Peccato che fosse una sgualdrina

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Tragedia in cinque atti

di John Ford

Titolo originale: 'Tis Pity She's A Whore

Traduzione di Alberto Valles Poli

Rizzoli Editore - Milano - 1962

PERSONAGGI

BONAVENTURA, frate

UN CARDINALE, nunzio del Papa

SORANZO, nobile

FLORIO

DONATO cittadini di Parma

GRIMALDI, gentiluomo romano

GIOVANNI, figlio di Florio

BERGETTO, nipote di Donato

RICCIARDETTO,  travestito da  medico

VASQUES, servo di Soranzo

POGGIO, servo di Bergetto

ANNABELLA, figlia di Florio

IPPOLITA, moglie di Ricciardetto

FILOTI, nipote di Ricciardetto[1]

LA GOVERNANTE  di  Annabella[2]

Banditi, Guardie, Gente del seguito, Servi, ecc.

La scena è in Parma


DEDICA

Al nobilissimo John, Conte di Peterborough[3], Lord Mordaunt, Barone di Turvey

Mio signore,

dove un merito reale ha una generale attestazione, l'amore non è che un debito di giusta riconoscenza. La grandezza non può sovente reclamare la virtù per diritto ereditario; eppure, in questo, la vostra appare più elevata, per il fatto che voi non siete più giustamente erede della vostra fortuna di quel che la gloria sarà della memoria di voi. Delicatezza di sentimento nobilita la libertà della nascita; in ambedue il vostro legittimo credito aggiunge onore al vostro nome, e indulgenza alla mia presunzione. La vostra nobile approvazione di questi primi frut­ti del mio tempo libero veramente m'incoraggia a confidare che interpreterete con molta liberalità que­sta presentazione; specialmente per il fatto che il mio omaggio è un particolare, doveroso obbligo per i favori e la particolare attenzione Vostra. La gra­vita del soggetto può facilmente scusare la leggerez­za del titolo, altrimenti io sarei stato un severo giu­dice della mia stessa colpa. Ci son prìncipi che han concesso il loro favore per inezie offerte con purità d'affetto; Vostra Signoria può allo stesso modo com­piacersi di ammettere alla sua stima, con questi mo­desti tentativi, la costanza dell'affetto del sincero estimatore dei Vostri onorevoli meriti.

JOHN FORD

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

La cella di Frate Bonaventura.

Entrano il FRATE e GIOVANNI.

FRATE           Non discuterne più; perché sappi, giova­notto, che queste non sono questioni da dispute scolastiche[4]. Una filosofia sottile può tollerare del­le argomentazioni inverosimili, ma il Cielo non ammette buffonate: i begli spiriti che presumono troppo del loro spirito, con lo sforzarsi a provare con abili ma stupidi argomenti che Dio non c'era, scopersero per prima cosa la strada più corta per l'inferno, riempiendo così il mondo d'un ateismo maledetto. Tali questioni, giovanotto, sono vane: è molto meglio benedire il sole che chiedersi perché risplenda, e Colui di cui tu parli è assai più in su del sole. Basta! Non posso sentire cose del genere.

GIOVANNI   Dolce padre, v'ho aperto la mia anima oppressa, ho vuotato i miei pensieri e il mio cuo­re fino in fondo, ho fatto me stesso povero di se­greti; e non ho tralasciato di dire una sola parola, che avesse potuto chiarire tutto quello che ar­dissi mai di pensare e comprendere. Ed è questo il conforto che ne avrei? Non debbo fare io quello che possono fare tutti gli altri? amare?

FRATE           Sì, puoi amare, figliuolo caro.

GIOVANNI   Non debbo io lodare questa bellezza che, se fosse creata di nuovo e gli dèi l'avessero lassù, ne farebbero una divinità e le s'inginocchie­rebbero davanti, come io m'inginocchio davanti a loro?

FRATE           Ma come, folle insensato...

GIOVANNI   E una parola da nulla, una formale consuetudine, in uso fra uomo e uomo, di dirci fratello e sorella, sarà una barriera messa fra me e la mia felicità perpetua? Dite pure che avemmo uno stes­so padre; dite che uno stesso grembo (maledizio­ne per le mie gioie) diede a tutti e due vita e na­scita; non siamo proprio per questo tanto più le­gati dalla natura l'uno all'altro dai legami di san­gue, di ragione? E anzi, se proprio lo volete, anche di religione: essere sempre uno solo, un'anima, una carne, un amore, un cuore, un solo tutto?

FRATE           Finiscila, giovane sventurato[5], perché sei già perduto.

GIOVANNI   E allora, perché sono nato fratello suo, le mie gioie dovranno essere bandite per sempre dal letto di lei? No, padre, vedo nei vostri occhi il segno della pietà e della compassione; dalla vostra età, come da un oracolo sacro, si distilla l'essenza stessa della saggezza. Ditemi, sant'uomo, che cura mi darà sollievo in questi bisogni estremi?

FRATE           Il pentimento, figliolo, e il dolore per questo  peccato:  perché  hai provocato  una  suprema Maestà col tuo bestemmiare quasi da folle.

GIOVANNI   Oh, non parlate di questo, mio caro confessore!

FRATE           Sei forse tu, figliolo mio, quel miracolo d'intelligenza che una volta, soltanto tre mesi fa, era stimato per la sua età una meraviglia in tut­ta Bologna? Come applaudiva l'Università la tua padronanza, il tuo contegno; e il sapere, la parola, la cortesia, e tutto quello che poteva fare di te un uomo! Ero orgoglioso del mio pupillo, e preferii lasciar piuttosto i miei libri che separarmi da te. Io feci questo: ma i frutti di tutte le mie speranze sono perduti in te, come tu ti sei perduto in te stesso. Oh, Giovanni! Hai lasciato le scuole del sapere per discorrere insieme alla lussuria e alla morte? Perché sulla tua lussuria aspetta la morte. Guarda il mondo e vedrai risplendere migliaia di facce più lucenti di quest'idolo che adori. Lasciala, buttati sulla cosa più preziosa[6], è molto minor pec­cato; sebbene in giochi come questi perdano quelli che vincono.

GIOVANNI   Sarebbe più facile fermare nell'Ocea­no il flusso e il riflusso che dissuadermi dai miei giuramenti.

FRATE           E allora ho finito, e nelle tue brame osti­nate vedo già pronta la tua rovina. Il Cielo è giu­sto. Eppure... Ascolta il mio consiglio.

GIOVANNI              Come una voce di vita.

FRATE           Vai svelto a casa di tuo padre. Chiuditi a doppia mandata in camera tua, solo. Poi buttati giù in ginocchioni, e prosternati a terra. Piangi come vuole il tuo cuore; e, se lo puoi, lava ogni parola che pronunci con lacrime di sangue. Pre­ga il Cielo di purgarti dalla lebbra della lussuria che t'imputridisce l'anima; renditi conto di quel che sei, un miserabile, un verme, un niente; pian­gi, sospira, prega tre volte al giorno e tre volte ogni notte: fai questo per sette giorni; poi, se non hai trovato nessun mutamento nei tuoi desideri, torna da me: penserò io a un rimedio. Prega per te in casa tua, mentre io pregherò per te qui. Vai! La mia benedizione t'accompagni! Abbiamo biso­gno di pregare.

GIOVANNI   Farò tutto questo, per liberarmi dalla frusta della vendetta divina; altrimenti giurerò che il mio fato è il mio dio. (Escono.)

SCENA  SECONDA

La strada davanti alla casa di Florio.

Entrano  GRIMALDI  e  VASQUES,  con  le spade sguainate[7]

VASQUES     Avanti, signore, su con l'arma in pugno; se vi mostrate vile vi farò correre ancor più lesto.

GRIMALDI    Non sei un avversario per un pari mio.

VASQUES     Certo, io non mi sono mai recato in guerra per portar notizie a casa, e non posso re­citare la parte di buffone per un boccone di cibo, né giurare che mi sono buscato le ferite sul campo. Vedete questi capelli grigi? Non arretreranno per un naso insanguinato. Su, vuoi deciderti?

GRIMALDI   E come puoi pensare, servo della ma­lora, che metterò a repentaglio la mia reputazione con un par tuo? Chiama il tuo padrone. Egli s'ac­corgerà che son capace...

 VASQUES    Di schiamazzare come una pettegola-questo è il vostro mestiere. Povera ombra di sol­dato, ti farò vedere io come il mio padrone tenga al suo servizio gente meglio di te per bravura e au­dacia. Vuoi dunque batterti o far chiacchiere?

GRIMALDI   Né l'una né l'altra cosa, con te. Io so­no romano e gentiluomo; uno che s'è acquistato l'onore a prezzo di sangue.

VASQUES     Siete un vile bugiardo, e per di più un buffone. Battiti, o per questa spada, io ti scannerò: da bravo, mio signore! Vi batterete?

GRIMALDI               Non provocarmi, perché se osi...

VASQUES     A te, piglia.

(Combattono. Grimaldi ha la peggio.)

Entrano FLQRIO, DONATO e SORANZO da opposte parti.

FLORIO         Cosa vogliono dire queste improvvise liti così accosto al mio uscio? Non avete altri posti che casa mia per dare sfogo alla bile del vostro sangue eccitato? Devo continuare a essere impor­tunato da un tale chiasso e non riuscire né a man­giare né a dormire in pace a casa mia? Questa, Grimaldi, è la vostra amicizia? Vergogna! Non val proprio niente.

DONATO       Vasques, in quanto a te, mi permetto di dirti che non è affatto bene attizzare queste liti; tu sei sempre pronto a fomentare risse.

Entrano,  in  alto[8],  ANNABELLA  e   la  GOVERNANTE.

FLORIO         Qual è il motivo?

SORANZO     Abbiate un poco di pazienza, signori, e ve lo dirò. Questo signore, che ha fama d'essere un bravo soldato (perché io non so altro), è mio rivale nell'amore per la figlia del signor Florio. Egli continua a insistere alle orecchie di lei con la sua corte, per mia disgrazia; pensando che il miglior modo per raccomandare se stesso sia d'ab­bassare me con le sue parole. Sappi, però, Grimaldi, che sebbene tu sia forse mio eguale per rango, pure questo tradisce una tale volgarità d'animo che dovresti disdegnarla, se tu fossi nobile, come io disdegno te per la tua bassezza; e per questa ra­gione io volli che il mio servo gli correggesse la lingua, non ritenendo un uomo così vile avversario degno di me.

VASQUES     E se il vostro improvviso arrivo non ci avesse prevenuto, avrei cavato, a questo gentiluo­mo, il sangue di sotto la pappagorgia. Vi avrei ta­gliato il verme, signore, per scaricarvi la pazzia[9].

GRIMALDI               Riuscirò a vendicarmi, Soranzo.

VASQUES     Con un brodino caldo per fermarvi lo stomaco, sì, angelo d'innocenza, così! La pappa nel cucchiaio è una dieta più sana d'una lama spa­gnola.

GRIMALDI    Ti ricorderai di questo!

SORANZO     Non ti temo, Grimaldi.

(Grimaldi esce.)

FLORIO         Soranzo, mio signore, mi pare molto stra­no che vi facciate prendere dalla collera, avendo io ormai impegnato la mia parola. Poiché posse­dete il cuore di lei, che bisogno c'è di dubitare del­le sue orecchie? In qualsiasi gioco, solo colui che perde può aver diritto di lamentarsi.

VASQUES     Pure, signor Florio, la villania delle pa­role può essere tale da far diventare collerica per fino una colomba senza bile. Non biasimate il mio signore per questo.

FLORIO         Voi statevi più zitto. Io non vorrei per tutte le mie ricchezze che l'amore di mia figlia do­vesse causare lo spargimento d'una sola goccia di sangue. Vasques, rinfodera la spada, e poniamo fine a questa rissa con una bevuta.

(Escono.)

GOVERNANTE Che ve ne pare, bambina? Eccovi qui da tutte le parti minacce, sfide, liti, duelli; e tutto per amor vostro: dovete guardarvi ben bene, figliola; altrimenti, e ben presto, vi ruberanno da addormentata.

ANNABELLA Ma una vita del genere non mi ral­legra. I miei pensieri sono fissi ad altro. Vorrei che tu mi lasciassi!

GOVERNANTE Lasciarti! Non voglio sentirne al­tre; levati dalla testa che me ne vada, figliola. Que­sto è amore bell'e buono. Davvero, io non ti bia­simo; hai un assortimento adatto alla miglior da­ma d'Italia.

ANNABELLA   Ti prego di non chiacchierare tanto.

GOVERNANTE Prendi il peggio col meglio. C'è Grimaldi, il soldato, un individuo ben piantato. Dicono che sia un romano, un nipote del duca di Monferrato: dicono anche che fece molto bene nella guerra contro i milanesi; ma in fede mia, fi­gliola, non mi piace, non foss'altro che per essere un soldato. Non c'è uno fra venti dei vostri batta­glieri capitani che non abbia qualche segreto pez­zo rotto che gl'incrina la perfetta stabilità. Mi pia­ce anche meno perché va tutto storto: potrebbe servire se non ci fossero altri uomini, ma proprio non è quello che io vorrei scegliere.

ANNABELLA   Uh, quante chiacchiere!

GOVERNANTE Quant'è vero che son donna, mi piace assai il signor Soranzo. È saggio, e quel che conta di più, è ricco; e quel che conta di più anco­ra è simpatico; e quel che conta più di tutto, è no­bile. Uno come questo, fossi io la squisita Annabella, vorrei davvero desiderarlo, e pregherei d'a­verlo. Poi è un signore generoso; inoltre è bello, e in fede mia, credo tutto intero, e questa è cosa rara in un ganimede di ventitrè anni. Generoso, questo lo so io. Innamorato, questo lo sai tu. È un vero maschio, che altrimenti non si sarebbe pro­cacciata tanta buona fama con Ippolita, quella ga­gliarda vedova, quando suo marito era ancora in vita: e solo per questa fama, cuoricino mio, vorrei che fosse tuo! Affidati a un uomo per le sue qualità, ma prenditi un marito che sia un vero uomo, va­lido e completo. Uno così va bene per il tuo letto, e uno così è il signor Soranzo, ci giocherei la vita.

ANNABELLA Certo questa donna ha bevuto trop­po presto stamani.

Entrano BERGETTO e POGGIO.

GOVERNANTE Ma guarda, cuoricino mio, guarda che roba arriva ora. Ecco un altro dei tuoi zeri per completare il numero. Oh, che galante scimmione col vestito di seta! Guarda bene.

BERGETTO   E credevi, Poggio, che io volessi sciu­parmi il vestito nuovo e piantare il pranzo per battermi?

POGGIO        No, signore, non vi ho preso per un bamboccione simile.

BERGETTO   Sono ben più saggio io: perché spero, Poggio, che tu non abbia mai sentito dire, d'un fratello maggiore, che fosse un minchione.

POGGIO        Mai davvero, signore, finché avesse terra o  soldi da ereditare.

BERGETTO   Possibile, Poggio? È mostruoso! Ebbe­ne io, con una manciata di quattrini, saprò procu­rarmi in qualsiasi momento una testa piena d'in­gegno: ma, bello mio, ho alle mani un altro acqui­sto; avrò la ragazza, mio zio me l'assicura. Basterà che mi lavi il viso e cambi le calze, e poi un at­tacco, in fede mia, e là! Bada bene al mio passo, Poggio! (Attraversa il palcoscenico ed esce.)

POGGIO        Signore, ho visto un asino e un mulo trot­tare la pavana spagnola[10]con miglior grazia, e non so quante volte. (Dice questo fra sé, e lo segue.)

ANNABELLA   Anche quest'idiota mi tormenta.

GOVERNANTE Sì, sì, ma non spenderci parole. Quel ricco sfondato che è giù con vostro padre, figliola, il signor Donato suo zio, s'è fitto in capo di fare di cotesto suo nipote un vitello d'oro, e cre­de che tu sarai l'ebrea adatta e che gli cadrai su­bito ai piedi: ma io spero d'averti tirata su meglio. Dicono che un povero rimbambito è un trastullo per una dama. Ma tu, comunque, avendo denaro abbastanza, non c'è bisogno che ti butti su chi manca di polpa[11]. Al diavolo questo imbecille!

Giovanni attraversa la scena.

ANNABELLA Ma guarda, governante, guarda! È la forma divina di qualche celeste creatura che ora appare! Che uomo è quello, che cammina con aspetto tanto triste, dimentico di sé?

GOVERNANTE    Dove?

ANNABELLA   Guarda laggiù.

GOVERNANTE    Ma è vostro fratello, cara.

ANNABELLA    Oh!

GOVERNANTE    È vostro fratello..

ANNABELLA No, non può essere lui. È qualche creatura dolente avviluppata nella pena, l'apparen­za d'un uomo. Ahimè, si batte il petto, si strofina gli occhi che son tutti pieni di lacrime. Mi pare di sentirlo sospirare. Andiamo giù, e facciamoci dire la ragione. Conosco mio fratello, so l'amore che mi porta, non si rifiuterà d'avermi compagna alla sua tristezza. (Fra sé.) L'anima mia è piena d'abbattimento e di paura. (Esce, di sopra, con la Governante.)

SCENA   TERZA

Una sala in casa di Florio.

Entra GIOVANNI.

GIOVANNI   Sono perduto! Perduto! Il mio destino m'ha condannato a morte. Più lotto contro l'amore, più amo; e più amo, meno spero: la mia rovina m'appare certa. Ho esaminato a fondo a quale ri­soluzione e a quali tentativi potrei ricorrere per le piaghe incurabili che m'hanno tolto la pace: ma tutto invano. Oh, non fosse un peccato sacrilego fare del nostro amore un dio, e adorarlo! Ho stan­cato perfino il Cielo con le preghiere, ho asciugato la sorgente delle mie incessanti lacrime, ho perfino indebolito le mie vene con digiuni quotidiani: e quel che ingegno o scienza potevano spingermi a fare, io l'ho tentato; ma, ahimè, m'accorgo come tutti questi non sono altro che sogni, e favole di vecchi per spaventare i ragazzi paurosi. Io sono sempre lo stesso: devo sfogarmi o scoppiare. Non è la lussuria, ne sono sicuro, ma il mio destino che mi spinge. La paura e la vergogna dal timido, pa­vido cuore se ne stiano con gli schiavi! Io le dirò che l'amo, dovesse il mio cuore essere stabilito come prezzo di questo tentativo. Povero me! Vie­ne lei.

Entrano ANNABELLA e la GOVERNANTE.

ANNABELLA    Fratello.

GIOVANNI   (fra sé) Se quella cosa che si chiama coraggio ha dimora negli uomini, voi, potenze ce­lesti, raddoppiatela ora tutta intera sulla mia lingua!

ANNABELLA Perché, fratello, non mi rivolgi la parola?

GIOVANNI    Sì. Come stai, sorella?

ANNABELLA Comunque io stia, mi pare che non stia bene tu.

GOVERNANTE Dio mio! Perché siete così triste, signore?

GIOVANNI Vi prego di lasciarci un po', gover­nante... Sorella, vorrei rimanere solo con te.

ANNABELLA    Ritiratevi.

GOVERNANTE Subito. (Fra sé) Se questa fosse per lei un'altra compagnia, considererei la mia as­senza un servizio di qualche credito: comunque li lascerò insieme. (Esce.)

GIOVANNI Vieni, sorella, porgimi la mano. Cam­miniamo un po' insieme! Spero che tu non abbia bisogno d'arrossire a passeggiar con me. Non c'è nessuno all'infuori di noi due.

ANNABELLA    Che vuoi dire?

GIOVANNI    In fede mia. non intendo alcun male.

ANNABELLA    Male?

GIOVANNI    No, in fede mia. Come stai?

ANNABELLA (Fra sé) Voglio sperare che non sia fuori di sé... (Forte)    Io sto benissimo, fratello.

GIOVANNI lo invece, credimi, sono malato; e son tanto malato, temo, che ciò mi costerà la vita.

ANNABELLA    Dio non lo voglia! Non è così, spero.

GIOVANNI    Credo, sorella, che tu m'ami.

ANNABELLA    Sì, lo sai che ti amo.

GIOVANNI    Lo so. certo... Sei molto bella.

ANNABELLA Oh, senti! Allora hai una malattia allegra.

GIOVANNI Proprio così. I poeti immaginano, ho letto, che Giunone superasse assai per la bellezza della fronte tutte le altre dee; ma oserei giurare che la tua fronte supera la sua, come là sua le loro.

ANNABELLA   Oh, davvero, questa è originale!

GIOVANNI   Una coppia di stelle simili ai tuoi oc­chi, come il fuoco di Prometeo, darebbero vita, guardati con affetto, a pietre insensibili.

ANNABELLA   Ma che dici!

GIOVANNI   Il giglio e la rosa, oh la più dolce del­le meraviglie, lottano fra loro per scambiarsi di posto sulle fossette delle tue gote. Labbra così ten­terebbero un santo. Mani come codeste farebbero diventare lascivo un anacoreta.

ANNABELLA Ti prendi gioco di me o vuoi adu­larmi?

GIOVANNI   Se tu vorrai vedere una bellezza più completa di quella che l'arte possa mai imitare o foggiare la natura, guardati nello specchio e con­templaci la tua.

ANNABELLA    Sei davvero un bel tipo!

GIOVANNI              Ecco qui. (Le presenta il suo pugnale.)

ANNABELLA    Per far cosa?

GIOVANNI   Ed ecco qui il mio petto: miraci di­ritto! Su, aprimi il petto; vi potrai contemplare un cuore dove è scritta la verità di quello che ti dico. Perché esiti?

ANNABELLA    Ma tu parli sul serio?

GIOVANNI   Sì, sono serio al massimo. Non puoi amare?

ANNABELLA    Chi?

GIOVANNI   Me. L'anima mia tormentata ha prova­to gli affanni d'un sudore di morte. Oh, Annabella, sono completamente disfatto! L'amore per te, so­rella, e la visione della tua divina bellezza hanno sconvolto tutta l'armonia della mia quiete e insie­me della mia vita. Perché dunque non mi colpisci?

ANNABELLA Impeditelo, miei giusti timori! Se ciò fosse vero, sarebbe meglio essere morta.

GIOVANNI   Vero, Annabella? Non è il momento di scherzare, questo. Ho soffocato troppo a lungo le fiamme nascoste che m'hanno quasi consumato. Ho trascorso tante notti solitarie in gemiti e so­spiri; ho vuotato tutti i miei pensieri, disprezzato il destino, ragionato contro le ragioni del mio amore, fatto tutto quello che la virtù dalle tenere guance poteva consigliare: ma ho trovato tutto vano. È il mio destino che tu mi debba amare, o che io altrimenti debba morire.

ANNABELLA   Dici questo sul serio?

GIOVANNI   Possa cadermi subito addosso una di­sgrazia se io fingo qualcosa.

ANNABELLA    Tu sei mio fratello, Giovanni.

GIOVANNI   E tu mia sorella, Annabella, lo so, e po­trei spiegarti le ragioni per cui sento d'amare tan­to di più, proprio per questo. Appunto per questo scopo la natura sapiente, creandoti, intese farti mia; perché altrimenti sarebbe stato peccato, e una cosa folle, dividere così una bellezza in due anime[12]. La vicinanza di nascita e di sangue do­vrebbe solamente persuadere ad una più stretta vi­cinanza d'affetti. Ho chiesto consiglio alla Santa Chiesa, e mi dice che posso amarti; ed è giusto, giacché lo posso, che lo debba fare; e voglio farlo, sì, e lo farò. Debbo ora vivere o morire?

ANNABELLA Vivere. Hai vinto il campo, e senza nemmeno combattere. Quello per cui m'hai tanto sollecitato, il mio cuore prigioniero l'aveva deciso già da tempo. Arrossisco nel dirtelo, ma bisogna che te lo dica... Per ogni sospiro che tu hai speso per, me io ho sospirato dieci volte; per ogni lacri­ma sparsa io n'ho versate venti: e non tanto per­ché amassi, quanto perché non osavo dire che amavo, né appena pensarlo.

GIOVANNI   Non fate, dèi, che questa musica sia soltanto un sogno, per pietà, ve ne prego!

ANNABELLA In ginocchio (s'inginocchia), fratel­lo, per le ceneri di mia madre, t'imploro di non abbandonarmi al ridicolo o all'odio: amami o uc­cidimi, fratello.

GIOVANNI   In ginocchio (s'inginocchia), sorella, per le ceneri di mia madre, t'imploro di non ab­bandonarmi al ridicolo o all'odio: amami o ucci­dimi, sorella.

ANNABELLA   Questa allora è la cara verità?

GIOVANNI   La verità più vera, sì: e spero che lo sia anche per te: dimmi, parlo sul serio.

ANNABELLA    Posso giurarlo, io.

GIOVANNI   Anch'io; e per questo bacio (la bacia) e per questo, e per quest'altro ancora... ora alzia­moci (si alzano.) Per questo non cambierei un ta­le istante col Paradiso. Che dobbiamo fare ora?

ANNABELLA    Quello che vuoi.

GIOVANNI   Vieni, allora. Dopo aver versato tante lacrime impariamo a fare all'amore coi sorrisi, a baciarci e a dormire insieme. (Escono.)

SCENA   QUARTA

Una strada.

 Entrano FLORIO e DONATO.

FLORIO         Signor Donato, avete detto abbastanza, e vi capisco; ma vorrei comprendeste che io non forzerò mia figlia contro la sua volontà. Capite che io ho soltanto due figli, un maschio e lei; e lui è così appassionato dei suoi libri, che, debbo confessare la verità, sto in apprensione per la sua salute. Se lui dovesse mancarmi, tutte le mie spe­ranze poserebbero su mia figlia. In quanto a beni materiali, e ne ringrazio la mia buona stella, sono stato abbastanza fortunato. La mia preoccupazio­ne è sposarla secondo il suo piacere: non vorrei si sposasse per danaro, ma per amore, e se vostro nipote a lei piace, potrà averla. È tutto qui quello che posso dire.

DONATO       Dite bene, signore, da vero padre; ed io, per parte mia, se i ragazzi si piacciono - tra voi e me - prometto d'assicurare subito a mio nipote tremila fiorini l'anno finché vivo, e l'intero mio patrimonio alla mia morte.

FLORIO         È un'offerta generosa signore; vostro ni­pote intanto avrà piena libertà di cominciare la sua corte: se saprà farcela, avrà il mio consenso. Così per il momento vi lascio, signore. (Esce.)

DONATO       Bene, c'è ancora speranza, se mio nipote saprà avere giudizio; ma è un tal balordo, che ho paura proprio che non vincerà mai quella ragazza. Quand'ero giovane io, l'avrei saputo fare, in fede mia; e anche lui ci riuscirà, se vorrà imparare da me. Ecco arriva proprio a buon punto.

Entrano BERGETTO e POGGIO.

Dove te ne vai, Bergetto, così di corsa?

BERGETTO   Oh, zio, ho sentito le più strane no­tizie che sian mai uscite di zecca. Non è vero, Poggio?

POGGIO        È proprio vero, signore.

DONATO       E che notizie, Bergetto?

BERGETTO   Attento bene, zio, il mio barbiere m'ha detto proprio ora che un tipo, arrivato in città, sa far andare un mulino senza il benché minimo aiuto d'acqua o di vento, soltanto con sacchetti di sab­bia: e questo tipo ha uno strano cavallo, la più straordinaria delle bestie, ve l'assicuro davvero, zio, lo dice il mio barbiere; la sua testa, gran me­raviglia per tutta la gente cristiana, sta proprio dietro dov'è la coda. Non è forse vero, Poggio?

POGGIO   Così ha giurato il barbiere, veramente.

DONATO       E tu ti stai precipitando là?

BERGETTO   Sì, zio, certo.

DONATO       Ma continuerai ad essere sempre uno sciocco? Ebbene, caro mio, non ci andrai; badi più a uno spettacolo di fantocci che all'affare di cui ti dissi. Insomma, bamboccione, non avrai mai cer­vello? Vuoi diventare lo zimbello di tutta la gente?

POGGIO        Rispondetegli, padrone.

BERGETTO   E io, zio, dovrei starmene a casa tran­quillo, e non andare in giro a vedere le novità co­me gli altri giovanotti?

DONATO       A vedere cavalli a dondolo! E che di­scorso sensato, ti prego di dirmelo, hai fatto con Annabella, quando sei andato a  casa del signor Florio?

BERGETTO   Oh, la ragazzina... Dio mi guardi, zio, l'ho titillata con un discorso così sottile, che le ho quasi fatto scoppiar la pancia dal ridere.

DONATO       Ah, lo credo; e che discorso era?

BERGETTO   Che cosa dissi, Poggio?

POGGIO        In verità, il mio padrone disse che l'amava quasi quanto amava il parmigiano; e giurò, posso testimoniarlo, che ella aveva bisogno soltanto d'un naso come quello che ha lui per diventare la più leggiadra delle giovinette di Parma.

DONATO       Ma che stupido!

BERGETTO   Sì, zio. Poi lei mi chiese se mio padre avesse qualche altro ragazzino, oltre me; e io dis­si di no, e che sarebbe stato meglio si fosse fatto prima saltar via il cervello.

DONATO       Questo è insopportabile.

BERGETTO   Poi disse: "È vero che il signor Dona­to, vostro zio, vi lascerà tutte le sue ricchezze?"

DONATO       Ah! Questo andò bene. E toccò ancora quel tasto?

BERGETTO   Se toccò ancora quel tasto! E come se lo toccò. Io risposi: "Lasciarmi tutte le sue ric­chezze! Ah, sì, bella mia, non pensa ad altro; se ci pensasse verrebbe a saperlo, a sua eterna gloria e confusione: io so," ribattei, "che sono il suo coc­co[13], e non sarò gabbato". E  a questo punto lei scoppiò in una gran risata e se n'andò. Sì, sì, l'ho proprio sistemata.

DONATO       Ah, gaglioffo, m'accorgo bene che non si può cambiare la natura. Eh, Bergetto, temo pro­prio che resterai sempre un enorme asino.

BERGETTO   Questo mi dispiacerebbe davvero, zio.

DONATO       Su, su, vieni a casa con me: giacché non sai essere un conversatore meglio di così, ti farò poi scrivere a lei qualcosa di garbato, e chiuderai nella lettera qualche gioiello prezioso.

BERGETTO   Ah, certo, e sarà Una cosa straordi­naria.

DONATO       Basta, bietolone! Per una volta tanto manderò anch'io a scuola l'intelligenza: se tutto va all'aria, non sarà che il destino d'uno sciocco.

BERGETTO   Poggio, andrà tutto bene, vedrai, Pog­gio.

(Escono.)

ATTO SECONDO

SCENA   PRIMA

Una stanza in casa di Florio.

Entrano GIOVANNI e  ANNABELLA.

GIOVANNI    Vieni, Annabella, non più sorella ora, ma amore, un nome più grazioso. E non arrossire, miracolo soave di bellezza, ma sii orgogliosa di sa­pere che concedendoti hai conquistato e infiamma­to un cuore il cui tributo è la vita di tuo fratello.

ANNABELLA E la mia è sua. Oh, come queste gioie rubate stamperebbero sulle mie guance un modesto rossore, se qualcosa avesse prevalso che non fosse il gaudio del mio cuore!

GIOVANNI   Mi chiedo proprio perché le più caste del vostro sesso debbano ritenere questo prezioso ninnolo chiamato verginità una perdita tanto gra­ve, quando, perduta che è, è nulla, e voi siete an­cora le stesse.

ANNABELLA   Va bene per te. Ora tu puoi parlare.

GIOVANNI   La musica consiste tanto nell'orecchio quanto nel suono.

ANNABELLA Oh, sei proprio un impertinente! Ri­conoscilo, faresti molto meglio, su.

GIOVANNI   Vuoi rimproverarmi, allora. Baciami... così! Giove si stringeva in questo modo al collo di Leda, e succhiava dalle sue labbra ambrosia ce­leste. Io non invidio l'uomo più potente della terra; ma, essendo tuo sovrano, mi ritengo più grande che se fossi re di tutto il mondo. Eppure io ti per­derò, dolcezza mia.

ANNABELLA    Non mi perderai.

GIOVANNI    Dovrai sposarti, amore.

ANNABELLA    Sì! E a chi?

GIOVANNI    Qualcuno dovrà averti.

ANNABELLA    Tu.

GIOVANNI    No, qualcun altro.

ANNABELLA Non dir così, ora, ti prego: se non è uno scherzo, mi farai piangere sul serio.

GIOVANNI   Dunque, non vuoi! Ma dimmi, amore mio, ti senti tu il coraggio di giurare che vivrai per me, e per nessun altro?

ANNABELLA Per il nostro amore, sì; e se tu sa­pessi, Giovanni mio, come tutti i corteggiatori ap­paiono odiosi ai miei occhi, allora mi crederesti veramente.

GIOVANNI Oh, basta, credo alle tue parole. Amore, dobbiamo dirci addio. Ricorda quello che hai pro­messo. Stammi bene, tesoro.

ANNABELLA   Vuoi  andartene?

GIOVANNI    Devo.

ANNABELLA    Per ritornare quando?

GIOVANNI    Presto.

ANNABELLA   Fa' che sia davvero presto.

GIOVANNI   Addio.

ANNABELLA Vai dove vuoi, ti serberò qui nel pensiero. E dovunque tu sia, so che là ci sarò an­ch'io. (Giovanni esce.)    Governante!

Entra la GOVERNANTE.

GOVERNANTE Bambina, come va, bambina? Be­ne, ringraziando il Cielo, vero?

ANNABELLA Oh governante, su quale paradiso di gioia mi son trovata!

GOVERNANTE No, "sotto" quale paradiso di gioia ti sei trovata! E ora io ti approvo, figliola. Non aver paura di nulla, cuoricino mio: cosa importa che sia tuo fratello? Tuo fratello è un uomo, spe­ro; e dico di più: se una ragazza giovane si sente addosso la voglia, lasciate che prenda uno qualsiasi, padre o fratello che sia. È tutt'uno.

ANNABELLA Vorrei che questo non lo si sapesse, per tutto l'oro del mondo.

GOVERNANTE Nemmeno io, davvero; per le chiac­chiere della gente; altrimenti sarebbe niente.

FLORIO         (di dentro)    Annabella, figliola!

ANNABELLA Ohimè, mio padre!... Sono qui, si­gnore! (Alla Governante)   Datemi il mio lavoro.

FLORIO         (di dentro)    Che cosa stai facendo?

ANNABELLA   Ecco, così. Ora fatelo entrare.

Entra FLORIO, seguito da RICCIARDETTO in veste di medico e da FILOTI con un liuto.

FLORIO         Così intenta al lavoro! Bene; non perdi tempo. Guarda, t'ho portato degli ospiti. C'è qui un dottore sapiente arrivato recentemente da Pa­dova, molto esperto in medicina; e poiché ho no­tato che in questi ultimi tempi sei stata poco bene, ho pregato questo valent'uomo di visitarti qual­che volta.

ANNABELLA   Davvero siete il benvenuto, signore.

RICCIARDETTO Vi ringrazio, signora. Un'alta e degna fama ha diffuso largamente le vostre lodi, e tanto per virtù che per bellezza: per questo ho osato portare con me una mia parente, una fan­ciulla, che per il canto e la musica forse vi accon­tenterà. Vogliate compiacervi di conoscerla.

ANNABELLA Son qualità che mi piacciono. E per queste qualità è maggiormente gradita.

FILOTI           Grazie, signora.

FLORIO         Signore, ora che conoscete la mia casa, vi prego, non comportatevi da estraneo, e se vi pa­re che mia figlia abbia bisogno della vostra arte, vi pagherò quello che ci vorrà.

RICCIARDETTO Signore, in quel che posso voi non avete che da comandarmi.

FLORIO         Io vi sarò obbligato, signore. Figliola, de­vo intrattenerti su certe faccende che c'interessano tutti e due. Caro dottore, vi prego intanto di voler entrare: chiederemo alla vostra nipote un saggio della sua abilità. Penso che mia figlia non abbia ancora dimenticato del tutto come si fa a toccare uno strumento. Una volta l'avrebbe saputo fare. Le ascolteremo tutt'e due.

RICCIARDETTO Sarò ai vostri ordini, signore. (Escono.)

SCENA   SECONDA

Una stanza in casa di Soranzo.

Entra SORANZO con un libro.

SORANZO     (leggendo) "Estremo è il grado d'amor, pena è conforto, la vita affanno; e ricompensa è sdegno[14]." Cos'è che dice? Leggiamo di nuovo. È così; scrive così nelle sue rime questo poeta licenzioso e mor­bido. Ma tu menti, Sannazaro; perché se il tuo petto avesse provato la stessa apprensione che pesa sul mio, avresti baciato la sferza che t'aveva fatto bruciare di dolore. Al lavoro, dunque, felice Musa, e contraddici quello che Sannazaro ha scrit­to nella sua invidia. (Scrive.)

"Medio è il grado d'amor, dolci sue pene, piacer la vita e ricompensa è gioia."

Se Annabella fosse vissuta quando Sannazaro ce­lebrò nel suo breve Encomio[15], Venezia, quella re­gina delle città, avrebbe tralasciato quei versi che gli valsero tanta somma d'oro, e per un solo sguar­do di Annabella avrebbe scritto di lei e delle sue guance più che divine. Oh. i miei pensieri sono...

VASQUES     (di dentro) Basta, vi prego. Secondo le regole della cortesia, lasciate che vi annunzi io: sarei tacciato di negligere il mio dovere e il mio servizio.

SORANZO     Cos'è questa villana intrusione che rom­pe la mia pace? Non posso trovare un posto dove starmene solo?

VASQUES     (di dentro) In fede mia, fate torto alla vostra modestia.

SORANZO     Che succede, Vasques? Chi c'è?

Entrano IPPOLITA e VASQUES.

IPPOLITA      Sono io. Mi conosci, ora? Guarda, uo­mo spergiuro, colei che tu e la tua pazza lussuria hanno oltraggiata. La furia libidinosa del tuo san­gue ha reso la mia giovinezza oggetto di scorno a uomini e ad angeli; e io debbo servire ora a met­tere in risalto la tua insaziata mutabilità? Tu sai, libertino bugiardo, che quando la fama della mia onestà si manteneva pura da macchia o scandalo tutti gl'incantesimi d'inferno e tutti i sortilegi non avrebbero potuto prevalere sull'onore del mio grembo immacolato. I tuoi occhi imploravano con le lacrime, la tua lingua coi giuramenti, e tali e tanti che un cuore d'acciaio sarebbe stato indotto alla pietà, come fu del mio. E forse che la conqui­sta del mio letto legittimo, la morte di mio marito, affrettata dal mio disonore, la perdita della mia de­cenza di donna, debbono ora avere l'amara ricom­pensa dell'odio e del disprezzo? No. Sappi, Soranzo, che io ho una tal forza d'animo da ripugnare la schiavitù di temerti, come tu detesti la memoria di quello che è passato.

SORANZO     No, cara Ippolita...

IPPOLITA      Non chiamarmi cara, e non credere d'ammorbidire l'enormità degl'insulti patiti con delle parole insinuanti. Non è la tua nuova con­cubina, la tua bella mercantessa, che trionferà della mia umiliazione. Dille così da parte mia: che la mia nascita fu più nobile e anche ben più li­bera.

SORANZO     Sei troppo violenta.

IPPOLITA      E tu troppo doppio nella tua falsità. Vedi tu questo, quest'abito, questi vestiti neri, a lutto, carichi di pena? Le tue arti ne sono la causa; tu hai diviso mio marito dalla sua vita, e me da lui, e m'hai fatto vedova nella mia vedovanza.

SORANZO    Vuoi ancora ascoltarmi?

IPPOLITA      Per sentire altre tue falsità? La tua anima è immersa troppo a fondo in codesti pec­cati; non hai bisogno d'aggiungerne altri al nu­mero!

SORANZO     Allora me n'andrò. Hai passato ogni li­mite di buonsenso.

IPPOLITA      E tu di garbo.

VASQUES     Vergogna, signora, voi siete vicina a ol­trepassare i limiti della ragione. Se il mio padrone avesse in animo una soluzione nobile come la stes­sa virtù, voi vi comportate in maniera da fargliene passar la voglia. Signore, vi supplico di non tor­mentarla; i dolori, ahimè, vogliono avere il loro sfogo: oso presumere che la signora Ippolita ora vi ascolterà spontaneamente.

SORANZO     Parlare a una donna forsennata!... Sono questi i frutti del tuo amore?

IPPOLITA      Son questi i frutti delle tue menzogne, spergiuro! Non mi giurasti, mentre viveva ancora il mio sposo, che non avresti desiderato altra fe­licità in terra che quella di chiamarmi moglie? E non mi promettesti, quando lui dovesse morire, di sposarmi? Il diavolo che avevo nel sangue, e le proteste tue, mi spinsero a consigliarlo d'intra­prendere un viaggio a Livorno, avendo saputo che suo fratello era morto laggiù, e aveva lasciato una figlia giovane e senza appoggi, che, con molta fati­ca, io lo spinsi a portare qui. E così fece, e andò; e come sai, morì per strada. Sventurato! dover paga­re la morte così cara, e dietro mio consiglio! Ep­pure tu, per cui io lo feci, dimentichi le tue pro­messe, e m'abbandoni alla vergogna.

SORANZO     Chi potrebbe rimediarvi?

IPPOLITA      Chi?! Tu, spergiuro, lo potresti, se aves­si fede, o amore.

SORANZO     Ti sei ingannata: le promesse che feci, se lo ricordi bene, erano peccaminose e illecite; sa­rebbe stato un peccato maggiore mantenerle che romperle: in quanto a me, non so mascherare il pentimento. Pensa tu, quanto ti sei allontanata dall'onestà e dal pudore spingendo a morte un uo­mo che era tuo marito; e uno come lui, così no­bile di qualità, di condizione, di sapere, di garbo, di portamento, d'affetti, tanto che Parma non avreb­be saputo mostrarne uno migliore.

VASQUES     Non vi comportate bene. Questa non era la vostra promessa.

SORANZO     Non me ne importa. Voglio che lei co­nosca la sua vita scellerata. Prima di rimanere schiavo d'un peccato così nero, che io sia maledet­to. Donna, non ti presentare più qui; impara a pentirti e a morire: perché, sul mio onore, odio te e la tua lussuria. Troppo impudica sei stata. (Esce.)

VASQUES     (fra sé) Questa parte è stata recitata da bestia.

IPPOLITA      Questa bestia disprezza stupidamente ilsuo destino ed evita d'usare ciò che io ora disdegno più di quel che un tempo amassi, il suo amore! Che se ne vada pure, la mia vendetta darà conforto alla sua pena[16]. (Sta per uscire.)

VASQUES     Padrona, padrona, signora Ippolita! Vi prego, ancora due parole.

IPPOLITA      A me?                 

VASQUES     A voi, se permettete.

IPPOLITA      Che c'è?

VASQUES     Capisco che voi ora siete straordinaria­mente eccitata, e pensate d'averne motivo: e in par­te riconosco che ne avete, ma certo non tanto quanto v'immaginate voi.

IPPOLITA      Davvero!


VASQUES     Oh, siete stata eccessivamente aspra, gli avete dato addosso fino all'ultima sillaba. In fede mia foste parecchio dura, troppo. Sulla mia vita, non avreste potuto trovare il mio padrone in un'occasione peggiore, da quando lo conosco. Domanilo troverete diverso.

IPPOLITA      Bene, aspetterò i suoi comodi.

VASQUES     Via, questa non è una calma sincera; vi esce piena di rancore. Vi prego, fatevi persua­dere, almeno una volta.

IPPOLITA      (fra sé) Ho trovato, finalmente, e farò così... Un'occasione da ringraziare! (A Vasques) Persuadermi? A che cosa?

VASQUES     A trovarlo in un momento di miglior umore. Oh, se vi riuscisse di dominare soltanto un po' il vostro dispetto femminile, come sapreste vincerlo!

IPPOLITA      Non mi amerà mai. Vasques, tu sei sta­to un servitore troppo fedele per un tale padrone, e credo che la tua ricompensa, alla fine, cadrà nel nulla, come la mia.

VASQUES     Potrebbe anche essere.

IPPOLITA      Convinciti che lo sarà. Avessi io uno così sincero, così veramente onesto, così capace a tenere il segreto, uno come sei stato tu per lui e per i suoi segreti, stimerei una ben scarsa ricom­pensa non soltanto farlo padrone di tutto quello che ho, ma perfino di me stessa.

VASQUES     Oh, voi siete una nobile gentildonna.

IPPOLITA      Vuoi nutrirti sempre di speranze? Eb­bene, so che sei saggio e vedi quotidianamente quale sia la ricompensa d'un vecchio servitore.

VASQUES    Miseria e dimenticanza.

IPPOLITA      È vero; ma fossi tu mio, Vasques, se tu volessi essere legato a me e ai miei progetti, io qui solennemente dichiaro che me stessa e tutto quello che d'altro posso chiamare mio, tutto sa­rebbe a tua disposizione.

VASQUES     (fra sé) Tu lavori in questa direzione, vecchia talpa? Allora ho il sopravvento io... (For­te.) Non sarei degno di questo per nessun merito che stesse nelle mie possibilità. Se potessi...

IPPOLITA      Che cosa, dunque?

VASQUES     Potrei allora sperare di vivere questi ul­timi miei anni nel riposo e nella sicurezza.

IPPOLITA      Dammi la tua mano. Ora prometti solo il tuo silenzio, e aiutami a portare a compimento un piano che ho già in mente, e qui, al cospetto del Cielo, quando tutto sarà compiuto, io ti faccio padrone di me e delle mie sostanze.

VASQUES     Via, avete voglia di scherzare. È questa una tale felicità che non posso né pensarla né crederla.

IPPOLITA      Promettimi il segreto, ed è cosa fatta.

VASQUES     Allora (e chiamo qui a testimoni i no­stri buoni geni), qualunque sia il vostro piano, contro chiunque sia, non soltanto vi agirò come attore importante, ma mai lo svelerò finché non sia portato a termine.

IPPOLITA      Prendo al mio servizio la tua parola, e con quella, anche te. Vieni, dunque, dobbiamo an­cora metterci d'accordo, subito. (Fra sé.) Con que­sto veleno delizioso i miei pensieri banchetteran­no; la vendetta addolcirà quello che i miei dolori hanno gustato. (Esce con Vasques.)

SCENA  TERZA

La strada.

Entrano RICCIARDETTO e FILOTI.

RICCIARDETTO Tu vedi, mia cara nipote, che strani contrattempi, e come tutti i miei casi si vol­tino per me in disgrazie. In tutto ciò io non sono che un semplice spettatore mentre gli altri agisco­no per la mia vergogna, e io sto zitto.

FILOTI           Ma, zio, in cosa può darvi soddisfazione questo travestimento?

RICCIARDETTO Te lo dirò, cara nipote. Ora la tua impudica zia vive sicura nei suoi eccessi di lussuria, e pensa che sono certamente morto nel recente viaggio che feci a Livorno in cerca di té, poiché ho procurato che in giro si spargesse que­sta voce. Ora voglio vedere con quale grado d'im­pudenza dà sfogo al suo sfrenato adulterio e come la pubblica voce giudica tutto questo. Fin qui ci sono riuscito.

FILOTI           Ahimè, temo che abbiate in mente qual­che tremenda vendetta.

RICCIARDETTO Non ti preoccupare; la tua sem­plicità intercederà per te in tutto. Ma veniamo alla nostra faccenda... Dunque! Hai saputo che il si­gnor Florio intende dare sua figlia in sposa a Soranzo?

FILOTI           Sì, l'ho saputo.

RICCIARDETTO Ma come ti pare disposto verso di lui il cuore della giovane Annabella?

FILOTI           Per quello che m'è parso di capire, non pensa affatto a lui, e nemmeno a nessun altro.    

RICCIARDETTO Qui c'è un mistero che il tempo chiarirà. Ti ha usato delle gentilezze?

FILOTI           Sì.

RICCIARDETTO Ed ha sollecitato la tua compa­gnia?

FILOTI           Spesso.

RICCIARDETTO    Bene.   La  cosa  va  come  desideravo. Io sono il medico; e in quanto a te, nessuno ti conosce: se tutto non va a rotoli, trionferemo. Ma chi viene? Lo conosco; è Grimaldi, un romano, e un soldato, uno stretto congiunto del duca di Monferrato, uno al séguito del nunzio del Ponte­fice, che risiede ora a Parma; e così spera di otte­nere l'amore di Annabella.

Entra GRIMALDI.

GRIMALDI    Vi saluto, signore.

RICCIARDETTO    E io voi, signore.

GRIMALDI   Ho saputo della vostra provata capa­cità, di cui in Parma tutti parlano, e desidererei ardentemente il vostro aiuto.

RICCIARDETTO    In che cosa, signore?

GRIMALDI   Ecco, signore, in questo... Ma vorrei parlarvi da solo.

RICCIARDETTO   Lasciaci,  nipote.   (Filoti esce.)

GRIMALDI   Io amo la leggiadra Annabella, e vorrei sapere se nella vostra arte non ci siano per caso ricette per muovere all'affetto.

RICCIARDETTO Signore, qualcuna forse c'è, ma non vi sarebbe di alcun profitto.

GRIMALDI               E perché?

RICCIARDETTO A meno che non mi sbagli, siete un uomo in gran favore presso il Cardinale.

GRIMALDI    E che c'entra?

RICCIARDETTO    Per   rispetto   a   Sua  Grazia,  mi prenderò la libertà di dirvi che se intendete di sposare la figlia di Florio dovete prima rimuovere un ostacolo fra voi e lei.

GRIMALDI               Che ostacolo?

RICCIARDETTO Soranzo è l'uomo che ha il suo cuore; e finché vive, state sicuro che non conclu­derete niente.

GRIMALDI   Soranzo! Come, il mio nemico? Proprio lui?

RICCIARDETTO   È vostro nemico?

GRIMALDI   L'ho in odio peggio del malanno; vado da lui di corsa.

RICCIARDETTO Bene, allora seguite il mio consi­glio, anche per far piacere a Sua Grazia il Cardi­nale. Cercherò di sapere l'ora in cui lui e lei s'in­contrano, e ve ne darò notizia; e per essere sicuro che non v'abbia a sfuggire, vi fornirò un veleno in cui bagnare la punta della spada. Morirà anche se avesse tante teste quante n'aveva l'idra[17].

GRIMALDI               E posso avere fiducia in te, dottore[18]?

RICCIARDETTO Come di voi stesso; non abbiate alcun dubbio. (Grimaldi esce.) Così il destino ha decretato. Soranzo cadrà per mano mia, lui che mi rovinò. (Esce.)

SCENA   QUARTA

Un'altra parte della strada.

Entrano DONATO, con una lettera. BERGETTO e  POGGIO.

DONATO       Bene, mio caro, devo contentarmi di farti da segretario e da corriere nello stesso tempo. Non so che lavoro riuscirà a fare questa lettera; ma, com'è vero che sono al mondo, se tu le parlerai an­cora una volta, ho paura che guasterai qualsiasi co­sa io faccia.

BERGETTO   Che tu faccia, zio! E come, non sono grande abbastanza da portarmi le mie lettere, scusa?

DONATO       Sì, certo, portare una testa di rapa come la tua! Pezzo di balordo, vorresti scrivere una let­tera e portarla da te?

BERGETTO   Sì che lo vorrei, e leggergliela con la mia stessa bocca; perché dovete pensare che se non crede a me quando mi sente parlare, non cre­derà nemmeno allo scritto di un altro. Voi pensa­te che io sia proprio uno zuccone, zio. No, signore, Poggio sa bene che io ho scritto una lettera da me; proprio questo ho fatto.

POGGIO        Sì, davvero, signore; ce l'ho in tasca.

DONATO       Una cosa squisita, non c'è dubbio; ti pre­go di farmela vedere.

BERGETTO   Non so leggere tanto bene la mia scrit­tura, Poggio. Poggio, leggila tu.

DONATO       Incomincia.

POGGIO        (leggendo) "Mia tenerissima signora, dol­ce come il miele; potrei chiamarvi bella, e men­tire sfacciatamente come uno che v'ama; ma es­sendo mio zio più vecchio di me, affido l'incarico a lui, come più adatto per l'età e il colore della bar­ba. Io sono abbastanza giudizioso da dirvi che so scherzare quando se ne presenti l'occasione; e se preferite lo spirito di mio zio al mio, voi spose­rete me, mentre se preferite il mio al suo, sposerò io voi, a vostro dispetto. Così, raccomandandovi le mie parti migliori, rimango il vostro su e giù, o a vostra scelta, Bergetto."

BERGETTO   Ah, ah, qui c'è stoffa, zio!

DONATO       C'è stoffa davvero... da svergognarci tut­ti. Scusa, da chi ti sei fatto consigliare per questa eruditissima lettera?

POGGIO        Da nessuno, parola mia, eccetto che da me.

BERGETTO   E da me, zio, credilo, da nessun altro; c'è proprio il mio cervello, e ne ringrazio la mia acuta intelligenza.

DONATO       Vai a casa, caro, e guarda di restarci ben chiuso dentro finché non ritorni.

BERGETTO   Come? Questa sarebbe davvero buffa! In fede mia, me ne impipo.

DONATO       Come! Dici di no?

BERGETTO   Credetemi, proprio no.

POGGIO        Veramente, signore, questo non è molto salutare.

DONATO       Bene, signorino, se sento, quando torno, che sei corso come uno sciocco a vedere burattini o altre stupidaggini, sarebbe proprio meglio che tu non ci fossi andato, badaci. (Esce.)

BERGETTO   Poggio, vogliamo andarcene alla che­tichella a vedere questo cavallo con la testa al po­sto della coda?

POGGIO        Magari, ma dovete badare alle botte.

BERGETTO   Mi prendi per un bambino, Poggio? Su, mio bravo Poggio, vieni. (Escono.)

SCENA  QUINTA

La cella di Frate Bonaventura.

Entrano  il  FRATE  e  GIOVANNI.

FRATE           Basta! Hai raccontato un fatto di cui ogni parola minaccia la rovina eterna all'anima; m'ad­dolora averlo sentito. Se le mie orecchie fossero almeno rimaste sorde un minuto prima del mo­mento in cui sei venuto da me! Giovane perduto, secondo le regole religiose del mio ordine, ho te­nuti svegli i miei occhi stanchi giorno e notte, al di là delle mie forze, a piangere per te. Ma il Cielo è in collera, e convinciti che sei un uomo desti­nato a godere d'un misfatto. Aspettatelo; e se an­che verrà tardi, verrà certamente.

GIOVANNI   Padre, siete senza carità in questo. Pro­verò che quel che ho fatto è conveniente e giusto nello stesso tempo. È un principio che m'avete in­segnato voi, quand'ero ancora vostro scolaro, che la conformazione e la disposizione della mente deb­bono seguire la conformazione e la disposizione del corpo: così, se l'ornamento del corpo è la bel­lezza, deve per forza quello della mente essere la virtù; e ammesso questo, la stessa virtù non è che ragione raffinata, e l'amore la sua quintessenza: questo prova che la bellezza di mia sorella, essendo straordinariamente perfetta, è anche straordi­nariamente virtuosa; e specialmente nel suo amo­re, e in quell'amore soprattutto, ch'è il suo amore per me: e se così è il suo per me, eguale è il mio per lei; perché cause medesime producono i me­desimi effetti.

FRATE           O ignoranza nella sapienza! Tanto tempo fa, quante volte ti ho avvertito di questo, prima? Davvero, se fossimo sicuri che non c'è nessun Dio, e né Cielo né Inferno, allora l'essere guidati sola­mente dai lumi di natura - com'erano i filosofi dei tempi antichi - potrebbe costituire una qualche di­fesa. Non è però così: perciò t'accorgerai, pazzo, che la natura è cieca rispetto a quello ch'è dogma celeste.

GIOVANNI   L'età vi fa parlare in questo modo; se aveste voi questa mia giovinezza, fareste del suo amore il vostro Cielo e lei divina.

FRATE           Davvero, ora m'accorgo che sei irrimedia­bilmente venduto all'inferno: le mie preghiere non hanno più potere di richiamarti indietro. Tuttavia permettimi un consiglio; persuadi tua sorella a trovarsi un marito.

GIOVANNI   Un marito?! Ma questo sarebbe condan­narla; e sarebbe provare che la sua lussuria è smo­data e avida.

FRATE           Che cosa spaventevole! Ma se non vuoi, concedimi almeno che le possa parlare in confes­sione, perché non abbia a morire dannata.

GIOVANNI   Ne avete la più ampia libertà, padre: così vi dirà lei quanto profondamente stimi il mio ineguagliabile amore, e poi saprete che peccato sarebbe se noi due fossimo stati divisi l'uno dalle braccia dell'altra. Guardatele bene il viso, e in quel piccolo cerchio potrete osservarci la varietà di un mondo; per colore, le labbra; per profumi soavi, il suo respiro; per gioielli, gli occhi; per fili del più puro oro, i capelli; per deliziosa scelta di fiori, le guance; una meraviglia in ogni parte di quella forma. Sentitela appena parlare, e giurere­ste che le sfere celesti suonano musiche ai citta­dini del Cielo. E poi, padre, quello che d'altro c'è. creato per il piacere, non starò a nominarlo per non offendere le vostre orecchie.

FRATE           Più io ti ascolto e più ho pietà di te, che uno così perfetto debba affidare tutte queste qua­lità a una seconda morte. Quel che io posso fare è solamente pregare; eppure... potrei ancora con­sigliarti, se tu volessi essere guidato.

GIOVANNI    In che cosa?

FRATE           Come lasciarla. Il trono della misericordia è più in su del vostro peccato; tuttavia, c'è ancora tempo per tutti e due...

GIOVANNI   D'abbracciarci ben stretti, o altrimenti si smetta del tutto di misurare il tempo: siamo or­mai risoluti, lei è come me, e io sono come lei.

FRATE           Basta così! Andrò da lei... Quello che m'an­goscia di più, stando così le cose, è che due ani­me sono perdute. (Escono.)

SCENA   SESTA

Una stanza in casa di Florio.

Entrano DONATO, FLORIO, ANNABELLA e la GOVERNANTE.

FLORIO         Dov'è Giovanni?

ANNABELLA È uscito da poco, gli ho sentito dire che andava dal frate, dal suo reverendo maestro.

FLORIO         Quello è un sant'uomo, un uomo tutto santità: spero che gl'insegni a guadagnarsi il Pa­radiso.

DONATO       Bella signora, ho qui una lettera invia­tavi da quel mio giovane nipote: giurerei che in cuor suo egli v'ami: vorrei poteste udire qualche volta ciò che io vedo giornalmente, i sospiri e le lacrime, come se il suo petto fosse la prigione del cuore!

FLORIO         Prendila, Annabella.

ANNABELLA    Oh, poverino (Prende la lettera.)

DONATO       Cos'è che ha detto?

GOVERNANTE Se non vi spiace, signore, ha detto: "Oh, poverino!" In verità io gliene parlo con calore ogni sera prima del primo sonno, perché vorrei se lo sognasse, e lei sta ad ascoltare proprio religio­samente.

DONATO       Davvero? Buon Dio, governante! Ecco qualcosa per te. (Le dà del danaro.) E ti prego di far quel che puoi in suo favore; non sarà fatica persa, hai la mia parola.

GOVERNANTE Vi ringrazio proprio di cuore, si­gnore. Ora che v'ho capito bene, lasciatemi fare.

ANNABELLA    Governante...

GOVERNANTE    M'hai chiamato?

ANNABELLA    Serba questa lettera.

DONATO       Signor Florio, in ogni caso ditele di leg­gerla subito.

FLORIO         Serbarla? Per che cosa? Ti prego, leggi­mela subito.

ANNABELLA    Sì, signore (Legge la lettera.)

DONATO       Come la trovate disposta, signore?

FLORIO         Veramente,  signore,  non  lo  so.   Non  va tutto bene come vorrei.

ANNABELLA Signore, mi sento in obbligo di re­stare debitrice di vostro nipote. Il gioiello io lo restituirò; perché, se m'ama, considero un gioiel­lo il suo amore.

DONATO       Avete udito? No, teneteli tutti e due, ca­ra fanciulla.

ANNABELLA Dovete scusarmi, ma non voglio te­nerlo proprio.

FLORIO         Dov'è l'anello, quello che ti lasciò in testa­mento tua madre, e t'ordinò, benedicendoti, di non darlo ad altri che non fosse tuo marito? Re­stituisci quello.

ANNABELLA    Non ce l'ho.

FLORIO         Ah, no? E dov'è?

ANNABELLA Me l'ha preso stamane mio fratello, ha detto che voleva portarlo lui oggi.

FLORIO         Bene, e che dici dell'amore del giovane Bergetto? Sei contenta di sposarti con lui? Dimmi.

DONATO       Questo è il punto, sicuro.

ANNABELLA (fra sé) Cosa fare? Debbo pur dire qualche cosa.

FLORIO         Dunque? Perché non parli?

ANNABELLA Signore, col vostro permesso... Mi concedete d'essere franca?

FLORIO         Certo. Parla pure.

ANNABELLA Signor Donato, se vostro nipote in­tende d'accrescere le sue fortune con questo ma­trimonio, la speranza che ho io è di deludere una tale speranza. Signore, se lo amate, e io so bene che lo amate, trovategli una che sia più degna di me della sua scelta. In breve, sono sicura che non sarò sua moglie.

DONATO       Perbacco, ecco dei modi schietti; e ve ne lodo davvero; e la cosa peggiore che possa augu­rarvi, è che il Cielo vi benedica! Io e vostro padre, nonostante tutto, saremo ancora amici. Non è ve­ro, signor Florio?

FLORIO         Certo. Perché no? Guardate, ecco vostro nipote.

Entrano BERGETTO e POGGIO.

DONATO       (fra sé) Questo buffone! Che cosa viene a fare qui?

BERGETTO   Dov'è mio zio, signori?

DONATO       Che novità ci sono ora?

BERGETTO   Salute a voi, zio, salute. Non dovete credere che venga per niente, signori... E come, co­me si va? Dunque, avete letto la mia lettera? Ah, v'ho solleticata bene, lì sopra.

POGGIO        (rivolto a Bergetto) Ma sarebbe meglio se l'aveste solleticata in un altro posto.

BERGETTO   Senti, dolcezza, te ne voglio raccon­tare una proprio buona, buffa; e devi indovinare cos'è.

ANNABELLA    Ma se dite che me la racconterete.

BERGETTO   Mentre camminavo per strada, pro­prio ora, ho incontrato un tipo spaccamontagne che voleva assolutamente che gli cedessi il muro[19], e dato che  mi spingeva con forza, io con gran coraggio gli diedi del furfante. Lui a questo punto m'invitò a tirar fuori la spada. Dissi di no, e lui si mise a menarmi in tal modo con l'elsa della sua che la testa mi rintronava e coi piedi sgambet­tavo nella mota in mezzo alla strada[20].

DONATO       (fra sé)    S'è visto mai un somaro uguale!

ANNABELLA   E voi che facevate nel frattempo?

BERGETTO   Ridevo di lui per la sua figura di min­chione, finché non vidi il sangue sortirmi dalle orecchie, e allora non potei far altro che mettermi a piangere. Finalmente uno con una gran barba - dicono che sia un medico venuto qua da poco - mi chiamò in casa sua, e mi diede un cerotto, guardate, eccolo qui: e c'era una ragazza, signore, che mi lavò viso e mani in un modo proprio su­perbo. In fede mia, l'amerò finché avrò vita per quella lavatura. Non mi lavò come dico io, Pog­gio?

POGGIO        Sì, e vi baciò, anche.

BERGETTO   Be', là, ora penserete che dica una bugia, zio, ma ve lo garantisco.

DONATO       Almeno se quello che ti ha fatto sortire con le bòtte il sangue dalla testa ci avesse fatto entrare a bòtte un po' di senno! Perché ho paura che non ne avrai proprio mai.

BERGETTO   Oh, zio, ma c'era una ragazza che avrebbe intenerito il cuore di un uomo soltanto a guardarla. Per questi occhi, aveva un viso che si poteva stimare venti volte meglio del vostro, si­gnora Annabella.

DONATO       (fra sé) Ci fui mai al mondo uno stu­pido uguale!

ANNABELLA Son lieta che vi sia piaciuta, si­gnore.

BERGETTO   Dite sul serio? In fede mia vi ringra­zio, davvero.

FLORIO         Certo si tratta della nipote del dottore, che l'altro giorno era qui da noi.

BERGETTO   Era proprio lei.

DONATO       E come lo sai, candido individuo?

BERGETTO Non me l'ha forse detto lui? Se avesse dovuto dir di no, gli avrei dato del bugiardo, zio, e così mi sarei tirato addosso un'altra secca basto­natura: non ne voglio mica più.

FLORIO         È una fanciulla molto modesta e bene edu­cata, da quel che ho visto.

DONATO       È proprio così?

FLORIO         Certo, se è vero che ho del buonsenso.

DONATO       Bene, signore, ora voi siete libero: non avete  più  bisogno di  darvi da fare per mandar lettere, ormai;  siete licenziato; la vostra signora, qui, non vuol saperne di voi.

BERGETTO   No! E a me che me ne importa? Pos­so avere ragazze a mucchi, a Parma, per mezza corona[21] al pezzo: non è vero, Poggio?

POGGIO        Garantisco  per voi,  signore.

DONATO       Signor Florio, vi ringrazio per il franco aiuto che m'avete dato, ricevendomi così: e quanto a voi, bella fanciulla, quel gioiello ve lo darò e sa­rà per quando vi sposerete. Su, volete venire, si­gnore?

BERGETTO   Certo, subito vengo. Signora, addio, signora mia; verrò ancora domani; addio, signora.

(Escono Donato, Bergetto e Poggio.)

Entra GIOVANNI.

FLORIO         Figlio, dove sei stato? E come mai solo, sempre solo? Non ti vorrei così. Devi abbando­nare quest'aria di chi sta troppo sui libri. Bene, tua sorella s'è sbarazzata di quel minchione.

GIOVANNI    Non era un marito per lei.

FLORIO         Non lo era davvero; e non poteva andar meglio. Soranzo è il solo uomo che mi piace. Met­ti gli occhi su lui, Annabella... Venite, è ora di ce­na. Sì fa già tardi. (Esce.)

GIOVANNI    Di chi è quel gioiello?

ANNABELLA   È d'un innamorato.

GIOVANNI    Pare anche a me.

ANNABELLA È un giovanotto gagliardo, il signor Donato che me l'ha dato da mettere per quando mi sposerò.

GIOVANNI   Ma non lo metterai. Rimandaglielo in­dietro.

ANNABELLA    Come, sei geloso?

GIOVANNI   Lo saprai fra poco, quando saremo me­glio a nostro agio. Sii benvenuta, notte dolce! La sera corona il giorno. (Escono.)


ATTO TERZO

SCENA   PRIMA

Una stanza in casa di Donato.

Entrano POGGIO e BERGETTO.

BERGETTO   Mio zio crede di potermi trattare an­cora come un bambino? No, Poggio; deve sapere che ho ormai una zucca.

POGGIO        Benone, non fatevi turlupinare da lui co­me una scimmia con una mela.

BERGETTO   Mondo fottuto, avrò la ragazza, an­che se lui fosse dieci zii, e a dispetto del suo naso, Poggio.

POGGIO        Dategli una lezione coi fiocchi, e non ce­dete il terreno d'un'unghia. Lei in fondo vi s'è già offerta.

BERGETTO   Certo, Poggio; e suo zio, il dottore, giurò che l'avrei sposata.

POGGIO        Lo giurò; ricordo.

BERGETTO   E io l'avrò, questo è il meglio: non hai visto il laccio da braghetta[22] che mi ha dato e la scatola di marmellata?

POGGIO        Altro che! e v'ha baciato in un modo che a quella vista m'è venuta l'acquolina in bocca. Non c'è altro da fare che combinare un matrimonio in quattro e quattr'otto, e alla chetichella.

BERGETTO   Lo farò; perché ti dico, Poggio, che mi par proprio di principiare a diventar qualcuno, e che mi cominci a crescere il coraggio.

POGGIO        Dovreste aver paura di vostro zio?

BERGETTO   Vada sulla forca lui, vecchio furfante rimbambito! E lei ti dico che l'avrò.

POGGIO        Non perdete tempo, allora.

BERGETTO   Voglio procreare una razza d'uomini saggi e di notabili che menino le puttane in giro su una carretta[23] a loro proprie spese; e buttare all'aria l'ordine pubblico prima d'aver finito. Vie­ni. (Escono.)

SCENA  SECONDA

Una stanza in casa di Florio.

Entrano FLORIO, GIOVANNI, SORANZO, ANNABELLA,

la GOVERNANTE  e VASQUES.

FLORIO         Mio signor Soranzo, benché debba confes­sare che le profferte che m'hanno fatto per sposare mia figlia sono state grandi, pure la speranza dei vostri onori sempre crescenti ha prevalso su tutte l'altre richieste di matrimonio. Lei è qui, sa come la penso; parlatele voi stesso in vostro favore. E tu figlia, ascolta, guarda di trattarlo de­gnamente: vi darò tutto il tempo di parlarvi da so­li. Tu vieni, figlio, e anche tutti voi; lasciamoli soli; che possano mettersi d'accordo fra loro.

SORANZO     Vi ringrazio, signore.

GIOVANNI   (ad Annabella)    Sorella, non essere trop­po donna. Pensa a me.

SORANZO     Vasques...

VASQUES    Mio signore.

SORANZO     Aspettami fuori.

(Escono tutti fuorché Soranzo e Annabella.)

ANNABELLA   Signore, cosa volete da me?

SORANZO     Non sapete quello che avrei da dirvi?

ANNABELLA   Sì. Volete dire che mi amate.

SORANZO     E sono anche pronto a giurarlo. Non lo credete?

ANNABELLA   Non è una questione di fede.

Entra GIOVANNI, nella galleria in alto.

SORANZO     Non avete voglia d'amare?

ANNABELLA    Non voi.

SORANZO    E chi allora?

ANNABELLA   Questo sta nel destino.

ANNABELLA Sì, proprio io. Sappiate tuttavia (ed è tutto il conforto che posso darvi) che se i miei occhi avessero potuto scegliere un uomo, fra tutti quelli che mi sono corsi dietro, per farmene un marito, quell'uomo sareste stato voi. Vi basti que­sto. Siate nobile nel serbare il segreto e saggio.

GIOVANNI   (fra sé) Bene, ora m'accorgo che mi ama.

ANNABELLA Ancora una parola. Poiché vi alber­gò sempre nell'animo la virtù, e sempre vi fu di guida un nobile comportamento, e avreste voluto farmi sapere sempre che mi amavate, fate che mio padre non sappia da voi tutto questo: e se do­vessi decidermi a sposare qualcuno, sarete voi o nessun altro.

SORANZO     Accetto questa promessa.

ANNABELLA    Oh, la mia testa!

SORANZO     Che c'è? Non state bene?

ANNABELLA    Oh, comincio a star male!

GIOVANNI   (fra sé) Iddio non voglia! (Esce dalla galleria.)

SORANZO     Aiuto, aiuto, qua, presto!

Rientrano  FLORIO,  GIOVANNI  e  la  GOVERNANTE.

SORANZO    Soccorrete vostra figlia, signor Florio.

FLORIO         Sorreggetela, sviene.

GIOVANNI    Sorella, cosa ti senti?

ANNABELLA    Male. Fratello, sei qui?

FLORIO         Adagiatela subito sul letto, mentre io va­do a cercare un medico: svelti, su.

GOVERNANTE Ahimè, povera piccola!

(Escono tutti, eccetto Soranzo.)

Rientra  VASQUES.

VASQUES     Mio signore...

SORANZO     Oh, Vasques, ora sono doppiamente di­strutto, e tanto nelle speranze presenti come in quelle future! M'ha detto chiaramente che non po­trà amare, e subito s'è sentita male; ed ho paura che la sua vita sia in pericolo.

VASQUES     (fra sé) Per la Madonna, signore, anche la vostra lo è, se sapeste tutto. (Forte) Ahimè, si­gnore, me ne dispiace: ma può anche essere sol­tanto un male da verginelle, giovinezza che stra­ripa; e allora, signore, non c'è rimedio più rapido che un marito alla svelta. Ma v'ha proprio detto un no chiaro e tondo?

SORANZO     Sì e no; e sono tanto addolorato. Ma ti racconterò per strada quello che m'ha detto. (Escono.)

SCENA   TERZA

Un'altra stanza in casa di Florio.

Entrano   GIOVANNI   e   la   GOVERNANTE.

GOVERNANTE Oh, signore, siamo tutti rovinati, completamente rovinati, rovinati fino in fondo, e svergognati per sempre! Vostra sorella, oh, vostra sorella!

GIOVANNI   Cos'ha? Per l'amor del Cielo, parla. Co­me sta?

GOVERNANTE Oh, non fossi mai nata per vedere questo giorno!

GIOVANNI    Non è mica morta, vero? Non è morta?

GOVERNANTE Morta! no, è ben viva; ma è peg­gio, è gravida. Non sapete quel che avete fatto, Dio vi perdoni! È troppo tardi ormai per pentirsi. Vi aiuti il Cielo!

GIOVANNI    È gravida? Ma come lo sapete?

GOVERNANTE Come lo so! E sarei arrivata a que­sta età senza sapere quel che significhino le nau­see e certi dolori nell'orinare? e il cambiar di co­lore, i turbamenti di stomaco, i vomiti e un'altra cosa ancora che potrei dire? Per carità, per la sua reputazione e per la vostra, non perdete tempo a chiedere il come e il perché. È così, lei è ben viva, parola mia. Se fate vedere a un medico la sua ori­na, siete rovinati.

GIOVANNI    Ma in che condizioni è?

GOVERNANTE Sta un po' meglio: è stato soltanto un accesso, di cui mi son subito accorta, e che lei deve aspettarsi spesso, d'ora in poi.

GIOVANNI   Salutatela da parte mia, ditele di non stare in pensièro. Non la fate visitare dal dottore, incaricatevene voi. Trovate qualche scusa, fino a che non ritorni. Oh, povero me! Ho un mondo di cose in testa... Non la scoraggiate... Che tremenda inquietudine mi dà questa notizia!... Se mio padre va da lei, ditegli che s'è completamente riavuta; ditegli che è stata soltanto una cattiva digestione. Avete sentito, donna? Badate voi a questo.

GOVERNANTE    Lo farò, signore. (Escono.)

SCENA   QUARTA

Un'altra stanza nella stessa casa.

Entrano FLORIO e RICCIARDETTO.

FLORIO         E come l'avete trovata, signore?

RICCIARDETTO Così e così. Non c'è pericolo, si capisce appena che sia indisposta. Solo che m'ha detto d'aver mangiato poco prima dei poponi, e quelli, come ho pensato, le hanno messo in subbu­glio lo stomaco, che è un po' delicato.

FLORIO         Le avete dato qualcosa?

RICCIARDETTO Un purgante leggero, nient'altro. Non c'è ragione di preoccuparsi per la sua salute. Io piuttosto penso che il suo malessere sia un'esu­beranza del sangue... Mi capite?

FLORIO         Sì, dite bene; e senz'altro, entro due o tre giorni, farò in modo che sarà maritata prima che abbia il tempo d'accorgersene.

RICCIARDETTO Purché la fretta, signore, non vi faccia fare una cattiva scelta. Sarebbe vergogna.

FLORIO         Egregio dottore; non farò assolutamente una cosa simile. Per dirla chiara, l'uomo che ho in mente è il signor Soranzo.

RICCIARDETTO   Un gentiluomo nobile e virtuoso.

FLORIO         Come non ce n'è altri in Parma. Non lon­tano di qui abita padre Bonaventura, un frate molto riservato, che è stato precettore di mio fi­glio: è nella sua cella che li farò sposare.

RICCIARDETTO    Avete studiato una cosa saggia.

FLORIO         Stasera manderò subito qualcuno a par­largli.

R1CCIARDETT0 Soranzo è in gamba; e non per­derà tempo.

FLORIO         Si farà così.

Entrano  il  FRATE  e  GIOVANNI.

FRATE           Pace e bene a tutti!

FLORIO         Benvenuto, ottimo frate. Voi siete uno che riesce ancora a portare benedizioni nel luogo ove si reca[24].

GIOVANNI   Signore, ho fatto del mio meglio, e più presto che ho potuto, per tirare fin qui dalla sua cella questo sant'uomo a visitare mia sorella am­malata; così, in quest'ora di bisogno, colle parole del conforto spirituale, potrà assolverla, sia che viva o muoia.

FLORIO         Hai fatto bene, Giovanni; in questo hai mostrato sollecitudine di buon cristiano e amore di fratello. Venite, padre, vi condurrò in camera sua, e vi vorrei pregare d'una cosa.

FRATE           Dite pure, signore.

FLORIO         Ho un pensiero che sta molto a cuore a un padre, e vorrei, prima di scendere nella tom­ba, poterla vedere maritata in modo conveniente. Una parola vostra, d'un uomo tanto serio, la convincerà assai più di tutti i nostri migliori argo­menti.

FRATE Mio buon signore, dirò soltanto questo, che il Cielo possa esserle benigno. (Escono.)

SCENA  QUINTA

Una stanza in casa di Ricciardetto.

Entra GRIMALDI.

GRIMALDI   Ora, Soranzo, se il dottore tiene la sua parola, venti contro uno che perderai la tua sposa. Capisco che quest'azione è poco nobile, e non con­viene al valore d'un soldato; ma in fatto d'amore, quando non si può farcela col merito bisogna usare l'astuzia. Io son deciso, e se questo dottore non tiene i piedi in due staffe, Soranzo è già perduto.

Entra RICCIARDETTO.

RICCIARDETTO Siete arrivato giusto a tempo. Questa notte stessa, com'è già stato stabilito, So­ranzo sarà promesso in sposo ad Annabella, e per quel che ne so, la sposerà poi subito.

GRIMALDI    Come!

RICCIARDETTO Ma un poco di pazienza... Il luogo stabilito è la cella di frate Bonaventura. Ora io vi consiglierei che stanotte vi metteste a fare lì in­torno una buona guardia. È soltanto una notte. Se non raggiungete lo scopo ora, domani saprò tutto.

GRIMALDI    Avete il veleno?

RICCIARDETTO È qui, in questa scatoletta. Non abbiate alcun timore, saprà lavorare come va. In ogni caso, se vi preme la vita, siate svelto e sicuro.

GRIMALDI   Lo farò fuori alla svelta.

RICCIARDETTO Così bisogna fare. E ora via; per­ché non è prudente che vi vedano qui molto. Ab­biatevi il mio affetto.

GRIMALDI   E voi il mio. (Esce.)

RICCIARDETTO Bene! Se questa va, vorrò ridere e abbracciarmi ben stretta la vendetta; e quelli che ora sognano un banchetto di nozze può darsi debbano piangere la rovina dello sposo felice. Ma pensiamo ora al resto... Filoti, nipote mia!

Entra  FILOTI.

FILOTI           Zio?

RICCIARDETTO Mia cara nipote! Avete riflettuto bene?

FILOTI           Sì, e come m'avete consigliato, ho disposto il mio cuore ad amarlo: ma lui giura che mi spo­serà stasera, perché teme che altrimenti suo zio, se dovesse accorgersi di questa faccenda, butti al­l'aria tutto, e gliela faccia pagar cara[25].

RICCIARDETTO Stasera! Ma non poteva andar meglio. Comunque, vediamo... ecco... Ah! sì, dob­biamo fare in questo modo... Andremo subito dal frate travestiti; ho riflettuto bene.

FILOTI           Zio, sta venendo lui.

Entrano BERGETTO e POGGIO.

RICCIARDETTO   Benvenuto, mio caro nipote.

BERGETTO   Figliola, bella figliola, a baciarmi vola, figliola[26]! Ah, Poggio! (La bacia.)

RICCIARDETTO (fra sé) C'è ancora speranza che vada bene... (Forte) Avrete poi tempo abbastan­za; ora venite di là un momento; dobbiamo parlare un po' con comodo.

BERGETTO   Non avete per me qualche dolce boc­concino o qualche altra squisita leccornia?

FILOTI           Ne avrete con larghezza, amor mio.

BERGETTO   Amor mio! Notalo Poggio... In fede mia, non posso fare a meno di baciarvi ancora una volta per questa parola "amor mio". Poggio, ho un tremendo gonfiore[27] vicino allo stomaco, e non so proprio cosa sia.

POGGIO        Avrete il dottore anche per quello, signore.

RICCIARDETTO    Il tempo se ne va' a gran passi.

BERGETTO    Il tempo è una gran testa di rapa.

RICCIARDETTO Frenatevi un po': quando avremo fatto tutto quello che va, allora potrete baciarvela a sazietà, e portarvela anche a letto. (Escono.)

SCENA   SESTA

La camera di Annabella. Un tavolo con candele ac­cese;

ANNABELLA si confessa davanti al FRATE; piange e si torce le mani.

FRATE           Sono contento di vedere questo pentimen­to; perché, credetemi, avete messo a nudo un'ani­ma tanto impura e colpevole da stupire, debbo dir-velo sinceramente, come la terra abbia potuto sop­portarvi. Ma piangete, piangete pure, queste la­crime vi faranno bene. E piangete anche di più, mentre io vi farò un discorso adatto al caso.

ANNABELLA  Oh, me sciagurata!

FRATE           Sì, siete una sciagurata, sciagurata tre­mendamente, quasi dannata viva. C'è un luogo, ascolta bene, figlia! in un abisso buio e fondo, do­ve la luce del sole non si vede mai. Là non ri­splende il sole, ma c'è l'orrore fiammeggiante di fuochi che consumano, e una sulfurea aria senza luce, soffocata da nebbie fumose d'una tenebra in­fetta. In questo luogo dimorano a migliaia diffe­renti specie di morti che non possono morire: là anime dannate gridano disperatamente senza tro­vare pietà; là i golosi hanno per cibo rospi e ser­penti: laggiù l'olio bollente viene versato in gola agli ubriachi; l'usuraio è obbligato a ingoiare sor­sate intere d'oro fuso; l'assassino laggiù viene pu­gnalato per l'eternità senza poter morire mai; là il lussurioso giace su graticole d'acciaio arroven­tato, mentre nell'anima soffre il tormento della sua furiosa libidine.

ANNABELLA    Pietà! Pietà di me!

FRATE           Laggiù stanno gli esseri sciagurati come te, che hanno trascorso come in sogno interi anni fra coltri illegittime e segreti amori incestuosi, e che si maledicono in eterno. Allora desidererai che ogni bacio di tuo fratello fosse stato piuttosto la punta d'una spada; e sentirai come lui griderà: "Oh, vorrei che la mia malvagia sorella si fosse dannata, prima di cedere così alla lussuria!" Ma basta, mi par di vedere che il pentimento ti scavi in cuore qualche cosa di nuovo. Dimmi, come ti senti?

ANNABELLA Non c'è restato più niente che mi li­beri da questo male?

FRATE           Un modo c'è, non disperarti; Iddio è mi­sericordioso, e ti concede la sua grazia perfino a questo punto. Dovrai fare così. Per prima cosa, per salvarti l'onore, sposare il signor Soranzo; poi, per salvarti l'anima, abbandonare questa vita, e d'ora innanzi vivere solo per lui.

ANNABELLA    Ahimè!

FRATE           Non sospirare: so che le lusinghe del pec­cato son dure da abbandonare. Farlo è come vole­re la morte. Ricorda quello che deve venire. Sei disposta?

ANNABELLA    Sì.

FRATE           Bene, dunque; stabiliremo il momento... C'è qualcuno di là?

Entrano FLORIO e GIOVANNI.

FLORIO         Avete chiamato, padre?

FRATE           È venuto il signor Soranzo?

FLORIO         È giù.

FRATE           L'avete informato bene di tutto?

FLORIO         L'ho fatto, ed è fuori di sé dalla gioia.

FRATE           E anche noi. Ditegli di venire qui.

GIOVANNI   (fra sé) Mia sorella sta piangendo! Ah! ho paura della falsità di questo frate... (Forte) Lo chiamo subito. (Esce.)

FLORIO         Figliola, vi siete decisa?

ANNABELLA    Sì, padre mio.

Rientra GIOVANNI, con SORANZO e VASQUES.

FLORIO         Mio nobile Soranzo, ecco, datemi la vostra mano; per quella io vi do questa. (Congiunge le loro mani.)

SORANZO     Signora, dite anche voi lo stesso?

ANNABELLA Sì, e prometto di vivere con voi e con i vostri.

FRATE           Tutto è risolto a tempo: ricevete entrambi la mia benedizione! Quel che c'è ancor da fare, potrete compierlo domani, con il sole. (Escono.)

SCENA   SETTIMA

La strada davanti al Monastero.

Entra GRIMALDI con la spada sguainata e una lanterna cieca.

GRIMALDI È appena sopraggiunta la notte, ed è ancora troppo presto per compiere un tale lavoro; mi sdraierò quaggiù per sentire chi arriva dopo di me. (Si sdraia in terra.)

Entrano BERGETTO e FI LOTI travestiti, seguiti a breve distanza da RICCIARDETTO  e POGGIO.

BERGETTO   Siamo quasi arrivati, e lo spero, amor mio.

GRIMALDI   (fra sé) Sento che sono vicini, e ho udito uno dire "amor mio". È lui; una giusta col­lera mi guidi ora diritta la mano in mezzo al suo petto! (Forte) A voi, ecco, signore! (Colpisce Bergetto ed esce.)

BERGETTO   Ah, aiuto, aiuto! Ecco, mi s'è scucito un punto nelle budella: su, presto, un sarto che sappia ricucir la pancia[28]! Poggio!

FILOTI           Cos'è che ti fa soffrire, amore?

BERGETTO   Sono sicuro che non posso pisciare né per davanti né per di dietro, eppure mi sento tutto bagnato sopra e sotto. Luce! Luce! Oh, un po' di luce!

FILOTI           Ahimè, uno scellerato ha ucciso l'amor mio!

RICCIARDETTO Oh, Dio non voglia! Sveglia la gente che sta qui intorno, Poggio, subito, e porta dei lumi. (Poggio esce.) Come vi sentite, Bergetto? Assassinato! Non può essere. Siete sicuro d'es­sere stato colpito?

BERGETTO   Oh, la mia pancia bolle come un pen­tolone di zuppa! Dell'acqua fredda, o bollirò tanto da traboccare; ho tutto il corpo in un bagno di su­dore, mi potete strizzar la camicia; sentite qui... Oh, Poggio!

Rientra POGGIO con GUARDIE e lumi.

POGGIO        Son qui. Ahimè, come vi sentite?

RICCIARDETTO Datemi un lume... Che cos'è que­sto? Tutto sangue! Il nipote del signor Donato è stato colpito a morte. Correte dietro all'assassino in direzione della città, senza perdere tempo; non può essere lontano di qui; correte, mi raccomando.

GUARDIE    Corriamo, su corriamo! (Escono.)

RICCIARDETTO Strappati di dosso la biancheria, nipote, per fasciargli le ferite. Non ti perdere di coraggio, giovanotto.

BERGETTO   Tutto questo sangue è proprio il mio? Be', allora, mio caro, buonanotte... Poggio, saluta­mi mio zio, mi senti?, e digli, per amor mio, che tratti questa ragazza con molto riguardo... Oh, ma me ne sto sicuramente andando per una cattiva strada, la pancia mi fa male in un modo... Oh, ad­dio Poggio!... Oh... Oh... (Muore.)

FILOTI           Dio, è morto!

POGGIO        Come! Morto!

RICCIARDETTO È proprio morto. Ormai è troppo tardi per piangere. Trasportiamolo a casa, e cer­chiamo di scovare l'assassino con la maggiore rapi­dità possibile.

POGGIO        Oh, il mio padrone! Padrone mio! Padro­ne mio! (Escono.)

SCENA   OTTAVA

Una stanza in casa di Ippolita.

Entrano VASQUES e IPPOLITA.

IPPOLITA      Fidanzati?

VASQUES     Li ho visti con questi occhi.

IPPOLITA      E a quando le nozze?

VASQUES    Fra due giorni.

IPPOLITA      Due giorni! Ebbene, giovanotto, mi ba­steranno due ore per spedirlo al suo ultimo ed eterno sonno; e vedrai, Vasques, con che corag­gio lo farò.

VASQUES     Non dubito 'della vostra fermezza, né voi, penso, della mia discrezione. Sono incondi­zionatamente vostro.

IPPOLITA      E io sarò tua a dispetto del mio diso­nore... Così presto? È uno scellerato, e son certa, potrei giurarlo, che riderebbe nel vedermi pian­gere.

VASQUES     Ed è una vera e propria colpevole bas­sezza.

IPPOLITA      Ma tu lascia che rida. Io sono salda nel mio proposito. Siimi soltanto fedele.

VASQUES     Io otterrei ben poco col tradirvi, a con­fronto d'una posizione come quella cui sto per in­nalzarmi.

IPPOLITA      Sì, fino al... mio seno, Vasques. Lascia che la mia giovinezza si sfreni a godere questi pia­ceri nuovi. Se si mette tutto bene, lui ora non ha che un paio di giorni di vita. (Escono.)

SCENA   NONA

La strada davanti al palazzo del cardinale.

Entrano FLORIO,  DONATO, RICCIARDETTO,  POGGIO e GUARDIE.

FLORIO         Ormai è inutile farvi vedere come un ra­gazzo, signor Donato. Quel che è fatto, è fatto. Non perdete più tempo a piangere, ma cercate d'ot­tenere giustizia.

RICCIARDETTO Devo riconoscere d'avere qualche colpa per non avervi messo al corrente prima di che amore si fossero accesi lui e mia nipote; ma quant'è vero che son vivo, la sua morte m'affligge come se fosse la mia stessa.

DONATO       Ahimè, povera creatura! Non voleva far male a nessuno, sono sicuro di questo.

FLORIO         Ne sono sicuro anch'io. Ma basta, amico mio: siete certo di aver visto l'assassino passare di qui?

UNA GUARDIA Se non vi dispiace, signore, sia­mo certi d'aver visto un brutto tipo, con un'arma nuda in mano, tutta piena di sangue, precipitarsi nel palazzo di Sua Grazia il cardinale. Ne siamo ben sicuri. Ma per timore d'offendere Sua Grazia, Dio ce ne guardi, non abbiamo osato spingerci ol­tre.

DONATO       Sapete che specie d'uomo fosse?

UNA GUARDIA Sì certo, lo so. Dicono che sia un soldato; quello che amava vostra figlia, signore, se non vi dispiace. Era lui sicuramente.

FLORIO         Per la mia vita! Grimaldi! 96

UNA GUARDIA    Sì, sì, proprio lui.

RICCIARDETTO Il cardinale è un essere nobile: non c'è dubbio che ci farà piena giustizia.

DONATO       Qualcuno batta alla porta.

POGGIO        Batto io, signore. (Batte.)

SERVITORE (di dentro)   Che cosa volete?

FLORIO         Chiediamo di parlare a Sua Grazia il car­dinale per una faccenda molto urgente; vi prego di informare Sua Eminenza che siamo qui.

Entra il CARDINALE,  seguito da GRIMALDI.

CARDINALE Bene, che succede, amici! Che razza d'importuni siete per non conoscere né il rispetto né la cortesia? Siamo forse persona da trattare co­me se fossimo il vostro oste? O la nostra casa è di­ventata per voi una locanda qualsiasi, da battere alla nostra porta senza ritegno? Che gran fretta è mai la vostra, da non poter aspettare un momen­to più adatto? Siete diventati i padroni di questo stato, per non conoscere un po' più di discrezione? Le vostre novità sono già qui, davanti a voi. Ave­te perso un nipote, Donato, ucciso questa notte da Grimaldi. È questa la faccenda urgente? Bene, si­gnore, ne siamo a conoscenza; e ciò vi basti.

GRIMALDI   Qui davanti a Vostra Eminenza, since­ramente, non ho mai avuto intenzione di far del male a Bergetto. Ma voi potete dire, Florio, con quanto disprezzo Soranzo, spalleggiato dai suoi amici, mi abbia tante volte insultato; ed io per vendicarmi (poiché d'altronde non l'avevo potuto indurre a battersi) avevo pensato al modo d'ucci­derlo in un agguato. Sfortunatamente l'ho scambiato con un altro; altrimenti sarebbe toccato a lui quello ch'è toccato invece al povero Bergetto; e benché la mia colpa verso di lui sia dovuta pura­mente al caso, mi rimetto tuttavia umilmente al giudizio di Vostra Eminenza (si inginocchia), per­ché facciate di me quel che volete.

CARDINALE Alzatevi, Grimaldi. (Egli si alza.) Voi cittadini di Parma, se cercate d'ottenere giu­stizia, sappiate che io, come nunzio del Papa, ri­cevo qui Grimaldi per questo delitto, sotto la pro­tezione di Sua Santità. Non è un uomo qualunque, ma di nobile nascita, di sangue principesco, ben­ché voi, signor Florio, l'abbiate stimato un marito troppo meschino per vostra figlia. Se volete otte­nere di più, dovete andare a Roma, perché là egli andrà. Imparate ad avere più giudizio, vergogna... Seppellite il vostro morto... Avanti, Grimaldi; la­sciateli[29]!

(Escono il Cardinale e Grimaldi.)

DONATO       E questa è la voce d'un uomo di Chiesa? C'è giustizia qui?

FLORIO         La giustizia è volata in cielo, e non s'acco­sta più a noi. Soranzo!... Era dunque per lui? Che impudenza! Ha avuto la faccia di dirlo senza ar­rossire! Venite Donato, venite, non c'è più nulla da sperare quando i cardinali ritengono che l'as­sassinio non sia una colpa. I grandi possono fare quello che vogliono, a noi tocca d'ubbidire. Ma ver­rà il giorno in cui Dio li giudicherà.

                                                                                             

   


ATTO QUARTO

SCENA  PRIMA

Una stanza in casa di Florio. Un banchetto imbandito; suono d'oboe.

Entrano il FRATE, GIOVANNI, ANNABELLA, FILOTI,

SORANZO, DONATO, FLORIO, RICCIARDETTO,   

la GOVERNANTE e VASQUES.

FRATE           I santi riti sono compiuti. Ora usate del vostro tempo per trascorrere in festa il resto del giorno. Ai santi, che sono i vostri ospiti, benché occhi mortali non possano vederli, piacciono que­sti opportuni banchetti. Questo giorno vi sia a lun­go prospero, coppia felice, per la gioia di tutti e due.

SORANZO     Padre, la vostra preghiera è stata ascol­tata. La mano della bontà è stata per me uno scu­do contro la morte e, per benedirmi ancora di più, m'ha arricchito la vita con questo gioiello prezio­sissimo: un tesoro come la terra non ne ha un al­tro simile. Rallegrati, amor mio: e voi, signori, amici miei, gioite con me in allegrezza. Coronere­mo questo giorno alzando le coppe ricolme alla sa­lute di Annabella.

GIOVANNI   (fra sé) Ah che tortura! Se il matri­monio fosse ancora da farsi, prima di sopportare questa vista e vedere il mio bene abbracciato da un altro, affronterei qualsiasi cosa, e non mi smuo­verebbe l'orrore di diecimila morti.

VASQUES    Non vi sentite bene, signore?

GIOVANNI   Ti prego, amico, bada ai fatti tuoi. Non ho bisogno della tua premura zelante.

FLORIO         Signor Donato, venite, dovete dimenticare le vostre recenti disgrazie, e affogare le pene nel vino.

SORANZO     Vasques!

VASQUES    Signore!

SORANZO     Porgimi quella grossa coppa. Ecco, Gio­vanni, fratello, ecco qua per voi: presto verrà il vostro turno, benché siate ancora scapolo. Ecco qua, alla salute di vostra sorella ed alla mia! (Be­ve e gli offre la coppa.)

GIOVANNI    Non posso bere.

SORANZO     Come!

GIOVANNI   Mi farebbe veramente molto male.

ANNABELLA Vi prego, non insistete, se non ne vuole. (Suono d'oboe.)

FLORIO         Che succede? Cos'è questo rumore?

VASQUES     Ecco, signore, avevo dimenticato di dirvelo. Alcune giovani ragazze di Parma, per ono­rare le nozze della signora Annabella, hanno vo­luto mostrarle il loro affetto con un balletto ma­scherato[30], per cui esse umilmente vi chiedono pa­zienza e silenzio.

SORANZO Siamo loro ben grati, tanto più che la cosa arriva inaspettata. Fatele entrare.

Entrano IPPOLITA, seguita da DAME in abiti bianchi

con ghirlande di salice[31], tutte mascherate. Musica e danza.

SORANZO     Grazie, amabili fanciulle! E ora ci pia­cerebbe sapere, per potervi essere riconoscenti, a chi siamo in obbligo di questo affettuoso omaggio.

IPPOLITA      Sì, lo saprete. (Si toglie la maschera) Che ne pensate ora?

TUTTI             Ippolita!

IPPOLITA      Proprio lei. Non rimanete sbalorditi; e voi non arrossite, giovane sposa amorosa. Non ven­go per defraudarvi del vostro uomo. Non è ora il momento di metterci a contare tutte le chiacchie­re che a Parma si sono fatte in lungo e in largo su noi due. Vadano pure in giro le voci più avven­tate; l'aria che le spinge, alla fine le romperà come bolle di sapone. Ma ora a voi, dolce creatura; date­mi la vostra mano... Forse v'è stato detto che io reclamerei qualche diritto da Soranzo, ora vostro signore. Quali diritti io abbia, lui nell'animo suo lo sa benissimo: ma per rispetto ai vostri nobili meriti, cara Annabella, e alla sollecitudine per voi... Ecco, prendi, Soranzo, prendi questa sua mano dalla mia; unirò un'altra volta quello che è già stato concesso e compiuto per mezzo della Santa Chiesa. Ho fatto bene?

SORANZO    Ci avete obbligati troppo, veramente.

IPPOLITA      E un'altra cosa. Perché possiate cono­scere la lealtà del mio animo, io rinuncio qui li­beramente a qualsiasi diritto che potessi recla­mare, e vi restituisco le vostre promesse; e per confermarlo... Porgetemi una coppa di vino. (Vasques le dà una coppa avvelenata[32].) Mio nobile Soranzo, con questo sorso io bevo alla vostra du­revole felicità. (Beve. A parte, a Vasques) Bada bene, Vasques.

VASQUES     (a parte, a Ippolita)    Non temete.

SORANZO     Ippolita, vi ringrazio; e brinderò a que­sta felice unione come ad un'altra vita... Del vi­no, qua!

VASQUES     Non ne avrete; e nemmeno brinderete alla sua salute.

IPPOLITA      Come!

VASQUES     Sappiate ora, femmina del diavolo, che il vostro stesso malvagio tradimento v'ha uccisa. Io non vi sposerò.

IPPOLITA      Miserabile!

TUTTI             Che succede?

VASQUES     Femmina pazza, sei ora come un tizzone ardente che ha acceso gli altri e brucia poi se stes­so: "troppo sperar, inganna[33]". La tua vana spe­ranza t'ha ingannata. Non sei che una morta. E se sei ancora in grazia di Dio, prega.

IPPOLITA      Mostro!

VASQUES     Vergogna! Muori almeno in grazia di Dio. Questo essere pieno di malizia, questa femmi­na, ha cercato segretamente di corrompermi con una promessa di matrimonio, per riuscire ad av­velenare il mio signore col pretesto di questa falsa riconciliazione[34], e poter ridere della sua rovina proprio nel giorno delle nozze. Le promisi d'asse­condarla lealmente; ma sapevo quale sarebbe sta­ta la mia ricompensa, e le avrei risparmiata la vi­ta volentieri, se non fossi stato bene al corrente del pericolo che era nel suo malanimo; e ora l'ho giustamente pagata della sua stessa moneta: ecco­la qua, ha solo ancora... (il tempo di potersi pentire[35]). Prega, e finisci i tuoi giorni in pace, mal­vagia femmina. In quanto a vivere, non c'è più speranza. Non ci pensare nemmeno.

TUTTI             Giustizia meravigliosa!

RICCIARDETTO    Cielo, sei veramente giusto.

IPPOLITA      Oh, è vero; sento avvicinarsi la mia ora. Se quel vile servo avesse mantenuto la pro­messa... Dio, che tormento!... tu, a quest'ora sare­sti morto, Soranzo... brucio più che nel fuoco d'in­ferno! Pure, prima di morire... crudeli, crudeli fiamme!... ricevete insieme la mia maledizione: possa il tuo letto nuziale essere una tortura per il tuo cuore, e bruciarti il sangue, ribollire di ven­detta... Oh, il mio cuore, sento un bruciore insop­portabile!... Possa tu vivere per essere padre di bastardi; e il grembo di lei partorisca mostri... e possiate morire assieme nel peccato, odiati, di­sprezzati, e che nessuno abbia pietà di voi. Oh... Oh... (Muore.)

FLORIO         Ci fu mai una creatura più malvagia?

RICCIARDETT0 Così finiscono la lussuria e l'or­goglio.

ANNABELLA    È una vista spaventosa.

SORANZO     Vasques, m'accorgo ora che sei un servo fedele, e non ti dimenticherò mai... Venite, amor mio, andremo a casa a ringraziare il Cielo per averla scampata. Padre, amici, dobbiamo interrom­pere questa festa. È stato un banchetto troppo triste.

DONATO       Portate via di qui il corpo.

FRATE           (a parte, a Giovanni) Questo è di cattivo augurio. Prendine nota, Giovanni, e bada a quel che fai! Ho paura dell'epilogo. I matrimoni in cui il banchetto nuziale comincia così, col sangue, è raro che vadano bene. (Escono.)

SCENA  SECONDA

Una stanza in casa di Ricciardetto.

Entrano RICCIARDETTO e FILOTI.

RICCIARDETTO Questa mia scellerata moglie, più scellerata per la sua vergogna che per i torti verso di me, ha pagato troppo presto le colpe d'una vita da impudica e sono sicuro, nipote mia, sebbene la vendetta aspetti, tenendosi ancora alla larga dal colpire Soranzo, che cadrà lui pure e andrà a fon­do con tutto il suo peso. Non c'è bisogno ormai (me lo dice il cuore) d'accelerare la sua rovina; c'è uno lassù che ha cominciato a muoversi. Ho senti­to dire che già tra lui e sua moglie s'addensano e vengono a capo i litigi. Lei, come dicono, sprezza l'amore di lui, lui non si cura di quello di lei. Si sentono molte chiacchiere. Giacché le cose vanno così, nipote mia, per il tenero affetto e la pietà che porto alla tua giovinezza, il mio parere è che do­vresti sbarazzare la tua età dal pericolo di queste pene, e fuggire di qui verso la bella Cremona, do­ve consacrare la tua anima a Dio in santità e dive­nire una suora perfetta. Lascia a me il compito di vedere la fine di queste gravi vicende. Tutte le umane mondane vie sono piene d'ostacoli: nessuna vita è beata all'infuori di quella che porta al Cielo.

FILOTI           Zio, devo decidere di farmi monaca?

RICCIARDETTO Certo, nipote cara; e nelle tue preghiere quotidiane ricordati di me, del tuo po­vero zio infelice. Ora affrettati verso Cremona, la­sciati guidare dal destino. La tua casa sia il chio­stro, i tuoi migliori amici i grani del rosario. La tua vita in purezza e in solitudine coronerà la tua nascita: chi muore vergine vive santa sulla terra.

FILOTI           Addio dunque, addio al mondo e a ogni pensiero terreno, addio! Siate i benvenuti, voti di castità; io vi cedo me stessa. (Escono.)

SCENA   TERZA

Una camera in casa di Soranzo.

Entra   SORANZO  discinto,   trascinando   violentemente ANNABELLA.

SORANZO     Su baldracca, sgualdrina svergognata, avanti! Se ogni goccia di sangue che scorre nelle tue vene d'adultera fosse una vita, questa spada, - la vedi tu? - te le troncherebbe tutte con un col­po solo. Bagascia, puttana unica al mondo, che ad­dirittura difendi il tuo peccato con codesta faccia impudente, non c'erano altri uomini a Parma che potessero fare da ruffiani a una puttana così abile e sfrenata? C'ero solo io? Il prurito che ti brucia­va e una voglia così furiosa e la foga della libi­dine dovevano forse essere saziati fino alla nausea, e non c'era nessun altro che me da scegliere per fare da copertura ai tuoi intrighi segreti e ai sol­lazzi del tuo ventre? E ora io devo essere il padre di tutto quel guazzabuglio che t'ha riempito cote-sta pancia corrotta che non può generare che ba­stardi! Di', perché proprio io?

ANNABELLA Sei un bruto! E questo è il tuo de­stino. Non sono stata io a correrti dietro. E se non avessi pensato che l'innamoratissima vostra signo­ria sarebbe diventata matta a un mio rifiuto, e m'aveste dato un poco più di tempo, vi avrei detto in quali condizioni mi trovavo. Ma voi volevate assolutamente fare alla svelta.

SORANZO     Sei la più sgualdrina di tutte le sgual­drine! Osi dirmi questo?

ANNABELLA Certo. Perché no? V'eravate sbaglia­to nei miei riguardi; e non fu certo per amore che io vi scelsi, ma per salvare l'onore. Sappiate que­sto comunque, che se foste disposto a essere un po' paziente e a tenere nascosta la vostra vergo­gna, potrei vedere di riuscire ad amarvi.

SORANZO     Che razza di bagascia! Ma non sei forse gravida?

ANNABELLA Che bisogno c'è di sapere questo, quando è inutile? Lo confesso, sì.

SORANZO    Dimmi chi è stato.

ANNABELLA Adagio! Questo non è nei patti. E tuttavia, signore, per calmarvi un po' le smanie e l'appetito, sono disposta a dirvi qualche cosa. L'uo­mo, quello anzi ch'è più d'un uomo, che ha genera­to questo bimbo vispo, perché sarà un maschio, e dovete perciò essere fiero, signore, che il vostro erede sia un maschio...

SORANZO    Mostro dannato!

ANNABELLA Bene, se non volete sentirmi, non parlerò più.

SORANZO    Sì, parla, e siano le ultime parole.

ANNABELLA D'accordo! D'accordo! Questa nobile creatura era in ogni sua parte così uguale a un angelo, così splendente, che una donna la quale fosse stata semplicemente umana, come me, si sa­rebbe messa ginocchioni davanti a lui, a chie­dere il suo amore... Voi! Oh, voi non siete degno di pronunciare nemmeno una volta il suo nome senza adorarlo degnamente, e neppure, a meno che prima non v'inginocchiate, di sentirlo pronun­ciare da un altro.

SORANZO     Come si chiama?

ANNABELLA Non siamo ancora a questo punto. Vi sia sufficiente sapere che voi avrete l'onore d'es­sere il padre di chi è stato generato da un padre simile. E insomma, se non fosse capitato quello che è capitato, non mi sarei mai affannata a pen­sare che ci foste voi al mondo: e se non fosse per questo matrimonio non ci penserei nemmeno ora.

SORANZO     Dimmi il suo nome.

ANNABELLA Ahimè, ahimè, questo è tutto! Ci volete credere?

SORANZO    Che cosa?

ANNABELLA    Che non lo saprete mai.

SORANZO     Come!

ANNABELLA Mai: e se lo saprete, che io sia ma­ledetta.

SORANZO     Non lo saprò, donnaccia! T'aprirò il cuo­re e ce lo troverò.

ANNABELLA    Fatelo, su, fatelo.

SORANZO     Sì, e ti strapperò coi denti questa mera­viglia di libertino, pezzetto per pezzetto.

ANNABELLA   Ah, ah, ah, il mio signore è allegro!

SORANZO     Hai il coraggio di ridere? Avanti, sgual­drina, dimmi chi è il tuo amante, o, quant'è vero Dio, a brani ti farò la carne. Chi è dunque?

ANNABELLA (canta) "Che morte più dolce che morir per amor[36]?"

SORANZO     Dunque ti strapperò i capelli e ti tra­scinerò questo corpo lebbroso di libidine fra la pol­vere, giù. (La trascina su e giù.) Ma dimmi il suo nome.

ANNABELLA (canta) "Morendo in grazia dee morir senza dolore[37]."

SORANZO     E canti d'esultanza? Tutti i tesori della terra non ti salveranno... Ci fossero re in ginocchio a implorare per la tua vita, o scendessero gli an­geli a supplicare, in lacrime, neppure tutto questo prevarrebbe sulla mia rabbia. E tu non tremi ancora?

ANNABELLA E di che cosa? Di morire? No, siate un carnefice prode. Ti sfido senza paura. Colpisci, e colpisci diritto[38]. Lascio la vendetta dietro di me, e tu la sentirai bene.

SORANZO     Ma prima di morire dimmi, e dimmi la verità, sa di questo tuo padre?

ANNABELLA    No, lo giuro su me stessa.

SORANZO     Vuoi confessare, e io ti risparmierò la vita?

ANNABELLA La mia vita! Non voglio pagarla così cara.

SORANZO     E io non voglio più trattenere la mia vendetta. (Tira fuori la spada.)

Entra VASQUES.

VASQUES     Che volete fare, signore?

SORANZO     Basta, Vasques. Una dannata puttana di questa fatta non merita pietà.

VASQUES     Gli dèi lo impediscano. Vorreste essere il suo carnefice, e ammazzarla con codesta rabbia? Oh, sarebbe un'azione veramente indegna d'un uo­mo. È vostra moglie. Qualsiasi fallo sia stato com­piuto da lei prima di sposarvi non fu contro di voi. Ahimè, povera signora, che cosa ha mai com­messo, che non l'avrebbe fatto qualsiasi altra si­gnora d'Italia in un caso simile? Signore, dovete lasciarvi guidare dalla ragione, e non dalla furia. Sarebbe disumano e bestiale.

SORANZO     Non deve vivere.

VASQUES     Suvvia, deve vivere invece. Vorreste far­le confessare chi è stato l'autore delle sue presenti disgrazie, me ne accorgo bene. Ma è una richiesta irragionevole, e perderebbe tutta la stima di cui io, per parte mia, la ritengo degna, se lei lo faces­se: perché di tutti gli esseri viventi, proprio voi, signore, non dovreste saperlo. Mio buon signore, riconciliatevi. Ahimè, povera signora!

ANNABELLA Smettetela, non pregate per me. Sti­mo la mia vita meno di niente. Se quest'uomo sen­te il bisogno di fare il matto, ebbene, lasciateglielo fare.

SORANZO     L'hai sentita, Vasques?

VASQUES     Certo, e la lodo. Dimostra con ciò la no­biltà d'un animo fiero, e accidenti, ma questo le sta magnificamente bene. (A parte, a Soranzo) Si­gnore, in ogni caso, soffocate la vostra vendetta. Lasciate che scopra io col mio fiuto i torti che v'ha fatto: sappiatevi frenare in modo da badare al vo­stro onore, o guasterete tutto. (Ad alta voce) Si­gnore, se mai i miei servigi m'hanno meritato pres­so di voi qualche merito, non siate così violento nelle vostre escandescenze. Voi ora siete sposato. Che trionfo sarebbe la notizia di questo fatto per gli altri pretendenti disprezzati! È umano soppor­tare le sventure, com'è divino il perdonare.

SORANZO     Oh, Vasques, Vasques, in questo pezzo di carne, in questo viso di lei tutto bugiardo, io... io avevo deposto il tesoro del mio cuore!... Se tu fossi stata virtuosa, donna bella e malvagia, nem­meno le gioie incomparabili della stessa vita mi avrebbero fatto desiderare di vivere con nessun'altra santa all'infuori di te. Creatura piena d'inganni, come ti sei presa gioco delle mie speranze, e come nella vergogna del tuo grembo impudico hai per­fino sepolto me vivo! Davvero troppo a caro prezzo t'ho amata.

VASQUES     (a parte, a Soranzo) Così va bene. Se­guitate in questo tono con un po' di passione. Siate conciso e commovente. È proprio a proposito.

SORANZO     La tua anima e i tuoi pensieri siano te­stimoni delle mie parole; e dimmi, non avevi pen­sato che nel mio cuore io t'adoravo così follemente?

ANNABELLA Devo riconoscere che sapevo che mi amavate molto.

SORANZO     E m'hai trattato così! Oh, Annabella, puoi star sicura che chiunque sia stato il mise­rabile che t'ha spinto fino a questa vergogna, certo poté avere voglia di te per lussuria, ma non amarti come me. Egli s'invaghì della pittura attaccata alle tue gote per soddisfare il capriccio degli occhi; ma non di quelle parti che ho amato io, del tuo cuore, e di quelle che pensavo fossero le tue virtù.

ANNABELLA Oh, mio signore! Queste parole feri­scono più a fondo di quello che non potrebbe fare la vostra spada.

VASQUES     Possa mai aver bene, perfino io comin­cio a piangere, tanta pena lui mi fa. Bene, signora, sapevo che quando gli fosse passata la collera si sarebbe giunti a questo.

SORANZO     Perdonami, Annabella. Sebbene la tua giovinezza t'abbia spinto a una follia al disopra delle tue forze, pure non dimenticherò quello che dovrei essere, e che sono: un marito. In questo nome si nasconde qualcosa di divino. E se posso essere certo che tu ora sarai onesta, io qui per­dono ogni tua vecchia colpa, e ti stringo al mio petto.

VASQUES     In fede mia, questa è una prova di gran­de bontà d'animo.

ANNABELLA   Signore, qua in ginocchio...

SORANZO     Alzatevi, non dovete inginocchiarvi. An­date in camera vostra; e guardate di non farvi ve­dere agitata. Sarò subito là con voi: la ragione ora mi dice che "è cosa tanto comune, errare per fra­gilità, quanto l'essere donna"[39]. Andate in camera vostra.

(Annabella esce.)

VASQUES     Bene! Ecco qualcosa di ben fatto. E ora che ne pensate, signore, del vostro paradiso di felicità?

SORANZO     Porto dentro l'inferno. Tutto il mio san­gue brucia e vuole una vendetta rapida.

VASQUES     Forse è possibile averla; ma sapete voi come, o su chi? Ahimè, sposare una gran dama per trovarsi già grande nella discendenza senza faticarci su, è un passatempo abituale oggigiorno; ma sapere che razza di furetto è andato a caccia nella tana della vostra coniglia, qui è il bello[40].

SORANZO     Me lo farò dire proprio da lei, oppure...

VASQUES     Oppure che cosa? Non dovete fare così. Lasciatevi persuadere a essere ancora un po' pa­ziente. Andate da lei, trattatela con dolcezza. Con­vincetela, se è possibile, a un atteggiamento spon­taneo, con un po' di lacrime. Per il resto, se tutto batte bene, io non sbaglierò la mira. Vi prego, si­gnore, entrate: le prime notizie che vi darò sa­ranno straordinarie.

SORANZO     L'indugio nella vendetta fa più duro il colpo. (Esce.)

VASQUES     Ah, caro mio, ce n'è del lavoro da fare! Avevo in testa da un po' di tempo il sospetto di qualche brutto affare: ma dopo le occhiate scorbutiche di madama qui in casa, e dopo la sua mal­vagia ostinatezza e quel trovar da gridare su ogni cosa, allora mi son ricordato del proverbio che dice: "Dove le galline mettono la cresta e i galli badano a starsene zitti, ci sono tristi case". Per­dio, se una sarta ha tanta abilità nel cucire le parti più in basso da saper coprire una pancia così gonfia, non mi lamenterò più per tutto il resto della vita d'un punto storto in una scarpa. Vien su, e vien su così vispo? e anche così alla svelta? Ci vorrà un'astuzia sottile per capire chi è stato: ma si dovrà sapere; e io ho pensato come...

Entra la GOVERNANTE, in lacrime.

VASQUES     La via eccola qui, o non ce n'è altre... Come, così, in lacrime, povera signora! Ahimè, ahimè, non posso darvi torto. Abbiamo un padro­ne, Dio ci aiuti, che è matto come il diavolo in persona, una vera vergogna per lui.

GOVERNANTE Oh, Vasques, non fossi mai nata per vedere questo giorno! Tratta così anche te, qualche volta, Vasques?

VASQUES     Me? Mi tratta addirittura come un cane: ma se ci fosse qualcuno che la pensasse come me, so quello che si dovrebbe fare. Com'è certo che sono un uomo onesto, finirà con l'uccidere la mia padrona in modo crudele. Dicono che sia incinta, ma è questa una cosa, per una giovane di quel­l'età, da biasimarla poi tanto?

GOVERNANTE Ahimè, mio caro, è stato contro la sua volontà, e n'ha avuto un gran dolore.

VASQUES     Io giurerei che tutta la sua furia è per­ché lei non vuol confessare chi è stato, e lui in­vece lo vuol sapere; e quando l'avesse saputo, co­nosco così bene il suo carattere, son certo che dimenticherebbe subito tutto. E m'augurerei pro­prio che lei dicesse ogni cosa schiettamente, per­ché davvero questo è il solo modo.

GOVERNANTE    Lo credete?

VASQUES     Come sarebbe? Ne sono sicuro; a meno che non la obblighi a confessare con la forza. Una volta gli è passato anche per la mente che pote­vate dirglielo voi, e voleva ad ogni costo venire a tirarvelo fuori; ma io l'ho in qualche modo calmato; pure è certo che voi ne dovete saper parecchio.

GOVERNANTE Dio ci perdoni tutti quanti! So sol­tanto qualcosa, Vasques.

VASQUES     E come potreste fare a non saperlo? Chi se non voi? In coscienza, lei vi ama molto; e non vorrete certo procurarle dei dispiaceri, per tutto l'oro del mondo.

GOVERNANTE Ah, no, per tutto l'oro del mondo intero, in fede mia, no davvero, Vasques.

VASQUES     E se lo faceste sarebbe il più grosso peccato della vostra vita; ma facendo invece come dico io, solleverete lei dai suoi affanni, ridando la pace al mio padrone, e insieme guadagnerete per voi un affetto senza fine e una posizione di pri­vilegio.

GOVERNANTE   Lo credete davvero, Vasques?

VASQUES     Io? Ne sono sicuro. Certo dev'essere sta­to qualche amico molto stretto e in confidenza.

GOVERNANTE È stato un caro amico davvero; ma...

VASQUES     Ma che cosa? Non abbiate paura di dire il suo nome. Fra voi e il pericolo ci metto la mia vita. In fede mia, credo che non deve essere stato uno di bassa condizione.

GOVERNANTE E tu starai ben fermo fra me e qualsiasi danno?

VASQUES     Ma per Dio, e che altro? Sarete perfino ricompensata, ve l'assicuro.

GOVERNANTE   Non è stato che suo fratello.

VASQUES     Suo fratello Giovanni? E potete garan­tirlo?

GOVERNANTE Proprio lui, Vasques; né mai un gentiluomo simile baciò una bella donna. Oh, si amano nel più sconfinato dei modi.

VASQUES     Davvero un gentiluomo in gamba! Bene, in questo lodo la sua scelta. (Fra sé) Di bene in meglio... (Forte) Ma siete sicura che sia stato lui?

GOVERNANTE Sicura; e vedrete che non sarà nemmeno molto lontano da lei.

VASQUES     Sarebbe da biasimare che lo fosse. Ma come posso crederti?

GOVERNANTE Credermi! Ma come, son forse una turca o un'ebrea? No, Vasques, conosco questi loro traffici da troppo tempo per dire ora delle bugie.

VASQUES     Ehi, voi, dove siete? Ehi, signori, là dentro!

Entrano dei BANDITI.

GOVERNANTE    Che c'è ora? Chi è questa gente?

VASQUES     Lo saprete subito. Venite, signori, por­tatemi via questa vecchia strega dannata, fatela subito star zitta, e cavatele gli occhi, su, alla svelta!

GOVERNANTE    Vasques! Vasques!

VASQUES     Fatela star zitta, ho detto; perdio, per­ché la fate ciarlare? Non siete buoni a niente? Verrò da lei io. Baderò io alle tue vecchie gen­give, cagna dalla pancia di rospo!

(I banditi la imbavagliano.)

Portatela in cantina senza farvi vedere, e cavatele subito gli occhi; se strilla taglia­tele il naso. Avete sentito? Su, svelti, e senza paura.

 

(Escono i Banditi con la Governante.)

Questo è proprio straordinario e al di là d'ogni aspet­tativa... Il suo stesso fratello! È una cosa orribile! A che estremo limite di perdizione ha trascinato il diavolo i nostri tempi! Suo fratello, bene! E que­sto non è che il principio. Devo andare dal mio padrone e istruirlo a puntino per consentirgli me­glio la vendetta. Ora capisco come una storiella oscena possa nascere da una coda che sguscia così bene[41]. Ma basta! Chi sta arrivando ora? Giovanni! Proprio quel che ci voleva. Quello che credevo è ormai ben certo, come son certi l'inverno e l'estate.

Entra GIOVANNI.

GIOVANNI   Dov'è mia sorella?

VASQUES     È in affanno per un male nuovo, mio signore; si trova un po' indisposta.

GIOVANNI    Ha mangiato troppa carne[42], penso.

VASQUES     Proprio così, signore, e credo che ci avete colto giusto:  ma la mia virtuosa signora...

GIOVANNI    Dov'è?

VASQUES     In camera sua. Andate a farle visita. È sola. (Giovanni gli dà del danaro.) La vostra libe­ralità mi rende doppiamente servo vostro, e sem­pre lo sarò, sempre.

(Esce Giovanni.)

Rientra SORANZO.

VASQUES     Signore, sono un vero uomo; ho recitato la mia parte con abilità e successo: vi prego di lasciarmi parlare con voi in tutta segretezza.

SORANZO     È arrivato il fratello di mia moglie; ora saprà tutto.

VASQUES     Lasciate che lo sappia; mi sono assicu­rato qualcuno di loro abbastanza bene. Come vi siete comportato con madama?

SORANZO     Gentilmente, come mi avevi consigliato; ma la mia anima gira e rigira attorno in pena per trovare la vendetta: comunque, Vasques, devo sa­pere...

VASQUES     No, io non voglio saper più nulla, per­ché è venuto il vostro turno, ora, di sapere: ma non vorrei parlarvi così allo scoperto!... (Fra sé) Lasciamo che il mio giovane padrone prenda le cose con comodo, secondo la volontà sua. È bell'e spacciato, e non lo riscatterà nemmeno il diavolo. (Forte) Signore, vi prego, fatemi parlar con voi da solo a solo.

SORANZO     Non c'è pia niente ormai che sia peg­giore di quello che temo[43]. (Escono.)


ATTO QUINTO

SCENA  PRIMA

La strada davanti alla casa di Soranzo.

ANNABELLA appare a una finestra in alto.

ANNABELLA Addio, piaceri, e voi tutti attimi inu­tili in cui false gioie hanno tessuto il filo d'una stanca vita! Io ora prendo commiato da queste mie vicende. E tu, prezioso Tempo, che veloce e senza posa cavalchi attraverso il mondo, per mettere fine al cammino dell'ultima mia ora, ferma qui la tua corsa insonne, e tramanda ad età che ancora non sono nate la tragedia d'una donna sventurata e dolente! La mia coscienza ora è ben salda contro la mia lussuria con chiare accuse scritte nella colpa

(in basso entra il FRATE)

e mi dice che sono perduta. Riconosco ora che la bellezza che adorna l'esterno del viso è maledetta quando ad adornarla non ci sia la virtù. Qui, come una tortora chiusa dentro una gabbia, senza com­pagno, parlo con l'aria e i muri, e gemo inutil­mente sulla mia miserevole abiezione. Oh, Giovan­ni, che hai guastato gli stessi tuoi pregi e la mia onesta reputazione, fossi tu stato meno soggetto a quelle stelle, che per mia sventura regnavano quan­do nacqui! Oh, vorrei che la frusta dovuta a que­sto mio nero peccato passasse lontana da te, per­ché io sola potessi sentire il tormento d'un fuoco senza fine!

FRATE           (a parte)    Che ascolto io mai?

ANNABELLA Quell'uomo, quel benedetto frate, che congiunse in sacro nodo la mia mano a quella di colui del quale ora sono moglie, mi disse spesso che calcavo il sentiero della morte, e mi mostrava come. Ma coloro che dormono in un letargo di lus­suria tengono fra le braccia il loro danno, e fanno ingiusto il Cielo. E anch'io così feci.

FRATE           (a parte)    Questa è musica per l'anima!

ANNABELLA Perdonami, mio buon genio, e que­sta volta siimi d'aiuto all'ultime volontà. Fa che per questa strada passi un brav'uomo, e alla sua cura io possa affidare questo foglio rigato, di lacri­me e di sangue. E se mi sarà concesso questo, io qui, con dolore, faccio voto di pentimento e di la­sciare questa vita in cui sono stata dentro a lungo come morta.

FRATE           Signora, il Cielo v'ha ascoltato, e la sua provvidenza ha fatto sì che io dovessi essere il suo ministro per il vostro vantaggio.

ANNABELLA    Ah, chi siete?

FRATE           L'amico di vostro fratello, il frate; e lieto nella mia anima d'essere vissuto tanto da sentire questa libera confessione tra voi e la vostra pace. Cosa volete, o a chi vi rivolgete? Non abbiate pau­ra di parlare.

ANNABELLA È il Cielo tanto generoso? Allora io ho trovato più favore di quello che sperassi. Ecco, sant'uomo (butta giù una lettera): rammentatemi a mio fratello. Dategli questo, questa lettera. Dite­gli che la legga, e che si penta. Ditegli che io, pri­gioniera nella mia camera, privata d'ogni compa­gnia, perfino della governante (e questo mi dà molto da sospettare), ho tempo d'arrossire per quello che è successo. Raccomandategli d'essere saggio, e di non credere all'amicizia del mio si­gnore. Temo molto più di quello che non possa dire. Mio buon padre, questo posto è pericoloso, e ci sono spie in giro. Ma mi devo interrompere. Lo farete?

FRATE           Sì, siatene certa, e lo farò volando. La mia benedizione sia sempre con te, figlia; e vivi per morire più benedetta! (Esce.)

ANNABELLA Ringrazio il Cielo, che m'ha prolun­gato il respiro per un fine così buono! Ora posso aspettare la morte come la ben venuta. (Si ritira dalla finestra.)

SCENA  SECONDA

Una stanza in casa di Soranzo.

Entrano SORANZO e VASQUES.

VASQUES     Posso essere creduto ora ? Per prima cosa avete sposato una baldracca, che vi s'è but­tata addosso solo per ridere delle vostre corna, per far festa sulla vostra disgrazia, darsi bel tempo alla barba dei vostri affanni, farvi becco nel vostro letto di sposo, sperperando il patrimonio fra mezzani e ruffiane!

SORANZO     Basta, ti dico, basta!

VASQUES     Un becco è una brava bestia innocua, mio signore.

SORANZO     Sono deciso. Non aggiungere altre pa­role. I miei pensieri sono gravi, e tutti risoluti come il tuono. Farò intanto in modo che madama s'addobbi di tutte le sue vesti nuziali; la bacerò, e la stringerò dolcemente fra le mie braccia. Va' pure... ma, ascolta, sono pronti i banditi a tendere l'agguato?

VASQUES     Mio buon signore, non preoccupatevi d'altro che della vostra risolutezza. Rammentate che il tempo perso non si può richiamare indietro.

SORANZO     Con le parole più abili che sai trovare, invita al mio compleanno le più autorevoli perso­ne di Parma, vai in fretta da mio fratello rivale e da suo padre, invitali cortesemente, dì loro di non mancare. Va', spicciati, e torna presto.

VASQUES     Non lasciatevi prendere dalla compassio­ne, fino a che io non torni indietro. Pensate al­l'incesto e alle corna in testa.

SORANZO     La vendetta è la sola ambizione a cui aspiro, e arriverò fino in cima o cadrò. Ho il san­gue in fiamme. (Escono.)

SCENA   TERZA

Una stanza in casa di Florio.

Entra GIOVANNI.

GIOVANNI   L'opinione comune è una vana pazzia, e, come la bacchetta d'un maestro che tiene a bada un bambino, impaurisce l'indole d'una mente senza esperienza. Così è successo a me. Anch'io, prima che la mia preziosa sorella si maritasse, credevo che con tale contratto ogni gioia d'amore fosse ormai morta: mentre non trovo nessun cambiamento di diletto in questa formale legge di sol­lazzi[44]. Lei è ancora per me la stessa, ed ogni bacio è dolce e delizioso come il primo che raccolsi, quando il privilegio della giovinezza le concedeva di chiamarsi ancora vergine. Oh, lo splendore di due cuori uniti come il suo e il mio! Gli uomini che perdono gli occhi sopra i libri sognino pure altri mondi: una vita di gioie è un paradiso.

Entra il FRATE.

Padre, entrate mentre festeggio le mie delizie se­grete. Ora posso dirvi che quell'inferno che m'ave­te spesso messo davanti non è altro che paura su­perstiziosa, bassa e vana; e potrei anche provarlo...

FRATE           La tua cecità ti distrugge. Guarda qui, è scritta per te. (Gli dà la lettera.)

GIOVANNI    Di chi è?

FRATE           Rompi i sigilli e leggi. Il sangue scorre ancora col suo calore, ma presto sarà ghiaccio, e più duro del gelido corallo... Perché cambi co­lore, figliolo?

GIOVANNI   Per Dio, volete mettere qualche me­schino diavolo tirapiedi fra il mio amore e la vo­stra stregoneria mascherata di religione? Dove l'avete avuto?

FRATE           La tua coscienza, giovanotto, è indurita, perché altrimenti ti piegheresti a questo avver­timento.

GIOVANNI   È la sua mano, la riconosco; e tutto è scritto col sangue di lei. Scrive non so che cosa. Morte! Io non temo il fulmine più tremendo pun­tato sul mio cuore. Scrive che siamo scoperti - ac­cidenti alle ubbie della vile codardia di chi ha il cuore debole! - Scoperti! Il diavolo ci porti! Com'è stato possibile? Ci siamo fatti noi stessi traditori delle nostre delizie? Alla malora questa razza di bubbole! Non è che roba falsa. Sono le vostre chiacchiere irritanti, di vecchio rinfrollito.

Entra VASQUES.

GIOVANNI    Tu che notizie porti?

VASQUES     Il mio signore, secondo l'usanza di ogni anno, dando oggi una festa per la ricorrenza della sua nascita, manda me a invitarvi a casa sua. Il vostro degno signor padre, con il reverendo nun­zio pontificio, e altre personalità di Parma, han promessa la loro presenza. Volete compiacervi d'es­sere anche voi del numero?

GIOVANNI    Sì, ditegli che ho il coraggio di venire.

VASQUES     "Il coraggio di venire"!

GIOVANNI   Così ho detto; e ditegli anzi che "vo­glio" venire.

VASQUES     Queste parole mi riescono strane.

GIOVANNI    Sentite, io verrò.

VASQUES     Non mancherete?

GIOVANNI   Ancora! Ho detto che verrò. Avete ca­pito bene?

VASQUES    Così riferirò... Ai vostri ordini. 

(Esce.)

FRATE           Non ci andrai, spero.

GIOVANNI              Non andarci! E perché?

FRATE           Oh, non andarci: questa festa, ci giocherei la vita, è soltanto un tranello per tirarvi alla ro­vina. Fatti persuadere, e non andarci.

GIOVANNI   Non andarci! Ci fosse anche la Morte a minacciare, con le sue schiere di tremendi fla­gelli, con turbe di pericoli brucianti come stelle di fuoco, io sarei là. Non andarci! Invece sì, riso­luto a spingere la strage fino in fondo, come loro tutti; perché ci andrò.,

FRATE           Vai dove vuoi. M'accorgo che la furia del tuo destino ti trascina alla fine, a una fine dura e tremenda. Io non resterò a vederti cadere. Ritor­nerò a Bologna subito, in fretta, per fuggire questo disastro ormai vicino. Addio, Parma. Non t'avessi mai conosciuta, e con te nessuno dei tuoi! Ecco, ragazzo, giacché non c'è preghiera ormai che possa salvarti, t'abbandono alla tua disperazione.

(Esce.)

GIOVANNI   Disperazione, o tormenti di migliaia d'inferni, è tutt'uno per me. Sono ormai risoluto. Su ora, avanti, all'opera in profondo, per pensare a dei piani di rovina. Sii in tutto virile, anima mia. Non fare che maledetti e vieti pregiudizi mi strappino via la bile che dà coraggio e fa affron­tare una morte gloriosa. Se devo vacillare come una quercia piena d'anni, parecchi ramoscelli in basso, nella mia pesante caduta, saranno frantu­mati; e periranno tutti quanti con me. (Esce.)

SCENA   QUARTA

Una stanza in casa di Soranzo.

Entrano SORANZO, VASQUES con maschere e BANDITI.

SORANZO     Non fallirete e non esiterete in que­st'impresa?

VASQUES     Prendo l'impegno io per loro. Badate bene, signori miei, d'essere sanguinari senza eco­nomia, e senza pietà, come se vi trovaste a sac­cheggiare una ricca preda sulle montagne stesse della Liguria. Per essere assolti di tutto, fidatevi del mio signore; ma per quanto riguarda la ricom­pensa non dovete fidarvi che delle vostre saccocce.

BANDITI       Faremo un buon lavoro.

SORANZO     Ecco dell'oro. (Dà loro del danaro.) Ed eccone ancora: non avete bisogno di niente. Quello che fate è nobile, e un atto di vendetta giusta. Vi farò ricchi, banditi, e liberi tutti quanti.

BANDITI       Libertà! Libertà!

VASQUES     Tenete, ecco una maschera per ciascuno di voi. (Porge loro delle maschere.) Quando vi sa­rete ritirati, guardate di stare più calmi che sia possibile. Sapete la parola d'ordine[45];finché non sia data, non vi muovete; ma appena la sentirete, buttatevi subito avanti come un torrente in piena; e non c'è bisogno che v'insegni io il vostro me­stiere.

BANDITI       No, no, no.

VASQUES     Dentro, allora. I vostri scopi son un buon guadagno e solidi vantaggi. Via!

(I banditi escono.)

SORANZO     Gli ospiti verranno tutti, Vasques?

VASQUES     Sì, signore. E ora lasciatevi fare un po' di punta alla vostra risoluzione. Vedete che tutto è pronto per questo grandioso lavoro, fuorché un forte animo da parte vostra. Richiamatevi alla memoria le vostre disgrazie, il vostro onore per­duto, il sangue d'Ippolita, e armate il vostro co­raggio con i torti sofferti: e assai meglio farete giustizia di quei torti con la vendetta, se voi po­trete sentirli veramente vostri.

SORANZO     Va bene: meno parlo e più brucio. E il sangue spegnerà questa fiamma.

VASQUES     Ora cominciate a essere italiano. Ma an­cora una cosa: quando il nostro giovane traffi­cante d'incesti arriverà, avrà una gran voglia di buttarsi sul suo vecchio bocconcino. Dategli tempo a sufficienza, lasciategli occupare la vostra camera e il vostro letto in tutta libertà; lasciamo pure che il nostro leprotto in calore si cavi le sue voglie prima d'essere inseguito dai cani e sbranato, sic­ché, se è possibile, sia spedito all'inferno proprio nell'atto in cui si danna l'anima[46].

SORANZO     Così sia; e guarda, com'era nostro desi­derio, arriva proprio lui per primo.

Entra GIOVANNI.

SORANZO    Benvenuto, mio carissimo fratello. Ora m'accorgo che mi fate onore. Siete davvero il ben­venuto. Ma mio padre dov'è?

GIOVANNI   Con le altre autorità, in attesa del nunzio del pontefice, per accompagnarlo poi fin qui. Come sta mia sorella?

SORANZO     Come una brava moglie casalinga, non è ancora pronta. Fate meglio se andate voi a tro­varla in camera sua.

GIOVANNI    Se lo volete.

SORANZO     Devo aspettare i miei nobili amici. Caro fratello, andate pure da lei.

GIOVANNI              Siete occupato, signore, capisco.

(Esce.)

VASQUES     Nemmeno al re dei diavoli in persona poteva andar meglio! Lasciate pure che vada e mangi a crepapelle nel piatto della sua rovina.

(Squillo di trombe.)

Sentite, il nunzio è qui. Mio buon signore, preparatevi a riceverlo.

Entrano  il  CARDINALE,   FLORIO,  DONATO,

RICCIARDETTO e gente del Seguito.

SORANZO     Reverendissimo signore, mi riempie d'or­goglio l'onore che mi fate degnandovi di visitare la mia casa. Resterò sempre vostro umile servo per questa generosa benevolenza.

CARDINALE Siete nostro amico, mio nobile signo­re. Sua Santità saprà con quanto. zelo onorate il Vicario di Pietro nel suo rappresentante. Sia con voi il nostro particolare affetto.

SORANZO     A voi, signori, il mio benvenuto, e i miei migliori ringraziamenti per questa infinita cortesia. Vuole Vostra Eminenza venire avanti?

CARDINALE Mio nobile signore, veniamo a cele­brare questa vostra festa con gaiezza sincera, come s'usava un tempo. Andiamo pure.

SORANZO     Accompagnate Sua Eminenza! Signori, avanti.

(Escono.)

SCENA   QUINTA

Camera da letto di Annabella, nella stessa casa.

ANNABELLA, riccamente abbigliata, e GIOVANNI sco­perto,  sdraiati  sopra un letto.

GIOVANNI   Come! Cambiata così presto! Forse che il tuo nuovo signore, così gagliardo, ha saputo in­ventare per le tue notti qualche gioco migliore di quelli che sapevamo fare noi nella nostra semplici­tà? Ah! È così? O t'è venuto il capriccio di farti traditrice dei tuoi voti e giuramenti passati?

ANNABELLA Perché ti beffi della mia sventura, senza curarti affatto dei pericoli in cui stai per cadere?

GIOVANNI   Quale pericolo è grande come mezza tua infedeltà? Sei una sorella senza fede, altri­menti sapresti che qualsiasi perfidia e il peggiore tradimento si piegherebbero davanti alle mie ciglia aggrottate. Io tengo il destino stretto in pugno, e potrei comandare al trascorrere dell'eterno moto del tempo, se tu fossi stata almeno in un pensiero più ferma del mare quand'è in riflusso. E come? Ora vuoi essere onesta? È questo che hai deciso?

ANNABELLA Fratello, fratello caro, sai quello che sono stata, e sai bene che ora c'è solo il tempo di un banchetto fra noi e la nostra fine vergognosa. Non sciupiamo queste ore preziose in parole vane e inutili. Questi abiti di gala, ahimè, me li hanno fatti indossare solo per qualche scopo; e questa festa solenne, così all'improvviso, non fu ordinata per scialare nelle spese... Se prima sono stata chiusa in questa camera, qui sola, isolata dalla mia governante e da tutti gli altri, e se ora tutto a un tratto sono libera, e per l'arrivo d'uno così caro, non è certo per caso. Non ti fare ingannare, fratello, questo banchetto è un annunzio di morte per te e per me. Renditi conto di questo, e sii pronto ad accoglierla bene.

GIOVANNI   E così sia, dunque. I filosofi insegnano[47]che tutto questo globo di terra si consumerà e diventerà cenere in un minuto.

ANNABELLA    Ho letto così anch'io.

GIOVANNI   Pure, mi sembrerebbe alquanto strano veder bruciare l'acqua. Se credessi che questo po­trebbe essere vero, crederei anche che ci sono l'in­ferno e il paradiso.

ANNABELLA   Ma questo è più che certo.

GIOVANNI   Sono sogni, sogni! perché, altrimenti, anche in quest'altro mondo dovremmo rivederci tutti.

ANNABELLA   Ci rivedremo, sicuro.

GIOVANNI              Tu hai sentito dire questo?

ANNABELLA   Certamente.

GIOVANNI   E credi allora che io laggiù ti rivedrò? Guardami bene. Potremo noi baciarci ancora, chiac­chierare, ridere, e fare quello che si fa quaggiù?

ANNABELLA Questo non lo so. Ma ora su, fra­tello, che cosa intendi fare per liberarti dal peri­colo? Ci sarà qualche via per sfuggirvi. Certo gli ospiti sono ormai arrivati.

GIOVANNI   Guardami, su, guarda qui. Cosa mi vedi in viso?

ANNABELLA Disperazione, e un'anima piena d'af­fanno.

GIOVANNI   Morte, e un'improvvisa follia angoscio­sa. Ma guarda ancora. Cosa mi vedi negli occhi?

ANNABELLA   Mi pare che tu pianga.

GIOVANNI   E piango, sì. Queste sono lacrime di lutto sparse sulla tua tomba; e sono le stesse che mi rigarono le gote quando t'amai la prima volta e non sapevo ancora fare all'amore. Mia dolce Annabella, se dovessi rifare qui la storia della mia vita, perderemmo solo del tempo. Ma siano testi­moni gli spìriti dell'aria e ogni altra cosa al mondo, che di giorno e di notte, all'aurora e al tramonto, il tributo che questo mio cuore ha pa­gato al sacro amore di Annabella sono state que­ste lacrime, che sono ora le sue accompagnatrici funebri. Mai fino ad ora la Natura aveva espresso il meglio di se stessa per mostrare nel mondo una bellezza senza uguali, che in un istante, appena il destino geloso l'ebbe vista, subito la rivolle indie­tro. Prega, Annabella, prega! Giacché dobbiamo separarci, vai tu, con la tua anima pura, ad occu­pare in paradiso un trono di santità e d'innocenza.

ANNABELLA Ora capisco quello che vuoi fare... Proteggetemi, angeli benedetti!

GIOVANNI   Ti proteggano, sì. Baciami. Se chi ver­rà dopo di noi udrà mai di questo nostro bene che subito ci ha stretti, benché le leggi di co­scienza e d'onesto costume possano forse biasi­marci giustamente, pure, quando appena sapes­sero del nostro amore, questo stesso amore can­cellerebbe subito il rigore che degli altri incesti fa delle cose orrende. Su, dammi la tua mano. Come la vita rifluisce dolcemente in queste vene così colorite! Con quanta sicurezza queste palme promettono salute! Ma io potrei gridare con la Natura per queste lusinghe maligne. Baciami an­cora; e perdonami...

ANNABELLA    Con tutto il cuore.

GIOVANNI              Addio!

ANNABELLA    Vuoi andar via?

GIOVANNI   Fatti buio, sole che risplendi, e fai di­ventare questo mezzogiorno una notte, perché i tuoi raggi d'oro non contemplino un fatto che ren­derebbe il loro splendore più nero dello Stige che si fingono i poeti! Un altro bacio, sorella mia.

ANNABELLA    Cosa vuol dire questo?

GIOVANNI   Salvare la tua fama, e ucciderti in un bacio[48]. (La pugnala.) E così muori, muori per me, muori di mano mia! Mia è la vendetta; e l'onore comanda all'amore.

ANNABELLA   Oh, fratello, per mano tua!

GIOVANNI   Quando sarai morta darò ragione di quello che ho fatto; perché disputare ora con la tua adorata bellezza - bella perfino nella morte - mi farebbe tremare per aver compiuto un atto di cui tanto mi glorio.

ANNABELLA Perdona a lui, Dio... e a me i miei peccati! Addio, cattivo fratello, così poco amore­vole... Pietà, gran Dio! Oh, oh! (Muore.)

GIOVANNI   È morta, ahimè, anima buona! E il frutto sventurato che nel suo grembo ebbe da me la sua vita ha ricevuto da me culla e tomba. Non devo perdere tempo. Questo triste letto nuziale l'ha tenuta con sé, viva e morta, con tutte le sue cose più belle. Soranzo, hai fallito il tuo colpo in questo. Ho prevenuto ormai i tuoi piani ambiziosi, e ho ucciso un amore, per ogni goccia di sangue del quale avrei impegnato il cuore. Mia dolce Anna- bella, quanto risplendi gloriosamente nelle tue fe­rite, trionfando sopra l'infamia e l'odio!... Non arretrare, mano coraggiosa, resta forte, mio cuore. E compite con audacia la mia ultima e più impor­tante parte! 

(La scena si chiude.)

SCENA  SESTA

La sala del banchetto, nella stessa casa. Il banchetto è allestito.

Entrano il CARDINALE, FLORIO, DONATO,

SORANZO, RICCIARDETTO, VASQUES e altri del Seguito.

VASQUES     (a parte, a Soranzo) Rammentate, signo­re, ciò che dovete fare. Siate cauto e risoluto.

SORANZO     (a parte, a Vasques) Basta, il mio cuore è saldo. (Agli altri) Piaccia a Vostra Grazia gu­stare questi  cibi grossolani.  Benché  l'uso  d'allestire simili banchetti consista più nell'abitudine che nel motivo vero, pure, reverendo signore, re­sterò sempre servitor vostro per la vostra pre­senza.

CARDINALE   E noi vostro amico.

SORANZO     Ma dov'è mio fratello Giovanni?

Entra GIOVANNI con un cuore infilato sulla punta del pugnale.

GIOVANNI   Qui, Soranzo, sono qui! Adornato di sangue che fuma ancora e che trionfa sulla morte, fiero di queste spoglie d'amore e di vendetta! Né il fato né le forze che sono guida ai moti delle anime immortali avrebbero potuto prevenirmi.

CARDINALE    Che significa questo?

FLORIO         Giovanni, figlio mio!

SORANZO     (fra sé)    E sarei stato prevenuto?

GIOVANNI   Non vi stupite. Se i vostri cuori pieni di timore sentono raccapriccio soltanto a vedere questo, quale paura senza sangue per un vile tur­bamento avrebbe stretto i vostri sensi se aveste visto portar via la vita e la bellezza! Perché que­sto ho fatto! Mia sorella, oh mia sorella!

FLORIO         Che ne è di lei?

GIOVANNI La gloria della mia azione ha oscurato il sole del mezzogiorno, e il giorno l'ha fatto simile alla notte. Voi veniste a un banchetto, signori, pieno di cibi delicati. Anch'io son venuto alla fe­sta: ma mi sono scavato il cibo in una miniera assai più ricca d'una che fosse ricolma d'oro o di pietre di straordinario valore. Questo è un cuore, signori, un cuore nel quale è sepolto il mio. Su, guardatelo bene. Non lo riconoscete?

VASQUES     (fra sé)    Che razza d'imbroglio è questo?

GIOVANNI   È il cuore di Annabella. È il suo. Per­ché tremate? Giuro che è il suo. La punta di que­sto pugnale è affondata come un aratro nel suo grembo fertile, e m'ha lasciato la fama d'essere il più glorioso dei giustizieri.

FLORIO         Ma come, pazzo, sei in te?

GIOVANNI   Sì, padre; e perché i tempi che ver­ranno possano sapere come io ho reso onore al mio destino, e nello stesso tempo alla mia ven­detta, ascoltatemi padre. Voglio confidare al vostro orecchio quanto abbia meritato d'esservi figlio.

FLORIO         Cosa dici?

GIOVANNI   Sono già mutate nove lune da quando scopersi tutta intera per la prima volta, profonda­mente amandola, vostra figlia, la sorella mia.

FLORIO         Come! Ahimè, signori, è un pazzo for­sennato!

GIOVANNI   No, padre. Per nove lunghi mesi ho goduto in segreto nel letto della mia dolce Annabella. Per nove mesi io vissi da re felice del suo cuore e di lei... Tu lo sai, Soranzo. Le tue gote pallide portano impressa la vergogna del disonore, perché il suo grembo troppo fecondo tradì troppo presto il passaggio felice delle nostre gioie furtive e la fece madre d'un bambino non nato.              

CARDINALE    Incestuoso scellerato!

FLORIO         Oh, la sua furia gli fa dire il falso.

GIOVANNI   No, non è il falso, questo è l'oracolo della verità. Giuro che è così.

SORANZO     Scoppierò dal furore... Portate qui quella baldracca!

VASQUES     Lo farò io, signore. (Esce.)

GIOVANNI   Fatelo, sì... E nessuno ha ancora tanta fede da darmi credito del mio trionfo? Io giuro qui davanti a voi, su tutto ciò che chiamate sacro e sull'amore che ho portato alla mia Annabella finché fu in vita, che le ho strappato questo cuore dal seno con queste mie mani.

Rientra VASQUES.

GIOVANNI    È vero o no, signore?

VASQUES    È orribilmente vero.

FLORIO         Oh, maledetto... Sono vissuto per... (Muo­re.)

CARDINALE Su, su, Florio... Sei il più mostruoso fra i figli! Guarda cosa hai fatto! Hai spezzato il cuore del tuo povero padre. Nessuno di voi osa scagliarglisi addosso?

GIOVANNI   Lo facciano pure! Oh, padre mio! Quan­to s'addice la sua morte al suo dolore! Ma anche questo fu un atto di coraggio: e ora non c'è rima­sto più nessuno della nostra casa all'infuori di me, splendido del sangue d'una bella sorella e d'un padre sventurato.

SORANZO     Obbrobrio disumano degli uomini, pensi forse di sopravvivere ai tuoi delitti? (Tira fuori la spada.)

GIOVANNI. Sì, ti dico, sì, perché tengo stretti in pugno i fili della vita. Soranzo, guarda questo cuore, che fu della tua sposa. Io lo baratto regal­mente col tuo, così. (Si battono.) Così, e così! (So­ranzo cade.) Ora la mia è una brava vendetta.

VASQUES     Non posso più tenermi... Signore, le vo­stre carneficine v'hanno fatto diventare sempre più insolente! A voi!

GIOVANNI   Vieni. Sono armato per affrontarti. (Si battono.)

VASQUES     No! Non è ancora la botta buona? Se non è questa, sarà quest'altra. Nemmeno questa? Vi sistemerò subito io... Vendetta[49].

I BANDITI irrompono nella sala.

GIOVANNI   Benvenuti! Ne vengano anche altri; e chiunque voi siate, vi sfido al peggio. (I banditi lo circondano e lo feriscono.) Oh, non mi reggo più in piedi! Deboli braccia, avete così presto perduto la vostra forza?

(Cade.)

VASQUES     Ora siete servito, signore. (A parte, ai banditi) Via, signori miei, tutto è finito. Arrangia­tevi a filare ora, il compenso l'avete avuto. Arran­giatevi e filate.

BANDITI       Via, via!

(Escono.)

VASQUES     Come state, mio nobile signore? Lo ve­dete?  (Indicando Giovanni.)   Come va?

SORANZO     Sono morto; ma nella morte ben felice d'essere vissuto tanto da veder i miei torti vendicati su quel nero demonio. Oh, Vasques, fammi esalare sul tuo petto l'ultimo respiro; e non la­sciate che quel lussurioso viva. Oh!

(Muore.)

VASQUES     Una ricompensa di pace e di riposo siano con lui, col mio signore e padrone sempre tanto amato.

GIOVANNI              Di chi è la mano che m'ha ferito così?

VASQUES     La mia, signore. Sono stato io il primo. Ne avete abbastanza?

GIOVANNI   Ti ringrazio. Hai fatto per me soltanto quello che altrimenti avrei fatto io. Sei certo che il tuo signore è morto?

VASQUES     Maledetto impudente! Certo, come sono certo che vedo morire te.

CARDINALE Pensa alla tua vita e alla tua fine, chiedi misericordia.

GIOVANNI   Misericordia! Io l'ho trovata qui in questa giustizia.

CARDINALE Sforzati almeno di farti udire in Cielo.

GIOVANNI   Oh, il sangue scorre in fretta! Morte, sei un'ospite cercata a lungo. T'abbraccio con le tue ferite. Questo è l'ultimo istante! Ovunque vada, possa godere questa grazia, contemplare libera­mente il viso della mia Annabella. (Muore.)

DONATO       Miracolo straordinario di giustizia!

CARDINALE Date l'allarme in città, o rimarremo tutti assassinati!

VASQUES     Non abbiate timore, non sarete assassi­nati.  Condotto ormai a termine questo compito fuori dell'ordinario, ho pagato al figlio il debito di gratitudine che avevo giurato al padre.

CARDINALE Parla, sciagurato furfante, che diavo­lo  incarnato t'ha condotto  fino a questo  punto?

VASQUES     Onestà, e compassione per i torti fatti al mio padrone: perché dovete sapere, mio nobile signore, che io sono spagnolo di nascita, condotto via dal mio paese, quand'ero ancor giovane, dal padre del nobile Soranzo, che servii, finché visse, con grande fedeltà; e dalla sua morte in poi sono stato per quest'uomo quello che ero stato per lui. Ciò che io ho fatto era mio dovere fare, e non mi pento di nulla, eccetto di non aver potuto offrire la mia vita per riscattare la sua.

CARDINALE E dimmi, tu, conosci qualcun altro non ancora nominato, che sia complice in questo incesto?

VASQUES     Sì, una vecchia, che è stata la gover­nante di questa donna assassinata.

CARDINALE   E che n'è stato di lei?

VASQUES     Qui vicino è! I suoi occhi, dopo la con­fessione, glieli ho fatti strappare, ma l'ho lasciata viva, per confermare quello che avete udito dalla bocca stessa di Giovanni. Ora, nobile signore, sa­rete voi giudice di quello che ho fatto; e giudice della vostra ragione sia la vostra stessa saggezza.

CARDINALE Silenzio! Prima di tutto sentenzio che questa donna, responsabile prima di questi eventi, sia portata via di qui, fuori della città, e perché serva d'esempio, sia bruciata fino ad essere ridotta in cenere.

DONATO       È la cosa più giusta.

CARDINALE E sia incarico vostro, Donato. Fa­telo fare voi.

DONATO       Sarà  fatto.

VASQUES     E per me? Se è la morte, ben venga. Sono stato devoto verso il figlio come lo fui verso il padre.

CARDINALE In quanto a te, giacché quello che hai fatto non l'hai fatto nel tuo interesse, e poiché non sei italiano, ti bandiamo per sempre di qui. Partirai entro tre giorni. E con questo intendiamo comprendere le ragioni che t'hanno mosso, non il tuo delitto[50].

VASQUES     Bene allora. La vittoria è la mia, e sono lieto che uno spagnolo abbia superato un italiano nella vendetta.

(Esce.)

CARDINALE Portate via questi poveri morti, fate­li seppellire; e tutto l'oro, e i gioielli, e ogni altra cosa, siano confiscati secondo i diritti della Chiesa. Noi ne prendiamo possesso per l'uso a cui voglia destinarli il papa[51].

RICCIARDETTO (rivelando se stesso) Chiedo per­dono a Vostra Grazia: sono vissuto a lungo tra­vestito per vedere gli effetti dell'orgoglio e della lussuria uniti insieme, condotti tutti e due a una fine vergognosa.

CARDINALE Come! Ricciardetto, che credevamo morto?

DONATO       Signore, voi eravate...

RICCIARDETTO    Il vostro amico.

CARDINALE Avremo tempo di parlare a lungo di tutto. Finora non era comunque mai accaduto che assassinio e incesto s'incontrassero in modo tanto grave. E d'una ancora così giovane, così ricca di beni di natura, chi non direbbe: "Peccato che fosse una sgualdrina"?  (Escono.)

F I N E

   


[1]   È personaggio femminile.

[2]   Ford aveva dato a questa Governante di Annabella il no­me di Putana, che per i contemporanei del poeta, come pensa anche Mario Praz, doveva essere chiaramente allusivo e tale da contribuire "a creare quell'atmosfera equivoca che è pro­pria del dramma". Si è preferito (anziché darle un altro nome dal significato analogo come ha fatto il traduttore Carlo Izzo chiamandola Scanfarda) indicarla col semplice appellativo di Governante (Tutoress) come del resto qualche volta la chiama direttamente la stessa Annabella.

[3]   John, primo conte di Peterborough, ottenne tale titolo nell'anno 1627-28. Allevato nel cattolicesimo, si convertì poi alla religione anglicana. Nel 1642 aderì all'esercito del Parlamento, fu fatto generale d'ordinanza e colonnello d'un reggimento di  fanteria, sotto Essex; e morì in quello stesso anno.

[4]   "School-points" dice  il  testo;  ed  erano le  controversie  in­torno alle quali si usava disputare nelle scuole.

[5] Preferisco "sventurato" (unhappy) a "sciagurato", com'è stato tradotto da altri, perché pochi versi più avanti Giovanni vede negli occhi del Frate pietà e compassione.

[6]   Il testo dice "take thy choice", cioè "fa la tua più preziosa scelta" oppure "prendi quel che ti piace  di più".

[7]   In questa scena il personaggio di Vasques dà a Grimaldi, nel testo inglese, un po' del "voi" e un po' del "tu", e si è mantenuta tale distinzione.

[8]   La scena elisabettiana (come può vedersi, ad esempio, in un noto disegno dì Johannes de Witt dello Swann Theatre di Londra, 1596) nella parte anteriore aveva il proscoenium, sporgente in avanti in mezzo al pubblico a un'altezza fra il metro e venti e il metro e cinquanta, dimodoché gli spettatori più vicini, che si pigiavano attorno al palcoscenico, avevan suppergiù gli occhi all'altezza delle scarpe degli attori. Le dimensioni di tale proscoenium erano abbastanza ampie e al teatro del Globe, ad esempio, eran di circa tredici metri di larghezza. La forma poteva essere quadrata (come nel disegno citato) o a mezzo esagono, come in una ricostruzione d'una recita elisabettiana del Timone di Atene di Shakespeare (da d'Amico, Storia del teatro). Nella parte retrostante si alza­vano di regola due colonne che sostenevano un tetto, sotto il quale, in basso, si aprivano le porte di entrata e uscita degli attori e sopra si trovava una galleria, che costituiva l'upper stage (scena superiore) dove aveva luogo, in taluni casi, parte dell'azione. Originariamente in quésta galleria era la "stanza dei Lord", ove doveva probabilmente assistere alla rappresentazione il protettore della compagnia con i suoi ami­ci: questi spettatori privilegiati si sistemarono poi su pan­chetti posti ai lati del palcoscenico. Questo era lo schema nei teatri all'aperto, o teatri pubblici; ma anche quando si passò al chiuso, nei cosiddetti teatri privati (in realtà aperti anche al pubblico, anche se un pubblico più scelto) come il Black-friarse il Cockpit (chiamato poi Phoenix quando fu rico­struito in seguito a un incendio) lo schema del palcoscenico dovette suppergiù essere lo stesso. E Annabella e la Gover­nante s'affacciano dalla galleria che costituiva appunto l'upper stage.

[9]   A quel tempo si usava tagliare sotto la lingua dei cani il cosiddetto "verme", per prevenire la rabbia, come si legge in Gifford.

[10]             La  pavana  spagnola  era  una  danza  severa  e  solenne;  si danzava anticamente da  gentiluomini con copricapo e spada; i signori togati con le loro toghe; i prìncipi, con i mantelli; le signore, con vesti dai lunghi strascichi. E il loro movimento nella   danza   rassomigliava   a   quello   della   coda   dei   pavoni (Hawkins).

[11]             Vuole intendere che Annabella non avrebbe dovuto spo­sare uno che fosse incapace di soddisfare i suoi desideri ses­suali.

[12]             Nel Convito, di Platone, Aristofane afferma che l'amore era scaturito dal fatto che Giove aveva in origine diviso gli uomini in due metà.

[13]             Il testo ha "white-boy", che ha appunto il valore di ter­mine affettuoso. La parola è di origine irlandese; e indicava il quinto figlio nella divisione dell'asse ereditario, quello che veniva chiamato "il ragazzo biondo" o "dal bianco capo".

[14]             Son versi dunque che, secondo Ford, andrebbero attribuiti al  Sannazaro:   ma  pare  che  fra  le  poesie  del  poeta  italiano non si trovino  tali versi, che, del resto,  rientrano  in un ge­nerico  gusto  di  poetare  sui  contrari,  di  cui  è  fatto  Amore, gusto che troviamo fin dal Duecento con Alain de Lille e poi giù  giù, attraverso  lo stesso  Petrarca,  fino al  Seicento.

[15]             Questo Encomium è un epigramma latino, in sei versi, del Sannazaro,  per il quale il poeta percepì dal Senato di Vene­zia,   città  a  cui  era   indirizzato   (De  Mirabili   urbe   Venetiis), cento corone per ogni verso. Ford ne aveva conosciuta la ci­tazione  dalle pagine  (Crudities) del  viaggiatore  Coryat.

[16]             È la penache lui dovrebbe sentire per la sua falsità.

[17]             È l'idra di Lerna, mostro con nove teste, di cui una im­mortale. Nella sua seconda fatica Ercole tagliò le teste, ma poiché ne nascevano due per ognuna che ne tagliava, prese un tizzone e bruciò i colli mozzati, impedendo così una nuova crescita; e la testa immortale la eliminò gettandola sopra un enorme masso.

[18]             Qua Grimaldi è passato improvvisamente dal "voi" al "tu": abbiamo rispettato il mutamento.

[19]             È noto come nel Seicento molte fossero le occasioni di duelli a causa del diritto di "tenersi al muro"; e in Italia, anzi, si ha notizia di duelli del genere fin dal 1507, come si legge in una lettera  di  Isabella d'Este citata  dal  Belloni.

[20]             Le strade avevano a quel tempo marciapiedi molto alti e nel mezzo vi era di solito molto fango, tanto che era in uso l'espressione  "calar  nel   fango"  per  indicare  lo  scendere  dai marciapiedi.

[21]  Mezza  corona eran circa tre lire.

[22]         Il  laccio  da  braghetta  non  era  certo dono adatto ad  una fanciulla. In quanto tale laccio era quello con cui veniva  fissata la parte delle brache che copriva l'apertura sul davanti. Qui l'allusione è evidentemente oscena, ed è parte di quella grossa comicità affidata al personaggio di Bergetto, di un tono volutamente grottesco, come si avverte dall'accostamento d'un simile dono con quello successivo della scatola di mar­mellata.

[23]         Qui si allude all'uso del tempo di trascinare le prostitute in giro per la città sopra una carretta, fra gli scherni dei cittadini, che in quel modo le mettevano a una specie di gogna  in movimento.

[24]             Qui è chiara l'allusione ai frati corrotti, intendendo ap­punto Florio che un frate come Bonaventura è raro. Per que­sto si è preferito tradurre "that stili brlng blessing", anziché "che porta sempre le benedizioni", con "che riesce ancora a portare benedizioni".

[25]             Letteralmente l'espressione "and cali his coz to shrift" significa "e chiami suo nipote in confessionale". Sì è prefe­rito tradurre con un'espressione italianamente più energica, che meglio  ci pare  si  adatti  all'intenzione  dell'autore.

[26]             Abbiamo tradotto "come" con "vola" e "lass" (ragazza) con "figliola",  per accostarci  il  più  possibile  all'allitterazione  del verso  inglese  corrispondente   ("Lass,  pretty   lass,   come   buss, lass")   e   alla   ridicolaggine   del   personaggio.

[27]         Allusione oscena.

[28]             Il  testo ha  "a flesh  tailor",  cioè,  letteralmente,  "un  sarto da carne".

[29]             Tutto questo tratto, con la decisione da parte del cardi­nale di prendere sotto la protezione di Sua Santità un assas­sino reo confesso, e per di più colpevole di delitto preme­ditato, è chiaramente indicativo di quell'antipapismo che era così frequente anche in molte altre opere del periodo elisa-bettiano. Parecchio è stato del resto scritto su questo atteg­giamento di denigrazione e ostilità per la società romano-cattolica, ostilità che aveva raggiunto la sua fase più acuta negli ultimi anni  del  regno di  Elisabetta.

[30]         Il testo porta "Masque", che poteva anche essere un vero e proprio intermezzo drammatico e musicale, sul tipo di quelli in cui eccelse il noto drammaturgo Ben Jonson (1572-1637), che molti ne scrisse per la sua Corte, ottenendo un successo anche  superiore  a  quello  delle  altre  sue  opere  teatrali.  Qui evidentemente si tratta invece di un semplice intermezzo coreo­grafico e musicale, spettacolo molto richiesto dagli spettatori del tempo, che amavano veder riprodotte sulle scene perfino processioni, incoronazioni, combattimenti, o qualsiasi altro avvenimento di carattere coreografico.

[31]             Questa pianta era nota come simbolo dell'amore sfortu­nato, come nel famoso "song" che canta Desdemona nell'Otello di  Shakespeare  (IV,  3).

[32]             Il delitto mediante veleno era comune nel teatro elisabettiano, soprattutto quando l'ambiente riprodotto era quello d'una città italiana. Il viaggiatore inglese della fine del '500 Fynes Morrison e anche il suo contemporaneo Henry Wotton par­lano della particolare abilità degli italiani nel manipolare e propinare  veleni.

[33]             La frase è in italiano nel testo.

[34]         La parola "falsa" traduce qui l'inglese "politic", che al tempo degli elisabettiani significava   "machiavellico",  cioè  colui   che voleva raggiungere un suo scopo con astuzia sopraffina.

[35]             Queste parole sono state messe fra parentesi perché stanno al posto di una lacuna del testo. M. Praz  avrebbe proposto di leggere, per completare il senso, "pochi minuti da vive­re".   Si è preferito invece mettere in rilievo la  possibilità di pentimento, per accordarla al successivo "Prega, e finisci i tuoi giorni in pace". Anche Otello, nella omonima tragedia di Shakespeare, dice a Desdemona di pentirsi (V, 2) se vuole morire riconciliata col Cielo.

1    Questo verso  è in italiano nel  testo.

[37]             Anche questo verso è in italiano nel testo.

[38]             Abbiamo  lasciato  nella  traduzione,  come  in  altri  casi,  il passaggio dal "voi" al "tu", con cui Annabella a questo punto si rivolge a  Soranzo.

[39]         Sono note le parole che Shakespeare fa pronunziare ad Amleto (I, 3): "Fragilità, il tuo nome è donna". Le parole che Ford fa pronunciare a Soranzo ne sono una variante, certo meno intensa.

[40]         Il furetto è un mammifero della specie delle martore; usato per la caccia ai conigli selvatici. Nella frase c'è anche un doppio senso osceno dato dalla parola "cony", che significa coniglio,  ma  deriva  anche dal  latino "cunnus".

[41]         C'è un gioco di parole osceno fra "tale" (racconto, storiel­la) e "tail", che aveva anche il significato di "membrum virile", oltre a  quello  normale  di  coda.

[42]             Ancora un doppio senso equivoco sulla parola "flesh" (car­ne), che è comune anche  in  italiano.

[43]             Il testo ha "No conquest can gain glory of my fear", che alla lettera significa: "Nessuna conquista potrà procurarsi la gloria con la mia paura". Si è preferito tradurre più libera­mente, per meglio chiarire il pensiero di Soranzo in un'ade­guata forma italiana.

[44]             Per "formale legge di sollazzi" si deve intendere il matri­monio, quel contratto, cioè, che legalmente permette i "sol­lazzi" di cui parla  Giovanni.

[45]             La  parola  d'ordine  stabilita  è,  come  vedremo  in  seguito, "vendetta".

[46]             Anche Amleto (III, 3) pensa di ammazzare lo zio quando sia ubriaco, o fra i piaceri incestuosi del suo letto, per po­terlo mandare diritto all'Inferno.

[47]             C'è  qui   un'eco   dei   poeti   metafisici   del   Seicento  inglese, soprattutto Donne, e delle loro previsioni sulla fine del mondo.

[48]             Confrontare questo passo con quello dell'Otello (V, 2), in cui Otello,  prima  d'uccidere Desdemona,  la bacia.

[49]             "Vendetta"   è  appunto   la   parola   d'ordine   convenuta   coi banditi, che nell'udirla debbono fare irruzione.

[50]             La giustizia del Cardinale è la solita giustizia approssima­tiva che già abbiamo notato nell'atto terzo, scena nona, volutamente polemica nei confronti della  Chiesa Cattolica.

[51]             "Noi ne prendiamo possesso..." Molto scoperto è qui l'anti­papismo,  con questo svelto incameramento  dei beni dei  "po­veri morti". E  il pubblico,  certo,  doveva  plaudire con  molta soddisfazione, popolani e nobili, ed anche la Corte.

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