Processo di famiglia

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Processo di famiglia

Processo di famiglia

di Diego Fabbri

PERSONAGGI

EUGENIO

ISOLINA

LIBERO

BICE

ROLANDO

VANNA

ABELE

UNA CAMERIERA

PRIMO TEMPO

In casa del professor Eugenio Valenti. Una casa borghese. La scena è divisa in due (nel senso della profondità) da una porta vetrata, scorrevole. Davanti è il salotto; piú in fondo lo studio del profes­sore. Due porte per ambiente, e una finestra. Il solito arredamento di una famiglia in cui marito e moglie hanno altri interessi di quelli della casa. (La vicenda ha luogo, oggi, dal pomeriggio alla notte dello stesso giorno). (Il professore, sui cinquant'anni, seduto alla scrivania, lavora fu­ mando il sigaro. Isolina ‑ la moglie ‑ legge in salotto. La radio, tenuta bassa, suona dei ballabili. È una donna che ha appena toccato la quarantina).

EUGENIO (senza alzare la testa) . ...e a te la radio non disturba proprio? Non ti distrae? (Silenzio) Eh, Isolina?

ISOLINA (continuando a leggere, a mezza voce, un po' ironica). Tutt'altro. Pare faccia bene, anzi.

EUGENIO A che?

ISOLINA Sensazione complementare: disintossica il subcosciente.

EUGENIO Si! Le chiacchiere delle riviste americane! Te le raccomando! (Silenzio) Sarà ch'io .non ho abbastanza subcosciente... (Internamente, rumore di una porta che si apre e si richiude sbattendo) Arriva! Arriva... (Guarda l'orologio al polso) con quasi due ore di ritardo. E tu continua a far finta di niente! A mandargliele tutte buone!

ISOLINA. Ssst! Voglio che lo capisca da solo.

EUGENIOSi.Aspetta! (Un silenzio. Si sono rimessi alle loro occupazioni. POI' la porta del salotto si apre ed entra un bambino di sette‑otto anni: Abele. Sguscia dentro senza far rumore. È visibilmente accaldato. Tiene un pallone sottobraccio. Si asciuga al sudore. Rimane un istante sulla soglia, poi sempre silenziosamente si dirige verso la finestra. Dal suo posto, il professore lo guarda senza farsi notare. Isolina finge di non averlo sentito, e continua a leggere. Abele è imbarazzato).

ISOLINA (senza alzare gli occhi dal libro, sottovoce, con disinvoltura). Abele, non si saluta? Ti abbiamo sentito!

ABELE. Ho fatto molto tardi, mamma? Che ora é?

ISOLINA (alza la testa e lo guarda). Certo che hai fatto tardi. Ma non é una buona ragione per non salutare. Vieni qui.

ABELE.  (mormora). Buona sera, mamma... (Va da Isolina e le dà un bacio. Anche lei lo bacia con tenerezza, lo rassetta un po', poi gli indica con gli occhi il professore esortandolo a salutarlo) Buona sera, papà...

EUGENIO. Ben tornato, giocatore!

ABELE. (guarda Isolina e sorride; le si avvicina e con una voce ferma e grave le chiede). Perché, mamma, non mi punisci mai?

ISOLINA Come non ti punisco?

ABELE. (No. Non mi picchiate mai. Gli schiaffi, gli scappellotti, mai. A1 mio compagno danno anche le cinghiate, se tarda troppo. Io, mai niente... (E lascia cader giú il pallone che rotola in un angolo).

EUGENIO. (deve aver sentito. Alza la testa). Impara, Isolina!

ISOLINA (non sapendo contenere lo stupore e l'imbarazzo, presa proprio alla sprovvista). Hai sentito, Geni? È incredibile!

EUGENIO.È naturale! Naturalissimo... Abele, vieni qui... (Abele si avvia verso lo studio del professore. Eugenio protendendosi un po' verso il bambino) Lo sai chi devi ringraziare per non averle mai buscate? Lo sai? (Una sospensione. Abele si volta verso Isolina) No. Non lei. Non tua madre. La Montessori!

ISOLINA Geni!

EUGENIO. (ad Abele che evidentemente non capisce). Non la conosci, eh! Eppure é proprio lei che finora ti ha risparmiato gli schiaffi, gli scappellotti e le cinghiate.

ABELE. (credendo che ci sia sotto uno scherzo). Chi é?

EUGENIO. (parlando ad Abele perché Isolina intenda). La Montessori? Eeeh! Una vecchia signora, morta in odore di santità. In casa nostra comanda lei! Non si vede, non si sa, ma comanda proprio lei. Accendile un lumino! E ringraziala!

ABELE. (inaspettatamente). Io non la voglio ringraziare.

ISOLINA (irritata, alzando la mano). Abele, lo vuoi davvero uno scappellotto?

ABELE.  (ritraendosi scherzosamente). No, no, mamma... (Suono alla porta).

ISOLINA (ad Abele). Va' a vedere chi é, piuttosto! Va'! (Abele corread aprire. A1 marito) Che spirito! Questi discorsi davanti al bambino! Che vuoi che capisca?

EUGENIO. Forse niente, d'accordo. Ma proprio per questo li faccio liberamente.

ISOLINA Senza pensare che puoi fargli del male egualmente. I bambini, sapessi!

EUGENIO Male! Né male, né bene. Ci vuol altro! Comincia « dopo » il male, e il bene.

ISOLINA. Dopo? Non si sa quando comincia.

EUGENIO. Dopo, dopo! Nel cosciente, non nel subcosciente. Ma voi vi fate incantare da queste novità. Ne riparleremo, ne riparleremo... Scusa, sai, mi sfogo un po'.

ISOLINA. Ma si, meglio che ti sfoghi.

ABELE (rientra). Per papà.

ISOLINA. Chi é?

ABELE. Mah!

ISOLINA. Non gli hai chiesto il nome?

ABELE. lo no.. Però... credo sia un cacciatore...

ISOLINA. Come un cacciatore?

ABELE. Sí,mamma; ha la giacca di pelle...

ISOLINA (fa un gesto per far tacere Abele). Géni, vogliono te, sai.

EUGENIO. Me? Chi mi vuole?

ISOLINA. Abele dice che si tratta di un cacciatore.

EUGENIO. Avrà ragione Abele. Qualcuno in caccia di promozioni. Cominciamo! Siamo ormai alle medie finali. (Si alza dalla scrivania e viene verso il salotto) E se dicessimo che non ci sono? Una piccola, innocente bugia? (Isolina guarda Abele. Eugenio che ha colto lo sguardo) Non si può, eh? (Abele ride divertito).

ISOLINA. No, non si può, Géni. Tanto più che quel signore ha una giacca di pelle, eh Abele?

ABELE. Si, papà, col pelo al collo... e il berretto pure di pelle, con la visiera...

EUGENIOChe bellezza! Non si può proprio farlo aspettare, allora.

ISOLINA (ad Abele). Fallo passare, qui. (Abele esce. Isolina si alza, chiude la radio. Eugenio si installa decisamente nel salotto continuando ad assaporare il suo sigaro).

EUGENIO (alla moglie). E tu dove ti metti?

ISOLINA (accennando col capo allo studio). Ci scambiamo i posti... (E si avvia verso lo studio sfacendo scorrere a metà la porta a vetri. Sparisce.  Abele introduce il visitatore. Isolina, da dentro, chiama) Abele?

ABELE (scivola oltre la vetrata dopo aver gettato un ultimo sguardo al nuovo venuto). Vengo mamma. (La vetrata si chiude del tutto).

LIBERO (il nuovo .venuto, porta, come ha detto Abele, un giaccone di pelle marron con i risvolti, bavero e polsi, di pelo chiaro, di pecora. Al collo ha un fazzoletto rosso. Tiene in mano un berretto da motociclista e dei grossi guanti imbottiti. 1 calzoni di velluto scuro sono ripiegati e tenuti stretti attorno alla caviglia da due molle di metallo. Dice entrando). Permesso... (E alludendo alla propria tenuta) Scusi, sa, se cosí mi presento.

EUGENIO. Prego. prego. Si ;accomodi pure.

LIBERO (accennando ad Abele che è sparito da un istante). È il suo bambino?

EUGENIO. Si.

LIBERO. E’ l'unicoche ha, vero?

EUGENIO (più svelto). Si, si.

LIBERO (depone sulla sedia accanto berretto e guanti). Ecco. Si chiama Abele?

EUGENIO (tenendo il sigaro sospeso, piú attento). Già.

LIBERO. Scusi, sa, queste domande, ma sono qui proprio per parlare di lui.

EUGENIO. Del bambino?

LIBEROSí,del bambino.

EUGENIO. Mi meraviglio. Ma parli pure.

LIBERO. Non dovrebbe meravigliarsi... (Ma si ferma quasi temesse di essersi spinto subito troppo avanti) Lei che è un uomo di studio mi dovrà scusare se non ho quei modi nell'esprimermi... se sono un po' brusco. lo dico le cose come sono.

EUGENIO. Dica pure le cose come sono.

LIBERO. Quel bambino non è il suo. Io lo so. (Eugenio rimane fisso a guardarlo senza rispondergli). È vero?

EUGENIO (con gravità e fermezza). Quel bambino u ormai n è mio, mio e di mia moglie.

LIBERO. Lo so, lo so. So tutto. Loro sono i genitori adottivi, si dice cosí? Ma il bambino non è il loro. Non sono mica qui per fare dei rimproveri...

EUGENIO. Lo credo bene.

LIBERO. ...anzi, ma per mettere le cose in chiaro. (Un silenzio)Vedo che lei è rimasto un po' male, professore; ma che vuol farci! La vita è cosí! È la vita!

EUGENIO.Veramente in questo caso, almeno per noi, non è stata la vita. Siamo stati noi ‑ io e mia moglie, mia moglie ed io, anzi ‑ a voler imbrogliare il gomitolo della vita che è di per sé già abbastanza imbrogliata. Ma non facciamo discorsi troppo generali. (Prende respiro e nello stesso tempo cerca di orizzontarsi) Lei mi ha detto ‑‑ e lo vedo ‑che sa già tutto. Non ne dubito. Non c'è molto da sapere, veramente, ma è cosí. Abbiamo adottato il bambino. Esatto. Permetterà a me, che non so ancora quasi niente, di chiederle a mia volta qualche spiegazione. Chi è, e in che veste viene a farmi questa visita... (Fissandolo) E soprattutto, che cosa vuole?

LIBERO (inalberandosi un po'). Non voglio dei soldi, stia pur sicuro!

EUGENIO (prendendo inconsapevolmente il tono di Libero). Echi l'ha pensato! Che cosa le salta in testa!

LIBERO (insistendo). Si dovrebbe vedere dalla faccia, che io non sono uno di quelli che fanno... i ricatti.

EUGENIO. Lasciamo stare la faccia, per carità!

LIBERO. Perché?

EUGENIO. Perché? Lei giudica gli uomini dalla faccia?

LIBERO. Io si.

EUGENIOIo non piú. Ho perso questa cattiva abitudine. Da un pezzo. Sono piú vecchio di lei, se non sbaglio. Lei mi sembra ancora un giovanotto...

LIBERO. Beh, insomma... lasciamo stare.

EUGENIO. Non l'ho affatto giudicate male, mi creda. Ma è giusto che le chieda chi è, che cosa vuole.

LIBERO. Giustissimo. Sono qui per dirglielo.

EUGENIO. Allora! Non divaghiamo.

LIBERO (raschiandosi un po' la gola). Mi chiamo Libero Casadei. Sono il fattore della tenuta “Cacciarella”. Sedici poderi. Forse ne  avrà sentito parlare...

EUGENIO. Purtroppo non mi occupo di faccende agricole. In questo campo le mie conoscenze si fermano a Virgilio.

LIBERO (un po' interdetto). Può sempre informarsi, se crede. Voglio dire che sono conosciuto.

EUGENIO. Non siamo ancora a questo. (Incoraggiando la titubanza un po' sospettosa di Libero) Credo. Credo sulla parola. Vada pure avanti.

LIBERO. Avanti... (Un silenzio. Ripartendo brusco, a testa bassa) Sono il padre del bambino. (Sorpresa di Eugenio) Non l'aveva già capito ?

EUGENIO. No. Sinceramente no. Sapevo che la ragazza ‑ la madre ‑ aveva un fratello, e per un istante avevo supposto che lei fosse...

LIBERO . L'ha ancora il fratello. Ma io sono il padre del bam. bino.

EUGENIO Lei.

LIBERO (sempre in orgasmo). Perché, non ci crede?

EUGENIOSi, sí.È possibile. Possibilissimo. (Un silenzio) Noi abbiamo conosciuto la madre del bambino. Soprattutto mia moglie si é incontrata con lei... varie volte.

LIBERO (accigliato). Varie volte... quando?

EUGENIO. Saranno ormai degli anni. (Una pausa) Tre. Tre anni fa.

LIBERO (mugola). Mmm... E con questo? Che vorrebbe dire che loro hanno conosciuto la madre?

EUGENIO Niente. Una precisazione. Sto a pensare a quel che mi ha detto. E’ stato un colpo.

LIBEROC'è pocoda pensare. Mi sembra cosí chiaro. Semplice.

EUGENIO. Forse. Il bambino ha sette anni... compiuti, lo sa?

LIBERO (superficialmente). Sí che lo so.

EUGENIO Noi l'abbiamo preso che ne aveva appena due. In quegli anni lei non s'era fatto vivo con la giovane madre. Era sparito. O mi sbaglio?

LIBERO (altezzoso, con un certo tono di sfida). Non si sbaglia. Ero sparito si! Poi sarò tornato visto che sono qui! E a lei che cosa importa?

EUGENIO (secco). Che discorsi! Bel modo di parlare!

LIBERO. È il mio modo! Non le piace?

EUGENIONo. È un modo da prepotente che non mi piace. Non pensi di impressionarmi.

LIBERO (smontato). Io non voglio impressionare nessuno. Si parla...

EUGENIO. Ecco, si parla. Un momento fa, anzi, si parlava di faccia. E lei s'è inalberato. Si ricorda? Di faccia. Lei, per me, ha la faccia di uno di quelli che lasciano che un figlio venga al mondo cosí...e per anni e anni ‑ sette anni, sette ‑ non si curano nemmeno di sapere dove sia andato a finire.

LIBERO (fremente). Non faccia le prediche, non le faccia! Non ne voglio da nessuno!

EUGENIO Che prediche! , Metto le cose a posto, io!

LIBERO. Prediche, prediche inutili! Perché quella ragazza io l'ho sposata. Poi ho finito per sposarla. Adesso è mia moglie. Le basta? E la smetta!

EUGENIO (colpito). Lei è il padre... e il marito, anche. Se l'avesse detto subito... e con calma.:.

LIBERO. L'avevo pure avvertito quando abbiamo incominciato, non so farli i discorsi ben filati!

EUGENIO. È sposato da poco?

LIBERO (guarda Eugenio). Beh... saranno quasi due anni.

EUGENIO (sottovoce, quasi a se stesso). Due anni per ricordarvi del bambino... di vostro figlio... benedetti ragazzi! (Libero è imbarazzato e volge altrove la testa) Lo dico per noi, sa. Perché noi, in due anni... mi capisca! Altri due anni di vicinanza... due anni di affetto, di cure, di attaccamento, insomma. Specialmente mia moglie. È venuta l'età della scuola... 1 giochi: ha visto? (E indica il pallone) Come si fa! Perché lei sarà venuto a chiedere il bambino, suo figlio?

LIBERO. Ecco, ecco! ci siamo arrivati! (È grato ad Eugenio) Vogliamo indietro il bambino. Nient'altro. Ci potevamo pensare prima, dice lei. È vero, è verissimo. Dal suo punto di vista, ha ragione, professore. Ma anche noi, sa... Era una situazione complicata, delicata... A volerla spiegare per bene... una parola è poca e due son troppe. Adesso, a parte le spiegazioni che potremo anche fare, se vuole, non ci rimane che metterci una mano sulla coscienza, io e lei insieme, professore. (E fa il gesto) Il bambino è nostro. Non è giusto che veniamo a riprenderlo? Lei, al mio posto, non farebbe altrettanto?

EUGENIO. Forse. Anzi, sí senz'altro. Soltanto che io non avrei fatto altrettanto, «prima». E anche il «prima» conta. Conta enormemente.

LIBERO. Enormemente! Non esageriamo, adesso.

EUGENIO. Enormemente. Almeno per noi. (Un silenzio). Lei saprà che abbiamo una carta, una dichiarazione di pugno della madre, di sua moglie... Lei lo sa?

LIBERO (scurendosi). Che carta? Non so mica niente. Che c'è scritto in questa carta?

EUGENIO (riprendendo il sopravvento). È un impegno regolare ‑ come un contratto, mi scusi ‑ in cui la madre dichiara di rinunciare liberamente al bambino, di non pretendere mai piú, per nessuna ragione la restituzione del figlio. Ce lo lascia per sempre. Un impegno, firmato, sa! Valido, voglio dire.

LIBERO. Valido per chi?

EUGENIO. Valido per tutti. Almeno credo. Anche per la legge. (Libero è completamente stordito) Ma lei non lo sapeva? Possibile che sua moglie le abbia sottaciuto un particolare cosí... grave? Determinante. Perché noi, da quel momento, ci siamo dedicati alla educazione e all'affetto di Abele come a una creatura ormai nostra, interamente nostra. Avevamo la esplicita rinuncia della madre!

LIBERO. Che vuole che le dica! Non capisco piú niente! (Scuote la testa) Le donne... Non dicono mai la verità... Ti tengono sempre nascosto qualche cosa. Vede! E poi... non hanno mica cuore, sa Noi crediamo che le donne abbiano del sentimento, ma non è mica vero. Ne abbiamo di piú noi, uomini, cento volte di piú! Fare una carta di quel genere! Cedere... Vendere il figlio! Puah!

EUGENIO. Ma sua moglie sapeva che lei sarebbe venuto qui, da me, per il bambino?

LIBERO. E come no!

EUGENIO. Avrebbe dovuto avvertirlo che c'era questo impegno. Forse si sarà vergognata...

LIBERO (continuando un suo pensiero). Anche loro, però, mi scusi, farsi fare quella dichiarazione. Che razza di gente! Le pare bello fare un contratto per un bambino? Le pare bello? Me lo dica lei, professore, da uomo a uomo.

EUGENIO. Veramente... fu un'idea di mia moglie...

LIBERO. Ecco, vede! Soltanto a una donna poteva venire una idea simile.

EUGENIO. Però sua moglie non si fece pregare per aderire, per sottoscrivere.

LIBERO Chi dice di no! Non la difendo mica. Tutte eguali. Non hanno cuore, non hanno cuore... (Cambiando) Solamente che lei, poveretta, era nei pasticci, e loro, invece, avevano, come si dice, il coltello per il manico. Lei non poteva dire di no. Come faceva? È stata una porcheria! Approfittare di una povera ragazza...

EUGENIO (vibrato). La prego!

LIBERO Dico approfittare! Lo dico e lo sostengo. Perché se non aveste in mano quella carta... la dichiarazione, vorrei vedere io, adesso...

EUGENIO (scuote la testa). Ma che cosa cambia?

LIBERO. Come che cosa cambia? Tutto!

EUGENIO Ma niente, niente! Perché Isolina, mia moglie, volle quella assicurazione, quella garanzia? Perché a mano a mano che si affezionava di piú al bambino ‑ come una madre, proprio come una vera madre ‑ ebbe timore, ebbe paura della sofferenza, del dolore che avrebbe potuto provare un giorno, se qualcuno la madre, il padre o dei parenti ‑ fosse riapparso d'improvviso a richiedere la restituzione di Abele già grande, già interamente nostro. Volle premunirsi contro questo eventuale futuro dolore. Sarebbe un dolore troppo grande, insopportabile, quel giorno, diceva. Per questo volle premunirsi. Ma non ci si premunisce contro il dolore. Io glielo dissi quando mi parlò del suo progetto. È inutile! Ma lei volle la scrittura. Le donne credono soltanto alle cose tangibili. Invece... Vede: ora siamo qui a riesaminare tutto da capo. Avevo ragione io.

LIBERO (sinceramente). Professore, lei è veramente una brava persona. Perché non ci mettiamo d'accordo con le buone? Perché non troviamo una soluzione... amichevole?

EUGENIO (riflette. Appoggia il mento alla mano). Vedrà... Vedrà che fatica... Vedrà che dramma... (Fissa Libero) Lei vuol proprio andare diritto? Non vuole proprio rinunciare ad Abele? Non può rinunciarci piú, pur avendovi rinunciato per sette anni? (Libero ha continuato e continua a dir di no con il capo) Ci pensi, ci pensi bene.

LIBERO (testardo). Ci ho pensato, sa. Vogliamo indietro il bambino. (Stranamente lirico) Io difendo il mio amore.

EUGENIO (borbottando). Almeno lei crede. (Allarga le braccia con un gesto di fatalità) Allora... chiamo mia moglie?

LIBERO Faccia pure. (Fermando Eugenio) Però non tiri subito in ballo la lettera, la dichiarazione, per piacere...

EUGENIO (annuisce. Va ad aprire la vetrata). La tirerà in ballo lei... Comunque! (Ha aperto la vetrata, chiama) Isolina. Isolina... vuoi venire un momento? (Appare Isolina seguita da Abele. Isolina dà una occhiata a Libero, che si è un po' ritratto e ha abbassato la testa per nascondere il suo disagio. Poi si gira verso il marito chc ha varcato la vetrata per arrestare la curiosità di Abele. Con un gesto estremamente affettuoso, come sanno averne soltanto gli uomini, ravvia un ciuffo di capelli sulla testa del bambino dicendogli) Rimani di là, Abele... Puoi scendere a giocare, se vuoi.

ABELE (stupito). Ancora? (E guarda Isolina).

ISOLINA. Ma no, Géni, deve studiare. Ormai è scuro...

EUGENIO Lascialo andare... per stavolta... (Eugenio si china a raccogliere il pallone che è rotolato in un angolo e lo porge ad Abele, che lo prende dalle mani di Eugenio. Abele se ne va col pallone. Isolina ha guardato l'atteggiamento insolito di Eugenio. Volge bruscamente lo sguardo a Libero e accenna a un sorriso alludendo al marito. Libero alza la testa e per la prima volta incontra lo sguardo di Isolina. Eugenio chiude la porta a vetri e si volge ai due. Ma si ferma a guardare Isolina che da un istante fissa stranamente Libero. Una sospensione. E prima di decidersi a parlare prolunga oltre misura il silenzio).

ISOLINA (mordente). Beh, si sta zitti? (Libero come se la domanda fosse stata rivolta a lui, accenna al professore con un gesto che vuol dire: « Tocca al professore incominciare»).

EUGENIO. Mettiamoci intanto a sedere... (E si siede. Ma è il solo a farlo; gli altri due rimangono in piedi, di fronte. Senza guardarli, quasi borbottando) E cerchiamo di rimanere calmi... Mi raccomando. (Isolina ha continuato a tenere sotto il suo sguardo Libero,  da un istante ha preso un'espressione ironica. Eugenio, sottovoce) Questo signore, Isolina, è il padre di Abele.

ISOLINA Chi l'ha detto?

EUGENIO. Lui.

ISOLINA (a Libero). Ha detto il padre? Lei ha detto di essere il padre?

LIBERO (guarda in faccia Isolina). Perché, ne conosce un altro'

ISOLINA. Sí. So che è un altro.

LIBERO Davvero?

ISOLINA. Perché insiste a farsi passare per padre? Non è lei. Lo so. È inutile dire cose non vere. Tanto piú che noi ci conosciamo già. Almeno di vista. Sí, ci siamo già incontrati.

LIBERO (annaspa). Noi? Incontrati? (Eugenio, sempre seduto tra i due, ha avuto un soprassalto di sbalordimento).

ISOLINA (con un tono che diventa a mano a mano piú sicuro e si mantiene sempre lievemente ironico. In certi momenti sembrerà il gatto col topo). Evidentemente lei non ricorda. Ma io sí. Benissimo. Fu un pomeriggio. Di fronte alla casa di Bice. Stavamo salutandoci sullo stradale, io e Bice, accanto a un'automobile, un taxi. Lei sopraggiunse in motocicletta. Era press'a poco nella stessa tenuta di adesso. Veniva verso di noi. Fu allora che Bice mi disse un po' spaventata: «Viene il mio fidanzato... quello in motocicletta..: se ne vada, se ne vada subito, per carità. È geloso e sospetta di tutto... ».

LIBERO (inalberandosi). Io?

ISOLINA Lei. Lei. Bice scappò in casa. lo invece aspettai che lei si avvicinasse, prima di ripartire. Cosí l'ho visto da vicino, benissimo. La riconosco. (Volubilmente) Strano che a lei la mia faccia non dica invece niente! Strano, perché anche lei si voltò a guardarmi prima di entrare in casa. A lungo. Tutto il tempo che impiegò a sistemare la motocicletta. Moto Guzzi. Rossa. Lei armeggiava, ma guardava insistentemente me, che indugiavo dentro il taxi. Finché partii.

LIBERO Che memoria. (Rivolgendosi ad Eugenio) Pensi che saranno... un tre anni fa.

ISOLINA (sfoggiando sicurezza e precisione quasi poliziesche). Qualcosa meno.

LIBERO. È vero. Era proprio lei, quel giorno. (Amaro) E non veniva, suppongo, per la propaganda elettorale da parte del préte.

ISOLINA No. Ero venuta per Abele. Sono sempre venuta solo per Abele. Non era la prima volta che venivo, quella. (Libero ha un gesto di rabbia, e scuote la testa) Capisco. Ma Bice, allora, non poteva dirle la verità.

LIBERO. Già. E scelse la politica! Una buona scusa. Mi conosceva bene. Sa che la politica é il mio debole. Lo sa, signora, che io la mandai a quel paese, quella volta! Bice mi aveva detto che era li per la propaganda elettorale, e l'indirizzo gliel'aveva dato il prete. Si immagini che cosa le sputai contro! A lei e al prete. Invece: tutto inventato di sana pianta. Fino a poco fa io credevo che Bice fosse una ragazza semplice, proprio incapace di... di... (E fa con le mani il gesto di «pasticciare») Ah! (Un silenzio) Dopo quella volta s'è piú fatta viva?

ISOLINA. Come no! Mi son rifatta viva circa sei mesi dopo. Il cinque settembre, quando vi siete sposati.

LIBERO (sbalordito). Lei era allo sposalizio? Impossibile!

ISOLINA. No, io non c'ero. Però mandai un regalo.

LIBERO (come se avesse, all'improvviso, una illuminazione). La radio? Mandò una radio, piccola, tascabile... quella americana? < Emersòn »? (Isolina annuisce con un vago sorriso) Era sua! Ma guarda un po'! (Ci ripensa) Era sua?

ISOLINA Le ho detto di si.

LIBERO (ha evidentemente bisogno di sfogarsi). Siamo li in casa, Due, tre giorni prima di sposarci, sa com'è? Un certo orgasmo per i preparativi... La sarta... i dolci, preparare le ciambelle... Beh; insomma, siamo li, e arriva questo pacco. Un regalo. E salta fuori la radio. Di chi é? Chi la manda? C'era un bigliettino con delle belle parole di augurio... Ma chi sarà? Un piccolo mistero! E Bice mi spiega che veniva da una signora di qui, una signora che aveva, appunto, un negozio di radio. Che storia anche questa! Mi viene da... da... (e rifà il gesto con le mani) a pensarci! Una signora che Bice aveva conosciuto quando lavorava ancora in fabbrica e faceva tutti i giorni il su e giú... S'erano conosciute. La simpatia... Tutto raccontato per bene, sa, con calma, con naturalezza, senza scomporsi. Una specie di protettrice che manda la radio. Le bugie! Le bugie! E io ci credo. Ci crediamo tutti. Chi va a pensare agli imbrogli delle donne in quei momenti! Evviva la protettrice, diciamo. Bisognerà ringraziarla!

ISOLINA (un po' toccata). Ero infatti un po' la protettrice, ma non vendevo radio. Ringraziò anche lei, del resto, per il regalo. Ricevetti un biglietto: “Bice e Libero Casadei “. A stampa. L'ho conservato. Ho mangiato perfino i suoi confetti. Vede se ci conosciamo!

LIBERO (è preso da una profonda, mortificante tristezza. Mormorando). Perché poi lei, professore, non mi ha detto niente, prima. Mi lasciava parlare, parlare, e lei si divertiva a giocare al gatto col topo... Mi poteva anche dir subito...

ISOLINA (intervenendo). No, lui no...

EUGENIO. Le dò la mia parola d'onore che sono tutte novità anche per me. Le ascolto a bocca aperta! Sapevo, si, che le due... madri si erano incontrate ‑ e gliel'ho detto ‑ ma tutto il resto l'ignoravo. (Col tono di fare una confidenza, e per meglio persuadere) Cose sue, complicazioni sue, che spesso non approvo, che molto piú spesso non mi dice nemmeno. In questa storia degli incontri, del regalo, per esempio, ci sento una strana mescolanza di gentilezza e di egoismo, di generosità e di crudeltà. Anche Abele per lei è una cosa, per me un'altra. Isolina ha i suoi segreti. Non é detto, come vede, che la nostra confidenza sia stata e sia sempre intera. Mi creda. Abbiamo tutti la stessa sorte, noi uomini, nei confronti delle donne. Variano le circostanze, la... gravità, diciamo cosí! Io, invece, mi sforzo di dire sempre la verità, e quando non posso dirla preferisco tacere.

ISOLINA (irrompe). Che discorsi fai! Che c'entra questa... divagazione? Perché, il signore è venuto forse qui a dirti la verità? Se ti ha detto che è il padre del bambino, e non è vero! E allora! Da qui è cominciato il nostro discorso. Da una menzogna sua, < sua > . Il resto l'ho dovuto raccontare per dargli la prova... tangibile che conosco i fatti. E non racconti storie!

EUGENIO (a Libero). Già, non capisco. Perché mi ha detto « sono il padre », se non lo è?

ISOLINA. Per farsi forte! Nella speranza di impressionarti vantando subito maggiori diritti! È chiaro. Un padre è sempre un padre, se può provare di esserlo veramente. Ma lui non lo è, sta' sicuro!

EUGENIO (a Libero). Lei, il padre lo conosce.

ISOLINA (pronta). No.

LIBERO. Ilpadre non lo conosce nessuno.

ISOLINA (ambigua). Nessuno?... Nemmeno Bice lo conosce?

LIBERO. Che discorsi!

ISOLINA (a Libero). Lei fino a poco tempo fa non sapeva nemmeno ‑ non sospettava nemmeno ‑ che Bice avesse avuto un figlio... prima. È vero? (Libero tace) Non ho bisogno che mi dica di sí. Lo so. Di sicuro. E se vogliamo continuare a spiegarci non cerchiamo di fare i furbi.

EUGENIO (tentando di calmare Isolina). Ssst!

ISOLINA (che sta passeggiando nervosa, passa davanti al marito e gli sussurra). La conosco io la gente di campagna! Se la conosco! Con me, però, sbaglia!

EUGENIO. Questo che dice Isolina mi pare giusto. Almeno nella sostanza. Le perdoni il modo. Diciamo veramente le cose come sono. Senza trucchi da una parte e dall'altra.

LIBERO (spazientito verso se stesso). Ma sí, è meglio! (A Isolina) Però non era mica per la questione dei diritti o per impressionare, come crede lei, che ho detto di essere il padre. Era soltanto per cercare di risparmiarmi una vergogna... per tentare di non far sapere nemmeno a loro che Bice, il bambino, l'aveva avuto con un altro... Ecco. La vergogna, signora. La vergogna la proviamo tutti. È contenta adesso? (Sospira e si mette a sedere) Ne ho passate, sapesse, in questi ultimi giorni. È stato il terremoto, in casa mia... e nella mia testa. Un uomo come me... un po' prepotente ‑ lo so, lo so, mi conosco ‑ che per un niente gli salta la mosca al naso, un uomo come me dover sopportare quello che ho sopportato io di umiliazioni! Signora mia... ‑ e senza potermi ribellare, senza poter turar la bocca a nessuno ‑ perché era vero, era tutto...

verissimo! Io che ero abituato a far filare la gente... Ah! C'è da tirarsi un colpo... Tre, quattro giorni che son dei secoli! (E agita la testa un po' selvaggiamente balzando in piedi).

EUGENIO (dopo aver guardato Isolina). Si metta a sedere... e si tolga quella... (indica la giacca di pelle) quella giacca, se ha caldo... Si metta calmo...

LIBERO. No, scusi... mi lasci cosí... mi lasci sfogare... sto meglio..

EUGENIO. Come vuole.

ISOLINA (interessata soprattutto di conoscere l'intrigo della faccenda e sempre un po' spietata verso la sorte umana di Libero). Mi rendo conto che una rivelazione... cosí improvvisa possa far perdere anche la testa... (Libero la guarda senza prendere l'imbeccata. Pensa ad altro. Tace) Non capisco chi possa aver parlato... Se nessuno sapeva niente... tranne...

LIBERO Nessuno! Credeva Bice! Credevate voi donne che nessuno sapesse, tranne voi! C'è sempre qualcuno in piú che le sa le cose, e le dice al momento giusto.

ISOLINA Chi è che può averlo detto? Bice no.

LIBERO. Bice no. Sarebbe stato meglio che l'avesse detto lei, spontaneamente, per prima. Cento volte meglio. Ma Bice non l'ha detto. Magari!

ISOLINA (a colpo sicuro). IIprete.

LIBERO. Che c'entra il prete! Io non ho mai avuto niente a che fare col prete. Sono di un'altra parrocchia, io!

ISOLINA (insistente, senza ritegni). Allora, come l'ha saputo?

EUGENIO. Isolina! Sono affari loro, dopo tutto. Rispetta l'intimità della gente. Ognuno avrà i propri segreti, e ha diritto di custodirli.

ISOLINA Lo sente! (Ironica) È davvero un signore per bene. Educato: Mai niente fuori posto. Con lui vanno d'accordo tutti. (Libero annuisce) E perché? Perché lui rispetta sempre ‑ ha sentito ‑ l'intimità della gente. Non c'è mai niente che gli stia talmente a cuore da indurlo a fare... il finimondo pur di giungere a quel che vuole. Mai! Siamo diversi, vede. E come! Io, invece, in certi casi, non sono disposta a rispettare nessun segreto. In questo caso, poi! Vorrei sapere di piú, sapere tutto, subito. E badi che mi controllo, che mi domino, perché se seguissi la mia natura... (Ad Eugenio) E tu parli di segreti, di rispetto... Ipocrisie!

LIBERO. Anch'io, in questi giorni, sono contro i segreti.

ISOLINA. Bravo!

LIBERO E poi con lei, con loro a che servono? La signora, tanto, sa tutto.

ISOLINA So tutto. Per questo non ho pace, mi agito, perché so. Chi ignora vive tranquillo. Beato lui! Anche lei prima di sapere era in pace, no?

LIBERO (soprapensiero). Prima... ?

ISOLINA (lo guarda. Tace. C'è un lungo momento di silenzio. Ma a che pensa? (Ancora un silenzio. Poi di scatto, rabbiosa) Avanti! Parli! Non faccia aspettare un'eternità.

LIBERO (soggiace all'imposizione. Comincia col tono di chi è colto in fallo, e si scusa). Sí, sí. Iosono il fattore di una tenuta. Lo dicevo anche a suo marito. E non è facile tenere a bada i contadini: sono quello che sono. Ci si scontra. Io, poi, col mio carattere. Insomma c'è gente che mi guarda storto. L'altra settimana, con uno, arriviamo alle strette. Una faccenda che si trascinava per le lunghe. C'era della vecchia ruggine. A farla breve gli dico  < Ti mando via dal podere. Sui due piedi! ». E lui, di colpo, si fa arrogante, quasi minaccioso, a parole. Mi dice di pensarci bene a quel che faccio, o se voglio scherzare; ché se penso proprio di mandarlo via, non mi conviene. A me! Non ci voleva altro! Gli vado sotto con le mani perché so come va presa quella gente li. Ma lui niente. Non si muove, non si scompone. E piú alzo le mani e gli parlo sul muso, piú gli leggo sulla faccia, negli occhi qualcosa che non mi piace... Una sicurezza del fatto suo, un certo tono di sfida... E non so cosa sia, cosa possa essere. Non mi conviene? Che cosa non mi conviene? E mi prende un timore... nelle ossa... Non grido piú. Continuo a minacciarlo, ma in tutt'altro modo. Gli dico di parlare, di buttar fuori quel che tiene nello stomaco. E che se parla lo... perdono, e se non parla, invece, lo caccio via. A questo mi riduco. (Silenzio E lui, in un istante, con cinque, dieci parole al massimo, mi inchioda lí. «C'è tanti modi di rubare, dice: sul peso, sul raccolto, ma anche sull'amore. E chi è senza peccato scagli la prima pietra. Abbiamo tutti qualcosa da tener nascosto... ». M'aveva veramente inchiodato. Gli diedi lo stesso uno schiaffo, uno schiaffone da farmi male alla mano, ma diceva la verità, lo sapevo. Poi lo feci parlare per bene, volli le prove.

ISOLINA. Costui, dunque, sapeva tutto?

LIBERO. Si. Aveva detto la verità.

ISOLINA Ma non sapeva chi fosse il padre... vero.

LIBERO. No.

ISOLINA. E lei non cerca di saperlo? Se lo sapesse potrebbe rivolgersi al padre!

LIBERO Non scherziamo, signora. Io non cerco il padre. Voglio Abele. Non divaghiamo.

ISOLINA. E chi le ha detto che il bambino l'avevo io ?

LIBERO Bice.

ISOLINA. Ah, Bice. Proprio Bice... E’ viva allora!

LIBERO. Come viva?

ISOLINA. Chissà come gliel'avrà strappata la confessione. L'avrà messa alla tortura.

LIBERO. Macché. Credevo anch'io che l'avrei ammazzata. Invece.

ISOLINA. Lo credeva anche lei, prima.

LIBERO. Ci siamo sbagliati. Non sappiamo nemmeno noi come le prendiamo certe cose... gravi, enormi. Sono rimasto sorpreso anch'io dal come l'ho presa!

ISOLINA Perché ?

LIBERO Perché le ho detto: non ti ammazzo, non ti mando via, ma voglio vedere il bambino.

ISOLINA. E la ragione di questa... curiosità?

LIBERO. Non lo so. Mi va d'essere buono. Di perdonare. Ecco. Chissà quel che mi capita! Mi va di prendere il bambino che non è mio. Lo riconosco, il bambino. Gli dò il nome, tutto. Sono qui per questo, sa. Per accordarci.

ISOLINA. E’ proprio deciso a battere questa strada?

EUGENIO. La stessa domanda che gli ho fatto io, prima di chiamarti. Dice di si. E’ deciso. Vuole Abele.

ISOLINA Un puntiglio.

LIBERO. Sarà. Ma rivogliamo il bambino. Ne avremo il diritto!

ISOLINA No. Nessun diritto.

LIBERO Per via della lettera dice di no?

ISOLINA. Macché lettera! (Poi guardinga e imbarazzata) Non soltanto della lettera... Parla di diritti, e con che coraggio! E i miei diritti, e i nostri non li ha considerati? Pensava proprio che dicessimo: ecco il bambino, se lo prenda pure. Un pianterello, e tutto è finito.(Fissa Libero) Lei deve ascoltarmi bene, e deve mettersi bene in testa una sola cosa: Abele non esce di qui. I diritti sono dalla mia parte. Tutti.

LIBERO Che tutti!

ISOLINA. Tutti! Tutti!

LIBERO Non vorremo metter di mezzo gli avvocati!

ISOLINA. Faccia pure! Metta di mezzo chi vuole: gli avvocati, i gangsters, anche il Paga! Vedremo! Credeva di trovarmi impreparata? Sono anni che ho previsto un momento come questo, e le ho pensate tutte; ho i mezzi per parare tutti i colpi! Impreparata!

LIBERO Credevo di trovarla piú umana, piú comprensiva. Io sono venuto per arrivare ad un accordo. Non dico mica che non dovrà vedere piú Abele.

ISOLINA. Grazie tante. (Ironica) Lei è disposto a mostrarmelo... quanti giorni all'anno? (Ride acre) Con che idee è venuto! Lei chiede la restituzione di un bambino come se si trattasse di una cosa, di un oggetto, che si dà, si riprende... Ma Bice non le ha detto come ce lo siamo fatto nostro questo bambino? Non le ha detto in che misura ci appartiene? (Libero tace)..

EUGENIO. Diciamoglielo noi. Parliamo noi. Chissà che non capi sca. Però abbassiamo il tono... distendiamo gli animi... Noi sforziamoci di capire loro, e loro cercheranno di capire anche noi.

LIBERO (a Eugenio). Mi dica, mi dica pure. Ascolto.

EUGENIO Noi non abbiamo avuto figli...

ISOLINA (intervenendo). Che c'entra, Géni! Ascolti me.

LIBERO. Ma lasci... lasci parlare il professore.

ISOLINA Le è piú... gradito, è vero?

LIBERO. Ci parlo meglio, sí.

ISOLINA (ad Eugenio). Parla pure tu, allora. (E si butta‑ a sedere).

EUGENIO (proseguendo) . ...senzafigli. Con un vuoto nella casa. Specialmente lei. Decidemmo di adottarne uno.

ISOLINA (fremente). Ma no! Ero anzi contraria a prendere dei bambini d'altri! Contraria per principio!

EUGENIO Isolina!

ISOLINA Ma sí! Ma sí! Non fu assolutamente una decisione a freddo. Un ragionamento. Lo incontrai casualmente, il bambino...

EUGENIO È vero. Fu durante una visita all'Orfanotrofio. Cinque anni fa.

ISOLINA. Aveva due anni, Abele.

EUGENIO. Lo vide. Lo rivide. E mi propose subito di prenderlo, di adottarlo. Ecco...

ISOLINA (che ha smaniato sulla sedia). Come racconti male, santo Iddio! Che freddo, che gelo! « Lo vide. Lo rivide». Ma come si fa a esprimersi in questo modo. Dovrà capire, quello!

LIBERO È lo stesso, signora. Capisco benissimo.

ISOLINA. Non può aver capito!

LIBERO Ma sí. Lei vorrebbe fare un po' piú di scena. E’ cosí.

ISOLINA Che scena! Lei la chiama scena l'espressione dei sentimenti? Vedo Abele... un piccino... il piú piccino di tutti... Le ho detto due anni. Con una certa espressione negli occhi, di uno che cerca. Cercava, senza sapere... cercava... Che tenerezza faceva! Se avessi avuto un figlio l'avrei voluto cosí. La Madre Superiora ‑ la suora ‑ mi dice che è capitato lí come gli altri. Abbandonato... Ma come si può abbandonare un piccino cosí ! Lo prendo io! Lo prendo io! Mi sento prorompere il desiderio di qui, sa, dal fondo... gli voglio già bene, lo amo. Lo prendiamo noi, dico a Geni. Mi misi a piangere quella stessa sera, a casa, pensando che Abele dormiva in quelle camerate, forse al freddo... lo vidi per la prima volta d'inverno, per la festa della Befana. E il mangiare, pensavo: quelle pappe, quelle brode che gli danno:.. con quei grossi ramajoli... Soffrivo... Lo prendemmo subito da noi. Due anni, aveva. L'ho preso a due anni. « Mamma. Papà». Imparò subito. Sembrava che fosse impaziente di dirlo. Fu il nostro bambino.

LIBERO Quando lo prese non sapeva chi era la madre?

ISOLINA No. Non lo sapeva nessuno. Nemmeno le suore.

LIBERO. Allora come successe che...

ISOLINA. Veramente c'era qualcuno che lo sapeva.

LIBERO. Chi? Come ha fatto a scoprire?

ISOLINA. Lo sapeva il parroco.

LIBERO Glielo diede lui l'indirizzo della madre, allora?

ISOLINA Sí. Non sapevo a chi rivolgermi. E pensai al prete.

LIBERO Loro sanno tutto. Intriganti.

ISOLINA. Si rese conto che il bambino era in buone mani, e parlò.

LIBERO. Non doveva parlare.

ISOLINA Perché? Mica l'aveva saputo in confessione! Oh, bella! Un prete in questi casi di coscienza a che cosa bada? All'avvenire del bambino. Alla famiglia che l'adotta, all'educazione che gli si dà, alla salvezza della sua anima. Queste sono le cose che contano. Io sono religiosa.

LIBERO. Iono.

ISOLINA Me n'ero accorta. Che cos'è lei?

LIBERO Uno che lavora. E il bambino non lo manderò dal prete, stia pur sicura!

ISOLINA Ne parla come se potesse mandarglielo. Non avrà invece bisogno di prendere di queste decisioni, almeno per quanto riguarda Abele.

LIBERO. Si vedrà.

ISOLINA Certo che si vedrà.

LIBERO (riprendendo). Perché il prete, se voleva fare il suo dovere, doveva avvertire la madre, e convincerla a riprendersi il bambino. Doveva cercare d'avvicinarli, madre e figlio, il prete, non dividerli, e per sempre! Io lo so quel che un prete deve tare!

ISOLINA Il prete conosceva troppo bene la madre per sperare di ottenere qualcosa.

LIBERO. Che vuol dire che conosceva bene la madre!?

ISOLINA. Perché lei ammira, lei loda quella madre?

LIBERO Sentila un po'! Ci vorrà un po' di compassione. Si fa presto a giudicare...

EUGENIO (intervenendo). D'accordo. Non giudichiamo, infatti. Cerchiamo soltanto di capire. È bello che lei l'abbia perdonata, è perfino bello che lei si sia di colpo attaccato al bambino, però ‑ obiettivamente ‑ il fatto rimane.

LIBERO. E come no! (Silenzio) Il prete, dunque, le dice chi è la madre vera.

ISOLINA E io affronto la madre. Che nega, dapprincipio. Dice che non è vero. Giura. Spergiura.

LIBERO. Che vuole! Si trova di fronte ad un'estranea...

ISOLINA. Poi si arrende all'evidenza. Ammette.

LIBERO Beh? Che cosa succede con Bice, allora?

ISOLINA. Crede che si sia interessata al bambino? Come sta, com'è, chi siamo noi? Oooh! S'è spaventata. Soltanto spaventata che si potesse sapere. E quando ha saputo che ero lí per ottenere la promessa... formale, che mai ‑ né allora né poi ‑ avrebbe piú preteso la restituzione di Abele, mi ha abbracciato di riconoscenza. M'ha promesso tutto quel che volevo. M'ha raccontato la sua vita.

LIBERO Che le ha raccontato?

ISOLINA Quello che avrà raccontato anche a lei in questi giorni di... sincerità, di confessioni. Immagino, almeno. Mi disse che era fidanzata con... lei. Un uomo rigido, che se avesse anche lontanamente supposto la verità l'avrebbe abbandonata. Era soltanto preoccupata di arrivare a sposarsi. A qualunque costo.

LIBERO C'è riuscita. Non ho saputo niente. E quando l'ho saputo non l'ho né scacciata né ammazzata. E sono qui, a riprendere quello che è nostro. SI, nostro, se conta ancora il sangue.

ISOLINA (forte). No! In questo caso non conta piú il sangue! L'abbandonò a suo tempo, il sangue suo, la madre...; lo rifiutò,Dopo, perché doveva sposarsi il fattore, che se avesse potuto l'avrebbe ammazzata... Solo oggi sente la voce del sangue! Solo oggi, dopo che il marito ha saputo e non l'ha scacciata, solo oggi si intenerisce, si commuove... e pretende! E poi, sarà vero? Chi pretende? Lei o Bice? Finora è lei che s'è fatto vivo, lei che non conta niente in questa faccenda... Ma Bice? Dov'è Bice? E’ la madre, semmai, che conta! Perché non è qui, se è davvero lei che reclama il bambino? Perché non si presenta lei? Voglio vedere con che faccia mi viene davanti!

LIBERO Lo vedrà. Perché io le porto Bice. Sono stato io a tenerla lontana. Non volevo mescolarla...

ISOLINA. Si deve, si deve invece mescolare! Non si può restar fuori! Il figlio era suo! E dovrebbe restar fuori! Me la porti, me la porti presto che sentiremo cose nuove! Sfido a portarmela.

LIBERO. Gliela porto subito.

ISOLINA. Anche domani.

LIBERO. Subito. Ho detto subito. E’ già qui.

ISOLINAQui?Avanti!

EUGENIO Ma dov'è?

LIBERO Mi aspetta qui sotto. Al caffè di fronte. (Va alla finestra. Isolina guarda Eugenio. Silenzio) La porto su. (Ha scostatole tendine e guarda sotto. Anche Isolina ed Eugenio vanno alla finestra a guardare).

ISOLINA (aspettando l'approvazione di Eugenio). Sí, si, la porti pure su...

EUGENIO. La preghi di salire. L'aspettiamo. (Libero un po' a malincuore si avvia all'uscita. Quando giunge alla porta questa si spalanca e irrompe Abele col solito pallone e sempre un po' ansante).

ABELE (interdetto). Sono arrivato troppo presto, stavolta? Siete ancora qui... (E guarda Libero) S'è fatto buio... Non si può piú giocare. (Libero fa un gesto verso il bambino).

ISOLINA Abele! (Allunga il braccio, e tira Abele verso di sé come se dovesse sottrarlo a qualcosa che sta per crollargli addosso. Abele spaventato si china un po' riparandosi istintivamente. Libera scuote la testa e guarda Eugenio).

EUGENIO. Che sciocchezze, Isolina! Non lo ruba mica!

ISOLINA (a Libero che indugia). Aspetto Bice. Si decida. (Libero esce. Isolina ad Abele) E tu non andare avanti e indietro. Sta di là, e non muoverti. Per nessuna ragione.

ABELE. Posso anche andare a dormire...

ISOLINANo,é presto. Stai buono. (Abele esce oltre la vetrata che rimane mezzo aperta) Lo vedi come s'erano intesi per bene quei due! Ha mandato prima il marito sperando che riuscisse da solo, ma lei si teneva a portata di mano, pronta a intervenire di rincalzo in caso che ce ne fosse bisogno. Che gente! Pensi che torneranno?

EUGENIO.. Perché non dovrebbero tornare? Io almeno li aspetto.

ISOLINA. Vuol dire, allora, che anche Bice reclamerà il bambino. Che ne pensi?

EUGENIO.. Perché ti affatichi a prevedere, quando abbiamo la possibilità di vedere, tra un minuto!

ISOLINA Mi sembra cosí assurdo il loro comportamento! La ragione di tanto accanimento, mi domando. Lasciar le cose come sono conveniva a lei, ma anche a lui. Invece...

EUGENIO. È cosí difficile stabilire che cosa ci conviene.

ISOLINA Ma qui é chiaro! Non voleva che si sapesse. Per questo l'ha abbandonato. E anche lui parla di vergogna... E poi vogliono il bambino, che é la provi della vergogna. A meno che...

EUGENIO (con un vago sorriso). Sentiamo.

ISOLINA (irritata). Sembra perfino che ti diverta!

EUGENIO Figurati. Mi sforzo di seguirti. A meno che... ?

ISOLINA Non sia tutta messinscena, quella che hanno fatto, e la ragione vera sia un'altra.

EUGENIO. Quale?

ISOLINA Interesse. Ci hai pensato all'interesse?

EUGENIO. Non con noi. Ha già messo le mani avanti con me, prima.

ISOLINA Vedi! Non con noi, magari! Motivi di parentele... Una eredità. Chi lo sa! Avranno bisogno di un figlio. Subito. Perché altrimenti come si spiega? Hai sentito che a proposito del padre... Chissà che padre gli ha inventato! Un padre misterioso, che non si trova piú, che non c'è più, hai sentito? O magari un padre falso che si presta al loro gioco...

EUGENIO Bice non suppone che tu conosca ormai la verità anche sul padre?

ISOLINA Bice non me lo disse mai chi era. Fece solo certi accenni... Sono certa che deve esserci una ragione concreta, precisa che ci sfugge. Non sei d'accordo?

EUGENIO. E se fossero migliori di quanto non pensiamo? Si, più disinteressati, guidati veramente da un sentimento sincero per il bambino.

ISOLINA (crollando il capo). No! No! Lui forse. Mi urta con quei suoi modi, ma in fondo deve sentire qualcosa. Ma lei! Lei no! Assolutamente. La conosco troppo bene.

EUGENIO D'altra parte chi conta è proprio lui, adesso. Contrariamente a quel che hai detto.

ISOLINA Che ho detto?

EUGENIO Che volevi vedere la madre perché è soltanto lei che conta. Non è vero. Sbagli. T'ho lasciato dire per non contraddirti in faccia a lui, ma sbagliavi. Chi conta è il padre.

ISOLINA Se fosse il padre! Ma non lo è.

EUGENIO. Lo sarà. Non hai sentito? Si propone di riconoscere Abele. È pronto a dargli il nome. Diventerà il padre, allora. È lui, dunque, che conta.

ISOLINA (è andata alla finestra, con un soprassalto di voce). Bice c'è davvero. Guarda.

EUGENIO (senza muoversi). Lo credo.

ISOLINA Escono insieme dal bar... (A Eugenio) Ritorneranno...

EUGENIO. Ma certo. Perché, avevi davvero sospettato una commedia?

ISOLINA Non si sa mai... con quelli... (E torna u guardare).

EUGENIO. O era la segreta speranza che non si facessero piú vivi? Non ti conoscevo cosí diffidente!

ISOLINA Mi conosci adesso. Non è mai troppo tardi. (Viene verso il marito) Quante cose conoscerai ancora di me, che non conosci! Non è meglio cosí ?

EUGENIO. Veramente non sentivo il bisogno di questo ulteriore accrescimento di conoscenza, ma tutto può servire.

ISOLINA. Qualche novità ci vuole, no! Ci si annoiava... (Ritorno alla finestra, guarda irritata) Che fanno, adesso? Si sono fermati a discutere.

EUGENIO. Prepareranno il piano. È naturale.

ISOLINA Chissà che cosa inventeranno...

EUGENIO. Ma non ti affatica, non ti mortifica essere cosí diffidente? Non pensi che sarebbe più generoso credere, affidarsi a quel che viene?

ISOLINA. Certo! Piú generoso e piú comodo, sarebbe! Come no! Ma sbagliato. Diventi una vittima degli altri, degli altri che mentono, che si approfittano, che preparano trappole... una vittima generosa, ma sempre una vittima E a me non va. Altro che affidarsi!

EUGENIO. Preferisco rimanere una vittima, io.

ISOLINA Si muovono. Hanno finito. L'accordo è raggiunto.

EUGENIO Vengono qui?

ISOLINA (annuisce). Vengono... (Si stacca rapidamente dalla finestra e dice sottovoce come se temesse di essere udita da qualcuno) Raggiungiamolo anche noi un accordo, Géni.

EUGENIO Pronto.

ISOLINA Mi basta che tu sia più energico nel sostenere la mia parte. Non lasciarmi sola a difendere Abele. Crederebbero che non ci tieni abbastanza. Soltanto questo ti chiedo.

EUGENIO (grave). Isolina, credi sia proprio bene questa nostra estrema opposizione?

ISOLINA (aggressiva). Me lo domandi?

EUGENIO. Non ti sembra un po'... contro natura? Lascia stare le intese, le promesse, gli impegni, la legge, ma, in fondo, la madre è lei.

ISOLINA Fu lei la snaturata. Non io. Perché, che vorresti fare, Sentiamo.

EUGENIO. Non credi sia proprio possibile una conciliazione, un accordo qualunque, senza spingere le cose all'estremo

ISOLINA Impossibile! Non è qualcosa che si possa dividere! Per te sí ? Come sei generoso, tu, con la roba degli altri, con i sentimenti degli altri! Credi che non l'abbia capito che Abele non ti appartiene, che non lo senti tuo come lo sento io!

EUGENIO. È probabile.

ISOLINA Tu l'hai subito, non desiderato, quel bambino. Di' la verità.

EUGENIO. Adesso esageri. Subito...

ISOLINA Adottarlo è stato, in fondo, una compiacenza verso di me. Dillo.

EUGENIO. Certo che l'ho fatto soprattutto per te.

ISOLINA Ma non lo ami.

EUGENIO. Me l'aspettavo. Amare! A modo mio, sí, lo amo.

ISOLINA A modo tuo. Ma che cosa ami, tu, « veramente », non a modo tuo? Che cosa hai mai amato? Chi? Hai nemmeno mai amato?

EUGENIO Non tocchiamo questo tasto, per carità! Adesso, almeno, non lo tocchiamo. Non è proprio il momento.

ISOLINA. È verissimo. Non è certo il momento... (Come ricordandosi di Libero e Bice) Ma dove sono? Perché non sono già qui? Eugenio (le fa il gesto di star calma). Le scale... Tutte le scale... Di una cosa, comunque, puoi essere certa: che io penso seriamente all'avvenire di Abele, e voglio veramente il suo bene.

ISOLINA (cambiando tono, diventando dolce, tenera, supplichevole). Mi basta. Mi basta che tu voglia il suo bene. Non vorrai dunque darlo a quella gente lí? A quel... padre. Hai sentito: un uomo senza religione, un prepotente. E non ti basta questo, se pensi al suo bene... (Suonano alla porta. Eugenio si alza. Isolana. chiamandolo) Géni, aspetta! Géni, ti scongiuro: sii forte, sii dalla mia parte. Non credere in niente! Anche se tu non fossi persuaso, dammi ragione lo stesso in faccia a loro. Poi, magari, insultami, schiaffeggiami, se vuoi, ma sii con m'e, adesso! (Eugenio è perplesso, e si muove verso la porta. Isolina gli si aggrappa) Bada, Géni, che c'è tutta la mia vita in gioco! Tutta! Perché, ormai, per me, Abele è tutto! Lo sai!

EUGENIO Lo so.

ISOLINA Se non vuoi che commetta una pazzia, difendi Abele coi denti come lo difendo io! Abele <nostro>. (Eugenio esce per andare ad aprire. Isolina si mette a posto rapidamente i capelli e va alla finestra. Dopo un istante, di là, si sente parlottare. Isolina non si muove dalla finestra attendendo l'ingresso di Bice, Libero ed Eugenio).

BICE (viene avanti con la testa bassa. È una ragazza sui ventotto, orza già un po' sciupata. Coi capelli macchiati di tintura bionda e un tentativo affrettato di avvivare le labbra e le guance di rossetto. Una truccatura imprecisa e trasandata che pur essendo niente affatto vistosa appare come doppia: una doppia bugia sulla verità di quel volto. Che è, del resto, l'immagine del suo carattere in cui una mezza bugia è corretta soltanto da un'altra mezza bugia, mai da una erompente verità. Solamente gli occhi castani scuri e vivacissimi riescono ad aggiungere una forza di autenticità a tutto quel che dice: alle molte menzogne, quindi, e alla superstite verità della fine. Il vestito è semplice. Impacciata, ritrosa, vergognosa se le può servire esserlo; disinvolta, aggressiva e perfino sfrontata quando vuole).

ISOLINA Entra pure, Bice. Sono io. (Non si muove).

BICE (la guarda). Signora...

ISOLINA. Ti sei un po' sciupata.

BICE. Capirà... (E si mette a piangere. Libero ed Eugenio si tengono un po' indietro, accanto.alla porta, bisbigliando qualcosa. Isolina sembra esserne irritata).

ISOLINA. Avanzate, voi. Non fate cerimonie. E non vi commuovete anzitempo. Noi donne piangiamo. Si sa, no! (A Bice) Piangi pure, Bice. (Una pausa).

LIBERO. Ci possiamo anche ritirare noi due...

ISOLINA Vi vorreste ritirare?

LIBERO Bice preferirebbe parlare da sola con lei.

ISOLINA (a Bice). Vuoi parlarmi da sola? (E guarda Eugenio).

BICE Se crede...

ISOLINA (avvicinandosi a lei). Ti capisco, mia cara. Non gliela fai piú... Tenerti chiusa per delle ore in quel bar... (E dà un'occhiata a Libero) Però, mi dispiace, ma non posso accontentarti. Siamo ormai arrivati troppo avanti per poter chiacchierare in segreto, noi due sole. E’ passato quel tempo. Sarebbe tutto inutile. Fatica doppia. Equivoci su equivoci. Dobbiamo, purtroppo, parlare in pubblico. Non c'è altra strada. E senza reticenze, senza pudori... (intimidatoria) e senza bugie, soprattutto. (A Libero) Lei vedrebbe di buon occhio un nostro colloquio segreto? E perché? Se finora l'ha impedito! Non voleva che Bice si mescolasse, me l'ha detto lei.

LIBERO. Lo preferiva Bice, non io. Io ho soltanto promesso che non mi sarei opposto. (A Bice) Vedi. Che ti dicevo? Non vorrà.

ISOLINA Scusami Bice, e non giudicarmi crudele.

LIBERO. (insistendo). Si trattava d'un minuto. Non scappavo mica! Avrei aspettato di là... col professore.

ISOLINA Allora é lei che lo 'desidera! Ha forse paura che salti fuori qualche altra novità? Qualche brutta novità? E preferisce non sentirla!

LIBERO. Paura io!

ISOLINA E allora! Giacché ci siamo, restiamo tutti assieme. Perché separarci? Parleremo con calma, questo si. Ragioneremo.

BICE (che non ha staccato gli occhi da Isolina). Mio Dio, com'è cambiata, signora, da come la conoscevo io. Allora mi sembrava la bontà personificata...

ISOLINA Sembravo. Non sono cambiata. Siete voi che non mi conoscevate abbastanza. Non sono mai stata buona come forse hai creduto tu. E soprattutto non sono docile. Teniamolo presente.

BICE Ha fatto perfino un'altra voce. Perché l'ha con me?

ISOLINA (ambigua). Non mi pare di averla con te...

BICE Non m'ha nemmeno dato la mano. Mi ricordo che, prima, mi baciava perfino.

LIBERO (amaro). Ti baciava... (Un silenzio. Tutti sono immobila). Bice (si alza). Lasci che glielo dia un bacio, se è ancora amica... (Va verso Isolina).

ISOLINA (si lascia baciare sulla guancia, e dice piano, sussurrato). Perché non mi hai avvertita subito di quel che era successo... (Bice non risponde) Non dovevi lasciarmi trovare a faccia a faccia con tuo marito, impreparata...

LIBERO (che ha sentito) Non l'ho mica mangiata, signora!

ISOLINA (irritata). Perché m'ha trovata dura anche per i suoi denti, altrimenti l'avrebbe fatto.

EUGENIO.Via! Non ricominciamo con le schermaglie inutili. E non avveleniamo l'atmosfera. Vi siete anche baciate! Dunque!

ISOLINA.Non sarà il bacio di Giuda, spero.

BICE (fingendo sgomento). Perché dice cosí...

ISOLINA Dovevi avvertirmi. Era nei nostri patti. Qualunque cosa fosse successa.

BICE. Questa, non la potevo prevedere, signora, e non ho potuto...

ISOLINA Perché?

BICE Come facevo! Chiusa in casa dal momento che è scoppiata la bomba. Tappata. Se avessi cercato di... uscire, di parlare con lei, di farla avvertire da qualcuno, dico che mi avrebbe ammazzata...

LIBERO. Non è vero. Chi t'ha toccata? Dimmi se t'ho toccata?

BICE (abilissima). No. Toccata no. Ma ho avuto paura lo stesso. C'era il fucile da caccia, in casa. Carico.

ISOLINA Ah! Il gentiluomo! La minacciava col fucile da caccia!

LIBERO. Facevo quel che mi pare!

ISOLINA Siccome parlava di bontà... che s'era sentito invaso da un impeto di bontà...

LIBERO Volevo soltanto conoscere la verità.

ISOLINA. Con qualunque mezzo?

LIBERO Con qualunque mezzo.

ISOLINA (a Bice). E tu gliel'hai detta?

BICE. Si.

ISOLINA Gliel'hai  < proprio > detta?

BICE _ Si.

ISOLINA Intera?

BICE _Si, si.

ISOLINA Allora, adesso, non c'è piú niente da tacere. Hai già detto tutto tu.

BICE (con accanimento). Certo.

ISOLINA Va bene. Lui sa già tutto.

EUGENIO.. Mi pare la condizione ideale per parlarci francamente, senza sottintesi. Tutti sappiamo tutto. Avanti.

ISOLINA (guarda il marito e gli lancia uno sguardo ironico). Abele ‑ l'idea di riprendersi Abele ‑ di chi é? Sua o tua? (Bice è indecisa, e guarda Libero).

LIBERO. E’ mia.

ISOLINA (a Bice). E tu?

BICE. Io non potevo nemmeno supporre che lui avrebbe voluto riprendersi il bambino.

ISOLINA. Tu, però, hai acconsentito, dopo?

BICE Acconsentito... Ho detto: vediamo...

ISOLINA Non gli hai detto che il bambino non c'era piú.

BICE. Perché dovevo dirgli che non c'era piú ?

ISOLINA. Perché era come scomparso, era come morto, per te. Non gliel'hai detto questo! Al contrario: gli hai detto dove poteva trovarlo, nome, cognome, indirizzo. Che cosa m'avevi promesso, invece. Dillo che cosa m'avevi promesso, giurato?

BICE Si promette una cosa in un momento... e nel cuore se ne desidera un'altra. Mi deve capire.

EUGENIO (a Bice). Vorrebbe dire che neanche « allora » intese rinunciare col cuore?

BICE (prontissima, appigliandosi all'argomento offertole da Eugenio). Col cuore? Come può una madre rinunciare col cuore? Mai.

EUGENIO. Ma chi la costringeva, « allora»? Poteva dir di no.

BICE Mi sforzai di dimenticarlo, lo considerai perduto, proprio perduto... Ma da quando Libero m'ha detto: “ voglio vederlo “, ho cominciato a sperare anch'io, ho desiderato anch'io di rivederlo...

ISOLINA. Rivederlo o riaverlo?

BICE Anche riaverlo, signora.

EUGENIO. Pur considerando quel che ha promesso, <c allora > ? Rivuole ciò a cui ha rinunciato. Lo ammette? Allora non fa questione di diritti. Si affida unicamente al nostro buon cuore. Chiede una grazia, insomma.

BICE Ma il figlio è sempre mio...

LIBERO: Rispondi a tono. Non fingere di non capire quel che ti dice il Professore. Tu gliel'hai dato, il figlio, per sempre. Gliel'hai anche garantito...

BICE (si mette a piangere). Sono un mostro... sono un mostro! (Isolina segue impassibile quella scena).

LIBERO E smetti di piangere! Perché non m'hai detto che gli avevi rilasciato perfino una lettera...

BICE Che lettera?

LIBERO. Una lettera in. cui lasciavi a loro il bambino, per sempre.

BICE Non l'ho mai scritta.

LIBERO . Scritta e firmata.

BICE Non è vero!

LIBERO Bice, non essere falsa fino a questo punto. Lo so!

BICE Giuro!

LIBERO Non giurare!

BICE Giuro che non l'ho firmata! Signora, lei ha detto che l'ho firmata? Me la voleva, sí, far firmare; ha insistito tanto, ma io non ho mai voluto farlo! Signora, se è firmata, la firma è falsa! Io non l'ho firmata, mai!

EUGENIO (a Isolina). È incredibile tanta ostinazione nel negare 1'èvidenza. Tutti sappiamo... e lei continua a negare. Ma perché

LIBERO. Signora, questa lettera... Gliela sbatta in faccia a questa falsa, bugiarda... (E va verso Bice con il braccio levato. Eugenio lo ferma).

ISOLINA. Stia fermo. Non faccia prodezze.

BICE (geme). Signora! Signora!

ISOLINA.. Bice non ha firmato quella lettera. Chi ha detto che l'aveva firmata?

EUGENIO Io. Gliel'ho detto io.

ISOLINA. Tu? Non io. Hai fatto male. Imparerai a parlar meno.

EUGENIO. Fosti tu, Isolina, a dirmelo.

ISOLINA. Ti mentii. Va bene? (Libero è andato vicino a Bice, e l'ha avvolta col braccio. Le parla piano) Guardateli quei due! Con questo colpo lei s'è rifatta una verginità. E lui le crederà su tutto. (Scuote la testa).

LIBERO (offensivo). È lei la bugiarda, la falsa!

ISOLINA (senza scomporsi). Anch'io. Perché non dovrei esserlo anch'io! Non me ne vergogno affatto.

EUGENIO (andando verso Isolina). Ma la ragione di questa menzogna con me?

ISOLINA Volevo che tu ‑ che tutti ‑ aveste la certezza anche giuridica che Abele era definitivamente nostro. Senza piú dubbi. I dubbi sono contagiosi...

EUGENIO. Ma eri tu, semmai, che avevi dubbi per il futuro, e volevi placarli assicurandoti... non io. Non capisco!

ISOLINA. Peggio per te, se non capisci!

EUGENIO (alzando il tono). No, non la capisco questa menzogna gratuita, inutile! Possibile che nessuno ‑ qui ‑ riesca a dire la verità. Io non mi ci raccapezzo piú in mezzo a tante bugie... ed perfettamente inutile che resti a far lo sciocco. Me ne vado. Vi lascio. (A Libero) Mi scuso con lei di quanto le ho detto prima... ero in buonissima fede... (Si avvia).

LIBERO. L'ho ben capito...

ISOLINA Fermati, Geni.

LIBERO. Rimanga, professore, é meglio...

ISOLINA Vedi che tutti ti desiderano. Aspetta. E non scusarti. Perché l'impegno c'era. L'impegno c'è anche senza lettera. Te lo garantisco io. (A Bice, dura) Perché ti rifiutasti di firmare quella dichiarazione? Di' la vera ragione.

BICE (mentendo). Non me la sentivo... Ci provai, ma non me, :a sentivo. Mi pareva di compiere un delitto.

ISOLINA. Di' la vera ragione. Dilla.

LIBERO.. Non faccia la prepotente.

ISOLINA. La difende, anche!

LIBERO. L'ha già detto il perché. Fatto sta che non firmò. Questo è l'importante. Perché tutto cambia, adesso.

ISOLINA (crudissima, sibilante). Unicamente perché non volevi lasciare in mano a nessuno una prova scritta della tua colpa...

BICE (difendendosi). Era la scusa, quella, perché lei insisteva e non voleva lasciarmi piú andare...

ISOLINA. Bugiarda! Eri terrorizzata che lui potesse venire a sapere, lui, il promesso sposo. Che cosa mi dicesti di Abele? Ti ricordi? Quando avrò degli altri figli ‑ dicesti ‑mi dimenticherò perfino d'averlo avuto...

BICE. Non é vero! Non l'ho mai dimenticato!

ISOLINA. Non avete avuto altri figli?

BICE (cupa). No.

ISOLINA. Colpa di chi? Era una promessa che mi avevi fatto. «Avrò dei figli... avrò degli altri figli... n. Con questo riuscisti a non firmare. Perché non ne hai avuti, eh?

LIBERO. Lei la deve smettere di far certe domande, signora! Chi crede di essere! Che diritti crede d'avere! Se lo chiedessi io a lei a suo marito, che cosa mi risponderebbe?

ISOLINA. Che sono sterile. Ma lei no. Lei che può averli perché si accanisce per riavere il mio? Si, il « mio», il « mio! ».

LIBERO. Mi faccia il piacere! Si calmi! Il suo? Abele, ormai, è « nostro ». Io sarò il padre, anche per la legge.

ISOLINA. Bel padre!

LIBERO. Padre vero, si. Riconosciuto. E lei, signora, mi consideri pure come il padre... putativo ‑ si dice cosí? ‑ San Giuseppe non era anche lui il padre putativo? E allora! Lei che é religiosa dovrebbe, anzi, apprezzare...

ISOLINA La smetta! E rispetti le cose sacre. (Un silenzio) Il padre putativo non conta quando c'è un padre vero, si ricordi.

BICE (con un urlo). No, signora! No! Basta!

ISOLINA. Che basta! (Silenzio) Ho detto che c'è un padre vero! E allora, perché alza troppo la cresta? Perché canta già vittoria? (A Bice) Che cosa sa del... padre vero?

BICE (a denti stretti). Gli ho detto tutto.

ISOLINA Allora prima di decidere noi, bisognerà consultare anche il padre.

LIBERO. Non ci scherzi sopra, signora. Potrebbe finir male!

ISOLINA Non ci scherzo affatto. Le chiedo anzi per quale ragione lei, invece di venire qui, non sia andato anzitutto dal padre. Poteva già portarci il suo consenso. Avremmo risparmiato tante chiacchiere.

LIBERO. Lei sa che il padre non si trova... non si può trovare. Ne abbiamo già parlato.

ISOLINA. Chi lo dice che non si trova? Bice?

BICE (a Libero, pronta, pietosa). Alla signora non ho mai raccontato la verità... Mi vergognavo troppo.

ISOLINA Allora m'hai ingannata sulla faccenda del padre?! Ti vergognavi di me, povera piccola! Dimmela adesso, almeno, la verità. Falla conoscere anche a me. Può darsi che mi arrenda: (Bice si chiude la testa tra le mani).

LIBERO Non la tratti cosí!

ISOLINA (attraversa la stanza e si mette a sedere). Non parlo piú. Parlate voi. Io aspetto. (Un silenzio).

BICE (a Libero). Parla tu. Di' tu... Se vuoi...

LIBERO (rivolgendosi al professore). Fu all'epoca dell'occupazione...

ISOLINA. Tedesca?

LIBERO No. L'altra.

ISOLINA Ah!

LIBERO Lei lavorava in fabbrica. Andava su e giú la mattina e la sera. Loro giravano con le camionette. Ecco come successe. Con uno di loro, fu.

ISOLINA Con chi? (Libero fa un gesto vago) Non lo chiedo a lei. Immagino che lei non sappia... (Bice tace) Avevo altre informazioni, io! Triste romanzo. (A Bice), Inglese? (Pausa) Polacco?

BICE Americano.

ISOLINA. Ah! John! (Bice alza la testa e guarda Isolina) John! Vogliamo proprio dare tutte le colpe all'America? Povera America! Deve avere le spalle buone! Un figlio di piú... tanto! Sicché il padre sarebbe introvabile. Ripartito. Scomparso. Con la guerra. Anzi, con la pace. (Silenzio) E se vi aiutassi io a rimettervi sulle sue tracce? Perché io ho la fortuna di sapere dov'è. So chi è. Potrei anche raggiungerlo.

BICE Non è vero. Non lo sa... Tira a indovinare!

Isolina (forte). Ti dico che lo so. (A Libero) Lei è un uomo, non uno sciocco. Ha creduto alla storia dell'americano? O è di quelli che credono a tutto? (Alludendo a Bice) Possibile che quella li... riesca a far credere delle cose cosí assurde! Ma che ha? (A Libero) Che ci trova da farsi incantare? (Dura, cambiando) Non è un americano. È uno di qui, il padre. Questa è la bugia che Bice raccontò a me. L'ho controllata. È una bugia vera.

LIBERO Bice? Signora? È vero?

BICE (disperata). Non è vero! Non è vero! Di' che parli, che dica il nome... Chi è?

LIBERO. Chi è?

BICELo dica pure, se lo sa?

LIBERO. Lo dica!

EUGENIO.Credo che lo sappia.

LIBERO (rimane scosso dalla testimonianza del professore). Siete due bugiarde tutt'e due! Non si sa piú a chi credere. Professore, è proprio vero? Lo conosce anche lei questo... padre?

EUGENIO. Io no. Però Isolina lo sa... veramente..

LIBERO (a Bice). Uno di qui?

ISOLINA.È sposato, adesso.

LIBERO Bada che se è vero, ti ammazzo stavolta... Ti ammazzo figlia d'una...

EUGENIO.Basta.

LIBERO (accanendosi). Chi è? Voglio sapere chi è!

BICE Mi faccio ammazzare piuttosto che dirtelo!

LIBERO Sei un mostro. Volevi soltanto farti sposare. Tra noi è finita, ormai. Va' via!

BICE Signora, ho paura... (Improvviso scoppia, di là, il pianto di Abele).

ISOLINA (imponendo il silenzio). Ssst! Andate altrove a chiarire i vostri imbrogli. Non qui. Andate fuori. Uscite. (Libero come impaurito dal pianto esce immediatamente. Isolina apre la vetrata e va di là. La si sente dire) Hai avuto paura? Non piangere, tesoro... non piangere... (La voce di Isolina e i singhiozzi di Abele si allontanano).

BICEÈ Abele?

EUGENIO. Si, Abele. (Intenso) Siamo stati noi a spaventarlo, a farlo piangere.

BICE. Non può mica finire cosí.

EUGENIO. Lo so bene. Ma lei si muova... Lo raggiunga. (Bice lo guarda) Non lo lascerò andare cosí... quell'uomo. È capace di fare... Gli corra dietro. Lo persuada. Lei sa come fare...

BICE Ho paura, adesso

EUGENIO Rischi qualcosa... Non sia soltanto calcolatrice. I calcoli a lungo andare, non tornano, ha visto. Lui... la ama.

BICE Lo so. Forse è sotto che mi aspetta. Non può fare a meno di me. (Si alza e si avvia).

EUGENIO Non se ne approfitti, però. E lei?

BICE Io... ?

EUGENIO Lei... lo ama... un po'?

BICE (lo guarda come si guarda una cosa del tutto strana). Che c'entra l'amore...

EUGENIO (come colto in fallo). Già, che c'entra l'amore...

BICE (sulla porta). Credo che... ci rivedremo...

EUGENIO. Lo penso anch'io. (Bice esce. Eugenio va a ,guardare alla finestra, e vi rimane per un po'. Poi attraversa la stanza, raggiunge la vetrata e guarda nel suo studio quasi buio).

ISOLINA (vestita per uscire gli viene incontro, entra nel salotto, cerca Bice). Se n'è andata anche lei?

EUGENIO. Lo raggiunge.

ISOLINA C'era da immaginarselo. Domani saranno piú uniti e piú forti di prima. E torneranno. Non lo credi?

EUGENIO. Forse.

ISOLINA. E piú pericolosi. Bisogna difendersi. Far presto. (Si avvia) Ti raccomando Abele... Non lasciarlo per nessuna ragione...

EUGENIO. Ma... esci adesso?

ISOLINA Mi vedi!

EUGENIO. Isolina! Dove vai? Si può sapere?

ISOLINA (sulla soglia, mezzo fuori). Dal padre vero.

EUGENIO (la guarda). Allora lo conosci bene?

ISOLINA Non bene. So chi è. Mi basta. Gli faccio una sorpresa.

EUGENIO (la guarda). Sei perfino commovente... povera Isolina. (E le sorride).

ISOLINA Pensa a me, Eugenio. (Ed esce).

VELARIO

Fine del Primo tempo.


SECONDO TEMPO

(All'alzarsi del velario si vede Isolina, sola, seduta su una poltrona, un po' di sbieco. La luce cade su lei lasciando quasi al buio il resto dell'ambiente. È assorta e nervosa nello stesso tempo: apre la bor­setta, prende il fazzoletto, si asciuga il naso come se avesse pianto, poi lo ripone. A questo punto la luce comincia a dilatarsi illumi­nando in pieno la scena. È il salotto di casa Ranieri. Una casa nuova, costruita e arredata con buon gusto moderno. Mobili di stile inglese, tappezzerie a colori uniti, armoniosi: grigi, pastelli... Le luci sono accese perché è sera. È infatti passato poco tempo ‑ forse,appena un'ora ‑ da quando abbiamo visto uscire Isolina; il tempo per venire da casa fin qui. È stata introdotta da poco nel salotto, e guarda, adesso, qua e là verso le porte, quasi per prevedere da quale le verrà incontro Rolando. Ancora un silenzio. Poi, un parlottio: sono una voce di donna e una di uomo. Non si distinguono le pa­role, ma soltanto le diverse tonalità, e soprattutto le diverse concitazioni. Quella dell'uomo è quasi del tutto priva di tono, appena ca­denzata e un po' annoiata; l'altra, invece, è tesa e rapida e sicura. Sono arrivate fino alla porta, e difatti si distinguono queste due battute).

VOCE DONNA. ...almeno puntuali, stavolta...

VOCE UOMO. Non in anticipo, però... sst... (Poi i due, forse preoccupati di essere intesi, si mettono a bisbigliare. Ancora una attesa cosí sussurrata, poi la voce d'uomo, pacata, naturale) Ma sí, entra anche tu... (Isolina aggrotta la fronte) Un minuto e poi andiamo... Non sarà la fine del mondo! (Entrano Vanna e Rolando. Sono vestiti da 'sera, non in nero; evidentemente in procinto di uscire).

ROLANDO (avrà sí e no trent'anni. È un bel ragazzo. Appena un po' grasso. Stempiato e con dei capelli ondulati e radi. Sembra sempre soprapensiero pur interessandosi ai discorsi che fa. Non alza mai la voce. Non è mai né ironico né violento. Ha sempre un tono di verità, anche se la sua è una verità priva di passione).

VANNA (appartiene,a quel tipo di donne che è stato battezzato « glamour». È spesso ironica come chi vede le cose dal di fuori e se ne interessa un po' esteticamente. Sarà, perciò, dapprima attratta dal « gioco » della vicenda, poi manifésterà un suo profondo interesse umano).

ROLANDO (andando verso Isolina). Eccomi, signora... (Ma non la guarda nemmeno; si volge a indicare VANNA che lo segue. Isolina si è alzata). Prego. Mi ha fatto dire che si tratta di cosa importante e urgente...

ISOLINA (con un tono per la prima volta dimesso e, a tratti, studiatamente supplichevole). Per questo mi sono permessa di insistere Altrimenti non avrei mai osato... a ques'ora... Chiedo scusa.

ROLANDO Stavamo per uscire. Capita di rado. Un invito a cui pare (rivolgendosi alla moglie) non si possa giungere in ritardo. Mia moglie.

VANNA. Qualche minuto l'abbiamo, comunque. (Sono rimasti in piedi. A Isolina) Si accomodi. (Si siedono. Isolina al suo posto. Rolando quasi di faccia a lei, Vanna sul bracciolo della poltrona di Rolando).

ROLANDO Dica pure.

ISOLINA (imbarazzata dalla presenza di Vanna). Io non so, se posso dire... Mi scusino! Mi accorgo adesso di essere stata impulsiva e... imprevidente a presentarmi cosí all'improvviso.

ROLANDO. Affatto. Parli liberamente.

ISOLINA. È cosa delicata. Personale.

VANNA (lievemente seccata; sottovoce a Rolando). Ma sí! Desidera parlarti da sola! (E si alza).

ROLANDO No, Vanna: sta' a sedere.

ISOLINA Non si offenda. Da qualche ora non capisco piú niente... sono veramente sconvolta...

VANNA Ma è giusto che restiate soli. Non ci tengo affatto, Rolando, credimi.

ROLANDO Sono io che ci tengo. (A Isolina) Mia moglie può ascoltare tutto di ‑me, se si tratta di me.

VANNA (divertita). Forse pensa alla... gelosia.

ISOLINA (annaspando un po', ma senza mai perdere il suo tono di sottomissione). Oh! Non mi permetterei mai di pensarlo. So bene che loro sono fuori di queste piccinerie borghesi...

VANNA. Che c'entra! Si può benissimo essere gelosi e non essere borghesi. Io non sono gelosa. Noi non lo siamo. (Divertendosi) Eppure, in fin dei conti, noi siamo invece proprio dei borghesi.

ISOLINA(un tempo. Decidendosi, a Rolando). La signora saprà già tutto della sua vita. _

VANNA (pronta). Niente! Credo di non saper quasi niente.

ROLANDO Non c'è molto di importante perché mi proponga di raccontarglielo. Lei invece ha qualcosa di importante... che mi riguarda?'

ISOLINA. Abbastanza.

ROLANDO Dica. Dica.

ISOLINA (sottovoce). Un bambino. Un figlio. Abele.

ROLANDO Abele?

VANNA Bel nome! Si comincia almeno bene!

ROLANDO (calmo). Figlio, mio?

VANNA (toccando la spalla di Rolando che non si muove). Bravo! La cosa piú bella che tu potessi fare! Un figlio! Tuo! Dovevi dirmelo! Questo si che dovevi dirmelo.

ROLANDO Non lo sapevo. (A Isolina) Lei; signora, non ha l'aria di essere una stravagante.

ISOLINA Non lo sono.

ROLANDO Devo ascoltarla seriamente?

ISOLINASi. Seriamente. (Rolando resta soprapensiero. Isolina guardandolo negli occhi) Bice. (Rolando ha uno scatto della testa verso Isolina. Ma tace).

VANNA Ha detto Bice.

ROLANDO Bice, sí. Allora può essere. (A Isolina) E a lei, signora, chi ha detto che il padre sarei io?

ISOLINA Bice.

VANNA. Ma chi é questa Bice? Si può sapere?

ROLANDO Era una ragazza...

VANNA Perché dici  “ era “ ? Non é mica morta!  “ È “.

ROLANDO. È una strana ragazza...

VANNA (ironica). Dobbiamo crederlo? Proprio strana?

ROLANDO Un'operaia. Eppure sembrava una regina. Non cercava mai nessuno. Tutti cercavamo lei.

VANNA Anche tu!

ROLANDO Anch'io, naturalmente. Passammo, dirò così, dei giorni lieti...

VANNA Dei giorni?

ROLANDO Giorni, mesi... Finché mi accorsi che non ero il solo. Era una ragazza che non stava mai con una sola persona alla volta.

ISOLINA (con apprensione). Allora è vero!

ROLANDO Almeno, era vero.

ISOLINA Lei sa, se tra i tanti... ci fu anche uno straniero, un americano? Un militare.

ROLANDO Non lo so questo particolare. Ma può darsi. Tutto può darsi con Bice. Non escluda niente.

VANNA Non si può proprio dire che fosse sdegnosa!

ROLANDO. Viveva alla giornata mirando al futuro. Eppure... (Si ferma soprapensiero) Bice: chi si rivede!

ISOLINA (rompendo l'atmosfera). Lei, signore, non ha dunque mai saputo di avere questo figlio?

ROLANDO. Veramente, Bice mi disse una volta che temeva di essere rimasta... Io le dissi di no, che non poteva essere. E che se anche fosse stato, probabilmente non ero solamente io il responsabile.

VANNA Che garbo, eh! Il Rolando della «prima maniera»!

ISOLINA (che non capisce). Come?

ROLANDO Vuol dire che a quel tempo ero molto diverso di adesso. Non ci badavo affatto a queste storie di ragazze. Passavo oltre come se fosse niente.

VANNA. Faceva il chilometro lanciato, allora! S'immagini!

ISOLINA. Lo so. Era considerato un campione d'automobile. Il bambino, comunque, è suo. Le assomiglia in modo... impressionante.

ROLANDO Lei lo ha visto?

ISOLINA. L'ho io. Adottato. Da cinque anni.

VANNA Com'è? (Isolina non risponde) Ha gli occhi di Rolando? La bocca?

ISOLINA. Forse un po' la bocca. I capelli...

VANNA (passando una mano sui pochi capelli ondulati di Rolando). I suoi capelli...

ISOLINA Ma è l'espressione del viso, lo sguardo... non tanto gli occhi. Non ha proprio nulla di... straniero. E’suo.

ROLANDO. Sarà. E allora?

VANNA Lei vorrebbe darlo al padre? O fare in modo che il padre gli assicuri un avvenire?

ISOLINA No, no, signora, per carità! Non vorrei essere fraintesa. Chiedo soltanto che anche il padre ‑ suo marito ‑ me lo affidi, semplicemente, come me lo ha già affidato la madre.

ROLANDO. Non ha detto che già lo tiene con sé?

ISOLINA Sí, ma vorrei un... esplicito consenso.

ROLANDO (condiscendente). Questo si. Si può fare. Si può studiare. Per me... (E si volge a Vanna).

VANNA (ironica). Non ti senti proprio per niente padre a quel che vedo! Non credi che sia tuo?

ROLANDO Sarà anche mio. Ma come faccio a   sentirmi  padre?

ISOLINA (interrompendo). Come vuole, signora, che si senta padre! Un bimbo mai visto. Non sapeva nemmeno...

VANNA (un po' polemica). D'accordo. Non parlo infatti di sentimenti: ma almeno cercar di sapere, desiderare di vederlo... Sai all'improvviso d'avere un figlio, e già ci rinunci senza nemmeno averlo visto.

ROLANDOTipiacerebbe di piú che aprissi un dramma di coscienza.

VANNA. Che c'entra il dramma di coscienza!

ROLANDOTu, invece, ti senti già pervasa da un fervore materno?

VANNA Spiritoso! Lascia stare il fervore materno ‑ perché poi materno, se non sono io la madre ‑ ma una curiosità, un interesse, io, si, lo sento! Lo trovi strano?

ROLANDO Strano o no: se lo senti! (Le si avvicina e le dice sottovoce) Però non hai voluto figli. Non vuoi figli. Eppure senti egualmente...

VANNA Non puoi capire. Sei un uomo. Altro è non volere un figlio, altro è non sentir nulla per un figlio che già c'è. Un abisso, per noi donne.

ROLANDO (cambiando improvvisamente, come infastidito). Certo non possiamo decidere adesso, cosí su due piedi.

ISOLINA Come vuole. A me bastava un semplice biglietto, due righe di consenso...

VANNA Meglio rivederci con calma, signora, meglio riparlarne.

ROLANDO (a Vanna). Adesso è proprio ora d'andare, sai!

VANNASipuò telefonare. Aspetteranno un po'. Mi pare piú interessante questa storia. (A Isolina) li bambino lo tiene lei, non Bice?

ISOLINAlo, io. L'ho preso da un orfanotrofio, a due anni. Poi ho cercato la madre.

VANNA Già. È sempre piú facile trovare una madre! Ma com'è riuscita, poi, a individuare il padre?

ROLANDO. Gliel'ha detto Bice. Non hai sentito?

ISOLINA No, il padre no: non me l'ha detto Bice. Il padre l'ho scoperto da sola.

VANNA (fiutando). Come, come?

ISOLINA Bice, anzi, non ha mai voluto confessare chi fosse il padre vero. Una volta soltanto mi confidò che ormai, per lei, non c'era piú speranza perché il padre di Abele era in procinto di sposarsi con una delle piú belle ragazze della città. C'è bellezza e soldi, mi disse quella volta.

ROLANDO Ah! Bice lo sapeva.

VANNA Ti aveva tenuto d'occhio.

ROLANDO (interessato). Ed era... dispiaciuta?

ISOLINA Dispiaciuta... Forse un po'. In quell'occasione mi parlò di un grande amore che c'era stato tra loro. Comunque era ormai rassegnata. Anche lei, in quel tempo, pensava a un matrimonio, e al modo migliore per concluderlo senza che niente trapelasse.

ROLANDO Bice s'è sposata?

ISOLINASi. (Guardando fisso Rolando) È ormai sposata... anche lei.

ROLANDO. Strano.

VANNA Trovi tutto strano, anche le cose piú naturali!

ROLANDO Eppure era una ragazza che non mi riusciva di pensare sposata... che non mi riesce nemmeno ora di immaginare sposata... (A Isolina) Perché non voleva dirle il mio nome?

ISOLINA Non so. Insistetti varie volte per saperlo, ma non me lo disse mai.

ROLANDO Manteneva i segreti. Rigorosamente. (Come ricordando) È vero.

VANNA Ha una certa classe, allora, da quel che sento!

ROLANDO E lei come ha fatto a trovarmi?

ISOLINA Oh! Se le dicessi che sono anni che io la seguo! Bice m'aveva detto qualcosa di lei...

ROLANDO. Si può sapere?

ISOLINA Che lei s'appassionava per le automobili, per esempio, me l'aveva già detto Bice.

ROLANDO. Difatti, la portavo spesso con me. Non conosceva che cosa fosse la paura! Acceleravo, acceleravo, ma lei continuava a sorridere.

VANNA (lievemente piccata). Quante belle qualità aveva questa ragazza! Sto per diventare curiosa!

ISOLINA Mi bastò quella traccia, vede...

ROLANDO. L'automobile?

ISOLINA SI, perché cercassi... In piú c'era il matrimonio con questa splendida ragazza a mettermi sulla buona strada. Insomma scoprii. Credetti, almeno, d'aver scoperto.

ROLANDO Non era del tutto certa.

ISOLINA No. E dovevo, invece, essere certa. Fu cosí che non vi persi di vista, fino al giorno del matrimonio. Vi siete sposati nella chiesa di San Gaetano. (Vanna e Rolando si guardano stupiti) Allora volli avere la prova che lei fosse veramente il padre. (Una sospensione) Le dico tutto, anche le cose per me meno lodevoli, perché si renda conto che non le nascondo niente: mandai una lettera a Bice annunciando il loro matrimonio. Una lettera...

VANNA Anonima.

ISOLINA Sí... non firmata. Poi cercai Bice. E la feci parlare, parlare, parlare... istradai il discorso sul padre, sul padre misterioso... e lei, senza avvedersene, si tradí. Seppi che avevo indovinato. Avevo trovato il padre di Abele.

ROLANDO Che donna pericolosa.

VANNA. Che « Intelligence Service », devi dire! Si crede di vivere inosservati... Mah! Noi, Rolando, facevamo di tutto per vivere isolati, tranquilli... per farci dimenticare,' e invece c'era qualcuno che ci seguiva, che ci spiava... che compilava, giorno per giorno, la nostra scheda personale... come dei pregiudicati, ci trattava!

ISOLINA Non s'arrabbi, signora...

VANNA. Non m'arrabbio affatto. Sono... sbalordita!

ISOLINA Capisco che non avrei dovuto dirle queste cose. Chissà come mi giudicheranno!

VANNA lo,benissimo!

ISOLINA (a Rolando). Ma lei?

ROLANDOlo... vorrei soltanto sapere il perché di questa sua fatica, di questa sua pena.

ISOLINA Perché? Perché amavo, ormai, Abele. E Abele non era mio figlio. Dovevo tener d'occhio chi poteva strapparmelo. I genitori: la madre... il padre... Conoscere i loro movimenti... lo sviluppo delle loro vite... per parare le eventuali sorprese... Difendo il mio amore! Non le pare giusto?

VANNA Giustissimo. Ma perché solamente adesso ‑ oggi ‑ e cosí all'improvviso, esce dall'ombra e si fa viva? Poteva farlo prima, in questi anni...

ISOLINA (una reticenza prima di rispondere). Perché solo oggi Abele è in pericolo, e ho bisogno del suo aiuto.

ROLANDO Mio? Che pericolo?

ISOLINA La madre.

VANNA Questa Bice?

ISOLINA Bice pretenderebbe la restituzione del figlio. Lei e il marito vogliono Abele. E io non «posso» darglielo. E non glielo darò se lei... se loro, mi aiutano. Ecco il punto. Lei, signora, mi crede un poliziotto... Oh! sono una povera donna, invece, che ama un figlio non suo che qualcuno tenta di strapparle. Ho bisogno di alleati. Ho bisogno di lei, del padre che me lo affidi legalmente. (Si toglie dalla borsetta il fazzoletto e si asciuga il naso). Ho già disturbato abbastanza. Mi scusino... Loro dovranno scappare... (Si alza: Anche Rolando si alza).

VANNA Ma non aveva detto che Bice le aveva promesso...?

ISOLINA Oh, se aveva! Oggi, invece, chiede il bambino. È il marito che la ricatta...

ROLANDO Chi é il marito?

ISOLINA Oh, un violento! Con lui non si può ragionare. Le parlerò poi di tutto... Chiedo ancora scusa... (Si avvia).

VANNA (resta seduta. Tira fuori una sigaretta; l'accende e comincia a fumare come se dovesse iniziare in quel momento la conversazione).

ISOLINA (rivolgendosi a Rolando, supplichevole). Di una grazia soltanto la prego. Non riceva nessuno... non parli con nessuno degli altri interessati... nel caso si facessero vivi. Li metta alla porta. E’... gentaglia! (Un breve silenzio) E... noi, quando ci rivediamo?

ROLANDOQuando... Anche domani. Vanna?

VANNA Mmm?

ROLANDO A che pensi? Non ti muovi? (A Isolina) Vuole che l'accompagni a casa? Tanto usciamo.

ISOLINA Grazie. Non occorre proprio... (E si avvia. Si sente trillare il campanello).

VANNA (alza la testa, soffia fuori il fumo). Chi sarà, adesso? (Si è fatto un silenzio teso. Isolina si allontana dalla porta a cui era quasi giunta, e rientra nel salotto. Un'altra pausa. Poi bussano. A Isolina) Che ha? Paura? Avanti.

LA CAMERIERA (entra). Bice Civirani chiede del signore.

VANNA C'è Bice! Benissimo! (La cameriera credendo d'aver ricevuto l'ordine di introdurre, si avvia) Aspetta, Lisa. (A Isolina) Avete fatto le corse, voi due: chi arrivava prima. Si capisce cosí bene.

ROLANDO Non si può riceverla adesso. Rimandiamo a domani!

VANNA. Come! Prima mi metti in curiosità, e poi ti ritiri.

ROLANDO (un po' fatuamente). Ma ci 'aspettano, Vanna!

VANNA Telefono che non andiamo. Ti annoiava tanto, prima. Adesso annoia me. Vediamola questa Bice.

ROLANDO Fa un po' come ti pare!

VANNA (alla cameriera). Mettila nel salottino d'anticamera e pregala d'attendere un momento, che siamo occupati. E chiudi le porte. (La cameriera annuisce ed esce) Vado a telefonare che non ci aspettino piú. (A Isolina) E lei non vada via. Non si muova di qui...

ISOLINA Non penseranno, spero, che io abbia paura di quella là! Vorrei solo evitare delle scenate, ecco.

VANNA (eccitata). Non si preoccupi... Un minuto... (Esce da una laterale).

ISOLINA (a Rolando). Sentirà, adesso, le bugie.

ROLANDO È diventata bugiarda?

ISOLINA. Diventata? È nata bugiarda! Gli uomini sono pessimi giudici delle bugie delle donne. Se ne accorgono solo alla fine quando non c'è piú rimedio. (Pausa. Sottovoce) Mi scusi: lei é stato veramente innamorato di Bice?

ROLANDO Non lo' so. Comunque me ne renderò conto subito, appena la vedrò.

ISOLINA (scrutandolo). Fa dell'ironia, o... ?

ROLANDO. Non faccio dell'ironia. Mi guardi, mi osservi dopo che Bice sarà entrata. Mi accorgo che una donna mi piace dal piacere che ho di parlarle.

ISOLINA E non ha timore di dirmelo? Potrei servirmi, e a mio vantaggio, di questa confidenza!

ROLANDO Faccia pure. Non le servirà, comunque, a mettere un freno a quel che potrei provare.

ISOLINA Ma adesso... é calmo?

ROLANDO. Oh, calmissimo. Vediamo quel che succede.

VANNA (da dentro). È fatto... (E rientra tenendo in mano il telefono a spina mobile. Lo depone su un mobiletto e si china a infilare la spina).

ROLANDO Che dicono?

VANNA. Fingono di disperarsi. Parlano di serata rovinata. Comunque é chiuso. Non ci aspettano piú. Lo metto qui... Può servire, e non dovremo muoverci. (Una pausa brevissima) Dunque! Rolando, mi piacerebbe sentirla da sola... con te, naturalmente, questa ragazza. (A Isolina) Lei può aspettare un momento di là?

(Isolina non annuisce nemmeno con l'espressione) Poi verrà il suo turno. (Isolina guarda Vanna e Rolando con un certo sospetto) Non vuole abbandonare il campo, eh! (Con una certa convenzionalità) Ha chiesto di Rolando, e non possiamo farle trovare degli estranei...  o addirittura un complotto. Dopo tutto mi sembra anche meglio sentire la a sua » versione. Eh, Rolando?

ROLANDO Forse sí.

VANNA.  (esortando Isolina ad allontanarsi). Si accomodi... di qua... (Isolina guarda Rolando, e segue l'indicazione di Vanna. Passa in un'altra stanza. Vanna chiude la porta) Faccio passare... (E fa per suonare il campanello e chiamare la cameriera).

ROLANDO Un minuto.

VANNA.  (si arresta. Agilmente torna a sedergli accanto, sul bracciolo della poltrona). Che hai? Sei seccato?

ROLANDO Io? Niente. Quasi niente. Tu piuttosto. Che vuol dire questo orgasmo che t'ha preso?

VANNA.  Mi piace quest'avventura improvvisa!

ROLANDO Ti piace soltanto? Non sarai mica gelosa?

VANNA.  Ah, ah! Sono curiosa da morire.

ROLANDO Di vederla?

VANNA.  Anche. Ma soprattutto di ascoltarla... di sapere da lei...

ROLANDO Volevo invece chiederti il favore di lasciarmela sbrogliare da solo questa faccenda.

VANNA.  Niente da fare, tesoro.

ROLANDO Probabilmente non parlerà se ci sei tu.

VANNA.  Avrò sempre tempo di andarmene e di lasciarvi soli. Le rievocazioni... (E ride acuto).

ROLANDO Credevo che tu fronteggiassi meglio gli imprevisti.

VANNA.  Hai ragione. E’ il primo, e mi sono eccitata. Scusa. (Va a sedersi in una poltrona, un po' in fondo, in penombra) Guarda. Sto qui buona, in un angolo, rannicchiata, zitta zitta..., non mi si vedrà nemmeno... Voi intanto parlate... Eh?

ROLANDO (improvvisamente annoiato). Ma si! Di' che entri. (Vanna suona) Considera che ero proprio un altro uomo allora.

VANNA.  Lo so bene! Mettevi al mondo dei figli! Basta questo! (La cameriera bussa). Sí. (La cameriera entra).

ROLANDO Fa' passare. (La cameriera esce) . ... E lei era una ragazza che si tingeva un po' di biondo... e non sapeva truccarsi... Vediamo di che colore sarà adesso.

VANNA.  (dal suo angolo, un po' in ombra). Eccola.

BICE (è tinta un po' di biondo e truccata male. Vede solamente Rolando e gli sorride). Rolando!

ROLANDO (senza lasciarle dire di piú, indica Vanna). Mia moglie.

BICE (ora ha visto anche Vanna, e con una prodigiosa rapidità si ricompone). Oh, non avevo visto. E’ cosí in ombra. Scusi.

VANNA Prego. Non vorrei disturbare.

ROLANDO (pronto, a Bice). Sa chi sei. L'ho già messa al corrente di noi. Tutto.

BICE (lievemente irritata). Ah, si! Che bravo!

ROLANDO Ci eravamo proprio persi di vistà. (La fissa con insistenza da quando è entrata) Sono anni... anni.

BICE (infastidita). Ma che ho? Che guardi? (Riprendendosi) Signora, mi scusi: posso dargli del tu a suo marito?

VANNA (leggera). Ma sicuro: del tu, del tu!

BICE E lei, per favore, si faccia vedere...

VANNA (alzandosi e venendo avanti). Può chiamarlo anche con il nome d'amore, se ne avevate inventato uno... ai vostri tempi.

BICE (fredda, un po' acre). Si, ne avevamo uno, ma non l'userò, adesso. E’ tutto passato. (Un silenzio).

VANNA (senza muoversi, ma con una voce insolita). Perché non vi sposaste?

ROLANDO Non ci pensammo mai a sposarci, credo.

VANNA. È vero'

ROLANDOIo,mai.

BICEIo lo sperai... per un po'.

ROLANDO Non me lo dicesti.

BICE No. Non te lo dissi. Sparisti. Si può dire che non ebbi nemmeno il tempo di dirtelo.

VANNA. Oh, se avesse proprio voluto, credo che se lo sarebbe sposato! Crede sia stato lui che m'ha cercata? Oh! Sono stata io. Lui... ha subito. Dica che non ha voluto sposarlo! Altrimenti...

BICE (infastidita). Ma che conta, poi, sposarsi!

VANNA.  (lievemente sconcertata guardando l'anello di Bice). Lei é sposata.

BICE Ero. (E fa girare nervosamente, col pollice, l'anello da sposa).

ROLANDO. Come < ero».

BICE Ero. Ci si unisce, e ci si stacca. E’ come non fossi piú sposata, adesso.

ROLANDO (a Vanna). Che ti dicevo? (A Bice) Non sembri sposata. Non sei sposata. E quel che è piú incredibile, non sei cambiata affatto.

BICETu si. Tanto.

VANNA. Non corre piú adesso. Adesso l'automobile la guido io. E non inganna piú le ragazze. .

BICE Non ha mai ingannato le ragazze. Le abbandonava. Questo sí... ma non le ingannava.

VANNA (mordendosi le labbra). Già. E’ un'altra cosa.

ROLANDO (a Bice). Che vuoi?

BICE (una sospensione. Li guarda tutt'e due). Non lo sai? Non lo sapete? Non siete stati già avvertiti? (Rolando fa una smorfia con la faccia).

VANNA (pronta, fredda). E di che? C'è anche l'indovinello? (Silenzio).

BICE (a Rolando). Lo sapevi d'avere un bambino.

ROLANDO Me lo dicesti tu. Ma... era proprio mio?

BICESi.

ROLANDO Giura.

BICELo giuro. Tuo. I figli li ho solo con gli uomini a cui voglio bene.

VANNA Quanti ne ha avuti?

BICEQuello.

ROLANDO (piú sottovoce, ripete la domanda di prima). Ma che vuoi?

BICE (riprendendo). Quel figlio...

VANNA Come si chiama?

BICE (dopo una reticenza). Abele.

ROLANDO Abele...

BICE Quel figlio non l'ho io. L'ha un'altra donna. Glielo affidai allora... con la promessa ‑ in giuramento ‑ che me lo avrebbe reso ai sei anni. Oggi ne ha sette. Ora quella signora...

VANNA. Si oppone? Solita storia.

BICE No. La signora non si oppone. Anzi! Ma è... impedita...

VANNA Da che?

BICE Dal prete.

ROLANDOE perché?

BICE A causa di mio marito, di quello che fu mio marito...

ROLANDO Spiegati.

BICE.E’ unuomo violento, e ha certe idee... Ci si separò anche per questo. Il prete teme che Abele, tornando con me, possa in qualche modo cadere sotto l'influenza di Libero, di mio marito...

ROLANDO Ma se siete separati!

BICE.Siamo separati, cosí... Niente di legale, però. Potrebbe riapparire da un momento all'altro. Di tanto in tanto, anzi, si fa vivo. Anche oggi... Il prete è preoccupato... E consiglia la signora a non mantenere il patto... a non rendermi Abele... Perché quella signora è pia, molto religiosa, di quelle che si fanno un caso di coscienza; Tanto che lei vorrebbe restituirmi il figlio.

VANNA Ah, lei vorrebbe?

BICE.Si che vorrebbe, ma chiede almeno una garanzia... Quella del padre vero... Perché nel caso che mio marito pretendesse... (A Rolando) Tu puoi sempre dire: no! Il bambino é mio! Non toccatelo! Lasciate fare alla madre... non immischiatevi!...

ROLANDO E che dovrei fare, allora, secondo te?

BICE.Riconoscerlo. Legalmente. E affidarlo a me.

VANNA. Che imbroglio!

BICE.. Non mi sono spiegata, forse?

VANNA. Benissimo. E a quest'ora si viene a chiedere il riconoscimento d'un figlio?

BICE..  (commediante). Ohi C'è stata una scenata, sapesse!

ROLANDO Scenata?

BICE Con mio marito. S'è presentato a casa... all'improvviso... Voleva che ritornassimo insieme... Io ho detto di no... Allora se 1'è presa col bambino... sapendo di farmi dispiacere... E’ andato anche da quella signora, a minacciare... È gente tanto per bene, e hanno avuto paura... Sono corsa qui a quest'ora... per trovare una soluzione urgente. Non avevo altra strada!

VANNA (si alza bruscamente). Permesso...

ROLANDO (chiamandola, leggermente allarmato). Vanna.

VANNA Eh?

ROLANDO Vanna, dove vai?

VANNA Torno subito, sta' tranquillo. Mi piace troppo conoscere la verità! (E si allontana) Torno... torno... (Entra nella camera dov'è Isolina).

BICE (andando verso Rolando, sottovoce). Che c'è, Rolando? Tu almeno sei dalla mia parte?

ROLANDO Hai detto la verità?

BICE Certo. Dico sempre la verità, io.

ROLANDO Ma Vanna non ti crede. L'ho capito.

BICE Credo che mi odi addirittura. Anch'io, d'altronde, odio lei.

ROLANDO Che t'ha fatto?

BICE (un po' selvaggiamente). T'ha sposato. Non ti pare che basti?

ROLANDO Che conta sposarsi, l'hai detto anche tu un momento fa. (Bice lo guarda, poi gli va vicino e fa per avvolgergli un braccio al collo. Rolando le prende il polso e glielo tiene sospeso) No. Che c'entra. Non serve piú. Non ripetiamo i vecchi gesti.

BICE. Ti darei uno schiaffo! (E svìncola la mano).

ROLANDO Siamo qui per parlare d'un figlio, non di noi. (Bice lo guarda senza espressione) Vorrei solo sapere perché non mi cercasti quando ti diedi l'addio.

BICE Perché ero certa che non mi avresti sposata. E allora perché cercarti! Avevo già il bambino addosso. Avevo bisogno d'un marito, non di te. E mi ci volle un bel po' di tempo e una certa fatica, devo dire. Non credevo si dovesse faticar tanto per farsi sposare. E tu intanto t'eri involato.

ROLANDO Rischiai d'ammazzarmi.

BICE Si, ammazzarti! Per amore!

ROLANDOSulserio. Fui tra la vita e la morte.

BICE Ma lo so, lo so! Credi che non lo sappia! In automobile. Per la smania di correre. E lei ti fece da infermiera. C'era anche sui giornali.

ROLANDOMi fu molto vicina. È molto cara, sai.

BICELosaprai tu, questo. Sei innamorato?

ROLANDO (serio). Quante cose vuoi sapere.

BICE Già, non si può sapere. Io, te, Abele: pensa come sarebbe stato bello. Siamo stati dei pazzi tutt'e due!

ROLANDO Credi proprio che per me l'amore sia la cosa piú importante? Ho altri pensieri.

BICE Rolando! Rolando, ma che t'hanno fatto? Una volta prendevi, lasciavi... imbrogliavi e poi ti facevi perdonare, ma ti muovevi! Che t'hanno fatto, adesso, che non sei piú tu! T'avranno stregato! Rolando, non ti ricordi com'eri prima?

ROLANDO Faccio un po' fatica a ricordarmi. Sono come rimasto da un'altra parte, e non riesco, per quanti sforzi faccia, a ritornare di qua... dalla vostra parte. (Fuori si sentono le voci di Isolina e di Vanna che disputano).

ISOLINA. Mi lasci entrare, signora... la prego...

VANNA.Non ora... aspetti...

ISOLINA Deve ripeterle in faccia a me quelle bugie... mi lasci entrare...

BICE (che capisce). Rolando! (Si spalanca fa porta e irrompe Isolina appena trattenuta da Vanna).

ISOLINA (a Bice). Ci sono anch'io, sai! Ti ho preceduta, stavolta. Sei arrivata troppo tardi. Non credevi che conoscessi... il padre? Non lo credevi!

ROLANDO.Che scene!

ISOLINA Gliel'avevo pur detto! Li metta alla porta, é gentaglia!

VANNA.Dopo tutto era un incontro necessario. Assisteremo al confronto e sapremo la verità.

ISOLINA. Non sarà allegro, signora.

BICE Rolando, perché mi.., tradivi?

ROLANDO.. Non ti tradivo. Ognuno ha da dire la propria verità.

VANNA.. O la propria menzogna.

ROLANDO.È lo stesso. Dovevo conoscere quale era la tua, Bice. L'altra l'avevamo già ascoltata.

VANNA.. Ora parlerete insieme: una di fronte all'altra.

BICE (con una certa verità). V'ho detto tante bugie. Lo riconosco. Scusatemi.

ISOLINA. Tutte, tutte bugie: il marito, la separazione, il prete, il mio giuramento... tutte bugie hai raccontato! (Rolando non risponde).

VANNA E sarebbe questa la strana ragazza... la strana regina?

BICE Chi ha detto regina?

ROLANDO (annoiato). Io, prima, con loro. Avevo detto regina.

BICE Di me?

ROLANDO. Di te, di te.

VANNA T'eri sbagliato, Rolando. (Rolando va a passeggiare in fondo alla stanza) Allora! Vorremmo almeno conoscere la verità dei fatti. Mettetevi d'accordo.

BICE (indicando Isolina). L'avrà già raccontata lei la verità.

ISOLINA. Io si. Ma tu quando ti deciderai a sputare la verità?

BICE Sputare la verità, io! Oh! La verità é come i segreti: non si può pretendere o strappare. Si confida agli amici. E voi, voi due, non mi siete amiche.

VANNA Rolando, a te che ha detto? La verità? Tu le sarai amico.

BICE (a Vanna). Ma lei che c'entra? Perché si agita tanto? Che può importarle la verità o no in questa faccenda? Lei é fuori. Lei non ha niente di suo in gioco. Noi sí, invece!

ISOLINA (a Vanna). Non può assistere al nostro dramma come assisterebbe a uno spettacolo. Lei... mi scusi, si diverte troppo, mi pare. Le chiediamo almeno un po' di rispetto.

VANNA (alludendo a Bice). Anche le sue bugie dovrei rispettare?

ROLANDO. Forse si. Sarebbe meglio.

VANNA Ma sentitelo!

ROLANDO Si, perché sono bugie che hanno, dopo tutto, uno scopo serio.

VANNA Bugie diplomatiche! (E ride).

ISOLINA Qui è tutto terribilmente serio, se ne renda conto, signora!

VANNA E se vi dicessi invece che mi fa un po' ridere questa situazione! Voi tre, siete voi tre, che mi fate ridere! C'è solo quel povero bambino che mi fa pena. Non lo conosco, ma mi fa pena. Lui non sospetterà niente, immagino, dei vostri maneggi... delle vostre complicazioni. Qui, si sta vendendo la pelle dell'orso... Oh!

ROLANDO Èvero, questo che dice Vanna. Ci contendiamo un figlio che solamente lei (indica Isolina) conosce. Noi, non so se tu .... (a Bice) ma io... proprio niente.

BICE Neanch'io. L'ho visto una volta appena, di sfuggita.

ISOLINA Colpa di chi? Colpa tua: non hai mai chiesto di rivederlo!

Rolando. Almeno vederlo, guardarlo negli occhi. Si potrà?

ISOLINA Si può. Quando vuole. Ma che cosa cambierebbe? Forse lei si comporterebbe in modo diverso a seconda che lo troverà bello o brutto, biondo o bruno? Non mi dirà questo! Non sarebbe serio...

VANNA. Non sarà serio, ma sono impressioni che contano. Per me, almeno.

ROLANDO. Non glielo so spiegare il perché, ma sento, adesso, che devo conoscerlo questo bambino per poter continuare questa disputa, questa contesa. Vediamolo. (Isolina rimane perplessa).

VANNA.. Ha detto che lo tiene con sé?

ISOLINA (cercando di guadagnar tempo). Veramente...

BICE SI, l'ha con sé. L'aveva con sé poche ore fa.

VANNA. Dov'è adesso?

ISOLINA In casa, con mio marito. Mi aspettano.

VANNA Suo marito potrebbe portarlo qui.

ISOLINA (con apprensione). Qui? Adesso?

VANNA. Che c'è di male? (Isolina si guarda attorno come fosse circondata da nemici). Di che ha paura?

ISOLINA Di noi. Di « noi » ! Di tutti noi. Anche di me.

VANNA. Noi le facciamo paura? Oh!

BICE Non le dia retta. Ci vuol altro per far paura a lei! Le conviene far la vittima, adesso. Ecco.

VANNA. Rolando: parla tu. Non star sempre zitto. Non essere assente!

Rolando. L'ho già detto. Vorrei vedere Abele.

ISOLINA Vederlo da solo.

Bice. E perché da solo? Voglio vederlo anch'io.

Vanna. Ma che ha questo bambino? Qualcosa che non si può vedere?

ISOLINA. No, niente. (Un tempo) Temo soltanto che noi non lo sapremo guardare. (Poi prende la decisione) Comunque! Volete vederlo... qui?

Vanna. È meglio, se non la disturba troppo.

Isolina (va decisamente al telefono, forma un numero). Pronto. Géni, sono io. No, no, non m'è successo niente... Senti: potresti raggiungermi con Abele?... Adesso, subito. (Un tempo) Ah, aspetta, che sento... (Stacca il ricevitore dall'orecchio) Dorme... S'è addormentato da poco...

Vanna (facendo una piccola, ma crudele violenza). Non può svegliarlo?

Isolina. Dovrà vestirlo... Dice che fa freddo, fuori...

Rolando. Ha sette anni? Io a sette anni...

Bice. Non cerchi scuse. Lo faccia portare qui.

Isolina (con un sospiro, riaccostando il ricevitore all'orecchio). Pronto... Non importa, Géni... Sveglialo pure e vestilo... Il cappotto, mi raccomando... Sí... No, no, è nell'armadio grande, a destra... lo trovi... Ma niente, ti dico che non succede niente... È il .padre che desidera vederlo... È naturale... Subito, subito... certo.., Prendi un taxi... Ma no, un taxi!... Viale dell'Olmata, 75... Settantacinque, quarto piano... Rolando Ranieri... Non aspettare l'ascensore, è guasto... Si, che tu salga direttamente, voglio dire. Va bene. Ciao. (Depone il ricevitore) Soddisfatti? (Tutti restano silenziosi, disposti qua e là per la stanza, lontani da Isolina che viene lentamente verso il centro della scena) Però stiamo attenti a come parliamo in faccia a lui... S'è già spaventato una volta, a casa... Che non sia peggio, qui. Ve ne supplico. (Suonano all'ingresso).

Vanna. Non sarà certo il bimbo, nemmeno se avesse volato! (Avviandosi lei ad aprire) Chi sarà? (Ed esce).

Rolando. Questo figlio è... scoppiato nel bel mezzo della nostra « inutile vita ». Proprio come penso debba scoppiare la nuova guerra. Della gente che conduce una inutile vita nelle città, e di notte,all'improvviso, nel silenzio, scende dall'alto una bomba, magari una bomba atomica. E chi riesce a svegliarsi è già in piena guerra. Senza preparazione, voglio dire, senza aver avuto il tempo di entrarci a poco a poco. Qui siamo entrati in guerra allo stesso modo...

Isolina. Perché dice senza preparazione?

Rolando. Se penso che un'ora fa, stavo vestendomi  “ cosí “ per uscire!

Isolina. Che c'entra! E quel che ci eravamo lasciati alle spalle, per anni e anni, fingendo o credendo che non ci appartenesse piú... o che fosse già sistemato altrove... e noi non dovessimo, per fortuna, occuparcene piú, tutto questo non lo considera? Ed era, invece, proprio qualcosa di «nostro»: di suo, di suo, di mio (indicando Rolando, Bice, se stessa) qualcosa di vivente, che era nato da noi, che cresceva con noi, un figlio nientemeno! Un figlio ripudiato, o dimenticato. Sono responsabilità. Sono colpe gravi. Per questo si è... in guerra.

Bice. Meglio la guerra che una «inutile vita», come dice lui.

Isolina (mordace). Già, con i soldati d'occupazione che tengono allegri.

Bice (sfrontata). E perché no! Non sono anche loro figli di mamma? (Si spalanca la porta, e nel vano si fermano Vanna e Libero).

Vanna (indicando Bice). È lei?

Libero. Sí. È lei. (E fa per venire avanti).

Bice (intimorita). Non lo faccia entrare! È mio marito!

Libero (entra, e dice con passione). Ma no... Non aver paura, Bice... Sta' buona... Non ti faccio niente...

Bice (continuando a ritirarsi'). Fermati li. Non venire avanti. Che ti conosco come fai: capace di battermi anche in faccia alla gente.

Vanna (ostentando di non tenere in alcun conto i timori di Bice).

Si accomodi. Si accomodi pure. È casa nostra.

Libero (entra lentamente nella stanza. A Bice). Che sei venuta a fare, qui?

Bice (netta). A trovare il padre del mio bambino. (Getta un'occhiata a Rolando) Tu piuttosto come hai fatto a scovarmi? (A Isolina) Gliel'ha fatto sapere lei, mentre stava nascosta di là? O suo marito? Ho visto che i due vanno d'accordo.

Libero. Ti ho seguita da quando sei uscita dalla casa del professore. Ecco come ho fatto.

Bice. Ah, ti sei messo anche a spiare!


Vanna. Allora aspettava da un pezzo!

Libero. Sí,da un pezzo. Aspettavo che scendesse. Non sapevo «chi» abitava qui. Ho pensato a un avvocato, a qualcuno che ti potesse consigliare per la questione di Abele. Poi d'un tratto m'è passato per la testa l'idea che tu fossi venuta a cercare proprio il padre.

Vanna. Allora è salito.

Libero. No. Allora, sono entrato nell'atrio e mi son fermato vicino alle scale... in attesa... dello sparo. (Si è fatto un gran silenzio).

Isolina. Dello sparo? Perché?

Vanna (a Libero alludendo a Bice). Perché? E’ armata?

Bice (un istante di tensione, poi scoppia in una risata un po' isterica). Armata! Avete paura che sia armata! Ah! Ah! Avete paura tutti! Ma che armata! Che armata! (A Libero) E a te che ti salta in testa, esaltato che non sei altro.

Rolando. Uccide il seduttore sette anni dopo.

Bice. Mi vedeva già sui giornali, lui! (Indica Libero).

Libero. SI, ho sperato per un momento che ti saresti vendicata, che avresti fatto giustizia. L'avresti ammazzato, e si sarebbe saputo anche sui giornali. Non è mai troppo tardi per mettere le cose a posto...

Bice (sempre col solito riso isterico). Ma si, ma si, lava l'onore macchiato... Ah! Ah!

Libero. Se l'avessi fatto, che altra donna saresti, adesso, ai miei occhi! (Bice non ride pizî. Lo fissa seria) Ti avrei aiutata a scappare. Ti avrei difesa. Non so neanch'io quel che avrei fatto! Ti avrei perdonato tutto. Ti avevo già perdonato tutto in quei minuti di attesa... (Un silenzio) Niente. Non è successo niente. Idee della mia testa balzana...

Isolina. Sempre delusioni, da un po' di tempo.

Bice. Perché allora sei salito?

Libero. Per trovarti. Sapere dov'eri. Con chi. Che facevi. Ho suonato a tre o quattro porte, su per le scale...

Vanna. S'è presentato chiedendo: « È qui Bice? ».

Bice. E non son pazzie? Stravaganze? E adesso che m'hai trovato, che vuoi?

Libero (fissando Rolando). Guardarlo bene in faccia quel signore li, e non scordarmelo piú fino al giorno in cui faremo piazza pulita di tutta la gente come lui.

Isolina. E ha anche il coraggio di parlare, di minacciare! Ha il coraggio di difenderla ancora! (Indicando Bice) A casa nostra, la voleva strozzare, un'ora fa! Abbiamo dovuto difenderla noi... L'aveva scacciata, non voleva vederla mai piú! E adesso qui a minacciare, e a implorare...

Libero. Implorare chi?

Isolina. Lei, lei! Non certo noi. Per lui i colpevoli siamo noi, tutti noi, tutti! Tranne lei, la madre snaturata! Perché lei è scusata, è da capire, da perdonare... da perdonare! Accecato! Un uomo cosí... forte, orgoglioso: completamente accecato. Capace di commettere qualunque azione! Lo mandi fuori!

Rolando. Perché fuori? Perché vuol far piazza pulita di gente come me? Oh! (Si alza, Va lentamente verso Libero che si irrigidisce un po' e si scurisce in volto) Mi guardi pure... Mi guardi bene...

Vanna (un po' preoccupata). Che fai, Rolando? Lascia stare...

Bice. Rolando, non metterti con quello IL.

Isolina. Capace di tutto, sa!

Rolando (continuando ad avanzare). Ma che vi prende! Siete tutti matti stasera? Credo che, in fondo, lui abbia ragione. (Vicinissimo a Libero). È tanto tempo, vede, che aspettiamo qualcuno che si decida e ci faccia fuori. Sul serio, sa. Non scherzo affatto. Sul serio. (Intenso) Ma dovete far presto. Presto. Perché se aspettate ancora un po' ed entrando in una casa come questa fate tanto di mettervi a sedere in una di quelle poltrone, correte il rischio di non alzarvi piú, di entrare nel nostro gioco di chiacchiere inutili, correte il rischio di farvi passare la voglia. Fate presto, mi raccomando. E non mettetevi a sedere.

Libero (sconcertato, sentendosi fuori posto). Stia tranquillo che me ne vado. Andiamo Bice.

Bice. Dovrei venire con te? Adesso? E dove? A casa?

Libero. Perché, hai paura?

Bice (lusingandolo). Altro che paura! T'ho mentito tante volte perché non trovavo mai il coraggio di dirti la verità. Fai paura!

Libero. Ma se son venuto a cercarti fin qui, io! Se mi sono umiliato a venirti dietro per poterti dire: andiamocene ancora insieme, mettiamoci una pietra sopra...

Bice (tastando il terreno). E Abele?

Libero. Abele... (Credendo di farle cosa gradita) Non insisto piú per riaverlo. In fondo lo facevo per te, era una creatura tua che volevo proteggere io. Ma ci rinuncio: lasciamolo dove sta, che forse sta bene. Mi basti tu, cosí come sei... con tutto quello che ho saputo. Non importa! Sempre meglio la verità... Andiamocene, Bice.

Bice. Come son fatti gli uomini! Mi ha obbligato a mentirgli per anni, perché guai se gli avessi detto quello che ero, quello che. avevo fatto. Guai! Volete che siamo diverse da quel che siamo. Lo volete voi. Preferite che vi si inganni. Poi, un bel giorno, la verità salta fuori. Succede il finimondo... decidi di risolvere in altro modo la tua vita perché pensi che tutto sia finito con la vita di prima, ed ecco che saltan su a dirti: « Ti amo lo stesso, cosí come sei, restiamo insieme come prima... come se non fosse accaduto mente!». No. Non é possibile. Non ne abbiamo piú voglia di ricominciare « come» prima. È successo troppo... dramma. Ci avete spinto fin dentro la verità, noi, che siamo bugiarde; siete riusciti a smascherarci, ci avete costrette ad essere per una volta sincere, la verità! la verità! e al momento buono ci dite: mettiamoci una pietra sopra! E allora? Il perché di tanto scompiglio? No, no, non ne ho piú voglia di tornare come prima. Non mi posso piú ritirare a metà. Come si fa ad arrendersi prima di sapere chi vincerà?

Libero (che comincia a non capire). E che vorresti fare, allora?

Bice. Voglio Abele. Voglio qualcosa che non avevo prima, a cui prima avevo dovuto rinunziare. Lo voglio « io » , adesso. Tu, lo capisco, puoi rinunciarci. lo no. Non posso piú, « adesso». (A Libero) Ti arrendi, o mi aiuti?

Libero. Che domande! Per me non conta piú la ragione o il torto. Conti tu, lo sai! Ma che facciamo qui?

Bìce. Abele sta per arrivare. Lo porta qui il professore. Rolando lo vuol vedere.

Libero (a Rolando). La invidio. Fossi io al suo posto. Scoprire un figlio! Non é mio, eppure già mi sentivo attaccato ad Abele.

Isolina. Anche troppo.

Libero. Questione di sentimento, signora mia.

Vanna. Lui, invece, che pare sia il padre vero, non sente affatto il richiamo del sangue.

Rolando (lievemente irritato) È colpa mia se non lo sento? Vorreste che fingessi, che facessi la commedia del padre pentito, straziato? (Ha un movimento improvviso; va verso Bice, e le dice concitatamente, persuasivo) Senti, Bice: io direi di lasciarlo dov'è. Non l'avremo né tu né io, che siamo i soli che potrebbero pretenderlo. In fondo l'abbiamo abbandonato tutt'e due per egoismo. Mi pare che una punizione ci voglia. Lasciamolo dov'è. Non insistere, Bice.

Isolina (fervida). In lei parla la voce della giustizia, della saggrezza...

Bice (si ribella). No, no!

Vanna. Si sbaglia, signora. Non è la saggezza. Dica piuttosto che è la paura.

Rolando. Paura di che?

Vanna. Paura... Paura anche di vederlo.

Rolando. Se ho detto io: portiamolo qui.

Vanna. L'hai detto, ma sei già pentito. Ti conosco, Rolando. Temi già di poterti attaccare a lui, ad Abele, al figlio. A qualcosa che ti potrebbe costringere ad amare, a sacrificarti, a cambiar vita. E non vuoi. Hai paura. Tu hai paura di amare, Rolando. Con lei, forse, è stato lo stesso, una volta. E con me... beh, lasciamo andare! E con Abele, adesso, già cominci a provare un desiderio di fuga... Sí, di fuga.

Rolando. Paura di amare... Forse potresti anche aver ragione! Chi lo sa! Paura dei gesti a cui può indurmi l'amore... forse. Gesti incontrollati, estremi... (Con una sotterranea minaccia) Vanna, non credi sia... pericoloso spingermi ad amare, come dici tu? Tu l'immagini quel che potrebbe accadere?

Vanna. Qualunque cosa accada, è sempre preferibile a questa apatia!

Isolina. In sostanza lei eccita suo marito contro di me.

Vanna. Non contro di lei, ma verso suo figlio.

Isolina. E con che risultato? Che finora eravamo in due a contenderci Abele e d'ora in poi saremo forse in tre.

Vanna. Lei pensa solamente a chi resterà Abele. Invece io alludevo ai sentimenti. Qualcosa di piú profondo, come vede! Ognuno di noi, qui, reclama Abele per dei sentimenti diversi. Loro (indicando Bice e Rolando) possono dire: ci muove la voce del sangue.

Rolando (protestando). Già t'ho detto che non è vero!

Vanna (sopravanzandolo). Anche tu, sta buono: voce del sangue! Voce repressa, soffocata, che magari si tramuta in timore, ma è sempre voce del sangue. Lei (Isolina) insorge spinta dalla voce del cuore.

Isolina. Del cuore? È piú, piú che la voce del cuore!

Vanna. Piú?

Isolina. Piú, sí, enormemente di piú.Loro, tutti, non possono forse capire. Bisogna provare... Ma io son qua a difendere non quel che ho partorito, ma quel che ho modellato, quel che ho plasmato in un certo modo. Una gentilezza d'animo, una sensibilità che gli ho istillato giorno per giorno, gesto per gesto... quello che gli ho insegnato a sua insaputa, i colori, il cielo, il coraggio... vi rendete conto... un Dio, il mio Dio, che ha imparato a sentire, direi a vedere... difendo certi pianti e certi sorrisi che io ho provocato, che io ho consolato... difendo il crescere di una vita, la speranza d'una vita... vita che è mia più che se l'avessi generata io, più, più! Il mio, perdonatemi, è un amore piú puro di quello di una madre... È piú che la voce del cuore, è piú che la voce del sangue...

Libero (d'impeto). Io la capisco, signora!

Isolina. Mi capisce, ma mi si è messo contro!

Libero. Contro, si, ma sul suo stesso piano.

Vanna. Ho detto a voce del cuore », e volevo comprendere tutto quello che intende lei. Ma io, noi (indica sé e Libero) in nome di che parliamo, per quale sentimento ci agitiamo? Non voce del sangue, non del cuore, non l'abbiamo nemmeno visto, il bambino...

Libero. Io sí.

Vanna. Lei sí, va bene. Ma io? Qual'è il sentimento che mi spingerebbe a dire: prendiamolo noi, lo voglio anch'io?!

Isolina. È gelosia, signora, gelosia!

Vanna. Gelosia?

Isolina. Sí! Voglia di contenderlo a Bice, alla madre vera... Gelosia... gelosia...

Vanna (ribellandosi). Non è vero! Non è gelosia! Almeno non è soltanto gelosia! Me lo dovete concedere!

Isolina. Ammettiamo. Ma che cosa vuol concludere?

Vanna. Che Abele è di tutti, può considerarsi di tutti noi.Dal momento che tutti lo vogliono, chi per una ragione, chi per un'altra vorrà dire che tutti lo amiamo, di piú, di meno, ognuno a modo suo...

Bice. Ma di tutti non può essere!

Isolina. A tutti non può restare! Sarebbe mostruoso!

Vanna. Perché? In un caso normale, forse, sarebbe mostruoso, ma nel nostro no. Qui c'è una madre vera che non ha mai fatto la madre, e da madre, invece ha fatto un'altra che madre non è; c'è un padre che non ha mai saputo di questo figlio, e quando l'ha saputo ha continuato a non volerne sapere poiché, dice lui, non si sente il dovere e di potere fare il padre. E noi, io, il signore, forse anche suo marito (indicando se stessa, Libero, Isolina) noi che non siamo né padri né madri, noi ci arrabattiamo egualmente attorno a questo figlio come se fosse veramente un po' nostro: ce lo sentiamo già vicino, lo vorremmo trattenere, lo aspettiamo con ansia: tarda, tarda a giungere... È veramente un figlio straordinario questo Abele! Pensiamoci! Sembra il figlio di tanta gente! Un parto eccezionale. È cosí. Inutile negarlo. Il mio sembra solo un ragionamento fatto col cervello ed invece è proprio la realtà. E allora? Come si risolve questo imbroglio? Ora io dico che se noi sapessimo essere... essere... (Cerca la parola).

Isolina (fremente). Essere? Dica, dica!

Vanna. Volevo dire: «essere buoni», ma mi fa un po' ridere questa parola.

Libero. Perché ridere?

Vanna. A lei no? Buoni, cattivi: parole passate di moda, non si usano piú, forse ancora nelle prediche, ma adesso non riesco a trovarne un'altra, scusatemi. Dicevo: se noi riuscissimo ad essere «buoni > , Abele potrebbe davvero diventare il figlio di tutti, il figlio di noi tutti.

Isolina (insorgendo). Parole sprecate, signora!

Bice. Dico di no con le viscere, io! Dico di no!

Isolina. Non sente che è mostruoso solo a pensarci? Contro natura!

Bice. Mi fa piacere che lo dica lei! (Rivolgendosi a Isolina) Un padre e una madre ci vogliono per il bambino. E aggiungo: (getta un'occhiata a Rolando) ci vogliono il padre e la madre veri. Il figlio è soltanto loro. Tocca soltanto a loro.

Isolina. Che discorsi! Sarebbe naturalmente toccato a loro. Se non l'avessero ripudiato.

Vanna (intervenendo). Lasciamo stare < ripudiato » , non rifacciamo la storia. Acqua passata. Guardiamo alla situazione di oggi, cosí com'è. Il padre e la madre veri ci sono, ma sono divisi, separati...

Isolina. Divisi e separati per sempre!

Bice. Perché per sempre?

Isolina. E chiedi perché? Non si può ragionare! Qui si chiacchiera, si sogna, non si ragiona, si sogna, si vaneggia! E invece occorre prendere delle decisioni concrete. (La porta si è dischiusa lentamente spinta dalla cameriera ed è comparso Eugenio con Abele in braccio, addormentato) Abele!

Eugenio. Ssst! (Sottovoce) Mi si è addormentato in taxi... Scusino... (Viene avanti) Permesso...

Vanna (andandogli incontro e indicando una poltrona). Lo metta qui... Piano, che non si svegli...

Isolina (sibilato).. Ma che cosa gli hai messo! Ti avevo detto il cappotto, non questa roba qui...

Eugenio. Non ho trovato altro nell'armadio... (E depone Abele sulla poltrona).

Rolando. Scusi se l'abbiamo disturbato. Sono stato io ad insistere perché venisse.

Eugenio. Oh, niente. S'è levata una brutta aria. Temevo che prendesse freddo... (Sorride a Rolando che ha già distolto gli occhi da lui e fissa Abele addormentato).

Isolina (accennando con lo sguardo a Rolando, dice piano a Eugenio). E' il padre. (Bice si è avvicinata ad Abele, e per vederlo meglio, si china, quasi si inginocchia davanti alla poltrona. Appena Bice s'è mossa, anche Isolina ha lasciato Eugenio e, girando attorno alla poltrona, s'è andata a mettere dietro ad Abele come un angelo custode. Rolando sembra assorto, immobile nella contemplazione del figlio. Dal momento in cui Abele addormentato è stato deposto, i movimenti, i gesti, i toni di voce dei vari personaggi intorno alla poltrona dove giace il bambino, dovrebbero avere, indicativamente, qualcosa dei sacerdoti che officiano all'altare. Le parole aspre, cattive dovrebbero essere dette sottovoce, un po' sibilate con lenti movimenti del capo e delle braccia quasi che quel testimone addormentato, udendole, potesse svegliarsi e rimproverarli).

Vanna (vedendosi passare accanto Isolina, indicando Bice, china).

Non facciamo troppa commedia!

Isolina (tra i denti senza fermarsi, girando attorno alla poltrona).

Anni senza vederlo, senza curarsi di lui, e adesso, guardi un po'!

(Scuote la testa).

Eugenio (è rimasto in mezzo alla stanza con le spalle rivolte al pubblico; si piega leggermente verso Libero e gli chiede). Ma che é successo?

Libero. Tanto e niente. Si può dire che siamo sempre al punto di prima.

Eugenio. Ma bisognerà concludere! (Rivolgendosi anche agli altri) Vedo che ci siamo tutti. E' un raduno di famiglia, anzi un vero e proprio consiglio di famiglia. Meno male. Approfittiamone. Credete che arriveremo a una conclusione, stasera?

Isolina. Geni, non cominciare tu, adesso, te ne prego. Sta' zitto.

Eugenio. Mi scuso: sono qui in casa d'altri, un ospite, ma mi permetto di insistere, visto che ci siamo tutti. Dobbiamo concluderla questa... triste vicenda. E presto. Tra noi. Senza mettere di mezzo altra gente. In famiglia. Intanto che il bambino dorme, direi. (Tutti lo guardano ‑ tranne Rolando che non si scompone ‑ con una certa sorpresa). Eh, si: i signori desideravano vederlo. Legittimo desiderio. L'avete visto: (Una sospensione) Quando il padre e la madre... e la signora (a Vanna) avranno terminato di guardarlo, sarà forse bene portarlo altrove per poter parlare liberamente.

Isolina (un po' allarmata muovendosi verso di lui). Ma che ti prende, Geni? Che è questo tono?

Eugenio. Mi sono... stancato.

Vanna (a Eugenio). Lo lasci lí, per piacere. Parleremo sottovoce. Lo lasci riposare.

Isolina. Lascialo qui, Géni. Potrebbe svegliarsi, e penso che si spaventerebbe un po' nel vedersi tanta gente attorno. Facce nuove.

Rolando (a Eugenio). Non abbiamo ancor visto che occhi ha.

Bice. Che occhi avrà? Non si può! Una madre non può vedere gli occhi di suo figlio perché ci sono i tutori che dispongono! Ah! (Con tono di sfida) E se lo svegliassi? Chi me lo può impedire?

Isolina. Si spaventa, t'ho detto. Si rifugerà da me, piangente.

Bice. Da lei! E' proprio certa? E Rolando, e me? Non ci conosce ancora, ma ci sente, forse! Chi le dice che non si senta attratto anche da noi, proprio da noi?

Isolina. Già, l'istinto! (A Vanna) Lei ci crede all'istinto?

Vanna. Proviamo. Senza spaventarlo. (A Eugenio) Lei, signore, potrebbe svegliarlo, delicatamente...

Eugenio. Ma che v'ha preso! Siete impazziti? Non vi accorgete di sfogare i vostri sentimenti e i vostri risentimenti sul bambino? Finitela con questo gioco mostruoso! Non so quel che abbiate potuto dire in queste ore, ma le vostre parole e i vostri atteggiamenti son di gente... irresponsabile! Scusatemi. È cosí. Io arrivo adesso, e vi vedo per quel che siete. Credetemi. Io ‑ tra tutti voi sono qui per preservarlo dai vostri amori sbagliati, dai vostri egoismi, dalle vostre crudeltà. Tocca a me farlo, poiché voi non vi rendete piú conto di quel che fate. Tocca a me. A me che ‑ ve lo confesso ‑ non l'ho mai potuto considerare come un figlio, questo bambino, che non lo considero nemmeno adesso, come un figlio, ma soltanto come una creatura disgraziata da proteggere, da educare; tocca a me, forse il piú freddo, il piú staccato tra tutti voi! Non insorgo come un padre, io ‑ no, no ‑, insorgo come ogni uomo deve insorgere in aiuto delle creature indifese che vanno preservate dal male! Credo che il mio dovere sia di riprenderlo e ricondurlo a casa, subito, mentre dorme ancora.

Rolando. E’ già a casa, signore. Da un istante Abele è a casa sua. Qui. Io la ringrazio per la sua indignazione. E’ giusta. È sacrosanta. Noi ci stiamo comportando veramente male. Senza l'ombra di cuore. Ma da un istante la sua indignazione è divenuta superflua. Proprio da un istante... (Si avvicina lentamente ad Eugenio allo stesso modo tra il confidenziale e il provocatorio, con cui si è avvicinato, prima, a Libero) Abele non ha piú bisogno di lei. Lo difendo io, lo preserverò io dal male. Ho deciso: Abele lo teniamo noi. (Movimento di Vanna) Noi: io e Bice. Il padre e la madre veri. Bice, posso parlare anche per te?

Bice. Rolando, io ti seguo in tutto. Quel che decidi tu è ben fatto.

Vanna. Ma che cosa vuoi fare?

Rolando (lucido). Abbandonare le nostre famiglie, spezzarle, scioglierle, e formarne un'altra con questo bambino, per questo bambino ch'è nostro. Fare oggi, coraggiosamente, quello che avremmo dovuto fare allora, pacificamente. (Bice si è avvicinata a Rolando e gli si aggrappa al braccio. Rolando si scioglie dalla presa di Bice con un moto di fastidio: parla pacatamente, lucidamente Senza equivoci, però. Non vorrei essere frainteso. Non è per amor tuo, Bice, che lo faccio. L'amore dei nostri anni ormai passati. No. E non è nemmeno amore per il bambino. Sarebbe un amore troppo improvviso. Forse nascerà, crescerà anche l'amore per lui; anzi certamente, ma non è questo che mi spinge a decidere adesso. Voglio essere chiaro. L'amore non c'entra. Almeno io credo. C'entra piuttosto un'idea, una convinzione che lentamente mi sono formato e che adesso, all'improvviso, s'è maturata, s'è conclusa. (A Vanna) Potevo continuare cosí? Nella vita che facevo? Tu lo sai bene, Vanna, che non potevo. Ho sempre protestato in silenzio, ma violentemente contro la mia inutile vita. E non vedevo altre vie d'uscita: o finirla, dire bruscamente addio a tutto, anzi al niente che si è; o trovare qualcosa d'importante a cui sacrificarsi, a cui votarsi. D'importante. Che valga la pena. Avevo già provato tante volte. Mi sono attaccato a varie imprese, a varie persone. Mi sono sforzato di crederci piú di quanto ci credessi veramente. Mi buttavo a capofitto, vi puntavo sopra tutta la mia riserva di fiducia. Ecco, è questa la cosa importante! Voglio arrivare fino in fondo, dicevo. Prima le corse in automobile ‑ disciplina, rischio, lo facevo seriamente ‑; anche la guerra, dopo, l'ho fatta seriamente; mi sono perfino sposato... Voglio dire: ho tentato molte carte importanti. Ma mi stancavo presto. Però dicevo a me stesso aspetta prima di abbandonare, andiamo avanti, vediamo la conclusione, dove s'arriva. Eppure giungeva sempre un certo mattino in cui svegliandomi m'accorgevo che quello che speravo, quello per cui avevo lottato e talvolta anche sofferto, mi si era cambiato, mi si era guastato per strada. E ho concluso che ci si affatica sempre per un'altra cosa, senza saperlo. Per questo non volevo azzardarmi piú. Non intendevo piú farmi ingannare. Preferivo non muovermi piú (Una breve sospensione) Eppure... adesso, sacrificarmi per un figlio, per questo figlio qui, per Abele, non m'era mai successo. E debbo dirvi che mi sembra i1_ solo sacrificio che valga la pena d'essere fatto. Perché, oltre tutto, mi consente di ritrovare un ordine, un ordine naturale che s'era spezzato. Tutto questo trambusto accade perché non si fece ‑ noi ‑ io e Bice, quel che si doveva. Non sarebbe accaduto niente se Abele avesse trovato il suo posto naturale. Ripristino un ordine naturale, elementare, semplice padre, madre e il figlio riuniti. Qualcosa di vero, di solido, di radicato in cui ciascuno è al suo posto. Ordine, mi capite? E senza l'intrusione di slanci, di sentimenti, di passioni ‑ no, niente ‑ sopratutto senza l'amore. Non c'entra, qui. lo credo che sia proprio l'amore a portare al disordine, alla fluttuazione, volubilità... pianti... qualcosa di troppo privato, egoistico...

Isolina. E il suo non è egoismo!

Rolando. Proprio lei, signora, mi permetta: mi ha subito urtato per quel fondo vischioso, un po' torbido che c'è nel suo amore. Uno strano miscuglio, il suo amore. Fa senso. Almeno a me. Ritorniamo all'ordine.

Isolina. Bell'ordine! Rovinare tre famiglie!

Vanna. Che coraggio, Rolando.

Rolando. Se m'hai spinto tu ad avere questo coraggio! L'ho avuto. È il coraggio di far soffrire.

Vanna. Sí, sí,hai ragione. Non protesto mica. Non credere. Se questa decisione ti può riattaccare alla vita io non rimpiangerò il Rolando privo di vita che è stato accanto a me... senza amore.

Rolando. Sei generosa.

Vanna (fa per parlare, ma non può). Oh! Quel bambino... Non posso nemmeno gridare! (Libero si è messo a sedere prendendosi la testa fra le mani).

Bice. Libero, non farmi paura. Di' qualcosa. Non pensare a una vendetta, a una minaccia. (Gli va piú vicina) Dovrò pur essere felice anch'io, una volta almeno!

Libero. T'ho perduta. T'avevo già perduta. È finito.

Isolina (a Libero e Vanna). V'arrendete presto, voi! Bei lottatori! (A Rolando e a Bice) Aspettiamo prima di concludere. Vediamo la questione da tutti i lati. (Un silenziò) Chi può testimoniare che Abele è figlio < vostro » ? Finora, per tutti, è figlio di nessuno. Non ha padre, non ha madre: non hanno lasciato‑ tracce. È vero? Una sola persona potrebbe testimoniare chi è la madre...

Libero. Il prete.

Isolina. Sí. Il sacerdote che me lo rivelò.

Rolando. Preziosa testimonianza, direi: la migliore.

Isolina. Ma voi credete che testimonierà?

Rolando. Penso sia suo dovere.

Isolina. Lo pensa lei. Forse si illude...

Rolando. Ma come: formeremo la famiglia  “ vera”, e lei crede che proprio il prete non vorrà testimoniare?

Isolina. Lei sa che cosa costa questa nuova famiglia cosidetta vera? Che prezzo? Tre famiglie, diciamo pure false, distrutte, cancellate. E lei suppone che di fronte a questo disastro, a questo sfacelo familiare quel sacerdote testimonierà in vostro favore? Oh!

Rolando. Ma come, non capisco! lo faccio oggi quel che dovevo fare allora, e non feci. Riparo, pago. Rimetto in ordine. E lei mi dice che quel che allora era giusto fare, anzi era sacrosanto fare ‑ un sacramento, se non sbaglio, un vero sacramento ‑ oggi diventa un disastro, uno sfacelo. Quello stesso atto. Oh! Lasciamo stare le forme ‑quelli che soffrono, piangono... altra questione ‑, ma la sostanza rimane: il sacramento d'allora ‑ l'ordine, l'ordine ‑ rimane. Il prete sarà dalla mia parte, non ne dubito.

Eugenio. Se fossi in lei ne dubiterei.

Rolando. Maperché?

Eugenio. Il tempo. Lei, evidentemente, non considera il tempo. Altre promesse fatte nella zona di vuoto, nel periodo di carenza... Altre promesse, altri sacramenti. Incancellabili anche quelli. Ogni atto ha, si, una sostanza propria, ma anche un suo tempo preciso, improrogabile. Il prete non testimonierà. Anch'io, in coscienza non testimonierei. Tacerà. Dirà: non so; ignoro.

Bice (fremente). E allora?

Isolina. Allora... (a Rolando) la sua costruzione non regge. Non si basa su nessuna testimonianza. Dovremo ritornare da capo. Cer­care altre strade.

Bice. Cerchiamo pure altre strade. Cercatele. Continuate pure a parlare ancora per dei mesi, per degli anni... se vi divertite. Però, da oggi, Abele resta con noi. Si con noi: allo stesso modo, con gli stessi diritti per cui fino ad oggi l'ha tenuto lei, da oggi lo teniamo noi! (E guarda Rolando che è ritornato pensoso).

Isolina. Oh, si vedrà questo!

Bice. Certo che si vedrà! Provi un po' a strapparmelo. Provi. (È fresa da un impulso improvviso scuote Abele addormentato é gli dice) Abele, Abele: svegliati... è tardi, svegliati! Dobbiamo andar via...

Isolina (sorpresa). Non toccarlo... lascialo stare... (E va verso Bice per allontanarla dal bambino).

Eugenio. Che fate! (Abele s'è svegliato di soprassalto e si guarda attorno un po' spaurito senza capire.

Vanna durante l'ultima parte della scena è andata a sederi verso il fondo della stanza e ha can­ticchiato nervosamente una nenia puerile. Abele si alza faticosa­mente dalla poltrona e si dirige verso Vanna).

Isolina (lo guarda, lo chiama). Abele! Abele... no... Dove vai? (Abele sentendo qualcosa di minaccioso nello straziato richiamo di Isolina fa di corsa gli ultimi due o tre passi e approda tra le braccia di Vanna).

Vanna (con la gola stretta dall'emozione). E’ mio! (E scoppia a piangere).

Bice. Abele... Abele! Sono io, invece, la tua mamma, io!

Isolina. Basta, Bice, non fiatare!

Bice. Parlo al mio bambino... (Va vicino a Vanna) Abele, sono io la tua mamma... credilo...

Abele. No... no...

Bice. E questo è il tuo papà «vero». Guardalo, Abele, guardalo.

Abele (incredulo). No... non è vero...

Eugenio (insorgendo). Che è questa crudeltà! Finiamola? Abele... (Abele fa per allontanarsi da Vanna ed andare da Eu­genio).

Bice (che è sul suo tragitto, lo ferma per un braccio). Dove vai? Sta qui con me... (E tenta di abbracciarlo) Non lo senti che sono io la tua mamma... non lo senti? (Abele si svincola) Sta qui..

Dammi un bacio... Dammelo... (Alza la mano per batterlo) Bada che io...

Eugenio. Vergogniamoci!

Rolando (a Bice). Che fai, Bice! Sei matta!

Bice. È mio figlio! (Abele si svincola e va a nascondersi dietro una poltrona).

Isolina (avanzando verso Abele). Solo io ‑ tra voi tutti ‑ avrei il diritto di batterlo... solo io...

Rolando. Non ci provi.

Eugenio. Isolina

Isolina. E solo da me, Abele, accetteresti... E’ vero, Abele? Solo da me accetteresti d'essere punito? E' vero?

Abele. Non ho fatto niente... non ho fatto niente...

Rolando. Non ci provi!

Isolina (ha raggiunto Abele, allunga il braccio e come compisse un atto d'amore gli dà uno schiaffo). Ecco! La madre! Ho il coraggio! Io, sono io la madre! (Bice si intromette. Abele spaventato si mette a piangere, si svîncola violentemente; corre un po' qua e là per la stanza, scappa per la porta d'ingresso rimasta aperta).

Isolina. E' figliomio! Figlio mio! (E scoppia a piangere. Bice si avventa su Isolina, ma Rolando la trattiene).

Eugenio (è il solo che segue Abele, lo chiama). Abele... vieni qui... Abele... (Esce. Anche Libero esce al seguito del professore. Eugenio fuori scena, lo si seme chiamare) Abele... (Piú lontano) Non scappare, Abele... Sono io... (Con una voce strana) Abele... no... (È un urlo disumano che agghiaccia tutta Abele! Abele!... (Poi un tonfo sordo. Un attimo di silenzio e, d'improvviso, un altissimo strillo di donna, che comincia lontano e s'avvicina sempre piú acuto e straziante).

La cameriera (irrompe, gridando, sconvolta). L'ascensore... era aperto... giù per la tromba dell'ascensore... (E corre via).

Eugenio (sempre piú lontano e rintronato, come invocasse). Abele... Abele... Abele... (Isolina e Vanna si sono buttate fuori, dietro la cameriera, gridando).

Rolando (ha avuto uno scatto e s'è chiusa la faccia col braccio come non volesse vedere; si appoggia a un mobile). Oh... la morte...

Bice (non s'è mossa. Un grido. Ha chiuso gli occhi, e s'è stretta le orecchie con le palme per non sentire. Grida). Rolando! Rolando! (Piú lontano ‑ sempre un po' rintronante ‑ le voci e i pianti disperati degli altri. Rolando è andato verso Bice e le ha passato un braccio attorno alle spalle. Lentamente si abbassano le luci di scena. Solo un proiettore rimane acceso a inquadrare nel suo occhio, Bice e Rolando vicini. Il vesto è stato assorbito dal buio. Anche le voci di disperazione sono un lontanissimo sottofondo. Quindici, venti secondi sui due vicini, poi, lentamente, la luce risale. Rolando si scioglie da Bice e va a sedersi sulla spalliera di una poltrona. Bice piange più sommessamente. Da una stanza interna giunge il lamento di Isolina. Un lamento inumano, ormai estenuato, interrotto da brevi e indistinte sequenze di parole. Dopo un momento, entra Vanna, come etra, che si comprime la bocca col fazzoletto. Stramazza su una poltrona).

Vanna. Non posso resistere... non posso più vedere...

Rolando. Com'è? Sfigurato?

Vanna. No, no... Ma non posso guardarlo... (Di colpo il lamento di Isolina s'è chetato. Un silenzio. Poi la donna appare sorretta da Eugenio e da Libero).

Libero (senza guardare nessuno). Non ci possiamo ancora muovere... Il dottore sta facendo il rapporto... Dobbiamo aspettare di qua l'arrivo della... polizia... E’ stata una disgrazia...

Vanna (semplicemente). Tutt'oggi a telefonare... perché venissero ad aggiustarlo... Ma chi immaginava che il cancello fosse rimasto aperto... La colpa è nostra...

Eugenio. Anche mia, allora. Non avrei dovuto portarlo qui. Dovevo rifiutarmi...

Isolina (atona). Io, io, soltanto io... Lasciatemi almeno la colpa d'averlo ucciso. L'ho ucciso io, io, la falsa madre, la falsa donna ‑ soltanto io ‑ con quello schiaffo... Mai l'avevo toccato, mai... Io devo pagare per tutti. (Lamentosa) Perché, adesso, lo lasciamo solo... con quei dottori che lo toccano... e lo voltano di qua e di là... Perché non gli teniamo compagnia... (Fa per muoversi, Eugenio la trattiene) Aprite almeno quella porta, allora... che ci senta... (Aprono la porta) Abele... siamo qui... non aver paura, Abele...

Libero. Non avessi mai suonato alla sua porta, oggi... (Rivolgendosi a Eugenio).

Eugenio (a Libero). Le ho detto: ci pensi, ci pensi bene... Sarà un dramma...

Rolando (sempre a Libero). Che cosa voleva farne, lei, di Abele?

Libero (verso Isolina). La signora mi potrebbe capire...

Isolina (un po' ebete). Io... potrei capirla?...

Bice. Ma ti capisco anch'io, va'! Credi che non ti capisca? Voleva fare < i miserabili u, lui. Sapete, c i miserabili »... Dare, fare, perdonare la moglie che l'ha tradito, prendere un figlio che non é suo... Come nel libro; s'era fissato! È la politica, a lui, che l'ha rovinato...

Libero. Si, é anche vero. Quel bambino era diventato il mio... sol dell'avvenire. Sono un povero uomo anch'io! Ci vuol qualcosa a cui credere per aver la forza di vivere... per andare a letto la sera persuasi che il mondo si metterà piano piano a posto... migliorerà. Io lavoro. Sono di quella sponda, della sponda di chi lavora. E basta. Si nasce cosí. È una questione di... tendenza naturale... Io nei comizi e coi contadini facevo bó bó, vinciamo qua, prendiamo là... ma lo sapevo, lo so, lo sento che noi, la mia generazione, voglio dire, non cambierà molto le cose. E m'è sembrato, allora, che quel bambino avrebbe forse potuto fare quel che non avevo fatto io... quel che non sarei mai riuscito a fare. Lo volevo per questo. Per tenerlo con me, per tirarlo su come volevo io... La signora l'aveva capito... Ecco. Ditemi pure che sono un pazzo... un criminale... (Scuote la testa) Povero... a sol dell'avvenire n... (E si prende la testa tra le mani).

Rolando. Lei, professore, che l'ha visto per ultimo... com'era?

Eugenio. Non l'ho potuto vedere nel volto... era lontano... in fondo al pianerottolo... L'ho visto tirare il cancello dell'ascensore... S'è fermato un momento... Allora ho chiamato: «Abele, Abele... ». Ha guardato sotto... quasi per misurare il salto... e ha detto « Oh Dio! », ed é precipitato... s'è come buttato...

Rolando. E se non fosse stata una disgrazia? (Tolsi guardano Rolando) Se avesse voluto morire... finire..;

Isolina (un grido rauco, soffocato). Aaaaah!

Vanna (accennando a Rolando). E’ la sua idea fissa... il suicidio... Ricominci, Rolando!

Rolando (ad Eugenio, con una pacatezza un po' allucinata). Non pensa anche lei che abbia voluto uccidersi?

Eugenio. Non lo so. È un bambino...

Rolando. Bambino! In un momento ci abbiamo pensato noi ad invecchiarlo! Torturato, avvelenato, spaventato... È impazzito in un istante, il figlio mio! Impazzito! Io lo so in che modo prende questa tentazione, questa follia... E Abele é figlio mio... Io lo so perché tutt'a un tratto si vuol morire. Lo so, Abele, lo so... Prende all'improvviso nei mezzo delle piú incredibili occupazioni, delle più inutili, delle piú futili. Quella volta, avevo finito di ascoltare dei dischi, al caffè. Dischi. Roba da ballo...

Vanna (intervenendo per interrompere quella specie di lucido vaneggiamento). Sí, si metteva a testa bassa, al caffè, come fosse in chiesa, e ascoltava i dischi. Prima, molto prima che ci sposassimo. Ci conoscevamo appena. Lui, forse, non mi conosceva nemmeno. Ma noi, si, perché correva già in automobile... Noi ragazze dicevamo: «Ecco, guardate Rolando, ha il suo momento di misticismo... ».

Rolando. Era vero. Proprio misticismo. Successe all'improvviso. Quel disco finí, quel disco che faceva: Tararà, rarà‑rarà... Sentii d'un tratto che dovevo cambiar vita... cambiar mondo... è una specie di voce e di caldo che prende qui (si tocca la nuca) dietro il cervello... sentii che dovevo andare. Montai in macchina. E mi misi in cammino. A correre, a correre... Volevo proprio cambiar vita, volevo fermarmi altrove... Possibile che non ci sia altro che questa noia qua, i quattrini e le ragazze da portare a letto e le macchine per vincere le corse?... Possibile? A una curva m'aspettava qualcuno, avevo l'appuntamento! Forse fui vigliacco, perché non accelerai di piú. Volevo morire. E fui soltanto tra la vita e la morte. Sono ancora qui con voi. (Sottovoce, delirante) Eppure io vi dico che sono rimasto un po' di là... Io, un giorno o l'altro, arriverò a parlare con Abele... lo incontrerò... Perché sono rimasto veramente, come v'ho detto, un po' di là. Non piango, vedete. Io non ho occhi per piangere. Eppure, vi giuro, che appena l'ho visto, quel bimbo, è stato come l'avessi visto sempre, e ho detto dentro di me: ecco, comincia un'altra vita per me... finalmente! Abele è scomparso, ma io non piango. Io non voglio nemmeno vederlo da morto... col sangue... non voglio vederlo...

Bice (oppressa, erompendo, ma non gridando). Perché ci tengono qui, in questa stanza... a parlare... a parlare... ?

Libero. Chi ti tiene?

Bice. I poliziotti, no! Non hai sentito? Debbono arrivare da un momento all'altro... ed è piú di un'ora!

Vanna. Si, sí, però non sono loro ,a tenerci qui... È lui. (Alludendo ad Abele).

Isolina. E’ lui. E’ lui. Certamente. Vuol che parliamo di noi tra noi. Siamo la sua straordinaria famiglia... che non si conosceva... e ora dovrà conoscersi...

Vanna. E’ vero. (C'è un silenzio).

Isolina. Parliamo... Parliamo. Lui ci sente. Parliamo. Confidiamoci. Confessiamoci. Lui é li che sente... Ormai é grande, grande, eterno... Può sentire tutto, sapere tutto, perdonare tutto. Sssst! (Gli altri la guardano presa Chi comincia... ? Bice... ?

Bice. Meglio che non parli... signora. Se poi non riesco a dire la verità, neanche adesso? Che colpa ne ho lo! Sarebbe un sacrilegio ingannare il bambino, se mi sente... Meglio che non parli! E poi una madre non confida i suoi peccati a un figlio... mai... Lasciatemi piangere.

Vanna. Mi pare di cominciare a vivere adesso. Tempo perduto, tutto tempo perduto, prima. (Parlando ad Abele) L'ho capita quando sei saltato giú dalla poltrona e sei venuto da me. Abele, perché hai scelto me, proprio me, che non m'avevi mai visto, che non ero niente per te? Te lo volevo chiedere... (Pianissimo) Io non ho avuto figli... Non perdonatemi, sono la piú inutile tra tutte voi, non perdonatemi, è un castigo.

Isolina. E io? Che donna credete che io sia? (Fermando un movimento di Bice) No, Bice. Tu sei un angelo, a paragone mio. Sí, sí. Voglio che lo sappiate chi sono. Voglio che abbiate paura e schifo di me.

Eugenio (allarmato). Isolina, ti prego... non si può infierire su se stessi come vorresti far tu... non si può...

Isolina (dolcissima). Sssst... Tesoro, non puoi vietarmi di battermi finalmente il petto. Parlerò di me e di te, sai. Nemmeno tu puoi ritirarti. Perché cominciò poco dopo che ci eravamo sposati, quando mi accorsi che non potevo avere figli. Era mancanza mia, ma non volli crederlo, non potei rassegnarmi a credere che fossi proprio io questa segnata da Dio, questa donna sterile... « Colpa tua > , dissi. Sua, della sua freddezza, del suo distacco... della sua mancanza d'amare. Era stato in seminario, da ragazzo, con l'intenzione di farsi prete, e credetti che quella fosse l'origine della sua mancanza d'amore. Un uomo senza passione. (Un silenzio) Ti ho odiato. Odiato, Eugenio. Sentimi bene: odiato veramente. (Altro silenzio) E ti ho tradito, Eugenio, tradito deliberatamente, freddamente. (Eugenio, durante il discorso di Isolina, dopo un prima momento di imbarazzo, ha preso ad ascoltarla serenamente senza batter ciglio, con una infinita compassione) Tu non l'hai mai saputo... tu non l'hai nemmeno sospettato, povero, caro Geni... perché sapevi ch'ero una donna pia, si, sí, pia, religiosa... (Guarda Eugenio) Rimani cosí impassibile? Non te ne importa piú niente, ora che Abele non c'è più? Hai ragione! Che importa, ormai? Tradito. Perché speravo di avere un figlio.

Eugenio. Scegliesti un... un, diciamo cosí, amante... e ti corìcasti con lui. Lo sapevo.

Isolina. Eugenio! Tu lo sapevi?

Eugenio. Da « allora u.

Isolina. E da allora noi abbiamo continuato a stare vicini... come prima?

Eugenio. Come prima. Perché?

Isolina. Ma come hai potuto starmi vicino... sapendo? Come hai fatto?

Eugenio. Come faremo, noi, a stare vicini, domani, dopo che ci siamo traditi come ci siamo traditi noi? Dopo che ci siamo odiati come ci siamo odiati noi' Dopo che abbiamo compiuto il misfatto che abbiamo compiuto noi, insieme? Come faremo a guardarci in volto senza insultarci! Come faremo! Poiché è inutile tentare di sfuggire al legame che ormai s'è formato tra noi: siamo parenti, parenti stretti, legati, una famiglia, la famiglia di quell'innocente, una famiglia che non può piú separarsi... Come faremo a sopportarci ?

Bice. Abele ci darà la forza!

Eugenio. Lo crede, Bice? E invece, presto, cominceremo a contenderci i diritti sulla sua tomba, vedrà.

Rolando. Io, d'altra parte, non desidero affatto mantenere le vostre amicizie. Mi basta restar solo con lui.

Bice. Rolando, e  “ noi “ ?

Rolando. Non c'è piú scopo, Bice. Ci mancherebbe il coraggio di stare insieme. La ragione. Non c'è piú.

Bice. Abbiamo perduto tutto... Ogni speranza di sostegno... ogni ragione di vita...

Rolando. Siamo soli.

Eugenio. Il sangue di Abele non basta già piú a unirci.

Libero. A unirci, forse, non però a farci restare uniti e in pace. Non lo saremo mai...

Bice. Lo credo anch'io. Diremo sempre: la colpa è sua, o sua, o tua...

Rolando. Non me lo sentirete dire. Io non cerco né la colpa né la solidarietà di nessuno.

Libero. Credo che sarà molto peggio di prima... e per tutti. Senza compagnia siamo restati. Tutti amori sbagliati, i nostri Il mio... i vostri... Non potremo piú bendarci gli occhi... illuderci. È stato detto tutto. Senza pudori.

Eugenio. Amori sbagliati, sí. D'accordo. Ma l'amore?

Rolando. L'amore?

Eugenio. L'amore resta, continua in ognuno di noi...

Bice. Lo scopo?

Vanna. Abele doveva essere il rifugio dei nostri amori sbagliati...

Rolando. Ma perché si parla tanto d'amore! L'amore è cosí raro... L'amore è prima e dopo... ma noi lo mescoliamo alle nostre faccende comuni. L'amore è piú puro, molto piú puro. È Abele quando ha aperto gli occhi e m'ha guardato. L'amore è quello sguardo di figlio innocente.

Eugenio. Ma anche il suo sguardo di padre è amore.

Rolando. Forse: era amore anche quello. Però com'è già lontano quello sguardo! Già mi pare di avere altri occhi! È passato, e ha lasciato questa disperazione. Pare impossibile!

Eugenio. È passato... ma tornerà. Quale scampo potremmo trovare alla nostra disperazione se non si levasse in noi, segretissima e violenta, la certezza immotivata, la certezza d'una pace inalterabile e ardentissima, in cui i nostri affanni e i nostri amori e i nostri strazi troveranno, e già trovano a tratti, a bagliori: quei bagliori che passano e si perdono... un riposo, un compenso? Noi non siamo a noi stessi appigli di sostegno, ma motivo di cedimento: e allora? A che sorreggere, oggi, adesso questo nostro abisso di dolore, se non a questa speranza di un'eternità d'amore, campo sterminato, in cui noi tutti, non piú divisi da contese d'amore, procediamo amici, e Abele con noi, famiglia trionfante...

Libero. Non credo al cielo, professore. Non ci metteremo mai d'accordo. Ognuno è fatto a modo proprio.

Eugenio. Nessuno vi chiede di cambiare, ma di riuscire a stare insieme, vicini.

Rolando. Ma vicini, cosí... che vuol dire?

Eugenio. Vicini, uniti.

Rolando. Come si fa. Se non si sente. Abele era il figlio... lui forse poteva...

Eugenio. Lei che è il padre avrà qualcosa ch'era di Abele...

Rolando. Padre, io! Padre di un figlio, di un piccolo, innocente figlio dell'uomo... Oh! Che posso sapere io! Ci vorrebbe un immenso padre per tutti noi...

Eugenio. Ci vuole, ci vuole! Un padre a cui chiedere perdono, e che ci ascolti! Ci vuole!

Libero. Non c'è. Gliel'ho detto: non credo al cielo.

Rolando. E io non credo al perdono.

Eugenio. E al sangue d'un figlio nostro che abbiamo sparso con le nostre mani, con le nostre colpe, ci credete? Ci credete tutti, a questo? E come si lava questo sangue? Chi ci dirà: basta col pianto... ecco, viene la pace!

Isolina. Non voglio la pace! Voglio consumarmi nel pianto... Non voglio la pace...

Eugenio. Perché non sai cosa sia la pace, Isolina, la pace e il perdono: non lo sai. Non é la dimenticanza, come pensi tu. È... è... la pace! Se lo sapessimo la invocheremmo! Dal padre, da quel padre che può darcela. Basta invocare, non importa credere, invocare, pregare... Poi qualcuno, a furia di invocare giunge anche a vedere, a credere... È il premio. Intanto invochiamo. Tutti. Diciamo: « Perdonateci, padre, ‑ c'è sangue sulle nostre mani ‑ ma perdonateci lo stesso. ‑ Solo voi lo potete, ‑ perché gli uomini come noi ‑ che uccidono i loro figli ‑ non sapranno mai perdonare ‑ gli altri uomini che uccidono ‑ gli altri figli. ‑ Scendete voi, ‑ e perdonateci, ‑ finalmente! ». (Tutti si sono variamente raccolti e atteggiati attorno ad Eugenio. Si trovano di faccia al pubblico, e sembrano aspettare e offrire insieme quel dono del perdono. Mormorano alcune delle parole di Eugenio facendo coro. Un silenzio. Poi il campanello suonato piú a fungo impazientemente. Si scuotono. Si volgono) Ecco. Vengono. E ora andiamo coraggiosamente a consegnare la cara spoglia insanguinata a questi uomini che s'illudono d'essere giusti. (Si avvia verso la porta).

Fine.

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