Perchè lei non volle

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PERCHE’ LEI NON VOLLE

Titolo originale: «Why she would not»

Una piccola commedia

di G. B. SHAW

Versione italiana di Paola Ojetti

PERSONAGGI

LA SIGNORA

L’UOMO

IL NUOVO VENUTO

JASPER

BOSSBORN

SMITH

SERAFINA

IL VECCHIO REGINALDO

NUTRICE

Commedia formattata da

 SCENA PRIMA

Un sentiero nel  bosco. Un bel pomeriggio d'estate. Una signora, bella, elegante, appena trentenne, è gui­data lungo il sentiero da un omaccione d'aspetto al­quanto pericoloso, di media età, brutto, avvolto in un pastrano di lana ruvida e col capo coperto da un ber-rettaccio sgualcito che gli dà l'aria d'un facchino d'al­bergo o d'un fattorino.

La signora                     - (fermandosi) E ora dove siamo? Non mi pare che abbiamo preso la scorciatoia.

L'uomo                          - (truculento) Accidenti a me se lo so. Sia­mo a due miglia da qualsiasi luogo.

La signora                     -  Ma lei dovrebbe sapere. È una gui­da forestale.

L'uomo                          -  Guida dei passi miei, altro che guida fo­restale! Quanto danaro ha con sé?

La signora                     -  Perché me lo chiede?

L'uomo                          -  Perché glielo voglio cavare. Avanti, me lo dia.

La signora                     -  Allora mi vuol derubare? M'ha det­to d'essere una guida; e ci siamo messi d'accordo per sette scellini e mezzo. Se si fosse condotto come do­veva, le avrei dato dieci scellini; ma ora stia tran­quillo che le darò i suoi sette scellini e mezzo e non un soldo di più. E se si azzarda a derubarmi chiamo la polizia.

L'uomo                          -  Eorza, la chiami. Per trovare una guar­dia dovrebbe far cinque miglia. Sono vere le perle che ha al collo? E, del resto, vere o false, le voglio io. Nella borsetta ha tre bigliettoni da una sterlina: li ho visti quando ha pagato il tassì. Me li dà buona buona, o devo prenderglieli io? Badi che le farò un po' male.

Voce d'un giovanotto   - (molto affabile) C'è qual­cosa che non va?

L'uomo e la signora sobbalzano e s'accorgono del nuovo venuto soltanto quand'egli è tra loro due. È un giovinastro simpatico, col berretto da operaio; ma i suoi abiti potrebbero far credere che è un artigiano all'uscita dalla bottega o un signore. Ha l'accento dell'uomo beneducato.

L'uomo                          - (feroce) Chi diavolo sei?

Il nuovovenuto             -  Un vagabondo in cerca di lavoro.

L'uomo                          -  E allora non venirti a immischiare nei casi miei. Fuori di qui, e alla svelta.

Il nuovovenuto             - (gaio) Non ho mica fretta. For­se la signora ha piacere che rimanga. Se ha bisogno d'un testimone, io son qua.

La signora                     -  Oh, sì: la prego, rimanga. Quest'uo­mo mi vuol derubare.

 Il nuovovenuto            -  Davvero! Non sta bene, caro, mio, non sta bene. Non devi rubare.

L'uomo                          - (con eccessiva foga) Caro mio a me? Sta' a sentire: te ne vai da solo, o ti scarico io?

Il nuovovenuto             - (allegramente) Provaci. A me­nar le mani son sempre pronto. A pugni, a chiapparella, a lotta libera, o a tutt'e tre insieme. Svelto. Il pattuglione della polizia a cavallo passa alle sei, CaJ vati il pastrano; e cominciamo.

L'uomo                          - (è un vigliacco immondo) Piano, commendatore, piano. Io non voglio alzar le mani. Io avevo chiesto alla signora che mi ricompensasse per la guida.

Il nuovovenuto             - (alla signora) Lo paghi e se ne liberi.

La signora                     -  Io non ho mai rifiutato di pagarlo,) Ecco qua. (Dà cinque scellini all'uomo).

L'uomo                          - (umilmente) Grazie, signora, grazie. (Sii ne va, quasi di corsa).

La signora                     -  Che coraggio ha avuto a offrirsi di far a botte con quell'omaccione!

Il nuovovenuto             -  Polvere negli occhi, signora mia, niente di più. Un prepotente non è sempre un vigliacco; ma un vigliaccone è quasi sempre un prepotente, L'ho misurato; ecco tutto. Dove vuol andare?

La signora                     -  Giù alla Legnaia. Io abito lì. Sono] la signorina White di Quattro Torri: una vecchia villa (molto conosciuta. Quando arrivo a casa posso darle una lauta ricompensa per avermi liberata da tipaccio.

Il nuovovenuto             -  Conosco la strada. C'è unglio e mezzo. Ce la fa, a piedi?

La signora                     -  Come no? Posso fare anche diedi miglia.

Il nuovovenuto             -  Benissimo. Mi segua. (Si nano insieme).

SCENA SECONDA

Al cancello d'una vecchia e potenziosa casa dipagna, circondata da un muraglione di pietra e soffocata da grossi olmi. Il muraglione è interrotto da quattro torrioni fasulli, con la cima merlata.

Il nuovovenuto e la signora arrivano. Ella apre In borsetta e tira fuori una chiave per aprire il lucchetto.

La signora                     -  Eccoci arrivati. Questa è casa mia,

Il nuovovenuto             - (guardandola) Ah, davvero?

Egli non se ne mostra impressionato quanto ella spe­rava. Ella fruga nella borsetta per sentire quanto danaro ha ed è evidentemente imbarazzata.

Il nuovovenuto             -  Adesso è al sicuro. Io scappo in  città, se no stanotte rimango senza tetto. Buonanotte, signora. (Si avvia).

La signora                     -  No, la prego, aspetti un momento. Non so come...

Il nuovovenuto             -  Come regolarsi per la mancia, vero?

La signora                     -  Bisogna che la ricompensi. Mi ha re­so un grande servigio. E ho promesso di...

Il nuovovenuto             -  È vero. Ma liberare le signore dai ladri non è il mestiere mio: lo faccio per diverti­mento, da dilettante. Però lei ha modo di fare qual­cosa per me. Ha detto che si chiamava White. I suoi parenti sono i più grossi mercanti di legname e bo-scaioli della contea. Io sono un carpentiere scelto. Mi può trovar da lavorare al cantiere per tre sterline e mezzo la settimana? Non posso campare con meno.

La signora                     -  Sì, certo che posso. Mio nonno è il presidente dell'azienda. Mio fratello è il direttore. Co­me si chiama? Dove abita?

Il nuovovenuto             -  Mi chiamo Enrico Bossborn. Vi­vo ovunque, o dove posso. Non ho indirizzo. Giovedì passo dalla porta della sua cucina: mi faccia dire dal­la cameriera se ci sono notizie per me. Buonanotte.

La signora                     - (con molta grazia) Arrivederci.

Bossborn                       -  Non è necessario. Addio: si ricordi di me.

Se ne va, deciso. Ella gira la chiave nel lucchetto opre il cancello e va a casa.

SCENA TERZA

La sala di consiglio della Società White Sons and Bros. Ltd. In poltrona, il vecchio Reginaldo White, an­cora vivace e attento, ma quasi sempre silenzioso. Ja-sper White, dominatore ma non proprio all'altezza di suo padre, Montgomery Smith, capo contabile, e due impiegati che prendono appunti ma non parlano, e tre o quattro membri del consiglio, spettatori silen­ziosi. Bossborn, molto ben vestito, con un colletto bian­co pulito e un abito ben spazzolato, è in piedi davanti a loro, a capo scoperto.

Il vecchio Reginaldo     -  Dunque, Bossborn, lei ha Rèso un servigio molto coraggioso alla mia nipotina, la signorina Serafina White, la più forte azionista di quest'azienda.

Bossborn                       -  Oh, niente, signore. Quel tizio, lo avrei potuto ammazzare.

Il vecchio Reginaldo     -  La signora dice che era alto e grosso il doppio di lei. Dobbiamo trovarle un impiego. È quello che desidera, no?

Bossborn                       -  Signore, io voglio tre sterline e mezzo la settimana. Devo campare.

Il vecchio Reginaldo     -  Per lei ci vorrà un posto da mezze maniche, suppongo. Bisognerà sistemarla in contabilità.

Bossborn                       -  Nossignore,  operaio manuale,  carpentiere a paga settimanale. Tre sterline e mezzo e la so­lita gratifica, come gli altri del cantiere. Il vecchio

Reginaldo                     -  Oh, Be', se preferisce: per  noi è più facile. (A Jasper) Spiegagli quello che de­ve fare.   

Jasper                            - (molto più staccato  e perentorio) Sarai qua lunedì mattina  alle  sei,  puntuale   allo  scoccare j del mattino. La mancanza  di puntualità, qui, non è permessa. Il soprastante ti assegnerà un posto al bancone, e si pretenderà che tu lavori -  che tu lavori, bada, senza gingillarti -  fino alle undici, allora po­trai staccare per  cinque minuti e  andar a prendere  una tazza  di  tè.  All'una   staccherai per mezz'ora  e forai il tempo di mangiare.   Poi   di  nuovo  al  lavoro Ano alle quattro. Quando fai gli straordinari, prendi una sterlina e mezza. Cinque giornate lavorative: il sabato niente. Se batti la fiacca, licenziamento con una settimana di preavviso. Ecco tutto. Vai pure.

Bossborn                       -  Ringrazio molto lor signori di quest'of­ferta. Ma non fa per me. Bisognerà che mi rimetta sulla strada.

Jasper                            -  Perché? È quel che ci hai chiesto

Bossborn                       -  Io non sono un tipo così. Io non posso spaccare il minuto, e lavorare a orario preciso al ban­cone. Io non posso fare per niente quello che loro chiamano lavoro. Non è nella mia natura. Io devo venire quando mi pare e andarmene quando mi pare e starmene via quanto mi pare. Io mi alzo alle otto, faccio colazione alle nove, e leggo i giornali fino alle dieci. In vita mia non mi sono mai alzato alle cinque del mattino.

Jasper                            -  Ho capito: sei un signore disoccupato che va a passeggio. Pretendi d'essere pagato tre sterline e mezzo la settimana per non far nulla.

Bossborn                       -  Tre sterline e mezzo e la gratifica. Non proprio per non far nulla. Io chiedo di comandare chi lavora e di gironzolare attorno agli operai per vedere se c'è qualcosa da fare per me.

Smith                            -  Oh, accidenti che...! Ficcare il naso qua e là e scoprire tutti i segreti del nostro commercio e an­darli a vendere al cantiere accanto.

Il vecchio

Reginaldo                     -  Non non abbiamo segreti. Chiunque voglia imparare il sistema di lavoro dell'im­presa White è ben accolto. Il nostro lavoro è genuino e di prima qualità. Chi ci sa copiare venga pure avanti.

Smith                            -  Sissignore, lo sappiamo bene. Ma questo giovanotto può sbarcare il lunario andando da un'im­presa all'altra, facendosi assumere e licenziare per in­dolenza con quindici giorni di preavviso e andando poi nel cantiere accanto a fare la stessa cosa.

Bossborn                       -  Possiamo metterci d'accordo in questo modo. Loro mi assumono per quindici giorni alle con­dizioni che dico io. Se alla fine dei quindici giorni pensano che valga la pena di tenermi per un'altra settimana, mi pagano le tre settimane; ma se trovano che non servo a nulla, non prendo la paga e sono li­cenziato.

Il vecchio

Reginaldo                     -  Che ne dice, signor Smith?

Smith                            -  Oh, signore, se vuole un socio che dor­me, questo è il suo uomo. Non posso dir altro.

Il vecchio Reginaldo     - (alzandosi) Proviamolo. Venga con me, Bossborn: la mia nipotina è nel mio ufficio privato e aspetta di sapere com'è andata.

Bossborn                       - Bongiorno a lor signori. (Segue il vec­chio Reginaldo).

Smith                            -  Il vecchio s'è rimbambito. È ora che si faccia avanti lei, signor Jasper.  

Jasper                            -  Lasciamolo fare a modo suo. Faremo pre­sto a liberarci di quell'imbecille.

SCENA  QUARTA

Il salotto di Quattro Torri ingombro di massicci mo­bili del primo periodo vittoriano, di tendoni, di tavolinetti piccoli ma pesanti coperti di ninnoli, di conchi­glie marine, di uccelli impagliati sotto campane di vetro; tappeti e carta da parati a grandi fiori; pas­saggi ostruiti e luci in ogni modo. Due anni sono tra­scorsi dall'incidente del bosco.

Bossborn, che è ora un elegantissimo uomo d'affari, dall'aspetto maturo ed autorevole, è in visita da Serafina.

Bossborn                       -  Due volte attorno al mondo!

Serafina                         -  Sì, due volte. E un inverno a Durban.

Bossborn                       -  Perché due volte?

Serafina                         -  Una volta per turismo. Ma la vita in una nave da crociera è così comoda e spensierata e divertente che alla fine del viaggio si rimane a bordo e si parte per un altro giro, per lo più con gli stessi compagni. Molti di loro vivono girando attorno al mon­do. Costa soltanto un migliaio di sterline all'anno; e non s'ha da pensare a nulla.

Bossborn                       -  E allora perché è tornata qua?

Serafina                         -  Nostalgia. Per me nessun luogo vale Quattro Torri. E, poi, sono dovuta tornare dopo la morte di mio nonno per sistemare la successione e al­tre cose del genere. Non lascerò mai più queste care Quattro Torri. Sono nata qui; e morirò qui.

Bossborn                       -  Hmm! Ci sono luoghi migliori.

Serafina                         -  Per me, no. Nessun luogo al mondo. Ma non parliamo di questo. Mi dica di lei. Ho saputo che ha fatto dei cambiamenti terribili nella compagnia, e che i rapporti tra lei e Jasper sono pessimi. Ha mandato in pensione il povero vecchio Smith e licen­ziato quattro impiegati che erano con noi da sedici anni e non avevano mai dato motivo di biasimo.

Bossborn                       -  Le loro mansioni sono sbrigate da una ragazza con una macchina più grande di lei che scrive, calcola e fa bilanci. Smith era indietro di venticinque anni. In tutti i settori c'era uno spreco di mano d'opera veramente spaventoso

Serafina                         -  Prima che partissi, Jasper diceva che quando mio nonno si sarebbe ritirato, uno di voi due avrebbe dovuto lasciar libero il campo all'altro. Noi White vogliamo essere padroni in casa nostra.

Bossborn                       -  Tutto superato. Ho convertito Jasper ai miei sistemi, e adesso lavoro in proprio.

Serafina                         -  S'è messo in concorrenza con noi?

Bossborn                       -  Tutt'altro. Sono ancora direttore e azio­nista. I miei affari personali riguardano un'agenzia per la compra-vendita di terreni, l'amministrazione di beni immobili, il risparmio privato, l'edilizia, e così via. Quando si tratta di danaro, so quello che faccio.

Serafina                         -  È meraviglioso! Pensare che appena due anni fa era un vagabondo in cerca di lavoro.

Bossborn                       -  E lei me l'ha trovato. Che cosa posso darle in cambio?

Serafina                         -  Be', forse mi potrebbe dare un consiglio. La mia vecchia nutrice e governante dice che c'è un guasto alla fognatura; e il giardiniere dice che due delle quattro torri sono pericolanti. Le seccherebbe molto di guardarci e di dirmi se c'è davvero qualcosa che non va, e in questo caso che cosa devo fare?

Bossborn                       -  E' inutile che vada a vedere. E' un pez­zo che tengo gli occhi su Quattro Torri; e so tutto quello che succede all'interno e all'esterno. La fogna­tura non esiste.

Serafina                         -  Non esiste! Ma com'è possibile?

Bossborn                       -  Né fogne né scoli. E il terreno è inon­dato da chissà quanti anni. Nessuna delle torri merita d'essere restaurata. Non rimane che metterci una mi­na sotto, liberarsi di quel muraglione da carcere, but­tar giù gli alberi che nascondono il sole, e scaraven­tare via questa casa brutta, malsana, scomoda e co­stosa. Non è adatta per viverci dentro. Gliela costrui­sco io una casa moderna con una bella vista in una posizione migliore. Questi paraggi erano di moda cin­quant’anni fa: adesso è una zona popolare. Le costrui­sco sei ville prefabbricate da affittare a condizioni mo­derate, che sostituiscano i suoi quattro vecchi torrioni imputriditi e le diano un gettito regolare da aggiun­gere alla sua rendita.

Serafina                         - (alzandosi al colmo dell'ira) Fuori di casa mia, signor Bossborn.

Bossborn                       -  Oh! (alzandosi) Perché?

Serafina                         -  Non trovo neanche le parole. La mia casa! La mia casa, la grande casa di Legnaia. La mia bella casa, costruita dalla mia gente e abitata unicamente da noi. Io sono nata qua. E lei si permette!... Via; se no chiamo i domestici perché la accompagnino fuori. E badi a non accostarsi più alla porta di casa mia: gliela farei chiudere in faccia.

Bossborn                       - (impassibile) Ci pensi bene! Tornerò qua fra un mese.

(Esce senza esitazione).

Serafina suona il campanello e va su e giù per la stanza, fremente; poi suona di nuovo, con violenza, per tre volte. La sua vecchia nutrice-governante entra di corsa, preoccupata.

Nutrice                          -  Che c'è, tesoro mio, che c'è?

Serafina                         -  Se quell'uomo si fa vedere di nuovo qui, chiudetegli la porta in faccia. Sbattetegli la porta in faccia. E se non vuol andarsene, aizzategli contro il cane. Dillo alle cameriere.

Nutrice                          -  Ma non possiamo far questo, È un vero signore. Gli diremo che non sei in casa.

Serafina                         -  Eseguirete i miei ordini. Un signore! lo sai che cos'ha fatto?

Nutrice                          -  No, tesoro. Dev'aver fatto qualcosa di orrendo, per averti ridotta in questo stato. Che cos'era?

Serafina                         -  Ha detto che la mia casa... Quattro Tor­ri!... è brutta, malsana, scomoda, non adatta a viverci dentro. La mia casa! La casa in cui sono nata.

Nutrice                          - (impassibile) È vero, sai, tesoro, che è scomoda. Non si può far a meno di sette cameriere, e si lamentano sempre tutte e non ci vogliono rima­nere a lungo. Ce n'è sempre almeno una che si sente male. Non c'è ascensore e bisogna far tutte le scale trascinando su e giù i secchi di carbone perché non c'è riscaldamento come si deve, ma solo il vecchio fo­colare aperto. E c'è tanto buio, con tutti questi alberi attorno e la sola vista di quel muraglione di pietra. In cucina non fanno che domandarsi come mai abiti qua invece di trasferirti in una bella casa nuova con tutte le comodità

Serafina                         - (esterrefatta) Dunque tu... tu!... tu sei d'accordo con lui!

Nutrice                          -  Oh, no, tesoro, non potrò mai essere d'ac­cordo con chi è contro te. Io lo so che per te questa vecchia casa vale più del mondo intero. Ma non puoi biasimare il signore per aver detto quel che dicono tutti. È un signore tanto gentile. Ripensaci, tesoro.

SCENA QUINTA

La sala di soggiorno d'una casa arcimoderna, co­struita nel 1950, in strano contrasto con Quattro Tor­ri. Come prima, Serafina è l'ospite e Bossborn è il visitatore.

Bossborn                       -  Oggi che c'è di nuovo? Perché m'ha mandato a chiamare?

Serafina                         -  Voglio chiarire con lei il fatto dei miei martedì. Lei ha smesso di venirci. Perché?

Bossborn                       -  Ah sì? Be', io sono oberato di lavoro dal mattino alla sera. La mattina sono sempre occu­pato coi miei affari personali, e nel pomeriggio ci sono riunioni del comitato direttivo e del Consiglio della Contea, e impegni d'ogni genere. Per quanto mi piac­cia far capolino in casa sua nel giorno in cui riceve, non riesco proprio a trovare il tempo per la vita di società e per le chiacchiere. Disgraziatamente, sono un uomo molto occupato.

Serafina                         -  Con quanta grazia smercia il suo fascio di bugie! Un uomo occupato trova sempre il tempo di fare ciò che gli fa veramente piacere di fare, e il pre­testo per non fare ciò che non gli fa piacere di fare.

Bossborn                       -  È vero. Non ci avevo mai pensato. Per dir la verità, non mi piace la compagnia delle signore e dei signori. Mi annoiano. Non mi sento a mio agio Lei sa che sono soltanto un vagabondo rifatto.

Serafina                         -  Bravissimo. Ma è una bugia anche più grossa. Io non so dove ha imparato la sua educazione, da corte e il suo modo di parlare e l'eleganza con cui indossa abiti londinesi; ma io so che, socialmente par­lando, lei è d'un gradino sopra a me, e guarda dall'al­to in basso noi provinciali e commercianti.

Bossborn                       -  Ebbene, supponiamo che sia vero. Di­ciamo che sono stato allevato come paggio di corte, e che mi ci sono annoiato tanto da dover scappare e precipitarmi in mezzo alla strada senza un soldo in ta­sca, proprio come fece Kropotkin che smise di fare il paggio dello zar Alessandro e si scelse un reggimento di fanteria in Siberia invece delle Guardie Imperiali che a Pietroburgo erano la schiuma del bel mondo. Certe cose capitano. Può fingere che sia capitato a me. An­che in questo caso c'è la prova che non agisco per snobismo.

Serafina                         -  Può darsi che finalmente abbia detto la verità. Ma se non era per snobismo, perché ha smesso di venire a casa mia quando ricevo? Mi risponda su questo punto.

Bossborn                       -  A che serve dirglielo se lei non crede a una sola delle mie parole? Sembra che la verità la conosca solo lei, qualunque essa sia. Dunque spetta a lei dirla a me.

Serafina                         -  Lei ha smesso di venire perché pensa che io la voglia sposare.

Bossborn                       -  Che sciocchezza!

Serafina                         -  Non è una sciocchezza. Smetta di men­tirmi. Per me sarebbe una promozione sociale. La mia vecchia nutrice, a forza di dire che lei è un signore tanto gentile, l'ha prescelta come 'marito per me fin dalla prima volta che l'ha veduta. Tutti pensano che io mi debba sposare prima di essere troppo vecchia. Se lei venisse a casa mia il martedì quando ricevo i miei amici, tutti penserebbero che lei è il prescelto. È di questo che lei ha paura. Stia tranquillo. L'ho man­data a chiamare per dirle che niente al mondo po­trebbe indurmi a sposarla. Ecco tutto. Può venire quando vuole. Io non ho mire su lei.

Bossborn                       -  Ho forse avuto occasione di offenderla? Le ho forse mancato di riguardo?

Serafina                         -  No. Lei si conduce in modo ineccepibile.

Bossborn                       -  Ma non le piaccio. Una semplice anti­patia naturale, vero?

Serafina                         -  Tutt'altro. Io ho per lei più simpatia e ammirazione di quanta ne abbia per qualsiasi altro uomo di mia conoscenza. Lei è un portento.

Bossborn                       -  E allora perché?

Serafina                         -  Ho paura di lei.

Bossborn                       -  Paura di me!!! È impossibile.  Come? Perché? Dice sul serio?

 

Serafina                         -  Si: paura di lei. Tutti hanno paura di lei.

Bossborn                       -  Posso almeno dirle che lei non ha mo­tivo d'aver paura di me?

Serafina                         -  Il motivo c'è. A me piace comandare in casa mia, come comandavo a Quattro Torri.

Bossborn                       -  Ma se fossimo marito e moglie, lei sa­rebbe padrona in casa mia.

Serafina                         -  Nessuna donna sarebbe padrona in una casa nella quale abitasse lei, ma schiava e compagna di letto.

Bossborn                       -  Io sono esterrefatto. L'ho mai costretta a fare qualcosa che ella non volesse fare?

Serafina                         -  No: perché ho sempre dovuto fare quel­lo che lei voleva io facessi. A Quattro Torri era felice; mi piaceva, ci ero nata ed ero padrona di me stessa e del luogo; mi era sacro. L'ho cacciata di casa perché s'era permesso di denigrarlo. E ora dov'è? E io dove sono? Dove m'ha messo lei: proprio come se fossi sta­ta un mobile. Qua, in questa casa, scelta da lei e co­struita da lei, ho udito saltar per aria i miei quattro torrioni, bam-bam-bam, e a ogni colpo il cuore mi bat­teva come in un terremoto; e non ho mai alzato un dito per impedirglielo, come avrei fatto se fossi stata padrona di me stessa. In cantiere, dove mio nonno ha detto l'ultima parola fino a che è vissuto, è arrivato lei; aveva contro di sé Jasper e Smith e tutti gli altri, eppure ha messo tutto sossopra: il povero vecchio Smith e i suoi impiegati si sono dovuti ritirare; Jasper ha dovuto sottomettersi; i nostri meravigliosi artigiani hanno dovuto abituarsi a maneggiare macchine nuove altrimenti sarebbero stati licenziati e sostituiti da mec­canici americani.

Bossborn                       -  Sì sì sì; ma erano consenzienti, nessuno si è opposto. Io ho raddoppiato, triplicato, quadrupli­cato prodotto e profitto. Lei non potrebbe più vivere a Quattro Torri perché qua vive in modo straordina­riamente più comodo e più civile. Potete fare tutti quanti ciò che vi pare, grazie all'agio che deriva dalle mie riforme, assai meglio di quanto potevate farlo pri­ma che venissi io. Poter stare a proprio agio e l'unica conquista reale della libertà. Io non impongo sistemi nuovi: mi limito a indicare una nuova strada.

Serafina                         -  Sì: la sua strada, non la nostra.

Bossborn                       -  Né la strada mia né la vostra. La stra­da del mondo. V'è chi la chiama la via del Signore.

Serafina                         -  Comunque, io vivrò la mia vita, non la sua. Se mi sposo, non scelgo un Bossborn, nato per comandare.

Bossborn                       -  È l'ultima parola?

Serafina                         -  Sì. Amicizia, e niente più.

Bossborn                       -  E così sia. Bongiorno a lei.

                                      - (Si alza e va via, senza esitare,  come prima).

 

FINE

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