Perché non rimani a colazione?

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ATTO PRIMO

PERCHE’ NON RIMANI A COLAZIONE?

Commedia di

Gene STONE e Ray COONEY
Traduzione di

Maria Teresa Petruzzi


ATTO PRIMO

L’appartamento di George Clarke. Le nove di sera – settembre. L’appartamento è al primo piano di un grande edificio vittoriano, di Hampstead.

La scena è un’ampia stanza, suddivisa in una zona soggiorno, che ne occupa i due terzi e una cucina. Due bassi gradini suddividono le due zone. Sulla parete di destra si apre una finestra che si affaccia sui tetti. La porta di fronte si apre su un pianerottolo e su un sottoscala. A sinistra una porta, che comunica con la camera da letto, è separata dal soggiorno da una porta scorrevole. Nella camera da letto è visibile il letto di George. L’appartamento ovviamente appartiene a uno scapolo, molto maschile, ma con le pareti coperte da un ammasso di quadri antiquati. L’arredamento è di un po’ tutte le epoche, fuorchè moderno, e la stanza è sommersa di piccoli oggetti che George ha acquistato dai rigattieri. Il soggiorno è arredato con una poltrona, una scrivania spaziosa, scaffali di libri sulla parete di fondo, un grammofono e un carrello con i drink. Tavolini bassi sparsi, e su uno di essi, il telefono. La cucina è dotata di frigorifero, credenze e scaffali, un fornello unito al lavello. Sul davanti un tavolino rotondo con due sedie. Interruttori della luce a lato della porta di ingresso, sulla parete, avanti, vicino al carrello dei drink e ai lati della camera da letto, per illuminare la cucina.

All’alzarsi del sipario, George è in cucina: si sta preparando la cena. Ha superato i trent’anni, è molto ordinato e preciso. Indossa una camicia bianca con cravatta a righe, pantaloni scuri ben stirati, e bretelle. Al momento ha anche un grembiule. Il tavolino della cucina è apparecchiato per una sola persona ed è ingombrato da barattoli di ingredienti, una bilancia e un libro di cucina. Sul fornello tre tegami, contenenti rispettivamente riso, “siky yaki” e qualcosa di indecifrabile che sta cuocendo. Sullo scaffale un contaminuti. La cucina è illuminata, ma il soggiorno è al buio, eccetto per una piccola luce che viene dalla strada attraverso le tende semiaperte.

Dopo un istante suona il contaminuti. George consulta il libro di cucina, prende qualcosa dal tavolo e lo versa nel tegame del “siky yaki”. Nel frattempo, suona il telefono. Esita, guada l’orologio, scuote la testa e continua a cucinare. Dopo un momento regola il fornello, poi va verso il telefono. Si ferma e torna indietro, calmo, ad accendere la luce. Torna indietro e si siede accanto al telefono, cambia idea, si alza e accende la luce centrale. Torna a sedersi, prende il telefono e parla immediatamente.

GEORGE       - (Al telefono) Pronto, Helen… eh? Cos’è che non dovrei fare?… Dico sempre “pronto, Helen”… Chi altro potrebbe essere?… In quel caso direi semplicemente: ”chiedo scusa, credevo che fosse mia sorella. Mi chiama sempre alle nove”. Veramente sei in ritardo di cinque minuti… il dottore, certo… Che cosa? Ero occupato in cucina… Suky yaky… Suky yaky. E’ giapponese… Certo non voglio rovinarmi lo stomaco. Sai che mi piace fare degli esperimenti… Io sono… No, no, solo. E perché sei andata dal dottore questa volta? (Come ha terminato la domanda realizza che non avrebbe dovuto farlo e allontana il ricevitore da sé per qualche istante. Poi ascolta di nuovo) Per i reni, oh, Signore! (Ascolta di nuovo per un momento. Con compassione) Oh, santo cielo… Oh, santo cielo… oh, santo cielo… (Helen evidentemente ha preso il via, George coglie l’occasione per posare il telefono sulla poltrona e precipitarsi in cucina. Rapidamente abbassa la fiamma sotto tutti i fornelli. Corre di nuovo al telefono, ma si ferma. Si versa rapidamente del whisky con soda e poi riprende il ricevitore) Oh, santo cielo!

(da sopra giunge il suono di un registratore che suona un motivo di moda, a pieno volume. George sussulta)

(Al telefono) Dicevi?… Non sento bene. C’è un baccano pazzesco che viene da sopra… non dovrebbero proprio affittare questi appartamentini a degli hippy. Certe volte dura tutta la sera… Ci ho provato, ma è come se parlassi un’altra lingua… E’ incominciata con due giovanotti, ma adesso ce ne sono abbastanza per… Dunque che cosa stavi dicendo, cara?… Il dottore è preoccupato per la tua vita… i tuoi reni, voglio dire…

(Da sopra giunge il rumore di una lite tra Davey e Louise. Anche se non si distinguono le parole, la voce di Louise è quella dominante. Al telefono)

Oh, Santo cielo, è spiacevole… Uno specialista? (Sussulta al rumore che viene da sopra) Scusa, non ho sentito. Ci risiamo, di sopra – sembra che stiano litigando… Eh? No, non credo che uno specialista ti farebbe – ma perché  non ti trasferisci a Bournemouth dalla mamma?

(Da sopra giunge un forte rumore di cocci)

Oh, mio Dio, ma che cosa combinano?! Dio solo lo sa!

(La porta di sopra si apre si chiude fragorosamente)

Esco a concentrarmi. C’è un baccano d’inferno e non riesco a concentrarmi. (Si sente suonare insistentemente alla porta d’ingresso. Sorpreso) Oh! (Al telefono) C’è qualcuno. Aspetta un momento. (Sempre tenendo il telefono va alla porta mentre continuano a suonare da fuori) Ecco, ecco, sto arrivando. (Apre la porta).

(Entra Louise. E’ una giovane del nord sui diciassette anni e veste in modo anticonformista. Una specie di camicione che le copre appena il ginocchio, i capelli lunghi sciolti sulle spalle, una sacca con tracolla, e piedi nudi negli zoccoli. Ha l’aria arrogante e molto sicura di sé. E’ anche visibilmente incinta. George la guarda stupito. Lei entra, va allo sgabello e vi si lascia cadere sopra. George, sempre ammutolito, va ad osservarla).

(Al telefono) Ehm – Helen… Sì, sto bene… E’ uno di quelli di sopra… No, non un giovanotto… (Louise apre gli occhi nel sentire la precisazione. Al telefono) Helen, richiamami tra qualche minuto… No, non voglio entrarci. (George mette giù il telefono e guarda Louise. Dopo qualche istante) Si sente bene? 

LOUISE          - Che domande!

GEORGE       - (Cercando di essere gentile) Gradisce un bicchiere d’acqua?

LOUISE          - Ha mica una coca-cola?

GEORGE       - No. Posso offrirle qualcos’altro?

LOUISE          - (Indicando il drink di George sul tavolo) Quella, che roba è?

GEORGE       - Whisky e soda.

LOUISE          - Me ne dia un po’.

GEORGE       - Oh. (Alludendo alle sue condizioni) Crede che le faccia bene?

LOUISE          - (Toccandosi il ventre) Gli farà crescere i peli sul petto. (George le versa da bere. Louise raddrizzandosi sulla sedia) Oh, quel maledetto lassù! (George sussulta lievemente alla imprecazione)

GEORGE       - Io – ehm – c’è stata un po’ di confusione…

LOUISE          - Eravamo Dave ed io.

GEORGE       - Dave?

LOUISE          - Uno di quelli di sopra.

GEORGE       - Oh.

LOUISE          - Stavamo litigando.

GEORGE       - L’avevo capito.

LOUISE          - Oh, quel maledetto…

GEORGE       - (Svelto) Sì, va bene, ho già sentito la prima volta che l’ha detto…

LOUISE          - Spero che il registratore gli si sia spaccato.

GEORGE       - Registratore – è quello che ha fatto quel rumore?

LOUISE          - Sì. Il suo registratore si è spaccato.

GEORGE       - Non è che gliel’ha tirato dietro?

LOUISE          - Oh, no. L’ho tirato io contro di lui.

GEORGE       - Signore! (Le porge da bere) Ecco qua. (Louise beve un sorso. E’ molto forte)

LOUISE          - Questo lo metterà in moto.

GEORGE       - Metterà in moto chi?

LOUISE          - Lui, qui dentro. (Toccandosi il ventre) Con i piedi. Bum – bum! (George le lancia un’occhiata imbarazzata. Louse si alza con il bicchiere in mano e passeggia, guardandosi intorno) E’ la stessa disposizione dell’appartamento del ragazzo di sopra.

GEORGE       - Ah, sì?

LOUISE          - Immagino che anche quello di sotto sia uguale.

GEORGE       - Eh, sì, lo credo anch’io.

LOUISE          -(Indicando la camera da letto) Di là c’è un’altra stanza, vero?

GEORGE       - Eh – già – la camera da letto.

LOUISE          - Di sopra è tutta una maledetta camera da letto. Ehi, eppure lei questa l’ha fatta diversa. Commercia in cose usate?

GEORGE       - (Sorpreso) No.

LOUISE          - (Ridendo) Mi sembrava il “Negozietto dell’usato”. Ha rilevato tutta questa roba dall’inquilino precedente?

GEORGE       - No, mi diverto a collezionare cose strane, ecco tutto.

LOUISE          - Ma non l’ha mica sistemato così di proposito.

GEORGE       - Sì!

LOUISE          - (Guardandosi attorno) Beh, non stia a prendermi per il culo! (Va in cucina; George la segue con lo sguardo irritato. Da fuori) La cucina non è male.

GEORGE       - Grazie.

LOUISE          - Ehi, ma sul fuoco c’è un tegame che brucia.

GEORGE       - Brucia! Povero me! (Si precipita dentro) Oh, mio Dio! (Durante il dialogo che segue George cerca di recuperare i vari tegami. Uno di essi si è bruciato, ed egli mette il pentolino sotto il rubinetto)

LOUISE          - Che cos’è?

GEORGE       - Varie cose. L’ingrediente principale è il suky yaky.

LOUISE          - Succhi cosa?

GEORGE       - Suky yaky – è giapponese.

LOUISE          - Sa che lei è un tipo curioso!

GEORGE       - Non ci vedo niente di curioso nel preferire i cibi giapponesi.

LOUISE          - E si cucina da solo?

GEORGE       - (Concentrandosi sui tegami) Già.

LOUISE          - (Guardando il libro della cucina) L’ha presa da lì, la ricetta?

GEORGE       - Sì.

LOUISE          - Accidenti, c’è anche la bilancia. Usa sempre la bilancia, quando cucina?

GEORGE       -  Sì.

LOUISE          - Bilance, libri di cucina. Grembiulino. Lei è un vero fai da te, eh?

GEORGE       - (Con dignità) Non sarà mica venuta qui per discutere le mie qualità culinarie…

LOUISE          - (Con un cenno verso di lui) Buffone!

GEORGE       - E la pregherei di moderare il suo linguaggio.

LOUISE          - (Ridendo) E quel linguaggio del cavolo che usa lei?

GEORGE       - (Gentilmente) Ascolti, è un po’ tardi e…

LOUISE          - Sono solamente le nove e dieci minuti.

GEORGE       - (Incalzando) … mi sto preparando la cena.

LOUISE          - Succhi pochi!

GEORGE       - Succhi pochi – ehm – yaky!

LOUISE          - Sto semplicemente cercando di tirarla su. (Semplicemente) Le dispiacerebbe darmi un po’ di soldi?

GEORGE       - Prego?

LOUISE          - Ho detto, “le dispiacerebbe darmi un po’ di soldi?”

GEORGE       - Come sarebbe “dare”?

LOUISE          - Direi “prestare”, ma tanto non li avrebbe mai indietro.

GEORGE       - Non dirà mica sul serio?

LOUISE          - Oh, sì.

GEORGE       - Ma come si fa ad entrare in casa d’altri e dire: “le dispiacerebbe darmi un po’ di soldi”?

LOUISE          - Perché no?

GEORGE                   - Beh, ci vuole una bella faccia tosta!…

LOUISE          - Non è male questa roba. Mi è capitato solo un paio di volte, prima d’ora, di bere del whisky… Alla rivoluzione! (Beve)

GEORGE       - Alla rivo…! (Calmo) … luzione!

LOUISE          - Un paio di sterline basteranno, per il momento.

GEORGE       - Prego?

LOUISE          - Un paio di sterline basteranno.

GEORGE       - Si rende conto che questo è accattonaggio?

LOUISE          - Non è accattonaggio.

GEORGE       - Che cosa è, allora, secondo lei?

LOUISE          - Ma non capisce? Le sto offrendo la possibilità di dividere qualcosa con me.

GEORGE       - (Preoccupato) Dividere qualcosa?

LOUISE          - Un’esperienza. Un piccolo scambio di sensazioni tra due persone.

GEORGE       - Scambio di sensazioni?

LOUISE          - Un rapporto. Comunicazione.

GEORGE       - (Sarcastico) Ho capito.

LOUISE          - No, non capisce.

GEORGE       - Sì. Fa tutto parte di questo moderno comportamento, no? Il movimento giovanile. Vivi adesso e paghi domani. Non fare la guerra, fai l’amore. Non preoccuparti di lavorare, bussa alla porta di qualcuno e chiedi un paio di sterline.

LOUISE          - Ma non dica stronzate!

GEORGE       - Ma la vuole smettere di usare quel linguaggio?

LOUISE          - Lei è molto riservato, vero?

GEORGE       - Non ho la più pallida idea di che cosa significhi “riservato”, ma sicuramente ha ragione. Adesso, appena avrà finito il suo drink, e come si sarà calmata un po’, le consiglio di fare ritorno da suo marito.

LOUISE          - Quale marito?

GEORGE       - Quanti mariti ha?

LOUISE          - Vaffanculo!

GEORGE       - Beh, quand’è così, le consiglio di – ehm – di ritornare dal padre di suo figlio.

LOUISE          - E’ una lunga storia finita a Bradford.

GEORGE       - Il signore di sopra non è…

LOUISE          - Glielo dico io cos’è…

GEORGE       - A parte quello.

LOUISE          - Lo conosco appena da una settimana. Li ho conosciuti, lui e quell’altro, in un bar di Leicester Square.

GEORGE       - Una settimana?

LOUISE          - Ha per caso una sigaretta?

GEORGE       - Una?… Sì. (Indica la scatola)

LOUISE          - E’ un portasigarette?

GEORGE       - Non esattamente. E’ buffo, sembrerebbe proprio. E’ uno scaldino di epoca vittoriana, che ho trovato. E’ un oggetto molto ingegnoso; qui ci si mette il recipiente, e lì l’acqua calda, e il calore esce da qui forellini sopra il pentolino e lo scalda. E’ Sheffield autentico – si vede il rame che viene fuori. Mica male, vero?

LOUISE          - Molto grazioso – posso prendere una sigaretta? Vede, ero appena arrivata da Bradford. Dovevo trovarmi un posto, e così Dave ha detto che avrei potuto stare da loro. Beh, una litigata dopo l’altra, così ho tagliato corto.

GEORGE       - Evidentemente deve avere un temperamento alquanto vivace.

LOUISE          - Già.

GEORGE       - Che cosa ha tirato dietro, a quello di Bradford?

LOUISE          - I pantaloni, mi sembra. (Una breve pausa) Allora, mi darà quei soldi? Tanto quanto basta per star fuori un paio di notti.

GEORGE       - Ecco, immagino se lei non ha un posto – e devo essere onesto – non ci credo – ehm ... Non volevo dire questo... Faccio ogni specie di carità.

LOUISE          - Coraggio, allora, dia un paio di sterline al Bradford Putting Club.

GEORGE       - E’ comunque ridicolo. Due sterline non la porteranno lontano.

LOUISE          - Faccia cinque, allora.

GEORGE       - Non crede che sarebbe meglio fare la pace con Davey e rimanere lì fino a che non deve entrare in ospedale?

LOUISE          - Ospedale?

GEORGE       - Per il bambino.

LOUISE          - Non mi vedranno mai, in un ospedale! Ma non li legge i giornali?

GEORGE       - Avrà fatto qualche progetto.

LOUISE          - (Borbottando) Non sono molto brava a fare progetti.

GEORGE       - Il dottore ne avrà qualcuno.

LOUISE          - Quale dottore?

GEORGE       - (Lentamente) Non è andata da un dottore?

LOUISE          - A che mi serve il dottore? Per idiota che possa essere, si vede subito che non è un foruncolo.

GEORGE       - E’ un bel guaio!

LOUISE          - Non capisco perché si preoccupata tanto per me. Non ancora.

GEORGE       - Oh, mio Dio!

LOUISE          - Perché fare tanto chiasso per una cosa così naturale come mettere al mondo un figlio. Sarà come sgranare i piselli!

GEORGE       - Non sarà affatto come sgranare i piselli!

LOUISE          - In India le donne fanno i loro bambini all’aperto nei campi poi tornano a lavorare, a cogliere il riso o che so io.

GEORGE       - Il fatto è che lei non è un’indiana e che non potrà fare così, in Hampstead. Lei è la persona più irresponsabile che abbia conosciuto. Questa è irresponsabilità criminale. (Si prende la testa fra le mani) Mi sta facendo venire mal di capo.

LOUISE          - Accidenti, se continua così si farà venire l’ulcera!

GEORGE       - L’ho già avuta.

LOUISE          - E’ sposato?

GEORGE       - (Dopo una breve pausa) No.

LOUISE          - Ma lo è stato, vero?

GEORGE       - Sì!

LOUISE          - L’avevo immaginato. Dalla faccia. (Suona il telefono, e George risponde)

GEORGE       - (Al telefono) Due – tre – nove – Oh!… Oh, salve, Helen.. Che cosa?… Oh – ehm – sì…. No, niente che non va. (Lancia un’occhiata a Louise) Stava facendo una colletta per un’opera pia…per salvare l’infanzia abbandonata.

LOUISE          - Ehi.

GEORGE       - (Al telefono) Un momento, Helen. (A Louise, irritato)  Che cosa c’è?

LOUISE          - Posso usare il bagno?

GEORGE       - Deve proprio?

LOUISE          - Dove altro pensa che potrei…?

GEORGE       - Va bene.

LOUISE          - (Indica la camera da letto) E’ di qua? Ciao. (Louise esce per la camera daLla camera da letto)

GEORGE       - (Al telefono) Scusami… Era… Ehm – la stessa signora di prima… La dama di carità, sì… No, questa volta non faceva la colletta… doveva consegnare… il grembiule. No, non ci casco, Helen. (Entra Louise; durante la parte seguente della telefonata va in cucina. Assaggia il suo suky yaky e le piace) Se n’è andata… Va bene. C’è nient’altro?… Giovedì sera, come al solito. Certo… Adesso è meglio che metta giù, Helen… Certo che sono solo.

LOUISE          - (Chiamando da fuori) Posso prendere un po’ di suchi pochi? (George si precipita a chiudere il microfono con la mano)

GEORGE       - (Gridando) Stai calma.

LOUISE          - Posso prendere un po’ di suchi pochi?

GEORGE       - Sì. (Al telefono, indifferentemente) Ti richiamerò domattina, Helen. Ciao. (Louise si riempie un grande piatto di cibi presi dai vari tegami. George mette giù il telefono e la raggiunge, spegnendo le luci del soggiorno)

LOUISE          - Mi piace il suo bagno.

GEORGE       - Bene. Mi fa piacere.

LOUISE          - A parte quelle piante finte! Il riso lega con questa roba, eh?

GEORGE       - Sì, certo. (Con un’occhiata al piatto di lei) Quand’è che ha mangiato l’ultima volta?

LOUISE          - Non lo so. Dobbiamo aver fatto colazione. Lei non ne prende?

GEORGE       - Se non le dispiace…

LOUISE          - Si serva pure.

GEORGE       - Grazie. (Lei si siede al tavolo, ma non c’è molto posto per via del suo stomaco)

LOUISE          - E’ buono, mi sento proprio bene.

GEORGE       - Forse è po’ scotto.

LOUISE          - No, è perfetto. Lei mangia sempre alla giapponese?

GEORGE       - Dio mio, no! Una volta la settimana provo qualcosa di diverso, ecco tutto. Mi dica, l’appartamento di sopra, è sull’elenco telefonico?

LOUISE          - Tutto quello che sanno fare, quei ragazzi, è farsi tagliare la luce e il gas. Ma poi, che gliene frega, a lei?

GEORGE       - Per telefonare al suo amico e dirgli di occuparsi di lei.

LOUISE          - Non ho bisogno che nessuno si occupi di me. E non ci tornerò più, disopra. Nessuno mi possiederà.

GEORGE       - E’ quello che ha cercato quell’altro? Ha cercato da possederla?

LOUISE          - Quello di Bradford?

GEORGE       - Sì.

LOUISE          - Forse. Non sapeva che cosa voleva. Ma una cosa, la sapeva fare molto bene, glielo assicuro. (Si tocca il ventre)

GEORGE       - (Sforzandosi di ignorare la cosa) Non ne dubito.

LOUISE          - Ma era un coniglio.

GEORGE       - Come sarebbe a dire?

LOUISE          - Un coniglio. Non faceva che quello. Sembrava una prescrizione medica, quello là.

GEORGE       - Non capisco.

LOUISE          - Gli piaceva farlo tre volte al giorno, dopo i pasti. (George continua a mangiare, piuttosto imbarazzato) E lei è un coniglio?

GEORGE       - Lo gradisce un po’ di mango?

LOUISE          - Non credo…

GEORGE       - Fatto in casa.

LOUISE          - Da lei?

GEORGE       - Sì.

LOUISE                     - Sa fare anche la calza?

GEORGE       - No! Quelli sono i bastoncini per mangiare il riso.

LOUISE          - Credevo che fossero ferri da calza di  vittoriana.

GEORGE       - Oh, no, sono bastoncini. Sono cinesi – dovrebbero essere giapponesi.

LOUISE          - (Di colpo si tiene lo stomaco) Oh!

GEORGE       - Che c’è?

LOUISE          - La canaglia mi ha sferrato un calcio.

GEORGE       - Probabilmente disapprova la sua conversazione a tavola.

LOUISE          - Oh, lei è puritano. Ohi! (Si tiene lo stomaco) Ci risiamo. Vuol sentire?

GEORGE       - No, grazie. (Rapidamente di siede e si versa la salsa di mango) Non ha parenti o amici presso i quali alloggiare, a Londra?

LOUISE          - No. (Di colpo) Lei si preoccupa per me, vero?

GEORGE       - No! Solamente mi sembra mostruoso che una ragazzina vada via da qui, senza aver preso accordi con un ospedale, con un dottore o che so io.

LOUISE          - Oh, questa è buona! Comincia a condividere la mia esperienza.

GEORGE       - Io non condivido proprio niente! Avrebbe dovuto rimanere con quel tipo di Bradford.

LOUISE          - Perché? Lui la sua parte l’ha fatta.

GEORGE       - Ma deve essere stata innamorata di lui, una volta.

LOUISE          - Non proprio. E’ stato un gioco. Con uno che avevo incontrato. Tutto sommato, non lo volevo neanche.

GEORGE       - Ma lei avrà un figlio suo.

LOUISE          - E con questo!?

GEORGE       - Naturalmente lei è una di quelle giovani per le quali le convenzioni della nostra società non significano assolutamente…

LOUISE          - Stronzate – nient’altro. Sono del parere che avrebbero dovuto essere seppellite da anni, incluso Babbo Natale, il meteorologo e gli impiegati statali.

GEORGE       - Io sono un impiegato statale.

LOUISE          - (Ridendo) Ma no! Certo, è il tipo. (Ridendo) Dove sta? Al ministero delle Pensioni?

GEORGE       - Sì.

LOUISE          - (Smettendo di ridere) Non dovrei ridere.

GEORGE       - Oh, ha forse del rispetto per i sentimenti altrui?

LOUISE          - No. Solo che non vorrei ridere tanto da scodellarlo nella sua cucina. E che cosa fa, al ministero delle Pensioni? Mette gli stupidi timbri sulle cartoline?

GEORGE       - No! Sono quello che si chiama un U.E.

LOUISE          - U.E?

GEORGE       - Ufficiale Esecutivo. Grado Due.

LOUISE          - Ed è importante?

GEORGE       - Oh, sì! E’ a un solo gradino dal supervisore. Attualmente il nostro superiore è il signor Saunders. Sa essere carogna per la verità. Solo martedì scorso…

LOUISE          - Da quanto tempo fa questo tran tran?

GEORGE       - Tran tran?

LOUISE          - L’impiegato statale.

GEORGE       - Da diciotto anni.

LOUISE          - Accidenti, e non la mandano via prima per buona condotta? Non mi meraviglia che lei sia un puritano.

GEORGE       - Amo molto il mio lavoro.

LOUISE          - Lo lasci perdere.

GEORGE       - No, è molto complicato, ed uno ha la sensazione… E poi mi piace.

LOUISE          - Pensione. Salute pubblica, Ospedali di Stato. La baracca. Merda.

GEORGE       - Vorrei che non usasse parole simili.

LOUISE          - La baracca?

GEORGE       - No.

LOUISE          - Quali, allora? (Una breve pausa)

GEORGE       - Merda. E poi, perché gli hippies devono esprimersi in questo modo?

LOUISE          - Tutto questo la sconvolge, vero? Lei accetta Babbo Natale, la Parata delle guardie a cavallo e il Ministero delle Pensioni, ma se qualcuno dice “culo”, lei rimane secco. A poi, io non sono una hippy. Gli hippies sono superati, come gli scaldini  di epoca vittoriana.

GEORGE       . Beh, estremisti, emarginati, o come diavolo vi definite. Non lo so.

LOUISE          - (Arrabbiata) Ma perché deve classificare tutti? Io sono io. Mi faccio gli affari miei – dove voglio e quando voglio. Non ho bisogno di niente da nessuno.

GEORGE       - Credevo che avesse bisogno di due sterline.

LOUISE          - Oh! (Si alza arrabbiata)

GEORGE       - (Mormorando) Mi scusi, non sono stato gentile. E’ stato veramente un colpo basso… (Si ferma, nel vedere il ventre di lei)

LOUISE          - Quella roba non era male. (Va verso la fruttiera e accende le luci)

GEORGE       - (Secco) Sono contento che le sia piaciuto. Voglio dire, non si preoccupi di  dire “grazie”. (Lei si serve una banana)

LOUISE          - Oh, lezione di educazione… Io l’ho dimenticata.

GEORGE       - Capisco. Si serva una banana. Immagino che le buone maniere siano un’altra delle convenzioni che lei trova superate. Temo di non essere d’accordo.

LOUISE          - Mio padre e mia madre erano così gentili l’uno con l’altro che mi facevano vomitare.

GEORGE       - Mi dispiace. Non lo capisco.

LOUISE          - Perché era falso. Era un continuo: (Imitando) “Scusami cara” e “Oh - no, è stata colpa mia, dolcezza”. “Non dovevi, tesoro”. “Oh, certo che avrei dovuto, sei il mio piccioncino”. E intanto mia madre se la faceva col vicino di casa.

GEORGE       - Oh. Deve essere stato molto triste per lei.

LOUISE          - Non proprio. Non lo era nemmeno per mio padre. Era troppo occupato a darsi da fare con la  moglie del vicino. (George fa un cenno col capo)

GEORGE       - Ma non tutti si comportano così.

LOUISE          - Ci sono tre specie di persone. Quelle che si dànno da fare col vicino di casa. Quelle che vorrebbero farlo. E quelle che non hanno disgraziatamente vicini di casa. Comunque, ho fatto i bagagli e me la sono filata. Li ho piantati.

GEORGE       - (Dopo aver rabbrividito leggermente) Non ha proprio niente denaro?

LOUISE          - Qualche monetina, credo. (Si tiene lo stomaco) Rieccolo! Un altro calcio! Credo che verrà fuori un maledetto giocatore di calcio.

GEORGE       - E lei se ne sta lì seduta, senza la più pallida idea di dove andare a dormire, stanotte.

LOUISE          - Lo troverò, un posto.

GEORGE       - Dio mio, figliola, ma come può!

LOUISE          - Oh, sì. Lei non sa come vanno le cose, fuori. (Indica il mondo) C’è sempre qualche gruppo che ha un tetto da dividere con me.

GEORGE       - Ma Santo Cielo, lei è incinta di nove mesi!

LOUISE          - Beh, non si può mica nascondere, no? (Una pausa) Adesso devo andare.

GEORGE       - E’ sicura di aver mangiato abbastanza?

LOUISE          - (Una breve pausa, mentre George è a disagio) Allora, me lo darà quel denaro? (George esita, poi annuisce e attraversa il soggiorno verso la camera da letto. Louise lasciando la borsa in cucina, cerca il posto dove mettere la banana semi mangiata. Finalmente la rimette nella fruttiera) Era la sua ragazza, quella che ha telefonato, poco fa? (Prende la sigaretta dalla scatola. George entra coi soldi)

GEORGE       - Dio mio, no. Era mia sorella, Helen.

LOUISE          - (Sorpresa) Sua sorella?

GEORGE       - Sì.

LOUISE          - E’ noiosa, vero?

GEORGE       - Non sta molto bene.

LOUISE          - Capisco.

GEORGE       - (Porgendole due banconote da cinque sterline) Ecco qua.

LOUISE          - (Impressionata) Dieci sterline?

GEORGE       - E’ per una buona causa. Salvare l’infanzia abbandonata. (Lei li prende)

LOUISE          - Ho preso una sigaretta.

GEORGE       - Ha fatto bene. (Improvvisamente) Senta, perché non usa quel denaro per tornare a Bradford. Mandi un telegramma ai suoi genitori, dicendo che torna a casa.

LOUISE          - Sono troppo occupati anche senza il mio ritorno.

GEORGE       - In che senso?

LOUISE          - Tanto per cominciare, per rendere felici i vicini di casa. E poi credo che in cuor loro fossero contenti quando me ne sono andata.

GEORGE       - Sono sicuro che potrebbe ritornare a casa.

LOUISE          - (Con sfida) Ma non tornerò. (Suonano alla porta di ingresso. Louise guarda George che esita)

DAVEY           - (Fuori scena) Sono l’inquilino di sopra.

LOUISE          - (Sussurrando agitata) E’ Davey. Non lo faccia entrare.

GEORGE       - (Sussurrando) Non potrò farne a meno.

LOUISE          - Non voglio vederlo.

GEORGE       - Non crede che…

LOUISE          - Non voglio vederlo.

GEORGE       - Ma dovrà vederlo.

LOUISE          - Aspetto in camera da letto.

GEORGE       - No!

LOUISE          - Di sopra, non ci torno. (Louise esce in camera da letto. Entra Davey. E’ un giovane di circa 19 anni e apparentemente molto più hippy di Louise. I capelli lunghi che ricadono a boccoli sulle spalle, con una banda intorno alla fronte e collane intorno al collo. Indossa una camicia a fiori, strani ridicoli pantaloni, piedi nudi e sandali. E’ alto, di aspetto piacevole e simpatico. Potrebbe essere scozzese. I suoi modi sono simpatici, il che preoccupa George)

DAVEY           - Salve, amico.

GEORGE       - Oh, salve! Mica male. Scusi se ci ho messo tanto a rispondere alla porta. Ero al telefono con mia sorella.

DAVEY           - Ho sentito il rumore da sopra.

GEORGE       - Prego?

DAVEY           - Ho sentito il rumore da sopra.

GEORGE       - Ah, già, lei ha sentito, ehm, da sopra. Già. Appunto. Per la verità, ho… ecco – ho passato parte del giorno con quel giovanotto che vive da lei. Abbiamo avuto – ehm – uno scambio di  vedute. Felice di fare la sua conoscenza. Posso esserle utile?

DAVEY           - (Guardandosi attorno) Forse, amico. Forse.

GEORGE       - (Salottiero) E’ un simpatico vicinato, questo, non trova?

DAVEY           - Già.

GEORGE       - Volevo sempre fare un salto su da voi, fin da quando vi siete installati.

DAVEY           - Ah, sì?

GEORGE       - Già. Tanto per fare un saluto, sa. Tanto per dire – salve, amici.

DAVEY           - (Molto cortesemente) Dov’è la pollastrella?

GEORGE       - La - cosa?

DAVEY           - Pollastrella.

GEORGE       - Per pollastrella lei intende…

DAVEY           - Coraggio, amico. Fuori.

GEORGE       - Per la verità si è affacciata. Ha semplicemente spiegato che c’era stata una discussione e che le aveva tirato dietro dei pantaloni…

DAVEY           - Il registratore.

GEORGE       - Registratore. Pantaloni. Bradford. Poi – poi se n’è andata.

DAVEY           - No. Dal  portone non è uscito nessuno. Sono rimasto a guardare da dietro i vetri.

GEORGE       - Forse le è sfuggita.

DAVEY           - No, Paparino. (Davey si siede)

GEORGE       - (Giovialmente) Beh – se sapeva che era qui, perché non è sceso prima?

DAVEY           - Aspettavo.

GEORGE       - Che cosa? (Davey alza le spalle) Lei – la verità è che non vuole ritornare di sopra.

DAVEY           - E’ la nostra pollastrella.

GEORGE       - Credo che non abbia più voglia di esserlo ancora.

DAVEY           - Dov’è?

GEORGE       - E’… è in camera da letto. (Davey fa un cenno con il capo. Una breve pausa. Guarda l’ora) E’ molto tardi. Per la verità, stavo lavando i piatti, perciò se…

DAVEY           - (Ghignando) Sa come la chiamiamo, noi di sopra?

GEORGE       - (Sorridendo) No.

DAVEY           - La vediamo entrare e uscire. Dalle nove alle cinque. Un vero Dracula.

GEORGE       - Un vero Dracula… capisco!

DAVEY           - La chiamiamo “vecchio vampiro”.

GEORGE       - Vecchio – ehm – vampiro. Mica male!

DAVEY           - (Ridacchiando) Tutte le mattine: ombrello, cappello, se ne esce con la sua vecchia cariola…

GEORGE       - La mia?…

DAVEY           - La macchinetta.

GEORGE       - Ah, sì.

DAVEY           - E adesso il vecchio vampiro ha ghermito la nostra pollastrella.

GEORGE       - Il vecchio vampiro non ha ghermito nessuno, e se ha intenzione di minacciarmi, giovanotto…

DAVEY           - (Sorpreso) Minacciarla? Il messaggio che le viene dal piano di sopra è di pace, signore. Pace.

GEORGE       - Bene. Mi fa piacere che la prenda così.

DAVEY           - Già - pace. Ma lei ha la nostra pollastrella, e se ha intenzione di filarsela – (di colpo sorride) deve dircelo lei, e non il vecchio vampiro.

GEORGE       - Credevo che il registratore fosse un sintomo evidente.

DAVEY           - Quella è stata una semplice reazione emotiva.

GEORGE       - (Cercando di mantenersi calmo) Davvero, sa, non vuole ritornare con voi. Devo dire che sarebbe molto più saggio se lo facesse – tutto sommato – ma la ragazza è proprio decisa.

DAVEY           - Dunque, si è messa con lei?

GEORGE       - Non si è messa affatto con me. Vuole andarsene e basta.

DAVEY           - E chi la manterrà?

GEORGE       - Beh, farò in modo di trovarle qualcosa da mangiare.

DAVEY           - Non si è portato via molto, amico.

GEORGE       - Oh, beh, se è per questo, posso darle una mano io. Non molto, ma quanto basta per qualche giorno.

DAVEY           - Sfacciato.

GEORGE       - Beh, sono del parere che uno deve cercare di condividere certe esperienze. (Una pausa, poi si guardano)

DAVEY           - Ci rivediamo, amico… (Davey esce, chiudendosi la porta alle spalle)

GEORGE       - Ci rivediamo – amico. (va alla camera da letto e apre) Può uscire, se n’è andato. (Louise entra dalla camera da letto)

LOUISE          - Tutto bene?

GEORGE       - Non abbiamo proprio finito per darci del tu, ma c’era un che di amichevole nel tono con cui mi ha chiamato vecchio vampiro. (Louise ghigna)

LOUISE          - Che cosa ha detto?

GEORGE       - Non molto. Si preoccupava molto del suo mantenimento.

LOUISE          - Poteva pensarci prima. Voleva che tornassi su?

GEORGE       - Credo che lo avrebbe preferito.

LOUISE          - Già. Vuole ammazzarmi.

GEORGE       - Oh, sì, certo! peccato mortale.

LOUISE          - (Dopo una breve pausa) La borsa è in cucina. (Va verso la cucina)

GEORGE       - Un momento!

LOUISE          - (Fermandosi) Che c’è?

GEORGE       - (Farfugliando) Ecco, è così ridicolo che una ragazza – voglio dire – adesso – lei non può andarsene in – lo so che non c’entra affatto – e lei può fare quel che crede…

LOUISE          - Ma di che diavolo sta parlando?

GEORGE       - Perché – perché non rimane?

LOUISE          - Gliel’ho detto. Di sopra, non ci torno.

GEORGE       - No. Voglio dire – qui.

LOUISE          - (Colpita) Qui?

GEORGE       - Perché no? Potrebbe riposarsi una notte. Fare una bella colazione, domattina, ed uscire fresca e riposata.

LOUISE          - Lei scherza.

GEORGE       - Niente affatto.

LOUISE          - Non la bevo. Soltanto mezz’ora fa tutto si riduceva a fare un po’ di carità, e adesso all’improvviso si atteggia a presidente de ”L’Infanzia Abbandonata”.

GEORGE       - Mi sembra una buona idea!

LOUISE          - Andiamo. Che cos’ha in mente?

GEORGE       - Non ho mente proprio nulla.

LOUISE          - Deve esserci un secondo fine. (Di colpo) Non penserà mica che ci stia?

GEORGE       - Starci a cosa?

LOUISE          - Starci, in un modo o in un altro.

GEORGE       - (Realizzando) Che idea ridicola! Non penso a niente di simile.

LOUISE          - E’ per caso una checca?

GEORGE       - No! No! No! E’ che non mi passa neppure per la testa, nelle sue condizioni!

LOUISE          - (Sorride) Non c’è nessun rischio, glielo assicuro.

GEORGE       - Mi stupisce che lei possa soltanto immaginarlo.

LOUISE          - Beh, è naturale, no?

GEORGE       - Certo, ma – ecco, nel suo stato!

LOUISE          - Non è facile, lo ammetto.

GEORGE       - Vuole dire che?…

LOUISE          - Un paio di volte.

GEORGE       - (Saputo) Lo trovo sciocco. Può essere pericoloso.

LOUISE          - Vuol dire che uno può uscire e rompersi il collo.

GEORGE       - (Le da’ un’occhiata di disprezzo) No, intendevo dire per il bambino.

LOUISE          - Ma allora lei non legge affatto i giornali? I dottori dicono che non c’è alcun pericolo.

GEORGE       - Ah, sì? E non dicono niente su quello che un simile comportamento vuol dire sul piano morale?

LOUISE          - (Arrabbiata) Adesso basta! E’ tutta la sera che fa domande, ed ha avuto quel che meritava!

GEORGE       - Splendida!

LOUISE          - Lo sa che cosa è, lei? Un ipocrita. Un pomposo, vecchio, ipocrita bacucco!

GEORGE       - E lei è una scriteriata senza cervello. Non mi meraviglia che i suoi genitori fossero contenti di liberarsi di lei.

LOUISE          - Non erano affatto contenti di liberarsi di me. Non ho detto questo. I miei  mi vogliono bene. Sarebbero felici se tornassi a casa.

GEORGE       - Ma lei non vuole tornare a casa. Non sono che due ipocriti, e lei è troppo onesta per loro. Tutti al mondo sono ipocriti, vero?

LOUISE          - E lei è il peggiore! (Louise corre in cucina a prendere la borsa. George la segue)

GEORGE       - Lei sa tutto, eh?

LOUISE          - So molto più di lei. Io ho vissuto la mia vita. Non finirò al Ministero delle Pensioni.

GEORGE       - E sicuramente neanche in quello del Lavoro!

LOUISE          - Lei è fissato col sesso. Forse perché non è buono. Scommetto che per questo sua moglie l’ha piantata. Doveva essere come far l’amore con un computer.

GEORGE       - Questo è troppo! Se ne vada! Non la ospiterò in questa casa neanche se avesse dentro cinque gemelli!

LOUISE          - Non si preoccupi, perché me ne vado. Non resterò un secondo di più in questo bazar. E questi, se li può riprendere. (Gli getta le dieci sterline) Non voglio niente da lei. Lei non sa condividere niente. Si tenga i suoi soldi e la sua casa, si tenga tutto stretto…

GEORGE       - Fuori! (Louise esce. George chiude la porta e raccoglie le dieci sterline. A se stesso) Splendida! Proprio splendida! (George va in cucina e comincia a far correre l’acqua per lavare i piatti. Per qualche istante parla da solo, compiangendo Louise e criticando il suo contegno. Trova la banana  semi mangiata e la getta via. Infine suona il campanello. Esita, guarda l’ora, poi si asciuga le mani e va ad aprire la porta. Entra Louise con la faccia stravolta. George, teso) Ha dimenticato qualcosa?

LOUISE          - Mi ha preso un dolore… (George la guarda preoccupato e la fa sedere)

GEORGE       - Oh, no! Molto forte?

LOUISE          - Abbastanza.

GEORGE       - Oh, santo cielo, mi dispiace. Come si sente? Come va, adesso? E’ passato?

LOUISE          - Sì, credo. (Si lascia andare grata sulla sedia. Una pausa mentre George la guarda con ansia. Lentamente lei si rilassa e sorride)

GEORGE       - Non è per caso arrivato il tempo?

LOUISE          - No, mancano ancora otto giorni.

GEORGE       - (Irritato) Potrebbe essere prematuro, sa?

LOUISE          - Meglio di no. Se così fosse, gli dò una spinta sulla testa e lo ricaccio dentro. No, era solamente un dolore. Sa, si avvertono dei sintomi precisi… Adesso sto bene. Tra un momento me ne vado.

GEORGE       - (Deciso) Oh, no! Lei resterà qui, stanotte. Vado a prenderle un bicchiere d’acqua. (George va in cucina. Louise esita un momento, il suo tono si fa più umile)

LOUISE          - (All’indirizzo di lui) Mi scusi.

GEORGE       - Non è niente.

LOUISE          - Tra poco starò O.K. – Davvero.

GEORGE       - Tenga, beva questo – le farà bene. (Si volta e le porge il bicchiere d’acqua. Lei manda giù. George tira fuori di tasca le dieci sterline) Sarà meglio che tenga queste. Domattina avrà bisogno di qualche cosa. (Le mette nella borsa di lei)

LOUISE          - Mi darebbe un sigaretta?

GEORGE       - Non crede di aver fumato abbastanza? (Lei lo ferma con un’occhiata di rimprovero) Prego. (Lei prende un sigaretta. George gliela accende)

LOUISE          - Non mi fa compagnia?

GEORGE       - Io non fumo.

LOUISE          - Le tiene qui per le ragazze madri, vero?

GEORGE       - (Quasi sorridente) No.

LOUISE          - Sapesse quante ce ne sono in giro!

GEORGE       - Le tengo, perché a volte vengono dei colleghi d’ufficio. Giochiamo a bridge, in quattro, una volta al mese.

LOUISE          - Farò intervenire la squadra del Buon Costume!

GEORGE       - (Salottiero) Veramente – ehm – giochiamo una volta la settimana e a turno ospitiamo il tavolo… Questo vuol dire che il mio turno mi tocca – ehm…

LOUISE          - Ho capito: una volta al mese. E cucina lei?

GEORGE       - Sì. Sembra che gli piaccia come cucino. L’ultima volta ho preparato  passato di gamberi, pollo al vino bianco – e gelatina di frutta. Stasera rimane, vero? Sia gentile. (Louise si alza e si allontana) Se preferisce, posso lasciarle la casa tutta per lei.

LOUISE          - (Si volta verso di lui) Non faccia lo sciocco!

GEORGE       - Mia sorella può ospitarmi per una sera! Non abita lontano.

LOUISE          - Lo immagino.

GEORGE       - Devo chiamarla?

LOUISE          - La pianti!

GEORGE       - Pensavo solamente che forse sarebbe meglio che non rimanessi qui con lei.

LOUISE          - (Svelta) Se devo rimanere – preferisco che rimanga anche lei.

GEORGE       - Ah, sì? Davvero?

LOUISE          - Certamente. Mi darebbe gli incubi stare qui da sola. (George rimane un attimo sconcertato, poi si riprende e riassume l’aria disinvolta)

GEORGE       - Ho capito. Bene, è deciso. Lei dormirà nel mio letto e io mi arrangerò qui. (George comincia a preparare il letto pieghevole)

LOUISE          - No. Preferisco dormire io, qui.

GEORGE       - Perché?

LOUISE          - Per essere più vicina alla porta…

GEORGE       - La prego. E’ comodo, sa?

LOUISE          - Ci ha già dormito altre volte?

GEORGE       - Non recentemente. In passato lo facevo – ogni tanto.

LOUISE          - Quando era sposato?

GEORGE       - Fortuna che ero io, quello che faceva troppe domande!

LOUISE          - Comunque, era così, vero? Lei diventava troppo invadente, e sua moglie la sbatteva fuori, sul divano.

GEORGE       - No. Quanti cuscini vuole? Uno o due?

LOUISE          - Quanta grazia! Non c’ero abituata!

GEORGE       - Ne ho parecchi. Due?

LOUISE          - Tre.

GEORGE       - Tre! Accidenti! Non so se ho tre federe. (Va in camera da letto con un sorriso, poi si ferma) Chiedo scusa – mi sono appena ricordato: non so come si chiama.

LOUISE          - Louise. Louise Hamilton. Loro mi chiamano “Louisona”.

GEORGE       - Preferisco chiamarla Louise. Io mi chiamo George.

LOUISE          - Sì, ha la faccia da George. E di cognome? Per caso “Smith”?

GEORGE       - No. Clarke. (George va in camera da letto. Louise adesso è molto più rilassata)

LOUISE          - Che cosa beve, la sera? Glielo preparo.

GEORGE       - Bere? Veramente, niente. E lei?

LOUISE          - Coca Cola.

GEORGE       - (Fuori) Bene, stasera berrò cioccolato. (George entra con l’occorrente per farsi  il letto. Suona il telefono. Si ferma e esita)  Questa sarà Helen.

LOUISE          - Ma che fa, la telefonista?

GEORGE       - Forse chiama per darmi la buona notte. (Louise prende su il telefono)

LOUISE          - (Al telefono, fiocamente) Non ora, cara, abbiamo da fare. (George la osserva inorridito mettere giù il ricevitore. Louise è fiera della sua trovata, e va in cucina a preparare la cioccolata. Mette il latte nel pentolino)

GEORGE       - (Seguendola) E’ stato sciocco, da parte sua. Adesso si preoccuperà moltissimo, sa.

LOUISE          - (Mettendo il pentolino sul gas) Dovrebbe divertirsi. Dov’è il cacao?

GEORGE       - Nella credenza. Perché dovrebbe divertirsi?

LOUISE          - All’idea che lei corra la cavallina con una bella ragazza.

GEORGE       - Quella è capace di mandare la polizia. (George comincia a preparare il letto)

LOUISE          - E’ sposata?

GEORGE       - No.

LOUISE          - Mai stata?

GEORGE       - No. Una volta era fidanzata, ma non ha funzionato. Mi dispiace. Non sta molto bene.

LOUISE          - Devo mettere lo zucchero?

GEORGE       - Sì, per favore. Un cucchiaino da tè raso. Mi sento un po’ responsabile verso di lei. Ha un paio d’anni più di me. Vado a trovarla abbastanza spesso, ogni volta che posso. Ci telefoniamo.

LOUISE          - Chiacchierate?

GEORGE       - Sì, chiacchieriamo! E il mercoledì sera ceniamo insieme. Una settimana a casa sua, una settimana a casa mia.

LOUISE          - Ogni mercoledì.

GEORGE       - Sì. Ogni mercoledì.

LOUISE          - Faccia un colpo di testa, la prossima settimana. Faccia giovedì.

GEORGE       - Non posso. (Seriamente) Il giovedì è la sera del bridge.

LOUISE          - (Canzonandolo) Oh! (Il telefono squilla di nuovo. Una breve pausa, mentre George e Louise si guardano. Louise fa un movimento. Quasi volesse rispondere lei, ma George si precipita e risponde)

GEORGE       - (Al telefono) Due – tre – nove… Oh… (Fingendosi sorpreso) Ciao, Helen… Ragazza? Quale ragazza???? No, devi aver sbagliato numero. Comunque, come va? (Louise entra e dispone due tazze sul tavolo) Un paio di aspirine ti faranno bene… Beh, spero che ti sentirai meglio domattina. Ti telefonerò dall’ufficio… Buona notte, Helen… Sì. Buona notte. (Louise gli toglie il microfono dalla mano e manda numerosi baci dentro il ricevitore. George lo recupera rapidamente. Al telefono) Buona notte, Helen… Che rumore? Come di baci?… Neanche per sogno, ti assicuro… Sto bene, certo. Buona notte, dormi bene.

LOUISE          - Spero che le pulci non ti diano fastidio.

GEORGE       - (Al telefono) Spero che le pulci non ti… Buona notte, accidenti! (mette giù il telefono e guarda Louise. Louise ride) Ma lei è sempre così?

LOUISE          - (Esagerando) No, solo quando mi gira.

GEORGE       - (Inorridito) Non sarà mica drogata?

LOUISE          - (Recitando) Solo un po’. Che ora è?

GEORGE       - Le nove e mezzo.

LOUISE          - Le nove e mezzo? Devo farmi la puntura! (Si sdraia, e si pizzica una gamba. George si rende conto che lei scherza, si alza e si allontana)

GEORGE       - Buffona! – Ma c’è poco da ridere. So che molti giovani si drogano, oggi giorno. L’ho letto sull’Observer.

LOUISE          - Io ho provato a drogarmi, a Bradford.

GEORGE       - (Sorpreso) Bradford?

LOUISE          - Sì, a Bradford. (Sarcastica) Hanno anche il film sonoro, laggiù, sa? Comunque non mi è piaciuto. Sono stata male, dopo.

GEORGE       - Dio mio, ma non aveva paura?

LOUISE          - Paura?

GEORGE       - Di quello che poteva capitarle.

LOUISE          - Avevo più paura di non provare. Potevo perdermi qualcosa di buono, non capisce?

GEORGE       - No – non credo. E quei giovanotti di sopra? Immagino che loro…

LOUISE          - (Superficiale) Oh, fumano un po’, nient’altro. Marijuana. Quando riescono a procurarsela. Ma non si preoccupi: non ne ho con me.

GEORGE       - Sa che lei è uno strano miscuglio?

LOUISE          - Lo so. Gemelli.

GEORGE       - Ma guarda! (si siede) Gemelli?

LOUISE          - Già. E’ il segno zodiacale sotto il quale sono nata. E’ caratteriale: un momento felice (Atteggia il volto a sorriso) e un momento dopo, infelice. (Allunga la faccia)

GEORGE       - Siamo tutti così.

LOUISE          - Dice?

GEORGE       - Sì.

LOUISE          - Lei non sembra. Sembra sotto controllo.

GEORGE       - Già.

LOUISE          - Beviamo il cioccolato. (Beve) Sembra roba da malati. (Questo è troppo per George che posa il cioccolato e continua a prepararsi il letto) Ehi, George?

GEORGE       - Che c’è?

LOUISE          - Mi è piaciuta la lite di prima – ma lei no?

GEORGE       - Sì, io… (Realizzando) A me no.

LOUISE          - Perché no? (Aiutandolo)

GEORGE       - Non lo so. Non mi piace litigare. Non mi sembra di aver mai avuto una lite come quella, prima d’ora.

LOUISE          - Io non ho avuto che quello!!! Accidentaccio!

GEORGE       - Capisco. Ma non potrebbe fare a meno di imprecare?

LOUISE          - Perché no?

GEORGE       - Ecco, non mi sembra carino.

LOUISE          - Ma rende l’idea. Lei si tenga pure i suoi “super” e i suoi “ottimo” e i suoi “brutto affare”. Mio padre diceva sempre “brutto affare”. Lo dice anche lei?

GEORGE       - Qualche volta.

LOUISE          - Che vuol dire?

GEORGE       - Non ne ho idea.

LOUISE          - In ufficio, immagino. Uno entra e dice: “Potrei parlare con il signor Clarke. B.O. Grado 2…”

GEORGE       - E.O.: B.O. suona male.

LOUISE          - Dico, signor Clarke, la mia tessera manca di due bollini. Ho perduto i miei diritti? “temo di sì, amico. Vada dal Capo ufficio, amico. Brutto affare, amico…”

GEORGE       - Non è così che succede.

LOUISE          - Scommetto di sì.

GEORGE       - No. Cioè, se uno ha la tessera con due bollini in meno, non è necessariamente privo dell’assistenza. A meno che i bollini che aveva prima non siano sufficienti. (Louise sorride)

LOUISE          - Lei è impagabile.

GEORGE       - Mi fa piacere.

LOUISE          - Una pizza, ma impagabile.

GEORGE       - Non so proprio dove prenda certi vocaboli.

LOUISE          - E non è mica tutto, sa?

GEORGE       - E’ incorreggibile.

LOUISE          - Il mio guaio è che sono timida.

GEORGE       - Timida! (George sussulta)

LOUISE          - Davvero, sa. Ogni volta che dico “accidenti” o “vaffanculo” o “stronzo” o “coglioni”…

GEORGE       - La prego, non mi faccia la lista! Capisco! (ha finito di rifare il letto) Ecco qua. E adesso, vado a prendermi qualcosa da mettersi addosso.

LOUISE          - Va bene così. Io dormo nuda.

GEORGE       - Forse, date le circostanze, farebbe bene a indossare qualcosa.

LOUISE          - Faccia lei. C’è una tenda, in giro?

GEORGE       - Non è poi così grande.

LOUISE          - Doveva vedermi quando non ero incinta. Pesavo solamente sette libbre e mezzo. (Una breve pausa)

GEORGE       - Le darò un pigiama.

LOUISE          - Grazie.

GEORGE       - Faccia attenzione, i suoi modi sono da esposizione. (George esce in camera da letto. Louise si siede, si sfila i sandali, e piega le dita. George ritorna, con un pigiama comune, e glielo porge) Ho trovato questo nell’armadio. Spero che lo troverà comodo e caldo.

LOUISE          - (Guardandolo) Accidenti! Starò al sicuro, qui dentro.

GEORGE       - Starà al sicuro comunque. Può cambiarsi in camera da letto.

LOUISE          - George?

GEORGE       - Sì.

LOUISE          - (Insinuante) Non ha mai prestato il suo pigiama ad un’altra ragazza?

GEORGE       - No.

LOUISE          - Quand’è stata l’ultima volta che una donna è venuta a dormire qui?

GEORGE                   - Quando è venuta a trovarmi mia madre.

LOUISE          - Accidenti, non avrà mica una madre, oltre che una sorella? (George l’accompagna verso la camera da letto)

GEORGE       - Vada a cambiarsi.

LOUISE          - Ogni quanto telefona sua madre?

GEORGE       - Non spesso. Sta a Bournemouth.

LOUISE          - Bournemouth! Accidenti!

GEORGE       - Vada a cambiarsi. ( George la sospinge con garbo nella camera da letto. Louise esce. George prende le tazze del cioccolato, beve il suo, ma ricorda l’osservazione di lei e posa le tazze sull’acquaio. Prende la bottiglia del latte vuota, la sciacqua, poi riflette e va verso la porta della camera da letto. Chiamando) Louise, posso…?

LOUISE          - (Fuori, gridando) Non entri!

GEORGE       - Non entro.

LOUISE          - Diavolo, sono spaventosa con questo pigiama.

GEORGE       - Starà benone.

LOUISE          - (Fuori) Sembro un tacchino costipato!

GEORGE       - Devo ordinare del latte in più domattina?

LOUISE          - Non bevo quella roba, io.

GEORGE       - Beh, non posso chiedere al lattaio di portarmi la Coca Cola. (Prende penna e carta dallo scaffale)

LOUISE          - (Fuori) Comunque, per me niente latte.

GEORGE       - Ne ordinerò un po’ di più – nel caso venisse in mente di fare un budino… (Comincia a scrivere l’ordinazione per il lattaio. Alle sue spalle entra Louise, molto buffa nel pigiama di lui. George si volta e la guarda: si trattiene a stento dal ridere)

LOUISE          - Se si mette a ridere me lo levo.

GEORGE       - E’… è molto graziosa. (Lei si infila nel letto e si tira su le lenzuola) Lascio questo per il lattaio. Ordinerò anche qualche yogurt. (Louise salta su a sedere) E’ ottimo per i bambini.

LOUISE          - Perfetto. Ne trovi qualcuno e gliene dia. (George mette la bottiglia del latte fuori dalla porta. Poi chiude la porta d’ingresso)

GEORGE       - Bene. Benissimo. Basta così. Nient’altro?

LOUISE          - Perchè sua moglie l’ha lasciata? (George esita)

GEORGE       - Oh, sa. Le solite cose. (Comincia a riordinare, mettendo via i due bicchieri di whisky vuoti)

LOUISE          - Per via del sesso, vero?

GEORGE       - (Va all’acquaio) Cerchi di addormentarsi.

LOUISE          - Non le va di parlarne? Va bene. Non ne parleremo. (George ritorna e prende il posacenere dal tavolo) Colpa del sesso? (George la guarda) Ehi, chiedo soltanto. Se non vuole rispondermi, mi dica semplicemente “si faccia i fatti suoi”.

GEORGE       - Si faccia i fatti suoi.

LOUISE          - Vaffanculo.

GEORGE       - Mi ha piantato perché non mi amava più.

LOUISE          - Le portava la cioccolata a letto?

GEORGE       - Il tè, veramente.

LOUISE          - Ma non le dava altre cose a letto, vero?

GEORGE       - (Dopo una pausa) Credo che pensasse – oh, che importa.

LOUISE          - Che pensasse cosa?

GEORGE       - Secondo lei – non ero – non ero molto bravo in quel campo.

LOUISE          - Lo era?

GEORGE       - Non lo so. Indubbiamente, non ho mai vinto un premio, in quel campo.

LOUISE          - (Incalzando) Era perché non riusciva a controllarsi o perché quando lo faceva non riusciva…

GEORGE       - La prego, Louise!

LOUISE          - Beh, se era troppo esuberante per lei…

GEORGE       - Per favore, non mi va di parlarne. (Accende l luce in cucina)

LOUISE          - E’ questo il suo guaio.

GEORGE       - Già, lo so. Riservato. Molto azzeccato. Lei crede che sia un tipo difficile, io, da viverci assieme?

LOUISE          - Se non riesce a darmelo, molto difficile! (George spegne tutte le luci salvo quella a fianco al letto e quella centrale)

GEORGE       - Beh, non ero poi tanto male. Solamente, non ha funzionato per tutta la vita, per noi. Dio mio, non è quello che importa. E poi, avevamo tante altre cose in comune.

LOUISE          - Mi fa piacere. (George si siede sul bordo del letto)

GEORGE       - Passeggiare, per esempio. Il bridge. E ci piaceva un mucchio disegnare, a tutti e due. Sembrava proprio una bella vita. Ma un giorno abbiamo avuto quella – solo una piccola discussione – voglio dire, non come è capitato prima tra noi. E all’improvviso, in mezzo a quella – piccola, piccolissima discussione – disse che voleva lasciarmi.

LOUISE          - (Calma) A che proposito è sorta la discussione?

GEORGE       - Lo zucchero.

LOUISE          - (Sorpresa) Zucchero?

GEORGE       - Noi – ehm – prendevamo sempre una tazza di tè insieme, il pomeriggio, quando tornavo dall’ufficio. Era una specie di rito, sa. E lo preparavo sempre io – mi piaceva farlo – lei lavorava tutto il giorno, capisce. Beh, quella volta le portai la tazza di tè, lei lo assaggiò e disse: “ci hai messo solo un cucchiaino”. Vede, io non avrei mai fatto uno sbaglio simile. “Ce ne ho messi due, come sempre” – dissi – “forse non hai girato il cucchiaino”. E lei: “George, non posso più vivere con te”.

LOUISE          - (Dopo una lunga pausa) Non credo che l’abbia lasciata per colpa dello zucchero. Non avete avuto bambini?

GEORGE       - No, io volevo, ma forse è stato meglio così. Ho sentito dire che si è risposata. Mi sembra vagamente di conoscerlo, lui. Un tipo molto poco raccomandabile. Beve, anche. E poi, litigioso. Eppure, riesce a viverci insieme – mentre non poteva vivere con me. E’ questo che non capisco. Lei lo capisce? (Louise capisce, ma rimane in silenzio. George si riprende, spegne la luce centrale poi passa davanti al letto. Indicando la lampada sul tavolo accanto al letto) Lascerò accesa questa. (Va verso la camera da letto) Buonanotte, dunque, Louise. Dorma bene.

LOUISE          - George?

GEORGE       - Eh?

LOUISE          - Forse non era tutta colpa sua, sa?

GEORGE       - Che cosa, non era colpa mia?

LOUISE          - (Sommessa) Certe volte una ragazza può respingere un uomo. Sa, spaventarlo. Se non è  - abbastanza gentile. Oppure – se grida troppo…

GEORGE       - (Rapido) A domattina. (Fila in camera da letto. Louise sorride a se stessa, poi soddisfatta spegne la luce e si distende nel letto. Dopo qualche istante riaccende la luce, e si siede sul letto. Con una espressione di dolore disegnata sul volto, e tenendosi lo stomaco. E’ importante che, durante tutta la scena che segue, fine alla fine dell’atto, Louise non sia spaventata o agitata. Il dolore la rende furibonda, ma in realtà lei gode di questa esperienza)

LOUISE          - Oh! (A se stessa) Oh, vaffanculo! Al diavolo, credo che ci siamo. (Chiama) Fred! Bert! Come accidenti si chiama. George! (George si precipita fuori della camera da letto e accende le luci in cucina)

GEORGE       - Va bene, va bene. Che succede?

LOUISE          - Sta per arrivare!

GEORGE       - Che cosa?

LOUISE          - Beh, non certo Babbo Natale.

GEORGE       - Oddio, vuole dire, il bambino? Ma non mancavano ancora otto giorni? (George si precipita ad accendere tutte le luci. Louise si rilassa un po’. Il dolore sta passando)

LOUISE          - Non avevo mai avuto dolori simili. Ci siamo proprio!

GEORGE       - Quanto tempo crede che manchi?

LOUISE          - Non lo so.

GEORGE       - (Preso dal panico) Va bene. Ora passa. Non si agiti. Non serve a niente agitarsi. Vuole qualche cosa? Un panino o una fetta di torta? Una tazza di tè? (Lei scuote la testa) No. Bene, prima di tutto – ehm – ma che diavolo si fa, prima di tutto, in questi casi? L’ospedale! La porto dritta all’ospedale. Adesso si rilassi. (Va in camera da letto) Prendo le chiavi della macchina.

LOUISE          - No.

GEORGE       - La macchina è proprio qui fuori. Saremo là tra cinque minuti.

LOUISE          - Non ci vado.

GEORGE       - Louise, è quello il posto dove avere il bambino.

LOUISE          - Odio gli ospedali.

GEORGE       - Anch’io! Sul serio, ma se devo avere un bambino, è là che vado.

LOUISE          - Beh, io non voglio. Li odio.

GEORGE       - Ma perché, per l’amor del cielo!

LOUISE          - Sono così maledettamente asettici!

GEORGE       - Proprio per quello!

LOUISE          - Non si curano di te. Sono degli imbroglioni.

GEORGE       - Non è il momento di contestare il sistema. (Louis è colta da nuovi dolori)

LOUISE          - Ahi!

GEORGE       - Allora, andiamo all’ospedale? (Louise stringe i denti, scuote la testa) Louise, lei è una piccola testarda! Voglio aiutarla, capisce? (Louise annuisce) Va bene. Dunque – che a lei piaccia o no, - è opinione comune che un ospedale sia il luogo migliore dove avere un bambino. Esatto? Perciò lei ci andrà. Va bene? (Louise scuote la testa) Perché no, per amor del cielo? (L’ondata di dolore passa e Louise sorride)

LOUISE          - Voglio che il mio bambino nasca in modo naturale.

GEORGE       - Beh, nascerà in modo naturale, ma all’ospedale. Lo dirò io personalmente all’infermiera. Le dirò: “faccia in modo che la signorina Hamilton abbia un parto naturale”.

LOUISE          - Lo voglio, qui. Non capisce? Non voglio attrezzature. Non voglio camici bianchi e ossigeno e tutti quegli impicci. Voglio la roba mia e basta.

GEORGE       - (Allontanandosi) Questa è tutta matta!

LOUISE          - (Una fitta) Ahiiii!

GEORGE       - (Sussultando) Ah! E non vuole andare in ospedale! (Lei scuote la testa) Va bene. Vado a cercare un dottore. (Va alla porta d’ingresso)

LOUISE          - George!

GEORGE       - Oh, mio Dio! Una dottore va bene? Ne troverò uno che non sia asettico. Potrà avere una nascita completamente naturale. “Roba sua”, senza ossigeno, senza camici bianchi e niente assolutamente impicci. (Va alla porta)

LOUISE          - Non mi lasci.

GEORGE       - Ci metterò soltanto dieci minuti. Non deve aver paura.

LOUISE          - Non ho paura. Voglio soltanto che lei stia con me.

GEORGE       - Ma devo cercare un dottore!

LOUISE          - George…

GEORGE       - Che c’è?

LOUISE          - Lo cerchi per telefono!

GEORGE       - Louise….

LOUISE          - Lo chiami per telefono. Farà prima.

GEORGE       - Sì, ha ragione. (Corre al telefono e si ferma di colpo) Non conosco nessun dottore.

LOUISE          - Non ha un dottore, lei?

GEORGE       - Credo di sì. Ma ci vado di rado. E’ un gruppo di tre. Mi sembra Freeman, Hardy & Willis. Non ricordo come si chiama il mio. So che non è il primo. (George prende l’elenco telefonico, le pagine gialle) Le pagine gialle. Guarderò alla voce “dottori” e ne troverò uno che abiti a Hampstead. Chiunque farebbe così.

LOUISE          - Ahiiii! Al diavolo! Oh, povera me!

GEORGE       - Bene. Imprechi quanto vuole. Non si preoccupi per me.

LOUISE          - Maledizione!

GEORGE       - Perfetto. Bestemmi pure quanto e come vuole. Non trovo la voce “dottori”. (legge) Detergenti, detersivi, dormitori, dosatori, dottrine… Ecco qua! “Dottori”. “Per dottori vedere sotto “Medici chirurghi”. Sarebbe stato troppo facile metterli sotto “dottori”! (I dolori aumentano. George sta cercando freneticamente sotto ”dottori”)

LOUISE          - Mi dispiace tanto.

GEORGE       - (Senza alzare lo sguardo) Che cosa?

LOUISE          - Mi dispiace tanto averla coinvolta in questa faccenda.

GEORGE       - (Senza alzare lo sguardo) Oh, non importa. Tanto non avevo niente da fare, stasera.

LOUISE          - Non trova un dottore?

GEORGE       - Ce ne sono pagine piene, ma nessuno che abiti a Hampstead. Strano, no? Basta che arrivi a Heath e ne trovi venti, di dottori. (Legge) Shepherd Bush. Shapherd Bush. Ma come mai ci sono tanti dottori a Shepherd Bush! (Louise è colta da nuovi dolori. George si precipita verso di lei) Tutto bene?

LOUISE          - (Stravolta) Accidenti!

GEORGE       - Va peggio? (Louise annuisce) Accidenti! (Torna all’elenco telefonico)

LOUISE          - Ehi, a Bradford c’era una ragazza, che era incinta. Diceva che lei, quando era colta dalle doglie, si metteva a cantare.

GEORGE       - (Senza ascoltarla) Cantare, dice? Questa è buona! (Leggendo) Shepherd Bush. Shepherd Bush. Dio, ma deve essere un posto molto poco salubre. Ah, Dio sia lodato, Hampstead, N.W., tre. Dottor Fitch. 4 – 3 – 5 – 0 – 8 – 8 –2.

LOUISE          - La prossima volta proverò.

GEORGE       - Prova cosa?

LOUISE          - A cantare. (Una doglia) Aaah! (Louise comincia a cantare. Il dolore è forte, e lei canta. George posa l’elenco)

GEORGE       - Passerà, stia tranquilla. (Louise gli afferra la mano. Gridando) Chiamerò il dottor Fitch e gli dirò di venire subito qui. (Fa per andare, ma non può perché lei gli tiene la mano con forza) Louise, la mano – non ci arrivo – la mano…

LOUISE          - Oh… (Canta. George rimane così, sconvolto, finchè la doglia passa)

GEORGE       - Secondo lei, che cosa dovrebbe fare il canto?

LOUISE          - Non lo so. Forse ti costringe a pensare ad altro. In un certo modo aiuta. La prossima volta, canti anche lei con me. (George afferra il telefono e comincia a formare il numero. Louise ridacchia) Mi è venuta in mente una cosa.

GEORGE                   - (Senza alzare gli occhi) Che cosa?

LOUISE          - (Ridendo) Se fosse stato giovedì – (Ride più forte) Sarebbe successo in piena partita di bridge… (George le lancia un’occhiata. Louise colta da dolori) ahi!

GEORGE       - Oh, Dio! (Louise comincia a cantare “when the saint go marching in …” Al telefono)  Il dottor Fitch, per favore… Oh, meno male. Mi chiamo Clarke. George Clarke. Potrebbe per favore correre subito a mettere al mondo un bambino?… Appartamento 2. Venticinque Millington Avenue… Sì… Beh, sembra che abbia le doglie… Adesso? Sta cantando… Prego…? Non ne ho la più pallida idea. (A Louise) Vuole sapere se si sono già rotte le acque. O che so io.

LOUISE          - Ma cos’è, un idraulico?

GEORGE       - (Al telefono) No, non c’è nessuna levatrice, solo io… Oh, santo cielo. Quanto ci metterà?… Dieci minuti… oh, bene.

LOUISE          - (Ha i dolori) Ahiii! (Comincia a cantare) “When the Saint go marching in”.

GEORGE       - Non può fare in cinque minuti?… Lenzuola… Acqua calda… Coperte… Come sarebbe a dire, se non arriva in tempo?… Io farò – che cosa?…. Non parli più, si sbrighi! (George posa giù il telefono, corre in cucina e mette su una casseruola di acqua sul gas mentre Louise continua a cantare) Farò bollire un po’ d’acqua. (Chiama dalla cucina) Starà bene. Il dottore viene subito. Dice che probabilmente manca ancora un po’. Si riposi. Starà tranquilla finchè si romperanno le acque. Quello è il sintomo che il parto incomincia.  Non si è rotto ancora niente, vero? (Louise, sempre cantando, scuote la testa) Perfetto! Perfetto! (George corre in camera da letto, ritorna quasi subito con un asciugamano da bagno e due lenzuola che evidentemente ha tolto dal letto. Il telefono squilla e George svelto prende il ricevitore. Al telefono) Due – tre – nove – zero… Oh, no! Helen, adesso non posso darti retta. Sto per avere un bambino! Richiama più tardi… (Louise smette di cantare)

LOUISE          - George!

GEORGE       - (A Louise) Che c’è?

LOUISE          - Sono tutta bagnata!

GEORGE       - (Al telefono) Devo metter giù! Abbiamo avuto una nascita… (George mette giù il telefono. Corre da Louise e la tiene stretta. Tutti e due cominciano a cantare “when the saints go marching in…”)

SIPARIO


ATTO SECONDO

SCENA 1

Stessa scena. Dieci giorni dopo, le 5,30 del pomeriggio. Le tende sono aperte e traspare un sole di tardo pomeriggio. La stanza ha perduto la sua apparenza immacolata e c’è un certo disordine, un po’ di “vita”. Nel vano della finestra c’è una culla.

Louise entra dalla camera da letto. Viene a controllare se il bambino dorme, e poi chiude con cura la porta. La sua figura è tornata normale, ma ha l’aria esausta, i capelli in disordine. Indossa gonna e camicetta. Dal piano di sopra viene un suono di chitarra e canti. E poi si sentono ridere un ragazzo e una ragazza. Lei alza lo sguardo e poi prende una sigaretta. Sta per accenderla, quando suona il telefono. Lei va a rispondere.

LOUISE          - (Al telefono) Pronto, Helen… No, non c’è. Dovrebbe essere qui da un momento all’altro. Un messaggio?… Oh. (Guarda il telefono. Evidentemente Helen  ha messo giù. Al telefono) Buon giorno anche a te! (Mette giù il telefono e accende una sigaretta.

(Dalla porta di ingresso entra George, carico di fagotti, compreso un sacchetto di alimenti, una bottiglia di champagne e un sacchetto della farmacia, un sacchetto di negozio di abbigliamento, e un paio di grosse scatole e una bilancia da neonato. Indossa un abito scuro, ma una cravatta allegra e sembra anche di umore più gaio)

GEORGE       - Salve. (Louise lancia un’occhiata) Come andiamo?

LOUISE          - Malissimo.

GEORGE       - Perfetto.

LOUISE          - Ma come ti sei combinato, mi sembri Babbo Natale!. (George scarica i bagagli)

GEORGE       - Ho fatto un po’ di spesa. Sono uscito dall’ufficio un’ora prima.

LOUISE          - Questa sì che è una novità. (George sorride. Sente la chitarra che aumenta leggermente di volume)

GEORGE       - (Scherzoso) Pare che sia venuto a abitare qualcun altro, su da loro. Non si era mai sentita la chitarra, prima.

LOUISE          - Non ha fatto che strimpellare tutto il pomeriggio.

GEORGE       - Mica male.

LOUISE                     - Meglio non svegliare il bambino.

GEORGE       - E come sta il mio passerottino? (Indica la camera da letto)

LOUISE          - Lui sta bene. (George va verso la camera da letto. Lei lo ferma) Non aprire quella porta.

GEORGE       - Dorme?

LOUISE          - Era ora. Ha fatto una scorpacciata!

GEORGE       - Beato lui!

LOUISE          - Beato lui? E’ spaventoso, quanto riesca a far male, senza neanche un dente.

GEORGE       - E’ ben coperto? (La chitarra smette di suonare)

LOUISE          - No, è completamente nudo con la finestra aperta. (George entra in camera da letto ma si ferma, realizzando il tono sarcastico di lei; comincia a disfare i pacchi. Ridacchiando) Dovevi vedere la faccia del signor  Saunders quando ho detto che dovevo uscire prima per comprare dei pannolini e un vasino nuovo. (Lo tira fuori dallo scatolone)

LOUISE          - Buffone che sei! Ci vorranno altri due mesi, prima che possa sedersi sul vasino.

GEORGE       - (Deluso) Davvero!

LOUISE          - Ci cadrà dentro e si farà male!

GEORGE       - Beh, lo terremo lì. (Lo ripone nella scatola) Dunque, che cosa è successo oggi? Niente di eccitante?

LOUISE          - Neanche la metà! Oh, dimenticavo…

GEORGE       - Che cosa?

LOUISE          - (Sarcastica) Ha telefonato tua sorella.

GEORGE       - Oh. Quando?

LOUISE          - Un minuto fa.

GEORGE       - Cosa ha detto?

LOUISE          - Niente.

GEORGE       - Tutto qui?

LOUISE          - Ho detto che tu non c’eri, e lei mi ha riappeso il telefono in faccia.

GEORGE       - Bene!

LOUISE          - Che cosa le hai detto di me?

GEORGE       - Niente, sul serio.

LOUISE          - Niente? Hai parlato con lei tre volte al giorno, ogni giorno, da quando sono qui, lei sa che io sto qui con te, no?

GEORGE       - Non proprio. Credo che lei si sia un po’ seccata che tu stia qui.

LOUISE          - E del bambino?

GEORGE       - Sa appena di lui.

LOUISE          - E che cosa crede, che tu abbia aperto un asilo di maternità?

GEORGE       - Non so che cosa crede. Non ne parliamo.

LOUISE          - Siete curiosi, tutti e due! L’unica cosa vera che ti sia capitata, in tanti anni, e non ne parli con tua sorella.

GEORGE       - Non capirebbe. E poi non saprei neppure come dirglielo.

LOUISE          - Dirle cosa, in nome del cielo!

GEORGE       - Di te -  e del bambino – e che state qui, tutti e due.

LOUISE          - Cosa vorresti dire? E’ chiaro come la neve, no?

GEORGE       - Non dico di no, ma sai – sembra... Cioè, potrebbe sembrare…

LOUISE          - Così, tu non le dici niente, e lei non chiede niente, però sa. E tu sai che lei sa. E lei sa che tu sai che lei sa. Però tutti e due evitate l’argomento.

GEORGE       - A che servirebbe metterla in agitazione?

LOUISE          - Beh, lei è terribilmente gelosa, ecco cos’è.

GEORGE       - Oh, no.

LOUISE          - Ha paura che io mi metta tra voi tre.

GEORGE       - Noi tre?

LOUISE          - Tu, lei e il telefono. Dovresti dirglielo chiaro e tondo: “ho preso una ragazza a vivere con me, e se non ti piace, chi se ne frega, vaffanculo”. Non hai il coraggio?

GEORGE                   - No. (Sorridendo) E poi scommetto che non ha detto perché ha telefonato.

LOUISE          - No. Forse voleva dirti tutto sul suo travaso di bile.

GEORGE       - Che c’è di strano?

LOUISE          - Niente, ma ormai ha esaurito tutte le altre parti. A proposito, quando avrà esaurito tutte le parti, che farà, ricomincerà daccapo?

GEORGE       - (Ignorandola) Credo di aver preso tutto. L’ovatta. Il sapone. L’acqua distillata, ecc.

LOUISE          - (Sospettosa) Che cos’è quell’altra roba?

GEORGE       - (Evasivo) Ho preso qualcosa nel caso servisse.

LOUISE          - Che cosa?

GEORGE       - Via, non agitarti. Ho comprato l’occorrente per il biberon.

LOUISE          - Te l’ho già detto, non ha bisogno di nessun biberon.

GEORGE       - Che fastidio ti dà, tenerlo lì? Questi sono i biberon a tettarella e delle polveri.

LOUISE          - Sai che cosa puoi farne del tuo biberon, della tettarella e delle polveri?

GEORGE       - Ti prego, Louise…

LOUISE          - Non è un bambino da biberon.

GEORGE       - Che c’è di male? Io sono cresciuto col biberon.

LOUISE          - Bel risultato!

GEORGE                   - Ma vuoi ragionare?  La vuoi smettere di consumarti in questo modo? Sono quasi quattordici giorni. Passi la notte in piedi e tutto il resto. Non c’è ragione per buttarsi giù in quel modo.

LOUISE          - Non è lui che mi rende irritabile, sei tu!

GEORGE       - Io?

LOUISE          - Sì, tu. Sei un porco.

GEORGE       - Credevo di essere un vecchio vampiro.

LOUISE          - Sei l’uno e l’altro.

GEORGE       - Può darsi, ma devi avere cura di te. Sei ancora in tempo. Via, che c’è di male a dargli una bottiglia ogni tanto? Per esempio, al posto della poppata notturna. La preparerò io. Lo porto qui con me e gliela dò io.

LOUISE          - Devi aver avuto una gravidanza isterica.

GEORGE       - Solamente la poppata della notte, solo quella.

LOUISE          - Ho detto di no. Senti, chi ha avuto il bambino? Tu o io?

GEORGE       - Dopo aver cantato sei volte “when the saints come marchinhg home”, credo che sia anche un po’ mio.

LOUISE          - Questo non ti dà il diritto di dirmi cosa devo fare.

GEORGE       - Non te l’ho detto solamente io. Il dottor Fitch ha detto che una bottiglia al giorno sarebbe andata bene. (Prende e porta in cucina il pacco del bambino. Louise lo segue. Durante il dialogo che segue egli mette via il tutto)

LOUISE                     - (Interrompendo) Qualsiasi cosa prenderà il bambino, lo avrà da me. E quella schifezza, puoi buttarla.

GEORGE       - Credevo che imprecassi solamente quando eri nervosa.

LOUISE          - Impreco anche quando sono arrabbiata. E se poi i bambini hanno proprio bisogno di bottiglie, ne ho qui un paio… (Indica i seni. George si copre gli occhi) Non capisci niente di “contatto”. Ecco che cosa vuole, lui. Contatto e amore. E troppo gliene servirà, prima di essere cresciuto, in questo mondo ipocrita.

GEORGE       - Oh, questo vecchio mondo non è poi tanto male!

LOUISE          - E’ un mondo ipocrita, falso e inaffidabile.

GEORGE       - Sei stanca e affaticata. Perché non ti fai un riposino?

LOUISE          - Non voglio  nessun riposino. E non sono né stanca né affaticata. Sono maledettamente felice.

GEORGE       - Bene.

LOUISE          - O meglio, lo sarei, se questo non fosse un mondo così falso, ipocrita…

GEORGE       - Beh, è l’unico che abbiamo. (George va a prendere il pacco degli alimentari. Durante il dialogo che segue egli mette via tutto eccetto la bistecca e il succo di pompelmo)

LOUISE          - Non c’è niente di vero. Questo è di plastica. Quello è sintetico. Tutto è finto. E quel dottor Fitch, è falso anche lui, il modo in cui finge che siamo sposati. (Imitandolo) Come va, stamattina, signora Clarke?

GEORGE                   - Beh, mi sembra carino.

LOUISE          - “E’ proprio un bel bambino, signora Clarke”… - Io mi chiamo Louise Hamilton!

GEORGE       - Credo che tu lo abbia rassicurato, su questo punto.

LOUISE          - Eccome! Ma perché non può dire semplicemente  “Come si sente oggi, signorina Hamilton?” - oppure: “E’ proprio un bel pupo, signorina Hamilton”… Oh, se la piantasse di ficcare il naso qui dentro!

GEORGE       - Credo che il sentimento sia reciproco. Non direi che abbia molti clienti che gli hanno detto vaffanculo. (George ridacchia, al pensiero)

LOUISE          - Che c’è di buffo?

GEORGE       - Stavo pensando alla sua espressione quando gliel’hai detto.

LOUISE          - Non saresti così allegro se avessi avuto tu il bambino.

GEORGE       - Ho sempre sentito dire dalla gente che la maternità è un’esperienza esaltante.

LOUISE          - Chi lo dice? Il Papa?

GEORGE       - Dipende tutto dal fatto se la madre sia matura per la maternità, o meno.

LOUISE          - Che cosa  significa?

GEORGE       - Significa che tu per esempio adesso ti senti in trappola, e ti sfoghi su te stessa e sul bambino.

LOUISE          - Al diavolo! Prima il dottor Spock, adesso il professor Freud!

GEORGE       - Ecco perché non vuoi uscire di casa – neanche per un momento, per un po’ d’aria. Devi passare ogni istante a dar da mangiare al bambino e ad amarlo fino alla morte.

LOUISE          - Beh, se sono in trappola – mi ci hai messo tu, accidenti!

GEORGE       - Io? (Va all’ingresso, prende la bilancia e il metro e ritorna)

LOUISE          - E su e giù e su e giù . Tu e il tuo su e giù – sei come una chioccia. “Co – co, co – co, co –co”. Ecco che cosa ti serve a te: qualcuno da coccolare. Ti piace occuparti così, così non devi pensare a te stesso.

GEORGE       - (Pensieroso) Questa è una teoria interessante.

LOUISE          - Già. Portala in ufficio con te e studiatela all’ora de tè.

GEORGE       - Grazie.

LOUISE          - Di niente. (La sua collera comincia a sbollire) Adesso siamo pari.

GEORGE       - (Comincia a disfare la bilancia e il metro) Già.

LOUISE          - Che roba è quella?

GEORGE       - La bilancia per il bambino.

LOUISE          - (Ride gentilmente) Per il…? Sei pazzo!

GEORGE       - E questo serve per misurarlo.

LOUISE          - Mettiamolo all’ingresso, così, forse, ci ricaveremo cinquanta penny alla libbra, per lui.

GEORGE       - Sarà simpatico controllare se fa progressi. Era tanto piccolo quando è nato.

LOUISE          - Era anche terribilmente brutto.

GEORGE       - Non era brutto!

LOUISE          - Accidenti, se lo era!

GEORGE       - In quel libro di medicina c’è scritto che molti bambini appena nati sono un po’ chiazzati.

LOUISE          - Chiazzati, brutti e magri.

GEORGE       - Magri, no.

LOUISE          - Lui è magro. E’ così magro che dovrà mettersi sotto il rubinetto per bagnarsi.

GEORGE       - Oh, sì! Questa è buona. Mi piace. (All’improvviso) Mi è venuta in mente una cosa, mentre facevo le spese.

LOUISE          - E cioè?

GEORGE       - Stasera festeggeremo.

LOUISE          - Che cosa?

GEORGE       - Non sai che giorno è oggi?

LOUISE                     - No.

GEORGE       - E’ la sua festa.

LOUISE          - Festa?

GEORGE       - Oggi compie dieci giorni.

LOUISE          - Non ti metterai mica a festeggiare anche i dieci giorni.

GEORGE       - Perché no? (Il sole fa capolino dalla finestra) Ho pensato di preparare una bella cena: bistecca! (Mostra due bistecche)

LOUISE          - (Con un cenno verso la camera da letto) Bel festeggiamento per lui.

GEORGE       - Lui ha già avuto la sua parte di festeggiamenti. Ora tocca a te. (La conduce verso l’ingresso, parlando) Adesso esci. Vai a cambiarti e niente discussioni.

LOUISE          - George!

GEORGE       - Adesso comando io!

LOUISE          - Non fare lo sciocco.

GEORGE       - Infilati qualcosa di comodo.

LOUISE          - L’unica cosa di comodo che ho è il tuo pigiama.

GEORGE       - (Recitando) Oh, ma certo! dimenticavo! (prende un grosso pacco di boutique) Buon compleanno! (Tiene alto il pacco mentre Louise rimane a guardarlo per un momento. Piano piano lui perde il tono autoritario) Se non ti piace puoi sempre cambiarlo. (Louise tira fuori il vestito, molto eccentrico e divertente. E’ evidente che non ha mai avuto un regalo così prima d’ora) Gliel’ho detto, a quelli del negozio, che non eri proprio… e neppure… - Sai, l’ho preso in negozietto vicino alla metropolitana. Come si chiama?

LOUISE          - “Hippy mania”.

GEORGE       - Appunto, va bene?

LOUISE          - E’ meraviglioso.

GEORGE       - E’ – ehm –“attuale”, vero?

LOUISE          - Fantastico!

GEORGE       - Non l’ho scelto io. La ragazza mi ha detto che adesso si portano così. Davvero ti piace?

LOUISE          - E’ uno schianto! Yu – hu! (Incapace di controllarsi, lancia un grido, con George che cerca di calmarla, si precipita in camera da letto)

GEORGE       - Attenta a non svegliare… (Ma Louise è andata. George sorride tra se; è soddisfatto. Riflette per un momento, e poi va alla finestra e tira le tende. Va al giradischi, lo apre e accende la lampada sul carrello dei drink. Mette in moto il giradischi, prende i fiori e li mette in un bicchiere di whisky. Dopo un attimo di esitazione schizza un po’ di soda nel bicchiere e lo posa sul tavolo a sinistra della poltrona. Va in cucina, si toglie la giacca e la posa sulla spalliera della sedia, accende la luce e prende il grembiule da dietro la porta. Tira fuori la torta dal frigorifero e mette in fresco il vino. Mentre ripone i pompelmi si sente suonare alla porta. Va alla porta, sempre con il pompelmo in mano, accende la luce dell’ingresso ed apre la porta. E’ Davey. L’atteggiamento di George verso Davey è ora più disinvolto e confidenziale) Salve!

DAVEY           - (Imbarazzato) Salve. (George sta per rispondere, ma poi reagisce nel vedere l’abbigliamento di Davey)

GEORGE       - Bene, giovanotto! Non ci siamo frequentati molto, ultimamente.

DAVEY           - Come sa, amico, non è il mio ambiente.

GEORGE       - Oh, non lo so. Ci avrebbe fatto piacere una visitina di tanto in tanto. Fa veramente freddo, amico.

DAVEY           - (Aggrottando le ciglia) Già come stanno mammina e pargoletto?

GEORGE       - Benissimo!

DAVEY           - (Vedendo i giocattoli) Ehi, sono giocattoli!

GEORGE       - Già. (Giocano per qualche istante) Posso mostrarle qualche altra cosa?

DAVEY           - No, grazie.

GEORGE       - Cos’altro posso fare?

DAVEY           - Nient’altro. (Si siede)

GEORGE       - Ho sentito poco fa un suono di chitarra…

DAVEY           - Mmm…

GEORGE       - Mica male. E’ un nuovo arrivato?

DAVEY           - E’ una lei.

GEORGE       - Ah, sì?

DAVEY           - E’ un tipo molto stravagante! (Davey ride. George ride anche lui) Capisce che cosa intendo dire?

GEORGE       - (Smette di ridere) Temo di no. (Entra Louise)

LOUISE          - E’ fantastico! (Vede Davey. Imbarazzata) Salve.

DAVEY           - Salve, mammina. Una vera piccola mammina.

LOUISE          - Beh, sono quasi tornata normale.

DAVEY           - Splendido. (A George) Un papà generoso!

GEORGE       - Beh, dopo tutto è solo questione di mantenimento, amico. (Louise lancia un’occhiata a George)

LOUISE          - Che cosa vuoi, Davey?

DAVEY           - Sono venuto per dirvi che stasera c’è uno spettacolo musicale, di sopra.

LOUISE          - Mi fa piacere! Sei riuscito a riparare il giradischi.

DAVEY           - Musica, ballo e spaghetti per tutti.

GEORGE       - Spaghetti per tutti! Una scena delirante, amico!

DAVEY           - (A Louise) Sarà eccitante. Musiche simpatiche. Ballo liscio. Perché  non venite su anche voi?

GEORGE       - Ehmm – beh, molto gentile da parte sua, ma – ehm…

LOUISE          - (Tagliando corto) Abbiamo il problema della custodia del bambino.

GEORGE       - Già.

DAVEY           - (Va verso di lei) Forse, almeno uno di voi due potrebbe venire…

GEORGE       - E non credo che lei desideri che venga io… (Davey lo fa tacere con un’occhiata)

DAVEY           - (A Louise) Sarebbe stato carino. Ci mancherai. A me, almeno, mancherai.

LOUISE          - (Calma) Grazie lo stesso.

DAVEY           - O.K. – Statevi bene. (A George) Ciao, paparino.

GEORGE       - Ciao, figliolo. (Davey gli lancia un’occhiata spenta e esce)

LOUISE          - (A George) Che ti è venuto in mente? (Imitandolo) Ciao, figliolo.

GEORGE       - (Dopo una pausa) Comincio a preparare la cena. (George va in cucina mentre Louise si accende una sigaretta. George si ferma) Sei sicura di non voler andare su?

LOUISE          - (Con forza) Oh, certo!

GEORGE       - A me non dispiacerebbe, sai. Dico sul serio. Ti farebbe bene.

LOUISE          - Ho detto che non voglio andare! Ragazzini! (Indica il pompelmo nella mano di lui) Se resti ancora con quel coso in mano, ti si ammuffisce. (George va in cucina e comincia ad apparecchiare la tavola. Louise va alla porta di ingresso e rimane là pensierosa. Dopo un momento si ricompone e va in cucina) Sai che impressione provo?

GEORGE       - No. (Durante la conversazione che segue, pone le due bistecche nel grill con una noce di burro su ognuna)

LOUISE          - (Senza malanimo) Quella di essere una vecchia coppia di coniugi.

GEORGE       - Sciocca.

LOUISE          - Una vecchia coppia di coniugi che passa una serata lontano dai suoi sette figli.

GEORGE       - Sette?

LOUISE          - Una giovane vecchia coppia, naturalmente. Non sei mica tanto vecchio, vero?

GEORGE       - Dio mio, no! Ne ho trentanove.

LOUISE          - Accidenti! (George alza lo sguardo) Mio padre ne ha trentanove!

GEORGE       - Mi sorprende che quel povero vecchio abbia ancora la forza di darsi da fare con la vicina.

LOUISE          - Accidenti, ma sono sempre trentanove!

GEORGE       - Penso che prima ti mandiamo in Parlamento, meglio sarà. Potresti far passare una legge per mandarci in pensione a quarant’anni. (George ha finito di preparare la bistecca e comincia ad aprire a metà uno dei pompelmi)

LOUISE          - (Dopo una pausa) Ma dico! Trentanove! (George la guarda)

GEORGE       - Ma quanti anni mi davi, per l’amor del cielo?

LOUISE          - Non lo so. Direi, una trentina.

GEORGE       - Beh, lo prendo per un complimento. Siediti, adesso. Fai attenzione al vestito nuovo. (Louise si siede)

LOUISE          - (Tranquilla) Accidenti! Trentanove! (George la guarda)

GEORGE       - Ci vuoi lo zucchero col pompelmo?

LOUISE          - No, grazie.

GEORGE       - Ecco qua. Un pompelmo alla vecchio bacucco. (le porge il pompelmo)

LOUISE          - Vorrei che non usassi un simile linguaggio, George.

GEORGE       - (Quasi ridendo dalla sfacciataggine di lei) Oh!

LOUISE          - Non è divertente, sulle tue labbra. (George posa il pompelmo sul tavolo)

GEORGE       - Va bene. D’ora in poi cercherò di moderare il mio linguaggio.

LOUISE          - E tu non ti siedi?

GEORGE       - Sì. E’ che per noi vecchi sposi è difficile organizzare tutto. (Infila la giacca e si siede) Devo sembrarti molto anziano…

LOUISE          - Da un po’ di tempo mi sento molto anziana anch’io.

GEORGE       - In ogni caso, stasera non lo sembri davvero.

LOUISE          - Bene. Come sto?

GEORGE       - Beh, direi…

LOUISE          - Sexy?

GEORGE       - (Imbarazzato) Splendida. (Di colpo sono entrambi consapevoli) Mangiamo il pompelmo.

LOUISE          - (Con dolce ironia) Siamo in pari col ruolino di marcia, dunque.

GEORGE       - Non voglio che la bistecca sia scotta. Voglio che tu ti gusti appieno la cena.

LOUISE          - Me la gusto, sinceramente.

GEORGE       - Voglio che sia tutto perfetto.

LOUISE          - Devo metterlo per iscritto? D’accordo, siediti.

GEORGE       - Va bene. (Torna a sedersi) Riposiamoci un po’… non c’è fretta. (Si alza) Devo girare la bistecca. Come ti piace?

LOUISE          - Non importa.

GEORGE       - Molto cotta?

LOUISE          - Non importa.

GEORGE       - Al punto giusto?

LOUISE          - Non importa.

GEORGE       - Al sangue?

LOUISE          - Non me importa un cavolo! (George gira le bistecche)

GEORGE       - Al punto giusto. E’ meglio, no?

LOUISE          - Certo.

GEORGE       - (sedendosi) Eccoci qua… (alzandosi di colpo) Ah, dimenticavo…

LOUISE          - Finirai per rovinarmi la digestione! (George va prendere i bicchieri) A che servono?

GEORGE       - Champagne.

LOUISE          - Champagne?

GEORGE       - Festeggiamo, no? Il bambino. (Comincia a sturare la bottiglia di champagne)

LOUISE          - Faremo una festa così ogni dieci giorni?

GEORGE       - No! Veramente, non è solamente per il bambino.

LOUISE          - Che cos’altro?

GEORGE       - La mia emancipazione.

LOUISE          - Che cosa  vuol dire esattamente?

GEORGE       - Vuol dire la faccia che ha fatto il signor Saunders quando gli ho detto che dovevo andare a comprare i pannolini e il vasino. (Intanto ha aperto la bottiglia di champagne e lo sta versando)

LOUISE          - (Dopo una pausa pensierosa) Non affezionarti troppo a me, George. A me e al bambino. (George smette di versare la champagne. Non sa che cosa dire, poi si riprende e le porge il bicchiere di champagne)

GEORGE       - Ecco qua! Beviamo – a tuo figlio.

LOUISE          - A lui! (Bevono)

GEORGE       - Non credi che dovresti mettergli presto un nome?

LOUISE          - Penso che aspetterò per veder come si mette, prima. Sai, per vedere se diventa un Pellegrino o un Charlie. (Riferendosi allo champagne) Mica male, eh? Me ne dài un altro po’?

GEORGE       - Meglio che non bevi tanto, fa male al bambino.

LOUISE          - Dici?

GEORGE       - Certo.

LOUISE          - Vuoi dire che fa una specie di cocktail col latte?

GEORGE       - Più o meno. (Versa ancora un po’ di champagne nel bicchiere)

LOUISE          - Riempilo. Forse gli farà bene.

GEORGE       - E va bene. (Vuota la bottiglia riempendo il bicchiere di lei. George comincia a ridacchiare)

LOUISE          - Perché ridi?

GEORGE       - Niente.

LOUISE          - Dài!

GEORGE       - Niente, ti dico.

LOUISE          -(Rimproverandolo) George!

GEORGE       - Beh, tutte quelle discussioni sull’alimentazione del bambino. (Ridacchia di nuovo) Mi fa venire in mente una delle più piccanti barzellette che abbia mai sentito.

LOUISE          - (Interessata) Tu sai delle barzellette piccanti?

GEORGE       - No. Ma mi sono ricordato di questa. E’ piuttosto sciocca, fra l’altro.

LOUISE          - Dai!

GEORGE       - No.

LOUISE          - Dilla!

GEORGE       - Beh, c’è un bambino, sai. Sui cinque anni. O forse un po’ più grande. Non credo che abbia importanza. Forse sui sei o sette anni…

LOUISE          - Continua.

GEORGE       - Beh, un ragazzino stava guardando la mamma che dava il latte al bambino – il fratellino – o una sorellina, chissà? Non credo che faccia differenza, se era un maschietto o una femminuccia. Comunque, il bambino osservava la mamma che allattava il piccolo. Non con la bottiglia, voglio dire, allattava il bambino lei stessa, mi capisci…

LOUISE          -(Pazientemente) Capisco.

GEORGE       - Quando il bambino dice: “Mammina, che cosa beve il bambino? E lei “ latte e succo d’arancia”. E allora lui: “il succo di quale arancia?”. (George comincia a ridacchiare. Louise cerca di sorridere educatamente. Smette di ridere) Scusami. E’ un po’ spinta, vero?

LOUISE          (sarcastica) Indecente.

GEORGE       - Veramente le barzellette spinte non mi piacciono. Aspetta un momento. (Si alza)

LOUISE          - Esci di nuovo? (George va a prendere i fiori)

GEORGE       - A che somiglia un pompelmo?

LOUISE          - A un pompelmo.

GEORGE       - (Sedendosi) Bene.  (Salta su) Oh!

LOUISE          - Sembri un saltapicchio!

GEORGE       - (Corre all’ingresso ad accendere il grammofono) Perry Como. (George si sofferma per regolare il volume. Louise guarda in quella direzione e alza gli occhi al cielo. George abbassa il volume)

LOUISE          - Come sapevi che Perry Como  mi eccita?

GEORGE       - Davvero? Va bene così?

LOUISE          - No! (George abbassa ancora il volume, poi torna in cucina al proprio pompelmo) La smetterai, adesso?

GEORGE       - Ooooh! La bistecca! Non voglio metterti fretta, bada, ma se hai finito col pompelmo.. (Louise manda giù un cucchiaino di pompelmo)

LOUISE          - Ho finito. Posso fare qualcosa?

GEORGE       - No. (George prende il pompelmo, lo mette da parte e va al fornello. Durante il dialogo che segue George mette le bistecche sui piatti e li porta in tavola. Va quindi al frigorifero e ne torna con una insalatiera)

LOUISE          - Ti piace proprio cucinare, eh?

GEORGE       - Sì. E a te - che cosa ti piace fare?

LOUISE          - Fare?

GEORGE       - Sì, se potessi scegliere, che cosa faresti?

LOUISE          - (Sorpresa) Beh, se la metti in questo modo – non lo so. Dobbiamo fare tutti qualcosa.

GEORGE       - Beh, è - come dire – normale.

LOUISE          - Sto appunto cercando di capire le cose.

GEORGE       - Non puoi vivere senza fare altro che cercare di capire le cose.

LOUISE          - Perché no?

GEORGE       - C’è qualcosa di più utile nella vita.

LOUISE          - Intendi dire le partite di bridge una volta al mese e la cena con Helen ogni mercoledì?

GEORGE       - (Cercando di non darvi peso) Cose più importanti.

LOUISE          - Certo. le serate musicali con Perry Como.

GEORGE       - Quando sarai più grande…

LOUISE          - (Salta furiosa) Non dire così!

GEORGE       - (Calmandola) Va bene. Va bene.

LOUISE          - Ecco che cosa dice sempre la gente. Al diavolo, mi fanno arrabbiare, quando lo dicono.

GEORGE       - (Scherzando) Fammi metter via lo champagne, nel caso ti venisse in mente di tirarmi dietro qualcosa. (Esegue) Ecco l’insalata. Serviti. Ci metto la terragona nel condimento. (Lei rimane rigida) Non far raffreddare la bistecca.

LOUISE          - Mi piace, fredda.

GEORGE       - Il fatto è che la maggior parte delle volte non so cosa dire.

LOUISE          - E allora, taci. (Si sente da sopra il suono della chitarra, seguito da un paio di strilli. Louise alza gli occhi, e George la osserva) Mi fa un po’ male la schiena, vado a sedermi sul divano. (Si alza e va nel soggiorno, spegnendo, strada facendo il giradischi)

GEORGE       - E la bistecca?

LOUISE          - Non mi va più.

GEORGE       - Vedi – tutta la tua esperienza è così diversa dalla mia… Quando avevo la tua età…

LOUISE          - Rieccoci!

GEORGE       - Non facevo molte domande. Andavi a scuola, ti trovavi un lavoro, ti sposavi.. (Sorridendo) E ti ritrovavi a trentanove anni – ecco qua.

LOUISE          - Forse per te è sufficiente.

GEORGE       - (alzando le spalle) Allora era così.

LOUISE          - Beh, adesso le cose sono diverse, vecchio mio. (Lei prende la rivista e comincia a leggerla. Breve pausa)

GEORGE       - (Bruscamente) Credo che andrò a togliermi la giacca.

LOUISE          - Perché non ti levi tutto, cravatta compresa?

GEORGE       - Va bene. (Si toglie la giacca e nota che il disco non suona) Che ne è della mia musica? Si è spento?

LOUISE          - Ho spento io.

GEORGE       - Perché? (Louise gli lancia un’occhiata. Arrabbiata. ) Ho capito! (Si riempie il bicchiere di champagne) Aveva una parvenza di melodia. E’ per questo? (Lei non risponde, e lui manda giù lo champagne con un solo sorso. Riempie di nuovo il bicchiere) Avevo scelto apposta quel disco. (Lei non risponde ancora, e lui allora beve) Mi sembrava una musica adatta per la cena.

LOUISE          - (Alzando gli occhi) Ma dì un po’, sei forse la madre di Perry Como, o un suo parente stretto?(Si sente un colpo da sopra, seguito da un grido e da risate rauche. Louise alza lo sguardo. George si riempie il bicchiere e beve)

GEORGE       - Dì la verità che preferiresti stare di sopra con loro, vero? (Lei non risponde) Non è così? (Ancora nessuna risposta) Ebbene, vai pure. (Apre la porta) Non hai mangiato tanto da saziarti. Saranno rimasti chili di spaghetti. Sarà sempre meglio che star qui con un vecchio bacucco. Non è esattamente il tuo ambiente, no? Devi essere stufa. (Louise getta via la rivista)

LOUISE          - Hai ragione, sono stufa, stufa da morire.

GEORGE       - Adesso finalmente c’è un po’ di movimento. (Si riempie il bicchiere)

LOUISE          - In effetti, se non fosse per quelle telefonate di tua sorella, ogni giorno, la vita sarebbe  insopportabile.

GEORGE       - Ah! Mia sorella dunque ti sconvolge tanto.

LOUISE          - No, le voglio bene. Il suo ultimo bollettino sulle varie infiammazioni. Quante volte è andata di corpo nella giornata. Mi tira su il morale in modo straordinario.

GEORGE       - Hai ragione, per Helen. E’ matta. E’ irragionevole. Accidenti, è una rompiscatole! Ma - è mia sorella. E la ricordo quando non era matta. Quando non era irragionevole e non era rompiscatole.

LOUISE          - E  tutte queste cose, da quando aveva due settimane e mezzo!

GEORGE       - E se posso renderle la vita un po’ meno intollerabile, con un qualche piccolo sacrificio da parte mia, perché non dovrei? Quando sarai vecchia…

LOUISE          - Oh, al diavolo! (Si alza e fa per allontanarsi, ma egli l’afferra per un braccio)

GEORGE       - Quando sarai maledettamente vecchia! Smettila di fare quella faccia ogni volta che si parla di felicità e di tollerabilità. Tutto quello che sto cercando di fare, è di renderle la vita sopportabile.

LOUISE          - Mi fai male al braccio. (George lascia andare il suo braccio)

GEORGE       - Vedi, sono abbastanza antiquato da credere ancora in cose come la lealtà e la considerazione e quella repulsiva parola che è la responsabilità. Credo che berrò ancora. (Fa per riprendere ancora il bicchiere)

LOUISE          - Non ti sembra di aver bevuto abbastanza?

GEORGE       - Certo. adesso comincerò con il whisky.

LOUISE          - Ma starai male!

GEORGE       - Non fare la noiosa! (Va verso i drink. Un ragazzo hippy entra con la chitarra, in volata)

RAGAZZO     - (A Louise) Ehi, dov’è la scena, amico?

GEORGE       - Che diavolo vuole lei? (Il ragazzo si volta e vede George)

RAGAZZO     - Oh, scusi, sto cercando Davey.

GEORGE       - Ah, Davey!

RAGAZZO     - Ehi, è lei, Davey?

GEORGE       - Davey è  di sopra, amico.

LOUISE                     - E’ al piano di sopra.

RAGAZZO     - Oh.

GEORGE       - E anche la festicciola è di sopra, piccolo.

RAGAZZO     - (Osservando George) Ah, è così, amico.

GEORGE       - E’ così, è così! Morbide danze. Bella musica. E spaghetti a volontà.

RAGAZZO     - Bene, ci vediamo di sopra, allora. (una ragazza hippy, euforica, entra ballando nella stanza)

GEORGE       - Può darsi, amico. Ci vediamo. Non dimenticare di portarti via Salomè. (I due ragazzi hippy escono. George chiude la porta) Tutta la festa è di sopra, piccolo. Ci fa proprio un po’ freddo qui, stasera, mammina. Non so proprio come fai. Dunque, dov’ero? Ah, sì! (Si versa abbondante whisky)

LOUISE          - Sei  di un umore assai strano.

GEORGE       - Lo so. Forse sono matto. (Fa la faccia da matto) Sono dell’umore da far domande che non ho mai fatto. Per esempio: “che cosa avevi per la testa quando hai deciso di farla finita con il tuo paparino diciottenne?”

LOUISE          - Ma che razza di domanda è questa?

GEORGE       - La domanda ad hoc. La prima cosa che dovresti cercare di capire, è te stessa. Se non volevi avere un bambino, sono sicuro che una ragazza moderna come te avrebbe preso le sue precauzioni.

LOUISE          - Esatto. Allora?

GEORGE       - Allora, tu volevi un bambino. Per una qualche arcana ragione – per far dispetto ai tuoi genitori – per diventare grande tutto in una volta, o per amore della novità – tu dovevi avere un bambino.

LOUISE          - E va bene. L’ho voluto. Soddisfatto?

GEORGE       - Bene. Hai deciso di introdurre una vita nuova in questo mondo e sei responsabile tu di questa piccola cosa – che si chiami Pellegrino e Charlie o Nancy! Ti sei intrappolata da sola, bambina.

LOUISE          - E ci insisti su. Sei così dannatamente sciocco, che fai sembrare sciocchi tutti. Non sai come si vive. Tu e tua sorella siete una bella coppia! Una coppia di matti. (L’osservazione colpisce George. Si allontana)

GEORGE       - (Cercando di essere allegro) E’ stata una cenetta super, non trovi? Sì, quasi un festeggiamento. (Indica la camera da letto) Felice compleanno, pupetto! (Beve) Mi dispiace per stasera.

LOUISE          - Sì, hai avuto un sacco di guai.

GEORGE       - Non sono riuscito… (Si siede)

LOUISE          - Accidenti! Non stare sempre a scusarti! E’ colpa mia. Picchiami, fai qualcosa!

GEORGE       - Non essere ridicola.

LOUISE          - Beh, fai qualcosa, per amor del cielo!

GEORGE       - Sto facendo qualcosa.

LOUISE          - Cioè?

GEORGE       - Mi sto ubriacando.

LOUISE          - Speriamo che questo ti dia un po’ di vita. Forse allora mi schiaffeggerai.

GEORGE       - Ne dubito.

LOUISE          - E mi amerai appassionatamente? (George la guarda e manda giù il suo whisky) Dopo che mi avrai chiesto “scusa”, naturalmente. (Una pausa, durante la quale lei lo controlla. La rabbia è ormai passata per dar luogo al gioco “sesso”) Quando mi sono svegliata, stamattina, mi sono sentita decisamente esuberante. (George la guarda attonito a disagio e il suo sguardo cade sulle bistecche)

GEORGE       - Peccato per quelle bistecche.

LOUISE          - Vuol dire che sto tornando normale. E’ strano, come uno si sente sexy al mattino, non trovi?

GEORGE       - Io – ehm – beh, io – ehm – immagino che io mi senta rilassato dopo una buona dormita.

LOUISE          - Oh, capita anche a te, la mattina?

GEORGE       - No.

LOUISE          - Forse preferisci la sera.

GEORGE       - No, ehm…

LOUISE          - Il pomeriggio?

GEORGE       - Senti, veramente io…

LOUISE          - Non conta il momento, eh, George? (Gli si siede vicino) Credevo che volessi toglierti la cravatta. (Comincia a sciogliergli la cravatta)

GEORGE       - Louise, per favore – il nostro rapporto è abbastanza difficile, senza complicarlo ulteriormente.

LOUISE          - Complicarlo?

GEORGE       - Con il sesso.

LOUISE          - Civettone! (Adesso gli sta sbottonando la camicia)

GEORGE       - Credevo che volessi andare di sopra.

LOUISE          - Era un’idea tua, non mia.

GEORGE       - Vuoi un whisky?

LOUISE          - No.

GEORGE       - Ti dispiace se ne prendo uno io?

LOUISE          - Sì. (Si alza con la camicia aperta e svolazzante e va al tavolo dei drinks. Louise lo segue e comincia a sfilargli la camicia mentre lui si versa il whisky)

GEORGE       - Louise, per favore, lascia perdere la camicia.

LOUISE          - Stai molto meglio, senza la camicia indosso. (Lei si allontana. Il rapido movimento lascia Louise con la camicia in mano. George preoccupato si siede con il drink in mano. Louise si siede accanto a lui e lo sfiora alla spalla) Va meglio, così, no?

GEORGE       - Fa un po’ freddo, veramente.

LOUISE          - (Improvvisamente) Ehi, George.

GEORGE       - Che c’è?

LOUISE          - Quand’è che hai fatto l’amore, l’ultima volta?

GEORGE       - Dovremmo proprio mangiare le bistecche, sai.

LOUISE          - George, sto parlando con te.

GEORGE       - Più di una sterlina la libbra.

LOUISE          - Quando hai fatto l’amore l’ultima volta?

GEORGE       - E le ho prese da Sainsbury, sai? (Per tutta risposta George manda giù il suo whisky)

LOUISE          - (Gentilmente) Povero vecchio imbecille!

GEORGE       - Che cosa vuoi dire?

LOUISE          - Sei a bocca asciutta da un bel po’, vero? (George salta su e corre a versarsi ancora da bere) Bene! Hai detto che volevi festeggiare, stasera, e festeggerai!

GEORGE       - (Retrocede) Lasciami finire di bere.

LOUISE          - Hai bevuto già abbastanza. (Comincia a sbottonargli i  pantaloni)

GEORGE       - Louise! Smettila! Comportarti così! C’è un bambino!

LOUISE          - Dorme!

GEORGE       - Ma può entrare!

LOUISE          - Non fare lo sciocco! (I calzoni di George cominciano a scendere) Mio Dio, come sei sexy! (Lei comincia a slacciargli le scarpe)

GEORGE       - Louise, non voglio!

LOUISE          - Neanch’io, tesoro. Sto facendo forza a me stessa.

GEORGE       - No, davvero non voglio. Non capisci?

LOUISE          - Capisco soltanto che tu sei molto complessato e io voglio aiutarti a risolvere la questione.

GEORGE       - Non voglio essere aiutato.

LOUISE          - Sì. (Gli leva i calzini)

GEORGE       - No. Non voglio, ti dico.

LOUISE          - Beh, io sì. E chiudi il becco!

GEORGE       - (Saltando su) No!

LOUISE          - (Esasperata) Al diavolo!

GEORGE       - (Arrabbiato) Scusami!

LOUISE          - Una ragazza può andare lontano, sai. L’uomo deve aiutarla un po’.

GEORGE       - Non voglio aiutare. Per amor del cielo, ascolta che cosa sto dicendo.

LOUISE          - Proprio poco fa hai detto che mi trovavi splendida. (George non risponde) Ho capito! Non ti piaccio. Andiamo. Dillo chiaro, George. Voglio dire, te l’ho offerta su un piatto, no? tu non mi desideri, vero? E’ così?

GEORGE       - (Gridando) No! Voglio essere lasciato in pace.

LOUISE          - Beh, questo si può sistemare, mio caro. (Va verso la porta, ma si ferma)  Se tu non mi trovi sexy, c’è qualcuno di sopra che la pensa diversamente.

GEORGE       - Ma non sai pensare a niente altro!?

LOUISE          - E tu non ci sai pensare proprio per niente?! (Una pausa, mentre si studiano. Suona il campanello della porta d’ingresso. George, con i pantaloni mezzo giù sussulta)

GEORGE       - (Inorridito) Chi diavolo può essere?

LOUISE          - Sarà tua sorella.

GEORGE       - Dio mio! (rapidamente si tira su i pantaloni senza notare che sono rivoltati)

LOUISE          - (Alla porta) Chi è?

DAVEY           - (Fuori) Davey.

LOUISE          - (Alla porta) Avanti!

GEORGE       - No! (Davey entra e si ferma nel vedere George alle prese con la lampo. Ci vuole qualche istante a Davey per rendersi conto del perché non ci riesce, durante la quale una espressione ghignante si dipinge sul volto di Davey. Infine George recupera i propri indumenti ed esce in camera da letto)

DAVEY           - Paparino stava facendo lo spogliarello?

LOUISE          - Che cosa vuoi, Davey?

DAVEY           - Volevo vedere se per caso avevi cambiato idea. (Louise non risponde)

LOUISE          - A che proposito?

DAVEY           - (Dopo una pausa) Non ne hai abbastanza di star qui?

LOUISE          - Ti dispiace di ripetere la domanda?

DAVEY           - (Dopo una pausa) Vorrei che ritornassi di sopra, per sempre, capisci?

LOUISE          - No.

DAVEY           - Ecco, vedi…

LOUISE          - (Dopo una pausa) No, non vedo, Davey. Dimmelo tu. (Lo guarda, senza espressione)

DAVEY           - L’abbiamo avuto insieme, tu ed io. Voglio dire –  io non ho un bambino. (Esita, poi comincia ad andare)

LOUISE          - Davey! (Davey si ferma. Gentilmente) Grazie!

DAVEY           - Addio! (Davey esce. George entra dalla camera da letto)

LOUISE          - George.

GEORGE       - Oh. Ho sentito sbattere la porta. Credevo che fossi andata di sopra. Perché non sei andata?

LOUISE          - George…

GEORGE       - (Incalzandola) Davey ti aspetta. Vai, no?

LOUISE          - Vuoi fare l’amore con me, stasera?

GEORGE       - Davey ti starà aspettando.

LOUISE          - O un’altra sera? (George non risponde. Louise va alla porta d’ingresso e la chiude. George va verso la porta, esita, poi l’apre. Da sopra viene il suono di brindisi e risate. Egli chiude la porta, leva il disco di Perry Como e lo guarda. Chiude gli occhi, sta per piangere. All’improvviso spacca il disco contro il tavolo. Dalla stanza il bambino comincia a piangere)

GEORGE       - Oh, smettila di fare baccano! (George si precipita in camera da letto mentre il pianto aumenta di volume. Suona il telefono. Dopo un secondo George esce dalla camera da letto con il bimbo in braccio, dandogli  buffetti sulla schiena. Al bambino) Ecco, ecco. Papà lo sa. (Prende il telefono e parla) Pronto, Helen… Oh, cielo, mi dispiace… Questa mi sembra una cattiveria… No, non ho tempo di chiacchierare, sì… Oh, cielo… Oh, santo cielo… santo cielo… (Prende su un giocattolo del bambino e sta cercando di farlo ridere, mentre…)

CALA IL SIPARIO


SCENA DUE

Stessa scena, il mattino seguente.

Il sole entra dalla finestra. George, vestito per andare in ufficio, sta stendendo i pannolini al filo. La porta di ingresso si apre ed entra Louise, con il vestito che indossava la sera prima. E’ evidente che non ha chiuso occhio, e casca dal sonno.

GEORGE       - (Dopo una pausa)  Vuoi un tè?

LOUISE          - (Mormora) Sì, grazie. (George le versa un tazza di tè)

GEORGE       - Tra cinque minuti vado in ufficio. Ti puoi prendere uovo e bacon.

LOUISE          - (Inorridita al pensiero) Oh, Dio, e il bambino?

GEORGE       - Sta bene. Adesso dorme.

LOUISE          - (Sorpresa) Davvero? Bene!

GEORGE       - Ce n’è voluto un bel po’ per farlo tacere. Non voleva dormire. Così gli ho dato da mangiare due volte, gli ho fatto due volte il bagnetto e gli ho cambiato i pannoloni almeno undici volte. (Torna in cucina dove provvede a sterilizzare il biberon)

LOUISE          - Perché mai?

GEORGE       - Avevo l’impressione che fosse quello che desiderava. Continuava a piangere.

LOUISE          - Dovevi semplicemente metterlo sotto sopra.

GEORGE       - Non ci ho pensato.

LOUISE          - Tenere quella creatura sveglia tutta la notte! (George le lancia un’occhiata) Lo credo che adesso dorme. Mi sono divertita un sacco alla festa.

GEORGE       - Bene!

LOUISE          - Fantastico! E’ appena finita. Che ora è, a proposito?

GEORGE       - Sei minuti dopo le nove.

LOUISE          - Uuuhm, che notte!

GEORGE       - Già, devo riconoscere che per una festicciola “tranquilla” avete fatto ballare non poco il soffitto. Giradischi, chitarra e via di seguito…

LOUISE          - E il tamburo?

GEORGE       - Già. Si sentiva distintamente. Il bambino preferiva la chitarra, veramente.

LOUISE          - (Ridacchiando) Sì, era movimentata. Avevo dimenticato come ci si impazzisce quando ci si droga.

GEORGE       - Louise, non hai…

LOUISE          - Perché no? E’ stato verso il tardi, naturalmente. Dopo la sbornia. Perché? Un’orgia non è molto divertente se non ti droghi un po’.

GEORGE       - Beh, insomma hai passato una bella serata.

LOUISE          - Te l’ho detta. Fantastica. (Una pausa) Me ne vado, George. Me ne vado col bambino. (George annuisce appena)

GEORGE       - Quando?

LOUISE          - Oggi. Stamattina. Appena sarò pronta.

GEORGE       - Mi fa piacere che abbiate fatto pace, voi due.

LOUISE          - Quali due?

GEORGE       - Tu e Davey. La gioventù sta bene con la gioventù. Lui ha troppe frecce al suo arco.

LOUISE          - Non torno con Davey.

GEORGE       - (Sorpreso) E allora dove te ne vai, a Bradford?

LOUISE          - Mai più.

GEORGE       - Allora, dove?

LOUISE          - Non ne ho idea.

GEORGE       - Louise, per favore…

LOUISE          - Vado a cambiarmi e ce ne andiamo. (Corre in camera da letto)

GEORGE       - (Seguendola) Louise non fare la.. (La porta gli si chiude in faccia. Egli esita, poi va al telefono. Forma un numero e aspetta. Al telefono) Il Supervisore, per favore….Ah, buon giorno, signor Saunders. Sono il signor Clarke. Vorrei una mattina libera, per favore, signore… Una crisi domestica… Un problema personale… La può togliere dalle ferie annuali, signore – non può… (Arrabbiandosi) Beh, farò quel che posso per essere lì per le dieci, ma… Mi rendo conto, signor Sauders, ma è la prima volta in diciotto anni che le chiedo una mattinata libera… Beh, certo, non l’ho avvertita prima, era un mio problema personale… (Deciso) Signor Saunders, io mi prendo la mattina di permesso, mi sbrigherò prima possibile, e se a lei non va, sa che cosa le dico? Vaffanculo! (mette giù il telefono arrabbiato, si toglie la giacca e si leva la cravatta. Louise esce dalla camera da letto, cambiata, con un grosso pacco di indumenti infantili. Comincia a girare per la stanza raccogliendo giocattoli, che ripone in una rete)

LOUISE          - Farai tardi un ufficio.

GEORGE       - Stamattina non ci vado.

LOUISE          - (Sorpresa) Perché no?

GEORGE       - Non mi va.

LOUISE          - Ti prenderai un cicchetto dal Capo.

GEORGE       - Ho appena litigato col Signor Saunders, grazie.

LOUISE          - Toh,  allora sei recuperabile!

GEORGE       - Per favore, Louise, resta. Almeno finchè il bambino non sia cresciuto un po’.

LOUISE          - No!

GEORGE       - Va bene, va bene. Non c’è che una soluzione. Tu resti. Me ne vado io. (Va verso la camera da letto)

LOUISE          - Non fare lo sciocco.

GEORGE       - (Fermandosi) Dovresti adattarti per qualche settimana, se il vecchio bacucco se ne va. (George va in camera da letto)

LOUISE          - (Gridando) Sono io che me ne vado.

GEORGE       - E’ la soluzione perfetta.

LOUISE          - Risparmiati i sacrifici: devolvili alla Fondazione per lInfanzia Abbandonata.

                       

(George rientra con una montagna di abiti, camicie, fazzoletti, ecc)

GEORGE       - Con me fuori dei piedi, potrai fare il punto della situazione. Puoi metterti seduta qui tutto il giorno cercando di capire tutto. (Pose le sue cose e va a tirare giù la valigia)

LOUISE          - Me ne vado io. Tu resta.

GEORGE       - (Ignorandola) E la sera Davey e il sonatore di tamburo possono tenerti il bambino. (Mette la sua roba nella valigia)

LOUISE          - E dove diavolo pensi di andare?

GEORGE       - Andrò da Helen.

LOUISE          - Dio ci salvi!

GEORGE       - Mi accoglierà bene!

LOUISE          - Figurati! Una volta che ti sei installato a casa con tua sorella, chi ti sposta più?

GEORGE       - (Arrabbiato) Ascolta, non lo faccio per te, ricordati. Lo faccio per lui. (Indica la camera da letto) Ed è ora che anche tu cominci a pensare a lui. Quando ti deciderai a crescere?

LOUISE          - Io sono cresciuta.

GEORGE       - (Gridando) E allora agisci di conseguenza. Sei una hippy egoista! (Lei lo schiaffeggia. Lui è scosso per un momento, ma si controlla. Dignitosamente) Prenderò la sacca di spugna. (George va verso la camera da letto. Suona il telefono. Lei risponde)

LOUISE          - (Al telefono) Salve, come vanno le sue vene varicose, stamattina?… Oh, buongiorno, signor Saunders… sì. Un momento. (Chiama tranquilla verso la camera da letto) George! (George entra con la sacca)

GEORGE       - Chi è?

LOUISE          - E’ il tuo signor Saunders.

GEORGE       - Oh. (Lei gli porge il telefono. Durante il dialogo il tono aggressivo di lui lo abbandona. Al telefono) Sono Clarke… Prego, signore?… Oh, non volevo mettere giù il telefono… Avevo pensato che la nostra conversazione fosse finita, e così ho messo giù… Ripetere cosa, signore?… L’ultima cosa che ho detto. Ehm, beh, veramente non ricordo… Oh, lei sì – vaf… Oh, che frase volgare… No, signore. Ma sono sicuro che deve aver capito male. Sì. (Ridacchiando) Io devo aver detto “tanti auguri”… sì… sì… e Buon Anno, anche a lei, signore. (Mette giù il telefono)

LOUISE          - Mi piace come litighi col signor Saunders.

GEORGE       - Già. Beh – ecco qua. (Di colpo indaffarato) verrò a prendere il resto un’altra volta.

LOUISE          - Me ne vado io.

GEORGE       - Mi farai un favore se mi manderai la posta.

LOUISE          - Io non ci sarò.

GEORGE       - In questo libricino ci sono il numero di telefono e l’indirizzo di Helen. (Le porge il libricino che lei strappa. Esce e mette insieme i pannolini nella reticella) Adesso i soldi.

LOUISE          - Non voglio i tuoi soldi. (George scrive  un assegno. Louise esce in camera da letto)

GEORGE       - Non ci sai fare molto come donna di casa, eh? beh, imparerai presto. (Louise rientra con alcuni indumenti. George le porge l’assegno) Eccoti dieci sterline.

LOUISE          - Non voglio i tuoi soldi.

GEORGE       - Ecco qua. Credo che potrai riscuoterlo dal pasticcere. (Lei prende l’assegno, lo strappa) Puoi tenerti i giornali che arriveranno. Anche il Radiocorriere. (Durante le battute che seguono George disfa il bagaglio di lei e riappende i pannolini mentre Louise disfa la valigia di lui gettando i suoi indumenti in aria per la stanza)

LOUISE          - Non me ne frega un cavolo dei tuoi giornali, perché me ne vado! E puoi disfare i tuoi bagagli, perché tu rimani, e me ne vado io. Mettiti in quel tuo capoccione che me ne vado, esco, filo! (Vede George che riappende i pannolini) E lascia stare le mie cose! (Va dietro di lui, stacca il filo, riprende i pannolini e li rimette nella rete)

GEORGE       - Forse il frigo avrà bisogno di essere sbrinato.

LOUISE          - (Gridando) Sbrinati tu!

GEORGE       - Prenditi tutto quello che ti serve. (Apre il frigo) E’ pieno di roba. Oh, finisciti il dolce della festa. (Sposta il dolce dentro il frigo) E ho fatto un piatto in più, per te, qualora ti serva. (Mette il cibo accanto al dolce. Lei annusa il dolce)

LOUISE                     - (Quasi piangendo per la rabbia) Vuoi ascoltarmi? Io me ne vado. Esco. Io e il mio bambino. Per sempre.

GEORGE       - (Raccogliendo le proprie cose e ricacciandole nella valigia) Ti telefonerò ogni sera per sapere se va tutto bene. E se c’è un problema qualsiasi con il bambino o con te, non esitare a telefonarmi in ufficio, durante il giorno, o da Helen, la sera. Ciao, e grazie. (le toglie il dolce dalle mani) No, è meglio metterlo in frigorifero altrimenti la crema si scioglie. (Si guardano un momento, Louise afferra il cappello di George e lo schiaccia. Lui lo afferra e se lo caccia in testa. Poi le molla un ceffone. Lei rimane senza fiato.)

LOUISE          - Fallo ancora. (George ripete. Lei lo schiaffeggia. Lui schiaffeggia lei. Lei sta per schiaffeggiarlo ancora, ma si ferma e scoppia a piangere, crollando sulla sedia. George prende cappello, bastone e ombrello, la guarda, esita un po’ e poi esce, chiudendo la porta. Poi immediatamente la porta si riapre e George rientra)

GEORGE       - E piangere non serve a niente. (George esce dalla porta e rientra di nuovo) Ho imparato da te, tutto questo. Io avevo una vita tranquilla e ordinata. Sei arrivata tu e dopo dieci giorni sono pronto per lo psicanalista. (Appende il cappello. Louise singhiozza sempre più forte. Fermandosi) Continua… piangi! Inzuppati! (Posa l’ombrello) Non ti capisco! Ho provato. Dio sa se ho provato! Deve esserci qualcosa che non va, con te.

LOUISE          - (Singhiozzando) Sono una Gemelli.

GEORGE       - Che cosa sei?

LOUISE          - Gemelli.

GEORGE       - (Comincia a tirare le cose di lei in giro per la stanza e inavvertitamente i pannolini si appendono al filo del lampadario) Ci saranno milioni di maledetti Gemelli, ma non si comportano mica tutti come te. E smettila di piangere. Perché non mi fa nessun effetto. (Lei continua a singhiozzare) Puoi piangere quanto vuoi. (Gentile) Louise, per favore, smettila di piangere. (Va da lei e le posa la mano sulle spalle. Questo la fa piangere ancora di più) Che cos’hai? Non stai mica piangendo perché sei Gemelli? Vero? (Lei scuote la testa. George si siede a poca distanza da lei. Finalmente la smette di singhiozzare)

LOUISE          - (Frignando) Devo essere spaventosa.

GEORGE       - Lo sei. (Louise riprende a singhiozzare.  George si prende la testa tra le mani. Inavvertitamente comincia a far funzionare uno dei giocattoli meccanici. Al che Louise alza gli occhi. Sorride attraverso le lacrime) Beh, perché tante storie?

LOUISE          - (Debolmente) Ho passato un brutta serata.

GEORGE       - Ieri sera?

LOUISE          - Alla festa.

GEORGE       - (Cercando di capire) Ma se hai detto…

LOUISE          - (Tagliando corto) Lo so!

GEORGE       - Beh, perché hai passato una brutta serata? (Louise tira su col naso)

LOUISE          - Hai un fazzoletto? (George tira fuori il fazzoletto e glielo porge. Lei si soffia il naso e glielo rende. Egli lo prende con evidente disgusto)

GEORGE       - Credevo che ti fossi divertita. Sei rimasta fino a tardi.

LOUISE          - Lo so. L’ho fatto apposta.

GEORGE       - Perché?

LOUISE          - Perché tu pensassi che io mi ero divertita, sciocco.

GEORGE       - (Confuso) Non lo so.

LOUISE          - Tutti gli altri si divertivano.

GEORGE       - Dunque è tutto falso, quello che hai raccontato? Della droga e dell’orgia?

LOUISE          - No, i ragazzi si sono divertiti. Io tenevo a mala pena gli occhi aperti. Mi sono quasi addormentata, un paio di volte. Alla fine sono andata a riposarmi sotto la pensilina alla fermata dell’autobus. Non desideravo che di tornare a casa.

GEORGE       - Ma non avevi detto che non saresti tornata a Bradford?

LOUISE          - No. A casa. (George realizza quello che lei vuole dire)

GEORGE       - Ho capito.

LOUISE          - Beh, è l’unica casa che ho. Dov’è il mio bambino. (Ancora arrabbiata con se stessa) Avrei voluto divertirmi, ma non ci riuscivo. Continuavo a chiedermi se stavi rimpinzando il bambino con quelle tue bottiglie.

GEORGE       - Qua non c’era nessun problema.

LOUISE          - Al diavolo, io ho dei problemi. Il problema “io”. Non so chi sono e cosa voglio.

GEORGE       - Santo cielo, molta gente passa tutta la vita senza sapere che cosa vuole.

LOUISE          - Io non posso aspettare tanto. Ti dirò una cosa che so con certezza. Sono un’ipocrita. (George la guarda) Si? Sono un’ipocrita. Una sporca ipocrita. Non sono proprio niente. Credevo di volerlo essere – non lo so. Essere qualcuno. Evadere. Ma non ho avuto il coraggio. I ragazzi che lo fanno, sanno come vogliono vivere e vivono così ventiquattro ore al giorno. Io? Io sono una falsa drogata. Adesso, sono una falsa madre. Sono a metà di tutto. Dio, sono un’ipocrita. Probabilmente, conoscendomi diventerò una pazza ipocrita. (George cerca di trovare qualcosa di confortante da dirle)

GEORGE       - Beh, è sempre meglio che… (Louise senza ascoltarlo si alza e gira per la stanza cercando di calmarsi) Sei così difficile. Tu vorresti tutto e subito. (Una pausa, durante la quale entrambi riflettono)

LOUISE          - George!

GEORGE       - Sì?

LOUISE          - Non andare da Helen.

GEORGE       - E’ il mio posto, no? Due vecchi matti insieme.

LOUISE          - Ti prego, rimani qui.

GEORGE       - Con te? (Louise annuisce) Sarà terribile, non credi? Discussioni a non finire. Non credo di poter resistere.

LOUISE          - Mi dispiace.

GEORGE       - E’ il mio brontolare e rimproverare? Per me è importante, come per te le fest…

LOUISE          - Non hai ancora capito che i tuoi brontolii e rimproveri  - mi piacciono?

GEORGE       - Hai uno strano modo di dimostrarlo.

LOUISE          - Gemelli.

GEORGE       - Questi gemelli sono responsabili di un bel po’ di cose!

LOUISE          - Quando tu mi rimproveri o mi brontoli, mi sento sicura.  Come se qualcuno si preoccupasse di me. (Gli pone le braccia intorno al  collo)

GEORGE       - Ieri hai detto una cosa. Hai detto “non fidarti troppo di me”.

LOUISE          - Sì.

GEORGE       - Beh, neanche tu devi fidarti troppo di me.

LOUISE          - Non lo farò. (Lei gli prende il volto tra le mani e lo bacia sulle labbra) Questo è il nostro primo bacio. (George può solamente annuire) Non svegliare il bambino. (George entra in camera da letto. Louise compiaciuta si siede. George ritorna)

GEORGE       - Sembra che dorma, beato lui.

LOUISE          - George!

GEORGE       - Sì? Che c’è?

LOUISE          - Mi è venuta in mente una cosa. So come chiameremo il bambino.

GEORGE       - Come?

LOUISE          - (Fiera)  George.

GEORGE       - (Compiaciuto) Non fare la sciocca.

LOUISE          - Sei quasi il padre, praticamente abbiamo avuto il bambino insieme, no? Hai anche un secondo nome?

GEORGE       - Sì.

LOUISE          - Quale?

GEORGE       - Humphrey.

LOUISE          - Beh, deve avere anche lui due nomi, no?

                                               (Il telefono squilla. George solleva il ricevitore)

GEORGE       - (Al telefono) Due – tre – nove – zero… Pronto, Helen… No, non sono andato, stamattina. Senti, sono un po’ stanco, adesso. Ci vediamo mercoledì a cena… Da te, sì. Oh, Helen – porterò Louise con me… sì, ma troveremo una baby sitter. Al momento abbiamo due vicini simpatici che possono… No, sono sicuro che sarà felice di venire. (Louise fa una smorfia) Sta facendo cenno di dirmi “sì, grazie”… (Deciso) Helen ,andrà tutto bene… Positivo. Buona notte. (Mette giù il telefono) Come era?

LOUISE          - (Sorridendo) Magistrale. (Accende la radio e si sente la musica. Lei va da lui e lo abbraccia) Erano anni che non mi sentivo così tranquilla.

GEORGE       - Non può durare. Louise.

LOUISE          - (Lievemente) No, hai ragione – forse no.

GEORGE       - Prima o poi dirò qualcosa di sbagliato e mi ritroverò il giradischi intorno al collo. (Louise comincia a ballare guidandolo verso la sedia)

LOUISE          - George, sono così contenta che abbia fatto vacanza, stamattina.

GEORGE       - (Apprensivo) Il signor Saunders mi aspetta per mezzogiorno.

LOUISE          - C’è tempo… (Comincia a baciarlo sul collo)

GEORGE       - Per favore. Louise… (Lei continua ad accarezzarlo) Louise… (Lei lo bacia, e dopo un momento lui esplode) Louise, voglio che tu… (Lei gli impedisce di parlare baciandolo di nuovo. Dopo lui comincia a parlare mentre lei ancora lo bacia) Mmm..mmm

LOUISE          - (Interrompendo il bacio) Non parlare con la bocca piena. (Louise lo bacia ancora, e dopo un momento si interrompe. Lo bacia e lo fa accomodare mentre…)

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