Passeggiata col diavolo

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Passeggiata col diavolo

Commedia in tre atti di Guido Cantini

A Irma ed Emma Gramatica devoto, affettuoso omaggio, g. C.

PERSONAGGI

La Principessa VERA DI CAPODIMONTE

ANNA LOREDAN

ANGIOLA

Il COLOMBI

FABIO BERNARDO

Nel Castello di Cambi, in Calabria.

ATTO PRIMO

 // castello di Cambi, costruito dagli An­gioini, fu da uno di questi donato al princi­pe di Capodimonte. E l'azione della comme­dia si svolge appunto nella magnifica sala di soggiorno del castello, dove il grande cami­no, i mobili, gli arazzi, i quadri attestano il nobile passato della famiglia. Ma qualche divano « comodo », qualche poltrona bassa e fonda, una radio si sono prepotentemente in­sinuati fra le altre cose. Senza tuttavia di­sturbare. Il gusto della principessa ha saputo delicatamente armonizzare l'antico e il mo­derno. È il crepuscolo. La stanza giace in una soffice penombra.

Il Colombi                - (entra frettolosamente. È un uomo di cinquantanni, un po' trasandato, sebbene indossi l'abito da sera. Barba grigia, arruffata; dietro il vetro leggermente azzurro degli occhiali a stanghette d'oro uno sguar­do vago, sognante. Difilato va a un piccolo tavolo ove si trovano riviste e giornali, an­naspando con le mani nervose, in cerca di qualcosa. Ma intanto entra)

Bernardo                  - (maggiordomo di scuola inglese, rigido, molto serio) Cerca i giornali, signor professore ?

Il Colombi                - I giornali, sì. Dove sono?

Bernardo                  - Quelli della sera non sono an­cora arrivati.

Il Colombi                - No? E perché?

Bernardo                  - Perché il cocchiere doveva an­dare a prendere la signora Loredan alla sta­zione.

Il Colombi                - Ebbene? Che c'entra?

Bernardo                  - La signora principessa ha pre­ferito fargli fare un viaggio solo.

Il Colombi                - Ah. (Ma si capisce che è di­sperato: è come se a un affamato dicessero che tarderanno a portargli il pane) Ah. Sic­ché, se il treno ritardasse...

Bernardo                  - Non c'è pericolo, signor pro­fessore. Il treno arriva sempre in orario.

Il Colombi                - Ma stasera, neanche a farlo apposta, vedrete che ritarderà.

Bernardo                  - Pazienza.

Il Colombi                - Pazienza per voi, non per me. Già, già, si capisce. Cosa importa a voi della politica europea?

Bernardo                  - Oh, a me...

Il Colombi                - Che ore sono?

Bernardo                  - Le sei e mezzo, signor profes­sore.

Il Colombi                - (dando una sbirciata alla fine­stra) E già comincia a far buio.

Bernardo                  - Per forza, in ottobre!

Il Colombi                - In ottobre, di già? Il... (sem­bra fare un calcolo, mentalmente) il quindi­cesimo ottobre!

Bernardo                  - Il quindicesimo...?

Il Colombi                - Quindici anni, sicuro, che son qua.

Bernardo                  - Una bella resistenza! Io ci sono da quindici giorni, e...

Il Colombi                - Vorreste dire che si sta male al castello di Cambi?

Bernardo                  - Ma no. Tutt altro. Dico solo che è un po' isolato.

Il Colombi                - Per uno studioso come me, l'isolamento...

Bernardo                  - Eh già, lei si chiude in biblio­teca dalla mattina alla sera; ma chi...

Il Colombi                - Aprite la radio, per favore.

Bernardo                  - (va ad aprire la radio. Se ne sprigiona la musica di un jazz) Oh, un jazz!(Fa per richiudere).

Il Colombi                - No, lasciate. Io adoro questa musica negra. Voi no?

Bernardo                  - Che vuole, in me sveglia trop­pi ricordi.

Il Colombi                - Ma scusate, se al castello di Cambi vi ci trovate tanto male, chi v'impe­disce d'andarvene?

Bernardo                  - Naturalmente, naturalmente. Ma sarebbe un peccato: il posto è ottimo.

Il Colombi                - E allora?

Bernardo                  - Il solo guaio qui è che non si sa mai con chi passare due parole; e se non ci fosse lei, signor professore, così buono, che a volte...

 Il Colombi               - C'è anche tanta servitù!

Bernardo                  - (scrollando il capo) Oh, la ser­vitù... Senza contare che la presenza conti­nua della principessa... Quando uno meno se l'aspetta, quella sua figura alta, quel suo viso pallido... Agghiaccia.

Il Colombi                - (con entusiasmo esplodente) Si capisce. L'altissimo lignaggio, caro Ber­nardo. Se voi conosceste la storia dei principi di Capodimonte come la conosco io, vi spie­ghereste molte cose. Leggete la mia mono­grafia. Il più puro sangue italiano. Nobiltà che risale al IX secolo. (Restano un momen­to in silenzio, intenti alla radio). Eppoi dite che si e fuori del mondo! Con questa (indica la radio) oggi non si è più fuori del mondo. (Ma in questo momento sui gradini che li­mitano il fondo della scena, in abito lungo da sera, compare la principessa. E il Colom­bi si affretta a chiudere la radio).

Vera                         - Perché ha chiuso, professore?

Il Colombi                - Scusi, credevo... (fa per ria­prire).

Vera                         - No, ormai lasci. Era bella quella musica, però.

Il Colombi                - Una danza argentina, se non erro.

Vera                         - Sì, una danza argentina. Si ricorda, professore, quella taverna di Buenos Aires, dove ci condusse la nostra guida? Tutta quella messa in scena da film di quart'ordine, qielle donne, quegli uomini in costume...

Il Colombi                - Mi ricordo benissimo. E mi ricordo anche che si scappò via subito.

Vera                         - Ma quasi mi pentii. Con che occhi guardava tutto quel mondo nuovo, il nostro ragazzo!

Il Colombi                - Però lei, signora principes­sa, rimproverò la guida di averci accompagnati in quel locale.

Vera                         - È vero.

Bernardo                  - (si è intanto ritirato nel fondo, mettendo in ordine le riviste che si trovano su un tavolo).

Vera                         - (rivolgendosi a lui) Il signor prin­cipe?

Bernardo                  - Non è rientrato ancora.

Vera                         - Strano. (Al professore) L'ho man­dato a visitare certi nostri poderi piuttosto lontani. Andate, Bernardo.

Bernardo                  - (s'inchina ed esce).

Vera                         - Ha saputo la novità?

Il Colombi                - Quale?

Vera                         - Arriva mia sorella.

Il Colombi                - Ah già, ho sentito.

Vera                         - Dopo che per dieci anni non si e fatta mai viva un telegramma breve breve, due ore fa. Incredibile, vero?

Il Colombi                - Ma mi par d'aver letto che doveva cantare a Milano, no?

Vera                         - Andiamo: è una notizia di due stagioni addietro.

Il Colombi                - Sarà benissimo. Il tempo mi passa talmente.

Vera                         - Anzi, è molto che i giornali non ne parlano.

Il Colombi                - Avrà cantato all'estero, in America forse.

Vera                         - Può darsi. Ma che vorrà, così, a un tratto?

Il Colombi                - Forse riconciliarsi.

Vera                         - Con chi?

Il Colombi                - Ma... con lei.

Vera                         - E quando mai siamo state in rot­ta, mia sorella ed io?

Il Colombi                - Toh, io credevo...

Vera                         - Dalla mia bocca non è mai uscita una parola di rimprovero e Dio solo sa se sarei stata nel giusto. Del resto nessuno è miglior testimone di lei. Glie ne ho mai par­lato io, a lei?

Il Colombi                - Mai.

Vera                         - Dopo tutto, non portiamo lo stesso nome, e ciascuno e padrone di far quello che gli pare.

Il Colombi                - Eppoi la signora Lorcdan è una grande artista.

Vera                         - Questo non giustifica assolutamen­te nulla. Se un'artista ha dei diritti, diciamo così, speciali, c’è modo e modo: lo scandalo, no. Una vita assolutamente pazza, creda.

Il Colombi                - Però, anche l'ultima volta che l'abbiamo sentita, per radio, nella Carmen, che meraviglia!

Vera                         - Sì, sì, non discuto; ma non basta. almeno per me.

Il Colombi                - Lei! Lei, signora principes­sa, è talmente diversa dalle altre, talmente in alto...

Vera                         - Per carità, professore. Parole. Ma certo mia sorella ed io siamo molto diverse. Forse se si fosse cresciute insieme... Invece ci si conobbe a Venezia, già grandi tutte e due, per la morte di nostra madre. Nono­stante mi piacque e per qualche anno restò con me. Ma che creatura inquieta! Vera figlia de! disordinatissimo banchiere Loredan. Non era possibile andarci d'accordo. Così, quando volle mettersi a studiare il canto e partì per Milano, détti un sospiro di sollievo. Dopo ci siamo riviste di rado; e l'ultima volta qui, come si ricorderà anche lei, dieci anni fa... (Un breve silenzio). Che cosa vorrà? Da che ho ricevuto quel telegramma non so pensare ad altro.

Il Colombi                - Non si agiti così. All'arrivo del treno ormai manca poco. (Un breve silenzio).

Vera                         - (va alla finestra. Guarda fuori. D'im­provviso, piano, quasi lo dicesse a se stessa) Lei non ci crederà, mi fa quasi paura.

Il Colombi                - Paura?

Vera                         - Non so come spiegarle. È un'im­pressione vaga, uno strano presentimento; qualcosa, come potrei dire?, qualcosa su la pelle... Un malessere, un'angoscia...

Il Colombi                - Ma scusi, signora princi­pessa...

Vera                         - È assurdo, lo so: è sciocco forse. Eppure questa sensazione indefinibile l'ho provata nei momenti più tremendi della mia vita. Da bambina, un giorno che entrai in questa stanza, proprio in questa, e... e capii che mia madre poco dopo mi avrebbe abban­donata; e molti anni dopo, prima della morte di mio marito... (Ella si volge alla fi­nestra. Quasi per associazione d'idee). Ma Fabio? Che fa? Va bene che è andato lon­tano; ma a quest'ora dovrebbe essere già tor­nato.

Il Colombi                - È andato a cavallo, signora principessa, non se lo dimentichi; se fosse andato in macchina si sarebbe sbrigato prima.

Vera                         - Non lo dica: in macchina senza di me, no.

Il Colombi                - Eppure, signora principessa, bisognerà bene che un giorno o l'altro si ras­segni.

Vera                         - Mai.

Il Colombi                - L'automobile è talmente en­trata negli usi della vita quotidiana.

Vera                         - Non me ne parli, professore, la prego.

Il Colombi                - Come vuole. Ma Fabio ormai è un uomo. Ed è pieno di giudizio.

Vera                         - Il mio povero marito era un pilota formidabile; eppure bastò un ba'iale inci­dente perché ci rimettesse la vita, e se io mi salvai fu per puro miracolo; ammesso che io possa considerare un miracolo non essere mor­ta con lui. No no, non permetterò mai che Fabio... Se lo sapessi fuori in macchina e tar­dasse, come stasera, a rientrare, io impazzi­rei. Sto in pena adesso, si figuri se...

Il Colombi                - Non si agiti così: ho detto per dire.

Vera                         - Capisco, capisco... Non ci faccio caso. A volte io mi monto la testa senza ragione; mi metto a pensare, a pensare, do alle cose aspetti fantomatici... È sciocco. (Si vede che ella fa di tutto per convincere più che l'altro se stessa, senza però riuscirvi. Di tratto in tratto dà delle occhiate sperdute alla finestra. Tanto per dire qualcosa:) Ebbene, questa politica estera?

Il Colombi                - Mah! Non sono ancora ar­rivati i giornali, stasera.

Vera                         - Infatti ho dato ordine al cocchiere di fare un viaggio solo. I giornali e mia so­rella. Per una volta tanto, può aspettare, no?

Il Colombi                - Cosa dice mai? È giusto. Eppoi, sa, sempre le stesse cose.

Vera                         - Guerra?

Il Colombi                - Ah il mondo! Mi fa l'im­pressione di un malato che se si riesce a gua­rirgli un bubbone, gliene scoppia subito un a', irò.

Vera                         - In simili casi la miglior cosa e tagliare.

Il Colombi                - O, almeno, tener pronto il bisturi. Ecco la contessina. (È comparsa An­giola: una giovinetta ancora acerba. Grandi occhi, anche lei: occhi di famiglia, sembra. É in abito da sera).

Angiola                    - Buonasera, zia.

Vera                         - Ah, questo è uno dei vestiti nuovi che ti hanno mandato da Roma?

Angiola                    - Sì. Che te ne pare?

Vera                         - Fa veder bene.

Angiola                    - (Si gira e rigira, come una indos­satrice di professione) Be'? Debbo segui­tare molto?

Vera                         - Delizioso. E fresco, poi! Non e vero, professore?

Il Colombi                - (che guardala distratto, pen­sando forse alla sua politica estera) Eh?

Vera                         - Ma come! Ancora con la mente alla politica, quando ha davanti uno spet­tacolo simile?

Il Colombi                - Oh!

Vera                         - Che ne dice? Non è delizioso que­st'abito?

Il Colombi                - Sì sì, non dico... Ma io, veramente, me ne intendo poco.

Vera                         - Le crediamo su la parola, vero, Angiola?

Il Colombi                - Nella storia del costume si nota...

Vera                         - Bada, Angiola, il professore ti mi­naccia una conferenza su la storia del co­stume.

Angiola                    - Allora si salvi chi può.

Il Colombi                - (ridendo) Ma no, stiano tran­quille. Mi rimangio tutto quello che volevo dire.

Angiola                    - Stasera non è aria da confe­renza. La zia è nervosa.

Vera                         - Da che cosa te ne accorgi?

Angiola                    - Non sai, zia, che io sono una divoratrice di romanzi gialli?

Vera                         - Ebbene?

Angiola                    - Ebbene, da buon « detective », ho notato subito che sei più pallida del so­lilo, che batti le ciglia con più frequenza, che i tuoi gesti sono...

Vera                         - Non hai notato altro? Che barn bina!

Angiola                    - Ti prego di non scherzare, zia: ci sono tre cose su le quali non ammetto lo scherzo: il tennis...

Vera                         - Lo sappiamo che sei campionessa.

Angiola                    - Da tre anni, ti prego notare.11   bridge...

Vera                         - Che anche in quello sei brava l'ab­biamo potuto constatare a nostre spese in queste sere, non è vero, professore?

Angiola                    - E finalmente nella mia ricono-sciutissima disposizione a fare il poliziotto...

Vera                         - Dilettante, voglio sperare.

Angiola                    - Mah, non si sa mai. La vita è così piena di sorprese.

Vera                         - Come parlano della vita, eh, que­sti ragazzi?

Il Colombi                - Come se la conoscessero.

Angiola                    - La prego credere, caro pro­fessore, che un ragazzo o una ragazza della mia età ha più esperienza di... di lei, per esempio.

Il Colombi                - (un po' offeso) Di me? Ma, contessina...

Vera                         - (sorridendo) Be', ad aver più espe­rienza del professore non ci vuol molto, ve­ramente.

Angiola                    - Ha sentito?

Il Colombi                - Anche lei, signora princi­pessa, anche lei contro di me. Questa poi non me l'aspettavo.

Angiola                    - E Fabio?

Vera                         - Ma già. Comincio a stare in pen­siero.

Angiola                    - Ecco ecco perché è nervosa la zia. Vedrà, annena Fabio torna. Un'altra.

Vera                         - E anche tu sei un'altra, da che re­spiri l'aria di queste belle campagne.

Angiola                    - Ingrasso.

Vera                         - Alla tua età si può ingrassare im­punemente. Sicché non ti dispiace molto star qua, con noi?

Angiola                    - Al contrario.

Vera                         - Allora è vero.

Angiola                    - Che cosa?

Vera                         - Professore, per cortesia, vada a dare un'occhiata sul viale. E mi avverta, ap­pena sente i sonagli della carrozza.

Il Colombi                - Vado subito.

Vera                         - Scusi.

Il Colombi                - Non lo dica neanche. (5; è fatto rosso perché ha capito che hanno voluto mandarlo via. Scompare).

Angiola                    - Poveretto! Quando è davanti a te, zia, sembra un pulcino bagnato. (La principessa sorride). Naturale, del resto. In biblioteca è un altro.

Vera                         - Un altro?

Angiola                    - Te l'assicuro. Quasi spiritoso, a volte.

Vera                         - Quasi. A volte. Del resto, un gran brav'uomo.

Angiola                    - Un giorno che si parlava d'a­more...

Vera                         - (strabiliata) Con lui? Cosa dici?

Angiola                    - D'amore, in generale.

Vera                         - Ah!

Angiola                    - ... Mi fece una specie di con­ferenza, figurati, su gli Erotici greci.

Vera                         - Ah, begli argomenti davvero, con le minorenni. Gli darò una strapazzata al signor professore.

Angiola                    - Prima di tutto io sono una ra­gazza moderna...

Vera                         - Alla larga!

Angiola                    - ...e ho fatto il Liceo.

Vera                         - Perdinci!

Angiola                    - Eppoi, che c'entra; non ha mica detto nulla di male... Però, a un certo punto, dagli Erotici greci è passato ai fatti personali.

Vera                         - (scherzando) Ti ha fatto una di­chiarazione?

Angiola                    - A me no... Però mi ha parlato per allegorie, per enigmi di un suo grande amore, che ha occupato quasi tutta la sua vita... E-allora, pensa, io ho supposto... ho supposto che questo suo grande amore... sia stata tu.

Vera                         - Cosa?

Angiola                    - Oh, non me l'ha mica detto!

Vera                         - Ci mancherebbe altro.

Angiola                    - Ma sai, il mio solito viziaccio della induzione scientifica.

Vera                         - Ti prego di applicarla a qualcosa di maggior conto la tua induzione scientifica. Ma guarda un po'.

Angiola                    - Intanto, ho ottenuto il mio sco­po: ti ho distratta, ti ho fatto sorridere...

Vera                         - Ah, se era per questo!

Angiola                    - Però gli tremava la voce, dav­vero, sai? Era di un buffo incredibile.

Vera                         - Ecco cosa ci si guadagna a far delle confidenze ai giovani. Pover'uomo. Se potesse immaginarlo che gli tiri fuori di que­ste chiacchiere. Son quindici anni che me lo vedo per casa, sempre buono, umile, no­nostante il suo sapere che, devi crederlo, è veramente notevole... Ed io gli voglio bene.

Angiola                    - Ah! Ah! Si comincia a scoprire gli altarini, eh?

Vera                         - (minacciandola) Bada, veh?    - (Ma ride, è divertita da quella cosa assurda). Si­curo che gli voglio bene. E come potrei non volergliene? Chi ha formato la mente del mio ragazzo è lui: e se io mi sono indu­striata di dargli un cuore, lui per lunghis­simi anni ha nutrito il suo cervello. Insom­ma noi due ne abbiamo fatto un uomo. Ca­pisci perché gli voglio bene?

Angiola                    - (senza più scherzare) Ma que­sto l'avevo eia capito da me, zia.

Vera                         - Oh!

Angiola                    - E ci sono altre cose che ho ca­pito.

Vera                         - Che cosa?

 Angiola                   - Sempre per quella famosa di­sposizione alla induzione eccetera.

Vera                         - Via, non prenderla tanto larga.

Angiola                    - Tutt'altro, zia. Nell'Ottocento, forse, sarà usato che le buone zie invitavano le nipotine per vedere se i cuginetti... Ma oggi, oggi questo mi farebbe ridere, zia.

Vera                         - Non ti piace?

Angiola                    - Molto. È un bellissimo ragazzo.

Vera                         - E allora? Non ti piacerebbe abitar sempre qui, almeno finché vivrò io?

Angiola                    - Al contrario.

Vera                         - E allora?

Angiola                    - C'è soltanto una piccolissima difficoltà. Che lui pensa a me come a diven­tare imperatore della Cina.

Vera                         - (sorridendo) La Cina non ha più imperatori.

Angiola                    - Non scherzare, zia. Ora non e più il caso.

Vera                         - Va bene. Parliamo sul serio.

Angiola                    - Non c'è altro. I tuoi disegni nascosti li puoi metter via.

Vera                         - Dimentichi che lui fa sempre quel­lo che voglio io.

Angiola                    - A queste condizioni, no. Gra­zie.

Vera                         - Credi che pensi a un'altra? Si sa­prebbe. Qui si sa tutto.

Angiola                    - Io non so quello che ha, ma quando è lontano da te, cambia.. Non riesco a capire perche. Sembra che abbia l'animo tormentato. Zitta, eccolo.

Fabio                        - (è comparso su la soglia. Porta un abito sportivo, stivaloni. È bello e gentile) Buonasera.

Vera                         - (andandgli incontro) Oh finalmen­te. Finalmente!

Fabio                        - (le prende la sinistra e glie la bacia. Ma Vera lo abbraccia tenendolo stretto a sé per un poco) Immaginavo che tu stessi in pensiero.

Vera                         - Tanto, tanto. Ma ora è passata.

Fabio                        - Ho dovuto vedere molte cose.

Vera                         - Va bene, caro, me ne parlerai.

Angiola                    - Ciao, Fabio.

Fabio                        - Buonasera, Angiola. Se permet­tete, vado a cambiarmi.

Vera                         - Va. Ti avranno già preparato il bagno.

Fabio                        - Credo di averne bisogno.

Vera                         - Hai preso molto sole? Sei rosso...

Fabio                        - Era meravigLoso. Ho passato una di quelle giornate che non si scordano per tutta la vita. Ho anche visitato il campo di aviazione.

Vera                         - E come?

Fabio                        - E’ lì, a due passi. Non hai un'idea, mamma, di quello che è un campo d'avia­zione: centinaia d'apparecchi. Mi sono fatto spiegare tutto. Un giorno bisognerà che ci venga anche tu.

Vera                         - Oh io!...

Fabio                        - No, no, ci devi venire. Vedrai. Te ne innamorerai.

Vera                         - Sarà difficile.

Angiola                    - Non hai mai volato, Fabio?

Fabio                        - (arrossendo) ... No.

Angiola                    - Davvero?

Vera                         - Come volevi che volasse? Io di montare lassù, per aria, non me la sento davvero, e allora lui...

Angiola                    - Io ho volato dieci volte. Pri­ma con un compagno di mio fratello Mario: è aviatore, lui: un asso. Mi ha fatto fare tante di quelle capriole! Poi, ho fatto dei viaggi lunghissimi. Sono andata perfino a Parigi.

 Fabio                       - Quanto ad acrobazie, oggi ne ho viste di quelle! C'era il tenente Anelli...

Angiola                    - Anelli?

Fatuo                        - Sì, Anelli. Uno dei nostri piloti , migliori.

Angiola                    - Ma è proprio con Anelli che io ho volato la prima volta.

Fabio                        - Tu hai volato con Anelli?!

Angiola                    - Sicuro. Ed è qui, a questo cam­po di aviazione?

Fabio                        - Ci ho parlato almeno per due ore. Un ragazzo straordinario.

Angiola                    - A chi lo dici. Avevo preso una mezza cotta, io.

Fabio                        - E’ stato lui che mi ha spiegato tut­to, che mi ha fatto vedere tutto.

Angiola                    - Dobbiamo andare a trovarlo.

Fabio                        - Inut.le. Verrà qui.

Angiola                    - Quando?

Fabio                        - Uno di questi giorni. Telefonerà. (Alla principessa:) Sai, ho dovuto invitarlo. Mi ha usato tante cortesie.

Vera                         - Ma certo. Hai fatto bene.

Angiola                    - E deve farmi volare. Un'altra volta.

Vera                         - Be', be', sarà meglio che tu vada,

Fabio                        - Il bagno ti si fredderà.

Fabio                        - E’ vero. Vado sùbito. Scusate. (Esce in fretta).

Vera                         - Per amor di Dio, non gli mettere in testa di volare.

Angiola                    - Adesso è diventata una cosa talmente sicura, talmente alla portata di tutti.

Vera                         - Sia pure, ma io a Fabio non lo permetterò mai.

Angiola                    - Perché?

Vera                         - Perché io ho il diritto di coman­dare, se non sbaglio, in casa mia. Perché io voglio così.

Angiola                    - Sta bene. Sta bene.

Vera                         - E tu avresti dovuto capirlo che questi argomenti non mi piacciono. Eppoi, cne idea quella di andargli a raccontare che anche tu hai volato.

Angiola                    - E’ vero.

Vera                         - Non dovevi dirlo.

Angiola                    - Non sapevo.

Vera                         - Queste cose si intuiscono. Quando ti ho chiamata qui, avevo uno scopo, è vero. E quando ho visto che Fabio non ti dispia­ceva, mi sono sentita allargare il cuore. Ma io voglio per lui una moglie che la pensi come me, una donna disposta a fare la no­stra vita. Chi non se la sente, può rinun­ciarvi fino da ora. Te lo dico prima, perché tu sappia bene quali sono le mie idee in pro­posito. Altrimenti, libera di tornartene a casa tua anche domani.

Angiola                    - (mortificata) Va bene. Scusa­mi, zia.

Vera                         - Io posso cedere su tutto, ma non su quello che è il mio diritto su la casa, sui miei. E mia figlio sarà un bambino anche quando avrà cinquant'anni, se io camperò ancora. Così era mio padre, così fu mia non­na. Nella nostra terra non si conoscono le abdicazioni, rammentatelo bene.

Angiola                    - Sì, zia.

Vera                         - Dunque, rifletti, rifletti lungamen­te prima di prcnJerc una decisione. Tu hai avuto una educazione moderna. E sta bene. Ciascuno educa i figli come crede meglio. Ma una volta entrata qui, te la devi scor­dare. Quando sarà il momento, quando ti sarai ben bene interrogata, potremo parlare.

Angiola                    - Ma inutile, zia. Fabio non pen­sa a me.

Vera                         - Fabio, ti ripeto, fa sempre quello che io voglio. Ma ora la parentesi è chiusa. E non creJerc che io sia cattiva come posso sembrare.

Angiola                    - Lo so, ma quasi non ti rico­noscevo più.

Vera                         - A volte ho un carattere duro, lo ammetto. Sono i miei momenti peggiori. Ma basta non toccarmi in quelle due o tre co­se e...

Il Colombi                - (ansando) È arrivata la si­gnora Loredan.

Vera                         - Già, mia sorella. Me n'ero quasi dimenticata.

Angiola                    - (Fa per andarle incontro).

Vera                         - Aspetta. Aspettate. VaJo avanti io. (Ma le trema un po' la voce, non sì capi­sce bene se dì commozione o dì dispetto, dì ansia o di timore. Intanto)

Anna                        - (è comparsa su la soglia. È una donna sciupata forse anzitempo: i capelli tin­ti d'un biondo corrusco, la faccia sfatta, gli occhi un po' febbricitanti. Veste un abito molto elegante e porta al collo delle volpi. Ma il vestito è verde, le volpi son rosse: in tutto quello che ha c'è qualcosa di eccessivo, di teatrale) Vera!(Si getta nelle braccia della sorella). Vera! Vera!(Porta un fazzo­letto agli occhi). Ah, Vera, tu sapessi!

Vera                         - Che cosa? (Rigida, osserva la so­rella).

Anna                        - Oh, è una storia troppo lunga. Ti racconterò. Ma prima di tutto fammi met­tere a sedere. Quel viaggio! Non veniva mai a fine. Poi a un tratto ho sentito la voce del mare, di questo bello Jonio e ho detto con un gran sospiro: Siamo arrivati. Che stanchezza. (Al professore, porgendogli una piccola borsa da viaggio) A voi. (A Vera) il nuovo maggiordomo?

Vera                         - Ma no: il professor Colombi» l'ex-pedagogo di Fabio.

Anna                        - È vero. Scusi, professore, lì per lì non l'avevo riconosciuto. Eppoi la mia vista, da un pezzo in qua... È strano. A volte, sai, ho come delle nuvole nere di­nanzi agli occhi. Cosa sarà?...(Ma non aspetta la risposta) Ah, scusi, professore, mi ridia la borsa. (// professore gliela porge pre­murosamente. Ella l'apre. Le sue mani tre­mano). Oh, è vero! Me n'ero dimenticata. Finite. Peccato.

Vera                         - Che cosa?

Anna                        - Le mie sigarette speciali, fatte da me, con una combinazione di tabacchi. (Sem­bra disperata). Ma pazienza. Qualcuno di voi ha delle sigarette?

Angiola                    - Eccole. (Prende una scatola su un tavolo).

Anna                        - Grazie. Chi è questa bella giovi­netta?

Vera                         - Mia nipote. La figlia di mia co­gnata Riveschi-Mancini. Ti ricorderai.

Anna                        - Tua cognata? Quella che le morì il marito in guerra?

Vera                         - Ma no: quella è Violante. Vio­lante di Cerra.

Anna                        - (cercando di ricordarsi) Ah, sì, mi pare... Ma sai, ho conosciuto tanta gente io, nella mia vita! Una bella bambina. (Ad Angiola che fa l'atto di volerle accendere la sigaretta) No no, che diamine. Ho ancora il mio accendisigari d'argento. (Dopo aver frugato un po', lo tira fuori dalla borsetta, lo accende. Ma non riesce a trovare la punta della sigaretta, tanto le sue mani tremano. Tutti osservano in silenzio. Angiola è ten­tata d'aiutarla; ma ella se ne accorge, la ferma con uno sguardo. Accende finalmente). E Fabio?

Vera                         - Verrà tra poco.

Anna                        - Ti trovo bene, sai, Vera?

Vera                         - Sì, grazie a Dio.

Anna                        - Sempre i tuoi begli occhi. E qua, il castello... Hai fatto dei cambiamenti, vedo.

Vera                         - Bisogna pure riportarsi ai tempi.

Anna                        - Come Verdi, quano scrisse il Pai-staff. Sempre andare coi tempi.

Vera                         - Vuoi salire a riposarti un po', nel tuo appartamento?

Anna                        - Oh no. Alzarsi, troppa fatica. La­sciami star qui. Si sta tanto bene.

Vera                         - Ma avrai forse appetito... Noi si cena tardi.

Anna                        - Appetito? No. È tanto che io non ho più appetito. Mangio, perché si de­ve. Tanto per stare in pic-nic. Se potessi, cre­di, ne farci a meno. Ma, ho sete, invece.

Angiola                    - Un'aranciata? Una limonata?

Anna                        - (ridendo: una risata gutturale, aspra) No no, per carità. Niente porche­rie. Un buon cocktail, quello sì, se ce.

Vera                         - C'è dell anisette, del cognac, del fernet: altri liquori, no. Noi non ne bevia­mo mai.

Anna                        - Davvero? Il tuo ragazzo non si fa mai dei cocktails? Ma allora vivete come il? un monastero, qua. Per favore, profes­sore: nel mio baule c’è un piccolo scompar­timento: una specie di bar... Eccole le chiavi. (Le cerca). Ma che dico, una specie! Un vero e proprio bar... (A Vera) Sorridi?

Vera                         - (serta) No, non sorrido.

Anna                        - Ma scusa, è naturale. Oggi tutti quelli che posseggono una casa si fanno fare un bar... Io una casa non l'ho mai avuta, sono stala sempre come una pelle­grina: la Pellegrina Appassionata, dicevano i giornali, e cosi il bar lo tengo in un baule. Ti pare? (Ma Vera non risponde) Che fai? Che guardi?

Vera                         - Nulla.

Anna                        - Mi pareva. Sai, per viaggio mi son messa questo vestito. Si capisce, per viag­gio. Ma vedo che qua state su lo chic, e domani... Ma stasera no. Scusami, ma sta­sera non mi cambio. Sono troppo stanca. Se a tavola mi ci vuoi, devi prendermi così.

Vera                         - Figurati. Non è il caso di far complimenti.

Angiola                    - Dove canterà, signora, la pros­sima stagione?

Anna                        - (la guarda stupita. Crede che la fanciulla abbia voluto scherzare. Ma si con­vince subito che non è così) Non canto. In nessun posto.

Angiola                    - (umiliata dal tono) Ah.

Anna                        - (un po' raddolcita, alla sorella) Ma come, non sai? Non sapete?

Vera                         - No. Che cosa?

Anna                        - Ah, straordinaria. Ma se Io sanno tutti!

Vera                         - Che vuoi, io vivo qua, talmente isolata.

Anna                        - È vero.

Bernardo                  - (entra con un vassoio colmo di bicchieri, di bottiglie di liquori esteri, uno « shaker » d'argento).

Anna                        - (rallegrata a un tratto come un bam­bino alla vista di un giocattolo) Oh!(Vedendo comparire II Colombi) Bravo profes­sore! Ha trovato tutto.

Il Colombi                - Eccole le chiavi.

Anna                        - Grazie. (Come se non sentisse più la stanchezza, si è alzata, quasi si è preci­pitata verso il tavolo: si è messa subito a preparare la miscela). Vi farò sentire io. Cocktails come quelli di mia fabbricazione non ne avete mai bevuti in vita vostra.

Vira                          - (a Bernardo) Il signorino non è ancora pronto?

Bernardo                  - Non ancora, eccellenza.

Vera                         - Ditegli di sbrigarsi.

Bernardo                  - Benissimo, eccellenza.

Anna                        - Ecco fatto. Si agita così: forte forte... E il cocktail è pronto. (A Bernardo) Sentite, voi...

Bernardo                  - (che si era incamminato per uscire, si volge) Comandi.

Anna                        - Versate.

Bernardo                  - (riempie i bicchieri, li passa ai personaggi). Vera porta il bicchiere alla bocca, ma ri­trae subito le labbra, come l'avessero scotta­ta) Mio Dio! Ma è imbevibile.

Anna                        - Come?

Vera                         - È fuoco liquido.

Anna                        - Naturalmente. Non è mica acqua minerale. (Vuota d'un fiato tutto il bicchiere) Eccellente. (A Bernardo) Un altro. (Bernar­do eseguisce, quindi esce). E lei cosa ne pensa, professore?

Il Colombi                - Certo... facendoci l'abitudi­ne... non duo... (Tanto per non sembrare scortese, ritenta; ma il liquido gli va a tra­verso: ha uno scoppio di tosse).

Anna                        - (riaenuo con la sua voce un po' aspra) Ah! Ah! Ah! Come siete ridicoli, tutti quanti! Sapete che siete indietro di cento anni quaggiù?

Vira                          - Non vorrai dirmi che il progresso consista in questo.

Anna                        - Intanto alla stazione è venuta a prendermi una pariglia. Non dko mica, una pariglia meravigliosa, come se ne vedevano quand'ero ragazzina trottare pel Corso, a Milano. Ma insomma, sempre una pariglia. Credevo che non si usassero più, in nessun luogo... Guarda. (Accenna Angiola) Questa e una ragazza moderna. Si capisce subito, abituata agli usi della società. Ha vuotato il suo bravo bicchiere senza far tanti discorsi. E scommetto... (Ma i suoi occhi si sono in­cantati, la parola le si è troncata su le labbra).

Fabio                        - (è comparso su la soglia, in abito da sera).

Anna                        - Fabio! Quello e Fabio?

Fabio                        - (resta interdetto).

Anna                        - Bravo. Hai mantenuto quello che promettevi. Vieni qua.

Fabio                        - (le si avvicina. Le bacia la mano).

Anna                        - Bel figliuolo. Ah, mi dispiace dir­telo, cara Vera, ma questo te ne farà vede­re delle belle!(È un po' eccitata dai liquori, si capisce) Te ne farà vedere delle belle, se fai tanto di lasciargli correre la cavallina. Se lo ruberanno, se lo ruberanno, credi: letteralmente. Io le conosco. Ah, caro. Dio ti benedica. La vita è fatta per te. Questa profezia non deve dispiacerti, del resto. È tutto quello che desidera un giovane della tua età. (Gli dà un buffetto su una guancia).

Vera                         - Non soltanto questo.

Anna                        - Ma sì, ma sì, soltanto questo... Il resto, cosa conta? Il resto non conta as­solutamente nulla. Tutta ipocrisia. La vita, caro mio, una volta sola. Si tratta di non lasciarsela sfuggire. Di non buttarne via neanche una briciola. Il segreto è tutto qui. Neanche una briciola, capito, giovanotto? Quello che è lasciato è perduto per sempre. Non si ritrova più... (Con angoscia) Più, più! Neanche la voce si ritrova più, quan­do è perduta.

 Vera                        - Hai perduto la voce?

Anna                        - Ma come, non lo sapevi? Se è il segreto di Pulcinella. L'hanno stampato per­fino in America. (Porge il bicchierino) An­cora. (Il Colombi si affretta a versare).

Vera                         - Oh non mi meraviglio.

Anna                        - Per questi? No, non sono stati questi, e nemmeno queste       - (indica la siga­retta). Ho cominciato dopo, dopo... Ma in qualche modo bisogna scacciare le brutte idee, no?

Vera                         - E allora, come è stato?

Anna                        - Non ti è mai successo di uscire, dimenticando qualcosa? Che so, l'orologio, la borsetta? Ebbene, una sera, quando sono stata in teatro, mi. sono accorta d'aver di­menticato la voce. Una cosa da nulla. Tre operazioni, così per ridere. Tre operazioni, per ritrovarla. Quattroccntomila lire d'ope­razioni... Più mezzo milione di debiti vecchi... Un bel bilancio al termine d'una car­riera. Un bel bilancio davvero.

Vera                         - Ma se tu avessi più cura; se, per esempio, tu fumassi di meno...

Anna                        - E bevessi di meno, eh?... Tutto inutile. Tutto inutile. Ed era la più bella voce del mondo.

Il Colombi                - Oh sì.

Anna                        - Mi ha sentito, lei, professore? Mi ha sentito davvero? E allora dica, dica lei.

Il Colombi                - Molte volte. Anche ultima­mente alla radio, nella Carmen.

Anna                        - La radio. Una mistificazione. Era­no dei dischi o qualcosa di simile. Allora la mia voce se n'era bcll'c andata, ed io la stavo ricercando nelle cliniche di Parigi, di Berlino, di Nuova York... Ma ho voluto sentirmi, lo stesso... Si ricorda, eh, quel punto della habanera... quel punto che fa­ceva venir giù il teatro, quando... (Accenna un'aria: una voce pietosa, aspra, impastata) Sente? Nemmeno accennare un'aria posso più. Non è atroce? Non è una cosa atro­ce?... [Piange. Un pianto d'ubriaca, nel si­lenzio di tutti).

Bernardo                  - (entrando, annuncia) La si­gnora principesa è servita.

Vera                         - (agli altri) Andate voi. Comincia­te pure. Veniamo subito. (Angiola, Il Co­lombi, Fabio escono in silenzio, seguiti da Bernardo. Vera va a chiudere la porta) Anna.

Anna                        - (non risponde).

Vera                         - Anna, e terribile!

Anna                        - (alzando gli^ìcchi) Terribile?

Vera                         - Eppoi dinanzi a quella gente che conosci appena. C'erano degli estranei.

Anna                        - Ti ho fatto fare una cattiva fi­gura?

Vera                         - No. Cosa dici? Ma forse sarebbe bene che tu ti contenessi un po' di più. Parlo per te, s'intende.

Anna                        - Oh, già. Naturalmente.

Vera                         - Sai bene che se io posso aiutarti... Infine credo che tu sia venuta per que­sto, no?

Anna                        - Ecco. Tu vai subito a pensare che io sia venuta a chiederti la carità. Ebbene, ti sbagli. Grazie a Dio, non sono ancora a questo punto.

Vera                         - Ma sì, Io credo. Chi ha parlato di questo? D'altronde l'aiuto di una sorel­la non è mai la carità.

Anna                        - Non siamo sorelle, noi.

Vera                         - Ma sì che lo siamo.

 Anna                       - Tu ti vergogni di me. Dunque non siamo sorelle.

Vera                         - Vergognarmi? Di una donna... celebre?

Anna                        - Ero. Ora sono una stracciona. Niente di più. Di un po' decente non ho che qualche vestito. Gli ultimi resti. Poi degli stracci. Poi, il bar. Già, il bar. Mi hanno portato via tutto. Ma la carità non la voglio. Non sono venuta per questo. So­no venuta, perché a un certo momento ho sentito un vuoto, un tale vuoto... E allora ho pensato a te.

Vera                         - Ed io te ne son grata.

Anna                        - A parole. Come se non lo vedessi. Come se non lo capissi. A parole. Non credere perché faccio fatica a parlare che io non abbia tutta la mia lucidità. Anzi, e proprio in questi momenti che la mia luci-dita è maggiore e che nulla riesce a ingan­narmi. Ebbene, ti dispiace che io sia venuta. Non so cosa avresti dato poco fa perché io fossi a mille leghe... E forse, avevi ragione. Mi sarei dovuta contenere; non ci sono riu­scita. Non ci riesco mai. C'è qualche cosa che non va qui. (Si tocca la fronte) Qual­cosa che non va più. A volte ci si aprono dei baratri. E allora mi sento come svuotare la mente... Ma tu non puoi capire. Tu sei felice qui.

Vera                         - felice, io?

Anna                        - Che ti manca? Sei ricca, dicono che tu sia ricca in un modo incredibile...

Vera                         - È vero. E con ciò?

Anna                        - Dici poco? Ma tutto il segreto è lì.

Vera                         - La ricchezza! L'avrei data mille volte per...

Anna                        - Ci pensi ancora?

Vera                         - Tutta la vita non ho pensato che a questo, non penserò che a questo.

Anna                        - E un amore può durare tutta la vita così?

Vera                         - Lo vedi, se può durare.

Anna                        - Ma intanto hai Fabio.

Vera                         - Se no, guai.

Anna                        - Com'è bello!

Vera                         - È meraviglioso, lo so.

Anna                        - E ti vuol bene?

Vera                         - Non vive che per me.

Anna                        - Per quanto non sia tuo figlio?

Vera                         - Che importa? Lo presi a un an­no. È come se fosse mio figlio. È il mio ere­de. L'erede dei principi di Capodimontc. Non solo; ma è l'erede anche di qualcosa di più: di rutto quello che io gli ho infuso in tanti anni. È una cosa mia, una creatura mia, fatta da me.

Anna                        - Dunque hai sempre vissuto per lui?

Vera                         - Esclusivamente.

Anna                        - Senza mai desiderare altro?

Vera                         - Mai.

Anna                        - Beata te. Tu non provi questa inquietudine che provo io, sempre, questa imnossibilità di rimaner ferma in un luoco, di affezionarmi alle persone, alle cose... Ah, è triste! Quando si è piovani, questo anzi è bello... Ma quando si è ridotti degli stracci, come me!

Vera                         - Non devi parlare così.

Anna                        - Stracci, stracci.

Vera                         - Basterebbe volere.

Anna                        - Volere?

Vera                         - Contenersi.

Anna                        - Perché?

Vera                         - Ma... per sé, per la propria di­gnità.

 Anna                       - Che cos'è la dignità? Chi se ne ricorda poi, della dignità che hai avuto, delle tue rinunce, quando sei là sotto?

Vera                         - Infine, mi sembra che questa vita non possa darti una gran gioia.

Anna                        - Una gran gioia. Ma cosa dici? Là, non c'è più tutta quella gente ad ap­plaudirmi. E quella era la vera gioia per me. Altre non ne ho provate. O meglio, sì. Dopo l'arte, l'amore. Tanto che non riesco a capire come per tanti anni tu abbia po­tuto vivere senza amore.

Vera                         - E lo chiami vivere senza amore vivere soltanto di una memoria, per una memoria? Nessuno al mondo forse e vissu­to d'amore più di me.

Anna                        - No. L'amore è un'altra cosa. Il tuo e un sentimento così fuori della vita, così raro.

Vera                         - Raro, forse, lo ammetto. Ma che vuoi, ciascuno è fatto a suo modo.

Anna                        - Io... la cosa che mi affligge di più è invece il pensiero che ormai… Sai che a volte ho quasi la sensazione del tempo che mi corre su la carne, consumandola, prendendosene ogni momento un poco di più. Certo, quando ancora avevo la mia voce e mi presentavo sul palcoscenico, in quei bei costumi... È dell'altr'anno la mia grande passione. Senti.

Vera                         - No. Son cose che bisogna tenersi per sé.

Anna                        - Hai ritirato la mano. Ti offendo­no, vero?

Vera                         - Un po' sì. Lo confesso.

Anna                        - Lo so. La mia vita ti ha sempre offesa. Ti offendeva perfino che io fossi una donna celebre. Qualche altra ne sarebbe sta­to orgogliosa. Tu non hai mai (letto a nes­suno: è mia sorella. Nei giorni dei miei più bei trionfi, mai che mi sia venuta una pa­rola da te. E ti giuro che l'aspettavo, che molte volte l'ho aspettata, quasi con ansia. Nulla, invece. Nulla. Come se tu ne sof­frissi. Per questo ho tanto esitato a correre da te. Ma dimmi un po', chi nel mio caso non avrebbe pensato subito a rifugiarsi dal­la sua sorella? No, ho dovuto aver fame...

Vera                         - Anna!

Anna                        - Pazienza. È venuta fuori da sé la brutta parola. Chi vuoi che mi dia da mangiare ora? Neanche in un caffè con­certo di quint'ordine, a cantare le canzo­nette napoletane, mi vorrebbero ormai... Eh, sì, mia cara. Mi sono abituata a saltare i pasti. Disgraziatamente però il nostro orga­nismo è costruito in maniera tale che tutti non si possono saltare.

Vera                         - Perché non mi hai scritto?

Anna                        - Ma sì, te l'ho detto. Non è mica perché avevo fame che son venuta qui, ma perché ho sentito un gran bisogno di qual­cuno che... Oh, è quasi stupido doverlo confessare.

Vera                         - No.

Anna                        - Davvero, Vera?

Vera                         - Ma sì.

Anna                        - Non mi cacci via?

Vera                         - Come hai potuto pensarlo?

Anna                        - Guarda: durante tutto il viaggio continuavo a ripetermi: Se la sua acco­glienza non mi persuade, me ne riparto la notte stessa. E l'avrei fatto, credi. Per quan­to mi senta così stanca.

Vera                         - Avresti fatto male.

Anna                        - Lo dici forse perché mi vedi a ter­ra. Mi porgi la mano come la porgeresti al primo accattone che ti chiedesse di fargli at­traversare la strada.

Vera                         - Ancora!

Anna                        - Se fosse così, guarda, preferisco che tu mi dia un po' di soldi, quello che credi, e tu mi dica francamente: Vattene, non farti veder più. Se devi farlo per ob­bligo, e meglio che tu mi parli così.

Vera                         - No.

 Anna                       - Avresti ragione, del resto. Mi sen­to così miserabile, a volte.

Vera                         - Ti ripeto di no. Qui c'è posto an­che per te.

Anna                        - E allora... dammi un bacio, Vera. Qrando sono entrata, dianzi, io ti ho ba­ciata; ma tu, no. Dammi un bacio. Quando si comincia a invecchiare si diventa un po’ come i bambini. Dammi un bacio.

Vera                         - (facendosi forza) Ma certo, cara. (La bacia).

 Fabio                       - (aprendo la porta) Oh venivo a vedere...

Vera                         - La zia sta meglio ora. Veniamo. Non è vero che ora possiamo andare a ta­vola?

Anna                        - (con gli occhi lucidi) Sì. (Mette un braccio intorno alla vita della sorella; altrettanto fa Vera con Anna. S'incammi­nano per uscire).

CALA LA TELA

ATTO SECONDO

La stessa scena. Pomeriggio. Angiola (seduta sul bracciolo di una pol­trona è intenta a sfogliare una rivista).

Il Colombi                - (entrando) Scusi, signorina; ha visto il Daily Thelegraphì

Angiola                    - Il Daily Thelegraphì No. Perché?

Il Colombi                - Pare impossibile. Da che la signora Loredan è qui, il Daily Thelegraph sparisce sempre e non si riesce mai a tro­varlo.

Angiola                    - Be', legga un altro giornale. Ce ne son tanti.

Il Colombi                - Sicuro che leggo anche gli altri. Quando posso trovarli, però. È una manìa, una vera manìa quella della signora Loredan: prendersi i giornali e lasciarli nei luoghi più impensati. Sa dove trovai il Temps l'altro giorno? In fondo al parco, tutto bagnato di pioggia. Ora, se la signora Loredan i giornali li leggesse, pazienza; uno direbbe: li legge, ne ha diritto anche lei. No, li sfoglia così, per vedere gli annun­ci degli specialisti delle malattie della gola. Creda, signorina Angiola, da che è arrivata la signora Loredan, io sono disperato, vera­mente disperato. Prima, si ricorda che vita tranquilla?

Angiola                    - Già.

Il Colombi                - E per uno studioso la tran­quillità è tutto. Ora, la rivoluzione, sempre. Non si sa più a che ora si va a tavola, a che ora si finisce. O mi dica un pò*. Perché, per esempio, non deve esser mai puntuale ai pasti. Perché?

Angiola                    - È una donna fatta così. Gli artisti, sa bene...

Il Colombi                - Gli artisti, gli artisti... Pri­ma di tutto ora non canta più. Non ha nemmeno quella scusa.

Angiola                    - Ma, se non mi sbaglio, prima lei la pensava diversamente.

Il Colombi                - Può darsi. Ma cosa vuol far­ci? Si cambia.

Fabio                        - Ciao, Angiola. Hai visto la zia?

Angiola                    - Ecco uno che non la pensa co­me lei, professore. Lui senza la zia non ci può stare nemmeno cinque minuti.

Fabio                        - Naturalmente. È una donna pia­cevolissima. Non trovi?

Angiola                    - Quando non ha bevuto, forse...

Fabio                        - Che c'entra. Con quel sistema nervoso basta nulla. Eppoi, siamo giusti, ora non beve quasi più. Non ti sei fatta mai raccontare la sua vita?

Angiola                    - Ah no, se Dio vuole. Le sto­rie pornografich. non mi piacciono.

Fabio                        - Che stupida! Una vita interessan­tissima: per quanto ha dovuto lottare sui primi tempi, per tutte le gelosie che ha sca­tenato; e i primi successi finalmente. Da per­derci delle ore.

Angiola                    - E infatti me ne accorgo che ce ne perdi parecchie. Non è vero, professore ?

Il Colombi                - (alzando gli occhi dai gior­nale) Come? Io veramente... non so... Ma veramente io non ho mai...

Angiola                    - (ridendo) Eh, già! Lei non sa mai nulla... Ma a volte ci sono in giro cer­te donne pericolosissime.

 Fabio                       - Ma che sei diventata matta? (Ride).

Angiola                    - Hanno certe arti, sai, quelle.

Fabio                        - Poveretta.

Angiola                    - Già. Si comincia sempre dalla compassione.

Fabio                        - Vuoi finirla?

Angiola                    - Non ho ragione forse, profes­sore ?

Il Colombi                - (che era tornato ad immer­gersi nella lettura del giornale) Come? Cosa ?

Angiola                    - Dica anche lei il suo parere.

Il Colombi                - Su che cosa? Non so. Non
capisco.             

Angiola                    - Ah già, la politica estera. Ma perché, poi, si occupa di politica estera quaggiù, fl'ori del mondo? Leggere tutti quei giornali: che disdicono oggi quello che hanno affermato ieri...

Il Colombi                - I giornali di oggi sono la storia di domani.

Angiola                    - Allora, buon divertimento.

Il Colombi                - Io non capisco, contessina. Non capisco davvero.

Angiola                    - Cosa non capisce?

Il Colombi                - Non capisco come si possa parlare leggermente di cose tanto serie. Ecco quello che non capisco. (Raccoglie quanti giornali può, li tiene stretti al petto, quasi con amore) Ma quando il mondo si mette a camminare alla rovescia, è inutile... (Esce).

Fabio                        - Poveruomo. L'hai offeso. Sai che sei malignctta, a volte?

Angiola                    - E quello se le meritava meno di tutti le mie malignità. Certo meno del­la Loredan.

Fabio                        - E dagliela! Pagherei a sapere cosa ti ha fatto quella povera donna.

Angiola                    - A me nulla. Ma agli altri, non so se mi spiego.

Fabio                        - Ha fatto la sua rovina.

Angiola                    - Sai, io, se fossi in te, farei un bell'altarino e ce la metterei sopra.

Fabio                        - Sciocchezze. Ti assicuro che, se invece dì sfuggirla, come fai tu, ci stessi un po' più insieme...

Angiola                    - Come fai tu.

Fabio                        - Ti ricrederesti. Dopo un'ora ti pare d'averla sempre conosciuta. Dà un tale senso di cordialità!

Angiola                    - Sarà benissimo. Ma a me quel­l'effetto non me lo fa. Forse non sente il bisogno d'entrare in confidenza con me.

Fabio                        - Va bene. Come vuoi... (Silenzio) Ho avuto una telefonata dal tenente Anelli. Dice che quando vogliamo andare al campo...

Angiola                    - Per quello che me ne importa!

Fabio                        - To', avevo avuto l'impressione del contrario.

Angiola                    - Guai a giudicare dalle impres­sioni.

Fabio                        - Dio, come sei sentenziosa, oggi. (Risolutamente) E allora, giacché ti trovi in uno stato d'animo propizio, mi pare, vo­gliamo parlarci a cuore aperto?

Angiola                    - Figurati.

Fabio                        - Di' la verità, sembra assurdo an­che a te, non è vero, il disegno della mamma?

Angiola                    - Quello di sposarci?

 Fabio                       - Ecco. Mettiamoci d'accordo fra noi due e facciamole capire...

Angiola                    - Ma con piacere.

Fabio                        - Del resto, chi sa se io mi sposerò mai. Restiamo buoni amici. Vuoi?

Angiola                    - Amici? Fra qualche giorno io me ne torno a Roma, tu resti qui...

Fabio                        - Già già: io resto qui.

Angiola                    - E allora... cosa vuol dire: re­stiamo amici? Le solite frasi fatte. Sei inna­morato di qualche altra?

Fabio                        - Io?

Angiola                    - Qualche ragazza di qui?

Fabio                        - Dio ne scampi e liberi.

Angiola                    - Di chi, allora?

Fabio                        - Di nessuno. Se non sono stato mai innamorato, io!

Angiola                    - Eppure quando sono arrivata mi pareva che tu ci stessi volentieri con me.

Fabio                        - Che discorsi! Ma anche ora! Sei molto carina, molto elegante, monti bene a

cavallo...

Angiola                    - Che donna ti piacerebbe?

Fabio                        - Ci credi che non lo so? La don­na non m'interessa come problema, m'inte­ressa soltanto dal lato fisico; ma quello si risolve così presto.

Angiola                    - Quando si risolve.

Fabio                        - Più spesso che tu non pensi.

Angiola                    - Vanesio, eh, il signorino?

Fabio                        - Non parlo per me. Così, in ge­nerale.

Angiola                    - E la pensano tutti come te, i tuoi amici?

Fabio                        - Che amici? Io non ne ho mai avuti. Ma credo che la maggior parte dei giovani oggi la pensino press'a poco così.

Angiola                    - Ah no! E ammetterai che un poco me ne intenda anch'io.

Fabio                        - Certo.

Angiola                    - Tu dici che il problema don­na, essendo troppo facile da risolvere, non interessa più.

Fabio                        - Non ho detto più.

Angiola                    - Be'... meno. Che v'interessa, allora?

Fabio                        - Forse tentare, conquistare qual­cosa di più difficile.

Angiola                    - Ah. Ma non te, in ogni caso. Tu vivi felice e beato qui, di quello che hai.

Fabio                        - Oh sì. Infatti.

Angiola                    - E allora ti prenderemo come fenomeno, come caso clinico: un giovinotto, poverino, al quale non piacciono le donne. (Ride) A meno che non gli piacciano quel­le che portano con sé « il profumo dell'av­ventura » come si legge in certi romanzi di quart'ordine. Ah! Ah! Ah! Non farmi ri­dere. Ma sei addietro di vent'anni almeno, caro il mio ragazzo...

Fabio                        - Come non hai capito nulla!

Angiola                    - Ho capito anche troppo. A pro­posito, dianzi ti cercava.

Fabio                        - Chi?

Angiola                    - La tua Cleopatra in ritiro. Sentivo che ti chiamava di giù. Dal giar­dino. Faaaabio! Faaaabio!

Fabio                        - Sì? E allora vado. Ma non pen­sar troppo male.

Angiola                    - Macché! Ciao, piccolo. E che buon prò ti faccia. (Ella lo guarda uscire. Poi dà una scrollata di spalle, e sorride, ma è come se piangesse. Entra la Principessa). Oh, zia. Giusto ti cercavo.

Vera                         - Che vuoi, cara?

Angiola                    - Dirti che... me ne vado.

Vera                         - Così, a un tratto?

Angiola                    - Ormai...

Vera                         - Ormai?

Angiola                    - Che ci sto a fare?

Vera                         - Sei poco gentile.

Angiola                    - Lo so. Ma non lo dico per te. Ci siamo spiegati. Avevo ragione io.

Vera                         - Non ti avevo detto di lasciar fa­re a me?

Angiola                    - Ti prego. Mi ripugna soltanto a pensarci. Ma ti pare davvero che io pren­derei uno che mi sposa soltanto perché vi è obbligato?

Vera                         - Man mano che ti conoscerà meglio.

Angiola                    - Quello? Per carità! Sai cosa mi ha detto? Che non è mai stato innamorato.

Vera                         - Ah, questo lo sapevo. (Non può nascondere un sorriso).

Angiola                    - E sembra che non ti dispiaccia...

Vera                         - In certo senso, no. Vuol dire che finora io gli sono bastata. Sai, quando un ragazzo vuol bene a un'altra donna, vuol sempre un po' meno bene alla mamma.

Angiola                    - Ah!

Vera                         - Capisco il tuo dispetto. Ti ha of­fesa.

Angiola                    - No. Mi ha parlato con tanta ingenuità, che non ho potuto neanche of­fendermi. È un bravo figliuolo.

Vera                         - Vuoi che non lo sappia?

Angiola                    - Attenta allora che non te lo sciupino.

Vera                         - Chi?

Angiola                    - Ma! Quella Loredan, per esem­pio, quella creatura del diavolo... Non vedi come stanno sempre insieme, appiccicati?

Vera                         - Oh! Ti pare che una donna or­mai...

Angiola                    - Ma se ne sci persuasa tu più di me!

Vera                         - Io?

Angiola                    - Sì. Ed hai paura. Hai paura. Lo vedrebbe anche un cicco. Hai paura. Come me, del resto.

Vera                         - Ma cosa dici?

Angiola                    - Non te l'ho mai confessato, ma tu devi averlo capito. Io faccio finta di nulla, perché, tanto, è inutile; ma io gli voglio bene. Gliene ho voluto subito. E gliene vorrò sempre, anche se a me non ci pensa. Ma non importa. Ti dico, lo stesso: sta attenta a quella donna.

Vera                         - Quella donna è mia sorella.

Angiola                    - (alzando le spalle) Oh!(Un breve silenzio).

Vera                         - Cosa dovrei fare, secondo te?

Angiola                    - Mandala via. Dalle dei quat­trini; ma che se ne vada subito.

Vera                         - Non posso.

Angiola                    - Trova una scusa. Parti tu. Porta via Fabio. Del resto tu non le vuoi bene. La sopporti, perché credi che sia tuo dovere. Se no, a quest'ora l'avresti già man­data via.

Vera                         - (passandosi una mano su la fronte) Sta zitta, sta zitta per carità.

Angiola                    - Non dico altro.

Vera                         - Ma cosa ti fa credere...?

Angiola                    - Nulla e tutto. Non so. Son cose che si sentono.

 Vera                        - Anch'io, anch'io così. L'ho senti­to appena ho ricevuto quel telegramma. Co­me quando fuggì la mamma, come quando mi morì Lamberto.

Angiola                    - Lo vedi?

Vera                         - Se non penso ad altro, da che è arrivata: trovare il modo di mandarla via. Non riesco più a dormire. Son certa che mi farà del male. Non so ancora come, ma son certa che mi farà del male.

Angiola                    - Come, io lo so.

Vera                         - Oh, fino a questo punto, no!

Angiola                    - Sì. E con quelle, sai, e impos­sibile combattere. Mandala via subito.

Vera                         - Se potessi!

Angiola                    - Trova un pretesto. È facile. Appena ti capita, coglilo a volo.

Vera                         - Sentili. Salgono. Anche un mo­mento fa ridevano. Ascoltavi tu?

Angiola                    - Sì.

Vera                         - Pagherei a sapere cosa gli dice.

Angiola                    - Gli racconta questo, gli rac­conta quello: gli parla di tutta la gente che ha conosciuto.

Vera                         - Senti che risa sguaiate.

Anciola                     - E lui, macché! Con nessuno sta tanto volentieri.

Vera                         - Salgono. (Si sentono infatti avvicinarsi le voci di Fabio e di Anna. La voce di Fabio è alta, allegra. Vera e Angiola, vicine, un po' ver­so il fondo, aspettano).

Anna                        - (entrando) Ma questo è mancare di rispetto bello e buono. Ha voluto farmi fare la scalea del parco tutta d'un fiato. Non ne posso più. E ha detto: se svieni, zia, ti por­to in braccio. Son cose che si fanno? E al­lora mi ha obbligata a correre come una di­sperata. Questo, secondo lui, si chiama alle­narsi. Come se io dovessi partecipare a una gara. Te la immagini Anna Loredan vinci­trice di qualche coppa a una gara di corsa?... Che sete! Mi ci vuole un bel cocktail dei miei.

Fabio                        - No. Niente cocktails. Fanno male. Non e vero, mamma? Le daremo invece una buona limonata.

Anna                        - In questa casa, la prima cosa che ti offrono e una limonata.

Fabio                        - (alla porta) Bernardo, una limona­ta in gelo, subito.

Anna                        - Sai che è un bel prepotente? Biso­gna fare quel che vuol lui. Non c'è verso. Figurati che s'è messo in mente di... di... come dire?, di rigenerarmi. Lui! Alla mia età!

Fabio                        - Tutto perché l'ho pregata di fu­mare di meno.

Anna                        - Siccome gli ho detto che, volendo, potrei ritrovare la mia voce...

Fabio                        - Oh, ecco la limonata.

Bernardo                  - (è entrato). (Versa la limonata ad Anna. Quindi esce di nuovo).

Fabio                        - Le hanno scritto che un grande professore tedesco...

Anna                        - Tutte storie. Mi hanno già fatto buttar via tanti di quei soldi! Eppoi? Con quale risultato?

Fabio                        - Infine non si tratta che di qualche migliaio di lire.

Anna                        - Ma neanche dieci centesimi ci but­terei.

Vera                         - Hai torto.

Anna                        - Ormai!

Vera                         - Ripeto che se c'è questa speranza, hai torto,

 Anna                       - Ma dove vai con la mente, Vera? Ci vogliono, nientemeno, cinquantamila lire.

Vera                         - Eh, non saranno la morte di nes­suno. Se si tratta di una  cosa seria.

Fabio                        - Ma sì. Ho letto la lettera io. Danno tutte le spiegazioni. Quei professore ha fatto miracoli.

Vera                         - E allora, sarebbe sciocco non ten­tare.

Anna                        - Macché! Figurati che bisognerebbe partire immediatamente, perché il professore quest'altro mese deve tornare in America.

Vera                         - Ebbene? Cosa te lo impedisce?

Anna                        - Ma...

Vera                         - Schiocchczze. Non aver nessuna preoccupazione.

Anna                        - Come? Vorresti pensarci tu?

Vera                         - Chiunque al mio posto farebbe al­trettanto. Tu stessa, credo.

Anna                        - Naturalmente.

Vera                         - E dunque?... Ma bisognerebbe, piuttosto, telefonare subito a Berlino. Per sa­pere qualcosa di preciso. Lascia fare, ci pen­so io. E intanto vado a dare disposizioni al­l'intendente. Giusto deve andare in città. Angiola, vuoi chiamare tu, Berlino?

Angiola                    - Volentieri, ma...

Anna                        - L'indirizzo? Forse ho qui la lette­ra. (La cerca in seno) Dove l'ho messa? Ah, eccola. (Porge una busta ad Angiola).

Angiola                    - Vado (esce).

Vera                         - Così sapremo quando esattamente devi trovarti là. Va bene?

Anna                        - Benissimo. Grazie.

Vera                         - Vado a dare quelle disposizioni

(Esce).

Fabio                        - (dopo un silenzio) Non sei con­tenta?

Anna                        - Mah!

Fabio                        - Anna Loredan. Tutti i teatri. Tut­ti i giornali. Anna Loredan.

Anna                        - Ma che Anna Loredan! Quattrini sprecati. Io non sarò più Anna Loredan.

Fabio                        - In tutte le cose ci vuole un mini­mo di fede.

Anna                        - Fede? È tanto che l'ho perduta. (Dopo un momento) Peccato!

Fabio                        - Perché, peccato?

Anna                        - Ho passato dei bei giorni qui.

F'abio                       - Tornerai.

Anna                        - (con un gesto) Oh!

Fabio                        - Che pensieri lugubri.

Anna                        - Non perché tlebba morire così presto; ma perché ormai...

Fabio                        - Non ti si vuol bene abbastanza, qui?

Anna                        - Al contrario.

Fabio                        - Hai visto la mamma? Appena ho detto...

Anna                        - Ho visto, ho visto.

Fabio                        - Certo, quando te ne sarai andata tu, qui si ricadrà nella solita, monotonia...

Anna                        - Nella solita pace, vuoi dire. Ve la invidio.

Fabio                        - Già. Nella solita pace.

Anna                        - Che io non troverò mai. Sono co­sì stanca di tutto. Dammi una sigaretta.

Fabio                        - No.

Anna                        - Dammi una sigaretta.

Fabio                        - Anna Loredan.

Anna                        - Macché, finiscila. Dammi una si­garetta. Tanto, sarò sempre sfiatata ormai.

Fabio                        - (le porge la scatola). (Accende).

Anna                        - (aspirando il fumo) Mi fanno ridere quando a un moribondo proibiscono que­sto, proibiscono quello. Ma che gli diano tutto quello che vuole, prima che chiuda gli occhi.

Fabio                        - L'hai sempre pensata a questo modo, anche quando eri...

Anna                        - E dillo: quando ero giovane? No: allora ho fatto tanti di quei sacrifici! Ma ero giovane. Eh, si sa soltanto dopo cosa vuol dire esser giovani. (Lo guarda)

Fabio                        - Come me, vero?

Anna                        - Sicuro. Come te.

Fabio                        - Dunque, mi credi contento?

Anna                        - Certo.

Fabio                        - E allora, debbo esser proprio un grande imbecille.

Anna                        - Perché?

Fabio                        - Perché credevo che, almeno tu, mi avresti capito.

Anna                        - C'era qualche cosa da capire?

Fabio                        - (ironico) No. Nulla.

Anna                        - Amore?

Faeio                        - Voi donne con la mente andate subito a quello.

Anna                        - Ah no? Credevo che quella ra­gazza...

Fabio                        - Non mi fa né caldo né freddo.

Anna                        - È carina.

Fabio                        - Sì. Elefante, truccata, sportiva. Come le altre. Hai notato che tendon tutte a somigliarsi? A farsi la stessa maschera?

Anna                        - Però è innamorata di te.

Fabio                        - Può darsi, ma io no. Cosa vuoi, abbiamo fatto i bagni insieme, non c'è più nulla da scoprire. Ma, per esempio, quello che si prova a cinquemila metri, questo io non lo so ancora.

Anna                        - Neanche questo è così difficile.

Fabio                        - Per gli altri. Ma non per me.

Anna                        - Perché?

Fabio                        - Ci sei stata, no, al giardino zoolo­gico? Li hai visti quei begli animali dentro alle gabbie? Io, lo stesso. A certe date ore il guardiano mi porta il pasto. Io me lo di­voro. E poi ricomincio a girare, a guardare in su, a guardar lontano.

Anna                        - Ti tiene a catena così?

Fabio                        - Non sono padrone di respirare. Lei sa tutto, vede tutto, controlla tutto. Per affetto, non c'è che dire. Dove vai? Cosa fai? Dove sei stato? Che hai visto? Chi c'era? Sempre, da che ho l'uso della ragione. È troppo freddo, è troppo caldo, è troppo diffi­cile, è troppo pericoloso. Da bambino mi e-ran proibiti anche certi giuochi che fanno tutti. Figurati che io non sono mai potuto montare su un albero. Per anni ho invidiato i figli dei contadini che potevano farlo. Non deboo pensare a nulla. La mattina non so mai che vestito mi metterò, perché a una cert'ora lo trovo già pronto nel mio spo­gliatolo, scelto da lei. Serondo la stagione. Dopo aver ben bene interrogato il tempo. Un vestito, come vedi, fatto da un gran sar­to, della stoffa migliore. Ma come mi pesa! Capisci ora che razza di vita è la mia?

Anna                        - Ti adora.

Fabio                        - Ma infine non è mia madre.

Anna                        - Ti ha dato tutto Io stesso.

Fabio                        - L'ha fatto per sé, non per me.

Anna                        - Ingratitudine, ti ha inventato un figlio.

Fabio                        - Niente parole. Ragioniamo: mi ha comprato.

Anna                        - Ti ha raccolto.

Fabio                        - Era di.perata: era sola: ha preso me. Se avesse trovato un altro, avrebbe preso quello.

Anna                        - Ma ha preso te.

 Fabio                       - Per caso. È odioso forse quello che dico, ma, cosa vuoi farci, è più forte di me. Mi ha adorato, sì, mi ha vegliato du­rante le mie molte malattie, mi ha salvato più d'una volta, mi ha dato un'educazione, ha fatto di me un uomo, mi ha fatto ricco, mi ha dato perfino un titolo, mi ha dato tutto. Senza di lei sarei forse morto in un piccolo ospedale di campagna, o sarei oggi un contadino, forse uno straccione, forse un ladro, qralunque cosa: non sarci certo il principe di Capodimontc. Secondo le leggi della morale, o secondo quelle più semplici del cuore, io non avrei che un dovere: la riconoscenza. La riconoscenza, prima di tut­to. E invece, no. Mi ha portato al punto di non sentire che un peso intollerabile: que­sta riconoscenza che io m'impongo e che mi mi opprime.

Anna                        - Dici delle cose terribili.

Fabio                        - Lo so. Ma se io potessi disfarmi di questo sentimento, potrei andarmene, lasciar tutto: essere un uomo come gli altri, libero.

Anna                        - E dove vorresti andare?

Fabio                        - Non lo so: via.

Anna                        - Via!

Fabio                        - Non credi che io sia nato per qualche cosa di più? Raccogliere i frutti di un capitale piovuto dal cielo mi ripugna. Cerca di capirmi.

Anna                        - Sì. E in un certo senso è bello.

Fabio                        - Ecco, vedi, questo momento lo a-spetto dal giorno che sei arrivata. Entrando di là, la prima sera, vedendoti, ho pensato: ecco una che era come me. Lasciò tutto. Vol­le essere qualcosa, qualcuno. Buttò a mare il nome, il passato, la famiglia. Si costruì qualcosa per conto suo.

Anna                        - E che bella fine, eh?

Fabio                        - Che importa? Son certo che tu torneresti a farlo. Eppoi, basta aver osato. (Si sente, lontano, il rombo di un velivolo) Ah, guarda, guarda, ne passano sempre. Sembra che me l'abbiano fatto per dispetto a mettere un campo d'aviazione proprio a due passi. Ah, se potessi essere al posto di quello lassù.

Anna                        - (incantata) E tu parlale.

Fabio                        - Non mi capirebbe. Lei crede di essersi comprata un cagnolino. E invece si è comprata un uomo. Che è cresciuto. Mi guarderebbe come una specie di fenomeno.

Anna                        - Parlale con dolcezza. Capirà.

Fabio                        - Con dolcezza? Se dovrei dirle, o almeno farle capire, che questo luogo io lo odio, che odio queste cose che ho visto sem­pre, che dovrò veder sempre? Avrebbe or­rore di me. E forse avrcbje ragione. Le sembrerei un essere inumano. E avrebbe ra­gione. Le darei il più grande dolore della sua vita. Non posso. (Un silenzio).

Anna                        - Avanti, di' a me quello che vorre­sti fare.

Fabio                        - Qui si vive la vita di un tempo tramontato trapassato lontano. Ebbene, io sento il bisogno di mischiarmi agli uomini del mio tempo, di misurarmi con loro, di essere come loro, di superarli, se mi riesce. Che cos'è un uomo solo, oggi?... Oggi si ha forza e valore soltanto se si fa parte di un aggregato di esseri che tendono tutti ad un fine. L'individuo isolato è un non senso. Siamo corpuscoli che obbediscono ad un'uni­ca legge. Fuori di questa l'esistenza diventa assurda ed ogni fatica inutile.

Anna                        - Caro, caro... Se avessi avuto un figlio lo avrei voluto come te.

 Fabio                       - Oh, mia madre, che donna doveva essere !

Anna                        - Pensi a tua madre: quella vera?

Fabio                        - Sempre. Ma dimmi tu, da chi pos­so aver ereditato questa specie di esaltazione continua se non da mia madre? E spesso cerco di figurarmela, sai? Me la costruisco a modo mio: coi pensieri mici, coi sentimen­ti miei, col viso che piacerebbe a me. Un vi­so allegro, di donna un po' folle, spensiera­ta. Una donna pronta a capire oeni audacia purché ci fosse dentro un po' di bellezza.

Anna                        - Sicché, lei, come se non ci fosse mai stata?

Fabio                        - Questa è un'altra cosa. Se no, tante volte, non avrei pensato a scappare.

Anna                        - Scappare di qua?

Fabio                        - Oh, non t'allarmare. Vedi bene che non l'ho fatto. In fondo, probabilmente, sono un vile. Quando c'è stata la guerra in Africa, l'ho scongiurata di lasciarmi parti­re. Ha pianto. Si è disperata. Ho ceduto. Se avessi voluto davvero, forse non avrei ce­duto... Probabilmente giù giù, in fonJo, sen­za saperlo, avevo paura. Chi riesce a cono­scersi ?

Anna                        - E allora?

Fabio                        - E allora dimmi tu cosa debbo fare.

Anna                        - Ma è semplice. Cercare di convin­cerla. Se no, rovescia tutti gli ostacoli. Libe­rati. È nel tuo diritto. Ed è anche il tuo do­vere.

Fabio                        - Come mi hai capito bene.

Anna                        - Ma per forza. Io so cos'è la vita. So cos'è la gioventù. Va. Non esitare più. Parlale.

Fabio                        - Sì. Sì. Bisognerà che lo faccia. Ma il pensiero di quegli occhi severi, di quelle mani sempre fredde. Perché non pro­vi tu a parlare? Mi hai capito così bene.

Anna                        - Che povero avvocato ti saresti scelto! Non hai visto? Senza parere mi ha messo fuori di casa. Tra poco tornerà col suo pacchetto di fogli da mille, me li caccerà nel­le mani, e addio! A quc.l'operazione lei ci crede come ci credo io; ma ha còlto la palla al balzo. Tutto purché me ne vada alla svel­ta. È gelosa di me.

Fabio                        - È gelosa di tutti.

Anna                        - È gelosa per quel poco che io for­se ti rubo a lei: perché sente che a me dici quello che a lei non hai mai detto. Forse crede di peggio. Ma il peggio sarebbe il me­glio per lei, se potesse immaginarsi quello che le si prepara. Certo, soffrirà molto.

Fabio                        - Parlale ugualmente.

Anna                        - Mi detesterà, poi. Ed io sarò sem­pre più sola... Ma che importa? Andando­mene, mi accompagnerà questo ricordo di pensieri luminosi. Ah sì, vorrei tanto parlare per te. Mi parrebbe quasi di essere te. Mi parrebbe che tutto non è finito ancora. Che la vita e qualcosa che si riapre. Dianzi ti ho detto di non aver più fede. E infatti non credevo più a nulla. Tutto mi pareva vuoto: che mandasse un suono falso. Ora, non e più così. Caro! Che bene mi hai fatto. (Un silenzio),

Fabio                        - Non avevo ragione dianzi, dicen­doti che mi sentivo vile? Se no, non chiede­rci il tuo aiuto, parlerei da me. Avrei già parlato.

Anna                        - Certo, dette da te, quelle cose, come le hai dette a me... Se tu sapessi tro­vare questo coraggio. Prima che io parta, parla. Altrimenti, quando sarò andata via io, nessuno ti aiuterà più.

Fabio                        - È vero. Ed io mi lascerò andare. Come tanti. Che si ritrovano vecchi e quasi non si ricordano che un tempo hanno so­gnato anche loro.

Anna                        - Dunque? Cosa farai?

Fabio                        - Parlerò.

Anna                        - Quando?

Fabio                        - Subito. Vado a cercarla.

Anna                        - Non ne hai bisogno. È qui.

Vera                         - (entrando) Ecco, Anna... Ma che avete? Che hai, Fabio?

Fabio                        - Nulla. Ma perche spaventarsi sempre così, per qualunque cosa?

Vera                         - Hai una faccia! E anche tu, Anna. Cos'è successo?

Fabio                        - Nulla, ti ho detto.

Anna                        - Siccome Fabio deve parlarti...

Vera                         - A me?

Anna                        - Non ti agitare. Non è il caso. A-spetta.

Vera                         - (andando con gli occhi dall'uno al­l'altro) Ebbene? Non mi tenete in questa ansia.

Anna                        - (a Fabio) Vuoi che io vada di là?

Vera                         - No, resta.

Fabio                        - Sì. Prcferis'o anch'io.

Vera                         - Dunque? Non vedi? Sono qui che aspetto. Cos'hai da dirmi?

Fabio                        - Sto per darti un dolore molto grande, ma...

Vera                         - Me n'hai già dato uno grandissi-simo. Prima non c'era nulla che tu non ve­nissi a dirmi subito.

Fabio                        - Era così difficile.

Vera                         - Difficile? Da quando? Hai perdu­to ogni confidenza? Dunque? Avanti. Par­la.

Fabio                        - Perdonami, ma ho bisogno d'an­dar via, almeno per qualche tempo.

Vera                         - Via di qua?

Fabio                        - Sì.

Vera                         - E cove?

Fabio                        - Non so ancora.

Vera                         - Hai bisogno di andar vìa senza saper dove? È piuttosto strano.

Fabio                        - Ho bisogno di vivere per qualche tempo per conto mio.

Vera                         - Per conto tuo? E qui? Chi ti di­sturba?

Fabio                        - Te l'ho già detto: è molto diffi­cile a spiegarsi.

Vera                         - Me ne accorgo. E quando hai fat­to questa bella trovata? Chi te l'ha sugge­rita?

Fabio                        - Nessuno. È tanto che ci |>enso.

Vera                         - Ah! Strano però che tu non me n'abbia mai nemmeno accennato. Non ti pare, Anna? (a Fabio) Insomma. In questa storia io non ci ho capito nulla. Parla chiaro. (Un attimo) Vuoi anelartene? Vivere solo? Ma ti pare che in questo ci sia un filo di buon senso? Qui puoi andare e venire a piacer tuo. È un luogo troppo monotono per te, questo? Va bene. Quest'inverno andre­mo a Roma. Andremo all'estero. Andremo dove vorrai tu. Ci avevo già pensato. In fon­do, è giusto. (Avvicinandosi a luì, con d^l cezzd) Che hai? Malinconie passeggere? Alla tua età, succede. (Carezzandogli i capelli, stringendolo) Era questo? E non si parla subito, schiettamente?... Sai che lì per lì mi hai fatto paura? Avevo creduto chi sa che. Ci voleva tanto? Vedi che io ti ho capito su­bito? Anzi, ti avevo capito prima che tu parlassi. Domanda al professore se non lo dicevo anche stamani. Come se finora ti a-vessi rifiutato qualche cosa! Come se non fossi stata sempre qui, pronta, per te. Non è vero, forse?

Fabio                        - Non è questo.

Vera                         - Non è questo?

Fabio                        - Bisogna che tu mi lasci andar via di qua. Bisogna che io sia padrone di me. Ho bisogno di vivere a modo mio, ti dico. Di provare a far qualcosa.

Vera                         - Non capisco. Mi rifiuto di capi­re. Vuoi abbandonare tutto? Ma allora quel­lo che io ho fatto non conta nulla, per te?

Fabio                        - Ma no. Non devi fraintendermi.

Vera                         - Va bene, non sono tua madre. Ma ti ho dato la vita, lo stesso. E questo nessuno me lo potrà negare.

Fabio                        - Sì sì, e la mia gratitudine...

Vera                         - Lascia stare la gratitudine. Non l'ho mica fatto per ricevere della gratitudine, sai? L'ho fatto perché io ero nata per la maternità. Che mi era stata negata. Ma ho pensato che questo non volesse dir nulla, che avrei potuto ugualmente... Andiamo. Sciocchezze. Ubbìe di ragazzo esaltato. Ti hanno montato la testa. Ecco quello che ri hanno fatto. Passerà.

Fabio                        - Non passerà.

Vera                         - Passerà. Deve passare. Perché io lo voglio. Perché, fino a che Dio mi dà vi­ta, il mio dovere è quello di continuare a far quello che ho fatto sino ad ora. Grazie al cielo siamo ricchi: troverò il modo di distrarti. Aria! Aria! Me ne convinco sem­pre di più. Quest'inverno lo passeremo fuo­ri. E, non dubitare, non ti lesinerò i diver­timenti.

Fabio                        - (ad Anna) Hai sentito? Non mi lesinerà i divertimenti. Mi dicevi di parla­re? Ho parlato. Ma lo sapevo già: tutto inutile. (S.ede. Si prende la testa fra le mani).

Vera                         - (impallidendo) Ma allora? Allora? Che cosa vuoi? Vuoi soldi? Vuoi andarci per conto tuo a Roma?... E sia. Ma io, senza di te, Fabio, come farò? Sarà terribile. A questo non ci hai pensato? Sarà terribile per me. Come potrò vivere giorni e mesi senza vederti? A questo non ci hai pensato? Se tu ci avessi pensato, avresti scacciato quelle brut­te i-lee, lo so. Eppure, sono pronta. (Subito pentita) No no, non mi far promettere quel­lo che so di non poter mantenere. Non pos­so. Non potrò mai.

Fabio                        - Eh già, tu non te ne rendi conto, ma il tuo affetto cìero, esclusivo, il tuo af­fetto tirannico è qualcosa che schiaccia, che soffoca...

Vera                         - Basta. Il mio amore schiaccia, sof­foca... Ma come, tu parli così?

Fabio                        - Vedi a che punto di disperazione debbo essere arrivato?

Vera                         - Ma perché?

Fabio                        - Ecco: continui a domandarmi per­ché. È inutile. Non riuscirò mai a farmi capire.

Vera                         - Sì, veramente e molto difficile ca­pirti. P, molto difficile. Ma che cosa vuoi in­fine? Sei piovane, sei ricco...

Fabio                        - Ècco, è proprio questo che non vo­glio.

Vera                         - La ricchezza?

Fabio                        - No. La ricchezza così non la vo­glio. Non ho fatto nulla per averla. Sento tanta energia da conquistarmela da me, se voglio, la ricchezza. E non soltanto la ric­chezza. Ben altro. Ora lo sai, ti ho detto tutto.

Vera                         - Questo?

Fabio                        - Questo, sì. Non c'è altro. Sono stanco di sentirmi dire che sono un uomo fortunato, E voglio dimostrare che di quel­la fortuna lì non m'importa nulla. Che una fortuna l'ho immensamente più grande in questo (si tocca la fronte) e in queste. (Mo­stra le braccia).

Vera                         - E io ti dico che sci completamen­te pazzo. E ripeto che il mio dovere è quel­lo di farti ritornare in te. Tu sei mio figlio, capisci? Sei mio figlio. E fino a prova con­traria farai quello che voglio io.

Fabio                        - Va lene. Quello che vuoi tu, sem­pre. È giusto. Qui si fa soltanto quello che vuoi tu. Gli altri non esistono. Degli auto­mi, degli abulici, delle povere cose. E va be­ne. Siccome questo e il mio destino, mi sot­toporrò come sempre, come tutti. Anzi. Gra­zie. Grazie. Le unì; he core che mi sono permesse sono queste: ringraziare, chiedere scusa... (Esce).

Vera                         - (resta qualche attimo come impie­trita, riflettendo. Quindi, improvvisamente, quasi scattando, si volge alla sorella) Sei stata tu. Ora capisco tutto. Sei stata tu.

Anna                        - Io?

Vera                         - Del resto l'ha detto lui stesso un momento fa. Sei stata tu.

Anna                        - Ma via!

Vera                         - Prima queste cose non gli erano mai venute in mente. Ha dovuto parlare con te. Era facile metter su una testa giovane. Ci sei riuscita.

Anna                        - Ma perché l'avrei fatto?

Vera                         - Per pura malvagità. Ecco perché.

Anna                        - Malvagità?

Vera                         - Eh già, secondo te, ero troppo feli­ce. E questo non l'hai potuto sopportare. Ebbene, lo ammetto: ero felice. Ero felice ed orgogliosa di lui, ero felice di questa mia pace, di questa mia ricchezza, di tutto quel­le che avevo. Di tutto quello che ho, bad.i bene. Perché se tu credi di avermelo tol­to, ti sbagli. Non me lo toglierà nessuno. Nessuno, intendi? In altri tempi, quando eri bella, quando avevi l'aureola del tuo no­me, della tua gloria, me lo avresti tolto in un altro modo: ora hai cercato di toglier­melo così. Ma non ci sei riuscita, te lo dico io: non ci riuscirai.

Anna                        - E mi credi capace di una simile bassezza?

Vera                         - Ne ho la più assoluta convinzione. Capirai, una donna come te. Anna           - Come me!

Vera                         - Ma sì: tu, più nulla: la miseria, quasi la fame, quella specie di avvelena­mento che ti fa tremare le mani; io la ric­chezza, la salute, l'affetto di un ragazzo co­me quello. Ah, perdinci, era troppo! Ti pa­reva che la fortuna avesse esagerato, con me, non è vero? Ma guarda. Ti posso dire che hai sbagliato il colpo e che Fabio io me lo riprendo quando voglio.

Anna                        - Vera, torna in te. Cerca di ragio­nare.

Vera                         - Ragionare? Ti pare che non veda abbastanza chiaro? Adesso hai paura, eh? Ti dispiace che ti abbia scoperto, hai paura che non ti dia più i quattrini che ti ho pro­messo. Ma figurati! Te li do, te li do, feli­cissima di darteli. Te ne darò anche di più, se vorrai, purché tu sparisca alla svelta... Oh, lo so bene che non serviranno a farti ritor­nare la voce. Ci vuol altro! Ma non impor­ta. Io, che tu vada a Berlino, faccio finta di crederci. Che poi tu li consumi in qual­che altro modo, questo è affare che riguar­da te.

 Anna                       - Ora sono io a dirti basta. Ti giu­ro che non ho cercato in nessun modo...

Vlra                          - Ma cosa vuoi giurare tu? Chi ci crede ai tuoi giuramenti?

Anna                        - Va bene, me ne vado... (Fa per uscire).

Vera                         - No, aspetta. Aspetta. Non te ne andare. Dimmi prima quello che gli hai det­to. Come ci sei arrivata a farlo parlare co­sì? Cosa gli hai detto? Eppure lo sai, Anna, in tutti questi anni io sono vissuta per lui. Ora Io ve li così: bcl'.o, forte... Ma prima sarebbe bastato un soffio a portarmelo via. Ed io, a forza di cure, di ansie, di tormen­ti... Cosa ti dicevo or ora? Che ero felice? Non ci credere. Era una spavalderia. Io vi­vevo nel terrore continuo di perderlo.

Anna                        - Nonostante, il tuo dovere è di la­sciarlo andare.

Vera                         - Dove?

Anna                        - Ma dove vuole lui.

Vera                         - Quando qui ha tutto?

Anna                        - Tutto?

Vera                         - Cosa gli manca?

Anna                        - Te l'ha detto.

Vera                         - C'è tanto da fare qui, se vuole.

Anna                        - Ma questa è roba tua, non sua.

Vera                         - Gliel'ho data.

Anna                        - Non gli basta.

Vera                         - E’ pazzesco.

Anna                        - E’ bello.

Vera                         - È bello abbandonare così, senza ragione, chi gli ha fatto del bene?

Anna                        - Capiscilo, e non ti abbandonerà.

Vera                         - Dunque lo avrei allevato, cresciu­to, educato, ed ora non lo capirei. Ma cosa dici?

Anna                        - Succede a volta anche coi figli ve­ri questo, pensa con gli altri.

Vera                         - Con lui no: nessuno può cono­scerlo come me.

Anna                        - Ma fammi il piacere! Una madre, una madre vera, ad un certo momento sa staccarsi dai suoi figliuoli, lasciarli liberi, la gioia di averne fatto degli uomini supera la treoidazione che prova nel vederli affrontare mille pericoli. L'amore materno è fatto di altruismo: il tuo e fatto di egoismo e di paura.

 Vera                        - Egoismo, paura? Egoismo quando ho vegliato notti e notti al suo capezzale? Paura... Paura sì. Tanta. Se sto un poco senza di lui mi pare che l'aria mi manchi. E appena lo vedo è come se tornassi a vivere.

Anna                        - Non ho ragione?

Vera                         - Ed hai ragione anche se dici che io sono gelosa. Sì, gelosa di tutto, di tutti. In questi giorni io stavo dlc'ro alle fine­stre ore e ore per vedervi nel parco. E quan­do vi sentivo ridere, erano come tante pu-nalate. Cosa vuoi farci? Son così. Spesso a notte mi alzo. Vado in camera sua. Per vederlo dormire. E qualche volta resto 1! an­che delle ore. A guardarlo. Non ti so dire quello che provo. E se mi allontano final­mente, è solo per timore che si svegli.

Anna                        - Mi fai compassione.

Vera                         - Si capisce. Tu questa sorta di af­fetti non sai nemmeno cosa siano. Tu hai rubato tutto alla vita, non hai dato mai nulla.

Anna                        - Io ho rubato tutto?

Veka                         - Tutto.

Anna                        - La mia arte non conta, dunque?

Vera                         - Sì: e conta anche il tuo amore: i tuoi amori.

Anna                        - Che però non hanno mai fatto l'infelicità di nessuno.

Vera                         - Ma hai sempre buttato via quello che non faceva piacere a te.

Anna                        - E tu non hai fatto lo stesso? An­che lui lo diceva poco fa.

Vera                         - Non inventare. Lui non può aver detto questo.

Anna                        - Peggio: che hai fatto tutto per te, non per lui.

Vera                         - Come sempre quando si vuol be­ne davvero.

Anna                        - Quando se ne vuol troppo. E allo­ra si diventa egoisti come te: si diventa fe­roci...

Vera                         - Come te in questo momento.

Anna                        - Di' pure come noi. E sarai nel giusto. Se tu fossi ìn grado di ragionare, se tu volessi guardare un poco dentro di te, forse...

Vera                         - Cosa farei?

 Anna                       - Sapresti metterti da parte.

Vera                         - Per chi? Per te, forse?

Anna                        - Non dire sciocchezze. Per lui. Te l'ho detto: per non farne un infelice.

Vera                         - Sta tranquilla, finché resisteranno queste braccia, un infelice non sarà.

Anna                        - Già, le tue braccia. Per averlo vicino. Per sentire il calore della sua persona. Tenerlo stretto, accarezzarlo, baciarlo. Dav­vero, faresti quasi pensare...

Vera                         - Che cosa?

Anna                        - Nulla.

Vira                          - Cos'hai voluto dire?

Anna                        - (non risponde).

Vera                         - Avanti. Spiegati.

Anna                        - (non risponde).

Vera                         - Parla. Cos'hai voluto dire? (La scuote).

Anna                        - Ma se hai capito benissimo. E forse lo sai meglio di me.

Vera                         - Ah!(Gettandosi su di lei come una specie di furia) Di' che non credi a quello che mi hai detto. Di' che non ci credi.

Anna                        - Oh, ne ho viste ben altre io!

Vera                         - Ah, sei veramente una donna di strada. Insudici tutto.

Anna                        - Ma se non fai pensare ad altro, appena ti si sente parlare.

Vera                         - Si capisce: per te non è mai esi stito nulla di puro.

Anna                        - Per me? Ma se probabilmente, anche qui, in casa tua, non c'è nessuno che non pensi la medesima cosa.

Vera                         - Vile! Ti mancava di dire questa sozzura. Vile! Vile!

Anna                        - E chi sa che anche lui dentro di sé non lo creda.

Vera                         - Oh!(Si abbatte su una poltrona).

Anna                        - (si volta. La vede. È una rovina umana). Non volevo. Non so come ho potuto farlo. Mi avevi talmente offesa.

Vera                         - Va via. Non voglio più vederti. Va via.

Anna                        - Senti...

Vera                         - Va via. M'hai avvelenato la vita.

Anna                        - Vera... Maledetta! Sono maledetta!(esce dal fondo).

CALA LA TELA

 

ATTO TERZO

 La stessa scena. Pomeriggio. Verso il tramonto. Vera (immobile contro la finestra, guar­da fuori. Ma s'allontana subito. È un'alta figura nera nella luce incerta. Il suo passo e stanco. S'aggira un poco per la stanza: come uno che non sa che fare, che non sa dove andare. Poscia torna alla finestra).

Angiola                    - (entra. S'avvicina a lei) Zìa.

Vera                         - (scuotendosi) Cosa vuoi?

Angiola                    - Ma no, zia. Non far così. Ti spaventi per nulla.

Vera                         - (cercando di sorridere) Non mi son mica spaventata.

Angiola                    - Come se non me ne fossi ac­corta! Vuoi qualcosa? Un cordiale?

Vera                         - No, grazie.

Angiola                    - In tutt'oggi non hai preso nulla.

Vera                         - Grazie. Non ne ho voglia.

Angiola                    - Finirai coll'ammalarti davvero, se continui così.

Vera                         - Non ho appetito. Cosa vuoi farci? Capitano a tutti di questi periodi.

Angiola                    - Ero venuta a dirti che oggi vuol partire.

Vera                         - Ah... (Dopo un attimo) Dunque sta meglio?

Angiola                    - Il dottore non vorrebbe; ma lei sembra decisa. Debbo lasciarla andare?

Vera                         - Se si sente.

Angiola                    - E tu... non desideri vederla?

Vera                         - L'altro giorno si ebbe una discus­sione un po' vivace; e allora...

Angiola                    - Ma poi e stata così male.

Vera                         - Avete pensato alla carrozza?

Angiola                    - Sì sì, zia. Non preoccuparti. Ho pensato a tutto io.

Vera                         - Povera piccina. Eri venuta per pas­sare un po’ di tempo in campagna tranquil­lamente, e ti è toccato invece occuparti di due ammalate.

Angiola                    - Nulla. L'importante ora è che tu ti metta tranquilla. Quando sarà partita lei, tutto tornerà come prima.

Vera                         - (non volendo) Come prima? No.

Angiola                    - No?

Vera                         - (riprendendosi) Sì. Naturalmente.

Angiola                    - Io non so cosa lei ti abbia fatto, ma...

Vera                         - Nulla. Nulla. Sai, basta così poco per mettermi in agitazione.

Angiola                    - Ma Fabio?

Vera                         - Ebbene? Che cosa, Fabio?

Angiola                    - Quel nostro timore...

Vera                         - Sciocchezze. Tutta una montatura tua. Sicuro.

Angiola                    - Anche lui è così strano, però.

Vera                         - Si capisce. In questo scombussola­mento. Sta di buon animo.

Angiola                    - Di buon animo? Con te, così? Non e possibile.

Vera                         - Io. come?... Ti assicuro, bambina, che tu almanacchi troppo con la fantasia. Io non sto bene, ecco tutto. Può capitare a chiunque. Lasciami sola. Va.

Angiola                    - Sola ci stai anche troppo. Usciamo invece un poco, nel parco.

Vera                         - No. No.

Angiola                    - Ti do tanta noia?

Vera                         - Ma no. Cosa dici?

 Angiola                   - Sembra che tutti ti diano noia. Ci sfuggi come se si fosse arrabbiati.

Vera                         - Ecco. Adesso vi sfuggo!(Sorride forzatamente).

Angiola                    - Sicuro. Anche Fabio.

Vera                         - Anche Fabio? Adesso sfuggo Fa­bio; ma sentitela.

Angiola                    - Cos'hai, zia? Avanti, confi­dati con me.

Vera                         - (cominciando a perdere la pazienza) Ti ripeto che non ho nulla. E mi farai un gran piacere, se non ti occuperai di me. Pare impossibile che una non possa stare sola cinque minuti. Sarò padrona, in casa mia, di fare quello che voglio, no?

Angiola                    - Certo. Certo.

Vera                         - Be', adesso cosa c'è? Perché mi guardi così? Cosa c'è da fissare in quel modo?

Angiola                    - Ma nulla.

Vera                         - Non li posso soffrire quelli che ti stanno sempre davanti con gli occhi spalan­cati, come se volessero scandagliare chi sa che.

Angiola                    - Scandagliare?

Vera                         - Ma sì. Non te ne accorgi, ma tu. benedetta figliuola, hai sempre l'aria di non volerti contentare di quello che ti si dice, come se per forza ti si volesse nascon­dere qualche cosa...

Angiola                    - Io?

Vera                         - È un'aria che da un pezzo in qua avete tutti. Uno non è neanche pa­drone di sentirsi poco bene. Mi sento poco bene, ecco. Non c'è altro. Non c'è altro.

Angiola                    - Ma sì, zia. Soltanto, sarebbe il caso di chiamare un medico.

Vera                         - Non ho bisogno di nessuno. Per­ciò siete pregati di lasciarmi stare.

Angiola                    - Sta bene, zia. Scusami. (Fa per uscire).

Vera                         - (trattenedcla per una mano, pen­tita) No. Lo vedi come sono ridotta? In­giusta. Cattiva. (La prende fra le braccia. Piange).

Angiola                    - Zia, mi spaventi.

Vera                         - Zitta. Non dire nulla. Fammi stare un po' così. (Si sentono avvicinarsi le voci di Fabio e del Colombi).

Angiola                    - Mi pare che venga Fabio.

Vera                         - (cercando di ricomporsi) E allora andiamo via noi. Non voglio che mi trovi così. Anche lui mi farebbe cento domande. Andiamo via. Presto. (Trae con se la nipote. Scompaiono).

Fabio                        - (viene da un'altra parte. Al Co­lombi che lo segue) È tutto quello che sa dirmi?

Il Colombi                - Ma sì, benedetto ragazzo. Qualunque persona che avesse appena un filo di buonsenso non potrebbe parlarti di­versamente.

Fabio                        - Dunque, secondo lei, non avrei dovuto dir nulla.

Il Colombi                - Era la peggiore azione che tu potessi compiere. Non vedi in che stato l'hai ridotta? Se almeno, in tutti questi giorni, tu avessi avuto, che so... uno slancio affettuoso! Nulla.

Fabio                        - Ma se evita di parlarmi. Quasi mi sfugge. Ogni volta che cerco d'avvici­narmi a lei, trova una scusa per allontanarsi.

 Il Colombi               - Naturale. L'hai offesa.

Fabio                        - L'ho offesa?

Il Colombi                - Ma come, ti par poco? Uno viene e ti dice: Sai tutto quello che mi hai dato fino ad ora, affetto cure denaro, mi ripugna...

Fabio                        - Non ho detto così.

Il Colombi                - Ma non c'è mancato molto, stando almeno a quel che m'hai raccontato tu. E vuoi che lei non provi un giusto risentimento? Sarebbe una santa. Più di quello che è. Perché, via, trovarla un'altra capace di far per un ragazzo estraneo quel che lei ha fatto per te.

Fabio                        - Quando ho parlato sapevo che le avrei dato un gran dolore, ma non cre­devo...

Il Colombi                - Se no, non avresti parlato, di' la verità.

Fabio                        - Non so. O meglio, sì. Forse avrei parlato ugualmente.

Il Colombi                - Già già, capisco. Te, al di sopra di tutto.

Fabio                        - È sempre così.

Il Colombi                - Ma c'è anche una certa sod­disfazione a mettere un po' da parte se stessi, cosa credi; se no, la vita sarebbe troppo comoda: far sempre, in ogni oc­casione, il comodaccio proprio. Anche a me sarebbero piaciute tante belle cose. E, invece, eccomi qua. Non dirò che poi non si senta di quando in quando una trafittura in fondo. Postumi di ferite. Ma sai, su per giù, capita a tutti. Sono pochi quelli che arrivano dove vorrebbero. Contentarsi. Tri­ste legge. Ma legge.

Fabio                        - Si capisce che lei parli così; ormai...

Il Colombi                - Ormai? Sono stato giovane anch'io. E come! E quanti sogni mi frul­lavano per la mente. E come mi pareva che il mondo fosse tutto da rifare. Invece! In fin dei conti, quando son capitato in questo castello non avevo che trentacinque anni, e mentre il treno mi portava qua, ripetevo dentro di me: chissà quanto potrò scrivere nella pace di quella Della campagna, di­nanzi al dolce mare Jonio. Ma una specie di gnomo dominava il vecchio castello: un cosettino potente come un re. E la signora de! luogo n'era talmente esaltata, che an­ch'io fui preso ben presto dalla sua febbre. E mi dimenticai di tutti i miei proponi­menti. Non è mica una cosa semplice, sai, tirar su pian piano un ragazzo, fargli fare gli studi rego.ari, senza che abbia da fre­quentar le scuole: essere a volta a volta pro­fessore di latino e di matematica, di storia e di filosofia, di fisica... Già, anche di fisica. E sì che c'ero andato sempre così poco d'ac­cordo io, con la fisica. Ma mi rimisi a stu­diarla, sicuro, per insegnarla a te. Che vuoi, a modo mio ero geloso anch'io. E non volevo che nella tua istruzione altri ci mettessero le mani. Così sono passati questi quindici anni. E ora... Cosa posso fare, ora?

Fabio                        - Mio buon maestro!

Il Colombi                - Si fa tanto per dire. Non credere che me ne rammarichi. Solamente, sul più bello...

Fabio                        - Plutarco e stato per anni la nostra lettura preferita. Non se lo dimentichi.

Il Colombi                - Plutarco! Plutarco! Non sco­modare Plutarco, non è il caso. Del resto io ti capisco più di quanto tu creda; ma capi­sco... capisco anche lei. E questo mi dà una grande pena, perché... (Con altro tono) Ma volgi un po' gli occhi intorno. Ci sarebbe tanto da fare qui. Volere! Quanta terra! Non va mica dimenticata la terra, sai?

Fabio                        - Non è mia.

Il Colombi                - Ma senza di te a chi an­drebbe? Probabilmente a gente disutile. Può essere benissimo che la Provvidenza abbia scelto te per il bene di questi luoghi che hanno bisogno di uomini forti e ingegnosi. Perché vuoi dunque cercar lontano quel che hai qui, a portata delle tue mani? Che bi­sogno hai di far tanto male a chi ti ha fat­to tanto bene? E vuoi lasciare lei e me qua, soli? Ammesso pure che lei resti... Così, io vi vedrò allontanare per sempre, io che non mi sono accorto del tempo che passava, per­duto com'ero nel pensiero di voi. (Un silenzio).

Fabio                        - Dunque, secondo lei, io dovrei rimangiarmi tutto quello che ho detto? È una cosa che non potrò mai fare. Sarebbe contro...

Il Colombi                - Consolarla però sì: questo potresti farlo.

Fabio                        - Se mi evita...

Il Colombi                - Ebbene, valle incontro tu. Dàlie un bacio. Basta. Convincila che, nono­stante i malintesi e i contrasti, del tuo affetto non deve dubitare.

Fabio                        - Naturalmente.

Il Colombi                - Poi, quando l'avrai tenuta stretta un poco, dille... Be', quello che dovrai dirle spero che lo troverai da te. Se non lo troverai.., allora sì che farai bene a partire.

Fabio                        - Son così combattuto. Sapesse come soffro.

Il Colombi                - Non lo devi dire a me. Che lo sappia io non ha nessuna importanza. D'altra parte la sollevazione degli Arabi ha raggiunto una fase a:uta, interessantissima per gli sviluppi della politica inglese in Pale­stina. Ci sono notizie importanti. Lasciami andare. (Esce).

Fabio                        - (rimane assorto).

Vera                         - (attraversa il fondo della scena. Vor­rebbe fwse rientrare nelle sue stanze).

Fabio                        - (si volge, la vede) Mamma.

Vera                         - Che vuoi?

Faeio                        - Vorrei Tarlare un poco con te.

Vera                         - Scusa. Ora non posso. Ho da fare, dì là. (Fa per ritirarsi).

Fabio                        - (prendendola per una mano, trasci­nandola avanti, quasi a forza) Ti prego d'ascoltarmi.

Vera                         - Perché?

Fabio                        - Ti ripeto che devo parlarti.

Vera                         - Dopo. Ora... mia sorella parte; eppoi la tua roba... Credo che vorrai portar via qualcosa, no?

Faeio                        - Mamma. (Fa per abbracciarla).

Vera                         - (schermendosi) Andiamo. Andia­mo. Lasciami stare.

Fabio                        - Non è più- permesso darti un bacio?

Vera                         - (un po' dura) Ti ripeto di lasciarmi.

Fabio                        - Davvero non vuoi?

Vera                         - Mi rare che non sia più il tempo di queste puerilità.

Fabio                        - Pochi giorni, e non è più il tem­po. (Ella tace). Mi porti dunque tanto ran­core?

Vera                         - Nessun rancore.

Fabio                        - Se fosse vero, non mi tratteresti così. Ma non ti do torto. Forse bisognava che soffocassi tutto quello che provavo e...

Vera                         - Avresti fatto male. Si sarebbe vis­suti nell'equivoco, sarebbe stato peggio.

Fabio                        - Nonostante mi privi della tua te­nerezza.

Vera                         - Chi l'ha detto? Tutte idee.

Fabio                        - È come se io fossi diventato un altro.

Vera                         - Questo è vero. Lì per lì, quando hai parlato in quel modo, ho avuto l'im­pressione che tu fossi un altro. Eri mutato senza che io me ne fossi accorta. La colpa, in ogni caso, non è tua.

Fabio                        - Bastano dunque poche parole per distruggere un affetto di anni? So bene in­vece che dietro quella tua freddezza, mam­ma, c'è ancora...

Vera                         - Dell'affetto, senza dubbio. Non potrebbe essere altrimenti.

Fabio                        - Dell'affetto soltanto?

Vera                         - Quello che ho sempre provato per te.

Fabio                        - In altri tempi ti sarebbe sembra­to troppo poco.

Vera                         - Oggi, è così.

Fabio                        - Non è vero, soffri troppo.

Vera                         - T'inganni.

Fabio                        - Perché io lo credessi, bisognereb­be che tu sapessi fìngere meglio.

Vera                         - In vita mia io non ho mai finto.

Fabio                        - Ora, sì. E questo mi angustia, mi umilia. Avresti dovuto dirmi che sono un ingrato, un cattivo figlio. Non mi hai detto nulla. Dopo quel giorno, questo silenzio, questa scontrosità che non ti ho mai cono­sciuta. Non so più cosa fare. Mi dibatto in una incertezza che non -mi dà pace. Se ti dicessi che ripudio quello che ho detto avresti ragione di credermi un uomo poco fermo nelle mie determinazioni. No. In me c'è realmente un disagio morale, che del resto è facile a comprendersi. C'è di più; questo bisogno di provare le mie forze. Succede a tutti. Anche agli animali, agii uccelli quando si sentono spuntare le ali. Perché non dovevo provarlo io? Ma dall'al­tro giorno ho molto riflettuto. E soprattutto ti ho molto osservato...

Vera                         - Osservato? Cosa vuol dire osser­vato? Non c'era nulla da osservare.

Fabio                        - Ti ho osservato. E ho capito il male che ho fatto. Ho capito che senza di :ne tu non potrai vivere...

Vera                         - In questo ti sbagli. Anch'io ho ri­flettuto. E ho capito perfettamente che pos-'o benissimo vivere anche senza di te.

Fabio                        - Capisco. È l'ultimo tuo sacrificio: dici così perché me ne vada, semmai, con meno rimorso.

Vera                         - Diro così perché è vero.

Fabio                        - Allora non sai dimenticare le pa­role cattive che ti ho detto. Erano cattive, lo riconosco. Guarda, non mi vergogno a dirti che in quel momento mi pareva quasi di parlare a un'estranea, non me ne vergogne perché il pentimento ha seguito queke pa­role. E quando ti ho visto, quella sera, uscire da questa stanza così curva, così di­sfatta, avrei voluto correre subito da te, but­tarmi in ginocchio. Ma tu hai chiuso la por­ta di camera tua. Mi hai quasi chiuso la por­ta in faccia.

Vera                         - Questa scena avresti dovuto rispar­miarmela.

Fabio                        - Non mi credi sincero? Hai torto. Non avrei nessuna ragione di parlarti ora così dopo averti parlato in quell'altro modo. E non è per un banale sentimento di grati­tudine, sai? È perché, quando mi sei man­cata, quando ti ho sentito quasi ostile, mi sono accorto che la tua tenerezza mi era in­vece necessaria. In queste notti tu non hai mai dormito, lo so. Venivo ad origliare alla tua porta. Come facevi tu, con me, un tem­po. E credevi che dormissi. Ma non dormi­vo. E sentivo passare e ripassare la tua ma­no su la mia fronte, sentivo le tue labbra...

Vera                         - Basta, Fabio. Con questi discorsi, diventiamo ridicoli.

Fabio                        - Ridicoli? Perché?

Vera                         - Perché sono sentimentalismi stu­pidi.

Fabio                        - Stupidi da quando?

Vera                         - Da quando tu non sei più un ra­gazzo.

Fabio                        - Non lo sono più da un pezzo, ep­pure...

Vera                         - Io me ne sono accorta soltanto l'al­tro giorno. Me l'hai fatto capire tu.

Fabio                        - Tutti i figli a un certo momento lo fanno capire alla madre, e non per questo...

Vera                         - Io sono stata con te buona, affet­tuosa, generosa. Lo ammetto. Erano anni in cui mi sentivo molto sola. Ma ora tutto è cambiato. Si è chiuso un periodo della no­stra vita. Se ne ini?ia un altro. Per te. E anche per me. è giusto che ciascuno pren­da per la propria strada.

Fabio                        - Mi scacci? E sia. Me lo sono me­ritato.

Vera                         - Non ti scaccio. Ti dico che ormai è... Insomma, mi hai capito perfettamente. E’ inutile continuare. (Fa per uscire).

Fabio                        - No. Non mi contento di queste parole. Devi dire di più.

Vera                         - Non c'è nulla da dire.

Fabio                        - Sì, invece. Perché un mutamen­to così non si spiega, senza un'altra ragione.

Vera                         - Quale altra ragione?

Fabio                        - Non so. Da un'ora la cerco, da quando siamo qui. Non so trovarla.

Vera                         - Credi quello che vuoi. Ma ti ri­peto che io non voglio continuare questo discorso.

Fabio                        - Non posso crederlo. Mi pare che tu mi nasconda qualqhe cosa. Ti conosco abbastanza, aedo.

Vera                         - Anch'io credevo di conoscerti ab­bastanza. E m'ingannavo.

Fabio                        - È per questo allora?

Vera                         - Naturalmente. Per cosa volevi che fosse?

Fabio                        - È per questo. Tutto finito.

Vera                         - Una volta che hai voluto così.

Fabio                        - E se io non volessi più?

Vera                         - Ripeterei quello che hai detto po­co fa: che sei un uomo poco fermo nelle tue determinazioni. Eppoi, certe cose, una volta dette...

Fabio                        - Hanno messo una barriera fra me e te?

Vera                         - Sì.

Fabio                        - Per sempre?

Vera                         - Per sempre.

Fabio                        - Perché allora mi hai abituato a nor» saper fare a meno di te?

Vera                         - Non sembrerebbe, se a un certo momento ti son parsa un'estranea, l'hai detto tu.

Fabio                        - Ma ti ho anche detto che me ne sono pentito subito... e lo dimostra il fatto che ora son qui a scongiurarti di dimenti­care. Altrimenti me ne sarei già andato, fe­licissimo d'esser lasciato libero.

Vera                         - Avresti fatto bene.

Fabio                        - Mamma!

Vera                         - Ripeto: avresti fatto bene.

Fabio                        - Ma allora mi odii.

Vera                         - StupiJaggini. Non si odia da un momento all'altro, così; tutt'al più si diven­ta estranei.

Fabio                        - (chinando la testa) Hai ragione. L'ho voluto io: hai ragione. (Si volge. Vuol nascondere le sue lacrime).

Vera                         - Ah, no, eh? Le lacrime ora no. (Ma U suo è uno sforzo sovrumano. Si ca­pisce).

Fabio                        - Hai ragione. Queste sì che sono puerilità. Un uomo non dovrebbe essere così debole. Ma vedi come siamo fatti... A volte mi rimproveravi certe severità ecces­sive dinanzi ai nostri sottoposti... Ma di fronte a te, io non so essere un uomo. Di fronte a te io sarò sempre un ragazzo... È ridicolo. Un ragazzo che non sa fare a meno delle tue carezze. E me ne accorgo ora che me le rifiuti... (Avvicinandosi a lei) Mamma!(Fa per prenderle una mano. Ella istintivamente la ritira). Non vuoi più neanche toccarmi? (Ella gli abbandona la mano). Che mani fredde hai! Mamma! Perdonami. Poi me ne andrò se vorrai. Ma prima... dammi un bacio. (Ella tenta di re­sistere). Dammi un bacio, come quando ero piccolo, come quando ero malato. Fai conto che io sia il tuo bambino di prima.

Vfra                          - (non sapendo più resistere. Strin­gendolo a sé) Sì, sì, figliuolo mio!

Fabio                        - Ora l'hai detto come prima.

Vera                         - Sì, caro. Come prima. Puoi esser­ne certo.

Fabio                        - E allora perché?

Vera                         - Non so. Mi pareva d'averti perdu­to. Per sempre. Mi pareva che tu non fossi più lo stesso. Ho avuto il terrore che tu non fossi più lo stesso.

Fabio                        - Ma ora?

Vera                         - Ora no. Come prima. Oh, che paura di non poterti stringere più fra le mie braccia!

Fabio                        - Non ti lascerò più, mamma.

Vera                         - (allontanandolo un poco da sé) Al contrario. Bisogna andare, invece.

Fabio                        - Come?

Vera                         - Sì... Non credere che non soffra dicendoti così. Ma è necessario. È necessa­rio soffrire. Per essere veramente quella che non sono, per te.

Fabio                        - Che cosa?

Vera                         - La tua mamma.

Fabio                        - L'hai già meritato abbastanza.

Vera                         - No. Domani, forse, sì. Quando ti saprò in mezzo a mille pericoli e il cuore mi si strazierà. Quello che io non ho patito mettendoti al mondo, debbo patirlo, centu­plicato, dopo. Ma, non dubitare, saprò aver coraggio, e se veramente nella vita compi­rai qualcosa di bello...

 Fabio                       - Sarà merito tuo.

Vera                         - No. Un poco. Un poco soltanto. Finora eri stato tu a dare tutto a me...

Fabio                        - Io?

Vera                         - Sì. Tu hai riempito la mia soli­tudine con le tue risa infantili, prima; coi tuoi giuochi poi; con la tua giovinezza, in­fine, sino a questo momento. Cosa ti avevo dato io in cambio? Ma oggi no. Oggi co­mincio io a darti qualcosa: il mio dolore. Ecco perché da oggi posso forse dirmi final­mente tua madre. (In questo momento una figura si profila nel fondo. È Anna Loredan pronta per partire).

Anna                        - Vera!

Vera                         - (lascia le mani di Fabio. S'allontana da lui) Ah.

Anna                        - Sono venuta a dirti addio.

Vera                         - Ah.

Anna                        - Forse non ci vedremo mai più.

Vera                         - Addio.

Anna                        - Addio. (Ella s'incammina, stracca)

Vera                         - Aspetta.

Anna                        - (si volge. Si ferma).

Vera                         - (a Fabio) Va abbasso. Guarda se la carrozza è pronta. Se sono stati caricati i bagagli.

Fabio                        - Vado, mamma. (Un lungo silenzio. Anna c immobile. Un po' verso il fondo. Con la sua borsa di quando è arrivata. Ma non porta le volpi rosse. Né il vestito verde. È tutta grigia. Stanca).

Vera                         - (dopo molto) Dove vai?

Anna                        - Non so. A Venezia, credo, pei ora. Dopo, vedremo.

Vera                         - E come farai?

Anna                        - Che importa?

Vera                         - So che sei stata molto male.

Anna                        - Ma non sono morta. Dio come si è duri, a volte, a morire!

Vera                         - Neanche io, come vedi, sono morta.

Anna                        - Presto forse, lo sentirai dire di me.

Vera                         - O tu di me.

Anna                        - E allora penseremo al momento in cui per poco non ci siamo prese a morsi. Perché poi?

Vera                         - Mah!

Anna                        - Forse bisognerebbe pensare un po' di più che !a vita è una cosa tanto bre­ve, per odiarci di meno.

Vera                         - Non ci si pensa mai. O sempre troppo tardi.

Anna                        - Povera Vera! Come sei pallida!

Vera                         - Pallida? Miracolo se mi reggo in piedi, vuoi dire. Ma anche tu devi essere molto stanca.

Anna                        - E il viaggio comincia ora. La par­te più brutta del viaggio. Mi par d'essere una cosa già morta.

 Vera                        - In questi giorni l'ho creduto an­ch'io. Ero oppressa dall'orrore del tuo so­spetto...

Anna                        - (ha un gesto).

Vera                         - Non dir nulla. So tutto... Ma final­mente sono riuscita a guardare dentro di me: ho saputo compiere questo sforzo. E un momento fa... Non ti so dire quello che ho provato.

Anna                        - Capisco ora perché non mi hai cacciata via, quando sono entrata. Avrei giurato che l'avresti fatto. Anzi, ti dirò che sono venuta a dirti addio proprio perché tu lo facessi. Per scontare, in qualche mo­do... Non l'hai fatto. Mi sono meravigliata. Ma ora capisco.

Vera                         - Che vuoi, a modo tuo mi avevi insegnalo qualcosa anche tu.

Anna                        - Può darsi. Tutti si può insegnare qualche cosa.

Vera                         - Ora... ho come una luce davanti a me. Vado verso quella, sperando di rag­giungerla.

Anna                        - È molto. Dinanzi a me non c'è nulla. Ma è tardi, devo andare.

Vera                         - Vogliamo darci un bacio?

Anna                        - (le si avvicina).

Vera                         - Ti ricordi? Quando arrivasti fui io a non baciarti. Ora sei stata tu. Ma come dicesti allora, quando si è tanto soli si di­venta come bambini. Si avrebbe un gran bisogno di tenerezza.

Anna                        - Addio...

Vera                         - (correndo a lei. Sostenendola) Non puoi partire in questo stato.

Anna                        - Ma sì, sì...

Vera                         - Stai male.

Anna                        - No. È passato.

Vera                         - Dammi la tua borsa.

Anna                        - No. Lascia.

Vera                         - (le toglie la borsa, la depone su la tavola). Siedi.

Anna                        - Si fa tardi. Il sole è già andato giù.

Vera                         - Va giù in un momento.

Anna                        - Proprio. In un momento. (Si sente in alto, fuori, il rombo di un velivolo).

Vera                         - Che è?

Anna                        - Nulla. Un aeroplano.

Vera                         - Nulla!... (Dopo un attimo) Sai, non voleva partire. Ma io ve l'obbligherò.

Anna                        - (prendendole le mani) Davvero? Oh farai bene, Vera.

Vera                         - (si è avvicinata un po' alla finestra) Ah! È là, in giardino. Guarda in alto.

Anna                        - (che ha seguito la sorella) Sem­bra incantato.

Vera                         - Mah! Chi li caoisce questi ragaz­zi di oggi? Che trasformazione! Non guar­dano che lassù! Noi qui e loro lassù. Non pensano che a questo. Addio, un bacio mamma, e... via.

FINE

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