Pene d’amor perdute

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WILLIAM SHAKESPEARE

pene D’AMORE PERDUTE

Commedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale:

“LOVE’S LABOURS LOST”


NOTE PRELIMINARI

1)Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione dell’opera completa di Shakespeare curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare - “The Complete Works”, Collins, London & Glasgow, 1960, pp. XXXII-1370), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata dal G. Welles & G, Taylor per la Clarendon Press (New York, 1994, pp. XLXIX-1274); quest’ultima contiene anche “I due nobili cugini” (“The Two Noble Kinsmen”) che manca nell’Alexander.

.

2)Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente ordinata ed intesa, il traduttore essendo convinto della irrapresentabilità del testo di Shakespeare sulle moderne ribalte. Si è lasciata comunque invariata, all’inizio e alla fine della scena o all’entrata e uscita dei personaggi nel corso della stessa scena, la ritualeindicazione “Entra/Entrano” (“Enter”) e “Esce/Escono” (“Exit/Exeunt”), avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferisce si trovino già in scena all’apertura, o vi restino alla chiusura di questa.

3)Il metro è l’endecasillabo sciolto, intercalato da settenari, come l’abbia richiesto al traduttore lo scorrere della verseggiatura. Altro metro si è usato per rendere citazioni, proverbi, canzoni, cabalette e altro, ogni qualvolta sia stato richiesto, in accordo col testo, uno stacco di stile.

4)I nomi dei personaggi sono resi nella forma italiana, quando ne esista il corrispondente; alcuni nomi di personaggi minori sono altrettanti aggettivi o appellativi “coloriti”, di quelli con i quali Shakespeare si diverte a sottolineare un qualche tratto caratteristico, fisico o morale, della persona: così il paggio del gentiluomo spagnolo Don Adriano si chiama Mote, che vuol dire “particella di polvere”, “bruscolo”; il capoguardia si chiama Dull, che vuol dire “pigro”, “ottuso”, “tardo a capire” e anche “fastidioso”; il villico si chiama Costard che è una mela di grandi dimensioni, figurativamente detto di una testa nel senso spregiativo di “zucca”.

5)Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti, dalle quali ha preso in prestito, oltre all’interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.


PERSONAGGI

FERDINANDO, re di Navarra

BIRON, LONGUEVILLE, DUMAIN, nobili al seguito del re

BOYET, MERCADE, nobili al seguito della principessa di Francia

DON ADRIANO DE ARMADO, stravagante gentiluomo spagnolo

DON NATANIELE,([1]) curato

OLOFERNE,([2]) maestro di scuola

GRULLO, capoguardia

ZUCCA,([3]) villico

TIGNOLA, paggio di Adriano De Armado

Un Guardaboschi

La PRINCIPESSA di Francia

ROSALINA, MARIA, CATERINA, dame al seguito della principessa

GIACOMETTA, ragazza di campagna

Nobili, Ufficiali, persone del seguito

SCENA: Il parco del re di Navarra


ATTO PRIMO

SCENA I - Navarra, il parco del palazzo reale

Entrano il RE FERDINANDO, BIRON, LONGUEVILLE e DUMAIN

RE -

Quella fama che tutti in vita inseguono

noi faremo che viva imperitura,

impressa con caratteri di bronzo

sul marmo delle nostre sepolture

ad elargirci ancor grazia di vita

nell’immane disgrazia della morte;

ché, a dispetto del Tempo,

cormorano divorator di tutto,([4])

l’opra che ci apprestiamo ad affrontare

in questo scorcio della nostra vita([5])

potrà farci acquistare quella fama

che, smussandone([6]) l’affilata falce,

ci renda eredi dell’eternità.

Perciò, miei valorosi vincitori

- ché tali siete, per aver lottato

e trionfato sopra i vostri istinti

e sulla variegata moltitudine

dei mondani appetiti - sempre valido

resta perciò il recente nostro editto:

la Navarra sarà la meraviglia

del mondo e questa corte

sarà una minuscola Accademia([7])

di sereno e contemplativo studio

sopra l’arte del vivere.

Voi tre, Biròn, Dumain e Longueville,

avete preso, sotto giuramento,

l’impegno a viver qui insieme a me,

miei compagni di studio, per tre anni

e d’osservare scrupolosamente

le regole sancite in questo scritto.

Ciascuno apponga, in calce al giuramento,

ch’è formulato qui, la propria firma,

e sia la stessa mano che ha firmato

a colpire l’onore di colui

che violi nel più piccolo dettaglio,

quanto è qui stabilito.

Perciò se vi sentite bene armati

a far le cose che avete giurato,

apponete la firma al vostro impegno

e preparatevi a tenervi fede.([8])

LONGUEVILLE -

Per me, son bene risoluto a tanto.

Non sarà che un digiuno di tre anni;

e se pure dovrà languire il corpo,

sarà la mente a far lauto banchetto.

Pancia grossa sorregge magra zucca;

e i bocconcini di manicaretti

arricchiscono i lombi,

ma mandano il cervello in bancarotta.

DUMAIN -

Amato mio signore,

Dumain ha già scontato con se stesso

la mortificazione della carne,

ed è pronto a lasciare ai vili schiavi

di questo nostro grossolano mondo

d’assaporare i bassi suoi piaceri.

Io mi considero ormai spento e morto

agli amori, alle pompe, alle ricchezze,

e son deciso a viver qui con voi

in filosofica contemplazione.

BIRON -

E così io, amato mio sovrano;

non ho perciò che a confermar l’impegno

di viver qui a studiare insieme a voi

per tre anni di tempo.

Penso però che questo nostro impegno

c’imporrà pure la stretta osservanza

d’altre regole, quali per esempio:

“Non veder donna tutto questo tempo”,

clausola questa che, vorrei sperare,

non sia scritta là dentro; o come questa:

“Non toccar cibo un giorno a settimana,

ed un unico pasto gli altri giorni”;

sperando tuttavia che pure questo

non si trovi lì dentro; o come questa:

“Non dormir più di tre ore per notte,

e non mostrarsi a sonnecchiare dopo”.

Io son uso a dormir l’intera notte,

ed anzi a trasformare in notte fonda

buona parte del giorno successivo;

spero tanto perciò che un tal divieto

non figuri sancito su quel foglio.

Oh, sarebbero sterili doveri,

e di troppo difficile osservanza…

studiare, digiunare, non dormire,

non veder donne.

RE -

Il vostro giuramento

è di passare sopra a tutto questo.

BIRON -

Mi permetto negarlo, Vostra Grazia:

io, per me, ciò che ho inteso giurare,

è solo di studiar con Vostra Grazia

presso la vostra corte per tre anni.

LONGUEVILLE -

Questo avete giurato e tutto il resto,

caro Biron.

BIRON -

Eh, sì e no, signore!

A dirla tutta, questo giuramento

io l’ho fatto, per dir così, per gioco.

Perché, a pensarci bene, signor mio,

qual è infine lo scopo dello studio?

Vorrei tanto saperlo.

RE -

Che domanda!

È quello di acquisire conoscenze

che mai potremmo acquisir da noi stessi.

BIRON -

Volete intendere ciò ch’è nascosto

e precluso all’umana percezione?

RE -

Appunto: questo è il divino compenso

riservato allo studio.

BIRON -

Se è così,

basta allora ch’io giuri di studiare

quel tanto che m’occorra per conoscere

ciò che da solo non potrei conoscere:

per esempio, studiare come e dove

potermi procacciare un buon banchetto,

quando mi si proibisce espressamente

di banchettare; oppure il come e il quando

incontrarmi con una bella donna,

quando mi si sottraggano le donne,

da qualsivoglia percezione fisica;

o come venir meno a un giuramento,

troppo pesante per esser tenuto,

senza tradire la fede giurata.

Se lo studio può offrir questi vantaggi

- e non vedo che sia diversamente -

esso c’insegna davvero qualcosa

che non abbiamo conosciuto prima.

Chiedetemi ch’io giuri sopra questo,

e non m’udrete mai dire di no.

RE -

Ma sono proprio queste le pastoie

che ci trattengono dallo studiare,

trascinando le nostre intelligenze

alla ricerca di vani piaceri.

BIRON -

Tutti i piaceri, sire, sono vani,

ma ce n’è uno più vano di tutti:

quello che, conseguito con la pena,

contiene in sé una somma d’altre pene;

come strizzarsi il capo sopra un libro

alla ricerca dei lumi del vero,

e intanto il vero, proditoriamente,

ti porta via la luce della vista;

sicché la luce che cerca la luce

priva la luce della propria luce;

così, prima che ad uno sia possibile

di scoprire la luce nella tenebra,

la sua luce si sarà fatta buio,

per via che intanto avrà perduto gli occhi.

Ah, dedichiamoci invece allo studio

di come procurar piacere all’occhio

col fissarlo su un altro più lucente,

che, abbacinandolo, lo prenda in cura

e gli restituisca quella luce

della quale era rimasto privo.

Lo studio è come un sole sfolgorante

che non si lascia penetrare a fondo

nemmeno dalla vista più testarda;

e ben poco hanno sempre guadagnato

tutti gli infaticabili sgobboni,

se non qualche modesta citazione

tratta dai libri altrui.

Questi padrini dei celesti numi

che dànno un nome ad ogni stella fissa,

non ritrassero mai maggior profitto

dalle lor notti trapunte di stelle

d’un qualunque viandante che le stelle

non ha saputo mai che cosa siano.

Troppo sapere serve solo all’uomo

a farsi un nome; ma per darti un nome

basta un qualsiasi comune padrino.

RE -

Sentitelo con quanta abilità

costui sa ragionar contro ragione!

DUMAIN -

E procedere nel ragionamento

sì da bloccare ogni processo logico.

LONGUEVILLE -

Sradica il grano in erba,

per far crescere solo la gramigna.

BIRON -

Primavera è vicina,

il tempo che nidificano i paperi.

DUMAIN -

Che c’entra questo?

BIRON -

C’entra, a tempo e a luogo.

DUMAIN -

Con la ragione non c’entra davvero.

BIRON -

Ma entra, in qualche modo, con la rima.([9])

LONGUEVILLE -

Biron è simile a un maligno gelo

distruttore, che morde a primavera

i teneri germogli appena nati.

BIRON -

Ebbene, sia pur io quello che dite!

Perché dovrebbe mai l’altera l’estate

insuperbire prima che gli uccelli

abbiano alcun motivo di cantare?

Perché dovrei provar piacere

da nascite abortive? Non desidero

una rosa a Natale più di quanto

possa desiderar la neve a maggio:

d’ogni cosa mi piace che maturi

quand’è la sua stagione.

Così per voi mi sembra ben passato

il tempo di dedicarvi allo studio:

è come se, per aprire la porta,

vi arrampicaste sul tetto di casa.

RE -

Bene, restate fuori,

Biron, e ritornate a casa. Addio.

BIRON -

No, no, mio buon signore;

ho giurato di stare qui con voi;

e, pur avendo troppo perorato

in favore dell’ignoranza barbara

più di quanto possiate farlo voi

per questa tanto angelicata scienza,

m’atterrò fedelmente

al mio giurato impegno, ed a subire

la penitenza qual sarà per me

ogni giorno dei prossimi tre anni.

Datemi il foglio, fatemelo leggere,

ed io porrò la firma di mio pugno

anche alle sue più dure prescrizioni.

RE -

Oh, codesta sì piena accettazione

vi riscatta, Biron, d’ogni vergogna!

BIRON -

(Leggendo)

“Nessuna donna si dovrà accostare

“alla mia corte, entro il raggio d’un miglio ”

Già proclamato?

LONGUEVILLE -

Quattro giorni fa.

BIRON -

Bene, allora vediamo la sanzione:

“… sotto pena di perdere la lingua”.

Ma chi ha escogitato questa pena?

LONGUEVILLE -

Io, diamine!

BIRON -

Perché, caro signore?

LONGUEVILLE -

Per tenerle lontane, spaventandole

con una tanto terribile pena.

BIRON -

Una disposizione cervellotica,

contraria ad ogni civil cortesia.

(Legge)

“L’uomo che sarà colto a colloquiare

“con una donna, durante i tre anni,

“sarà esposto alla pubblica berlina,

“nei modi e nelle forme stabiliti

“dal resto della corte…”.

Questo articolo, sire,

sarete intanto costretto voi stesso

a violarlo. Sapete bene, infatti,

che sta per giungere in ambasceria

la principessa di Francia - una donna

tutta giovane grazia e maestà -

per parlare con voi dell’Aquitania

e della sua cessione al re suo padre,

vecchio ed infermo a letto.

Questo comma perciò è del tutto inutile,

o sarà tutto inutile l’arrivo

della tanto ammirata principessa.

RE -

Che dite voi, signori?… In verità,

questo ci era sfuggito dalla mente.

BIRON -

Così succede: col troppo studiare

si tira oltre il bersaglio; e ciò perché

mentre si studia ciò che si vorrebbe,

si dimentica ciò che si dovrebbe;

e quando finalmente s’è raggiunta

la cosa di cui s’era andati a caccia,

la si conquista come una città

data alle fiamme: conquistata e persa.

RE -

Sì, quell’articolo va cancellato;

la principessa, necessariamente,

non potrà che trovare alloggio qui.

BIRON -

Ci sarà sempre un “necessariamente”

a renderci spergiuri mille volte,

nello spazio dei prossimi tre anni.

Ciascuno nasce con le sue tendenze,

governabili meno con la forza

che con qualche particolare grazia.

E se mai romperò la fede data,

avrò sempre a difesa questa formula:

“Spergiuro solo per necessità”.

Ed è con questo spirito, signori,

ch’io pongo la mia firma a queste regole.

E sia colpito da perenne infamia

chi dovesse, sia pur minimamente,

contravvenire a una sola di esse.

Le tentazioni ci sono per gli altri,

come per me; ma io sono convinto,

malgrado l’apparente mia protervia,

che sarò l’ultimo fra tutti e quattro

ad infrangere il nostro giuramento.

Ma, davvero, durante la clausura,

non potremo concederci il piacere

di qualche divertente passatempo?

RE -

Ah, questo sì! Come tutti sapete,

frequenta questa corte un viaggiatore,

un raffinato cavalier di Spagna,

versatissimo nella conoscenza

delle diverse mode in tutto il mondo,

un uomo dal cervello pieno zeppo

di un’autentica zecca di sentenze;

in stato di continuo rapimento,

come da un’incantevole armonia,

del suo stesso linguaggio infatuato;

un tipo pieno di salamelecchi,

come se fosse scelto a far da arbitro

del contenzioso fra ragione e torto.

Questo rampollo della fantasia

- il suo nome è Adriano De Armado -

verrà a contarci, con parola alata,

negli intervalli del nostro lavoro,

del gran valore dei molti campioni

cavalieri della sua fulva Spagna

caduti a guerreggiare in tutto il mondo.

Fino a che punto vi divertirete

di questo, miei signori, non lo so;

ma debbo confessarvi che a me piace

ascoltarlo infilzar le sue fandonie,

e che di lui farò il mio menestrello.

BIRON -

Armado è un personaggio prodigioso;

un uomo che ti sforna di continuo

parole nuove, appena mo’ coniate:

un vero cavaliere della moda.([10])

LONGUEVILLE -

Tra Zucca il villico, e questo De Armado

senz’altro ci sarà da stare allegri;

ed a studiar così, questi tre anni

ci sembreran perfino troppo corti.

Entrano GRULLO, con in mano una lettera,

e ZUCCA

GRULLO -

Chi è qui il re([11]) in persona?

BIRON -

Eccolo là, brav’uomo. Che desideri?

GRULLO -

Io, da me stesso, ripresenterei,([12])

a dir così, la sua stessa persona,

essendo funzionario di Sua Grazia;

ma lui, vorrei vederlo in carne e ossa.

BIRON -

(Indicando il re)

Eccolo, è questo.

GRULLO -

Il signor Armi… Armi…

vi saluta. C’è cattiveria in giro.

Questa lettera vi dirà di più.

(Consegna la lettera al re)

ZUCCA -

Signore, i contenuti([13]) della lettera

son, come fosse, riguardanti me?

RE -

Il magnifico Armado che mi scrive!

BIRON -

Per banale che sia il contenuto,

spero in Dio con parola d’alto volo.

LONGUEVILLE -

Alta speranza per un basso cielo.

Che Dio ci mandi la santa pazienza!

BIRON -

Per ascoltare, od evitar l’ascolto?

LONGUEVILLE -

Per ascoltar, signore, con pazienza,

e per ridere con moderazione;

o per sottrarci all’una e all’altra cosa.

BIRON -

Bah, dipenderà tutto dal suo stile,

se saprà darci tanto da elevarci

alle regioni dell’ilarità.

ZUCCA -

La faccenda riguarda me, signore,

per via che trattasi di Giacometta.

Il fatto sta che m’han colto sul fatto.

BIRON -

Che fatto?

ZUCCA -

Fatto e forma, monsignore,

sono i seguenti, tutti questi tre:

primo, che m’hanno visto nel maniero,

sedere insieme a lei sopra la forma;

secondo, che seguivo lei nel parco;

terzo, che tutto questo, messo insieme,

forma il fatto e la forma della cosa.

Ora, riguardo al fatto, monsignore,

quello è, di fatto, il modo per un uomo

di parlare a una donna; e per la forma…

una forma c’è stata, v’assicuro.

BIRON -

E poi? Che forma ha preso la faccenda?

ZUCCA -

Questo dipenderà dal mio castigo;

e difenda il buon Dio la giusta causa.

RE -

Volete dunque udir con attenzione

questa lettera?

BIRON -

Sì, come un oracolo.

ZUCCA -

Ah, la grande imbecillità dell’uomo

d’andar dietro al richiamo della carne!…

RE -

(Legge)

“Vicario augusto, dell’immenso cosmo

“vice-reggente, ed unico sovrano

“dominatore di questa Navarra,

“della mia anima terreno nume

“e di questo mio corpo almo patrono…”

ZUCCA -

Fin qui, di Zucca, non una parola.

RE -

(Legge)

“… la cosa sta così…”.

ZUCCA -

Starà così,

ma se lo dice lui che sta così,

lui dice il vero, ma così così…

RE -

Pace!

ZUCCA -

Sì, pace a me e a ciascun uomo

che non osa d’andare a guerreggiare.

RE -

Basta, non più parole!

ZUCCA -

No, non più

sui segreti degli altri, vi scongiuro!

RE -

(Legge)

“La cosa sta così: sotto l’assedio

“d’una malinconia nero-cerchiata,

“io avevo affidato l’umor mio

“nero e depresso al balsamico tocco

“di questa tua salutifera aria,

“e, da buon gentiluomo quale sono,

“m’ero lasciato al mio deambulare.

“Il tempo… quando? Intorno all’ora sesta,

“quando le bestie sono alle pasture,

“gli uccelli volano a beccar mangime,

“e gli uomini s’assidono alla mensa

“a trangugiar quel loro nutrimento

“che volgarmente nominano cena.

“Questo è pel tempo, ovverossia pel “quando”.

“Riguardo al “dove”, vale a dire al sito,

“dove?… Quello sul quale deambulavo,

“e che appellano volgarmente parco.

“E per il luogo esatto? Dove, dico,

“m’è accaduto di fare quell’incontro,

“osceno e quanto mai vituperevole,

“che ora trae dalla mia nivea penna

“l’ebano dell’inchiostro

“che tu qui guardi, ed ammiri, ed osservi;

“quanto al luogo, dicevo, esso si trova

“esattamente al lato nord-nord-est

“a partire dall’angolo orientale

“del tuo intricatissimo giardino.

“Là vidi quell’ignobile bifolco,

“vil pesciolino per il tuo sollazzo…”

ZUCCA -

Che sarei me?

RE -

(Sempre leggendo)

“… quell’illetteratissima

“e ignorantissima creatura…”

ZUCCA -

Me?

RE -

(Sempre leggendo)

“… vuoto vasello…”

ZUCCA -

Intende sempre me?

RE -

(Sempre leggendo)

“… che, come mi sovviene, ha nome Zucca…”

ZUCCA -

Oh, allora proprio me!

RE -

(Sempre leggendo)

“… che se ne stava ben stretto e ristretto,

“in barba al proclamato tuo editto,

“ed al suo canone di continenza,

“con… con… ohimè, con quanta sofferenza

“devo dirtelo…”

ZUCCA -

Con una ragazza.

RE -

(Sempre leggendo)

“… con una figlia della nostra antica

“comune madre Eva; verbigrazia,

“per un tuo più soave intendimento,

“una femmina. Or io, cui punge assillo

“d’immarcescibil fedeltà al dovere,

“a te mando costui, perché riceva,

“per man dell’ufficiale di Tua Grazia,

“Antonio Grullo, uomo di buon nome,

“di buon conducimento e buona stima…”

GRULLO -

Che sarei me, se piaccia a Vostra Grazia;

io, qui presente, sono Antonio Grullo.

RE -

(Sempre leggendo)

“… il suo meritatissimo castigo.

“In quanto a Giacometta - questo il nome

“del vasello di più fragile tempra([14])

“che ho sorpreso col suindicato villico

“la tratterrò con me come vasello

“dell’ira tua, e al minimo tuo cenno,

“la tradurrò davanti al tribunale.

“Tuo, con tutti gli ossequi d’un devoto

“ardente zelo,

ADRIANO DE ARMADO”

BIRON -

Non è proprio quel bello che aspettavo,

ma è pure il meglio ch’abbia mai udito.

RE -

Il meglio, sì, d’un possibile peggio.

(A Zucca)

Ma tu, compare, che cos’hai da dire?

ZUCCA -

Confesso la ragazza, monsignore.

RE -

Ma il mio proclama l’avevi sentito?

ZUCCA -

Sì, confesso d’aver molto sentito,

ma ben poco capito.

RE -

Esso commina un anno di prigione

a chi è sorpreso con una ragazza.

ZUCCA -

Sorpreso, io, non sono stato, Sire,

con nessuna ragazza;

io ero insieme con una donzella.

RE -

E di “donzella” si parla nel bando.

ZUCCA -

Ma non era nemmeno una donzella,

quella, signore, ma una verginella.

RE -

Ed anche questo è previsto nel bando,

perché pure di “vergine” esso parla.

ZUCCA -

Quand’è così, nego che fosse vergine.

Io fui sorpreso con una servotta.

RE -

Anche questa servotta, caro mio,

non ti servirà a nulla pel tuo caso.

ZUCCA -

Una servotta può sempre servire

al caso mio, signore.

RE -

Bene, amico;

ascolta bene, questa è la sentenza:

digiunerai per una settimana

a crusca e acqua.

ZUCCA -

Un mese di preghiere

a zuppa lunga e carne di montone,

francamente, sarebbe andato meglio.

RE -

E Don Armado sarà tuo custode.

Signor Biron, a voi di provvedere

che gli sia consegnato. E noi, signori,

andiamo a dare buona esecuzione

a quanto da ciascuno qui giurato.

(Escono il Re, Longueville e Dumain)

BIRON -

Sono pronto a scommetter la mia testa

contro il cappello del primo che incontro

che questi giuramenti e queste regole

finiranno per rivelarsi tutti

un’oziosa burletta. Andiamo, amico.

ZUCCA -

(Incamminandosi)

Mi si punisce per la verità,

signore; perché è pura verità

ch’io fui sorpreso insieme a Giacometta;

e Giacometta è una ragazza onesta.

Benvenuto perciò l’amaro calice

della prosperosità!([15])

L’afflizione potrebbe anche sorridere

un giorno; fino allora, mio dolore,

stattene in un cantuccio zitto e buono.

(Escono)

SCENA II - La stessa

Entrano DON ARMADO e TIGNOLA

DON ARMADO -

Ragazzo, tu che dici, qual è il segno

che rivela che un uomo d’alto spirito

propende per l’umore malinconico?

TIGNOLA -

Gran segno è ch’egli appaia rattristato.

DON ARMADO -

Malinconia non è la stessa cosa

che tristezza, mio caro falconetto.

TIGNOLA -

Oh, Dio, no, no, signore! Proprio no!

DON ARMADO -

Come faresti allora tu a discernere

fra la tristezza e la malinconia,

mio tenero virgulto?

TIGNOLA -

Con una semplice dimostrazione

del rispettivo lor funzionamento,

mio coriaceo señor.

DON ARMADO -

Io, coriaceo señor? Perché coriaceo?

TIGNOLA -

Io, tenero virgulto: perché tenero?

DON ARMADO -

Io t’ho chiamato “tenero virgulto”

perché l’epiteto pertiene bene

ai tuoi giovani giorni,

che ben possiamo definire teneri.

TIGNOLA -

Ed io ho detto “coriaceo señor”

siccome titolo ben pertinente

e consono alla vostra età matura,

che ben possiamo chiamare coriacea.

DON ARMADO -

Grazioso ed appropriato.

TIGNOLA -

Che intendete con questo, monsignore:

grazioso io e appropriato il mio dire,

o, al contrario, grazioso il mio dire

ed appropriato io?

DON ARMADO -

Grazioso tu,

perché sei piccoletto di statura.

TIGNOLA -

Dunque, poco grazioso, perché piccolo.

Ma appropriato perché?

DON ARMADO -

Appropriato perché vivace e vispo.

TIGNOLA -

Dite questo in mia lode, monsignore?

DON ARMADO -

In tua lode, sì, degna e meritata.

TIGNOLA -

La stessa ch’io potrei far d’un’anguilla.

DON ARMADO -

Un’anguilla può essere sagace?([16])

TIGNOLA -

Sagace no, vivace e vispa sì.

DON ARMADO -

Intendevo che sei vivace e vispo

nelle risposte; mi riscaldi il sangue.

TIGNOLA -

Ben risposto, signore, ben risposto!

DON ARMADO -

Non amo che altri venga ad incrociarmi.

TIGNOLA -

(A parte)

Dice il contrario di quello che pensa:

sono le croci cui non piace lui!([17])

DON ARMADO -

Ho promesso di stare qui a studiare

per tre anni col Duca.([18])

TIGNOLA -

Un’ora sola

vi basterebbe, signore.

DON ARMADO -

Impossibile!

TIGNOLA -

Uno detto tre volte, quanto fa?

DON ARMADO -

La numerologia non è il mio forte:

è una scienza più consona allo spirito

d’un taverniere.

TIGNOLA -

Ma non siete voi

gentiluomo, señor, e giocatore?

DON ARMADO -

Sì, lo confesso, sono l’uno e l’altro,

essendo l’uno e l’altro la vernice

d’un perfetto signore.

TIGNOLA -

Certamente

saprete allora quanto fa la somma

d’un asso e un due.

DON ARMADO -

Fa uno più due.

TIGNOLA -

Tre, per il basso volgo.

DON ARMADO -

Esattamente.

TIGNOLA -

E allora, signor mio, vi pare questa

materia che richieda un qualche studio?

Ecco che noi due qui, in un batter d’occhio,

s’è imparato a contare fino a tre.

Ora, quanto sia facile

aggiunger “anni” alla parola “tre”

e di studiar “tre anni” in due parole,

ve lo sa dire pure quel cavallo

ch’ha imparato a danzare a suon di musica!

DON ARMADO -

Ah, quello come numero è bellissimo.

TIGNOLA -

(A parte)

A prova che tu sei solo uno zero!

DON ARMADO -

A questo punto voglio confessarti,

Tignola, che mi sono innamorato.

E come innamorarsi è già vil cosa

per un soldato, io, per sovrappiù,

lo son d’una ragazza terra terra.

Se potessi affrontare spada in pugno

questo mio amoroso sentimento,

potrei rendere libero me stesso

da ogni reprobo suo desiderio,

prenderei in ceppi la concupiscenza

e la consegnerei a un cortigiano

di Francia, che potesse darmi in cambio

una galanteria di nuovo conio.

Ho a scorno il sospirare;

mi toccherà rinnegare Cupido.

Confortami, ragazzo: dimmi tu

quali uomini illustri sono stati

schiavi d’amore.

TIGNOLA -

Ercole, señor.

DON ARMADO -

O Ercole dolcissimo!

Caro ragazzo, citamene ancora,

e che siano di gran reputazione

e gran prestanza.

TIGNOLA -

Sansone, señor,

che fu uomo di grande portamento,

anzi di eccezionale portamento,

perché s’è caricato sulle spalle

le porte di città, come un facchino;

e fu servo d’amore.

DON ARMADO -

Oh, ben piantato, membruto Sansone!

Io ti son superiore nello stocco,

così come lo sei tu su di me

nel trasportare porte;

ma come te io son servo d’amore.

E chi fu di Sanson l’amato bene,

Tignola caro?

TIGNOLA -

Una donna, señor.

DON ARMADO -

E che incarnato aveva?([19])

TIGNOLA -

Tutti e quattro,

o tre, o due, oppur uno dei quattro.

DON ARMADO -

E quale, esattamente?

TIGNOLA -

Verde-mare,

mio señor.

DON ARMADO -

Ed è questo uno dei quattro?

TIGNOLA -

Così ho letto, señor, ed il più bello.

DON ARMADO -

Il verde infatti è il color degli amanti.

Ma non mi pare sia stato il colore

della sua bella a conquistar Sansone;

fu piuttosto la sua intelligenza.

TIGNOLA -

Proprio così, señor; quella, difatti,

era d’intelligenza fresca-verde.

DON ARMADO -

La mia señora, invece,

è d’un immacolato bianco-rosso.

TIGNOLA -

Maculati pensieri, monsignore,

si nascondono sotto quei colori.

DON ARMADO -

Definiscili meglio, definiscili,

bene istruito infante.

TIGNOLA -

Sagace ingegno del mio genitore

e lingua di mia madre, ora assistetemi.

DON ARMADO -

O che dolce filiale invocazione!

Quant’altre mai patetica e leggiadra!

“A donna bianca e rossa d’incarnato

“mai leggerai sul volto il suo peccato,

“ché se la gota arrossale l’onore,

“tema rivela il pallido biancore.

“Sicché non si potrà mai scandagliare

“s’abbia paura, o sia da biasimare;

“perché le guance han la coloritura

“che diede loro in dono la natura”.

TIGNOLA -

Una rima insidiosa, monsignore,

contro la bianca e rossa di colore.

DON ARMADO -

Ragazzo, non c’è pure ballata

dell’amore tra il re e la mendicante?([20])

TIGNOLA -

Con tal ballata, or son circa tre secoli,

il mondo si coprì di vituperio;

ma oggi penso che non sia più in voga;

o, se lo fosse, a noi non servirebbe,

per la parola come per la musica.

DON ARMADO -

E tuttavia vorrei che quel soggetto

trovasse ancora chi potesse scriverlo,

per poter io trovare, a mio conforto,

in un qualche famoso antecedente,

un buon esempio alla mia trasgressione.

Ragazzo, io amo quella villanella

che sorpresi nel parco l’altro giorno

con quella bestia parlante di Zucca.

Quella ragazza merita di più.

TIGNOLA -

(Tra sé)

Sì, d’essere frustata,

e tuttavia d’avere come amante

uno meglio di te, padrone mio.

DON ARMADO -

Canta, ragazzo: ho lo spirito oppresso

da un gran peso d’amore.

TIGNOLA -

È molto strano,

se amate una ragazza sì leggera.([21])

DON ARMADO -

Canta, ti dico.

TIGNOLA -

Ancora un po’, padrone:

aspettiamo che passi questa gente.

Entrano GRULLO, ZUCCA e GIACOMETTA

GRULLO -

Signore, è volontà del nostro Duca

che prendiate in custodia questo Zucca,

e non gli permettiate in nessun modo

alcun diletto e alcuna penitenza

se non quello di stare a pancia vuota

tre giorni a settimana.

Quanto a questa donzella, tocca a me

tenerla custodita qui nel parco,

dove sarà aggregata a lavorare

in latteria. State bene, signore.

DON ARMADO -

Ah, che il rossor del volto mi tradisce!

Fanciulla…

GIACOMETTA -

Uomo…

DON ARMADO -

Verrò a farti visita

alla tua capannina.

GIACOMETTA -

È qui vicino.

DON ARMADO -

So già dov’è.

GIACOMETTA -

Come siete istruito,

Signore Iddio!

DON ARMADO -

Ti dirò meraviglie.

GIACOMETTA -

Con quella faccia?

DON ARMADO -

T’amo…

GIACOMETTA -

Così ho sentito che mi dicevate.

DON ARMADO -

Addio!

GIACOMETTA -

E che il bel tempo v’accompagni.

GRULLO -

Su, Giacometta, andiamo.

(Escono Grullo e Giacometta)

DON ARMADO -

Ti toccherà digiunare, furfante,

per le tue malefatte,

innanzi d’ottenere perdonanza.

ZUCCA -

Bene, signore; spero solamente

di poter digiunare a pancia piena.

DON ARMADO -

Sarai pesantemente castigato.

ZUCCA -

Così sarò più io legato a voi

di quanto non lo siano i vostri servi

dato che le lor paghe son leggere.

DON ARMADO -

Tignola, porta via questo ribaldo;

che sia recluso e messo sotto chiave.

TIGNOLA -

Su, vieni, schiavo trasgressore, via!

ZUCCA -

Non fatemi rinchiudere, signore;

digiunerò, ma stando in libertà.

TIGNOLA -

No, messere; sarebbe incoerenza.([22])

Devi andare in prigione.

ZUCCA -

E così sia.

Ma se potrò mai rivedere i giorni

allegri della mia “desolazione”

che ho conosciuto un tempo,

vedrà qualcuno…

TIGNOLA -

Che vedrà qualcuno?

ZUCCA -

Oh, niente, niente più, mastro Tignola

che ciò che cadrà loro sotto gli occhi.

E altro non ci dico,

perché non istà bene a un prigioniero

esser troppo “silente” di parole;

e, grazie a Dio, di pazienza ne ho poca,

come tutti, del resto, a questo mondo;

per cui me ne starò calmo e tranquillo.

(Escono Tignola e Zucca)

DON ARMADO -

Amo la terra stessa, ch’è vil cosa,

che la sua scarpa, cosa ancor più vile,

sospinta dal suo piede,

cosa anch’essa vilissima, calpesta.

Sarò spergiuro, amando, ed anche questo

è gravissima prova di slealtà.

Come potrà mai esser veritiero

un amore che inizia con un falso?

Amore è il nostro diavolo custode;([23])

non c’è che lui come angelo del male.

E tuttavia Sansone, al par di me,

pur fornito di forza smisurata,

se ne lasciò tentare; e Salomone,

se pur provvisto di tanta saggezza,

si lasciò andare alla sua seduzione.

Troppo è più duro il dardo di Cupido

anche al confronto della clava d’Ercole;

e troppo grande è la disparità

con la spada d’un cavalier di Spagna.

Con lui non serve ch’io faccia valere

né la prima né la seconda causa;([24])

lui s’infischia altamente dell’affondo

e della norma del bel duellare;

egli ha una sola mortificazione,

ed è che tutti lo chiaman fanciullo;

suo vanto è soggiogare tutti gli uomini.

Addio, valore! Arrugginisci, spada!

Non più rullar, tamburo!

Il vostro possessore è innamorato,

servo d’amore dalla testa ai piedi.

M’assista ora qualche estemporaneo

dio della rima, perché son sicuro

che finirò per scrivere sonetti.

Progetta, mente mia; scrivi, mia penna.

Io sono ormai per grossi tomi in-folio.([25])


ATTO SECONDO

SCENA I - Il parco reale di Navarra

Entrano la PRINCIPESSA di Francia, con le tre dame di compagnia MARIA, CATERINA, ROSALINA, e con BOYET e due altri nobili

BOYET -

Or gioverà, signora, fare appello

alle più nobili vostre risorse.

Considerate chi vi manda qui,

ovvero vostro padre, il re di Francia,

e a chi egli vi manda ambasciatrice,

e quale ambasceria v’abbia affidato:

voi, persona tenuta in sì alto pregio

nella stima del mondo, qui, a trattare

con l’uomo ch’è l’erede unico e solo

di quante perfezioni son concesse

alla natura umana,

l’impareggiabile re di Navarra;

e su un tema di non minor momento:

l’Aquitania, una dote da regina.

Siate pertanto prodiga con lui

d’ogni vostra preziosa e rara grazia,

così come lo fu con voi Natura,

quando, a render più rare queste grazie,

volle affamarne il rimanente mondo

per prodigarle tutte a piene mani

sulla vostra persona.

PRINCIPESSA -

Mio ottimo Boyet, la mia bellezza,

per quanto niente affatto eccezionale,

non ha bisogno degli abbellimenti

del vostro elogio; la beltà si compra

col giudizio dell’occhio che la guarda,

ed il suo prezzo non è quello gridato

dalla venale lingua dei mercanti.

Io mi sento assai meno lusingata

dall’udir voi lodarne così il pregio,

di quanto siate voi desideroso

d’esser tenuto per un uomo savio,

nell’adoprare l’intelletto vostro

ad esaltare l’altezza del mio.

Ed ora un buon precetto al precettore:

voi certo, buon Boyet, non ignorate

- giacché la fama che tutto riporta

ne va spargendo voce - che il Navarra

ha fatto voto che finché trascorsi

non sian tre anni in studi assai severi,

nessuna donna potrà avvicinarsi

alla sua corte immersa nel silenzio;

per noi appare quindi indispensabile

che per varcare le vietate soglie

si ottenga il preventivo suo permesso;

ed a questa bisogna, assai fidando

nella vostra ben nota abilità,

noi nominiamo voi, caro Boyet,

nostro solerte e onesto intermediario.

Direte dunque al re di questa terra

che la figlia del re di Francia è qui

e che da lui sollecita un colloquio

per un affare di grande importanza

che esige una immediata soluzione.

Presto, recategli questo messaggio;

noi resteremo ad aspettare qui,

umili postulanti, il suo volere.

BOYET -

Orgoglioso di questa mia missione,

m’avvio a compierla ben volentieri.

PRINCIPESSA -

Ogni orgoglio è volenteroso orgoglio:

e tale è anche il vostro.

(Esce Boyet)

E chi sono, cortesi miei signori,

coloro che hanno professato il voto

d’esser compagni al virtuoso sovrano

in questi studi?

1° NOBILE -

Uno è il Longueville.

PRINCIPESSA -

C’è qui chi lo conosca?

MARIA -

Io, signora.

Ho conosciuto questo Longueville

al matrimonio di Lord Perigort

con la bellissima figlia ed erede

di Giacomo dei conti Falconbridge,

celebratosi in Francia, in Normandia.

È persona di meriti eccellenti,

circondato da stima senza pari,

ben versato nelle arti,

magnifico nell’arte della guerra:

uno cui nulla mai riesce male,

s’egli vuole che gli riesca bene.

Unica macchia, in tanto suo splendore,

se splendor di virtù può avere macchie,

è un ingegno affilato contrastante

con una troppo ottusa volontà;

onde al potere del tagliar sottile

del primo fa contrasto il suo volere

che non sia risparmiato mai nessuno

che cada sotto la sua potestà.

PRINCIPESSA -

Insomma uno di quei gentiluomini

amanti dell’allegro motteggiare,

non è così?

MARIA -

Così dicono, infatti,

tutti quelli che meglio lo conoscono.

PRINCIPESSA -

Spiriti come lui han corta vita,

appassiscono nella fioritura.

Chi sono gli altri?

CATERINA -

Il giovane Dumain,

gentiluomo compìto e beneamato

da quanti voglion bene alla virtù;

uomo ignaro di quel che sia il male,

ma capacissimo di farne, e molto,

perché possiede la capacità

di far passare il brutto per il bello,

e questo bello rivestir di grazia,

pur essendo sprovvisto d’ogni spirito.

Ho incontrato una volta questo giovane

dal duca d’Alençon, e v’assicuro

che in confronto al cospicuo suo valore

questo giudizio mio è troppo misero

a ridir tutto il bello che ci ho visto.

ROSALINA -

A quel tempo, con lui, se non m’inganno,

era anche un altro di questi studiosi,

uno ch’essi chiamavano Biròn;

mai m’era occorso di passare un’ora

a conversar con uno più gioviale,

nei limiti d’una allegria composta.

Coglie sempre con l’occhio l’occasione

per dar sfogo al suo spirito brillante;

ed ogni oggetto che quello cattura

l’altro volge in un sapido motteggio,

che subito la sua forbita lingua,

fedele interprete dei suoi concetti,

esprime con parole sì appropriate

e sì eleganti, che le anziane orecchie

fan fatica a seguirle, e vi rinunciano,

mentre le giovani ne son rapite,

tanto vario e frizzante è il suo discorrere.

PRINCIPESSA -

Ah, Dio protegga queste mie signore!

Sono già dunque tutte innamorate,

da rivestir di lodi sì sgargianti

ciascuna il suo campione?

1° NOBILE -

Ecco Boyet.

Rientra BOYET

PRINCIPESSA -

Ebbene, quale accoglienza, signore?

BOYET -

Il Navarra era stato già informato

del vostro arrivo, nobile signora,

e lui e i suoi sodali in giuramento

si preparavano a venirvi incontro,

già prima ch’io giungessi al lor cospetto.

Ma, santo Dio, sapete che ho sentito?

Che il re vuole alloggiarvi all’aria aperta,

manco foste venuta da nemica

a cingere d’assedio la sua corte,

piuttosto che cercar, nell’occasione,

una dispensa dal suo giuramento

col farvi entrare nella spopolata

sua dimora.([26]) Ma eccolo il Navarra.

Entrano il RE, LONGUEVILLE, DUMAIN,

BIRON e altri del seguito

RE -

Vezzosa principessa,

benvenuta alla corte di Navarra.

PRINCIPESSA -

Il “vezzosa” ve lo restituisco,

e “benvenuta” non lo sono ancora.

In questa vostra corte

son troppo alti i soffitti, anche per voi;

ma un’ospitalità “à la belle étoile”

è troppo bassa per le mie spettanze.

RE -

Sarete benvenuta alla mia corte,

gentile principessa.

PRINCIPESSA -

Benvenuta

mi potrò dir da voi soltanto allora.

Vogliatevi degnar d’accompagnarmici.

RE -

Prima ascoltatemi, bella signora:

io ho fatto un solenne giuramento…

PRINCIPESSA -

Oh, allora vi protegga la Madonna,

vi fareste spergiuro!

RE -

Oh, mai, signora!

Mai per mia volontà, per tutto il mondo!

PRINCIPESSA -

Eppure un giuramento lo può infrangere

solo un atto di volontà, e nient’altro.

RE -

Vostra Altezza non sa di che si tratta.

PRINCIPESSA -

Se fosse Vostra Grazia a non saperlo,

la sua sarebbe un’ignoranza saggia;

laddove adesso la sua conoscenza

deve mostrare d’essere ignoranza.

La Grazia Vostra ha fatto giuramento

di vivere in clausura, a quanto ho udito:

è peccato mortale, mio signore,

tener fede a un tale giuramento,

come è peccato mortale violarlo.

Ma, perdonatemi, son troppo ardita:

non sta a me d’insegnare ad un maestro.

Ecco, degnatevi di legger qui

qual è lo scopo di questa mia visita,

e di darmi sollecita risposta.

RE -

Lo farò, certamente, mia signora,

e quanto prima mi sarà possibile.

PRINCIPESSA -

Più presto lo farete,

più presto mi farete ripartire;

vi fareste spergiuro, a trattenermi.

(Il Re legge. La Principessa si apparta)

BIRON e ROSALINA si fanno avanti

BIRON -

Non è con voi che ho ballato, in Brabante?

ROSALINA -

Non è con voi che ho ballato, in Brabante?

BIRON -

Sì, certo.

ROSALINA -

E allora che bisogno c’era

di far quella domanda?

BIRON -

Ehi là, che grinta!

ROSALINA -

La colpa è vostra, con domande simili!

BIRON -

Il vostro spirito è troppo focoso,

galoppa forte, vi si sfiancherà.

ROSALINA -

Non fino a tanto ch’abbia sbardellato

il proprio cavaliere nel pantano.

BIRON -

Sapete che ora è?

ROSALINA -

L’ora precisa

di quando son gli sciocchi a chieder l’ora.

BIRON -

Buona fortuna al vostro mascherino.([27])

ROSALINA -

E buona sorte al viso ch’esso copre.

BIRON -

E vi procuri tanti spasimanti.

ROSALINA -

Amen, purché non siate voi fra loro.

BIRON -

Allora non mi resta che lasciarvi.

(Si allontanano, separandosi)

Il RE ha finito di leggere

RE -

Signora, vostro padre qui c’informa

d’aver versato già in restituzione

centomila corone,

ch’è appena la metà dell’ammontare

sborsatogli a suo tempo da mio padre

per le sue guerre. Sicché, pure ammesso,

che lui o io - ma così non è stato -

avessimo incassata tale somma,

resterebbero sempre da pagare

centomila corone; a garanzia

del qual debito, riteniamo ancora

parte dell’Aquitania in nostra mano

anche se quella terra abbia un valore

da stimare inferiore al nostro credito.

Se dunque il re di Francia vostro padre

ci volesse versar l’altra metà

del saldo non ancora soddisfatto,

noi saremmo disposti a rinunciare

a qualsiasi pretesa in Aquitania,

restando in buona amicizia con lui.

Ma non sembra sia questo il suo proposito,

dal momento che è lui che chiede a noi,

qui, di pagar centomila corone,

e nulla dice circa il pagamento

da fare a noi di quelle centomila

con le quali potrebbe riottenere

i pieni suoi diritti in Aquitania:

una terra di cui, così smembrata,

preferiremmo invero liberarci,

recuperando l’intero ammontare

del denaro prestato da mio padre.

Mia cara principessa,

se le richieste del re vostro padre

non fossero talmente esorbitanti

da ogni ragionevole consenso,

la vostra amabile presenza qui

ne avrebbe da mia parte accettazione,

per quanto sconsigliata da ragione;

e voi ve ne ritornereste in Francia

pienamente contenta e soddisfatta.

PRINCIPESSA -

Voi fate grave torto al re mio padre,

ed altrettanto torto al vostro nome,

col dichiarare, in modo sì deciso,

di non aver ancora ricevuto

quanto fu soddisfatto in piena fede.

RE -

Ed io seguito a dire, in piena fede,

di non averne udito mai parlare;

ma se voi siete in grado di provarlo,

io sono pronto a rendervi la somma,

oppure a rinunciare all’Aquitania.

PRINCIPESSA -

Ed io son pronta a prendervi in parola.

Boyet, mostrategli le ricevute

rilasciateci per la stessa somma

dai funzionari all’uopo incaricati

dal re Carlo, suo padre.

RE -

Se così è, ne sarei soddisfatto.

BOYET -

Purtroppo, ci perdoni Vostra Grazia,

il plico contenente le quietanze

non è ancora arrivato;

non potremo esibirle che domani.

RE -

Mi basterà; al colloquio di domani

mi troverete affatto disponibile

ad ogni ragionevole richiesta.

Vogliate intanto gradir di buon animo

nella mia terra l’ospitalità

che l’onor mio, senza violar l’onore,

può offrire all’alta vostra dignità.

Non potrete varcare, mio malgrado,

vezzosa principessa, la mia soglia;

ma qui, all’esterno, voi sarete accolta

in tal maniera, da farvi pensare

d’essere stata accolta nel mio cuore,

anche se m’è negato, onestamente,

di stabilirvi dentro la mia casa.

So che la vostra amabile indulgenza

mi scuserà. E così addio, signora.

Torneremo domani a farvi omaggio.

PRINCIPESSA -

Buona salute e nobili pensieri

vi sian sempre compagni, Vostra Grazia.

RE -

Lo stesso a voi, dovunque, principessa.

(Esce il Re con il seguito)

Si fanno avanti di nuovo BIRON e ROSALINA

BIRON -

Vi affiderò al mio cuore, bella dama.

ROSALINA -

E portategli pure i miei saluti;

sarei proprio felice di vederlo.

BIRON -

Vorrei che lo sentiste singhiozzare.

ROSALINA -

Perché, è forse malato, il pazzerello?

BIRON -

Malato al cuore, sì.

ROSALINA -

Ah, poveretto!

Vi converrebbe fargli un bel salasso.

BIRON -

Credete voi che gli farebbe bene?

ROSALINA -

La scienza medica dice di sì.

BIRON -

Lo volete trafiggere con gli occhi?

ROSALINA -

No, no, col mio coltello.

BIRON -

Guardi il Signore Iddio la vostra vita!

ROSALINA -

E la vostra dal viver troppo a lungo!

BIRON -

Non ho tempo per starvi a ringraziare.

(Si allontanano)

Si fanno avanti DUMAIN e BOYET

DUMAIN -

Di grazia, una parola, monsignore:

sapreste dirmi chi è quella dama?

(Indica Caterina)

BOYET -

È l’erede del Duca d’Alençon,

Caterina di nome.

DUMAIN -

Bella donna!

E con questo, monsieur, arrivederci.

(Si allontana)

Si fa avanti LONGUEVILLE

LONGUEVILLE -

Una parola, prego, monsignore:

chi è, di grazia, quella dama in bianco?

BOYET -

Una donna, a vederla controluce.

LONGUEVILLE -

Già, diciamo una luce nella luce.

Ma io v’ho chiesto di darmi il suo nome.

BOYET -

Non ne ha che uno, e farglielo dar via

non sarebbe cortese.

LONGUEVILLE -

Di chi è figlia?

BOYET -

Di sua madre. Così ho sentito dire.

LONGUEVILLE -

Dio benedica quella vostra barba!

BOYET -

Evvia, signore, non andate in collera!

È la figlia del conte Falconbridge.

LONGUEVILLE -

M’è passata la collera. È incantevole!

BOYET -

Probabile, signore; anzi, possibile.

(Si allontana Longueville)

Si fa di nuovo avanti BIRON

BIRON -

Qual è il nome di quella col cappuccio?

BOYET -

Rosalina, per sua buona ventura.

BIRON -

Sposata, o no?

BOYET -

Son fatti suoi, signore.

BIRON -

Molti saluti a voi, signore. Addio.

BOYET -

Addio a me, e saluti a voi, signore.

(Esce Biron - Le dame si tolgono le maschere)

MARIA -

(Che intanto si è avvicinata a Boyet)

Quest’ultimo era il nobile Biron:

testa matta e carattere balzano.

Con lui non c’è parola

che non diventi subito uno scherzo.

BOYET -

E non c’è scherzo, che, detto da lui,

non si riduca a una parola vuota.

PRINCIPESSA -

E bene avete fatto voi, Boyet,

a non lasciargli l’ultima parola.

BOYET -

Tanta era in me la voglia di arpionarlo

quanto in lui era quella di arrembarmi.

CATERINA -

(Che intanto si è fatta avanti)

Due focosi montoni che si cozzano.

BOYET -

O anche due vascelli che si scontrano.([28])

Montone, io? Macché! Dolce agnellino,

se mi farete brucar la pastura

su quelle vostre labbra.

CATERINA -

Allora voi montone, ed io pastura…

purché lo scherzo finisca così.

BOYET -

Sì, offrendomi di pascolar così.

(Tenta di baciarla)

CATERINA -

(Respingendolo)

Ah, non così, mio cortese quadrupede!

Le mie labbra non son pubblico pascolo,

ma riservato.

BOYET -

Riservato a chi?

CATERINA -

Alla mia buona sorte ed a me stessa.

PRINCIPESSA -

È dei brillanti ingegni bisticciare;

ma voi, gentili dame, questa volta

cercate d’esser tutte in armonia;

questa guerra civile fra cervelli

riservatevi a farla col Navarra

e con la sua libresca confraternita;

ché qui sarebbe davvero sprecata.

BOYET -

Se il mio bernoccolo d’osservatore,

che raramente sbaglia, non m’inganna,

a giudicar dalla muta eloquenza

che dal cuore per gli occhi si dispiega,

il Navarra mi pare contagiato.

PRINCIPESSA -

Da qual malanno?

BOYET -

Da quel certo male

che gli amatori chiaman “mal d’amore”.

PRINCIPESSA -

E con quale ragione lo affermate?

BOYET -

Eh, dal fatto che i suoi comportamenti

si son tutti ritratti e concentrati

nella corte degli occhi, e da lì

vi spiano attraverso il desiderio.

Il suo cuore, come una pietra d’agata

con l’immagine vostra sopra incisa,

inorgoglito da questa sua forma,

esprimeva dagli occhi questo orgoglio;

la sua lingua, del tutto intollerante

di parlare senza poter vedere,

sembrava incespicarsi per la fretta

di trovarsi nel raggio del suo sguardo;

e parimenti tutti gli altri sensi,

in quell’unico senso trasferiti,

si sentivano solo soddisfatti

di mirar quella bella fra le belle:

pareva, insomma, che tutti i suoi sensi

si fossero accalcati nel suo occhio,

come gemme in un vaso di cristallo

per essere acquistato da un gran principe;

e da dentro alla vitrea custodia,

quasi ostentando a tutti il loro pregio,

accennavano a voi, che passavate,

perché foste la loro compratrice.

Gli stessi margini della sua faccia

denunciavano tanto il suo stupore,

che ad ogni occhio era dato di vedere

l’incantamento degli occhi di lui

nel contemplare quella meraviglia.

Vi regalo Aquitania e tutto il resto

ch’egli possiede se, per compiacermi,

gli deste solo un bacino d’amore.

PRINCIPESSA -

Su, belle dame, al nostro padiglione!

Oggi Boyet è in vena([29]) d’allegria.

BOYET -

Non ho fatto che esprimere a parole

quello che gli occhi suoi hanno svelato;

nient’altro che dar bocca a quegli sguardi,

e aggiungervi di mio solo la lingua,

che son certo, non v’ha detto bugia.

MARIA -

Voi siete rotto agli amorosi traffici,

e parlate perciò per esperienza.

ROSALINA -

Egli è il nonno paterno di Cupido,

ed apprende da lui le novità.

CATERINA -

Allora c’è da credere che Venere

somigliasse a sua madre,

con un padre tutt’altro che avvenente.

BOYET -

Non volete ascoltare, pazzerelle?

MARIA -

No!

BOYET -

Che! Allora, nemmeno vedere?

ROSALINA -

Sì, la via per andarcene di qui.

BOYET -

Ah, voi per me siete troppo coriacee.

(Escono)


ATTO TERZO

SCENA I - Il parco reale di Navarra

Entrano DON ARMADO e TIGNOLA

DON ARMADO -

Gorgheggia, su, fanciullo:

incantami il senso dell’udito.

TIGNOLA canta il motivo “Concolinel”([30])

Oh, dolce musica! Va’, tenerezza,

toh, prendi questa chiave, ed apri al villico,([31])

e portamelo qui immediatamente:

ho bisogno di lui per affidargli

una lettera pel mio caro bene.

TIGNOLA -

Padrone, e non vorreste conquistarlo,

il vostro caro bene,

con un bel saltarello alla francese?([32])

DON ARMADO -

Che intendi tu, ragazzo?

Io, mettermi a saltare alla francese?

TIGNOLA -

No, no, mio completissimo padrone,([33])

ma accennar sulla punta della lingua

un passo di gagliarda,

saltellare sui piedi una canaria,([34])

cogli occhi alzati al cielo,

sospirando una nota, un po’ cantandola,

magari con dei suoni gutturali,

come a ingoiare amor cantando amore,

e qualche volta con suoni nasali,

quasi aspirando amor con l’odorarlo,

col cappello calato a pensilina

sopra il laboratorio dei vostri occhi

con le braccia conserte sul corsetto

che vi ricopre la magra pancetta

di coniglio allo spiedo, o mani in tasca,

al modo d’un ritratto fuori moda.

E senza insistere su un sol motivo:

un solo accenno, e via! Passare ad altro;

son questi i modi, questi gli espedienti

che servono a sedurre le ragazze

(che si farebbero però sedurre

lo stesso senza tutte queste trappole),

e che rendono degni di attenzione

- com’io lo sono della vostra adesso -

quegli uomini che meglio sanno usarli.

DON ARMADO -

E tu, come hai potuto procurar

tutta questa esperienza?

TIGNOLA -

Col mio centesimo d’osservazione.

DON ARMADO -

Ma oh, ma oh, ragazzo….

TIGNOLA -

Il cavalluccio a dondolo([35]) è scordato.

DON ARMADO -

Il “Cavalluccio a dondolo”;

così chiami il mio amore?

TIGNOLA -

No, padrone!

Il cavalluccio è solo un puledrino;

il vostro amore è forse una giumenta

di quelle che si prendono a noleggio.([36])

Ma, cavalluccio o no, del vostro amore

vi siete già dimenticato?

DON ARMADO -

Quasi.

TIGNOLA -

Negligente scolaro!

Dovete invece impararlo a memoria.

DON ARMADO -

A memoria, ragazzo, ed “in memoria”.

TIGNOLA -

E fuor della memoria, anche, padrone.

Ed io ve le dimostro tutte e tre.

DON ARMADO -

Dimostrarmi che cosa?

TIGNOLA -

Prima, d’essere un uomo, se sto in vita;

e poi, subito, il come ed il perché

di quell’“a”, di quell’“in” e di quel “fuori”.

Voi l’amate “a memoria”,

perché non vi è possibile, señor,

lasciare il vostro cuore accanto a lei;

voi l’amate “in memoria”,

perché l’amate dentro il vostro cuore;

l’amate, infine, “fuori di memoria”,

perché vorreste scordarvi la pena

di non potervela godere appieno.

DON ARMADO -

È vero: io son tutte e tre le cose.

TIGNOLA -

(Tra sé)

E se lo fossi pur tre volte tre,

sempre zero saresti…

DON ARMADO -

Adesso va’,

cerca il villico e portamelo qui:

debbo mandarlo a recare una lettera.

TIGNOLA -

(Tra sé)

Messaggio combinato proprio bene:

un cavallo che fa da ambasciatore

a un somaro…

DON ARMADO -

Che dici, che borbotti?

TIGNOLA -

Eh, señor, che dovreste metter l’asino,

che va di passo lento, sul cavallo.

Io vado.

DON ARMADO -

Va’, che il tratto è breve, va’!

TIGNOLA -

Vado, señor, veloce come piombo.

DON ARMADO -

Che intendi dire, piccolo saputo?

Non è il piombo metallo greve e pigro

e lento?

TIGNOLA -

Minime, onesto padrone;

vale a dire, padrone, niente affatto.

DON ARMADO -

Il piombo è lento, ho detto.

TIGNOLA -

E voi, signore,

siete un po’ troppo lesto ad affermarlo:

è forse lento il piombo,

quando viene sparato da un fucile?

DON ARMADO -

O dolce fumo del parlar retorico!

Costui mi raffigura in un fucile,

e lui si raffigura in un proiettile.

Ed io ti sparo allora contro il villico.

TIGNOLA -

Bum! Ed io son già via!

(Esce)

DON ARMADO -

Argutissimo giovane: versatile,

e non privo di grazia!…

Cielo benigno, sii compassionevole

se son costretto a sospirarti in faccia!

O tu, crudissima malinconia,

ora il valore in me ti cede il posto.

Ma ecco di ritorno il mio araldo.

Rientra TIGNOLA, accompagnando ZUCCA

TIGNOLA -

Prodigioso, padrone! Ecco una zucca

che s’è rotto uno stinco.

DON ARMADO -

Che vuol dire?

Quale enigma, qual rompicapo è questo?

Il tuo “congedo”([37]) prima. Su, comincia.

ZUCCA -

Ma quale enigma! Quale rompicapo!

Quale congedo! Nella mia bisaccia,

niente “salvia”([38]): piantaggine e nient’altro;

piantaggine selvatica, signore.

Che congedo e congedo! Niente “salvia”,

signore, ma piantaggine comune!…

DON ARMADO -

Oh, poffarbacco, tu mi muovi al riso!

La tua scemenza, la tua dabbenaggine…

Oh, povera mia milza!…

L’espansione improvvisa dei polmoni

mi provoca un sorriso da baggiano.

Ah, perdono, mie stelle protettrici!

Non ha scambiato, questo scimunito,

“salve” per salvia, e “congedo” per salve?

TIGNOLA -

L’intende forse altrimenti un sapiente?

Il congedo non è forse anche un “salve”?

DON ARMADO -

No, ragazzo, è un epilogo: un discorso

per render chiaro quanto detto prima

che sia rimasto oscuro. Per esempio:

“La volpe con la scimmia e il calabrone

“erano sempre dispari,

“essendo sempre e solamente in tre”.

Fino qui la morale. E poi il congedo.([39])

TIGNOLA -

Il congedo lo voglio aggiunger io,

se voi mi ripetete la morale.

DON ARMADO -

“La volpe con la scimmia e il calabrone

“erano sempre dispari,

“essendo sempre e solamente in tre”.

TIGNOLA -

“Finché sull’uscio l’oca non spuntò,

“aggiunse il quarto, e il pari combinò”.

Dico io ora la vostra morale,

e voi seguite con il mio congedo.

“La volpe con la scimmia e il calabrone

“erano sempre dispari,

“essendo sempre e solamente in tre”.

DON ARMADO -

“Finché sull’uscio l’oca non spuntò,

“aggiunse il quarto, e il pari combinò”.

TIGNOLA -

Un bel congedo, che finisce in oca.

Che volete di più?

ZUCCA -

(Tra sé)

Gliel’ha affibbiata l’oca, il ragazzino.

Bel colpo, càspita.

(A Don Armado)

Se l’oca è grassa,

avete bene speso i vostri soldi,

signore. A vendere e comprare bene

è sempre uno scaltrito tira e molla.

Dunque, vediamo un po’: congedo grasso…

sì, l’oca pure è grassa.

DON ARMADO -

Al punto! Al punto!

Com’è nata quest’argomentazione?

TIGNOLA -

Con il mio annunciarvi che una zucca

s’era rotto uno stinco. E allora voi

siete venuto fuori col “congedo”.

ZUCCA -

Esattissimo. Ed io con la piantaggine.

E poi entrate voi in argomento.

E poi il congedo grasso del ragazzo,

con l’oca che lo stesso v’ha affibbiato,

e con questo egli chiuse il suo baratto.

DON ARMADO -

Ma dite: com’è stato che una zucca

si sia potuta rompere uno stinco?

TIGNOLA -

Ve lo spiegherò io, sensibilmente.

ZUCCA -

Per sentirlo, Tignola, mi dispiace,

ma tu non sei sensibile abbastanza.

Quel congedo ve lo declamo io:

“Io, Zucca, mentre fuori me ne andavo

“da dentro, dove sano e salvo stavo,

“nella soglia inciampavo,

“ed uno stinco, ahimè, mi fracassavo”.

DON ARMADO -

Ma di ciò basta. Non c’è più materia.

ZUCCA -

Almeno fino a quando altra materia

non ci sarà fornita dallo stinco.

DON ARMADO -

Zucca, messere, ti voglio affrancare.

ZUCCA -

Magnifico! Sposarmi a una francese!([40])

Sento odor di congedo e d’oca grassa.([41])

DON ARMADO -

Intendo, per la dolce anima mia,

darti la libertà,

rendere libera la tua persona,

da immurato, recluso, captivato,

vincolato, che sei stato finora.

ZUCCA -

Vero! Vero! E così ora sarete,

come a dire, padrone, il mio purgante:

vale a dire, mi manderete “sciolto”.([42])

DON ARMADO -

Ti do la libertà,

ti traggo fuori dalla costrizione;

e in lieu di ciò non t’impongo altro vincolo

che questo: di recar questo messaggio

alla mia villanella, a Giacometta.

(Gli consegna una lettera)

Ci sarà poi un remunerativo,

perché il miglior guardiano del mio onore

è il mio riguardo verso i dipendenti.

Tignola, seguimi.

(Esce)

TIGNOLA -

Come la coda

il proprio cane. Signor Zucca, addio.

ZUCCA -

Addio, mio delicato gioiellino!

Mio dolce spicciolo di carne umana!

(Esce Tignola con Don Armado)

Vediamo: ha detto “remunerativo”…

Che sarà questo remunerativo?

Eh, sissignore, è il termine latino

per dire mezzo soldo più un centesimo.

Tre centesimi: remunerativo…

“Quanto costa codesto nastro?”, “Un soldo”.

“È troppo, al massimo ti posso dare

un remunerativo, non di più”.

E se lo compra. Remunerativo!…

Comunque è nome sempre più decente

di “corona francese”.([43]) In avvenire

non comprerò, non venderò più niente

che per contanti remunerativi.([44])

Entra BIRON

BIRON -

Oh, caro Zucca, mio bravo compare!

Come viene a proposito incontrarti!

ZUCCA -

Sapreste dirmi, di grazia, signore,

quanto nastro color rosso-garofano

si compra con un remunerativo?

BIRON -

Un remunerativo! E che cos’è?

ZUCCA -

Eh, circa mezzo soldo, monsignore.

BIRON -

Allora tre centimetri di nastro.

ZUCCA -

Grazie, signore. Che Dio sia con voi!

(Fa per andarsene)

BIRON -

Ferma, birbante. Ho bisogno di te.

Se ti vuoi guadagnare il mio favore,

caro il mio bel gaglioffo,

fammi il favore che ti sto per chiedere.

ZUCCA -

E per quando volete che sia fatto?

BIRON -

Per questo pomeriggio.

ZUCCA -

Sta bene. Sarà fatto. Vi saluto.

BIRON -

Ma se non sai di che cosa si tratta.

ZUCCA -

Lo saprò non appena sarà fatto.

BIRON -

No, furfante, devi saperlo prima.

ZUCCA -

Verrò da voi domattina, signore.

BIRON -

No, s’ha da fare questo pomeriggio.

Stammi attento, furfante; è solo questo:

la principessa questo pomeriggio

verrà a caccia nel parco,

e frammezzo alla gente del suo seguito

c’è una dama gentile: così dolce,

che se una lingua vuol parlare dolce,

basta ne dica il nome: Rosalina.

Chiedi di lei, e alle sue mani candide

porgi questo messaggio sigillato.

Per te c’è questo guiderdone. Va’.

(Gli dà del denaro)

ZUCCA -

Oh, ghiderdone! Caro ghiderdone!

Meglio assai tu che il remunerativo!

Undici soldi e un centesimo in più.

Ghiderdone dolcissimo!

Farò tutto a puntino, monsignore.

Che ghiderdone! Remunerativo!…

(Esce)

BIRON -

Ed eccoti, Biron, innamorato!…

Tu che sei sempre stato dell’amore

il gran fustigatore, il banditore

d’ogni amoroso anelito dell’animo,

il critico, il gendarme della notte,

il pedante tiranno

di quel fanciullo che non ha rivali

su questa terra per magnificenza!

Quel fanciullo bendato, lacrimoso,

completamente cieco, capriccioso,

quel vecchio-giovane, nano-gigante,

Sua Signoria Cupido,

delle rime d’amor governatore,

signore delle braccia che s’intrecciano,

di sospiri e languori unto sovrano,

re di tutti gli oziosi e i malcontenti,

temuto principe delle gonnelle,

re di braghe, braghette e braghettine,

imperatore e gran capo assoluto

dei galoppini alle corti dei vescovi…([45])

Oh, quanto affanno cuoricino mio!

Eccomi anch’io suo caporale in campo,

ad indossare anch’io i suoi colori,

come fa col suo cerchio il saltimbanco!

Oh, io amare!… Io, fare la corte!…

Io, in cerca di moglie… di una donna,

che è come certi orologi tedeschi,

sempre in riparazione, fuori sesto,

che non ti dà mai l’ora, l’ora giusta,

se ti serve per essere svegliato,

e che ha bisogno d’esser controllato

continuamente perché vada bene.

E quel che è peggio diventar spergiuro,

e, delle tre, piacermi la peggiore:

una pallida, smilza sgualdrinella

dalla fronte che pare di velluto,

e con due piccole palle di pece

piantate a mezzo il viso a far da occhi;

e tuttavia capace, per il cielo!,

di fare tutto quello che vuol fare,

e che farebbe, avesse pure un Argo

per eunuco e guardiano…

E io, Biron, a sospirar d’amore,

a vegliare, a pregar sempre per lei!

Ah, questo è veramente il gran castigo

che m’infligge Cupido, a punizione

d’aver io tanto tempo trascurato

e tenuto in non cale la sua piccola

ma onnipossente e tremenda potenza.

Bene! Vuol dire che farò l’amore,

scriverò, pregherò, corteggerò,

gemerò. C’è a chi è dato dalla sorte

d’amare una signora d’alto rango,

e a chi una semplice popolanella.

(Esce)


ATTO QUARTO

SCENA I - Il parco reale di Navarra

Entrano la PRINCIPESSA di Francia, MARIA, CATERINA, ROSALINA, BOYET, nobili,

persone del seguito e un GUARDABOSCHI

PRINCIPESSA -

(Al Guardaboschi)

Era il re che spronava così forte

il suo cavallo su per la scoscesa

costa della collina?

GUARDABOSCHI -

Non so dirvelo;

ma credo che non fosse.

PRINCIPESSA -

Chiunque fosse,

mostrava una grande ansia di salire…

Bene, signori, la nostra missione

oggi sarà conclusa, sicché sabato

riprenderemo la via della Francia.

Allora, dunque, amico guardaboschi,

dov’è il cespuglio nel quale appostarci

per recitar la parte di assassini?

GUARDABOSCHI -

Qui presso, al margine di quel boschetto;

è il posto meglio adatto al più bel tiro.

PRINCIPESSA -

Grazie alla mia bellezza; io sono bella,

secondo te, che tiro,

e tu parli perciò del “più bel tiro”.

GUARDABOSCHI -

Oh, signora, vogliate perdonarmi!

Non intendevo proprio dire questo.

PRINCIPESSA -

Come! Prima mi lodi e poi lo neghi?

O effimero mio vanto!

Allora, non son bella?… Ah, che dolore!

GUARDABOSCHI -

Siete bella, signora, anzi bellissima.

PRINCIPESSA -

Beh, adesso non vorrai farmi il ritratto.

Dove non è bellezza, non c’è lode

che sia capace di porvi rimedio.

Ecco, mio bravo specchio, prendi questo,

per aver detto il vero;

(Gli dà del denaro)

un buon compenso per parole ingrate

è più di quanto sarebbe dovuto.

GUARDABOSCHI -

Non c’è niente di voi che non sia bello.

PRINCIPESSA -

Toh, toh, la mia bellezza ora si salva

per virtù delle mie opere buone…([46])

Ah, l’eresia del bello

caratteristica del nostro tempo!

Una mano che dona, anche se brutta,

è lodata per bella… Qua, qua l’arco:

la pietà si rivolge ora ad uccidere,

e il saper tirar bene al suo bersaglio

sarà da lei considerato un male.

Così potrò salvare la mia fama

di tiratrice: se sbaglio la mira,

si dirà che la colpa sarà stata

della pietà; se colpisco il bersaglio,

l’ho fatto per mostrar la mia bravura,

e questo più per bramosia di lode

che per vero proposito di uccidere.

E così, senza dubbio, accade spesso:

che la gloria, cioè, si faccia rea

d’obbrobriosi delitti,

quando nel mondo gli uomini, per brama

d’inseguire soltanto fama e lode,

o per altre esteriori vanità,

s’inducono a piegare a tutto questo

le autentiche conquiste dello spirito.

Com’io adesso, che solo per lode

mi sto appostando per versare il sangue

d’un povero cerbiatto, contro il quale

il mio cuore non nutre alcun rancore.

BOYET -

E non è solo per amor di lode

che certe mogli ottuse e pervicaci

s’intestano a voler essere loro

le padrone dei lor propri padroni?

PRINCIPESSA -

Sarà soltanto per amor di lode;

ma lode vada sempre ad ogni donna

che si sforzi di soggiogare l’uomo.

Entra ZUCCA

BOYET -

Ecco arrivare qui un rappresentante

della comunità.

ZUCCA -

Salute a tutti!

Chi è qui la signora capintesta?

PRINCIPESSA -

La potrai riconoscere, brav’uomo,

da tutte l’altre che son senza testa.

ZUCCA -

Intendo la più grande, la più alta.

PRINCIPESSA -

La più grossa di vita e la più lunga.

ZUCCA -

La più grossa di vita e la più lunga!

Così è, infatti: quel che è vero è vero!

Se voi foste, signora, sì sottile,

di vita come lo io son di spirito,

la cinta d’una di queste fanciulle

s’adatterebbe bene ai vostri fianchi.

Ma vedo che qui siete la più grossa.

Non siete dunque voi la capintesta?

PRINCIPESSA -

Che vai cercando, messere? Che vuoi?

ZUCCA -

Ho una lettera di Monsiù Biron

per una certa Lady Rosalina.

PRINCIPESSA -

Oh, la lettera! Dammi quella lettera!

Monsieur Biron è nostro buon amico.

Fatti da parte, mio buon messaggero.

Boyet, voi che sapete ben tagliare

trinciatemelo voi questo polletto.([47])

BOYET -

Sono agli ordini vostri, principessa.

(Fa per aprire la lettera, ma si arresta)

Ah, ma qui c’è un disguido!

Questa lettera non riguarda alcuno

dei qui presenti: è scritta a Giacometta.

PRINCIPESSA -

La leggeremo lo stesso. Lo giuro.

Boyet, tirate il collo a quella cera,([48])

e dia ciascuno gli orecchi all’ascolto.

BOYET -

(Apre la lettera e legge)

“Perdio, che tu sia bella

“è verità infallibilmente vera;

“ed è vero che sei anche leggiadra;

“ed è verissimo che sei adorabile.

“O tu, più bella ancor della bellezza,

“e più leggiadra della leggiadria,

“più vera della stessa verità,

“commisera un eroico tuo vassallo!

“Il magnanimo e illustre re Cofetua

“posò il suo occhio su Zenofolona,

“rozza ed indubitabile accattona;([49])

“e avrebbe ben potuto, a buon diritto,

“pronunciare quel: “Veni, vidi, vici”,

“(o basso, e vile, ed oscuro volgare!)

“sarebbe come dire, videlicet:

“Ei venne, vide e vinse”.

“Venne, uno; vide, due e vinse, tre.

“Ora, chi fu che venne? Il re. A che fare?

“A vedere. Perché venne a vedere?

“Per vincere. E a chi venne? All’accattona.

“E chi vide egli sempre? L’accattona.

“E chi vinse egli? Sempre l’accattona.

“A conclusione ci fu una vittoria.

“Da quale parte? Da quella del re.

“Ma la captività fu la ricchezza.

“Dalla parte di chi? Dell’accattona.

“Catastrofe finale: un matrimonio.

“A favore di chi? Del re? No, no:

“di due in uno, ovvero d’uno in due.

“Il re son io - e il paragone regge -

“e tu sei l’accattona di Cofetua,

“come prova la tua bassa estrazione.

“Dovrò ordinarti di amarmi? Lo posso.

“Forzar dovrò il tuo amore? Lo potrei.

“Dovrò implorare il tuo amore? Lo voglio.

“Che avrai tu allora in cambio dei tuoi stracci?

“Ricche vesti di seta. E dei tuoi bricioli?

“Tanti titoli. E di te stessa? Me.

“Così, in attesa della tua risposta,

“profano le mie labbra sul tuo piede,

“sull’immagine tua profano gli occhi,

“su ogni parte di te profano il cuore.

“Tuo, col più ardente anelito a servirti,

“ADRIANO DE ARMADO”

“Post scriptum:

“Così odi tu ruggir contro di te

“caro agnellino, il leone nemeo,

“che ti sta per carpire.

“Docile cadi ai piedi di quel sire,

“ed ei si mostrerà con te carino.

“Ma se resisti, che sarà di te,

“povera meschinella?

“Sarai per la sua rabbia un corpicino,

“esca al suo cibo, pasto alla sua cella”.

PRINCIPESSA -

Qual cimiero di piume è mai costui

la cui mano ha stilato questa lettera!

Quale orifiamma che garrisce al vento!

Qual galletto di cuspide di chiesa!

Avete udito niente di più bello?

BOYET -

Se non sbaglio, conosco questo stile.

PRINCIPESSA -

Sareste d’assai labile memoria

se ve ne foste già dimenticato.

BOYET -

Questo Armado è quel cavalier di Spagna

che bazzica qui a corte:

un personaggio alquanto stravagante,

un secondo Monarco,([50])

uno ch’offre il consueto passatempo

al re e ai suoi compagni di clausura.

PRINCIPESSA -

(A Zucca)

Compare, senti un po’:

mi dici chi ti ha dato questa lettera?

ZUCCA -

Il mio signore.

PRINCIPESSA -

E a chi dovevi darla?

ZUCCA -

Alla signora mia, dal mio signore.

PRINCIPESSA -

E chi sono il signore e la signora?

ZUCCA -

Volevo dire dal signor Biron,

mio ottimo padrone,

ad una certa signora di Francia

ch’egli ha chiamato come Rosalina.

PRINCIPESSA -

Devi avere scambiato quella lettera

con qualcun’altra. Andiamo, via, signori.

(A Rosalina, dandole la lettera)

Tu, cara, questa tienla in serbo tu;

un giorno o l’altro, tanto, avrai la tua.

(Escono la Principessa e il seguito,

tranne Boyet e Rosalina)

BOYET -

E chi sarebbe questo tiratore?([51])

ROSALINA -

Volete proprio saperlo da me?

BOYET -

Da te, mio continente di bellezza.

ROSALINA -

Beh, tiratore è lei, che porta l’arco.

Ben tirata, nevvero?

BOYET -

La principessa è andata a cacciar cervi,

ma se tu, cara, prenderai marito,

ch’io sia appeso pel collo se quell’anno

ci sarà al mondo carestia di corna.

Ben parata, nevvero?

ROSALINA -

Beh, se facciamo a chi la tira meglio,

allora il tiratore sarò io.

BOYET -

E chi sarà il tuo cervo?

ROSALINA -

S’è per le corna, state attento a voi

a non venirmi troppo sotto tiro.

Ben tirata, nevvero?

MARIA -

E sempre a baruffar con lei, Boyet!

E lei che sempre vi colpisce in fronte.

BOYET -

E la colpisco anch’io, ma un po’ più sotto.

Stavolta ho fatto centro, sì o no?

ROSALINA -

A proposito di colpir nel segno,

vo’ scaricarti addosso un vecchio detto

ch’era già uomo fatto

al tempo che Pipino re di Francia

era ancora un bambino mocciosetto.

BOYET -

Vuol dire ch’io ti controbatterò

con altrettanto vecchia filastrocca

ch’era già donna fatta

al tempo che Ginevra di Britannia

era ancora una tenera fanciulla,

a proposito di colpir nel segno.

ROSALINA -

(Cantando)

“Colpire tu non sai, non sai, non sai,

“colpire non potrai, brav’uomo, mai!”.

BOYET -

(Cantando)

“E s’ei colpir non sa, non sa, non sa,

“e se non saprà lui, altri saprà”.

(Escono Rosalina e Caterina)

ZUCCA -

Ah, che spasso, che spasso, in fede mia!

Bravi, bravi davvero, tutti e due!

MARIA -

Sì, tutto ben centrato, a meraviglia!

Da tutti e due: due buoni tiratori.

BOYET -

Un centro! Dice bene la signora.

Sì, ma puntando sempre su un bersaglio

ch’abbia al suo centro un chiodo

su cui poter mirare, per far centro.

MARIA -

Braccio sinistro troppo largo: è fiacca!([52])

ZUCCA -

Eh, sì, s’ha da tirare più accostati:

se no, quel chiodo non s’imbrocca mai.

BOYET -

Se la mia mano è in fuori,

mi pare che la tua sia troppo in dentro.

ZUCCA -

E allora il colpo buono lo fa lei,

spaccando il chiodo in due.([53])

MARIA -

Andiamo, andiamo,

basta questo parlare sconveniente.

Le vostre labbra son davvero sconce.

ZUCCA -

Con lei non la spuntate, monsignore,

al tiro all’arco; provate alle bocce.

BOYET -

Ho paura di qualche impedimento

che le dirotti dalla loro corsa.([54])

Buona notte, mio bravo barbagianni.

(Escono Boyet e Maria)

ZUCCA -

Ah, per l’anima mia, che zoticone!

Che razza di villano sempliciotto!

Dio, Dio, come l’abbiamo messo sotto,

quelle signore ed io! Per la mia gola,

che seguito di frizzi deliziosi!

O piacevole spirito plebeo,

quando scorre con tanta morbidezza,

così osceno, e però così appropriato!…

Armado, poi, che uomo raffinato!

Vederlo andare avanti a una signora

e reggerle il ventaglio!

O mandar baci al volo, con la mano!

O fare quei suoi dolci giuramenti!

E quel suo paggio, poi,

una manciata di spiritosaggini!

Ah, cielo, che patetica tignola!

(Esce)

CORNI DA CACCIA -

(di dentro)

Sol-la! Sol-la! Sol-la!([55])

SCENA II - La stessa

Dal folto della boscaglia in cui si sta cacciando

escono OLOFERNE, Don NATANIELE e GRULLO

NATANIELE -

Un passatempo sano, edificante,

testimonianza di coscienza retta.

OLOFERNE -

Come sapete, quel cervo era sanguis,

in sangue voglio dire,

maturo come una mela succosa,

pendula, a simiglianza d’un gioiello

dall’orecchio del coelo,

(il cielo, il firmamento, l’infinito)

ed eccolo cadere all’improvviso

come un pomo selvaggio e rinsecchito

sopra la faciem terrae,([56])

(la faccia della terra, il suolo, l’orbe).

NATANIELE -

Mastro Oloferne, questi vostri epiteti

sono d’una soave varietà,

come s’addice a un uomo addottrinato;

ma quello, v’assicuro, monsignore,

era un cerbiatto di non più d’un anno.

OLOFERNE -

Ah, no, Don Nataniele, no, haud credo.([57])

GRULLO -

Haud credo un corno! Era un cerbiattino.

OLOFERNE -

Oh, barbarissima contestazione!

Anzi, una sorta d’insinuazione,

in via, diciamo, d’una esplicazione,

per facere, diciamo, controreplica,

o piuttosto, diciamo, ostentazione,

vale a dire, diciamo, per mostrare

la propria personale propensione

- secondo la sua spoglia, disadorna,

incolta, sprovveduta, ineducata,

o meglio illetterata,

o meglio ancora inesperta maniera -

a interpolare ancora il mio haud credo

per un cervo.

GRULLO -

Non era un haud credo,

dico e ripeto: era un piccolo cervo.

OLOFERNE -

O bis-cotta scempiaggine, bis-coctus!

O mostruosa ignoranza,

come amorfa ed informe ora m’appari!

NATANIELE -

Costui, signore, non s’è mai cibato

di nessuna delle prelibatezze

che son racchiuse nel ventre dei libri;

come a dire che non è un mangiacarte

né un bevinchiostro; l’intelletto suo

non è farcito: un essere sensibile

nelle sue parti più crasse, e nient’altro.

Sterili piante di siffatta specie

ci vengon fatte crescere davanti

perché possiamo ringraziar la sorte

- noi che siamo di gusto e sentimento -

per tutte quelle parti

che in noi fruttificano più che in loro.

Giacché come sarebbe sconveniente

per me mostrarmi vacuo e scriteriato,

così sarebbe un rattoppo al sapere

per uno come lui metterlo a studio,

o volerlo mandare in una scuola.

“Omne bene”,([58]) comunque, dico io,

secondo il detto d’un antico padre:

“Molti che in mare non amano il vento,

sanno poi come trarne beneficio”.([59])

GRULLO -

Voi che siete due uomini di scienza,

sapreste dirmi qual è quella cosa

che pur avendo già l’età d’un mese

quando è nato Caino,

non ha ancora raggiunto, al giorno d’oggi,

le cinque settimane?

OLOFERNE -

Ma è Dictyma,([60])

ottimo Grullo! Dictyma, mio caro!

GRULLO -

Chi è questa Dictyma?

NATANIELE -

Ma è un appellativo della luna,

detta anche Febe, Selene: è la luna!

OLOFERNE -

Appunto, sì, la luna, ossia Dictyma

aveva appena un mese quando Adamo

non ne aveva di più;

e non aveva ancora pur raggiunto

le cinque settimane

quando lo stesso Adamo ebbe cent’anni.

L’allusione sta sempre bene in piedi,

pur se mutano i nomi.

GRULLO -

È vero, infatti:

la collusione tiene, nello scambio.

OLOFERNE -

Che Dio assista la tua percezione!

Dico che l’allusione

si tiene sempre, se scambiamo i nomi.

GRULLO -

Ed io ripeto che la collusione

tiene sempre ben fermo nello scambio:

perché la luna non arriva mai

ad aver più di quattro settimane,

e dico pure ch’era un cerbiattino

quello ammazzato dalla principessa.

OLOFERNE -

Don Nataniele, non vorreste udire

un epitaffio estemporaneo, a braccio,

sulla morte del cervo?

E soddisfare qui quest’ignorante,

chiamando cerbiattino

il cervo ucciso dalla principessa?

NATANIELE -

Perge, Mastro Oloferne, perge, perge!([61])

Purché, di grazia, vogliate bandire

ogni scurrilità.

OLOFERNE -

Mi servirò di un’allitterazione,

che denota facilità di vena.

“La principessa in cerca di bottino

“colpì un piccolo, vago cerbiattino.

“Ci sono molti che questo animale

“chiamano cervo, ma non è normale;

“perch’esso è stato tale

“soltanto quando lo colpì lo strale.

“La muta abbaia, aggiungi al daino un “elle”,

“e ti sbuca dal bosco una dainella,

“o un cervo di quattr’anni, o un di tre,

“mentre la gente intorno grida: “Olè!”.

“Se un daino è un daino, allora con un “elle”

“farà cinquanta daini e dainelle.

“E se d’un solo “elle” ancor l’aumento,

“di uno ne fo cento!”.([62])

NATANIELE -

Che talento!

GRULLO -

(Tra sé)

Se il talento è un artiglio,

guarda come l’artiglia, il suo talento!

OLOFERNE -

È un mio dono istintivo di natura,

uno spirito estroso, stravagante,

pieno di forme, immagini, figure,

oggetti, moti, idee, appercezioni,

rivoluzioni: il tutto concepito

nel ventricolo della mia memoria,

alimentato in grembo alla pia mater

e liberato alla maturazione

dalle occasioni. Ma un dono così

è fruttifero solo nei terreni

dov’è affinato, ed io per questo lato

posso ben ringraziarne il Creatore.

NATANIELE -

Io lodo Dio per voi, Sir Oloferne,

e così possano i miei parrocchiani,

poiché bene istruiti son da voi

i loro figli, e a star sotto di voi

assai profittano le loro figlie.

Siete un buon membro della società.

OLOFERNE -

Per Ercole! Se i figli hanno talento,

non verrà loro meno l’istruzione;

e se le figlie sono “comprensive”,([63])

saprò io come fare ad inculcargliela.

Ma “vir sapit qui pauca (verba) loquitur”.([64])

Oh, ecco un’animella femminile

che ci porge il grazioso suo saluto.

Entra GIACOMETTA con ZUCCA

GIACOMETTA -

Dio vi conceda una buona giornata,

signor curato.

OLOFERNE -

Curato… bucato:

c’è forse qui qualcuno da bucare?

ZUCCA -

Eh, perbacco se c’è, signor maestro!

Quello che più somiglia ad un testone.

OLOFERNE -

Fare un buco a testone!

Un grande sfolgorare di concetti

su una zolla di terra; un’abbondanza

di fuoco per una pietra focaia;

una perla nel brago d’un maiale…

Buona, buona… la trovo assai graziosa.

GIACOMETTA -

Signor curato, abbiate la bontà

di legger quel che è scritto in questa lettera;

m’è stata consegnata qui da Zucca,

è indirizzata a me da Don Armado;

vi supplico, leggetela.

OLOFERNE -

“Fauste, precor, gelida quando pecus

“omne sub umbra ruminat… eccetera”.([65])

Ah, buon vecchio ed illustre mantovano,

potrei dire di te la stessa cosa

che dice di Venezia il viaggiatore:

“Venetia, Venetia,

“chi non te vede non te pretia”.([66])

O mantovano! Vecchio mantovano!

Non t’ama solo chi non ti comprende.

Ut, re, sol, la, mi, fa…

NATANIELE -

Col vostro beneplacito, signore,

si può sapere che c’è in quella lettera?

O, a dirla con Orazio… Guarda, guarda!

Oh, per l’anima mia, è scritta in versi!

OLOFERNE -

Sì, signore, e d’assai buona fattura.

Fatemene ascoltare: anche una strofa,

una stanza, un sol verso: lege, domine!([67])

NATANIELE -

(Legge)

“Se amor mi fa spergiuro,

“come giurare amore?

“Fede ha breve durata

“non a beltà votata.

“Se pur spergiuro a me,

“fedele resto a te;

“fossero i miei pensieri

“siccome quercia duri,

“a te sarebber proni

“come teneri giunchi.

“Lo studio il suo cammino

“or dai libri diparte,

“suo libro fa i tuoi occhi

“dove s’accoglie e vive

“ogni piacer dell’arte.

“Se il fine è conoscenza,

“conoscer te è abbastanza;

“sapiente è quella lingua

“che di tue lodi è pingua;

“è d’ignoranza figlia

“l’anima che a vederti

“non muove a meraviglia.

“È per me giubilare

“le tue grazie esaltare.

“Nell’occhio tuo di Giove

“la folgore balena,

“del fragor del suo tuono

“la tua voce risuona;

“ma, se non volta all’ira,

“musica e dolce fuoco essa traspira.

“Celeste quale sei,

“perdona tu all’Amore,

“se muove i versi miei

“con sì terreni accenti

“ad esaltar gli dèi”.

OLOFERNE -

Leggete senza far sentir gli apostrofi,

e così va perduta la cadenza.

Ch’io l’esamini meglio, la strofetta:

solo il verso rispetta la misura,

ma quanto all’eleganza, alla scioltezza,

all’aureo ritmo della poesia,

decisamente caret.([68])

L’uomo all’altezza d’un simil soggetto

era Ovidio Nasone,

detto appunto “Nasone” per il fiuto

che aveva d’odorare intorno a sé

gli aulenti fiori della fantasia

e le scherzosità dell’inventiva,

davvero immaginifica. Imitari([69])

è niente: lo fa il cane col padrone,

la scimmia col guardiano,

il buon cavallo col suo cavaliere.

Ma, vergin damigella, veramente

era diretta a voi questa poesia?

GIACOMETTA -

Sì, signore, da un tal Monsù Biron,

uno dei gentiluomini del seguito

di quella principessa forestiera.

OLOFERNE -

Diamo un’occhiata qui, alla soprascritta:

“Alla nivea manina

“della leggiadra lady Rosalina”.

Riesaminiamo adesso il contenuto,

il tono generale della lettera

per dare un nome alla parte che scrive

ed a quella alla quale è destinata:

“Della signoria vostra servitore,

“in tutto che vogliate comandarlo,

“Biron”… Questo è Biron, Don Nataniele,

è uno di quei tre che han fatto voto

di chiudersi agli studi con il re,

ed indirizza ad una delle dame

del seguito di quella principessa

venuta dalla Francia, questa lettera,

la quale, a causa d’un qualche accidente,

o d’un disguido, è stata dirottata.

Va’, bellezza, consegna questo foglio

nelle regali mani del sovrano;

può esser cosa di grande importanza.

Non cercar di attardarti in riverenze;

sei dispensata dagli ossequi. Adieu.

GIACOMETTA -

(A Zucca)

Vieni, accompagnami, Zucca, da bravo.

(A Oloferne)

Dio v’assista, signore!

(A Zucca)

Andiamo, allora?

ZUCCA -

Vengo, ragazza mia, vengo con te.

(Escono Zucca e Giacometta)

NATANIELE -

Signore, avete fatto tutto questo

da buon cristiano, nel timor di Dio;

e, come dice un certo padre santo…

OLOFERNE -

No, prego, non parlatemi di padri;

io non amo i colori troppo forti.

Ma torniamo piuttosto ai nostri versi:

Don Nataniele, vi sono piaciuti?

NATANIELE -

Li ho trovati mirabili di stile.

OLOFERNE -

Oggi stesso sarò ospite a pranzo

dal padre d’uno dei miei educandi;

se vi piacesse d’essere anche voi,

lì, all’inizio del pasto,

a favorirci il vostro “benedicite”,([70])

io stesso, per virtù del privilegio

del quale godo presso i genitori

del suddetto fanciullo, mio discepolo,

vi darei volentieri il “benvenuto”;([71])

sarebbe l’occasione per provarvi

che quei versi non sono poi gran cosa:

sciatti, senza sapor di poesia,

senza spirito, e privi d’inventiva.

Vi domando la vostra compagnia.

NATANIELE -

Vi ringrazio. La buona compagnia

- come c’insegna la sacra scrittura -

è il gaudio della vita.

OLOFERNE -

E la Scrittura

è infallibile, lo sappiamo tutti.

(A Grullo)

Signore, pure voi siete invitato;

e non dite di no, eh! Pauca verba!([72])

Avanti dunque. I signori ai lor giochi,

e noialtri alle nostre ricreazioni.

(Escono)

SCENA III - La stessa

Entra BIRON, con un foglio in mano

BIRON -

Il re rincorre il cervo,

io rincorro me stesso; impegolati

essi son tutti quanti in una rete;

ed io sono irretito in una pegola,

una pegola che m’imbratta tutto.

Imbratta!… Che sgradevole parola!

Bene, sediamoci qui, mio dolore,

come dicono disse di sé il matto,

e come dico io che matto sono.

Buona, mio spirito, la tua battuta!

Perdio, che questo amore è proprio matto!

È matto come Aiace;([73]) ammazza pecore,

e ammazza me, che son ridotto pecora…

Ed anche questa è buona, in causa mia.

Non amerò; impiccatemi,

se voglio. In fede mia, no, non lo voglio!

Oh, ma gli occhi di lei!

Giuro per questa luce,([74])

che se non fosse per quel paio d’occhi,

non l’amerei; è colpa dei suoi occhi.

Ah, ch’io più nulla faccio

che mentire, mentire per la gola!

Ah, per il cielo, sono innamorato,

e l’amor m’ha insegnato a scriver versi

e ad esser melanconico d’umore;

ed ecco un saggio del mio poetare,

ed ecco qui la mia malinconia.

Bene, ella ha in mano già un mio sonetto,

gliel’ha inviato il matto,([75])

gliel’ha recapitato quel bifolco,([76])

e madama ce l’ha. Caro bifolco,

più caro matto, carissima dama!

Eccone uno, con un foglio in mano.

Faccia anche a lui Domeneddio la grazia

d’andar gemendo e languendo d’amore.

(S’arrampica su un albero)

Entra il RE, con un foglio in mano

Ah, colpito anche lui!… Bravo Cupido!

Hai trafitto anche lui con la tua freccia

sotto il seno sinistro. Bene! Avanti!

Sentiamo adesso un po’ questi segreti…

RE -

(Legge il foglio)

“Sì dolcemente il sole non indora

“col suo bacio le stille dell’aurora

“sulla rosa di maggio,

“come il tuo occhio asciuga col suo raggio

“sulle mie guance roride l’umore

“della notturna linfa rugiadosa.

“Né risplende così la luna argentea

“sul traslucido seno degli abissi

“come luce ai miei occhi la tua immagine

“attraverso l’umor delle mie lacrime;

“tu in ogni lacrima che dal mio occhio

“scende riluci da trionfatrice:

“ti trasporta ogni stilla come un cocchio

“sul quale tu trascorri nella gloria

“sulla mia pena. D’una sola occhiata

“degna ogni lacrima da me versata,

“e nel mio duol vedrai la tua vittoria.

“Tu questo amor puoi anche disdegnare

“e con un altro amor non ricambiare;

“ma allora per tuo specchio avrai soltanto

“quelle lacrime, e nuovo, eterno pianto.

“O regina di tutte le regine,

“quanto eccelsa tu sia, quanto sublime

“lingua mortal non saprà mai contare,

“né mente umana saprà mai pensare”.

E adesso quale mezzo escogitare

per far sapere a lei questa mia pena?…

Lasciar cadere a terra questo foglio…

Foglie cortesi, ricoprite d’ombra

la mia follia…

(Vede giungere Longueville)

Ma qui vien qualcuno.

(Si apparta)

Entra LONGUEVILLE, con un foglio in mano

Oh, Longueville!… E legge… Ascolta, orecchio.

BIRON -

(Dall’albero, tra sé)

Un altro pazzo, tutto uguale a me.

LONGUEVILLE -

Ahimè, povero me, sono spergiuro!

BIRON -

Ecco, anche lui spergiuro, Longueville,

anche lui con dei fogli…

RE -

(Tra sé)

Innamorato,

spero, anche lui… Oh, com’è deliziosa

la solidarietà nella vergogna!

BIRON -

(Dall’albero, tra sé)

All’ubriaco piace l’ubriaco.

LONGUEVILLE -

E sarei dunque il primo di noi quattro

a venir meno al nostro giuramento?

BIRON -

(Dall’albero, tra sé)

Oh, su questo potrei rassicurarti:

ce ne son già altri due, per quanto so.

Tu vieni a completare quella triplice:

il tricorno della consorteria,

la forma della forca dell’amore([77])

a cui è appesa la nostra follia.

LONGUEVILLE -

Ho paura però che questi versi

siano un po’ troppo scarni, troppo asciutti,

perché, a leggerli, ella si commuova.

Dolce Maria, regina del mio cuore!

Questi versi li strappo; scrivo in prosa.

BIRON -

(Dall’albero, tra sé)

Oh, le rime d’amor son guarnizioni

a ornamentare gli orli delle braghe

del lascivo Cupido. Non sguarnirle!

LONGUEVILLE -

Questo però mi par che possa andare.

(Legge)

“Non fu il celeste eloquio del tuo occhio,

“contro il quale non ha argomenti il mondo,

“a persuadermi il cuore allo spergiuro?

“Voti infranti per te non son punibili.

“M’ero votato a rinunciare a femmina,

“ma io dimostrerò che tu sei dea,

“e ch’io non ho violato il giuramento.

“Voto terreno contro amor celeste

“non è che un fiato, un alito, un vapore;

“la tua grazia mi scioglie da ogni colpa.

“O tu, bel sole, che mi splendi in petto

“dissolvi tu il vapor di questo voto

“che ti ravvolge tutto,

“sì che se sarà infranto il giuramento,

“mia colpa non sarà. Qual è quel matto

“che non sarà una volta tanto savio

“da infrangere una volta tanto un voto,

“per guadagnar per sempre un paradiso?”.

BIRON -

(Dall’albero, tra sé)

Ecco come un’infiammazione al fegato([78])

riesce a costruirsi una deità

di carne ed ossa, ed a farsi una dea

d’una tenera ochetta… Idolatria!

Che Dio ci emendi! Pura idolatria!

Dio ci corregga! Siamo fuori strada!

LONGUEVILLE -

Per chi potrò mandarle questo foglio?

Oh, ma qui viene gente. Nascondiamoci.

(Si nasconde)

Entra DUMAIN, con un foglio in mano

BIRON -

(Dall’albero, tra sé)

Tutti a nascondersi! Tutti a nascondersi!

Come in un vecchio gioco di bambini…

Ed io qui in cielo, come un semidio

a perscrutare dall’alto i segreti

di questi poveretti incitrulliti.

Altri sacchi al mulino! Oh, santo cielo,

il desiderio mio è soddisfatto!

Ecco pure Dumain… Trasfigurato!

Quattro beccacce nello stesso piatto!

DUMAIN -

Oh, divinissima Caterinetta!…

BIRON -

(c.s.)

O profanissimo fior di citrullo!

DUMAIN -

… Qual meraviglia, agli occhi d’un mortale,

non sei tu, per il cielo!

BIRON -

(c.s.)

Ah, qua ti sbagli:

per la terra, non è che corporale.

DUMAIN -

… Gli ambrati tuoi capelli

tolgono all’ambra stessa i suoi riflessi.

BIRON -

(c.s.)

Un corvo color d’ambra

è certamente degno di attenzione.

DUMAIN -

… Come un cedro svettante…

BIRON -

(c.s.)

Adagio, bello,

ha una spalla ch’è come fosse incinta.

DUMAIN -

… Come il giorno lucente …

BIRON -

(c.s.)

Sì, come una giornata senza sole.

DUMAIN -

Ah, se questo mio sogno s’avverasse!

LONGUEVILLE -

(Tra sé)

E il mio!…

RE -

(Tra sé)

E il mio, Dio voglia!

BIRON -

(c.s.)

E così sia,

purché s’avveri pure quello mio!

Non è questo un augurio salutare?

DUMAIN -

Vorrei tanto non più pensare a lei,

ma lei mi sta nel sangue, come febbre,

e m’impedisce di dimenticarla.

BIRON -

(c.s.)

Una febbre nel sangue?… Un salassetto

ti basterebbe a fartela colare

giù, nel catino!… Dolce malinteso!

DUMAIN -

Ma rileggiamo un po’ quello che ho scritto,

in questi versi…

BIRON -

(c.s.)

Vo’ osservare ancora

le variazioni che sa dar l’amore

alle sue sdolcinate smancerie.

DUMAIN -

(Legge)

“Un giorno - ahimè, quel giorno! -

“Amor, cui sempre è maggio,

“scorse un fior più che bello

“che giocava al lascivo venticello.

“Tra vellutate fronde la sua via

“s’apre, invisibile, la dolce brezza;

“l’innamorato, che quivi languiva

“bramò per sé del ciel quella carezza:

“Aria, che le tue gote puoi gonfiare

“- disse - così potessi anch’io trionfare!

“Ma la mia mano, ahimè, ha ormai giurato

“che dal tuo stelo non t’avrei staccato:

“voto che non s’acconcia a giovinezza

“sempre sì pronta a cogliere dolcezza.

“Ma tu non accusarmi di peccato

“s’io son per te spergiuro diventato,

“perché per te perfino il sommo Giove

“sarebbe pronto a giurar ch’è un’etiòpe([79])

“la sua Giunone, e se stesso a mutare

“da re del cielo a misero mortale”.

Ora le mando questi;

ed anche qualcos’altro di più semplice,

meglio adatto a esprimere

la mia famelica pena d’amore.

Oh, fossero anche loro, il re, Biron,

Longueville, anche loro innamorati!

Averli miei compagni nella colpa

potrebbe cancellar dalla mia fronte

il marchio di spergiuro;

perché laddove tutti trasgrediscono

nessuno può più dirsi trasgressore;

e aver compagni al duol scema la pena.

LONGUEVILLE -

(Venendo avanti)

Dumain, se tu desideri compagni

nelle pene d’amore, l’amor tuo

manca d’un minimo di carità.

Impallidisci adesso… Al posto tuo

io sarei arrossito di vergogna,

se fossi stato come te sorpreso

a pensare e parlare come in sogno.

RE -

(Venendo avanti)

Bene, allora arrossite, Longueville,

perché simile al suo è il vostro caso;

e, rinfacciando a lui la sua condotta,

vi rendete colpevole due volte:

voi Maria non l’amate! Longueville

non ha mai scritto un sonetto per lei,

né tenuto le braccia al sen conserte

a raffrenare i battiti del cuore.

Io stavo ben nascosto in quel cespuglio

e v’ho osservato entrambi;

e v’ho ascoltato mentre leggevate

i vostri versi d’uomini spergiuri,

notando bene i vostri atteggiamenti:

sospiri, accenti di passione, tutto.

E l’uno che gemeva: “Ahimè, ahimè!”,

l’altro che supplicava: “Giove, Giove!”;

l’uno: “Oh, i suoi capelli color d’oro!”,

l’altro: “Oh, quei suoi occhi di cristallo!”.

(A Longueville)

Voi, che per quel divino paradiso

avreste infranto tutto, fede e amore.

(A Dumain)

Voi, che perfino Giove

non avrebbe esitato a spergiurare,

per la vostra… Ma che dirà Biron,

quando saprà che entrambi avete rotto

l’impegno sì fermamente giurato?

Ah, se vi farà oggetto del suo scherno!

Vi assalirà con tutta la sua arguzia,

in trionfo, ballando e saltellando,

con le più saporose sue risate!

Davvero non vorrei, per tutto l’oro

ch’abbiano mai veduto gli occhi miei,

ch’egli sapesse altrettanto di me!

BIRON -

(Scendendo dall’albero e venendo avanti)

E allora scendo io a questo punto,

signori, a flagellar l’ipocrisia.

Eh, mio buon sire, cuore tenerello,

perdonatemi, ma con qual diritto

osate redarguire in questo modo

questi due poveri vermi di terra,

per peccato d’amore, quando voi

siete di tutti il più innamorato?

No, gli occhi vostri non si fanno carro

per il trionfo di nessuna femmina!

Ah, no, nel prisma delle vostre lacrime

non appare nessuna principessa!

Voi, spergiuro? Giammai, per carità!

Che cosa odiosa! E quanto a far sonetti,

roba da menestrelli, per voi, eh?…

Ma non vi vergognate tutti e tre,

d’esser venuti meno al vostro impegno?

Tu trovi la pagliuzza nel suo occhio;

il re nell’occhio di voialtri due;

io una trave in quello di voi tre.

A quale scena m’è toccato assistere!

Quante scempiaggini, sospiri, gemiti,

dolore, pena!… Ohimè, con che pazienza

ho dovuto vedere, lì seduto,

un sovrano mutarsi in moscerino!

Ercole intento a frustare una trottola,

il severo e sapiente Salomone

attaccare il motivo d’una giga,

e Nestore([80]) giocare a bucarella([81])

coi ragazzini, e il severo Timone([82])

ridere alle più scempie lepidezze!

Ah, buon Dumain, dov’è che vi fa male?…

E voi, caro e gentile Longueville,

dov’è la vostra pena? E voi, mio sire,

dov’è la vostra?… Tutti attorno al petto?…

Perbacco, olà, portatemi un decotto!

RE -

Troppo amaro sarcasmo, questo tuo.

Ci siamo dunque talmente traditi

al tuo occhio che ci guarda dall’alto?

BIRON -

Non voi da me, ma io da voi tradito

mi sento; io, che sono un uomo onesto

e che considero grave peccato

rompere un voto e il relativo impegno.

Io, mi sento tradito,

per essermi associato in buona fede

ad una risma d’uomini incostanti.

Ah, quando mai vedrete me comporre

qualcosa in rima? Quando mai languire

per una donna? O sciupare il mio tempo

ad allisciarmi? Quando mai udrete

ch’io abbia detto lodi e meraviglie

della mano, del piede, del sembiante,

dell’occhio, dell’incedere, del gesto,

della fronte, del busto, della vita,

d’uno dei sensi, d’un arto qualsiasi

d’un corpo femminile?

RE -

Calma, calma!

Dove corri così precipitoso?

È un uomo onesto o un ladro,

quello che corre così a scapicollo?

BIRON -

È uno che si fugge dall’amore.

Lasciami andare, bravo innamorato.

Entrano GIACOMETTA, con in mano una lettera,

e ZUCCA

GIACOMETTA -

Dio salvi il re!

RE -

Che offerta rechi lì?

ZUCCA -

Un tradimento, certo.

RE -

Che ci ha a che fare il tradimento, qui?

ZUCCA -

Oh, niente, niente!

RE -

Se non c’entra niente,

andatevene in pace tutti e due,

il tradimento e tu.

GIACOMETTA -

Maestà, vi supplico,

che qualcuno vi legga questa lettera:

secondo il nostro parroco è sospetta;

dice che ci sarebbe tradimento.

RE -

Leggetela, Biron.

(Dà la lettera a Biron, che si mette a scorrerla in silenzio)

(A Giacometta)

Chi te l’ha data?

GIACOMETTA -

Zucca.

RE -

(A Zucca)

E tu, Zucca, da chi l’hai ricevuta?

ZUCCA -

Da Don Albramio… sì, Don Armadiado…

(Biron straccia la lettera)

RE -

Ehi là, che vi succede! La strappate?

BIRON -

Una scemenza, Sire, una sciocchezza!

Vostra grazia non ha di che temere.

LONGUEVILLE -

Però lui n’era assai preoccupato;

perciò bisogna leggerla. Sentiamola.

DUMAIN -

(Raccogliendo da terra i pezzi della lettera)

Ma questa è la scrittura di Biron;

e questa è la sua firma…

BIRON -

(A Zucca)

Pezzo d’idiota! Figlio di puttana!

Venuto al mondo a portarmi vergogna!

(Al Re)

Colpevole, signore, son colpevole!

Confesso!

RE -

Reo confesso! E di che cosa?

BIRON -

Del fatto che tre pazzi come voi

abbisognavano d’un altro pazzo,

di me, per completare la masnada.

E adesso lui, e lui, e voi, ed io

- voi, mio sovrano, voi! -

siam quattro tagliaborse dell’amore,

e meritiamo la condanna a morte.

Oh, fate allontanare questa gente,

e vi dirò di più.

DUMAIN -

Ora così facciam numero pari.

BIRON -

E come no! Facciamo un bel quartetto.

Ma se ne vanno o no, questi colombi?

(Indica Giacometta e Zucca)

RE -

Allontanatevi voialtri, via!

ZUCCA -

Andiamocene noi, popolo onesto,

e lasciamo sul campo i traditori.

(Escono Zucca e Giacometta)

BIRON -

Signori cari, cari innamorati,

abbracciamoci come carne e sangue:

noi siam sinceri verso la natura.

Il mare ha sempre il suo flusso e riflusso,

il cielo mostra sempre la sua faccia,

e giovin sangue non può sottostare

a un decreto ch’è buono per i vecchi.

Noi non possiamo metterci in contrasto

con la ragione per cui siamo nati;

onde per cui, comunque la mettiamo,

siamo sempre degli uomini spergiuri.

RE -

Biron, in quelle righe che strappaste

non c’era forse la rivelazione

d’un vostro amore?

BIRON -

E me lo domandate?

E chi, al veder l’eterea Rosalina,

non sentirà l’impulso di chinare,

come un selvaggio abitator dell’Indie

al primo aprirsi del fastoso Oriente

la propria fronte d’umile vassallo,

e, da tanto splendore abbacinato,

non bacerà la terra

in segno d’obbediente devozione?

Qual duro ed inflessibile occhio d’aquila

oserebbe tener lo sguardo fisso

sul ciel della sua fronte, e non restare

abbacinato dalla sua maestà?

RE -

Ehi, diamine, cos’è questo fervore,

questo furore, che v’ispira tanto?

Colei ch’io amo, ossia la sua padrona,

è una graziosa luna,

e lei, la vostra, solo un suo satellite

la cui luce si vede appena appena.

BIRON -

Oh, allora gli occhi miei non son più occhi,

né io son più Biron!

Se non fosse per lei, l’amata mia,

il giorno a me si volgerebbe a notte!

Oh, qual sublime accordo di colori

si raccoglie nel fior delle sue guance,

come a una fiera,([83]) dove vari pregi

si fondono armoniosamente tutti

a formare una sola degnità,

dove non manca nulla

di quanto va cercando il desiderio.

Prestatemi le più fiorite frasi

di tutte le più nobili parlate…

Ma no… via fronzoli della retorica!

Oh, lei non ne ha bisogno.

La sbrodolata dell’imbonitore

s’addice a mercanzia ch’è posta in vendita;

ma dappoiché lei supera ogni lode,

una lode che fosse troppo breve

non potrebbe far altro che macchiarla.

Il più mencio, grinzoso anacoreta,

da cento inverni roso e consumato,

se ne sbarazzerebbe di cinquanta,

se sol potesse mirarla negli occhi.

La bellezza ridà smalto all’età,

come a dire che la ripartorisce,

dà alle grucce l’infanzia della culla.

Ella è sole che tutto fa rifulgere.

RE -

Ma se la vostra amata, santo cielo!,

è nera come l’ebano!

BIRON -

L’ebano è come lei? E allora, o ebano,

divino legno! Che felicità

una moglie formata di tal legno!

Si può qui fare ancora giuramento?

Dov’è una Bibbia sovra cui giurare

che la bellezza perde di bellezza

se non impara a guardar coi suoi occhi;

e che viso di donna non è bello

se non è così nero come il suo?

RE -

Oh, quale paradosso!

Il nero è il contrassegno dell’inferno,

del buio delle carceri,

del volto della notte:([84]) la bellezza

accorda molto meglio il suo cimiero

col colore dei cieli.

BIRON -

Già, ma i diavoli

riescono a tentarci assai di più

camuffati da spiriti di luce.

Oh, se la fronte della mia diletta

è velata di nero,

è solo pel dolore ch’ella prova

a veder tante donne imbellettate,

tante capigliature finte e tinte

che con il lor falso e fallace aspetto

mandano in estasi gli spasimanti,

sì ch’ella si può dir venuta al mondo

per far del nero il colore del bello;

sarà il favore suo per tal colore

a rivoluzionar la moda d’oggi,

e a far che l’incarnato naturale

passi per uno strato di belletto,

onde il roseo, per evitar discredito,

si tingerà di nero,

per imitare il nero del suo volto.

DUMAIN -

Allora è per assomigliare a lei

che sono neri gli spazzacamini.

LONGUEVILLE -

O i carbonai, che, dopo la sua nascita,

son ritenuti bianchi e rilucenti.

RE -

O gli etiopi, che menano gran vanto

della bellezza della loro pelle.

DUMAIN -

Ormai l’oscurità

non abbisogna di candele accese,

dato che il buio è esso stesso luce.

BIRON -

Le vostre beneamate hanno paura

di uscir sotto la pioggia, perché l’acqua

sciacqua lor via i colori.

RE -

La vostra, invece, lo dovrebbe fare;

perché, signore mio, per dirla franca,

qualunque viso sporco che incontrassi

mi sembrerà più pulito del suo.

BIRON -

Ed io vi sosterrò, mano sul cuore,

che il suo colore è quanto di più bello,

a costo di doverlo ribadire

gridando, fino al giorno del Giudizio.

RE -

Quel giorno, certamente, nessun diavolo

ti metterà paura più di lei.

DUMAIN -

Non ho mai visto in vita mia nessuno

che potesse tenere tanto cara

roba sì vile.

LONGUEVILLE -

(Indicando la propria scarpa)

Guarda, la tua bella,

eccola, toh, qua, guarda questa scarpa,

e hai visto la sua faccia.

BIRON -

Oh, se le strade fosser lastricate

cogli occhi vostri, invece che coi selci,([85])

sarebbero pur sempre troppo scabre

per i suoi piedi, a camminarci sopra.

DUMAIN -

Ah, vergogna! Così, mentr’ella passa,

la strada si godrebbe dal di sotto

ciò ch’ella tien nascosto un po’ più su!([86])

RE -

Ma, signori, perché star qui a beccarci?

Non siamo forse tutti innamorati?

BIRON -

Certissimo: perciò spergiuri tutti!

RE -

Bando pertanto a questi battibecchi.

E voi, piuttosto, mio bravo Biron,

dateci gli argomenti sufficienti

a dimostrare quanto sia legittimo

esserci tutti e quattro innamorati,

e come resti sempre inalterato

ciononpertanto il nostro giuramento.

DUMAIN -

Oh, sì, madre di Cristo, un impiastrino

ad alleviare il nostro mal di cuore.

LONGUEVILLE -

Oppure qualche illustre citazione

su come andare avanti: un qualche trucco,

qualche artificio per fregare il diavolo.

DUMAIN -

O un qualche balsamo anti-spergiuro…

BIRON -

Eh, ce ne abbiamo più del necessario.

Dunque, crociati dell’amore, attenti:

meditate su quanto dal principio

avete fatto voto di osservare:

studio, digiuno, non vedere femmina…

un palese, smaccato tradimento

contro sua maestà la giovinezza.

Ditemi voi: riuscite a digiunare?

I vostri stomaci son troppo giovani,

e l’astinenza genera malanni.

E quando avete fatto, miei signori,

il voto di studiare,

e ciascuno di voi ha rifiutato

di leggere nel suo libro migliore,([87])

potete ancor sognarlo,

e dedicarvi ad esso, e contemplarlo?

E come avreste mai potuto, Sire,

o voi, o voi, Dumain e Longueville,

scoprire l’eccellenza dello studio,

senza avere con voi la compagnia

d’un bel volto di donna?…

Perché è proprio dagli occhi delle donne

ch’io faccio scaturir la mia dottrina:

son essi i fondamenti, le accademie,

i grandi testi da cui si sprigiona

il fuoco di Prometeo, quello vero.([88])

Eppoi, diamine, l’eccessivo sgobbo

non fa che intossicar gli agili spiriti

che scorrazzano nelle nostre arterie,

così come le membra del viandante

son logorate dal continuo moto

e il troppo lungo e faticoso andare.

Ora, a non più guardar volto di donna,

voi, sol per questo, avete rinunciato

alla normale funzione degli occhi

e alla stessa ricerca del sapere;

giacché dov’è nel mondo quell’autore

capace d’insegnarci la bellezza

più che non possan gli occhi d’una donna?

Il sapere non è che un’appendice

della nostra persona, esso è con noi

dovunque andiamo, lo portiamo dietro;

e allorquando ci accade di specchiarci

negli occhi di una donna,

forse che non vediamo lì riflesso

insieme a noi, anche il nostro sapere?

Signori miei, nello stesso momento

in cui ci siam votati al nostro studio

noi abbiamo respinto, con quel voto,

quelli che sono i nostri veri libri.

E come e quando avreste mai trovato,

voi, Sire, mio sovrano, e voi, e voi,

in una plumbea contemplazione,

quelle rime infuocate

di cui v’hanno arricchito a profusione

gli sguardi di due occhi ispiratori

di codeste maestre di bellezza?

A tenere occupato interamente

il cervello degli uomini, oggigiorno,

son altre fredde e inerti discipline

che, in mano a pochi sterili sgobboni,

sono semi che dan scarso raccolto

ai loro strenui sforzi di cultori;

ma l’amore, che gli occhi di una donna

per primi c’insegnarono a conoscere,

non vive solitario, straniato,

murato nella cerchia del cervello;

ma, eccitando all’azione tutti i sensi,

s’espande, rapido come il pensiero,

per ogni nostra facoltà vitale,

dando a ciascuna una doppia energia,

fuori dalle funzioni della prima.

Aggiunge all’occhio una seconda vista:

due occhi innamorati son capaci

perfino d’abbagliar quelli d’un’aquila;

così come un orecchio innamorato

è capace di percepire un suono

talmente fioco da poter sfuggire

al sospettoso orecchio d’un ladrone;

la percezione d’un innamorato

è più sensibile e più delicata

di quella delle antenne della chiocciola;

è volgare al palato dell’amore,

anche il gusto del raffinato Bacco.

E quanto ad ardimento, non è Amore

un Ercole ancor sempre inerpicantesi

sugli alberi dell’orto delle Esperidi?([89])

Come sfinge sagace; dolce e armonico

come la lira([90]) del fulgente Apollo,

che ha per corde i capelli di quel dio.

E quando parla Amor, s’incanta il cielo

all’armonia del coro degli dèi.

Poeta non ardisca toccar penna

finché l’inchiostro suo non sia temprato

nei sospiri d’amore: solo allora

i suoi versi raggiungono il potere

d’incantare gli orecchi più selvaggi,

e di piantar nel cuore dei tiranni

una mite umiltà. Questa dottrina

io derivo dagli occhi delle donne

che sprizzano scintille senza posa

sul fuoco di Prometeo; e son loro

i testi, le dottrine, le accademie

che svelano, contengono, alimentano

tutte le vere realtà del mondo,

senza le quali mai nessun mortale

potrebbe eccellere in alcuna cosa.

Perciò fu il vostro un tratto di pazzia

a rinnegar le donne; ma più pazzi

sareste ad intestarvi ad osservare

quello per cui faceste giuramento.

Per amor di saggezza - una parola,

questa, che tutti gli uomini hanno a cuore -

o per amor degli uomini,

di quelle donne autori; o delle donne

per le quali noi uomini siam uomini,

lasciamo perdere una buona volta

i giuramenti, se teniamo a cuore

di ritrovar noi stessi; ché altrimenti

noi rischiamo di perdere noi stessi,

per mantenere i nostri giuramenti.

Esser così spergiuri è religione:

perché la carità conchiude in sé

tutta la legge, e quale mai potere

può separar da carità l’amore?

RE -

Gridiamo allora tutti “San Cupido!”,

e tutti in campo, miei bravi soldati!

BIRON -

Stendardi in testa, e diamo tutti addosso,

nella mischia, signori, addosso a loro!

Ma prima state attenti, per favore,

a non combattere col sole in fronte.

LONGUEVILLE -

Ai fatti! Ai fatti! Bando alle postille!

Siamo dunque decisi a far la corte

a queste francesine?

RE -

E a conquistarle.

Diamoci intanto a escogitar qualcosa

per divertirle nelle loro tende.

BIRON -

Per prima cosa, ricondurle là,

dal parco, e ognun di noi lungo la strada

prenda per mano la sua preferita;

nel pomeriggio, offrir loro uno svago

con qualche nuovo e gaio passatempo,

secondo che la brevità del tempo

ci potrà consentir d’escogitare:

ché feste, danze, maschere e allegria

son battistrada all’amore leggiadro,

e spargon fiori lungo il suo cammino.

RE -

Via, via, che non c’è un attimo da perdere;

s’ha da mettere a frutto ogni minuto!

BIRON -

Allons, allons! Chi seminò del loglio

non raccolse mai grano;

e la Giustizia sempre in equilibrio

mantiene i piatti delle sua bilancia:

e chissà che non serbi per castigo

ad uomini spergiuri come noi

donnine allegre; se così sarà,

vorrà dire che il bronzo onde è impastato

ciascun di noi non è metallo buono

a coniar più pregevole moneta.

(Escono)


ATTO QUINTO

SCENA I - Il parco reale di Navarra

Entrano OLOFERNE, DON NATANIELE e GRULLO

OLOFERNE -

“Satis quod sufficit”.([91])

NATANIELE -

Signore, a tavola

- ed io ne rendo grazie a Dio per voi -

faceste conversari assai notevoli

per perspicacia e sentenziosità:

gradevoli, senza scurrilità;

un po’ spinti, ma senza irriverenza;

dotti, senza dogmatica arroganza;

originali, senza essere eretici.

Ho conversato in questo quondam giorno

con uno degli accoliti del re,

intitolato, nominato, detto

Don Adriano De Armado.

OLOFERNE -

“Novi hominem tamquam te”:([92]) è uomo

borioso, di parlare perentorio,

lingua affilata, sguardo burbanzoso,

inceder sussiegoso,

vanesio in tutto il suo comportamento,

ridicolo: un Trasone([93]) fanfarone;

troppo appuntito, troppo ricercato,

troppo, diciamo pure, strampalato,

o, per dir meglio, troppo peregrino.

NATANIELE -

Un singolare epiteto, ben scelto.

(Trae di tasca un taccuino e annota)

OLOFERNE -

È uno che sa meglio dipanare

il filodella sua verbosità

che la matassa dei suoi argomenti.

Ho in odio questi estrosi fantasisti,

pedanteschi, insocievoli, ignoranti,

massacratori dell’ortografia,

che dicon “dubio” per non dire “dubbio”,

“detto” per “debito”…“medio” per “mezzo”

il vicinante vocatur “finitimo”…

Ebbene, tutto questo è abominevole

- o, per dirla con loro, “abominabile” -

m’induce alla follia, mi fa lunatico.

Ne me intellige domine?([94])

NATANIELE -

“Laus Deo,

bone intelligo”.([95])

OLOFERNE -

“Bone”?… Ah, sì, per “bene”:

un Prisciano([96]) un po’ troppo scorticato,

ma può anche passare.

Entrano DON ARMADO, TIGNOLA e ZUCCA

NATANIELE -

“Videsne quis venit”?([97])

OLOFERNE -

“Video et gaudeo”.([98])

DON ARMADO -

(A Tignola)

Amigo…

OLOFERNE -

(A Nataniele)

“Quare”([99]) “amigo” e non “amico”?

DON ARMADO -

Bene incontrati, uomini di pace.

OLOFERNE -

Salve, militarissimo signore!

TIGNOLA -

(Piano a Zucca)

Sono stati a un banchetto di linguaggi

e ne han rubacchiato via le briciole.

ZUCCA -

(Piano a Tignola)

Oh, questi campano sulle parole

rubate al cesto dell’obolo pubblico.

Mi domando com’è che il tuo padrone

non t’abbia fino ad ora trangugiato

scambiandoti per una paroletta,

dal momento che tu, da testa a piedi,

non raggiungi nemmeno la lunghezza

d’“honorificabilitudinatibus”,([100])

e sei più facile da trangugiare

d’un chicco d’uva estratto dalla fiamma.([101])

TIGNOLA -

Zitti, adesso: comincia la schermaglia.

DON ARMADO -

(A Oloferne)

Monsieur, non siete voi uomo di lettere?

TIGNOLA -

Sì, sì, insegna ai ragazzi

il sillabario nel libro di corno.([102])

(A Oloferne)

Sapete dire che fanno “e” e “be”

lette a rovescio, con un corno in testa?

OLOFERNE -

Fan “Bé”, “pueritia”, con un corno in testa.

TIGNOLA -

Dunque uno stupidissimo caprone([103])

con un sol corno. Udite quanta scienza!

OLOFERNE -

Quis, quis, e tu che consonante sei?([104])

TIGNOLA -

Delle cinque vocali son la terza,

se siete voi a ripeterle in ordine;

se le ripeto io, sono la quinta.

OLOFERNE -

Le ripeterò io: “a -e -i -o…”.

TIGNOLA -

Ecco: “I - o”: il caprone siete voi.

L’ultima “u” conclude: come “tu”.([105])

DON ARMADO -

Per l’onda salsa del Mediterraneum,

ah! che bella toccata: snip e snap,

un bell’affondo, e via!… Rallegramenti!

Una fulminea vampata di spirito…

Mi rallegra la mente. Un vero ingegno!

TIGNOLA -

E data da un ragazzo ad un anziano…

un vecchio becco…([106])

OLOFERNE -

E qual è la metafora?

Sì, qual è la metafora?

TIGNOLA -

Le corna.

OLOFERNE -

Tu parli come un mocciosetto… Va’!

Va’, ragazzo, a frustare la tua trottola.

TIGNOLA -

Datemi il vostro corno a farne una,

ed io farò prillare circum circa,

intorno al vostro scorno…

una trottola di corno di becco.

ZUCCA -

Avessi pure un solo penny in tasca

te lo darei, per fartici comprare

un po’ di pan pepato…([107])

Toh, questo è tutto il remunerativo

che ho ricevuto dal tuo principale,

tieni, salvadanaio dello spirito

con quattro soldi dentro,

ovetto di piccione di sagacia.

Oh, se il cielo si fosse compiaciuto

di farti generare mio bastardo,

che padre allegro tu m’avresti fatto!

Va’, che tu sei di spirito “a pattume”([108])

dalla testa alla punta delle dita,

come dicono questi sapientoni.

OLOFERNE -

Oh, questo puzza di falso latino:

“pattume” per “unguento”…([109])

DON ARMADO -

Maestro arti-perito, preambuliamo!

Allontaniamoci dalla barbarie.

Non siete forse voi l’educatore

dei giovani di quella casa-scuola

che sta lassù sulla cima del monte?

OLOFERNE -

Alias mons, ovverosia collina.

DON ARMADO -

Come volete: “collina” per “monte”.

OLOFERNE -

Sì, sono io quel desso, sans question.

DON ARMADO -

Ebbene, monsignore,

è grazioso piacere e desiderio

del re di salutar la principessa

nel di lei padiglione, qui nel parco,

nei posteriori del presente giorno,

che il basso volgo chiama pomeriggio.

OLOFERNE -

“Posteriori del giorno”, che espressione!

Generosissimo signore mio,

è termine calzante, congruente

e calibrato per dir “pomeriggio”;

la parola è forbita, colta a segno;

bene scelta, gradevole, appropriata,

v’assicuro, signore, v’assicuro.

DON ARMADO -

Il re, signore, è un nobil gentiluomo

e meco in famigliare consuetudine,

e, v’assicuro, un assai buon amico.

Su quanta v’è tra noi d’intrinsechezza

(“Non scordarti che m’hai già reso omaggio,

ti prego… Copriti, via, ti scongiuro…”)

è meglio sorvolare; e tutto questo

fra le gravose e serie sue faccende,

e affari di grandissimo momento…

Ma sorvoliamo… Perché devo dirvi

anche che spesso piace alla Sua Grazia

di appoggiarsi alla mia modesta spalla,

e carezzare con le auguste dita

così, queste pietose mie escrescenze…

(Fa l’atto di carezzarsi la barba)

compreso - figurarsi - il mio mustacchio…

Ma è meglio sorvolare, anima mia!

Per tutto il mondo, non vi conto favole

a dirvi quanto piaccia a Sua Grandezza

di tributar certi speciali onori

ad Armado, soldato e viaggiatore

che di mondo ne ha visto… Sorvoliamo!…

La somma delle somme del discorso

- ma vi scongiuro, señor, segretezza! -

la conclusione di tutto è che il re,

poiché vuol divertir la principessa,

dolce colomba, ha dato a me l’incarico

d’offrirle un qualche gradito spettacolo,

o esibizione, o rappresentazione,

corteo, grottesca([110]), fuoco d’artificio.

Ora, poiché mi consta che il curato

nonché la vostra amabile persona

molto eccellete in simili eruzioni

e in subitanei scoppi di gaiezza,

ve ne ho dato, diciamo, conoscenza,

al fine di ottenere il vostro ausilio.

OLOFERNE -

Potreste presentarle lo spettacolo

dei “Nove Illustri”. Eh, Don Nataniele?

Trattandosi di puro passatempo,

una semplice rappresentazione

da allestirsi col nostro contributo

nei posteriori di questa giornata,

per ordine del re,

a domanda di questo alletterato

e sì illustre e brillante gentiluomo,

davanti alla suddetta principessa,

direi che non c’è nulla di più adatto

dei “Nove Illustri”.

NATANIELE -

Già,

dove trovare però personaggi

che possan degnamente interpretarli?

OLOFERNE -

Giosuè potreste interpretarlo voi;

io, Alessandro; questo gentiluomo

(Indica Don Armado)

potrebbe fare Giuda Maccabeo;

questo villico, per la sua statura,

(Indica Zucca)

dalle grosse giunture, potrà fare

Pompeo il Grande; il paggio farà Ercole.

DON ARMADO -

Pardon, señor, ma sarebbe un errore;

lui non ha, di materia corporale,

nemmeno un pollice di quell’Illustre:

è grosso sì e no

come l’estremità della sua clava.

OLOFERNE -

Mi volete finire di ascoltare?

Lui farà Ercole quand’era piccolo:

non avrà da far altro, entrando e uscendo,

che strangolar con le mani un serpente,

mentr’io reciterò un’apologia

di quell’illustre su questo episodio.

TIGNOLA -

Eccellente trovata! In questo modo,

se qualcuno del pubblico fischiasse,

voi potreste gridare: “Bravo Ercole!

Così piccolo, già strozzi la serpe!”;

ch’è il modo di aggraziare una stortura,

anche se pochi han la grazia di farlo.

DON ARMADO -

E il resto degli Illustri, gli altri sei?

OLOFERNE -

Io solo posso interpretarne tre.

TIGNOLA -

Gentiluomo triplicamente illustre!

DON ARMADO -

Posso dirvi una cosa?

OLOFERNE -

Vi ascoltiamo.

DON ARMADO -

Se questo non dovesse accomodarsi,

potremmo ripiegare su una farsa.

Seguitemi, vi prego.

OLOFERNE -

E tu Grullo, che dici? Via([111]), da bravo!

Finora non hai detto una parola.

GRULLO -

Né ne ho capita alcuna, monsignore.

OLOFERNE -

Allons! Qualcosa ti faremo fare.

GRULLO -

Sì, qualche danza, o qualcosa di simile;

o battere il tamburo per gli Illustri,

per far ballare loro il saltarello.([112])

OLOFERNE -

Ma certo, Grullo di nome e di fatto!

Avanti, dunque, tutti a divertirci!

(Escono)

SCENA II - La stessa

Entrano LA PRINCIPESSA, MARIA, CATERINA e ROSALINA

PRINCIPESSA -

Miei dolci cuoricini,

se continua così, qui ci arricchiamo

prima di ritornare casa nostra:

tutta questa abbondanza di regali!

Guardate un po’ che ho ricevuto in dono

dal re mio spasimante: una farfalla

con l’ali tempestate di diamanti.([113])

ROSALINA -

E niente altro, oltre questo, principessa?

PRINCIPESSA -

Nient’altro! Ah, sì, sì, tanto amore in versi

quanto ne può inzeppare un foglio intero,

sulle due facce, coi margini e tutto;

e il nome di Cupido per sigillo.

ROSALINA -

Questo fu sempre il modo, con la cera,

di rendere matura a poco a poco,

la sua deità, ch’è rimasta fanciulla

per cinquemila anni.([114])

CATERINA -

È un bel furbastro,

ragazzaccio da forca, traditore.

ROSALINA -

Tra lui e te mai ci sarà amicizia:

lui t’ha trafitto a morte tua sorella.

CATERINA -

Infatti: me la rese malinconica,

triste, infelice, fino a che si spense.

Fosse stata leggera come te,

di spirito sì allegro e spensierato,

certamente sarebbe morta nonna:

giacché, come si dice, a cuor leggero

lunga vita, ed è quel che tocca a te.

ROSALINA -

Non c’è forse, in codesto tuo “leggero”,

micetta mia, qualche oscura allusione?

CATERINA -

Chiara natura in oscura beltà.

ROSALINA -

E di chiarezza, infatti, c’è bisogno

per intendere quello che vuoi dire.

CATERINA -

Già, ma tu fai oscuro quel che è chiaro,

se continui nel tuo smoccolare:([115])

ed io finisco l’argomento al buio.

ROSALINA -

Ma non devi vedere quel che dici;

devi guardar piuttosto a quel che fai,

perché tu quello lo fai tutto al buio.

CATERINA -

Tu invece no, perché sei leggerina.

ROSALINA -

Certo, il mio peso non è come il tuo;

perciò ti sembrerò così leggera.([116])

CATERINA -

Ecco, l’hai detto: tu non mi dai peso;

questo perché di me tu non ti curi.([117])

ROSALINA -

E con ragione, ché ogni cura è vana

laddove ogni rimedio appare vano.

PRINCIPESSA -

Vi siete ben beccate, tutte e due:

un torneo di battute ben giocato.

Ma Rosalina, qualche regalino

l’hai avuto anche tu. Da chi? Che cosa?

ROSALINA -

Vi dirò: fosse stata la mia faccia

almeno bella come quella vostra,

sarebbe stato anche il mio regalo

così bello: invece ecco, guardate.

(Mostra un anello)

L’ho avuto da Biron, e lo ringrazio,

e anche con dei versi d’accompagno.

I versi sono di buona fattura,

e se fossi anch’io fatta come loro

sarei la dea più bella della terra.

Mi paragona a ventimila belle.

Ha fatto il mio ritratto, in questo foglio.

PRINCIPESSA -

Ed è rassomigliante, in qualche modo?

ROSALINA -

Sì, molto, nelle lettere e nel nome;

per nulla nelle lodi che mi fa.

PRINCIPESSA -

Bella come l’inchiostro…

Mi pare questa la sua conclusione.

CATERINA -

Bella come una “B” scritta in maiuscolo

in un quaderno di calligrafia.

ROSALINA -

Ehi, piano con le penne e coi pennelli!

In debito con te, io non ci resto,

mia rossa lettera domenicale,

mia lettera dorata!

Che peccato, però, che la tua faccia

rigurgiti di rotondetti “O”!([118])

PRINCIPESSA -

Adesso basta con codesti scherzi!

Ho in odio tutte le cattive lingue.

Piuttosto, Caterina, dimmi un po’:

che t’ha mandato in dono il bel Dumain?

CATERINA -

Questo guanto.

PRINCIPESSA -

Uno solo?

CATERINA -

Due, signora;

e in più qualche migliaio di versetti

da fedele amatore: un’accozzaglia

di parole puzzanti ipocrisia,

mal compilate, estremamente sciocche.

MARIA -

E Longueville a me ha mandato questa,

(Mostra un foglio contenente dei versi)

con queste perle; ma la poesia

è almeno mezzo miglio troppo lunga.

PRINCIPESSA -

Lo credo bene. Avresti preferito,

in cuor tuo, una lettera più corta,

e una collana di perle più lunga.

MARIA -

Certo; potessero queste mie mani

restar congiunte e non più separarsi!

PRINCIPESSA -

Siamo tutte ragazze giudiziose,

non c’è che dire, a riuscir così

a burlarci dei nostri spasimanti.

ROSALINA -

E tanto più senza giudizio loro,

per comprarsi così a caro prezzo

le nostre beffe. Ma io quel Biron

lo voglio sottoporre alla tortura,

prima di ripartire!

Oh, se solo potessi essere certa

d’averlo catturato nella pania!

Come vorrei costringerlo a blandirmi,

ad implorarmi, a supplicarmi ai piedi,

alla ricerca del momento buono,

osservando con impazienza l’ora;

a sperperare il suo prodigo ingegno

nell’esercizio d’inutili rime;

ad ubbidire al minimo mio cenno;

ad essere fiero d’aver reso me

fiera di lui, che invece me la rido!

Insomma, vorrei tanto dominarlo,

come chi ha in mano la carta vincente,([119])

al punto da ridurlo il mio giullare

ed io la sua fatale distruzione.

PRINCIPESSA -

Nessun uomo che resti intrappolato

lo sarà con maggiore sicurezza

di un uomo savio che diventa folle;

la follia germinata da saviezza

ha per sé, come valido garante,

il fascino d’un intelletto vivo

a dar grazia ad un pazzo addottrinato.

ROSALINA -

Il sangue giovane, nel suo fervore,

non si sfrena, di solito, ad eccessi

come quello della più grave età,

che volge normalmente alla libidine.

MARIA -

La follia non ha tinte così forti

negli altri matti, come l’ha nel saggio

quando in esso vacilla l’intelletto;

giacché questi s’adopra a dimostrare

con tutti i mezzi dell’intelligenza

che c’è del merito nell’idiozia.

Entra BOYET

PRINCIPESSA -

Ecco Boyet che torna,

ed ha stampata in volto l’allegria.

BOYET -

Ah, che risate! Da crepar dal ridere!

Dov’è Sua Grazia?

PRINCIPESSA -

Che nuove Boyet?

BOYET -

Preparatevi, dico, preparatevi,

signora; e voi, ragazze, all’armi, all’armi!

Qui s’apprestano paurosi assalti

contro la vostra pace! Avanza Amore,

travestito ed armato di argomenti.

È un vero e proprio attacco di sorpresa.

Fate appello ai migliori vostri spiriti,

e ponetevi salde alla difesa;

o, da codarde, nascondete il capo,

e tagliate la corda.

PRINCIPESSA -

Santo Dionigi contro San Cupido!([120])

E chi sarebbero questi nemici

che tengono puntate su di noi

le cariche del loro favellare?

Su, parla, parla, nostro esploratore!

BOYET -

Pensavo di poter chiudere gli occhi

a un sonnellino, per una mezz’ora,

al fresco d’un ombroso sicomoro,

quand’ecco, ad interromper d’improvviso,

il progettato mio bel pisolino

vedo venir verso quel sito ombroso

il re in persona, con i suoi compagni.

Mi nascondo, furtivo, in un cespuglio,

lì presso, ed odo quello che ora udrete:

e cioè che fra poco li vedrete

arrivare qui tutti, mascherati.

Loro araldo sarà un grazioso paggio,

un bricconcello, che ha imparato a mente

il discorsetto che vi deve fare.

Gli hanno insegnato là, seduta stante,

gesti e toni: “dirai così e così,

atteggerai così e così il tuo corpo”.

Ma poi, di tanto in tanto, all’improvviso

veniva loro il dubbio

che la vostra presenza, principessa,

lo avrebbe forse messo in soggezione:

“Perché - gli dice il re - vedrai un angelo,

ma tu non devi metterti paura,

e parla arditamente”. Ed il ragazzo:

“Un angelo non può esser cattivo;

fosse un diavolo, sì che avrei paura”.

Al che là tutti a ridere,

e a dargli grandi pacche sulle spalle,

e a render, con gli elogi, ancor più ardito

il già fin troppo ardito furfantello.

Ed un di loro si grattava i gomiti…

così, e sghignazzava a più non posso,

giurando di non aver mai sentito

un discorsetto così saporito.

Un altro ancora, schioccando le dita,

gridava: “Via([121]), che questo s’ha da fare,

avvenga quel che vuole!”

Il terzo saltellava ed esclamava

continuamente: “Tutto a meraviglia!”

Il quarto piroettò sui tacchi e cadde.

Dopo di che li vedo ruzzolare

a terra tutti, e con tali risate,

che in quel loro furore ridanciano,

quasi a frenare la loro follia,

vedo spuntare le solenni lacrime

prodotte dallo spasimo del riso.

PRINCIPESSA -

Come! Come! Verranno a visitarci?

BOYET -

Verranno, oh, se verranno! E travestiti

da moscoviti o russi, come credo.

Il lor proponimento è: conversare

con tutte voi, corteggiarvi, danzare,

e dichiarar ciascuno il proprio amore

alla sua prediletta tra voi quattro,

che ognun di loro potrà riconoscere

dal regalo che già le ha fatto avere.

PRINCIPESSA -

Ah, è questo che vogliono? Benissimo!

Li serviremo noi, i bellimbusti.

Perché, mie dame, ciascuna di noi

si presenterà loro mascherata,

e a nessuno dovrà esser concesso,

per quanto possa chiedere e implorare,

di vedere la faccia di nessuna.

Tu, Rosalina, porterai addosso

questo dono inviatomi dal re,

sicché questi, credendo che sia tu

la sua bella, farà la corte a te:

tienilo, cara, e dammi in cambio il tuo,

così che quel Biron, alla sua volta,

abbia a scambiare me per Rosalina.

Ed anche voi scambiatevi i regali,

sì che, ingannati da codesti scambi,

i rispettivi vostri spasimanti

abbiano a corteggiar l’una per l’altra.

ROSALINA -

Su, mettete i regali bene in vista.

CATERINA -

Ma quale effetto vorreste ottenere,

principessa, con tutti questi scambi?

PRINCIPESSA -

Un solo effetto: contrastare il loro.

Essi fan questo solo per beffarci:

ed io vo’ contrapporre beffa a beffa.

Ciascun di loro svelerà il segreto

del proprio cuore a una bella “sbagliata”;

sì che quando, alla prossima occasione,

li incontreremo, ma a viso scoperto,

come ci toccherà di fare ancora,

per parlare con loro e salutarli,

resteranno di nuovo beffeggiati.

ROSALINA -

Ma dobbiamo ballare, se c’invitano?

PRINCIPESSA -

No, nessuna dovrà muovere piede

manco a morire! Sarà questo il modo

per dimostrar quanto poco gradite

ci sian le lor stilate tiritere;

anzi, mentr’essi le declameranno,

ciascuna volgerà loro le spalle.

BOYET -

Già, sicché questo gesto di disprezzo

colpirà dritto al cuore il declamante,

e gli farà dimenticar la parte.

PRINCIPESSA -

Questo è precisamente ciò che voglio;

e son certa che, fatto fuori il primo,

gli altri non oseranno farsi avanti.

Non c’è beffa più allegra e divertente

che beffare chi viene per beffarci:

noi dobbiamo far nostra quella loro,

conservando la nostra per noi sole;

così saremo noi a farci beffa

della lor beffa, ed essi, beffeggiati,

dovranno ritirarsi con vergogna.

(Tromba all’interno)

BOYET -

Presto! È la loro tromba. Mascheratevi.

Stanno per arrivare i mascherati.

(La Principessa e le donne si mettono le maschere)

Entrano dei danzatori mori, con musica; poi TIGNOLA, in veste di prologo, col discorso scritto in mano; poi il RE, BIRON, DUMAIN e LONGUEVILLE travestiti da russi

TIGNOLA -

(Declamando)

“Salute alle beltà

“più ricche della terra!”

BOYET -

Non ricche che d’un ricco taffetà.([122])

TIGNOLA -

“Un celestiale sciame

“delle più belle dame…

(Le signore gli voltano le spalle)

“… ch’abbiano mai voltato

“il loro deretano

“ad uno sguardo umano”.

BIRON -

“I lor occhi”, gaglioffo, “i loro occhi!”

TIGNOLA -

“… ch’abbiano mai voltato,

“a uno sguardo mortale

“le luci dei lor occhi.

“Fuori…

BIRON -

Già, appunto, fuori: giustamente!

TIGNOLA -

“… fuori d’ogni misura,

“o celesti creature,

“degnatevi non volgere…

BIRON -

“… una volta di volgere”, imbecille!

TIGNOLA -

“… di volgere una volta

“i vostri occhi di sole…

“i vostri occhi di sole…

BIRON -

Ma quali “occhi di sole”!… Manigoldo!

Non ti risponderanno a questo epiteto.

Faresti meglio a dire “occhi di stelle”.

TIGNOLA -

Ma non mi danno retta… e mi confondo.

BIRON -

È tutta qui la tua bravura?… Via!

Vattene via, gaglioffo! Fuori, fuori!

(Esce Tignola)

ROSALINA -

Che vogliono, Boyet, questi stranieri?

Informatevi un po’ sui loro intenti.

Se san parlare nella nostra lingua

è nostro desiderio che un di loro

esponga breve e chiaro i lor propositi.

Fatevi dire, insomma, cosa vogliono.

BOYET -

(Ai quattro)

Che postulate dalla principessa?

BIRON -

Solo pace e gentil visitazione.

ROSALINA -

Che dicono, che vogliono costoro?

BOYET -

Solo pace e gentil visitazione.

ROSALINA -

Beh, la visitazione l’hanno fatta;

e pertanto invitateli ad andarsene.

BOYET -

La dama dice che l’avete fatta,

e che perciò ve ne potete andare.

RE -

Abbiam contato - ditele - assai miglia,

sperando di poter far quattro salti

con lei su questo prato.

BOYET -

Hanno contato molte miglia - dicono -

sperando di poter fare con voi

qualche passo di danza in questo prato.

ROSALINA -

Ma nemmeno per sogno! Quanti pollici -

chiedete loro - entrano in un miglio?

S’è vero che han contate tante miglia,

sarà facile loro darci in pollici

la misura di un miglio.

BOYET -

(Ai quattro)

La Principessa vuol sapere da voi,

se, come dite, avete misurato

miglia su miglia per venire qui,

quanti pollici stanno dentro un miglio.

BIRON -

Dite alla Principessa che le miglia

le abbiamo misurate non a pollici,

ma a faticosi passi.

BOYET -

L’ha sentito.

ROSALINA -

Ebbene, quanti faticosi passi

avete voi contato in un sol miglio

dei molti e molti che avete percorsi?

BIRON -

Noi, veramente, non teniamo il conto

di ciò che dispensiamo in vostro onore;

così ricca è la nostra devozione,

e così sconfinata, che il donarla

non ci richiede calcoli di sorta.

Degnatevi piuttosto di scoprirci

l’astro radioso dei vostri sembianti,

sì che noi tutti, qui, come selvaggi,

possiamo metterci in adorazione.

ROSALINA -

Il mio astro è una luna, in verità,

e coperta di nuvole, per giunta.

RE -

In tal caso beate quelle nuvole,

perché possono fare quel che fanno.

Degnati allora tu, lucente luna,

e voi, stelle, che a lei fate corona,

le nubi dissipate, di risplendere

tutte insieme sugli umidi occhi nostri.

ROSALINA -

O vano postulante! Chiedi almeno

qualche cosa di più; tu non domandi

che un riflesso di luna sopra l’acqua.

RE -

Sia allora su una misura di danza,

degnati accogliere la variazione.([123])

M’inviti a chiedere; e questa richiesta

non può sembrarti strana come l’altra.

ROSALINA -

Suonate allora musici!… Attaccate!

(Musica)

(Al re)

Ebbene, che aspettate?…

Ah, non ancora?… Allora niente danza!

Ah, io cambio così, come la luna.

RE -

Come mai? Non volete più danzare?

Perché quest’improvviso mutamento?

ROSALINA -

Quando l’avete presa, questa luna,

era piena; ora sta in un’altra fase.

RE -

Ma è pur sempre la Luna, ed io il suo Uomo.([124])

Degnatevi d’accompagnar la musica,

che suona ancora, con qualche figura.

ROSALINA -

L’accompagniamo con le nostre orecchie.

RE -

Ma lo dovreste fare con le gambe.

ROSALINA -

Beh, dal momento che siete stranieri

e siete capitati qui per caso,

non vogliamo far tanto le preziose:

prendiamoci per mano,

ma non con l’intenzione di danzare.

RE -

E allora perché prenderci per mano?

ROSALINA -

Solo per separarci in amicizia.

Fateci un bell’inchino, anime care,

e il vostro conto è bello che saldato.

RE -

Ci dovreste tener però più in conto;

non fate le preziose.

ROSALINA -

A questo prezzo,

non possiamo accordare più di tanto.

RE -

Il prezzo stabilitelo voi stesse:

quanto costa la vostra compagnia?

ROSALINA -

Solo la vostra assenza.

RE -

Questo prezzo

per noi non è possibile pagarlo.

ROSALINA -

E allora non possiamo esser comprate…

E così adieu, una volta a voi, signore,

e due volte alla vostra mascherata.

RE -

Se proprio non volete far due salti,

consentiteci di restare ancora,

a conversare.

ROSALINA -

A tu per tu, noi due?

RE -

E come no! Ne sono felicissimo!

(Si appartano conversando)

BIRON -

(Alla Principessa)

Bella signora dalle mani candide,

una dolce parola, noi due soli…

PRINCIPESSA -

Zucchero, latte e miele: sono tre.

BIRON -

E raddoppiamole con altre tre,

se volete far proprio dello spirito:

idromele, sciroppo di maltosio

e malvasia: un bel getto di dadi!

Mezza dozzina di parole dolci.

PRINCIPESSA -

E la settima è questa: adieu, signore.

Voi barate, con voi non gioco più.

BIRON -

Una sola parola, in segretezza…

PRINCIPESSA -

Però che non sia dolce…

BIRON -

Mi fai venir la bile.

PRINCIPESSA -

“Bile”! Amara.

BIRON -

E perciò si confà alla tua richiesta.

(Si appartano conversando)

DUMAIN -

(A Maria)

Non vorresti degnarti, mascherina,

di scambiare con me qualche parola?

MARIA -

Avanti, ditela.

DUMAIN -

Bella signora…

MARIA -

Ah, così dite? E allora “bel signore”:

a contraccambio di “bella signora”.

DUMAIN -

Qualche altra parolina a tu per tu,

vi prego, bella, e poi vi dirò addio.

(Si appartano conversando)

CATERINA -

Ehi! La maschera vostra non ha lingua?

LONGUEVILLE -

Io so perché mi domandate questo,

signora.

CATERINA -

Ah, sì? Fuori questo perché,

allora, ché mi struggo di conoscerlo.

LONGUEVILLE -

Eccolo: gli è che voi, sotto la maschera,

siete fornita di una doppia lingua,

e vorreste fornirne la metà

a quella mia, che n’è del tutto priva.

CATERINA -

“Veal” dice l’olandese, per “vitello”.

Non è così?

LONGUEVILLE -

Vitello, bella dama!

CATERINA -

No, bel vitello voi, mio bel signore!

LONGUEVILLE -

Ebbene, dividiamolo a metà.

CATERINA -

No, no, vostra metà non sarò mai.

Prendetevelo tutto, e divezzatelo,

che diventi un bel bue, con belle corna.([125])

LONGUEVILLE -

Non v’accorgete che con questi frizzi,

corna qua, corna là,

non fate che incornarvi da voi stessa?

Vorreste proprio darmi delle corna,

mia pudica signora? No, astenetevi.

CATERINA -

E voi cercate di morir vitello,

allora, prima che le vostre crescano.

LONGUEVILLE -

Una parola a tu per tu con voi,

prima ch’io muoia.

CATERINA -

Sì, muggite piano,

però, che può sentirvi il macellaio.

(Si appartano conversando)

BOYET -

Le lingue delle femmine beffarde

sono affilate come l’invisibile

taglientissimo filo del rasoio,

capace di tagliare anche un capello

che nessun occhio saprebbe vedere;

la lor conversazione è sì sensata,

oltre il senso del senso, che i lor frizzi

hanno ali più leggere d’una freccia,

del vento, del pensiero, d’un proiettile,

insomma delle cose più veloci.

ROSALINA -

Ragazze, non una parola in più.

Basta, basta, ragazze!

(Le dame si staccano dai rispettivi corteggiatori)

BIRON -

Eccoci qua, tutti a terra, stecchiti!

E a punture di beffe, senza sangue!

RE -

Ebbene addio, ragazze pazzerelle,

testoline di tanto poco spirito.

PRINCIPESSA -

E venti volte addio a tutti voi,

miei cari raggelati moscoviti!

(Escono il Re, i Signori e i Mori)

E sarebbero questi gli ammirati

mostri d’intelligenza?

BOYET -

Ceri, sono:

e i vostri lievi soffi li hanno spenti.

ROSALINA -

Intelletti di oziosi benestanti:

grassi e grossi, ma più grossi che grassi.([126])

PRINCIPESSA -

Quale regale povertà di spirito

nelle arguzie del re!… Che ne pensate?

non s’andranno a impiccare questa notte?

O non avrà nessuno più la faccia

d’andare in giro, se non mascherato?

E quel Biron, così intraprendente,

che sembrava del tutto sbalestrato!

ROSALINA -

Tutti e quattro ridotti in uno stato

da far pietà. Il re quasi piangeva

nell’invocare una parola buona.

PRINCIPESSA -

E Biron non faceva che giurare

al di là d’ogni umana convenienza.

MARIA -

Dumain diceva d’essere ai miei piedi

con la sua spada. “Non ce n’è bisogno” -

gli faccio; e il mio servente([127]), là, di stucco!

CATERINA -

Quanto a me, Longueville ha dichiarato

che gli stavo sul cuore,

e m’ha chiamata, lo sapete come?

PRINCIPESSA -

Nausea, magari.

CATERINA -

Sì, proprio così.

PRINCIPESSA -

Alla larga da noi certi malanni!

ROSALINA -

Insomma, di cervelli spiritosi

se ne trovan di meglio, certamente,

sotto gli umili berretti di lana.([128])

Ma volete sentir la più piccante?

A me il re ha giurato amore eterno.

PRINCIPESSA -

E a me quell’impetuoso di Biron

ha promesso perenne fedeltà.

CATERINA -

E a me quel Longueville ha dichiarato

d’essere nato solo per servirmi.

MARIA -

E a me Dumain che s’era a me attaccato

com’è attaccata la corteccia all’albero.

BOYET -

Principessa e graziose mie signore,

credete a me: quelli saranno qui

un’altra volta, e nel lor vero aspetto;

giacché non sarà mai che digeriscano

questa atroce, pesante umiliazione.

PRINCIPESSA -

Torneranno?

BOYET -

Dio sa, se torneranno!

E tornando faran salti di gioia,

con tutto che saranno un po’ azzoppati

dai colpi ricevuti, poveretti.

Perciò scambiatevi di nuovo i doni;

e non appena ricompariranno,

schiudetevi come soavi rose

in quest’aria d’estate.

PRINCIPESSA -

Come “schiudetevi”? Come “schiudetevi”?

Parlate in modo da farvi comprendere!

BOYET -

Ecco: le belle dame mascherate

son rose in boccio; ma, tolta la maschera,

e mostrato il lor dolce carnicino

da rosa di Damasco, son degli angeli

cui rispettose s’inchinan le nuvole,

o sono rose in piena fioritura.

PRINCIPESSA -

Santa perplessità! Ma che faremo

se quelli tornano a farci la corte

non mascherati?

ROSALINA -

Mascherati o no,

signora cara, date retta a me:

se volete seguire il mio consiglio,

dobbiamo seguitare a motteggiarli;

ci metteremo a prendere a ridicolo

in faccia a loro, certi bietoloni

che si son presentati poco fa

qui da noi in costumi moscoviti,

infagottati, goffi, ineleganti,

e chiederemo loro che ci dicano

chi mai potessero essere quei tipi,

e a che scopo sarebbero venuti

proprio da noi, nel nostro padiglione,

a offrirci quell’insipido spettacolo,

con quel prologo malamente scritto

e quel ridicolo comportamento.

BOYET -

Signore, ritiratevi!

I bellimbusti sono qui che arrivano.

PRINCIPESSA -

Presto alle nostre tende, via di corsa,

come caprioli in fuga in terra piana!

(Escono la Principessa, Rosalina, Caterina e Maria)

Entrano il RE, BIRON, LONGUEVILLE, DUMAIN, nei loro vestiti abituali

RE -

Che Dio vi salvi, amabile signore.

Dov’è la Principessa?

BOYET -

Alla sua tenda.

Vostra Maestà desidera affidarmi

forse qualche messaggio da recarle?

RE -

Sì, che voglia degnarsi di ricevermi:

avrei da dirle una sola parola.

BOYET -

Senz’altro, monsignore, lo farò;

e lo vorrà anche lei, ne sono certo.

(Esce)

BIRON -

Costui va becchettando l’altrui spirito

come i piccioni i chicchi di granturco,

e poi, quando a Dio piace, lo risputa.

È il rivendugliolo della facezia,

e va spacciando la sua mercanzia

pei mercati, alle veglie, alle riunioni,

alle sagre e alle fiere di paese;

e noi, che siam grossisti della vendita,

non possediamo, invece, Dio lo sa,

il dono d’aggraziar la nostra merce

con eguale vetrina di parole.

Un trappolone così, le ragazze

se le appunta di spillo sulla manica.

Se fosse stato nei panni d’Adamo,

sarebbe stato lui a tentar Eva.

Eppoi sa l’arte di trinciare un pollo,

e di parlare con affettazione,

e, manco a dirlo, di lanciare baci

al soffio, sulla punta delle dita.

È la scimmia della formalità,

sua signoria Belgarbo,

che quando siede al tavolo da gioco

sa borbottar qualcosa contro i dadi,

con frasi dignitose ed eleganti;

e sa cantare assai baritonale;

e nella parte di cerimoniere,

provi qualcuno a far meglio di lui.

Le signore lo chiamano “Dolcezza”,

e perfino le scale, quando sale,

sembra che vogliano baciargli i piedi.

È come un fiore, che sorride a tutti,

a mostrar la sua dentatura bianca,

come osso di balena; e le coscienze

per non morire in debito con lui,

lo ripagano, come per tributo,

chiamandolo “Boyet-lingua-di-miele”.

RE -

Gli venga un cànchero, con tutto il cuore,

a quella dolce lingua! È stato lui

a far impappinare, poco fa,

il paggetto del cavalier Armado.

Rientra la PRINCIPESSA, con BOYET; poi ROSALINA CATERINA, MARIA e seguito

BIRON -

(Tra sé)

Eccolo ancora tra i piedi… Oh, sussiego,

che cos’eri mai tu, prima che al mondo

costui venisse a rivelar chi sei!

E a che cosa, con lui, ti sei ridotto!

RE -

Dolce signora, tutte le mie “salve”,

e con l’augurio di un giorno sereno.

PRINCIPESSA -

Giorno sereno, ma con tanta “grandine”,([129])

tutt’altro che sereno, a mio giudizio.

RE -

Non mi fraintendete, se potete.

PRINCIPESSA -

E voi ditelo meglio, il vostro augurio;

ve ne darò licenza.

RE -

Principessa,

siam qui venuti per rendervi omaggio,

e col proposito di prelevarvi

da questo luogo e accompagnarvi a corte.

Degnatevi di darci il vostro assenso.

PRINCIPESSA -

Io resto ferma su questa radura,

e voi restate fermo al vostro voto:

né Dio né io amiamo gli spergiuri.

RE -

Non fatemi rimprovero, signora,

per una cosa da voi provocata;

ché a volere ch’io rompa il giuramento

è solo la virtù degli occhi vostri.

PRINCIPESSA -

Alla virtù voi date un falso nome:

“vizio” avreste dovuto nominarlo;

non fu mai compito della virtù

mandare in pezzi la fede degli uomini.

Ma in nome del mio onore virginale,

intatto e puro ancora come un giglio,

vi dico che mi sentirei disposta

a sopportare un mondo di tormenti

piuttosto che accettare d’esser ospite

in casa vostra, tanto mi ripugna

d’esser causa del vostro venir meno

a sacri giuramenti, pronunciati

con tanta religiosa convinzione.

RE -

Oh, voi siete vissute qui, finora,

in una desolata solitudine,

trascurate, neglette, inosservate,

a nostra gran vergogna.

PRINCIPESSA -

Niente affatto!

Abbiamo invece avuto da svagarci

e divertirci assai piacevolmente;

figuratevi, ancora poco fa

abbiamo avuto qui la compagnia

d’una amena combriccola di russi.

RE -

Russi, signora?

PRINCIPESSA -

Russi, sì, signore.

Gente galante, molto ben vestita,

fiori di cortesia e distinzione.

ROSALINA -

Signora, dite al re la verità.

Non è così, maestà: la principessa,

in nome della buona educazione,

v’ha fatto delle lodi immeritate

di quella gente. In realtà noi quattro

ci siam trovati di fronte, d’un tratto,

quattro figuri vestiti da russi;

si sono trattenuti qui un’oretta,

a cianciare con noi per tutto il tempo,

senza farci la grazia, monsignore,

d’una sola parola un po’ gradevole.

Non oso dir che fosser dei babbei;

ma penso, santo Dio, ch’anche i babbei

quand’hanno sete bevon volentieri.

BIRON -

Quest’arguzia mi pare alquanto magra.

Bellezza mia gentile, è il vostro spirito

che vi fa parer sciocco ciò che è saggio.

Quando con l’occhio nostro, anche il più aguzzo,

fissiamo l’occhio infuocato del cielo

accade che quell’eccessiva luce

ci fa perder la nostra; e così voi,

la cui sagacia è di tale natura

che, nella sua riserva di saggezza,

le cose sagge sembrano sciocchezze,

e quelle ricche, misere e meschine.

ROSALINA -

Ciò vi dimostra quindi saggio e ricco,

perché al mio occhio…

BIRON -

… io sarei uno sciocco,

e immensamente povero di spirito.

ROSALINA -

Non fosse che nel definirvi tale

voi mi strappate dalla bocca epiteti

che son di vostra chiara pertinenza,

sareste stato davvero scortese

a chiudermi la bocca in questo modo.

BIRON -

Oh, signora, di pertinenza vostra

io son tutto, con tutto quel che ho..

ROSALINA -

Tutto? Un matto così, tutto per me?

BIRON -

Tutto. Men di così non posso darvi.

ROSALINA -

Dite un po’: che cos’era quella maschera

che portavate al viso poco fa?

BIRON -

Maschera?… Dove! Quando! Quale maschera?

Perché questa domanda?

ROSALINA -

Dico bene:

la maschera che portavate al viso

poc’anzi; quell’inutile coperchio

che nascondeva una faccia più brutta

e ne mostrava fuori una più bella.

RE -

(Piano agli altri)

Siamo scoperti!… Adesso stiamo freschi:

queste qui ci motteggeranno a morte.

DUMAIN -

A questo punto è meglio confessare

e volgerla allo scherzo…

PRINCIPESSA -

(Al Re)

Sbalordito?

Perché così turbato, Vostra Altezza?

ROSALINA -

(Indicando Biron)

Aiuto, sorreggetegli la fronte!

Questo vien meno! Perché così pallido?

Non sarà mica un po’ di mal di mare

di marca moscovita?…

BIRON -

Son le stelle che fan piover sul capo

degli uomini spergiuri i lor castighi.

Quale faccia di bronzo

potrebbe stare a fingere più a lungo?…

Eccomi, dunque, son qua, signora:

scagliami addosso pur tutti gli strali

della faretra della tua destrezza,

fa’ di me strame con il tuo disprezzo,

confondimi con tutto il tuo sarcasmo

trafiggi la mia crassa maldestrezza

con l’affilata punta del tuo spirito,

fammi a pezzi con la tagliente lama

della tua irrisione, ed io, meschino,

non verrò più da te, russo-vestito,

a chiederti una danza,

o ad offrirti i miei umili servigi.

Oh, ch’io non abbia mai più, finché viva,

ad affidarmi alla parola scritta

e balbettata da uno scolaretto!

Né a presentarmi alla mia donna amata

in maschera, né a corteggiarla in rima

come un arpista cieco,

con frasi di frusciante taffetà,

e preziosi vocaboli di seta,

iperboli tirate a triplo pelo,

ricercati arabeschi dell’eloquio,

pedanteschi, stucchevoli traslati…

Questo sciame di moscerini estivi

m’ha riempito, enfiato tutto il corpo

di brufoli di vana ostentazione.

Io qui, signora, li rinnego tutti.

E dichiaro, su questo guanto candido

(Prende la mano inguantata di Rosalina)

(e Dio sa quanto candida è la mano

ch’esso ricopre), che da oggi in poi

il corteggiare mio s’esprimerà

soltanto con dei “Sì” di tela ruvida,

oppur con dei “No” di lana grezza.([130])

E, ragazza, tanto per cominciare

- e Dio m’aiuti se non parlo schietto -

il mio amore per te non fa una grinza,

è senza crepe e senza incrinature.

ROSALINA -

E senza troppi “senza”, per favore!

BIRON -

Mi resta ancora qualche rimasuglio

degli artifici dell’antico ardore.

Ne sono ancora affetto, perdonatemi:

ma pian piano me ne libererò.

Attenzione, però: su questi tre

dovete metter tanto di cartello

con su scritto: “Pietà di noi, Signore!”;

perché son tutti e tre contaminati.

Nei lor cuori s’annida la magagna,

se la sono attaccata dai vostri occhi.

Ma se questi signori sono infetti,

nemmeno voi siete rimasta libera

dal morbo, perché vedo su di voi

i segni del Signore.([131])

PRINCIPESSA -

No, son liberi([132])

quelli che ci hanno dato questi pegni.([133])

BIRON -

I nostri beni son sotto sequestro;

non cercate di rovinarci peggio.

PRINCIPESSA -

Impossibile: come può succedere

che siate sequestrati

e nel contempo attori nel giudizio?([134])

BIRON -

(A Rosalina)

Insomma, basta! Basta! Con voialtre

non voglio aver più nulla da spartire.

ROSALINA -

E così io con voi, statene certo,

se mi lasciano fare a modo mio.

BIRON -

Parlate per voi stessa. Io sono a terra.

RE -

(Alla Principessa)

Indicateci voi, dolce signora,

qualche riparazione onesta e degna

a questo nostro grossolano errore.

PRINCIPESSA -

Più degno e onesto è sempre il confessare:

non eravate voi, qui, poco fa,

travestito da russo?

RE -

Sì, signora.

PRINCIPESSA -

Ed eravate in voi, nel far così?

RE -

Sì, gentile signora.

PRINCIPESSA -

E stando qui,

si può sapere che bisbigliavate

così all’orecchio della vostra dama?

RE -

Che la stimavo sopra tutto il mondo.

PRINCIPESSA -

Già, per negarlo poi apertamente

dopo ch’ella ci avesse ben creduto!

RE -

Ah, questo no, lo giuro sul mio onore!

PRINCIPESSA -

Piano, piano, con questi giuramenti!

Dal momento che avete infranto il primo,

non vi farà fatica esser spergiuro.

RE -

Copritemi d’eterno vituperio,

se mai dovessi venir meno a questo.

PRINCIPESSA -

Certo che lo farò! Perciò osservatelo.

Rosalina, che cosa ti diceva

quel russo sussurrandoti all’orecchio?

ROSALINA -

Mi giurava che mi teneva cara

come la vista preziosa degli occhi;

che mi stimava più di tutto al mondo,

e per di più aggiungeva un “aut-aut”:

o m’avrebbe ottenuta per sua moglie,

oppur per amor mio sarebbe morto.

PRINCIPESSA -

Che Dio te ne dia gioia, Rosalina!

(Indicando il Re)

Questo nobil signore sono certa

che vorrà mantener la sua parola.

RE -

Che dite mai, signora?

In fede mia, un tale giuramento,

a questa dama io non l’ho mai fatto.

ROSALINA -

L’avete fatto, eccome!

Ed a conferma ecco qua il gioiello

che m’avete mandato come pegno.

(Mostra il dono ricevuto dalla Principessa)

Tenetevelo pure; ve lo rendo.

RE -

Ma non è a voi che avevo inteso offrirlo

questo dono, bensì alla principessa

in pegno della fede del mio cuore;

e grazie ad esso l’ho riconosciuta,

perché se lo portava sulla manica.

PRINCIPESSA -

Perdonate, signore, ma era lei

quella che aveva indosso quel gioiello.

Il mio adoratore - e lo ringrazio -

era monsieur Biron. Monsieur Biron,

che dite, preferite avere me

o questa vostra perla?

BIRON -

Nessuna delle due. Rinuncio a entrambe.

Ora vedo l’imbroglio in tutto questo:

esse han saputo prima il nostro gioco

e si sono accordate per guastarcelo,

come in una commedia di Natale.

Qualche spione, qualche leccapiedi,

qualche insignificante trappolone,([135])

qualche scodinzolante parassita

che s’è scavata la faccia di rughe

a forza di sorridere melluso

per anni ed anni, e che conosce l’arte

di strappare il sorriso a madamina

quando ella si dimostra ben disposta,

ha rivelato loro i nostri piani;

scoperti i quali, le nostre signore

si son scambiati i doni ricevuti,

e così noi, seguendo quella traccia

per corteggiarle, abbiamo corteggiato

in ciascuna di loro quella traccia.

Sicché ora, aggiungendo nuovo errore

alla nostra doppiezza di spergiuri,

ci ritroviamo ad esserlo di nuovo:

la prima volta volontariamente,

e la seconda, adesso, per errore.

Non può essere andata che così.

(A Boyet)

Per caso, non sarete stato voi,

a scoprire e svelare il nostro gioco,

per sbugiardarci? Non siete voi l’uomo

che conosce al millesimo([136]) di pollice

la lunghezza del piede di madama,

e sa come sorriderle sugli occhi,

e come collocarsi alle sue spalle,

tra lei e il fuoco del suo caminetto,

reggendole un tagliere,

e scherzare con lei piacevolmente?

Foste voi a far sì che il nostro paggio

s’impappinasse. Seguitate pure.

A voi tutto è permesso.

E quando morirete, a vostro comodo,

avrete per sudario una gonnella.

Ah, mi guardate sbieco?… Eh, che occhiataccia!

Ferisce come una spada di latta.([137])

BOYET -

Con quanto brio, questo nostro campione

ha percorso al galoppo questa pista!

BIRON -

(Tra sé)

Questo adesso m’infilza!…

(Forte)

Beh, ho finito.

Entra ZUCCA

Oh, benvenuta, genuina arguzia!

Arrivi giusto giusto

ad interrompere un bel duello!

ZUCCA -

Oh, Dio, signore, quei tre là di fuori

vorrebbero sapere se i tre illustri

debbono entrare o no.

BIRON -

Come, “quei tre”! Non ce ne son di più?

ZUCCA -

No, signore; ma va bene lo stesso,

perché ciascuno ne impersona tre.

BIRON -

E tre per tre fa nove.

ZUCCA -

No, signore,

non è così, signore; salvo errore,

io spero proprio che non sia così.

È inutile, signore, che insistete;([138])

io posso assicurarvelo, signore;

sappiamo bene quello che sappiamo;

e spero bene che tre volte tre…

BIRON -

Non faccia nove.

ZUCCA -

Salvo correzione,

signore, noi sappiamo quanto fa.

BIRON -

Per Giove! Ed io che ho sempre ritenuto

che tre per tre facesse nove!

ZUCCA -

Oh, Dio!

Sarebbe veramente una disgrazia,

per voi, signore, se foste costretto

a guadagnarvi la vita coi numeri.

BIRON -

Insomma, mi vuoi dire quanto fa?

ZUCCA -

Dio mio! Ve lo diranno, monsignore,

le parti stesse, gli attori in persona;

riguardo alla mia parte,

io dovrò impersonare, come han detto,

un uomo illustre in un povero diavolo:

“Pomponio”([139]) il Grande, pensate, signore!

BIRON -

Sicché anche tu faresti un uomo illustre?

ZUCCA -

Si son degnati di credermi degno

di far la parte di Pompeo il Grande;

chi fosse quell’illustre non lo so,

ma devo starci io al posto suo.

BIRON -

Torna da loro e di’ che si preparino.

ZUCCA -

E ce la caveremo molto bene,

signore; ce la metteremo tutta.

(Esce)

RE -

Biron, ci copriranno di ridicolo.

Fate che non s’accostino nemmeno.

BIRON -

A prova di ridicolo già siamo,

signore; ed è comunque buona tattica

dar loro uno spettacolo peggiore

di quello offerto poco fa dal re,

con la sua compagnia di moscoviti.

RE -

Insisto: quelli non debbono entrare!

PRINCIPESSA -

Via, via, mio buon signore, questa volta

lasciate a me la cura di guidarvi.

Il gioco che riesce più piacevole

è quello di cui meno si conosce

come si svolge; dove il troppo zelo

s’affanna a farlo riuscir nel meglio,([140])

finisce di distruggere in se stesso

tutto ciò che intendeva presentare.

Quando le grandi cose

che sono partorite con fatica([141])

periscono sul nascere,

la forzatura della loro forma

produce un senso di comicità.

BIRON -

Perfetta descrizione

del nostro divertirci, monsignore.

Entra DON ARMADO

DON ARMADO -

(Al re)

O Unto del Signore,

io t’imploro affinché tu voglia spendere

quel tanto del regal tuo dolce fiato

che valga ad esalare due parole.

(Consegna una lettera al re e si apparta con lui)

PRINCIPESSA -

(A Biron, indicando Armado)

Che uomo è quello? È creatura di Dio?

BIRON -

Perché me lo chiedete, principessa?

PRINCIPESSA -

Non parla come una creatura umana.

DON ARMADO -

La cosa non importa più di tanto,

mio soave, mielato e bel monarca,

ma il maestro Oloferne, lo asserisco,

è fantasioso al di là d’ogni limite:

troppo vano, sì, troppo, troppo vano;

ma noi, come si dice, ci affidiamo

in mano alla “fortuna della guerra”.([142])

La pace della mente sia con voi,

regalissimo, augusto accoppiamento!

(Esce)

RE -

Qui si preannuncia dunque una sfilata

d’illustri personaggi della storia.

Lui fa la parte d’Ettore di Troia;

Zucca, il bifolco fa Pompeo il Grande;

Don Nataniele, il parroco, Alessandro;

il paggetto di Armado farà Ercole;

il pedagogo, Giuda Maccabeo.

E poi, se questi primi quattro Illustri

avran successo nella loro parte,

ciascun di loro cambierà costume

ed interpreteranno gli altri cinque.

BIRON -

Ma son già cinque nella prima parte.

RE -

V’ingannate, son quattro.

BIRON -

(Contando)

Il pedagogo,

il gradasso, il curato di campagna,

lo scemo ed il paggetto: son cinque.

Salvo che al gioco a dadi “cinquenove”,([143])

non c’è al mondo chi può mettere insieme

cinque tipi diversi come questi,

ciascuno con le sue caratteristiche.

Ma zitti, adesso. Il vascello è alla vela,

e avanza a tutto vento da questa parte.

Entra ZUCCA, armato, nella parte di Pompeo

ZUCCA -

“Pompeo io sono…”.

BIRON -

Menti! Non sei lui!

ZUCCA -

“Pompeo io sono…”.

BOYET -

E porto sul ginocchio

la testa d’un leopardo.

BIRON -

Buona questa,

vecchio motteggiatore! Buona, buona!

Dovrò per forza diventarvi amico.

ZUCCA -

“Pompeo io sono, Pompeo detto il Grosso…”.

DUMAIN -

“Il Grande…”.

ZUCCA -

Ah sì, è il Grande, monsignore!

“Io, Pompeo, Grande soprannominato,

“che, targa e scudo in braccio, da soldato,

“feci l’oste sudare e sanguinare,

“e, veleggiando lungo questo mare,

“qui per caso son giunto, come un nembo,

“delle mie armi a conquistar la mancia

“sul virginale grembo

“di questa dolce fanciulla di Francia”.

Se vostra signoria volesse dire:

“Grazie, Pompeo!”, io avrei finito.

PRINCIPESSA -

E grandi grazie a te, grande Pompeo!

ZUCCA -

Non meritavo tanto,

ma spero d'aver detto tutto bene,

solo quel piccolo errore sul “Grande”.

BIRON -

Il mio cappello contro mezzo penny

che Pompeo è il migliore degli Illustri.

Entra DON NATANIELE, nella parte di Alessandro

NATANIELE -

“Quando su questo mondo ero vivente,

“ero di questa terra il più potente;

“da oriente ad occidente,

“da mezzogiorno fino a settentrione,

“io sottomisi tutte le corone.

“Ed il mio scudo m’è qui testimone

“ch’io d’Alessandro il Grande porto il nome…”

BOYET -

No, il tuo naso lo nega: non lo sei;

ché se ne viene fuori troppo dritto.

BIRON -

Già, quel naso traspira proprio “no”,

cavaliere dal fiuto sopraffino.([144])

PRINCIPESSA -

Il gran conquistatore è sconcertato…

Su, da bravo, Alessandro, andate avanti…

NATANIELE -

“Quando su questo mondo ero spirante,

“ero del mondo intero il comandante…”

BOYET -

Verissimo, verissimo, Alessandro!

Eri proprio così!

BIRON -

(A Zucca)

Pompeo il Grande!

ZUCCA -

Zucca per voi, signore, per servirvi.

BIRON -

Portalo via di qua, questo Alessandro,

portati via questo conquistatore.

ZUCCA -

(A Don Nataniele)

Eh, no, signore, voi Alessandro

conquistatore l’avete distrutto!

La vostra immagine sarà perciò

grattata via dal quadro; ed il leone

che vi regge una scure da battaglia

su una seggetta, sarà dato a Caco.([145])

Così l’ultimo Illustre sarà lui.

Che vergogna! Un gran conquistatore

che si mette paura di parlare!

Ritirati e vergognati, Alisandro.

(Don Nataniele si ritira)

Quello, non vi dispiaccia, miei signori,

è gran brav’uomo: un uomo mite, onesto,

vedete, che si perde facilmente.

È un vicino davvero straordinario,

e molto bravo al gioco delle bocce;

ma per fare Alessandro, avete visto,

è una parte per cui non è tagliato.

Ecco però che arrivano altri illustri,

che diranno la loro in altro modo.

PRINCIPESSA -

E tu, Pompeo, da bravo, sta’ da parte.

Entrano OLOFERNE, nella parte di Giuda Maccabeo, e TIGNOLA nella parte di Ercole

OLOFERNE -

“Il grand’Ercole qui vi è presentato,

“da questo demonietto,

“che Cerbero abbatté triteste-canus,

“e che, ancora in fasce, pargoletto,

“strangolò i serpi con la propria manus.

“Quoniam qui appar che ancora non parlò,

“io quest’apologia ergo vi fo.

(A Tignola)

Assumi una cert’aria di sussiego

nell’uscire, e non farti più vedere.

(Tignola si ritira)

“Giuda son io…”.

DUMAIN -

E che, c’è pure un Juda?

OLOFERNE -

Sì, ma non l’Iscariota, signoria.

“Giuda son io, nomato Maccabeo…”.

DUMAIN -

Un Giuda ritagliato([146]) a Maccabeo,

ma sempre Giuda è.

BIRON -

Sarebbe a dire

uno che ti tradisce con un bacio.

E come mai sei diventato Giuda?

OLOFERNE -

“Giuda son io…”.

DUMAIN -

A tua maggior vergogna!

OLOFERNE -

Che intende dire Vostra Signoria?

BOYET -

Che Giuda deve andare ad impiccarsi.

OLOFERNE -

Dopo di voi, voi siete più maturo.([147])

BIRON -

Ben risposto, perbacco! Perché Giuda

s’impiccò veramente ad un sambuco.

OLOFERNE -

La testa a me non la farete perdere.

BIRON -

Infatti tu la testa non ce l’hai.

OLOFERNE -

Questa che è?

BOYET -

La testa d’una cetra.

DUMAIN -

Oppure la capocchia d’uno spillo.

BIRON -

Una testa di morto su un anello.

LONGUEVILLE -

Un ceffo, appena appena distinguibile

sopra un’antica moneta romana.

BOYET -

Il pomo della sciabola di Cesare.

DUMAIN -

La testa d’osso d’un tappo di fiasca.

BOYET -

San Giorgio di profilo su un fermaglio.

DUMAIN -

Sì, un fermaglio di piombo.

BIRON -

Appuntato sul capo a un cavadenti.

Ora va’ pure avanti, ché la testa

te l’abbiamo rimessa a posto noi.

OLOFERNE -

No, no: voi me l’avete fatta perdere.

BIRON -

Bugiardo! Te ne abbiamo date tante.

OLOFERNE -

Le vostre son più toste della mia.

BIRON -

Anche se tu un leone fossi stato,

così t’avremmo egualmente trattato.

BOYET -

Ma poiché è un asino, lasciamo perdere.

E così addio, caro il nostro Giuda…

Che fai? Non te ne vai?

BIRON -

Aspetta la finale del suo nome.

Aspetta l’“asino” in aggiunta al “Giuda”.

Toh, Maccabeo Giud-asino!([148]) Ora vattene.

OLOFERNE -

Tutto ciò non è affatto generoso,

né signorile, né caritatevole.

BOYET -

Una lampada per Monsieur Giud-asino!

Si fa buio, e potrebbe inciampicare.

(Oloferne si ritira)

PRINCIPESSA -

Ahimè, povero Giuda Maccabeo!

L’avete rovinato, fatto a pezzi.

Entra DON ARMADO nella parte di Ettore

BIRON -

Va’ a nasconderti, Achille,

che sta arrivando qui Ettore in armi.

DUMAIN -

A costo di sentire i miei motteggi

ricadermi sul capo ad uno ad uno,

ora mi voglio proprio divertire.

RE -

Appetto a questo, Ettore di Troia

era proprio uno straccio di troiano.

BOYET -

Ettore dovrebb’essere costui?

Non credo fosse così corpacciuto.

LONGUEVILLE -

I suoi polpacci sono troppo grossi

per esser Ettore.

DUMAIN -

Più polpa, certo.

BIRON -

No, ma è fornito meglio quanto a gambe.

BOYET -

Ettore non può essere così.

DUMAIN -

È un dio od un pittore, questo qui,

perché di facce ne sa fare tante.

DON ARMADO -

“L’armipossente Marte,

“delle lance signore,

“diede ad Ettore in dono…”.

DUMAIN -

Una noce moscata.

BIRON -

No, un limone.

LONGUEVILLE -

Guarnito di chiodini di garofano.

DUMAIN -

No, spaccato a metà.

DON ARMADO -

Pace, signori!

“L’armipossente Marte,

“delle lance signore,

“quale d’Ilio l’erede

“un dono a Ettorre diede,

“un eroe di tal fiato,

“a giostrar sempre forte preparato,

“da nord a meridione,

“fuor del suo padiglione.

“Ed io sono quel fiore…”.

DUMAIN -

Un fiorellino di menta.

LONGUEVILLE -

D’aquilegia.([149])

DON ARMADO -

Monsieur Longueville, amabile signore,

date di redini alla vostra lingua.

LONGUEVILLE -

Anzi, devo mandarla a briglia sciolta,

per farla correre di gran carriera

a tener testa al valoroso Ettorre.

DUMAIN -

E quello corre come un can levriero.

DON ARMADO -

Ma Ettore, quel caro eroe di guerra

è morto e putrefatto!

Non insultate l’ossa del sepolto,

miei cari pulcinetti. Fu un grand’uomo,

quello, fintanto ch’ebbe fiato in corpo.

Ma voglio andare avanti nella parte.

(Alla Principessa)

Vogliate, amabile maestà regale,

prestarmi il senso delle vostre orecchie.

PRINCIPESSA -

Parla, mio prode Ettorre:

ascoltarti, per noi, è una delizia.

(Biron si apparta e dice qualcosa a Zucca)

DON ARMADO -

Adoro la pantofola

della graziosa tua sovranità.

BOYET -

(A parte, a Dumain)

Sentite? L’ama a misura di piede.

DUMAIN -

(A parte, a Boyet)

Perché non gli è possibile di braccio.([150])

DON ARMADO -

“Questo Ettorre prevale

“di molto su Annibàle…”.

ZUCCA -

Andata è la commedia, amico Ettorre;

e bell’e andata è pure la tua bella:

essa è già avanti di un paio di mesi

per la sua strada.

DON ARMADO -

Cosa intendi dire?

ZUCCA -

Eh, perbacco, se non vi comportate

come un troiano onesto,

la povera ragazza è nei pasticci:

è incinta, insomma, e già il suo bambinello

le rimescola il ventre. E quello è vostro!

DON ARMADO -

Mi vuoi tu dunque coprire d’infamia

al cospetto di principi e monarchi?

Morte ti colga!

ZUCCA -

Già, ma allora Ettorre

sarà prima frustato

per aver messo incinta Giacometta,

e poi messo alla forca

per avere ammazzato il Gran Pompeo.

DUMAIN -

Rarissimo Pompeo!

BOYER -

Pompeo illustre!

BIRON -

Tu, più grande del Grande! Grande! Grande!

Sconfinato Pompeo!

DUMAIN -

Ettore trema.

BIRON -

Pompeo s’è mosso. Più furia! Più furia!

Ate,([151]) aizzali, portali al furore.

DUMAIN -

Ettore adesso sfiderà Pompeo.

BIRON -

Macché! Se quello là non ha più sangue

nella sua pancia di quanto ne basta

al pasto d’una pulce!

DON ARMADO -

Io ti sfido Pompeo, pel polo nord!

ZUCCA -

Io con un palo([152])non mi batterò,

come si battono quelli del nord;

io mi batto a fendenti, e con la spada.

Lasciatemi riprender le mie armi.

DUMAIN -

Fate largo agli Illustri incolleriti!

ZUCCA -

Ed io mi batto restando in camicia.

DUMAIN -

Ave, risolutissimo Pompeo!

TIGNOLA -

(A Don Armado)

Fatevi sbottonare giù,([153]) padrone.

Pompeo si sta spogliando, non vedete?,

per il combattimento; e voi che fate?

Volete perder la reputazione?

DON ARMADO -

Scusate, gentiluomini e soldati,

ma in camicia rifiuto di combattere.

DUMAIN -

Eh, no, non vi potete rifiutare;

è Pompeo che vi sfida.

DON ARMADO -

Anime mie,

io così posso, ed anche così voglio.

BIRON -

E che ragione avete a far così?

DON ARMADO -

La nuda verità, signori, è questa:

ch’io non ho la camicia.

Porto maglie di lana a fior di pelle,

per penitenza.

BOYET -

È vero quel che dice.

È penitenza impostagli da Roma

per mancanza di quella biancheria;

e da allora, mi giocherei la testa,

quello non ha portato a fior di pelle

più d’uno strofinaccio da cucina

di Giacometta, in amoroso pegno.

Entra, come messaggero della Principessa,

Monsieur MARCADE

MARCADE -

Dio salvi Vostra Altezza.

PRINCIPESSA -

E benvenuto a voi, Monsieur Marcade,

anche se questo vostro arrivo qui

venga a interromperci il divertimento.

MARCADE -

Desolato, signora, ma mi pesa

sulla lingua l’annuncio che vi porto.

Ecco, il Re vostro padre…

PRINCIPESSA -

Morto!

MARCADE -

Morto,

signora. È tutto quel che devo dirvi.

BIRON -

Illustri, via! La scena si rannuvola.

DON ARMADO -

Per parte mia, respiro in libertà.

Ho sogguardato il giorno dell’oltraggio

per il pertugio del discernimento,

e voglio comportarmi da soldato.

(Escono i personaggi illustri)

RE -

(Alla Principessa)

Che dire, altezza? Come vi sentite?

PRINCIPESSA -

Boyet, voglio andar via stasera stessa.

Provvedete per i preparativi.

RE -

No, signora, vi supplico, restate!

PRINCIPESSA -

Boyet, vi dico, preparate tutto.

Miei gentili signori, vi ringrazio

per le vostre benevoli premure,

e vi prego dal fondo del mio cuore,

per la nuova sciagura rattristato,

di volervi degnare di scusare,

nella vostra sapiente comprensione,

o quanto meno di dimenticare

se la vivacità dei nostri spiriti

s’è confrontata sì liberamente

con voi, e se nei nostri conversari

ci siam portate troppo arditamente.

La colpa è della vostra cortesia.

Addio degni signori. Un cuore oppresso

non lascia convenevoli alla lingua.

(Al Re)

Scusatemi, se troppo brevi grazie

vi rendo, per il pronto accoglimento

che avete ben voluto riservare

della mia petizione.

RE -

Principessa,

il tempo, nei suoi limiti più estremi

conforma tutto alla sua estrema urgenza,

e spesso nell’istante suo più teso

risolve ciò che in un lungo processo

non era riuscito a delibare.

E sebbene la fronte sconsolata

di una fanciulla che ha perduto il padre

è naturale possa trattenere

la sorridente cortesia d’Amore

dal perseguir le sacrosante attese

ch’essa è impaziente di vedere accolte,

tuttavia, poiché Amore

aveva già da prima cominciato

a dispiegare i suoi dolci argomenti,

non sia la nube del vostro dolore

a farlo allontanar del suo proposito.

Pianger la perdita dei propri cari

non è sì salutare e profittevole

come il gioir per acquisirne nuovi.

PRINCIPESSA -

Non capisco quel che volete dire;

e ciò non fa che raddoppiarmi il duolo.

BIRON -

A penetrar le orecchie del dolore

meglio valgon parole oneste e chiare;

e sono questi i segni che v’aiutano

a comprendere l’animo del re:

noi, per amor della vostra bellezza,

abbiam voluto cancellare il tempo,

e abbiam giocato disonestamente

coi giuramenti che avevamo resi.

È la vostra bellezza, mie signore,

che ci ha così mutati,

cambiando i nostri umori ed avviandoli

in senso opposto alle nostre intenzioni;

e ciò che vi poté sembrar ridicolo

dei nostri portamenti

non è da attribuire che all’amore,

che è pieno di codeste incongruenze,

tutto capricci come un fanciullino,

di continuo sfuggente e saltellone:

generato dall’occhio, è, come l’occhio,

pieno di modi e forme stravaganti,

in un continuo variar di soggetti

via via che va, con l’occhio, trascorrendo

il suo sguardo dall’uno all’altro oggetto.

Se dunque ai celestiali vostri sguardi

quel variopinto e un po’ carnevalesco

aspetto da noi dato al nostro amore

abbia potuto toglier dignità

a noi stessi ed ai nostri giuramenti,

ebbene sono stati gli occhi vostri,

i vostri occhi di cielo,

che, volti su di noi e i nostri errori,

ci hanno indotto ad agire in questo modo.

Perciò, signore belle,

il nostro amore essendo cosa vostra,

vostri sono del pari i nostri errori

che quell’amore ci ha spinto a commettere;

sicché, per una volta,

noi siamo stati infedeli a noi stessi,

per essere fedeli, in sempiterno,

a quelle che ci resero, ad un tempo,

infedeli e fedeli… ovverosia,

fedeli solo a voi, belle signore.

Ed ecco come quell’infedeltà,

ch’è in se stessa peccato,

si purifica e si tramuta in grazia.

PRINCIPESSA -

Nel ricevere quelle vostre lettere

così piene d’amore, e i vostri doni,

di quell’amor gentili messaggeri,

noi nei nostri pensieri di ragazze

abbiam considerato tutto questo

semplice segno di galanteria,

giochi gradevoli di cortesia,

nient’altro che una specie di bambagia

per imbottire la fodera del tempo.

Più avanti di così non siamo andate

nel giudicare il vostro atteggiamento;

e abbiamo accolto quei vostri messaggi

come altrettante piacevoli baie,

quali essi ci apparivano, del resto.

DUMAIN -

Eppure quelle lettere, signora,

mostravan d’esser più che delle baie.

LONGUEVILLE -

Come mostravan anche i nostri sguardi.

ROSALINA -

Noi non li interpretammo in questo senso.

RE -

Insomma, vi chiediamo, mie signore,

all’ultimo minuto di quest’ora,

di volerci accordare il vostro amore.

PRINCIPESSA -

Un troppo breve tempo, non vi pare?,

per un contratto che non ha scadenza.

No, no, signore: la vostra maestà

s’è macchiata di reprobo spergiuro,

nonché di gravi e consistenti colpe.

Perciò ascoltate: se per amor mio

- ammesso che vi sia un tal movente -

voi voleste davvero far qualcosa,

considerato che non ho fiducia

nei vostri giuramenti, fate questo:

andate a ritirarvi in tutta fretta

in un remoto e brullo romitaggio,

lungi da tutti i piaceri del mondo,

e rimanete là per tutto il tempo

che i dodici segnali zodiacali

abbian compiuto l’annuale lor ciclo.

Se quella vita austera e solitaria

non v’avrà suggerito di mutare

l’offerta che ora fate a sangue caldo;

se le notti gelate ed i digiuni,

e il duro alloggio e le vesti leggere

non saranno riusciti a inaridire

tutta l’esuberante fioritura

del vostro amore, ma vi avranno spinto

a meglio sopportare questa prova,

e questo estremo cimento d’amore,

venite, allora, allo spirar dell’anno,

a prendermi, venite a rilevarmi,

ed io, per questa mia virginea mano,

che ora bacia la tua, per questa prova

che t’avrà riscattato, sarò tua.

Fino ad allora, me ne starò chiusa

nella casa di questo mio dolore,

a piangere la morte di mio padre.

Se ti ricusi di accettare tanto,

disgiungi la tua mano dalla mia,

a segnar che nessuno di noi due

avrà diritti sul cuore dell’altro.

RE -

S’io dovessi respinger questa prova,

od altra ancor più dura,

per compiacere, in un riposo inerte,

le grandi forze che mi sento dentro,

venga la morte, con fulminea mano,

a chiudere i miei occhi per l’eterno.

Il mio cuore eremita, d’ora innanzi,

avrà il tuo petto come sua dimora.

(Si appartano conversando, prendendosi per mano)

BIRON -

(A Rosalina)

E per me non c’è niente, amore mio?

Non c’è niente per me?

ROSALINA -

Voi dovete anche voi purificarvi,

perché i vostri peccati ne han bisogno;

macchiato siete di colpe e spergiuro;

perciò, per ottenere il mio favore

dovete dedicarvi un anno intero,

senza mai un momento di riposo,

a prestare assistenza agli ammalati,

direttamente, presso i loro letti.

(Biron si allontana stizzito. Rosalina ride)

DUMAIN -

(A Caterina)

E per me, cuore mio, per me che cosa?

Una moglie?…

CATERINA -

Macché! Una bella barba,

tanta buona salute e vita onesta:

queste tre cose, con triplice affetto,

è tutto ciò che vi posso augurare.

DUMAIN -

Oh, posso dirvi grazie, cara moglie?

CATERINA -

Eh, piano, piano, mio caro signore!

Perché per dodici mesi ed un giorno

io non vo’ più sentire una parola

da spasimanti dalla faccia tenera.

Tornerete da me lo stesso giorno

che sarà di ritorno il vostro re

dalla mia principessa; e solo allora,

se mi sarà rimasto molto amore,

ne darò un poco a voi.

DUMAIN -

E fino allora

resto tuo fido e leal servitore.

CATERINA -

Senza giurarlo, però, per favore,

per non rischiare ancora uno spergiuro.

(Si allontanano conversando)

LONGUEVILLE -

E a me che cosa dice la Maria?

MARIA -

Che allo scadere dei dodici mesi

baratterò la mia nera sottana

per acquistarmi un amico fedele.

LONGUEVILLE -

Dodici mesi è un tempo troppo lungo,

ma io l’attenderò pazientemente.

MARIA -

Quanto a lunghezza vi rassomigliate,

perché di spilungoni come voi

di giovani ce n’è davvero pochi.

BIRON -

(Avvicinandosi di nuovo a Rosalina)

Che mai sta meditando la mia dama?

Volgete gli occhi su di me, signora,

mirate le finestre del mio cuore:

questi miei occhi che così umilmente

attendono da voi una risposta.

Imponetemi qual che sia servigio

a prova del mio amore. Lo farò.

ROSALINA -

Avevo spesso sentito di voi,

Lord Biròn ancor prima di conoscervi.

L’ipertrofica lingua della gente

vi dice uomo pieno di motteggi,

di allusioni e sarcasmi micidiali,

che lanciate indiscriminatamente

su chiunque si trovi, per ventura,

alla mercé della vostra salacia.

Per liberare da questa gramigna

il campo fertile del vostro ingegno

e farvi conquistar, se ciò vi aggrada,

l’animo mio, che solo a questo prezzo

si lascia conquistare,

voi questo tempo di dodici mesi

lo dovrete passar, da parte vostra,

a visitare, giorno dopo giorno,

malati senza l’uso della lingua,

e a conversare con degli infelici

usi soltanto a gemere e a languire,

e sarà vostro compito sforzarvi

con tutte le risorse dell’arguzia

che possedete così sfavillante,

aprir loro la bocca ad un sorriso.

BIRON -

Mettermi a suscitar risa selvagge

dentro la stessa gola della morte?

Non si può fare. È un’impresa impossibile.

Non c’è allegria che smuova un moribondo.

ROSALINA -

Eppure è questa l’unica maniera

per soffocar lo spirito beffardo

alimentato in voi dal vil consenso

che ascoltatori dal facile riso

accordano di solito agli stolti.

La fortuna di un motto spiritoso

riposa sull’orecchio di chi ascolta,

non sulla lingua di chi lo pronuncia;

e se orecchie di genti agonizzanti,

già rintronate dal clamore interno

dei propri gemiti, saran disposte

ad ascoltar le vostre oziose arguzie,

allora seguitate pur così,

per questa via, ed io v’accetterò

come siete, con tutto quel difetto.

Ma se quelli rifiutan d’ascoltarvi

gettate via quel vostro spiritaccio,

e allora, libero da un tal difetto,

io vi ritroverò, lieta e contenta

di questa vostra bella correzione.

BIRON -

Dodici mesi!… Accada quel che vuole,

vuol dire che farò lo spiritoso

dodici mesi dentro un ospedale.

PRINCIPESSA -

(Al Re)

La mia risposta è “sì”, mio dolce sire.

E così addio. Da voi prendo congedo.

RE -

No, signora; vogliamo accompagnarvi.

BIRON -

Questo incontro, però, non si conclude

come nelle commedie d’una volta:

qui Giannetto non sposa la Giannetta.

La cortesia di queste belle dame

avrebbe ben potuto, a conclusione,

risolvere in commedia il nostro scherzo.

RE -

Animo, su, che a questa conclusione

ci arriveremo: mancano soltanto

dodici mesi e un giorno.

BIRON -

Troppo lungo,

decisamente, per una commedia.([154])

Rientra DON ARMADO nelle sue vesti abituali

DON ARMADO -

(Al Re)

Dolcissima maestà, se vi degnate…

PRINCIPESSA -

Non era lui che impersonava Ettore?

DUMAIN -

Il valoroso cavalier troiano.

DON ARMADO -

Vengo a baciare il tuo dito regale,

e prendere congedo. Ho fatto un voto:

ho fatto giuramento a Giacometta

di reggere per amor suo l’aratro

per tre anni. Ma non si degnerebbe

la stimatissima grandezza vostra

di porger prima orecchio ad un dialogo

che due grandi sapienti hanno composto

in lode del Cucùlo e la Civetta?

Esso avrebbe dovuto essere detto

a conclusione del nostro spettacolo.

RE -

Va bene. Falli pur venire avanti.

DON ARMADO -

Olà, gente, appressatevi!

CANZONE

Primavera

“Quando le maggioline

“e le azzurre violette

“e i rossi ciclamini

“e i ranuncoli d’oro

“smaltano i prati in un gioioso coro,

“allora del cucùlo il ritornello

“col suo gaio cucù

“agli uomini sposati fa “cucù!”,

“cucù, cucù, cucù…

“Cucù, verso sgradito

“a orecchio di marito.

“Quando sulle sue fistole di canna

“zufola il pastorel nella capanna,

“e l’allodola canta sul mattino

“a dar l’ora del giorno al contadino,

“e le tortore fanno la covata,

“e la covata fan cornacchie e gazze,

“e sbiancano le bluse le ragazze,

“allora del cucùlo il bel fraseggio

“agli uomini sposati fa motteggio,

“cucù, cucù, cucù…

“Cucù, verso sgradito

“a orecchio di marito”.

Inverno

“Quando dal muro pendono i ghiaccioli,

“e si soffia le dita il pastorello

“contro il gelo che avanza,

“e Maso porta ciocche nella stanza,

“e il latte appena munto

“gelato in casa nel paiolo è giunto,

“e le strade son una morta gora,

“canta di notte la civetta allora:

“tu-ù, tu-ù, tu-uit, un gaio verso,

“mentre Gianna la grassa

“sotto la pentola la fiamma abbassa.

“Quando il vento gelato

“soffia urlando infuriato,

“e la tosse interrompe

“l’omelia del curato

“e sulla nave l’uccello ha covato,

“e il naso di Mariella

“è tutto intirizzito ed arrossato,

“e il granchio sfrigola nella padella,

“allora canta a notte la civetta,

“come una prima donna: “tu-ù, tu-uit”

“tu-ù, tu-uit, un’allegra canzone,

“mentre Gianna rivolta il pentolone”.

DON ARMADO -

Dopo il canto di Apollo Musagete

ogni parola di Mercurio Ermète

suona sprovvista d’ogni levità.

Signori, voi di là, e noi di qua.

(Escono tutti)

FINE


([1]) Il testo ha “Sir” Nathaniel, ma si sa che “Sir” era il titolo che si dava ai sacerdoti, corrispondente al nostro “Don”.

([2]) La critica ritiene probabile che questo personaggio sia stato tratto da Shakespeare dal “Gargantua et Pantagruel” di Rabelais, dove c’è un Holopherne “grand docteur sophiste” e maestro di latino.

([3]) Il testo ha “costard”, che è il nome di una mela di grandi dimensioni, figurativamente usato per indicare la testa, nel senso spregiativo di “zucca”(cfr. “Re Lear”, IV, 6, 247: “Or I’ll try wheter your costard or my ballow be the harder”).

([4]) Il riferimento al cormorano, come esempio di divoratore insaziabile, è frequente in Shakespeare (cfr. “Riccardo II”, III, 1, 38: “Light, vanity, insatiate cormorant”; “Coriolano”, I, 1, 125: “The cormorant belly”).

([5]) Testo: “The endeavour of this present breath”, letteralm.:“lo sforzo di questo nostro attuale respirare”.

([6]) Il Tempo, nell’iconografia medioevale, è rappresentato come un vecchio armato di una falce.

([7]) “Accademia” era il nome del giardino di Atene dove Platone teneva scuola. Il termine, divenuto sinonimo di luogo dove si coltivavano le arti e le scienze, deriva dal nome del mitico eroe greco Akàdemos, nel dominio del quale si stendevano i giardini dove poi insegnò Platone. Il Lodovici, in felice analogia col luogo in cui si svolge la scena - il parco reale di Navarra - traduce: “Faremo di questo parco gli orti di Accademo”.

([8]) Questo esordio del re di Navarra è una specie di preludio al tipo di linguaggio che pervaderà l’intera commedia: un esempio, in chiave parodistica, del parlare eufuistico (dal romanzo “Eupheus” di John Lyly, 1578) in voga nelle corti europee del tardo Rinascimento.

([9]) Biron si riferisce alla parola finale della sua precedente battuta, “a-breeding” (“nidificando”) che fa rima con il “weeding” (“gramigna”, “erbaccia”) della battuta di Longueville. Tra le due non c’è nesso logico; c’è solo assonanza. In italiano non c’è nemmeno quella; ma non si poteva non tradurre il testo così com’è.

([10]) Della moda del parlare eufuistico, s’intende.

([11]) Il testo ha “the Duke”, ma lo scambio dei titoli duca-principe-re era frequente. Del resto, il primo significato di “duke” è “capo”, in generale.

([12]) Grullo dice “reprehend” per “represent”: è uno degli strafalcioni che Shakespeare si compiace di mettere in bocca ai personaggi minori, per far sorridere il pubblico.

([13]) Zucca non dice, però, “contenuti” (“contents”), ma “contemps”, “disprezzi”. Anche lui strafalciona.

([14]) La stessa metafora in “Romeo e Giulietta”, I, 1, 15: “Women, being the weaker vessel”. “Vessel” è termine biblico (“Rom.” IX,21-23) per indicare il corpo, contenitore dell’anima.

([15])Il testo ha "...the sour cup of  prosperity", con riferimento alla ragazza.

([16]) “Why, that an eel is ingenious”: “sagace” è uno dei sensi in cui Shakespeare usa questo aggettivo; l’altro è “sensibile”, “intelligente” (cfr. “Amleto”, V, 1, 242: “The most ingenious sense deprived thee of”; “Cimbelino”, IV, 2, 187: “My ingenious instrument”).

([17]) Il testo ha un gioco di parole su “crossed” e “cross”. DON ARMADO dice: “Non amo essere rimbeccato, contraddetto (“crossed”)”. TIGNOLA: “Sono le croci (“crosses”) che non amano lui”.

([18]) V. la nota n.11.

([19]) “Of what complexion”: “complexion” è il colore della pelle, l’incarnato, ma è anche sinonimo di “humour”, e gli “humours” dell’uomo, secondo le teorie fisiocratiche dell’epoca, erano quattro (“cardinal humours”): sangue, flemma, collera e malinconia; le qualità fisiche e mentali di una persona erano determinate dalla proporzione rispettiva di tali umori nel suo corpo. Tignola intende in questo senso la domanda di Don Armado, che invece aveva inteso nel primo senso il suo “humour”.

([20]) Allusione ad una antica ballata cantata dai cantastorie, sull’amore del re Cofetua e la mendicante Zenefolona; se ne farà cenno anche più sotto, nella 1a scena del IV atto, nella lettera di Don Armado letta da Boyet. Un cenno è anche nel “Romeo e Giulietta”, II, 1, 54: “When king Cofetua lov’d the beggar maid”.

([21]) “Loving a light wench”: “light” è qui maliziosamente usato nei due sensi di “leggerezza di costumi” e di “lievità fisica”.

([22]) “That were fast and loose”: “to play fast and loose” è frase idiomatica, per “essere incostanti”, “incoerenti”. Deriva dal gioco “Fast and loose” che si giocava con un bastone e una cinghia, a chi riusciva a far con la cinghia certe figure.

([23]) “Love is a familiar; love is a devil”: si chiamava “familiar devil (spirit)” il demonio che si credeva stesse al servizio di ciascun uomo, pronto ad ogni chiamata verso il male.

([24]) Sono termini del linguaggio cavalleresco, relativi ai gradi di gravità della sfida a duello.

([25]) Termine tipografico che indica i volumi composti di quaderni formati da fogli pieghevoli una sola volta (circa 40 cm. di lato), in opposto a in-quarto, dove i quaderni risultano da una doppia piegatura del foglio.

([26]) A questo punto, prima dell’entrata del re di Navarra, il testo dell’Alexander ha questa didascalia: “The ladies-in-waiting mask”, intendendo che le tre dame di compagnia della principessa, indossate le mascherine, eseguano un balletto mascherato (“mask”). Molti testi la omettono, ritenendola una successiva annotazione di regia, e i traduttori non ne tengono conto. A torto, tuttavia: perché tutti i dialoghi che seguono, dei tre cavalieri con le tre dame, hanno l’andamento della danza, e il mistero delle mascherine conferisce ad esso più mordente (si veda l’analoga mascherata della 1a scena del II atto di “Tanto trambusto per nulla”); e perché più sotto, nel dialogo tra Biron e Caterina si dice esplicitamente che questa è mascherata.

([27]) V. la nota precedente.

([28]) Nel testo c’è un gioco di omofonie tra “sheep” (“montone”) e “ship” (“vascello”), impossibile a rendersi.

([29]) “Disposed”: è forma ellittica per “disposed (inclined) to merriment”.

([30]) Il testo ha semplicemente: “Mote sings Concolinel”: “Tignola canta Concolinel”; che doveva essere verosimilmente il titolo di una canzone popolare in voga.

([31]) Cioè a Zucca, che è in prigione.

([32]) Il testo ha un “pun” tra “brawl”, antico ballo di origine francese, e “to brawl”, “litigare ad alta voce”. Si è reso, alla meglio, con “saltarello/saltare”.

([33]) “My complete master”: “complete” è nel doppio senso di “senza pecca” e “consumato” (“vecchio”).

([34]) La canaria (o canario) è un vecchio ballo di origine spagnola. Veniva danzata normalmente in coppia, percuotendo il suolo col piede al primo tempo di ogni misura.

([35]) “The hobby-horse is forgot”: frase di significato ambiguo, e perciò variamente intesa dai traduttori. Forse Tignola, di fronte alla meraviglia del suo padrone per la sua dichiarata “osservanza diretta” dei modi per accalappiar le ragazze, vuol dire che, in fondo, per lui, benché ancora ragazzo, l’età del cavallino a dondolo è passata da un pezzo; forse l’espressione “hobby horse” significa – come indica l’Alexander nel suo glossario – “loose character”, e Tignola vuol dire addirittura che il tempo delle sue sfrenatezze è ormai trascorso (“loose character” vale “scavezzacollo”); forse, infine, Tignola vuol riferire il suo apprezzamento, nell’un senso o nell’altro, al suo padrone, il quale avrebbe finito, diremmo noi, di “correr la cavallina”. Quello che Shakespeare ha voluto far dire a Tignola non lo sapremo mai esattamente.

([36]) “A hackney”: si chiamavano così i cavalli cresciuti nelle pasture di Hackley, nel Middlesex, per esser poi venduti alla fiera di Smithfield.

([37]) “Come, thy envoj; begin”: “envoj” è la strofa finale di un componimento poetico all’indirizzo del lettore o della persona alla quale il poema è dedicato, il “congedo”, appunto. È sinonimo di “saluto”: e Don Armado invita appunto Tignola, prima d’ogni altra cosa, a dirgli il suo saluto.

([38]) “No salve in the mail”: qui è tutto un intreccio di doppi sensi. Zucca dice “no salve” per dire “nessun saluto di congedo” (“salve”, alla latina, vale appunto “saluto”); ma adopera il termine anche nell’altro significato di “salvia”, la pianta aromatica dalle virtù medicamentose (egli s’è rotto uno stinco) indicata come rimedio specifico per malattie spirituali, pene d’amore, ecc.; e le contrappone la piantaggine (“plantain”), una comune pianta erbacea.

([39]) “Now the l’envoj”: “l’envoj” (con l’articolo, alla francese) sono i versi alla fine della ballata, contenenti la dedica della stessa.

([40]) Gioca sull’assonanza tra “enfranchise”, “affrancare”, e “Frances”, “donna francese”.

([41]) Il fegato d’oca (“fois gras”) è una specialità della cucina francese, come “l’envoj” della sua poesia galante.

([42]) “… you will be my purgation, and let me loose”: è chiaro il lubrico doppio senso del purgante, che “scioglie” l’intestino, togliendone l’occlusione. Perché “loose”, oltre al senso di “sciogliere” in generale, ha anche quello di “sciogliere le budella” (“to relax the bowels”).

([43]) “It is a fairer name then French crown”: è il solito “quibble” sul doppio senso di “crown”che vale “corona” (moneta) e “testa pelata”, qui intesa per l’effetto della sifilide (mal francese).

([44]) “Out of this word”, letteralm.: “fuor di questa parola” (remunerativo).

([45]) “And great general of trotting paritors”: “paritors” erano i messi giudiziari che recavano ai cittadini le citazioni davanti ai tribunali ecclesiastici; Cupido ne è il grande generale perché si diceva che la maggior parte del lavoro di questi “uscieri trottanti” venisse fornito dalle capricciose vicende amorose, ispirate dunque da Cupido. “Corti” sta per “tribunali”.

([46]) “My beauty will be saved by merit”: “merit” nel linguaggio teologico dei protestanti era la parola che indicava “l’opera buona”, la buona azione degna di ricompensa divina. Qui la principessa si riferisce ironicamente all’obolo che ha testé dato al guardaboschi.

([47]) “Boyet, you can carve. Break up this capon”: gioco di duplici doppi sensi, uno dentro l’altro come scatole cinesi. “To carve” è “tagliar via”, “intagliare” (“to cut, “to engrave”), ma anche “procurare il piacere a qualcuno”, facendo il lezioso (nello stesso senso v. più oltre, V, 2, 323: “A can carve too”); “capon”, a sua volta, vuol dire sia “cappone” che “biglietto amoroso”. Il “punning” è ovviamente intraducibile.

([48]) I sigilli delle lettere si facevano con la cera. Ma il “tirate il collo” prosegue col traslato del “cappone”.

([49]) V. la nota n.20.

([50]) “A Monarcho”: si faceva chiamare “Monarcho”, alla corte di Londra, un tipo mezzo pazzo, di origine italiana (bergamasca, pare), che aveva la mania di dichiararsi imperatore del mondo.

([51]) Boyer chiede intenzionalmente a Rosalina, chi è che le ha scoccato quell’arco (“Who is the shooter?”), per intendere chi è il corteggiatore che le scrive la lettera (“shooter”, nell’inglese elisabettiano, aveva la stessa pronuncia di “suitor”); Rosalina finge di intenderla nel primo senso, e svia spiritosamente la risposta dicendo che “shooter” è chi ha in mano un arco, quindi, in questo caso, la principessa.

([52]) “Wide o’the bow-hand”: “bow-hand” è la mano che tiene l’arco (normalmente la sinistra) mentre l’altra scocca il dardo.

([53]) Qui si chiude una serie di battute che, come il lettore avrà visto, hanno poco senso in italiano, ma che pel pubblico inglese contenevano lubriche allusioni e doppi sensi osceno-sessuali.

([54]) “I fear too much rubbing”: “to rub” è termine del gioco del “bowling” che indica l’azione di sviamento della boccia quando incontra un qualsiasi impedimento sulla sua corsa.

([55]) Il testo dell’Alexander ha “Sola, sola!”, attribuito a Zucca, come se questi se ne andasse cantando; altrove, però, in Shakespeare, è così espresso il suono dei corni, sulle due note sol-la: del postiglione di una diligenza che arriva, o di una partita di caccia; ed è verosimile che qui si voglia annunciare l’ingresso in scena dei personaggi che ritornano, appunto dalla caccia.

([56]) Il testo ha: “but the face of terra”, dove il “terra” vuol essere latino; ma ho creduto che la corrispondenza della parola latina con l’italiana avrebbe tradito l’intenzione di Oloferne di usare il latino, il che m’ha costretto ad aggiustargli l’espressione nella corretta “faciem terrae”.

([57]) Latino per “non credo”.

([58]) Latino per “tutto il bene”.

([59]) “Many can brook the weather that love not the mind”: il riferimento è chiaramente alle genti di mare; “weather” è usato quindi nel senso di “vento”, come nella frase “keep the weather”, “tenere la rotta secondo il vento” (cfr. “Troilo e Cressida”, V, 3, 26: “My honour keeps the weather of my fate”).

([60]) Era il nome di un’antichissima divinità cretese, identificata con la greca Diana/Artemide/Selene, la divinità lunare.

([61]) Latino per “comincia pure”.

([62]) Tutto questo “epitaffio sul cervo” di Oloferne è un gioco di parole basato sulla straordinaria varietà dei termini inglesi per indicare il cervo: “sorel” è il cerbiatto di 3 anni; “sore” è quello di quattro, ma è anche la parte del corpo dell’animale che è colpita dalla freccia (in questo senso Oloferne dice che il cervo ucciso dalla principessa non era “sore” finché non era stato colpito; la lettera “L” è un suffisso diminutivo (“Tun-nel”, “chap-el”), ma anche il simbolo latino per indicare il numero 50.

([63]) Cioè ben disposte, ma anche nel significato fisico di “capaci di contenere” (“capable”); nello stesso senso, “Otello”, III, 3, 463: “Till that a capable and wide revenge swallow them up”.

([64]) “Molto sa l’uomo che parla poco”. “Verba” è un’aggiunta del traduttore, per la metrica.

([65]) “Fausto, ti prego, quando l’intero gregge rumina sotto la freschissima ombra…”: sono i primi versi della prima egloga dell’umanista Battista Spagnuoli (1448-1516) detto “Il Mantovano” forse dall’appellativo di “Christianus Maro” con cui lo chiama Erasmo da Rotterdam, citando appunto questi versi (“Maro”, Marone era il nome di Virgilio, mantovano). Le ecloghe pastorali dello Spagnuoli - dieci, come quelle di Virgilio - erano state tradotte in Inghilterra da George Turbeville (1567); ma è probabile che Shakespeare abbia preso di peso la citazione da Erasmo.

([66]) Così è nel testo.

([67]) Latino per: “leggi, signore”.

([68]) Latino per “manca”, “fa difetto”.

([69]) Latino per “imitare”.

([70]) Il testo ha: “If… shall please you to gratify the table with a grace”, letteralm.: “se vi piacesse di gratificare la mensa con un “deo gratias”; cioè con quella preghiera di ringraziamento che i protestanti recitano nel sedersi a tavola, e che si chiama volgarmente “benedicite”.

([71]) In italiano nel testo (“I will… undertake your ben venuto”).

([72]) Latino per “poche parole”.

([73]) Aiace Telamonio, il fortissimo eroe omerico che all’assedio di Troia, quando Ulisse riuscì con l’astuzia a fare assegnare a sé le armi di Achille, impazzì e si lanciò ad ammazzare delle pecore.

([74]) “By this light”: “Per la luce del giorno”; è un giuramento assai frequente presso i personaggi di Shakespeare.

([75]) Cioè lui stesso.

([76]) Cioè Zucca.

([77]) “The shape of love’s Tyburn”: “Tyburn” era il nome della località di Londra in cui avvenivano le pubbliche esecuzioni per impiccagione; era situata all’incrocio dell’attuale Oxford Street con Bayswater Street ed Edware Road. Il termine era divenuto sinonimo di “forca” in generale.

([78]) “Liver-vein”: il fegato era considerato dalla dottrina fisiocratica dell’epoca l’organo del corpo umano in cui hanno sede le passioni più violente: amore, coraggio, ira (cfr. “La dodicesima notte”, I, 1, 37: “When liver, brain and heart, these sovereign thrones”; “Come vi piaccia”, III, 2, 387: “And this way will I take upon me to wash your liver…”).

([79]) La pelle scura era il massimo segno di bruttezza per le dami inglesi dell’epoca; le donne etiopi, o africane in generale, ne erano il simbolo.

([80]) L’eroe greco, re di Pilo, noto per la sua saggezza.

([81]) “Play at push-pin”: “push-pin” è il gioco di ragazzi in cui un giocatore deve spingere una pallina fino a farla incontrare con quella di un altro.

([82]) Timone, l’ateniese citato da Plutarco (“Vita di Marc’Antonio”) come esempio di estrema severità, spinta fino alla misantropia. Shakespeare gli dedicherà il suo “Timone di Atene”.

([83]) Nel testo c’è un gioco di parole su “fair”, “belle”, riferito alle guance, e “fair”, “fiera”, “mercato”. Si è risolto alla meglio con “fiore”-“fiera”.

([84]) Il testo ha: “School of night”, che è, secondo alcuni, un’allusione alla “School of night”, come veniva chiamata in chiave dispregiativa, la “School of Etheism” patrocinata da Sir Walter Raleigh.

([85]) “Invece che coi selci” non è nel testo.

([86]) Testo: “Then as she goes what upward lies/The street would see as she walks over head”, letteralm.: “Così, mentre ella cammina, la strada vedrebbe ciò che tiene nascosto, come se ella camminasse a testa in giù”.

([87]) Cioè il libro dell’amore, letto negli occhi di una donna, come ha detto nella scena prima del I atto.

([88]) Prometeo, il semidio figlio del titano Japeto che rubò il fuoco dell’Olimpo e lo diede agli uomini, insegnando loro come usarlo, insieme alle altre arti; per il qual furto fu incatenato da Giove ad una roccia del Caucaso, dove un avvoltoio ogni giorno veniva a mangiargli il fegato.

([89]) Il furto dei pomi d’oro delle Esperidi, nel giardino di queste, fu una delle fatiche d’Ercole (la undicesima).

([90]) Il testo ha “lute”, “liuto”, ma si sa che Apollo e i greci non conoscevano il liuto. Uno dei soliti anacronismi di Shakespeare.

([91]) Latino per: “È sufficiente quel che basta”.

([92]) Latino per: “Conosco l’uomo quanto te”.

([93]) Il testo ha “thrasonical”, un aggettivo inventato: da Trasone, il nome del soldato smargiasso dell’“Eunuco” di Terenzio.

([94]) Latino per: “Mi capisci, signore?”.

([95]) Latino per: “Lode a Dio, capisco bene”.

([96]) Prisciano, il celebre grammatico latino della fine del V sec. d.C.

([97]) Latino per: “Vedi chi viene?”.

([98]) Latino per: “Vedo e mi rallegro”.

([99]) Latino per: “Perché?”.

([100]) Era la parola citata spesso, dai grammatici medioevali, come la parola più lunga della lingua latina (come il nostro “precipitevolissimevolmente”, endecasillaba).

([101]) “Thou art easier swallowed than a flap-dragon”: il “flap-dragon” era un gioco nel quale i partecipanti dovevano tirar fuori con le dita dei chicchi d’uva da mezzo ad una grande coppa di alcool in fiamme, e spegnerli chiudendoli in bocca.

([102]) “He teaches boys the hornbook”: si chiamava “hornbook” il “libro di corno” (che in realtà non era un libro ma un foglio di carta con l’alfabeto e spesso i numeri fino a 10 e il “Pater Noster”), così detto perché protetto da una lamina di corno trasparente.

([103]) “Béeee” è il verso del caprone.

([104]) “Quis, quis thou consonant?”: battuta di significato oscuro, della quale tutti i tentativi di traduzione sono artificiosi e poco convincenti. Né la risposta di Tignola aiuta a comprendere quel che Shakespeare abbia voluto far dire qui ad Oloferne. Forse questo, offeso d’essere stato chiamato “caprone” risponde: “E tu chi sei, semplice consonante?” Legga ciascuno a suo agio.

([105]) “U” si pronuncia “iù” in inglese, come “you”.

([106]) “Which is wit-old”, letteralm.: “che è vecchio di spirito”; ma “wit-old” si pronuncia come “wittol” che significa “uomo becco e felice della infedeltà della moglie” (cfr. “Le allegre comari di Windsor”, II, 2, 243, “The jealous wittolly knave”).

([107]) “Gingerbread”: era una specie di focaccia, impastata con una salsa piccante, il “ginger”. Era sinonimo di deficienza mentale.

([108]) Testo: “Ad dunghill”, espressione mezzo latina (“ad”) e mezzo dialettale inglese, dove “dunghill” sta per “mucchio di escrementi”, “pattume”.

([109]) Il testo ha: “dunghill for unguem”, dove “unguem” è latino, accusativo di “unguis”, “unghia”.

([110]) “Antic”: si chiamava così una rappresentazione a gesti e movimenti grotteschi (cfr. “I due nobili cugini”, IV, 1, 75: “And we’ll dance an antic…”).

([111]) In italiano nel testo.

([112]) “Hay”: è il nome di una danza campagnola, ballata con movimenti serpentini del corpo.

([113]) “A lady walled about with diamonds”: “lady” è una specie di farfalla dalle ali multicolori (detta anche “painted lady”). “Lady” è prefisso specificativo a varie specie vegetali (“lady-smock”, “convolvolo”) e animali (“lady-byrd”, “coccinella”, “lady-fish”, detto di varie specie di pesci). Stupisce che molti traduttori, incuranti dell’assurdo, abbiano potuto leggere “una dama ricoperta di diamanti” e simili.

([114]) Nel testo c’è un “quibble” sottinteso, sulla parola “Wax”; che, come sostantivo è “cera”, e l’idea della cera è evocata dal sigillo che la principessa dice essere apposto ai versi inviatile dal re; come forma verbale (“to wax”) vale invece “divenire gradualmente qualcosa di diverso”, “crescere”, e in tal senso la usa Rosalina, riferendosi al “bambino” Cupido.

([115]) “You’ll mar the light by taking it in snuff”: “to snuff” è l’azione di toglier via da una candela quello che si viene via via consumando; la frase “to take in snuff” è qui nel senso di “reagire”, “controbattere” (cfr. “Enrico IV – prima parte”, I, 3, 41: “When he next came there: took it in snuff”). “Smoccolare” rende abbastanza l’idea; ma tutto il dialogo è una girandola di doppi sensi su “light”= “luminoso” e “leggero”, e sul traslato luce/candela.

([116]) “So do not you, for you are a light wench”: qui “light” ha il senso di “leggera di costumi” (“donnina allegra”).

([117]) Qui il gioco di parole è sulla costruzione di “to weigh (someone)” che vale “pesare come qualcuno” e “dar peso a qualcuno (qualche cosa)”. Non c’è modo di renderlo meglio. Del resto, tutte queste schermaglie dialettiche oggi non hanno verun sapore.

([118]) I brufoli.

([119]) “Pertanut-like”: “Pertanut” è vocabolo d’invenzione personale di Shakespeare, sconosciuto peraltro a tutti i lessici. L’Alexander lo ritiene forse la dichiarazione del vincitore alle carte nella partita “Post and pair” (forse con quattro regine in mano).

([120]) San Dionigi è il santo protettore della Francia.

([121]) Così nel testo.

([122]) Le maschere erano fatte di taffetà.

([123]) “Then in our measure do but vouchsafe one change”: cioè non riflessa in acqua, la luna (quale la principessa s’è detta di essere) ma in una misura di danza.

([124]) Testo: “Yet she still is the Moon, and I the Man”: cioè “the Man of the Moon”, l’“uomo della luna”, così chiamava la tradizione popolare l’immagine d’uomo formata dalle macchie lunari nella fase di luna piena.

([125]) Il gioco di parole su cui ruota questo dialogo è basato sulla parola olandese “viel” che significa “molto” (dal “viel” tedesco) e che si pronuncia come “veal”, “vitello”, omofono a sua volta di “veil”, “maschera”. Il gioco s’intrica poi con la battuta di Longueville: “Vitello, bella dama!”, che Caterina finge di capire senza virgola siccome riferito a lei; onde gli ribatte che vitello sarà lui, e così via.

([126]) Il testo ha: “Gross, gross; fat, fat”, dove c’è un “punning” che sfrutta il doppio significato dei due termini identici; letteralm.: “Grossi e volgari; corpulenti e untuosi”.

([127]) “My servant”: qui nel senso di “my professed lover”, “one who is devoted to the service of a lady” (Oxford Universal Dictionary).

([128]) I berretti di lana erano i copricapo della povera gente, umile e illetterata.

([129]) “Quibble” sulla parola “heil”, che, avverbialmente, è una espressione di saluto, come “Ave” o “Salve”, e come sostantivo vale “grandine”.

([130]) Cioè con un linguaggio senza più fronzoli di retorica galanteria.

([131]) “Lord tokens”: si chiamavano così i segni della peste che aveva infierito a Londra tra il 1592 e il 1594. “Token” è, nel linguaggio biblico, ogni segno che serva a dimostrare il potere e l’autorità divina sul mondo. Il termine è ripreso, in “quibble”, dalla Principessa nella battuta seguente, ma nel senso di “pegno (d’amore)”.

([132]) La Principessa gioca sul doppio senso di “free” che, nella battuta di Biron sta per “immuni”, in questa della Principessa vale “disimpegnati” (“disengaged”).

([133]) Cioè i monili mandati in dono dai quattro a ciascuna delle dame.

([134]) Testo: “… for how can this be true / that you stand forfeit, being those that sue?”. La Principessa gioca sul doppio senso di “to sue”, che vale “postulare”, “sollecitare” (in questo caso l’amore), e “agire in giudizio contro qlc.”. Il “punning” le consente di proseguire il riferimento ai “sequestrati”.

([135]) Il testo ha: “Some slight Zanny”, chiaramente derivato dallo Zanni della commedia dell’arte italiana.

([136]) Il testo ha: “By the squire”, “misurata col regolo dei muratori”.

([137]) Il testo ha: “A leaden sword”, “una spada di piombo”.

([138]) Testo: “You cannot beg us, sir”: qui “beg” ha valore di “solicit”.

([139]) Zucca strafalciona: vuol dire Pompeo il Grande, come dirà esattamente dopo.

([140]) “Where zeal strives to content”: “content” (verbo) ha qui il senso di “to make the best of”.

([141]) “Labouring”: qui nel senso di “suffering the pains of childbirth”, che attrae il successivo “perish in their birth”.

([142]) In spagnolo nel testo.

([143]) “… abate throw at novum”: “novum” era chiamato un antico gioco ai dadi, di origine fiamminga, giocato in cinque con due dadi il cui massimo punteggio in due tiri è nove e cinque, donde il nome.

([144]) Allusione alla leggenda, confortata da Plutarco (“Vita di Alessandro”), secondo cui il corpo del re macedone emanava un soave odore.

([145]) “Will be given to Ajax”: “Ajax” è Aiace; ma Aiace non è tra i nove illustri. Il testo gioca sulla assonanza tra “Ajax” e “a jakes”, che in linguaggio colloquiale significa “un cesso”; cioè è come se Zucca dicesse: “il tuo leone sarà destinato alla latrina”. “Caco” è preso in prestito dalla traduzione di Tommaso Pisanti (Newton Compton, Roma 1990).

([146]) Si gioca sull’assonanza di “ycliped”, arcaico e poetico, per “called” (corrispondente pressappoco al nostro “nomato” per “nominato”, “chiamato”), e “clipt” (per “clipped”), che vale “ritagliato colle forbici”.

([147]) Testo: “Begin, sir; you are the elder”. Battuta di senso incerto. “Elder” è la pianta del sambuco, simbolo di debolezza (il sambuco è “smidollato”, senza midollo – cfr. “Le allegre comari di Windsor”, II, 3, 30: “My heart of elder”, “Mio cuor di sambuco”) ed anche il comparativo di “old”, cioè “più vecchio”, “più anziano”. Perché Oloferne risponda a Boyet: “Voi siete più vecchio”, con riferimento all’impiccagione al sambuco, non si capisce.

([148]) Il testo ha un diverso gioco di parole. BOYET aveva detto: “Addio, dolce Jude” e cioè aveva tralasciato la parte finale del nome, che è Jud-as, ossia la “as”; ma “ass”, pronunciato allo stesso modo, significa “asino”. Il “Giud-asino” lo prendo dalla traduzione del Lodovici.

([149]) “Columbine”, o “pianta della colomba” (“dove’s plant”) è l’aquilegia, detta dagli inglesi “columbine” per la rassomiglianza del suo fiore rovesciato a cinque colombi raggruppati. Figurativamente è sinonimo di “dabbenaggine”, con riferimento alla natura di “simplicity” del colombo.

([150]) “Piede” (“foot”) e braccio (“yard” = 3 piedi) sono due misure di lunghezza. L’immagine del piede, che dà luogo al successivo doppio senso, è evocata dalla “pantofola”, che Don Armado dice di adorare nella principessa.

([151]) La greca divinità della discordia e della distruzione rabbiosa.

([152]) “Pole” significa sia “polo” che “palo”; donde il bisticcio.

([153]) Testo: “Let me take you a botton-hole lower”; “lasciate che vi sbottono in basso”: “lower”, cioè all’altezza delle braghe.

([154]) Cioè in relazione alla normale durata di una commedia (che era di due ore).

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