Pastor Hall

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DON

PASTOR HALL

Dramma in tre atti e cinque quadri

di ERNEST TOLLER

Versione italiana di Grazia e Fernaldo Di Giammatteo

                                                                                    

PERSONAGGI

FEDERICO HALL, il pastore - IDA, sua moglie

CRISTINA, loro figlia -PAOLO VON GROTJAHN, generale medico in congedo

Dr. WERNER VON GROT­JAHN, suo figlio

FRITZ GERLE, tenente delle SS. poi comandante del campo di concentramento

TEOFILO PIPERMANN, calzolaio

GIULIA, domestica in casa del pastore  

EGON FREUNDLICH; ERWIN KOHN;

PIETRO HOFER; AUGUSTO KARSCH;        detenuti nel campo di concentr.

ERMANNO STELTER; CARLO MULLER;

        GIOVANNI HERDER,     

ENRICO DEGEN, della polizia ausiliaria  

GIUSEPPE LUDECKE - Un milite della S. A. (Sturm-Abteilungen)

Il dramma si svolge intorno al 1935 in germania

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

Abitazione del pastore Federico Hall. La scena è divisa in due parti, una delle quali, la posteriore, è di un gradino più alta dell'altra. Una vetrata scor­revole le separa. Sul davanti, la camera di soggiorno, arredata in modo confortevole ma senza pretese; dietro, la sala da pranzo. Il tavolo della sala da pranzo è imbandito come per una festa e apparecchiato per la cena.

(Al levarsi del sipario, Ida Hall sta disponendo dei fiori nella sala da pranzo. Sposta i vasi e fa in modo che i colori dei fiori armonizzino fra di loro. È una donna sulla quarantina, dall'aspetto giova­nile, capelli biondi annodati sulla nuca. I suoi gesti sono un po' svagati. Guarda spesso in giro, in preda a viva agitazione. Entra Giulia, la domestica).

Giulia                            - Il signor tenente Gerte desidera parlare con la signora.

 Ida                               - (palesamente sorpresa e spaventata) Gerte? Venga qua, porti via. i fiori. (Entra nella stanza di soggiorno, chiude la vetrata e cerca di accostare le tendine di batista, ma vi rinuncia, sospirando) Lo faccia entrare.

Giulia                            - (apre la porta) Prego.

Gerte                             - (indossa l'uniforme nera delle S.S. Ha circa 55 anni. Di media statura, magro, accuratamente rasato. Guarda fisso l'interlocutore con i suoi occhietti pungenti. Naso affilato, labbra sottili) Heil Hitler!

Ida                                - Ah, è lei Fritz.

Gerte                             - (stringe nervosamente una lettera nella mano) Non mi aspettava, vero?

Ida                                - Sono lieta di vederla. (Gli fa cenno di sedere) Prego. Che cos'è la lettera che ha in mano?

Gerte                             - Perché ha ordinato tanti fiori? Mi vuol dire, per piacere, che cosa sta succedendo?

Ida                                - Come fa a sapere che ho ordinato dei fiori?

Gerte                             - Me l'ha detto la portinaia.

Ida                                - Quella donna farebbe meglio ad occuparsi delle scale sporche.

Gerte                             - Dunque, ha ordinato dei fiori.

Ida                                - È la vigilia delle nozze di Cristina. Domat­tina sposa il dottor Werner von Grotjahn.

Gerte                             - Interessante davvero. E le pubblica­zioni, quando sono state fatte?

Ida                                - S'è dovuto fare tutto così in fretta, e l'ufficiale di stato civile ci ha molto aiutati. Il generale lo conosce dal tempo della guerra.

Gerte                             - E me lo dice con l'aria più innocente di questo mondo!

Ida                                - Bisognava spicciarsi. Werner è stato invitato a New York dall'università di Columbia. È un grande onore per lui.

Gerte                             - Bell'onore per un tedesco andare nell'università di un paese nemico.

Ida                                - Ma siamo in pace con l'America.

Gerte                             - E a me niente, nemmeno una parola. Sua figlia si fidanza, si sposa in fretta e furia, fugge in America ed io non so nulla!

Ida                                - Ma...

Gerte                             - Una fuga, è una fuga. E l'ha organiz­zata lei. Questa è la sua riconoscenza? Si ricordi che lei era stata messa al bando della società, e che io l'ho presa sotto la mia protezione, nono­stante il suo vergognoso matrimonio.

Ida                                - Insomma, posso sapere che c'è scritto in quella lettera?

Gerte                             - Le piacerebbe, vero?

Ida                                - Avete intercettato una lettera di mio marito? Per quanto io dica, non riuscirò mai a farmi ascoltare da lui. Finirà per rovinarci tutti, con il suo fanatismo.

Gerte                             - Sappiamo che suo marito sfrutta il pulpito per aizzare le famiglie evangeliche contro il nostro Fuhrer.

Ida                                - Prende troppo alla lettera la parola di Dio. Questo è il suo errore.

Gerte                             - Conosciamo anche il suo passato. Durante la guerra mondiale ha fatto prediche pacifiste.

Ida                                - Appena scoppiata la guerra andò volon­tario, sebbene potesse farne a meno come sacer­dote. Fu un soldato valoroso, ed ebbe persino una menzione ed un elogio ufficiale in un bollettino. Poi i nervi lo tradirono e divenne pacifista, non lo nego. Del resto l'ha'scontata: se non fosse stato per i nervi sarebbe da tempo consigliere del Concistoro.

Gerte                             - Lui, lo prendiamo quando vogliamo. Oggi, domani o posdomani. Adesso tocca a lei, signora.

Ida                                - Ma parli una buona volta, Fritz.

Gerte                             - Ida! Mi guardi negli occhi. Non l'ho forse aiutata, sempre e in ogni occasione? Sì o no?

Ida                                - Sì.

Gerte                             - Quando suo marito fu denunziato per avere attentato alla sicurezza dello Stato, lei a chi si è rivolta? A me. Chi l'ha tranquillizzata, chi ha strappato la denuncia? Io! Lei aveva assistito mia madre sul letto di morte, e questo un Fritz Gerte non lo dimentica.

Ida                                - Non ho fatto che il mio dovere, e sono rimasta sempre fedele alle esortazioni di mio marito.

Gerte                             - I miei camerati mi hanno ammonito di non immischiarmi nelle vostre faccende. Eppure io ho mantenuto i rapporti con la sua famiglia, ed ho fatto da scudo contro chi vi attaccava. Lei lo sapeva bene, cara Ida, e ne ha approfittato.

Ida                                - Con questo, dove intende giungere?

Gerte                             - Io amo Cristina. È l'unica persona che mi preme. L'amo da quando era una bambina.

Ida                                - Non è più una bambina.

Gerte                             - Che ne sa, una ragazza di diciotto anni, della vita? Io non le offro forse un avvenire sicuro, una buona posizione, una bella casa?

Ida                                - Le ragazze d'oggi hanno la testa fatta a modo loro. Non cercano la sicurezza, la bella casa e il posto nella società.

Gerte                             - E che altro vuole?

Ida                                - Un uomo di cui essere innamorata.

Gerte                             - (esplodendo) E lei vorrebbe farmi cre­dere di non essere riuscita ad impedire questo romanzetto sentimentale?

Ida                                - Lei non è più un ragazzo.

Gerte                             - (colpito nella stia vanità) Quando implorava la mia protezione, quando si metteva in ginocchio dinanzi a me, non faceva tante storie.

Ida                                - Non mi sono mai inginocchiata dinanzi a lei.

Gerte                             - Ma sua figlia, me l'aveva promessa.

Ida                                - Se l'ama, chieda a Cristina di sposarla, io le dissi.

Gerte                             - Questo che significa? Che le sarei piaciuto come genero.

Ida                                - E non è così?Lei è il nostro unico appoggio, senza di lei mio marito non potrebbe restare al suo posto, forse sarebbe addirittura in prigione. L'ho ammonita, supplicata, scongiurata. Cristina non mi ha dato ascolto.

Gerte                             - Mettiamo le carte in tavola, Ida. (Indica la lettera) Conosce questa calligrafia?

Ida                                - (osserva la lettera) È del generale.

Gerte                             - Appunto. In questa lettera il suo vecchio amico, generale medico Grotjahn, scrive all'esecutore testamentario dell'albergatore Kurt Pegge di New York... Conosce questo Pegge?

Ida                                - È il mio povero fratello.

Gerte                             - Interessante. Ed ecco che il generale scrive all'esecutore testamentario una innocente lettera. Troppo innocente per noi, mia cara Ida. Parla del tempo e del «Lohengrin». Eppure a metà della lettera - noi non leggiamo solo il principio e la fine - a metà della lettera c'è una piccola frase, una frasettina che le può costare la testa, mia cara Ida.

Ida                                - Mi arresti subito, Fritz, faccia di me quello che vuole, ma non mi tenga più sulle spine.

Gerte                             - (ride conciliante) «Le può costare», ho detto, non le « costerà ». Dunque, il generale prega l'esecutore testamentario di non trasferire in Germania l'eredità, ma di depositare la somma in America. Ha scritto di curare e innaffiare il fiorellino dell'eredità, perché ci esca, sbocci e dia dei frutti. Questo si chiama sottrazione di valuta e alto tradimento. Per questi reati è previsto l'er­gastolo, e se il tribunale riconosce le aggravanti, la morte per decapitazione.

Ida                                - Che altro c'è nella lettera?

Gerte                             - Se proprio vuol sapere tutto, il suo nome non compare. Ma non gridi vittoria troppo presto, mia cara. Il signor Pegge è suo fratello, lei è l'erede, lei ha dettato la lettera al generale, lei ha voluto mettere il denaro in salvo, lei ha venduto sua figlia ad uno che va in America.

Ida                                - Il denaro non mi appartiene nemmeno. Mio fratello Carlo aveva un debole per Cristina. L'erede è lei.

Gerte                             - Tanto peggio. Per Cristina, natural­mente. Ora è nei pasticci anche lei, per colpa sua.

Ida                                - Insomma, che devo fare?

Gerte                             - Anche questa volta vedrò di aiutarla, ma il matrimonio va a monte. L'oca, che manda un profumo così appetitoso, la dia al « Soccorso invernale ». La nave partirà, Cristina no.

Ida                                - Ma io che devo fare?

Gerte                             - Tacere. Ci si può fidare dell'esecutore testamentario in America?

Ida                                - È legato dal giuramento.

Gerte                             - Allora tacerà anche lui. E adesso a noi. Lei ha imbrogliato la matassa, lei la sbroglierà. Cristina è minorenne. Suo marito può vietare il matrimonio. Lei ha tempo un'ora e mezzo. Alle otto e mezzo le telefono.

Ida                                - E se non riesco?

Gerte                             - Bè, in tal caso... Alle otto e mezzo telefono. (Rumori nel corridoio. Gerte prende il berretto. Entra il pastore Federico Hall. Cinquanta anni. Alto di statura. Capelli grigi. Portamento eretto, da lui volutamente accentuato. In contrasto con la rigidezza del corpo, la voce è morbida e di­messa. Non dà mai l'impressione del patetico, nep­pure quando cita le parole della Bibbia).

Hall                               - Signor Gerte.

Gerte                             - Heil Hitler! Signor pastore, sua moglie desidera parlarle. Heil! (Esce).

Hall                               - Che cosa voleva dire?

Ida                                - Niente. (Porge un sigaro al marito) Ecco il tuo sigaro, Federico.

Hall                               - (l'accende, e cammina avanti e indietro, le mani sul dorso) Grazie, Ida... Non riesco a togliermi dalla testa l'idea che tu ti sia messa nelle mani di quest'uomo, che spia me ed i miei parroc­chiani. Avevo dentro il mio scrittoio delle lettere: erano lettere confidenziali di padri e madri che mi raccontavano, con particolari spaventosi, come i nostri figli vengano rovinati dalla Hitler ugend. Da due giorni non le trovo più. Se cadessero in mano a chi non devono, quelli che le hanno scritte sarebbero perseguitati, forse addirittura arrestati.

Ida                                - Non sapevo niente di queste lettere.

Hall                               - Qualcuno deve averne sentito parlare e deve averle rubate.

Ida                                - Per favore, Federico, siediti e non andar su e giù. Mi dai ai nervi. Dimmi che ora è.

Hall                               - Le sette e un quarto.

Ida                                - Ah, se fosse già finito tutto!

Hall                               - (la osserva per qualche secondo, poi con calma) Gerte uscendo non ha detto che dovevi parlarmi?

Ida                                - Sì.

Hall                               - C'entrano forse le lettere scomparse?

Ida                                - Se tu mi avessi parlato delle lettere nascoste nello scrittoio, io avrei fatto attenzione e probabilmente non sarebbero state rubate.

Hall                               - Senti, Ida: che le abbia prese Gerte?

Ida                                - Gerte non è un ladro.

Hall                               - Nessun tribunale lo chiamerebbe ladro, anche se le avesse rubate. Anzi, gli dareb­bero una medaglia.

Ida                                - Al lunedì io devo far dimenticare ciò che tu dici in chiesa, la domenica. E chi mi aiuta in questo? Gerte.

Hall                               - Adesso dimmi che sacrifica la vita per proteggermi!

Ida                                - Senza di lui, a quest'ora saremmo tutti in un campo di concentramento.

Hall                               - Preferirei non entrasse in questa casa. (Apre la finestra) E si profuma anche.

Ida                                - Ma non hai promesso a sua madre che gli saresti stato amico per tutta la vita?

Hall                               - Quella poveretta credeva che io potessi impedire al suo ragazzo di finire male. Quante volte sono andato a perorare la sua causa dal commerciante Levi, perché mancava ai suoi do­veri di impiegato; e lui trovava sempre delle scuse per giustificare la sua pigrizia, la sua incostanza, la sua ambizione. Sai come ha ringraziato Levi per avere chiuso tutti e due gli occhi? Gli ha fatto appiccicare un cartello sulla vetrina: « Chi compra da un ebreo, compra dal diavolo ». Certo a lui l'inferno non ha dato alcun fastidio: il denaro non ha nome. E Levi oggi gira mendicando per Whitechapel con la sua famiglia. E può ringra­ziare d'essere ancora vivo.

Ida                                - Oh, vorrei già essere in prigione. In pri­gione si sta sicuri e in pace. In prigione non si può essere arrestati.

Hall                               - Prigione? Gerte ti ha minacciata?

Ida                                - Non so più che fare. Aiutami.

Hall                               - Non posso aiutarti se non so di che si tratta.

Ida                                - Gerte non vuole che Cristina sposi Werner.

Hall                               - Gerte può anche non volere che domat­tina sorga il sole.

Ida                                - È convinto di essere stato ingannato.

Hall                               - Perché? Cristina non ha mai fatto mistero della sua antipatia per lui.

Ida                                - Gerte è potente.

Hall                               - (sorridendo) Non tanto potente da impe­dire che domattina sorga il sole e che alle dieci Cristina sposi Werner.

Ida                                - Gerte sa che Cristina è l'erede di mio fratello.

 

 

Hall                               - Perché non dovrebbe saperlo?

Ida                                - Ci tiene tutti in pugno, perché... Ah, Federico.

Hall                               - ... Perché? Perché ci tiene in pugno?

Ida                                - Ho scritto all'esecutore testamentario di non trasferire il denaro in Germania, perché, altrimenti, Cristina riceverebbe soltanto mezza eredità, e non in dollari ma in marchi. Sarebbe una vera e propria estorsione.

Hall                               - È stato molto sciocco da parte tua e oltre tutto illegale.

Ida                                - Non l'ho fatto per via legale, l'ho fatto di nascosto.

Hall                               - Peggio. Qualcuno ti ha aiutato?

Ida                                - Il generale. Ha scritto una lettera a New York per conto mio. La polizia l'ha presa. L'ho vista in mano...

Hall                               - ... a Gerte, che è un agente della Ge-stapo. Che cosa hai fatto, Ida? Ma che vuoi che importi, santo cielo, che Cristina abbia o no il denaro. Tutte le domeniche salgo sul pulpito per difendere la dottrina di Cristo contro i suoi avver­sari. Non mi faccio spaventare dalle loro minacce ed ecco che proprio mia moglie mi colpisce alle spalle. Ora canteranno vittoria: guardate il pa­store Hall - diranno - che si spaccia per un cri­stiano e non è altro che un contrabbandiere di valuta. Ah, Ida, se ci andassi di mezzo solo io. Ma sarà compromesso tutto, perché io, presunto criminale, parlerò. Sentivo da tempo che sarei stato messo alla prova. La prova è giunta ed io non chiederò al Signore perché mi ha scelto.

Ida                                - Tu non lo chiederai, e se lo chiederò io, non te ne importerà. Hai sempre agito così. Quando andasti volontario in guerra, e a me si spezzò il cuore per la pena, quando tornasti e dicesti che t'eri sbagliato e volevi ammetterlo dinanzi a tutti e decidesti di predicare da quel momento l'amore e non la violenza, e per poco non rovinasti me e la bambina, non pensavi che a te stesso, sempre e soltanto a te stesso. Se questo è il cristianesimo, preferisco essere pagana.

Hall                               - Mi sono chiesto spesso se un uomo come me, che cerca la via della verità e che non vuole trovare altro che la verità, abbia il diritto di assumersi la responsabilità di una moglie e di una figlia, e di caricarli del suo fardello. Forse non avevo davvero il diritto di sposarmi e di fon­dare una famiglia.

Ida                                - Caro, non prendere tutto alla lettera. Non volevo dir questo. Perdonami...

Hall                               - Che cosa dovevi dirmi?

Ida                                - Cristina è minorenne. Tu sei il suo tutore. Tu non devi dare il consenso alle nozze e permet­tere che parta domani.

Hall                               - E se non lo faccio?

Ida                                - Gerte non si è spiegato chiaramente. Ha detto che in tal caso... Ti arresteranno, o arresteranno me, o Cristina, o tutti.

Hall                               - Quel gentiluomo ha fatto male i conti. (Va allo scrittoio, prende un foglio, si siede e scrive).

Ida                                - Che vuoi fare?

Hall                               - Scrivo all'esecutore testamentario di tuo fratello. Gli dico di trasferire immediatamente per via legale l'eredità in Germania.

Ida                                - Non fai che peggiorare le cose. Non è questo che Gerte vuole. E ben contento che il denaro resti in America, vuole soltanto che Cri­stina non sposi Werner.

Hall                               - Adesso capisco. Il signor tenente vuole sistemarsi. Ed io dovrei esser suo complice nel contrabbando e nella truffa.

Ida                                - Vuoi mandarmi in prigione? Se non pensi a me, pensa almeno a Cristina.

Hall                               - Tanto stupido non è il ragazzino da arrestare te o Cristina. Cosi gli sfuggirebbe l'erede, e il denaro in America. (Ride).

Ida                                - (dopo una pausa) Non ti pare che do­vresti parlare con Cristina e lasciar decidere a lei?

Giulia                            - (entra) Il calzolaio Teofilo Pipermann desidera parlare col signor pastore.

Ida                                - È di nuovo qua ad affliggerci con i suoi « quantunque » e « tuttavia », e alla fine nessuno avrà capito che cosa vuole...

Hall                               - Lo faccia entrare. (Ida e Giulia escono. Entra Teofilo Pipermann, uomo anziano, così magro da sembrare rattrappito e macilento. Un pizzo gli copre il mento sfuggente. Sul naso puntuto porta un paio d'occhiali nichelati con lenti azzurre, che si toglie e si rimette continuamente. Quando se li toglie, appaiono gli occhietti irrequieti, che, par­lando, egli tiene di solito bassi. Ha la bocca molto piccola: quando tace, essa si fa tonda come la capocchia di uno spillo. Indossa un abito logoro e fuori moda, con una giacca chiusa sino al collo. Hall stringe la mano a Pipermann) Dunque, caro Pipermann, a che devo l'onore?

Pipermann                     - Quantunque non sia un onore per lei, signor pastore, tuttavia è per me un pia­cere il vederla in buona salute.

Hall                               - Si accomodi. Cosa le posso offrire? Un sigaro? (Si siedono).

Pipermann                     - Quantunque non sia un peccato e la Sacra Scrittura vieti soltanto la crapula, tut­tavia preferisco rinunciare al tabacco e all'alcool.

Hall                               - Certo, certo. Come sono sbadato. Lei è un fautore dell'astinenza.

Pipermann                     - Quantunque la sua offerta mi stupisca, perché anche l'oste Henke mi voleva tentare quando andai da lui a riscuotere la col­letta, e l'oste Henke non ha simpatia per me, non ha simpatia per lei, volevo dire, signor pastore, tuttavia credo che lei lo abbia fatto per disat­tenzione.

Hall                               - Mio caro Pipermann, all'oste Henke piace ogni tanto fare degli scherzi volgari.

Pipermann                     - Il demonio si presenta a noi travestito in mille modi. Quantunque io creda, modestamente, di essere un buon cristiano, e per me l'ultimo giorno della settimana sia il vero giorno di Dio, e preferirei mangiare pane asciutto piut­tosto che bere alla domenica birra e grappa, tut­tavia anche allo Stato dobbiamo ubbidienza, e contro la pioggia mi devo proteggere con un man­tello e con stivali impermeabili, altrimenti mi bagno, e se i fatti sono contro di noi, non possiamo andare eternamente contro i fatti, ma dobbiamo, prima che sia troppo tardi, sigillare le labbra e tenere le parole nella mente. Lassù Dio lo vedrà, anche se noi non lo mostriamo al mondo che vive nel pec­cato e cammina sulla falsa via. Altrimenti il nostro agire può essere facilmente scambiato per orgoglio, e dove entra l'orgoglio è entrato il Tentatore.

Hall                               - (comprende) Parla come privato o per incarico della comunità, come consigliere eccle­siastico ?

Pipermann                     - Quantunque io parli come mo­desto privato, tuttavia molti membri della comu­nità la pensano come me, persino l'oste Henke al quale io non ho mai riconosciuto - Dio mi è testimonio - alcun merito; tutti dicono che così non può andare avanti, e che un giorno o l'altro accadrà qualcosa.

Hall                               - Che cosa deve accadere? Perché non può più andare avanti così?

Pipermann                     - Quantunque si dica che ci do­vrebbe essere tolta la sovvenzione statale, e il tetto della chiesa è pericolante e minaccia di crol­lare se non lo puntelliamo subito, se non lo met­tiamo a posto volevo dire, e verrà anche sospeso il salario al pastore comunale, così dice la gente, e soprattutto l'oste Henke, e i nazisti minacciano persino di boicottare i nostri negozi, tuttavia la persecuzione e la minaccia non ci devono toccare; al nostro Signore i farisei non hanno risparmiato la morte sulla croce, dico soltanto che dovremmo... dovremmo... (Balbetta e, confuso, non sa come terminare).

Hall                               - (lo lascia per qualche secondo, spietatamente, nella sua confusione) Dovremmo prima di tutto pensare al tetto della chiesa, secondo lei, e poi alle fondamenta sulle quali la chiesa poggia. Quando viene da lei un cliente, e le ordina un paio di scarpe, io so, per diretta esperienza, che lei gli prende accuratamente le misure e gli confe­ziona un paio di scarpe che non gli facciano male e non gli procurino i calli, che siano comode e adatte al piede. Alle rifiniture, semplici o compli­cate che siano, lei pensa, giustamente, soltanto in un secondo tempo. A che serve una scarpa ele­gante e alla moda se il cliente non può cammi­nare? Mi comprende? Pensiamo pure al tetto della chiesa, ma prima ci sono le fondamenta.. In questo campo non mi lascio guidare che dalla mia coscienza. Se un cliente non è contento di lei, si rivolge a un altro calzolaio. Porterò la questione alla prossima seduta del consiglio ecclesiastico e chiederò il voto di fiducia.

Pipermann                     - Cielo benedetto, signor pastore! Quantunque io abbia messo bene in chiaro che vengo da lei come privato e che penso unicamente al bene del signor pastore, tuttavia lei mi ha frainteso. Nella comunità non ci sono molte per­sone pronte a venire da lei da veri amici e a divi­dere con lei, se fosse necessario, la buona e la cat­tiva sorte. Questo è un problema sul quale non mi permetterei di esprimere alcun giudizio.

Hall                               - La ringrazio, caro Pipermann, la ringrazio dell'amicizia.

Pipermann                     - Su di me può contare, signor pa­store. Quantunque io abbia ancora molte cose da dirle, di natura mondana, il figlio del negoziante Wrede sta dietro alla cameriera dell'oste Henke e pare abbia persino cercato di introdursi di notte nella sua camera da letto, tuttavia il mio tempo è limitato, e forse anche il suo... (Pipermann a questo punto dovrebbe alzarsi, ma attende che Hall lo inviti a restare e quindi non si muove).

Hall                               - (si alza e con questo costringe anche Piper­mann ad alzarsi) Purtroppo, caro Pipermann. Speriamo di vederci presto e allora parleremo delle cose mondane. Non da farisei come i pettegoli, che sono altrettanto insopportabili a lei quanto a me.

Pipermann                     - (si accomiata lusingato, facendo molti inchini ed esce dalla camera).

Hall                               - (sorridendo) Uff! (Bussano) Avanti.

Pipermann                     - (torna) Scusi, signor pastore, quantunque sia già andato via, tuttavia ho dimen­ticato i miei occhiali.

Hall                               - I suoi occhiali? Eccoli qua. (Gli porge gli occhiali).

Pipermann                     - Grazie infinite. Non volevo pro­prio disturbare. (Retrocede sino alla porta, inchi­nandosi).

Hall                               - (chiama) Ida, è andato via.

Ida                                - (entra) Che voleva ancora?

Hall                               - Faccende della comunità, lo conosci. Si preoccupa per il tetto della chiesa.

Ida                                - Sarebbe meglio che facesse una donazione per ripararlo. Tutti sanno che è ricco, ma cova i suoi soldi come una chioccia e non si sposa per pura avarizia. Eppure trovami una ragazza che si senta tranquilla quando lui la guarda con quei suoi occhietti impudenti dietro gli occhiali azzurri.

Hall                               - (sorridendo) Non lo devi prendere sul serio, Ida. « Quantunque » i suoi sguardi siano impudenti, « tuttavia » il suo cuore è pudico e nessuno gli può rimproverare un atto mondano.  (Entra Giulia).

Giulia                            - Il signor generale. (Giulia esce. Entra il generale von Grotjahn, con una giacca nera da passeggio e calzoni a righe. Porta il monocolo. Ha una sessantina d'anni).

Grotjahn                        - (va incontro a Ida, le bacia la mano) Cara Ida, stai così bene che sembri tu la sposa. (Stringe la mano a Hall) Non è vero Federico? Non è raggiante come una rosa di maggio? « Quando le gemme sbocciano - nel bel mese di maggio - nel cuore mio fremente - d'amor si schiude un raggio ». Autore ignoto, come si dice oggi.

Hall                               - Vuoi un grappino?

Grotjahn                        - Accidenti! Grappa di Danzica, il mio liquore preferito. Alla salute. (Beve) Questa sì che scioglie la lingua.

Ida -                              - Paolo!

Grotjahn                        - Sono un uomo all'antica. A me, la bocca non me la chiude nessuno. E poi sono innocuo, credimi Ida, eccetto che nel 19ib, davanti a Verdun.

Ida                                - Scusami, caro Paolo. Devo cambiarmi.

Grotjahn                        - Vuoi farti ancora più giovane e bella? A proposito, conoscete la storiella del pastore Niemòller?

Hall                               - No.

Ida                                - Parla piano, Paolo.

Grotjahn                        - (sussurrando scherzosamente) Nie­mòller incontra in carcere il cappellano che fa la predica alla domenica. Il cappellano gli chiede, stupitissimo: Come mai lei è in prigione? E Nie­mòller: Come mai lei non è in prigione?

Hall                               - Magnifico. Una bella lezione.

Grotjahn                        - Davvero, dobbiamo un po' tutti vergognarci di non essere in prigione: oggi un uomo per bene non può essere che in prigione.

Ida                                - (nervosamente) Non andarla a cercare, Paolo.

Hall                               - Provo quasi sempre un senso di pena quando sento tutte queste barzellette contro i nostri nuovi padroni. È un facile modo di eva­dere per gente che ha paura di muoversi.

Grotjahn                        - Permetti che mi versi un altro grappino? (Ida è uscita).

Hall                               - Paolo., devo parlarti.

Grotjahn                        - Che solennità! Guarda che io sono il suocero, non lo sposo. Per me non c'è bisogno del discorsetto di prammatica. A me il discorsetto lo fece il sergente Siebenklotz quando ero un cadetto moccioso. Grotjahn - mi disse - credete alla cico­gna? Signornò, gli risposi. Allora, all'attacco, mi disse e mi diede l'indirizzo di una biondona fuori serie. Adesso sono giunto all'età in cui si crede di nuovo alla cicogna.

Hall                               - (in tono di scherzoso rimprovero) Paolo.

 Grotjahn                       - Su, avanti pastore. Sono tutto orecchi.

Hall                               - Tu hai scritto una lettera all'esecutore testamentario a New York perché non mandi in Germania l'eredità di Cristina.

Grotjahn                        - Lo sai già anche tu? E Ida che ha giurato e spergiurato di degnare soltanto me della sua preziosa fiducia.

Hall                               - Ma ti rendi conto che la legge lo vieta?

Grotjahn                        - Quei signori ci possono fare ciò che vogliono con le loro leggi. Sapessi che gusto provo a farla in barba a quelle leggi.

Hall                               - Scusa, così parlerebbe un anarchico.

Grotjahn                        - In quali condizioni, secondo il tuo altissimo parere, si trova oggi la Germania? Dall'ex caporale non mi faccio imporre nessuna legge, io. (Si versa un altro bicchierino).

Hall                               - Purtroppo non sta a noi giudicare la validità delle leggi.

Grotjahn                        - Ubbidire e tenere la bocca chiusa, non è vero? Ai signorini farebbe piacere. Così avrebbero ottenuto il loro scopo. Tanto in basso noi tedeschi non siamo caduti. Dovresti qualche volta andare in giro a sentire che cosa dice la gente. Chinano la testa ma dentro ci hanno idee chiare, sai? Stamane ero dal giornalaio e sfogliavo i giornali. Sopra c'era il « Volkischer Beobachter » per precauzione. Il giornalaio mi dice: signor gene­rale perché ci mette tanto a decidersi: l'uno vale l'altro. Le bugie sono stampate in nero e la verità è bianca, perché nessuno la possa leggere.

Hall                               - Paolo, la lettera che tu hai scritto all'esecutore testamentario è nelle mani della Gestapo.

Grotjahn                        - Accidenti! Ora sto fresco.

Hall                               - Continui a prenderci gusto?

Grotjahn                        - E con questo? Che cosa mi possono fare? In qualche modo me la caverò.

Hall                               - Già, ma io gli sto dando fastidio da parecchio tempo. Ed ora hanno finalmente trovato il mezzo per distruggermi.,

Grotjahn                        - Mi dispiace, Federico. Sono stato proprio una bestia a non pensarci. (Entrano Cri­stina Hall e Werner von Grotjahn. Cristina ha diciott'anni, viso grazioso, lineamenti delicati, tem­peramento gaio. Werner ha 30 anni, movimenti rigidi, asciutto ma non privo di vivacità).

Cristina e Werner          - (insieme) Buona sera.

Grotjahn                        - (a Cristina) Mia bella figliola, non mi dai un bacio? (Cristina lo bacia).

Cristina                         - Ah, papà. La mamma di là vuol parlarti.

Hall                               - Scusatemi un minuto. (Esce).

Grotjahn                        - Da dove venite?

Werner                          - Direttamente dall'aeroporto. Do­mani, subito dopo il matrimonio, prendiamo l'aereo per Londra e ci imbarchiamo a Southampton sulla «Queen Mary ».

Grotjahn                        - Vi siete divertiti in città?

Cristina                         - Abbiamo litigato, Werner ed io.

Grotjahn                        - Alla vigilia delle nozze? Porta fortuna... Perché avete litigato?

Werner                          - Discutevamo su quello che farebbe un uomo se sapesse che il giorno dopo il sole non riscalderà più la terra.

Grotjahn                        - Una discussione d'attualità.

Cristina                         - Io dicevo che quell'uomo sarebbe tranquillo e allegro e affettuoso con sua moglie.

Grotjahn                        - E lui?

Cristina                         - Diceva che come astronomo avrebbe il dovere di registrare sino a quando gli fosse pos­sibile, tutto ciò che accadrebbe sulla terra, per il bene degli uomini futuri.

Werner                          - Ho dovuto giurare a Cristina che dicevo la verità.

Grotjahn                        - Ma alla fine avete fatto la pace?

Cristina                         - Werner mi ha corrotta... mi ha comprato un braccialetto... Io mi sono lasciata corrompere... Ehi, Werner, quando saremo sposati dovrai continuare a uscire con me e a comprarmi dei regali, ma non dovrai dire che siamo sposati.

Werner                          - Che dovrò dirti invece?

Grotjahn                        - Che dovrà dirti?

Cristina                         - Le stesse cose che tu, papà, dicevi quando uscivi in borghese con tua moglie.

Grotjahn                        - Oh bella, e che cosa dicevo?

Cristina                         - Dicevi che era una tua cugina, che non trovava marito e che per questo tu dovevi pagare per lei. Eri un bel tipo.

Grotjahn                        - In compenso, però, ero fedele. Un modello di fedeltà. L'uomo più fedele della terra.

Cristina                         - (minaccia col dito) Là, là. (Hall e Ida entrano. Cristina, ridendo) Mamma, pensa che zio Paolo dice di essere stato un modello di fedeltà. Tu ci credi?

Ida                                - (non risponde. Un attimo di silenzio imba­razzato) .

Hall                               - Cara Cristina, prima che andiamo a tavola devo parlarti. È una cosa che ti riguarda, riguarda anche il tuo futuro marito, e noi tutti.

Ida                                - (non riesce a dominare la sua emozione) Cristina, tuo padre deve impedire che tu ti sposi e vada via.

Werner                          - Chi è che lo vuole?

Ida                                - Gerte.

Werner                          - Che c'entro io con Gerte?

Ida                                - Ti può arrestare questa sera stessa.

Werner                          - Arrestare? E che ho fatto?

Grotjahn                        - Qualche colpa la troveranno sempre! Se sotto questo governo mi accusassero di aver fatto sparire la porta di Brandeburgo, correrei subito a ordinarmi un funerale di prima classe.

Cristina                         - Ma si può sapere che cosa vuole quest'uomo?

Hall                               - Vuole che tu non parta.

Ida                                - Non vogliono che cada nelle mani dei reazionari.

Werner                          - Perché reazionari? Io non ho mai detto una parola contro di loro.

Ida                                - Ma neppure a favore.

Cristina                         - In quali mani dovrei cadere, allora?

Hall                               - Nelle sue.

Werner                          - Ah, guarda!

Cristina                         - (a Ida) Ah, è così? Ma io non voglio. Non voglio, capisci? Digli pure che non lo posso soffrire.

Hall                               - Allora, Cristina sei decisa ad affrontare le conseguenze, tutte le conseguenze?

Cristina                         - Sì, papà, tutte.

Werner                          - Penso che potremmo sospendere il consiglio di famiglia. (Entra Giulia) Arriva la minestra.

Hall                               - Andiamo a pranzo. (Giulia va ad aprire la vetrata. Passano tutti nella camera da pranzo e si fermano dinanzi ai propri posti) Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il nome tuo, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, così in cielo come in terra. Dacci oggi il nostro pane quoti­diano rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male, perché tuoi sono il regno, la forza e la gloria. Amen.

Tutti                              - Amen. (Pausa) Buon appetito. (Ida fa cenno agli altri di sedersi. Si serve in tavola).

Grotjahn                        - Mi passate il sale per piacere? (Cristina glielo porge).

Werner                          - Tu non mangi, mamma.

Ida                                - (dissimula a stento la sua inquietudine) Mi sono data tanto da fare per i fiori e voi non vi accorgete di niente.

Werner                          - Li ho visti e li trovo splendidi. (Alza il bicchiere) Alla tua salute, mamma.

Ida                                - Grazie, Werner.

Grotjahn                        - Dì, Cristina, hai paura del mal di mare?

Cristina                         - Nemmeno per sogno.

Ida                                - A me basta salire su un vaporetto della Sprea per sentirmi male.

Cristina                         - È magnifico: cinque giorni, e, nient'altro che acqua, vento e nuvole.

Hall                               - Che cosa ti mancherà di più, di questa vecchia casa?

Cristina                         - Il nostro carillon.

Werner                          - Quello sul tavolino?

Cristina                         - Sì.

Hall                               - Era del mio bisnonno.

Cristina                         - È così vecchio che suona soltanto quando ne ha voglia. Certe volte smette di colpo e dopo un po' ricomincia. (Suona il telefono).

Ida                                - Il telefono.

Giulia                            - Vado io, signora. (Esce).

Ida                                - A proposito; che ora è?

Werner                          - Quasi le otto e mezzo. (Ida sospira) Non ti senti bene, mamma?

Ida                                - Sto benissimo.

Werner                          - Perché non sorridi, allora?

Grotjahn                        - Sarebbe ancora più bella, giovane com'è.

Ida                                - Non ci tengo più ad essere giovane, da oggi... sono la madre di una figlia sposata. (Entra Giulia) Chi era?

Giulia                            - L'ufficio viaggi. La macchina dell'aeroporto verrà a prendere la signorina e il dot­tore alle undici precise.

Cristina                         - Grazie.

Grotjahn                        - Che cosa suona il carillon... quando suona?

Cristina                         - La canzone della libertà.

Grotjahn                        - Il carillon mi piace: è reo di alto tradimento.

Hall                               - Quando ha la luna, si mette a gemere e a cigolare. Non è certo uno spasso.

Cristina                         - Non importa: oggi voglio caricarlo lo stesso. Chissà quando potrò riudirlo?

Hall                               - Fai pure. (Cristina si alza e va a caricare il carillon. Si sentono alcuni cigolìi e note lamentose. Poi silenzio) Ecco.

Grotjahn                        - (ridendo) Anche il carillon ha paura delle spie. Si rifiuta di suonare una canzone che parla di libertà.

Hall                               - Perché? Di libertà parlano anche i nostri attuali padroni. Soltanto che adesso ha un altro significato. Bella libertà, la loro!

Grotjahn                        - Oggi si è liberi quando gli altri hanno paura di te.

Hall                               - Per loro la libertà è quella di incutere paura agli altri popoli.

Cristina                         - Smettetela di parlare di politica. Vi litigate sempre per le parole ed ognuno continua a pensarla a modo suo. Proprio non so più che cosa volete dire.

Werner                          - (pedante) Le parole esistono perché ci si comprenda.

Cristina                         - A me basta l'istinto per distinguere il bene dal male.

Werner                          - Anche gli istinti si possono cal­colare. Si possono sommare e sottrarre e ridurre a un denominatore comune.

Cristina                         - (ridendo) Sta attento a non sba­gliare il calcolo, Werner. (Entra Giulia).

Giulia                            - Il signor tenente Gerte è al telefono e desidera parlare con la signora.

Ida                                - Con me?

 

Hall                               - Gli dica di richiamare fra mezz'ora. Siamo a tavola ed abbiamo ospiti.

Giulia                            - Va bene. (Esce. Il carillon comincia improvvisamente a suonare, mentre il generale recita senza enfasi la parole del lied).

Grotjahn                        - Vieni e brilla ancora libertà sì dolce! Il mio cuor t'invoca, pallida visione. Di te il mondo è orbato, privo di tua luce. Solo in ciel tu splendi, dolce libertà! Solo in ciel tu splendi, dolce libertà! (Torna Giulia).

Hall                               - Giulia, prenda un bicchiere. Così. Ora brindi con noi alla salute degli sposi.

Giulia                            - (confusa) Ah, signor pastore.

Hall                               - Chi avrebbe più diritto di lei, cara Giulia, che ha servito fedelmente per diciannove anni in casa nostra, di unirsi a noi in questa ora di gioia? (Giulia guarda per un momento smarrita il pastore, poi scoppia in singhiozzi e scappa via).

Ida                                - Lasciala stare. Non sa rassegnarsi alla partenza di Cristina. (Il carillon emette qualche nota cigolante).

Hall                               - (si alza) Voglio spiegarti, cara figliola, come tu potrai essere una buona moglie. So che adesso non ci si pone più questo problema, anzi non ci si pone più nessun problema. I problemi non sono d'attualità. Ma noi vogliamo prospettarci questi problemi, perché tutto ciò che è terreno dev'essere studiato, perché lo studio aiuta cono­scere noi stessi, a veder chiaro e a fortificarci: ciò che è necessario lo accettiamo di buon grado come un comandamento, ciò che è secondario lo esaminiamo nel valore che ha per noi e per il nostro tempo. Per porsi un problema ci vuole forza, e coraggio per risolverlo; molti esitano per­fino a prospettarselo, molti sono annientati dalla soluzione... Due persone che si amano costitui­scono un mondo: né l'odio, né le calunnie, né la violenza possono farli vacillare; neppure le tenta­zioni, o i capricci o le deviazioni dell'istinto pos­sono separarli. Per il vero matrimonio la gioia e l'appagamento sono una missione e un dono nello stesso tempo. Ciò significa forse sottrarsi alle respon­sabilità, agli oneri, ai doveri del proprio tempo, significa sbarrare le porte e chiudere le finestre dinanzi alla realtà? No. Significa vivere nella fratellanza di Dio, nella quale tutti gli uomini sono eguali, bisognosi di amore e di redenzione, significa lealtà, rettitudine e franchezza. Signi­fica ispirare ed essere degni di fiducia, significa gioia dei campi e dei boschi, degli animali e dei fiori e della luce. Noi brindiamo, cari figlioli, alla vostra felicità. (Durante la seconda parte del discorso ha cominciato a suonare il telefono. Ida fa cenno di alzarsi e correre via al primo trillo. Ma Hall la fissa imperiosamente e Ida si risiede. Quando il telefono riprende a suonare Ida si irrigidisce: i suoi occhi si perdono nel vuoto. Hall alza il bicchiere. Tutti sono in piedi e brindano. In quest'istante il carillon comincia a suonare. Di fuori si odono forti colpi alla porta. La porta è sfondata. Entrano militi delle S.A. armati. Uno di essi spiana la pistola. Un altro con le manette in pugno, si ferma sulla soglia della camera da pranzo e gira intorno uno sguardo indagatore. Entra Giulia).

Un Milite                      - Chi è qui dentro i] pastore Federico Hall? (Hall allontana la sedia e gli va incontro).

Grotjahn                        - Un momento...

Il Milite                         - In nome della polizia di stato.

Hall                               - Iddio sia lodato.

Il Milite                         - Le faremo passare anche la superbia.

Hall                               - Così sia.

Il Milite                         - Portatelo via. (/ militi ammanet­tano Hall e lo conducono vìa).

Ida                                - (lo segue piangendo) Federico!

Grotjahn                        - (la fa sedere) Calmati, Ida. (Si ode il tonfo di una porta che si chiude. Tutti i pre­senti sono immobili, per il terrore).

Giulia                            - Gesù mio, che cosa ho fatto... Gerte ha detto che se non gli dicevo dov'erano le lettere, mi faceva tagliare i capelli come alle ragazze che vanno con gli Ebrei... Io gliele ho date... Sono una miserabile, signora; mi butto nel fiume.

Ida                                - Non importa, Giulia. Lei resta con noi.

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

PRIMO QUADRO

Tre settimane dopo. Fra i tre quadri dell'atto non deve calare il sipario: si oscurerà semplicemente la scena. Se manca il palco girevole, si faccia in modo che le tre scene possano essere rapidamente sosti­tuite. A destra e a sinistra sono allineate le baracche, perpendicolari alla strada, al centro della scena. Davanti alle baracche aiuole e orti. Sentieri coperti di sabbia uniscono le baracche fra di loro e con la strada. Nel mezzo, la strada si allarga e forma una piazza. Al fondo, nel centro, piuttosto lontano, la porta principale del campo di concentramento. Sopra la porta la torretta con la postazione coperta per la mitragliatrice. Sulla torretta due sentinelle delle S.S. A destra e sinistra della torretta uno sbar­ramento di filo spinato e uno steccato, che dividono il campo di concentramento dal campo delle S.S. Dietro lo steccato fanno la ronda le pattuglie.

(Quando si alza il sipario non è ancora stato fatto l'appello. Si odono i comandi: « Allineati e coperti »

 e « Contare! », lo scalpiccio dei detenuti e le voci della conta. Poi i reparti tornano al passo nelle loro baracche, accompagnati dai comandi che a mano a mano si allontanano. Resta in scena il reparto dei detenuti della baracca n. y, che è quella in primo piano. Hanno tutti la testa rasata.- Portano calzoni e giacche di tela grigia, costellati di rammendi. Bustina e scarponi. Sul petto e sulla schiena il marchio: i politici, un rettangolo di cotone rosso, alto 15 cent, e largo 5, cucito a sinistra sul petto e sulla schiena; i « comuni », un cerchio verde del diametro di 5 cent, cucito sulle maniche al di sotto del gomito e sui calzoni; gli ebrei portano sul ret­tangolo rosso un cerchio giallo della stessa larghezza; i fuorusciti, lo stesso cerchio, ma di colore azzurro. I militi della S.A. e gli ufficiali delle S.S. non sono ancora apparsi. L'anziano della camerata nella « baracca n. 7 », Egon Freundlich, fa allineare i detenuti).

Freundlich                     - (di fronte al reparto) Baracca 7. Attenti! Destr' riga! (/ detenuti si allineano. Freundlich si porta di fianco al reparto e controlla, riga per riga, l'allineamento. A un detenuto della prima fila, che è il pastore Hall, dice) Tira indietro la spalla destra e metti la mano sinistra sulla cucitura dei pantaloni!

Karsch                           - (che si trova sulla sinistra, a Freundlich) Sbattilo in terza fila! Quel minchione ci rovina rallineamento.

Freundlich                     - Chiudi il becco! Fissi! Contare! (/ detenuti contano) Sveglia! Contare un'altra volta. (I detenuti ripetono la conta).

Hofer                            - (l'ultimo della fila, a sinistra) Undici per tre: trentatrè.

Freundlich                     - (segna il numero) I nuovi venuti un passo avanti. (Il pastore Hall ed un altro dete­nuto Erwin Kohn, fanno un passo avanti e si tol­gono la bustina. Freundlich a Kohn) Come ti chiami?

Kohn                             - Erwin Kohn.

Freundlich                     - Cohn. Ci, o, acca, enne. Un nome bello, ma raro.

Kohn                             - Si scrive col kappa. Sono battezzato.

Freundlich'                    - Ahà, sei un nobile. Perché hai fatto la cretineria di tornare in Germania? Ti davano fastidio le donnine allegre di Parigi?

Kohn                             - Non m'interesso di politica. Non me ne sono mai interessato. Non stavo bene in Francia, ecco tutto.

Freundlich                     - Meriteresti che ti cacciassero una pallottola in quel cuore malato di nostalgia. Ma guarda questo idiota: torna in patria dove è un indesiderabile, dove la sua razza è una vergogna per il popolo, dove è lui la testimonianza vivente della vigliaccheria ebraica. Ma che cosa t'aspet­tavi tornando?

Kohn                             - Che m'avrebbero lasciato vivere.

Freundlich                     - Puoi dirti fortunato se ti lasciano morire... Accidenti, ma hai gli occhi pieni di lacrime.

Kohn                             - Non piango. Rido.

Freundlich                     - Finirai per morire dal ridere. Che mestiere fai?

Kohn                             - Pittore.

Freundlich                     - Dipingi i muri?

Kohn                             - Dipingo quadri, teste.

Freundlich                     - Le teste rotoleranno, ha detto Adolfo Hitler. E rotolano sul serio, ma per finire nella cassa e non in cornice. In fila!

Karsch                           - (a bassa voce) Che fame, ragazzi. Ah, se avessi uno zampino di maiale e un po' di crauti!

Freundlich                     - Silenzio! (A Federico Hall) E tu, come ti chiami?

Hall                               - Federico Hall.

Freundlich                     - Che mestiere fai?

Hall                               - Parroco.

Freundlich                     - Qui perderai presto l'abitudine. Ti sei comportato male con i tuoi parrocchiani, vero?

Hall                               - (tace).

Freundlich                     - Oh guarda! Vorresti essere trat­tato coi guanti perché sei un laureato, e con gen­tilezza perché sai a memoria il « Padre nostro » ? Qui non si invocano Gesù e gli apostoli. Qui, chi dice una parola della Bibbia si busca venticinque fru­state, come Herder. In fila... Dov'è andato a cacciarsi il nuovo comandante ? (Estrae un taccuino, esamina i nomi e i numeri).

Karsch                           - Ha fifa del nuovo comandante.

Stelter                           - Quello di prima nominava capo-ca­merata soltanto gli ex-criminali.

Kohn                             - Il nostro capo-camerata è un criminale?

Karsch                           - Ha cinque anni sul groppone per furto con scasso.

Freundlich                     - (ha udito le ultime parole) Proprio così, e voi vi date tante arie perché siete dei poli­tici, dei cristiani e dei liberali di tutte le razze. Statemi bene a sentire... (Entrano Gerte,Luedecke e il seguito) Attenti! Sinistr-riga! Baracca sette, adunata per l'appello serale. Tre malati, cinque agli arresti, due nuovi in forza. No­vità: N. N.

Gerte                             - Fissi! C'è altro?

Luedecke                      - Il teologo Giovanni Herder è stato punito dall'altro signor comandante con venticinque frustate sul sedere e sulla schiena.

Gerte                             - Motivo?

Luedecke                      - Perché (legge nel taccuino) «du­rante il servizio di cucina ha fatto propaganda per il suo miserabile Jeova».

Gerte                             - E allora?

Luedecke                      - La punizione non ha potuto essere eseguita perché Herder era all'infermeria. Adesso è guarito.

 

Gerte                             - Herder, un passo avanti. (Herder viene avanti) Che cosa ha fatto? Ma non mi rac­conti storie.

Herder                           - Stavamo pelando le patate. Mi è venuta in mente una frase dell'apostolo Paolo: « Chi semina nel disonore risorgerà nella gloria. Chi semina nella debolezza risorgerà nella forza ».

Gerte                             - Sarebbe una minaccia, vero?

Herder                           - Un ammonimento, signor coman­dante. Il mondo è pieno di peccati, l'Anticristo regna sulla terra. Questi sono i segni che prean­nunciano il giorno della resurrezione, come sta scritto nella Bibbia.

Gerte                             - Per lei l'Anticristo sarebbe forse il nostro Fiihrer?

Herder                           - Ho settant'anni, signore. Ho dei nipóti già grandi, signore.

Gerte                             - Avrebbe dovuto pensarci prima. Eseguire domani la punizione... In fila! Da oggi prendo il comando del campo. Qui non siete in un ospedale, ma in un campo d'istruzione. Capito?

Alcuni                           - Signorsì.

Gerte                             - Esigo una disciplina di ferro. Le puni­zioni le conoscete. Il terzo Reich vuole educarvi ad essere dei buoni camerati, che comprendano che cosa significa il nazionalsocialismo. Dovete imparare che lo Stato è più importante dell'indi­viduo. (Gli cadono gli occhi su di un'aiuola alla sua destra) Qui c'è stato un porco che ha calpestato l'aiuola. Che cosa vi hanno fatto i fiori? Basta poter distruggere, e siete contenti. Maledetti! Per punizione farete tanti giri di corsa finché scop-pierete. Via! (Gerte e il seguito se ne vanno).

Luedecke                      - (mentre il reparto esegue gli ordini) Sinistr-riga! Fissi! Fianco a dest' dest! Avanti di corsa... marsch! Più svelti... Più svelti... Uno, due, uno, due... (/ detenuti corrono in cerchio).

BUIO

SECONDO QUADRO

Il giorno dopo. Nel pantano. Cielo vitreo. Leggera nebbia. Sole dardeggiante. Per dare a questo breve quadro il necessario realismo e rendere evidente la monotonia delle cose « senza inizio e senza fine », sarà bene recitarlo con toni attutiti e dietro un velario. Alla fine del quadro si deve avere l'impressione che esso continui per mesi e per anni. Prima che torni la luce si ode una voce: Uno... due, uno... due, uno... due.

(Quando si accende la luce i detenuti della baracca sette sono allineati e stanno vangando. Al comando « uno » immergono le pale nella terra, al comando « due » la rivoltano. Fra il primo ed il secondo co­mando c'è un breve intervallo, ma Ludecke, che dà gli ordini, lascia i detenuti, quando gli viene l'uzzolo, per parecchio tempo con la schiena curva.

Alcuni militi della S.A. fanno la guardia con i fucili carichi).

Luedecke                      - Uno... due, uno... due, uno...  (Tutti i detenuti si fermano con la schiena curva e la pala piantata nella terra. Solo Kohn, spinto dallo zelo, rialza la pala piena di terra. Lildecke a Kohn) Kohn, vieni qua. Muoviti! Sveglia!! (Kohn si precipita da Lildecke con la pala piena di terra, e si mette sull'attenti davanti a lui) Perché hai rialzato la pala senza aspettare il comando?

Kohn                             - Credevo...

Luedecke                      - (gli dà uno spintone) Tieni dritta la pala intellettuale fottuto! Farò rapporto contro di te per insubordinazione e ribellione. Al posto! (Kohn torna di corsa al suo posto) ... due...  (Adesso in fretta) Uno, due, uno, due.  (Hall cade al suolo) Vuoi alzarti, tu? (Hall resta accasciato).

Hofer                            - È svenuto.

Luedecke                      - Fa silenzio quando non sei inter­rogato.  (Sì avvicina ad Hall) E questo sarebbe un uomo?...  (Con tono aspro) Uno, due, uno, due, (ecc. La voce si allontana, il sole si oscura, le pale salgono e scendono ritmicamente).

BUIO

TERZO QUADRO

Una settimana dopo. La baracca sette, interno. Kohn è seduto al tavolo. Ogni baracca ha due locali: il dormitorio, con i « castelli » di legno e le lettiere con sacchi di paglia e coperte, e il refettorio. Sulle due pareti perpendicolari alla ribalta vi sono, alter­nati, le finestre con inferriate e gli armadi. In mezzo, fra le due file di armadi c'è la tavola per la mensa, di legno grezzo; sui due lati panche. Dai teli fissati alle travi del tetto, pendono mutande, fazzoletti, calze, e divise di tela messe ad asciugare. A destra, sul davanti, uno sgabello sul quale è posata una marmitta piena di caffè. Dinanzi ad essa un detenuto distribuisce il caffè con un mestolo. Quando tutti hanno avuto la loro razione, anche il distributore si siede.

 (I detenuti stanno cenando. Di tanto in tanto uno di essi si alza, si avvicina alla marmitta e si versa altro caffè nella tazza. Sulla tavola sono posate le pagnotte, che costituiscono, insieme al caffè, tutta la cena. Alcuni detenuti più facoltosi hanno davanti salsicce, strutto e formaggio. L diseredati guardano con occhi avidi le preziose pietanze. I detenuti, quando torna la luce, sono in fila davanti alla marmitta).

Freundlich                     - Hanno messo le ceneri in un'urna di stagno e le hanno mandate, con un «Heil Hitler», alla vedova. Con un « Heil Hitler».

Kohn                             - Le ceneri di chi?

 Karsch                          - Del teologo Herder.  (Hall vacilla) Non si sente bene?

Hall                               - Grazie. Adesso va meglio.

Karsch                           - Io ne so qualcosa. Anche Litten aveva questi disturbi. Insufficienza cardiaca. Alla fine non resistette più...

Hofer                            - (interrompendo) Chiudi quella bocca puzzolente, Augusto, se non vuoi che te la faccia chiudere io!

Karsch                           - (mortificato) Si potrà pur dire la verità... (/ detenuti si sono seduti alla tavola).

Stelter                           - (masticando) Al quindici saranno rilasciate duecento persone, ho sentito dire.

Karsch                           - Le so a memoria, le tue luride balle... Qui c'è un fetente che mi ha fatto fuori mezza pagnotta dall'armadio.

Mueller                          - Potresti anche esprimerti un po' più elegantemente.

Stelter                           - Forse perché tu sei uno che ha studiato? Qui è tutto uguale, qui non ci sono dif­ferenze di classe.

Karsch                           - Se qui tutto è uguale, caro il mio ciccione mercante di buoi, sarebbe ora che mi dessi la metà del tuo strutto. È da tre giorni che non ho più un dito di grasso da mettere sul pane.

Stelter                           - Giù le mani!

Mueller                          - Ogni giorno, qui guardiamo la morte negli occhi: voi non potreste star tranquilli?

Karsch                           - Proprio tu parli, tu che oggi hai di nuovo leccato i piedi a quei porci di guardiani, tu che tremi di paura tutto il giorno?

Hofer                            - Chi di noi non ha paura?

Mueller                          - Giustissimo. Chi di noi non ha paura? Bisogna che ci adattiamo alla situazione. Si tratta di solidarietà.

Freundlich                     - Questo lo devi scrivere a casa, perché lo legga la censura.

Karsch                           - L'ha già fatto.

Freundlich                     - Allora sei a posto. Saresti a posto in tutta la Germania. Il cervello nei piedi, l'obbedienza nel sangue, la croce uncinata nel cuore.

Stelter                           - Sì, se il nonnino fosse stato ariano. Ma non lo era. La sua nonnina commise un pec­cato razziale.

Mueller                          - Insomma, lasciatemi in pace.

Freundlich                     - (si gratta la testa) Ma si capisce figliolo bello, se fosse per me tu saresti fuori da un pezzo. Per me è chiaro come il sole che tua nonna buonanima aveva un amante ariano.  (Risata)

Hofer                            - A questo siamo?

Freundlich                     - Che c'è, che c'è?

Karsch                           - Su, su, state calmi.

Hofer                            - Piantatela, ragazzi. Se perdete i nervi, se litigate fra di voi, fate il gioco di quei deliquenti delle S. S.

Kohn                             - (a Hofer) Lei crede che dovrò restare molto qua dentro?

Hofer                            - Dipende da ciò che risulta dai tuoi atti.

Kohn                             - Che altro può risultare se non che io ero un emigrante?

Hofer                            - Ecco, per esempio: questo non serve per essere rilasciato.

Kohn                             - Perché non serve?

Hofer                            - Lo devi chiedere a quei signori. Forse non gli piace il tuo naso. Se nei tuoi atti c'è quella nota, allora cercati una corda prima che te la diano loro, bella e pronta, e insaponata.

Kohn                             - (impaurito) Vuoi scherzare, vero?

Hofer                            - Ma, dimmi un po': perché sei tornato una volta che eri già in Francia?

Kohn                             - (scrolla le sfalle) Perché? Non so perché, mi ha preso la nostalgia, non potevo resistere a sentir la gente parlare un'altra lingua. Un mattino passeggiavo nel parco di Boulogne, e improvvisa­mente mi son visto dinanzi le betulle del Wannsee, e ho sentito l'odore della sabbia e dei pini del mio paese. Andai di corsa in albergo, feci la valigia, racimolai il denaro per il viaggio e tornai.

Hofer                            - No, di una prigione non posso avere nostalgia, una prigione posso temerla ma non amarla.

Kohn                             - Ma non è anche la tua patria?

Hofer                            - La mia patria è dov'è la libertà.

Kohn                             - Non riuscivo più a credere a quello che scrivevano i giornali francesi. Impossibile, mi dicevo, impossibile, quelli tu li hai conosciuti, hai passato ore e ore a discutere al caffè Romanico con loro. Rispettavano le opinioni contrarie. E poi c'erano gli altri, il popolo. C'era il vetraio Miiller della Landsbergerstrasse, e Schmitt di Friedrichshein, dove ordinavi le tue cornici: era brava gente, che viveva e lasciava vivere. Non possono essere diventati da un giorno all'altro dei sadici e degli assassini. Devo rivederli, Schmitt e Miiller. Mi stringeranno la mano: «Ciao, vecchia canaglia », mi diranno. E insieme andremo da Aschinger a bere una birra...

Karsch                           - (a Kohn, canzonando) Dì, Kohn. Qui c'era un ebreo, e quelli l'hanno bollito, salato e messo in salamoia.

Kohn                             - (urlando) Non ne posso più! Voglio uscire !

Hofer                            - (tranquillizzandolo) Ragazzo mio, uscire vorremmo tutti. Bevi un sorso e fatti co­raggio. Forse presto ti metteranno fuori. Allora an­drai dalla mia vecchia, e le racconterai che ho avuto una voglia maledetta di risentire i suoi strilli e le sue scenate.

Kohn                             - « Ho avuto? ». Parli come se fossi già morto.

Hofer                            - Lo sono in un certo senso. Nei miei atti c'è quella tale nota.

Kohn                             - Sei un rosso?

Hofer                            - Prima volevano accalappiarmi per farmi passare dalla loro parte, poi volevano incul­carmi la fede in Adolfo Hitler. Ma non ci sono riusciti. Il mio colore è inalterabile.

Kohn                             - Che senso ha essere fedeli a una causa che è perduta?

Hofer                            - Perduta? E tu credi che i nazisti ci chiuderebbero in un campo di concentramento se ritenessero perduta la nostra causa?

Karsch                           - Giustissimo.

Kohn                             - Ma appunto per questo vi sono state tolte tutte le possibilità di continuare a combattere.

Hofer                            - Non tutte. Adesso, per esempio, conta il nostro contegno qui al campo. Crede­vano che noi fossimo tutti una sottospecie di uomini, ed ora vedono ciò che accade qua dentro. Qualcuno già si chiede: chi appartiene alla sot­tospecie, quelli che bastonano o quelli che sono bastonati?

Hall                               - Vorrei domandarle una cosa. Se lei ne avesse la possibilità, si vendicherebbe martiriz­zando e torturando i suoi nemici?

Hofer                            - Mai. Quando toccherà a noi, sarà diverso. Basta con le frustate, i campi di concen­tramento, le condanne senza processo, gli assas-sinii clandestini e tutte le altre cose che fanno questi. I nostri nemici saranno portati dinanzi ad un tribunale popolare, e giudicati; se sarà neces­sario, fucilati. E a tutto il mondo diremo: questi e questi nemici dello Stato proletario sono stati fucilati. Ecco come noi puniremo.

Hall                               - Un tempo anch'io credevo nella vio­lenza. Era nel '14. Quando scoppiò la guerra avrei potuto prestare servizio nella Croce Rossa o adem­piere al mio dovere come cappellano. Non volli farlo. Andai al fronte. Allora dubitavo ancora della verità del detto: porgi la guancia destra a chi ti ha battuto sulla sinistra. Il paese era in pericolo. I miei fratelli combattevano. Perciò io non volevo tirarmi da parte. Per due anni combattei in trincea; per due anni strinsi i denti. È necessario, mi dicevo quando ero preso dall'orrore. Fui ferito. All'ospe­dale c'era un prete francese, cattolico. Soldato di prima linea, come me. Ci parlammo. Ci potevamo capire perché parlavamo la stessa lingua. Ma qualche mese prima ci odiavamo e volevamo ucciderci. Lui mori. In punto di morte mi chiese perdono. E da allora fui io che chiesi perdono a Dio.

Hofer                            - Per me questo è troppo cristiano, signor pastore. Non se la prenda a male.

Hall                               - Oggi credo soltanto nella via della comprensione. Non esiste sulla terra alcun pro­blema tanto confuso e intricato da non poter essere risolto senza l'impiego della violenza.

Hofer                            - Per risolvere i problemi senza usar la violenza bisogna sempre essere in due, signor pastore. Non siamo noi che adoriamo la violenza, ma gli altri. E per questo io dovrei farmi strappare il mio diritto, e dire ancora: grazie tante? Prefe­risco morire.

Hall                               - Il coraggio di morire lo si può trovare così facilmente che spesso mi chiedo se non è sol­tanto una fuga dinanzi alla vita.

Hofer                            - Lei confonde le cose. Si tratta di vedere per che cosa si vive e come si muore, signor pastore. Ecco il punto. In questo campo c'era un uomo, si chiamava Erich Mùhsam, ed era un poeta. Quali reati aveva commesso? Era dalla parte del popolo, credeva nella libertà e nella giustizia per tutti. Questo i nazisti non potevano perdonarglielo. Così lo bastonarono a morte, e quando fu morto, impic­carono il suo cadavere e dissero che aveva preso la corda e si era suicidato.

Hall                               - Spaventoso!

Hofer                            - Ma non è per questo che le racconto la storia... Prima che Muhsam morisse, i nazisti si divertirono alle sue spalle. Un giorno sei uomini entrarono nella sua cella, lo tirarono fuori e lo misero contro il muro. Tolsero la sicura ai fucili, e uno disse: «Ehi, Mùhsam, adesso ci canti una can­zone: la canzone di Horst Wessel. Sappiamo che tu sei un famoso tenore dell'Opera». Muhsam taceva. Disse un altro: «Come? Ti rifiuti di obbedire a un ordine e non vuoi rendere omaggio alla canzone del popolo tedesco? Ti spariamo come a un cane se non canti». Muhsam continuava a tacere. Allora gli misero una pala in mano e gli dissero di scavarsi la fossa. Come dicevo, era uno scherzo. Mùhsam scavò senza dire una parola e senza battere ciglio. Lo lasciarono fare per un po'. Poi lo misero al muro e urlarono: «Adesso ci hai fatti fessi: o canti o spariamo». Alzarono i fucili e presero la mira. Per Mùhsam non era uno scherzo: egli credeva fosse giunta la sua ultima ora. E sa che cosa fece? Cantò. Non la canzone dei nazisti. Cantò l'« inter­nazionale»... I nazisti spararono sopra la testa, si capisce. Mùhsam cadde al suolo. Era svenuto, nonostante che tutto, come ho detto, fosse uno scherzo. (Pausa).

Hall                               - In Mùhsam viveva lo spirito. Lei mi ha dato coraggio, signor Hofer. La ringrazio.

Hofer                            - Lei è un rivoluzionario, signor pastore. Soltanto, non lo sa.

Hall                               - Forse lei è un cristiano, e neppure lei lo sa. (Gli altri detenuti hanno nel frattempo ter­minato di mangiare: alcuni leggono, altri fanno pulizia, alcuni si riposano, altri scrivono).

Freundlich                     - Sgombrare. Muoversi, muoversi. Adunata fuori! Erwin Kohn, pulizia alle latrine. Federico Hall, servizio interno. (/ detenuti raccolgono le gavette e si affrettano ad uscire. Da fuori si odono comandi e il passo dei reparti in marcia. Hall prende la scopa e raccoglie l'immondizia. Entra il milite Enrico Degen delle S.A.).

 

Hall                               - Detenuto 855 in servizio interno.

Degen                           - Lei è Hall?

Hall                               - Signorsì.

Degen                           - C'è una visita. (Hall posa la scopa. Degen si volta verso l'esterno) Vengano dentro. (Entrano Ida e Cristina. Ida corre verso Hall e lo abbraccia).

Ida                                - Federico!

Hall                               - Ida! Cristina!

Ida                                - Stai bene? Non hai un brutto aspetto, ma tremi, mio Dio. Sei malato?

Hall                               - Sto bene.

Ida                                - Quei signori sono stati tutti molto gen­tili con noi, non abbiamo neppure dovuto met­terci in lista. Il generale ci ha procurato il permesso di visita. Ci hanno persino concesso di venire nella baracca. Me lo immaginavo molto peggio. Avete persino le aiuole.

Hall                               - Sì, abbiamo le aiuole.

Ida                                - Devo farti i saluti di tutti. Paolo fa quel che può, ma purtroppo è così imprudente che anche i suoi vecchi amici del Ministero hanno paura. Mio Dio, finisco per dimenticare tutte le cose che ti ho portato. Qui c'è qualcosa da mangiare. Qui ci sono camicie pulite.

Hall                               - Come sei pallida, Ida.

Ida                                - Ah, Federico.

Hall                               - No, Ida, non piangere. Vedi, sto bene.

Cristina                         - Werner è partito per l'America, papà.

Hall                               - E tu quando partirai, Cristina?

Cristina                         - Non parto.

Hall                               - Che ne dice Werner?

Ida                                - Non vuole nemmeno più sposarla.

Hall                               - Che è successo fra di voi?

Cristina                         - Non è successo nulla.

Ida                                - Ieri sono andata di nuovo dalla polizia.

Degen                           - È proibito parlare di politica.

Ida                                - Il procedimento penale per il contrab­bando di valuta è stato annullato, grazie al cielo. Soltanto al momento del bisogno si conoscono i veri amici.

Hall                               - Paolo?

Ida                                - Sì, anche Paolo...

Hall                               - E chi altro?

Ida                                - Se tu sottoscrivessi la dichiarazione di ubbidienza al Fùhrer, sarebbe molto più facile.

Hall                               - Ho sempre dato a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. E qui, in questo campo, ho capito di essere sulla giusta via.

Degen                           - Il colloquio è terminato. Debbono salutarsi.

Ida                                - Federico, sai esattamente ciò che è di Dio è ciò che è di Cesare?

Degen                           - Il tempo è finito.

Ida                                - Copriti Federico, sta attento, ai tuoi seumi. Riguardati per la vista. Non leggere troppo la sera. Addio, Federico, penso a te giorno e notte e prego il buon Dio che ti faccia tornare a casa sano e salvo...

Hall                               - (abbraccia Ida) Sii forte, Ida.

Cristina                         - Addio, papà.

Hall                               - Addio bambina. Sono preoccupato per te.

Cristina                         - Non preoccuparti di me, papà.

Hall                               - Fa attenzione alla mamma. (A bassa voce) Proteggila dal « vero amico ». (Ida e Cristina escono accompagnate dal milite delle S.A. Alcuni secondi di silenzio. Federico osserva i regali. Il milite è tornato senza che Hall se ne sia accorto).

Degen                           - (a bassa voce) Se posso aiutarla, signor pastore...

Hall                               - (trasalendo) Non è proibito parlare con i detenuti?

Degen                           - Lei mi ha aperto gli occhi, signor pastore.

Hall                               - Ma lei non è Enrico Degen?

Degen                           - Sì, signor pastore.

Hall                               - Come ha potuto vendersi ai nazisti?

Degen                           - Quando terminai le scuole, andai a cercare lavoro. Per quattro anni cercai lavoro. Dovunque andavo mi dicevano che licenziavano e non assumevano; gli anni passarono e l'unica cosa che imparai, fu a fare dei timbri. Poi sentii parlare Hitler. Hitler diceva: fa così e basta, e se per questo morirai, siine orgoglioso: molti moriranno e la Germania vivrà.

Hall                               - E la Germania vive?

Degen                           - È maledettamente diverso da come l'immaginavo. Vorrei essere di nuovo libero. Non avrei mai supposto di dover fare la guardia a lei... signor pastore. (Guarda fuori dalla finestra, poi simulando, ad alta voce) Che razza di stalla è questa? Ramazzi via questo letame. E si svegli!

Gerte                             - (entra).

Degen                           - (sull'attenti) Un detenuto in servizio interno.

Gerte                             - Bene. Può andare. (Esce il milite) Vorrei dirle due parole fuori servizio.

Hall                               - (sull'attenti) Agli ordini, signor co­mandante.

Gerte                             - Dimentichi per qualche minuto che io sono suo superiore. (Hall tace) Lei non è più giovane, signor Hall, la vita del campo è dura e noi non possiamo avere riguardi per le persone. L'ho esentata dal servizio in palude e dalla pulizia  dei gabinetti. Di più non posso fare.

Hall                               - La ringrazio.

Gerte                             - Ma non posso continuare a concederle questi privilegi. Lei se ne deve rendere conto. L'ho già spiegato a sua moglie. Sua moglie mi comprende. (Hall si fa più attento) Con quelle sue lettere della malora lei ha rovinato venti persone: uomini e donne. Non le basta? Sono tutti in galera e la colpa è sua.

Hall                               - Ricordo di averle ricevute, non di averle scritte, quelle lettere.

Gerte                             - È la stessa cosa. Una lettera che si riceve la si può anche aver scritta. Perché vuol rendersi la vita difficile? Lei potrebbe vivere con onore, rispettato da tutti, se mettesse giudizio.

Hall                               - Sì, lo so, dovrei tacere. Ma tacere sarebbe il delitto più grande.

Gerte                             - Pensi a sua moglie e a sua figlia e si arrenda una buona volta. Noi siamo più forti di lei, abbiamo conquistato il popolo, siamo i vin­citori.

Hall                               - Non possiamo far nulla contro la verità, ma possiamo lavorare per la verità.

Gerte                             - Sottoscriva la dichiarazione di fedeltà a Hitler ed io mi impegno a farla liberare.

Hall                               - Finché Hitler osserverà le leggi, gli ubbidirò liberamente e senza dichiarazione.

Gerte                             - Accidenti, non mi renda tutto così difficile! Pensi che lei un giorno potrebbe diventare mio suocero.

Hall                               - Gliel'ha promesso mia moglie?

Gerte                             - Quando sua moglie era sospettata, se proprio lo vuol sapere, io l'ho aiutata. Senza di me oggi sarebbe in carcere per contrabbando di valuta.

Hall                               - Le sue braccia sono lunghe, signor comandante... ma non così lunghe da costringere mia figlia a sposare un carnefice.

Gerte                             - (dopo alcuni secondi di silenzio) Sa che adesso io dovrei punirla con venticinque frustate?

Hall                               - L'ho chiamata carnefice e ho le mie ragioni.

Gerte                             - (urlando) Stia zitto! (Rumori dall'esterno).

Freundlich                     - Baracca sette di ritorno dal servizio esterno. (Entrano al passo i detenuti della baracca sette).

Hall                               - (calmo) Il teologo Herder, che aveva settant'anni, lei l'ha...

Gerte                             - (sibilando) Non vai la pena di salvarla.

Hall                               - ... fatto frustare perché aveva detto una parola della Sacra Scrittura. Herder è morto. Verrà l'ora in cui, lei Fritz Gerte, dovrà rispon­derne dinanzi alla giustizia divina.

Gerte                             - Guardia!

Degen                           - (entrando) Enrico Degen agli ordini.

Gerte                             - Conduca il detenuto nella camera di punizione. Domattina, davanti a tutti, gli saranno date venticinque staffilate. (Gerte esce in fretta. Il milite conduce fuori Hall).

Mueller                          - È impazzito?

Karsch                           - Un proletario cosciente non si fa mettere nel sacco dalla Chiesa.

Hofer                            - Miserabile, avesse avuto la Germania tanti uomini come lui.  (Pausa breve) Chi canta la «canzone del fango?». (/ detenuti seduti alla tavola cominciano a cantare in coro a bassa voce la « canzone del fango », che un detenuto ignoto scrisse in un campo di concentramento e alla quale un altro detenuto aggiunse la musica).Quando intorno l'occhio scruta...

Mueller                          - Smettetela! Questa canzone è proibita.

Coro                              - Melma e sterpi, altro non vede, nude querce: degli uccelli non v'è il canto che ristora. Del fango siamo i fanti e andiamo pala in spalla laggiù! Del fango siamo i fanti e andiamo pala in spalla laggiù! Senza posa fan la guardia, mai nessuno fuggirà; nella fuga è sol la morte, tutta muri è questa reggia. Del fango siamo i fanti, ecc. Ma per noi non y'è lamento, pur l'inverno un dì avrà fine. Verrà il giorno che diremo: « Questa è ancora la mia patria ». Più non saremo i fanti del fango, e non andremo laggiù! Più non saremo i fanti del fango, e non andremo laggiù! (Mentre i detenuti cantano l'ultima strofa si sente, l'urlo della sirena. Gracchiare di una mitragliatrice e colpi di fucile. Grande agitazione fra i detenuti).

Hofer                            - La sirena. Ne è scappato uno.

Freundlich                     - Già, il pastore.

Kohn                             - Il pastore?

Stelter                           - Vuol suicidarsi.

Karsch                           - A quest'ora è già morto.

Mueller                          - E noi la sconteremo.

Hofer                            - Via dalla finestra. (Si è avvicinato carponi alla finestra, guarda fuori, poi,a bassa voce) Hanno ammazzato una guardia ausiliaria.

 

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Il giorno dopo. Stanza di soggiorno in casa del generale von Grotjahn. Al fondo e a destra, alcune porte. Pesanti mobili di quercia e sedie imbottite di cuoio. Sopra lo scrittoio è appeso un grande quadro di Federico II. Su di un basso scaffale per i libri, il quadro di Anton Werner «.La fondazione del regno tedesco a Versailles ». Sullo scrittoio un leone di bronzo. Nell'angolo, sull'alto piedestallo, il busto della Venere di Milo. Sia la stanza che lo scrittoio sono accuratamente puliti e ordinati. Sullo scrittoio, privo di carte e di libri, sono alli­neate, come soldati, alcune matite. Di tanto in tanto, mentre parla, Grotjahn afferra una matita e la mette in fila con le altre: solo un soldato può sapere perché.

(Teofilo Pipermann sta dinanzi al generale, che siede allo scrittoio).

Grotjahn                        - In che cosa posso servirla, signor...

Pipermann                     - Pipermann, eccellenza, Teofilo Pipermann.

Grotjahn                        - Signor Pipermann...

Pipermann                     - Vostra eccellenza mi ha proprio dimenticato? Quantunque quel giorno i miei occhi fossero scoperti e oggi io porti gli occhiali azzurri, tuttavia si tratta soltanto di occhiali protettivi.

Grotjahn                        - Veramente mi sembra d'averla già incontrata, signor...

Pipermann                     - Pipermann. Vostra eccellenza, mi ordinò, quando ancora viveva la povera signora di vostra eccellenza, un paio di stivali di pelle fine, marrone, con i tacchi di gomma. Quantunque io abbia avuto i miei dubbi, poiché la pelle fine marrone è soggetta a fare delle pieghe e dei tagli più o meno grossi, tuttavia credo di aver servito coscienziosamente vostra eccellenza.

Grotjahn                        - Ci sono: il calzolaio Pipermann.

Pipermann                     - Perché, se mi è permesso chie­derlo, vostra eccellenza mi ha privato dei suoi altissimi favori?

Grotjahn                        - Mio caro Pipermann, non c'è niente di male. Adesso porto stivali di serie, che non sono belli ed eleganti come i suoi, ma costano meno.

Pipermann                     - Che brutti tempi, che brutti tempi.

Grotjahn                        - (ritiene che lo scopo della visita sia esaurito e fa per alzarsi) Se in avvenire dovessi ereditare da qualche ricca zia, avrò il piacere di...

Pipermann                     - (interrompendolo) Chi avrebbe mai detto che il pastore Hall...

Grotjahn                        - (tende l'orecchio) Ha notizie del pastore Hall?

Pipermann                     - Quantunque io sia soltanto un modesto calzolaio, tuttavia nelle mie ore libere sono consigliere ecclesiastico della comunità. Me lo sentivo arrivare. Le mie parole sono state dette al vento, e purtroppo, purtroppo anche il pastore Hall si è lasciato trascinare dal vento. Ora è troppo tardi. Ora è in prigione, poveretto. Le supe­riori autorità lo accusano di gravi colpe, di reati addirittura. Lungi da me la pretesa di voler giu­dicare queste accuse...

Grotjahn                        - Parli senza circonlocuzioni, amico. È successo qualcosa al pastore Hall?

Pipermann                     - Quantunque la comunità preghi per il suo capo spirituale e nessuno creda alla colpa del pastore, e le chiese siano affollate come mai prima d'ora, e la cassetta dell'elemosina debba essere vuotata ogni domenica tanto è piena, tuttavia credo che questo sia sbagliato e che nuoccia al pastore e possa provocare dei sospetti e delle persecuzioni contro la comunità. Mi inchino alla fedeltà, è lei, eccellenza, è un fedele amico del pastore, come me del resto, tuttavia se la fedeltà non serve a nessuno, dovremmo saperci accontentare, e lasciare che la saggezza di Dio giudichi per il meglio.

Grotjahn                        - (impaziente) Mi vuol dire una buona volta qual è lo scopo della sua visita?

Pipermann                     - Quantunque la preoccupazione di vostra eccellenza per ottenere la liberazione del signor pastore sia un segno di vera amicizia, tut­tavia temo che se le autorità si renderanno conto di questa resistenza, sia la comunità che lei, eccel­lenza, e non ultimo lo stesso signor pastore Hall, avranno più danno che vantaggio. Quantunque ci rattristi infinitamente la perdita di un uomo così prezioso come il signor pastore, tuttavia...

Grotjahn                        - ... tuttavia le voglio dire qualcosa io, signor Pipermann. Lei è un piagnone e un im­becille. Non è neppure un Giuda, perché un Giuda ha un'altra stoffa. Un povero piagnone è! E per i suoi piagnistei rischiamo di andare in malora tutti quanti! Ecco, adesso conosce la mia opi­nione! Addio!

Pipermann                     - (si alza) Quantunque dopo questa inaspettata mortificazione non mi resti più nulla da dire, tuttavia dico: « Il giusto deve molto soffrire ». (Se ne va).

Grotjahn                        - (gli urla dietro) Ha dimenticato gli occhiali, signore. (Pipermann si avvicina in fretta allo scrittoio, afferra gli occhiali e scompare). Cose da matti! (Entra Cristina) Cristina, figliola, che cos'hai?

Cristina                         - Zio Paolo! (Lo abbraccia e scoppia in lacrime).

 

Grotjahn                        - Prima di tutto siediti qui e cal­mati. Posso offrirti un bicchiere di vino? O vuoi un cognac ?

Cristina                         - No, grazie.

Grotjahn                        - Com'è andata la visita, ieri?

Cristina                         - È stata una cosa terribile. Non la potrò dimenticare finché vivo.

Grotjahn                        - E tuo padre?

Cristina                         - Ho avuto l'impressione che fosse molto malato.

Grotjahn                        - Ti crei dei fantasmi. Conosco tuo padre da quando eravamo ragazzi ed andavamo a rubare le mele, e alla sera tendevamo i fili della biancheria attraverso la strada. Credimi, è resi­stente, non si lascia abbattere.

Cristina                         - (dopo una pausa) Pensi che lo rila­sceranno se sposo Gerte?

Grotjahn                        - Fritz Gerte? Quell'uomo ripu­gnante? Ah, sarebbe proprio... È di tua madre questa idea?

Cristina                         - No. Mia madre non parla più di lui.

Grotjahn                        - Per principio non mi immischio mai nelle faccende private degli altri, perché finisce sempre che i due litiganti si scagliano d'accordo sul consigliere. Mi sono ben guardato, come ricordi, dal fare la minima osservazione quando hai la­sciato Werner. Ma adesso, santo cielo, devo par­lare. Ti ho sempre considerata una ragazza con la testa a posto, che sa quello che vuole, e adesso intendi fare la martire, la figlia che si sacrifica per il padre? Sarebbe una sciocchezza imperdonabile. Ti rovineresti e non aiuteresti tuo padre.

Cristina                         - Non sono proprio il tipo della martire.

Grotjahn                        - E allora?

Cristina                         - Preferirei...

Grotjahn                        - Cosa? Ma parla dunque!

Cristina                         - ... essere tua nuora.

Grotjahn                        - Per esserlo dovresti prenderti mio figlio.

Cristina                         - Sai, zio Paolo, io non lo capisco. Quando sono venuti ad arrestare papà, Werner mi ha detto che era stato un imprudente e che avrebbe dovuto pensare a quelli che gli avevanoscritto le lettere. Come un estraneo. Non si è messo dalla parte di mio padre. Parlava di quella spa­ventosa ingiustizia come se parlasse di una for­mula astronomica.

Grotjahn                        - Il mio signor figlio la chiama obiettività.

Cristina                         - Io la chiamo insensibilità...

Grotjahn                        - Sì, si può chiamare anche così.

Cristina                         - Se una volta mi avessero detto che non avrei sposato un uomo perché non la pensa come me, gli avrei dato senz'altro del pazzo.

Grotjahn                        - Sì, figliola, viviamo in un'epoca in cui la politica entra in casa anche dal buco della serratura. Conosco delle famiglie in cui la figlia odia il padre e la madre il figlio soltanto perché uno è nazista e l'altro no.

Cristina                         - Me lo sai spiegare tu, zio Paolo? Io trovo Werner insopportabile eppure...

Grotjahn                        - ... eppure lo ami, non è vero?

Cristina                         - (annuisce).

Grotjahn                        - Dio sa quanto invidio quel ra­gazzo... L'avrei chiesta io stesso, la tua mano.

Cristina                         - (ridendo) Ed io avrei risposto di sì. Allora sarebbe stato troppo tardi per tirarti indietro. (Bussano alla porta).

Grotjahn                        - Avanti. (Entra Giulia, confusa e agitata).

Giulia                            - Volevo parlare con la signorina Cristina.

Grotjahn                        - (alzandosi) Vado di là.

Cristina                         - No, rimani. Che c'è? È successo qualcosa alla mamma?

Giulia                            -   No, non alla signora.

Cristina                         - A papà!

Giulia                            - Il signor pastore...

Grotjahn                        - Parli, dunque!

Giulia                            - Il signor pastore attende sotto in un tassì.

Grotjahn                        - E per questo lei si comporta come una gallina spaventata? Cristina, tuo padre è libero.

Cristina                         - Lo sa già la mamma?

Giulia                            - Mentre uscivo per una commissione, ho trovato un uomo all'angolo che mi ha battuto sulla spalla. Mi sono messa ad urlare per la paura, perché era buio. Poi ho riconosciuto il signor pastore... Voleva parlare con la signorina, mi ha detto; io l'ho informato che lei era qui. Credo che non sappia quel che fa...

Grotjahn                        - Va bene. Io scendo. (Esce Giulia seguita dal generale. Cristina piange sommessamente. La scena resta vuota per qualche minuto. Entrano il generale e Hall. Questi indossa un mantello logoro da contadino e un cappello troppo piccolo e usato. È dimagrito. Ha la barba lunga. Negli occhi una espressione di affanno e di timore, come un animale inseguito).

Hall                               - Metti la catena alla porta. (Si ode il rumore della catena e di una chiave che gira nella toppa. Cristina è balzata in piedi. Abbraccia il padre, senza parlare. Lo guida amorevolmente verso una sedia, in cui egli si lascia cadere. Il generale è tornato, prende una bottiglia, versa del vino in un bicchiere e lo porge a Hall. Questi beve d'un fiato solo. Il generale esce di nuovo e torna con un pezzo di carne fredda e una fetta di pane. Li porge senza parlare a Federico, che ingoia un boccone e poi allontana il piatto) Non posso. Il cuore...

Grotjahn                        - Ti faccio preparare il letto. Devi riposarti. Parliamo domani.

 

Hall                               - Dov'è Ida?

Cristina                         - Probabilmente è a casa, papà.

Hall                               - Va, Cristina, portala qua. (Cristina esce).

Grotjahn                        - (riempie il bicchiere di Hall e ne riempie anche uno per se) Alla tua salute, Fede­rico... e alla libertà. (Beve).

Hall                               - Sono fuggito dal campo.

Grotjahn                        - È un atto di coraggio.

Hall                               - Non è stato coraggio: è stata paura. Una ignobile paura. (Fissa il vuoto).

Grotjahn                        - Tutti i veri eroi hanno paura. Quando si riesce a vincerla, comincia il valore. Il giorno che mi trovai sotto il fuoco tambureg­giante dinanzi a Verdun, per la paura diventai bianco come uno straccio. Allora strinsi i denti e con il più grande sangue freddo mi occupai dei miei feriti.

Hall                               - Un giovane ha perduto la vita per causa mia.

Grotjahn                        - Racconta con ordine.

Hall                               - Dovevo essere punito con venticinque staffilate.

Grotjahn                        - Fischia!

Hall                               - . Me le sono meritate: volevo dimostrare che non mi sarei piegato... Mi portarono via. Attraversando il cortile, guardai il cielo... Le stelle erano lontane... Avevo freddo. Cominciai a piangere e pregai: «Signore, allontana da me questo calice ». Il giorno prima avevo dovuto assistere alla fusti­gazione di un uomo di settant'anni. Era legato a un ceppo, due nazisti lo battevano con nervi di bue. Doveva contare i colpi da sé; noi facevamo quadrato intorno. Dopo il decimo colpo cominciò a urlare, gli misero in bocca un pezzo di legno... Dissi all'uomo che mi guidava: «Abbia pietà di me!». E lui mi portò in un luogo dal quale potei fuggire. « Corra » mi disse. Io corro. Ad un tratto, sento sparare dietro di me. Mi volto. Al campo avevano scoperto la mia fuga. Si accesero i riflet­tori. Vidi cadere il mio salvatore, colpito da una pallottola.

Grotjahn                        - (per consolarlo) Forse ti sei sba­gliato, forse quel galantuomo è rimasto solo ferito.

Hall                               - Dio mi perdoni, sarebbe ancora più terribile. Lo farebbero morire dieci volte.

Grotjahn                        - Non ti hanno inseguito?

Hall                               - Continuai a correre sino al primo paese che incontrai. Un contadino mi ricoverò. Mi nascose, mi regalò un mantello ed un cappello e il giorno dopo mi portò, nascosto sotto il fieno, sino alla periferia. (Pausa).

Grotjahn                        - (alzandosi) Scusami.

Hall                               - Dove vai?

Grotjahn                        - Mi vesto e vado al Ministero. (Mentre parlava hanno suonato. La porta si apre. Si ode la voce di Cristina).

Cristina                         - (di fuori) È di là, mamma. (Ida si precipita dentro).

Ida                                - Dio sia lodato. (Grotjahn esce).

Hall                               - Ida, Ida mia...

Ida                                - Non parlare, amore mio, so tutto.

Hall                               - Devo parlare.

Ida                                - So tutto.

Hall                               - Non sono libero. Sono fuggito, Ida. Sono un uomo finito...

Ida                                - Amore mio, amore mio caro.

Hall                               - ... un uomo che ha bisogno di te.

Ida                                - Fuggiremo insieme, troveremo qualche paese che ci accoglierà e uomini che ci lasceranno vivere e morire in pace. Troverò del lavoro. Per diciannove anni tu hai lavorato per me, adesso lascia che mi occupi io di te. Mi sento leggera e contenta. È bene che sia stato così. Tutti questi dolori dovevano pur servire a qualcosa.

Hall                               - Purché noi siamo abbastanza forti. (Entra precipitosamente Cristina).

Cristina                         - Fuori c'è Fritz Gerte., Vuole par­larti, mamma. (Hall è balzalo in piedi).

Ida                                - Gerte? Sa?...

Cristina                         - No.

Ida                                - (indicando una porta a destra) Va di là. Ci penso io. (Spinge Hall verso la porta) Come ha fatto Gerte a venire sin qua?

Cristina                         - Ha chiesto di te a casa. Lo hanno mandato qui.

Ida                                - Digli che s'accomodi. (Cristina esce. Ida si. siede dov'era seduto Hall, calma, eretta e raccolta: un'altra donna. Entra Gerte).

Gerte                             - Ah, eccola finalmente. Heil Hitler! L'ho cercata dappertutto.

Ida                                - Non vuole sedersi?

Gerte                             - Sì, grazie. Sta bene?

Ida                                - Mi ha cercata per chiedermi questo?

Gerte                             - Naturalmente, no... Ha notizie di suo marito ?

Ida                                - Sono andata ieri a fargli visita.

Gerte                             - Naturalmente... E, mi dica, che cosa fa qui?

Ida                                - Se lo vuol sapere, intendevo pregare il generale di scrivere per me un reclamo. Voglio reclamare contro di lei.

Gerte                             - Contro di me?

Ida                                - Contro di lei. Perché mi ha concesso solo dieci minuti di colloquio con mio marito.

Gerte                             - È ridicolo.

Ida                                - Per me non è affatto ridicolo. Riuscirò ad ottenere di vederlo per un'ora e forse anche per due, la prossima volta. E senza sorveglianza.

Gerte                             - Sembra proprio che lei non sappia niente.

Ida                                - Che cosa dovrei sapere?

Gerte                             - Suo marito ha tagliato la corda.

 

Ida                                - Non capisco...

Gerte                             - Questa è la sua riconoscenza.

Ida                                - Fuggito, dice? Fuggito all'estero?

Gerte                             - Possibile, ma non molto probabile.

Ida                                - Scusi, posso dirlo a Cristina?

Gerte                             - No, devo parlarle, Ida. Io sono stato sempre suo amico. L'ho salvata dal carcere.

Ida                                - (allusiva) Cristina ha rotto il fidanza­mento con Werner von Grotjahn.

Gerte                             - Al diavolo Cristina. La fuga di suo marito mi può costare la testa. Hanno già minac­ciato di farmi un'inchiesta. Si scoprirà che l'ho protetto e che mi sono battuto per lei. Ma non capisce, Ida? Ne va anche della sua testa.

Ida                                - Perché la mia?

Gerte                             - Il procedimento a suo carico sarà riaperto. Il carcere non è allegro.

Ida                                - È così grave la situazione, per lei?

Gerte                             - Deve aiutarmi Ida... e aiutare se stessa.

Ida                                - Non dipende certo da me.

Gerte                             - E come dipende da lei! Suo marito cercherà in qualsiasi modo di mettersi in contatto con lei.

Ida                                - E allora ?

Gerte                             - Appena ha il suo indirizzo, mi informi.

Ida                                - Devo tradire mio marito?

Gerte                             - Le prometto che a suo marito non sarà torto un capello. Non solo, ma io farò tutto il possibile perché sia liberato.

Ida                                - Me lo giura?

Gerte                             - Parola d'onore.

Ida                                - Me lo mette per iscritto?

Gerte                             - (esita un momento, poi) Naturalmente. (In quest'istante si apre la porta di destra ed entra Federico Hall. Gerte estrae fulmineamente la rivol­tella) Mani in alto!

Ida                                - (urlando) Federico, perché hai fatto questo? È la fine per tutti.

Hall                               - No, Ida, forse è l'inizio... quell'inizio che ancora ieri temevo. (A Gerte) Ho sentito anch'io le sue parole. Tante armi in pugno, eppure così vile.

Gerte                             - Vile? E lei signor pastore?

Hall                               - Sì, anch'io. Volevo allontanare da me la prova che mi era stata destinata. Ma ora mi metto nelle sue mani. La cella non soffocherà la mia voce. E il ceppo sul quale lei mi farà legare, sarà un pulpito, e la comunità sarà così potente che nessuna chiesa del mondo la potrebbe con­tenere. (La porta si apre ed appare il generale in uniforme con le decorazioni. Cristina dietro di lui).

Grotjahn                        - (da fuori) In questa maledetta banda non ce n'è uno che abbia un grammo di coraggio. (Si guarda intorno) Che è successo?

Gerte                             - Il pastore Hall è mio prigioniero.

 

Grotjahn                        - Vi piacerebbe, vero? Il pastore Hall è sotto la mia protezione. Io rispondo di lui.

Cristina                         - Papà, perché sei rientrato?

Hall                               - Per favore, lasciatemi andare con quest'uomo. È tutto a posto.

Ida                                - (si mette fra Hall e Gerte) Non ti lascio andare... Non ti lascio! Se tu osi toccarlo, Fritz, sei rovinato. Andrò per la strada a gridare che cosa sei tu. Racconterò tutto, dirò come ti sei comportato con me e con Cristina, dirò che ci hai protetti soltanto per i tuoi interessi. Adesso non mi ferma più nessuno.

Gerte                             - Se mi vuole sfidare... (Allontana Ida con violenza. Nello stesso istante Grotjahn gli strappa la pistola dall'altra mano).

Grotjahn                        - Vecchio trucco. L'ho imparato da un francese. Semplicissimo.

Gerte                             - (si avventa contro il generale) Badi che...

Grotjahn                        - Calma, giovanotto! (Punta la rivoltella su Gerte) Qui sono a casa mia e i tipi come lei non li ho mai potuti sopportare intorno a me.

Gerte                             - La pagherà cara.

Grotjahn                        - Fuori!

Gerte                             - (urlando) Siete tutti in arresto! (Esce).

Grotjahn                        - Porco schifoso!

Ida                                - Cosa dobbiamo fare? Non perdiamo tempo.

Grotjahn                        - Non ne abbiamo molto. Quello torna. Con cento banditi armati anche uno come lui può essere pericoloso. Vieni, Federico. (Tutti guardano il pastore che rimane immobile).

Hall                               - Oggi è domenica.

Grotjahn                        - È meglio passare dalla scala di servizio.

Cristina                         - Tu devi venire con noi, zio Paolo.

Grotjahn                        - A me non faranno nulla. (Suonano le sette e mezzo).

Hall                               - (come in sogno) Sta per cominciare il vespro.

Ida                                - Federico, caro, che vuoi dire?

Hall                               - (a Grotjahn) Credi che riusciremo a giungere fino alla chiesa?

Ida                                - (comprende) Federico!

Hall                               - Il mio posto è sul pulpito.

Grotjahn                        - Sarebbe una pazzia, Federico.

Hall                               - E non è stata una pazzia cacciar fuori Gerte?

Grotjahn                        - Avevo bisogno di sfogarmi.

Hall                               - Sì, appunto, anche tu Paolo, che hai taciuto per tanto tempo, hai sentito il bisogno di sfogarti. E non sarai il solo a farlo.

Cristina                         - Papà caro, ascoltami. Sono sempre stata dalla tua parte. Anche quando nel campo di concentramento non ho cercato di convincerti a cedere e a firmare, benché sapessi quanto la mamma soffriva per causa tua. Nel profondo del cuore io sentivo che dovevi seguire la tua strada. Ma quello che vuoi fare adesso, è una follia.

Hall                               - Che dovrei fare allora? Dovrei svi­gnarmela dalla porta di servizio come un delinquente?

Cristina                         - Tu hai diritto di vivere, noi abbiamo bisogno di te.

Hall                               - Non posso più respingere la verità, neppure per amore di Ida e per amor tuo.

Ida                                - Ma non ti lasceranno predicare.

Grotjahn                        - Sarebbe un'aperta ribellione. E tu non puoi certo ergerti contro di loro. Perché dovrebbero arrendersi?

Hall                               - Cristo si è forse arreso?

Ida                                - Ma Gerte assalirà la Chiesa e ti farà arre­stare sul pulpito.

Hall                               - Allora tremila persone vedranno che i loro padroni hanno paura della verità.

Grotjahn                        - Tremila persone abbasseranno il capo per lo spavento, come Teofilo Pipermann. E poi che cos'è la verità?

Hall                               - Con questa domanda Ponzio Pilato cercò di piegare un uomo più grande di me.

Ida                                - Federico, ti uccideranno.

Hall                               - (calmissimo) Vivrò. Sarà come una fiamma che nessuna potenza al mondo riuscirà mai a spegnere. Gli oppressi si passeranno la voce e attingeranno nuovo coraggio. Diranno gli uni agli altri che questo è il regno dell'Anticristo, del nemico dell'umanità, e raccoglieranno le loro forze e seguiranno il mio esempio. (Pausa. Poi Ida gli si avvicina e lo bacia).

Cristina                         - Vieni, papà, andiamo.

Grotjahn                        - Per tutta la vita sono stato fiero di questa uniforme, come mio padre prima di me, e prima di lui mio nonno. Ma adesso voglio trovarmi un padrone migliore. Non ha senso combattere per qualcosa in cui non si crede. (Semplicemente) Se non hai niente in contrario, Federico, mi metto accanto al pulpito. Non mi sono mai piaciute molto le prediche, ma...

Ida                                - È ora. (Escono. Fuori suonano le campane, sino alla fine. Dopo una pausa entra Giulia e si guarda intorno smarrita. Da lontano si odono passi cadenzati che si avvicinano rapidamente. Giulia si inginocchia e prega).

FINE

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