Pausania
Di Francesco Saverio Salfi
PERSONAGGI
PAUSANIA
TEANE
EURISTIA
EUDAMIDA
ARCHIDAMO
ARGILIO
EFORI
POPOLO
GUARDIE
Scena, il foro, poi la casa di Pausania, indi il tempio di Minerva Calcieca, in Sparta.
Pausanias lacedaemonius, magnus homo sed varius in omni genere vitae fuit: nam ut virtutibus eluxit, sic vitiis est obrutus. CORN. NEP.
A GUGLIELMO BRUNE GENERALISSIMO DELL'ARMATA D'ITALIA
FRANCO SALFI
SALUTE
A te, non come a condottiere di eserciti, ma ad amico delle arti, io, come artista e quindi amico tuo, bench oscuro e negletto, dono questa mia qual ch'ella siasi tragedia.
Ella, nata in Francia, forse non altro presenta che un'immagine, per quanto ho saputo, verace di Sparta. Comech la distanza de costumi sia di gran lunga maggiore di quella de tempi, stata sempre cosa utilissima riputata il richiamare alla memoria degli uomini, degenerati o risorti, alcuni originali della veneranda antichit, affinch, riguardando a que grandi esemplari, potessero di tanto approssimarsi ad essi le copie, ove fosse pure sperabile a d pi felici o meno tristi imitarli.
Io mi sono proposto di tratteggiare de personaggi spartani non gi, nudi affatto di passioni, quali piaciuto spesso dipignerli; ho per tentato d'improntare un certo carattere di spartanismo nelle loro debolezze e, quasi non dissi, nel delitto medesimo.
Pausania, insigne e per virt e per vizi, presso a divenire tiranno, per non dire piuttosto a voler divenirlo, forse non cessa di essere ancora spartano.
Egli potrebbe insegnare una gran verit, utilissima in tutti i tempi ed a quante nazioni fossero amiche e degne di libert, che non bisogna cio n nulla n troppo fidarsi negli uomini illustri e potenti.
Ma possono qualche volta le armi quel che le arti dovrebbero sempre, ancorch poco utilmente, tentare? o dovran sempre la licenza delle une e la vilt delle altre cospirare a danno della virt e della ragione? Oh noi veramente felici! e tu non men grande! se amando le arti e dirigendo le armi di entrambe ti valga, come pur tutti i buoni lo sperano, a solo e sempre combattere l'errore degl'ingannati che ordinariamente gemono, e la sceleratezza degl'impostori che ordinariamente trionfano!
Teatro patriotico di Milano, 15 Fruttifero VIII.
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
ARCHIDAMO, EUDAMIDA
Foro di Sparta
EMONTE
Giugni, Eudamida, in tempo. In questo punto
Dalla Troade a noi torna il messaggio,
Dagli efori spedito. Ivi in Golona
Cerc Pausania; e l'ordine supremo
Di Sparta gli rec, di appresentarsi
Immantinente agli efori.
EUDAMIDA
Ned altro
Ei veder seppe, Archidamo, che valga
A raffermare o dileguar cotesti
Rinascenti sospetti?
ARCHIDAMO
Ei troppo vide
Che non ment finor la fama: che aspro
Pausania or pi, non che spartani, or tutti
Sprezza gli usi di Sparta, e quegli adotta
Della Persia nemica. Abito e culto
E costumi ei cangi: persiana veste
Mollemente il ricopre; egizi o medi
Gli fan servil corteggio; a mensa e siede
Splendida s, che ognun ne abborre; insomma,
Nella pompa, ne sensi e pi nell'opre,
Anzi che re di Sparta, ancorch tale
Ei pi non sia, non pi spartano, uom servo
Della corte di Serse omai rassembra!
Aggiugne ancora, aver per tutto udito
Che del Peloponneso e dell'Eubea
Pi lidi ei corse e molti ei vide occulti
Della spartana libert nemici;
E, quel che importa il pi, fra questi ei vide
L'uom della Grecia il pi temuto e scaltro,
Temistocle, nemico ognor di Sparta,
Ed or, poich da Atene era proscritto,
Di Grecia tutta aspro nemico.
EUDAMIDA
Io quasi
Son fuor di me! Che intesi? E qual mai stolto
Disegno ei nutrir pu?
ARCHIDAMO
Quel che ognor meco
Temono i buoni: ch'egli Sparta abborra,
Che le leggi ne sprezzi e che turbarne
Mediti in cor la libert.
EUDAMIDA
Che dici?
Nel tuo strano timor tu sempre eccedi!
N pi rammenti che in Platea per lui
Il sostegno miglior de Persi, il fero
Mardonio, cadde e seco trasse immensa
De barbari ruina? che per lui
Riconquistati fur Bisanzio e Cipro
Ed Ellesponto? e che a quest'ora forse
La greca libert sarebbe spenta,
Se Pausania non era?
ARCHIDAMO
Io ne rammento,
Pi che nol pensi tu, le imprese prime
E quanto egli era un d; quindi io pi temo
Le sue stesse virt, le glorie, il nome.
Fosse spartano ancor, com'egli grande!
E chi non tutto spartan, nemico
Di Sparta egli . Mel credi: gi gran tempo
Che Pausania degenera da suoi.
Non pi di libertate; amor di regno
Gli s'intravede in core. Il reo presagio
Io gi ne scorsi, allor che di Platea
Tutto a s trar l'onor pretese, e strano
Consecrar quindi un monumento in Delfo,
Pi che al merto de Greci, al suo nascente
Orgoglio. Ei d'allor pi che re di Sparta,
Despota apparve quasi. E degna pena
Sparta ben n'ebbe; ch l'impero, ond'ella
Godea sul mar, la Grecia tutta, in tempo
Ammutinata, a torle giunse.
EUDAMIDA
Oh! taci
L'infausto caso; e, pi che altrui, ne incolpa
La seduttrice Atene, ognor bramosa
Di primeggiar fra noi. Ma, qual che fosse
Di ci?? cagion vera, il fio pagonne
Pausania gi: tosto il suo nome in Delfo
Fu per noi scancellato; e, quel che debbe
Pi spaventar qual sia despota, Sparta
Alfin di re la dignit gli tolse.
Scacciato indi dal trono, e quasi errando
In volontario esiglio, or di: non soffre
De suoi trascorsi ammenda grave?
ARCHIDAMO
Ei nuovo
Desio pu trarne di vendetta; e forse
Di tal brama or si pasce!
EUDAMIDA
E quai potrebbe
Mezzi tentar?
ARCHIDAMO
Tranne il consiglio, tutti
Pu Serse offrirgli; n il consiglio manca,
Se Pausania a lui serve.
EUDAMIDA
Or odi accusa
Prodotta sempre e non provata mai!
ARCHIDAMO
Perch, a rischio di Sparta, in lui si volle,
Piucch punirne i nuovi errori, i prischi
Suoi merti riconoscere.
EUDAMIDA
Pi giusto
Di che finor n'eran le glorie certe,
Dubbia l'accusa; ed a punirlo quindi
Troppo lievi gl'indizi.
ARCHIDAMO
E son mai lievi,
Ove la patria minacciata e teme?
E che? vuoi tu che il suo disegno sia
Punito, allor che l'arrestarlo vano?
Che nel sen della Grecia ei l'armi porti
Della Persia e de barbari? ch'ei regni
Tiranno in Sparta? e allor che spenti noi
Pria che servi cadrem, punirlo speri?
Questa incauta ragion, che tu pur saggia
Credi nel giudicar, dove ci tragga,
Eudamida, nol vedi?
EUDAMIDA
Io veggio or dove
Lo zelo tuo trarci potria! Tu temi
La straniera tirannide e non questa
Tirannide peggior che il tuo soverchio
Zelo introdur potria fra noi? Che fora
Di nostra libert, se degli altrui
Sospetti ingiusti vittime sovente
I migliori cadessero? se vili,
Mentiti, incerti, irrequieti sempre
Ne rendesse il terrore? Abbiasi questa
Ragion l'Asia avvilita, ov' sol legge
Il timor di chi regna e di chi serve;
Sparta non gi. Le nostre leggi, il sai,
Perch all'invidia altrui si ponga un freno,
Di qual sia fallo a noi chieggon le prove
Chiare ognor pi quanto maggiore il lustro
Di chi si accusa; e fin ch'eforo in Sparta
Io con voi seggo a condannar qualsia
Spartano, mai non indurrammi altrui
Mal fondato sospetto o timor vano.
Ch, se tu invece prove certe addurne
Oggi agli efori sappia e innanzi a Sparta
L'accusato convincerne, vedrai
Se io primo allor sapr dannarlo.
ARCHIDAMO
E certe,
Pi che nol brami, oggi ne avrai tu prove.
Pausania omai tardar non dee; l'udremo
Efori noi. Pi che altri, infin gli Dei
Sapran mostrarci in tanto rischio il vero.
E vedrai forse, Eudamida, n invano
Lo spero, quanto alla comun salute
Giovi di Sparta il cangiar modo e stile
Nel giudicar de re!
SCENA SECONDA
EUDAMIDA
EUDAMIDA
Fervido troppo
Di libert, troppo oltr'ei teme. Sparta
Qual pu danno temer? Veglian gli Dei,
Veglian le leggi, ogni spartan pur veglia;
E avvenir pu che io sol'oggi traveda
Di Sparta a danno? e che impunito vada
Chi di tradirla in ver si attenti? Oh! viene
La madre di Pausania.
SCENA TERZA
EUDAMIDA, TEANE
TEANE
Un solo istante,
Eudamida, deh! soffri che alle tue
Gravi cure io ti tolga. Ah! tu conforta
Una madre che trema! Intorno io sento
Sorda una voce mormorar, che desta
Sull'assente Pausania ancor gli antichi
Sospetti odiosi. Se ci a madre incresca,
Che ama pi che altri il figlio e pi che il figlio
La patria sua, tu il pensa! Eppur finora
Lusingando io mi gia che fosse questa
Voce di volgo, instabile e fugace,
Che spesso non risparmia anco i migliori.
Ma, ad onta delle mie lusinghe, io sento
Che al giudizio degli efori supremo
Deggia Pausania esporsi. Or, deh! se lece
A madre il ricercarne ed anzi tempo
A te darne contezza, or tu mi togli
Dall'incertezza orribile in cui vivo!
ver quanto io finor ne udii? Ritorna
Pausania qui? Sparta lo chiama? giusti
Son pur gli altrui sospetti?
EUDAMIDA
Oh Ciel! che chiedi?
Men tristo annunzio, e di te degno, io darti,
Donna, vorrei; vorrei pur dir che a tue
Virt spartane appien risponda il figlio;
Ma contra il ver che dir poss'io?
TEANE
T'intesi!
Dunque mio figlio reo?
EUDAMIDA
Tal, io nol credo;
E forse ei tal non . Ma di lui tanti
Sorgon sospetti, ch' mestier ch'ei stesso
Venga in Sparta a smentirli.
TEANE
E qual pu nuova
Rea cagion riprodurli? Erano un tempo,
Se non giusti, opportuni. Egli era illustre,
Possente e re, liberator di Sparta
E della Grecia intera, e trono ed armi
E fama ei possedeva. Or' privato,
Inerme, oscuro, di ogni mezzo privo,
Costretto quasi a fuggir Sparta e i suoi,
A cercar lunge un qualche asilo Ed avvi
Chi ne sospetta ancora? E che pu mai
Aver tentato, ch ei soffrir qui deggia
Il giudizio degli efori? Il Ciel tolga
Che io degli efori biasmi il rigor giusto!
Ma nel misero stato, in cui sperava
Io gi ch'ei dileguar potesse i primi
Sospetti altrui, qual gli si puote ancora
Nuovo disegno apporre?
EUDAMIDA
Esser potrebbe
Vano il sospetto ancor; pur v'ha chi teme
Ch'ei, pi che a Sparta, a suoi nemici or serva.
TEANE
Misero! Ed onde ci?
EUDAMIDA
D modi strani,
Che per legge non men che per costume
Sparta detesta, e ch'egli ostenta.
TEANE
E a tale
Dimenticar potria d'esser mio figlio
E, pi che mio, figlio di Sparta? Io tremo
Solo in pensarlo! Eudamida, e tu il credi?
Deggio temerne anch'io? Deh! tu dilegua
Oppur conferma il mio timor. Tel giuro,
E a voi lo giuro ancor, Numi tremendi
Di Sparta: se mai noto il reo disegno
Fosse a me di Pausania, io pi del figlio
Non mi rammenterei; tu mi vedresti
Abbandonarlo al suo destino e all'ira
Giusta di Sparta; insomma, io non sarei
Madre pi mai, sarei spartana. Ah! pria
Che mi tragga in error la mia materna
Piet, tu mi assecura; e mi consiglia,
Se Sparta o il figlio mio difender deggia.
EUDAMIDA
Modera il tuo timor. Le nostre leggi
Difenderan Sparta non men che il figlio.
Mentre qui staran gli efori, secure
Staranno ognor la libert comune
E l'innocenza altrui privata. Io spero
Che abbian questa in Pausania ancor gli Dei
Serbata intera; e ch'egli intera possa
Agli efori mostrarla, e smentir quindi
Gli altrui sospetti. Almen tu il merti. Calma
Il tuo soverchio affanno; or nel consiglio
Degli efori ti affida; e, pi che in esso,
Nell'alme leggi di Licurgo affida
Sparta non men che il figlio tuo.
SCENA QUARTA
TEANE
TEANE
Potessi
Calmare in parte il mio timore! Ei cresce,
Quanto io pi cerco soffocarlo! Ahi lassa!
E di me che saria, se mai nel figlio
Un nemico di Sparta io difendessi?
Se fosse ver! Deh! qual vicenda io soffro
Di amor, di speme e d'incertezza? Io l'amo;
E a dubitar, malgrado mio, comincio!
Se il dubbio sol m'inorridisce! ah! pria
Che diventi per me fatal certezza,
Deh! voi, pietosi Dei, questi cadenti
Miei d troncate
SCENA QUINTA
TEANE, EURISTIA
EURISTIA
Ah corri, o donna In punto
Pausania arriva Io n'ebbi avviso appena
E ratta venni a qui cercarti. Io deggio,
Come nel duol, pur nella gioia averti
Compagna: unite ad abbracciar corriamo,
Io lo sposo e tu il figlio.
TEANE
E tu di gioia
Mi parli, Euristia, in questo d! n sai
Quanto per noi riuscir potria funesto?
EURISTIA
Io so che meco ognor tu sospiravi
Sull'assenza del figlio; e che agli Dei
Preghi finor porgevi, ond'egli a Sparta
E a lari suoi tornasse alfin.
TEANE
Ma preghi
Non porsi io mai, perch'ei tornasse quale
A dar conto di s Sparta lo chiama.
Il suo ritorno, ch'io finor bramai,
Or mi spaventa, Euristia! E tu pur vuoi
Ch'io corra ad incontrarlo? Ad incontrarlo
Corsi io la prima un d; ma, allor, dal campo,
Sparso di polve e di sangue nemico,
Liberator di Grecia egli tornava;
Allor me pur seguian le alme donzelle
Spartane; e in nome della patria, eterna
Gli offrian corona, e pi, l'amor di Sparta;
E fra i comuni applausi io lo serrava
Tra le mie braccia e di materno pianto
Pur lo bagnava; ed era allor quel pianto
Pianto di gioia Oh tempi! oh giorno! Il figlio
Or torna, ver; ma a trionfar non torna;
Sul proprio scudo omai non torna estinto,
Perch'io ne baci le ferite e lieta
Del mio pianto le avvivi. Ei torna, oh quanto
Da quel di pria diverso! odioso a buoni,
A pi sospetto ed a me stessa quasi;
E, quel che pi d'alto terror mi stringe!
E chi sa, se innocente
EURISTIA
Ohim! che dici?
Del figlio tuo tu ancor diffidi? e il danni,
Pria che pronunzin gli efori?
TEANE
Se in core
Tu mi leggessi, appien vedresti, o donna,
Qual dura pena a me l'aver del figlio
Il minor dubbio! Inorridita l'alma
Rifugge; e il dubbio, oh Ciel! pi ognor l'incalza!
Eppure in s misero stato io l'amo
E di s intenso amor che spesso temo
Non sia pari all'amor che a Sparta io deggio!
N per creder tu che a me s dolga
Che altri di lui sospetti e che il sospetto
Non valga egli a distruggere. Non duolmi
Neppur ch'ei sia punito e con la vita
In un la fama ei perda. Estinto ancora,
Potria chiarirsi un d la sua innocenza
E tornar caro a Sparta il nome suo.
Credimi, Euristia: io sarei lieta appieno
Della morte del figlio, ov'ella Sparta
Far potesse tranquilla e foss'io certa
Dell'innocenza sua. Ma se mai vero
Fosse il delitto!
EURISTIA
Ah! nol sar. Pi volte
Ei trionf della calunnia iniqua;
Trionfer pur questa volta.
TEANE
Ed io,
Al par di te, lo spero e il bramo; e il Cielo
Ne prego; e sol di questa speme or vivo!
EURISTIA
Dunque si vada ad incontrarlo. Almeno,
Da tutti omai negletto, a fianchi suoi
La sposa ei veggia e la sua madre.
TEANE
E Sparta
Che direbbe di noi? La sua innocenza
Mostri egli pria; l'amor di madre io quindi
Gli mostrer. Pi che nol pensi, o donna,
Difenderlo io vorrei; vorrei del figlio,
E di Sparta non men, l'oltraggio e il danno
Io stessa prevenir Ma non potrebbe
Ancor tradirmi la piet? Deh! vieni
Meco nel tempio. Il cor chiede consiglio;
N pu sperarlo che dal Cielo. Andiamo;
Chi sa? malgrado mio, lieto un presagio
Mi parla in cor! Deh! vieni.
EURISTIA
Ad obbedirti
Son presta. Eppur, me misera! mi uccide
Lo starmi ancor da lui divisa!
TEANE
I Numi
Odan pria per la patria i nostri voti;
Quindi pel figlio e per lo sposo. Oh! fossi
Di sua innocenza appien secura! Io stessa,
Pi che altri, ne farei, di Sparta a vista,
Piena difesa.
EURISTIA
Il Ciel tuoi voti accolga!
ATTO SECONDO
SCENA PRIMA
PAUSANIA, EURISTIA, ARGILIO
PAUSANIA
Euristia, va; non mi seguir Gi siamo
Al tribunal degli efori. Io qui deggio
Udire il mio destino. A che vuoi meco
Divider l'onta, a cui mi espongo?
EURISTIA
Sparta
Sa gi che sposo a me tu sei, ch'io ti amo;
Sappia quindi ch'io voglio il tuo qualsia
Fero destin divider teco.
PAUSANIA
Ad altri
Tempi, deh! serba le tue cure. Il mio
Periglio a sostenere or basto io solo.
Gli efori qui mi appellano; pria che altri
Udir lor voglio; e il deggio.
PAUSANIA
Un qualche istante
Pur riveder potevi i lari tuoi
Deserti; e quivi riabbracciare il figlio;
E la tua madre consolar, che palpita
Sul tuo destino!
PAUSANIA
Il vedi. In tale stato
Io non godrei del figlio; e della madre
Accrescerei l'affanno.
EURISTIA
Oh! se veduti
Gli avessi tu! Pargoleggiando l'uno
E articolando di Pausania il nome,
Par che dal Cielo il padre suo reclami.
E l'altra, ognor fra nuovi dubbi incerta,
Gli altrui sospetti esaminar non osa;
Ed or li teme, or li condanna; e sempre
Pi t'ama e reo non sa temerti. Or dianzi
Io la seguii di Pallade nel tempio;
E, pi che fiori, ella spargea sull'ara
Le sue materne lagrime; e tremante,>
Il gran Nume abbracciando, a te, dicea,
Pria Sparta io raccomando e poscia il figlio;
Tu quei sensi magnanimi in lui serba
Ch'io gl'istillai col latte; ed innocente
Torni alla patria sua, torni alla madre
Qual ne partiva allor che ratto corse
De barbari a sgombrar la Grecia intera.
Cos pregava; e il suo spartano prego
Gan ripetendo quante all'ara intorno
Stavan supplici madri; e il suo materno
Pianto pur tutte a lagrimar movea!
PAUSANIA
Meglio, o donna, a suoi voti unisci i tuoi.
Che giova lo star qui? La mia giust'ira
E l'onta ingiusta accrescerebbe. Lascia
Ch'io primo e solo il rio furore affronti
Degli efori. Ancor paghi essi non sono
Di avermi tolto onori e trono e fama;
Di avermi astretto a lasciar Sparta e quanto
Io vi avea di pi caro; e, se il potessi,
Ad abborrirla quasi
EURISTIA
Ohim! quali odo
Strani sensi da te?
PAUSANIA
N strani estimi
Tu gli oltraggi ch'io soffro?
EURISTIA
ver; ma denno
Gli efori, il sai, di Sparta adempier l'alte,
Divine leggi. Al par di queste ei denno
Mostrarsi inesorabili; eppur vidi
Alcun di lor sul tuo destin dolersi;
E sperar meco che smentir tu possa
Gli accusatori tuoi. La tua giust'ira
Modera omai. Tu sai che, se pur troppo
Della sua libert Sparta gelosa,
Non men giusta. Qual vincesti un tempo
I tuoi nemici in campo e la comune
Libert difendesti, i tuoi nemici
Vinci or non meno e l'innocenza tua
Magnanimo difendi. Al popol mostra
Che sei spartano; e il popol tutto udrai,
Se non suo re, suo cittadin chiamarti;
E forse ancor
PAUSANIA
Che speri mai? Pi volte
Finora assolto io fui. Ma di: sul trono
Mi vedi or tu?
EURISTIA
Che parli? E avrebbe il trono
Rassicurata pi la tua innocenza?
Oh! non l'avessi mai goduto, mai
Questo poter s necessario e sempre
Dal popolo temuto! or tu saresti
Forse men grande e pi stimato al certo!
PAUSANIA
Cessa; non pi. Qual sia il periglio, lascia
A me la mia difesa. Oggi salvarmi,
Ad onta ancor de miei nemici, io spero;
Ma dagli efori no, da me lo spero.
EURISTIA
Misera me! tu fai tremarmi!
PAUSANIA
E sei
Spartana tu?
EURISTIA
Pur troppo, io sento, ahi lassa!
Che moglie io sono! L'ira tua soverchia
Tremar mi fa!
PAUSANIA
Dunque il cimento evita.
Va; conforta la madre; al figlio assisti.
Nol vedi? appieno in me securo io stommi.
Ad onta del periglio in cui mi trovo,
Maggior de miei nemici ancor mi sento!
Va; pi non ti odo; lasciami; l'impongo.
EURISTIA
Oh momento terribile! Pietosi
Numi, se io pi nol posso, ah, voi sovr'esso
Vegliate almeno; a voi, com'io finora
L'amor suo vero, or l'innocenza affido.
SCENA SECONDA
PAUSANIA, ARGILIO
PAUSANIA
Tu mi compiangi, Argilio? Ah! vieni; abbraccia,
Se non il re, l'amico tuo. Se fidi,
Qual mi se tu, mi saran gli altri, io degno
D'invidia pi che di piet m'estimo.
Ma dimmi or tu: Sparta di me che pensa?
Che pi sperano i miei? Del tutto han forse
Obliato il mio nome?
ARGILIO
Il popol, fero
Della sua piena libert, sovente
Beve gli altrui sospetti; e tu ben sai
Che ogni gran nome oblia, s'egli alcun danno
Giugne a temerne. Il tuo valor, le tue
Stesse virt pi sospettar lo fanno;
E se tiranno or te non crede, ei teme
Ch'esserlo alfin tu voglia, e pi, che il possa;
E par tua colpa sola esser tu stato
Un d possente e re. Fremono intanto
I fidi tuoi; ma tacciono fremendo.
Essi finor non osano mostrarsi
Tuoi difensori e condannar la strana
Rigidezza degli efori; ma cauti
Attendono l'istante, in cui le accuse
Altrui smentir tu possa; e nella tua
La difesa tentar di quanti prodi
Sdegnano or quasi di servir pi Sparta
Per non esserne alfin, qual tu, puniti.
PAUSANIA
Se de migliori io regno in cor, del volgo
I sospetti non men che il rigor sprezzo
Degli efori. Per uso il volgo adotta
Anco i pensieri di chi regna; e forse
Gli efori qui regnar non potran sempre.
ARGILIO
E chi attentar potria la lor suprema
Autorit? Dopo i suoi Numi, Sparta
Non rispetta che gli efori; il senato
Opporsi a lor non osa; i re non sono
Che degli efori schiavi; or tutta, insomma,
Sta negli efori Sparta!
PAUSANIA
E alcun non freme
Contra questo degli efori usurpato
Dispotico potere? A Sparta diede
Licurgo mai questi arbitri? Non sono
L'opra di un cieco popolar consiglio,
Che gli ordini di Sparta e di Licurgo
Le leggi annulla? E libera si crede?
Oh inaudita vilt? Per questi or suda
Fra le armi lo Spartan; servono a questi
E cittadini e re. N giova; colpa
altrui merto. Da che regnan essi,
Leggi non pi, non libert, non dritti,
Sparta pi non esiste! Ed io con gli altri
Soffrirlo ancor dovrei? dovrei vedermi
Di re, qual era, or vil cos? Non mai.
ARGILIO
Frena il trasporto. Ove tu stai, non vedi?
Sparta in te sol volto ha lo sguardo; e gli atti,
I tuoi pensieri sospettosa osserva.
In questo punto gli efori qui denno
Assolverti o punirti. Il tuo periglio
Deh! pi tu non accrescere. La tua
Sola innocenza appien l'odio altrui spenga.
PAUSANIA
La mia innocenza e il mio soffrir non fece
Che render Sparta ognor pi ingrata e questi
Efori iniqui pi
ARGILIO
Gli efori io veggio
Venir! lor segue taciturno e fero
Lungo stuolo di popolo!
PAUSANIA
Qual onta?
Va; cerca, Argilio, i fidi miei; ritenta
L'antica fede e la piet novella.
Lascia a me il resto. Di spartan mi avanza,
Se tutto alfin perdei, quanto ancor basti
Di quest'istante a sostener l'oltraggio!
SCENA TERZA
PAUSANIA, EUDAMIDA, ARCHIDAMO, EFORI che si vanno collocando al loro seggio,
POPOLOche rispettosamente rist a loro intorno
ARCHIDAMO
Popolo, e voi quanti qui state, udite.
Pausania questi ch'io vi addito, un tempo
Gi vostro re; dal trono indi scacciato
E da ammenda pi grave assolto forse.
Sospetto ancor di nuove trame, ei torna
Qui da Golona e si appresenta a Sparta,
Onde ragion delle opre sue dar piena.
Il maggior dritto che abbia Sparta questo:
Giudicare i suoi re; dal trono al foro
Trarli privati; e li dannar, s' d'uopo.
Oh! fosse a questo tribunal presente
Ogni popolo oppresso! ad esser grande
E libero da Sparta apprenderebbe.
Ch vera libert mal regge dove
Chi a distruggerla aspiri esser non possa
Dalle leggi punito; e se una volta
Avvien ch'ella si perda o ne si tolga,
Forza non v'ha, non v'ha ragion che basti
A riacquistarla appien Ma, pria che a Sparta
Un tanto danno avvenga, il Ciel punisca
Non pur chi l'osi, chi, pi vil, lo soffra!
Odi, Pausania, or tu. Sparta, gelosa
Di sue leggi non men che de suoi puri
Natii costumi, ancor di te diffida.
Le opre tue dubbie e i non spartani modi
Gi da pi tempo in te sogguarda. Omai
L'alta accusa rinnova e te vuol reo
Di empie mire tiranniche; ma, pria
Che il tuo destin pronunzi, ella udir vuole,
Qual dee, le tue discolpe; e a s ti chiama.
PAUSANIA
Il messaggio degli efori io conobbi;
Ed agli efori io venni. Udr coteste
Novelle accuse e smentir, qual soglio,
Gli accusatori miei. Cos potessi
Vederli ancor puniti! Eppur, lo spero;
Se qui, pi che altri, omai regnan le leggi.
ARCHIDAMO
Dove or se tu, pi non rammenti? o torni
Cangiato s che pi non sai che Sparta
Non adora che i Numi e le sue leggi?
Or sappi tu che delle leggi in nome
Per gli efori ti parla.
PAUSANIA
Ed io gli ascolto.
ARCHIDAMO
Narra: perch Sparta lasciasti?
PAUSANIA
Io volli
Torle un oggetto di livor, di sprezzo.
E poi ch'io re non era, esser soldato
Spontaneo elessi, pria che oziar fra lari
Inutile e negletto.
ARCHIDAMO
Alcun nemico
Hai tu di Sparta conosciuto?
PAUSANIA
Molti
A Platea ne conobbi, allor ch'io Sparta
E la Grecia salvai.
ARCHIDAMO
N mai vedesti
ARCHIDAMO
Temistocle?
PAUSANIA
Lo vidi allor che vinse
La persa armata a Salamina; il vidi
In Sparta allor che del Pireo difese
Le ancor nascenti mura; e in Argo io volli
Vedere in lui qual ne compensi Atene
Le sublimi virt, le utili imprese;
E apprender quindi qual si possa all'uopo
La ingiustizia de suoi soffrir tranquillo.
ARCHIDAMO
N ad altro fin Temistocle, ned altri
Tu frequentasti mai?
PAUSANIA
Se il sai, lo svela
Tu, che mi accusi.
ARCHIDAMO
E perch tu scegliesti
Quasi nel sen dell'Asia a tuo soggiorno
La remota Golona?
PAUSANIA
Ivi lontano
Da Sparta io pi, da suoi sospetti eterni
Vie pi securo io mi credea.
ARCHIDAMO
Speravi
Che di Sparta vegliante ivi lo sguardo
Non ti giugnesse? e che potesse quindi
Conspirar teco ognor pi cauto il Perso?
PAUSANIA
Il Perso, ver, me frequent; ma nota
La cagion n'era. Omai favola al mondo
Reso per opra vostra, ei volle spesso
Riconoscere in me, bench dal trono
Espulso, di Mardonio il vincitore,
Il difensor di Grecia tutta; e forse,
Se non dell'odio suo, dell'ira vostra
Gli effetti in me commiserando, ei volle
Un fero esemplo contemplar dell'alta
Spartana ingratitudine!
ARCHIDAMO
Spartano
S'eri tu ancor, tu stesso in te gli effetti
Di nostra libert mostrar dovevi;
E qual da re di Persia a re di Sparta
Spazio corra infinito; e che i re sono
Qui soggetti alle leggi e non tiranni,
Quai gl'idolatra altrove il mondo schiavo.
Ma tu, pria che ad altrui mostrare i veri
Usi di Sparta liberi, i servili
Della Persia apprendevi. Erano quindi
Barbari i modi tuoi; l'abito medo;
Egizio il tuo corteggio; orientali
La mensa e il fasto; e per dir tutto in una,
Satellite di corte eri tu vile!
ARCHIDAMO
A rimproveri tuoi breve io rispondo.
Della Persia e de barbari i costumi
Sovente appresi e ne imitai sol quanto
A dignit di re fosse conforme;
N sconvenisse a cittadin di Sparta.
L'Egizio a me servia, perch l'Ilota,
Condannato a servir da noi Spartani,
Risparmiar volli. E mi si torce a fallo
Or l'apparenza, perch mancan l'opre?
Un'usanza innocente il mio delitto?
E, perch'io trassi gi l'abito medo,
Meno Spartan son io?
ARCHIDAMO
Cos rammenti
Di Licurgo le leggi?
PAUSANIA
Io ne rammento
Che opra sua non son gli efori; ch'ei tutta
Pose ne re la maest di Sparta.
ARCHIDAMO
E perch i re del gran Licurgo l'opra
Non attentasser mai, Sparta la pose
Alla guardia degli efori; n questi
Ti avrian di re la dignit mai tolta,
Se violata pria tu non l'avessi.
PAUSANIA
Io violata l'ebbi allor ch'io solo
Salvai la Grecia intera e a Sparta diedi
Fra le greche citt la gloria prima.
Ma, s' ragion che la memoria omai
Ne pera, pria che me, punite questi
Illustri monumenti che a voi diero
Le spoglie di Platea, l'oro de Persi,
Le mie vittorie. Io guiderdon gi n'ebbi
Allor che il trono mi fu tolto e vita
Mi si lasci, perch pi sempre io soffra
Nuovi oltraggi e pi gravi.
ARCHIDAMO
Or ti credevi
Che, perch tu la Grecia un d salvasti,
Tiranneggiarla quindi impunemente
Potessi tu? Perch l'eroe ne fosti,
Esserne debbi il despota? e le leggi
E gli ordini turbarne? e muti e vili
Applaudirti dovrian gli efori e Sparta?
Chi de tiranni non arresta il primo
Passo gi schiavo. Or mira: il popol freme
E, fremendo, in suon d'ira il tuo destino
Pronunzia quasi
PAUSANIA
E ben; che tarda? Immoli
Questa vittima sacra all'odio vostro,
Cui zelo voi di libert nomate.
Popolo, s, pria ch'io pi reo diventi
Per opra lor, qual ch'ella sia, reclamo
La sentenza da te. D'innanzi il reo
Ti sta; chiara l'accusa; suo delitto
L'altrui livor. Si danni omai. Null'altro
Mi avanza or pi che una spregevol vita;
Ed il tormela or fia la minor pena.
ARCHIDAMO
Pena, l'avrai, non pur da noi, da quanti
Amin la Grecia e le sue leggi; eterno
L'odio ti avrai di quanti odiar sapranno
E tiranni e tirannide! E di questi,
Non che di Sparta in nome, io primo, a vista
Di quanti or mi odon qui, l'alta sentenza
Pronunzio
SCENA QUARTA
PAUSANIA, EUDAMIDA, ARCHIDAMO, TEANE, EFORI, POPOLO e GUARDIE
TEANE
Ah! no; pria che si danni il figlio,
Efori, deh! vi piaccia ancor per poco
Udir la madre.
PAUSANIA
Oh! qual incontro?
ARCHIDAMO
Loco
A femminil lamento, il sai, non dassi
Unque fra noi.
TEANE
N femminil lamento
A voi qui reco. Assai di Sparta gli usi
E le leggi io rispetto.
EUDAMIDA
E Sparta anch'essa
Le tue virt, donna, rispetta. Frena,
Archidamo, il tuo zelo. Ella capace
Di sedurci non . Donna, che chiedi?
TEANE
Ch'io stessa il figlio mio difender possa.
Spartani, ah! no, della materna inchiesta
Non vi prenda stupore. strano il caso;
Ma non men strana la cagion! Se certa
Del disegno foss'io che a lui s'imputa,
Spartani, or contra lui, voi le tremende
Leggi di Sparta reclamar mi udreste.
Ma, ad onta degli altrui sospetti, ond'era
Quasi anch'io tratta a sospettarne, il core
A pro del figlio s forte mi parla
Che, pi che di natura, io riconosco
Ne moti strani suoi l'occulto impulso
Del Cielo! e forse io non m'inganno. Or dianzi
Io nel tempio di Pallade i miei voti
Per la mia patria offriva; e pur tremava
Sulla sorte del figlio: allor che strana
Luce improvvisa i dubbi miei rischiara!
Sparve il timor; speme sottentra e quasi
Certezza che innocente egli pur sia
Del temuto delitto. A tai presagi
Fatta secura in me, l'ara abbandono
Di Pallade; e sollecita io qui corro
A difendere il figlio. Or, sia pur questo
L'alto voler del Ciel, che per la madre
Sia Pausania difeso; o inganno sia
Di materna piet, che al Ciel l'ascrive,
Efori, deh! mi udite, onde rimorso
Non resti in me di avere un d negletto
Quest'ufficio qualsia del figlio a scampo.
PAUSANIA
Ancorch forse invan, di me gi diedi,
Donna, ragion; che speri pi?
TEANE
Dar questo
Sfogo al mio core; e abbandonarti poscia
Alle leggi di Sparta e degli Dei.
EUDAMIDA
Gli efori omai ti ascoltano. Difendi,
Tu madre, il figlio; efori noi, le leggi
Difenderem.
TEANE
Spartani, io non difendo
Gli strani modi suoi, n quanto in esso
Della rigida Sparta offende il guardo
E i sinceri costumi. Anch' io nel biasmo
Altamente con voi. Ma ch'ei col Perso
Contra Sparta conspiri, efori, io mai
Nol creder. Troppo il delitto strano
Per un spartan, che a libert sol nacque,
Che per essa pugn! Salvato ei dunque
Avria la Grecia intera, onde poi farla
Schiava d'un re? vinto i nemici avrebbe,
Perch indi al vinto il vincitor servisse?
Ed obbedisse ei stesso a chi tremava
Un tempo al nome suo? Potea, nol niego,
Ambizion sedurlo e pi l'esemplo
Dell'oriental tirannide; ma quali
Prove, Spartani, a voi finor ne diede?
Soffrite or deh! ch'io le rammenti. Egli era
Gi vostro re; vi spiacque il suo comando;
E al giudizio degli efori il depose.
Privato indi divenne; e di onor privo,
Spontaneo ei corse a militar nel campo.
Si rinnovan le accuse; ed ei, chiamato
Da voi, qui torna a dar di s pur conto.
N tanto basta a dileguar qual sia
Dubbio nelle opre sue? S'ei contra Sparta
Pur conspirasse, agli ordini di Sparta
Avrebbe egli obbedito? avria sperato,
Piucch dal perso re, da voi difesa
Ed asilo e mercede? Ed a s chiari
Segni di sua innocenza, avvi chi desta
Ancor gli altrui sospetti! E non pu questi
Destar, piucch zelo di patria vero,
Astio e livor di sue virtudi? Sparta,
Efori, io non accuso. Io so che in essa
Non sogliono allignar s tristi affetti.
Ma spargerli non pu l'invida Atene,
Perch i costumi nostri interi, ch'ella
D'imitar sdegna, almen corrompa? e oscuri
L'onor di quegli eroi ch'ella pi teme?
Ma io forse il figlio oltre il dover difendo.
Eppur gli Dei ne attesto: io reo nol credo;
E spero che n tal voglia oggi Sparta
Riconoscerlo intera. Ch, se falsa
Piet mi avesse illuso, il suo destino,
Efori, proferite; e se, qual madre
Finor difesi il figlio, ancor nel vostro
Giudizio, qual ch'ei sia, sapr spartana
L'alto consiglio rispettar di Sparta.
EUDAMIDA
Donna, al tuo dir di alto stupor compresi,
Quanti qui stanno, io veggio! Ancor che madre,
Tu spartana favelli! Or, perch chiara,
Come la tua virt, non del figlio
La contesa innocenza? Al ben di Sparta
Era l'esame necessario; e giusto
Il giudizio ne fia: ch amor del retto,
Non invidia o piet, noi tutti move;
E prova il popol tutto avranne piena.
Efori, or parlo a voi, se a me concede
L'et di aprir miei sensi il primo. Udito
Noi di Pausania abbiam le accuse a un tempo
E le discolpe. Alto il delitto io veggio;
Ma non pari al delitto ancor le prove.
Queste da voi sol chieggo e quai le chiede
Da noi la legge; e fin che tai non le offra
Una pi grave indagine del vero,
Ned innocente appien, ned appien reo
Oser giudicarlo. Io penso intanto
Che si consulti anco il senato, e sia
Oggi di tanta lite anch'esso a parte.
E vegga infine il popolo, qualora
A voi pur piaccia, ch'il senato intero,
Al suo cospetto, di Pausania ad una
L'innocenza proclami od il castigo.
ARCHIDAMO
Oh! qual mezzo proponi? Esser funesto
Potria cotesto indugio!
EUDAMIDA
Un solo istante
Sparta perder non puote; e l'innocenza
Altrui vie pi assicura. Efori, io dissi
Il voto mio; se v'ha cui spiaccia, schietto
Favelli. Il vedi? ognun l'approva.
ARCHIDAMO
Dunque
Pausania qui da noi si chiama, ond'abbia,
Pi che in altrui, negli efori difesa?
E il senato consulti? ed ei conspiri
Qui securo fra noi?
EUDAMIDA
Sparta l'osserva.
Che puoi temer? Se il suo disegno vero,
Occulto qui restar non pu; ne attesto,
Pi che i vindici Dei, le nostre leggi.
Pausania, dal senato il tuo destino
Attendi or tu.
PAUSANIA
Qual ch'egli sia, pur sempre
Pari opporgli sapr la mia costanza.
Tutto da Sparta a tollerare appresi.
EUDAMIDA
E Sparta ancor magnanima rispetta
Le glorie tue, che tu disprezzi or forse.
Ella potrebbe a ria prigion pur trarti;
Ma alla madre ti affida. Or tu sovr'esso,
Donna, pi che altri, veglia; e ti rammenta
Che il tuo pi lieve error potrebbe a danno
Della patria tornare!
TEANE
Ah! peran pria
La madre e il figlio in un, che il minor danno
Per mia cagione avvenga! Efori, io spero,
E lo prometto a voi, del figlio in nome,
Che, se di lui qualche sospetto avanzi,
Non pur co detti suoi, sapr coll'opre
Smentirlo appieno.
EUDAMIDA
Ed io l'augurio accetto.
ARCHIDAMO
Or via; si tronchi ogni altro indugio.
EUDAMIDA
Tosto
Si raduni il senato; e il popol tutto
Si appelli al gran consesso.
TEANE
Oh giorno! Io spero;
Eppur non cesso di tremare! Oh figlio!
Abbracciarlo io vorrei; n l'oso ancora!
PAUSANIA
Ognun me sdegna! e a nuovi affronti espormi
Io deggio ancora? eppur soffrirlo io deggio!
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
PAUSANIA, ARGILIO
Casa di Pausania
PAUSANIA
Oh! vieni, Argilio. Alfin siam soli. Io deggio
Un gran mistero confidarti Or dimmi:
Poss' io dell'amist, della tua fede
Una prova tentar?
ARGILIO
Che di? Se basta
A tuo scampo il mio sangue, appien ti spiega.
Dopo i tuoi tanti benefizi, il sai,
Sacra a te la mia vita.
PAUSANIA
Omai tu vedi
Tutto il mio stato orribile! Ridotto
Ad essere la favola de Greci
E l'orror de Spartani; esposto sempre
Ad esser vilipeso, e ingiustamente
Accusato e punito; astretto infine
Quasi a pi non sentir quei sacri affetti,
Che natura ed amor mi avean da prima
Nel cor trasfusi; a mia difesa estrema
Altro mezzo io non trovo che sperarla
Da miei nemici
ARGILIO
Oh Ciel!
PAUSANIA
Tu ti conturbi?
E n'hai ragion; non men turbato io sono!
Ma altro mezzo io non veggio: o condannato
Dagli efori, vilmente io perir deggio;
O salvezza sperar dal Perso stesso,
Che al nome mio, pi che di Grecia al nome,
Tremava un d!
ARGILIO
Che intesi? Erano dunque
Giusti i sospetti?
PAUSANIA
Un d non eran tali,
Priach di Sparta ingrata il rigor troppo
Non m'inducesse a vendicarmi. Oh! quanto
A me cost questo tremendo passo!
Se mi leggessi in cor! Ma, che pi giova?
Tutto deciso gi. Dell'opra il meglio
Oggi affidare in te sol deggio. Prendi
Tu questo foglio. Della persa armata
Al sommo duce, ad Artabazo tosto
Recarlo debbi; ei non ignora il resto.
ARGILIO
Deh! se ti affidi in me, tutto mi svela:
Qual mai disegno il tuo?
PAUSANIA
Di vendicarmi;
Di me salvare e quanti esser pon meco
Perseguitati ingiustamente all'ombra
D'una mentita libert. Sol duolmi
Che l'opra io da me sol compier non possa!
Che da un barbaro vil, da me pi volte
Vinto, sperar deggia io soccorso! L'onta
Forse il successo ammender. Troppo oltre
La mente e il cor de pi questo sovverte
Di libert delirio strano! forza,
Qual che il mezzo ne sia, porvi un riparo.
ARGILIO
E speri tu che un tanto ben si lasci
Rapir la Grecia? Sia ragion, sia inganno,
Del sangue suo l'aliment finora;
Tutti vivon per essa e in essa i Greci.
Da che di libert pugnaro all'ombra,
Qual di Dario o di Serse immensa forza
Pot mai soggiogarli?
PAUSANIA
ver; ma stanchi
Son molti alfin di pi pugnar per essa;
N fra noi manca chi l'abborre in core!
Tu vedi a quanti oltraggi e danni or questa
Di libert larva fallace esponga
Spesso i migliori! Or l'un partito, or l'altro
Cade e trionfa. Egualit si vanta,
Dritto, ragion mai sempre; ed alla forza
Di pochi, o pi sagaci o pi potenti,
Servono i molti. Libert si appella
Il venir parteggiando; il farsi guerra;
L'illudersi a vicenda; e tutti infine
Tiranneggiar l'un dopo l'altro. Quindi
Or i suo eroi proscrive Atene; or danna
Sparta i suoi re; n alcun pur v'ha che all'ombra
Di questa libert, se non mercede,
Pace almen trovi e sicurezza. In somma,
Ella cara a chi regna; odiosa a quanti
All'altrui libert servon delusi.
Io non invan finor corsi privato
Di Grecia i lidi; e gi conspiran meco
Della Grecia i migliori. Offre Corinto
I suoi pi ricchi; e i suoi pi saggi Atene.
Fra gli altri ancor Temistocle congiura!
Dell'armata, che un tempo a vincer trassi,
Una parte me segue; e, pi che ogni altri,
I Messeni me seguono e gl'Iloti,
Di pi servire impazienti.
ARGILIO
Nato
Fra questi anch'io, sebben di Sparta l'aspro
Giogo sopporti, inorridisco al fero,
Terribile cimento a cui ti esponi!
Dal popolo osservato, a molti inviso,
Dagli efori accusato, giudicarti
Debbe or ora il senato!
PAUSANIA
Io del senato
Con l'oro della Persia ho gi gran parte
Sedotta a mia difesa; e perci, grave
Del gran disegno, or qui securo io torno.
Nel grado, nel mio nome, e pi mi affido
Nel rispetto opportun, che a me le leggi
Di Sparta ancor concedono. Frattanto
Milita l'altro re da noi lontano.
Nulla io qui temo; or da me pende il tutto.
Lungo l'euboiche spiagge alto veleggia
La persa armata. Tripartita offrirsi
Debbe a Corinto, Atene e Gitio; e tutta
Sommovere la Grecia in un istante.
Gi inoltrata l'impresa a tal che invano
Pi tenterei ritrarmene. Da Sparta
Il segno io darne deggio; e il segno questo.
Va; vola; occulto ad Artabazo il reca.
ARGILIO
Deh! pi cauto, se il puoi
PAUSANIA
Non pi tempo.
Ogni consiglio inutile o dannoso;
Un punto che si perda, io son perduto!
ARGILIO
Il tuo periglio or mi spaventa! Io tremo
Solo per te!
PAUSANIA
Tu perdermi o salvarmi
Puoi solo
ARGILIO
E che far deggio?
PAUSANIA
Obbedir ratto.
Se mi ami ancor, se vuoi salvarmi, parti;
Cerca Artabazo; in te mi affido e in lui.
Dalla tua f la mia salvezza or pende.
SCENA SECONDA
PAUSANIA
PAUSANIA
Ei per me trema! ed io di lui non meno,
Ma per pi forte, alta cagion pur tremo!
Fero un rimorso dentro il cor mi grida,
Quanto pi Sparta io miro! Oh sacro nome
Di patria! oh innato, inestinguibil, vero
Amor di libert! potessi almeno
Obliarti un istante! io ti risento
Pi forte ancor, quanto pi cerco invano
Di soffocarti e dingannar me stesso!
Oh! stato mio crudele, orrendo! Io Sparta
Oso tradire; e, mio malgrado, io lamo!
E che amar posso in lei che non mi offenda?
Qui l mio trono io perdei; qui lodio regna
De miei persecutori; ognor qui soffro
Peggior del primo il novo oltraggio; Sparta
Infin da cinque dominata; ed io
Dagli eraclidi nato, io, che gi salva
Resi la Grecia e Sparta illustre, io deggio
Di questi efori ognor soffrir lorgoglio,
Che di virt mentita ammantano essi?
Pur troppo! essi mi han tratto a questo passo;
E lor punir deggio del mio delitto
Oh! giugne Euristia!
SCENA TERZA
PAUSANIA, EURISTIA
EURISTIA
Invan finor te cerco,
Pausania. Un solo istante ancor concesso
Non m di teco trattenermi! Alfine
Tu sospirato a lari tuoi ritorni;
N ancor riabbracci i tuoi? n della sposa,
N del figlio pi chiedi?
PAUSANIA
Invan finor te cerco,
ver lo veggio
Il mio destino anco il piacer mi toglie
Di trattenermi almen fra miei pi cari.
Alla difesa mia, che quella acchiude
Pur di voi tutti, or solo inteso, ad altri
Affetti loco io dar non oso. Or solo
Sento il periglio in cui mi trovo! e fora
Danno comun se altro pensier volgessi.
Lalto giudizio ancor su me sospeso
Sta; nel senato a mi oltraggiar di nuovo
Omai si pensa; e chi sa forse?
EURISTIA
Ah! cessi
Linfausto augurio! Ad or ad or pi veggio
Il turbine svanir, che sul tuo capo
Gi tremendo apparia. Se fosse vero
Il reo pensier che a te simputa, or dianzi
Ti avrian dannato gli efori; eppur cauti
Non osan giudicarti, ed al senato
Han dellincerta lite il fin commesso.
PAUSANIA
E forse, onde men torni onta pi grave.
Chi sa qual trama or mi si ordisce? Or forse
Nuove insidie si tentano al mio nome!
E speri tu ne miei nemici?
EURISTIA
Io spero
Nelle leggi di Sparta e nella somma
Equit del senato; e, pi che in altro,
Nellinnocenza tua Ma, tu pi fremi?
Un profondo pensier ti appar sul ciglio,
Che fa tremarmi! Ohim! che pensi?
PAUSANIA
Nulla
EURISTIA
Deh! ti spiega alla moglie.
PAUSANIA
E che dir posso
Che a te pur non sia noto? Or di: potrei
Tutto premer lorror di questistante?
Esser lieto io potrei qui, dove il guardo
Alzar non oso, chio non veggia intorno
Le antiche glorie e il mio presente danno?
E per pi pena io star qui deggio! mira
Destino! Almen finora orbo del trono,
Da me proscritto, in volontario esiglio
Miei tristi d traeva; a tutti ignoto
Quasi, il trono perduto almen non stava
Innanzi a me; ned io soffria lo sguardo
Insultatore
EURISTIA
E qui tranquillo in vece
Viver non puoi di tua famiglia in seno?
Scarco di quel poter che rende odiosi
Anco i migliori, chi lonor pu torti,
Che ogni altronor vince dassai, di vero
Cittadino spartan? Pi re non sei;
Ma figlio sei, consorte e padre. In quanti
Affetti virtuosi or puoi la pace
Tua ricercar fra noi? chi pi del figlio,
Chi della sposa pi temperar puote
Del tuo cor lamarezza?
PAUSANIA
Un altro istante
Scegli perci. Da troppo gravi cure
Oppresso, or pi vi attristerei presente.
Perch turbar vuoi la tua pace, e indarno?
EURISTIA
E pace aver possio, se non lho teco?
Io piango e spero e prego il Ciel che mostri
La tua innocenza; e in te Sparta rivegga
Un cittadino, un figlio
PAUSANIA
In me non puote
Sparta or veder che un re sprezzato e inulto.
Con essa ancor, deh! tu mi sprezza; oblia
Lo sposo e il padre; al figlio assisti invece;
E a me di me lascia il pensier Per ora
In me veder non dei che un infelice
SCENA QUARTA
EURISTIA
EURISTIA
Misera me! Qual preme in sen profondo
Rancore? Ei parla; e par che ad altro intenda!
Egli me sfugge; e del fuggir pretesti
Mendica vani! Io pi non veggio in lui
Lo sposo, il padre; e lo spartan forsanco!
Solo timor non quel che laffanna!
Forse che penso? anche il sospetto? Ahi lassa!
Perch nel cor di chi pi si ama il guardo
Legger non puote?
SCENA QUINTA
EURISTIA, ARGILIO
EURISTIA
Argilio! Ohim!turbato
A che vieni? che cerchi?
ARGILIO
Accorri; ah! salva
Pausania or tu
EURISTIA
Che avvenne mai? Dannollo
Il senato?
ARGILIO
Non gi; ma, se tu alluopo
Pur non ti adopri, egli perduto
EURISTIA
E come?
ARGILIO
Certo il delitto: contra Sparta ei stesso
Conspira
EURISTIA
Oh! che di tu?
ARGILIO
Dal suo periglio
Invan tentai dianzi ritrarlo. Fermo
Nel suo fero proposto, ei nulla ascolta;
E me destina suo messaggio occulto
Ad Artabazo Io per lui tremo! eppure
Mezzo non vidi allor che di obbedirgli
O di tradirlo. Or, pensa tu, sio mai
Di tradirlo capace esser potea!
Quindi pieno il pensier del suo periglio,
Mi appresto a secondarlo. Era io gi fuori
Da queste mura appena che una voce
Pi che mortale mi risuona intorno!
Gi mi parea che vindici di Sparta
GlIddii mi minacciassero, se ardissi
Di pi inoltrarmi La lena mi manca!
Il pi vacilla! ed a gran pena io posso
Una via ritentar che qui mi guidi.
E te qui cerco, ondio lorror ti mostri
Del suo periglio; e tu, se il puoi, lo salvi.
EURISTIA
Che intesi? E creder deggio? e fia mai vero?
ARGILIO
Cos nol fosse! Ma, se a me nol credi,
Credilo al foglio, chio recar doveva
Ad Artabazo. A te laffido. Or lira
Di Pausania su me tutta ricaggia!
Contento io son del mio destin, se io posso
Per opra tua salvarlo almeno.
EURISTIA
Io tremo
Sol nellaprirlo! or che sar, se il leggo?
Pausania ad Artabazo. Io sono in Sparta.
Gli efori non ardiscono dannarmi.
Molti giuran difesa, altri vendetta.
Son presti i miei; n la mia assenza ha in essi
Il fervor primo intepidito. Or compi
Tu il resto; ed io di pi mertar son certo
Di Sparta il trono, lamist di Serse
E la man di sua figlia, a me promessa.
La mano di sua figlia! Oh Dei! la mano
Di una barbara vile e labborrita
Amist dun tiranno; infin, liniqua
Ambizion dun trono, a tal pu trarlo
Terribile attentato? Oh Ciel! che lessi?
Argilio, e tu lo credi? e nhai tu prove
Pi certe? Ahim! che cerco? e non son queste
Le note sue? Non leggo io stessa in questo
Foglio il delitto, di sua mano espresso?
E pi che in questo foglio, io nol leggea
Nel suo torbido ciglio e ne suoi feri,
Confusi detti? Ed io lamava! ed io
Pur tremava per lui! Vedi compenso,
Chei rende allamor mio! Fero mi sfugge,
Mi ripudia, mi oblia! Ma, che non puote,
Chi di tradir la patria sua non teme?
ARGILIO
Numi! che feci? Deh! pi saggia or, donna,
Previeni il suo periglio.
EURISTIA
E che? vorresti
Chio difendessi un perfido, che immola
Ad una vil nemica e patria e sposa?
Che al di lei cocchio oriental me forse
Danna sprezzata ancella? io, che spartana?
Oh! non pi udito oltraggio! E tu vorresti
Chio lo soffrissi? Io deggio sol di Sparta
E de suoi Numi abbandonarlo allira;
Dovrei punirlo io stessa Ohim! che dico?
E di tanta virt sarei capace?
Potrei dimenticar chegli mio sposo?
Ch pur mio figlio il figlio suo? Deh! scusa
Il turbamento mio Che dir, che farmi
Non so! son fuor di me! Pi che al mio grave
Affronto, io fremo al suo delitto! Eppure,
Nel tumulto de sensi, io sento appieno
Che maggior de miei torti amor mi arresta!
ARGILIO
Ed arrestare anchesso amor non puote
E ritenerlo dal delitto?
EURISTIA
E credi
Chei riconosca ancor dellamor mio
La voce? che udir voglia i preghi miei?
Che a Sparta, a suoi, che a me ritornar possa
Pentito appieno? Ah! di: scorgesti in lui
Della virt sua prisca un qualche segno?
Se non di me, si risovvenne almeno
Del figlio suo? Tutto mi narra.
ARGILIO
Tranne
Il suo disegno, a me tuttaltro ei tacque.
Eppur la guerra, chei nel cor premeva
Invan, mostrava appien chegli non era
Nato al delitto Infin, pria che sia vano,
Sullorlo del periglio or, deh! larresta.
Pi che il tuo sdegno, ei piet merta. Io spero
Tutto dallopra tua. Ma, il tempo stringe!
Dallira sua nel vicin tempio io fuggo.
Va, prega, piangi; e tu salvarlo or tenta.
SCENA SESTA
EURISTIA
EURISTIA
Salvarlo! e bastar ponno i preghi e il pianto
Di una moglie tradita? E qual mi resta
Arme miglior, se a ci non basta il pianto?
Si tenti almen; si vada Oh Ciel! non loso!
Una gelida man mi stringe il core!
E se di speme un lampo sol balena,
Tanto maggior mi si offre il suo delitto
Chio pi di pria dispero e tremo! Ahi lassa!
Che mai far? chi mi consiglia?
SCENA stageTIMA
EURISTIA, TEANE
EURISTIA
Oh madre!
TEANE
Figlia, deh! meco appien ti allegra! Assolto
Fu Pausania in senato Ohim! leccesso
Della gioia mi opprime! Intenti i padri
Stavano all alt accusa; e il popol tutto
Dintorno udia ferocemente muto
La gran causa di Sparta. Ancor pi fero
Archidamo parl; ma, poich a lievi
Sospetti altrui non rispondean le prove
E allaltrui vista io pur mi offersi, incerta
Della patria e del figlio, udissi un grido
Del senato e del popolo concorde,
Che i sospetti condanna e il figlio assolve.
Deh! vieni or meco a ricercarne. Io posso
Senza rimorso or riabbracciarlo e tutti
Sfogare i miei finor repressi affetti!
Ma, tu sospiri? ohim! qual importuno
Turbamento tinvade?
EURISTIA
Oh madre!
TEANE
Parla:
Che vuoi tu dir?
EURISTIA
Che siam tradite entrambe!
TEANE
Da chi? segui
EURISTIA
Non posso! Oh Ciel! Tu stessa
Leggi ed apprendi il resto.
TEANE
E qual mistero?
Pausania ad Artabazo Oh! qual mi assale
Orror di morte? Oh sventurata madre!
Chi ti di questo foglio?
EURISTIA
Argilio
TEANE
Quando?
EURISTIA
Or dianzi
TEANE
1Dove?
EURISTIA
2In questo loco
TEANE
E quale
Ragion lo mosse?
EURISTIA
Amor, piet, rispetto
Di Pausania e di Sparta
TEANE
In un Ilota
Tanta virt! Chi l crederebbe? Oh Sparta!
Ti ama uno schiavo e ti tradisce il figlio!
Figlio! che dissi? In lui veder non deggio
Che il nemico di Sparta, il mio nemico!
E il popol dianzi pur me stessa udia
La difesa pigliarne! ed io serviva
Al suo vil tradimento? Euristia, ah! piangi,
Piangi a ragion la tua, la mia sventura!
Rea son io pur di un tanto eccesso; ei nacque
Da questo seno; ei del mio sangue parte;
E innocente il credea! credeva iniqui
Gli accusatori suoi! complice quasi
Era io del suo misfatto! Oh scorno! Oh! nata
Non fossio mai, poich da me dovea
Nascer di Grecia il traditor pi vile!
EURISTIA
Lassa! a tuoi detti io tremo or pi! Consiglio
Da te sperava e tu il mio orror pi accresci!
TEANE
Di: lavresti creduto chio nel figlio,
Chera un d la mia speme, il mio sostegno,
Lamor di Sparta e lidolo de Greci,
Veder dovessi alfin, non che di Sparta,
Linfamia della Grecia, il mio rossore?
Ed in qual punto? Allor chio lo credea
Assolto e quasi di ogni colpa intero!
Onnipossenti Dei, perch s lunga
Vita mi concedeste? Or non avrei
Veduto almen la mia vergogna eterna.
EURISTIA
Or qual si puote al mio dolore e al tuo,
Al periglio comun pronto riparo
Implorar dagli Dei?
TEANE
Quel che tu meco,
Che ogni Spartano implorar dee, che il figlio,
Sei fosse tal, ne implorerebbe ancora;
Lo scempio de nemici, la vendetta
Di Sparta
EURISTIA
Oh! che di mai?
TEANE
Che tutto io sento
L'orror di questo d! che madre io sono,
Bench Spartana; che, s duopo, tutti
Deggio alla patria omai del cor gli affetti
SacrificareOh giorno! Oh Sparta! Oh! quale
Sacrificio terribile a me chiedi!
Ma, il tempo preme! Andiam
EURISTIA
E dove?
TEANE
Il solo
Mezzo a tentar che or resta; e chil Ciel forse
Minspira in questo punto!
EURISTIA
E qual? ti spiega
TEANE
Vieni e me imita; un punto sol potrebbe
Nuocere a Sparta Avrem poi il tempo entrambe,
Io di piangere il figlio e tu lo sposo
EURISTIA
Oh! quai mi annuncia il cor nuove sventure!
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
PAUSANIA
[Vestibulo del tempio di Minerva Calcieca]
PAUSANIA
In questo tempio Argilio entrar fu visto.
Qual presagio mi turba? E qual pu fargli
Strana cagion procrastinare il mio
Messaggio, a lui commesso? Entriam
SCENA SECONDA
PAUSANIA, TEANE, EURISTIA
TEANE
Tarresta,
Pausania; ansante io te qui cerco; grata
Per me novella udir tu debbi.
PAUSANIA
E quale?
TEANE
Qual forse tu non ti aspettavi. Assolto
Gi fosti dal senato. I suoi sospetti
Sparta depone; e ancor vederti spera
Nonch spartan, qual eri un d, ma degno
Di risalir sul trono onde scendesti.
PAUSANIA
Io so che Sparta ognor mi accusa e assolve,
Per dannarmi di nuovo.
TEANE
E sai chio forse,
Pi che altri, a favor tuo lancor sospesa
Sentenza io trassi? e che, lo sguardo appena
In me rivolse il popolo e il senato,
La tua innocenza proclamata ad una
Voce si ud?
PAUSANIA
Lode agli Dei! La mia
Salvezza, pi che agli efori e al senato,
Deggio a te, madre.
TEANE
Or dimmi: dal senato,
Dagli efori, da me questo mertavi
Strano favor?
PAUSANIA
Che sento? E che dir vuoi?
TEANE
Che finor mingannasti; che tu Sparta
Tradisci allor che ti perdona; e chio
Era gi presso a divenir ministra
Del tradimento tuo, quando punirti
Sparta doveva ed accusarti io prima.
PAUSANIA
Chi mi trad?
TEANE
Tu stesso. Il riconosci?
PAUSANIA
Oh Ciel!
TEANE
Tu fremi al tuo delitto! ed hai
Potuto concepirlo? E chi fu lempio,
Che ti sedusse? Or di: ti avea cresciuto
A tanto io mai? Degli avi io sol ti avea
Mostro lalto cammino; e ad emularne
Le glorie eri tu giunto. Io ti dicea
Cogli altri pur lonor di Sparta e mio,
Il terror de nemici! E tu speravi
Di Licurgo annientar la pi grandopra,
Il miglior don che fatto il Ciel ne avesse,
La nostra libert, cui tu dovevi
Le tue virt, le glorie tue, te stesso?
E un tanteccesso avrian gli Dei sofferto?
E se gli Dei di Sparta un solo istante
Lavessero obliata e favorito
Il tuo disegno orribile; speravi
Tu su la patria tua regnar tiranno?
Priach sovressa, tu regnato avresti
Sulle ceneri sue; le madri, i figli
Pria trucidati avrebbero, che schiavi
Vederli dun tiranno; e tutti ad una
Sepolti si sarian fra le ruine
Della spartana libert! Tu stesso
Festi pi volte un s terribil voto!
Ed or, da te degenere, tu sei
Il suo maggior nemico, il mio rossore,
Lobbrobrio della Grecia? Ah! no; ripara
Tu stesso al suo periglio. Ancor tu puoi
Salvar la patria e, in parte almen, tua fama.
Lonor del pentimento or sol ti resta.
Ed a ci vengo e ti consiglio e prego,
E per lultima volta. Al duolo immenso,
Che tu mi rechi, il vedi, io pur non posso
Sopravviver di molto. Ah! pria chio muoia,
Ti riveggia spartano anche una volta!
Solo conforto, che morendo io possa
Meco trar nella tomba! Ancor non abbia,
Poich l fra gli estinti io sar teco,
Il rossor di fuggirti ombra nemica.
EURISTIA
Pausania, ah! s; di madre a preghi il pianto
Unisce ancor la moglie tua, che sprezzi
E che pur ti ama. Io per te tremo! a vista
Del tuo periglio i torti miei non oso
Rimproverarti. Alfin, se il vuoi, mi oblia;
Tutto da te soffrir sapr, pur chio
In te non veggia il traditor di Sparta;
E il suo non men che il tuo periglio in tempo
Pur tu prevenga. Al mio terror, deh! credi.
Impunito gli Dei non soffriranno
Il tradimento tuo. Chi men tu pensi,
E forse ancor de tuoi pi cari, a Sparta
Sapr farlo palese. E allor qual mai
Tu lasceresti a tuoi fatal retaggio
Di obbrobrio e di dolor? Figlio infelice!
Che gli risponder, quandei del padre
Mi chieder? gli narrer le tante
Imprese tue; dir che tu salvasti
Tutta la Grecia un d; ma, non si dica
Che chi trad la patria era suo padre.
Non abbia ei stesso a maledir la tomba,
Che dee serbar le tue ceneri odiose.
Previeni un tanto orror; previeni il tuo,
Il periglio comune; e i torti miei,
Di cui nel cor latrocit pur tutta
Sento, in nome di Sparta, io ti perdono.
TEANE
Infelice! tu taci? E non ti scuote
Il pianto della moglie, il mio consiglio
E pi, la patria tua, che ancor ti chiama,
E contra te da te difesa attende?
PAUSANIA
Qual terribile assalto? E che far deggio?
TEANE
La trama rea, che ordisti tu, tu stesso
Tosto annientare e i rei punirne
PAUSANIA
E come?
TEANE
Ecco lunico mezzo; io teladdito.
Vien meco avanti agli efori; tu stesso,
Di Sparta a vista, il tuo delitto accusa;
E contra i rei, contra te stesso implora
Delle leggi il poter
PAUSANIA
Che di tu mai?
Chio mi offra volontario a miei pi feri
Persecutori, che mi han tratto a questo
Disperato cimento? Io per lor deggio
Sparta tradire e non sperar difesa
Che da nemici suoi!
TEANE
Perfido! e quale
Sia pur forte cagion, potea s vile
Giustificar nero attentato? E vita
E pace e fama ed innocenza, tutto
Alla patria non debbi?
PAUSANIA
E patria questa,
Da che regnan qui gli efori? Non servi
Tu stessa qui? Non torna a te pur lonta
Degli oltraggi chio soffro?
TEANE
Oh Ciel! tu tenti
Ancor la mia virt? Servo tu nomi
Chi alle leggi obbedisce? E sei spartano?
No; tiranno se tu! Tu non traspiri
Che avidit di regno, odio di leggi,
Favor di servit!
PAUSANIA
Pi che nol pensi,
Odio il servaggio; e perci tento i torti
Miei vendicare. Io veggio appien che involve
La mia vendetta ancor di Sparta il danno.
E assai men duole! e nel mio cor ne fremo!
Ma a tal son gi che invan pi mi trarrei
Dallopra, chio di te non men abborro!
Ti basti or sol che del mio stato io tutto
Veggio lorror; che odio me stesso; chempio
Destin mi spinge al mio delitto; chio
Invan pi arresterei lalta congiura,
Gi vicina a scoppiar
TEANE
Che sento? E speri
Che si possa compir la perfida opra?
Se il senato, se gli efori, se Sparta
Perseverasser nellinganno, se altri
Non ardisse accusarti, se gli Dei
Abbandonar volessero un istante
La patria al furor tuo; credi tu, chio,
Pi che gli Dei, gli efori e Sparta, il tuo
Prevenir non saprei disegno iniquo?
Di: mi conosci tu? Se me non spegni,
Tutto invan tenti. A secondar limpresa
T forza omai sacrificar me prima;
E in questo sen, che ti di vita, tutto
Locculto stile immergere, che tieni
Contra Sparta impugnato; e del mio sangue,
Onde sei parte, e braccio e panni intinto,
Spiegare a tuoi della congiura il cenno;
E tal mostrarti al primo slancio degno
De tuoi, del trono; infin, tiranno intero
Ecco un ferro; ecco il petto E che? ti arresti?
EURISTIA
Qual nel suo sguardo, oh Ciel! virt sfavilla,
Che ad ammirarla ed a tremar mi sforza?
PAUSANIA
Oh momento terribile!
TEANE
Lestremo
Esser dee questo ad ambo. Io tel ripeto:
Sacrifica tua madre o sei perduto.
PAUSANIA
Che mi proponi tu?
TEANE
Dissi. Risolvi.
PAUSANIA
E che possio risolvere? Nol vedi
Che il delitto mi tragge a suo talento;
Che invan pi reggo al suo furor; che un Dio,
Di me maggior, minvade, a Sparta avverso;
Chio pi non sono in me?
TEANE
Dunque hai deciso?
PAUSANIA
Necessario il delitto
EURISTIA
Ahi lassa!
TEANE
E speri
Eseguirlo?
PAUSANIA
1O perire
EURISTIA
2Ah! cessa
TEANE
Oh figlio!
A qual passo mi sforzi?
PAUSANIA
Ad abborrirmi
TEANE
Oh patria! oh Sparta! oh mio dover! Si vada
EURISTIA
Dove cos smarrita?
TEANE
Ove gli Dei,
Ove Sparta mi appella
EURISTIA
Ohim! che pensi?
TEANE
Dare un esempio alle spartane madri:
Sparta salvare e poi morir di duolo!
EURISTIA
Ove il dolor ti tragge? oh Ciel! ti arresta
SCENA TERZA
PAUSANIA
Qual da suoi detti risoluti spira
Insolita minaccia? e chi sa quale
Minacci or danno, irreparabil forse?
Che possa contra il figlio ancor la madre?
Sia che si vuol, pi consultar non deggio;
Dessi eseguir. Sapr il periglio alluopo
Offerirmi uno scampo; infin, la vita
Al mio disegno sacra. Or sol mi grava
Che trionfino gli efori; chio sia
Di lor mano punito; che a lor deggia
Soggiacer forse invendicato! A quale
Cimento, Argilio, or tu mi esponi?
SCENA QUARTA
PAUSANIA, ARGILIO
PAUSANIA
Omai
Ti vendica, Pausania. Ecco, lasilo
Abbandono, se il vuoi. Del tuo periglio
ver, son reo; ma per salvarti il sono.
PAUSANIA
Che mai festi, infelice? Allor che tutta
Era riposta in te la mia salvezza,
Tu mi tradisci? tu? n lira mia
Temesti almen?
ARGILIO
Io sol temetti lira
Del Ciel, di Sparta; e pi per te, lo giuro,
Che per me la temetti. Il Nume stesso
Ne chiamo in testimon, chio qui vena
Ad implorare in mio soccorso. Tutto
Ad Euristia svelai, perchio sperava
Chella, a te moglie, pi di me potesse
Trarti dal tuo disegno e in un dal tuo
Periglio aperto.
PAUSANIA
E tu maggior lo rendi!
Tutto or noto alla madre; ed io pi temo
La sua virt che lodio altrui.
ARGILIO
Che dici?
E che temerne dei?
PAUSANIA
Ci che inspirarle
Potria furor di libert, feroce
Zelo di patria, ira di Numi. Ellama,
Pi che suo figlio, Sparta! E ci non basta
Perch temerne or tutto io deggia?
SCENA QUINTA
PAUSANIA, ARGILIO, EURISTIA
EURISTIA
Io torno!
Pausania! ohim!
PAUSANIA
Che avvenne mai?
EURISTIA
Ti salva;
Teane oh Ciel! la madre tua; tremante
Io stessa or or la vidi; e non udiva
Pi le mie voci, il pianto mio; parea
Che un Nume la guidasse! e un Nume al certo
Le offre Eudamida incontro. Risoluta
Sullistante larresta e gli appresenta
Il tuo foglio esecrabile. Qual possa
Danno venirne, ohim! tu il pensa. Incerta
Quindi a te corro Or, deh! qual puoi tu scampo
Al tuo periglio opporre?
PAUSANIA
Io veggio alfine
Ch sol mio scampo il non sperarne alcuno.
Col mio periglio il mio furor pi cresce!
EURISTIA
Lassa! che dici mai?
PAUSANIA
Che ancor di nuovi
Eccessi ho duopo; che, a smentir laccusa,
Forza chio tolga omai lunica prova,
Che affermarla potria; che pera, in somma,
Lautor del danno mio
EURISTIA
Che fai?
PAUSANIA
Cominci
Da te la mia vendetta
EURISTIA
Ah! no
SCENA SESTA
PAUSANIA, ARGILIO, EURISTIA,TEANE, EUDAMIDA, altri EFORI e GUARDIE
EUDAMIDA
Ti arresta
Gli efori omai ti osservano. Deponi
Quel ferro or tu; Sparta limpone.
PAUSANIA
E a Sparta
Io sol lo rendo.
EUDAMIDA
E che tentavi, o stolto?
PAUSANIA
Un perfido punir, che al rio disegno
Serve de miei nemici; che conspira
Contra il mio nome; che gli altrui sospetti
Cerca destar
EUDAMIDA
Pausania, e che? di nuovo
Speri ingannarci tu? Certo il delitto;
Manifeste le prove
PAUSANIA
E chi lafferma?
EUDAMIDA
Argilio, il foglio, i tuoi pi cari, quanto
Dintorno ti rimprovera, e pi, il tuo
Disperato furore
PAUSANIA
E prestar fede
A un Ilota puoi tu? Da servi dunque
La securt de cittadini or pende?
Qual fede accordan lor le nostre leggi?
Non puote il foglio aver mentito ei stesso?
E peso accresce alla menzogna vile
Laltrui stupor, lo sdegno mio! Qual nuovo
Stil di perdermi questo? Ancor mi appello
Alle leggi di Sparta, a dritti sacri
De cittadini suoi. Ch, se uno schiavo
Non pu, n dee convincermi, chi fia
Che osi accusarmi innanzi a voi?
TEANE
Tua madre.
Io, che finor ti amai, che ti credea
Spartano e figlio mio, che ti difesi
Agli efori ed a Sparta, ancor, s duopo,
Il tuo delitto accuso; ed il gran Giove,
Che qui ti udia, vendicator ne attesto.
Avanti a questo Nume, or dianzi ei stesso
Non osava negarlo; e a farne ammenda,
In parte almeno, indurlo invan potero
Il pianto della moglie, il mio consiglio,
I suoi tardi rimorsi Efori, alfine
Egli convinto.
EURISTIA
Misera! che festi?
TEANE
Il mio dover. Compiete, efori, il vostro.
Io pi figlio non ho; solo a voi Sparta
Or raccomando. A voi lonor si aspetta
Omai rivendicarne; a me la mia
Debolezza ammendare Io pi non reggo!
Deh! tu mi assisti; io piango e ne arrossisco!
Il pianto almen si celi altrove
EURISTIA
E il pianto
Pu in noi sfogare limmenso dolore?
PAUSANIA
La sua virt mi abbatte or sol!
SCENA stageTIMA
PAUSANIA, EUDAMIDA, ARGILIO altri EFORI e GUARDIE
EUDAMIDA
Oh eccelsa!
Oh magnanima donna! E tu da suoi
Sensi, Pausania, tralignar potesti?
Qual mai pot sedurti a tanto eccesso
Fera cagion?
PAUSANIA
La maest suprema
Di re, per voi sol vilipesa; i dritti
Del mio sangue usurpati; infin, liniqua
Merc che allopre mie per voi raccolsi.
EUDAMIDA
Di questo tempio esci tu dunque. Innanzi
Al popol tutto a reclamar non meno
I dritti tuoi che a vendicar tuoi torti
Vieni, se losi tu. Quivi io ti appello,
Di Sparta in nome. Allor vedrai, se come
Sparta finora a te dannar fu lenta,
Con pari senno il suo indugiare ammendi.
Seguimi, Argilio. E voi del tempio al varco
Vegliate a guardia.
SCENA OTTAVA
PAUSANIA
PAUSANIA
A qual estremo, avverso
Fato, mi spingi e mi abbandoni? Omai
Che spero? Io veggio appien che il Ciel, pi che altri,
Sparta difende! E ben; sia questo tempio
Pi che a me asilo, in un prigione e tomba!
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
PAUSANIA
Interno del tempio di Minerva Calcieca
PAUSANIA
Dove mi ascondo? Misero! io non veggio
Che lorror del delitto a me dintorno!
Oh tempio! oh giorni! oh venerando Nume
Di Sparta! A te qui le mie glorie offriva;
Io qui cercava del mio cor la pace
Ed or qui, pi che altrove, e nel silenzio
Di queste mura, tremenda mincalza
La minaccia di Sparta! Ove un asilo?
Ove sperar pi calma? Eterni Dei,
Perch laspetto del delitto intero,
Come or lo veggio, appien nol vidi allora
Che il reo disegno impresi? Or non sarei
Lorror del Ciel, de Greci e di me stesso!
SCENA SECONDA
PAUSANIA, EURISTIA
PAUSANIA
Oh! chi si avanza? Oh Ciel! tu qui?..
EURISTIA
Deh! vieni.
Se finor me fuggisti, or, deh! mi segui,
Pria che pi cresca il tuo periglio. In arme
Ferocemente tacito trascorre
Da tutte parti il popolo. Al senato
Volano i padri e gli efori. Tra ferri
Molti de tuoi pi cari or tradur vidi.
Sparta non spira che silenzio e morte!
Ma, da che or tutti a sua difesa intenti
Vegliano, pria che il tumulto pi ingrossi,
E te qui colga, questistante afferra.
Fuggi il tuo rischio; va; ti offra un asilo,
Poi chio nol deggio, la tua nuova sposa.
Purch tu a Sparta danno alcun non rechi,
Dallira sua ti salvi ella, che il puote.
Salvati ovunque ed io son paga.
PAUSANIA
Oh nuovo
Rimprovero mortale! E il grave oltraggio
Vendichi or tu cos?
EURISTIA
Finor pur troppo
Il mio trasporto mingann! La prima
Io taccusai!
PAUSANIA
Sparta servisti. Io suo
Era non men che tuo nemico. Or sappi
Che ad oltraggiarti, non amor; me trasse
Ambizion, vendetta. Io strinsi quindi
Lamicizia di Serse e neran pegno
Di sua figlia le nozze
EURISTIA
Or non tempo
Di rammentare i torti miei. Ti salva,
E gli oblio tutti. Ancor, chi sa? potresti
Servir la patria, e far del tuo delitto
Intera ammenda; e sospirato alfine
Tornare a Sparta e alla tua moglie. Il primo
Fra i Greci tu non sei che, da suoi lari
Esule errando, abbiano Atene e Sparta
In seno accolto; e nelle glorie nuove
Dimenticato i primi oltraggi. Ah! vieni,
Priach te cerchin gli efori; almen tenta
Lultimo scampo, qual chei sia. Per mezzo
Il popol fero io ti aprir la strada;
Io sar schermo allire altrui Deh! cerca
La tua salvezza altrove.
PAUSANIA
E come? e dove?
Che non minsegua il mio delitto sempre?
Va; mi lascia al mio fato. Io pi non posso
Meglio Sparta servir che del misfatto
Punito in me, lasciando a lei lesemplo.
Pi che la pena, or la mia vita abborro
Obbrobriosa, vile. Omai ti basti
Che spartano io morr, se tal non vissi.
EURISTIA
Che di?
PAUSANIA
Non pi; la tua virt richiama:
Mira in me, non lo sposo; il tuo nemico,
Il nemico di Sparta.
EURISTIA
Ah! tal non sei,
Poich il tuo fallo appien conosci.
PAUSANIA
E vuoi
Che il castigo io ne fugga? io che finora
Fuggir non seppi il mio delitto? Vanne;
Deh! veglia or tu sul figlio; a lui rammenta
Che un d innocente era io lamor di Sparta;
Che, reo, lorror poi ne divenni; apprenda
Dalle virt, da falli miei, qual deggia
Crescere a Sparta ed ammendar del padre
Linfamia immensa. E tu, che mi perdoni,
La morte no, la mia vergogna or piangi!
EURISTIA
Con questi sensi, sol di Sparta degni,
Come tradirla tu potesti?
PAUSANIA
Intera
Mal si conserva la virt sul trono!
EURISTIA
Oh! qual tumulto?
PAUSANIA
Al traditor si grida.
Odi voce del popolo, che il mio
Destino affretta!
EURISTIA
1Ah! no
PAUSANIA
2Che fai?
EURISTIA
Perdono
PAUSANIA
E speri tu spartana! il mio perdono?
E chi fra noi tantosa, che non sia
Delle leggi nemico?
EURISTIA
Io pi non veggio
Che il tuo periglio! Il Ciel sa ben se io Sparta
Rispetto; ma per te s tremo, ahi lassa!
Che quasi oblio desser spartana!
SCENA TERZA
PAUSANIA
PAUSANIA
Oh fero!
Oh terribile istante! Omai si affretti
Il mio destin qualsia. Troppo mi grava!
Ma, ch non corro ad incontrarlo io stesso?
Perch non offro al popolo, che freme,
La vittima chei chiede? Or via; si vada
SCENA QUARTA
PAUSANIA, TEANE
PAUSANIA
Che veggio? Oh madre!
TEANE
E son pi madre? Ah! taci
Quel fatal nome, ch lonta mia eterna!
PAUSANIA
Dunque vendica te, la patria, i Numi,
Quanti oltraggiai.
TEANE
Sparta lo dee. Fuggirti
Io sol dovrei; ma una secreta forza,
Ma una mano invisibile mi tragge,
Pur mio malgrado, a inorridir con teco
Sul tuo destino. Almen cos?otessi
In me punir linvolontaria colpa
Di averti amato e generato a danno
Di Grecia tutta ed a mio scorno eterno.
Sparta almen veggia che, sio te difesi
Del tuo delitto ignara, or che appien certa
Ne sono, al suo giudizio e al tuo castigo
F plauso io stessa Ah! possano gli Dei
Inspirarmi perci virt che basti!
Ma in questo tempio a che tu resti? Forse
Di Sparta sol, non de suoi Numi or temi
Lirata vista? Oppur da lor tu speri
Quella piet che non avesti, ingrato,
Di me tu mai, n pi da alcun tu merti?
PAUSANIA
E qual possio danno temer, che agguagli
Della mia vita odiosa un solo istante?
Pi che altro, i miei rimorsi or fan di Sparta
Vendetta piena. Altro io non temo. Asilo
No, dagli Dei non chieggo; io sol ne imploro,
Al disperato strazio mio conforto,
Il sospeso castigo.
TEANE
E in questo punto
Limplorano pur teco le spartane
Madri, che meco un d la tua salvezza
Sovente ne imploravano.
PAUSANIA
Esaudite
Tutte gi sono. Pi che tu non pensi,
Son dagli Dei punito. il mio delitto
Il carnefice mio. Desso mi toglie,
Non che la vita, la mia gloria, il nome,
Lamor de Greci, il tuo Ma, deh! se un giorno
Seppi tanto mertar, se Sparta amai,
Se un tempo io fui degno di te; se infine
Maggior del mio delitto il mio rimorso,
Deh! riconosci il figlio e lo compiangi
TEANE
Misero! In te non veggio pi che lonta
Di Sparta e mia! Mio figlio eri tu allora
Che per la nostra libert pugnavi;
Che meco in questo tempio e a questo Nume
Offrivi per la patria i voti tuoi.
Deh! quante volte in questo tempio, cinto
Di trionfali allori un d ti udia
Sparta, il popolo, il Cielo! Omai rimira
Qual ti circonda spettacolo odioso!
De tanti eroi, del cui bel numero uno
Eri pur tu, contempla ancor gli eterni
Distacca un pugnale da uno de monumenti, nel quale stava sospeso
Monumenti Che veggio?
Or diconosci
Tu questo brando?
PAUSANIA
Egli era mio.
TEANE
Rappreso
Ancor v il sangue che in Platea spargesti!
Lo vedi?
PAUSANIA
Oh vista!
TEANE
E ti rammenti il giorno
Che a questo Nume tu il sacravi? Io stessa
A te daccanto stava; e il popol tutto
Dintorno ti applaudia, non che di Sparta,
Di Grecia eroe, liberator, sostegno!
PAUSANIA
In qual punto il rammenti?
TEANE
E tu giuravi
PAUSANIA
Di oprarlo a pro di Sparta e a danno sempre
De suoi nemici
TEANE
E il giuramento hai pieno?
PAUSANIA
Adempierlo ancor posso.
Strappa il pugnale di mano alla madre, e risolutamente si ferisce.
Ecco nel figlio
Il nemico di Sparta omai punito!
TEANE
Oh figlio!
PAUSANIA
Oh madre! Di pietade un lampo
In te pur vidi! io son contento. Or solo,
Se alfin mertai la tua piet, deh! narra
Il pentimento mio; salva il mio nome
TEANE
Pi non resisto! Il mio dover compiei
Sparta, perdona omai queste, chio verso,
Lagrime di dolor nel sangue suo.
Deh! perch non moristi allor che il sangue
Per la patria versavi? Io pur versato
Avrei nel sangue tuo pianto di gioia!
SCENA QUINTA
PAUSANIA, TEANE, EUDAMIDA, ARCHIDAMO, EFORI e GUARDIE
ARCHIDAMO
Odi la tua condanna
EUDAMIDA
Oh Ciel! che veggio?
PAUSANIA
Vendicata la patria; e il suo nemico
Di mia man trucidato. Or sappia Sparta
Che alta di regno irresistibil brama
Mingann, mi sedusse; che per farmi
Tiranno io qui schiavo dun re divenni,
Che, mentrera io spartan, tremava in trono
Ma se in parte ammendar puote il delitto
Questo sangue chio verso, al nome mio
Perdoni almeno; o ne ricordi quanto
Basti perchella non si affidi mai
Ne potenti e ne re. Madre! la sposa
Ti affido e il figlio Or salva Sparta Io moro!
EUDAMIDA
Si muri il tempio profanato. Al volgo
Tutto si taccia; e qui sepolto resti
Lo scandalo di Sparta e lempio caso.
FINE
DISCORSO DELLAUTORE INTORNO LA PRESENTE TRAGEDIA, DIRETTO ALLA SOCIET DEL TEATRO PATRIOTICO DI MILANO.
Ecco la prima e sola tragedia chio vi presento stampata, fra le molte chio gi sperava potervi presentare a questora. Erano gi molti anni chio mi occupava fortemente di esse; e sempre pi conoscendo a prova la difficolt somma di spingerle alla loro minima imperfezione possibile, malgrado delle insinuazioni de pochi, i quali ne affrettavan la stampa, io seppi rispettare assai pi il severo giudizio dellautore che il favorevole compatimento degli uditori e de leggitori. Lusingandole intanto della remota speranza di pubblicarle e condannandole alla tortura instancabile della lima, dopo aver meco percorso le varie vicende della rivoluzione, fecero esse naufragio in Napoli, dove erano state per la pi parte disegnate o prodotte. Esse soggiacquero alla pi orribile crisi che avessero mai cagionata il furore di un re e il vandalismo di un popolazzo, fatto dalla natura e dallarte per degnamente obbedirgli.
pur sorprendente come io, ricercato avidamente dalla vendetta di un tiranno, che fissa la storia di questo secolo per la sceleratezza del suo carattere, abbia salvato questo avanzo di vita, per piangere la perdita di tanti amici, degni gi di miglior sorte, come oramai di pi pronta vendetta. Malgrado il sacrifizio di tante vittime insigni, la cui memoria mi star eterna nel cuore, malgrado il fato infelice della mia patria, che hanno affrettato la perfidia de pochi e la credulit de molti, io non posso dissimulare il dolore di aver perduto i miei letterari travagli, che, se non erano stati dettati da un genio creatore, che in me non , lerano certamente dalla verit e dalla virt, che non ho tradite giammai.
Mi sia permesso di far questo sfogo nel seno di una societ, a cui non meno io che quanto mi apparteneva le appartenevamo, e che per le mie tragedie, quali elle si fossero, cominciava ad interessarsi. Nel numero di queste io contava lAlessandro dEpiro che, sfuggendo la minaccia di un oracolo, ne incontra inevitabilmente il destino fra i popoli bruzii, i quali seppero esercitare i doveri della vendetta contra i diritti della conquista.Vi era ancora la Giovanna, regina di Napoli, strangolata da Carlo Durazzo, suo nipote, eccitato a questopera pia dalla corte pontificia, che puniva i delitti de re con altri delitti, come gli Dei della Grecia punivano gli Edipi, i Tiesti e gli Atridi. Per tacer delle altre, io ho fra queste tragedie perduta ancor quella de Trenta tiranni di Atene, la quale doveva servire allaprimento del nostro teatro, se il nuovo ordine di cose non lavesse vietato. Ella avrebbe richiamato alla memoria deglItaliani non degenerati la trista influenza di Lisandro e di Sparta sulla libert della Grecia e massimamente di Atene; e quindi molti ricordi avrebbe dati, non meno opportuni a tempi che a nostri bisogni.
Checch sia e possa esser di queste, appena arrivato a godere di un asilo in Francia, ho cercato ritentar le mie forze e ritogliere, se pur mi venisse fatto, una parte de miei pensieri a quei barbari saccheggiatori, che disonorano il secolo ed il paese che gli ha prodotti. Il primo saggio del mio ricominciato sperimento si la presente tragedia, cui m riuscito di porre finalmente in asstageto e di dar quindi alla luce dopo una serie di bizzarre vicende. Essa era stata sulle prime disegnata in Napoli; di l emigrato, ne fu tentata in Milano la prima esecuzione; rifuggito indi in Francia, fu ricomposta in Marsiglia; riperduta finalmente in Lione, fu di l riprincipiata, ritornando in Italia, dove per la quarta volta stata rimessa a fine. Ed ecco la principale cagione per cui, memore di tante perdite e temendo di perderla ancora, mi sono proposto di subito affidarla alle stampe contra il tremendo precetto della novennale correzione; per quindi correggerla a miglior tempo, qualora io lo potessi, e degna pur di correzione fossella riputata dal pubblico.
Qualunque ella sia, sar sempre una prova, almeno presso di voi, dello zelo sincero col quale concorro allinteresse vostro, se quello dellarti teatrali, alla cui perfezione pare che sia o debba essere unicamente destinato il nostro istituto. Perloch io mi aspetto dalla direzione di questo quei lumi ulteriori, che possano un giorno rendere questa tragedia di voi pi degna e lautore pi utile al pubblico.
La rappresentazione uno de mezzi pi sicuri per giudicare massimamente delleffetto di una tragedia. Spesse volte n regolarissimo il piano, ben definiti i caratteri, lazione economicamente promossa, lo stile conveniente, la versificazione felice; ma tutti questi pregi mancano di quella specie di vita, che sola animando lazione, i caratteri, lo stile, i versi, le parole medesime, rianima sempre pi linteresse non pur di chi legge, ma di chi ascolta. La pi parte delle tragedie italiane pu somministrare copioso argomento di lode a chi voglia aver la pena di comentarle; ma riescono intollerabili sulle scene a chi voglia per poco sperimentarne il successo. Il Signorelli ha ripieni stagete volumi della Storia de teatri; e pure molte cose ha obliate, che meritavan di esserlo, come le tante che ne sono state rammemorate. Ma quante delle tragedie, da lui lette o lodate nel suo gabinetto, sarebbero sulle scene altamente fischiate e derise? Io non pretendo perci di negare alcune bellezze di dettaglio, che pur troppo ci si distinguono; io qui parlo dellinsieme di una tragedia e di quella vita che dee animarla.
Risulta quindi il pi gran vantaggio che glitaliani scrittori di tragedie e di commedie possano ricavare dal vostro instituto. Venendo queste commesse alle vostre cure e da voi minutamente analizzate e rappresentate decentemente, si possono nelle prove ragionate e metodiche, e pi nelle precise rappresentazioni che ne farete, rilevarne i difetti ed anche i rimedi opportuni de quali corresse loro bisogno. I migliori scrittori hanno pur troppo sentito di quanta utilit riuscirebbe loro lavere un teatro ben ordinato, per farvi i primi sperimenti de loro travagli; e chi ha potuto usarne non ha tralasciato di ritoccarli e di portarli a quel punto che la sola rappresentazione decente poteva loro indicare.
Spesso una parola di meno o di pi, o qua piuttosto che l collocata, capace di produrre un effetto prodigioso. Ne sono unevidente dimostrazione il Qu'il mourtdi Pier Corneille nellOrazio; il Vous changez de visage! di Racine nel Mitridate; il Vous pleurez! di Voltaire nella Zaira. Se ben si risguarda, lincantesimo della scena di Fedra, obbligata a manifestare la sua incestuosa passione, dovuto in gran parte al collocamento artificioso di certe parole pi in un luogo che in un altro. Che ne avverrebbe se certe semplici !amazioni, che pure potrebbero traslocarsi altrove senza pregiudizio dellintelligenza, non fossero l dove riescono di unefficacia straordinaria? Niuno ha maneggiato questo artificio pi maestrevolmente di Alfieri. Tante volte il pedante, che tutto freddamente compassa alla misura di un certo ritmo epico od elegiaco o dun certo iperbato retoricale, non sa rilevare quanta forza inspiri alla declamazione un epiteto o un avverbio, che chiuda un senso qualunque e fissi laumento dellazione o la qualit del soggetto; e quindi spesso disprezza quei vezzi che non sa riconoscere. Per darne un esempio, qual forza non aggiugne la voce sempre nel fine di quel verso notissimo, che cos bene diffinisce i nobili, non che di Roma, di tutti i luoghi e di tutti i tempi? Or superbi, or umili, e infami sempre. Infinite bellezze di questa specie prestano i dialoghi di Alfieri a quel declamatore, il quale sappia pescarle attentamente e pi opportunamente valersene.
Alcuni momenti di azione e di spettacolo non possono facilmente bene immaginarsi, n, bene immaginati, ancor bene eseguirsi, se non si applichino severamente alla scena. Da tale difficolt nato forse il precetto che non permette ad alcuni troppo scrupolosi di dialogizzare con la quarta persona; pedantismo che ci avrebbe privati delle migliori scene dellAtalia del Racine, del quinto atto della Rodoguna di Pier Corneille e di tante altre scene, spezialmente nelle commedie. In queste pi volte riuscito mirabile lintreccio di pi interlocutori, animato in una scena medesima. Ne hanno usato con prudenza e successo il Molire e il Goldoni; ma pi di ogni altro ne ha abusato il Liveri, che spesso sacrificava a questartificio, per altro ingegnoso ove sia parcamente adoperato, e linteresse dellazione principale e lattenzione o interrotta o dissipata degli ascoltanti.
I versi, che spesso sono riputati tanto migliori quanto sono pi fluidi e scorrevoli o risonanti e magnifici, riescono meno agevoli a declamarsi e quasi a maneggiarsi, come si dovrebbe, da chi dee declamarli. Quindi addiviene che quei versi, che pi piacevolmente si leggono, declamati non producono lo stesso effetto, per non potersi evitare quella troppa armonia, che spesso svela il troppo artificio del versificatore a danno della passione, e pi spesso violenta e stanca il declamatore, che invano si affanna di nasconderla o di modificarla. Il verso tragico dovrebbe sostenere la delamazione, ma non trascinarla. Gli antichi forse vi provvedevano coi giambi. I versificatori italiani, avendo tentato dimitare un ritmo simile ed essendo infelicemente riusciti, il Gravina colla sua languida versificazione e il Martello con una pretta imitazione degli emistichi francesi, si sono convenuti nelluso degli endecasillabi. Ma, poich versi cosiffatti aveano servito decentemente a sostenere il suono, quando della tromba epica, quando della lira armoniosa e quando dellelegia lamentevole, se ne doveva meglio diffinire una nuova specie, vie pi adattata alluso del dialogo tragico, al quale pare che non dovrebbero esserlo i versi epici, lirici ed elegiaci. Alfieri ha ottimamente compresa questa rimarchevole differenza; e ne ha pur tentata e qualche volta spinta forse troppo oltre lapplicazione.
Ma tutte queste teorie o conjetture dovrebbero soggiacere a replicati sperimenti, per giudicare della verit di esse e pi dellutilit della loro applicazione. Ed ecco dove i nostri sforzi dovrebbero particolarmente risguardare. Insomma, le pruove che delle tragedie e delle commedie sarete per fare, non come far le sogliono i dilettanti per inutile passatempo o i pretesi attori italiani per venale necessit, voi potrete e dovrete fornire moltissimi lumi, teoretici e pratici, de quali potranno opportunamente giovarsi gli autori non meno che gli attori. Da un tale esercizio metodico ed analitico pu lItalia promettersi un regolare progresso in unarte, quanto difficile, altrettanto presso di noi trascurata. Il genio di una lingua ricca di modi e di armonia imitativa, la docilit degli organi vocali, che le obbediscono, un genere di versificazione modificabile allinfinito, tutti questi ed altri pregi moltissimi possono assicurarle quel grado di perfezione che hanno tutte le altre arti in Italia; ma che la declamazione non avr giammai, finch uomini forniti di spirito e di sentimento, capaci di sentire con forza le passioni e dimprimerle egualmente negli altri, non ci si applichino seriamente. La Francia vanta i Baron, i Brizard, i le Kain, le Champmesl, le le Couvreur, le Dumesnil, le Clairon, e tante e tanti altri; ma quali de suoi pu metter lItalia a linea di questi? Ella vanta allincontro a d nostri i Canova, i Ceracchi, gli Appiani, i Morghen, i Volpato, i Rosaspina, i Longhi, gli Albertolli, i Gonzaga, gli Antolini ecc. in genere di pittura, di scultura, di bulino, darchitettura; ma in genere di declamazione non pu forse additare se non se Petronio Zanarini, come il solo fenomeno, il quale, mostrando di quanto gli restino indietro gli attori italiani, mostra altres di quanto potrebbero andare avanti, se volessero e sapessero emularne i talenti e pi la morale, senza di cui tutti gli altri talenti non otterrebbero mai un pieno successo.
Da quanto finora si per me ragionato, chiaramente risultano e la natura e la utilit della nostra liberale instituzione. Dirigendomi a voi per la prima volta, io non poteva non occuparvi per un momento in queste idee, che promettono a voi gloria, instruzione e diletto al pubblico, prosperit alle arti; tanto pi che da queste idee, alimentate e fecondate da voi, io mi aspetto quellefficace cooperazione, che dee incoraggiarmi non meno a correggere la presente tragedia che a ricomporre le altre perdute. E dach di queste non posso per ora parlarvi, permettetemi ancora chio vi trattenga alquanto sulla prima rinata, che io vi presento. Io credo mio dovere, come socio vostro, il deporre nel vostro seno le prime idee archetipe di questa, perch giudichiate nel tempo stesso e della giustezza del disegno e del successo dellesecuzione.
Il nome di Pausania, re di Sparta, famoso per le sue vittorie e le sue vicende, troppo noto perch io ne parli di vantaggio; ed io credo che la prima scena ne richiami quanto basti perch i leggitori e gli uditori ne sieno agevolmente instruiti. Tucidide e Cornelio Nipote lo hanno caratterizzato con le tinte dellorgoglio il pi intollerabile e della pi smodata ambizione.
Chi non ignora i vizi e lattentato di Pausania non pu ignorare la virt della madre, per alcuni nominata Teano, cui Nipote ha raccomandata alla memoria degli uomini liberi per la sola azione di aver gittato la prima pietra nel murarsi il tempio, nel quale erasi il figlio rifuggito. Questunico straordinario tratto che della vita di lei si conserva, minspir la prima idea di formare il disegno di una madre spartana e quindi dellintera tragedia.
Io sento di aver dato tanta di virt a Pausania e di passione alla madre, quanto non ne han dato alluno gli storici particolari di esso, n dato avrebbero allaltra i panegiristi delle donne spartane. Io temeva che, altramente operando, pregiudicassi non meno alla prevenzione, che di Sparta si ha, che alleffetto della tragedia, a cui debbon servire le passioni e i delitti medesimi.
Mi pareva, quanto a Pausania, che fosse troppo strano a bei tempi di Sparta un certo carattere di assoluta ambizion tirannesca, quale forse sarebbe convenuto a qualunque altro greco, che spartano non fosse. Ho perci tratteggiato Pausania pi dallaspetto dellorgoglio, passione fierissima e capace di produrre egualmente de gran delitti e delle grandi virt. Risentendo e dovendo ei perci risentire assai vivamente la umiliazione di esser destituito dalla dignit di re, n scorgendo altra via di rivendicare le sue pretenzioni, si trova come impegnato suo malgrado a conspirare con Serse contra Sparta e la Grecia. Ci non ostante non labbandona mai il sentimento di patria e pi di quellindipendenza natia, che in certo modo sviluppa in lui i suoi delitti, i suoi rimorsi, il suo pentimento. Egli dovrebbe esser fiero e quando congiura e quando si rimorde e quando si pente; ed io ho voluto e tentato farlo comparir tale; ch, se tal non appaia, pi che al disegno, allesecuzione si ascriva.
Potrebbe ad alcuno parere anche strano chegli rilevi qualche volta gli abusi della libert con troppa sollecitudine, da fare intravedere pi lartificio dellautore che linteresse dellinterlocutore. Ma forse cesser siffatta stranezza, qualora attentamente si consideri lo stato delle cose di Sparta, la condizione degl Iloti e il malcontento di coloro che di ordinario stimano cattivo il governo, che li punisce o trascura. E poi si sa che, volendo Pausania e dovendo attirare alla sua parte gl Iloti, non poteva altramente tentarli che lusingandoli, secondo che Nipote asserisce, con la speranza di libert; e quando questa si promette a pi che non lhanno, non pu darsi che col sacrificio de pochi, i quali ne abusano a danno di quelli. Potrebbe finalmente bastare chei non era in s persuaso di quanto cercava persuadere ad altrui; e che egli insomma riesce a sedur gli altri, ma non s medesimo, odiando i suoi giudici, ma rispettando sempre la libert e la patria.
Per la stessa ragione ho inteso di modellare sullo stesso torno la dinunzia del disegno di Pausania, fatta per Argilio. Tucidide e Nipote ci assicurano chegli trad Pausania per amore della propria vita; e bene stava questo contegno ad un ilota originario. Nella presente tragedia Argilio perde Pausania per volere unicamente salvarlo, agitato da una specie di timore religioso, cui glinspira lidea di Sparta e di libert.
Siffatte modificazioni, oltre il giovare assaissimo allinteresse de caratteri ed alleffetto della tragedia, dovrebbero parere convenienti altres al carattere ed al costume degli Spartani, pe quali siamo tanto vantaggiosamente e forse a ragion prevenuti. Io almeno ho opinato a questo modo.
Per lo contrario e potrebbe giudicarsi altramente del carattere di Teano e di Euristia, nelle quali le passioni di madre e di moglie si sviluppano a tale da urtar forse la prevenzione di coloro i quali, se non hanno mentito affatto parlando delle mogli e delle madri spartane, hanno almeno voluto generalizzare ci che non apparteneva se non se alla stranezza di alcuni individui o di certi tempi degenerati. La natura o non si potuta violentare a quel segno che costoro avrebbero voluto darci ad intendere o, se l stata per qualche tempo, ella ha dovuto ben tosto rimettersi fra quei confini, cui costituiscono il vero ed il verosimile. Per quanto Licurgo abbia studiato di spogliare lamor coniugale della gelosia, o per dir meglio de trasporti di questa, e la materna piet di una tenerezza corruttrice; per quanto alcune spose ed alcune madri, in conseguenza di questi princ?, ne abbiano qualche volta abusato per fanatismo ed entusiasmo, Euristia pur moglie e Teano pur madre. Contuttoci luna pi moglie che spartana e laltra pi spartana che madre; o almeno avrei voluto chesse pur tali riuscissero.
Nulla dico de due efori messi in azione; essi amano e rispettano la libert e pi le leggi che ne prevengon labuso. Luno per moderato; impaziente laltro: ma servono entrambi, ancorch per mezzi diversi, ad un fine medesimo, cio alla sicurezza pubblica; e non gi a fini diversi od opposti, che ordinariamente sostituiscono alla repubblica le fazioni distruggitrici dellunit e della forza politica.
Ritornando al carattere di Teano, contra del quale reagiscono pi efficacemente gli altri caratteri della tragedia, per insvilupparne tutta lattivit, mi si permetta di osservare che la virt di spartana e la passione di madre stanno alle prese e cominciano a collidersi quasi col cominciare della tragedia. Quanto dovesse un tale impegno riuscire difficile, si potrebbe agevolmente rilevare dal considerare che il Voltaire, avendo voluto agitare un simile contrasto altamente tragico nel Bruto, non ne ha occupato dellintera tragedia che il solo atto quinto; non essendo gli altri atti destinati che al contrasto che soffre Tito fra lamore di patria e quello di Tullia. Il severo Alfieri ha richiamato lo stesso argomento e, rendendolo per alcuni riguardi assai pi romano che il Voltaire, ha dato pi luogo allagitazione di Bruto, e ne ha cavati due atti ripieni di calore e di passione. Ma i tre atti precedenti non si occupano che nello stabilire in Roma la nascente libert e nel difenderla dagli attacchi esterni, che le vanno minacciando i Tarquini, e dalle seduzioni ed insidie interne, che le viene ordendo Mamilio. Di modo che mi paruto, rileggendo e raffrontando le due tragedie, che lunit di oggetto e dinteresse si rilevasse pi nel Bruto di Voltaire che in quello di Alfieri.
Nel primo lambasciatore Aronte si presenta subito in iscena e manifesta il suo disegno di riordire o di confermar la congiura e di avvolgere nel di lei seno il giovinetto Tito. Tito dal principio combatte contra tutte le passioni violente del suo cuore e le molteplici insidie de satelliti de Tarquini, finch succumbe e si perde. Non cos avviene nel secondo dellambasciatore Mamilio, che non prima del terzo atto tenta la seduzione di Tiberio e di Tito, la quale non prima dallora desta il principale interesse sulla sorte di Bruto. Sino allora non siam presi che da profondo dolore nel mirare opportunamente il cadavere sanguinoso della violata Lucrezia, o da altissima meraviglia nel vedere svilupparsi i sentimenti sublimi di vendetta o di libert; ma quanto maggiore impressione siffatte cose producono, altrettanto pare troppo ritardato o non troppo connesso lavvenimento principale, al cui interesse debbono tutti gli altri rapidamente ed efficacemente concorrere.
Io non ardirei di richiamare un tale paragone con la mia tragedia, se ci non fosse per mostrare altrui lesempio di questi due grandi ed originali scrittori, quanto fosse ardua cosa il cavare da un simile argomento materia bastante a formarne unintera tragedia, senza che ad episodi estranei si fosse punto ricorso. La virt spartana e lamore materno di Teano reagiscono dal principio sino alla fine; come e quanto, e se non molto infelicemente, lo dicano coloro che avranno il piacere o la noia di leggerla o di ascoltarla.
Io non ho inteso per questo di voler giustificare i difetti di questa qualunque tragedia. Molti ce ne ha, che il tempo, la tranquillit e la sperienza potranno opportunamente correggere, oltre gli altri moltissimi, cui dato rilevare a coloro che attentamente la leggeranno o pazientemente lascolteranno. cosa omai risaputa che la perfezione un fenomeno nelle cose drammatiche, e nelle tragedie massimamente; ed forse la meno imperfetta sol quella che sappia il pi interessare fra le altre. Ed ecco il perch, malgrado a tanti difetti del soggetto e dellartificio, lEdipo re sar sempre la migliore tragedia di Sofocle; lIfigenia, lAlceste e lIppolito le migliori di Euripide; la Mirra fra le tante di Alfieri ecc. Perloch ad essere giusto in un genere tanto difficile, si dovrebbe essere pi o meno indulgente per quelle tragedie che pi o meno interessassero delle altre; e specialmente se alcuno de loro difetti, che pur troppo di questa specie ve nha, tendessero in certo modo ad animare ed accrescere linteresse predominante dellazione. Io spero di sottomettere al vostro giudizio alcune mie idee sul metodo della censura drammatica e forse alloccasione che verr da voi destinato un giornale per questo oggetto. I trascorsi altrui, rilevati a tempo e giudiziosamente biasimati o tollerati, offrono la miglior guida a coloro che volessero e sapessero profittarne.
Spetta adunque a voi il tollerare quei difetti che sono qualche volta inevitabili e qualche altra utili e quasi necessari al progredimento del soggetto; e il rilevare quegli altri de quali io possa giovarmi, correggendoli da tempo in tempo. La tragedia presente ormai pi vostra che mia, come lo saranno tutte quelle altre che le succederanno con pi profitto, merc gli sforzi di coloro che gi travagliano in questo genere. Insomma dallinstituto vostro si aspetta il pubblico quellanalisi ragionata sulle opere degli antichi e moderni scrittori drammatici, la quale sempre pi prepari ed assicuri il giudizio ed il gusto di coloro che fra voi ardiranno calzare il coturno od il socco. Allora conciliando nella maniera pi efficace, e forse non ancora usitata, la pratica e la teorica, si verrebbe collaiuto di amendue a quel grado di perfettibilit, al quale non ci approssimeremo giammai, finch non conspirino insieme allo stesso scopo il teatro e la scuola.
FINE
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