Progetto Pirandello

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PROGETTO PIRANDELLO

(referente prof.ssa Giovanna Alaimo)

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I PARTE

POESIA

Una notte di giugno caddi come una lucciola

Sotto un gran pino solitario

In una campagna d’olivi saraceni

Affacciata agli orli d’un altipiano

Di argille azzurre sul mare africano…

Per uno spavento che m’era preso

A causa di questa grande moria,

Mia madre mi metteva al mondo

Prima del tempo previsto,

In quella solitaria campagna

Lontana dove si era rifugiata.

Un mio zio andava

Con un lanternino in mano

Per quella campagna

In cerca d’una contadina

Che aiutasse mia madre

A mettermi al mondo…

Raccattata dalla campagna

La mia nascita fu segnata

Nei registri della piccola citta’

Situata sul colle…

Confesso che di tutte queste cose

Non mi sono fatto ancora

Ne certo sapro‟ farmi mai un‟idea

NARRATORE

Perchè parlare di Pirandello? E soprattutto di cosa parlare? Il nostro lavoro vuole dare degli stimoli per vedere quanto sia attuale la lettura di questo autore, ma principalmente per saperne di più di un nostro grande conterraneo.

Il Kaos è il luogo dove ha inizio la vita di Pirandello ed è il luogo in cui egli riposa. Si trova in contrada Villaseta.

Pirandello vestiva quasi sempre di grigio, era molto distinto, la sua figura slanciata gli conferiva distinzione, il cappello a larghe tese, il sigaro quasi sempre in bocca, gli occhi quasi sempre socchiusi e si aiutava nel parlare con gesti delle mani, come spesso facciamo noi siciliani.

Nella Sicilia è radicata la personalità e l‟opera dell‟agrigentino Luigi Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934. Nelle sue opere teatrali dialettali, l‟isola diventa la terra in cui si incarna la metamorfosi tra essere e apparire, di miserie e di umana sofferenza, soffocata dal pregiudizio dell‟ipocrisia.


La sua fedeltà alla terra è proiettata nell‟ ”Ulivo Saraceno”, simbolo del ritorno alle origini, a quella campagna agrigentina del caos nella quale era venuto al mondo e alla quale volle ricongiungersi dopo la morte.

CANTO “AIAMOLA

PIRANDELLO

Io, dunque, son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco, denominato, in forma dialettale, Càos dagli abitanti di Girgenti. Colà la mia famiglia si era rifugiata dal terribile colera del 1867, che infierí fortemente nella Sicilia. Quella campagna, però, porta scritto l'appellativo di Lina, messo da mio padre in ricordo della prima figlia appena nata e che è maggiore di me di un anno; ma nessuno si è adattato al nuovo nome, e quella campagna continua a chiamarsi caos.

CANTO

Assira mi curcavu a lu sirenu

Li stiddi foru ca m‟arripararu

Lu litticeddu un parmu di tirrenu

Lu chiumazzeddu un carduneddu amaru

Lastimi, fami, siti, cripacori

Chi mi nni mporta si sacciu cantari?

Cantu e mi s‟arricria tuttu lu cori

Cantu ed è mia la terra e miu lu mari

Basta ca cc‟è lu suli e la saluti

Picciotti beddi e picciliddi duci

E na vicchiuzza cca comu a me matri

NARRATORE

Il padre di Pirandello è proprietario di una ricca miniera di zolfo, quindi avrebbe voluto che il figlio si dedicasse agli studi di commercio. Fu collocato, perciò, nelle scuole tecniche; ma tutti quei numeri, tutte quelle regole, tutto quel rigido ordine matematico ripugnavano al suo animo impaziente ed avido di completa libertà. Avvenne che, dopo compiuta la seconda classe tecnica e riuscito, non sa come né perché a superare gli esami di luglio, disse a suo padre che era stato rimandato nell'aritmetica per non recarsi con la famiglia in campagna. Rimasto nella casa di Girgenti, si preparò da esterno per sostenere gli esami al ginnasio. Tutto andò bene, ma dovette fuggire da Girgenti per paura di suo padre, quando suo padre lo venne a sapere non disse nulla e lasciò che continuasse i suoi studi classici desiderati. Studiò all‟università di Palermo e a Roma, ma terminò l‟università in Germania, dove restò a Bonn in qualità di assistente nell'università.

CANTO

Ti salutavu amicu, tinni vai,

Ti saluta u mari trarituri,

Lassi la to terra unni nascisti,

Ma ri sicuru un ta‟ po‟ chiu‟ scurdari,

I sta citta‟ ti piacinu i trazzieri,

Ipicciriddi ca facci „nchiappata,

Eppuru quannu e u tiempu

Ri tunnina…


NARRATORE

Ma la nostalgia lo avvinceva e provava uno struggente desiderio della famiglia, della Sicilia, non sapendo resistere fece ritorno alla sua bella Girgenti anche senza sapere, che cosa ne sarà di lui, né che cosa farà.

POESIA

Casa romita in mezzo a la natia

campagna, aerea qui, su l'altopiano

d'azzurre argille, al cui sommesso invia

fervor di spume in mare aspro africano,

te sempre vedo, sempre, da lontano,

se penso al punto in cui la vita mia

s'aprì piccola al mondo immenso e vano:

da qui-dico-da qui presi la via.

Da questo sentieruolo tra gli olivi,

di metastro, di salvie profumato,

m'incamminai pe'l mondo, ignaro e franco.

E tanto, ò fiorellini schivi

Tra l'erma siepe, tanto ho camminato

Per ricondurmi a voi, deluso e stanco.

NARRATORE

Un giorno, spinto da una grande curiosità, entrò furtivamente in una stanza , ad un tratto sentì dei rumori. Trasalì nello scoprire che non era solo nella stanza: nel buio cui andavano abituandosi i suoi occhietti stravolti distinse un uomo (suo padre) insieme ad una donna.

Lui, accecato dal disgusto verso suo padre e dal dolore per la sua amatissima mamma, giunse ad un gesto assai grave: sputò in viso all'amante di suo padre. Da qui ebbe inizio con il padre un raffreddamento progressivo di sentimenti che non li fece riavvicinare per lungo tempo.

PIRANDELLO

Mia Madre, santa donna! Ha scarsa esperienza della vita e degli uomini! A sentirla parlare, pare una bambina. Parla con accento nasale e ride anche col naso, come si vergognasse di ridere, stringe le labbra. Sempre malferma in salute, ma non si lagna mai dei suoi mali, accettandoli, rassegnata.

In una lettera mi ha scritto: “Non trovo pace, perché la tua vita è fatta di spine. Ma non c‟è rimedio. Quanto sarei stata più contenta se fossi stato meno intelligente e avessi potuto vivere la vita dei viventi!”.

NARRATORE

Sul finire del 1893, sullo stradone che porta da Porto Empedocle verso Agrigento, conosce Maria Antonietta, anche lei di Agrigento, figlia di Calogero Portulano, socio del padre. E‟ un incontro combinato dal padre stesso che spera in un matrimonio tra i due giovani perché in questo modo risolverebbe parecchi problemi economici riguardanti la cava di zolfo

PIRANDELLO


Ella finora m‟accontenta fisicamente, mi par molto simpatica, se non del tutto bella . In quanto al morale, scorgo che è molto buona e dell'impronta nostra: poca esperienza, ma ha contegno e prudente compostezza.


Fra i due nasce un trepidanrte sentimento amoroso e decidono di sposarci l‟anno successivo, Pirandello, intanto, ritorno a Roma.

CANTO

Amuri amuri amuri

Quantu cosi ti dessi

Quantu cosi t‟ha dari

Amuri amuri chi mi veni a diri

Senza di tia comu putissi fari

Amuri amuri amuri

Nun ci ponnu tempesti p‟astutari st‟amuri

Ramuzzi profumati chini i sciuri

Dintra lu pettu n‟zerranu lu cori

Iu unn‟aviva milli cori „npettu

Unu che n‟ebbi ti lu desi a tia

Veni si nni vo vidimi l‟effettu

Tra lu me cori trovi stampatu

Lu to ritrattu

PIRANDELLO

Roma, 18 Dic. „93

Antonietta mia,

mi stupisco di me stesso sempre più. Mi sento l‟anima gonfia d‟una tenerezza insolita; mi sento fanciullo ingenuo come se cominciassi a vivere adesso. Provo un senso straordinariamente vasto di simpatia per tutte le cose. Me l‟hai comunicato tu, con la tua giovinezza, con la tua promessa, con la dolce e chiusa semplicità dei tuoi modi? Si, si, è da Te che mi viene questo bene insperato, da Te.

L‟ansia di rivederti, talvolta, è così forte che piglierei il treno e verrei, anche per un momento, per un minuto secondo, per vederti.

Ah, che casa ho visitato oggi, Antonietta mia, in Via Sistina a Roma, che nido delizioso, che luogo d‟incantesimo! Ma, ahimè, vi manca una stanza, e ho dovuto rinunziarvi! Se avessi visto! Ah come vi saremmo stati felici noi due insieme, noi due soli, con quel sole in casa e l‟amore!

A ogni modo, domani sarà certamente l‟ultimo giorno di ricerca, domani mi deciderò a fissarne una, senza dubbio e tu avrai la pianta della casa.

Come passi le giornate tra i miei cari costà? Vorrei sapere da Te tante cose, anzi tutte le cose per riempirmi meglio l‟anima e il cuore di Te, delle cose Tue, dei tuoi pensieri, dei tuoi sentimenti, delle Tue impressioni, di tutta Te! In me, già, vivi e imperi; ma non sono mai sazio; vorrei che tu divenissi me stesso o una cosa sola con me stesso. Non so spiegarmi, ma se tu senti quel che sento io, m‟intenderai certamente.

Scrivimi, e addio per questa sera. Mandami presto i ritratti, ti raccomando. Salutami tutti, e tu abbiti, tre, quattro, cento, mille strettissime fortissime di manissima del tuissimo.

Luigi

NARRATORE

Dopo una breve luna di miele i due sposi raggiungono Roma: L‟anno seguente nasce Stefano, nel giugno del 1897 nasce Lietta. All‟inizio stanno bene, non hanno problemi e nel 1899 nasce l‟ultimo figlio Fausto. Breve, la vita felice dei due. Nel 1903 don Stefano Pirandello, il padre, aveva ottenuto la gestione di una grossa miniera di zolfo a pochi chilometri da Girgenti. Nei primi tempi, la miniera rese abbastanza bene: don Stefano aveva fatto corposi investimenti, aveva rinnovato tutti i macchinari e le attrezzature. Ma un giorno, di colpo, la miniera s‟allagò. La stima del danno superò le quattrocentomila lire: «Era la fine e don Stefano scrisse tutto al figlio. Senonché la lettera, essendo Luigi a scuola, venne consegnata ad Antonietta.Qualche ora appresso Luigi, tornando a casa, trovò Antonietta semiparalizzata sopra una poltrona, gli occhi persi, distrutta. È l'inizio dichiarato di quella malattia mentale che avrà, nei primi anni, alti e bassi, ma che peggiorerà col passare del tempo.»


PIRANDELLO

Cara Lina,

Vivo un vero e proprio inferno. La pazzia di Antonietta si è acuita con la morte del padre, Calogero Portulano, e si riversa sulla nostra povera figlia Lietta, è gelosa di lei. Ma la cosa più grave è che La pazzia di mia moglie sono io.

NARRATORE

Il 1915 è uno degli anni più tristi per Pirandello:il 24 maggio l‟Italia entra in guerra e il figlio Stefano, partito volontario viene fatto prigioniero , e la morte della madre che era per lui un sostegno forte…

PIRANDELLO

Tu, mamma, sei stata per me una presenza sempre viva nella mia mente, anche quando ero lontano e la consapevolezza di essere sempre vivo in te e nel tuo pensiero mi faceva resistere negli attacchi traditori dell‟esistenza.

Mamma, Tu qui?

Tu eri così prudente e mi consigliavi ,in ogni occasione, di evitare di prendere di petto le situazioni.

Mi guardi con quegli occhi che hanno la luce dei tuoi ex - vent‟anni.

Mi guardi,  mi vuoi dire qualcosa?

D‟esser forte , mi dici.

Ma tu , mamma, lasciarmi proprio in questo momento? Io avevo bisogno di te, venirti a trovare quando più cupa e fredda mi doleva la vita, per rischiararmi e riscaldarmi al lume e al color dell‟amor tuo, tutto questo mi faceva ritornar bambino.

NARRATORE

Nel 1919 rientra il figlio dalla guerra , la moglie Antonietta viene internata in un istituto. Il padre dalla Sicilia va ad abitare a Roma dalla figlia Lina.

POESIA

Ricco jeri, oggi povero. E non so

com'ita se ne sia tanta ricchezza.

Non del tesor perduto è l'amarezza;

ma il non saper come perduto io l'ho.

Nessun piacer, nessuna gioja, ahimè,

la cui memoria avrebbe almen potuto

consolar la miseria e il viver muto,

o dello stato mio dirmi il perché.

Come dunque ridotto mi son qui?

Con la ricchezza mia potea far tanto,

e nulla ho fatto, e son povero intanto.

L'ho sperduta in ispiccioli, così.

Non l'opera che dia lustro a un'età,

né la gioja ch'empir possa una vita.

Dunque tanta ricchezza m'è servita

per comperarmi questa povertà...

PIRANDELLO


Quando mio padre, ormai vecchio e mezzo cieco, è rimasto solo e la sua salute peggiorava , è venuto, ad abitare a Roma da mia sorella Lina. Essendo l‟appartamento di mia sorella sotto il mio, ero costretto dalla mia


finestra a vederlo nel giardinetto aggirarsi con passo malfermo o seduto su una panca addormentato col capo calvo, incartapecorito, reclinato indietro penosamente in un sonno a bocca aperta, di vecchio stanco e malato, con le palpebre esili che non hanno più la forza di chiudersi sui duri globi dolenti degli occhi, le narici affusolate e il respiro irregolare che palesa l‟infermità del cuore, quel viso giallo, scavato che ricordavo forte, vigoroso, violento . Mio padre! Che presenza ingombrante nella mia vita!

Voce fuori campo:

Ma tu che padre sei stato? LIETTA, tanto cara e affettuosa, si è sentita abbandonata da te, la sua gelosia verso l‟amore più grande della tua vita ha creato tra voi una grande frattura. Tuo figlio Fausto si è sempre distaccato da te ,sì, sei stato tanto affettuoso con lui , ma sei stato anche tanto severo nell‟esprimere giudizi sulle sue scelte artistiche. Anche lui come te è fuggito e non sai che si è appena sposato, né che sta per nascergli un figlio.

PIRANDELLO

Già … I rapporti coi miei figli hanno subito delle incrinature che hanno creato in me dolori incancellabili: solo pochi momenti sereni con mia figlia Lietta, pochi momenti sereni con mio figlio Stefano quando è venuto a vivere con me a Roma in via Piemonte insieme al mio caro nipotino. Ero felice di questo ritorno, della compagnia dei miei nipotini, che mi permettevano di non soffrire tanto la terribile solitudine, compagna inseparabile della mia vita. Caro padre ,anch‟io come te ho sbagliato ed ora ti vedo con occhi diversi! Che crudeltà , che crudeltà la vita!

CANTO “LA SFIORITURA”

NARRATORE

La sorte mi ha fatto incontrare troppo tardi il più grande amore della mia vita: la bellissima Marta. Lei veniva da Milano, non aveva ancora compiuto 25 anni, ed era ai primi passi della carriera. Io avevo già 58 anni, i miei figli erano più vecchi di Marta. Da autentico siciliano, all‟antica, avevo un profondo pudore a esternare i sentimenti che pur mi esplodevano dentro. E l‟incombere della vecchiaia mi ossessionava.

PIRANDELLO

Fin dal primo incontro Marta diventa l‟unico punto di riferimento della mia vita e vivo ogni momento in funzione di lei e per lei anche se troppo poco con lei, come avrei voluto e come fortemente desidero.

PIRANDELLO

Carissima Marta,

Sei di meravigliosa bellezza. Hai i capelli fulvi, ricciuti, occhi verdi, grandi e lucenti, che si fermano a guardare limpidi e dolci come un‟alba lunare e, nella tristezza, hanno un‟opacità dolente. La tua bocca ha spesso un atteggiamento doloroso, come se la vita ti desse una sdegnosa amarezza; ma se ridi, hai subito una grazia luminosa, che sembra rischiari e ravvivi ogni cosa. La mia vita sei Tu, “senza di Te, Marta mia, sento che muoio”… ma sento nel pudore d‟esser vecchio per te che sei giovine! Ciò è una cosa atroce che succede ai vecchi: sentirsi con quell‟aspetto di vecchi ed il cuore ancora giovine e caldo. E‟ giusto dire: Sì, a qualunque età alla vita e all‟amore?

CANTO “AMURI”

Amuri fattu di lu cori

Amuri di milli suspiri

Amuri amuri dispiratu

Amuri quantu t‟haiu amatu


Lu me cori è tò

Dimmi si lu vò

Amuri senza mai durmiri

Amuri senza mai parlari

Amuri comu va la luna

Amuri miu senza fortuna

Lu me cori è tò

Dimmi si lu vò

NARRATORE

Lei rispondeva, con garbo, gentilezza, ma senza corrispondere alla passione. Lo chiamava Maestro e gli dava del Lei.

Voce femminile fuori campo:

[LETTERA DI MARTA A PIRANDELLO]

Caro Maestro,

Le sue lettere mi rattristano, perché mi portano molta malinconia, mi dispiace sentirla sempre triste. Voglio e desidero che Lei veda alto. Maestro, per me e per tutti, è Lei il teatro, è a Lei che guardiamo, che amiamo, è Lei che ci illumina nell‟arte. E se mi vuole fare felice, Maestro, non dia a tutti il suo cuore. Lo tenga per chi lo ama, per chi gli vuole bene, perché Lei dica la parola più bella sempre più alta. E c‟è tanto bisogno nel mondo di uno spirito come il Suo.

L‟abbraccio Maestro, con tanta tenerezza e con auguri del mio cuore fervido.

Marta

NARRATORE

L'uomo visto da Pirandello, vuole piuttosto apparire che essere. Siamo tutti maschere e marionette di quella gran pupazzata che è la vita. Nessuno di noi è persona, ma personaggio. Recitiamo, nella vita di tutti i

giorni, un ruolo che quasi mai ci siamo scelti, ma che la vita, la società, gli altri, ci hanno imposto.

I temi di fondo del pensiero di Pirandello sono:

·il contrasto tra apparenza (o illusione) e realtà (o tra forma e vita), nel senso che l'uomo ha degli ideali che la realtà impedisce di vivere, poiché la realtà si ferma all'apparenza e non permette all'uomo di essere se stesso;

·l'assurdità della condizione dell'uomo, fissata in schemi precostituiti (adultero, innocente, ladro, iettatore, ecc.): a ciò Pirandello cercherà di opporre il sentimento della casualità o imprevedibilità delle vicende umane; molte sue commedie rappresentano situazioni inverosimili o paradossali, proprio per mettere meglio in luce l'assurdità dei pregiudizi borghesi;

·le molteplici sfaccettature della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla) espresse col "sentimento del contrario" (che è alla base del suo umorismo e che viene utilizzato per vanificare ogni possibile illusione).

Pirandello ebbe il merito di rinnovare il teatro: con le sue opere, la rappresentazione teatrale cessò di essere un fatto letterario per inserirsi più profondamente nelle problematiche della vita.


Il TESTAMENTO: “Mie ultime volontà da rispettare”

I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni.

II. Morto, non mi si vesta. Mi s‟avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.

III.Carro d‟infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m‟accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.

IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l‟urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.

Sullo sfondo della scena: proiezione di una raccolta di foto d’epoca


IIPARTE Luigi Pirandello 'A Patenti

La prima ebbe luogo al Teatro Alfieri di Torino il 23 marzo 1918.

Personaggi

Rosario Chiàrchiaro

Rusinedda,sua figlia

Il giudice istruttore D'Andrea

Tre altri giudici

Marranca,usciere

Stanza del Giudice Istruttore D'Andrea. Grande scaffale, che prende quasi tutta la parete di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si suppongono zeppe d'incartamenti. Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo, e accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto, con altre scatole più piccole contenenti documenti. Un seggiolone di cuojo, per il giudice, davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone è squallido. La comune è nella parete a destra. A sinistra, un'ampia finestra, alta, con invetriata antica, scompartita. Davanti la finestra è come un treppiedi alto, che regge una grande gabbia. Lateralmente a sinistra è anche un usciolino nascosto.

SCENA I

D'Andrea, solo, poi Marranca

Il giudice D'Andrea entra per la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola, poco più grossa d'un pugno. Va davanti alla grande gabbia sul treppiedi, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino della gabbiola e fa passare (o finge di far passare) da questa nella gabbia grande un cardellino.

D'Andrea: Via, dentro! - E su, pigrone! - Oh, finalmente! - Zitto, adesso, al solito, e lasciamiamministrare la giustizia a questi poveri piccoli uomi[ni] feroci...

Si leva il soprabito, e lo appende insieme col cappello all'attaccapanni. Va alla scrivania; prende il fascicolo del processo che deve istruire, lo scuote in aria con impazienza, sbuffa.

Questo benedett'uomo!

Resta un po' assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla comune si presenta l'usciere Marranca.

Marranca: Comandi, signur Cavaleri!

D'Andrea: Ecco, Marranca: andate - (è qua vicino) - al vicolo del Forno, a casa di don RosarioChiàrchiaro...

Marranca (con un balzo, atterrito, facendo le corna): Ppi carità, signur Cavaleri, ma chi dici! non lumuntuassi!

D'Andrea (irritatissimo, dando un pugno sulla scrivania): Basta, perdio! Vi proibisco di manifestarecosì, davanti a me, la vostra bestialità, a danno d'un pover'uomo! -. E sia detto una volta per sempre!

Marranca: Mi scusassi, signur Cavaleri... Iu cci lu dicu ppi lu so beni macari...


D'Andrea: Ah! seguitate ancora?

Marranca: Nonsignura, non parru cchiù. Ch'ê jiri a fari nni la casa di... di stu santu cristianu?

D'Andrea: Gli direte che il giudice istruttore ha da parlargli, e lo farete venire subito qua.

Marranca: Subito, va beni, signur Cavaleri... Avi autri cumanni?

D'Andrea: Nient'altro. Andate.

Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre giudici colleghi.

SCENA II

D'Andrea e i tre giudici colleghi

I tre giudici entrano con le toghe e i berretti e scambiano a soggetto i saluti col D Andrea, poi se ne vanno tutti e tre a guardare il cardellino nella gabbia.

Primo Giudice: Che dice qua, questo signor cardellino?

Secondo Giudice: Ma 'u sai ca sì veru curiusu tu, ccu stu cardidduzzu chi ti vai purtannuappressu?

Terzo Giudice: 'U sai comu ti chiamanu 'nta tuttu 'u paisi? 'U judici Cardiddu!

Primo Giudice: Unn'è, unn'è 'a jaggitedda cu cui t' 'u porti?

Secondo Giudice (prendendola dalla scrivania, a cui s'è accostato): Eccula ccà! Signuri mei,

taliati: cosi di picciriddi. Un omu seriu...

D'Andrea: Ah sì? io, per codesta gabbiola, cose da bambino? E voi, allora, parati così?

Terzo Giudice: Ohè, ohè, rispetta la toga, perdio!

D'Andrea: Ma andate là, non scherziamo!

Tutti e tre: Ohè! ohè! ohè!

D'Andrea: Ma sì! Qua siamoin camera caritatis! Quand'ero piccolo, giocavo coi miei compagni "altribunale". C'era uno che faceva da imputato; uno, da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati... Ci avrete giocato anche voi! V'assicuro io, ch'eravamo più serii allora!

Primo Giudice: Eh altro! Chist'è veru! Ccu 'u sangu allocchi!

Secondo Giudice: Finìa a sciarra ogni vota!

Terzo Giudice (mostrando una vecchia cicatrice alla fronte): Ccà! taliati ccà! Chista fu 'na pitratachi mi tirau un avvocatu, mentri iu facìa 'u reggiu procuraturi!

D'Andrea: Tutto il bello era nella toga con cui ci paravamo! Nella toga era la grandezza, e dentrodi essa noi eravamo bambini! Ora che siamo grandi e abbiamo ciascuno il peso dei nostri pensieri e delle nostre miserie, quando ci tocca venire qua a indossare codesto straccio, ci sembra essa, la toga, invece, un gioco da bambini! E poiché i più crudeli, spesso, senza saperlo, sono i bambini, questa giustizia che noi amministriamo, è il più crudele giuuco che si possa immaginare! - Ecco qua, signori miei (prende dalla scrivania il fascicolo del Chiàrchiaro): io debbo istruire questo processo. Niente di più iniquo di questo processo! Iniquo, iniquo perché include la più spietata ingiustizia contro alla quale un pover'uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza nessuna probabilità di scampo! C'è una vittima qua, che non può prendersela con nessuno! Ha voluto qua, in questo processo, prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto mano, e sissignori - la giustizia deve dargli torto, torto, torto, senza remissione, ribadendo così, ferocemente, l'iniquità di cui questo pover'uomo è vittima! Primo Giudice: Ma che processo è?

Secondo Giudice: Di cui si tratta?

D'Andrea: Rosario Chiarchiaro!

Subito, al nome, i tre giudici indietreggiano, con atti di spavento, di scongiuro, gridando.

Tutti e tre i giudici: - Ah, mamma mia! Chi ti scappa!

-Tucca ferru! tocca ferru!

-Per la Madonna Santissima, ti voi stari zittu?


D'Andrea: Ecco qua! E dovreste render voi giustizia a questo pover'uomo!

Primo Giudice: Ma chi giustizia! È un pazzu!

D'Andrea: Un disgraziato!

Secondo Giudice: Sarà macari un disgraziatu; ma scusa, è puru un pazzu! Ha fattu querela didiffamazione, signori miei, contra 'u figghiu d' 'u sìnnacu, nenti di menu, è veru?

D'Andrea: Sì, e contro il farmacista Vito Fazio.

Terzo Giudice: Per diffamazione?

Primo Giudice: Già, capisci? perché, dici ca li sorprese nell'atto che facevano gli scongiuri al suopassaggio.

Secondo Giudice: Diffamazione! Ma chi diffamazioni si 'nta tuttu 'u paisi avi armenu du' anni ca èdiffusissima la sô fama di jittaturi?

D'Andrea: E innumerevoli testimonii possono venire in tribunale a giurare che egli in tante e tanteoccasioni ha dato segno di conoscere questa sua fama, ribellandosi con proteste violente! Primo Giudice: Ah, 'u vidi? Lo dici tu stesso!

Secondo Giudice: Comu cunnannari, in coscienza, 'u figghiu d' 'u sìnnacu e Vitu Faziu qualidiffamatori, p'aviri fattu, vidennulu passari, il gesto che da tempo sogliono fari apertamenti tutti...

D'Andrea: E primi fra tutti voi altri?

Tutti e tre i giudici: - Ma sicuramenti! - È terribili, ti dicu! - Scanzàtinni, Signuri!

D'Andrea: E poi vi fate meraviglia, amici miei, ch'io mi porti qua il cardellino? - Eppure me lo porto

-voi lo sapete - perché son rimasto solo da un anno: era di mia madre questo cardellino; e per me è il ricordo vivo di lei: siamo noi due soli, ora; e non me ne posso staccare... Gli parlo, imitando, così, con le labbra, il suo verso e lui mi risponde. Io non so che gli dico, ma lui, se mi risponde, è segno che coglie qualche senso nei suoni che gli faccio... Tale e quale come noi, amici miei, quando crediamo che la natura ci parli, con la poesia dei suoi fiori, con l'azzurro del suo cielo, mentre la natura forse non sa neppure che noi esistiamo!

Primo Giudice: E a tia sta filosofia, caro mio, ti fa infelici!

SCENA III

Detti e Marranca

Marranca (sporgendo il capo dalla comune): Permissu, signor Cavaleri?

D'Andrea: Avanti, Marranca.

Marranca: Iddu, in casa, non c'era, signur Cavaleri. Cci lassai dittu a una di li figghi, ca comu veni,lu mannassi ccà. È vinuta intantu la figghia cchiù nica - Rusinedda. Si voscenza la voli riciviri... D'Andrea: Ma no: io voglio parlari con lui! con lui!

Marranca: Dici ca cci voli dari 'na prighera, signur Cav(al)eri... È tutta scantata...

Primo Giudice: Noi ce n'andiamo. A rivederci, D'Andrea!

Scambio di saluti - e i tre giudici escono per la comune.

D'Andrea: Falla passare.

Marranca: Subitu, signor Cavaleri.

Via anche lui.

SCENA IV

D'Andrea e Rusinedda

Rusinedda (dietro la comune): Permissu?

D'Andrea: Avanti, avanti.

Rusinedda (sui sedici anni, poveramente vestita, ma con una certa decenza, mostrando appena il


volto dallo scialle nero di lana): Serva di voscenza. Oh Maria, signuri aggiudici, voscenza ficichiamari a mê patri?... Chi è, signuri aggiudici? pirchì? Non avemu cchiù sangu nni li vini! D'Andrea: Ma via! Che cos'è? calmatevi!

Rusinedda: E ca non avemu avutu mai chi fari cu la giustizia, nautri, cillenza!

D'Andrea: E vi fa tanto terrore la giustizia?

Rusinedda: Sissignura: cci dico ca non avemu cchiù sangu nni li vini! Li mali cristiani, cillenza,hannu chi fari cu la giustizia! Ma nautri semu puvureddi, e poviri disgraziati! E si macari la giustizia si metti ora contra di nui...

D'Andrea: Ma no. Chi ve l'ha detto? State tranquilla! La giustizia non si mette contro di voi.

Rusinedda: E allura pirchì voscenza ha fattu chiamari a me' patri?

D'Andrea: Perché vostro padre vuol mettersi lui contro la giustizia.

Rusinedda: Me patri? Chi dici!

D'Andrea: Non vi spaventate. Vedete che sorrido... Ma come? non sapete che vostro padre s'èquerelato contro il figlio del sindaco e il farmacista Fazio per diffamazione?

Rusinedda: Nonsignura! Maria Santissima, non sapemu nenti! Comu un pazzu è me patri! Non ccidassi cuntu! Avi di quarchi misi ca è comu pazzu, cillenza! Avi quasi un anno ca non travagghia cchiù, jittatu fora di tutti, furiatu e spirdatu comu la pesti di tuttu lu paisi! Chi fici quarela? Contra 'u figghiu d' 'u sinnacu fici quarela? Chi focu granni! Ma è pazzu, è pazzu, cci dicu! Sta guerra 'nfami ca cci fannu tutti ppi ssa mala nnuminata chi cci vòsiru jittari, cci ha fattu pàrtiri li cirivedda! Ppi carità, signuri aggiudici: cci 'a facissi ritirari 'a quarela! cci 'a facissi ritirari!

D'Andrea: Ma sì, carina! Voglio proprio questo! E l'ho fatto chiamare per questo. - Spero di

riuscirvi. Ma voi sapete: è molto più facile fare il male che il bene...

Rusinedda: Comu, cillenza! Ppi voscenza?

D'Andrea: Anche per me! Perché il male, carina, si può fare a tutti e da tutti, e il bene solo a quelliche ne hanno di bisogno.

Rusinedda: Me patri! Ah cci pari ca me patri non n'avi di bisogno?

D'Andrea: Sì, figliuola. Ma questo bisogno d'aver fatto il bene, rende spesso così nemici gli animidi coloro che si vogliono beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo. - Capite?

Rusinedda: Nonsignura: non capisciu! Ma facissi di tutto voscenza! Nni ha jittatu a solu sta'nfamità di la mala genti! Ppi nautri è finuta! Non cc'è cchiù paci, non cc'è cchiù beni! D'Andrea: Ma non potreste andar via da questo paese?

Rusinedda: E unni? Ah, voscenza non sapi com'è! Nni la purtamu d'appresso, la mala nnuminata,

unni jamu jamu... Non si leva cchiù, manco cu 'u cuteddu... Cci dico ca pari foddi, me' patri: s'ha fattu crisciri la varva, 'na varvazza ca pari un varvajanni, e si cusìu d'iddu stissu un paru di robbi, cillenza, ca si si li metti fa scantari la genti, fa fùjiri macari li cani! D'Andrea: E perché?

Rusinedda: S' 'u sapi iddu, 'u pirchì! Cci dicu ca pari 'mpazzutu! Cci la facissi ritirari voscenza ssaquarela!

Si sente picchiare alla comune.

D'Andrea: Chi è? Avanti.

SCENA V

Detti e Marranca

Marranca (tutto tremante): Ccà è, signur cavaleri... Ch'ê ffari?

D'Andrea: E perché così spaventato?

Rusinedda: Cu' è, me patri? Ppi carità, cillenza, non mi facissi truvari ccà, vasannò mi mancia!

D'Andrea: Come? Perché?

Rusinedda: Non voli ca niscemu mancu 'u nasu fora di la porta! Unni m'ammucciu? D'unni mi nnifa scappari?

D'Andrea: Ecco. Non temete. (apre una porticina nascosta nella parete di sinistra) Andate via di


qua; poi girate per il corridojo e troverete l'uscita.

Rusinedda: Sissi, sissi, grazii! Mi raccumannu a voscenza. Serva sua!

Via per la porticina. D Andrea la richiude.

D'Andrea: Introducetelo.

Marranca (tenendo aperto quanto più può la comune, per tenersi discosto): Avanti, avanti...

introducetevi... (e come Chiàrchiaro entra, se ne scappa via di furia)

SCENA VI

D'Andrea e Chiàrchiaro

Rosario Chiàrchiaro s'è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S'è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliata; s'è insellato sul naso un pajo di grossi occhiali di quelli con le grate, pei malati d'occhi; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno che gli sgonfia da tutte legarti, e tiene una canna d'India in mano. Entra con passo funebre, cadenzato, battendo il bastone e si para davanti al giudice.

D'Andrea (con uno scatto violento d'irritazione, buttando via le carte del processo): Ma fatemi ilpiacere! Che storie son codeste! Vergognatevi!

Chiàrchiaro (senza scomporsi minimamente allo scatto del giudice, digrigna i denti gialli, e dicesottovoce): Lei dunque non ci crede?

D'Andrea: V'ho detto di farmi il piacere! Non facciamo scherzi, via, caro Chiàrchiaro! Sedete,sedete qua. (gli s'accosta e fa per posargli una mano sulla spalla)

Chiàrchiaro (subito, traendosi indietro e fremendo): Signor giudice, non mi tocchi! Se ne guardibene! Lei ci perde la vista!

D'Andrea (lo guarda freddamente, poi dice): Seguitate... Quando sarete comodo... - Vi ho

mandato a chiamare per il vostro bene. Là c'è una sedia: sedete.

Chiàrchiaro (prende la seggiola, siede, guarda il giudice, poi si mette a far rotolare con le manisulle gambe la canna d'India come un matterello, e tentenna il capo a lungo. Alla fine, mastica):Per il mio bene... Per il mio bene, lei dice... Avi il coraggio di dire per il mio bene?... E lei si figura di fari il mio bene, signor giudice, dicennu ca non cridi a la jettatura?

D'Andrea (sedendo anche lui): Volete che vi dica che ci credo? E vi dirò che ci credo. Va benecosì?

Chiàrchiaro (recisamente, col tono di chi non ammette scherzi): Nossignore! Lei l'avi a cridirisupra 'u seriu - supra 'u seriu! Non sulu, ma l'avi a dimostrari istruendo il processo! D'Andrea: Ah, vedete: questo sarà un po' difficile!

Chiàrchiaro (alzandosi): E allora me ne vado.

D'Andrea: E via! sedete! V'ho detto di non fare scherzi!

Chiàrchiaro: Ma io faccio sul serio, caro lei! Che ne vuol vedere qualche esperienza? - (Si tocchi,via! si tocchi! si tocchi!)

D'Andrea: Ma io non mi tocco niente!

Chiàrchiaro: Si tocchi, le dico! Sono terribile, sa!

D'Andrea (severo): Basta, Chiàrchiaro! Non mi seccate: Sedete, e vediamo d'intenderci. Vi hofatto chiamare per dimostrarvi che la via che avete preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.

Chiàrchiaro: Io? via? quali via? Signor giudice, iu sugnu ccu li spaddi a lu muru, dintra un vicolocieco, d'unni non pozzu cchiù né nèsciri né arriminarimi. Quali via?

D'Andrea: Né questa d'adesso, né quella là del processo. Già l'una e l'altra - scusate - sono traloro così... (infronta gl'indici delle due mani per significare che le due vie gli sembrano opposte) Chiàrchiaro (chinandosi e introducendo un suo dito tra le due dita così opposte del giudice, escotendolo in senso negativo): Non è veru per nientissimo affatto, signor Giudici!

D'Andrea: Come no? Là, nel processo, accusate come diffamatori due giovani perché vi credono


jettatore, e ora qua vi presentate a me, parato così, in veste di jettatore e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.

Chiàrchiaro: Sissignore. Perfettamenti!

D'Andrea: E non vi pare che ci sia contraddizione?

Chiàrchiaro (lo guarda un pezzo, poi con sdegnosa commiserazione): Mi pare, signor Giudice,che lei non capisci nenti!

D'Andrea: Dite, dite pure, caro Chiarchiaro. Forse è una sacrosanta verità questa che dite. Maabbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.

Chiàrchiaro: Lo servo subito. Eccomi qua. (accosta la seggiola) Non sulu cci farò vidiri ca lei noncapisci nenti; ma cci farò vidiri anche ca lei è un mio nemico.

D'Andrea: Io?

Chiàrchiaro: Lei, lei, sissignore. Lei chi cridi di fari "il mio bene" - Quali beni? Lei? Lei è il mio più

acerrimu nemicu! - Mi dicissi 'na cosa: Sapi o non sapi ca 'u figghiu d' 'u sìnnacu ha chiesto il patrocinio di l'avvucatu Lorecchio?

D'Andrea: Sì. Questo lo so.

Chiàrchiaro: E 'u sapi che iu - iu, Rosario Chiàrchiaro - io stesso sono andato dall'avvocatuLorecchio a daricci tutti li provi di lu fattu, cioè, che non sulu iu m'avìa addunatu da più d'un annu chi tutti, vidennumi passari, facianu li corna e altri sconciuri più o meno puliti, ma anche le prove, signor giudice - provi documentati - testimonianze irrepetibili, sa? ir-re-pe-ti-bi-li di tutti li fatti spavintusi su cui è edificata incrollabilmente, in-crol-la-bilmente, la me' fama di jettaturi! D'Andrea: Voi? Come? Voi siete andato a dar le prove all'avvocato avversario? Chiàrchiaro: Dal Lorecchio. Sissignore.

D'Andrea (più imbalordito che mai): Eh... vi confesso che capisco anche meno di prima.

Chiàrchiaro: Ma no! - Niente! Lei non capisce niente!

D'Andrea: Ma come? scusate... Siete andato a portar codeste prove contro di voi stessoall'avvocato avversario, perché? per render più sicura l'assoluzione di quei due giovanotti? E perché allora vi siete querelato?

Chiàrchiaro: Ma in questa domanda appunto è la prova, signor giudici, ca lei non capisci nenti! Iomi sono la [sic] querelato perché voglio il riconoscimento ufficiale della mia potenza - non capisci ancora? Voglio che sia ufficialmente riconosciuta questa mia potenza terribile, che è ormai l'unico mio capitale, signor giudice!

D'Andrea (facendo per abbracciarlo, commosso): Ah, povero Chiàrchiaro! povero Chiàrchiaro mio,ora capisco! Bel capitale, povero Chiàrchiaro! E che te ne fai?

Chiàrchiaro: Che me ne faccio? Come che me ne faccio! Lei, caro signore, per esercitari staprofessioni di judici - macari accussì mali comu la esercita - mi dica un po', non s'ha dovuto prima prendere la Laura - lei?

D'Andrea: Eh sì, la laurea...

Chiàrchiaro: E dunque! Voglio anch'io la mia patente. - La patente di jettatore. - Ccu tanto di bullu!

bollo legale! - Jettatore patentato dal regio tribunale!

D'Andrea: E poi? Io dico: Che te ne fai?

Chiàrchiaro: Chi mi nni fazzu? Ah vero loccu è lei! Me lo metto come titolo nei biglietti da visita!

Ah nenti cci pari? La patente! la patente! sarà il mio capitale! la mia professione! il mio campa-vita!

-Ma non lo sa lei, signor giudice, che m'hanno assassinato? Iu sognu un poviru patri di famigghia, e lavoravo, lavoravo onestamenti! M'hannu fattu cacciari fora di lu postu unni mi guadagnava lu pani e m'hanno jittatu mmezzu a 'na strata! con la moglie, con la moglie paralitica, di tri anni nôn funnu di lettu! con due ragazze, ca si li vidissi, signor giudici, scìppanu lu cori di la pena chi fanno: beddi tutti dui, armuzzi 'nnuccenti, ca nuddu si li vorrà cchiù pigghiari, pirchì sonnu figghi mii! E 'u sapi di chi stamo campannu tutti quattro? Di lu pani chi si leva di la vucca un figlio mio, che ha pure la sua famiglia, tre picciriddi! E po' stu figghiu mio fari ancora stu sacrifiziu ppi mia? Signor giudice, non mi resta altro che di mèttirmi a fari la professioni del jettatore!

D'Andrea: Ma come la fate?

Chiàrchiaro: Come la faccio?

D'Andrea: Chi cci guadagnati?

Chiàrchiaro: Chi cci guadagno? Ora cci 'u dico iu, comu la fazzu e chi cci guadagno. Intanto, mi

vidi: mi sugnu cumminatu, ccu sti robbi: - mi sta vidennu? Fazzu scantari! Sta varva, st'occhiali...

Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo! - Lei voli sapiri comu? Me lo domanda perché


-le ripeto - lei è un mio nemico! D'Andrea: Ma io? Vi pare?

Chiàrchiaro: Sissignore, lei! Pirchì s'ostina a non credere alla mia potenza! Ma ppi fortuna ccicridinu l'autri, sa? Tutti, tutti cci cridinu! Questa è la mia ricchezza! Cci sunnu tanti case da giuoco nn' 'ô nostru paisi! Basta ca mi prisentu: non cci sarà bisognu di diri nenti. Mi pagherannu suttamanu ppi fariminni jiri! Mi metterò a firriari comu un lapuni attornu a tutti li fabbrichi; mi stabilirò ora davanti a una putia, ora davanti a n'autra: mi 'mpostu così (eseguisce), mi mettu a guardari la gente così (eseguisce) - e ccu' voli ca trasi cchiù nni dda putia? Nesci 'u principali, e mi pròj tre, cinque lire ppi farimi arrassari e farimi jiri a impostari davanti la putia del suo rivale - capisci? È una specie di tassa ca iu d'ora in poi mi metterò ad esigere!

D'Andrea: La tassa dell'ignoranza!

Chiàrchiaro: Dell'ignoranza? Ma che dell'ignoranza, caro lei! La tassa della salute! Pirchì hajuaccumulatu tanta bili e tantu odiu, iu, contra tutta questa schifosa umanità, ca ppi daveru cridu, signor giudice, d'aviri ccà, ccà, nni st'occhi, la potenza di fari crollare dalle fondamenta una intera città! - Si tocchi! si tocchi, perdio! Non lo vede? Lei è rimasto 'mpassulutu!

D'Andrea, compreso di profonda pietà, è rimasto davvero, come balordo, a tentennare il capo.

Va', si susissi! E jissi a istruiri ssu processo c'avi a fari època, in modo ca sti dui giovanotti niscissiru assolti per inesistenza di reato. Questo vorrà dire per me il riconoscimento ufficiale. D'Andrea (alzandosi): La patente?

Chiàrchiaro (impostandosi grottescamente e battendo la canna): La patente, sissignore!

Non ha finito di dire così, che la vetrata della grande finestra a sinistra si apre pian piano, come mossa dal vento, urta contro il treppiedi e la gabbia del cardellino e li fa cadere con fracasso.

D'Andrea (con un grido, accorrendo): Ah Dio! il cardellino! il cardellino! Ah Dio! è morto! è morto!

l'unico ricordo di mia madre! è morto!

Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre giudici e l'usciere Marranca, che subito si trattengono allibiti alla vista di Chiàrchiaro.

SCENA VII

Detti, i tre giudici e Marranca

Tutti: Chi è? chi è? chi fu? chi fu?

D'Andrea: Il vento... la vetrata... il cardellino...

Chiàrchiaro: Ma chi ventu! chi vitrata! Sono io! sono stato io! Non ci voleva credere, e gli ho datola prova della mia potenza! Io! io!

TELA