Pautasso Antonio, esperto di matrimonio

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PAUTASSO ANTONIO

PAUTASSO ANTONIO

ESPERTO DI MATRIMONIO

Due atti comici di Mario Amendola e Bruno Corbucci

Personaggi

Antonio Pautasso, avvocato

Margherita Monelli, la nipote

Contessa Patrizia Barbaresco di Cavagnolo

Romolo Brunicci, piazzista

Michele Francescotti, atleta

Teresa, governante di casa Pautasso

Averardo Barbareco

Jeannette Marchand

Caterina Macaluso

Marisa Ceirano

Ernesto Ceirano

ATTO SECONDO

Lo studio nella casa dell’avvocato Antonio Pautasso, ampia scrivania in fondo a sinistra ingombra di scartoffie d’ogni genere. Dietro di questa un paio di scaffali con cartelle contenitori vuoti, volumi riguardanti codici e leggi. Qualche quadro alle pareti e la laurea del padrone di casa incorniciata. Sul proscenio, a destra un divano e due poltrone, una porta a sinistra dà nell’interno della casa, un’altra porta a destra dà nell’ingresso e nell’anticamera. In fondo al centro la finestra  dalla quale si intravedono i tetti delle case. Sul davanti a sinistra, un piccolo tavolinetto con macchina da scrivere. All’aprirsi del sipario, Averardo è seduto alla macchina da scrivere battendo a fatica i tasti con un solo dito. Si tratta di un giovane dall’aria complessata e timida e con i riflessi piuttosto ritardati. Squilla il telefono che è sulla scrivania ed Averardo si alza per andare a rispondere. Facendo questo inciampa in una sedia e fa cadere una cartella che è accanto all’apparecchio.

AVERARDO (Parla, raccogliendo i fogli con una certa fatica)- Pronto, studio dell’avvocato Pautasso. No l’avvocato è in Tribunale….Sono Debarberis, il praticante... Ah! è lei, signora Vergnano?... Ah, è per l’incidente... Ha pagato l’assicurazione?... Come no?... Ah! non ha accettato lei... Le sembrano poche cinquecentomila lire per un braccio rotto?... Eh, magari ha ragione... ma l’incidente di sua cugina è successo a Torino.. lì le ossa rotte le pagano di più... Sa, qui siamo in provincia, costa tutto meno... Va bene, ci vado io all’assicurazione... Arrivederla, stia bene... (Riattacca e torna alla macchina per scrivere ricominciando a compitare)... Per la  lite di Viale Pilsudski (Ma non riesce a scrivere la parola Pilsudski. Prova un paio di volte)... Pilsd... Pilsdu... (Decidendosi) Mah, io ci metto Corso Italia, tanto fa angolo... (Scrive. Dall’inter­no si sente il suono del campanello alla porta che ha un suono “din don”. Dalla porta di sinistra entra Teresa, asciugandosi le mani al grembiule. E’ la governante anzianotta, piuttosto brutta e comicamente bisbetica. Attraversa la scena ccl esce per la porta di destra. Intanto Averardo tira fuori il foglio dalla macchina per scrivere e la va a deporre sulla scrivania. Teresa rientra insieme a Michele Francescozzi, professore di ginnastica, sui quarantacin­qe-cinquanta, ma vigoroso, elastico e simpatico. Indossa una tuta azzurra e scarpette da tennis. Ha l’abitudine di accennare conti­nudamente a  dei movimenti ginnici come flessioni e spinta delle braccia).

TERESA . Signor Michele, ij lu ripetu... l’Avvocato a j’è nen, non c’è.

MICHELE . E va bene, l’aspetto.

TERESA – E’ una cosa così urgente? Caso mai a j’è sì ‘1 sostituto...

MICHELE - Ah, buono quello.

AVERARDO Come sarebbe a dire « buono quello »?

MICHELE - Sarebbe a dire che è avvocato e parte in causa.

AVERARDO . Ah, è per la faccenda del terreno... Gliel’ho scritta io la raccomandata...

MICHELE - Sì, sì... Quel terreno che fa tanto gola alla sua riverita madre!... Ma glielo dica, che non s’illuda! Anche se me ne manda cento di raccomandate! Faremo cause per venti anni ma non la spunterà... Mi dispiace soltanto che un vecchio amico come l’avvo­cato Pautasso si metta contro di me.

AVERARDO (Sentenziando) - Sed lex, dura lex.

MICHELE (Insospettito) Che significa?

AVERARDO - Eh, caro lei.. significa che quando un terreno serve, e a un altro non serve bisogna darlo  a quello che serve (A teresa). Io vado all’assicurazione (prende una borsa da avvocato che stava su una sedia ed esce da destra dicendo): E mia madre la contessa ha tutte le ragioni!

MICHELE (Furioso) - Io quello non lo posso vendere... Un giorno o l’altro con un colpo... (accenna un colpo di karatè) gli stacco la testa!

TERESA - Su, su si calmi, signor Michele, via.. D’altra parte il si­gnorino Averardo ha le sue ragioni, difende gli interessi di sua madre la contessa. E poi siamo giusti, di quel terreno lei che cosa se ne fa?

MICHELE . Me ne faccio quello che mi pare. E mio e me lo tengo. E faremo la causa. E pagherà un avvocato anche contro il mio amico Pautasso... Tanto lui è un avvocato che perde tutte le cau­se... è l’avvocato delle cause perse.

TERESA (Insorgendo) - Ehi, dico, lui le perde perché è buono, perché è incapace di corrompere i testimoni, e poi perché nessuno lo paga. Da lui vengono soltanto ij pòver diaù, quelli senza un soldo e lui non manda indietro nessuno. Delle volte ci rimette anche le spese della carta bollata...

MICHELE - Per questo gliel’ho (letto anch’io tante volte. Ma adesso che venga a mettersi anche contro di me!

TERESA - Ma non é che sì mette contro di lei. E che il figlio della contessa fa il praticante qui, nel suo studio, era logico che inca­ricassero lui... D’altra parte è l’unica cliente che gli pagherà la parcella, o almeno c’è da sperarlo... (Abbassando la voce e intono drammatico) Ma lo sa, signor Michele, guardi, lo dico a lei perché so quanto gli vuoi bene... E un mese che in questa casa non si man­gia carne...

MICHELE - Perché? Le fa male?

TERESA - Macché... è... è il macellaio che non ci fa più credito. L’av­vocato dice che è diventato vegetariano perché ha fatto un voto.

MICHELE - Povero Antonio.., questa proprio non me l’aspettavo. Ad ogni modo, guardi, io sull’affare del terreno non cedo, e non cederò mai. Io, la contessa non la conosco, non l’ho mai vista, ma se dovessi perdere questa causa, io vado nel suo castello, a costo di sfondare tutte le porte, e con due colpi... Zàc! Zàc!.. (accenna a colpi di karatè) di una contessa ne faccio quattro!... Mi dispiace per Antonio perché io per lui, piuttosto di dargli un dispiacere, mi farei tagliare un braccio...

TERESA - Oh, per questo io tutti e due, guardi!


MICHELE - Lo so, Teresa, lo so...

TERESA (Commuovendosi) . Sono con lui da venti anni, non so cosa farebbe senza di me... Distratto com’è, che s’infilerebbe i calzoni al posto della giacca...

MICHELE - Eh, già, non ha mai voluto sposarsi...

TERESA (Sospirando) - Eh sì, perché tante volte gli uomini cercano, cercano, e non si accorgono del fiore che hanno sotto gli occhi.

MICHELE (Guardandola) - Eh già... o forse il motivo è un altro: come avvocato matrimonialista, gli sono capitati tanti di quei casi di mogli bisbetiche, gelose, prepotenti, da fargli perdere la fiducia nel matrimonio.

TERESA (Acida) - Lei parla da quello scapolaccio che è. E poi, l’av­vocato, se si dovesse occupare soltanto di cause di separazione o di divorzio.., starebbe fresco in una cittadina come questa, avreb­be una causa ogni dieci anni.

MICHELE (Ridacchiando) Ah, questo sì, anche perché qui le liti fra coniugi si sistemano in casa fra moglie e marito a forza di bastonate.

TERESA (Con voce sognante) -Ma quando l’amore è vero, anche le bastonate possono farti felice..

MICHELE - Questione di gusti, a me una volta, Antonio mi ha rac­contato di non aver mai voluto prendere moglie per rimanere fedele ad un amore giovanile che andò in fumo, non so perché...

TERESA - Eh, glielo dico io il perché….. era la figlia di un tale che lui difendeva in tribunale, e fu condannato all’ergastolo.

MICHELE - Adesso capisco!

TERESA . Sì, ma quel poveretto era innocente e Antonio... voglio dire l’avvocato, fece un’arringa addirittura stupenda... Ma c’era di mezzo la mafia, la corruzione, minacce ai giudici, lettere anonime... Sa quelle cose che adesso ci fanno i film.

MICHELE (Scuotendo il capo) - E troppo buono.., è troppo buono. Non doveva scegliere questa professione... Per fare l’avvocato, og­gigiorno, bisogna avere il cuore pieno di peli come una spazzola!

TERESA (Gelosa) - Ma che gli ha detto a proposito di questo suo amore giovanile? Crede che ci sia stato qualcosa fra lui e quella ragazza?

MICHELE - No, no... assolutamente no. Me ne parlò molto tempo fa, una sera che ci facevamo le nostre confidenze... Gli avevo rac­contato del mio unico amore al quale anch’io sono rimasto fedele

tutta la vita...


TERESA - Ah, anche lei, come l’avvocato?

MICHELE (Ricordando e con voce sognante) - Ad Acqui Terme... Mi trovavo li, in ritiro con la squadra nazionale di ginnastica.., e una notte, mentre passeggiavo nel viale lungo le siepi di begonie la incontra come un’apparizione sotto la luna.., era bella... urca se era bella.., aveva.., poi aveva... Beh, anch’io venticinque anni fa, non faccio per vantarmi... E tutto accadde come in un sogno. Fui il suo primo uomo, mi disse lei... Eh, cara Teresa, se ci penso... ci amammo disperatamente in un delirio di sensi, per più volte... più volte i nostri corpi si conobbero...

TERESA (Pudica) - La prego, signor Michele, sono signorina!

MICHELE - Oh, mi scusi, Teresa...

TERESA - E poi? E poi? Come è andata?

MICHELE - E poi niente... Sparì... sparì dalla mia vita così come vi era entrata. Non l’ho più vista, Non mi disse neanche il suo nome,.. Ma mi è rimasta qui... qui... dappertutto... (Si sente dal­l’interno il “din don” del campanello. Teresa non si muove. Suona ancora, si scuota ed esce).

TERESA Scusi un momento… (Esce da destra. Michele fa un paio di flessioni ed aspira profondamente l’aria poi emette  un piccolo grido prendendo la caratteristica posa del kung.fu. Rientra Teresa con un telegramma in mano). Qui c’è un’altra rottura di scatole per il mio povero avvocato... Sono sicura che è di lei.

MICHELE - Di lei chi?

TERESA (Mettendosi il te!egramna ,nella tasca del grembiule) - Una ragazza, una certa Margherita Fanetti, una sua lontanissima parente... anzi nemmeno parente... la nipote di un suo cucino, è ri­masta senza nessuno e ha chiesto all’avvocato di ospitarla per un pò di tempo... e son sicura che questo telegramma annuncia il suo arrivo.

MICHELE - Una bella tegola eh?...TERESA - Ah, ma ìo faccio mangiare verdura anche a lei e dovrà lavare i piatti... (Sqilla il telefono, Teresa va a rispondere). Pron­to, studio dell’avvocato Pautasso... (Si sente  il “din don” del campane/lo della porta).

MICHELE - Vado io, Teresa (Michele esce da destra).

TERESA (Al telefono) - L’avvocato non c’è. Eh, questo non lo so... quando avrà finito in tribunale.., va bene, glielo dirò! (Riattacca mentre entrano Michele ed Ernesto Ceirano un tipo torvo, antipatico, dall’aria decisa, in stato di grande agitazione).


CEIRANO - C’è l’avvocato?

TERESA No.

MICHELE - Gliel’ho detto anch’io,

TERESA - Ma lei non è il signor Ceirano? La sua causa di separa­zione è conclusa.

CEIRANO - Ah, sì, conclusa ma tutta a mio danno! Trecentomila lire al mese devo passare a quella pu...

MICHELE (L’interrompe indicando Teresa) - La prego... è una signorina.

CEIRANO - E non avrei dovuto passarle niente! La colpa era sua! Più flagrante adulterio di quello commesso da mia moglie, non si è mai visto! (Trilla nuovamente il campanello della porta e Teresa esce da destra, Ceirano prosegue passeggiando rabbiosamente per la scena). Tre amanti ha avuto, tre! Ha capito? E malgrado que­sto, l’avvocato Pautasso non è stato capace di far legalizzare la separazione per colpa di quella donnaccia, che ha avuto un avvo­cato più bravo! Ma quando torna Pautasso... facciamo i conti. (Fa un gesto minaccioso).

MICHELE (Con fredda determinazione) - Quando torna Pautasso lei starà calmo, perchè è un onesto, come uomo e come avvocato. E se vuoi saperlo l’avvocato che ha difeso sua moglie ne era anche l’amante!

CEIRANO - Macché ‹‹vuol saperlo›› , chè l’ho sempre saputo! Però toccava a Pautasso di dimostrano di fronte al giudice! (Disperan­dosi) Trecentomila lire, capisce? E dove le vado a prendere io, trecentomila lire. (Torna Teresa insieme a Romolo Brunacci, tipo classico del romano giovialeridanciano, ciaciarone, sulla quarantina.Ora però è assai afflitto, vestito di nero, con cravatta pure nera).

ROMOLO – Eh, sora Teresa mia... La vita è ‘na monnezza, er monno è ‘no schifo, l’ommini so’ tutti puzzoni...

CEIRANO (Con rabbia) - E le donne tutte sgualdrine!

ROMOLO (Inalberandosi) - Come sarebbe a di?

MICHELE - No, no... Lui alludeva a sua moglie. (A Brunacci) Ma lei non è il signor Brunacci? (Gli stringe la mano). Come sta?

ROMOLO - Ahio! Ma lei fa male quanno stringe la mano... Si so’ Brunacci, l’omo più jellato de la terra... si, se semo conosciuti qui, sei mesi fa!

CEIRANO - E va bene!… Adesso devo fare un salto in negozio, ma tornerò, tornerò più tardi per parlare con questo bell’avvocato.


E gliela farò vedere io…altro che gliela farò vedere... lo dica all’avvocato. (Esce da destra).

ROMOLO - Ma quando torna l’avvocato?

TERESA - Non si sa... con lo sciopero dei cancellieri...

MICHELE - Eh, si... Pare che gli avvocati si debbano scrivere tutto da soli, così, a mano. (A Brunacci) Lei mi pare che facesse il piaz­zista, rappresentante di concimi chimici… se non mi sbaglio.

ROMOLO - Quali concimi chimici? Saponi, detersivi, deodoranti... Sì, so’ appena arrivato. Ho lasciato le valigie in albergo e me so’ precipitato qui, devo parlà co’l’avvocato, è ‘na cosa urgente...

TERESA - E allora l’aspetti, vedrà che non tarderà molto.

ROMOLO (Toccandosi lo stomaco) - Senta un po’ sora Teresa... nun ce sarebbe ’na cosuccia da magnà? Ci ho un buco proprio qui... an­che un pezzo de pane.. tanto la vita è ‘na monnezza, er rnonno è ‘no schifo...

TERESA (Fa per avviarsi alla porta di sinistra quando squilla il tele­fono. La donna allora torna indietro per rispondere all’apparecchio e, così facendo, dice a Brunacci) - Vada in cucina, c’è qualche cosa sul tavolo...

ROMOLO (Si avvia scuotendo il capo e mormorando) - Che roba! Che roba!... L’umanità è ‘n’ammasso de fiji de ‘na mignotta... (Esce da sinistra).

TERESA (Al telefono) Pronto... (Con rispettosa reverenza) ,Oh, buongiorno signora contessa... no L’avvocato non c’è... e nemmeno il suo sostituto...

MICHELE (Vivamente e a mezza voce) - Mi faccia parlare... Mi faccia parlare. Malgrado la resistenza di Teresa le toglie  il ricevitore di mano)Pronto, signora contessa De Barberis, i miei omaggi. Lei non mi conosce personalmente ma mi conosce anche troppo bene legalmente perchè mi ha fatto scrivere una raccomandata. Sono quel Michele Francescotti, padrone di quel terreno che... Pronto! Pronto... (Riagganciando il ricevitore) Mi ha attaccato il telefono in faccia... Ecco l’educazione di questi nobili. Ma con me non la spuntano e se mi salta... (Facendo due colpi di karatè) Zac! Zac!

TERESA (Che si trova accanto alla finestra guarda la strada sotto­stante ed esclama) - Ecco l’avvocato, sta arrivando...

MICHELE (Va accanto alla finestra) - Come mai corre in quel modo? (I due si staccano dalla finestra).

TERESA - Eh, avrà premura... Ci ha sempre tanto da fare, poveretto. Magari lo pagassero per tutto il lavoro che fa...


MICHELE - Vuole che vada ad aprire?

TERESA - No, no... ci ha la chiave, (Con voce romantica) Ma l’ha visto, quant’era bello mentre correva?

MICHELE - Beh, bello poi..

TERESA - Con quella toga svolazzante sembrava Amleto! (Entra di corsa Antonio Pautasso, il nostro avvocato, un uomodolce, mite, simpatico, di una certa età che indossa l’ampia toga da giureconsulto con il tocco in testa e una grossa borsa in mano. Veste un abito logoro e fuori moda; ha la barba non rasata, ha il fiatone ed esclama):

ANTONIO - Non aprite, eh... Non aprite a nessuno.. oh, Madonna mia...

TERESA. Si sieda,  avvocato.,.. Ha fatto le scale di corsa.. (Antonio fa cenno di sì mettendosi a sedere su una poltrona e gettando la borsa sul divano).

MICHELE . Ma se c’è l’ascensore! Io non lo prendo mai perché fare le scale è un ottimo esercizio fisico, ma tu... TERESA - L’ascensore è fermo per manutenzione da tre giorni.

 MICHELE - Tre giorni? E come mai tanto tempo?

ANTONIO (Parlando a fatica, sempre il fiatone) - Eh... lo devono ripulire e ridipingere perché ci scrivono le parolacce con i chiodi... e fanno anche i disegnini sessuali.., l’altro giorno ne hanno fatto uno, e sotto ci hanno scritto ultimo tango in ascensore.

MICHELE . Senti un po’, ma perché vai in giro con la toga?

ANTONIO - Eh, caro mio, perché mi ha minacciato... (Fa segno con la mano di chi vuoi dare delle botte).

MICHELE . E chi?

ANTONIO Il mio cliente.

TERESA (Accorata, a Michele) - Ha sentito? Invece di pagarlo lo minacciano  anche!

MICHELE - Sta tranquillo. Antonio... se qualcuno ti torce un capello lo spezzo in due come un grissino.

ANTONIO - Si, ma se mi becco uno per la strada e tu non ci sei mi rompe la testa. Il grissino divento io.

MICHELE . Va bene, ma allora la toga che c’entra?

ANTONIO - E c’entra, sì, per fortuna c’è il 336.

MICHELE - Cos’è il 336?

ANTONIO (Alzandosi, togliendosi la toga e andando versola scriva­nia) . Articolo 336 del codice penale... Violenza a pubblico ufficiale ... Senza toga sono uno qualunque, ma con la toga, se ùn àn tùca sta frèsch... Lo denuncio per percosse a pubblico ufficiale, vado da un avvocato e pòi it vèdde.

MICHELE - Ma se sei tu un avvocato! Te la puoi fare da te la causa!

ANTONIO (Con una punta dì amarezza) - Eh, no... Io sono un avvo­cato da poco, credi che non mi conosca? Gli avvocati bravi, quelli grossi, che curano le separazioni dei personaggi importanti, gente del petrolio e del cinema, gli mettono perfino la foto su « Novella 2000›› e si fanno dare dai clienti milioni e milioni di anticipo... E sono tutti meridionali. Gli avvocati del nord, per certe cose fun­zionano poco. E così quelli come me si adattano a difendere i ladri di polli, dei supermarket, robetta... che poi pagano mai o pagano in natura... fiasch d’öli.. ‘na cassietta ed pèrsi... (Con ram­marico) Eh, se almeno io fossi nato a Santa Maria Capua Vetere!

MICHELE - Beh, adesso che cosa c’entra questo?

ANTONIO Altrochè sa intra. Anche stamattina, in Pretura. Ho par­lato mezz’ora per il mio cliente, imputato di diffamazione. Un’ar­ringa che m’ero commosso perfino io. Ho visto una vecchietta che si asciugava gli occhi e ho detto: questa volta ce l’ho fatta, e invece si alza a parlare l’avvocato di parte civile... (Imitando la parlata meridionale) Signor Presidente, nè, ma che volimmo fà? Ccà nisciuno è fesso... ma che stammo à senti sta scamorza? ChilIo dice accussì... dice colà... che simmo Pulcinella noi, simmo a festa Piedigrotta? (Prosegue un po’ a soggetto; poi riprende la parlata normale) Insomma, il mio cliente si è preso sei mesi. E avevo ven­tiquattro testimoni a favore.

MICHELE - Ventiquattro?

ANTONIO - Li ho fatti venire con un pullman.

TERESA . A proposito di testimoni, ha telefonato il signor Verzetti. Dice che il testimone non lo fa perché non gli danno niente.

ANTONIO (Sospirando) - E non ha neanche tutti i torti... La legge prescrive che i testimoni hanno diritto alla diaria e al rimborso spese solo se abitano a una distanza superiore ai due chilometri e mezzo dal Tribunale. Verzetti abita a due chilometri e quattro­cento metri, e non gli vogliono dare niente.

MICHELE - Ma, che hanno misurato?

ANTONIO - Come no? Hanno chiamato un geometra, camionetta, operai,  paletti, i mirini. E costato centomila lire. Se davano cin­quemila lire a Verzetti quello veniva a testimoniare e il governo risparmiava novantacinquemila lire.

MICHELE (Allargando le braccia) - Eh! La burocrazia…


ANTONIO - La burocrazia in Italia è che se devi andare daTorino a Milano, la burocrazia ti obbliga a passare da Alessandria d’Egit­to. E hanno fatto perfino un Ministero per lo snellimento della burocrazia. Solo che per snellire la burocrazia ci vogliono tante di quelle pratiche burocratiche che... non vale la pena.

TERESA (Affettuosamente ad Antonio, toccandogli la fronte) - Ma,  è tutto sudato... Perché non viene di la che le cambio la maglietta?

ANTONIO - Senti Teresa, la maglietta caso mai, me la cambio da solo: tieni, porta via questa... (Teresa prende la toga ed esce da sinistra con aria leggermente offesa. Antonio sospira e scuote la testa) Quella diventa sempre peggio... Non capisce più niente,.. lo sai che da anni mi scrive dei bigliettini d’amore e me li mette in

 ogni angolo della casa? Anche sulla carta igienica ho trovato un messaggio... ‹‹Amore mio, ovunque, ma a te vicino... son co­me l’edera! ».

MICHELE (Prendendo un atteggiamento amichevolmente minaccioso) - Senti Antonio, adesso lascia stare l’edera e spiegami come mai proprio tu mi mandi questa.. (Estrae di tasca una busta con francobolli e timbri).

ANTONIO - Che cosa vuoi che ti spieghi? Io faccio l’avvocato e la contessa si è rivolta o me per quel tuo terreno che non le vuoi cedere.

MICHELE - E tu saresti capace di farmi causa?

ANTONIO - E non sei contento? Tanto io le perdo tutte, le cause...

MICHELE - Non è per te! E che non voglio darla vinta a quella!

ANTONIO - Ma dai,.. cerchiamo d’aggiustarla…siamo amici...

MICHELE (Rabbonendosi e in tono affettuoso) . Senti, facciamo co­sì, domenica vieni a mangiare da me, così ne parliamo. Ti faccio un pranzetto coi fiocchi... Lo sai come cucino io, no? Del resto tutti gli uomini che non si sposano sono dei bravi cuochi. E io avrei potuto sposare soltanto quella la... (Con voce sognante) Quel­la e nessun’altra!

ANTONIO - Quella delle begonie, l’apparizione notturna.., per me quella era una del giro... e le hai dato pure dei soldi.

MICHELE - Antonio, ti prego! Non macchiare quella memoria! Allora  ti aspetto domenica?

ANTONIO (Mandano giù l’acquolina) - Se mi fai una bella bistecca al sangue magari con un contorno di polpette... sono da te!

MICHELE (Sorridendo) Sta tranquillo.. Ti faccio una fiorentina di mezzo chilo, ma non hai fatto il voto di non mangiare carne?


ANTONIO – Si ma la domenica non vale (Entra Averardo con la borsa in mano).

AVERARDO - Buongiorno, avvocato. Sono stato da quelli dell’assi­curazione, ma per il braccio della signora Vergnano più di cinque-centomila lire non c’e niente da fare.

ANTONIO (A Michele) - Un braccio rotto cinquecentomila lire... E io ho detto anche che questa poveretta fa la massaggiatrice tanto per valorizzare il braccio.. sai che il marito mi voleva querelare... Dice che sua moglie è una donna onesta.

AVERARDO - La signora alla fine ha accettato, ma la nostra parcella dice che dobbiamo fargliela pagare dall’assicurazione.

ANTONIO Ah, e l’assicurazione?

AVERARDO - Non dà niente.

ANTONIO (Sospirando) - Ecco, questi sono i guadagni che faccio io. (Va alla scrivania e legge il foglio che vi ha deposto Averardo)... No, guarda, questo cliente è meglio perderlo che trovarlo... (Agita il foglio parlando con Michele) Questo Aldo De Carolis è un tep­pista, ventun anni, l’hanno arrestato tre anni fa per aggressione e il giorno dopo l’hanno messo fuori. In seguito ha rapinato un benzinaio, l’hanno messo dentro il venerdì e scarcerato il lunedì... Ha fatto solo il week end... Sull’autostrada, tre mesi fa, ha violen­tato una turista sulla moto. (Cambiando tono) Vorrei sapere come ha fatto (riprende il tono di prima) ed ha ottenuto subito la libertà provvisorio, insomma, oggi è così: il poliziotto mette dentro e la legge tira fuori (Brontolando) E come un marito caldo che ci ha la moglie frigida.

AVERARDO (Dopo una breve  pausa) - E il poliziotto che ci ha la moglie frigida?

ANTONIO (A Michele indicandogli Averardo) - Ecco, quello che ci ha di buono questo ragazzo! E’ che capisce al volo.

MICHELE (Innervosendosi) - Poco fa ho parlato proprio con lui del mio terreno e insiste a dire che devo cederlo!

AVERARDO - Sì, sì! Altrimenti chiudiamo il passaggio! L’ha detto la mamma.

MICHELE (Alzando il tono e arrabbiandosi sempre più) - Voi non chiuderete un bel niente! Ho il diritto di passaggio! Ci sono i do­cumenti! E non crediate di mettermi sotto i piedi perché io me ne infischio di voi e del vostro avvocato… scusami... (Antonio fa un gesto eloquente) Io la giustizia se occorre, me la faccio con le mie mani! Le vede queste? (Mette le mani a taglio sotto il naso di Averardo) Sono d’acciaio e sono più micidiali di due mitragliatrici!  Vuole vedere? Guardi... Stia attento! (Prende dalla scrivania l’elenco telefonico e lo dà ad Averardo che lo regge con le due ma­ni. Subito dopo Michele lancia un grido selvaggio e terribile)

Aaaaaah! (Il grido accompagna il colpo secco dato col taglio della mano destra sull’elenco telefonico che si spacca in due parti. Ave­rardo rimane come istupidito con i due pezzi del librone uno per mano. Antonio glieli toglie).

ANTONIO - Michele! La devi finire di spaccarmi gli elenchi telefo­nici... Alla Sip hanno detto che non me li danno più.

MICHELE - Scusami sai, ma quando perdo il lume dell’intelletto... (Poi ad Averardo) E glielo dica alla sua signora madre che ci vedremo in Tribunale! Ciao Pautasso, (Esce infuriato da destra).

AVERARDO (Gli grida dietro) E senza elenchi telefonici

ANTONIO - Tu sta zitto, perché  quello lì è un amico, un amico vero.(Con improvvisa decisione) Anzi, senti Averardo, perché non convinci tua madre a venire qui? Forse possiamo metterci d’accordo senza arrivare alla causa che è meglio. (Prende i due pezzì del­l’elenco telefonico e glieli consegna) Tieni, intanto vai a cambiare questo.

AVERARDO (Avviandosi) - Io posso provarmi ma la mamma non esce mai dalla villa, lei lo sa... (Mentre Averardo va via da destra entra Teresa da sinistra).

TERESA (Con voce dolce) - Tonino... (Riprendendosi) Oh, scusi... avvocato.

ANTONIO (Severamente) - Teresa, la devi smettere. Ti devi calmare.

TERESA - Ma il mio è un sentimento sincero.

ANTONIO - I sentimenti si devono dominare. E poi che cos’è quella cosa rossa che ho trovata ricamata sulla camicia da notte?

TERESA - Un cuore.

ANTONIO - A parte che sembra un pomodoro, devi finirla con queste « svenevolezze››. Cos’è sta storia! Io non posso passare la vita ad appendere l’asciugamano alla maniglia del bagno quando mi spoglio per fare la doccia perché so che tu mi guardi dal buco dello serratura!

TERES - Non è vero!

ANTONIO - Sìche è vero! Perché una volta che ho guardato io dal  buco ho visto un altro occhio che mi guardava dall’altra parte. E chi era? Averardo?

TERESA (Con voce flautata e quasi piangente) -Sei cosi bello!


ANTONIO (Dopo un gesto di sopportazione) - E non mi dare del tu. Ma è roba da matti... Lo sai perché non ti licenzio, lo sai? Perché ti dovrei dare tredici milioni e ottocentocinquantasettemila lire fra ferie, liquidazione, tredicesime e due milioni che mi hai prestat­o... Avanti, su, cosa sei venuta a fare?

TERESA - Era arrivato questo telegramma e io m’ero dimenticata di... (Estrae di tasca il telegramma e lo porge ad Antonio che glie­o strappa di mano).

ANTONIO (Esasperato) - Ecco, lo vedi che cosa succede con le passioni incontrollate? Questo può essere un telegramma importante, di qualche cliente che paga, e tu ti dimentichi! (Apre il telegramma e mentre lo scorre Teresa legge anche lei al di sopra della sua spalla. La cosa infastidisce Antonio che si scosta guardandola male).

TERESA – E’ diquella, eh? Della sua nipote.

ANTONIO (Angosciato) - Ma che mia nipote! Questa è la nipote di Agostino, un mio cugino alla lontana, te l’ho già detto. Poi figu­riamoci se non hai letto tutte le lettere!

TERESA(indignata) - Io, oh! No!

ANTONIO(Facendole il verso) - Oh! SÌ!(Riprendendo) Come facevo a scriverle di non venire? Il vecchio Agostino è stato buono con me; mi ha aiutato negli studi quando rimasi orfano... Adesso che, mi ha chiesto di ospitarla non posso mica...

TERESA Sì, sì va bene, ma è uno bella seccatura però. E dice che arriva oggi... (indica il telegramma).

ANTONIO - Ma guardate un po’ cosa mi doveva capitare, sarà una rompiscatole. Chila si s’aspetterà di trovare al mattino tea e burro, uova e marmellata...

TERESA - Servita e riverita!

ANTONIO - Ti sta ciuto. Se assomiglia alla madre, me la ricordo... bruta,., con certi dent fora d’la boca, la ciamavu Zanna Bianca!

TERESA - La possiamo far dormire nella camera in fondo al cor­ridoio.

 ANTONIO - No, no, quella è una bella stanza. No, quella la chiudia­mo e diciamo che lì dentro c’è l’archivio. Lei la mandiamo su in soffitta. Anzi, parlando con lei le diremo che ci sono certi topi lunghi così... zanzare da combattimento... Poi che è umido perché ci piove dentro, magari vado io sul tetto di notte con l’annaffia­tore e ci verso l’acqua. Così se ne va presto... (Entra da sinistra Brunacci mangiando da un piatto che tiene in mano).

ROMOLO - Oh,buongiorno avvocato... Finalmente è arrivato!

ANTONIO (Stupito) Brunacci, ma lei era qui? E entrato dalla finestra?

TERESA (Battendosi una mano sulla fronte) - Ah, mi ero dimenti­cata. Era venuto prima.

ANTONIO - Teresa, tu ti devi curare, vai in cucina, vai in cucina... (Teresa esce un pò avvilita da sinistra).

ROMOLO - Avvocà, ‘sti fagiolini so’ squisiti... Sembrano bocconcini de vitella..

ANTONIO - Sì,ma erano anche il mio pranzo.

ROMOLO (Riprendendo il tono lamentoso) - Eh,avvocato mio... Ho dovuto magnà quarcosa perché me sentivo male... La vita è ‘na monnezza, er monno  ‘no schifo, l’ommini, so’ tutti puzzoni!...

ANTONIO (Gli toglie il piatto di mano dicendo) - Senta, scusi... Me ne lascia due anche per me?

ROMOLO - Avvocato, io ho bisogno di lei.. Gli eredi di mia moglie me ne vonno far causa.

ANTONIO - Come, gli eredi?

ROMOLO - Sì, se ricorda Elvira Pastrengo... Me la presentò lei. Beh, è morta... So’ rimasto vedevo e siccome ci aveva un po’ de sordi, mo’ i parenti de lei stanno a fa’ er diavolo a quattro... Vonno tutto loro, a me nun me vonno da’ niente, m’hanno fatto scrive da ‘n’avvocato.. legga... (Gli porge una lettera)

ANTONIO (Gettando un’occhiata al foglio scuote il capo) - Eh, sono guai... avvocato Pasquale Monteporzio, questo è un meridionale.

ROMOLO Che c’entra meridionale? Ma come? Io so’ er coniuge! Ma la vita è proprio tutta ‘na monnezza allora... Ma la legge non è uguale per tutti?

ANTONIO (Gravemente) - Sì,la legge è uguale per tutti, soltanto che per qualcuno è un po’ più uguale che per gli altri.

ROMOLO - Insomma avvocato, mo’ i soldi so’ fermi, lei deve cercà de fammeli pigià...

ANTONIO - Dunque vediamo... Lei ha sposato Elvira Pastrengo il di­cembre scorso... mi pare!

ROMOLO - Giusto.

ANTONIO - Equando è rimasto vedovo?

ROMOLO - Tre mesi dopo, a fine febbraio.

ANTONIO - Avete avuto figli?

ROMOLO - Avvoca’ ma..


ANTONIO -. No, perchè se c’era un figlio toccava tutto a lui, lei aveva l’usufrutto e non se ne parlava più.

ROMOLO - Avvocà, ma che facevo un figlio in tre mesi... Che so’ un conijo?

ANTONIO - Epoi, se non mi sbaglio, lei è già la seconda volta che rimane vedevo. Le mogli gli fanno una cattiva riuscita... Questa com’è andata?

ROMOLO - Un tajo ar collo... Je s’è staccata la testa...

ANTONIO - Ah, un bel taglietto!

ROMOLO (Sempre con voce di pianto) - Eravamo appena arrivati a Benevento, io me stavo a preparà per il solito giro in provincia, Elvira aveva aperto er baule pe’ tirà fori la robba... mentre che stava curva giù, così, nun je va a cascà er coperchio proprio sur collo?!? Io me precipito per aiutarla, ma m’inciampico e nun vo a cadere proprio sur coperchio.. capirà... Povera Elviruccia mia! Me voleva un bene! Diceva sempre che se sarebbe fatta in quat­tro pe’ me...

ANTONIO - Invece poi s’ì fatta soltanto in due. Bisogna sempre credere alla metà di quello che dicono le donne.

ROMOLO - Ma che vò scherzà? Vo’ giocà cor dolore mio? (Prende il piatto e si rimette a mangiare i fagiolini).

ANTONIO - Ma che strano effetto che gli fa il dolore a lei, eh? (Cambiando tono e rileggendo la lettera che gli ha dato Brunacci) Va bene, adesso io scriverò all’avvocato Monteporzio e faremo opposizione. (Comincia a scrivere) Lei mi versa un piccolo acconto... Trenta, quaranta mila lire...

ROMOLO (Piangendo) - Avvocà, la vita è ‘no monnezza, er monno è tutto uno schifo... mo ce se mette pure lei che vo’ i sordi...

ANTONIO - Ma ci sono delle spese... Carta bollata, tasse di citazioni. iscrizioni a ruolo…. Devo rimetterle io?

ROMOLo. Lei nun ce rimette niente, lei me l’anticipo, poi quando me fà incassà i sordi de mi’ moje io je do’ tutto.

ANTONIO - Ma... a proposito di soldi della moglie... Lei non aveva già ereditato un bel gruzzolo dalla prima?

ROMOLO - Sì, quella poveretta de Carmelina Gargiulo. Me mori de pormonite... Eh, la vita è proprio ‘na monnezza, er monno è ‘no schifo... (Antonio gli toglie il piatto davanti prima che Romolo possa riprenderlo) Vede io ho pensato che era mejo che me rivol­gessi a lei anziché da un altro avvocato, magari più bravo, perché lei i parenti di Elvira li conosce, so’ de queste parti... Può darsi pure che riesce a mettese d’accordo senza fa la causa... (Tirando fuori di tasca un ritaglio di giornale) La ragione sta dallo parte mia, lo vede? Sta scritto pure qui...

ANTONIO - Ma guardi che io il Codice lo conosco benissimo.

ROMOLO - No, questo è un ritaglio della « Domenica del Corriere della  rubrica “L’avvocato risponde”. ANTONIO - Ah, beh, allora...

ROMOLO - C’è la risposta a un marito vedovo in lite coi parenti della moglie...

ANTONIO - Ecco, allora si faccia difendere dalla Domenica del Corriere ».

ROMOLO - E poi ci ho pure ‘na lettera de Elvira dove me scrive che’ quello che era suo era mio e quello che era mio era suo.

ANTONIO (In tono grave) - Eh, bisogna vedere, l’ha scritta prima di morire o dopo?

(Entra Averardo da destra. Ha un nuovo elenco telefonico sotto il braccio e una bombola spray in mano. Depone l’elenco sulla scri­vania e subito dopo si mette a spruzzare tutt’intorno nell’aria il contenuto della bombola spray. I due lo guardano stupiti).

ROMOLO - Ma che sta a fa’?

ANTONIO E arrivato il reparto della disinfestazione.

AVERARDO (In tono concitato e continuando a spruzzare) - Ho por­tato la mamma, son riuscito a farla venire. Ma lei non può sentire la puzza delle sigarette, del chiuso, del mangiare, dei cessi.

ANTONIO . Perché il mio studio l’hai preso per una stalla?

AVERARDO No,  ma la mamma è un’igienista. ( Mostrando la bombola) Questa ,è « Aria del bosco ».

ANTONIO - Adesso facciamo cantare anche gli uccellini!

AVERARDO (Va alla porta e chiama) .Vieni mamma..,(Entra la contessa Patrizia De Barberis, alta, fiera, elegante e ancora bella).

CONTESSA - Buongiorno, avvocato.

ANTONIO - Buongiorno, signora contessa.. (S’inchina un paio di volte. Poi le indica una poltrona) S’accomodi... (Prima che la contes­sa si sieda, Antonio prende la bombola spray e dà una spruzzatina sulla poltrona) Permette, le presento il signor Romolo Brunacci... (Brunacci fa per porgere la mano alla contessa che però nomi la prende, lasciandolo con la mano a mezz’aria).

CONTESSA (Freddamente) - Molto lieta.

ANTONIO - Il signor Brunacci è vedovo inconsolabile.

CONTESSA (Con sufficienza) - Oh, non venga a parlare a me di vedo­vanza, io che sono vedova da venti anni!

ANTONIO - Lui invece è vedovo fresco fresco... da cinque mesi.

ROMOLO - Quattro.

ANTONIO - Quattro. E ancora in rodaggio. ( A Romolo) La contessa Patrizia Barbaresco di Cavagnolo.

ROMOLO (Accostandosi alla contessa, in tono lamentoso) - Eh, sora contessa mia... La vita è ‘na monnezza, er monno è proprio uno schifo...

CONTESSA (Si fa aria con la mano mostrando un viso disgustato) -Per favore si allontani... Ma che cosa ha mangiato?

ANTONIO (Sottovoce a Romolo) - C’era l’aglio nei fagiolini... (Prende la bombola e dà qualche spruzzata sulla bocca di Romolo. Poi ve­locemente prende il piatto dei fagiolini e lo infila in un cassetto della scrivania).

ROMOLO (Tossendo e sputacchiando) - Ahò, ma che m’hai fatto? Vado in bagno a damme ‘no sciacquata... compermesso. (Esce da sinistra).

CONTESSA - Allora, avvocato? voleva vedermi? Eccomi qua. Quali sono le novità così importanti da farmi scomodare per venire fino qui nel suo studio?

ANTONIO (impacciato) - Ecco signora contessa, volevo farla incontrare con il signor Francescotti. Una brava persona. Forse si può trovare un punto di accordo. Lei lo sa che il primo dovere di un avvocato è quello di mettere a contatto le parti. Ora gli telefono...

CONTESSA - Non si disturbi. Io non voglio vedere quel ginnasta da quattro soldi, antipatico e ignorante.

ANTONIO - Ma se non lo conosce!

CONTESSA - Me l’ha detto Averardo.

AVERARDO - Si, èvero e puzza di sudore.

ANTONIO - Lo laviamo bene.

CONTESSA (Con un sorriso acido) - Da quanto capisco non c’è nien­te di nuovo. E allora, rompiamo gli indugi e andiamo per via legale.

AVERARDO - Ha ragione mamma, andiamo per via legale.

ANTONIO (Lo guarda male e poi si rivolge alla contessa) . Signora contessa, non sarà una causa facile... Vede, ho riunito tutti gli in­cartamenti in  una cartella... (Cerca affannosamente sulla scriva­nia) Ma dov’è... l’avevo messa qui... Averardo, dammi una mano...

(Anche Averardo si mette a cercare sullo scaffale nei cassetti, dappertutto)

CONTESSA (Ironica) A quanto vedo l’ ordine non è precisamente il suo forte, avvocato.

ANTONIO (Sottovoce) Non per fare la spia ma veramente all’ordine ci dovrebbe pensare anche un pò suo figlio...

AVERARDO -  (Trova una cartella rigonfia) – Dev’essere questa... (Legge l’intestazione sulla cartella) De Barbaresco Francescotti due a uno.

ANTONIO. Ma che due a uno, l’hai preso per un incontro di cal­cio? Ventuno, è il numero della pratica... (Prende la cartella, ci soffia sopra, la pulisce col fazzoletto, poi, porgendola alla contes­sa) Vuole che la faccia disinfettare?

CONTESSA - Non importa. (Prende la cartelle e l’apre).

ANTONIO (Accostandosi a lei) . Il primo documento è il vincolo condominiale del terreno.

CONTESSA (Leggendo il foglio di carta che è sopra gli altri, con voce stupita) T’ho sognato stanotte mentre correvi nel bosco di betulle.., coi bei capelli scomposti, e un fluido caldo mi ha pervasa...(Antonio si affretta a strapparle di mano il foglio) Mi sembra piuttosto strano come vincolo condominiale.

ANTONIO (Impacciatissimo) . Eh, no... no... E. capitato lì dentro per sbaglio... E’ un cliente che mi ha scritto da Tunisi... Sa, uno stra­niero...

AVERARDO (Alla madre, con malignità) - E la governante che è innamorata di lui, e gli scrive sempre! Antonio fa per tirargli addosso un oggetto ma si trattiene).

CONTESSA (Gelida) . Non m’ interessano le vicissitudini private del Signor avvocato Pautasso. Basta che tra un fluido caldo e l’altro, faccia il suo dovere nei miei riguardi... (Sfoglia i documenti con­tenuti nella cartella).

ANTONIO (Osservando anche lui il contenuto della cartella) . Vede Michele ha il diritto di passaggio fin dal 1831.

CONTESSA (Seccata) . Sì, ma è un vecchio testo redatto ancora in francese... Legga... (Legge in francese) a Le proprietaire pourra transiter seulement à pieds, sans chien et sans arquibouse » (Pausa).

ANTONIO . Ecco! E’ qui è il punto...

CONTESSA . Ma ha capito che cosa vuol dire?

ANTONIO - Come no! Il proprietario non deve bere l’arquibuse... Ma lui è astemio...


CONTESSA (Chiudendo la cartella con un colpo secco) Significa che il padrone del terreno può transitare per la mia proprietà, sol­tanto a piedi. senza cane e senza archibugio!

ANTONIO – E’ ben quello che dicevo. Se passa con l’archibugio lo freghiamo!

CONTESSA (Alzandosi e mettendosi a passeggiare nervosamente) -Contratti antiquati, inverosimili, che un buon avvocato può im­pugnare quando e come vuole!

ANTONIO - Eh, sì, un buon avvocato!

CONTESSA - Sono contratti vecchi, incredibili, al giorno d’oggi con­tano i fatti e le necessità reali, non cavilli e supposizioni. Lei in tribunale deve portare la realtà, non le cose supposte... che se ne fa delle supposte?

ANTONIO - Io?... ma io... Veramente non ho capito bene che c’en­trano le supposte?

CONTESSA - Caro Pautasso, non dimentichiamo che quel signore possiede un fazzoletto di terra incolta in mezzo ai miei campi. E non gli serve a nulla, Non solo ha nessun valore, ma anche se lo volesse vendere chi lo compra con quella servitù di passaggio?

ANTONIO - E poi senza cane e senza archibugio... (Dall’interno si sente una canzone cantata da una voce femminile. E un valzer lento, appassionato, tipo “fascination”. La contessa,, appena la sente, si turbavivamente e cade sulla poltrona implorando).

CONTESSA - No... no... Avvocato la prego, faccia smettere quella musica... faccia smettere...

ANTONIO (imbarazzato, stupito, non sa bene cosa fare poi  va sulla porta di sinistra e grida)- Teresa, spegni la radio! (La musica ter­mina istantaneamente ed entra Brunacci).

ROMOLO - Ero io che avevo acceso un minuto... (Tutti e tre si fanno intorno alla contessa che mostra di sentirsi molto male).

ANTONIO - Cos’ha signora contessa?

AERARDO . La mamma quando sente quella musica le piglia ma­le... già un’altra volta...

ROMOLO - Che? Le fa male la musica?

ANTONIO - E allergica alla Rai...

ROMOLO - Forse je ricorda quarche cosa de brutto?

ONNTESSA (Riprendendosi)Si... mi ricorda proprio qualche cosa che... vorrei dimenticare...

ANTONIO – (In tono filosofico) E se si potesse dimenticare le cose che si ricordano, non si ricorderebbero  mai le cose che si dimenticano.


ROMOLO Sora contessa mia, la vita è ‘na monnezza, er monno...

ANTONIO (A Romolo) - Sì, lo sappiamo. (Alla contessa) Va meglio? Vuole che chiami il dottore? Altrimenti di là ho del fernet.... insalata ad sciulot?... (Mentre Averardo fa un pòdi ventilazione alla madre, Romolo si apparta con Antonio).

ROMOLO (Sottovoce) - A me me pare che questa è ‘na cosa de carat tere isterico... La contessa è barzotta ma ancora bona... dico... Vedova da vent’anni... non so se mi spiego. Quella è come ‘na campana che ancora vò sonà e je ce vò er batocco... So’ vedovo pure io... avvocà,,, nun se potrebbero unì le vedovanze? Lei che è un esperto di matrimoni...

ANTONIO - Guardi, Brunacci, che se lei vuole essere il batocco per suonare la campana della contessa, perde tutti i diritti all’eredità dell’altra moglie…

ROMOLO - Ma mica me la devo sposà subbito. Si potrebbe comin­ciare a conoscerci, poi dopo che avremo vinto la causa me la sposo….Famo un bel viaggio de nozze sulle Alpi, il Cervino, il Mon­te Bianco... qual è il più alto?

ANTONIO - Si, ma guardi che deve portarsi appresso anche il praticante..,(Poi si accosta alta contessa chiedendo) Va meglio? Va meglio?

ROMOLO - Ma come è possibile che ‘na vecchia canzone je faccia ‘st’effetto?

CONTESSA (Che si è ripresa completamente) - Sarebbe troppo 1ungo spiegarvi, inoltre è una storia che non riveste nessun interesse per voi….(Si alza) E una musica che non posso ascoltare senza sentir­mi terribilmente sconvolta. Vi chiedo scusa per questo incidente.

ROMOLO - Per carità, contessa, se je capita ancora semo qua!

CONTESSA - Avvocato, non credo che abbiamo altro da dirci. La proposta che mi ha fatto è per me assolutamente inaccettabile (In tono autoritario, reciso) Vada avanti con la citazione, la cau­sa, l’appello e la Cassazione!

ANTONIO - Signorsì! (La contessa si avvia alta porta di destra).

AVERARDO- Ti accompagno alla macchina, mamma... (I due escono).

ROMOLO . Senta un po’ avvocato...

ANTONIO - Un momento... (Colpito da un’idea prende l’elenco tele­fonico ed esce dalla porta di sinistra. Romoto, rimasto solo, si affretta a comporre un numero al telefono di 6 cifre precedute dal prefisso 06.Poi parla rapidamente e sottovoce).

ROMOLO - Pronto?... Righe, che t’ho svejato?... Che ne so? Dormi sempre fino a tardi... Stai a pijà er sole in terrazza? Eh, io a Roma ce verrò tra n’a decina de giorni... Ho parlato co l’avvocato pe’ la causa coi parenti de Elvira... Te s’è rotta la macchina? Ma come, una Ferrari nova nova... (Si sentono le voci di Antonio e Teresa che tornano. Romolo conclude) Adesso devo riattaccà, terichiamo domani. (Mette giù il ricevitore mentre entrano i due discutendo. Antonio depone l’elenco telefonico sulla scrivania).

ANTONIO - Ma l’hai capito che razza di figura m’hai fatto fare?

ROMOLO - Avvocà, io vado a pìjà quella lettera, je dia ‘na guardata, po’ servì.., no? tanto lo sa la vita...

ANTONIO - Sì, sì, le n’amnisera! (Romolo esce. Antonio si volge con cipiglio a Teresa) E poi mi devi spiegare che cos’è questa faccen­da del fluido caldo. Maniaca sessuale. Rotica, gata an calur…

TERESA (Quasi piangendo) - Avvocato, non si accanisca.. sono vent’anni che le voglio bene.. che l’amo...

ANTONIO - E a me, sono venti anni che non me ne frega niente!

TERESA - Però quella volta che era ammalato con l’asiatica, non parlava così!

ANTONIO Avevo quarantadue di febbre e tu ne approfittavi per mettermi il termometro tre volte al giorno. Che poi, agli adulti, il termometro a si mette sotto il braccio !

TERESA . Antonio..

ANTONIO - E non chiamarmi Antonio e basta con i bigliettini. Se non la smetti vado da uno strozzino, faccio una

cambiale, e ti licenzio.

TERESA - No! No! Crudele! (Esce da sinistra. Antonio sospira e va a sedere alla scrivania mentre entra Averardo da destra).

AVERARDO (Con voce cupa e mettendosi  seduto accanto a Antonio) - Mamma ha detto che mi mette da un altro avvocato, perché qui da lei non s’impara niente

ANTONIO (In tono filosofico, rinunciatario) - Ma che cosa vuoi imparare? Lo sai quanti siamo in Italia fra avvocati e procuratori? Quarantatremila, soffocati da quintali di scartoffie che corrono dal giudice al carcere sempre sperando nel processo celebre, sen­sazionale... E bisogna essere più attori che avvocati. Perché i na­poletani. fanno carriera? Perché sono attori nati. Ce ne sono di quelli che si truccano, si tingono i capelli e si fanno pagare milioni. Noi invece andiamo a vanti con le quindicimila lire delle causette in pretura. Ecco, guarda questa…….( Indica una cartella) Causa Sonetti-Mangiagalli……


AVERARDO - Quello del vaso che ha rotto il parabrezza della cin­quecento?

ANTONIO - Sì, causa persa, niente da fare... E quest’altra di Capra-­Bargiacchi...

AVERARDO - Ah, quell’oste che ha dato da bere all’ubriaco... Eh, li ce la prendiamo in saccoccia...

ANTONIO (Cercando tra le carte) - Poi qui c’è una confusione...

AVERARDO (Trovando tra i fogli una piccola foto) - E questa chi e?

ANTONIO (Prende la foto e dice indignato) - Teresa in baby-doll! E il colmo!..

AVERARDO (Legge sulla foto) - C’èscritto Tua fra le braccia Tue »!

ANTONIO (Gridando) . Non ti riguarda quello che c’è scritto! (Strap­pa la foto) Sei stato in prigione?

AVERARDO- Ma avvocato, scherza.. sono una persona come si deve...

ANTONIO Ma no, ti chiedevo: sei stato alla prigione per parlare con quel ragazzo che ha rubato la radio?..

(Si sente il campanello della porta. Teresa entra da sinistra ed esce da destra, dura e impettita senza guardare verso i due).

AVERARDO - Ah, sì, mi ha detto che la radio gliel’ha regalata il pa­drone della vettura.

ANTONIO - Si, che prima ha rotto la portiera, ha strappato i fili, ha distrutto il cruscotto per regalare la radio a lui... Vero? (Rientra Teresa che dice rapidamente ad Antonio):

TERESA - Avvocato, ci siamo.

ANTONIO - Dove?

TERESA - E arrivata.

ANTONIO- Chi?

TERESA - La seccatrice... la nipote... quella la..

ANTONIO (Si alza e si dispera) - Omme! Omme... La figlia di Zanna Bianca...

TERESA - E ci ha due valigie grosse così.

ANTONIO - Anche due valigie! Allora ha intenzione di fermarsi un paio d’anni... Andiamo bene... Con tutti i guai che ho... ricordati i topi... le zanzare.., (S’interrompe per l’entrata di Margherita, bel­la, giovane, simpatica ed elegante. Antonio rimane a bocca aperta a guardarla. Lunga pausa).


MARGHERITA- ( >Sorridendo e diventando veramente affascinante) -Scusatemi se sono entrata, ma la signora mi aveva dimenticata di là... (Avvicinandosi ad Antonio) Tu dovresti essere lo zio An­tonio. Io sono Margherita. Come stai? (Bacia sulle guance Antonio che continua a non muoversi fulminato da quell’apparizione che non si aspettava) Beh, nessuno parla, nessuno dice niente... scusate, ma mi fate sentire un po’ a disagio. Evidentemente sono capitata in un momento poco adatto, gli avvocati hanno sempre tanto da fare. Avevo telegrafato, ma si vede che c’è stato il solito disguido... beh, forse sarà meglio che me ne vada, tornerò più tardi... (Fa un passo verso la porta di destra ma contemporaneamente Antonio ed anche Averardo si scuotono facendosi in quat­tro per essere gentili con la ragazza).

ANTONIO - No, no.., cosa dice? Si accomodi, si accomodi...

AVERARDO (Sottovoce a Antonio) E sua nipote? Urca, se è bella!

ANTONIO (A Margherita) - Le vado a prendere le valigie.

MARGHERITA (Sorridendo) - Zio, ma mi dai del lei?

ANTONIO (Confusissimo) - Ah, sì, no, scusa, ma siccome, sai, il tele­gramma era... (A Teresa) Teresa, vai a prendere le valige! (A Margherita) Accomodati... (Teresa asce da destra, un pò seccata. Margherita si mette a sedere accavallando le gambe, Averardo prende la sedia della macchina per scrivere e la mette di fronte a Mar­gherita, poi ci si mette seduto in  modo di guardarle le gambe. Antonio gli dà una pacca e lo fa alzare. Dice a Margherita) E’ il  mio praticante...

VERARDO (Presentandosi) - Dott. Viscardo Barbaresco conte di Cavagnolo.

MARGHERITA(Gli stringe la mano) - Molto lieta. (Rientra Teresa con due valigioni).

TERESA (Ad Antonio con intenzione) - Le porto in soffitta vero avvocato?

ANTONIO - Si. Cioè, no... ma che soffitta? Abbiamo quella bella camera in fondo al corridoio, con due finestre che danno sul parco pubblico.,. (A Margherita) Starai benissimo.

MARGHERITA - Certamente, zio Antonio. Permetti che ti chiami zio. Io sto bene dappertutto. Sono una sportiva, sai? Ogni anno faccio il campeggio con le girls scouts.

AVERARDO (Vivamente) - Anch’io!

MARGHERITA - Boy scout?

VERARDO - Terza Legione Marmotte di Cuneo!


MARGHERITA - Ah sì.,. (Si salutano in un breve e strano rito accompagnato da alcuni gridarelli: palma contro palma, mano sul fianco e sulla spalla)

A DUE - Feu - Feu - Feu - Barù - Barù - Barù. (Ridono divertiti. An­tonio e Teresa li guardano a bocca aperta).

TERESA (Scuotendosi) - Ma la camera del corridoio è chiusa, c’è dentro l’archivio...

ANTONIO - Teresa, scema, quale archivio? L’ho levato.

TERESA (A Margherita) - Signorina, l’avviso guardi che ci sono certi topi lunghi così...

ANTONIO (Prontamente) - Teresa, ma sei matta? Era uno scoiattolo. Qui di topi non se ne sono mai visti fin dai tempi ‘d Martin Casùl!

MARGHERITA- Non ho nessuna paura dei topi.

TERESA (Insistendo, con intenzione) - Avvocato, però si ricorda che èpieno di zanzare...

ANTONIO - Ma fammi il piacere... (A Margherita) E entrata una vol­ta una zanzara piccola piccola, era di passaggio...

MARGHERITA - A quanto capisco non sono molto simpatica a questa bella e gentile signora... (Sorride a Teresa),

TERESA (E li li per sbottare) - Non si tratta di simpatia! E’ che delle volte gli avvocati dicono delle cose e poi se le rimangiano!

MARGHERITA (Soavemente) - Altrimenti non sarebbero avvocati.

ANTONIO (Trionfante, a Teresa) - Hai sentito? (A Margherita) E un po’ matta. E Teresa, la governante.

MARGHERITA (Abbracciando Teresa) - Non si preoccupi. Teresa, non le darò nessun fastidio. Diventeremo ottime amiche.

TERESA (Disarmata) - Signorina...

MARGHERITA - Mi chiamo Margherita. E poi perché si pettina così fuori moda? Lei può essere molto più carina con un’altra pettinatura. Ci penserò io.

TERESA - Davvero?

MARGHERITA - Bisogna seguire un po’ la moda. E posso dirle che non ci si pettina per ravviarsi i capelli, ma per vestirsi, affascinare, piacere, insomma! A lei starebbe bene una pettinatura alla Jaqueline e sono sicura che tutti gli uomini si volterebbero a guardarla. (Teresa si erge nella persona e guarda fieramente Antonio) E ora se permette, vado a prendere possesso della mia stanza,.. (Fa per prendere le due valige ma Teresa la previene).

TERESA - Lasci, le porto io!.

MARGHERITA – Non si disturbi!….


TERESA - No, no, la prego.

MARGHERITA - Va bene, facciamo una per una.

TERESA - Tanto devo mostrarle la stanza e il bagno.. (Le due escono da sinistra. Antonio e Averardo si guardano un attimo in silenzio, poi Antonio si scuote e dà una spintarella ad Averardo).

ANTONIO - Che ti succede, ‘ses restà ambajà?

AVERARDO (Indicando la porta di sinistra) - Mi piace...

ANTONIO - Andiamo, al lavoro! Dobbiamo preparare quella compar­sa per la causa del signor Pigna. Mettiti lì e scrivi. (Averardo sie­de alla macchina da scrivere e infila un foglio nel rullo. Antonio prende una cartella, la apre e detta passeggiando) Illustrissimo signor Giudice, presa visione della memoria riguardante la richie­sta di separazione del signor Nicola Pigna che accusa la giovane moglie di infedeltà in concorso,.,

AVERARDO (Scrive, come abbiamo già visto, molto lentamente e con un solo dito. Ora compita) Illustrissimo...

ANTONIO (Indignato) - Sei ancora a illustrissimo?

AVERARDO - La macchina va piano.

ANTONIO - E il tuo cervello che non funziona! (Sospira e riprende a dettare lentamente) ... presa visione della memoria riguardan­te.,. (Da sinistra entra Margherita che, rendendosi conto della situazione, si accosta ad Averardo e, con un colpetto sulla spalla e un sorriso, gli fa cenno di alzarsi. Averardo obbedisce, lei siede alla macchina mettendosi a scrivere velocemente. Antonio, di spalle non si è accorto di nulla ma, sentendo i tasti che battono rapidissimi anche lui detta sempre più in fretta) ... la richiesta di separazione del signor Nicola Pigna che accusa la giovane moglie di infedeltà in concorso con il di lui nipote, Salvatore Pigna, no­stro cliente, senza altra prova oltre quella delle frequenti visite del Salvatore in casa sua... (Margherita termina di scrivere insieme ad Antonio il quale si gira per fare i complimenti ad Averardo) Bravo Averardo, sei diventato... (Vede Averardo in piedi e Margherita  seduta alla macchina) No sei rimasto quello di prima. (A Margherita) Eri tu che scrivevi?

AVERARDO (Con ammirazione) - E veloce, eh? Sembra una mitra­gliatrice!

MARGHERITA - Sono una stenodattilografa fino dalle elementari... (Di nuovo i due la guardano imbambolati. Margherita chiede) Sal­vatore è nipote come nonno o come zio di Nicola?


ANTONIO - Eh? (Scuotendosi) Ah... E suo nonno... (Margherita scrive velocissima alcune righe, e toglie il foglio dalla macchina. An­tonio balbetta) Ma non ho finito...

MARGHERITA - Io sì. Appena afferrato il concetto ho concluso. Tu detti troppo lentamente. Guarda se va bene. (Legge rapida) ... e il fatto che Salvatore sia abiatico di Nicola Pigna rende l’azione carente e non può aver luogo mancando la legittimazione ad agire, a norma dell’articolo del Codice Civile, etc. etc., la data, etc. ... con i più doverosi omaggi, puoi firmare. (Antonio la guarda esterre­fatto) Non va bene?

ANTONIO (Dopo un pò di mimica eloquente) - Mah...

MARGHERITA - Non può avere luogo nessun processo, per vizio di sostanza. Salvatore Pigna, può frequentare quanto vuole casa Pi­gna essendo abiatico di Nicola. (I due la guardano attentissimi) Il non luogo a procedere è chiaro. No? (I due si guardano, poi fanno energicamente segno di sì) Ma non sci convinto, zio? Tu stesso mi hai detto che Salvatore Pigna è abiatico di Nicola.

ANTONIO - No, io veramente.. Quel Salvatore li è un mascalzone, ma io non ho mai detto che è un abiatico.

MARGHERITA - Ma abiatico sapete bene cosa vuol dire?,..

ANTONIO - Ma sai.., Io ho preso la laurea nel 1932, allora non c’era­no tante… (Ad ,Averardo) Lui lo sa, vero? che lo sai? (Averardo fa cenno di no) Ecco l’ho detto io!

MARGHERITA (Con semplicità) – Vuol dire nipote. Il nipote del nonno, il figlio del figlio. E’ abiatico per distinguerlo dal nipote dello zio, figlio del fratello.

ANTONIO (Dopo una breve pausa dà uno scapaccione ad Averado) -Hai capito? Questo si è laureato a forza di prosciutti e bottiglie di barbera che sua madre mandava ai professori... (A Margherita) Ma com’è che sai tutte queste cose?

MARGHERITA (Con noncuranza) - Ho lavorato per qualche tempo in uno studio notarile. (Prende a muoversi sveltamente per la scena ,mettendo  in ordine la scrivania, gli scaffali, i libri e gli og­getti) La camera è molto bella, sai zio? Sono certa che mi troverò benissimo e spero di non esservi di peso... Però c’è un bel disordine qui nel tuo studio, eh? (Muovendosi rapida ogni tanto urta uno dei due se non è pronto a tirarsi da parte) La prima cosa di un avvocato è dare l’impressione dell’ordine, della precisione. del­la sicurezza. Il cliente vedendolo deve pensare: con questo avvo­cato vincerò la causa di sicuro... (Trova il piatto di fagiolini nel cassetto fra le scartoffie  rinviene un pedalino. Li mostra entrambi dicendo)  E queste che cosa sono? Prove per un processo indi­ziario?

ANTONIO (Indicando Averardo) - E lui che fa un sacco di confu­sione...

MARGHERITA (Lo minaccia scherzosamente col dito) - Eh, zio, zio!. (Esce da sinistra portando con se  il calzino e il piatto. I due, ancora una volta, restano imbambolati),

ANTONIO (Riprendendosi, con decisione) - Su, lavoriamo con ordine e precisione... Un avvocato deve dare l’impressione che il cliente quando lo vede pensa: è meglio che vada da un altro...

AVERARDO (Prende una cartella) - C’è la causa Bonetti-Mangiagalli che si discute lunedì..

ANTONIO (Togliendogli la cartella) - Eh, in questa c’è poco da discu­tere. Farò la mia solita arringa: Mi affido alla clemenza della corte  (Margherita rientra e, sentendo l’ultima frase di Antonio, gli sfila la cartella dalle mani)

MARGHERITA - Permetti? (Studia il contenuto della cartella).

AVERARDO - Allora c’è quella di Capra-Bargiacchi che va martedì.

ANTONIO Fa un po’ vedere.. (Prende la cartella) Questo mi ha dato anche un acconto, sei fiaschi di vino e tre bottiglie di acqua minerale.

AVERARDO - Eh, al Capra gli chiudono l’esercizio, C’è la denuncia, della moglie del Bargiacchi, che l’ha picchiata...

ANTONIO - Se quello lì chiude l’osteria dovrò fare il voto di diven­tare astemio... Se poi chiudo anche col fruttivendolo diventerò Sant’Antonio Pautasso avvocato e martire...

MARGHERITA (Gli si avvicina con la cartella aperta) - Scusa, zio, ma qui tu hai i tuoi buoni argomenti. Guarda la foto della cinquecento: è parcheggiata con le ruote anteriori sul marciapiede. Se fosse stata messa come si deve, il vaso del Bonetti, non l’avrebbe neanche sfiorata. Come minimo c’è concorso di colpa. E tanto chiaro! (Dopo una breve pausa Antonio misura uno schiaffone ad Averardo che  lo schiva abilmente)

ANTONIO E che ci ho un praticante che non conosce neanche il Codice della strada. (Le consegna la seconda cartella) Allora, dai uno sguardo anche a questa... (Si sente il “din don” del campanello alla porta, Teresa entra da sinistra ed attraversa la scena uscendo da destra. Antonio ed Ave­rardo stanno  accanto a Margherita che sfoglia rapidamente l’interno della cartella)

AVERARDO – Questo qui è un oste, un certo Giustino Capra che ha dato da bere a Giovanni Bargiacchi che era già ubriaco. Siccome poi Giovanni ha Bastonato la moglie, lei per vendicarsi…..

MARGHERITA - Eh, vedo, vedo. Il reato c’è. Articolo 691 del Codi­ce Penale:  Somministrazione di bevande alcoliche a persone in stato di manifesta ubriachezza ». (C’è un attimo di avvilimento, poi margherita ha un lampo) Un momento!

ANTONIO (Sobbalzando speranzoso) - Un momento!

MARGHERITA - C’è anche il 688.

ANTONIO - Già, c’è il 688!

AVERARDO - Ah sì! per andare da Canelli a Castion.

MARGHERITA - L’articolo 688 C. P.! (Citando) Chiunque, in un luogo pubblico è colto in stato di manifesta ubriachezza, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a lire 80.000 ad(Ad Antonio) Lo sa la signora Bargiacchi che se non ritira la de­nuncia a Capra tu puoi mandare suo marito in prigione?

ANTONIO (Trionfante) L’abbiamo fregati. (Spingendo Averardo verso la porta) Vai, vai dalla moglie di Bargiacchi e digli del 688... (Lo spinge fuori incrociando Teresa che rientra insieme a Jeannette Marchand

  una bella e giovane donna bionda assai elegante).

JEANNETTE (Con  accento francese) - Buongiorno, avvocato.

ANTONIO (Indicando Margherita) No, no, l’avvocato è lei.

MARGHERITA (Sorride, restituisce la cartella ad Antonio, e dice a Jeannette) - Mio zio scherza sempre.

ANTONIO (A Jeannette) - Si accomodi.

TERESA - C’è un’altra cliente che è entrata con la signorina. L’ho fatta accomodare in anticamera.

ANTONIO - Sì, sì, va bene. Ma quando si mangia?

TERESA (Un pò imbarazzata e parlando sottovoce perché non senta Jeannette) - Fra una mezz’ora avvocato.. Quel poco che ci h lasciato il signor Brunacci, l’insalata e le carote lesse.

ANTONIO (Antonio guarda sospirando Margherita) - Ma per lei co­sa c’è?

MARGHERITA (Affrettandosi a rispondere) - Non pensate a me. Ho ancora del cibo in valigia, lo avevo portato per mangiare in treno. Pollo, salame, uova sode.

ANTONIO (Deglutendo l’acquolina) - Non è mica bello che tu vieni  in casa mia e devi mangiare gli avanzi della roba del treno! Sei mia ospite. No, no... tu mangerai l’insalata e le carote, e il pollo col salame... pazienza... me lo mangio io.

TERESA (ironica) E il voto, avvocato?…

ANTONIO - Il venerdì, dalle undici alle due non conta.

TERESA - Vado a preparare la tavola.

MARGHERITA - Le darò una mano. (Escono da sinistra. Antonio va a sedersi di fronte a Jeannette, dall’altro lato della scrivania).

ANTONIO - Dica pure.

JEANNETTE - Avvocato, je me trovo moltissimo nei guai perché mi scaduto soggiorno e devo andare via da Italia.

ANTONIO - E che cosa vuole, che facciamo causa al Governo? Bi­sogna sbrigarsi perché da noi i Governi durano poco...

JEANNETTE - Mais non, mais non... Vede, io mi sono fidanzata in Italia... Gli uomini italiani sono così affascinanti, così charmants... Quando guardano una donna gli si bagnano gli occhi. E così è sta­to per Ferdinando, il mio Ferdinando, che quando mi ha guardata la prima volta...

ANTONIO . Si è bagnato.

JEANNETTE Oui! Io ero venuta a Roma l’anno scorso, il 2 giugno, per prendere parte alla sfilata..

ANTONIO - Paracadutista?

JEANNETTE - O non, je suìs indossatrice. A Roma c’era la sfilata di moda all’Hilton. E li ho conosciuto Ferdinando. Lui però è mol­to ricchissimo ingegnere di Torino e mi portato con lui nella città Sabaùda (Accentua la U).

ANTONIO - Chi è Sabaùda?

JEANNETTE - Torino. Non è chiamata la città Sabaùda?

ANTONIO - Sabaùda!... Ma cos’è quel suo Ferdinando li, un inge­gnere del tacco?.. (Batte il tallone per terra un paio di volte).

JEANNETTE - Oh, il nostro, amore è stato travolgente... Per quasi un anno. Poi una denuncia e non mi rinnovano più il permesso di soggiorno! E così il 24 maggio...

ANTONIO Va fuori lo straniero. Lo so, lo so. Ma chi l’ha fatta la denuncia?

JEANNETTE - La moglie del mio fidanzato.

ANTONIO (Dopo breve pausa) - Eh, certe donne che s’impicciano de­gli altari degli altri...

(Entra Margherita portando delle cartelle e alcuni libri che siste­ma sullo scaffale, dicendo).

MARGHERITA - Questa è roba che deve stare qui...


ANTONIO (A Jeannelte) - Ma lei perché si è rivolta a me?

ANTONIO ma lei perché si è rivolta a me?

JEANNETTE - Ferdinando mi aveva sistemato in questa città, dove possiede l’albergo Continentale e io ho pensato di rivolgermi a un avvocato, e ho scelto lei perché è esperto di matrimoni. N’est-ce pas?

ANTONIO - Va bene, ma lei non è mica sposata!

JEANNTTE  - Io no, mais Ferdinando sì. Io chiedo la separazione di Ferdinando dalla moglie.

ANTONIO - Signorina, permette una domanda confidenziale? (Jeannette fa segno di si) Ma lei, non sarà mica scema alle volte? Non c’è niente da fare. E straniera e senza il permesso di soggiorno...

MARGHERITA - E perché, zio?

ANTONIO (A Jeannette, vivamente) Aspetti, che adesso sentiamo cosa dice l’avvocato.

MARGHERITA La signorina potrebbe prendere la cittadinanza.

JEANNETTE Qui! Ma come?

MARGHERITA - Sposando un italiano.

ANTONIO Sì, lei vorrebbe sposarlo, ma la moglie del fìdanzato non è d’accordo.

MARGHERITA . Ma ci sono le scappatoie: un matrimonio pro for­ma. Si trova un vecchio pensionato, un poveraccio, purchè sia scapolo. Gli si fa un bel regalo...

JEANNETTE (Batte le mani, contenta) - Oli, oui! Ferdinando gli darebbe anche dieci milioni, anche venti! Per lui che cosa sono,  tan­to è fornitore dello Stato.

ANTONIO (Con un gesto eloquente) - Eh, allora.. i milioni gli costa­no poco.

MARGHERITA (A Jeannette) Ci penseremo noi. Mi dia i suoi dati.Istruiremo una pratica con segreto d’ufficio... (Margherita siede al posto di antonio).

JEANNETTE - Deve essere ben chiaro che questo marito, dopo il ma­trimonio, prende i soldi e sparisce, e non dovrà cercarmi mai, nemmeno vedermi!

MARGHERITA - Ma certo, è ovvio. Allora? (Scrive mentre Jeannette le detta sottovoce; Antonio, intento, esclama).

ANTONIO - Ma come ovvio? Mica facile, dove vai a trovare uno che sposi una ragazza come questa... e poi, alla sera, al momento buo­no, finalmente soli, lei gli dice: « E adesso, caro, tante grazie, te ne puoi andare perché arriva Ferdinando


MARGHERITA (Sorride allo zio, ammiccando) . Omnia potest pecu­nia, caro zio. (Antonio tace, impressionato,Margherita ha finito di scrivere e dice a Jeannette) Se adesso vuol versare un acconto pari al 10 per cento della parcella dell’avvocato Pautasso, che è di trecento mila lire... Vero zio? (Antonio non riesce a spiccicare sil­laba e fa dei gesti ossequiosi alternati a piccoli inchini. Jeannette compila rapidamente un assegno che Margherita prende e consegna ad Antonio. Poi) Je suis sùre que vouz serez bien satisfaite de nous. Toute à l’heure!

JEANNETTE - Oh, oui, bien sùr! (Ad Antonio) Arrivederci avvocato! (Esce da destra precedendo Margherita. Antonio trattiene que­st’ultima per un braccio e le chiede meravigliato)

ANTONIO - Parli francese?

MARGHERITA - Sì. E anche inglese, spagnolo, tedesco. Faccio pas­sare l’altra cliente (Esce).

ANTONIO (Resta sbalordito e commosso, al centro della scena, con l’assegno in mano) - Che ragazza... (Guarda l’assegno) E che assegno! Faccio la fotocopia e lo mette in cornice. E la prima volta che ricevo un anticipo. Trentamila lire!... (Con accento nostalgico) Mi compro trentamila lire di bollito grasso e magro. (Entrano Margherita e Caterina Macaluso, una giovane donna bruna, bella, energica, che parla con spiccata cadenza siciliana).

MARGHERITA Ecco l’avvocato Pautasso, signorina. (Ad Antonio) La signorina Caterina Macaluso vuol consultarti... (A Caterina) Una cosa un po’ rapida... Scusi sa, ma è l’ora del pranzo.

ANTONIO - Sì, si raffreddano le uova sode.. Si sente il campanello “din don” dall’esterno. Margherita, che si trovava già sulla soglia di sinistra si affaccia verso l’interno e dice)

MARGHERITA - Vado io. Teresa... (Attraversa la scena ed esce da destra canterellando. Antonio la guarda sempre più stupito e qua­si in adorazione).

CATERINA - Avvocato... Avvocato!

ANTONIO - Eh? Ah, si, dica pure...

CATERINA - Di questo si tratta: di un investimento.

ANTONIO - In città o in campagna?

CATERINA - In campagna.

ANTONIO - C’erano testimoni? (Entra Brunacci seguito da Margherita).

ROMOLO (Mostrando una lettera ad Antonio, con voce lamentosa) -Ecco la lettera, avvocato. Nun ce stà er nome mio perchè lei me scriveva « caro coniglietto », ma insomma se capisce che...

ANTONIO – Brunicci, sto parlando con una cliente!


MARGHERITA - Zio, fra cinque minuti si pranza. (Esce da sinistra).

ROMOLO (Alludendo a Margherita) - E sua nipote?

ANTONIO - Sì. No... Così, molto alla lontana...

ROMOLO - Mica male eh? E sposata?

ANTONIO - No. Ma lei che gliene importa?... (A Caterina) Dunque, lei è stata investita in campagna. Che cosa le hanno rotto? E assicurata?

CATERINA - No, avvocato, errore ci fu. Io parlavo d’investimento ma finanziario. Vorrei impiegare del denaro, diciamo una cinquan­tina di milioni... Magari acquistando dei terreni in campagna...

ROMOLO (A Giovanni) La pija lei ‘sta lettera avvocato? E impor­tante sa? Senta quello che me scriveva... (Legge con voce acco­rata)Caro coniglietto, è la coniglietta tua che ti scrive, sempre fedele come un cagnolino al padrone e vorrei essere una rondine per volare da te...(Piange) Lo sa da dove me l’ha scritta?

ANTONIO – Si,  dal giardino zoologico. Brunacci, mi vuoi lasciare un momento tranquillo?

ROMOLO Eh, la vita è ‘na monnezza... Er monno è ‘no schifo... Er  dolore m’ha fatto venì un dolore qui... (Si tocca lo stomaco e subito dopo esce da sinistra senza che Antonio ci faccia caso)

CATERINA - Quel signore suo cliente è?

ANTONIO - Si. E vedovo da quattro mesi e quando gli prendono le crisi di dolore.. (Colpito dal pensiero terribile si alza di scatto ed esce correndo da Sinistra. Caterina estrae dalla borsetta uno specchietto, vi si guarda, si aggiusta i capelli e prova un paio di espressioni seducenti. Rientra Brunacci masticando qualcosa. Lei gli sorride piuttosto sfacciatamente).

ROMOLO (Le si avvicina presentandosi) - Permettete? Romolo Bru­nacci.

CATERINA - Piacere. Caterina Macaluso. Ho notato che molto addo­lorato si sente.

ROMOLO - Chi, io? Ah. si... Per mia moglie... Mah! Dopo tutto come se dice? Morto un papa se ne fa un altro.

CATERINA - Molto giusto mi pare. E poi, un uomo ancora giovane è, simpatico anche, lei non si deve rinchiudere come si dice.., den­tro una torre di disperazione...

ROMOLO (Ringalluzzendosi) Lei mi dice delle cose molto belle, signorina... come ha detto che si chiama, scusi?

CATERINA - Caterina Macaluso di Agrigento!

Romolo – Di Agrigento è ?…….

CATERINA - Si, venduto abbiamo i terreni di Gela, abbiamo diviso, perché indipendente voglio essere, e adesso intendo impiegare i soldi in qualche cosa di solido, quassù.

ROMOLO - Giustissimo, di solido, una fabbrica di gelati...

CATERINA - No, non so ancora.., lei mi deve scusare, se mi sono presa la libertà... Una donna sola sono, non è che tengo grande esperienza del mondo...

ROMOLO (interessandosi moltissimo) - Ah, è sola?.., proprio sola?...

CATERINA - Lasciai la famiglia al Sud come le ho detto perché sem­pre indipendente volli essere.

ROMOLO - E perché non si è sposata?

CATERINA - Non ebbi la fortuna d’incontrare l’uomo che fa per me, Forse troppo brutta sono.

ROMOLO (Con slancio e sedendole accanto) - Ma che dice? Lei è bel­la! Lei è ‘na bellezza! A Roma quelle come lei le chiamano ‘no schianto.., Ci ha ‘n paio d’occhi co’ dentro tutto er foco della sua Sicilia!

CATERINA (Vergognosa) - Adesso rossa me fa diventare.

ROMOLO - No... Non mi pare che sia arrossita.

CATERINA - Non si vede, ma di dentro diventata rossa mi sento!

ROMOLO - E sono molto stupito che non abbia trovato da maritarsi... Ma forse non dovrei meravigliarmi. Chissà lei quanto è esigente in fatto di uomini... Aspetterà forse qualche principe azzurro...

CATERINA (Con forza)- No, no che dice? Di gusti semplicissimi so­no, un uomo di mezza età vorrei.., simpatico, lavoratore, non troppo atto, possibilmente bruno e dell’Italia centrale... Magari romano...

ROMOLO - Caterina! Ma lo sa che lei ha fatto il mio ritratto?

CATERINA (Con esagerato pudore) - Davvero? Non me ne accorsi..

ROMOLO (Incalzante) - E se quest’uomo... Quest’uomo che lei vorrebbe fosse vedovo... Le andrebbe bene lo stesso?

CATERINA - E perché no? Anzi, pure meglio sarebbe. Un vedovo tiene più esperienza, più serietà, mi darebbe un vero senso di pro­tezione... (Si sentono da destra le voci concitate di Ceirano e di Averardo).

CEIRANO - Voglio entrare, ha capito?

AVERARDO - I sòn an camin chi mangiò...

CEIRANO- Non me ne importa niente…. Le trecentomila lire me le deve dare l’avvocato! (Cerano entra litigando con Averardo, Brunicci e Caterina si alzano e si fanno da una parte)

AVERARDO A l’è un bel tipo chiel.

TERESA (Entrando da sinistra) Insomma, che cos’è questo bac­cano?

CEIRANO Voglio vedere l’avvocato Pautasso! E subito! (Entra Margherita, sempre da sinistra, che si rivolge gentilmente a Cei­rano).

MARGHERITA - La prego di scusarci ma questo non è orario di uf­ficio. Se vuoi dire a me, io riferirò all’avvocato.

CEIRANO (Urlando) No! Voglio riferire io personalmente!

ROMOLO. Ma, dico, che maniere so’ queste? Se calmi, no? Ci sono delle donne!

CEIRANO (Sempre più furioso va a mettersi naso contro naso con Brunacci) Io le donne le rispetto, ma agli uomini che s’impic­ciano gli rompo il muso. (Fa un gesto espressivo) Ha capito?

ROMOLO (Impaurito) E io mica ho detto niente...

MARGHERITA Avanti, su, sia ragionevole.

CEIRANO - Sarò ragionevole soltanto quando avrò visto l’avvocato Pautasso, che se non farà qualcosa per rimediare, io gli spacco la testa. (Entra, da sinistra, Antonio che si è rimesso l’ampia toga da avvocato).

ANTONIO (A Ceirano) Ceirano, l’avverto! Che ci ho la toga. Con la toga addosso sono un pubblico ufficiale. Se vuol picchiare qualcuno c’è li il praticante. (Indica Averardo).

MARGHERITA (Ad Antonio) - Ma che cosa è successo zio? Perché questo signore ce l’ha tanto con te?

ANTONIO Niente, una causa di separazione...

MARGHERITA (A Ceirano) Signore mio, ma le cause si vincono e si perdono. Non tutte Le ciambelle riescono col buco.

ANTONIO – E’ che quello lì ci ha una moglie che è tutto... e niente ciambella.

CEIRANO - Ma io avevo ragione! Lo sapeva tutta la città che mia moglie mi tradiva!

TERESA - Ma sì, era una cosa vecchia.

ANTONIO - Se l’è fatto stampare anche sui bigliettini da visita.

CEIRANO (Ad Antonio) - Sì, sì, e lei ha fatto dar ragione a mia moglie!


CATERINA Certe donne veramente svergognate sono.

ROMOLO - Nè avvocato, ma che, è vero ciò che dice sta beccacciona?

ANTONIO (A Margherita, indicando Ceirano) - Sua moglie era an­data con l’amico a visitare un negozio di mobili. Siccome è una donna, diciamo così, un po’ calda... Si sono trovati soli, c’era lì un bel letto matrimoniale.. Si sono messi a provare le molle.., e prova tu che provo io... Improvvisamente un garzone ha tirato su la saracinesca della vetrina e tutti, dalla strada, sì sono messi a guardare. Si è fermato anche un autobus. E quei due a letto non si erano accorri di niente, continuavano.., a provare le molle.

CEIRANO - Tutta la città ha visto...

ROMOLO - Sì, l’han data per televisione...

MARGHERITA . Allora zio, non capisco come mai non sia stata ac­colta dal giudice la tua tesi.

ANTONIO - Mi son trovato contro un avvocato meridionale... (in napoletano) Né, Presidè nunn’è successo niente, quelli stavano sott’e coperte. Chi può dire quello che facevano?...

ROMOLO Avvocato, ma se avevate più di cento testimoni!

ANTONIO - E li ho citati tutti, con una circolare.

MARGHERITA. E allora?

ROMOLO Non si sono presentati?

ANTONIO - Sì. Ma hanno dichiarato di non aver visto niente. Ho poi saputo che la signora Ceirano li aveva visitati tutti, uno per uno e li aveva convinti a non testimoniare in cambio di un pic­colo pagamento particolare.

ROMOLO . Ahò ma ‘sta signora ci ha ‘na bella resistenza! (A Ceirano) Complimenti.

CEIRANO . E io adesso le devo dare trecentomila lire al mese?

ANTONIO - Se fa una sottoscrizione fra tutti i clienti della signora, a diecimila lire a testa... ne fa il doppio...

(Si sente il campanello della porta. Teresa esce da destra per an­dare ad aprire).

CEIRANO (Va verso Antonio a testa bassa) - Avvocato... Guardi che io... faccio sul serio sa...

ANTONIO (Allontanandosi) - Tenga su la testa!... (Agli altri) Se mi dà una cornata mi passa da parte a parte...

(Entrano Michele e Teresa. Francescotti indossa i larghi calzoni e la giubba bianca da karaté, stretta alla vita dalla cintura nera).

MICHELE - Antonio, ho saputo che la contessa è venuta qui. Perchè non mi hai telefonato?


MARGHERITA Scusate signori, ma non potreste andarvene e tornare nel pomeriggio?

CEIRANO - Macché pomeriggio! Adesso, adesso mi deve dare soddi­sfazione altrimenti gli salto addosso e l’ammazzo!

ANTONIO - Attento, guardi che ho la toga...

MICHELE ( Affronta Ceirano mettendosi tra lui e Antonio) - Chi ammazza 1ei,  chi... guardi che io non sopporto che un uomo di one­stà a tutta prova come l’avvocato Pautasso sia trattato così! Ha capito?,E se lui non sa reagire, ci sono qua io a difenderlo! E con me è meglio che lei non ci si metta, sa? Perché io... Vuoi vedere cosa sono capace di fare io! Vuoi vedere? Guardi.., (Afferra l’elen­co telefonico e lo dà a Margherita perché lo sostenga nella dovuta posizione. Poi prende la posa caratteristica del kung-fu emetten­do il lungo grido di preparazione) Aaaaah! Aaah! (Vibra un colpo violentissimo col taglio della mano sul librone che però stavolta non si rompe. Michele si mette a saltellare per la scena urlando di dolore e tenendosi la mano. Antonio sfila da sotto la copertina una sottile lastra di metallo e, mostrandola, dice)

ANTONIO E ci avevo messo una lastra di ferro... altrimenti que­sto mi consuma un elenco ai giorno!...

Si chiude il velano

FINE DEL PRIMO ATTO


ATTO SECONDO



(Sono trascorsi due mesi e mezzo. Lo studio dell’avvocato Pautasso è in perfetto ordine e la vecchia macchina da scrivere è stata sostituita da una nuova. Margherita, bellissima ed elegante, sta telefonando seduta sull’orlo della scrivania e fumando una sigaretta).

MARGHERITA . Oh! Io non ti capisco Averardo, sei veramente un ragazzo strano... Telefoni dai bar perchè hai paura che tua madre ti senta?.. Sì, sì, è inutile, quando tu sei vicino a lei, diventi come un bambino di cinque anni. Ma no, non prenderlo come un rim­provero Averardo, è un male dal quale guarirai quando saremo sposati... Ma si che ti voglio bene... E proprio perchè sei così, che ti amo. No, no... Qui non ci venire. Evitiamo complicazioni... Sai bene che tua madre, è l’unica che ha scoperto quello che c’è fra noi e ti ha proibito di frequentare lo studio. Va bene caro, ci vediamo stasera al solito posto... Ciao! (Riattacca mentre entra da sinistra Teresa con mia pettinatura diversa che la rende più carina;anche l’abito è più moderno).

TERESA . Senti un po’ Margherita, ma sei sicura che in questa tua pietanza famosa, come lo chiami, il dentice alla greca, bisogna metterci tre chili di sale?

MARGHERITA - Ma no! Quei tre chili di sale grosso non servono mi­ca per salare il pesce, te l’ho già spiegato, no? Devono ricoprire il dentice che poi al forno viene a trovarsi dentro a una crosta dura come una pietra... Poi la si spacca e il dentice tira fuori tut­to il suo profumo marino.

TERESA - Quante cose che sai!... E pensare che io all’avvocato per tanti anni gli ho fatto solo riso e spinaci e polpette di verdura.

MARGHERITA - Vedrai come gli piacerà il pesce alla greca e non dire che te l’ho insegnato io... Sarà un’altra piccola prova del tuo amore.

TERESA (Sospirando) - Speriamo, ma finge sempre di non vedere le attenzioni che ho per lui. Mi tratta così male...

MARGHERITA - Ma non hai notato com’è cambiato?

TERESA . Si, questo è vero, in tre mesi da quando sei arrivata tu è diventato un altro. Più giovanile, più elegante! E’ più interessan­te adesso di venti anni fa, quando m’innamorai di lui..

MARGHERITA  Dai tempo al tempo. (Campanello. Teresa va a d aprire. Margherita fa un  numero telefonico)


Pronto?... Casa del giudice Villanis? Chi parla, prego?.. Buongiorno signora, sono la segretaria dell’avvocato Pautasso e telefono per incarico dell’avvo­cato che le fa i più sentiti auguri per l’onomastico di sua figlia

alla quale ha fatto pervenire un piccolo dono che spera sia apprez­zato... Ma s’immagini... Arrivederla, signora... (Riattacca e si rivol­ge a Michele che  è entrato insieme a Teresa. Il Frascesscotti è vestito normalmente con uno spezzato sportivo)... Bisogna essere sempre diplomatici, specialmente con i giudici...

TERESA . Vado a mettere il dentice al forno. (Esce da sinistra).

MICHELE. Non c’è Antonio?

MARGHERITA - No, è in Tribunale.

MICHELE - Mi aveva detto di passare in mattinata,

MARGHERITA. Non tarderà, è andato a firmare un documento per la conciliazione della vertenza Brunacci.

MICHELE - Ah, quel bel tipo di romano due volte vedovo che si è sposato con quella siciliana che ha conosciuta qui, nel vostro studio.

MARGHERITA . Deve essere stato un colpo di fulmine.

MICHELE ‘ Eh, si... Colpo di fulmine, so io cosa vuol dire... Ci sono dei colpi di fulmine che infiammano un cuore e lo fanno bruciare per tutta la vita!

MARGHERITA (Prendendo degli appunti seduta alla scrivania, dice in tonomalizioso) Come quello che colpì lei, tanti anni fa, tra le siepi di begonie?

MICHELE - Proprio così... Ma lei che cosa ne sa?

MARGHERITA - Me l’ha raccontato l’avvocato. E motto bello. Un uomo che rimane fedele ad un amore per tutta la vitaqualche cosa di affascinante, di romantico.

MICHELE (Sospirando) . Sì. ma lascia anche tanta amarezza... L’esi­stenza senza uno scopo, le foglie che non rinverdiscono, le cose che potevano essere e non sono, state... Acqui Terme... Sapesse quante volte sono tornato ad Acqui Terme!

MARGHERITA (Commossa) - Per ricordare fra le siepi di begonie?

MICHELE No. per fare i fanghi alle giunture... Sa, facendo continuamente ginnastica... (Esegue alcune flessioni).

MARGHERITA - Signor Francescotti... Senta, per la faccenda del suo ‘terreno, è proprio deciso a non sentire ragioni?


MICHELE - No, io le ragioni le ascolto, sono le prepotenze che non voglio subire.

MARGHERITA . E allora ascolti queste di ragioni: prima, quel suo terreno incolto non le serve a niente ed è costretto ad un vincolo di passaggio che mette in soggezione sia lei che la contessa. Secon­do, so che la contessa sarebbe disposta a offrirle, in cambio di quel terreno, un negozio.

MICHELE - Che negozio?

MARGHERITA . Un negozio in centro, in via Giacomo Puccini. Ho sentito dire tante volte che lei vorrebbe aprire un bar, un caffè per gli sportivi.

MICHELE (Ricordando). Aspetti un momento.., ma non sarà mica quel negozio sempre vuoto che non vuole nessuno perché è accanto all’agenzia di pompe funebri?

MARGHERITA - Ma questo che significa?

MICHELE - E che metto su, il bar del Caro estinto ? Chi vuole che ci venga? (Cambiando tono)Ma poi come mai tutto questo suo interessamento per farmi cedere quel terreno?

MARGHERITA Ecco, signor Francescotti, le dirò una cosa che non sa ancora nessuno, nemmeno l’avvocato... Fra me e il figlio della contessa è nato un tenero sentimento..., diciamo che ci sia­mo fidanzati...

MICHELE . Ah, davvero?

MARGHERITA - Si, ma non ne parli. Voglio essere io la prima a dirlo all’avvocato. Ma intanto se io riuscissi a favorire la mia fu­tura suocera su questa questione del terreno sarebbe un punto a mio vantaggio, no?

MICHELE (Partecipe, confidenziale) - Perchè lei pensa che la cara contessa madre sia contenta di farle sposare suo figlio?

MARGHERITA . Certo che per quel poco che la conosco mi sembra piuttosto piena di pregiudizi...

MICHELE Già, già... E per quel tanto che io non la conosco affatto sono certo che è proprio così. Però, non avrei mai immaginato che lei con Averardo, sotto sotto...

MARGHERITA - Vede, lui ha trovato in me la donna di cui ha biso­gno. E io ho trovato in lui un ragazzo diverso da tutti gli altri.

MICHELE - Capisco, capisco... (Sornione) Adesso lei si sente già del­la famiglia e diciamo che io, magari come regalo di nozze, le dovrei cedere il mio terreno... (Cambia tono e si mette a urlare) Bene! Se è così, la risposta è no! Lotterò fino alle estreme conseguenze ma io il terreno me lo tengo magari solo per andare a raccoglierci le lumache! E tornerò a dirlo ad Antonio, anzi all’ avvocato Pautasso! Mi faccia pure causa, andremo in tribunale!

MARGHERITA . Ma lo faccia almeno per l’amicizia che la lega a mio zio.

MICHELE (Furioso) - Ma che amicizia! Lo sa che cos’è l’amicizia? E come un frutto d’agosto, bello di fuori ma col verme nascosto. Arrivederla. (Esce a grandi passi da destra. margherita scuote la testa, sospira e va a consultare l’interno di una cartella. Entra da destra Marisa Ceirano, classico tipo della donna facile, truccata,

prosperosa, di una eleganza vistosa).

MARGHERITA - Ascolti signor Michele. Dio mio...

MARISA - Permesso?

MARGHERITA- Prego...

MARISA - Sono entrata approfittando di quel signore che è uscito lasciando la porta aperta.

MARGHERITA Voleva parlare con l’avvocato Pautasso?

MARISA Veramente è lui che mi ha fatto chiamare. (Mostra una cartolina che Margherita riconosca subito).

MARGHERITA Questa gliel’ho mandata io. Lei è la signora Marisa Ceirano?

MARISA - Di nome, soltanto di nome...

MARGHERITA - Si, lo so, e lei saprà che l’avvocato Pautasso è il legale di suo marito.

MARISA (Ridacchiando) - Poveretto, che figura che ha fatto davanti al giudice!

MARGHERITA . E lei crede di averla fatta bella la figura, signora?

MARISA - Io? Ma che c’entro io?

MARGHERITA - Senta, come sostituta dell’avvocato, permette che le faccia una domanda? Lei pensa quale possa essere la sua vita in avvenire? Passare da un uomo all’altro senza costruire nulla? Le pare che sia da donna intelligente?

MARISA - Certo, perchè no? Per me gli uomini non valgono assolu­tamente niente salvo quello che sanno fare a letto. Ed io li apprez­zo soltanto da questo lato.

MARGHERITA Lei non è precisamente quella che si definisce una romantica.

MARISA - Se a lei fosse capitato un marito come il mio, avrebbe fatto come me!

MARGHERITA Non credo, degli uomini ha un opinione diversa dalla sua.

MARISA (Un po’ scossa) - Senta, io le dico....

MARGHERITA - No, guardi lei, signora, venga, si accomodi in anti­camera. L’avvocato non tarderà molto. E lui che le vuol parlare... (Escono insieme da destra. Contemporaneamente entra da sinistra Teresa preoccupata e dice a Margherita che entra).

TERESA - Margherita, ho paura di aver fatto uno sbaglio... Ho messo l’olio nel dentice e il sale si è mezzo squagliato.

MARGHERITA - Ma ti avevo detto di metterci soltanto il sale!

TERESA - Adesso è diventata tutta una pappetta di sale, olio, prez­zemolo... e gli occhi del dentice mi guardano con un odio...

MARGHERITA - Aspetta, vengo io... Ci aggiungiamo un po’ di ci­polla e un po’ di miele e lo facciamo all’olandese. Quando ero ad Amsterdam... (Escono da sinistra. Quasi subito da destra fa il suo ingresso l’avvocato Pautasso che ci appare completamente tra sformato da come la abbiamo conosciuto. E molto elegante, ha un bellissimo cappello a lobbia. Rasato, pettinato, fiore all’oc­chiello e la sua borsa professionale è nuova di zecca. Entra cante­rellando, depone la borsa, si toglie il cappello. Squilla il telefono).

ANTONIO (Rispondendo all’apparecchio) - Pronto... Si, sono io... Ah, è lei signora Panattoni? Il cane del vicino continua ad alzare la gamba sulla porta di casa sua?... Beh, gli abbiamo mandato una raccomandata, si vede che il cane non sa leggere. Ma si, intendevo dire il vicino... Si vede che non sa leggere nemmeno lui... li cite­remo in giudizio, lui e il cane... Ma lei ha fatto una fotografia al cane mentre esegue il bisognino? Ecco brava, la mostreremo al giudice e chiederemo i danni... (Mentre entrano margherita e Teresa, lui riattacca salutando) Arrivederci signora Panattoni, mi saluti il panettone... suo marito...

MARGHERITA - Ciao, zio. Devo parlarti...

TERESA . Anch’io vorrei...

ANTONIO (Arrabbiandosi con Teresa) - Tu non parlare e vai di là. (A Margherita) Lo sai che cosa mi ha fatto? (Prende la borsa, la apre e ci fa annusare l’interno a Margherita) Senti…

MARGHERITA - E profumata.

ANTONIO . E stata lei. (Indica Teresa).

TERESA (Abbassando il capo) - Sì, ci ho versato dentro qualche goc­cia del mio profumo.

ANTONIO - Qualche goccia? Due litri e mezzo. Ha fatto il pieno.

TERESA Il profumo ricorda le persone.


ANTONIO - Pensiero gentile un corno, in Tribunale si sono sentiti male in tre. Il giudice poi dev’essere allergico, ha fatto seimila starnuti e io ho perso la causa,

TERESA - Non si arrabbi avvocato. Per cena le ho preparato un dentice all’olandese, fantastico, sentirà che profumo! (Esce).

ANTONIO - Non l’avrà mica condito con quel profumo che mi ha messo nella cartella?

MARGHERITA - Adesso zio siediti qui che ti devo parlare di una cosa molto importante. (Lo fa sedere su una poltrona).

ANTONIO - La causa del cane dei vicini Panettoni? Gli hanno fatto la fotografia e se la pipì non viene sfocata.. si vince.

MARGHERITA - No zio, si tratta di una cosa personale.

ANTONIO - Personale?

MARGHERITA - Personale e intima... (Imbarazzata) Mi è un pòdif­ficile parlartene perchè non so tu come la puoi prendere... Vedi quando sono arrivata qui, circa tre mesi fa, pensavo si di trovare l’ospitalità, l’alletto, il lavoro, ma niente di più. Ma invece ho trovato una cosa ben più grande di quelle che ti ho detto. In que­sta casa, in questo studio ho trovato l’amore. (Antonio sussulta e rimane teso) Hai capito?

ANTONIO (Non riesce a parlare poi dice con un filino di voce) Sì...

MARGHERITA - Hai capito zio?

ANTONIO - Chiamami Antonio.

MARGHERITA - Un amore vero anche se in apparenza strano. Siamo casi diversi lui ed io..

ANTONIO (Emozionatissimo non riesce che a emettere un...) . Eh già!

MARGHERITA - Lui è buono, timido, indifeso.

ANTONIO Eh...

MARGHERITA (Passeggia un pònervosamente per la scena) - E io poi, sono una ribelle, una anticonvenzionale per natura. Non me ne importa di ciò che può dire la gente.

ANTONIO (In tono speranzoso) - Ma chi se ne frega della gente!

MARGHERITA - Che significa se lui ne ha tanti più di me?

ANTONIO (Con entusiasmo) - Oh già!

MARGHERITA - Lavorando qui, in questo studio, ho potuto apprez­zare le sue grandi doti nascoste, i suoi tesori di bontà, di generosità, e me ne sono innamorata! Capisci zio?


ANTONIO (Di nuovo con un filino di voce) - Chiamami Antonio...

MARGHERITA - E se Dio vorrà io lo sposerò.

ANTONIO (Felice) - Ma certo che lo vuole! Sposatevi e moltiplicatevi, l’ha detto Lui.

MARGHERITA (Abbracciandolo) . Giusto! E io voglio avere sei figli...

ANTONIO - Beh, anche cinque vanno bene.

MARGHERITA . Sono sicura che saremo felici, malgrado la grande differenza che c’è tra noi.

ANTONIO (Euforico) - Macché differenza, macché differenza! Circon­ferenza! (Si sente il campanello alla porta. Margherita esce di corsa da destra mentre da sinistra entra Teresa che passa dietro ad An­tonio come per andare ad aprire, ma si ferma sentendo l’avvocato che dice) Chi l’avrebbe detto che l’amore avrebbe bussato anche alla mia porta...

TERESA (Languida) . Antonio, ma io sto bussando da tanto tempo!

ANTONIO - Se non te ne vai ti busso sulla testa! (Mentre entrano da destra Margherita e Ceirano, Teresa esce da sinistra con atteggiamento offeso).

CEIRANO (Agitato, nervoso) Avvocato, io sono venuto, ma l’avverto: per l’appello avevo intenzione di rivolgermi ad un altro legale!

ANTONIO (Calmo e sorridente) - Bravo, così sua moglie andava a letto anche con lui e lei era fregato anche in appello.

MARGHERITA (Ad Antonio) - E. quello che ho cercato di fargli capire anch’io...

CEIRANO (Cocciuto) - E io mi faccio difendere da una donna. Ecco, sì. Da un’avvocatessa.

MARGHERITA . In città ce n’è una sola.

ANTONIO - Ah, sì. la Cicognini. Nubile quarantenne, odia gli uomini, si batte per la fecondazione artificiale. La sua gentile signora se la lavora in dieci minuti.

CEIRANO (Piagnucoloso) - Ma allora dove vado a sbattere la testa.

ANTONIO - Stia tranquillo Ceirano, con me non corre rischi anche perché... (Guarda Margherita con intenzione) ... io non farei mai un torto a colei che... (Si riprende, con tono sbrigativo)... E poi non faremo ricorso in appello.

CEIRANO - Come, avvocato? No, no lo devo fare.

ANTONIO - Stia buono... (A Margherita) Madama Ceirano è venuta?

MARGHERITA . E’ in anticamera


CEIRANO (Cade a sedere tenendo la testa tra le mani) E pensar che quando l’ho sposata, la chiamavo la Vergine delle Nevi!

ANTONIO - Eh, beh... Si vede che ha nevicato un po’ troppo... C’è stata qualche valanga... (Entrano Marisa e Margherita. La signora dignitosa e tranquilla, va a mettersi dall’altro lato della scena. Antonio al centro fra i due, sorridendo a Margherita le fa cenno d’an­darsene. La ragazza risponde anche  lei con un sorriso ed un segno

di augurio, poi esce da sinistra. C’è una breve pausa poi Antonio dice, in tono umano e convincente) Come disse Cicerone... un mio collega.di tanti anni fa... ‹‹ le cause che si vincono sono quelle che non si fanno ». Perciò, da quel modesto avvocato che sono, vi dico: lasciate perdere, rimanete insieme d’accordo se non d’amore.

L’amore, che volete mai, è una cosa leggera, trasparente e fragile come una bolla di sapone. Rimanete uniti, come due soci di una ditta... (Indicandoli) La Vergine delle Nevi e lo Stambecco delle Alpi.

MARISA - Io tornare con lui? No, mai,

CEIRANO - Io rimettermi con quella.., quella... (Fa come per precipi­tarsi in avanti a testa bassa).

ANTONIO (Trattenendolo) Fermo, tenga le corna in alto... (Si avvi­cina a lei) Signora, per trecentomila lire al mese lei si perde una casa, un uomo, una sicurezza, la pensione, tutto… (Si avvicina a lui) Ceirano, lei risparmia trecento biglietti da mille e ci ha una donna in casa. Le fa da mangiare, tiene in ordine, lava la biancheria, le lucida il cornicione... Poi la sera vi guardate insieme la TV... (Torna accanto a lei) ... Signora, lei magari per i primi tempi si trattenga un po’. Quando le prende il bisogno di tradire suo ma­rito, magari non so... si beva un Ramazzotti... ne faccia un po’ di provvista, un paio di autocisterne... (Si avvicina a Ceirano,) ... E lei sia un po’ più tollerante. Molte volte, se la donna tradisce, la colpa è dell’uomo che non l’ama abbastanza... (Marisa fu cenno energi­camente di si) Il matrimonio è come un invito a pranzo, se lei non dà abbastanza da mangiare a sua moglie, si capisce che quella va a farsi urta pizza all’osteria... (I due coniugi sono abbastanza convinti)

MARISA - Ecco! Parole sante! Lui non mi ha mai capita, non ha mai cercato di capirmi!

CEIRANO - E lei? Fin dai primi giorni era una insoddisfatta, una vanitosa... Io lavoravo dalla mattina alla sera, è chiaro che poi, tornando a casa, ero stanco...

MARISA (Sospirando)Eh, sì… e una donna come me, esuberante, piena di vita, non poteva dargli tutta la sua femminilità!…

ANTONIO (Conciliante) E anche logico che se non la dava a lui la dava agli altri.

MARISA - Poi ho cominciato ad annoiarmi e ho cercato qualche di­strazione. E tu te ne sei avuto a male subito! Ti sei messo a urlare che ti facevo le corna!

ANTONIO (Sempre più conciliante) - E invece lei si distraeva, niente altro... (Pìano, a Ceirano) Pensi alle trecentomila lire.

CEIRANO (Commosso, a Marisa) - Davvero? Tu puoi giurarmi che volevi soltanto distrarti?

MARISA - Sì, sì, che posso giurartelo. Di qualsiasi uomo io abbia accostato niente restava in me, nemmeno il ricordo!

ANTONIO (Allargando le braccia a Ceirano) - Eh insomma, via..,

MARISA (Con slancio e foga) - Figurati, di parecchi io non ti so dire neanche se erano biondi, bruni o calvi!

ANTONIO (Con forza, dandole ragione) . Non si erano neanche levato il cappello.

CEIRANO (Piangendo) - Marisa...

MARISA Ernesto... (Si abbracciano. Antonio si è messo in te­sta la lobbia, ha preso la borsa, e ora li accompagna alla porta dicendo)

ANTONIO - Su, andiamo in Tribunale a firmare la riappacificazione... (A Marisa) Signora, col giudice però non si distragga.. (Esco­no da destra mentre squilla il telefono. Da sinistra entra Marghe­rita che risponde

all’apparecchio).

MARGHERITA - Pronto, studio dell’avvocato Pautasso... Oh, made­moiselle Marchand... No, ancora nulla, ma abbia fiducia... (Sorri­dendo) La colpa è sua, è troppo carina ed attraente! Un marito, anche se preso all’ospizio, dopo averla vista non intende mica ri­nunciare ai suoi diritti matrimoniali... Beh, intanto le abbiamo fatto ottenere un mese di proroga al permesso di soggiorno, se lo goda col suo bel Fernandone... ma sì, certo, la chiameremo noi... (Riattacca. Si sente mio scoppio cupo. Margherita si gira vivamente verso sinistra da dove entra a precipizio Teresa).

TERESA - Margherita! Il dentice!...

MARGHERITA - Che è successo?

TERESA - E scoppiato!

MARGHERITA - Ma che dici? (Si avvia verso la porta di sinistra, Te­resa vorrebbe accompagnarla ma, poichè suona il campanello “din-don”, sì limita a gridarle)

TERESA Dev’essere per via del miele che è colato fuori e ha fatto come una specie di bomba... (Esce da destra rientrando quasi subito con Brunacci il quale cerca di mascherare come meglio può la sua preoccupazione e la sua angoscia) Signor Brunacci, come mai da queste parti?

ROMOLO - Eh... Teresa mia, la vita è ‘na monnezza, er monno tutto ‘no schifo...

TERESA - E sua moglie?

ROMOLO (Sobbalzando) - Che moglie? Ah, già... Caterina...

TERESA Quella bella ragazza siciliana...

ROMOLO (Fra i denti) - ... ‘tacci sua e de ‘sta fija de ‘na... (Getta uno sguardo fuori della finestra; è chiaro che teme di essere inseguito).

TERESA - Ma che cos’ha signor Brunacci?

ROMOLO - Gnente, devo... parlà cò’l’avvocato.., eh, sennò che sarei venuto a fa’ qui?

TERESA Dev’essere uscito.

ROMOLO (Con sollievo) - Allora in casa non c’è nessuno?

TERESA - No. Cioè, c’è Margherita, la segretaria.

ROMOLO - Ah, già... E dove sta?

TERESA - In cucina... (Sospettosa) Ma perché mi sta facendo tutte queste domande? Avrebbe per caso voluto che fossi sola?

ROMOLO (E’ sui carboni ardenti, tuttavia assume l’atteggiamento del seduttore, esagerando anche un po’) - Forse..

TERESA (Onesta e fiera) - Signor Brunacci! Lei dovrebbe ricordarsi che io amo da vent’anni un uomo... che purtroppo non ricambia la mia passione disperata!

ROMOLO (Decide fulmineamente di cambiare tattica) - Teresa, ma è sicura di averglielo fatto capire?

TERESA (Sfiduciata) - Manca solo che attacchi i manifesti per le strade.

ROMOLO - Vojo di... GIiel’ha fatto capire nel modo giusto? E stata femmina? Ardente? Ha promesso? Ha dato?

TERESA - Altrochè. Ma lui non ha preso niente!

ROMOLO - Perchè bisogna sapere dare, offrire, e poi magari togliere all’ultimo minuto per stuzzicare il desiderio... Se lasci consijà da me, che de donne me ne intendo… co’ tutte le moji che ho avuto...

TERESA (Interessata) - E che dovrei fare?

ROMOLO (Tentatore, suadente) - Possiamo.., possiamo andare in ca­mera sua senza che ce veda Margherita?


ROMOLO (Spingendola verso la porta di sinistra) - Perché vojo met­te la mia esperienza ar servizio suo, vojo farle vede come si con­quista un uomo. La vojo fà felice, Teresina... Mo’ annamo in ca­mera sua e je’nsegno er sistema der Cuppolone.

TERESA - Qual è?

ROMOLO- Quanno l’omo da furbo diventa fregnone... (Escono da sini­stra,  mentre da destra entrano Antonio e Michele discutendo ani­matamente).

MICHELE - Ma che cosa credi, di spaventarmi?

ANTONIO - Un avvocato se vuoi fregare, ti frega... Lo disse anche Catone: ‹Ti puoi salvare dal morso di una vipera, ma non dalla fregatura di un avvocato ››.

MICHELE - Va bene, puoi dire alla tua cliente che se vuole il terreno glielo mando in fotografia.

ANTONIO - Stai attento alle fotografie... che puoi correre il rischio di vendere il terreno per quarantotto lire e trentadue centesimi...

MICHELE - Antonio, ma ti senti bene?

ANTONIO (Muovendosi come un ragazzino) - Io non mi sono, mai sentito così bene! Per questo voglio portarti via il terreno, e voglio vincere la causa, e tutte le cause! D’ora in poi sarò un avvocato dalle cause vinte! Michele, guardami!

MICHELE - Ti guardo.

ANTONIO - Mi sposo.

MICHELE - Complimenti! Era ora che ti decidessi... Congratulazioni a te e a Teresa.

ANTONIO (Felice) - Grazie... Grazie. Michele... (Ripensandoci) Ma quale Teresa?

MICHELE - Hai detto che ti sposi... Credevo che la tua futura moglie fosse Teresa, dopo tanti anni...

ANTONIO . No, no, rnacché Teresa... Quella che sposo io è un fiore... non un carciofo.

MICHELE - Ma allora chi è la fortunata?

ANTONIO - Sono io, il fortunato!

MICHELE - Dai, sbrigati, non farmi stare sulle spine.

ANTONIO - Non indovini?

MICHELE - No... Eppure le donne che potrebbero sposarti posso immaginarmele... (Si batte una  mano sulla fronte) Ci sono! La straniera. Quella francese che volevi far sposare anche a me... quel­la che ha bisogno del marito posticcio. Ti fanno gola i milioni...

ANTONIO Ma sei matto, io sposare una come quella… per poi dirle arrivederci e grazie senza… (Fa un gesto espressivo)….ma va va!


MICHELE - Ma allora chi è! Avanti, dimmelo!

ANTONIO (Con voce dolce, gettando uno sguardo verso sinistra) Lei...

MICHELE - Lei, chi?

ANTONIO - Margherita. E stasera la porto a cena alla Tartufella, sai quel posto in collina? La chiamano la trattoria degli innamorati.

MICHELE (Sbalordito) - Che cosa?! (Antonio fa cenno di sì, vergo­gnandosi un po’) Guarda che il matto sei tu... Margherita?!

ANTONIO -- Ecco, adesso per una piccola differenza di età...

MICHELE - E la chiami piccola?

ANTONIO - Ma sì, diciamo che potrebbe essere mia figlia.

MICHELE - Anche tua nipote.

ANTONIO - Ma non abiatica!

MICHELE - Senti, guarda, non ti offendere, ma non è possibile, non ci credo.

ANTONIO - Perché sei un invidioso,.. E... e un convenzionale... Lei invece è una ribelle, è... insomma, poi... me l’ha chiesto lei!

MICHELE - Di sposarla?

ANTONIO - O già. Mi ha fatto la dichiarazione. (Estraendo un car­toncino) Toh! guarda, quando ci siamo incontrati uscivo dalla ti­pografia...

MICHELE (Prende il cartoncino e cade a sedere, leggendo stupefat­to) – L’avvocato Antonio Pautasso e la signorina Margherita Bo­nelli annunciano... riceveranno gli amici... » Roba da matti!

ANTONIO (Facendogli  il verso) - Roba da matti », Ma che cosa credi, che il matrimonio sia riservato ai ragazzini? Che ci si sposi solo per ragioni di sesso? C’è anche l’amore puro, sentimentale, affettuoso... E poi a lei non gliene importa niente della differenza di età!

MICHELE - Adesso mi spiego il tuo cambiamento da quando Mar­gherita è arrivata.., elegante, sempre rasato di fresco, profumato...

ANTONIO (Fieramente) - E mi lavo, anche!

MICHELE - E tu credi di soddisfare una ragazza come Margherita, di darle tutto ciò che lei ha diritto di pretendere da un uomo?

ANTONIO - Alludi al ‹finalmente soli »?

MICHELE - Sì, alludo proprio a quello.

ANTONIO - E allora senti, scemo di un ginnico, devi sapere che ogni uomo nasce con una dote di prestazioni sessuali. Ha una cartuc­cera, ogni prestazione una cartuccia….E’ chiaro che se le spari tutte da giovane poi rimani senza, non puoi mica andare da un armaiolo. Io invece non ho quasi mai sparato! Ho ancora la car­tucciera tutta piena!

MICHELE (Alzandosi e parlandogli affettuosamente) - Antonio, ami­co mio, hai preso un granchio. Non so come sia potuto accadere ma tu sei caduto in un grosso equivoco. Io so di sicuro che Mar­gherita è innamorata di un altro.

ANTONIO - Invidioso. Vigliacco. Serpente. Ecco quello che sei, un serpentaccio schifoso. Vattene via!

MICHELE - Ma ragiona un momento... Io non sono autorizzato a dirti di più, però ti ripeto che hai preso un granchio.

ANTONIO - No, io prendo una sedia e te la do in testa! Anche se rompi gli elenchi telefonici non mi fai paura!

MICHELE - Ma Antonio...

ANTONIO - Va via, figlio di una signora Ceirano!

MICHELE (Rattristato) - Va bene, me, ne vado. Ma ricorda che ti avevo avvertito. (Esce lentamente da destra. Da sinistra entra Margherita).

MARGHERITA - Con chi stavi gridando, zio Antonio?

ANTONIO (Ricomponendosi) - Con... con quel disgraziato di France­scotti..! Sai, siccome lo consideravo un amico, anzi, l’unico amico... Ho voluto che fosse il primo a saperlo e gli ho detto tutto.

MARGHERITA - Gli hai detto... tutto?

ANTONIO - Non ti dispiace mica? Tanto prima o poi lo sapranno tutti. Cerco, volevo che Michele ci facesse da testimone...

MARGHERITA - Da testimone?

ANTONIO - Si.

MARGHERITA - A chi?

ANTONIO- A noi due,

MARGHERITA - A noi due? (Breve pausa. Margherita è molto tur­bata e non riesce a parlare),

ANTONIO (E in piena euforia) - Non voleva crederci quell’invidioso, non poteva mandarla giù che una ragazza bella e intelligente come te potesse scegliere uno come me! Puoi capire, in tutta la sua vita ha avuto un’avventura sola, quasi trent’anni fa, con una passeg­giatrice in mezzo alle begonie... Non capisce che tu sei una donna eccezionale, diversa. E invidioso. Ma del resto questa è una citta­dina piena di invidiosi. Sai che cosa faremo? Ce ne andremo in un altro posto, magari a Torino. Lì gli avvocati guadagnano bene è piena di gente che litiga. Apriremo uno studio nostro... Studio Legale Pautasso e C. (Margherita si è seduta sull’orlo di una sedia restando immobile come una  statua. Antonio prosegue sempre più pieno di entusiasmo) Prima però un bel viaggetto. Andremo a Ve­nezia, che ne dici? Gita in gondola, una puntatina al casinò, foto­grafia con i piccioni...

MARGHERITA (Finalmente si fa forza e dice, convoce decisa) . Zio, guarda che ti sbagli.

ANTONIO Ah già, che i piccioni lì hanno tolti, facevano la pupù dappertutto, anche sui gelati dei turisti.

MARGHERITA - Non si tratta dei piccioni.

ANTONIO (Comincia a capire che dev’esserci qualcosa che non va) Vuoi.., vuoi che andiamo da un’altra parte?

MARGHERITA (Si alzae passeggia tormentandosi le mani) . Ma co­me hai potuto capire...? Forse è stata colpa mia, non mi sono spiegata... Cioè, io credevo che tu avessi capito... che non si trattava di te... (Antonio sta fermo, in piedi e tace, mortificato) Vedi zio, una storia. La Fontaine ha raccontato la storia di uno scoiattolo, amico di una volpe. Stavano sempre insieme e lo scoiattolo se ne innamorò, mentre la volpe gli voleva molto bene, ma amava un volpacchiotto, com’era giusto che fosse. A primavera la volpe confidò all’amico i suoi sentimenti. E lo scoiattolo, equivocando, capì che parlava di lui: così la volpe dovette disilluderlo. Ora, zio, in questa storia, se io sono la volpe...

ANTONIO (Lentamente) Io sono lo scoiattolo. (Margherita fa cenno di sì. Pausa. Antonio chiede) E... il volpacchiotto chi sarebbe?

MARGIIERITA - Averardo.

ANTONIO (Sospira profondamente. Ha un’impressione di adattemento. Poi cerca di salvare la faccia, esclamando) . Ma io lo sapevo! L’avevo capito! Mi hai preso per uno stupido?

MARGHERITA (Disorientata) Ma parlavi di noi: di un viaggio di nozze...

ANTONIO (Rinfrancandosi sempre più) Era solo uno scherzo! Ma sul serio credevi che io... con te... tu... ma va, va! Scoiattolo si, ma scemo no!

MARGHERITA (Riprende la sua vivacità) E invece ti sbagli, perché in fondo io amo lui perché in lui vedo te. Lo stesso carattere. Tu sei come lui, buono eindifeso. E io sono sempre dalla parte del più debole. Ed è’ tanto caro... proprio come te... E non m’importa se lui ha tanti più soldi di me!


ANTONIO (Ricordando) Ah, ecco... quando dicevi che ne ha tanti più di te erano i soldi...

MARGHERITA (Abbracciandolo e baciandolo sulle guance) . Sei uno zio meraviglioso, tutto d’oro!

ANTONIO . Attenta, mi fai cascare dal ramo.

MARGHERITA - Che dici?

ANTONIO - Eh... Uno scoiattolo, dove vuoi che sia?

MARGHERITA (Era arrivata alla porta di sinistra: torna indietro di­cendo) - E poi, Averardo è  tutto diverso da come lo conosci tu. E la madre che lo condiziona. Quando è lontano da lei, ha carat­tere, èdeciso... Pensa che vuole persino fuggire con me. Se sua madre si opporrà al matrimonio, vuole che scappiamo.

ANTONIO - Ma è matto!

MARGHERITA - Glie l’ho detto anch’io. Ad ogni modo non prenderò nessuna decisione senza prima aver parlato con te. (Fa per uscire).

ANTONIO . Margherita. (Lei si ferma e la guarda) Così, per curio­sità... Era da molto tempo che tu e lui...

MARGHERITA Fin dai primi giorni. Lavorando insieme... accompagnandolo in Tribunale... Poi mentre gli insegnavo a scrivere a macchina con le due mani... Vedi, così... Lui era qui... Io qui... (Fa sedere Antonio davanti alla macchina da scrivere, lei si mette alle sue spalle, si curva in avanti con il seno a contatto del viso di lui: si mette a battere i tasti con due mani. Antonio turbatissimo la scosta e si alza).

ANTONIO . Ho capito. (Margherita esce velocemente da sinistra. Antonio rimane per qualche attimo piuttosto abbattuto. Lentamente si dirige verso il telefono mentre tira fuori di tasca il cartoncino che ha mostrato a Michelee lo strappa in pezzi minutissimi. Poi compone un numero all’apparecchio) -  Pronto, tipografia Fagna­no? Parla L’avvocato Pautasso... Quelle partecipazioni... Sì. quelle che gli ho dato mezz’ora fa... Le sospenda... Ma si, certo, non mi sposo più... Ho fatto un voto a San Quirino dei Barattoli, il protettore degli scoiattoli... (Riattacca sospirando. Da destra entrano la contessa preceduta da Averardo che  aziona la bomboletta spray. Entrano, Antonio è  al telefono).

CONTESSA - Buongiorno avvocato. (Il suo tono è formale, asciutto, severo).

AVERARDO - Siamo entrati con la chiave che mi era rimasta...

CONTESSA (Ad Averardo) - Restituiscila. E’ da un mese che avresti dovuto farlo. (Averardo porge una chiave ad Antonio che la prende macchinalmente dicendo).


ANTONIO . Signora contessa, Francescotti è nostro. Il terreno glielo portiamo via per quarantotto lire.

CONTESSA . Ah sì? Mi fa piacere, ma non è di questo che sono venu­ta a parlarle. Non si è mai chiesto perché io abbia proibito a mio figlio di frequentare il suo studio?

ANTONIO - Beh, io ho pensato che fosse per lo stipendio...

AVERARDO - Ma che stipendio, che non mi dava niente.

ANTONIO . Ma ti avevo promesso che te lo avrei raddoppiato.

CONTESSA - Lasci perdere. Lei non si è mai accorto di niente? Allora devo dedurre che lei o era cieco o era d’accordo con la tresca nata qui, sotto il suo tetto.

AVERARDO - Sotto il suo tetto.

ANTONIO  (Con una punta di amarezza) - Cieco, signora contessa, avevo davanti agli occhi delle fette di salame grosse così...

CONTESSA - E già, la classica risposta di chi vuoi sistemare la parentela povera. Ad ogni modo e a dimostrazione che in me non vi è nessuna intenzione di coercire la volontà di mio figlio, mi limiterò a fare atto di presenza. Averardo, parta tu.

AVERARDO - Ecco, avvocato.., mia madre...

CONTESSA (Non sa controllarsi e interviene, subito) . Il delfino di una delle più nobili famiglie piemontesi era qui come praticante, la nipote nubile a caccia di marito, la si fa venire qui con una scu­sa, ma... Averardo, parla tu.

AVERARDO - Avvocato, io non credo...

CONNTESSA (Interrompe con veemenza)  Un conte Barbaresco ha dei doveri! Noi siamo imparentati, sia pure alla lontana con ben due case regnanti... le ultime che sono rimaste. E Lei adesso, caro avvocato mi vorrebbe combinare un matrimonio tra l’ultimo rampollo dei Barbaresco e una poveretta senza un soldo! Ma voglio che sia mio figlio stesso a... Averardo, parla tu.

ANTONIO - Averardo, sta zitto, tanto parla sempre lei.

CONTESSA - Avvocato Pautasso! L’avverto che questo matrimonio non s’ha da fare!

ANTONIO - Mi ha preso per don Abbondio? (Dopo una breve pausa, con rimpianto) Guardi che io non ne so niente di tutta questa sto­ria. Anzi, pensi che credevo... mah. sono un povero scoiattolo di passaggio... Margherita e Averardo hanno fatto tutto da loro, io non c’entro.

CONTESSA (Gridando) - « Fatto››? Non hanno « fatto› proprio nien­te, caro lei! Il mio Averardo non può aver « fatto›› senza dirlo prima alla sua mamma!


ANTONIO (Tristemente) - Eh, cara contessa, quelle sono cose che... quando uno si trova li, magari sul prato con la ragazza, nel mo­mento che… insomma... non può mica dirle: « Aspetta che vado a domandarlo alla mamma »!

CONTESSA Lei non conosce mio figlio! (Tutti e due guardano Averardo che tace imbarazzato).

ANTONIO - Averardo.

AVERARDO - Eh?

ANTONIO - Hai fatto o non hai fatto?

VERARDO - Ma fatto che cosa?

ANTONIO (Trae un sospiro di sollievo; poi alla contessa) - Non ha fatto.

CONTESSA - Come dicevo. Dunque nulla di irreparabile. Averardo sposerà la figlia del barone Icardi di Pinerolo.

ANTONIO (Ricordando) - Ah, la baronessina.. Lavora al telefono.

CONTESSA - Ma che cosa dice! Elena Icardi impiegata ai telefoni!

ANTONIO - No, mica impiegata. Lavora col telefono. Squilla il telefono e la ragazza squillo risponde.

CONTESSA - Ma èpazzo? Suo padre possiede terreni, mulini, alle­vamenti di bestiame, cavalli di razza...

ANTONIO E lei fa la squillo per pagare le tasse. Anzi, da quando c’è l’IVA fa doppio turno.

CONTESSA Chiacchiere, fandonie, pura maldicenza. Ad ogni modo se Averardo e la sua degna nipote continueranno a vedersi io riterrò lei, avvocato, direttamente responsabile. (Al figlio) Averardo, dillo tu. (Averardo fa per parlare, ma Antonio, andando fuori dai gangheri parla prima di lui).

ANTONIO - Ma cosa c’entro io?

CONTESSA - Non gridi forte.

ANTON1O - Non grido piano. (Ad Averardo) Averardo, dillo tu.

CONTESSA (Impetuosamente, prima che Averardo riesca a parlare) Lei, lei si è dato da fare per imparentarsi con una famiglia come la nostra! (Al figlio) Averardo, parla tu.

ANTONIO (Offeso la rimbecca, senza lasciare ad Averardo il tempo dì aprir bocca) - Cara la mia contessa, se sapesse quanto me ne fre­ga niente di imparentarrni, a me! Quando l’ho saputo è stata una tegola! Ero andato persino in tipografia... Sì…Insomma Averardo, dillo tu,

CONTESSA - Facciamola breve. Mio figlio non ha più intenzione di sposare la signorina Margherita Bonelli! Averardo, dillo tu.


ANTONIO - Ah, si? Allora sappia che è vero tutto il contrario. La volpe e il volpacchiotto hanno deciso di scappare insieme per an­dare a fare i volpini da qualche parte. Averardo, non dirlo. (Il gio­vane, seccato, si dirige decisamente verso la porta di destra per andarsene).

CONTESSA - Averardo, dove vai?

AVERARDO (Sbottando) - Che cosa ci sto a fare qui? « Averardo, dillo tu », a Averardo, parla tu », poi parlate sempre voi!

MARGHERITA (Entra con cipiglio e si ferma a braccia conserte, apo­strofando la contessa) - Chiedo scusa, non ho l’abitudine di ascol­tare alle porte ma stavolta non ne ho potuto fare a meno. Averardo!

ANTONIO - Parla tu.. (A Margherita) Oh, eccola il viso d’angelo, la ragazza perfetta che non è altro se non una volgare adescatrice!

MARGHERITA - Si sbaglia! Perché io sono pronta ad ogni sacrificio ad ogni rinuncia, signora contessa, è Averardo che amo e non suoi soldi! Averardo, vieni, andiamo, qualcuno ci aiuterà..

CONTESSA - Anche questo è un calcolo, egregia signorina, tutto un calcolo!

MARGHERITA - Le ripeto che si sbaglia! E nel vostro ambiente che sifanno i matrimoni per calcolo, non nel mio!

CONTESSA . Si pulisca la bocca prima di parlare del nostro am­biente!

MARGHERITA - L’epoca dei privilegi di casta è finita!

CONTESSA - Cos’è? Adesso si mette a fare la politicante, la sinda­calista?

MARGHERITA - Perchè non lascia che sia Averardo a decidere di se stesso?

CONTESSA (Strillando) - No! Sono io che decido, come vuole l’an­tica tradizione di famiglia! E lei sparisca dalla vita di mio figlio e rimanga nella sua mediocrità borghese!

MARGHERITA - E lei si trovi un neurologo che la curi dai suoi iste­rismi ingigantiti e deformati dalla menopausa!

CONTESSA (Urla) - Aaaaah! (Esausta va sedersi da un lato.Margherita, provata a sua volta, siede all’angolo opposto. Antonio prende l’atteggiamento del “secondo” di un pugile ad un incontro di boxe: accorre presso margherita estraendo un grosso fazzoletto con il quale le fa vento. Poi si mette il fazzoletto — bianco — stilla spal­la e le massaggia un attimo le braccia ed i polpacci, mentre sia lei che la contessa respirano con affanno. Averardo sta accanto alla madre tutto intimorito. Si sente il “din don” del campanello. Antonio esclama):

ANTONIO - Fuori i secondi! (Margherita si alza ed esce da destra per andare ad aprire. La contessa si alza a sta volta, si ricompone e si avvicina ad Antonio).

CONTESSA - Le togliamo il disturbo, egregio avvocato. E ricordi al­la sua protetta, che è tanto istruita, la frase di Servio Tullio: pecunia, sine nobilitade.

ANTONIO - Ah, per conto mio guardi, Servio Tullio, l’ho sempre detto...

CONTESSA (Indicando la porta di destra) - Se vuole mio figlio, lo paghi. Venticinque milioni.

ANTONIO - Come il portiere di riserva della Pro Vercelli.

CONTESSA - Una dote di venticinque milioni è appena sufficiente per sposare un Barbaresco. Arrivederci, avvocato. (Si avvia alla porta di destra dicendo al figlio) Andiamo, Averardo.

ANTONIO - Bravo, Averardo, hai parlato bene, hai fatto un discorso che puoi andare a fare i comizi del partito dei sordomuti, (La contessa esce incrociando  Margherita che rientra con una  grossa busta gialla in mano. Le due donne si guardano con alterigia. Men­tre vediamo che Antonio dà segni di contentezza in fondo alla sce­na, Averardo e Margherita si scambiano poche frasi sottovoce sul­la soglia della porta di destra).

AVERARDO - Margherita.., io... io volevo dire... volevo.., ma tu lo sai, quando c’è mamma...

MARGHERITA - Si, lo so Averardo. Del resto ce l’aspettavamo, no?

AVERARDO (Con decisione) - Ma facciamo come dico io, scappiamo!

MARGHERITA - E come? Se tua madre non ti lascia nemmeno Le chiavi della macchina,

AVERARDO - Prendiamo il trattore. (Dall’interno giunge la voce irata della contessa).

CONTESSA - Averardo!

ANTONIO - Parla tu. (Mentre Averardo esce da destra, Margherita consegna la grossa busta ad Antonio).

MARGHERITA - L’ha portata un messo del Tribunale.

ANTONIO (Buttando la busta stilla scrivania) - Fatti coraggio. Mar­gherita... La contessa è fatta così, quando esce senza museruola è un guaio.

MARGHERITA (Ridendo) - Oh, non mi preoccupo di lei. Prima o poi la spunteremo.


ANTONIO (Preoccupato) - Pensi proprio di scappare con lui!

MARGHERITA - No, questo non lo farei mai. Sono una ragazza con i piedi per terra. Dico che riusciremo a sposarci.

ANTONIO - Ah, non è mica difficile. Lei è pronta a fartelo sposare. Basta che porti venticinque milioni di dote.

MARGHERITA - Che cosa hai detto?

ANTONIO - Ah, mica l’ho detto io... Servio Tullio, dice che tu lo sai...

MARGHERITA (Diventando improvvisamente triste e dura) - Capi­sco...

ANTONIO - Andiamo, su... non ci pensare, non essere triste... Abbia­mo lo studio, il lavoro, i clienti. Le polpette di dentice... A propo­sito, di Teresa che cosa ne è successo? Va un po’ a vedere... (Si frega te mani).

MARGHERITA - Zio! Zio Antonio!

TERESA - Aiuto... La mia testa... Aiuto... (Entra Teresa scarmi­gliata e sofferenze, comprimendosi la testa, sorretta da Margherita),

ANTONIO - Che è successo?

MARGHERITA - L’ho trovata in camera sua legata e mezza stordita.

TERESA . Brunacci... E’ stato Brunacci.,. Ha voluto che l’accompa­gnassi in camera mia, poi mi ha colpito alla testa e non ricordo più niente... Sono svenuta...

MARGHERITA - Ma perchè ha fatto una cosa simile?

TERESA (Con un piccolo grido) - Ah! Forse ha abusato di me...

ANTONIO - Ma va, Teresa, non ti fare illusioni. (Si sente il campanello alla porta e

Margherita esce da destra. Teresa seduta continua a lamentarsi).

TERESA - Ahi. che dolore.., senti... Senti cosa ci ho qui... (Gli fa sentire con la mano la nuca).

ANTONIO - Accidenti, sembra una noce...

TERESA - Morirò, Antonio? Morirò?

ANTONIO - Speriamo...

TERESA - Come?

ANTONIO - Dico: speriamo di no..

TERESA - Senti la fronte che mi brucia… Grazie Antonio. (Bacia la mano).

ANTONIO - E non baciare la mano.., sono mica il parroco. (Entrano Margherita e Caterina, quest’ultima in uniforme di ufficiale della polizia femminile).


MARGHERITA (Sbalordita) - Zio! Zio! Una cosa incredibile! C’è Bru­nacci di là,.. Con due guardie...

TERESA - Ah, quel vigliacco!

CATERINA - Buongiorno, avvocato.

ANTONIO - L’hanno richiamata?

CATERINA (Parla senza più l’accento siciliano che abbiamo sentito)- Sono un capitano della polizia femminile. (Indicando Teresa) E questa la signora aggredita?

TERESA - Signorina, prego...

ANTONIO - Sì, sì è lei,.. Senta la noce, senta la noce...

CATERINA (Tasta la nuca di Teresa) - E meglio portarla subito al Pronto Soccorso e farsi rilasciare un certificato. perche dovrà te­stimoniare. Vada, vada signorina.. (A Margherita) L’accompagni lei signorina. Con il colpo che ha ricevuto potrebbe essere un pòintontita.

ANTONIO - Ah, quella anche senza il colpo è tonta.

MARGHERITA - Vieni, andiamo Teresa... Non aver paura. (Marghe­rita e Teresa escono da destra).

CATERINA Lo abbiamo preso subito, malgrado il travestimento e l’ho portato qui per fargli rimettere i suoi vestiti.

ANTONIO - Scusi colonnello, ma guardi che io non so mica niente... Ma non se l’era sposato lei, Brunacci?

CATERINA - Si, per poterlo cogliere in flagrante. Infatti gli ho messo le manette subito dopo che aveva tentato di uccidermi col gas.

ANTONIO - Ma cosa mi dice, colonnello...

CATERINA - Con un’altra gli sarebbe riuscito facilmente, ma non con me. Ora abbiamo tutte le prove contro di lui, compreso il bi­glietto scritto da me in cui pregavo melodrammaticamente di non accusare nessuno della mia morte, etc, etc,

ANTONIO - Ma perchè?

CATERINA - Ah, mica io sola... Io sarei stata la terza vittima. Da più di un anno era sotto la nostra sorveglianza. Per poterlo arrestare ho dovuto fingere di essere una ricca nubile in cerca di marito. E siccome lui cercava solo mogli danarose...

ANTONIO - Ne ha ammazzate tre!?

CATERINA - Due. Con me il tentativo è riuscito solo a metà.

ANTONIO Beh, due e mezzo. E lei ha dovuto sposarsi sul serio?

CATERINA - Un matrimonio finto, ovviamente. Senza nessun effetto giuridico. Il prete era un nostro agente travestito.


ANTONIO Si, va bè… ma poi la notte… Sa com’è… Il marito vuole… e lei è costretta…


CATERINA - Naturalmente, questo fa parte del nostro lavoro. In ca­si estremi abbiamo la licenza di uccidere o la licenza di...

ANTONIO - Di sparare... licenza di caccia al fringuello

CATERINA - Mi può dare il suo vestito?

ANTONIO - Si, subito... Credo sia di là in camera di Teresa, ma... mi ci fa parlare un momento con Brunacci? Sono il suo avvocato...

CATERINA.- E un suo diritto. (Va sulla porta di destra e ordina) Pantanella, fai venire qui il detenuto.

(Dopo qualche attimo entra Brunacci con un perfetto travestimento da donna, parrucca e scarpe comprese).

ROMOLO - Avvocato mio, la vita è na monnezza, er monno è ‘no schifo...

ANTONIO - Guardi che la vera mondezza mi pare sia lei.

ROMOLO - M’ha detto proprio male, so’ jellato... (Rivolgendosi a Ca­terina) Caterina, cioè, signor capitano... dopo che so’ riuscito a scappa e so’ venuto qui a travestimme, quanno m’avrebbero bec­cato le guardie se alla stazione nun fossi dovuto anna’ ar gabinet­to? (Spiegando) Un bisogno urgente... logicamente vado in quello de le donne.., e dentro c’era una che m’ha scoperto.

CATERINA - Poche chiacchiere, Brunacci. Senta cos’ha da dirle l’av­vocato, e andiamo.

ANTONIO - Ma allora a quella del baule... « Elviruccia  mia ., la testa gliel’ha tagliata lei? (Brunacci fa segno di sì) E quella di prima ancora la polmonite come ha fatto a fargliela venire?

ROMOLO (Con voce lamentosa) - E che c’è voluto.., un po’ cagionevole  era, je venuta ‘na febbretta, era inverno, un freddo da fassela sotto... Io ho alzato le coperte, je ho buttato ‘na secchiata d’acqua ghiaccia addosso e ho spalancato la finestra...

CATERINA - Avvocato, credo che non abbia altro da dirgli...

ANTONIO (Sbalordito) - No, no... ma Brunacci... che sembrava così... un buon diavolo, uno di quei romani sinceri, aperti, tutto bucatini e volemose bene... Era il Barbablu dì Trastevere.

ROMOLO (Lamentoso) - Avvocà, quanno a uno je succede quello che m’è capitato a me... er bisogno de sordi continuo, assillante pe’ dalli a ‘na persona che m’ha fatto perde la testa e i sentimenti... ‘Na passione sfrenata che m’ha travorto come un fruscello de paja ner turbine amoroso dei sensi...

CATERINA (In tono indulgente) – E’ innamorato pazzo, poveretto


ANTONIO (Mettendo una mano sulla spalla di Romolo) Come la capisco….

ROMOLO . Si, si, pazzo... innamorato pazzo... Ci ha ragione er capitano... E fosse armeno uno de quei tipi boni , che se ne stanno,a casa e nun chiedono artro che un core e ‘na capanna... E invece questo no, vo’ sempre sordi, sordi continuamente nun j’abbastano mai… e come me li procuravo? Col lavoro de piazzista mica se comprano le Ferrari urtimo tipo, er cabinato, d’arto mare, le vacanze a Cortina d’Ampezzo...

ANTONIO - Eh, sì, è stato proprio sfortunato.

ROMOLO - Nun ce fossi mai annato quella domenica a Ostia, quanno se semo incontrati... io stavo sdraiato a pijà er sole e m’è apparso come ‘na visione... Usciva dar mare col corpo abbronzato, coperto di goccioline, portava ‘no Slippetto piccolo piccolo... li capelli ricciuti neri, lunghi fino a qui, er  petto pienode peli.., me so’ sentito come un fluido caldo in tutto er corpo..,

ANTONIO - Eh, quando arriva il fluido caldo son dolori. Ma se è una passione così forte perché  non vi sposate?

ROMOLO - Nun possiamo, nun c’è er permesso... In lnghilterra si , ma qui no... Se no da mo’ che me lo sarej sposato Righetto mio… (Pausa. Antonio finalmente realizza. Indicando Romnolo chiede a Caterina).

ANTONIO - Ma mi sbaglio o questo è un po’… (Si tocca l’orecchio con l’indice. Caterina risponde con un egsto che significa ‹altroché››. Antonio fa un gesto di estrema nausea e disapprovazione) Eh, ma allora è proprio vero che la vita èuno schifo...

ROMOLO ‘ Avvocà lei me difenderà spero… anche se non ci ho soldi pe’ paga...

ANTONIO . Sì, tanto ci sono abituato.

CATERINA - Andiamo Brunacci, venga a cambiarsi.

ANTONIO . Ma non è meglio che resti così? E più in carattere.

ROMOLO – Avvocà, pensamo a n’a linea de difesa.

ANTONIO – Eh, l’unica sarebbe di dire che sono stati delitti politici. Molti ci hanno provato e gli è andata bene. (Rientrano da destra Margherita e Teresa che ha un foglio in mano)

TERESA (indicando Brunacci) - Eccolo li quel farabutto!

ROMOLO - Me perdoni Teresa ma nun ci avevo artra via...

MARGHERITA (Piano ad Antonio) - Zio, ma lo sai che così vestito Brunacci sembra proprio una donna?

ANTONIO Sì, sì, anche se non è vestito così.

CATERINA (Sbrigativa, a Teresa) Senta signorina, vada a prendere il vestito e le scarpe del Brunacci. Si cambierà in questura. Poi le farò avere il suo abito e la sua parrucca. (Teresa esce da sinistra). Mi perdoni, Teresa.

ROMOLO (Ad Antonio) - Telefoni a Righetto ar 646161 de Roma... Je dica quarche cosa, je ‘nventi ‘na bugia se no quello se mette co’ un altro... (Poi a Caterina)Anzi, perché non arrestare pure lui, tanto è pregiudicato...

ANTONIO Ecco, si, metteteli in una bella cella matrimoniale. (Entra Teresa col vestito e scarpe di Brunacci. Caterina li prende di­cendo)

CATERINA Su, andiamo...

ROMOLO (Ad Antonio con le lacrime nellavoce) - Avvocà, la vita è ‘na rnonnezza...

ANTONIO (Lo spinge fuori) - Sì, sì, ho capito... Vada, vada signora e stia attenta ai paracarri. (Caterina e Brunacci escono accompagnatida Antonio).

TERESA . Ah, Margherita mia... Me la sono vista proprio brutta sai.

MARGHERITA - Beh, ora è tutto finito. Andiamo finalmente a pre­parare le polpette di dentice.

TERESA . E quando mi insegnerai a fare il riso al salto?

MARGHERITA . Ho paura che dovrai continuare a fare il solito riso al burro. Penso di andarmene fra una settimana.

TERESA . Ma come? Se ancora stamattina eri entusiasta di stare qui.

MARGHERITA Sì,  ma in mezz’ora molte cose sono cambiate. E io non ho la tua costanza, non mi sento di aspettare per ventanni quello che ho diritto di avere subito. (Escono da sinistra mentre da destra entrano Antonio eMichele).

MICHELE .Ma che cosa mi dici! Brunacci ha fatto di queste cose?

ANTONIO (Allegro) - Eh, caro mio... L’amour c’est l’amour! Come disse Servio Tullio...

MICHELE - Che c’entra Servio Tullio?

ANTONIO - Era un grande uomo! A proposito, avevi ragione tu su Margherita e ti chiedo scusa di averti trattato male.

MICHELE . Non ti preoccupare, io sono veramente tuo amico. Anzi ti dirò che sono tornato per dirti che... (cambiando tono) Ma co­me mai sei così allegro, così vispo? Se io avevo ragione dovresti sentirti piuttosto abbattuto.

ANTONIO . E lo sono stato per un momento, ma poi è intervenuto Servio Tullio


ANTONIO - Se Margherita vuol sposare il volpacchiotto gli deve por­tare venticinque milioni di dote... L’ha detto la volpona.

MICHELE - E chi è la volpona?

ANTONIO . La madre del volpacchiotto, la contessa.

MICHELE - Ah...

ANTONIO (in tono faceto) - Vuoi fermarti a pranzo con noi? Abbiamo delle polpette dentice.

MICHELE - Ma non ti vergogni?

ANTONIO Perché? Il dentice è fresco... E’ arrivato in aereo dalla Tunisia.

MICHELE - Non cambiare discorso e rispondi: non ti vergogni?

ANTONIO Ehi, mister karaté, di che cosa mi dovrei vergognare?

MICHELE - Di questa tua contentezza. Tu pensi che Margherita non potrà mai disporre di una cifra così enorme e che quindi, logica­mente, non avrà mai la possibilità di diventare la moglie di Ave­rardo. Quindi dovrà stare qui con te.

ANTONIO - Non è vero!

MICHELE Sì che è vero, confessa avvocato! (Antonio cade a sedere come un colpevole; Michele incalza) Hai fatto bene i tuoi conti. Margherita sola, senza conforto, tu che la consoli...

ANTON1O - No! No! Sono innocente…

MICHELE (Con forza) Non negare... Quella tua allegria di poco fa’ ti condanna! Avanti, rispondi: hai fatto qualche cosa per far cam­biare idea alla contessa? Hai adoperato la tua arte, la tua esperien­za di avvocato per convincerla? L’hai pregata? L’hai supplicata? No! Tu non hai fatto niente... Ti sei abbandonato alla tua gioia pregustando la pera che ti sarebbe cascata fra le mani come un frut­to maturo. (Pausa. Antonio si alza nobilmente. Guarda per un atti­mo l’amico poi gli dice con voce ferma).

ANTONIO . Ti sbagli Michele! (Va al telefono e compone un numero).

MICHELE . Che cosa vuoi fare?

ANTONIO - Adesso stai zitto... (Rispondendo al telefono) Mademoi­selle Jeannette Marchand, per favore.

MICHELE - Antonio, spero che tu non te la sia avuta male... Ho cer­cato soltanto di parlarti come un amico e tu lo sai che delle volte per fare del bene bisogna dire delle parole amare.

ANTONIO - Le tue erano proprio all’acido solforico, boia... (Poi su­bito dopo al telefono) Pronto? Oh, no, signorina Marchand, non dicevo a lei... Sono l’avvocato Pautasso. Dunque mademoiselle Mar­chand, abbiamo trovato il marito.. Si, proprio quello che ci vuo­le… No, no, stia tranquilla, questa volta andrà tutto bene... Sicu­rissimo... Ma sì, venga subito che glielo presento... Porti l’assegno, queIlo che doveva servire per quell’altro... Ma se le dico di stare tranquilla? Questo qui anche se lei gli passeggia nuda davanti, lui si fa il solitario con le carte. Va bene, l’aspetto. (Riattacca).

MICHELE (Molto preoccupato, con vero affetto) - Antonio, non pen­serai mica di...

ANTONIO - Adesso se parli ancora ti do un pugno, che ti passa la voglia... (Compone un altro numero al telefono. Michele, letteral­mente disperato, si lascia cadere seduto, esclamando).

MICHELE- Hai ragione.

ANTONIO (Al telefono) - Pronto? Oh, Averardo, sei tu?... Parla Pau­tasso... Disinfetta il telefono e fammi parlare con tua madre... Non può venire? E’ al bagno? Oh... Non credevo che una Barbaresco facesse di queste cose.. Allora dille che se vuole degnarsi ancora una volta di passare dal mio modesto ufficio potrà avere l’atto di proprietà del terreno Francescotti, non solo, ma sistemeremo an­che la tua faccenda…Si, con Margherita. E non gridare così che mi rompi la tromba d’Eustachio! (Riattacca. Michele gli va incon­tro conaria minacciosa).

MICHELE Cosa? Cosa? Cosa? Il terreno Francescotti?

ANTONIO (Con calma) - Quel tuo terreno dovrà servire a completare la dote di Margherita. Io gli do un valore di cinque milioni e la contessa arà ben contenta di ricevere per l’acquisto del volpacchiotto venti milioni in contanti più il tuo terreno...

MICHELE . Si. c’è solo il piccolo particolare che io piuttosto di dare il terreno alla contessa...

ANTONIO - Calma... Tu non lo dai alla contessa, lo vendi a me. Sono io che lo cedo a lei.

MICHELE Ti ha dato di volta il cervello. Sapendone l’uso che vuoi farne non te lo venderei nemmeno per un miliardo.

ANTONIO - Me lo venderai invece per quarantotto lire e trentadue centesimi. (Così dicendo ha aperto la cartella riguardante l’avvertenza) Sono riuscito a trovare anche le tre lire e i trentadue cen­tesimi. Ce l’ho qui nel cassetto.

MICHELE (Sbalordito) - Ma cosa ti esce dalla bocca? Sei pazzo...

ANTONIO (Gli apre la cartella sotto gli occhi e gli dice) . Leggi un po’ qui. Sai leggere il francese?


MICHELE - Ma qui è scritto in italiano... (Legge) Il mio corpo è tutto un fuoco, vieni amor mio a spegnere la fiamma che mi con­suma… ».

ANTONIO (In fretta) - No, no, questa è Teresa... Accidenti a lei! Anche la fiamma ci mancava.. (Toglie il foglietto che Michele stava leggendo) Leggi sotto, leggi sotto dove c’è il segnetto rosso...

MICHELE (Leggendo in francese) - Le proprietaire pourra transiter seulement à pieds, sans chien et sans arquibuse ou le terraine sera vendu pour le meme pris de l’aquiste ». (Michele guarda Antonio sbalordito) E questo che vuoi dire?

ANTONIO (Gli dà una piccola foto) - Lo riconosci?

MICHELE - Sì, sono io.

ANTONIO - Che cos’hai in mano?

MICHELE - Ho un cane e quel vecchio fucile che mi desti tu perché lo portassi sul terreno dove tu mi aspettavi...

ANTONIO - Quel vecchio fucile è un archibugio. E tu sei passato sul terreno della contessa col cane e con l’archibugio. Contravvenendo a una precisa norma contrattuale. Siccome il tuo bistrisavolo pa­gò il terreno quarantotto lire e trentadue centesimi, questo è il prezzo che io ti pagherò.

MICHELE - Ma... ma... (Non riesce a parlare tanto è il suo rabbioso stupore).

ANTONIO Te l’avevo detto di stare attento dalle fregature degli avvocati.

MICHELE - Ma allora mi hai teso un tranello! Una trappola! Mi hai fatto di proposito quella fotografia! Ma io spacco tutto, io distrug­go tutto... (Afferra l’elenco telefonico ma Antonio lo avverte fred­damente).

ANTONIO Sta attento che ci sono due lastre d’acciaio dentro, l’ho corazzato come un sommergibile.

MICHELE (Getta via l’elenco, urlando) - Tu non puoi farmi una cosa simile! Non puoi!

ANTONIO - Rivolgiti a un avvocato. (Entra Margherita da sinistra).

MARGHERITA - Ehi, voi due... Non starete mica litigando?

ANTONIO - Vieni qui, vieni qui figlia mia.. (L’abbraccia mentre Mi­chele siede accasciato) Ecco come ti voglio bene io, come una fi­glia... Soltanto quello schifoso depravato poteva pensare... (Si sen­te il suono del campanello, Teresa esce da sinistra per andare ad aprire e intanto dice a Margherita).


TERESA - Margherita, le polpette non restano solide si sciolgono nell’olio...

MARGHERITA - Non ti preoccupare, faremo il passato di dentice allla francese.

ANTONIO (A Teresa) - Vai, va’ ad aprire che poi ti spengo la fiamma con la pompa dei pompieri. (Teresa dopo un gesto offeso esce da destra mentre Antonio dice a Margherita) Tutto andrà bene Mar­gherita, ci ha pensato l’avvocato Patutasso che è sempre un esper­to di matrimonio.

MARGHERITA - Ma zio, non capisco...

ANTONIO . Capirai. (Entrano Teresa e Jeannette). Buongiorno avvocato.

MARGHERITA- Oh, mademoiselle Marchand...

JEANNETTE (Ad Antonio) - Dopo la sua telefonata le confesso che non sto più nella pelle... Il mio permesso scade tra venti giorni e pour l’agitation al mio Fernando gli son venuti tanti brufolini sur le visage... Et alors? Dov’è il marito?

ANTONIO . Eccomi qua. Sono io.

JEANNETTE - Lei, avvocato!? (Pausa. Tutti guardano Antonio il quale per darsi un atteggiamento prende una posa dignitosa appoggiatindosi allo schienale di una poltrona ma sbaglia la mira e per poco non finisce per terra) Mais n’est pas possible!

ANTONIO - Et porquoi? Mi sun qua. Sono scapolo. Cittadino in re­gola con le leggi. Non le va di diventare la signora Pautasso?

TERESA (Scattando) - No! Antonio... avvocato. tu... lei.., non puoi farmi una cosa simile! E una coltellata alla schiena che mi dai! Ho pazientato venti anni... Venti anni della mia vita ho buttato via spe­rando in te. E questo.., questo è il risultato! Sei un infame! Un vigliacco! (Margherita la consola) Me ne vado... sì si! Antonio, An­tonio, prima angelo, e poi demonio! (Esce teatralmente da sinistra)

MICHELE - Poverina...

JEANNETTE - Ma perché fa così?

ANTONIO - Niente, soffre di viscere.

MARGHERITA - Zio, come mai questa decisione così improvvisa?

MICHELE - Lo fa per lei, cara signorina... E ci sono andato di mezzo anch’io che contribuisco alla sua felicità con quarantotto lire e trentadue centesimi.

ANTONIO (A Michele)  Tu sta zitto. (A Jeannette) E allora made­moiselle, lo facciamo questo matrimonio blanche?

JEANNETTE - Oui, oui. Io sono pronta, contento lei, contenti tutti, Le condizioni le conosce.

ANTONIO Sì, sì lei mi dia l’assegno  e dopo la cerimonia può andarsene in viaggio di nozze col suo Fernandone, così gli andranno via i brufolini dalla faccia, e le assicuro che di me non sentirà mai più parlare. (Intanto Michele parla a bassa voce con Margherita, evidentemente spiegandole tutto).

JEANNETTE - Bien, siamo d’accordo caro marito.

ANTONIO - Come no, cara moglie. Da una mano l’assegno e dall’al­tra il contratto.. (Avvicinandosi alla scrivania) Eccolo qui, era pre­parato per quel novantenne che è morto appena l’ha vista... Basta una firmetta e ci vediamo in Municipio... (Jeannette estrae un assegno dalla borsetta e Antonio sta per firmare quando Margherita gli ferma il braccio).

MARGHERITA - No, zio! Non voglio!

ANTONIO (Severo) Come sarebbe a dire ‹‹ non voglio »?Come ti permetti di dire all’avvocato Pautasso non voglio »?

MARGHERITA Ma ti stai sacrificando per me!

ANTONIO - Neanche per sogno. Lo faccio per me. Ti rendi conto che finchè sono scapolo corro il rischio di sposare Teresa? (Firma).

MARGHERITA (Commossa) - Mi fai sentire colpevole.

ANTONIO - Ti difendo io. Vai ad aprire. (Si sente il campanello e Margherita va di corsa ad aprire mentre Jeannette legge attenta­mente il contratto firmato da Antonio),

MICHELE . Antonio, tutto sommato il mio sacrificio è niente,in con­fronto al tuo. E poi, sono contento per Margherita.

ANTONIO (Sospirando) - Anch’io... Sapessi come sono contento. So­no tanto contento che mi viene quasi da piangere...

MARGHERITA (Tornando) - C’è la contessa... (Entra per primo Ave­rardo col solito spry).

MICHELE ,- Ma che cosa fa?

ANTONIO -La contessa è una igienista, prima di bere lava anche l’acqua.

CONTESSA (Entrando austera come sempre) - Avvocato Pautasso, spero che non mi abbia fatto venire inutilmente una seconda volta.

ANTONIO - Per carità contessa, è tutto sistemato. Dove vuol sedersi? Averardo, spruzza tu.

CONTESSA (Dopo aver guardato tutti) . Ci sono degli estranei.

ANTONIO - Ma sono tutti lavati e stirati. E poi come estranei? (Indi­cando Margherita) Questa è la sua futura nuora... (Indica Jeannet­te) Questa è mia moglie...


CONTESSA (Stupita) - Sua moglie?

ANTONIO  Per modo di dire. Comunque moglie a tutti gli effetti, ma senza diritto di pascolo.

JEANNETTE - Enchante, madame la contesse.

ANTONIO (Indicando Michele) . E questo è Francescotti, il padrone del terreno.

CONTESSA . Ah, finalmente ci conosciamo...

MICHELE’ (Guardandola un po’ scosso) - I miei omaggi, contessa... (Musica).

ANTONIO Allora, sentite le parti ed escussi i testimoni, la parola alla difesa. Difesa in un processo nel quale tutti siamo imputati... (Dicendo questo ha indossato la toga ed ora continua al centro della scena) Da chi vuol contrarre un falso matrimonio per conti­nuare una tresca adulterina a chi vende quarti di blasone per un po’ di denaro... Ma ogni imputato ha diritto alla comprensione e alla misericordia della corte, perché anche le corti sono formate da imputati ai quali auguro di trovare un giorno una corte pieto­sa. E poichè non tutti i reati, anzi quelli più grossi, non sono con­templati dal codice, io chiedo a voi giudici di assolverci anche per­chè in questa vicenda umana ci abbiamo messo un po’ di buona volontà, riuscendo ad appianare le cose. Per il resto ben altri avvocati e senza toga, dovranno intervenire. Onde per cui la qui presente Margherita Bonelli sposerà il qui presente Averardo dei conti di Barbaresco al quale reca una dote di lire venticinque mi­lioni così suddivisi: venti milioni con assegno circolare (lo sfila dalla mano di Jeannette e lo porge alla contessa) elire cinque mi­lioni rappresentati da duemilaottocento metri quadrati del terreno silo in località detta La Stercaia... (Alla contessa) Alla disinfezione ci pensa lei, eh? (Riprende il tono ufficiale) Al cui passaggio di proprietà non mancano che le firme.. Signori della corte, ho fmito. Se saremo assolti tanto meglio; se ci condannerete diremo con il grande Cicerone che nella legge chi trionfa sempre è il mascalzone!

CONTESSA - Andiamo a firmare. (La contessa e Michele vanno a fir­mare presso la scrivania. Margherita abbraccia Antonio).

MARGHERITA - Oh. zio!

ANTONIO (Corrispondendo all’abbraccio) - Come una figlia.., come una figlia... Adesso però staccati perchè sento già che non è più come una figlia... Vai, va dal volpacchiotto... (La spinge verso Ave­rardo. Dopo aver firmato, la contessa va alla poltrona).

AVERARDO - Margherita! Tuo zio è veramente un grande uomo! Il primo figlio che avremo lo chiameremo Pautasso!


JEANNETTE (Termina di leggere il contratto e lo sventola come una bandiera) - Tutto bene! Tout va très bien! Rimarrò in Italia per sempre col mio amore... Viva l’amour! Viva l’amore! (Fa un giro per la scena ed esce da destra cantando la canzone che abbiamo già sentito, ossia il valzer tipo fascination. La contessa lancia un grido e cade sul divano semi svenuta).

CONTESSA - Aaaah! No... questa canzone... non posso sentirla... mi fa star male... aiuto... (Margherita, Averardo e Antonio le vanno ac­canto soccorrendola; Michele invece resta da un lato insospettito e scavando nel ricordo),

AVERARDO - Sempre così, quando senta questa musica si sente male...

MARGHERITA - Dei sali, ci sono dei sali?

ANTONIO . Facciamole odorare il dentice.

MARGHERITA - Contessa..

AVERARDO - Mamma...

CONTESSA (Riprendendosi; con voce rotta) Mi sento meglio... Scu­satemi... Ma quella canzone mi ricorda un momento bello ed orri­bile al tempo stesso... Un episodio della mia giovinezza... (Ricor­dando) La notte precedente il mio matrimonio... Mi trovavo con i miei genitori ad Acqui Terme... non potevo dormire quella notte, ero così agitata... sentivo come serpeggiarmi nelle vene un fluido caldo...

ANTONIO - Anche lei!

CONTESSA (Proseguendo) - ... Uscii nel giardino dell’albergo dove giungeva dall’interno la musica di un’orchestrina che suonava ap­punto questa canzone... Stavo passeggiando lungo le siepi di bego­nie quando vidi un giovane atleta biondo... in maglietta e calzoncini..

MICHELE (Senza guardarla, ricordando) - C’era scritto sopra « For­titudo ... (Tutti guardano Michele) E tu avevi un vestito di voile azzurro...

CONTESSA (Senza guardare Michele) - Mi venisti incontro e mi dicesti... (Tutti guardano lei).

MICHELE (Continuando) - .. Fermati, tu sci la bellezza... (Tutti Guardano Michele).

CONTESSA - La musica continuava a suonare dall’albergo... (Tutti guardano la contessa).

MICHELE - Cademmo in ginocchio uno davanti all’altra e le nostre bocche si unirono...


ANTONIO - Da questo punto il racconto è vietato ai minori di quat­tordici anni. (Finalmente Michele e la contessa si guardano).

MICHELE - Tu! Sei tu la mia lei!

CONTESSA - E tu, tu sei il mio fatale lui!

MICHELE - Perché fuggisti dalla mia vita senza più darmi notizie? Io ti diedi l’appuntamento per il giorno dopo!

CONTESSA - Il giorno dopo andai sposa al conte Cornelio...e avevo già in mé il frutto del mio peccato!

ANTONIO Urca! (Indicando Averardo) Ma tu sei il figlio delle begonie?

MICHELE - Averardo! Mio figlio?

ANTONIO (A Michele) Solo tu potevi fare un figlio come questo.

AVERARDO (Alla contessa) - Io non ho capito niente... (Indicando Mi­chele) Devo chiamarlo papà?

CONTESSA (Agitatissima) - No! No!... Vieni Averardo... Andiamo via, non posso più vederlo quest’uomo!

MARGHERITA - Ma perchiè, contessa? Ancora pregiudizi? Ancora sof­frire per un fallo commesso tanti anni fa?

ANTONIO (Guardando Averardo) - Hai capito? Tu sei un fallo.

MICHELE (Alla contessa)  Aspetta... Tutto non è perduto! La vita non è finita! AI mondo vi sono ancora delle begonie...

CONTESSA - No! No... Voglio chiudermi nella villa e non uscirne più.... Passerò le giornate a pregare nella cappella, per chiedere perdono al mio nobile sposo...

MICHELE - Vengo anch’io con te... pregheremo... pregheremo insieme.

ANTONIO - Lui serve anche la Messa.

CONTESSA - No! Nessuno mi vedrà più. E quando Averardo se ne sarà andato trasformerò la villa in un monastero... e lo intitolerò a San Cornelio dei Dibattuti.

ANTONIO - Il protettore dei cornuti. (La contessa esce).

MICHELE (Correndo verso la porta di destra) - Aspetta, dobbiamo dirci tante cose.. (Disperato, ad Antonio) Antonio, che faccio?

ANTONIO . Vai, corrile dietro, che alla prima siepe di begonie…. spacca l’elenco telefonico. (Michele esce correndo).

MARGHERITA - Una cosa però è certa: che la voce del sangue non esiste.

AVERARDO - Questo è vero. Io quello lì lo conosco da quando ero bambino e mi è sempre stato antipatico.


ANTONIO - Ma chi può dire che sia veramente tuo padre? E poi, in fin dei conti, che importanza ha? Quello che vale è che un individuo nasce, esiste, vive, è un cittadino del mondo. Tutto sta a vedere se è un cittadino di serie A o di serie B. Quelli dì serie A sono i belli, i forti, i fortunati, i desiderati dalle donne, i vincenti... I cittadini di serie B sono quelli come me.

MARGHERITA - Zio, non devi parlare cosi. Perché ti butti giù? Devi convincerti di essere un uomo eccezionale! Se ti compiangi, allora sei tu che vuoi essere di serie B!

AVERARDO (Con affetto) - Avvocato, per me lei è di serie A, come la Juventus!

ANTONIO (Leggermente commosso; in mezzo ai due, mette le brac­cia sulle loro spalle) - Grazie, siete molto buoni ma sapete bene che non è così. A questo mondo c’è chi nasce pecora e chi nasce lupo... (Guardando Averardo),.. e chi volpacchiotto.. (Sospira, poi si scuote) Ma adesso non ci commuoviamo. Margherita, abbine cu­ra. Hai detto bene, questo qui è uno come me. Un indifeso, un de­bole, un mansueto. E sei tu che dovrai guidarlo e sostenerlo.., per­chè è la donna che tiene le redini dell’umanità. Tutto quello che l’uomo fa, costruisce, inventa, scopre, conquista è sempre per una donna anche se non è la sua donna. (Sospira di nuovo e aggiunge) E mi pare che meglio di così l’avvocato non si possa fare.

MARGHERITA - Ma adesso...

ANTONIO (Sbrigativo) - Adesso uscite, andatevene fuori insieme (Ad Averardo) L’hai mai portata a cena? (Averardo /a cenno di no) E allora che aspetti? Su, andate alla Tartufella. è la trattoria degli innamorati, c’è la musica, si mangia bene ese vi date un bacio i camerieri fanno finta di non vedere. Avanti, sbrigatevi che è già buio. Andate, altrimenti vi faccio mangiare il dentice!... (Li spinge fuori da destra. Rimasto solo perde tutta la sua baldanza e, poichè nel frattempo è calata la sera, va ad accendere la lampada sulla scrivania, senza accorgersi di Teresa che vestita da viaggio e con una grossa valigia in mano, è entrata da sinistra e si è fermata do­po aver fatto due passi. Antonio, voltandosi, la vede).

TERESA - Addio, avvocato. Me ne vado.

ANTONIO - Ma dove vuoi andare? Metti giù quella valigia e non fare la melodrammatica.

TERESA (Nobilmente) - Se mi vuol trattenere perchè non può liqui­darmi di quanto avanzo, sappia che non voglio nulla. Nel luogo dove sono diretta non c’è bisogno di denaro.

ANTONIO - Ma su, Teresina, ragioniamoci sopra un momento...


TERESA (Piangendo) Avrei accettato tutto, sopportato le umiliazio­ni, le offese, il ridicolo... Manon posso sopportare che lei sposi un’altra!

ANTONIO - Ma lo sai benissimo che è un matrimonio per burla, fat­to solo per fregare la legge...

TERESA  Ma lei è un avvocato!

ANTONIO - E se la legge non la frodano gli avvocati chi vuoi che lo faccia?

TERESA- Si, lo so, tuttavia...

ANTONIO Niente tuttavia! Io quella specie di moglie non la vedrò mai, rimarrò sempre qui, al mio posto…. (Dopo una breve pausa)  Con te

TERESA  Avvocato!

ANTONIO Chiamami Antonio!

TERESA (Commossa e posando la valigia) Antonio!

ANTONIO (Con tenerezza) Ti ho mai portato a cena fuori in un posticino tranquillo, con la musica?….

TERESA (Piena di speranza e di felicità) No…

ANTONIO (Sbrigativo) Ecco, e non ti ci porto nemmeno stasera. Andiamo a mangiarci il dentice. (Esce deciso da sinistra  portandosi Teresa per mano).

Si chiude il velario

FINE DELLA COMMEDIA



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