Passeggeri solisti

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PASSEGGERI SOLISTI

PASSEGGERI SOLISTI

atto più unico che raro

di Maurizio Carlini

Autogrill. Sala ristorante vuota o quasi.

Una donna è seduta e mangia.

Un uomo arriva dalla sinistra col vassoio e si siede al suo stesso tavolino.

Sulla sinistra di fronte si vede un angolo del bancone self-service con un cameriere che appare ogni tanto, indaffarato.

Di spalle, sempre a sinistra, un angolo della cassa e l’uscita con le colonnine dell’antifurto.

Il tavolino è nell’angolo in fondo a destra e le pareti sono vetrate che danno sull’autostrada.

UOMO

(si ferma in piedi un attimo prima di sedere al tavolo)

Ciao.

DONNA

(alza lo sguardo dal piatto)

Qualcuno ha visto il mio nome?

U.

No, quella è un’altra commedia

D.

Ah.

U.

(si siede) Ciao.

D.

Ciao.

U.

Hai l’espressione di chi cade.

D.

Come, scusa?

U.

No, niente (comincia a mangiare)

D.

No, ti siedi davanti a una che non conosci e le dici che cade?

U.

Era un impressione.

D.

Mah. (si aggiusta sulla sedia e continua a mangiare, poi beve)

Da dove vieni?

U.

Roma.

D.

E vai?

U.

Bolzano.

D.

(canta) "Là ci darem la mano...".

U.

Adesso sei tu...

D.

No, ti ho visto un po’ antalgico e ho pensato che si poteva scherzare.

(Pausa. Mangiano. Alzano la testa dal piatto insieme e si incontrano con gli sguardi. Imbarazzati, continuano a mangiare).

Io ho preso pasta con piselli, prosciutto e panna.

Era da tempo indeterminato che la volevo.

Poi, qui ci si sente in mezzo alla panna.

U.

Si, ho notato (si guarda velocemente intorno).

D.

E quando ridi, ti senti i brividi sulla fronte?

U.

Io?

D.

(fa un gesto col mento a indicare tutto intorno la sala vuota)

Praticamente, solo noi ci siamo.

U.

Nella fronte come?

D.

Nella... sotto la pelle della fronte.

U.

(scuote il capo) Questa cosa è tragica.

D.

No, senti... prova, se ti capita poi me lo dici.

E’ qualcosa tra occhi e fronte, un bruciore brivídico...

...una via di mezzo tra il sonno perso e la passione di quando uno ci si mette sul serio. (Pausa. U. la guarda).

U.

Eppure, volevo mangiare un panino e ripartire.

D.

Dai, che non ci credo.

Si vede che sei contento.

U.

(alza le sopracciglia, preoccupato) Ho gravi problemi artistici. (beve).

Non riesco a smettere di scrivere (guardano fuori dalla vetrata, silenziosi).

D.

«Scrivere... soffice presenza carnale, studio affilato di contorni, schiacciamento morbido e scuro tra bianchi palmi».

U.

Spiazzante.

D.

Ti piace?

L’ho letta mentre cucinavo, sulla scatola degli hamburger «STALLA ROSSA».

U.

(ride, poi la fissa per un po’)

Allora, la Peugeot con l’elica disegnata sul tetto che c’è giù nel parcheggio è la tua.

D.

(annuisce) Sto andando a Isernia, dalla Val di Chiana.

(ricomincia a mangiare)

Dovrò pure risparmiare qualche curva.

U.

(la guarda in modo strano)

Buon appetito.

D.

Che hai preso?

U.

Pollo, zucchine e profiterole.

D.

Nozionistico, ma deciso.

U.

Ti spiego perché.

Ho imparato un po’ di cose dalla vita.

Non molte, ma importanti.

Da allora, quando mi sveglio, dopo cinque minuti ce le ho tutte vicino.

Mi fanno sentire... non so come dire... tutto insieme, ecco.

Mi fanno sentire insieme.

(Si guardano negli occhi, prima seri, poi sorridono).

D.

Oggi è proprio una bella giornata.

U.

Quanto ai capelli, è chiaro che non ti pettini.

D.

Non è vero.

U.

Si, invece, si vede benissimo.

D.

Infatti, non mi pettino.

U.

E non c’è niente di male.

D.

A un certo punto ho fatto i conti: ho passato quattro anni davanti allo specchio. Quattro su trenta, mi sono sembrati abbastanza.

U.

Tuttavia, la forma è sorprendente.

D.

Grazie.

U.

Sorprendente non vuol dire bella.

D.

Si, ma come l’hai detto... era una musica.

U.

(si ferma e guarda fuori, poi alza un po’ il mento e socchiude gli occhi).

«Musica dell’anima

sospetto di poca ironia

o troppa.

Bisanzio e Tokyo

distrutte, mescolate e ricostruite

da due semplici note contrastanti.

Musica, apparente miscela di poco

musica padrona

comunque

dell’alma digitale».

D.

Assurda.

U.

L’ho inventata sul momento.

(Pausa)

U.

Senza, le parole, dove saremmo a quest’ora?

D.

Non lo so.

Io, forse, in montagna, a chiamare le cose con nomi secolari.

Cento nomi in tutto.

In quella situazione, spesso si sta zitti.

E le parole le scrivono gli altri, anche se ci indovinano poche volte.

Col pensiero zitto non ci capisce niente nessuno.

U.

Senza le parole non potrei neanche coordinare i miei movimenti, le mie intenzioni, i passaggi da un posto all’altro, la ragione di ogni cosa. Potrei perfino ritrovarmi allo stadio.

D.

E’ strano parlare delle parole.

Non si sa quali usare.

(Pausa. Mangiano)

U.

Mi sento così puro, da un po’ di tempo e specialmente oggi.

Potrei cambiare tutto da un momento all’altro.

Compreso me. Potrei diventare uno che riflette. Ecco come.

Mi sento puro come uno che riflette.

E adesso il mio riflesso è...

D.

...Adesso il tuo riflesso è questa scena vero? (U. si ferma, confuso).

Una scena senza virgole, un accordo tra prosciutto e zucchine imprevisto, inimmaginabile.

U.

Come fai a...

D.

... e inoltre, non c’è niente di più pulito di quel vetro, attraverso il quale di tanto in tanto guardiamo i cespugli e le macchine passare.

E godi; dei contorni, delle guarnizioni per così dire: i marciapiedini bianchi delle aiuole là fuori, i listelli di legno chiaro che bordano questo tavolinetto, quei laccetti cretini che hai sulle scarpe, un po’ di tutto.

(Silenzio. Lei si avvicina leggermente)

Ti piace godere.

L’ho capito da quando hai piegato il tovagliolino di carta e l’hai messo sotto al piatto, di lato.

Non posso sbagliare.

Il tuo riflesso ora è tutto quello che c’è, tutto quello che vuoi che ci sia.

(Silenzio)

Cos’hai?

U.

Paura

(Pausa)

Si, paura, se penso che non so neanche come ti chiami.

Questi spicchi di tempo mi piacciono tantissimo, ma niente come loro mi fa paura.

D.

Ho indovinato tutto, vero?

U.

Si. E non solo.

D.

E che altro?

U.

L’anticipo di qualche riflessione.

(Pausa)

Sono mesi che cerco di capire cos’è che fa cambiare atteggiamento ai miei occhi e mi fa sentire come davanti a una novità.

Ora tu mi dici che è il godimento.

Ed è vero.

Succede così, prima parlo, senza urgenza, ascolto, poi a un certo punto si rinfresca tutto.

(Pausa)

Mi sento puro.

D.

Senti (si avvicina ancora un po’)

Io ho fatto un passo importante qualche giorno fa.

Ho deciso che non ha più senso salvarsi.

Quasi tutte le persone che conosco non fanno altro che salvarsi. E pure io, ma adesso ho deciso di non farlo più, e guardo chiunque e qualunque cosa con il solo ed unico scopo di costruire.

E dico costruire perché non trovo la parola adatta, che è un’altra, ma in ogni caso mi serve la parte migliore di tutto.

Voglio sentire il sangue pizzicarmi sotto la fronte.

U.

(pensoso) I brividi di quando ridi...

D.

Già. E proprio quando rido, non lo faccio mai per caso.

Una capacità così grande e inspiegabile non va regalata a caso.

(Pausa)

Poco fa mi stavo proprio domandando a cosa mi può portare questa scelta e quanto può ricevere una persona da un atteggiamento così improvviso...

U.

... e a quel punto sono entrato io.

(Ride)

D.

Già.

E ti dico un’altra cosa, poi finisco la pasta: senza urgenza non si vive.

(Ricomincia a mangiare. Lui la guarda, poi mangia anche lui).

U.

Cosa pensi delle formiche?

D.

Lente.

U.

E delle fabbriche?

D.

Migliorabili.

U.

Dei gesti?

D.

Un culto. Una cosa da studiare.

U.

Del vino?

D.

Un bluff.

U.

E perché lo bevi?

D.

Non lo bevo.

Questo è succo di mela.

Tu, piuttosto, cosa pensi del buio?

U.

Divertente.

D.

E dell’acqua?

U.

Chiara.

D.

E del potere?

U.

Non esiste.

E comunque, potrebbe smettere di esistere da un momento all’altro e tutti continueremmo ad obbedirgli.

D.

Questa era amara.

U.

Allora ti dico solo: non esiste.

(pausa)

D.

Io non ho paura di niente.

(Si alza leggermente, sporgendosi verso di lui con sguardo fisso, come di sfida, il mento un po’ alzato).

«Paura

ti distillerò con alberi e cielo».

U.

«Ti reclamerò per noia».

D.

«Ti cancellerò dai muri».

U.

«Ti accantonerò con la posta inutile».

D.

«Ti scioglierò tra panna e piselli».

(L’atmosfera si spezza, lui torna a mangiare e lei si siede bene di nuovo).

U.

Sei un tipo situazionista.

D.

(Protesta) Ma abbiamo fatto poesia!

U.

Non l’abbiamo «fatta», già c’era.

D.

(Guarda verso la cassa e l’uscita) Se ne stanno andando un po’ tutti.

U.

Si avvicina il momento migliore

(Pausa)

Non provare a darmi la mano quando ci saluteremo.

D.

Perché?

U.

Lo so io. Non ci provare.

(Pausa. D. ha finito la pasta e gioca con la forchetta nel piatto vuoto).

U.

E tu, che fai nella vita?

D.

Osservo.

U.

Ad esempio?

D.

La tua maglietta.

Non è un capo d’abbigliamento che si può portare.

U.

(Stupito) L’ho pagata sessantamila lire.

D.

Cioè quanti Euro?

U.

Certamente non pochi.

D.

Questo non cambia le cose.

U.

(Rapito) Ripeti un po’.

D.

«Questo non cambia le cose».

U.

(Soddisfatto) Erano anni che non sentivo questa espressione, così generica e così concisa.

E la dici in un modo assoluto.

D.

Grazie.

U.

Si, in effetti questo era un complimento. A Bolzano le piante saranno verde scuro, e i fiori bianchi e sul violetto, ed io penserò a quella posizione della bocca di quando dici "... cambia le cose".

(Pausa)

D.

Farà freddo.

U.

Sì.

(Pausa)

Ma la nostra è una vita da passeggeri solisti.

Dello stesso viaggio, nella stessa canzone. Non possiamo incontrarci che a tempo, a brevi spazi di tempo.

Nei crescendo più importanti, negli stacchi all’unisono, negli accenti da dare ai punti cruciali.

Passeggeri solisti, ma finché esisterà la musica avremo occasione di incontrarci, e finché esisterà il viaggio.

D.

(Si alza). Vado al bagno.

(Esce a sinistra).

U.

(Rivolto al pubblico)

1) E più alta di me.

2) Ha i jeans Wrangler che io cerco inutilmente da tre anni.

3) Non si pettina.

4) Critica i lacci delle mie scarpe.

Non si può andare avanti così.

Vorrei avvalermi della facoltà di non rispondere emotivamente a quello che succede intorno a me.

(Pausa breve. Sempre rivolto al pubblico, ma muovendosi).

Ho gravi problemi artistici.

Non riesco a distinguere l’arte della vita.

Vorrei non aver visto la sua forchetta girare in quel modo, e anche tutti quegli oleandri così esageratamente rossi e bianchi che pullulano là fuori. Io che sono passeggero per vizio, per testardaggine, per trasporto, ecco tutto quello che so dire ora: vorrei.

(Pausa)

Affratellandomi a qualsiasi forma di serenità, o presunta tale, continuo a camminare, o meglio a scorrere, su questi «vorrei» così accurati.

(Pausa breve. Si concentra sul profiterole come per scacciare un brutto pensiero).

Respingo ogni ipotesi riguardo la possibilità che io le stringa la mano quando ci saluteremo.

(Pausa. la sente tornare).

Siamo due semplici solisti.

(D. rientra da sinistra).

D.

Ho idea che ti starebbero bene un paio di Jeans Wrangler.

Mio fratello ne comprò venti paia negli anni ’70, in uno slancio inspiegabile; alcuni ce li ho ancora incartati.

U.

(senza guardarla).

Non migliori di altre marche.

D.

(un po’ smontata). Bene. (pausa). Dovrò pensare a qualcos’altro, allora.

U.

Per quale motivo?

D.

Così, sei uno a cui bisogna regalare qualcosa, fai scattare questa molla.

(Si guardano, e il loro atteggiamento da ostinato e un po’ provocatorio diventa sereno).

U.

Un pacchetto di frollini andrà benissimo.

D.

Ma fino a Bolzano non basterà.

U.

Questo lo dirà il tempo.

(Entra il cameriere da sinistra, con uno scontrino).

C.

Sono diecimila in più per le bevande.

D.

Cioè quanti Euro?

C.

(Guarda lo scontrino) Vari.

U.

Pago io.

D.

Perché?

U.

Così, sei una a cui bisogna offrire il succo di mela.

D.

Tanto, sono sempre soldi nostri.

U.

Che significa?

D.

Non lo so, è una frase che dicono le coppie.

(Il cameriere va via)

U.

(Scuote il capo, sorridendo)

Sei proprio...

D.

Sono un’attrice.

Vago sugli oleandri, giro forchette a mio piacimento, mi accorgo. Soprattutto mi accorgo.

Nel senso che accorgo me stessa, mi tengo accorta.

Scivolo per ruscelli e scatti corporei, mi tingo di blu quando voglio, non sono la pagliaccia di nessuno.

(Pausa)

Sono un’attrice.

La responsabilità di quello che faccio non è mia.

Se mia madre mi sorprende, posso sempre dirle che recitavo.

(Pausa).

E’ statico dormire sempre dalla stessa parte, se posso vado sulla sedia, finché non mi crolla la testa.

La sedia dura, di legno, scomoda, ma è lì che scrivo le mie parti.

Dalle mie parti si soffre e ci si libera, il tutto a filo di infinito.

(Si avvicina a lui e lo guarda negli occhi da vicinissimo)

Sono un’attrice e voglio che il mondo non finisca (alza il tono della voce in questa frase, e lui spaventato si muove di scatto e fa volare un bicchiere).

D.

(Più basso) Lo devo interpretare. (Rumore del bicchiere rotto. Lei si risiede; arriva il cameriere con la scopa ed il raccoglitore. Lui si alza e glieli prende).

U.

Non si disturbi.

(Comincia a spazzare i vetri)

Sono cocci filologici.

(Pausa leggermente più lunga delle altre; il cameriere va via, U. finisce di raccogliere i vetri e si risiede).

D.

E delle persone?

U.

Cosa?

D.

Che ne pensi?

U.

Immantinenti.

D.

Tutto lo è.

U.

No.

Alcune cose ci sanno la possibilità di ripartire.

D.

E del vento?

U.

«A un passeggero non chiedere del vento; ti dirà che è vento lui stesso».

(Pausa)

Percepire il vento significa fermarsi.

(Si spengono alcune luci nella sala ristorante).

D.

Che hai intenzione di fare?

U.

Starò qui per altri sei minuti.

D.

Io andrò a comprarti i frollini, te li porterò e questo sarà tutto.

U.

(Si gira a guardarla) Isernia?

D.

Dove altro?

U.

Te l’avevo detto, all’inizio, che stavi cadendo.

D.

E allora, secondo te, che si dovrebbe fare?

U.

Non sono sicuro, devo rifletterci per altri quattro minuti.

(D. si alza di scatto e va a prendere i biscotti).

U.

(rimasto solo, pensa. E’ la pausa più lunga e significativa della commedia. I movimenti di indecisione e turbamento sono importantissimi. Alla fine si rivolge al pubblico).

Nessuno deve appropriarsi dell’altro. Tutto, ma questo proprio no. (Pausa).

Le nostre sono vite da sospesi (Pausa).

Bisognerebbe inventare qualcosa di aereo.

D.

(torna coi frollini in mano, glieli porge ma non li lascia. Si guardano per un po’, lui con la scatola appoggiata in una mano e lei che tiene la stessa scatola dalla parte alta).

Sono sicura che non basteranno per tutto il viaggio, così come non bastano per questo piccolo tratto di strada emotiva percorsa insieme, non bastano per dirti quello che ho provato. Se ti rimane in mezzo ai denti un chicco di grano saraceno, uno dei sette cereali descritti sulla confezione, se ti va non togliertelo subito con la lingua.

C’è tempo.

C’è tempo per fare tutto, e non l’avevo capito.

Non lo avevamo capito.

(U. tira via la scatola, lei la lascia.

U. fa per darle la mano, poi la ritira in fretta ed esce.

L’antifurto delle colonnine suona).

CASSIERA

(Ha visto la scena)

Erano i frollini?

D.

Sì, erano loro, ma non c’è problema, pago io.

(A voce più bassa).

Erano un regalo.

C.

Sono tremila e due.

D.

Cioè quanti Euro?

C.

Non lo so, mi scusi.

D.

Non fa niente, non è una cosa grave.

Buonanotte.

(Esce. Le luci si abbassano, si sente il rumore di una macchina che parte, e la voce di lui, fuori campo).

U.

«E tu, che volerai sui monti Campani raddrizzando qualche curva, prima di azionare la tua elica disegnata, guardati le mani.

Le tue mani che girano gli oggetti per gioco e mai con la voglia di fare del male, guardale e chiedi loro quale sarà il futuro. A chissà quali anelli destinate, si muoveranno con circospezione nel buio dell’abitacolo, cercheranno, poi torneranno sul volante».

(Sipario)

P.S. Il rumore della macchina diventa rumore di elicottero.

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