Prologo a Re Lear

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PROLOGO A RE LEAR

Prologo a Re Lear

Un atto della vita degli attori

Di Ferenc MOLNAR

PERSONAGGI

BANATI

DOTTORE ERNESTO

ELENA

DOTTOR KISS

DUCA DI BORGUNDIA

PORTACESTE

PARRUCCHIERE

BUTTAFUORI

CAPO MACCHINISTA

POMPIERE

USCIERE

NOTA             - Questo atto, ondeggiante tra il reale e il fantastico tra il burlesco e il tragico, tra il verso e la prosa, tra il linguaggio invec­chiato, roboante delle tragedie classiche e il dialogo piano e scorrevole dei giorni nostri, richiede nell'interpretazione, due stili di recita­zione, così come lo stile della traduzione alter­na e ondeggia volutamente tra queste fue forme.

Sala nel palazzo di Re Lear. Nel centro un trono su scalini di base. All'alzarsi del sipario poca luce sulla scena. Alcuni macchinisti met­tono a posto le ultime quinte, poi escono. Tre altri macchinisti si occupano del trono. Nel mezzo del proscenio, colla schiena verso il pub­blico sta il Capomacchinista che sorveglia il lo­ro lavoro. Accanto a lui un vecchio pompie­re. Nessuno parla; si ode il martellare dei mac­chinisti.

Capomacchinista           - Fondale! (il fondale s'ab­bassa) Bene! Luce! (la scena si rischiara) Ra-maszeder! (silenzio) Ramaszeder!!!

Voce                             - (dietro le quinte) Presente.

Capomacchinista           - (a uno dei macchinisti) Siediti lì. (Il macchinista si siede sul trono).

Capomacchinista           - Ramaszeder.

Voce                             - Eccomi.

Capomacchinista           - Il riflettore sul trono! (il fascio di luce gira cercando il trono senza trovarlo).

Capomacchinista           - Il riflettore sul trono! (la luce cerca il trono senza trovarlo). Su!... Più in giù! (il fascio si allontana molto) Eih, dove vai? (il fascio ritorna sul trono ed illumina la testa del macchinista) Alt! Va bene. Basta ora. (Il riflettore si spegne, il macchinista scende dal trono e s'allontana cogli altri. Una vecchia entra e spazza attorno al trono. Il capomacchi­nista esce. Il vecchio pompiere cammina).

Banati                           - (l'attore entra a precipizio da sinistra; è agitato come fosse inseguito da, qualcuno. Ha il mantello con il bavero rialzato, e il cappello in capo. Nei mezzo della scena si ,f\ijjerma, spia dietro poi scompare a de­stra. Il pompiere lo saluta ed egli ricambia il saluto. Pausa).

Banati                           - (voce dietro le quinte) Portaceste! (pausa breve. Urla) Portaceste!!! (silenzio) Portaceste!!! (pausa).

Banati                           - (entra correndo in camicia, senza gilet) Portaceste!!!

Pompiere                       - Vado a cercarlo (esce da sinistra, grida di fuori) Portaceste!

Portaceste                     - (compare da sinistra).

Banati                           - Dove sei! Eh! Da dove sbuchi fuori?

Portaceste                     - Sono già qui e vengo subito.

Banati                           - Il signor Almady è qui?

Portaceste                     - Sì.

Banati                           - S'è già truccato?

Banati                           - Credo di sì.

Banati                           - Allora scappa come un forsennato e digli di venire subito.

Portaceste                     - Mi scusi, signor Banati, io sono arrivato adesso, perchè così presto lei non è venuto mai in teatro. Non sono nemmeno le otto...

Banati                           - Perchè chiaocheri?! Eh?! Scappa su­bito e chiamami il sienor Almady... o no... piuttosto rimani qui. Non lasciarmi solo, sai. Non lasciarmi isolo tutta la sera.

Portaceste                     - Ma signor Banati...

Baanti                           - Aspetta... vai prima nel mio came­rino e guarda ©e ci fosse eente estranea...

Portaceste                     - E se ci fosse?

Banati                           - Su, spicciati!!

Portaceste                     - (esce correndo a sinistra).

 Banati                          - (spia e origlia agitato) C'è?

Portaceste                     - (voce) Non c'è nessuno.

Banati                           - Dì all'uscere che chiunque volesse parlarmi non lo deve assolutamente lascimr passare. Poi chiama il signor Almady. Scap­pa!! (cammina su e giù. Pausa).

Portaceste                     - (rientra) Ma mi dica, signor Ba­nati, che cosa le è capitato?

Banati                           - Non oso vestirmi nel camerino. (guarda attorno) Dovrei vestirmi altrove... M'insegue un uomo. Mi dà la caccia colla ri­voltella in pugno. Non uno. Sono in due.

Portaceste                     - Sarà un collezionista di auto­grafi.

Banati                           - Magari!... E' un marito, caro te!! Un marito furente per via della moglie.

Portaceste                     - Diamine!

Banati                           - Mi hanno acciuffato, figlio mio. Mi hanno acciuffato... (il Duca di Borgundia, in costume, entra) mi hanno acciuffato, Alma­dy... e mi danno la caccia... Sono balzato dalla finestra della cucina sul corridoio, ma loro se ne sono accorti e mi inseguono. Una gara di corsa sulle scale... Fuori, sulla stra­da!... Attraverso due strade di corsa, loro dietro di me!... Piglio un'automobile, avan­ti!... E ora sono qui. E tutto ciò prima della mia più bella parte... tutto ciò prima del Re Lear... Ma mi seguono. Scommetto che ci saranno fra poco.

Borgundia                     - Chi?!

Banati                           - Quei due!

Borgundia                     - Chi sono « quei due »?

Banati                           - Il marito e un amico del marito.

Borgundia                     - Il marito di chi?

Banati                           - Il marito della donna. Fra un mi­nuto sarà qui.

Borgundia                     - Ma chi è la donna? (Scampanel­lio).

Banati                           - (trasale. Sgomentato) Suonano?!

Portaceste                     - E' il primo segnale.

Parrucchiere                  - (entra da sinistra. Porta una barba lunga bianca n. una parrucca coi capelli lunghi bianchi) Ecco qui il crespo.

Banati                           - Senta, se la barba puzzerà cssù di nuovo come ieri, scaravento lei dalla finestra insieme colla barba... Mi mostri (odora la barba) Che vi ha fatto, adesso?!

Parrucchiere                  - L'ho innaffiata con un po' di acqua di colonia.

Banati                           - E' pazzo.. Fare Lear con una barba simile.

Parrucchiere                  - Scusi, i sovrani portano barbeolezzanti. Lo sanno anche i bambini. Andiamo, signor Banati, ho poco tempo.

Borgundia                     - Cosa vuoi dunque da me?

Banati                           - Ti supplico, stai con me, rimani qui perchè quei due... irromperanno di sicuro.

Portaceste                     - Ho già fatto chiudere le porte.

Banati                           - Quello si farà strada lo stesso... cor­rerà sulla scena mentre recito...

Borgundia                     - Ma chi è questa bestia feroce?

Banati                           - Non lo conosco... non l'ho visto an­cora... La donna l'ho conosciuta nel giardi­no zoologico... .avventure da poco... Il ma­rito l'ho intravisto mentre balzavo dalla fine­stra della cucina. Ma come urlava... correva dietro il mio taxi!... Entrerà con violenza... Sono in due. C'è anche un amico con lui.

Parrucchiere                  - (freddo) Andiamo col crespo.

Banati                           - Bene, bene. Ti prego di non lasciar­mi, (al portaceste) Vai al camerino, guarda un po' se ci sono già? (portaceste corre a destra) Terribile! Faranno di sicuro un gran scandalo.

Borgundia                     - Li metteremo alla porta.

Banati                           - Mentre lo mettiamo egli mi spara ad­dosso. 0 loro mi spareranno addosso.

Borgundia                     - Ma quanti sono allora?

Banati                           - Quando partivano non erano che in due. Ma da allora chissà quanti si sono uniti al corteo?!

Borgundia                     - E' un uomo forte?

Banati                           - Se ho visto bene è un piccolo min­gherlino. Ma è molto furente. E porta un paio di occhiali.

Borgundia                     - Prima di tutto bisogna togliergli dal -naso gli occhiali, che non possa mirare.

Banati                           - (spaventato) Sei così sicuro che spa­rerà?

Borgundia                     - Se è così furente!

Parrucchiere                  - Andiamo col crespo, signor Banati, non ho più tempo...

Banati                           - (grida) Portaceste!

Portaceste                     - (da destra) Venga pure avanti, non c'è pericolo. Ho parlato col portiere. (Tutti escono a destra. Pausa. Il pompiere cammina su e gù poi si sofferma alla ribalta).

Pompiere                       - Che strano mondo! Questo trono, questa Pompa reale che protegge cauto contro la furia dell'incendio! E questo stolto guitto che trema Qual foglia, scandali nell'aria fiuta. Che strano mondo! Strano ma schifoso! Sono vent'anni che vivo qui Fra questi stracci, trucchi e colori, E guardo saggio questi istrioni Che stanno, cadono, e s'esaltano Dall'uragano dell'applauso forte! Li guardo calmo, un giorno dopo l'altro Da uomo semplice e virtuoso Quale Pompiere, devo esserlo. E li disprezzo dal sincero cuore, Lui e colleghi, da vent'anni lunghi, Disprezzoli; da uomo retto sano Ma taccio, capmiinando muto qui Tra loro, su e giù, su giù, su giù, Nel cuor lo schifo, sul viso saggio Sorriso, nauseato e sprezzante. Vediamo ora, ciò che accadrà Perciò: lingua a posto! (Si ritrae. Da sinistra si precipitano sulla scena il Dottore Ernesto e il Dottore Kiss. Li segue l'Usciere, sbarrando loro la strada).

 Usciere                         - Sentano, se non escono subito, chia­ mo un poliziotto.

Ernesto                          - Chiama un poliziotto! Chiama il Questore!

Kiss                               - (calmandolo) Ma Ernesto, ti prego... Ernesto (inferocito e spingendo il portiere) Va via, va via, o chiamami quel mascalzone. Usciere - Lei non darà del mascalzone agli artisti, lei è sulla scena di un teatro di Stato. Fuori!!! (lottano con Ernesto). Ernesto          - Non me ne vado prima d'aver schiaffeggiato, insultato, picchiato quel guit-tone! Gli romperò le ossa. (Lotta coll'usciro durante le battute seguenti mentre Kiss tenta di calmarlo).

Buttafuori                     - Chi è? Chi sono questi due?!

Usciere                          - Un pazzo.

Buttafuori                     - Perchè l'ha lasciato passare?!

Usciere                          - Mi ha buttato due volte a terra. Ri­manga qui, io chiamo un poliziotto.

Buttafuori                     - Lo mettiamo alla porta anche senza poliziotto. Favorisca uscire!

Ernesto                          - No!

Buttafuori                     - Esca subito!

Ernesto                          - No! Voglio picchiare a morte l'attore Banati che ha disti-utto la mia felicità.

Buttafuori                     - Vuole picchiarlo qui?!

Ernesto                          - Dove lo trovo.

Buttafuori                     - (urla) Marche!!!

(Il Duca di Borgundia entra. Parla colla voce aristocratica affettata e ricercata degli attori di tragedie classiche).

Buttafuori                     - Signor Almady, questo signore sconosciuto fa del chiasso e dice di voler pic­chiare a morte il signor Banati. Ernesto (a Borgundia) Credo di parlare con un gentiluomo. Perciò la invito a voler con­durmi subito nel camerino dell'attore Banati che ha distrutto la mìa pace famigliare! Io voglio punirlo per questo!

Borgundia                     - (c. s.) Signore mio siamo sulla scena del nostro maggior teatro di Stato. La rappresentazione comincerà subito e il Mae­stro Banati reciterà la parte principale. Se Ella avesse a dirgli qualcosa, favorisca aspet­tare la fine dello spettacolo. I costumi, la no­stra società, accordano diversi modi per ap­pianare tali tristi vertenze. Ma non accon­sentono il modo che vuol adoperare lei. Osse­quio (al Buttafuori) Portatelo fuori.

Ernesto                          - Ma io l'adopererò se anche mi co­stasse la vita! (si precipita fuori verso sini­stra).

Kiss                               - Ernesto, per l'amor del Cielo! (lo se­gue correndo).

Buttafuori                     - (all'usciere) Corri sulla piazza e chiama un poliziotto (Buttafuori esce a destra e l’usciere a sinistra. Pausa. Il Pompiere cammina con indifferenza).

Borgundia                     - (viene da sinistra in punta di piedi) Vieni per di qui e non gridare.

Banati                           - (lo segue nel costume di Re Lear, truc­cato ma 'senza parrucca e barba. Il parruc­chiere lo segue, nella mano la parrucca e bar­ba e il portaceste colla corona reale) Or­rendo... orrendo... lasciano entrare quel paz­zo... ed io sono, costretto...

Borgundia                     - Hanno già chiamato un poliziotto.

Parrucchiere                  - Andiamo col crine, signor Ba­nati. Non ho tempo, (durante le seguenti battute gli mette addosso la parrucca e la barba).

Banati                           - Se tutto ciò fosse capitato una mez­z'ora prima, la recita in corso mi darebbe un rifugio... Diamine: come fare, come fare? (a Borgundia) Tu, Almady, rimani qui.;, te­mo che ci sarà qualche erari scandalo.

Borgundia                     - C'è già, figlio mio!

Banati                           - Lo pubblicheranno anche i giornali?

Borgundia                     - Dipende dallo scandalo.

Banati                           - (al Parrucchiere) Andiamo col cri­ne, (a Borgundia) E ora, dove sono?

Borgundia                     - Il buttafuori è riuscito a chiu­derli dentro nel camerino.

Portaceste                     - Favorisca sedersi. Viene l'inco­ronazione. (Banati si siede sullo scalino del trono. Il parruchiere e il portaceste gli met­tono la corona in testa).

Banati                           - Come fare, come fare?! Dì, quanti poliziotti avete chiamato? (al portaceste) Spicciati, dì che venga una pattuglia. Alt, fermati! Qualunque cosa ti dicessi, ovunque ti mandassi, tu rimarrai!! Capito? Rimarrai con me.

Parrucchiere                  - La pattuglia la chiamerò io. Ho già finito, (esce, il pompiere lo segue. Grande chiasso di fuori).

Buttafuori                     - (Si precipita dentro) Correte al­lo studio del Direttore. Hanno rotto la porta del camerino. Vengono (esce correndo).

Banati                           - (urla) Dove scappi! Rimani! Riman­gano tutti con me! Portaceste la mia spada! La mia spada! (Portaceste corre verso sini­stra. Entrano Ernesto e Kiss da destra).

Ernesto                          - (si sofferma) Signor Banati?

Lear                               - Sono io.

Ernesto                          - (aggiusta i suoi occhiali. Pausa. Si fis­sano)

Lear                               - (s'avvia adagio, sale gli scalini con maestà e vi si sofferma, con sovranità superba).

Borgundia                     - (a Ernesto) Vedo con grande pia­cere che si è calmato un po'! Favorisca ve­nire nel salotto: lì parleremo di tutto da uo­mini bene educati.

Ernesto                          - Grazie, ma io ho solo da parlare col signor Banati, ma per essere sincero non so se quello lì sia lui (indica a Banati).

Borgundia                     - Venga, venga, andiamo nel sa­lotto.

Ernesto                          - (imbarazzato) Ripeto, non so se sia l'attore Banati che sta sullo scalino del trono in quell'atteggiamento recale. Se non mi sba­glio indossa il costume di una tragedia clas­sica colla corona in testa. Può essere che sia il nostro primo Sovrano Santo Stefano.

Borgundia                     - No, Signoria, è il Re Lear!

Ernesto                          - (tocca nervoso gli occhiali) Re Lear?

Borgundia                     - Lear, il Re sciagurato. Stasera si recita la sua tragedia. L'ha scritta 51 Redattore Capo Shakespeare.

Ernesto                          - Lo so, signor mio, grazie. E lei è dunque il Re di Francia.

Borgundia                     - No, Sire. Il Duca di Borgundia.

Ercesto                          - Lo so. Quello che avrebbe dovuto sposare una delle figlie di Lear.

Borgundia                     - Ma poi ha cambiato idea, Si­gnoria.

Ernesto                          - Lo so, lo so. Ho l'onore di tenere un corso speciale all'Università, sulle opere di Shakespeare .

Borgundia                     - Lei, insegna all'Università?

Ernesto                          - Sono padrone di farlo (verso Lear), Dottore Ernesto Szabò, docente all'Università, consigliere della « Società per studi shake­speariani ».

Lear                               - (con voce unta e maestosa di sovrano) Saluto! (Portaceste entra con una grande spa­da sfoderata che consegna a Borgundia).

Borgundia                     - (al portaceste, con voce affettata) Allontanatevi (portaceste esce).

Borgundia                     - (consegna con solenne omaggio la spada a Lear) La tua spada, o Sovrano!

Lear                               - Grazie, duca!

Kiss                               - Vieni, Ernesto, questo non è il luo­go adatto.

Ernesto                          - No. Rimarrò.

Lear                               - Cosa desidera da me?

Ernesto                          - Questo, signore, il dottor

Kiss                               - (Kiss s'inchina), mio amico e collega, sta nella stessa casa mia. Anzi, sullo stesso pianerot­tolo. Dopo aver tentato senza esito, e per degli anni, di sedurre mia moglie...

Kiss                               - (sorpreso) Ma Ernesto! Una volta e per sempre ti proibisco...

Lear                               - Silenzio, forestiero!

Borgundia                     - Silenzio!

Ernesto                          - Lui dunque, mentre io non ero a casa, è sempre venuto a trovare Elena, e leg­gendole le poesie di Byron ed abusando della espressione poetica dell'amore degli altri, ha cercato convincere mia moglie a fargli visita nel suo pied-a-terre che, a scopo di adulte­rio, èra già affittato in piazza dell'Indipen­denza, numero nove.

Kiss                               - Ah, siamo a quel punto lì?

Ernesto                          - Sì, caro! Questo è il giorno delle liquidazioni. E perciò l'aggiusto anche con te (entra il Buttafuori).

Buttafuori                     - Non ho trovato un poliziotto.

Ernesto                          - Non occorre! Non vede che si parla con calma?!

Buttafuori                     - (s'inchina ed esce).

Ernesto                          - La donna resistette a questi tenta­tivi infantili e professionali nello stesso tem­po, anzi mi dava resoconto giornaliero degli attacchi del buon amico. Il quale, respinto, aspettava l'occasione per vendicarsi.

Kiss                               - (scoppia in una rhata).

Ernesto                          - (alludendo alla, risata) Non mi di­sturba. La settimana scorsa mi fece chiamare e mi comunicò che Elena stava nel Giardino Zoologico con un individuo che sembra essere un comico, e passeggia sempre davanti, la gab­bia dello vstesso animale. Credevo che fosse una calunnia. Ho preso nota di quanto mi disse, e basta. Più tardi mi fece chiamare nuovamente e mi comunicò che l'animale era l'ippopotamo e il comico il signor Banati.

Lear                               - (ringrazia con un sorriso clemente).

 Ernesto                         - Tardavo ancora a chiedere conto ad Elena. Ma egli ieri sera mi comunicò che il suo sospetto si era mutato in certezza. L'illu­stre Banali, nel pomeriggio, mentre io sono all'Università viene a trovare Elena. Non gli credevo. Allora egli mi invitò di star in ag­guato questo pomeriggio nella sua cucina. Stavo in agguato, con mia grande sorpresa si è avverata la denuncia. Un tipo di comico è entrato nella mia casa. Dopo una breve esita­zione, accettando con viltà imperdonabile l'aiuto di questo signore, ho suonato allora alla porta mia. La cameriera balbettava; l'ho sbattuta nell'angolo. Allora si sentiva lo sbat­tere forte dalle porte e un grido di donna. Corsi nella stanza ove non trovai che mia mo­glie Elena. Corsi sul pianerottolo e vidi un uomo mentre balzava dalla finestra di cucina. L'ho inseguito ed ora sono qui.

Kiss                               - Tu sei qui. Ed io non ci sono più (esce).

Ernesto                          - Con questo signore ho finto (a Lear). E ora mi risponda lei, che non^,£ nemmeno adesso chi sia! E' stato lei a bal­zare dalla finestra della cucina mia?

Lear                               - In ogni caso non ero quello che avrebbe avuto l'ombra della minima brama verso la sua consorte.

Ernesto                          - E' balzato, lei, dalla finestra?!

Lear                               - Signore mio, ho tre figlie adulte!

Borgundia                     - Lui... dalla finestra? Lo guardi bene!! è un venerabile vegliardo.

Ernesto                          - E davanti la gabbia dell'ippopota­mo era lei che passeggiava con. mia moglie? Favorisca dirmi: che aspetto ha nella vita? E' vecchio? Giovane? Bello? Brutto? E' terri­bile star di fronte al seduttore di mia moglie senza sapere che aspetto abbia. E' vecchio lei?

Lear                               - Ciò poco importa.

Ernesto                          - Importa molto. Un mondo mi sepa­ra da lei adesso. Non so con chi parlo e que­sto mi strozza la parola in gola. Come se parlassi per telefono. Com'è il suo viso? Ar­dito? Sguardo aquilino? Allora l'affronterei. Timido e vile? La guarderei con sdegno. Im­pertinente, provocante? Mi irriterebbe e la picchierei.

Borgundia                     - Calma, buon signore.

Ernesto                          - Teorizzo. Perchè analizzo la strana situazione nella quale mi trovo. Il seduttore di mia moglie s'è nascosto in questa maschera, e mi sta di fronte, nel costume del sovrano personaggio, lo sfortunato padre e re delle leggende, la cui sorte straziante m'ha scosso tante volte. E sopra il mio strazio di piccolo jnortale si drizza l'ombra gigantesca e strana pel poeta fosco e creativo, misurato, violento immorale e straordinario, il più grande che abbia saputo creare un mondo di figure tutte Viventi (indica Lear).

wgundia                        - Io ritengo Shakesperare un co­mune commediante ed un capo comico ubbriacone. I suoi lavori li scrisse Bacone. rnesto (sprezzante) Teorie superficiali. Io ho letto Holmes, Appleton, Morgan, Donelly, Kigston, i tedeschi Bormann, Schipper e Wiilker, questi si occupano tutti della que­stione Bacone, ma nulla fa vacillante la mia ferma convinzione. E infine conta poco se Shakespeare è Bacone; l'importante è il cer­vello che la traduzione chiama Shakespeare. L'importante è l'opera poetica (indica a Lear), è Lear che importa, il personaggio che vive da trecento anni, soffre e ci fa commuo­vere. Perciò, per me ci sono impedimenti di due generi: esteriori ed interiori. Fisici e psichici. Cominciamo dagli ostacoli esteriori, ossia, fisici. Io venni qui eoi proposito di romperle le ossa. (Lear fa delle mosse) Vo­levo adoperare tutti i modi possibili ed im­maginabili. (Lear fa delle mosse) Ma ora vengo a parlare di altri impedimenti. Per esempio, la schiaffeggierei volentieri...

Borgundia                     - Ma forestiero! (Lear copre il viso colla barba sua).

Lear                               - Ah!... (e sale uno scalino più in alto).

Ernesto                          - Anzi voglio schiaffeggiarla perchè spero di sforarmi in oruesto modo. Ma non so se lo schiaffeggerò. In questo momento non lo so, ma mi pare che non la schiaffeggerò. Perchè?! Prima di tutto, non c'è posto li­bero per colpirvi, tanti peli ci sono. Mirare per colpire quella piccola parte senza peli non si può. Lo slanciò si infiacchisce. Ma è giusto che i peli ci siano. Lear non è una fi­gura della teoria, ma un re leggendario. Ri­tengo ottimo che colla esagerata foltezza della barba e dei capelli l'attore cerchi spiegarci di essere di fronte ad un vegliardo mitico delle favole. Sulla sua testa non posso picchiare perchè vi è la corona. Ferirei il mio pugno colle punte di questa. Poi non ho oggetti pe­santi per rompergli la testa. Rimane una pe­data, (al duca di Borgundia) Mi dica lei... (Borgundia fa un gesto di protesta) le chiedo pro-forma... Mi dica dove posso dargli la pedata? In un lungo manto regale non si può dare una pedata. Il piede esita perchè non ha un bersaglio. Il vestito moderno accentua tutto. In caso di marsine dò una pedata sotto i due bottoni della schiena e posso sperare di colpire in pieno. In caso di una giacca la dò dove essa termina. Ma con un lungo mantello può capitarmi che tutta la violenza della pedata venga paralizzata tra le sue ric­che pieghe o che io miri troppo in basso ove c'è il vuoto o, come dice la fisica, il vuo­to pneumatico. Poco da sperare. L'ultimo ri­medio sarebbe di strappargli la barba, ma questa non è sua. Ecco, così la difendono le cose esteriori, non parlando della sua spada. (il Buttafuori entra con Elena).

Buttafuori                     - Scusi, signor Banati, questa si­gnora...

Ernesto                          - Elena!

Lear                               - Gentildonna!

Elena                             - (a Ernesto) T'ho seguito, temo che farai uno scandalo, il nostro nome sarà sui giornali; tu sei pazzo!

Ernesto                          - Sta tranquilla che non farò nessun scandalo. Ma il tuo posto non è qui.

Elena                             - Ma dove sono io? Dove?

Borgundia                     - Sul palcoscenico del nostro mag­gior teatro di Stato.

Elena                             - (a Ernesto) E tu che fai qui? Reciti?

Ernesto                          - Non mi sento di renderti conto. Cerco di togliere le macchie dal mio onore.

Elena                             - Ma tu che cosa fai?

Ernesto                          - Sto aggiustando il tuo seduttore (in­dica Lear).

Elena                             - Ma chi è quello lì? (dietro le scene squillo di trombe. Ernesto trasale dallo spa­vento).

Lear                               - Nulla di grave. Provano i corni.

Elena                             - (verso Lear) Ma chi è quello lì?

Lear                               - Sono Banati, mia signora.

Elena                             - (scoppia in una risata).

Lear                               - (sale sullo scalino indispettito ma con maestà) Veramente non ho meritato tali risate beffarde.

Elena                             - (ride) Ma lei è davvero?...

Borgundia                     - Lear, il re sventurato. Recitiamo stasera questa tragedia, signora mia. Non c'è nulla da ridere.

Elena                             - Ma è veramente lei?

Ernesto                          - Non c'è nulla da ridere. Sotto la augusta maschera sta un commediante vizioso che dovrà far i conti col marito oltraggiato.

Borgundia                     - Non offenda sua Maestà.

Ernesto                          - Taccia! (a Lear) La donna, mentre il re Lear si nascondeva nella cucina, disse poche parole di difesa. Ora abbiamo l'occasione del confronto. Disse che ella era venuto soltanto due volte in casa mia. E' vero?

Elena                             - E' vero.

Ernesto                          - Non t'ho chiesto nulla. Deve rispon­dere lui.

Lear                               - E' così. Ci fui due volte.

Ernesto                          - Mi ha detto che non era accaduto nulla, (a Elena) Ti divertiva raccontandoti aneddoti piccanti all'orecchio. Questo vegliar­do di trecento anni?

Lear                               - Calunnia.

Ernesto                          - Ella me l'ha confessato! (a Elena) L'ammetti?

Elena                             - (piangendo) Sì.

Lear                               - Se lei lo dice, sia pure.

Ernesto                          - Quali erano questi aneddoti?

Elena                             - Erano due.

Ernesto                          - (minaccioso) Qual'era il primo?

Borgundia                     - Non insulti la donna.

Ernesto                          - Il primo?!

Lear                               - « La cittadella ».

Ernesto                          - Lo , conosco. Umorismo triviale. Adatto per oltraggiarmi l'onore. Ma di fronte a lei non sono capace di ribellarmi. Questo ve­nerando uomo e... «la citadella»!! Non si muova. Non mi parli. Mi lasci nell'illusione! E l'altro?

Lear                               - (maestoso) « Adolfo e il .montone ».

Ernesto                          - Non lo conosco, ma il titolo spiega già tutto, oh Sire! So già molto, ma non tutto! (a Elena) Vedo che sei spezzata sotto il peso della tua confessione! Rispondimi! Ti ha toc­cata quest'uomo?

Lear                               - Mai!

Ernesto                          - Quest'uomo t'ha toccata?!

Elena                             - Una volta... tra i raccontini... ti con­fesso... m'ha toccato l'orecchio...

Ernesto                          - Colla mano?

Elena                             - No. Colle labbra.

Ernesto                          - T'ha baciata?

Elena                             - No. M'ha toccato l'orecchio, ed io sentivo freddo nella schiena, (piange) Ti con­fesso tutto.

Ernesto                          - Constato il fatto che lei ha soffiato nell'orecchio di mia moglie, cosicché ella sentì brividi nella schiena.

Lear                               - Io?!

Ernesto                          - (agitato a Lear) In questo momento, se non si siederà subito sul trono il mio im­pedimento se ne andrà (fa un gesto minaccioso col pugno verso Lear) e sarà finita la malia!

Borgundia                     - (grida) Ramaszeder! Riflettore! (il riflettore circonda con un'aureola la testa di Lear. Borgundia balza accanto a lui e dà un segnale verso le quinte. Squillo di trombe e tuoni. Lear siede maestoso sotto l'aureola).

Ernesto                          - Mi riprendo. Mi dominerò ancora per un po'. Riesumiamo in fretta con sagacia e sangue freddo. Dunque, il caso ha tre capi­toli. Il primo: Passeggiate nel giardino zoolo­gico. Vero?

Elena                             - Sì.

Ernesto                          - Il secondo: visite in casa mia.

Elena                             - Sì.

Ernesto                          - Il terzo: l'assalto inatteso che da parte sua si divide in tre paragrafi : « La cit­tadella », « Adolfo e il montone » e tra i due il momento quando prese in bocca una parte dell'orecchio di questa signora.

Lear                               - Esagerazione!

Ernesto                          - Non c'è altro?

Elena                             - Solo questo.

Lear                               - Questo soltanto.

Ernesto                          - Strano. Se me lo dicesse indossando la sua giacca grigia di borghese e coi suoi propria capelli sulla testa, non lo erectareji (s'avvia verso lui minaccioso, ma un ges!o| maestoso di Lear lo ritiene) E' tremendo che io abbia una così grande coltura! E' tremen­do! (lotta con se stesso per un attimo) Cono­sce lei il nome di Sir Thomas Lucy?

Lear                               - Non ho tal piacere.

Ernesto                          - Sir Thomas Lucy è stato il nobile| inglese che ha picchiato Shakespeare. Signore mio! Shakespeare stesso!! (va verso lui ma poi si ritira).

Elena                             - Sei pazzo?

Ernesto                          - E questo qui è solo Re Lear: peli,» belletto, latta, maschera e guittume... e quello era Shakespeare vivo. (Pausa breve. Con de­cisione) Insomma: non sono capace di saltarle addosso e strangolarla gridando: Menti, mi­serabile guittone, seduttore!

Borgundia                     - Più adagio, buon signore. Ma-. guardate che foga! Ti colga la peste!

Ernesto                          - Non mi canti con questa voce decla- L matoria. Anche lei aiuta a sconcertarmi. Sono. come un accenditore automatico guasto. Pre- -mo invano il bottone, non mi accendo, («v Lear) Mi dica dove posso trovare Banati, l'at­tore. Se è un uomo venga in borghese.

Lear                               - Non occorre. Possiamo aggiustare tutto | qui e subito.

Elena                             - (ride),

Lear                               - Lei signora, m'interrompa, se non dico la pura verità. E il sorriso non mi offende perchè rivolto non a me, ina alla situazione» in cui mi trovo.

Elena                             - Non sorrido più.

Lear                               - Dunque mi ascoltino. Solo chi vive tra li attori sa quanta gentilezza si può trovare el viso di una tigre e quanto è mite una iena. |1 giardino zoologico è la mia ricreazione e Il mia passeggiata preferita, e spero di non incontrarvi mai un collega se non in una delle gabbie. Ma si sieda, signora.

Borgundia                     - (le porta una sedia e Elena si siede).

Lear                               - Facevo la corte ai miei due usurai, pro-rio davanti la gabbia dell'ippopotamo. Davo ei zuccherini ai loro bambini, perchè i due apà mi rinnovassero la cambiale di 900 co-one senza protesto. Lei sorride beffardo, si­gnore!

Ernesto                          - Precisamente. Cambiale e protesto ono parole orrende in bocca di una testa coronata. E una cambiale di 900 corone fa semplicemente pietà.

Lear                               - Lo so. M'ha chiesto dove può trovare Banati, l'attore. Le rispondo: qui subito. Non ho più il tempo di spogliarmi e di struccarmi. Ma farò trapelare Banati dal di dietro della maschera colla stessa manovra, colla stessa ar­te colla quale gliel'ho nascosto. Che possono vedere che non mi nascondo dietro l'autorità del poeta inglese. Dunque: cambiale, 900 co­rone, rinnovaimento, protesto. Ora le ho con­segnato la mia corona reale.

Ernesto                          - Continui. Chissà, forse riuscirò...

Lear                               - Continuo. Diedi zuccherini ai bambini per lusingare i loro papà scellerati, quando una bella signora si fermò davanti la gabbia dell'ippopotamo, sorridendo gentilmente come se dicesse : ce Ma guardi come si diverte il grande.maestro coi bambini! ». Vero?

Elena                             - Vero!

Lear                               - I nostri sguardi s'incontrarono ed ella leggermente arrossì. I padri dei due bambini se ne andarono ed io mi presentai.

Ernesto                          - Un'impertinenza.

Lear                               - Possibile, (con posata sovranità) Ma il suo pudico rossore mi avvinse.

Ernesto                          - Parla di nuovo nel linguaggio re­gale. Cominciavo già a ripigliare coraggio...

Lear                               - Per difendermi, ho rimesso per un mo­mento la corona reale. Ma continuiamo! Ab­biamo passeggiato colla bella signora parlan­do di teatro, di società ed io le chiesi di po­terla visitare nel focolare domestico.

Ernesto                          - A che scopo?

Lear                               - Per avere l'occasione di fare la sua conoscenza.

 Ernesto                         - Come si può bollare una figura così sovrana che dice una sfacciata bugia?

Borgundia                     - Non te lo consiglio, buon fore­stiero.

Lear                               - E' così che sono capitato nel suo san­tuario famigliare. Non lo nego, in quei tempi ho perduto molto al baccarat, e al poker.

Ernesto                          - Che brutta parola! poker! Non sta bene colle chiome bianche leggendarie.

Lear                               - Appunto perciò che lo dico. Baccarat, poker, anzi: la Borsa!

Elena                             - Terribile!

Ernesto                          - (chiude colle mani gli orecchi) Ba­sta, basta! Orribile, questa trivialità! (ride).

Lear                               - No, signore mio, mi denudo solo. Lei ride e così mi è caduta dal viso la barba della leggenda. Ma continuo. Ho perduto mol­tissimo ma la mia massima disgrazia fu che non sono mai riuscito a trovarla in casa. Lei è ritornato sempre quando io già ero via.

Ernesto                          - Rientrai una sola volta in tempo, ma lei balzò dalla finestra della cucina.

Elena                             - Della cucina... della cucina... (ride)

Lear                               - (furioso) Se lei ha tanto da ridere, sap­pia che sono andato a finire con un piede nella pasta del pane.

Elena                             - (ride) Lo so... lo so...

Lear                               - (furioso) E così sono spogliato anche dalla mia parrucca tragica.

Ernesto                          - Non ridere! Continui, lei.

Lear                               - Ciò che riguarda la parte più grave del­l'accusa, cioè il racconto delle... due favole orientali, l'ho fatto veramente alla sua con­sorte, ora presente.

Ernesto                          - E cosa mi dice per sua discolpa?

Lear                               - Nella nostra epoca e nella nostra città non c'è nulla di straordinario. Siamo a Buda­pest, purtroppo. In questa città se un attore classico vuol divertire una signora colta, le racconta brevi favole orientali di indole ero­tica. Ne incolpi la nostra strana coltura, fac­cia processo a questa società mista e in decom­posizione, ma non ne accusi i singoli indivi­dui che sono in balia del loro tempo. Mi creda, le giuro sul mio onore di cittadino, anzi sulla, mia vanità di attore, le avrei detto più volentieri il discorso funebre di Antonio, o il grande monologo di Amleto, o anche la pazzia straziante del vegliardo coronato, le avrei de­clamato Shakespeare più volentieri che dirle aneddoti erotici, ma l'avrei divertita meno. Nel giardino zoologico, come adatta al luogo e al momento, le declamai una favola di La-fontaine, in lingua francese.

Ernesto                          - E' vero, questo?!

Elena                             - E' vero!

Ernesto                          - Inaudito!

Lear                               - Questi due anedotti mi dolevano più che a lei. Me lo creda!

Borgundia                     - Glielo creda, o straniero!

Ernesto                          - Glielo credo. Accetto la scusa, io, che in questa schifosa società lotto per divul­gare il culto di Shakespeare. Nobile dolore benché espresso con esagerazione.

Lear                               - Sagge parole.

Ernesto                          - Ma mi dica solo una cosa; perchè era assolutamente necessario che lei recitasse? Il rispetto e il sentimento che nutriva per mia moglie non la ispiravano ad esprimere la propria anima?

Lear                               - Signore mio, la mia anima, la nostra anima non è così obbediente ad esprimersi subito quando 'vogliamo. Io ,dievo sempre esprimere l'anima degli altri, per anni ed anni. Quando i miei occhi scintillano e sono già sul punto di esprimere quello che io sento viene un'altro a zittirmi e parlare lui per boc­ca mia. Una volta Shakespeare, altra volta Bernardo Shaw. Infine l'anima piccola nostra si indispettisce, si ritira brontolando e non vuol venire più alle labbra. Invecchia e si rie­sce difficilmente a tirarla fuori dal nascondi­glio. Le parole, sì, quelle l'attore le dice fa­cilmente. Ma queste non sono che parole. Ve­de, signor mio, ora anche il manto regale mi è caduto.

Ernesto                          - Che dolorosa confessione. Vedo tut­to sotto un'altra luce e le perdono anche i due aneddoti erotici.

Leàr                               - Che spirito nobile e profondo (si asciu­ga le lagrime).

Borgundia                     - Tu piangi, o Sire!

Ernesto                          - Vede, che piange, non mi fa ef­fetto. L'attore impara col tempo a piangere bene.

Lear                               - No, signore mio. Piangere sanno tutti. Ma noi siamo col pianto come i giocolieri colla loro spada. Lo esercitiamo tanto tempo fino a che non duole più. E sa qual'è la vera disgrazia? Che poi il pianto non duole più nemmeno quando ci farebbe del bene il dolore, (asciuga le lacrime, piagnucolando) E' perciò che non posso sfogarmi... quando piango nella vita privata...

Elena                             - (lo guarda coli'occhialetto) Ma guar­da—piange vere lacrime.

Lear                               - Sì, signora mia. Ma il mio occhio non dà acqua di sorgente.

 Ernesto                         - Che tremenda confessione!

Lear                               - Sì. Ma il mio scopo era di mostrarmi a lei spogliato da ogni artificio. Ora ho compro­messo anche le mie lacrime.

Ernesto                          - Ora vedo molte cose più chiara­mente che non prima, ma una cosa non capi­sco ancora. Se tutto è come dice lei, perchè ha preso tra i denti un piccolo lembo del­l'orecchio di mia moglie?

Elena                             - Fra i denti?! Sei pazzo! Mai! Mai!

Lear                               - E' un'esagerazione. Ho detto con voce sussurrante la favola orientale, ed è possi­bile che per confidenza - che però non ebbe mai incoraggiamento da parte della signora - mi sia chinato troppo verso l'orecchio suo. Se l'avessi toccato le presento le mie scuse... (s'inchina verso Elena) e a lei chiedo per-donanza. (scende dal trono con maestà e fa­cendo tintinnare la spada tende la mano ad Ernesto).

Ernesto                          - (retrocede spaventato).

Lear                               - Mi conceda il suo perdono!

Borgundia                     - Quanto grande e di nobile cuore sei, o Re! Il Duca di Borgundia s'inginocchia alla vista di tale umiltà, (s'inginocchia. Lear ed Ernesto si stringono le mani. Ad un cenno di Borgundia verso le quinte, squillano le trombe).

Ernesto                          - (trasale).

Lear                               - Alzati, o Duca!

Borgundia                     - (verso le quinte) Fate tacere lo squillo de' bellici bronzi! (lo squillo smette).

Lear                               - (sale di nuovo sul trono) Dunque ora possiamo tutti andarcene per i proprii af­fari. Loro ritorneranno calmati nel loro nido tranquillo ed io continuerò la mia strada: in­terpreterò il grande poeta oggi con ammira­zione raddoppiata, poiché devo ringraziare la sua ombra gigantesca. Se ella contiene il pri­mitivo furore ed io trovai modo di essere ascoltato. Ringrazio te, Shakespeare. Presto si alzerà il sipario e dalla scena, ove si svolse la nostra piccola commedia, comincerà a par­lare l'immortale.

Ernesto                          - Devo confessare d'essere stato de­bole. Ma non mi vergogno dire che fui colto dalla commozione e così il mio furore si è calmato. Ma non esageriamo. Che mi sia lasciato trascinare da questa magia teatrale, è molto determinato dal fatto che amo questa frivola e superficiale creatura e sono fatalmen­te debole verso lei. E' terribile, però lo con­fesso: le avrei perdonato lo stesso, perché senza lei non posso vivere. Loro mi hanno solo aiutato in questa lotta interiore, rendendola più facile, diminuendo la mia vergogna coi loro gesti e con parole finte e bugiarde. Ringrazio loro di questo. E' probabile che non sarei stato capace di cacciare mia moglie e di picchiare lei anche senza questa commedia finta. Ma allora sarei qui ora con una figura troppo brutta e misera.Così ho avuto almeno mille attenuanti. Devo constatare questo fatto perchè non mi deridano. Non sono uno sciocco pure parecchie volte parevo esserlo. Secondo Shakespeare l'uomo è un miscuglio della bestia e del poeta. Credo che oggi tutti e due si sono manifestati in me nella proporzione dovuta. Vieni, cara, non è capitato nulla.

Lear                               - Un piccolo flirt o nemmeno questo...

Ernesto                          - E addio. Ma non desidero incontrarti per molto tempo, anzi mai più.

Lear                               - Neppure nelle mie parti?

Ernesto                          - Neppure. Voglio conservare nella memoria questo viso di vegliardo nobile che contrasta tanto colla parola flirt.

Elena                             - (ride).

Ernesto                          - Non ridere. Mi vergogno che tu non abbia capito nulla di quello che è accaduto qui. E addio. Se c'incontrassimo nella vita borghese, non mi saluti. Io non la ricono­scerei.

Lear                               - Ma almeno venga a sentirmi... in una mia parte... Almeno in questo stesso Lear...

Ernesto                          - Possibile... forse... tra anni... ma in un'altra parte mai... si figuri che notte tremenda insonne passerei oggi, se lei stase­ra per caso non avesse recitato Lear, ma Ro­meo. E se avesse disputato nel costume di Romeo con me. Che giorni terribili avrei da sopportare, che inquietudini! Non posso nemmeno pensarci! Stia bene e scusi mia moglie che lo ha deriso.

Lear                               - « Ella è tua... e tua sia pure!

No, che padre io non son d'una tal figlia;

Né mai più gli occhi miei sulla sua faccia ;

Riposeranno. Itene dunque entrambi,

Senza l'amor, senza la grazia nostra,

Senza parola che a voi benedica!

Con noi venite oh Duca di Borgundia ».

(con delle pose grandiose e maestose esce di destra. Borgundia lo segue).

Elena                             - Ma questo è poi...

Ernesto                          - (la ritiene) Non offenderti perché riveli la tua ignoranza. E' nel primo atto di Re Lear, (escono verso sinistra). Pompiere (cammina davanti il trono). Il bravo professore mi sembrava Saggio. E buono pare il suo cuore, La donna: nullità, non vai un soldo, Ma l'attore è una bella faccia tosta E gli amici che per aiutarlo Bugie grosse dissero. Bruttot mondo! Ringrazio Dio mille e mille volte D'esser un paesano ignorante. E fa ribrezzo questo mondo dipinto E la coltura, e la ce subcoscienza»! Un bel stufato, mezzo litro rosso Cucina ben pulita, brutta moglie, Pantofole calducce, sonno calmo Solo desidero! Poco importa Allora se vent'anni altri dovrò Star qui con loro, sorridendo saggio Di questi guitti stolti.

Buttafuori                     - (entra da sinistra) Chi non è di scena, fuori! Comincia la rappresentazione.

(mette sul posto il trono).

Pompiere                       - (via da sinistra).

Buttafuori                     - (grida mentre esce a sinistra) Si­pario!! (la scena s'oscura. Un rintocco di gong. Pausa breve poi)

FINE

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