Papà Camillo

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commedia grottesca in tre atti

di Ivano Bertoletti

Personaggi:

Camillo

Filippo

Rita

Silvano

Caterina

Domenico

Martina

Lucilla

Maghini

La scena rappresenta la sala della casa di Filippo: è una stanza moderna, ammobiliata con gusto. Nella parte sinistra un divano a tre posti e verso il centro una poltrona. Sul lato destro un tavolo rotondo con relative sedie. Libreria e mobile bar. Nella parete di fondo una finestra. A destra la porta d'ingresso, a sinistra la porta che da agli altri locali dell'appartamento.


ATTO PRIMO

All'aprirsi del sipario, Filippo entra velocemente da si­nistra. Egli ha 45 anni e porta gli occhiali. Rita, sua moglie, ha 42 anni.

Rita - (dall'esterno, a sinistra) Mi sembri nervoso, Fi­lippo?

Filippo - (appunto nervoso, si ferma e si gira verso la porta) Cosa?

Rita - (c.s.) Ho detto che mi sembri nervoso.

Filippo - Sembro? Io sono nervoso, nervosissimo!

Rita - (c.s.) Perché? Oggi è sabato e nemmeno vai al lavoro. Perché, allora?

Filippo - Aaaah, tu mi vuoi vedere esplodere, dillo che lo vuoi! (si siede sulla poltrona, ma si rialza subito)

Rita - (appare da sinistra) Caro, cosa c'è?

Filippo - (alzando la voce) Lo sai cosa succede, oggi? (Rita lo fissa con un'espressione di sorpresa) Eh, sì che lo sai! Ma certo! Sai benissimo che dannato giorno sia questo! Non cascare dalle nuvole perché sai meglio di me che è una giornata fatidica, in­fausta!

Rita - Ti riferisci forse all'arrivo di mio padre?

Filippo - (sarcastico) Eh, forse. Che coraggio! Forse. Puoi anche disintegrarlo quel forse, e la risposta sarebbe esatta.

Rita - Ma non è la prima volta. Come mai sei... sei infuriato?

Filippo - Non ce la faccio più a sopportarlo!

Rita - Dopo tutti questi anni!

Filippo - Sì, dieci anni! Dieci anni! È sempre stato un peso, ma dall'anno scorso è diventato un macigno di venti tonnellate.

Rita - Sei cattivo.

Filippo - Non sono cattivo. Sono realista. (si siede sul divano, agitando nervosamente le gambe) In ogni uomo c'è un limite, c'è una soglia alla sopportazio­ne. Bene! la mia soglia è stata abbondantemente superata.

Rita - Hai le calze di colore diverso.

Filippo - Non cambiare discor... cosa? (si guarda i pie­di) Porcacc...

Rita - Non dire parolacce!

Filippo - Lo vedi cosa combino! Ancora prima del suo arrivo.

Rita - Vado a prenderti la calza uguale. (esce a sinistra)

Filippo - Come sono nervoso! come sono nervoso! (si toglie la scarpa e il calzino color granata) Mi verrà un colpo, di sicuro, a causa di quel maledetto vec-chiaccio. Sì, sì, lo sento, l'ipertensione è alle stelle, e lui mi accompagnerà al cimitero, seguendo, con un ghigno beffardo, la mia bara.

Rita - (entra con un calzino granata uguale a quello che Filippo si è tolto) Mio padre ti vuole bene. (dà il calzino al marito che se lo mette)

Filippo - Ma sono io che non voglio bene a lui! (si rimette la scarpa) Con la testa dura che si ritrova.

Rita - Mio Dio! ha 84 anni e cosa pretendi? che ragio­ni come te?

Filippo - Io non pretendo niente! È lui che pretende di avere quarant'anni!

Rita - È ancora in gamba.

Filippo - Alla sua età si è ancora in gamba per... (s'in­terrompe, vedendo che la moglie gli fa un cenno con l'indice)

Rita - I calzini, caro.

Filippo - Cosa?                                    

Rita - Sono ancora di diverso colore.

Filippo - (guardandosi i piedi) Accidenti! Perché hai preso quello sbagliato?

Rita - Sei tu che ti sei tolto quello sbagliato.

Filippo - No, diavolaccio! Tu mi hai portato quello granata invece di quello grigio!

Rita - Tu dovevi levarti quello grigio, non quello granata.

Filippo - È dall'età di dieci anni che più nessuno mi dice quali calzini mettermi, e adesso tu...

Rita - Perché non ti sei tolto il calzino grigio?

Filippo - Perché? ma perché... beh... non lo so... così... non lo so!

Rita - Vedi, allora. Se tu stesso non lo sai, come vuoi che sia colpa mia? Dovevi aspettare che io ti por­tassi il calzino e poi cambiarlo.

Filippo - (calmatosi un poco) Già, hai ragione, cara. Ehm... però vorrei mettermi quello grigio.

Rita - Te lo porto io. (esce)

Filippo - Che giornataccia! Lo sento, sarà una giornata terrificante! (si leva nuovamente scarpa e calza) Nessuno, non c'è nessuno come me! sono il re dei nervosi! (fa un paio di grugniti)

Rita - (entrando) Tieni.

Filippo - Grazie. (si mette il calzino grigio e la scarpa) Altri sei mesi di convivenza con papà Camillo! Cosa ho fatto di così malvagio per meritarmi questa tremenda disgrazia?

Rita - Papà non dà fastidio: è autosufficiente e indi­pendente.

Filippo - Sì, però sta qua. Mangia con noi, s'impossessa della mia poltrona, mette il naso nelle nostre cose. Insomma, io, quando c'è lui, mi sento limitato, pri­gioniero della sua presenza che riduce i miei... i miei diritti.

Rita - Papa ha solo qualche difetto.

Filippo - (si alza di scatto) È testardo come un mulo! Ma, dannazione! ti rendi conto che sino all'anno scorso andava in giro in bicicletta! A ottantatre anni!  

Rita - Stava bene.

Filippo - (urlando) Stava bene un accidenti! Aveva avu­to da alcuni giorni un improvviso e notevole calo della vista. E non aveva detto niente a nessuno. In pratica ci vedeva, sì e no, il 50% e continuava ad andare in bicicletta! Capisci cosa girava per la città? Un vecchio di ottantatre anni, semicieco, in bicicletta. Buon Dio! era una bomba innescata! Prima o poi doveva esplodere.

Rita - Ed è scoppiata.

Filippo - Inevitabilmente. È uscito lanciatissimo da uno stop. Una macchina, per evitarlo, ha urtato frontal­mente contro un'altra; una motocicletta che la se­guiva, per non tamponarla, scartava sulla destra e travolgeva una bancarella di scarpe, cinture, borse, ecc. E lui, spaventato dai rumori di quel pandemo­nio, si girava, investendo in pieno, indovina un po' chi? un vigile che esterrefatto assisteva la catacli­sma causato da papà Camillo.

Rita - Si è fatto male solo papà.

Filippo - Infatti. Ha battuto il capo chissà dove e, sic­come ha la testa d'acciaio, non ci è rimasto secco.

Rita - (in tono di rimprovero) Filippo!

Filippo - Una sola conseguenza, dannazione: è diventa­to parzialmente privo del senso dell'udito. Ma ti rendi conto che in un batter d'occhio ce lo siamo trovato orbo e sordo.

Rita - Ma la testa è ancora a posto.

Filippo - Ci mancava che fosse pure rimbambito. (scuote il capo) Io continuo a chiedermi perché non va in una casa di riposo. Preferisce farsi spostare come un pacco: tre mesi da una figlia, tre mesi dall'altra e sei mesi da noi. Sono dieci anni, cioè da quando è morta tua madre, che si ostina in questo noma­dismo.

Rita - Papà odia la solitudine; ama invece stare con le figlie, con i nipotini, circondato dal calore dei propri cari.

Filippo - Ma con le figlie ci siamo anche noi, i generi, e i nipotini ormai non ci sono più: sono tutti grandi e grossi.

Rita - È sempre meglio che vivere in quegli ospizi...

Filippo - Ma che ospizi! Oggi ci sono case di riposo eccellenti. Con camere spaziose, parchi, passatempi; può sceglierla sul lago, in montagna, al mare; e lui sarebbe sempre in compagnia, più che a casa nostra. E pensare che può permettersi la casa di riposo migliore d'Italia. Tra immobili, titoli, azioni, ecc. il caro papà Camillo possiede un patrimonio di al­meno quattro miliardi, tutto gestito dalle banche e da un amministratore. Di noi non si fida.

Rita - Non è vero; lo fa soltanto per evitare di vederci azzuffare per questioni di soldi. Quando mori... ci lascerà per sempre, tutto sarà nostro.

Filippo - (sbotta in una risata) Morire? Lui? Tuo padre non morirà più! Lo sai che esistono delle persone che campano sino a centodue - centocinque anni. Ecco! lui è uno di quelli! Ci puoi giurare! Noi sa­remo cadaveri putrefatti e papà Camillo sarà anco-ra qui! Dannazione! Non ha nemmeno il cuore de­bole, altrimenti si potrebbe sopprimerlo con uno dei sistemi proposti da un interessante libro. (si alza)

Rita - Filippo, oggi dici delle cose orribili!

Filippo - Ho i nervi a fior di pelle! Guarda la mia mano! (mostra la mano che vibra) Sono un nervo unico! E sto scoppiando! (prende un libro dalla libreria)

Rita - Cos'è quel libro! 

Filippo - Eh, eh. "Come uccidere la suocera e vivere felici e contenti. 51 modi facili per tornare liberi". Eh, eh, vale anche per il suocero.

Rita - Vorrei vedere se al suo posto ci fosse il tuo di padre.

Filippo - Eh, no, Rita, lascia stare mio padre. Il mio caro papà ha avuto la buona idea di chiudere a settantacinque anni: è sempre stato un uomo pre­vidente. E se fosse ancora vivo, ora sarebbe in una casa di riposo e non guasterebbe la vita dei propri familiari. (apre il libro) Vedi, "metodo 41: qualora la suocera sia debole di cuore, annunciare la falsa morte di un figlio; novantanove volte su cento il lungo viaggio è assicurato". Ma per lui non va bene: ha il cuore sano, sanissimo!

Rita - Sei crudele!

Filippo - Io? (rimette il libro sullo scaffale) Guarda che mi ricordo bene cosa successe dieci anni fa, quando la buona mamma Maria morì. Tuo padre allora prospettò alle figlie il desiderio di trasformar­si in "un anziano ambulante". E voi tre, sue figlie, cosa faceste? Litigaste parecchio per accordarvi con chi e per quanto tempo piazzarlo. E quando, in se­guito, allargaste logicamente l'assemblea anche a noi tre generi, che avvenne? Che litigammo in sei!

Rita - Ma, infine, raggiungemmo un accordo.

Filippo - Oh, sì, e chi ci rimise fummo proprio noi due. Con la scusa che non avevamo figli, e quindi più spazio e più tempo per lui, ce lo appiopparono per sei mesi mentre a loro solo tre mesi ciascuno. E ogni tre estati dobbiamo sorbircelo anche in ferie. Ma ci pensi: sei mesi all'anno per dieci anni. In totale cinque anni di convivenza piena con il ve­gliardo.

Rita - Però tu hai accettato.

Filippo - Per forza. Un terzo dell'eredità ci fa molto comodo. Magari sarebbe stato capace di diseredarti.

Rita - Non lo farebbe mai. Io sono la più piccola delle figlie e per me ha sempre avuto una predilezione.

Filippo - Lo so che sei la più coccolata, la sua prefe­rita, ma è meglio andare sul sicuro, non si sa mai. I soldi, sono soldi.

Rita - Non puoi dire che papà non sia stato generoso. Questo appartamento è il suo regalo di nozze e altrettanto ha fatto per Caterina e Martina.

Filippo - Sì, è vero, non lo nego. Lo teniamo anche per riconoscenza. (alza la voce) Però questa morte non arriva mai!

Rita - Sei veramente cattivo. E pensare che in sua pre­senza ti comporti  sempre bene,  con correttezza.

Filippo - Riesco a trattenermi, ecco! Faccio buon viso pensando a quella montagna di soldi. Sai, una parte del patrimonio può, per legge, destinarlo a chi vuo­le. E se lo donasse in beneficenza?

Rita - Non è un segreto che papà già elargisce somme a questo scopo.

Filippo - Sì, ma sono inezie. È della sua cospicua so­stanza che io non voglio perdere nulla, visto i sa­crifici di sopportazione di tutti questi anni.

Rita - (lo guarda, in silenzio, per alcuni istanti) Caro, tu mi vuoi bene?

Filippo - Cosa?

Rita - Oggi non mi hai ancora baciata.

Filippo - Ah, sì? (la bacia un po' distrattamente) E un'altra cosa: perché quel satanasso non porta sem­pre gli occhiali, visto che vede, sì e no, a tre metri?

Rita - Dice che un uomo con gli occhiali è un mezzo uomo.

Filippo - Cosa?                                      

Rita - Non si riferisce a te.

Filippo - Lo credo bene. Anche se non abbiamo figli... ehi! tu hai qualcosa da rimproverarmi?

Rita - (lo bacia sulla guancia e poi, sorridendo) Non ti sei fatto la barba.

Filippo - Cosa?                                     

Rita - Questa mattina non ti sei rasato.

Filippo - (si sfiora il mento e una guance) È vero.

Rita - Non lo sapevi?

Filippo - No.                          

Rita - Com'è possibile?

Filippo - E me lo chiedi?

Rita - Certo, sennò a chi dovrei chiederlo? al tizio del piano di sopra?

Filippo - Che c'entra adesso quel tipo là?

Rita - Niente.

Filippo - Come niente? Sei tu che l'hai nominato.

Rita - Così, tanto per dire. Ma che vai a pensare?

Filippo - Io non penso nulla.

Rita - Sei geloso?                   

Filippo - Io non sono geloso!

Rita - E perché mi parli dell'inquilino del terzo piano?

Filippo - Io dicevo... come? ti parlo? io? ma se tu che... buon Dio, i nervi, i nervi!... che cosa sto di­cendo? aaaaah... (si siede) Anche la barba mi sono scordato... sono teso, tesissimo!

Rita - Dovresti calmarti un pochettino, caro.

Filippo - E pensare che quando papà porta gli occhiali riesce a capirti meglio seguendo il movimento delle labbra. Ma lui no! Ha ottantaquattro anni e non si mette quegli stramaledettissimi occhiali! e così non ci vede e così non può leggerti sulle labbra! E noi dobbiamo urlare per scambiare quattro parole!

Rita - A papà è sempre piaciuto scherzare. Probabil­mente si diverte quando ci rivolgiamo a lui a voce alta per farci sentire.

Filippo - Bel divertimento! A proposito, hai comperato quelle pasticche per la gola? Lo sai che mi saranno indispensabili nei prossimi sei mesi.

Rita - Ce ne sono due scatolette pronte per l'uso.

Filippo - (grugnisce) E il campanello? Siamo gli unici in tutta Italia ad avere il campanello-fischietto. Un suono lacerante, acuto, come quello di un fischietto da arbitro da calcio, in modo che tuo padre possa udirlo quando è in casa da solo.

Rita - Non siamo gli unici.

Filippo - Cosa?

Rita - Anche le mie sorelle ce l'hanno.

Filippo - (ride amaro) Ah, ah, bella questa. Sei proprio spiritosa. Noi e loro siamo nella stessa barca. Le nostre abitazioni sono "gli ostelli della vecchiaia".

Rita - Beh, però, per noi che non abbiamo figli, devi ammettere che la sua presenza rompe un po' la monotonia della nostra casa.

Filippo - Tuo padre rompe qualcos'altro!

Rita - Filippo! non essere volgare!

Filippo - Sei tu che me le cavi da bocca... mi fai dire certe cose...

Rita - Vuoi un calmante?

Filippo - Cosa?

Rita - Ti conviene prendere un tranquillante. Vado a prenderlo. (esce)

Filippo - Sì, sì, grazie. Altrimenti sono capace di mol­largli un pugno appena mette il piede dentro casa. (ritmicamente) Devo calmarmi, devo calmarmi. De­vo pensare che viene in visita solo per un giorno e poi sparisce. Che bello sarebbe! Un giorno solo! (quasi piange) E invece no, no... sono sei mesi, un'eternità...

Rita - (entra con un bicchiere d'acqua e una pastiglia) Ecco.

Filippo - (ingoia la pastiglia e beve un sorso d'acqua) Grazie, cara.  (restituisce il bicchiere alla moglie)

Rita - Rimani seduto, tranquillo. Hai bisogno di rilas­sarti. Perché non leggi? (raccoglie i calzini granata)

Filippo - (assume apposta un'espressione spiritata: oc­chi spalancati, leggero sorriso beffardo) Eh, eh. Sì, leggerò "Come uccidere la suocera e vivere felici e contenti". Che ne dici?

Rita - Dico che hai voglia di scherzare. (esce a sinistra)

Filippo - (abbattuto) Eh, sì, qui c'è poco da scherzare. C'è da disperarsi. Devo allentare la tensione... così... (appoggia il capo alla spalliera della poltrona) così... (socchiude gli occhi) ecco, perfetto... il nulla... sì... silenzio assoluto... stupendo... sono in un'altra di­mensione... lontano... lontano da ogni affanno... da ogni travaglio... via dal mondo... via da papà Camillo... (il suono lacerante del campanello-fischietto distrugge il silenzio. Filippo spalanca gli occhi, balza in piedi, urlando) Rigore!

Rita - (da fuori) Dev'essere papà.

Filippo - (immobile) È in arrivo il vecchiardo!

Rita - (entra) Non vai ad aprire?

Filippo - Ogni attimo senza di lui è un attimo di vita in più.

(Rita apre la porta. Entra Camillo, accuratamente vestito, seguito dal genero Silvano, 50 anni, che sorregge due valigie. Alla presenza di Camillo tutti alzeranno il tono della voce.)

Camillo - (senza occhiali e sorridente) Ciao, Rita! La mia piccola Rita! (si baciano) Come stai?

Rita - Bene, papà; e tu?

Camillo - Oh, benissimo. È uno dei miei periodi mi­gliori.

Filippo - (a parte) Figuriamoci. Ci avrei giurato. (si avvicina, mentre Rita e Silvano si salutano) Buon­giorno, papà.

Camillo - Oh, il nostro Filippo. (si danno la mano) Caro Filippo, come stai?

Filippo - Eh, si tira avanti, papà. Ciao, Silvano.

Silvano - Ciao.

Camillo - (a Filippo) Se non vedo male, hai qualche capello bianco.

Filippo - (mogio) Eh, sì, papà; è vero.

Camillo - Ohé, cosa c'è? Mi sembri giù? Non sarà mica per i capelli?

Filippo - Ma no. Sono solo un po' nervoso. Problemi... di lavoro.

Camillo - Ah, lavorare fa bene; si deve lavorare. Però, attenzione, bisogna farlo nella misura giusta. Mai esagerare.

Filippo - Sai, la responsabilità della nuova posizione.

Camillo - Eh, la carriera si paga. Troppi pensieri, trop­pe preoccupazioni. Beh, su, via; vorrà dire che pen­serò io a rallegrare un po' l'atmosfera di questa casa.

Filippo - Speriamo.

Rita - Vieni, papà, andiamo nella tua camera, così si­stemiamo la tua roba.

Camillo - Va bene. Silvano, dai, un ultimo sforzo con quelle valigie.

Silvano - Sì.

Camillo - (si avvia, guardandosi intorno) Se non vedo male, non è cambiato niente.

Rita - Sì, papà: tutto come sei mesi fa. (escono a si­nistra)

Filippo - È vero, porcaccia la miseria, non è cambiato niente, caro papà Camillo. Tu sei ancora qui, im­mutabile, eterno. (guarda la poltrona) Ciao, poltro­na, mia comoda e accogliente poltrona. Ti devo ce­dere, davanti ai diritti dell'anziano soccombo in si­lenzio. (entra Silvano) Ci rivedremo fra sei lunghi mesi. Come sei bella. Arrivederci.

Silvano - Cosa fai, Filippo? Con chi parli?

Filippo - Stavo mestamente salutando la mia poltrona. Da adesso il nuovo padrone è lui. (indica a sinistra) Ma, dimmi: sta proprio bene, nessun peg­gioramento?

Silvano - L'hai visto, no? Dimostra come sempre dieci anni di meno, anzi, sembra ringiovanire. A parte la vista e l'udito è perfetto. Non so: qualche acci­dente alla prostata, degli attacchi d'asma, dei cal­coli alla cistifellea, un'ulcera perforante, un rene marcio. E invece niente, niente di niente!

Filippo - Sano come un pesce.

Silvano - Eh, no. Hanno scoperto che anche i pesci si ammalano. Lui è sano e basta.

Filippo - Ma i suoi genitori di cosa l'hanno fatto? Pro­babilmente a quei tempi mangiavano pane e ferro. (si siede, sconsolato sul divano, imitato da Silvano)

Silvano - A proposito, vedrai come mangia.          

Filippo - Ma l'ha sempre fatto!

Silvano - Ora ancora di più.

Filippo - Cosa?

Silvano - Adesso mangia con ingordigia, capisci, con voracità. Ha deciso di non assaggiare più nulla al di fuori dei pasti, per cui quando andiamo a tavola fa piazza pulita. È uno spettacolo incredibile: ingur­gita tutto quanto, lentamente, ma incessantemente. E una vera macchina divoratrice. E questo per tre volte al giorno: mattino, mezzogiorno, sera.

Filippo - Anche al mattino?

Silvano - Sì. Vuole la colazione abbondante in quanto lui dice che deve incamerare le calorie necessarie per affrontare la giornata.

Filippo - Ma se non fa niente tutto il giorno!

Silvano - (sorride) E il bello è che non ingrassa nem­meno di un etto. Mentre noi stiamo attenti a non eccedere, altrimenti la pancetta (si tocca il ventre) si trasforma in panciona.

Filippo - Ma, non so... qualche indigestione?

Silvano - (scuote negativamente la testa) Zero. Digeri­sce tutto.

Filippo - (affranto) Mangia come un bue e nemmeno un'indigestione. (guarda Silvano) Almeno un'indigestionina... (Silvano scuote ancora il capo) qual­che crampo allo stomaco... (Silvano fa un cenno an­cora negativo) Misericordia, non muore più, non muore più...

Silvano - Eh, caro Filippo, credo proprio che dovremo rassegnarci. Quello non è un uomo, è Superman. Addio eredità.

Filippo - Tu e Domenico avete dei figli e almeno loro potranno godere i suoi soldi. Invece per me non c'è più speranza.

Silvano - E un'altra cosa: fai attenzione ai suoi scherzi.

Filippo - Oh, no; ancora con questa sua mania go­liardica.

Silvano - Sì, ne sono stato la vittima proprio la setti­mana scorsa.

Filippo - Che diavolo ha architettato?

Silvano - Come sai, da circa un mese ho comperato un'automobile nuova. Ebbene, sabato scorso, men­tre ero in casa da solo, ricevo una telefonata dalla Concessionaria e una dolce voce femminile mi co­munica che, tra tutti i loro clienti, io sono il più fortunato in quanto la vettura tale, targata così, cioè la mia macchina, è stata sorteggiata e mi fa vincere un premio di due milioni.

Filippo - (sorpreso) Due milioni? che fortuna!

Silvano - Aspetta. E infine mi invita a recarmi subito presso di loro poiché l'assegno per il vincitore è già pronto. Puoi immaginare la mia soddisfazione: in vita mia non avevo mai vinto nulla. Quindi mi precipito immediatamente dalla Concessionaria. Ero così eccitato che per poco non causavo un incidente. (smette di parlare)

Filippo - E allora?

Silvano - Ho fatto la figura dello scemo.

Filippo - Perché?

Silvano - Non c'era alcun concorso, non c'era alcun vin­citore, non c'erano i due milioni. C'era solo un idio­ta: io. E mezzo personale della Concessionaria che mi guardava allibito, incredulo e pronto a scoppiare a ridere; cosa che riuscì faticosamente a evitare finché rimasi là dentro. Ma chissà, appena uscito, come si saranno sbellicati dalle risa.

Filippo - (esterrefatto) Ma... santo cielo, chi era la don­na al telefono? E cosa c'entra papà Camillo?

Silvano - Eh, papà Camillo, è furbo. E solo oggi, quan­do ormai l'accaduto è lontano e la rabbia sbollita, mi ha detto in macchina: « Bella questa automo­bile, veramente bella. Peccato che sia costosa. Se almeno tu avessi vinto quei due milioni ». Sono ri­masto come pietrificato al volante e per poco non uscivo di strada. Nessuno sapeva dello scherzo, nes­suno! Lo capisci?

Filippo - E... e tu?

Silvano - Ho guidato per alcuni secondi in "trance". Poi ci siamo guardati negli occhi e... e siamo scop­piati entrambi in una fragorosa risata. Non riuscivo più a smettere. Ho dovuto accostare e fermarmi, tanto mi faceva male la pancia. Lo sai, io ho un carattere gioviale, un po' diverso dal tuo.

Filippo - E dici bene. Se avesse combinato uno scherzo simile a me, guarda, non so... io... penso... sì, l'avrei strozzato.

Silvano - (sorridendo) Però, che forte, papà Camillo.

Filippo - Ma... e la donna al telefono, chi era?

Silvano - Una ragazza incontrata per caso. Con cinquan­tamila lire è riuscito a convincerla a recitare quella parte.

Filippo - Cose da pazzi... cose da pazzi...

Silvano - Alla sua età, sa ancora divertirsi.

Filippo - Sì, alle spalle dei generi, però.

Silvano - Io penso che mantenere il gusto del sorriso, il senso del buonumore, sia un'ottima medicina per scampare a lungo.

Filippo - E purtroppo lui ce l'ha.

Rita - (entra con in mano una borsa) Papà sta terminan­do di sistemarsi. Io esco a fare la spesa.

Filippo - Va bene.

Silvano - Aspettami, Rita; saluto papà e me ne vado anch'io. (esce)

Rita - Ciao, ciao, ci vediamo. E, mi raccomando, com­portati bene, stai calmo.

Filippo - Non ti preoccupare; farò del mio meglio. Silvano - (rientra) Possiamo andare. Ciao, Filippo.

Filippo - Ciao, ciao. (i due escono) Si comincia: sei mesi di convivenza forzata con un vecchio orbo, sordo e zuzzurellone. Per non dire pazzo, sì, pazzo, perché solo una persona fuori di testa può ideare certe cose a ottantaquattro anni, (quasi un lamento) Perché la sorte mi è nemica? Non ho fatto niente di male nella mia vita, beh, quasi niente, e il desti­no mi ha scelto come capro espiatorio. Si accanisce crudelmente contro di me, costringendomi a vivere sei interminabili mesi in compagnia di... di... E quest'anno è anche il mio turno per portarlo in ferie. Il mare per me è tutto, ma quando c'è lui no, non si può. (Camillo, non visto da Filippo, ap­pare a sinistra. Ha con sé un quotidiano) Al si­gnore fa bene, va bene solo la montagna. E quindi montagna sarà, atrocemente, ineluttabilmente.

Camillo - Se non vedo male, sei da solo. Cos'è allora questo continuo borbottio?

Filippo - (alza la voce) Niente, papà. Stavo riflettendo a voce alta.

Camillo - Bella frase, che tradotta significa: parlavo da solo. Brutto sintomo, caro Filippo, brutto sintomo. Sono i vecchi che parlano con il nulla, e tu sei solo un quarantacinquenne. Se hai dei problemi, affron­tali. La vita, ogni tanto, ci sbatte sulla strada un ostacolo. E tu saltalo e, se non ci riesci, eliminalo, è il sistema più efficace. (si siede sulla poltrona)

Filippo - Eliminare, sì, esatto, eliminare. Sarebbe bello, ma non sempre si può, non sempre...

Camillo - La vita non è come un film caramelloso. I nostri desideri spesso si scontrano con la dura realtà.

Filippo - Oh, sì, durissima, dici bene, papà, durissima... (fischio del campanello. Filippo ha uno scatto repentino) Ohé, chi va là?

(Si appressa alla porta d'entrata, mentre Camillo apre davanti a sé il giornale, tenendolo vicinissimo agli occhi e in tal modo il suo viso viene nascosto dal quotidiano. Filippo apre ed entra, fermandosi sulla soglia, Lucilla. È una donna poco più che trentenne, attraente, libera e disinibita. È in cia­batte e indossa un grembiule corto, senza maniche e scollato. Si vede che i capelli sono sistemati in modo provvisorio, ma con civetteria, e si capisce che si è alzata da poco e non ha ancora provveduto a mettersi in ordine. Comunque non è trasandata.)

Lucilla - (completamente a suo agio) Buongiorno.

Filippo - (folgorato dalla sua apparizione) Buo... buon­giorno.

Lucilla - Io sono la sua nuova vicina. Filippo - Cosa?

Lucilla - (lo fissa, con un sorriso) Ho detto che (scan­dendo) sono la sua nuova vicina.

Filippo - La mia nuova vicina?

Lucilla - Sì, abito su questo pianerottolo, nell'apparta­mento non accanto al suo. Ho traslocato ieri. (Camillo abbassa il giornale sino a quando non gli spun­tano gli occhi e guarda per qualche attimo)

Filippo - Ah... bene... non sapevo...                      

Lucilla - Mi chiamo Lucilla.                                   

Filippo - Ah, sì?... io invece Filippo.

Lucilla - (stringe la mano a Filippo) Felice di cono­scere un bell'uomo come lei.

Filippo - ( è sudato) Anch'io... che bella mano... sono felice di conoscerla...

Lucilla - Cosa? la mia mano? (ride)

Filippo - Sì... no, non la mano, lei, Lucilla.

Lucilla - (indicando la sala) Cos'è? off-limit?

Filippo - Cosa?           

Lucilla - Mi ha bloccata appena dentro. Posso farmi avanti?

Filippo - (facendosi da parte di scatto) Come no! Scusi, scusi la mia sbadataggine. Prego, prego, come se fosse a casa sua.

Lucilla - (compie due passi verso il centro, vede Camillo dietro il giornale e, rivolta a lui) Buongiorno.

Filippo - È mio suocero. È un po' duro d'orecchi.

Lucilla - (alzando la voce) Buongiorno!

Camillo - (abbassando il giornale) Dice a me?

Lucilla - Sì, buongiorno.

Camillo - Buongiorno anche a lei. (torna a leggere)

Lucilla - (a Filippo) Vive con lei?

Filippo - No! cioè... sì... quasi...

Lucilla - Lo sa che lei è divertente.

(Camillo si mette gli occhiali che teneva in tasca, ritorna alla lettura e sino all'uscita di Lucilla alternerà il leggere a mo­menti in cui abbasserà il giornale, sbirciando i due)

Filippo - (ride stupidamente) Eh, eh, sì, sono diverten­te... io sono un tipo così...

Lucilla - Ha in casa il suocero e non sa se vive con lei.

Filippo - È una... voglio dire... ehm... che rimane qui solo qualche mese... ecco...

Lucilla - Io l'ho disturbata perché, sa, quando si tra­sloca la casa rimane sottosopra per alcuni giorni.

Filippo - Certo, certo.

Lucilla - Come lei può ben intuire dal mio aspetto, io mi sono alzata da poco, anzi, mi scuso se non sono molto presentabile.

Filippo - Ma cosa dice? Lei... lei... (tutto d'un fiato) è presentabilissima !

Lucilla - E così, stavo preparandomi un caffè, quando mi sono accorta che mi mancava lo zucchero, o meglio, non lo trovo più.

Filippo - Capisco, capisco.

Lucilla - (lo fissa divertita per qualche attimo) Che cosa ha capito?

Filippo - (sempre più in "bambola") Lei è la mia nuo­va vicina.

Lucilla - E su questo siamo tutti d'accordo. Ma io sono anche una nuova vicina che ha bisogno di un pochettino di zucchero.

Filippo - Ah, sì, lo zucchero; provvedo subito... faccio in un baleno. (va a sinistra) Non se ne vada, re­sti qui.

Lucilla - Stia tranquillo che da qui, senza zucchero, non mi muovo!

(Filippo esce velocemente. Lucilla dà le spalle a Camillo che la sta osservando)

Gli uomini, come sono stupidi. È bastata la mia presenza, come dire, un po' in deshabillé, che un uomo maturo sia di colpo tornato imbranato come un adolescente di primo pelo. (scuotendo la testa) Questi uomini. Sono proprio contenta di essere nata donna.

Filippo - (rientrando, si può dire di corsa, con un bic­chiere colmo sino al bordo di zucchero) Ecco, tenga il suo zucchero.

Lucilla - (prende il bicchiere e sorridendo) Grazie, ma veramente avevo chiesto solo un po' di zucchero per un caffè.

Filippo - Beh, sa, ho pensato che magari le piace dolce.

Lucilla - (lo fissa per qualche istante) Mi piacciono gli uomini con la barba di uno o due giorni. Hanno un certo non so che...

Filippo - (inebetito) Ah, sì?

Lucilla - Ora ritorno alla mia casetta. (indica lo zucche­ro) In giornata glielo restituirò.

Filippo - No, assolutamente. Un piccolo omaggio alla sua calda e sfavillante presenza tra queste tetre mura.

Lucilla - Grazie. Lo considererò un augurio per un lun­go e buon vicinato.

Filippo - Non potrà essere diversamente.

Lucilla - (civettuola) Avremo quindi tutto il tempo di approfondire la nostra conoscenza.

Filippo - Oh, sì, certamente.            

Lucilla - Buona giornata, Filippo.

Filippo - Anche a lei, Lucilla.

Lucilla - (alzando notevolmente la voce e rivolgendosi a

Camillo) Buongiorno!

Camillo - (abbassa il quotidiano) Buongiorno.

(Lucilla esce.  Camillo osserva il genero rimasto a fissare l'uscio) Chi è?

Filippo - (in "trance", risponde meccanicamente) Chi?

Camillo - Chi è "chi"?

Filippo - (inizia a destarsi) Come "chi è chi"?

Camillo - Io ti ho chiesto "chi è"?

Filippo - E io ti ho risposto "chi"?

Camillo - Si chiama così?

Filippo - Chi?

Camillo - Ah, è il suo nome?

Filippo - Di chi?

Camillo - Di chi.

Filippo - Ma chi, chi?

Camillo - Chi! Il mio chi è senza punto interrogativo.

Filippo - Invece il mio lo è!

Camillo - Ah, seguendo le tue labbra non avevo capito

il tono interrogativo. Ripetiamo allora: chi è?

Filippo - (sbuffando e urlando) Chi?

Camillo - Quella donna.                           

Filippo - Ah, lei?                                  

Camillo - (a voce alta) E chi, altrimenti!

Filippo - È Lucilla, la nuova vicina di casa. Ha traslo­cato ieri.

Camillo - Questa è la prima volta che viene in casa tua?

Filippo -Sì.

Camillo - E tu non l'avevi mai vista?

Filippo - No, mai conosciuta.

Camillo - Ah, è la prima volta che ti vede e si presenta in quel modo?

Filippo - Perché? com'era?

Camillo - Mi prendi per scemo? Era più scoperta che coperta.

Filippo - Non l'ho notato.

Camillo - Sì, la parte coperta non hai notato. E gli occhi dolci?

Filippo - Ma io non ho fatto alcun occhio dolce.

Camillo - Tu eri sulla luna. Non parlo di te, ma di lei. Guarda che li ho visti, avevo già messo gli occhiali.

Filippo - Ehm... non so... forse lei è così, lo farà con tutti... sarà il suo normale comportamento.

Camillo - Già. Oggi è normale entrare in casa di uno sconosciuto, semisvestita e fare la smorfiosa con il padrone di casa. (imitando Lucilla) "Mi piacciono gli uomini con la barba di uno o due giorni".

Filippo - Cosa?

Camillo - Dico che voi siete fortunati. Ai miei tempi una ragazza nemmeno si permetteva di entrare in casa.

Filippo - Ai tuoi tempi. Papà, siamo quasi nel duemila e la donna è emancipata, libera, senza tabù.

Camillo - E senza vestiti.

Filippo - Tu giudichi in base alle apparenze.

Camillo - Eh, no, Filippo, guarda che ti sbagli. Io non giudico nessuno; io sto solo facendo delle constata­zioni. Sei tu che giudichi visto il tuo atteggiamento e le tue reazioni. Ho capito benissimo cosa ti frulla per la testa.

Filippo - Aaaahhh, papà, tu pensi sempre male. Io mi sono comportato nella maniera più corretta pos­sibile.

Camillo - Evviva il gentleman! Meglio lasciar perdere, eh? Però io non vi invidio per questo. Oggi non c'è più neppure il piacere di scoprire, di conquistare. Sembra tutto così facile. Viene a mancare quell'alo­ne di mistero che io ritengo sia uno dei componenti principali del fascino femminile.

Filippo - Beh, sì, è vero. Sono d'accordo con te, papà. Comunque le donne restano sempre meravigliose. Anche se, sinceramente, ti voglio dire che io non le capisco.

Camillo - Sincerità per sincerità, caro Filippo, ti confes­so che anch'io non le ho mai capite.

Filippo - E tu sei vissuto per molti anni con quattro donne intorno.

Camillo - Appunto, come vedi non parlo da sprovve­duto.

Filippo - Sono così diverse da noi. Un'altra razza.

Camillo - Un altro mondo. Sono tenere, lunatiche, ci­vette, generose, bizzarre, dolci, crudeli, petulanti, fragili, vanitose, appassionate, pronte al sacrificio, e... e tanto altro, forse troppo.

Filippo - Hai ragione. Io non credo che provengano da una nostra costola. Abbiamo così poco in comune.

Camillo - (sorride) Forse Dio era stanco quel giorno.

Filippo - (sorridendo) Oppure era in vena di scherzi.

Camillo - Uno scherzo ben riuscito, almeno esteriormen­te. (ride) Come Lucilla, per esempio; devo ammet­tere che è una bella figliola.

Filippo - (sorridendo) Vedo che hai ancora buon gusto.

Camillo - L'ho sempre avuto, caro mio, l'ho sempre avuto. (pausa) Beh, vado a bere, m'è venuta una sete del diavolo. (si alza lasciando il giornale sulla poltrona, senza togliersi gli occhiali)

Filippo - In frigorifero ci sono dei succhi di frutta.

Camillo - (avviandosi) No, un buon bicchiere d'acqua è meglio. (esce)

Filippo - Eh, papà Camillo s'è messo gli occhiali per vedere Lucilla e non se li è più tolti. Mah, questo vecchio. (fischio del campanello) Ancora! Avanti!

(entra Maghini con in mano un mazzo di fiori. Fi­lippo è sorpresissimo) Maghini!?

Maghini - Tu, Vimercati!?

Filippo - Ma che fai qui, con quei fiori?

Maghini - Dov'è?

Filippo - Chi?

Maghini - Lei.

Filippo - (esterrefatto) Lei!?

Maghini - Sì, lei.

Filippo - Beh, è... è uscita.

Maghini - Come "è uscita"?

Filippo - È a fare la spesa.

Maghini - (deluso) Oh, no. L'aspetterò.                   

Filippo - Perché?

Maghini - Perché io l'amo.

Filippo - Cosa!?

(entra Camillo e si ferma sulla soglia, non visto dai due)

                      

Maghini - Sì, io l'amo, l'amo.

Filippo - Tu... l'ami?

Maghini - Sì, come si può amare una dea. Con ogni

fibra, con ogni respiro, con ogni pensiero.

Filippo - Tu! e lei?

Maghini - Oh, lei non ha ancora ceduto, ma non resi­sterà a lungo. Oh, sì, fra non molto cadrà tra le mie braccia.

Filippo - (deglutisce a fatica) Cadrà nelle... ma tu sei sposato, hai figli.

Maghini - No, lei li cancella. Lei, la mia ammaliatrice, fa diventare zucchero il fiele, fa sgorgare acqua nel deserto, fa spuntare un fiore sulla nuda roccia. Vi­mercati, tu non puoi capire. Quando si ama come amo io, più nulla ha valore, più nulla esiste. Solo lei, solo lei: la mia sirena.

Filippo - E... io?

Maghini - Tu? ma tu che c'entri?

Filippo - Ma come? io che sono... sono... cosa sono io?

Maghini - Eggià, tu che cosa sei?

Filippo - (sconvolto) Non lo so più, non mi sento bene.

Maghini - (sospettoso) A proposito, ma che fai qui, in casa di lei?

Filippo - Io sono di casa, qui.

Maghini - (disperato) No! non è vero! lei mi tradisce con te? Noooo!

Filippo - Cosa?

Maghini - (c.s.) No, non può, non può farmi questo.

Filippo - Ah lei, ti tradisce con me? Ma... ma... tu mi tradisci... no... io tradisco... insomma, tu e lei tra­dite me.

Maghini - Ma tu l'ami, allora?

Filippo - Da sempre, come lei ama me.

Maghini - Non è vero. Lei mi ha detto che da un po' non ha più nessuno.

Filippo - (con gli occhi sbarrati) E io che cosa sono per lei?

Maghini - Niente, più niente!

Filippo - Maghini, tu... tu sei pazzo!

Maghini - Sì pazzo, pazzo d'amore! (come se declamasse una poesia) Come un fiume in piena, procelloso, che travolge gli argini, frantuma ogni barriera, schianta ogni ostacolo, per straripare impetuosamente senza fine. (pausa) Questa è la forza del mio amore. Filippo - E tu, sfacciatamente, vieni qui, con un mazzo di fiori e mi dichiari, con un mucchio di termini ro­mantici, poetici e umidi, sì, il fiume, ecco, che sei follemente innamorato di Rita, la mia dolce, cara, stupenda Rita.

Maghini - (sorpreso) Prego?

Filippo - Rita, mia moglie.

Maghini - Non ho mai avuto il piacere di conoscerla.

Filippo - (sbigottito) Ma come... se tu... ma... di chi, dannazione, sei innamorato, allora?

Maghini - Io? di Lucilla. (si fissano in silenzio) Perché, questa non è casa sua?

Filippo - Maghini, questa è casa mia.

Maghini - È casa tua?

Filippo - Sì.

Maghini - Ne sei certo?

Filippo - Eh, direi. Vuoi vedere il rogito?

Maghini - Ma... sull'uscio non c'è la targhetta con il tuo cognome, e Lucilla al telefono mi ha detto che la sua è la porta del secondo piano senza targhetta.

Filippo - È da pochi giorni che la mia si è staccata.

Maghini - Allora, Vimercati, è... è sicuro: tu abiti qui?

Filippo - (quasi urlando) Sì! da quindici anni!

Maghini - (a disagio) Ehm... ti chiedo scusa... uno sba­glio... per tua moglie sta tranquillo... mai vista in vita mia... mai... ehm... io vado da Lucilla... l'altra porta senza targhetta... ciao... ehm... ci vediamo lunedì..

Filippo - Sì, sì, ciao, a lunedì. (Maghini esce) Guarda un po' che deficiente... mi ha fatto credere... mi ha fatto dubitare di Rita... che razza di imbecille! il fiume, il fiele, il fiore sulla roccia, la sirena... mah... (scorge Camillo sulla soglia) Ah, sei lì, papà? Hai seguito?

Camillo - (facendosi avanti) Quasi tutto. Ma chi è quel tipo? Un tuo amico?

Filippo - Lavora nella mia Società. Incredibile. Lucilla viene ad abitare sul nostro piano e chi le fa la cor­te? un mio collega di lavoro.

Camillo - (si siede sulla poltrona) Le coincidenzedella vita, caro Filippo, capitano più spesso di quanto noi crediamo.

Filippo - Sono tutto scombussolato e completamente su­dato. Quell'accidenti di Maghini, lui e... ho la gola prosciugata. Adesso vado io a bere qualcosa di fre­sco. (si avvia a sinistra mentre Camillo, dopo aver­lo osservato per qualche attimo, riprende a leggere il quotidiano)


ATTO SECONDO

Due mesi dopo. Filippo è seduto su una sedia; Domenico, 52 anni, sta sul divano nel posto di sinistra; Sil­vano è in piedi.

Domenico - Possibile che tu non sappia cosa vuole papà Camillo?

Filippo - E dagli! Ti ripeto che non mi ha detto niente. Niente! Hai capito?

Silvano - Nemmeno a Rita che è sua figlia?

Filippo - Neppure a lei. Rita ne sa quanto me, vale a dire: zero. Il vecchiardo non si è sbottonato. Ci ha soltanto chiesto di avvertirvi di, come dire... di questa assemblea familiare. Spiegherà ogni cosa og­gi, domenica, alle ore 16, alla presenza di tutti noi.

Silvano - Questa è nuova. Sono proprio curioso di sa­pere, curioso come un bambino.

Domenico - È strano, troppo strano. Questa riunione di figlie e generi con il grande vecchio mi fa pen­sare, non so, a qualcosa di grosso.

Silvano - E tu, che gli vivi accanto da due mesi, non sei riuscito a intuire che cosa gli stia passando per la testa?

Filippo - L'unica vera novità è che esce più spesso di casa. Dice che va a passeggiare nel parco.

Silvano - Beh, siamo nella bella stagione, vorrà fare un po' di moto per tenersi in forma.

Filippo - (fissandoli) Ma non è vero.

Domenico - Che si tiene in forma?

Filippo - Che va nel parco. (i due lo guardano, mera­vigliati)

Silvano - Che cosa stai dicendo?

Domenico - Come "non va nel parco"?

Filippo - O meglio, non sempre ci va.

Silvano - Andrà a passeggiare da qualche altra parte.

Caterina - (da fuori, a sinistra) Non ci credo. Papà non è pazzo.

(entrano Rita, Caterina, 48 anni, moglie di Silvano, e Martina, 52 anni, moglie di Domenico)

Rita - Non sto dicendo che è pazzo. Filippo, racconta tu ciò che abbiamo scoperto sul conto di papà.

Filippo - È proprio quanto stavo spiegando a Domenico e Silvano. (questi si siede sulla poltrona, Martina sul divano accanto al marito, nel posto centrale. A Silvano) Quello è il suo posto.

Silvano - Appena arriva lo lascio libero.

(Rita va a se­dersi su una sedia attorno al tavolo, mentre Caterina occupa l'ultimo posto libero del divano, quello vicino alla poltrona dove sta suo marito Silvano)

Filippo - Bene, ora siamo tutti presenti così parlo una sola volta. Io e Rita abbiamo, come posso dire... ecco, abbiamo controllato papà ieri quando è usci­to, e... beh, non è mai uscito.

Silvano - Ma cos'è? un indovinello?       

Caterina - Non ho capito.

Domenico - Se ti vuoi spiegare meglio.

Martina - Perché lo controllavate?

Filippo - Ci eravamo insospettiti alcuni giorni fa del suo comportamento e quando abbiamo deciso di...

Caterina - (interrompendolo) Misericordia, ma che fa papà?

Silvano - (sogghignando) Spaccia droga al parco.

Martina - Come sei stupido.                              

Silvano - (c.s.) Oppure adesca le bambine con le ca­ramelle.

Caterina - La finisci di dire idiozie?

Domenico - Tu, Silvano, scherzi e magari è una cosa seria.

Silvano - Ma che vuoi che faccia un vecchio di ottanta­quattro anni? Quello che fanno tutti i vecchi come lui: niente.

Rita - Non è meglio continuare a sentire quanto Filippo deve dirci?

Martina - Giusto. Forza, Filippo.

Filippo - Dov'ero rimasto?

Caterina - Al papà che usciva, ma non usciva.

Domenico - Esatto. Cosa significa?

Filippo - (sposta lo sguardo su ognuno di loro e poi proclama) Papà Camillo esce di casa, da questo ap­partamento, ma non esce dal palazzo.

(I quattro rimangono inebetiti, mentre Rita abbassa il capo)

Martina - Filippo, che stai dicendo?

Silvano - A tutta l'aria di un racconto giallo.

Domenico - Parli per enigmi. Esce, ma non esce. Mi sembra una storia dell'incredibile.

Caterina - (quasi timorosa della risposta) E dove va?

Filippo - Non lo sappiamo.

Silvano - Andrà a nascondersi in cantina.

Domenico - L'arteriosclerosi fa di questi scherzi.

Caterina - Deve essere galoppante perché sino a quan­do stava da noi non era assolutamente arteriosclerotico.

Domenico - Ci mancava solo questa.

Martina - Ma voi come avete scoperto questa... questa stranezza?

Filippo - Per puro caso. Tre giorni fa sono tornato dal lavoro e ho trovato papà che era appena rincasato. Vero, Rita?

Rita - Sì, lo avevo salutato, quando tu hai aperto la porta.

Filippo - Più tardi sono rimasto colpito da questo par­ticolare poiché, quando viaggio con i mezzi, io devo percorrere a piedi la via di casa mia per circa quat­tro minuti. E vi posso assicurare che di papà Ca­millo, in strada, non c'era nemmeno l'ombra.

Caterina - E allora?

Filippo - Come potevamo entrare in casa quasi contem­poraneamente, e soprattutto lui prima di me, se almeno da quattro minuti doveva aver già varcato il portone? Dov'era, ammesso che fosse rientrato nel palazzo dopo la passeggiata?

Silvano - Non so, l'ascensore guasto.

Rita - Funzionava benissimo.

Filippo - Inoltre, quando sono arrivato, l'ascensore era al piano terra e non ho notato alcuna persona usci­re dal palazzo durante quei quattro minuti. Quindi lui non l'ha preso.

Martina - Magari è rimasto a parlare un po' con un vicino.

Filippo - Può darsi. Comunque, per eliminare i dubbi che assillavano me e Rita, abbiamo deciso di verificare la loro fondatezza.

Domenico - Filippo, ti sei messo a fare l'investigatore? L'hai pedinato?

Filippo - Quasi. Ieri pomeriggio mi tenevo pronto e, quando ho visto che si preparava per uscire, l'ho preceduto, recandomi dall'altra parte della strada, accanto alla cabina telefonica. Beh, dopo un quarto d'ora d'attesa, ho chiamato Rita la quale mi ha confermato che papà era uscito di casa da almeno dieci minuti.

Rita - Sì, se ne era andato circi cinque minuti dopo te.

Caterina - E non c'era più?

Filippo - Sparito.                                               

Domenico - Non è possibile.

Filippo - Completamente volatilizzato.

Martina - Ma che sta combinando?

Domenico - Sei... sei sicuro, Filippo?

Filippo - Cosa?

Silvano - Non può darsi che ti sbagli?

Caterina - Sì, forse hai visto male.

Filippo - No. Anzi, sono rimasto là fuori, di vedetta, altri dieci minuti, ma di papa Camillo (scuote il capo) nemmeno la punta delle scarpe.

Rita - E dal secondo piano per scendere con l'ascensore ci vuole meno di un minuto. A piedi due.

Martina - Quindi rimane nel palazzo.

Domenico - Mi sembra lampante.

Silvano - A meno che sia venuto in possesso di una pozione magica che lo rende invisibile.

Martina - Spiritoso. Dovresti preoccuparti invece di...

Silvano - (interrompendola) Preoccuparmi di che?  È ritornato regolarmente ieri, no?

Rita - Certo, come sempre, dopo circa due ore.

Silvano - E stava bene?

Filippo - Benissimo.

Silvano - (a Martina) Vedi, quindi nessuna paura. Pro­babilmente gestisce una casa d'appuntamenti nel palazzo. (ride) Con il suo senso degli affari.

Caterina - Silvano, sii serio!

Filippo - Insomma, capite? Rimane nel palazzo, altro che passeggiata nel parco.

(c'è silenzio totale per alcuni secondi; ognuno rimane assorto nei propri pensieri)

Caterina - Dobbiamo risolvere questo mistero.

Domenico - Beh, io direi che bisogna fare qualcosa. Che ne dici, Martina?

Martina - Occorre indagare presso gli inquilini.

Domenico - Giusto, mi sembra la soluzione migliore.

Filippo - Sette piani per quattro, uguale ventotto. Ventotto appartamenti. E cosa facciamo? Bussiamo a ciascuno e chiediamo: « Scusi, è qui che mio suo­cero, ultimamente, ha trascorso parecchie ore del suo tempo? ».

Martina - Beh, perché no?

Filippo - Ci prenderebbero per matti.

Caterina - O prenderebbero per matto lui.

Rita - Cercare papà in casa d'altri. Che figura che fa­remmo. Non mi piace come idea.

Silvano - Ma non è più semplice chiedere direttamente a lui cosa fa?

Filippo - L'uovo di Colombo!

Caterina - Sono d'accordo. Approfittiamo di questo strano convegno familiare per convincerlo a darci delle spiegazioni.

Filippo - Papà non sa che abbiamo scoperto parte del suo balzano comportamento. Messo di fronte al­l'evidenza dei fatti dovrà per forza chiarire ogni cosa. E soprattutto dove va a finire e che combina all'interno del palazzo.

Martina - Troppi misteri. Non mi piace tutto questo.

Silvano - Però, papà, già in altre occasioni ci ha sor­presi con le sue iniziative bizzarre.

Martina - Sì, ma io ho la sensazione che oggi succederà qualcosa di diverso, di imprevedibile.

Filippo - E c'è un'altra novità: da più di un mese, papà Camillo non si toglie mai gli occhiali.

Domenico - Cos'è? Vuoi dire che li porta sempre?

Filippo - Sempre.                                                     

Silvano - Allora significa che comincia a rinsavire. 

Rita - Se li mette al mattino, appena alzato, e li tiene sino a quando si corica.

Filippo - Come fanno tutti gli orbi di questo mondo!

Caterina - Che bella notizia.

Martina - Bene, così sarà più facile comunicare con lui.

Domenico - E perché ha cambiato idea?

Filippo - Boh? Ha detto solamente che si trova me­glio così.

Silvano - La giornata delle sorprese.

Caterina - Io continuo a chiedermi il perché di questa riunione.

Rita - Secondo me, papà ci comunicherà la sua deci­sione di ritirarsi in una casa di riposo.

Silvano - Sarebbe troppo bello per essere vero.

Filippo - Se fosse così, griderei al miracolo. (urlando)

Miracolo!

Caterina - Io sarei contenta per lui.

Rita - Magari a me spiacerebbe.

Domenico - Speriamo, speriamo che sia la volta buona, vero, Martina?

Martina - L'importante è che vada a star bene.

Silvano - Siamo tutti sognatori. (guarda l'orologio) Sono quasi le quattro.  (a Filippo)  Sei certo che papà tornerà in tempo?

Filippo - Mi ha assicurato che alle sedici sarebbe stato

in casa. Che ne dite? ci prendiamo un caffè?

Caterina - Per me va bene.

Martina - Anche per me.

Domenico - Io berrei volentieri un whisky.   

Silvano - Ti faccio compagnia, Domenico.

Rita - (si alza) Vado a preparare il caffè. (esce)

Filippo - (alzandosi) E io penso al whisky. (va al mo­bile bar)

Martina - (a Filippo) Oggi non l'avete controllato?

Filippo - No. (mette sul tavolo due bicchieri) È solo mezz'ora che è uscito, e noi aspettavamo voi. (versa il whisky lasciando la bottiglia sul tavolo)

 Caterina - Vi ha detto dove andava?

Filippo - (dà i bicchieri a Silvano e Domenico) "Vado a fare quattro passi". Ecco le sue testuali parole.

Silvano - Quattro passi sulla scala o lungo la strada? Questo è il problema.

Filippo - Ne bevo un goccio anch'io. (prende un altro bicchiere e versa un dito di whisky, poi si siede)

Martina - L'importante è che il problema non l'abbia lui alla testa.

Caterina - Sono preoccupata.

(La porta d'ingresso si apre ed entra Camillo. È in forma smagliante, porta gli occhiali e, come sempre, è vestito elegantemente. Silvano si alza prontamen­te dalla poltrona, mentre le figlie si avvicinano al padre. Tutti loro alzeranno di un po' il tono della voce.)

Camillo - Eccomi qui. Ciao a tutti. Sono puntuale, vero?

Martina - (mentre lo bacia) Ciao, papà. Stai bene?

Camillo - Benissimo.                                     

Caterina - (baciandolo) Ciao.

Camillo - E voi, state tutti bene?

Silvano - Sì, papà.                                             

Domenico - (alzandosi) Sì, stiamo bene.              

Camillo - E i miei nipoti?

Caterina - Oh, loro sono quelli che stanno meglio.

Martina - Sono in giro a divertirsi.

Camillo - E fanno bene. È l'età più bella.

Filippo - Vuoi un po' di whisky?                

Camillo - No, grazie. Dov'è Rita?

Filippo - Sta preparando il caffè.

Camillo - Ecco, di quello berrei volentieri una tazzina.

Caterina - Lo dico io a Rita. (esce)

Camillo - (avviandosi alla poltrona) Bene, noi possiamo anche sederci. (si accomoda in poltrona; Martina e Domenico ritornano al divano nei posti di prima; Silvano va a sedersi attorno al tavolo: è il primo verso il proscenio e dopo di lui c'è Filippo) Non ho intenzione di farvi perdere tempo. Appena arrivano Rita e Caterina cominciamo.

Domenico - (nervoso e tanto per dire qualcosa) Com'è il tempo fuori?                                                           

Camillo - Da quando sei giunto qui?

Domenico - Sarà un quarto d'ora.

Camillo - (sorridendo) E allora perché mi chiedi del tempo? Oppure sei venuto in scafandro da casa tua a casa di Filippo?

Silvano - (ridendo) Buona questa, papà. (entrano Rita e Caterina con un vassoio e tutto l'occorrente per bere il caffè) Mi fa ridere immaginare Domenico in uno scafandro.

Domenico - (risentito) Chissà cosa c'è da divertirsi?

(Rita versa il caffè in cinque tartine mentre Caterina mette lo zucchero, chiedendo agli interessati quanto ne vogliono, consegnando poi a ognuno la tazzina. Quindi Caterina prende posto sul divano accanto a Martina e al padre, mentre Rita si acco­moda su una sedia, tra il padre e Filippo.)

Camillo - (sorseggiando il caffè) Avete visto? Sono tor­nate le rondini.

Filippo - Le rondini?

Domenico - Quali rondini?

Camillo - Sì, le rondini. (ironico) Avete presente quel­l'uccello migratore con piumaggio nero-azzurrastro sul dorso, sulla testa e sulle ali, bianco sulla gola, sul petto, sul ventre, con ali lunghissime e la coda forcuta? Quel volatile che una volta arrivava dalle nostre parti più o meno il giorno di San Benedetto?

Silvano - "San Benedetto, la rondine è sotto il tetto".

Camillo - Bravo! Ecco, quelle sono le rondini.

Martina - (dopo una pausa) Ma papà, noi lavoriamo tutta la settimana e cosa pretendi? che abbiamo il tempo di stare a guardare le rondini?

Domenico - Eh, giusto, Martina.

(Camillo non risponde e termina di bere il caffè, imitato dagli altri. C'è un imbarazzante e completo silenzio. Dopo che le tazzine sono state deposte sul vassoio, tutti restano in attesa che papà Camillo inizi a parlare.)

Camillo - (dopo aver dato un'occhiata ai presenti) Bene. Penso che sia giunto il momento di spiegarvi il perché di questa riunione. Chissà quali supposizioni avete fatto intorno al probabile argomento. Vedete, io sono grato a tutti voi per il bene che mi portate, per la pazienza che dimostrate nei miei confronti da quando la mamma è morta. La vostra vicinanza, il vostro affetto hanno mitigato il vuoto lasciato dalla sua mancanza. Voi sapete benissimo quanto io fossi legato a lei. Quarantasei anni di vita in comune. (pausa) A voi sembrerà strano, direi quasi impossi­bile, ma anch'io sono stato giovane. (socchiude per un istante gli occhi) Sapete, avevo ventisette anni quando vidi per la prima volta Maria. Aveva dician­nove anni ed era uno splendido fiore, ve l'assicuro, un tenero e splendido fiore. A lei piaceva moltissi­mo ballare e a quei tempi l'unico divertimento era proprio il ballo. Bastava qualche suonatore e si fa­ceva festa. E la mamma, patita com'era, appena po­teva sgattaiolava da casa per raggiungere una vicina osteria dove, all'aperto, spesso si danzava. Una "ba­lera" per intenderci. Valzer, mazurche, polche, in­somma il "liscio". Io non ero capace di fare nem­meno un passo, mai imparato in vita mia, però bazzicavo ugualmente quei posti, eh, (sorride) di ragazze ce n'erano parecchie. E fu così che un gior­no scoprii la mamma. Stava ballando con un'amica. E da lì, da quell'istante, divenne parte essenziale della mia esistenza. Avvicinarla fu abbastanza sem­plice, visto che conoscevo la sua compagna di ballo. A vent'anni divenne mia moglie, per sempre. Beh, prima di conoscere lei, ripeto ero giovane, ebbi qualche avventuretta, ma dopo, e non perché ci siete qua voi, fàglie nostre, il mio cammino è stato ovun-que il suo, con i normali alti e bassi di un matri­monio. Ma sempre insieme, nel bene e nel male. (prende il portafoglio e ne estrae una piccola, in­giallita fotografia) Questa non l'ha mai vista nes­suno. Guardatela, è mamma Maria diciannovenne, così come la vidi io. (dà a Rita la fotografia che viene vista e passata fra i sei congiunti)

Rita - Che bella, papà.

Filippo - Mi sarei innamorato anch'io di lei.

Silvano - Non per niente abbiamo sposato le figlie.

Domenico - È veramente un fiore.

Martina - La mamma è sempre stata bella.

Caterina - Per forza te ne sei innamorato.

Camillo - (rimette la fotografia nel portafoglio e, sorri­dendo) Solo per precisare, ma tenete presente che anch'io ero un bel giovane. Beh, non ho intenzione di tediarvi con i miei ricordi. Si dice che non si vive di ricordi. È vero, perché si vive nei ricordi. I ricordi sono parte insopprimibile della tua vita perché tutto è ricordo. Ieri è un ricordo oggi e oggi sarà un ricordo domani. Ogni attimo si trasforma subito in un ricordo. (pausa) C'è una battuta nel finale de "Il giardino dei ciliegi"... (li guarda) Sto parlando di teatro... già, ma voi a teatro non ci andate mai, vero?

Domenico - Con quello che costa, papà.

Silvano - E poi c'è la televisione.

Caterina - Eh, sì, è così comoda. Schiacci un tasto e tutto è pronto.

Martina - A teatro parlano e basta.

Camillo - Già. Beh, stavo dicendo che in quella com­media di Cechov... Sapete almeno chi è Cechov?

Silvano - (abbozzando un sorriso forzato) È uno scrittore... straniero...

Camillo - Ottima deduzione, visto che scrive e si chia­ma Cechov, non credo possa trattarsi di un panet­tiere lombardo.

Filippo - Ehm... mi sembra... slavo...

Camillo - È un drammaturgo russo. Comunque questo non è importante. Come dicevo, ne "Il giardino dei ciliegi" c'è al termine la seguente battuta: « La vita è passata e non me ne sono neppure accorto ». Una frase che per me sintetizza in pieno la fugacità del nostro vivere. (pausa) Ebbene, forse perché de­sidero che questo mi accada il più tardi possibile, ho preso una decisione importante. Una decisione che modificherà la mia vita e che inoltre avrà ef­fetti benefici anche per voi, in quanto non dovrete più occuparvi di me. Vi libero della mia presenza. (sorride) Eh, sì, cari miei, tolgo il disturbo.

Rita - Ma, papà...

Caterina - (insieme a Rita) Che cosa...

Camillo - No, non interrompetemi. Lasciate che vi dica quanto ho deciso. (lunga pausa: i sei pendono dalle labbra di Camillo) Mi sposo.

(sei persone rimangono pietrificate a quell'annuncio)

(Ora si dà voce ai pensieri immediati dei sei con­giunti. La regia può scegliere la soluzione tecnica più appropriata. Può essere che a scena buia un solo faro illumini di volta in volta il personaggio interessato oppure, a scena semibuia, si senta la voce del personaggio.)

Silvano - Maledizione! Lo butto giù dalla finestra, una bella spinta e via! così finisce questa storia...

Filippo - Io gli sparo... sì, sì, gli sparo... per forza... un colpo in fronte...

Rita - Papà non sa quello che dice, non sa quello che dice...

Caterina - Ha perso la ragione, completamente. È me­glio che muoia, sì, è meglio...

Martina - Mi dispiace, papà, ma sei finito; una cretineria del genere non può che significare una cosa: sei diventato deficiente...

Domenico - Avvelenarlo. Devo avvelenarlo... un veleno magari non doloroso, che lo faccia secco all'istante...

(Ora la scena torna normale e i sei sono sempre immobili.)

Camillo - Beh, che succede? Capisco che la notizia sia una vera sorpresa, però...

Martina - Che cosa hai detto, papà?

Camillo - (a voce più alta) Mi sposo!

Filippo - È uno dei tuoi scherzi, vero?

Silvano - Ma certo. (cerca di ridere) Il solito buontem­pone, il nostro papà Camillo.

Domenico - Sì, sì, è uno scherzo. Non posso credere diversamente.

Camillo - Tempo due mesi e ti ricrederai.

Domenico - Che vorresti dire?

Camillo - Che fra due mesi io mi sposo.

Caterina - Tu stai parlando seriamente?

Camillo - Come non mai. Non sto scherzando, ve l'as­sicuro.

Rita - Cosa intendi per sposarti?

Camillo - Rita, che domanda! Mi sposo come tu ti sei sposata con Filippo.

(Filippo si versa un whisky e beve)

Martina - (decisa) Ma tu non puoi sposarti.

Camillo - (sorpreso, la guarda) Cosa dici, Martina? Che vuoi dire?

Martina - (si alza di scatto, rabbiosa) Alla tua età! Che senso può avere il matrimonio? Papà, non puoi sposarti!

Camillo - Perché? C'è una legge che vieta il matrimo­nio ai maggiori di ottant'anni? Non mi risulta.

(breve pausa)

Filippo - (mentre Domenico si alza, muovendosi nervosamente nella parte sinistra del palcoscenico) A me sembra una cosa ridicola.

Caterina - Che significa sposarsi a ottantaquattro anni?

Silvano - Già, perché ti sposi?

Camillo - Allora non avete capito nulla del mio discor­so di poco fa. (li osserva con attenzione) No, avete capito benissimo. Solo che voi non volete che io mi sposi.

Martina - Infatti. Non ti bastiamo noi?

Rita - Noi ti vogliamo bene.

Camillo - (senza guardarli) Comincio a dubitarne.

Domenico - (adirato) Con chi? Si può sapere con chi?

Camillo - Con Lucilla.

Filippo - (compie un balzo mentre sta bevendo il whi­sky) Cosa!?

Rita - Ma è una sgualdrina.

Camillo - Solamente perché accettava le attenzioni di un uomo con moglie e figli? Guarda che lei è libe­ra, senza legami di nessun tipo, e quindi, se proprio vogliamo, è lui che è "una sgualdrina".

Martina - E chi è questa Lucilla?

Filippo - (non ancora riavutosi dal colpo) È... è... è una nuova vicina. Abita qui da due mesi circa.

Rita - (al padre) Ecco dove andavi quando uscivi per...

Filippo - (la interrompe, come riprendendosi di colpo) Porca la... ma ha poco più di trent'anni!

Camillo - (calmo) Trentadue, per la precisione.

Silvano - Assurdo!

Domenico - Pazzesco!

Caterina - Inaudito!                                    

Martina - Allucinante!

(Come in precedenza si dà voci ai pensieri dei fa­miliari di Camillo.)

Silvano - Se lo butto da qui, dal secondo piano, c'è il rischio che non muoia, visto di che pellaccia è fatto. Lo posso portare a casa mia, io abito al quinto piano. Eh, sì, sarà un bel volo, sicuro al 100%...

Filippo - Devo procurarmi un'arma, qualsiasi, anche un vecchio archibugio, purché funzioni, e poi gli spap­polo il cuore al vecchiaccio maledetto...

Rita - Lo faremo internare in qualche casa di cura spe­cializzata. Sì, una soluzione la troveremo...

Caterina - Pregherò perché muoia subito, di un colpo, un infarto, qualcosa di simile, purché non soffra...

Martina - Basterà pagare chi di dovere e sarà dichiara­to incapace di intendere e di volere...

Domenico - Arsenico? Stricnina? Cicuta? L'importante che sia potente e sicuro. Il risultato deve essere una morte certa...

(La scena torna alla normalità.)

Camillo - Cos'è? Avete terminato la scorta degli agget­tivi?

(Silvano si versa un altro whisky)

 

Rita - Papà, lei non ti sposa per amore.

Camillo - Rita, cosa credi? che io sia così rimbecillito da non saperlo? È chiaro che Lucilla non è follemente innamorata di me. Ma ci sono altri senti­menti che possono far vivere bene, insieme, due persone.

Filippo - Ma lei ha cinquant'anni meno di te!

Camillo - E allora? Su, vai avanti, cosa vorresti dire con questo?

Filippo - È... che... beh...

Silvano - Ma che moglie sarà?

Domenico - Tu sei stato plagiato. Non sei più in pos­sesso delle tue facoltà mentali.

Caterina - Quella è una strega. Ti ha raggirato come un fantoccio.

Martina - (sempre rabbiosa) Vuoi che ti dica perché ti sposa? Lo vuoi?

Camillo - Sentiamo.

Martina - Lei ti sposa per i tuoi soldi, solo per i soldi. Questo è il suo unico scopo.

Camillo - Va bene, ammettiamo che sia così. E voi? Qual è il motivo per cui tutti uniti vi opponete? Quello vero, però.

Domenico - Noi vogliamo il tuo bene.

Camillo - Non dire fesserie. Se così fosse, sareste favo­revoli alla mia decisione. (tutti tacciono) Dunque? Non mi direte che siete contrari per caso, senza saperne il perché?

Martina - (dopo un lungo silenzio) Come vuoi, papà; te lo dico io: non vogliamo che i tuoi soldi se li prenda un'estranea.

Camillo - Un'estranea? Ognuno di noi è un estraneo nei confronti dell'altro prima di conoscersi. Anche tuo marito era un estraneo prima che tu me lo pre­sentassi. (pausa) Perché non dite invece come stan­no realmente le cose? E, cioè, che volete tutto per voi il mio patrimonio.

Silvano - Beh, che c'è di male? Chi si è occupato di te dalla morte della mamma? Chi ti ha ospitato? Noi, siamo noi la tua famiglia, siamo noi che ininterrot­tamente da dieci anni ci stiamo prendendo cura di te. E mi sembra quindi logico che i tuoi soldi fini­scano nelle nostre tasche.

 

(Camillo tace, colpito dal­le frasi di Silvano)

Caterina - (dopo una lunga pausa) È così, papà. Che c'entra con noi, con te, quella donnaccia?

Camillo - (con tono deciso) Ti prego, vi prego tutti di non usare più termini offensivi nei confronti di Lucilla, almeno in mia presenza.

Filippo - Se proprio non puoi farne a meno, vacci a convivere con quella... quella Lucilla, senza sposarla!

Martina - È contro natura sposare una donna che ha cinquantadue anni meno di te.

Camillo - È contro natura il vostro comportamento di figli. (rivolgendosi ai generi) sì, anche voi tre per me lo siete. Figli che non considerano i sentimenti del padre, che lo feriscono, che, di fronte a una sua scelta personale da loro non condivisa, lo trattano come un povero stupido, incapace. (nessuno parla. Camillo si alza) Quanto dovevo dire l'ho detto. So­no stanco. Vado in camera a riposarmi. (esce)

(Nel più totale silenzio, Filippo si versa un altro whisky e beve.)

Rita - Ti vuoi ubriacare, Filippo?

Filippo - Perché? hai qualche idea migliore?

Silvano - Non è certo la soluzione dei nostri problemi.

Martina - Anche bevendo la situazione non cambia.

Domenico - (che continua a passeggiare nervosamente, ciondolando il capo) No, no, non posso crederci. Questa è follia, follia pura. Papà Camillo non può trattarci così. Ma cosa crede, che siamo dei buratti­ni nelle sue mani? No... no... è ancora tutto da ve­dere... (guarda la moglie come per avere l'approva­zione alle sue parole) Eh, Martina?

Filippo - Ne puoi star certo: questo matrimonio non si farà mai. (con rabbia) a costo di... a costo di... (batte un pugno sul tavolo)

Caterina - Stiamo calmi, dobbiamo stare calmi.

Silvano - Sì, stiamo calmi. Però dobbiamo considerare che sono centinaia e centinaia di milioni che pren­dono il volo, per finire in mano a una losca profit-tatrice.

Domenico - (disperato) Proprio a noi doveva accadere una cosa del genere...

Filippo - Questa è la ricompensa per tutta la nostra

comprensione e disponibilità nei suoi confronti.

Rita - Ci deve essere una via d'uscita.

Martina - Possiamo parlarle.

Domenico - A chi?

Martina - A lei, quella Lucilla. Dobbiamo convincerli a rinunciare al suo disegno.

Silvano - E come? La paghiamo?

Martina - Anche. Ogni mezzo, lecito o no, va usato.

Silvano - Sì, pagarla! E perché dovrebbe accettare la nostra elemosina, con tutti i milioni che saranno suoi fra due mesi con un semplice sì.

Martina - Fare un tentativo non pregiudica nulla. (dura) Una cosa deve essere chiara: nemmeno una lira di papà dovrà passare nelle sue mani.

(Filippo beve nuovamente)

Rita - Filippo, ti prego. Basta bere. Non ti voglio ubriaco.

Filippo - Una bella sbornia, così dimentico e non penso a quel barbogio pazzoide che c'è di là!  (indica a sinistra)

Silvano - E invece dobbiamo pensarci, perché la solu­zione non cadrà dal cielo.

Domenico - E perché no? Perché, nel frattempo, papà Camillo non dovrebbe morire?

Filippo - (ormai alticcio) Puah! Se viviamo di questa speranza possiamo dire addio ai nostri miliardi.

Martina - (dopo una pausa) Non va bene. Così non ne caveremo un ragno dal buco. Siamo troppo esagita­ti. Sarà meglio tornarcene a casa e rifletterci con calma.

Rita - Sì, hai ragione. La rabbia è cattiva consigliera.

Silvano - D'accordo, ora ce ne andiamo. (con lo sguar­do verso la porta di sinistra) Ma questa storia non finisce qui, eh no, caro papà Camillo, non finisce qui!

ATTO TERZO

Quadro primo

Cinque giorni dopo, venerdì sera. Dalla finestra si scor­gono i bagliori dei lampi, seguiti dai tuoni del tempo­rale. Filippo è seduto al tavolo, di fronte al proscenio, e sta terminando di fumare una sigaretta. Ha davanti a sé, sul tavolo, un piccolo blocco per appunti aperto e sta leggendo quanto c'è scritto sul primo foglio. Ne approva con cenni del capo il contenuto. Spegne la si­garetta nel posacenere accanto a lui, dove già ci sono un paio di mozziconi schiacciati. Stacca il primo foglio dal blocco e lo mette a parte, sul tavolo. Scroscia la piog­gia. Apre il libro che tiene alla sua sinistra, guarda l'in­dice e poi va alla pagina che gli interessa. Legge atten­tamente, quindi scrive alcune parole sul blocco. Un paio di volte si ferma, pensieroso, lo sguardo perso nel vuo­to; poi torna a scrivere. Il rumore di un tuono squassa il silenzio. Per una frazione di secondo la luce si spegne per ritornare immediatamente.

Filippo - (smette di scrivere e alza il capo) Eh, no, non facciamo scherzi; ci manca pure che la corrente sal­ti. (un altro tuono e la luce si spegne e si riaccende repentinamente) Dannato temporale! e senti come piove. Proprio questa sera deve esserci un tempac­cio simile. (un rombo di tuono fortissimo e questa volta la luce se ne va completamente. Nel buio più totale) Brutta!... porco cane! Anche questa! (Filip­po aziona l'accendino e una fiammella rompe le tenebre)  E  adesso  devo  trovare le candele... dove saran... ah, sì, il candelabro che c'è in camera. È proprio l'ideale.   (alla fievole luce dell'accendino, Filippo si alza) Che sera da tregenda...

(urta contro una poltrona)

Ahi! Crepa maledetta poltrona! (si avvia a sinistra. Un lampo e un tuono) E crepa an­che tu, maledetto temporale!

(esce e per alcuni se­condi la scena rimane totalmente buia, rischiarata soltanto dai lampi che si vedono dalla finestra. Poi Filippo rientra sorreggendo un candelabro con tre candele accese. Va al tavolo)

Spero che sia suffi­ciente come luce.

(mette il candelabro sul tavolo e si siede. Lo sistema in modo da avere la luce ne­cessaria per continuare la sua attività)

Ecco, così. Sì, direi che va bene.

(si accende un'altra sigaretta; da un'occhiata al foglio, aggiunge due o tre parole e lo stacca dal blocco, mettendolo accanto all'altro.

Rimane con lo sguardo fisso in avanti, fumando len­tamente. Si odono dei colpi alla porta)

Eccoli, final­mente!

(Filippo appoggia la sigaretta sul posace­nere, si alza e va all'uscio. Gira la chiave nella toppa e apre. Sulla soglia appare Silvano)

Silvano - (entrando) Che tempo cane! Non si vede nien­te sulle scale.

Domenico - (è ancora fuori) L'ombrello dove lo metto?

Filippo - Appoggialo fuori, lì, nell'angolo alla tua destra.

Domenico - Va bene. (entra e poi Filippo chiude la por­ta a doppia mandata. Toccandosi la caviglia) Ahi! mi fa male.

Filippo - Cosa t'è successo?

Domenico - (arrabbiato) Ho inciampato sulle scale. C'era buio pesto. Andavamo a tentoni e per poco non mi ammazzavo. Se non mi fossi aggrappato alla rin­ghiera, avrei fatto un volo...

Filippo - Ma non avete una torcia in macchina?

Silvano - Se c'è, è nel bagagliaio. E chi si metteva a cercarla con questa pioggia? Ci è andata bene che ho parcheggiato davanti a casa tua e che avevo un ombrello.

Filippo - Sediamoci. (vanno al tavolo)

Silvano - (vede il fumo della sigaretta) Cosa fai, Filippo? fumi?

Filippo - Sì.

Domenico - Ma avevi smesso.

(Filippo si siede al posto di prima, gli altri due anche loro attorno al tavolo)

 

Filippo - Da tre giorni ho ripreso. La notizia di cinque giorni fa mi ha sconvolto. Ma lo sapete che riesco a dormire solamente quattro, cinque ore per notte? Il resto del tempo lo passo a rimuginare, ad arro­vellarmi per colpa del vecchiaccio. E tre giorni fa ho ricominciato con le sigarette; è stato più forte di me. (fuma)

Silvano - Anch'io sto passando giorni e notti d'inferno.

Domenico - E io? Lo sai che lunedì stavo talmente male al pensiero di tutti quei soldi persi che non sono stato in grado di recarmi al lavoro. E i sogni? Sono diventati incubi, tutti. In uno, che ricordo bene, mentre cadevo in un baratro senza fine, ero circon­dato da migliaia di banconote che mi volteggiavano intorno. Io cercavo di afferrarle, ma la mia mano annaspava inutilmente nel vuoto. Neppure una sono riuscito a ghermire. E le banconote sfuggivano alla mia presa sogghignando beffardamente verso di me. Mi sono svegliato con il cuore che pareva scoppiare.

Filippo - Ti sei informato su quanto rischiamo di per­dere?

Domenico - Beh, sì, ho letto un po'. C'è di mezzo l'u­sufrutto a favore del coniuge e altro. Ma quello che mi preoccupa è quanto quella Lucilla può far fuori durante il matrimonio con papà.

Silvano - Già. Come fai a conteggiarlo?

Domenico - Se poi, papà, prima di morire, rimbecilli­sce, lei può anche dilapidare tutto il patrimonio.

Silvano - Hai chiesto a papà Camillo se si sposa con la "comunione dei beni"?

Filippo - Io ci parlo ormai poco con lui. Rita ha tentato di approfondire il discorso, ma lui ha tagliato corto dicendo che, visto come si sono messe le cose, esiste anche questa eventualità.

Domenico - Che gli venga un accidente!

Silvano - Siamo completamente fregati! Ci resteranno solo le briciole, solo le briciole...

Filippo - È proprio per impedire questo che siamo qui. Il fatto è che dobbiamo sbrigarci. Sette settimane passano velocemente.

Domenico - Forse è possibile avere più tempo a di­sposizione.

Filippo - E come?

Domenico - Con un'istanza di interdizione. Martina ha saputo che la celebrazione del matrimonio rimane sospesa sino alla sentenza.

Filippo - Ah, bene! Una buona notizia! Facciamola, al­lora, facciamola questa istanza!

Silvano - Però possiamo star certi che, conoscendo le piene facoltà mentali di papà Camillo, la sentenza ci sarà sfavorevole.

Filippo - L'importante è guadagnare tempo poiché noi ne abbiamo assolutamente bisogno per preparare in ogni dettaglio ciò che decideremo questa sera.

Domenico - Possiamo star tranquilli, eh? Sei certo che nessuno ci disturberà?

Filippo - Papà e Lucilla sono a teatro.

Domenico - (sarcastico) I piccioncini.

Silvano - Chissà come farà a sentire?

Filippo - Hanno prenotato nelle prime file. Rita è alla solita riunione mensile dell'Associazione di cui fa parte. Almeno sino a mezzanotte non torna nessu­no. (pausa. I tre si guardano in silenzio. C'è una strana atmosfera, come di cospirazione) Questa sera niente alcool; dobbiamo essere lucidissimi. (I due annuiscono. Filippo passa loro i due foglietti con i suoi appunti. Si accende nuovamente una sigaret­ta. Il temporale continua. Il tenue chiarore delle candele illumina tre volti tesi, spettrali. Silvano e Domenico si scambiano i foglietti. Nell'aria è pal­pabile la tensione. Rimettono i fogli sul tavolo. Filippo, osservandoli) Allora?

Silvano - Sono fattibili.

Domenico - Anche per me.                                          

Filippo - Forza, tiriamo fuori altre idee e alla fine va­luteremo il tutto, scegliendo la migliore, la più si­cura per lui e per noi.

Domenico - È confermato che il bersaglio è lui e non lei?

Filippo - Indubbiamente. In tal modo non correremo più alcun rischio di qualche altro colpo di testa. (pausa) E poi lei è così carina.

Silvano - (sogghigna) Eh, eh, lo mandiamo noi nella casa di riposo, ma quello eterno.

Domenico - Così, eliminato lui, i soldi arriveranno su­bito, finalmente.

Silvano - Io penso sempre che dobbiamo far credere a una disgrazia. E perciò ritengo che sia una buona idea buttarlo, non da un palazzo, ti possono vede­re, ma da un precipizio. Conosco un luogo in mon­tagna che va benissimo. (Filippo scrive) A lui piace la montagna, quindi organizziamo una bella gita e giunti sul posto, al momento giusto, una spintarel­la e, olé, il gran volo di papà Camillo, l'ultimo, e come una rondine ferita, eh, la rondine, si spiacci­cherà definitivamente.

Filippo - L'ostacolo è convincerlo a venire con noi.

Domenico - E poi chi lo spinge?

Silvano - Questo lo vedremo. (Filippo stacca il foglio)

Domenico - Per me, il veleno è il sistema migliore. Pulito, silenzioso, senza sangue.

Filippo - Dovremo scegliere quale.

Silvano - (mentre Filippo prende appunti) Il veleno la­scia tracce evidenti, facilmente riscontrabili con una autopsia.

Domenico - In un giallo, mi pare di Agatha Christie, si parla di un veleno sicuro, invisibile agli esami necroscopici.

Silvano - Magari è un veleno africano. E come ce lo procuriamo? Già sarà difficile trovare i veleni di casa nostra.

Domenico - E pensare che basterebbe conoscere un medico disonesto: una iniezione ed è fatta.

Filippo - (stacca il foglio) Perché non lo impicchiamo?

Silvano - Filippo, come sei macabro.

Domenico - Mi sembra... una cosa difficile da realizzare.

Filippo - (a tratti scrive) Sì, che si può. È chiaro che dovrà apparire un suicidio. Basta trovare il posto adatto. Una buona corda, un ottimo cappio scorsoio e zac! uno strattone come si deve e papà Camillo penzolerà per l'eternità.

Domenico - (è percorso da un brivido) Brrr... mi fai venire la pelle d'oca. È una morte orribile. Troppo atroce.

Silvano - Cerchiamo di non essere così crudeli. (pausa) E se lo investissimo con la macchina? (Filippo stac­ca il foglio e scrive sul successivo) Lo curiamo e mentre attraversa la strada lo stendiamo come un gatto.

Domenico - Qualcuno può notare la targa.

Silvano - Occorre studiare degli accorgimenti: cambia­re targa, truccarsi il viso. Penseranno al solito pira­ta della strada.

Filippo - È molto rischioso, comunque. (stacca il foglio)

Domenico - (dopo una pausa) L'operazione più sicura è assoldare un killer.

Silvano - Tu leggi troppi libri gialli.

Filippo - No, aspetta, forse ha ragione. (scrive)

Domenico - Ma certo. Deve trattarsi di un killer pro­fessionista. Il sistema per ammazzarlo lo sceglie lui. I soldi per pagarlo non ci mancheranno di certo. E noi potremo prepararci un alibi di ferro.

Silvano - C'è solo un problema: dove andiamo a pe­scarlo questo fantomatico killer? Facciamo un'inser­zione sul giornale: « Generi, futuri eredi, cercano abile e impavido killer per sopprimere ricco suoce­ro arzillo »?

Filippo - (staccando il foglio) Eh, sì, è vero. (pausa)Dobbiamo fare tutto noi, non ci sono alternative.

Domenico - Ma la luce non torna più? (gli fa eco un tuono non molto forte) Silvano - Notte da lupi.

Filippo - Deve trattarsi di un guasto notevole. (I tre rimangono pensierosi) Ho trovato. Lo soffochiamo. L'ho visto fare in un film. Con un cuscino. (scrive) Tutti insieme.

Silvano - Come?

Filippo - Sì, tutti e tre. Due lo tengono fermo e il terzo gli preme il cuscino sul viso.

Domenico - Ce la faremo?

Filippo - In tre? Figurati. Sarà come schiacciare una pulce.

Silvano - Una pulce rognosa.

Domenico - Non si dibatterà?

Silvano - Se lo teniamo bene, non avrà scampo. Sì, può essere il sistema giusto.

Domenico - Ehm... io non credo di riuscirci... e poi, morte per soffocamento. Bisognerà documentarsi se potrà essere considerata come una morte per cause naturali e non provocata.

(la pioggia è cessata e anche l'intensità del temporale è andata scemando e ormai si sente un brontolio cupo in lontananza)

Filippo - Beh, sì, ce ne accerteremo prima per non cor­rere pericoli poi.

(Secondi di silenzio; quindi si ode un rumore alla porta d'ingresso. I tre si irrigidiscono.)

Silvano - (sottovoce) Cos'è?

Domenico - (sottovoce) Non so.

(Filippo tace, attentis­simo. Nuovamente il rumore di prima)

Lucilla - (da fuori) Non riesci ad aprire?

Camillo - (da fuori) No, c'è qualcosa nella serratura.

Filippo - (sorpreso e sottovoce) È lui. (I tre reagiscono contemporaneamente e concitatamente, come se fos­sero colti dal panico. Filippo, dopo un attimo di smarrimento, balza in piedi, imitato dagli altri due e spostando rumorosamente le sedie) Il libro nella libreria. (mentre raccoglie disordinatamente i fogli sparsi sul tavolo, cacciandoseli in tasca) Il blocco e la penna, là, nel cassetto. (Silvano prende il libro, Domenico il blocco e la penna, ed eseguono celermente, ma con confusione)

Lucilla - Ci sarà, all'interno, la chiave nella serratura.

Camillo - E perché Filippo l'ha lasciata? Lo sa che io e Rita siamo fuori.

Filippo - (un foglietto gli sfugge e finisce sul pavimento, dietro il tavolo. A voce molto alta) Papà, vengo io ad aprirti.

Camillo - Ah, sei lì?

Silvano - (a voce ancora bassa) Ma perché è già tornato?

Filippo - (sottovoce) E che ne so?

Domenico - (un po' spaventato) E adesso che gli di­ciamo?

Camillo - Allora, Filippo? Vuoi aprire, sì o no?

Filippo - (alzando la voce) Subito, arrivo! (si dirige alla porta; ai due) Inventerò qualcosa. Eccomi!

Lucilla - Io vado, allora. Buonanotte, Camillo.

Camillo - Ciao, buonanotte, Lucilla.

Filippo - (apre l'uscio e Camillo entra. Porta gli occhiali ed è vestito molto elegantemente) Ho scordato la chiave nella serratura.

(Camillo vede Silvano e Domenico in piedi, immo­bili e rigidi, poco distanti dal tavolo, sinistramente illuminati dalle candele.)

Camillo - Oh, bella, cosa c'è? Una riunione segreta? Ciao a tutti.

Domenico - Ciao... papà.                     

Silvano - Ciao.

Filippo - No. Dovevamo parlare un po' tra noi, di cose nostre.

Camillo - Ah, capisco.

Filippo - Come mai già di ritorno?

Camillo - Tu hai mai visto fare teatro senza luce? Ci hanno mandati tutti a casa.

Silvano - Noi stavamo andandocene.

Camillo - Per me, potete anche rimanere.

Domenico - No, no, avevamo finito.

Camillo - (spostandosi verso sinistra) A proposito, Domenico, devo chiederti una cosa. Non è stata certa­mente tua l'idea di mandare Martina a parlare con Lucilla, vero?

Domenico - (a disagio) Beh... in verità, no... È stata un'iniziativa di Martina.

Camillo - Ne ero sicuro. (li guarda) Anche se voi tutti eravate certamente d'accordo. (i tre tacciono. Camillo è abbattuto) Non me l'aspettavo. Volete pa­garla, volete comprare i suoi sentimenti. Come si fa a cadere così in basso? (pausa) Oppure è solo l'inizio?  (silenzio) E ditelo alle vostre compagne, alle mie figlie: loro mi deludono ancora più di voi. (nessuno risponde. Camillo va al tavolo, toglie una candela dal candelabro) Buonanotte. (e si avvia a sinistra, uscendo)

Silvano - (dopo un lunga pausa, a voce normale) Ma tu guarda se è possibile. Adesso pure le prediche ci fa, a noi!

Domenico - Abbassa la voce.

Silvano - Ma che vuoi che senta. Hai capito? lui si sposa a ottantaquattro anni con una di trentadue ed è deluso di noi. Hai capito? lui è deluso. Ah, e noi cosa dovremmo essere, allora? (fissando l'uscio di sinistra) Siamo noi che siamo delusi, ma soprat­tutto stufi di te, vecchiaccio ingrato e parassita.

Domenico - Quale sforzo ha fatto regalandoci un appar­tamento. Invece di tenerli tutti lui i soldi, non po­teva distribuirne almeno una parte a noi tre?

Silvano - No, questo no, e sai perché? Perché il suo motto è sempre stato: « Ciascuno deve camminare con le proprie gambe ».

Domenico - Idiozie, vere idiozie. Quello che conta oggi è il denaro, non le tue baggianate, papà Camillo.

Filippo - (scuote il capo) Perché la natura è così mali­gna e crudele? Ma ci pensate quanta gente giovane muore per malattie, infortuni, disgrazie. E invece quell'impiastro là, un impiastro di ottantaquattro anni non crepa mai! E questa è giustizia?

Silvano - Ci penseremo noi a fare giustizia. (pausa) Ora ce ne andiamo, Filippo.

Filippo - (togliendo una candela) Vi accompagno giù. (Silvano esce)

Domenico - (sulla soglia) Quando continuiamo? Doma­ni sera a...

Filippo - (lo interrompe) Domani sera non posso. Io e Rita siamo a cena da amici. Non so. Vediamo. Appena è possibile.

(Escono e Filippo chiude l'uscio)

(La scena rimane deserta per un po' di secondi, poi entra Camillo con in mano la candela. Si ferma e fissa la porta d'ingresso. In questo momento ritorna la luce. Camillo si dirige al tavolo, spegnendo la candela che tiene in mano. La mette nel candelabro e spegne quella che vi si trova già. Il suo sguardo si posa sul foglietto sfuggito a Filippo. Lo raccoglie, lo legge.)

Camillo - (guardando la porta di destra e con il volto increspato da un'ombra di sorriso) Volete la guerra, eh? Ebbene, l'avrete.

(improvvisamente ha una smorfia di dolore, si porta la mano al petto, colto da un malore provocato da ciò che ha letto)

Quadro secondo

(È passata una settimana. È sabato mattina. Filippo, eccitato, è al telefono.)

Filippo - Sì, ti dico di sì!... E dagli! Ma certo che ne sono sicuro, sicurissimo!... Non ci puoi credere? E invece ci devi credere!... Ma figurati se spreco il tempo a combinare scherzi del genere alle nove del sabato mattina. E poi lo sai che io non sono il tipo da... È? Cosa?... Ah, uno scherzo suo. (sogghigna) Anche se lo fosse, ti posso assicurare che sarebbe l'ultimo. (sogghigna) Sì, Silvano l'ho già avvertito, sarà qui a momenti... Sì, venite subito, vi aspetto. Ciao. (depone la cornetta. Ha il viso raggiante) È fatta! è fatta! Al momento giusto, zac! (ride) È troppo bello! Grazie Dio, grazie natura, grazie te benigna che hai voluto accoglierlo nelle tue calde e materne braccia. Tu che sempre, anche se con lui un po' in ritardo, appiani ogni ostacolo, sistemi ogni ingiustizia. (si spalanca la porta ed entra Sil­vano seguito da Caterina che ha gli occhi arrossati)

Caterina - (a Filippo) Papà?

Filippo - (serio, compunto, indica a sinistra) Di là. C'è Rita.

(Caterina e Silvano si avviano a sinistra. Sil­vano e Filippo si lanciano un'occhiata d'intesa. Fi­lippo, rimasto solo, è nuovamente raggiante)

Come sono contento!  Non sto più nella pelle!  Aaaah, come vorrei urlare, saltare, esplodere dalla gioia. Ma come si fa? Non si può. Non sta bene, perché di là c'è un morto. E che morto! Comunque l'im­portante è che la nostra pazienza sia stata premiata. Finalmente!

(rientra Silvano; i due si osservano un istante e quindi si abbracciano festosamente)

Silvano - Finalmente! si è deciso!

Filippo - Siamo ricchi, Silvano! (sottolineandolo con for­za) Siamo ricchi!

Silvano - Una montagna di soldi!

Filippo - Tutta roba nostra, con buona pace di papà Camillo.

Silvano - Ma com'è accaduto?

Filippo - Alle sette era già in piedi. (ride) Pensa, spriz­zava gioia da tutti i pori perché oggi avrebbe tra­scorso l'intera giornata insieme a Lucilla. E invece. (ride) Fischiettava allegramente come un merlo quando, all'improvviso, si è portato la mano al pet­to, ha borbottato qualcosa e poi, pum! è crollato, fulminato.

Silvano - Beh, poverino, almeno non ha sofferto.

Filippo - Oh, certo, è stata questione di pochi secondi. Una fine rapida e silenziosa. Proprio quello che ci voleva. Senza fastidi, senza problemi, senza quelle lungaggini che alla sua età non hanno più senso.

Silvano - Giusto. Quando si deve andare, si va. E almeno in questo dobbiamo essere grati a papà Ca­millo. Ci ha fatto penare, però è stato bravo a to­gliersi di mezzo in un batter d'occhio.

Silvano - (ridendo) Non cominciamo a spendere troppo. (dopo una pausa e scuotendo la testa) Incredibile. E così, papà Camillo, duro come una roccia, forte come una quercia, ha fatto il grande balzo.

Filippo - Il grande, benedetto balzo.

Silvano - Dici bene: benedetto e sospirato.

Filippo - Oh, sì, sospirato, bramato, agognato. Sin troppo.

Silvano - Vedi come le cose accadono a puntino. Ci ha tolto anche l'incombenza... ehm... come dire?... di spingerlo, di aiutarlo verso l'ultimo viaggio.

Filippo - Come il cacio sui maccheroni. (fischio di cam­panello. Filippo compie un gesto di spavento) Ma­ledetto! Dopo il funerale quell'accidenti di campa­nello sparirà per sempre! Avanti!

(entra Lucilla, in abbigliamento sportivo. I due la osservano, sor­presi dalla sua comparsa)

Lucilla - Scusate, ma io e Camillo dovevamo partire venti minuti fa. E siccome non l'ho ancora visto...

Filippo - (interrompendola) È... che... è successo che... insomma, mi spiace, Lucilla, veramente... ma papà Camillo è morto... un colpo...

Lucilla - (rimane silenziosa, rattristata, poi) Era così fe­lice in questi giorni. Ieri era addirittura elettrizzato per questa nostra gita di un giorno. (pausa) Troppo felice. Si sentiva una rinnovata voglia di vivere. E forse questa voglia di vita l'ha portato alla morte. (pausa) È di là?

Filippo - Sì. Vada, vada pure. (Lucilla esce)

Silvano - La troppa felicità gli ha giocato un brutto scherzo.

Filippo - (ride stupidamente) Vuoi vedere che dobbia­mo ringraziare Lucilla che, rendendolo felice, ha contribuito a stecchirlo?

Silvano - Almeno è morto contento.

Filippo - Bene. Contento lui, contenti noi, contenti tut­ti. (ridono entrambi.)

(Nuovamente la porta si spalanca ed entrano Martina e Domenico. Filippo e Silvano assumono repentinamente un atteggiamento serio)

Martina - Dov'è?

Filippo - Nella sua camera. Ci sono Rita e Caterina. C'è anche Lucilla.

(Martina esce, mentre Domenico, prima di seguirla, si volge verso i due e, con la mano a pugno e il pollice alzato, fa un gesto di vittoria. Filippo e Silvano gli rispondono, imitan­dolo)

Silvano - (mentre Filippo si sprofonda comodamente sul divano) Dobbiamo preoccuparci del funerale.

Filippo - (che ha assunto un'espressione placida e ri­lassata) Cosa?

Silvano - Occorre espletare tutte le pratiche necessarie in caso di morte.

Filippo - Oh, sì. Volentieri, molto volentieri. Sono pronto a occuparmi non di uno, ma di due, tre, quattro funerali.

Silvano - (sedendosi sul divano) Chissà a quanto am­monteranno le tasse di successione?

Filippo - Ne resteranno sempre tanti, caro mio. Tanti.

Silvano - Incaricheremo Domenico. Lui è un esperto in queste cose. (pausa) Gli faremo un bel monumento.

Filippo - Cosa?

Silvano - Il monumento sulla tomba.

Filippo - Ah, certo. Se lo merita. E non mancheranno mai i fiori.

Silvano - La riconoscenza sarà eterna. Senza limiti.

Filippo - (volge lo sguardo in alto) Caro papà Camillo, non ti dimenticheremo mai.

Silvano - Sarai sempre nei nostri cuori.

Filippo - E i tuoi soldi nei nostri portafogli. (ride)

Domenico - (entra e, soddisfatto, va a stringere la mano agli altri due) Il sogno si è avverato! È realtà! Una realtà inoppugnabile, sostanziosa, sì, voglio dire, piena di bigliettoni.

Silvano - (ironico) Ma Domenico, tu gioisci, invece di piangere.

Domenico - Già. (anche lui ironico) Invece voi avete il cuore a pezzi, vero? E poi piangere per cosa? Quan­to è accaduto è solo la fine di un incubo. Un evento atteso, giusto. E per questo non si soffre, ma si fa festa.

Filippo - Sante parole.

Silvano - E così, finalmente, si è conclusa l'interminabi­le telenovela "Anche i vecchi muoiono".

(scoppia­no a ridere tutti e tre. Lucilla rientra, bloccando in gola le loro risa. Dopo qualche attimo di silenzio)

Domenico - È una grossa perdita per tutti noi e per lei, Lucilla.

Lucilla - Già.

Filippo - (dopo una pausa) Ehm... mi scusi, Lucilla, ma vorrei porle una domanda, diciamo, un po' perso­nale. Posso?

Lucilla - Sì.

Filippo - Ecco, lui ormai è morto, quindi, in tutta sin­cerità, mi dica: lei voleva veramente bene a papà Camillo?

Lucilla - Sì, mi sentivo molto legata a lui.

Domenico - Ma com'è possibile che una donna giovane e carina volesse bene a un vecchio così? e si vede­va quanto era vecchio.

Lucilla - Anche voi vi fermate all'involucro, non anda­te oltre; non volete vedere dentro. Ma al suo inter­no ci sta l'anima.

Domenico - L'anima?

Lucilla - Sì, l'anima. Perché? forse i vecchi non hanno un'anima? E la sua è un'anima particolare, ricca di valori, senza confini, senza età, più nobile, sì, più nobile delle vostre e della mia. Riuscite a compren­dermi?

Silvano - Perciò, da parte sua, non c'erano secondi fini

in questo strano rapporto?

Lucilla - (ha un sorriso amaro) Capisco dove vuole arri­vare. È logico quello che voi pensate. Ma, vedete, io l'avevo pregato di cedervi quasi tutto il suo pa­trimonio prima delle nostre nozze. Ed ero riuscita a convincerlo, e invece è successo qualcosa di grave che gli ha fatto cambiare radicalmente idea. Non ho potuto che accettare la sua volontà. Filippo - Se questo è vero, perché rimanere con lui? Quei valori di cui parlava li poteva trovare in altre persone con meno anni di lui.

Lucilla - Può darsi, ma con lui mi trovavo bene. (il suo volto è sfiorato da un sorriso) Sì, era bello stare insieme a papà Camillo. Forse perché era il primo uomo che non mi era accanto solo per il mio corpo; forse... non so... è inspiegabile... sensazioni, emozio­ni, sentimenti... Ho imparato che la vita è misterio­sa, e io ho vissuto con gioia uno dei suoi misteri.

Domenico - Ma per lui cosa poteva significare un simile

rapporto? Lucilla - Forse ha trovato in me quell'affetto che non

trovava più nelle vostre case-ospizio.

Filippo -  (dopo una lunga pausa; a disagio) Beh, ci spiace... ormai è successo... non ci si può fare più niente... Lucilla - Sì, è così. Vi lascio.

(i tre salutano Lucilla che poi esce)

Filippo - Povera Lucilla; com'è addolorata.

Silvano - (sarcastico) E ci credo: è rimasta senza papà Camillo e con un pugno di mosche. (ride)

Domenico - Ben gli sta! Così impara a intrufolarsi nella nostra vita, nei nostri interessi.

Filippo - Sono d'accordo. Ci ha scombussolato ben bene la nostra esistenza in quest'ultimo periodo.

Domenico - Ma, fortunatamente, tutto è finito.

Silvano - C'è un santo protettore anche per noi generi.

Filippo - Che ne dite? Ci facciamo un brindisi alla sa­lute (stenta a trattenere il riso) di papà Camillo?

Silvano - Certo, alla sua e alla nostra.

(Filippo si alza, prende una bottiglia di liquore e riempie tre bic­chieri)

Domenico - Gli auguro felicità eterna.

Silvano - Come no? E che faccia tanti scherzi a S. Pietro.

Domenico - E che ci senta perfettamente.

Filippo - (porgendo i bicchieri agli altri due) E che ci veda senza occhiali. (levano i bicchieri per brindare) Alla nostra fortuna.                                               

Domenico - A una vita da nababbi.

Silvano - A papà Camillo, nostro benefattore.

(Fanno tintinnare i bicchieri reciprocamente e stan­no per portarli alle labbra quando entra Lucilla. Ri­mangono paralizzati a guardarla. Ella ha con sé una busta di media grandezza.)

Filippo - Ehm... vuoi favorire?

Lucilla - No, grazie. Ma bevete, bevete pure. Forse ne avete bisogno. (i tre ingoiano il liquore) Questa è per voi. (tende la busta)

Filippo - Co... cos'è?

Lucilla - È sigillata. È l'ultimo regalo di papà Camillo. (i tre, sorpresi, non si muovono. Lucilla allunga nuovamente la busta) È vostra, ripeto. (Silvano si decide e prende la busta) Arrivederci. (esce)

(La busta nelle mani di Silvano ipnotizza i loro sguardi.)

Filippo - È pesante?

Silvano - No... sì, un po'...                                

Domenico - Allora?

Silvano - Che c'è?

Domenico - Beh, stai lì, così?

Filippo - Eh, sì, dico, fai qualcosa.

Silvano - Io?

Filippo - La busta ce l'hai tu, no?                  

Silvano - La vuoi?         

Filippo - No!

Domenico - Dai, aprila.

Silvano - (legge) "Da aprire solo in caso che muoia pri­ma del matrimonio con Lucilla. Papà Camillo."

Filippo - Cosa significa?

Silvano - Sarà uno scherzo.

Filippo - Ancora?! Anche da morto?!

Domenico - (comincia a innervosirsi) Ho paura di no. vedrete, non sarà...

Silvano - Domenico, non fare il menagramo.

Domenico - E perché non apri, allora?

Filippo - Su, Silvano, mica possiamo buttarla via.

Silvano - È vero. Però non mi piace questa busta e se potessi veramente gettarla...

Domenico - Vedi che anche tu...

Filippo - (cercando inutilmente di mostrarsi non preoc­cupato) Insomma, cosa volete che sia? (forzando una battuta) Sarà una lettera d'addio.

Domenico - In una busta così grossa?

Filippo - (non sa più quello che dice) Beh, sai, è... è l'ultimo addio.

Silvano - Basta con le parole. (strappa un lembo della busta e ne estrae un foglio da lettera. Guarda i due e poi) Leggo?

Filippo - Eh... direi...

Silvano - (legge) "Miei cari, non sto a tergiversare. Sa­rebbe tempo sprecato, s'intende solo per voi. Io, ormai, ho più tempo che vita. Bella questa, eh? Quindi, via con le comunicazioni che vi riguardano.

Allegato alla lettera, Filippo, troverai il tuo fogliet­to che scoprii sul pavimento la sera del temporale e delle candele. Non dire di no, Filippo. È tuo, co­nosco molto bene la tua scrittura."

Filippo - (sbigottito) Cosa? Dov'è? (Silvano stacca dal­la lettera il foglietto degli appunti che era pinzato dietro) Dammi qua! (glielo toglie e lo guarda) È proprio uno di quelli. Dannazione! deve essere ca­duto nel trambusto di otto giorni fa.

Domenico - Mio Dio, il vecchio sapeva tutto!

Silvano - Stai calmo. Non cominciare. Continuo?

Filippo - (si accende una sigaretta) Sì, sì.

Silvano - "Tre giorni prima di quella sera ho ripreso a sentirci benissimo. Non chiedetemi perché, ma è successo. Così, improvvisamente. Come improvvi­samente mi sono sentito male per avervi ascoltato e letto. Colpa vostra, dunque? Decidetelo voi!"

Domenico - (quasi un gemito) Oh, no, e sentiva anche

tutto. Filippo - Va bene, ma dove vuole arrivare?

Silvano - "Ed ecco la parte più importante per tutti voi. Reggetevi forte. Ho ceduto tutti i miei titoli, ripe­to tutti i miei titoli privati e di Stato, regolarmente a Lucilla. Non possiedo nemmeno la più svalutata delle azioni in circolazione. Ho tenuto aperto un solo conto corrente per un importo di pochi milio­ni. Tutto il resto è stato versato sul conto corrente di Lucilla."

Filippo - Non è possibile!

Silvano - "Se non mi credete, controllate, così vi con­vincerete."

Domenico - (muovendosi, agitatissimo, sul palcoscenico) Ci sta fregando; ci sta fregando.

Filippo - Mi fa male la testa. (si versa un altro bicchiere dì liquore)

Silvano - Che gli venga un colpo!

Filippo - A lui è già venuto. È a noi invece che stave­nendo. (trangugia il liquore)

Domenico - (sempre agitato) Quanto ci rimane, ancora? Eh? Quanto?

Silvano - Lo vediamo subito poiché la lettera continua. (legge) "So di avervi procurato delle fittarelle al cuore e al portafoglio, ma non è finita; tenetevi ancora ben saldi. Due terzi del mio patrimonio im­mobiliare sono stati donati a degli enti assisten­ziali."

Filippo - No!

Domenico - (ciondolando il capo e sempre muovendosi) Non è possibile. Non è possibile. Non è possibile.

(Silvano crolla sul divano, con gli occhi sbarrati, fissi nel vuoto, senza proferire parola)

Filippo - (a scatti, quasi come un pazzo) Maledetto vecchiaccio traditore. Maledetto vecchiaccio traditore. Maledetto vecchiaccio traditore.

(Per qualche secondo, Filippo in piedi, vicino al tavolo, e Domenico in movimento dalla parte oppo­sta, ripetono ritmicamente la loro frase, mentre Sil­vano rimane inebetito nella condizione già de­scritta.)

Silvano - (è il primo a destarsi e nota lo strano com­portamento dei due) Ohé, ma che fate? Siete im­pazziti?

(i due smettono di colpo di parlare e si guardano attorno smarriti)

Filippo - Cosa?

Domenico - Dove sono?

Silvano - Ma che diavolo combinate? (batte la lettera con la mano) Questa è la nostra rovina. Lo capite?

Domenico - Ah, la lettera... (sconsolato) ho voglia di piangere...

Filippo - È una beffa, un'atroce beffa. (riempie di nuo­vo il bicchiere e beve)

Silvano - Ci ha giocati. Ha preparato tutto a puntino prima di andarsene per sempre. (riprende a leggere) "Per quanto riguarda ciò che è ancora mio, e vi assicuro che è poca roba, troverete sulla busta un nuovo testamento redatto in presenza di un notaio. Ora non mi resta che salutarvi, miei cari. Senza rancore. Papà Camillo vi aspetta in un mondo mi­gliore. A presto."

Domenico - Crepa!

Filippo - (distrutto) Già fatto, Domenico, già fatto.

Silvano - (toglie il testamento dalla busta e legge velo­cemente. Si capiscono solo alcune parti di frasi) alla mia presenza... in pieno possesso delle sue facoltà... (continua un po' più a lungo con una specie di borbottio) ...lascio tutto il mio patrimonio a Lucilla...  (si blocca immediatamente, poi rilegge) ...la­scio tutto il mio patrimonio a Lucilla... (fissa Sil­vano e Domenico)

Domenico - (gli strappa il testamento e la lettera dalle mani e li getta sul pavimento, calpestandoli selvag­giamente)

Filippo - (con lo sguardo verso l'alto) Lo sento... lo sen­to... sta ridendo...

Silvano - Chi?

Filippo - Lui, papà Camillo, sta ridendo... sta ridendo... (inizia a ridere stupidamente, imitato da Silvano, mentre Domenico continua a calpestare i fogli per terra).

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