessario seguirla. Si tratta ora di scoprire chi di voi possa avere un tale motivo di risentimento, o di odio, nei confronti dell'ingegnere, da sentirsi spinto a volere la sua morte.

ELENA: Non pretenderà mica di scavare nel nostro passato o nelle nostre cose più intime?!

ANSELMI: Solo se sarà necessario.

ROBERTO: Ma io gliel'ho già detto: se qui c'è qualcuno che poteva avercela contro mio padre è soltanto quell'individuo (indica Marchini). Voleva vendicarsi per essere stato licenziato!

MARCHINI: Ma io non ho ucciso il signor ingegnere! Non l'ho mai pensato nemmeno lontanamente, di fare una cosa simile. Lei, invece... lei ed il dottor Giulio ce l'avevate con l'ingegnere perché voleva obbligarvi a lavorare nella sua azienda...

ELENA: Vi prego di smetterla con le accuse reciproche.

ANSELMI: Vorrei essere io a fare qualche domanda a ciascuno di voi. Vorrei cominciare da lei, dottor Ferrati. Quali erano i suoi rapporti con suo suocero? E' vero che c'erano dei dissapori per avere, lei, preferito andare a lavorare con suo cognato piuttosto che con lui?

GIULIO: Sì, certo. Specialmente all'inizio mio suocero c'era rimasto molto male. In effetti il suo più grande desiderio è sempre stato quello che Roberto andasse a lavorare con lui, nella sua fabbrica.

(La scena cade in penombra e tutti i personaggi restano immobili, ciascuno al suo posto. Un fascio di luce non troppo intenso illumina Giulio. Un altro fascio, leggermente più tenue, illumina un lato della scena da cui entra lentamente l'ingegnere Ratti, e lo segue mentre s'avvicina a Giulio.)

RATTI: Posso entrare? ti disturbo?

GIULIO: Entra, entra pure; non mi disturbi affatto.

RATTI: Ma tu stai studiando... non vorrei disturbarti, se hai da fare.

GIULIO: No, non preoccuparti. Tu qui puoi entrare quando vuoi. D'altra parte questa è casa tua.

RATTI: Ma questa è la tua camera. E poi, questa non è solo casa mia: questa casa e di tutta la famiglia, te compreso.

GIULIO: Grazie, sei sempre molto buono con me.

RATTI: Giulio, ormai dovresti saperlo: tu per me sei come un figlio. Tu sai quanto bene voglio a Roberto; ed a te ho sempre cercato di trattarti come lui.

GIULIO: Sì, lo so che hai sempre cercato di comportarti, con me, come avrebbe


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fatto mio padre. E te ne sono molto grato. E un giorno vorrei ricambiarti quello che stai facendo per me e quello che hai fatto per la mia famiglia.

RATTI: Non c'è bisogno che tu ti senta in debito con me. Tuo padre ed io abbiamo lavorato per molti anni assieme. Eravamo come fratelli. Quando lui si è sposato con tua madre, io gli ho fatto da testimone alle nozze. E lui l'aveva fatto alle mie. Era veramente straordinario, tuo padre!

GIULIO: Lo so! Ho avuto anch'io modo di apprezzarlo e di amarlo...

RATTI: E quando è morto, laggiù, in quelle maledettissime isole, è stato un colpo tremendo per tutti.

(Giulio annuisce, ma non può parlare per la forte commozione).

RATTI: E' stato come se sparisse una parte di me stesso. Anche per tua madre è stato un colpo tremendo.

GIULIO: Non c'è bisogno che me lo ricordi...

RATTI: Soltanto la tua presenza ha potuto in parte riempire il vuoto lasciato in me dalla morte di tuo padre. Quando sei entrato a fare parte della mia famiglia, ci è sembrato un po' a tutti di rinascere. Praticamente tu e Roberto e Chiara, siete un po' cresciuti come fratelli.

GIULIO: Sì, sono molto affezionato a Roberto; ed amo Chiara più della mia vita.

RATTI: Lo so che sei molto affezionato a Roberto. Infatti quando lui ha voluto prendere gli studi di elettronica malgrado il mio parere contrario, tu hai voluto imitarlo e ti sei iscritto allo stesso corso.

GIULIO: Ci piace e ci interessa moltissimo l'elettronica.

RATTI: Sì, lo so. Me ne sto accorgendo per come vanno i vostri studi. Però io ho... io avrei altri progetti per Roberto e per te.

GIULIO: Lo sappiamo: ce ne hai già parlato.

RATTI: Senti, Giulio: io non ti ho mai chiesto niente, ma ora devo chiederti di farmi un grandissimo favore.

GIULIO: So già che cosa vuoi chiedermi...

RATTI: Devi convincere Roberto a venire a lavorare nella mia fabbrica. Quando finirete gli studi dovete venire a lavorare nella mia azienda. Ho speso tutta la mia vita per tirare su la mia fabbrica, e l'ho fatto anche per Roberto. Voglio che un giorno sia sua; che sia lui ad occuparsene, a portarla avanti, a farla crescere. Giulio, ti prego: convinci Roberto a venire a lavorare con me! Se glielo dici tu, forse ti ascolta.

GIULIO: Lo sai già come la pensa Roberto. Non ha mai approvato il lavoro che facevi prima. E non approva nemmeno l'attività che svolge la tua fabbrica.

RATTI: Ma prima, potevo capirlo: mi occupavo di armi! Ma adesso...

GIULIO: Non ti occupi più direttamente di armi, ma progetti e realizzi parti che


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servono per costruire armi. E Roberto, lo sai, non vuole assolutamente lasciarsi coinvolgere.

RATTI: Quel ragazzo è più testardo di un mulo! Ma tu che gli sei amico, diglielo: se non mi darà ascolto, un giorno potrà pentirsene! E se tu ti lasci coinvolgere nei suoi folli progetti, anche tu un giorno potresti pentirtene!

(Ratti esce dalla scena e l'ambiente si illumina di nuovo. I personaggi riprendono vita.)

ANSELMI: E come avete reagito, lei e suo cognato, davanti a quella minaccia?

GIULIO: Ma quella non era affatto una minaccia. Voleva solo metterci in guardia. Poiché né io né Roberto avevamo alcuna esperienza pratica, aveva voluto avvisarci che intraprendendo altre attività, avremmo potuto correre seri pericoli di cui forse un giorno ci saremmo potuti pentire...

ELENA: Mio marito non avrebbe mai potuto fare del male ai nostri due ragazzi.

Erano tutta la sua vita...

(La scena cade di nuovo in penombra. I personaggi si immobilizzano tranne Elena che viene illuminata da un debole fascio di luce. Un altro fascio, leggermente più debole, illumina nuovamente un lato della scena da cui entra Ratti, che si incammina verso la moglie.)

RATTI: Oggi sono andato a prendere i ragazzi all'uscita della scuola. Stanno crescendo veramente bene. Ormai sono entrambi due ometti. Hai visto? mi hanno quasi raggiunto, in altezza! E che fisico, si ritrovano...

ELENA: Sì; ringraziando il cielo stanno crescendo veramente bene.

RATTI: Peccato che non possa godermeli di più.

ELENA: Hai ragione. Forse dovresti passare un po' più di tempo, con loro. Interèssati un po' di più dei loro studi; vai qualche volta a giocare a tennis con loro, o uscite insieme, di tanto in tanto, con la vela.

RATTI: Sì, è vero. Dovrei dedicargli un po' più di tempo, ma la mia fabbrica mi assorbe talmente tanto...

ELENA: La tua fabbrica... Cerca di ricordarti, ogni tanto, che oltre alla tua fabbrica esistono anche altre persone accanto a te.

RATTI: Ma lo sapete, no? che per me voi tutti contate molto. Lo sapete che siete il bene più prezioso che io abbia...

ELENA: Ma il bene... l'amore, non si dimostra soltanto a parole. Ci vuole anche il calore della vicinanza. L'amore va vissuto insieme, stando vicini. Non è sufficiente dire "ti amo" per lettera o per telefono. Ogni tanto una carezza, uno sguardo complice, una mano nella mano, un'arruffata ai capelli, perfino una litigata... ogni tanto...; questo, è amore!

(Ratti esce di scena e l'ambiente si illumina completamente mentre i personaggi riprendono vita.)


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ANSELMI: Era un rimprovero, il suo?

ELENA: A volte ci mancava veramente tanto!

ANSELMI: Tanto da cominciare ad odiarlo?

CHIARA: Ma che sta dicendo? E' forse impazzito? Lasci stare i nostri sentimenti e non si azzardi ad insudiciarli con i suoi assurdi sospetti! Noi volevamo tutti molto bene a papà. Era sempre una forte emozione sentire i suoi passi o la sua voce, a distanza, quando rincasava...

(La scena cade in penombra. I personaggi si bloccano tranne Chiara che viene colpita da un tenue fascio di luce. Entra Ratti che si avvicina a Chiara seguito da un fascio di luce molto tenue.)

RATTI: Ciao, piccolo raggio di sole. Ma che cosa fai nel mio studio?

CHIARA: (con voce infantile) Ciao, papà. Ti stavo aspettando.

RATTI: Ma non dovresti essere di là a fare i compiti?

CHIARA: Ma io i compiti li ho già fatti! E poi, sono venuta qui ad aspettarti.

Non vedevo l'ora che tu arrivassi...

RATTI: (lusingato) Ma davvero mi aspettavi? Ah, che tesoro che sei! Ed ora eccomi qua tutto per te.

CHIARA: Allora adesso mi aiuterai a sistemare la capannina per gli uccelli in giardino?

RATTI: Ma non l'avevi già sistemato, quel trabiccolo? E' più di una settimana che me ne parli...

CHIARA: Ma io da sola non ci riesco. Tu hai sempre detto che mi avresti aiutato, quando ne avessi avuto il tempo... Quindi adesso puoi aiutarmi, no?

RATTI: Beh, veramente in questo momento non ho molto tempo a disposizione, sai? Ho appena il tempo per preparare la mia valigia e poi devo scappare per prendere l'aereo.

CHIARA: (fortemente delusa) Parti un'altra volta? E dove vai?

RATTI: Sì. Devo partire. Devo andare in Sudamerica.

CHIARA: E la mamma lo sa?

RATTI: Le ho telefonato prima di lasciare l'ufficio.

CHIARA: Allora questa sera avrà di nuovo gli occhi rossi rossi...

RATTI: Ma che dici?

CHIARA: Ogni volta che tu parti, la mamma ha sempre gli occhi gonfi e rossi, come quando uno ha pianto.

RATTI: E che cosa dice, la mamma, quando io parto?

CHIARA: Dice che le dispiace molto, come a noi; ma che sei costretto a farlo

per noi: per il nostro bene.

RATTI: Sì, certo... in effetti è così: vi voglio molto bene a tutti...

CHIARA: Ma se ci vuoi veramente molto bene, papà, perché non resti un po' di più con noi...?

(Ratti esce di scena e l'ambiente si illumina completamente mentre i personaggi riprendono vita. Qualche attimo di silenzio tra


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l'imbarazzo e la commozione di tutti.)

GIULIO: Mi sembrava di avere capito, commissario, che era sua intenzione di abbandonare le fantasie e di attenersi a fatti reali...

ANSELMI: (schiarendosi la voce) Sì, è vero. Se vogliamo concludere qualcosa, occorre attenersi a elementi più concreti. Allora! Atteniamoci ai fatti. Vi dispiace riprendere, ciascuno, la stessa esatta posizione che avevate ieri sera in quel preciso tragico momento?

(Con una certa esitazione iniziale ciascuno dei presenti cerca di ricordarsi la propria posizione. Elena e Marchini si siedono accanto alla poltrona vuota dell'ingegnere. Anche Chiara, Roberto e Giulio riprendono le loro posizioni. Il commissario gironzola per la stanza cercando di controllare l'esattezza della ricostruzione.)

ANSELMI: No, signor Roberto. Non mi sembra che lei fosse in quell'angolo.

Mi sembra di ricordare invece che stesse qui.

(Roberto annuisce e si sposta nel posto indicato dal commissario.) ANSELMI: Stanno per scoccare le dieci e trenta. Alle dieci e trenta grande gioia

generale per lo scampato pericolo. Voi tre (indica Elena, Chiara e Roberto) vi siete precipitati verso il vostro congiunto e l'avete baciatoe abbracciato con trasporto. Quello avrebbe potuto essere un momento molto favorevole per provocargli quella iniezione...

ROBERTO: Ma il suo è un chiodo fisso!

ANSELMI: (incurante dell'interruzione) Ma il tipo di veleno usato, esclude questa ipotesi. E' stato usato un veleno ad azione immediata, fulminante. Mentre, invece, l'ingegnere ha avuto tutto il tempo di ricomporsi, di sedersi di nuovo sulla sua poltrona preferita e di riprendere a vedere la partita. Da quando voi l'avete abbracciato e baciato a quando è deceduto, sono passati sicuramente almeno tre o quattro minuti.

CHIARA: Ma dopo di allora... dopo gli abbracci, voglio dire, nessuno si è più riavvicinato a papà.

ANSELMI: Il punto da chiarire è proprio questo. Come può essere finito nel collo di suo padre quell'ago, se nessuno gli si è più avvicinato? Scusatemi: io ora impersono per qualche minuto l'ingegnere.

(Così dicendo va a sedersi sulla poltrona di Ratti, tra Elena e Marchini.

Tutti lo guardano incuriositi e interessati).

ANSELMI: Sono le dieci e trenta e voi venite ad abbracciarmi...

(Nessuno si muove).

ANSELMI: Allora? Vogliamo o no, ricostruire i fatti? Ripeto: sono le dieci e trenta e voi venite ad abbracciarmi ed a complimentarvi per lo scampato pericolo...

(A malincuore e con gesti goffi e repressi, Elena Chiara e Roberto fingono di abbracciarlo. Finite le finte effusioni, ognuno riprende il suo posto ed il commissario si siede nuovamente sulla poltrona indirizzando lo


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sguardo verso il televisore come se stesse assistendo alla partita. Concentrato in qualche elaborazione mentale, si porta l'indice della mano sinistra sul collo poco al di sotto del mento.)

ANSELMI: L'ago gli si è conficcato proprio qui! (riflette ancora) Come se venisse da quella direzione (indica il televisore). Anzi: un po' più giù (il suo sguardo scende sul videoregistratore collocato sotto il televisore).

ANSELMI: Lo adoperava molto, l'ingegnere, quel videoregistratore?

ELENA: No, quasi mai. E poi non era da molto che l'aveva...

ROBERTO: Quel videoregistratore gliel'ho regalato io circa un mese fa.

(Il commissario si alza dalla poltrona e si avvicina al videoregistratore. Con l'indice della mano destra segue lentamente e delicatamente i contorni dell'oggetto.)

ANSELMI: (pacatamente, senza voler dare importanza alle parole, si rivolge a Roberto) Lei si è specializzato in elettronica, se non sbaglio...?

ROBERTO: (sorpreso) Sì, certo. Ma che c'entra?

ANSELMI: Devo fare esaminare questo videoregistratore dal nostro laboratorio. Avete qualcosa in contrario?

(Gli altri si guardano sbalorditi l'un l'altro, ma nessuno si oppone alla richiesta.)

ANSELMI: Lei, ragionier Marchini, se vuole può andarsene.

MARCHINI: Chi, io?

ANSELMI: Sì, lei. Se vuole può andarsene. Ma non si allontani dalla città: si tenga a disposizione, per favore. Avremo ancora bisogno di lei nei prossimi giorni.

GIULIO: Ma come?! è il primo indiziato, e lei lo lascia andare libero?! Io, francamente, non ci capisco più niente!

ANSELMI: (rivolto a Roberto) Signor Roberto, le dispiace sganciarmi il videoregistratore dai cavetti?

(Senza dire una parola Roberto sgancia il videoregistratore dai cavetti e lo consegna al commissario. Poi se ne torna in silenzio accanto alla madre.)

ANSELMI: Grazie. Ed ora, se volete scusarmi un attimo...

(Il commissario esce portando con sé il videoregistratore. Viene immediatamente seguito da Marchini ancora incredulo e felice. Usciti il commissario e Marchini, i tre componenti della famiglia Ratti e Giulio parlottano concitatamente tra loro senza che se ne distinguano le parole. Rientra il commissario. Non ha più il videoregistratore.)

ANSELMI: Il videoregistratore è già in viaggio verso il nostro laboratorio scientifico. Tra pochi minuti conosceremo l'esito.

ELENA: Ma che cosa spera di trovare in quell'aggeggio?

ANSELMI: Ancora non lo so, di preciso, ma se il mio fiuto non m'inganna...


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(poi, rivolto a Roberto) Dove aveva acquistato quell'apparecchio, signor Roberto?

ROBERTO: Da nessuna parte. Quello è stato progettato e montato nei nostri laboratori. E' un prototipo; un esemplare unico. Non ce ne sono in commercio, ancora. E' per questo che l'avevo regalato a mio padre; per dimostrargli che cosa sono in grado di fare i nostri progettisti.

ANSELMI: Capisco, capisco...

ELENA: Commissario, lei ha permesso al ragionier Marchini di andarsene libero e tranquillo. Eppure è emerso che validi motivi di risentimento nei confronti di mio marito, ce l'aveva... Ha frequentato spessissimo questo studio per motivi di lavoro, e questo potrebbe spiegare come può essere arrivata qui la lettera minatoria... Era anche lui presente in quel tragico momento e, per di più, molto vicino a mio marito. E lei lo ha lasciato andare! Questo vuole dire che lei una decisione l'ha già presa. Lei già esclude la colpevolezza di Marchini...

ANSELMI: Ebbene, sì. Per essere sincero devo ammettere che non credo molto nella colpevolezza di quel povero diavolo.

ELENA: Ma per escludere la colpevolezza di Marchini è ovvio che deve, di conseguenza, essere sicuro che il colpevole sia invece uno di noi quattro. Ma quali motivi, quali prove ha contro di noi, più valide e convincenti di quelle che ci sono a carico di Marchini?

ANSELMI: Per il momento ancora nessuna prova.

ELENA: Lei per primo ha supposto che la morte di mio marito sia dovuta ad una vendetta. Le risultano forse fatti che possano dimostrare che qualcuno di noi possa avere dei motivi di vendetta verso mio marito?

ANSELMI: No. Non è ancora emerso niente.

ELENA: Certo, anche noi, come d'altra parte succede in ogni buona famiglia, possiamo avere avuto delle piccole incomprensioni con Andrea. Qualche delusione, qualche divergenza di opinioni, magari anche qualche piccolo diverbio. Ma non sono, queste, cose che capitano in ogni buona famiglia? E le sembrano motivi sufficienti per spiegare un vendetta tanto atroce? E' vero: Andrea era molto attaccato al suo lavoro e questo lo teneva alquanto lontano da noi. Ma aveva un animo buono e generoso. Ed anche lui era tanto fragile da avere un gran bisogno di noi. Con la sua grinta, con la sua forte volontà, ma anche con le sue nascoste debolezze, con i suoi conflitti interiori...

CHIARA: Povero papà! Eppure doveva esserci qualcosa che lo tormentava...

ELENA: In questi ultimi tempi gli succedeva sempre più spesso di avere un incubo. Forse un presagio...

CHIARA: Ma con noi non si è mai confidato. E con te, mami?

ELENA: No. Neanche con me. D'altronde erano così poche le occasioni che avevamo per poterci fare delle confidenze reciproche...

CHIARA: Sempre in viaggio! In oriente, medio o estremo non aveva


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importanza... in occidente, in Africa... sempre in viaggio! E in quei pochi giorni che era a casa, c'era la sua squadra del cuore. Non deve essere stato molto facile, per te mami, viverci insieme...

ELENA: Mah... figliola; è sempre difficile fare la moglie. Ci si riesce soltanto se si ama il proprio marito.

ROBERTO: Eppure, ti confesso, più di una volta mi sono chiesto come potevi sopportare che tuo marito ti trascurasse tanto.

ELENA: Ma lui non aveva nessuna intenzione di trascurarmi. Era il suo modo di vivere, quello.

(Suonano alla porta d'ingresso.)

ROBERTO: Vado io. (esce).

ANSELMI: Sarà qualcuno dei miei...

GIULIO: Noi non aspettiamo di certo visite.

ELENA: (al commissario) Lei ha voluto che mantenessimo segreta la notizia

della morte di mio marito...

ANSELMI: ... almeno fino a che non se ne chiariranno le cause.

ELENA: E Marchini? pensa che riuscirà a...

(Viene interrotta dal rientro di Roberto.)

ROBERTO: Commissario, c'è un suo agente che ha delle carte per lei.

ANSELMI: E non poteva farlo entrare?

ROBERTO: Dice che deve anche dirle qualcosa, ma in privato.

ANSELMI: Scusatemi un attimo. (esce).

ROBERTO: (agli altri) Avranno sicuramente portato l'esito del laboratorio sulla perizia fatta sul videoregistratore.

CHIARA: Ma che cosa spera di trovarci, il commissario, in quell'arnese? Ma che c'entra quel videoregistratore con la morte di papà?!

ELENA: (preoccupata) Roberto, che cosa può trovare il commissario in quell'apparecchio? L'hanno costruito nei tuoi laboratori; quindi tu dovresti saperlo.

ROBERTO: Ma che cosa vuoi che ne sappia, io, che cosa cerca quel poliziotto?! Quello è un comunissimo videoregistratore e basta.

CHIARA: Eppure qualcosa ci deve essere che ha attirato l'attenzione del commissario...

(Il commissario rientra con una cartella porta-documenti in mano. Ha un'espressione molto seria nel viso.)

ANSELMI: Mi dispiace, ma devo mettervi al corrente di un fatto molto grave.

Per favore: sedetevi.

(Gli astanti si guardano preoccupati l'un l'altro e si siedono aspettando con ansia che il commissario spieghi loro.)

ELENA: La prego, commissario: qual'è questo grave fatto di cui deve parlarci?

ANSELMI: Ora sappiamo con esattezza, come è stato avvelenato l'ingegnere. E

forse sappiamo anche da chi.

ELENA: E come è stato avvelenato, mio marito?


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(Anselmi nel frattempo si era seduto alla scrivania ed aveva tirato fuori dalla cartella alcune carte che osserva con attenzione.)

ANSELMI: Effettivamente quel videoregistratore, come ha detto lei, è un modello unico, signor Roberto.

CHIARA: Non ci faccia stare sulle spine, commissario!

ANSELMI: Ha ragione! Vengo subito al dunque. Quel minuscolo ago di acciaio che è stato trovato conficcato nel collo dell'ingegnere è partito proprio dal videoregistratore.

ROBERTO: Ma è assurdo! E' pazzesco! Da quando in qua un videoregistratore spara aghi d'acciaio?!

ANSELMI: Normalmente mai. Ma se qualcuno, esperto in elettronica, ci inserisce dentro un meccanismo di espulsione del tipo di quello delle balestre, per intenderci... ed allora ecco che un innocuo videoregistratore che dovrebbe farci passare qualche ora di svago e di divertimento, si trasforma in una macchina micidiale.

ROBERTO: Ma questa è fantascienza! Mi faccia vedere quel videoregistratore! Mi faccia vedere questo diabolico meccanismo che dovrebbe avere ucciso mio padre!

ANSELMI: Il videoregistratore lo ha trattenuto l'autorità giudiziaria. Ormai è un corpo di reato. Solo i suoi avvocati potranno vederlo al momento opportuno. Comunque io ora, qui, ho una relazione molto dettagliata...

ELENA: Roberto, ma che cosa hanno fatto a quel registratore, nei tuoi laboratori?

ROBERTO: Che cosa vuoi che ne sappia?! Niente! Ma chi vuoi che si metta a...

(al commissario) Posso vedere quella relazione?

ANSELMI: Se vuole. (gli porge un foglio) Comunque posso riassumergliela anch'io in poche parole. In effetti è molto semplice; geniale, ma molto semplice. Sulla parte frontale dell'apparecchio c'è una serie di pulsanti rotondi che fuoriescono dallo chassis e che servono, se premuti, a manovrare le varie funzioni dell'apparecchio. All'interno di uno di questi cilindretti è stato praticato un minuscolo foro ideato quale canna da cui è uscito l'ago appena sollecitato da un meccanismo di spinta a molle simile a quello delle antiche balestre.

GIULIO: Ma questa è fantascienza...!

ELENA: Ma, anche ammettendo per possibile tutto questo, chi ha manovrato lo scatto?

ANSELMI: Nessuno. Lo scatto era stato programmato precedentemente.

CHIARA: Programmato?!

ANSELMI: Sì, signora Chiara. Ha capito bene. Lei sa che qualsiasi tipo di videoregistratore ha incorporato un timer che permette all'apparecchio di accendersi e di registrare programmi ad un'ora prefissata predisponendo tali funzioni perfino 364 giorni prima.


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CHIARA: Sì, lo so. Ho adoperato anch'io, qualche volta, un videoregistratore.

ANSELMI: Ebbene, in quel videoregistratore questo timer, oltre a svolgere queste normali funzioni, può agire anche per azionare, ad un preciso orario prefissato, il meccanismo di scatto che ha lanciato l'ago a distanza. E qualcuno, conoscendo il debole dell'ingegnere, il calcio intendo, e sapendo che alle dieci meno un quarto egli si sarebbe seduto sulla sua poltrona per assistere alla partita della sua squadra preferita, questo qualcuno dopo aver orientato opportunamente il videoregistratore, ha programmato il timer in modo che il meccanismo entrasse in funzione poco dopo, e cioè alle ventidue e trenta circa.

CHIARA: Ma chi ha potuto architettare una cosa così diabolica?!

ELENA: Roberto, ti prego, di' al commissario i nomi delle persone che lavorano in quel laboratorio. Sicuramente è stato uno di loro.

ANSELMI: Grazie, signora, ma non serve. Hanno già provveduto a tutto i miei colleghi. Sono stati alla fabbrica ed hanno già parlato con quasi tutti i tecnici del laboratorio...

ROBERTO: (indignato) Vuol dire che avete interrogato i miei collaboratori senza che io ne sapessi niente?!

ANSELMI: Sa...? quando c'è l'autorizzazione del giudice...

ELENA: E allora? Hanno scoperto chi può avere manomesso quell'apparecchio?

ANSELMI: Sono stati sentiti quasi tutti i tecnici del laboratorio in cui è stato costruito quel videoregistratore, e finora non è venuto fuori un granché. Però deve essere ancora sentito il signor Cruciani che, a quanto hanno detto gli altri, è proprio la persona che ha fatto il collaudo dell'apparecchio.

ROBERTO: Sì, è vero! E' stato il signor Cruciani a collaudare il videoregistratore. Ma su Cruciani io ci metto la mano sul fuoco. Non può assolutamente aver fatto niente di illecito.

ANSELMI: E' molto probabile. La stima e la fiducia che lei ha nei confronti dei suoi collaboratori le fanno onore, signor Roberto, ma tenga presente che se si esclude la responsabilità di costoro, non resta che una persona sulla quale può essere indirizzata l'accusa di omicidio.

ROBERTO: (consapevole e rassegnato) E... questa persona sarei io.

ANSELMI: Mi dispiace dirlo, ma è così. In fin dei conti è stato lei che ha portato in questa casa quel videoregistratore che ha ucciso suo padre.

ELENA: Ma è impazzito?! Mio figlio un assassino...!?

CHIARA: Roberto, ma che fai? ti lasci accusare in questo modo?

ELENA: Commissario, lei questa volta ha esagerato! La prego di lasciare immediatamente questa casa! Se ha altre cose da chiederci o da dirci, potrà farlo attraverso i nostri avvocati. (Rivolta al figlio) Tu, Roberto, telefona immediatamente ai nostri avvocati. E' venuto il momento che


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si occupino loro di questa assurda faccenda. (Notando che Roberto non si è ancora mosso:) Allora, Roberto? vuoi deciderti a chiamare inostri avvocati?

ROBERTO: (calmo e pensieroso) Non c'è nessuna fretta... non c'è proprio nessuna fretta.

CHIARA: Ma... Roberto! Ti stanno accusando della morte di papà e te ne stai lì, tutto calmo, a dire che non c'è fretta?!

ELENA: Giulio, per favore, chiama tu i nostri avvocati.

(Giulio fa per avviarsi verso il telefono, ma Roberto lo ferma.)ROBERTO: No, Giulio. Ti prego: non farlo. O, almeno, non ora. Non c'è fretta.

Lo faremo dopo, se sarà ancora necessario. Ma non capite? Non vi rendete conto che è tutto talmente assurdo, che prima o poi ogni cosa dovrà sgonfiarsi da sola, naturalmente...! Ma che strana sensazione...! Quella strana sensazione che ti viene nel fare un brutto sogno o nell'avere un incubo. Ma più un brutto sogno, che un incubo. Nell'incubo le cose sono così terribili ed assurde che, appena sveglio, passato il primo attimo di smarrimento ed asciugate le perline di sudore che ti gelano, ti rendi subito conto che una vera realtà non può mai contenere tante assurdità e quasi ci sorridi sopra. Ma quella che sto vivendo è un'assurdità reale. Ci pensate? Le cose si sono messe in un modo tale da fare di me l'assassino di mio padre!

CHIARA: Ma tu non hai ucciso papà! E' vero, Roberto?!

ROBERTO: (sempre molto calmo e assorto) Ti ricordi, Chiara, quella volta che abbiamo scavalcato il muro di cinta del convento delle suore e che ci siamo infilati nel loro frutteto?

(Chiara pensa un attimo e poi annuisce).

ROBERTO: Ti ricordi che scorpacciata di frutta abbiamo fatto?

(Chiara annuisce nuovamente).

ROBERTO: Ragazzi, che incoscienti! E tu che ti sei ingozzata di quelle pesche acerbe!? Tu non hai mai saputo resistere davanti alle pesche; nemmeno se acerbe! E te lo ricordi che febbrone ti è venuto il giorno dopo?

CHIARA: Eccome, se me lo ricordo! Quelle sono cose che non si dimenticano tanto facilmente...

ROBERTO: Per cinque giorni, ti è durato quel febbrone; a più di quaranta. Che incoscienti! A quell'età... quanto avevamo? otto o nove anni? a quell'età si è veramente incoscienti! Come se a casa ci fosse mancata la frutta...! Per più di cinque giorni ti è durato quel febbrone. E lui..., - non se ne è mai accorto, - ma io lo sentivo quando passava davanti alla mia camera per venire da te. Ogni notte, lui si alzava e zitto zitto veniva nella tua camera e si sedeva accanto al tuo letto. E tu dicevi un sacco di cose strane: vedevi cavalli bianchi volare, e orsi e conigli uscire fuori dall'armadio. E lui ti metteva gli impacchi freddi sulla


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fronte. Per tutta la notte... e ti guardava... e t'accarezzava i capelli...

per tutta la notte. Senza che nessuno ne abbia mai saputo niente.

Neanche tu, mamma, te ne sei mai accorta.

(Elena si stringe confusa nelle spalle).

ROBERTO: Questo, era mio padre, commissario! (con forzato sarcasmo) Un uomo da odiare e da uccidere!

ELENA: Roberto, ti prego, calmati. Vieni con me un attimo di là. Forse una rinfrescata al viso può aiutarti a calmarti...

ROBERTO: Te lo ricordi, mamma? non parlava molto con noi. Aveva sempre tante cose da fare, anche quando era in casa... Però ci capivamo lo stesso. Ve la ricordate quella pelle di leopardo che teneva stesa sul pavimento accanto alla sua scrivania? (Sempre parlando si avvicina alla finestra e guarda con sguardo assorto fuori di essa) Quanto mipiaceva andarmici a sdraiare per studiare o per fare i compiti mentre lui lavorava nel suo studio. Lui lavorava ai suoi progetti ed io facevo i compiti oppure giocavo col meccano. Ed ogni tanto sentivo il suo sguardo, su di me; e mi voltavo. Lui mi fissava e quando i nostri sguardi si incrociavano, c'era un sorriso nei suoi occhi, un sorriso dolce e profondo. Anch'io gli sorridevo. Non avevamo bisogno d'altro!

(Elena si avvicina a Roberto che, ancora rivolto verso la finestra, gli volta le spalle, e lo cinge con tenerezza con le sue braccia poggiandogli una guancia sulle spalle.)

ELENA: (sempre teneramente stretta al figlio, rivolta al commissario con molta serenità ) Ma come fa, commissario, a pensare che il mioragazzo possa avere ucciso suo padre? Si volevano un bene dell'anima. Malgrado tutto... malgrado Roberto non approvasse il tipo di lavoro svolto da mio marito... malgrado questo, non vivevano che l'uno per l'altro. Lo so, purtroppo, che una madre che difende il proprio figlio è poco attendibile, ma mi creda commissario: lei commette un grosso errore se pensa che sia Roberto l'assassino di mio marito.

ANSELMI: Mi spiace, signora, ma non sono io a pensarlo; purtroppo ci sono alcuni fatti che depongono decisamente a sfavore di suo figlio. Tuttavia, per il momento, non c'è nessuna accusa specifica contro il dottor Roberto. Però sono ugualmente costretto ad invitarlo a seguirmi alla Centrale... (è interrotto dallo squillo del telefono). Scusatemi. (Si reca al telefono e risponde) Pronto... Sì, sono io. Sono il commissario Anselmi... Ah, sei tu? Sì, dimmi... Siete riusciti a mettervi in contatto con il signor Cruciani? Bravi. E allora?... Ho capito! Bene, grazie! ... Sì, se sapete altro... No, non occorre; sto venendo anch'io alla Centrale... Va bene, a più tardi. (riattacca la cornetta. Poi, rivolgendosi ai presenti:) Hanno rintracciato il signor


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Cruciani, il tecnico che ha collaudato il videoregistratore. ELENA: Ebbene? e allora?

ANSELMI: Il signor Cruciani conferma di essere stato lui ad eseguire il collaudo e afferma di avere consegnato l'apparecchio al dottor Roberto subito dopo il collaudo.

ELENA: (fortemente delusa) Ma allora le cose stanno allo stesso punto di prima...!

ANSELMI: Sì, purtroppo non è cambiato nulla! E quindi (rivolto a Roberto) mi

vedo costretto a rinnovarle l'invito di seguirmi alla Centrale. CHIARA: Ma allora lo state arrestando?!

ANSELMI: No, signora Chiara. Ripeto: per il momento il mio è soltanto un invito.

ELENA: Giulio, telefona ai nostri avvocati. Roberto non uscirà da questa casa se non accompagnato dai nostri avvocati.

(Giulio va verso il telefono, ma Roberto lo ferma.)

ROBERTO: (deciso) No! (poi, rivolto con insolita calma alla madre) No, mamma, ti prego: non coinvolgere ancora i nostri avvocati. Io sono sicuro che presto si chiarirà tutto. Io non ho niente da temere andando alla Centrale con il commissario. Io non ho ucciso mio padre! Io non ne so assolutamente niente di quel meccanismo che c'era nel videoregistratore che ho regalato a papà...

ELENA: (come ricordandosi improvvisamente di qualcosa) A proposito di quel videoregistratore...! Tu glielo hai regalato esattamente venticinque giorni fa. Me lo ricordo con precisione perché era l'anniversario del nostro matrimonio.

ROBERTO: Sì, è vero. E allora?

ELENA: (sempre molto concentrata nel ricordare) Però... Ora ricordo! Tu glielo hai regalato il dieci di ottobre. Però, ne sono sicura, il ventuno ottobre quel videoregistratore non c'era, là, in quel posto! E non c'è stato per circa una settimana. Sì, ora ricordo! Ne sono certa: per circa una settimana quel videoregistratore non c'è stato, lì! La cosa sul momento mi meravigliò, tuttavia non diedi molta importanza alla questione.

ROBERTO: (estremamente interessato ed eccitato) Ma sei proprio sicura di quello che stai dicendo? Sei sicura di ricordare bene?

ELENA: (con sicurezza) Ma certo! Ma che stupida sono stata a non averci pensato prima!

CHIARA: (fortemente emozionata, rivolta al commissario) Ma questo cambia tutto! Questo dimostra che Roberto non ha niente a che vedere con quel... (viene interrotta dal commissario).

ANSELMI: Calma, calma.

CHIARA: Ma commissario, ha sentito che cosa ha detto mia madre? Questo dimostra che a manomettere quel videoregistratore non è stato


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Roberto...

ANSELMI: Calma! Per favore, calma! Ho sentito benissimo quello che ha detto sua madre. Sicuramente quanto affermato dalla signora cambia molto nell'impostazione delle nostre indagini, ma non nel senso che intende lei.

CHIARA: Ma, commissario, l'unico indizio a carico di mio fratello era il fatto di essere stato l'ultimo a possedere quel videoregistratore prima di regalarlo a mio padre. Ma da quello che ha detto mia madre, è evidente che qualcun altro ha maneggiato quell'apparecchio successivamente. Quindi questa circostanza scagiona del tutto mio fratello!

ANSELMI: Mi dispiace, ma le cose non stanno esattamente così. E' vero che a maneggiare quell'apparecchio in tempi più recenti può essere stata anche un'altra persona, oltre che suo fratello, ma questo non scagiona totalmente il dottor Roberto, perché lui stesso avrebbe potuto riprendersi il videoregistratore per farci con tutta calma quelle modifiche che l'hanno reso micidiale.

ROBERTO: Il commissario ha ragione. Questa nuova circostanza non mi scagiona del tutto...

ANSELMI: ...però allarga nuovamente la rosa dei sospetti. Lei, signora Elena, non aveva chiesto a suo marito il perché della scomparsa del videoregistratore?

ELENA: No. Purtroppo non l'ho ritenuto necessario. Sa? che ci fosse o no, quell'apparecchio... Non l'adoperavamo molto.

ANSELMI: Scusatemi; a questo punto devo telefonare nuovamente alla Centrale. Lei permette, signora?

ELENA: Prego, s'accomodi commissario.

(Il commissario va al telefono, compone un numero e resta un attimo in ascolto.)

ANSELMI: Pronto. Sono Anselmi; mi passi il maresciallo Magi, per favore.

(attesa) Pronto, Magi? Sono Anselmi... Come? No; sono ancora qui,

nell'abitazione della famiglia Ratti... Sì, certo che dovevo rientrare

alla Centrale, ma è sopravvenuta un'altra novità... Come? e perché mi

aspettate urgentemente?... (lunga sosta in ascolto)... Che cosa??? Ne

siete certi? Ma questo cambia tutto!... Sì, certo, continua... (lunga

sosta in ascolto)... E questo quando sarebbe successo? Esattamente

venti anni fa?!... (lunga sosta in ascolto)... Sì, ora comincio a vedere

tutto più chiaro. Grazie: avete fatto veramente un ottimo lavoro.

Bravi! Complimenti! (Riattacca la cornetta e inspira profondamente:

quasi un sospiro di sollievo). Forse le cose non stanno esattamente

come appariva che fossero cinque minuti fa.

ROBERTO: Che cosa vuol dire? Che altro c'è?

(Senza prendere in considerazione la domanda di Roberto, il commissario


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si avvicina ad un mobile sopra al quale c'è la scatola di cartone recapitata la sera precedente. La apre, ne estrae la statuetta in legno e la rimira assorto.)

ANSELMI: Questa statuetta raffigura veramente Crimù, la terribile dea della vendetta.

(Allibiti, gli altri lo guardano e lo ascoltano fortemente incuriositi.) ANSELMI: Come aveva anche spiegato il povero ingegner Ratti, questa dea è

venerata da alcuni popoli delle isole della Melanesia... Non è vero, signor Giulio?

GIULIO: (disorientato e turbato) Come?!

CHIARA: Ma perché lo chiede proprio a mio marito?! Cosa vuole che ne sappia, lui, di quelle cose e della Melanesia!?

ANSELMI: (tranquillo e sicuro) Io invece credo proprio che ne sappia molto di più di quello che ciascuno di voi possa immaginare. Lei sa, vero, (rivolto a Giulio) dove si trovano le isole della Melanesia?

GIULIO: (balbettando) Beh, sì. Lo ha detto anche mio suocero, ieri sera: si trovano nell'Oceano Pacifico...

ANSELMI: Infatti! Polinesia, Micronesia, Melanesia... sono tutte isole situate nell'Oceano Pacifico. Quasi all'altra parte della Terra. E sa, signor Giulio, che differenza di fuso orario c'è tra le isole della Melanesia e noi?

GIULIO: (spazientito) Ma che cosa vuole che ne sappia!?

CHIARA: (rivolta al commissario ed abbracciando con un gesto di appoggio e di solidarietà il marito) Ma perché non la smette di fare tutte questestupide domande a mio marito?

ELENA: Commissario, mia figlia ha ragione. Perché anziché continuare a mettere a disagio mio genero con queste strane domande, non ci dice chiaro e tondo dove vuole arrivare?

ROBERTO: Che cosa c'entra Giulio con la Melanesia e con quell'orribile statuetta?

ANSELMI: (senza scomporsi) Tra noi e le isole della Melanesia c'è una differenza di fuso orario di circa undici ore. Per cui quando qui, come adesso, sono le undici del mattino, là sono le ventidue dello stesso giorno. Mentre quando qui sono le ventidue e trenta, là sono le nove e trenta del giorno successivo. Per esempio: ieri sera, mentre il vostro caro congiunto moriva, qui erano le ventidue e trenta, mentre in quelle isole erano già le nove e trenta di oggi. (Rivolgendosi deciso verso Giulio) A che ora è morto suo padre, signor Giulio?

GIULIO: (sobbalzando quasi spaventato) Ma... non so... di mattina, forse...

ANSELMI: (incalzando) A che ora è morto suo padre?

GIULIO: (esitando) Alle... alle nove e trenta, credo...

ANSELMI: Di quale giorno?

CHIARA: (risentita verso il commissario) Ma la smetta! Le proibisco di


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continuare a torturare mio marito! Roberto, perché non intervieni anche tu? perché non lo fai smettere?

(Gli altri tacciono allibiti.)

ANSELMI: (molto calmo) In che giorno è morto suo padre, signor Giulio?

GIULIO: (a voce molto bassa) Il... il cinque di novembre.

ANSELMI: Cioè, oggi?! E dove è morto suo padre?

GIULIO: A Kalaiti

ANSELMI: A Kalaiti; cioè in una delle isole della Melanesia? Allora: vediamo di riepilogare. Mi corregga se dico qualcosa di non esatto. Suo padre

èmorto venti anni fa, su una delle isole della Melanesia, il giorno cinque di novembre, alle nove e trenta ora locale. E ciò vale a dire che proprio ieri sera, alle ventidue e trenta, ora fatale per l'ingegner Ratti, ricorrevano i venti anni precisi dall'ora e dal giorno della morte di suo padre.

ELENA: (sensibilmente scossa) Ma che c'entra tutto questo? Sapevamo tutti che il padre di Giulio è morto in quella zona del Pacifico dove era andato per ragioni di lavoro...

ANSELMI: E sapete anche come è morto, il padre del signor Giulio?

ELENA: Ma... esattamente no. Le notizie che ci giunsero, allora, erano confuse e a volte contraddittorie. Comunque, secondo la versione ufficiale, l'ingegner Ferrati è rimasto ucciso in una imboscata tesa dai guerriglieri locali. Erano partiti insieme, l'ingegner Ferrati e mio marito. Lavoravano nello stesso settore armamenti e molto spesso viaggiavano insieme per presenziare ai collaudi delle armi che dovevano essere vendute...

ANSELMI: Quindi a quel viaggio partecipò anche suo marito!?

ELENA: Sì, ci andò anche lui. E ritornò distrutto, da quella tragica esperienza!

CHIARA: Ma perché sta rivangando questa storia tanto dolorosa per tutti noi?

ANSELMI: Perché forse nessuno di voi, tranne il signor Giulio, sa come sono andate realmente le cose.

CHIARA: Giulio! Tu sai qualcosa che noi non sappiamo?!

GIULIO: (con insolita calma) Il commissario ha ragione. Voi non sapete come sono andate realmente le cose. Tuo padre ve lo ha sempre tenuto ben nascosto. Non ha mai avuto il coraggio di rivelare a nessuno la verità sulla morte dei miei genitori.

CHIARA: (fortemente sorpresa) Dei tuoi genitori?! Ma tua madre è morta di...

GIULIO: (intensamente) Di crepacuore!... E' morta di crepacuore; come può morire chi perde la persona a lei più cara, che ama più della sua stessa vita, e che si vede poi crollare addosso tutto il mondo.

ELENA: Giulio?... ma che stai dicendo?

(Giulio sopraffatto dall'emozione trova difficile proseguire. Chiara lo abbraccia commossa.)

ANSELMI: Se il signor Giulio mi permette, vi dico io come sono andate le


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cose. In quel periodo, sto parlando di venti anni fa, l'ingegner Ratti e l'ingegner Ferrati lavoravano presso la stessa industria di armi; anzi: erano addirittura nello stesso reparto. Oltre che compagni di lavoro, erano considerati degli ottimi amici. Viaggiavano spesso all'estero per proporre nuovi armamenti sul mercato e per poterne garantire, come tecnici, con la loro presenza alle prove dimostrative, la buona qualità tecnica e dei materiali. Quella volta avrebbero dovuto proporre, ad una organizzazione irredentista di Kalaiti, uno stock di armamenti tradizionali in cui era incluso anche un nuovo modello di mina antiuomo di cui era stata appena conclusa la fase progettuale. Purtroppo durante una esercitazione dimostrativa, una di quelle mine scoppiò mentre alcuni militari la stavano collocando in un campo di prova. Due di loro morirono sul colpo e altri tre furono orrendamente mutilati dalle schegge.

ROBERTO: Purtroppo si è trattato di una tragica fatalità. Incidenti del genere ne capitano, di tanto in tanto, ma derivano dalla pericolosità propria di quel mestiere.

ANSELMI: Io non parlerei di tragica fatalità. Il padre del signor Giulio aveva più volte esortato vostro padre a non includere nello stock quel nuovo tipo di mina, in quanto nelle prove di laboratorio il sistema di bilanciamento della mina stessa aveva rivelato un pericoloso difetto. Ma l'ingegner Ratti contava invece molto su quel nuovo modello di mina che aveva progettato lui stesso; e non volle dare ascolto al suo amico Ferrati.

ELENA: (sorpresa e addolorata) Ma io non sapevo nulla di tutto questo...!

ANSELMI: E non ha mai saputo tante altre cose.

ELENA: (sgomenta) Che altro...?

ANSELMI: Per prima cosa, che suo marito fece cadere la colpa del malfunzionamento del sistema di bilanciamento della mina, sull'ingegner Ferrati...

CHIARA: (disperata) No! Non è vero!

ANSELMI: E che l'ingegner Ferrati fu ucciso per vendetta da alcuni guerriglieri indigeni amici dei militari deceduti nel corso del collaudo. Non si trattò, dunque, di un'imboscata, ma di una vera e propria vendetta.

CHIARA: Giulio, diglielo tu che non è vero!

GIULIO: Mio padre l'aveva sconsigliato. Più volte l'aveva pregato di non mettere sul mercato quel nuovo tipo di mina. Quel modello non era ancora perfetto. Ma tuo padre non voleva ritardare la consegna della merce per non correre il rischio di perdere la commessa. Quel nuovo tipo di mina l'aveva progettato lui, e non voleva che la direzione generale avesse potuto sapere di questa imperfezione. Se non avesse proposto agli acquirenti quel modello di mina, avrebbe dovuto spiegarne il motivo ai suoi superiori. E così, approfittando della loro


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A. Lombardo                                                                                                                                    Padre putativo

amicizia, obbligò mio padre a tacere sulla questione e incluse quell'ordigno nel campionario di armamenti da proporre per la vendita.

ANSELMI: Ma purtroppo, come ho già detto, durante la prova la mina esplose prima del tempo con le conseguenze che vi ho appena detto. Per non essere coinvolto nel fallimento di quel progetto, l'ingegner Ratti scaricò ogni colpa dell'accaduto sull'ingegner Ferrati.

ROBERTO: Questa è una menzogna!

ANSELMI: Voi, dei fatti, conoscete soltanto la versione che vi ha esposto vostro padre. Ma noi siamo riusciti a ricostruire tutti gli atti. Tutto documentato! E ne risultò che a causa delle accuse mosse da vostro padre, l'ingegner Ferrati non solo ne uscì professionalmente distrutto, ma fu l'innocente vittima della vendetta che gli amici delle persone decedute nell'incidente, misero in atto con selvaggia crudeltà. Rientrando nella camera dell'albergo dove alloggiava, a Kalaiti, Ferrati trovò, poggiata sul cuscino del suo letto, una statuetta della dea Crimù, simile a questa. E pochi secondi dopo moriva fulminato, colpito al collo da un aculeo avvelenato lanciato da uno sconosciuto con una cerbottana, dall'esterno, attraverso una finestra aperta.

GIULIO: (parlando con una innaturale tranquillità) E mia madre? Sapete chi ha ucciso mia madre?

CHIARA: (con tenera preoccupazione) Ma Giulio, che stai dicendo?

GIULIO: (con amore) Chiara, amore mio, quello che ho sempre ammirato in te

èla determinazione, la forza di volontà, la capacità di saper valutare ogni circostanza e di agire di conseguenza; ti ho sempre ammirato per il tuo carattere deciso che ti permette di superare qualsiasi difficoltà, anche le più scoraggianti. Tu sei forte e sai cavartela in ogni circostanza. Ma non tutti sono così. Ci sono esseri molto più fragili, adatti a vivere in un mondo etereo, evanescente, fatto di sogni e di romantica poesia. Esseri talmente vulnerabili da avere bisogno, per vivere, di un riparo, di un appoggio. Mia madre era una farfalla dalle ali delicate e fragili. Riusciva a volare solo nel suo tenue mondo rivestito di tenerezze e di amore. E mio padre era il suo appoggio ed il suo riparo. E quando mio padre morì, sommerso per giunta da accuse di incapacità e di immoralità professionali, tutto il mondo crollò attorno a mia madre. Ed il suo cuore non seppe resistere. E mentre moriva in silenzio, solo i suoi occhi mi parlavano... mi supplicavano...

mi chiedevano di punire un giorno colui che aveva distrutto tutto il suo mondo. E con quello stesso sguardo mi ha guardato un mese fa, quando mi è apparsa in sogno per rimproverarmi della mia viltà. Ho dovuto farlo, Chiara, per mio padre e per lei.

CHIARA: (Al colmo della disperazione) No, non è vero! Dimmi che non è vero! Ma se ti amava come un figlio! Ti ha accolto in questa casa e ti


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A. Lombardo                                                                                                                                    Padre putativo

ha amato come un figlio!

GIULIO: (con sarcasmo) Certo! Mi ha accolto nella vostra casa ed in questo modo riusciva a sentirsi il mio padre putativo! Aveva costruito la sua brava corona di fiori, per stare a posto con la coscienza...! Come se bastasse dare mille lire ad un povero diavolo per poter dire di essere buoni e generosi! Commissario, mi porti fuori di qui, la prego.

Cala il sipario

F I N E


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