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PROTEO

PROTEO

Dramma satiresco in due atti

di PAUL CLAUDEL

VERSIONE ITALIANA DI SUZANNE ROCHAT

PERSONAGGI

PROTEO

MENELAO

ELENA

LA NINFA

BRINDOSIER

IL SATIRO

MAGGIORDOMO

I SATIRI

LE FOCHE

GENNAIO -FEBBRAIO 1926, NELL'OCEANO INDIANO

la musica di scena per questo lavoro è stata composta da Darius Milhand.

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

QUADRO PRIMO

L'isola di Nasso, sperduta fra Creta e l'Egitto.

 (Si vede sul proscenio la ninfa Brindosier, in tunica corta e nastro alla greca fra i capelli, che tiene in mano un lungo bastone da pastore ricurvo. Due cornine dorate spiccano vicino alle orecchie. Man mano che parla s'illumina la tela di fondo e si vede, attra­verso la trasparenza, un gruppo di satiri appollaiati su una corda e aggrappati l'uno all'altro come scimmie malate).

La Ninfa Brindosier        - Satiri dal piede di capro, malinconica brigata, ascoltatemi! Voi che Proteo, il vecchio assurdo, ha raccolto, uno per uno, di sotto dell'onda, come si piluccano gli acini maturi di un grappolo, quando guardavamo da una delle nostre navi, poiché queste bestie non hanno stabilità sulla onda e potete immaginarvi quanto ci divertivamo a tirarli su! E non una o due volte il figlio di Giove ha attraversato e riattraversato con furia da una riva all'altra questo mare così intensamente blu che non c'è che il sangue che sia più rosso! Sia che si diriga verso l'India, sia che brami la Tessaglia poi­ché non è né la ragione né alcun ordine che conduce il dio del vino! E quando il capo stesso barcolla, a che corda volete che si aggrappi un povero satiro quando il mare e la nave ballano in una gara sfre­nata, e che, tutto rimescolato, sale e scende in modo che penserete che siamo noi ubriachi? Ed ecco il mare placarsi tutto screziato al sole di grandi fiori bian­cheggianti in mezzo allo scrosciar della spuma! Mi udite, fratellini?

I Satiri                             - (pianissimo, dietro la scena, in coro poli­fonico) Mèèè!

La Ninfa Brindosier        - Che voce triste! Ma io ve lo dico : presto i vostri dolori avranno fine, assieme alla stretta prigionia di quest'opera d'arte che Proteo chiama la sua isola... e l'assurdo regime e la schia­vitù del vecchione! Ben presto il vasto mondo di nuovo ci sarà aperto. Ah! quanto sarà bello vivere liberamente la propria vita allora quando tutto è deserto ancora. E chi potrebbe rimproverare a un dio di prendere nella sua ebbrezza la forma di una bestia, se non ne può fare a meno, poiché si è impre­gnato dell'odore della terra più forte di quello di un leone o di una mandria fumante, di mattina, quando tutto è libero ancora, e non c'è neppure un Viso-Pallido da vedere, e il mondo ci appartiene! Su, rozzi contadini! Altri tra i vostri fratelli partano alla ri­cerca dei metalli nelle viscere della terra! Noi vogliamo assaggiare il suo sangue vivente! A noi il conoscere la lunga e ardente collina sotto i prugnoli per pian­tarvi la vigna come mozipolo tortuoso ed il seme dì fuoco dentro la dura silice! Questa sera, compagni, saremo partiti!

I Satiri                             - (coro polifonico) Mèèèè! Mèèèè! Mèèè!

La Ninfa Brindosier        - Mèèè! Mèèè! Sì, potete belare, bestie lanute, bestie malinconiche, mezze bestie e semi-dèi! La nostra salvezza è vicina! Noi saccheggeremo ancora il grappolo! O fresca vallata, noi mescoleremo ancora con un succo purpureo l'acqua rapida e ghiacciata della tua arteria! E dissot­terrerò per voi quel vaso che avevo celato un tempo tra i piedi del dio Chronos, riempito d'un nettare forte e bruno quanto la violaciocea! Alla festa della vendemmia, quando si bruciano i vecchi ceppi con lo zolfo, mi vedrete ancora danzare per voi sulla botte rotolante, con una torcia in ogni mano! Come è vero che il mio nome è Brindosier e che la capra montana che mi ha concepita mi ha chiamata così per il modo con cui so afferrare il polso di un uomo e avvolgerlo d'un tratto come una biscia, in spirali simili ai lunghi nastri che il vignaiuolo porta alla cinta del suo grembiule! Solo il vecchio Proteo ha saputo un giorno rapirmi e catturarmi collo stupido miraggio delle sue perle, ma gli ripagherò questo tiro birbone! Poiché io ho guardato nei suoi amuleti profetici nei quali egli stesso non capisce un'acca, archivi del Futuro, e vi ho veduto cose ch'egli non sa. La nostra liberazione si avvicina! Ecco che il divino Menelao, il figlio di Atreo, genero di Giove, si avvicina su di una nave pazza quanto il suo padrone, la quale ad ogni ondata come un focoso cavallo dalla criniera irsuta, senza vela e senza timone, trascina il mare ruzzolante, e tuffa le froge nella schiuma e le rialza subito verso il cielo come una gallina che beve. Arriva! Sbarca!

I Satiri                             - (coro polifonico, interrotto) Mèèè! Mèèè!

La Ninfa Brindosier        - Giù l'asse! (Due satiri - neri e villosi con coma gialle di caprone, il petto e la faccia tinti di ocra rossa, larghi pantaloni e uose di pelo nero - escono, strisciando, dal disotto della tela di fondo e collocano un asse al di sopra dell'orchestra. Una freccia che parte dal fondo della sala, passa fi­schiando sopra di loro. Essi fuggono come impazziti) Ecco il bel guadagno a usare cortesia ad uno zoticone!

Menelao                           - (dal fondo della sala) Ora che ho i due piedi a terra, sfido gli dèi!

La Ninfa Brindosier        - È salvo, e naturalmente si crede in dovere di bestemmiare. (Si ritira in disparte. Menelao con l'arco in spalla, arriva dal fondo della sala. Nella mano destra tiene una spada, nella sinistra la mano di una donna, Elena, velata d'una mantiglia. E vestito nella foggia degli eroi degli arazzi antichi con un casco impennacchiato in testa. Elena è vestita nella stessa foggia eroica. Alta acconciatura incipriata, nei. Varcano con precauzione il vuoto dell'orchestra sulla passerella che piega pericolosamente).

Menelao                           - (è in faccia al pubblico. Dopo aver preso una pasticca nella sua graziosa tabacchiera e dopo essersi schiarita la voce) O dèi! non vi è bastato aver scatenato tutti gli elementi insieme contro di me, e se quel colpo di fulmine al largo di Syra che ha fatto del mio albero una scheggia non ci ha spez­zato in due, non è colpa di chi ce l'ha assestato, bisogna ancora che voi aggiungiate al danno le beffe! Ed ecco, questa mattina, la nave contro vento senza remi e senza timone che si mette ad andare da sola come chi sa dove va, ed ecco la terra, sta bene. Ma la prima cosa che vedo su una roccia, che mi guarda con i suoi grossi occhi, è un selvaggio con grandi corna di caprone che gli uscivano dalla testa a guar­darmi e a farmi le boccacce. Prendo il mostro di mira, tiro e lui scappa, e scappando a piccoli salti mostra delle cosce e un didietro coperto di lunghi peli come quello di un caprone! Che vuole da me quest'essere bizzarro? Dunque, non basta inseguirmi, bisogna anche insultarmi! Poiché le cose che io non comprendo sono, per me, un'offesa personale. Un uomo dal sedere di caprone mi fa salire il rossore al viso! Sta bene, vi sfido, voi tutti quanti lassù, tutta la sequela nella Uranus! E tu stesso, o suocero! Che cosa stai facendo mentre Paride mi rapiva tua figlia? È proprio allora che dovevi brandire i tuoi fulmini, il tuo meccanismo da tuoni! Ma fa lo stesso. Anche senza di te, sono andato a riprenderla, là dove si trovava, e riporterò a Sparta con me questa donna che ho sposato e che mi appartiene, che tu lo voglia, o no, malgrado il vento e la tempesta e tutte queste cose che non si riesce a capire! La spada, almeno, è una cosa che si capisce e il bell'Alessandro, laggiù, l'ha assaggiata, il caro Paride! Vieni Elena, tienmi bene per mano, non ti lascerò! Non posso dire che ricevo da te gran piacere, ma infine, tale quale sei tu, e ti tengo, e tutti ti riconosceranno e ti ricondurrò a Sparta. (Entra la ninfa Brindosier) Chi va là? (La prende di mira).

La Ninfa Brindosier        - Salve, eroe!

Menelao                           - Chi sei?

La Ninfa Brindosier        - Salve, figlio d'Atreo e genero di Giove!

Menelao                           - Come fai a conoscermi?

La Ninfa Brindosier        - Chi non conosce Menelao e la vendetta che ha preso su Priamo? Il mare intero, in tutta la sua gamma di azzurri, è pieno della tua gloria! Abbassa quest'arco.

Menelao                           - Sei anche tu della schiera di questi selvaggi?

La Ninfa Brindosier        - Non sono che un'umile ninfa, e mia madre mi chiamava Brindosier, per i miei costumi primitivi e il mio linguaggio semplice.

Menelao                           - O via! una ninfa adesso? E sono corna quelle che vedo sotto i tuoi capelli?

La Ninfa Brindosier        - Appena due piccole corna di tartaruga bionda, un semplice ornamento. E non mi farà credere che un uomo come lei non abbia mai incontrato una ninfa nella sua vita! Ab­bassi quest'arco, eroe, che mi fa fremere!

Menelao                           - (abbassando l'arco e posando la mano sulla spada) Tutto questo non è chiaro. Ma non temo nulla. Non è nato colui che mi rapirà quella, che tengo per mano!

La Ninfa Brindosier        - Chi è?

Menelao                           - Ascolta. Te lo dirà lei stessa.

Elena                               - Sono Elena. (Si tace).

La Ninfa Brindosier        - Come, è la famosa Elena, che tiene per mano?

Menelao                           - (con orgoglio) Proprio lei.

La Ninfa Brindosier        - Salve, Elena.

Menelao                           - Non risponderà. Dopo quel che è accaduto è così piena d'orgoglio, che non vi si riesce a strapparle fuori che: « Io sono Elena! ».

La Ninfa Brindosier        - Salve, figlia di Giove!

Menelao                           - Cosa significa questo tono di dubbio» e di meraviglia?

La Ninfa Brindosier        - (attirandolo in disparte) Signore, la ragione è che noi abbiamo qui un'altra Elena.

Menelao                           - Un'altra Elena?

La Ninfa Brindosier        - Oggi, sono precisamente dieci anni, dal giorno in cui tu non la vedesti più in casa tua.

Menelao                           - Ho già sentito dire questa storia-Di un'altra Elena che vive fra Creta e l'Egitto.

La Ninfa Brindosier        - Vuoi vederla?

Menelao                           - Non ci tengo affatto.

La Ninfa Brindosier        - Fammi vedere questa..

Menelao                           - A che scopo?

La Ninfa Brindosier        - Hai paura?

Menelao                           - (alzando il velo di Elena) Ecco come ho paura. (La ninfa Brindosier guarda Elena e non dice niente) Ebbene? Naturalmente avrà lo stesso viso!

La Ninfa Brindosier        - Sì.

Menelao                           - Me l'aspettavo! Sarà ancora uno scherzo per farmi dispetto! Ma il mio fiuto di vecchio cane è ancora troppo buono perché mi distogliate dalla pista.

La Ninfa Brindosier        - Chi dunque, se non lei, avrebbe potuto farmi di te una descrizione così perfetta che io ti abbia subito riconosciuto? Questa carnagione abbronzata, questa fronte bassa, questi occhietti diffidenti, questo aspetto taurino? E questa ciocca bianca che già, al giorno del tuo matrimonio, si confondeva tra i tuoi riccioli color di giacinto? Su, alza il casco.

Menelao                           - (scoprendosi) È vero.

La Ninfa Beindosiee       - Vuoi altri particolari? Chi altro ti conoscerebbe così?

Menelao                           - So che la vera Elena è quella che tengo per mano.

La Ninfa Beindosier        - Ne sei certo?

Menelao                           - (declamando) Lo so, lo vedo, ne sono convinto.

La Ninfa Brindosier        - (come sopra) Ma non si è convinti se non quando non si è sicuri.

Menelao                           - Questa è Elena.

La Ninfa Beindosier        - Che prove ne hai?

Menelao                           - Che prove? A me basta Troia ince­nerita e duecentomila uomini sgozzati! E questi dieci anni di pazienza forsennata, uno dopo l'altro, fatti di giorni che ho contati ad uno ad uno, mia nipote Ifigenia nei guai, e l'ultima attesa nel ventre del cavallo di legno! E tu dici che non è Elena!

La Ninfa Beindosiee       - L'esca degli dèi che volevano distruggere Priamo è stata efficace.

Menelao                           - Non farmi incollerire, stai zitta, e dimmi piuttosto che isola è questa.

La Ninfa Brindosiee        - Nasso.

Menelao                           - Nasso? Secondo la mia carta essa è molto più al nord!

La Ninfa Beindosiee       - Per ora è qui.

Menelao                           - Sei sicura che queste non sono le isole Cagos?

La Ninfa Beindosier        - No.

Menelao                           - Va bene. E chi è il padrone di Nasso?

La Ninfa Beindosiee       - Il vecchio Proteo, re delle foche e di tutti i mostri anfibi.

Menelao                           - Potrebbe darmi un grosso pezzo di quercia lungo venti braccia per fare un albero maestro? e un altro di dieci braccia per fare un antenna? e sessanta bracciate di cordame e cento piedi quadrati di buona vela di lino e quaranta paia di remi, della stoppa e tre caldaie di catrame e un barattolino di vernice?

La Ninfa Brindosiee        - Tutto questo te lo può dare. Ma è avaro.

Menelao                           - Non ho il becco di un quattrino per pagarlo.

La Ninfa Beindosiee       - Puoi farti dare tutto questo senza denaro.

Menelao                           - E come?

La Ninfa Beindosiee       - Con l'arte e l'astuzia che io, Brindosier, t'insegnerò.

Menelao                           - Ma tu stessa che fai qui?

La Ninfa Brindosiee        - Bacco, nostro capo, mi dimenticò quando venne qui a liberare Arianna.

                                        - (Abbassando gli occhi) Il vecchio Proteo mi aveva sedotta.

Menelao                           - È così bello!

La Ninfa Beindosiee       - È pesce fino alla cinta.

Menelao                           - Tutto è dunque a metà in questo paese. Scommetto che se ci fossero dei canarini sarebbero a metà ghiozzi!

La Ninfa Beindosier        - Però un uomo-pesce è raro!

Menelao                           - È tutto questo che ti piaceva in lui?

La Ninfa Brindosier        - Mi aveva promesso delle perle.

Menelao                           - Io non ho perle da prometterle, signorina, e non le darò un bel nulla.

La Ninfa Brindosiee        - Mi condurrai via con te?

Menelao                           - Questo può darsi.

La Ninfa Beindosiee       - Giuralo.

Menelao                           - Lo giuro! per Giove, per la terra, per il cielo, per il Caos, per lo Stige, per tutto quel che vorrai!

La Ninfa Brindosier        - Io e questi malinconici animali?

Menelao                           - Quali animali?

La Ninfa Beindosiee       - Questi satiri, miei com­pagni.

Menelao                           - No, impesterebbero il bastimento.

La Ninfa Beindosier        - Tu hai bisogno di un equipaggio.

Menelao                           - È vero. Ma chi ha stabbiato qui questo gregge di capre?

La Ninfa Beindosier        - Non hai mai visto quei lunghi pesci neri che giocano attorno alle navi e non le lasciano più? Sono i marsuini, nemici dei pescatori, terribili per le reti.

Menelao                           - Sono gli amici del marinaio. Danzano e gli danno spettacolo. Assieme ai gabbiani, loro striduli compari, si è sicuri di trovarli quando il cuoco spunta a poppa con i suoi secchi di avanzi.

La Ninfa Brindosiee        - Tutto quel che casca in mare è di Proteo.

Menelao                           - Perbacco! Deve avere dei magazzini ben forniti!

La Ninfa Brindosier        - Tutto questo è asse­stato, spartito con ordine perfetto nelle cambuse sotterranee di quest'isola. I remi, le ancore perse, gli alberi maestri secondo la loro altezza, e non so quanto cordame e vele con tutte le marche del Mediterraneo, pentole rotte, vecchi coltelli, fanali, fisarmoniche, astrobali, impiombature, figure di prua. Tutto gli serve; di tutto è collezionista.

Menelao                           - Bene, benissimo, tutto questo mi servirà.

La Ninfa Brindosier        - Ed eccolo, approfit­tando del lavoro di Bacco, nostro padrone, che deve continuamente correre da una parte all'altra del mondo, dal Caucaso fino a Madera là nel tempestoso Atlantico, per inghirlandare tutta l'Europa colle dita intrecciate dei suoi sarmenti, eccolo che si è messo a fare collezione di satiri!

Menelao                           - Idea degna di una foca!

La Ninfa Brindosier        - Fatto sta che tu non li hai mai visti prendere il volo e attraversare il fumo come proiettili a venti piedi nell'aria al di sopra di un grande fuoco di legna secca! L'antilope di Siria, che con le sue quattro zampe viene a posarsi sulla testa del suo pastore senza pesarvi minimamente, che cos'è in confronto dei nostri saltatori? ecco perché Proteo, per animare queste rocce, ha comin­ciato questa collezione di semi-dèi.

Menelao                           - È mancato poco ne guastassi uno.

La Ninfa Beindosiee       - Ah! Sterminali tutti con le tue frecce! Questo sarebbe meglio che zop­picare miserabilmente su un piede su questo brutto masso di pietre, dove il vecchio ci mantiene con assurde vivande.

Menelao                           - Quali?

La Ninfa Beindosiee       - Acque minerali e latte concentrato! O formaggio di balenottero quando se ne può procurare di tanto in tanto. E con l'acqua piovana che noi raccogliamo, dobbiamo inaffiare sei piantagioni di tabacco delle quali è fiero e che non pagano dogana. Ah! saremmo tutti morti senza quest'anfora profumata di vino di Creta, di cui non ci resta che un coccio, e ce lo passiamo di tanto in tanto da annusare.

Menelao                           - Triste regime!

La Ninfa Beindosiee       - E nessun buon pantano che odori fortemente di foresta per avvoltolarvisi di tanto in tanto come i satiri hanno bisogno al pari dei cinghiali e delle altre bestie! Meravigliati che abbiano il pelo pendente e scolorito come la barba di un filosofo. Tutto è secco e pulito in quest'orribile luogo incessantemente lavato, spazzolato e rispaz­zolato dal mare e dal vento. Neppure l'aglio sel­vaggio e i garofani di sabbia e i serpolini possono mettervi radici.

Menelao                           - Ebbene, io vi giuro per Giove di farvi uscire di qui. Dimmi che cosa bisogna fare.

La Ninfa Beindosiee       - Sei forte?

Menelao                           - (ostentando le sue mani e le sue braccia) Sono delle terribili tenaglie! Quando io lo terrò stretto, saprà quali atleti nascono a Sparta.

La Ninfa Beindosiee       - È vero che hai soffocato Paride nelle tue braccia?

Menelao                           - Le ha trovate meno fresche di quelle di mia moglie, oh! oh! Non ho motivo di vantarmi. Era grasso e senza vertebre come un fagiolo verde.

La Ninfa Beindosiee       - Ebbene, in questo caso, ghermiscilo per di dietro.

Menelao                           - (facendo il gesto) Così?

La Ninfa Beindosiee       - Accerchialo per di dietro e tienilo stretto! ed attento ai colpi di coda di que­sto vecchio pescecane!

Menelao                           - Non aver paura, figlia mia!

La Ninfa Beindosiee       - Non mollarlo qualunque cosa faccia!

Menelao                           - Il buon vecchio non mi farà un bel niente.

La Ninfa Beindosiee       - Anche se ad un tratto tu ti trovassi un leone ruggente fra le braccia...

Menelao                           - Un leone?

La Ninfa Beindosiee       - Non hai mai sentito parlare dei bei tiri del Vecchio-del-Mare, e che egli si trasforma a suo piacimento in un leone? In una lingua di fuoco? In un drago? In un albero fruttifero?

Menelao                           - E perché in un albero fruttifero?

 La Ninfa Beindosiee      - Non lo so, è così. Non lasciarti spaventare. Segue un ordine invariabile. Non ha alcuna immaginazione. Ricordatelo bene. (Conta sulle sue dita) Per prima un leone, poi un drago, poi il fuoco, poi l'acqua, poi un albero fruttifero. Quando vedrai l'albero fruttifero è finito, e tu avrai il sempliciotto nelle tue mani.

Menelao                           - Un albero fruttifero, benone! Quante cose s'imparano quando ci si mette a navigare!

La Ninfa Beindosiee       - Non dimenticare di prendergli gli occhiali, da questi trae il suo potere soprannaturale.

Menelao                           - I suoi occhiali, benissimo!

La Ninfa Beindosiee       - Non lasciare sgusciare questa vecchia foca, è scivoloso e oleoso.

Menelao                           - Non aver paura, ho già visto una foca che parlava. Era un battelliere del Chersoneo che ce l'aveva portata. Cantava in lingua scitica e chiamava, disperato, il suo caro padre e tutta la sua famiglia.

La Ninfa Beindosiee       - Quando avrà finito di fare l'albero fruttifero e tu gli avrai preso gli occhiali, allora potrai chiedergli tutto ciò che vorrai.

Menelao                           - Un albero maestro, delle vele e del catrame?

La Ninfa Beindosiee       - Tu puoi chiedergli tutto, ciò che succede in terra e in mare. Sa tutto, ha un abbonamento.

Menelao                           - Un abbonamento?

La Ninfa Beindosiee       - Non sai che a tutti gli dèi del mare e della terra, secondo il loro grado, Giove offre un abbonamento? Di tanto in tanto manda loro un nastro stretto di carta trasparente.

Menelao                           - Ebbene?

La Ninfa Beindosiee       - Basta svolgerlo davanti ad una lanterna e si vede tutto in una volta: il pas­sato, il presente, e l'avvenire. Io non ci capisco nulla. Ma tu puoi aver fiducia in Proteo.

Menelao                           - Allora, non sarei dispiacente di sapere quello che è accaduto a mio fratello e cosa sta fa­cendo ad Argo mia cognata Clotilde.

La Ninfa Beindosiee       - Clitennestra, vuoi dire?

Menelao                           - Sì, Clitennestra. I paesi caldi vi annebbiano la memoria. Venivano cattive voci da laggiù.

La Ninfa Beindosiee       - Puoi chiedergli tutto.

Menelao                           - Su, dov'è il vecchio?

La Ninfa Beindosiee       - Tutti i giorni, a mezzodì, viene qui per dare da mangiare alla sua mandria. Lasciami parlare un po' con lui e quando alzerò la mano, avvicinati senza che ti senta e za! presto! avvinghialo per didietro! Che cos'è che ti infastidisce?

Menelao                           - Brindosier! Vorrei, oh come vorrei avere un po' più di fiducia in te!

La Ninfa Beindosiee       - Il mio interesse non coincide forse col tuo?

Menelao                           - Sono queste cornette sulla tua testa che mi infastidiscono.

La Ninfa Beindosiee       - Credi che non possa darti un buon consiglio?

Menelao                           - E qual buon consiglio si può avere da una testa cornuta?

La Ninfa Beindosiee       - Non sai nemmeno perché il tuo battello andava a caso senza che tu potessi dirigerlo?

Menelao                           - Perché?

La Ninfa Brindosier        - Guarda la prua.

Menelao                           - Ebbene!

La Ninfa Brindosier        - Non vedi che questo gran bravocchio di cubia è tutto cancellato?

Menelao                           - È vero, per Giove!

La Ninfa Brindosier        - Come vuoi che il bat­tello possa dirigersi senza il suo occhio?

Menelao                           - Hai ragione, non ci avevo pensato. Oh, per Bacco, sei una ragazza di buon senso; ho fiducia in te.

La Ninfa Brindosier        - Nasconditi là sotto queste pietre e quando alzerò la mano...

Menelao                           - Inteso! Vieni, Elena! (Esce dal fondo, conducendo Elena).

La Ninfa Brindosier        - Parlagli anche della nostra Elena! (Esce dalla destra).

QUADRO SECONDO

IL PASTO DELLE FOCHE

 (Il sipario si alza, svelando il centro dell'isola. È un piccolo colonnato a semi-cerchio nello stile delle false rovine del parco Monceau. Nell'apertura centrale la Venere di Milo ancora provvista di una delle sue braccia che tiene uno specchio. In questo emiciclo, su una terrazza, alla quale sì accede attraverso dei gra­dini, una magnifica vasca da bagno di porfido mal riparata con cemento. Essa è parsimoniosamente ali­mentata da una testa di leone che sputa un piccolo zampillo d'acqua. Nella vasca troneggia Proteo in tunica rossa di militare inglese, con un superbo berretto-corona, grosse spalline a frange d'oro e un gran cordone blu con una patacca dall'altra parte. Ha una di quelle belle barbe bionde come portavano verso il 1860 i marinai. Il labbro superiore è rasato. Solo il torso emerge dalla vasca. Tiene con maestà un tridente a cui manca un dente. Sul naso un paio di grossi occhiali. Sui gradini del trono sono disposti in bell'ordine sei piante di tabacco. In fondo alla scena una balaustra e a sinistra un obelisco. Il cielo, in un angolo del quale si vede dipinto Apollo guidante il suo carro, è circondato da grandi raggi che formano una gloria. Vicino alla vasca sta, rispettosamente, il Satiro-Maggiordomo in costume di scaccino con grossi polpacci bianchi e natu­ralmente corna di caprone alle tempie. È in gilet e maniche di camicia. L'abito ondeggia su un attacca­panni appeso alla m,ano di Venere. Ha in mano un cesto pieno di pesci).

Peìroteo                           - Giacinto!

Il Satiro-Maggiordomo   - Signore!

Proteo                              - Credo che non arriverò mai a fare niente di te.

Il Satiro-Maggiordomo   - Mi sembrava di aver compiuto qualche piccolo progresso.

Proteo                              - Pare quel che si vuole del proprio corpo come di un tovagliolo che tra le mani di un uomo abile diventa un coniglio o un drago più verosi­mile del vero, o diventare tutti gli animali che si possono combinare su di un muro con l'ombra, di due mani, questo non ti si può chiedere. Ma io credevo che la natura almeno ti avesse dotato di una fisio­nomia versatile, ti avesse dato almeno un mezzo-piede di carne di cui l'immaginazione poetica potesse fare ciò che voleva.

Il Satiro-Maggiordomo   - Ma lei mi aveva detto l'altro giorno che figuravo come una Niobe molto presentabile.

Proteo                              - Niobe, Thyeste, Sileno, la vera gioia, il vero dolore, quello che chiamo temi semplici, qualunque studente nella grande arte proteica potrebbe riuscire a presentarci al termine di quin­dici lezioni, e certamente tu concludi qualche cosa quantunque tutte le tue creazioni abbiano qualche cosa di accademico e di giallastro. È tutto piatto. Tutti quanti si figurano Niobe così! Manca lo spi­rito e l'invenzione del genio che comincia sempre per urtarci e scombussolarci.

Il Satiro-Maggioedomo   - (cambiando di viso) Così?

Proteo                              - Finiscila. È un miscuglio di Nettuno e di Vulcano davvero volgare e nauseante. Tutto quello che fai è necessariamente insipido. Ci manca il grano grosso e brillante del sale marino. Ma cosa farai quando arriveremo ai temi complicati, a quelli aggregati-artificiosi di tre o quattro sentimenti con­trari o correlativi? Un uomo diviso tra il dolore e la gioia, tra l'amore e l'odio, tra la speranza...

Il Satiro-Maggioedomo   - Non gli resta che starnutire. Atchum!

Proteo                              - Poi, abusi sempre degli effetti più facili, quest'occhio che si ingrandisce come una palla di vetro tricolore, il naso rovinato dalla filossera...

Il Satiro-Maggiordomo   - Voglio mostrarle qualche cosa di più semplice. (Si passa la mano sul viso che non mostra più nessun lineamento).

Proteo                              - (minacciandolo col tridente) Non ricomin­ciare questo genere di monelleria! Rimpiango di non aver piedi, in questo momento per assestarti un calcio retrospettivo.

Il Satiro-Maggiobdomo   - Signore, sarebbe ora di pensare alle sue foche. Hanno fame. Non sente la musica che da qualche istante emette grida inarti­colate per ricordarle i sentimenti di questi interes­santi mammiferi? (Si ode la musica. Il satiro esce).

Proteo                              - Le foche sono dei mammiferi? Non fa niente! Da quando passo con facilità da una specie animale all'altra, non ho il tempo di consultare i trattati di zoologia. Andiamo, andiamo, cot, cot, cot, cot, cot! Qui pecorelle mie, qui... Qui, pollastrini miei! Cot, cot, cot. (Le teste rotonde delle foche appa­riscono qua e là nel mare) Ci siamo tutti? Uno, due, tre, quattro, sei, otto, undici, dodici, tredici! Il conto è giusto! A chi il merluzzo fresco, a chi il congro, a chi le triglie? a chi i filetti di tonno? cot, cot, cot, a chi la bella seppia? (Tumulto, battaglia, circoli, schiuma, salti di foche che si precipitano dall'alto delle rocce nell'acqua bianca e turchina, ragli, trombette, colpi di coda e di pinne. Tutto questo espresso dalla musica) Qui, Baffuto! sollevati sulle tue zanne! non siamo più giovani vecchio mio. Tieni, piglia questo diavolo, tu non ne hai paura. E tu, Otari, piccola mia, vieni a prendere questa bella lima, cammina un po' sulle tue pinne anteriori come su piccoli calzoni. (Essa gli prende i pesci nella mano) A chi la frittura? (Sparpaglia a piene mani dei pesciolini. Circolo) A te Eheso! a te Gorgo! A te, piccolo, che cosa hai da ragliare laggiù come un asino? Acchiappa, piccolo barilotto! (Nuova distribuzione di pesci. Circolo) Iou, la cesta è vuota. E adesso, alle cose serie! al lavoro! al lavoro! Se venissi a perdere la mia posizione, biso­gnerà che a vostra volta voi nutriate il vecchio Proteo. Se noi ripassassimo un pochino le nostre matematiche elementari? le mie piccole foche sono furbe come i cavalli d'Eberfeld. Su, vi do' da estrarre la radice cubica di ventisette. Quello che riuscirà per primo avrà una testa di aringa. Andate, avete di che diver­tirvi. (Soffia in una conca) Brindosier! Brindosier! (Entra Brindosier. Si vede Menelao che scivola dietro le colonne tenendo sempre Elena per mano. La lega con una corda ad un pilastro dietro il quale lui stesso si nasconde).

La Ninfa Brindosier        - Cosa desidera Monsignore?

Proteo                              - Oh! che cortesia oggi! Questo è lin­guaggio delle corti! Portami il mio catino per lavarmi le mani. Il mio catino di Cina, di specie rosa, quello che ha i « mao pings! ». E che l'acqua sia ben calda!

La Ninfa Brindosier        - (esce e ritorna portando un catino riempito a metà che gli 'mette sotto il mento).

Proteo                              - (soffiando e sguazzando nel catino) Bou, bou, bou! ( Musica) La cosa seccante è che non si possono avere se non tovaglioli spaiati. Uno di qui, l'altro di là, mai un servizio completo. (Si asciuga).

La Ninfa Brindosier        - Una brava donna di casa sarebbe più utile che una povera satira. Le ricamerebbe tutto questo con le sue iniziali.

Proteo                              - (esaminandosi in uno specchio intaccato ch'ella gli presenta) Certo! Certo! Certo!

La Ninfa Brindosier        - Lei mi aveva promesso di lasciarmi andare, un giorno, se fossi stata brava...

Proteo                              - Certo! (Solleva il suo berretto e si guarda il cranio nello specchio che fa girare attorno) Questo olio di tricofilina è una grande delusione.

La Ninfa Brindosier        - ...io e gli altri animali a due piedi, miei compagni.

Proteo                              - (strizzando l'occhio) E che succede di Menelao?

La Ninfa Brindosier        - Che Menelao? (Proteo, strizzando l'occhio, indica con un piccolo gesto la roccia dietro la quale è nascosto Menelao) Io non so di che cosa vuole parlare.

Proteo                              - (a mezza voce) Egli è là che ci spia die­tro quella colonna.

La Ninfa Brindosier        - (gettandosi ai suoi piedi) Signore, lei sa tutto e non le si può nascondere nulla.

Proteo                              - Stai attenta a non rompere il mio catino. Ha un'incrinatura che mi preoccupa molto.

La Ninfa Brindosier        - Sì, le voglio dire tutto! (Menelao esce dal suo nascondiglio e la ninfa gli fa segno di nascondersi) Ma prima di tutto... (Tira fuori un pettine dalla sua cintura e gli pettina la barba) Mi lasci un poco pettinarla, perché è brutto da fare paura con questa barba così arruffata e piena di sabbia! Oh! vecchio naufragatore! Dica, non c'è mezzo di tenerla in casa quando il mare è in bur­rasca, e balla impennacchiato nel vento di Tracia con tutte le sue ereste illuminate? Ah! come fa bene dopo quei venti soffocanti di Libia, e come si respira a pieni polmoni. Bisogna che sia lei, non è vero, che i poveri diavoli che affogano vedano per ultimo accavalcato sulla cresta di un'onda, vecchio bagnante! Danzante in mezzo ai rottami e ai corpi degli anne­gati, insommergibile come una bottiglia!

Proteo                              - Tagliami i capelli.

La Ninfa Brindosier        - Ma non ci sono capelli! appena cinque o sei filamenti impalpabili! Ci vorreb­bero forbici da ricamatrice!

Proteo                              - Non fa niente! Il rumore della forbice intorno alla testa mi procura piacevoli illusioni. Come, al mese di giugno, il vagabondo si assopisce ascol­tando il rumore della falce nelle folte praterie.

La Ninfa Brindosier        - (agitando le forbici intorno alla testa) Mio piccolo Proteo, io le voglio tanto bene.

Proteo                              - Anch'io.

La Ninfa Brindosier        - (come sopra) Lei non mi crede, e questo mi fa tanta pena.

Proteo                              - Ti credo, Brindosier.

La Ninfa Brindosier        - Ah! lei è così buono, così semplice, così delicato!

Proteo                              - È vero.

La Ninfa Brindosier        - Così curioso, così ori­ginale! Questa coda di pesce, che magnifica idea!

Proteo                              - Nevvero?

La Ninfa Brindosier        - Così ricco!

Proteo                              - Sì.

La Ninfa Brindosier        - È così amante delle belle arti! Questa collezione che lei ha, non c'è la seconda in tutto il mare Egeo!

Proteo                              - Ed è su questa, nevvero, che Menelao fa assegnamento per riparare le sua nave?

La Ninfa Brindosier        - Lo vuole tenere qui? Metterebbe tutto in disordine in questa piccola isola così ben curata. Voleva già devastare la sua pianta­gione. Da quando ha preso Troia, non si conosce più. È un selvaggio, un vero cannibale!

Proteo                              - Ah! furbacchiona! non è vero, che sei stata tu che l'hai istruito? Non giunge mai qui un naufrago senza che tu gli indichi il mezzo di dominare il vecchio Proteo! Ho un bel trasformarmi in leone e in drago, in acqua, in fuoco, in albero fruttifero, nessuno di loro ha paura, e non lascia la presa, e bisogna che gli dia tutto quel che chiede. E questo è molto fati­coso per me. Senza parlare della perdita di stima e di rispettabilità per un uomo della mia età.

La Ninfa Brindosier        - Lasciami dunque andare via.

Proteo                              - Bah! vedi che queste malizie non ti sono giovate. Nessuno di loro ancora ha mantenuto la sua promessa con te. Hi! hi! hi! Non mi si piglia così facilmente, sono un pesce troppo vecchio.

La Ninfa Brindosier        - E sa chi Menelao aveva con sé tenendola per mano?

Proteo                              - Chi?

La Ninfa Brindosier        - Lei sa tutto, Monsi-signore, e non posso informarla di niente.

Proteo                              - So bene che non sono che un povero dio di sesta classe, e il mio abbonamento per il Destino è fra i più scadenti. Null'altro che dei pic­coli quadri in parte ridicolmente mutilati sulla pel­licola! E nei momenti più interessanti, per Giove, ecco della gente della quale non resta più che la mano, o la scarpa, oppure è la testa che manca, e tutto ad un tratto, me ne mancano parecchi metri. Eaccapezzatevici! Abbiate dunque fiducia e pren­dete una servetta che si chiami Brindosier e che abbia corna sulla testa!

La Ninfa Brindosier        - Lei ne è fiero ?

Proteo                              - Eh, eh! Non dico di no! Si andrebbe lontano per vedere una di queste ninfe delle quali si parla tanto!

La Ninfa Brindosier        - E anche del suo gregge di satiri, nevvero? Non tutti possono aver l'incarico di condurre al pascolo un tale armento !

Proteo                              - È nel loro interesse che io li custodisco. È per insegnare loro l'igiene e la morale. E poi mi diverte anche di vederli saltare di roccia in roccia. È pittoresco. Mi sembra che questo spettacolo animi il luogo! Che peccato di non aver avuto un getto d'acqua! Ah! sono un originale famoso e come me non c'è il secondo.

La Ninfa Brindosier        - Allora non saprà chi è con Menelao.

Proteo                              - Allora potrà fare a meno del mio buon cordame di Fenicia e del mio legno di Teck. Che pietà! E si dice marinaio! E vuole navigare, e non è capace di traversare l'Europa in un giorno di piog­gia in un tinello da bucato! Che vitello!

La Ninfa Brindosier        - Ha detto che cervello?

Proteo                              - Io dico vitello. Più vitello di qualunque vitello che sia finito su uno strato di tagliatelle.

La Ninfa Brindosier        - (a mezza voce) Elena...

Proteo                              - Elena è con luì? (Brindosier fa cenno affermativo) L'hai vista?

La Ninfa Brindosier        - L'ho vista.

Proteo                              - È così bella come si dice?

La Ninfa Brindosier        - Così bella. Questo sel­vaggio la trascina per mano.

Proteo                              - (sognante) Sono passati dieci anni da quando, dalla poppa del battello che la portava a Troia, ho visto svolazzare il suo velo dorato.

La Ninfa Brindosier        - Ed è sempre la stessa Elena.

Proteo                              - E quel grande incendio al quale l'hanno sottratta non l'ha per nulla abbruciacchiata ne sciu­pata?

La Ninfa Brindosier        - È sempre la stessa Elena.

Proteo                              - Ah! vorrei vederla.

La Ninfa Brindosier        - Vorreste averla!

Proteo                              - No, dico che vorrei guardarla.

La Ninfa Brindosier        - Ma non dipende che da lei, signore, averla, e guardarla tutti i giorni della sua vita.

Proteo                              - Ah! non consigliarmi la violenza! Sono troppo vecchio. La mia isola è piccola, ma non c'è nemmeno una cabina di vecchio pilota dove tutto sia meglio stivato e ordinato. Che i grandi addìi ai quali appartiene tutta la terra facciano altrettanto. Non ho voglia che questo animale di arruffone mi mandi tutto per l'aria.

 La Ninfa Brindosier       - Elena è proprio una meraviglia.

Proteo                              - Ti ha parlato?

La Ninfa Brindosier        - È così piena d'orgoglio dopo ciò che le è accaduto, che non dice che una sola parola: « Io sono Elena ».

Proteo                              - Ferma come una statua e viva per di più! Giusto quel che mi occorrerebbe. Nessuna sce­nata da temere con lei, come tu me ne fai tutti i momenti, piccola!

La Ninfa Brindosier        - Ho accennato al nostro Menelao questa storia idiota, che si racconta in tutti i porti da Marsiglia a Gallipoli! Che ci sono due Elene e che quella di Troia non era la vera.

Proteo                              - Non è una storia idiota, sono io che l'ho inventata, e mai ho trovato una frottola più gustosa! Vale il suo peso di sale marino.

La Ninfa Brindosier        - Ho detto al nostro Menelao che l'Elena che ha riportato da Troia per mano è falsa, e che la vera era in nostro possesso.

Proteo                              - Brava! Eccellente! Su, via, diventi proprio una vera figlia del mare.

La Ninfa Brindosier        - Ma non dipende che da lei, fare di questa bugia una verità.

Proteo                              - Come?

La Ninfa Brindosier        - Non dipende che da lei tenersi la vera, l'unica Elena.

Proteo                              - Non ti comprendo.

La Ninfa Brindosier        - Ma non ho detto tutto a quel bruto e che non soltanto lei può fra le sue braccia trasformarsi in un albero carico di mele da cuocere, ma che se lei lo guarda senza occhiali, con quella espressione di puerile candore che sa usare, come un uomo che con la gola, tesa e gli occhi negli occhi si abbandona alle mani del suo barbiere, lei può fargli credere tutto ciò che vuole!

Proteo                              - È vero.

La Ninfa Brindosier        - Caro! Lasci che egli prenda i suoi occhiali. Faccia che egli veda in me Elena.

Proteo                              - Fargli vedere in te Elena? Ihh! Uh!

La Ninfa Brindosier        - Mi porterà via con lui.

Proteo                              - Ah! ah!

La Ninfa Brindosier        - E le lascierà la vera Elena.

Proteo                              - Hh! hh!

La Ninfa Brindosier        - E porterò via con me tutti i satiri miei fratelli!

Proteo                              - Diavolo, come corri...

La Ninfa Brindosier        - Mi faccia assumere sola­mente il suo viso e lei vedrà se non sono più Elena che non Elena stessa.

Proteo                              - E il vestito? Non posso fare tutto! Bisogna che l'immaginazione trovi un certo punto d'appoggio.

La Ninfa Brindosier        - Mi lasci fare! L'ho ben guardata. Ho quel che mi occorre. Troverò tutto il necessario tra i relitti che le onde future non cessano di portare a questa piccola isola.

Proteo                              - Ma egli deve averti promesso qualche cosa!

La Ninfa Brindosier        - Promesse da marinaio! Giura troppo facilmente. Crede forse che un marinaio si prenda la briga, per gratitudine, di imbarcare una bocca inutile. Conosco la storia di Arianna e di Medea; il serbatoio d'acqua non è grande ed ecco il nocciolo della questione. E le mie piccole corna non gli dicono niente.

Proteo                              - E tu credi che si prenderà a bordo tutta questa marmaglia di satiri!

La Ninfa Brindosier        - Gli farei credere che sono le mie dame, casta schiera.

Proteo                              - I satiri, tue caste dame! E perché non le mie foche!

La Ninfa Brindosier        - Confessa che questo è al di sopra del tuo potere.

Proteo                              - Mente è al di sopra del mio potere... Né della credulità di un imbecille.

La Ninfa Brindosier        - Sia buono, signor Imperatore-del-Mare e Re di tutti i Bugiardi!

Proteo                              - Ma io non voglio per niente perdere i miei satiri! Non potrò mai più riformarmi una colle­zione uguale! Tutti gli dèi del mare mi invidiano la mia vetrina. Non c'è che Forco che ha raccolto qual­che scalcinato marinaio di Ulisse. Ed essi passeg­giano tutto il giorno sulla sabbia iperborea con i loro cannocchiali sotto il braccio ed il loro cappellino di tela cerata. Questa non vale un insieme come il mio. Sono conosciuti da per tutto, veri figli dell'aria!

La Ninfa Brindosier        - Vecchi montoni puzzo­lenti, vecchi becchi anchilosati! Se lei li lascia ancora un mese a bere acqua minerale non potranno ser­vire che per la Scuola delle Belle Arti!

Proteo                              - Ta! ta! ta!

La Ninfa Brindosier        - Ma Elena, in cambio! che pezzo unico! Che onore per la tua vecchiaia, Un numero simile vale molto più che un intero gregge di pecore mezzerognose.

Proteo                              - Mi secchi.

La Ninfa Brindosier        - (con entusiasmo) Elena! diranno, la vera, la sola Elena...

Proteo                              - Taci, mi stai seccando.

La Ninfa Brindosier        - La vera, la sola Elena! Quella che gli uomini e gli dèi si contendono! Quella della quale si parla ovunque! Quella per la quale duecento mila uomini si sono sgozzati...

Proteo                              - Dici duecento mila uomini?

La Ninfa Brindosier        - È il numero ufficiale...

Proteo                              - Duecento mila uomini. Taci, mi fai venire l'acquolina in bocca.

La Ninfa Brindosier        - Che perla per la tua collezione! Io so che Giove la desidera e che c'è un posto per lei in cielo tra le stelle della costellazione dei Dioscuri.

Proteo                              - Giove non l'avrà!

La Ninfa Brindosier        - (brandendo le forbici) No, non l'avrà! Eppure sarà proprio Proteo, questo pic­colo dio di sesta classe, quello che si dimostrerà il più. furbo!

Proteo                              - Mi fai ridere! Ebbene, sarà come vorrai!

La Ninfa Brindosier        - (sollevando la mano) È promesso. (Menelao esce dal suo nascondiglio e si avanza strisciando con affettazione teatrale).

Proteo                              - È promesso! Però mi rincresce assai di perderti, Brindosier.

La Ninfa Brindosier        - Anche a me, vecchio mio. (Fa segno a Menelao) C'intendevamo bene però.

 Avevamo ormai le stesse abitudini. Ci si era così bene, avvezzati l'uno all'altro.

Menelao                           - (si precipita e afferra Proteo alle spalle. Una tela scende davanti la scena portando uno schermo cinematografico. Tumulto e musica dietro la scena).

La Ninfa Brindosier        - (dietro la scena) Avanti, ardito! va bene! Così! cingilo al di sopra dei gomiti! Bene! Tieni forte! che dico! Non lasciarlo andare, il vecchio brigante! Attenzione al numero uno! Non dimenticare! Incomincerà le sue trasformazioni coH leone! (L'ombra di un leone si disegna vagamente sulle schermo, poi non si vede più che una specie di turbini circolare durante il quale la musica si scatena).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

QUADRO PRIMO

Stesso quadro dell'atto precedente.

 (Quando si alza il sipario, si vede Menelao seduto su di un gradino del trono di Proteo. Dorme con dignità, tenendo per mano Elena velata e seduta. A sinistra, sul proscenio appoggiato su di un bastone a punta di gomma, si tiene il Satiro-Maggiordomo ascoltando l'orchestra. Egli ha assunto la fisionomia dell'antico Giacinto del Palais-Poyàl. All'orchestra: baccanale notturno, pianissimo).

Il Satiro-Maggiordomo   - (all'orchestra) Molto dolce, signori, molto dolce! Più piano! Più piano! Più piano! Se si trattasse di fare del chiasso non avremmo bisogno di musica. È il silenzio che bisogna far sentire. Ohhhhh! (Batte il tempo. La musica, già debole, diviene quasi impercettibile) Va meglio! Sssss! più piano ancora! Che diavolo, non è per i ramai che voi suonate! ma per i semi-dèi,l'orecchia selvaggia dei quali termina in una punta sottile come un solo pelo. E voi state per svegliare questo brav'uomo che ha preso Troia e abbattuto una foca, e che è molto stanco! E forse Elena stessa. Più piano! (L'orchestra suona a vuoto, i violini girati, i cimbali disgiunti, le trombe tappate) Molto bene! Mi avete capito! Ecco la musica come piace a me. Il rullìo dei tamburi, il battito delle mani, la grandine dei crotali ci giun­gono come dall'altra parte della luna. La fiumana degli zoccoli e dei piedi nudi che seguono Bacco, non giunge all'orecchio più distintamente del brulichìo dei gam­beri corazzati, in fondo ad un fiume. Queste grida disperate non ci toccano per noi più di quanto faccia il freddo sibilo delle frecce di Diana, quando in una meravigliosa mezzanotte nelle praterie del Rodano ella prende un vasto gelso per bersaglio! E la tromba stessa quando suona è flebile come un fischietto di vetro. (Debole musica) La notte appartiene agli dèi. (Leggeri colpi sulla gran cassa) Non è vero! È troppo bello! è troppo bella questa metà d'anno! È per questo che Bacco è venuto, al fine di liberare le cam­pagne e i deserti e gli enormi anfratti della terra tutti riempiti di foreste con questa marcia trionfale, con questo passo irresistibile in mezzo a grida di dispe­razione, imponendo l'ebbrezza e il terrore! Guai a quello che sulle foglie bagnate a mezzanotte vedrà il riflesso del dio bianco, simile ad un sole di latte! Guai al cervo che tra le cerbiatte irrequiete innal­zando la sua testa ramificata guarda lo strano eser­cito mentre passa il guado montano in tumulto tra le pietre rotolanti. Ed il dio non è già più lì a pre­cederli e non si vede che un grosso uomo ubriaco su di un asino! Nessuno rimane interamente uomo ascoltando questo appello! Poiché l'uomo per saltare assume garetti di capra, e la capra per ghermire un'acerba manciata di pampini che le vengono of­ferti si rizza in piedi e diventa fanciulla dalla fronte cornuta! Silenzio! (La musica a poco a poco cessa) Salve Menelao! (Silenzio) Dorme! Non per nien­te ha guardato nelle pupille del dio del mare! Tutto per lui è cambiato e io sto per apparirgli come la più adorabile delle ninfe. Salve, liberatore!

Menelao                           - (apre gli occhi senza svegliarsi. Il Satiro-Maggiordomo gli fa orribili boccacce. Menelao lo guarda e imita le sue smorfie. Poi con un salto si rialza e balza sul suo arco, ma a poco a poco come preso da meraviglia lo lascia cadere).

Il Satiro-Maggiordomo   - Salve, Menelao!

Menelao                           - Chi mi parla?

Il Satiro-Maggiordomo   - Sono io, signore, che le parlo.

Menelao                           - Come, non c'era qui, un momento fa, uno di quegli orribili satiri, che per di più mi mostrava la lingua?

Il Satiro-Maggiordomo   - Non ci sono che io, signore, per servirla. (Menelao si pone la mano sulla fronte) Cosa c'è, Monsignore? Mi sembra inquieto e turbato.

Menelao                           - Ah! sono stanco di queste diavolerie.

Il Satiro-Maggiordomo   - (affettato) Non sono io, spero, ad impaurirla.

Menelao                           - In quanto a te, sta bene. Ti voglio bene. Sei carina. Ah! fa piacere di guardare un bel visino.

Il Satiro-Maggiordomo   - (con una riverenza) Monsignore!

Menelao                           - Come un lungo ricciolo inquadra bene l'ovale delizioso di un viso giovanile! E che splen­dida carnagione, pura come un fiore di begonia! Come ti chiami?

Il Satiro-Maggiordomo   - Giacinta.

Menelao                           - Giacinta! Che bel nome! Ma no, non sei né una begonia, né un giacinto, sei una stella! Questa notte mi sono svegliato e ho visto le stelle un minuto prima di soccombere di nuovo al pesante sonno. Sì, giuro che tra le stelle simili a fiori d'oleandro, a causa di questo miscuglio profu­mato di giallo e di bianco, di luce e di fuoco, tu sei la più bella, la messaggera splendente del mattino, come una vergine dal viso ovale! (Oli tende la scatola di pastiglie).

Il Satiro-Maggiordomo   - (prendendo una pastiglia) Grazie.

Menelao                           - E dimmi, chi sei?

Il Satiro -Maggiordomo - L'ancella del signor Proteo.

Menealo                           - Hai un ben brutto padrone.

Il Satiro -Maggiordomo - Nasso è un'isola nel mezzo di questo mare che si trova tra i tre Conti­nenti, tra il Futuro e il Passato, ed essa raccoglie tutti i relitti delle tempeste e delle correnti.

Menelao                           - Sei anche tu uno di quei relitti?

Il Satiro -Maggiordomo - Ero abbandonata sul mare in una piccola barca, ed è il vecchio Proteo che ha raccolto la mia debolezza e la mia innocenza.

Menelao                           - Come lo dice bene! Senti, sei adorabile!

Il Satiro -Maggiordomo - Piano, signore! Non è questa la sua signora che è con lei?

Menelao                           - Non fa nulla! Per lei è cosa indiffe­rente! « Sono Elena ». Vuoi che ti porti via? Ti darò un posto nella mia guardaroba. Ma dimmi soprat­tutto come si risente il tuo padrone dopo la frizione che gli ho amministrato.

Il Satiro-Maggiordomo   - Grazie, sta bene, e le chiede i suoi occhiali.

Menelao                           - Un momento! Che venga a prenderli.

Il Satiro-Maggiordomo   - Non osa affrontarla di nuovo.

Menelao                           - Mi sono visto al punto di lasciare la presa! Il leone e tutto il resto mi è indifferente! Ma il numero del polipo davvero non me l'aspettavo! Quando mi sono visto tutto ad un tratto in mezzo a quei tentacoli galleggianti, viso a viso con un becco di pappagallo e quel cranio cilindrico simile ad un enorme cetriolo scolorito pieno di una spaventevole saggezza, e quegli occhi senza pupille dove ondeggia una luce come lampada dietro una boccia piena di acqua, ho creduto di vomitare l'anima dal disgusto! Per fortuna la visione non è durata, e subito dopo ho stretto fra le mani questo albero viscoso che produce tanta marmellata, albero mangiato in mezzo da un cancro rosa, simile ad una mammella di vacca! Pouah!

Il Satiro-Maggiordomo   - (congiungendo le mani) Lei è un eroe!

Menelao                           - Ebbene, che cosa chiede ancora questo vecchio collezionista?

Il Satiro-Maggiordomo   - Chiede ì suoi occhiali.

Menelao                           - (se li mette sul naso) Con questa roba, non si vede proprio nulla.

Il Satiro-Maggiordomo   - Naturalmente, non sono mica fatti per vedere.

Menelao                           - Ebbene?

Il Satiro-Maggiordomo   - È il segno della sua autorità. Quando le foche vedono i suoi occhiali, sono colpite da rispetto e da terrore. In tal modo le costringe a chiedere elemosina per lui ed a impa­rare l'aritmetica.

Menelao                           - Ecco ancora un'altra invenzione! Come questi nastri che mi ha fatto vedere! Vorrei sapere un po' ciò che succede ad Argo perché ci sono brutte voci che corrono sul conto della mia famiglia! Bene! La prima cosa che vedo è mia cognata Clotilde alla quale un giovinotto sconosciuto si met­teva in dovere di ritirare dal ventre una lunga spada a due tagli.

Il Satiro-Maggiordomo   - Santo Cielo!

Menelao                           - Ebbene! ella non soffriva affatto di questa familiarità! La si vedeva rialzarsi e uscire a ritroso aggiustando la sua pettinatura! Immediata­mente si presentava un uomo, col cranio spaccato in due, e Clotilde - Clitennestra, voglio dire - che si teneva vicino a lui, con un'ascia in mano.

Il Satiro-Maggiordomo   - Potentissimi dèi! Lei mi fa paura!

Menelao                           - Il cranio si incollava di nuovo e mio fratello Agamennone usciva dalla sua vasca perfet­tamente intatto e asciutto. E via di seguito. E tutto ciò finiva confusamente in una spaventevole fricassea in cui tutto era confuso, il sacrifìcio di mia nipote e l'orribile banchetto imbandito con i miei cuginetti! Ne ho male agli occhi. Se almeno riconoscessi la gente. Ma tutto trema e ondeggia come le figure che si vedono al di sopra del fuoco! e ai punti più inte­ressanti ci sono dei gran buchi bianchi. Perché questi nastri non sono di prima mano.

Il Satiro-Maggiordomo   - Gli oracoli sono sempre oscuri.

Menelao                           - In fin dei conti tutti questi massa­crati che si ricostituiscono sono simboli e il senso ne è piuttosto consolante. Ne concludo che tutto si aggiusta, come lo prova la mia propria storia. Ma avessi soltanto cento braccia di questi nastri, quale concorrenza per Delfo! Dopo di che non ne potevo più e mi sono addormentato, tenendo fermo la mano di questa donna e nell'altra gli occhiali.

Il Satiro-Maggiordomo   - Me li restituisca.

Menelao                           - Un momento! La mia barca è riparata?

Il Satiro-Maggiordomo   - È pronta e l'aspetta.

Menelao                           - L'occhio di cubia è ridipinto?

Il Satiro-Maggiordomo   - È ridipinto. Lei non ha più che da collocarvi la pupilla. Lei ha una vela di lino e un'altra di juta, quindici remi della prima bordata e ventotto della seconda, e un bel timone quasi nuovo che è stato fatto per l'amministrazione delle Pompe funebri egiziane.

Menelao                           - Gli restituirò gli occhiali alla mia partenza.

Il Satiro-Maggiordomo   - Ascolti dunque! Lei gli può chiedere un'altra cosa!

Menelao                           - Che cosa?

Il Satiro-Maggiordomo   - Lei non sa che la famosa Elena sta da dieci anni in questa isola?

Menelao                           - Pila, o ti ammazzo!

Il Satiro-Maggiordomo   - (fuggendo) Guardi un po' alle sue spalle! (Entra la ninfa Brindosier, velata. E vestita come Elena, ma in blu, mentre in questa ultima il rosso predomina).

La Ninfa Brindosier        - Salve, o sposo mio, finalmente ti ritrovo!

Menelao                           - (voltandosi) Come?

La Ninfa Brindosier        - Salve, o sposo mio, finalmente ti ritrovo!

Menelao                           - Chi è lei?

La Ninfa Brindosier        - (alea il suo velo. Menelao la guarda in silenzio).

Menelao                           - Guarda, Elena!

Elena                               - (svelandosi con indolenza) Chi è lei, signora?

La Ninfa Brindosier        - Eispondile, Menelao. Dille chi sono. Questa voce, questo viso che si volge verso il tuo, questa donna davanti a te che ti acco­glie, tutto ciò non lo riconosci?

Menelao                           - (a bassa voce) Elena, è Elena!

 Elena                              - Qui non c'è nessun'altra Elena all'infuori di me. (Azione mimica. Entrambe attraver­sano a diverse riprese la scena sventolandosi e misu­randosi collo sguardo. Poi Elena viene a collocarsi al fianco di Menelao, e gli prende la mano).

Menelao                           - Ah! il cuore mi batte in modo strano! Ecco con me due Elene, quella del passato e l'altra che Paride mi ha restituita. Se non tenessi la tua mano, direi che è questa la vera. È la sua voce, il suo corpo, il suo viso, più giovane, però, e forse più puro. Guarda tu stessa. (Lascia la mano di Elena).

Elena                               - Non ho bisogno di guardare.

Menelao                           - Guarda, ti dico!

Elena                               - (volgendo lentamente gli occhi verso di lei) Questa donna mi assomiglia come io rassomiglio ad Andromaca.

Menelao                           - Non te ne intendi per nulla! Mi ricordo meglio di te!

Elena                               - Non c'è qui altra Elena che Elena di Troia, che fu rapita da Alessandro, detto anche Paride. Come lo si sa nel mondo intero da Gadès sino alla Colchide, e come lo testimoniano questi grandi mucchi di mattoni anneriti che si vedono di fronte a Tenedo.

La Ninfa Brindosier        - Non so. Quanto a me, io sono Elena di Sparta.

Elena                               - Non lo sei mica.

La Ninfa Brindosier        - Sempre fedele, sempre affettuosa, la sfessa, e che non ha altro marito fuor­ché il proprio.

Menelao                           - Come fa, signora, ad essere qui in questa isola di Nasso ove ci troviamo?

La Ninfa Brindosier        - Dormivo.

Menelao                           - Dormiva?

La Ninfa Brindosier        - Ermete, Ermete mi aveva percosso il viso con quel ramoscello bagnato nel fiume Lete.

Menelao                           - Lei dormiva e durante questo tempo, io, coll'elmo in testa e la spada in pugno, assediavo Troia, laggiù dove lei era.

La Ninfa Brindosier        - Io no.

Menelao                           - Non lei?

La Ninfa Brindosier        - Questa, io no!

Menelao                           - Dice la verità, perché la vera Elena è questa.

La Ninfa Brindosier        - Salve, dunque, Elena.

Menelao                           - La riconosce?

La Ninfa Brindosier        - Salve, Elena!

Menelao                           - È proprio Elena quella che tengo per mano?

La Ninfa Brindosier        - Chi altra? Non è il mio viso? Non è il mio corpo? Non il mio seno che solleva questo soffio sdegnato? Cosa hai fatto mentre dormivo, o immagine di me stessa? e che uso hanno fatto gli dèi del mio sonno? È per me che Troia ha bruciato mentre dormivo, sono io che l'ho rasa al suolo come falciata, mentre non ero turbata da nessun sogno! Il mio corpo è così possente che la sola mia immagine basti alla volontà di un dio? La mia anima è ella così possente che basti a dare vita a due corpi?

Elena                               - Sono parole difficili da sopportare.

La Ninfa Brindosier        - E adesso, sorella Elena, o mia immagine, adesso che il suo compito è terminato, adesso che sono sveglia e che si è levato il giorno, è tempo che mi ceda il mio posto e il mio sposo! Abbia la compiacenza di sparire, la prego.

Menelao                           - Soffiaci un po' sopra, per vedere se scomparirà come il vapore dell'acqua che comincia a bollire.

La Ninfa Beindosier        - Ma. tu, Menelao, cosa aspetti per aprirmi le tue braccia dopo questi dieci anni, e questo cuore che mi appartiene?

Menelao                           - Che prove hai per dimostrare che sei proprio Elena?

La Ninfa Brindosiee        - Nient'altro che la verità.

Menelao                           - Sento in me non so quale dubbio.

Elena                               - Menelao, ho già sopportato da voi molte cose ed ho molto sofferto per colpa vostra, tuttavia non mi spingete agli estremi. È vero che sono una donna, e per di più una donna nelle vostre mani, però non sino al punto che voi credete. Ma vi dichiaro che se voi avrete l'infelice idea di recarmi questa offesa e di abbandonare soltanto la mia mano, voi non riporterete più Elena una seconda volta, né in questa vita nè nell'altra e voi non ritroverete queste dita per tanto tempo disgiunte dalle vostre.

Menelao                           - Sono padrone di tutto ciò che in fatto di Elena esiste al mondo.

La Ninfa Brindosiee        - Una sola basta.

Menelao                           - Dici bene. Non c'è che una Elena per me.

La Ninfa Beindosier        - Una sola, sempre la stessa.

Menelao                           - Dici bene, la stessa per me per sempre.

La Ninfa Brindosiee        - Una sola Elena, quella che un giorno ti fu data.

Menelao                           - Me ne ricordo.

La Ninfa Brindosiee        - La figlia di Leda e di Giove...

Menelao                           - ...La moglie del re di Sparta.

La Ninfa Brindosiee        - ...Giove che tuona tra i nembi, quando le nuvole simili a grandi montagne bianche accumulate crescono poco a poco nel cielo puro, al di sopra di questo piccolo tempio rosso ben noto ai pastori e il frontone del quale non ha che tre colonne.

Menelao                           - Te ne ricordi?

La Ninfa Brindosiee        - Là si stende una pra­teria ombreggiata da pioppi.

Elena                               - Ma non c'erano pioppi.

Menelao                           - Stai zitta, sì che ce n'erano!

La Ninfa Beindosier        - Là si stende una pra­teria ombreggiata da pioppi.

Menelao                           - C'erano dei pioppi, me ne ricordo man mano che essa parla.

La Ninfa Brindosiee        - Là dove il ruscello rapido... fugge...

Menelao                           - Là dove il ruscello rapido...

La Ninfa Brindosier        - Come erano limpide le sue acque!

Menelao                           - Come erano limpide le sue acque e che triste mormorio producevano in mezzo alle pietre smosse!

La Ninfa Brindosiee        - Prima che entrino nella vasta conca di Giugno...

 Menealo                          - ...Prima che per mille chiuse e canali venissero distribuite in tutto il ricco pascolo.

La Ninfa Beindosier        - Là, ci sono tre querce consacrate a mio padre.

Elena                               - Ecco, adesso sono diventate querce!

Menelao                           - Ha ragione lei, lo ricordo, sono proprio querce!

La Ninfa Brindosiee        - Quel grande albero di cui la foglia è la più tardiva.

Menelao                           - In questo mese di Giugno quando mi hai detto che mi amavi, a quelle altezze alle quali eravamo ascesi, le prime fronde avevano appena cominciato a germogliare.

La Ninfa Brindosiee        - Il loro colore è quello dell'oro.

Menelao                           - Non dell'oro della vecchiaia, ma di quello del ramoscello che spunta! Prima che Giove abbia loro dato quella potente colorazione verde nella quale l'occhio si compiace.

La Ninfa Brindosiee        - Il loro colore è quello dell'oro.

Menelao                           - Non dell'oro patinato del tempo che passa, ma di quello dell'aurora che s'innalza.

La Ninfa Beindosiee       - Il loro colore è quello dell'oro.

Menelao                           - Non il loro colore, o diletta! Ma il colore di quel gran fuoco che io avevo acceso un po' più giù e il cui splendore le avvolgeva tutti intera­mente.

La Ninfa Brindosiee        - Non è forse conveniente che ci si purifichi col silenzio e col digiuno...

Menelao                           - Sì, è conveniente.

La Ninfa Brindosiee        - Non è forse conveniente che ci sì purifichi come per i Misteri, quando si sta per sposare la figlia di un dio?

Menelao                           - Quando si stringe fra le braccia la creatura divina i cui occhi immobili tra le palpebre vi guardano con indifferenza. E tu eri vergine fra le mie braccia come la Vittoria, e l'arpa per il cieco, e come la candida colonna di marmo sulla soglia della patria che l'esule afferra religiosamente con entrambi le mani!

La Ninfa Beindosiee       - Al di sopra di noi, si innalzavano quelle lunghe strisce di mura sovrap­poste e quella cittadella nel cielo colle sue torri fra­stagliate. E quelle lunghe foreste di querce appiat­tite sui terrapieni, simili al muschio che cresce fra gli interstizi, e quelle cascate silenziose e immobili e quel luogo già in anticipo preparato dalla mano dei Titani per ordine di mio padre, perché sia, insieme con noi, il suo tempio.

Menelao                           - Me ne ricordo.

La Ninfa Beindosiee       - Come eri bello allora, Menelao, il più forte fra i tuoi coetanei e il più abile nei giochi!

Menelao                           - Tu sei sempre la stessa!

La Ninfa Beindosiee       - La stessa, sei proprio tu che lo dici, ne sei sicuro.

Menelao                           - Elena, non esiste per me nessuna altra donna al mondo.

La Ninfa Beindosiee       - Dimmi, ti ho fatto soffrire molto?

Menelao                           - Non in proporzione del mio immenso amore.

La Ninfa Brindosier        - Era molto doloroso essere separato da me?

Menelao                           - II mio desiderio non ti ha mai lasciata.

La Ninfa Brindosiek       - Neanch'io non ti ho mai lasciato.

Menelao                           - Non mi hai lasciato?

La Ninfa Brindosier        - Dormivo fra le tue braccia.

Menelao                           - Figlia di Giove, dimmi solo una cosa!

La Ninfa Beindosier        - Sì, voglio dirtela.

Menelao                           - Come mai io che fra i capi greci non ero né il primo né il secondo, ho trovato favore ai tuoi occhi?

La Ninfa Brindosiek       - Non avevi forse'nulla per meritarlo?

Menelao                           - Nulla quando ti guardo e quando mi ricordo!

La Ninfa Brindosiek       - E chi dunque mi avrebbe tenuta così costantemente fra le braccia senza abban­donarmi mai? Questi dieci anni non furono che una sola ora di notte, mentre dormivo.

Menelao                           - La notte è finita.

La Ninfa Brindosier        - È finita e ini sono svegliata.

Menelao                           - È finita e di nuovo vedo questi occhi pieni di indifferenza che mi guardano.

La Ninfa Brindosier        - Cosa aspetti per venir fra le mie braccia? (Menelao fa il gesto di andare verso di lei).

Elena                               - Menelao!

Menelao                           - Elena!

Elena                               - Cosa fai? Mi lascerai ancora una volta?

La Ninfa Brindosier        - Non ascoltare quel che ti dice! Non ascoltare questa ombra ideata dai poteri invidiosi secondo la mia immagine e che vuole ingannarti ancora una volta!

Elena                               - Ingannarti? Rispondile! Hai forse sof­ferto soltanto in sogno? Soltanto in sogno hai preso Troia? Soltanto in sogno mi hai sottratta allo scuro gineceo asiatico, durante quella notte nella quale ci si vedeva chiaramente benché non ci fosse nessuna lampada accesa? È forse ingannatore il viso che hai riconosciuto alla fiamma di quella luce d'incendio?

La Ninfa Brindosiek       - Tutto è sogno, fuorché quei giorni del passato che non hanno mai cessato di prolungarsi.

Elena                               - E dimmi se non era che un sogno in quest'ora meridiana anche quell'enorme ondata tra l'Europa e l'Asia che si è innalzata dal mare per pren­derci in groppa come la schiena di un toro, e che d'un sol tratto, in un sol giorno, rapendomi col il mio Rapitore, ci ha lasciati in secco laggiù accanto ad un faro fumigante nello spegnersi dinnanzi al giorno che si leva.

La Ninfa Brindosier        - Tutto è sogno fuorché questo viso volto verso di te e questi occhi levati verso i tuoi e pieni di ignaro candore come quelli degli animali.

Elena                               - Tutto è sogno fuorché questa mano che tu tieni di nuovo fra le tue e questo corpo di cui senti di nuovo la realtà possente fra le tue braccia.

 La Ninfa Brindosier       - Ah! i fiumi della terra al mese di Giugno, quando le mandrie sparse risalgono l'erta difficile e il pastore scosta col ginocchio quel torrente, che scende verso di lui, di vita verde e rosea e lucente, piena di fiori, di api e di farfalle! Ah! il miele che io fui per le tue labbra, e questa mia testa che ad un tratto ho riversata sulla tua spalla!

Elena                               - Tu non sai che blandire, io ho saputo ferire.

La Ninfa Brindosier        - Ho conquistato il tuo cuore.

Elena                               - Ma non hai saputo trafiggerlo.

La Ninfa Brindosier        - Ricordati delle notti della mia giovinezza quando io dormivo al tuo fianco!

Elena                               - Ricordati delle notti quando tu eri sola ed io fra le braccia del Rapitore.

La Ninfa Brindosier        - Io fui fedele.

Elena                               - Fedeltà sonnacchiosa.

La Ninfa Brindosier        - Tuttavia fedele.

Elena                               - Gioiello di poco prezzo che non fu né perduto né conteso!

La Ninfa Brindosier        - Io rimasi sempre la stessa.

Elena                               - Ed anch'io non sono forse sempre la stessa e per di più anche un'altra.

La Ninfa Brindosier        - Sposa di uno solo.

Elena                               - Forse che io non continuavo ad essere tua sposa anche fra le braccia del Rapitore? Quando dall'alto della grande torre di Troia vedevo attorno alla città ben difesa al Nord, al Sud, a Levante, a Ponente, la tua pazienza e il tuo desiderio attorno a me riaccendersi ogni sera con i centomila fuochi del tuo esercito attendato!

La Ninfa Brindosier        - Taci, illusione!

Elena                               - Taci, impostura!

Menelao                           - Che fare?

La Ninfa Brindosier        - Mi crederai se questa creatura di un dio maligno confessa la sua impostura e dichiara che sono io Elena?

Elena                               - Certo, in questo caso bisogna credere ad entrambe.

La Ninfa Brindosier        - Lasciami dunque sola con lei. (Esce Menelao. Silenzio) Naturalmente, è j vero, lo confesso, la vera Elena è lei.

Elena                               - La ringrazio.

La Ninfa Brindosier        - Confessi, però, che ci si potrebbe ingannare.

Elena                               - Non lo so. Non l'ho guardata.

La Ninfa Brindosier        - Allora, mi guardi.

Elena                               - (guardandola) Bisogna che Menelao sia ancora più pazzo di quanto credevo.

La Ninfa Brindosier        - È Proteo che ha prodotto questa malìa. (Silenzio) È il signor Proteo che ha creato questo stupendo gioco illusorio. (Silenzio) È lui che ha messo l'illusione nei suoi occhi. Non è curiosa di sapere chi è il signor Proteo?

Elena                               - No.

La Ninfa Brindosier        - È l'intendente di questo mare ebbro e folle in cui Medea sparse le membra del suo avo, il cui fondo è turbato dai sospiri sulfurei, e frustato dai remi di spedizioni stravaganti: Argo, Troia, tutti quegli avventurieri dal naso grande, dalla piccola fronte ottusa, glabri come attori, intenti a remare animosamente! E laggiù quel cerchio di spuma è forse una foca che respira? Nient'affatto, è una mucca. È Giove che nuota sotto la forma di una bestia dalle corna inghirlandate di margherite e che trastulla una bambina!

Elena                               - Devo interpretare che lei considera come una follìa il lodevole sforzo di tutta la Grecia per ricuperarmi?

La Ninfa Brindosier        - Certamente, e come una cosa proprio degna di Proteo.

Elena                               - Mi perdonerà se non sono del suo parere.

La Ninfa Brindosier        - Come è bella! e come mi piacciono questi begli occhi privi di ogni espressione, che volgete lentamente verso di me!

Elena                               - Sì, sono io la bella Elena.

La Ninfa Brindosier        - Ah! certo, non c'è Proteo che tenga! Lo giuro, Menelao è uno sciocco a non vedere la differenza che vi è fra di noi due!

Elena                               - È vero.

La Ninfa Brindosier        - È un balordo, un malvagio,

Elena                               - È vero.

La Ninfa Brindosier        - Un bruto, un cattivo! Ah! ne sono sicuro! Non le deve avere accarezzato la schiena col legno del suo arco soltanto una volta.

Elena                               - Tutti gli uomini sono gli stessi.

La Ninfa Brindosier        - Davvero, anche Paride...

Elena                               - No, era un uomo piacevole e che la sapeva lunga colle donne.

La Ninfa Brindosier        - Ma è morto, non è vero?

Elena                               - Non bisogna pensarci più.

La Ninfa Brindosier        - - Non pensiamoci più e risparmiamoci questa ruga verticale della fronte che è la più difficile da cancellare. Bisogna massaggiarla ogni sera col pollice.

Elena                               - Col pollice e un po' di grasso di montone raffinato.

La Ninfa Brindosier        - Non c'è proprio nulla da insegnarle. Lasci che la guardi ancora, non come fanno gli uomini che non capiscono nulla, ma con l'occhio di una donna. Sommi dèi! (Sospiri) Sommi dèi, quanto è bella! Non c'è nulla da criticare in lei. Arianna stessa, alla quale questa isola deve la sua gloria, non era altro che una grossa comare cretese a suo confronto.

Elena                               - Si dice che io abbia una carnagione fresca?

La Ninfa Brindosier        - Sì. Ma da dove viene questo vestito?

Elena                               - Non le piace? Però, era l'ultima moda di Troia.

La Ninfa Brindosier        - Sì. E Troia era isolata dal resto del mondo da dieci anni.

Elena                               - (colla voce tremante) Che posso farci? È colpa di quel bruto di Menelao.

La Ninfa Brindosier        - Questo rosso così strano. Era tanto che non l'avevo più visto. A mia nonna piaceva tanto questo colore! Ho faticato tanto per ritrovare una stoffa quasi simile nel fondo del nostro magazzino. E questi grandi animali ricamati, come è strano! questa calzatura frigia, questo fermaglio che sembra venire dall'isola dei Cimmeri...

Elena                               - Non è colpa mia! ((Scoppia in singhiozzi).

La Ninfa Brindosier        - Che cosa ho mai fatto, mia diletta? Non sciupi questi begli occhi! Ascolti! Sa ciò che penso! È lei che è alla moda ed io che non lo sono più... Tutto questo bottino che si disperde dappertutto... Ogni acconciatura, questo inverno, seguirà la moda di Troia.

Elena                               - (lacrimando) Ah! ah!

La Ninfa Brindosier        - Non è contenta?

Elena                               - Ah, mi trafigge il cuore! Quando quel brutto Menelao è arrivato, subito gli ho detto di andare a saccheggiare dalle mie cognate. Ce n'erano cinquanta e conoscevo i loro armadii. Siamo partiti con cinque battelli riempiti di bauli. Tutto è scom­parso nella tormenta!

La Ninfa Brindosier        - Ah! che colpo duro! (L'abbraccia).

Elena                               - (palpando la stoffa del suo vestito) Cara mia, di che stoffa è fatto il suo vestito? Non ne ho mai visto di simile.

La Ninfa Brindosier        - È pongè cinese che è fatto con seta di quercia.

Elena                               - E si può lavare?

La Ninfa Brindosier        - La nave che la portava era a fondo da tre settimane. Era la prima consegna per l'Europa.

Elena                               - Fortunata lei!

La Ninfa Brindosier        - E che cosa direbbe di una stoffa più lucente della seta, più fresca del lino, e che è fatta con fibre di ortica?

Elena                               - Ne ha molta?

La Ninfa Brindosier        - Quaranta casse ben segnalate al largo di Faro. Ah! non mi manca mai nulla! Non c'è una tempesta equinoziale che non ci porti le ultime novità. Vuole vedere qualche campione? (Le fa vedere il suo librettino) Non c'è una cassa di Tiro o di Tebe Hecatomfìla, che non sia ben intro­dotta presso di noi. E che porpora abbiamo! Fresca, come sangue! Guardi! Questo è l'ultimo tipo di Tiro. Si chiama « La Troiana ». E quest'altra è « l'Elenide ». Arrossisce? Confessi che è lusinghiero.

Elena                               - E quest'altra?

La Ninfa Brindosier        - La chiamiamo « Paris innamorato ». Lei capisce, è un gioco di parole. « Paris, nome d'uomo », « Paris, nome di città ». E anche « I Paris innamorati »...

Elena                               - Come è spiritoso! Bisogna che me lo scriva su un pezzetto di carta.

La Ninfa Bblndosier       - Volentieri.

Elena                               - Oh! che fortuna avere tante relazioni.

La Ninfa Brindosier        - Sì, questo è il vantaggio di questo piccolo porto di mare.

Elena                               - Io vado a Sparta.

La Ninfa Brindosier        - È una città molto ono­revole e dai costumi morigerati.

Elena                               - Semplici ma onesti.

La Ninfa Beindosier        - Che orge di fedeltà vi potrà fare con Menelao!

Elena                               - La forma dei cappelli vi è regolata dalla legge sotto pena di morte.

La Ninfa Brindosiee        - Ma la natura è bella laggiù. Quanto è solenne il mezzodì dei lunghi giorni d'estate, quando tra il frinire ininterrotto delle cicale, nella luce che tutto sommerge, si ode come il rumore di un dio che affila la sua spada! Mentre il monte Taigete, di sera, dopo il temporale, arde tutto di­nanzi al sole, come una porzione di bue dinanzi ad uh fuoco di legna!

Elena                               - La cosa migliore da fare a Sparta è dormire. Odio la campagna.

La Ninfa Beindosier        - Le donne sono belle a Sparta.

Elena                               - Fanno il pane, mungono le mucche e ballano come animali.

La Ninfa Beindosier        - Gli uomini sono buoni compagni.

Elena                               - Non mi si permette di frequentare se non padri di famiglia più che quarantenni e non sono invitata che alla frutta. Allora si spezza assieme delle noci e ci si esercita a parlare in modo laconico.

La Ninfa Beindosier        - Povera Elena! come soffrirà lei che ha avuto esperienze così interessanti!

Elena                               - Preferisco non pensarci.

La Ninfa Brindosier        - Dove è questa famosa Elena, diranno? È a Sparta e cuce delle borse per il sale dei pastori. È lei con le sue donne che fabbrica questi biscotti locali, che si devono rompere con una mazza di piombo e nei quali trovano delle mummie nere di uva secca.

Elena                               - Però anche lei deve fare una vita assai monotona.

La Ninfa Brindosier        - Ma cara, cosa dice? Tutti passano di qui! E il centro di tre mondi, senza parlare di questo cielo al di sopra che è un quarto mondo. Non passa un giorno senza che un dio ne discenda. Ah! il suo padre mi è ben noto! Non c'è un eroe che non venga a visitarci. Nulla cade in mare senza che io ne abbia subito la parte migliore.

Elena                               - Insomma, lei è una donna felice!

La Ninfa Brindosier        - No, sono una donna da focolare. Tranquilla, modesta. Una vita semplice ed uguale, ecco ciò che mi ci vuole: questa sarebbe una posizione adatta per lei!

Elena                               - Non mi induca in tentazione.

La Ninfa Brindosiee        - Elena di Nasso dopo l'Elena di Troia! Elena-del-Mezzo-del Mare! Si sal­perebbe da tutti i porti del mondo per venire a vederla, come si va a Delo verso l'altare di Apollo e di Latona!

Elena                               - E se Menelao venisse a prendermi?

La Ninfa Brindosier        - Si fidi di me. Si fidi del signor Proteo.

Elena                               - Chi è Proteo?

La Ninfa Beindosier        - Il più ricco di tutti 11 semi-dèi. Ha un contratto per tutto il mare fino a, Taranto. Non mi parli del suo Priamo.

Elena                               - Personalmente com'è?

La Ninfa Brindosier        - Farà di lui tutto ciò I che vuole. È un originale che preferisce alle sue due gambe una grande coda di pesce. È innocuo coma un minorato.

Elena                               - Sicuro, me lo assicura, non è un poli un mortorio la vita a Nasso?

La Ninfa Brindosier        - Mortorio? Il mare è come un gran giornale in cui tutto quel che accade viene ad inserirsi. E se Nasso l'annoia qui, nulla impedisce di spostarla altrove. È una roccia leggera che galleggia. come una frittellina e come l'albume d'un uovo battuto. E se vuole andarsene, lei è libera. Orsù, lai sua carriera non è finita! Non c'è una sola Troia al mondo !

Elena                               - Cos'è questo braccialetto al suo braccioli sinistro ?

La Ninfa Brindosier        - È di una materia meravi­gliosa e senza prezzo che si chiama Celluloide.

Elena                               - Sembra avorio ma è cento volte più bello! Come gli hanno dato questo colore roseo! I Sembra un nastro di seta e si vede la fìbbia e i tafori per l'ardiglione imitati con un'arte meravigliosa. Ah! che gusto squisito!

La Ninfa Brindosier        - Glielo regalo. (Glielo dà).

Elena                               - E lei dice che le rimangono ancora tre pezze di questa stoffa?

La Ninfa Brindosier        - Tre pezze; faccio confM di prenderle con me.

Elena                               - Scusi... Scusi, cara... non so come chia-S maria... Me le lasci...

La Ninfa Beindosier        - È un gran sacrifìcio.»

Elena                               - Come abbottona il suo vestito?

La Ninfa Brindosier        - Dietro, naturalmente!»

Elena                               - Dietro! Per la Buona Dea! un vestito» che si chiude dietro ! Io lo abbottono sotto le braccia.

La Ninfa Brindosier        - Vede questi bottoni? Non» c'è che da premere e ciac!

Elena                               - - Quanto è ingegnoso! Mi lasci provare da me! Clic, ciac, clic, spingo, clic, ciac, clic, ciac!

La Ninfa Brindosiee        - Si chiamano automatici.»

Elena                               - Quanto è felice, lei; mi vergogno delle ; mie tìbie scitiche.

La Ninfa Brindosier        - È un viaggiatore di» Gerusalemme che ce le ha portati, l'altro giorno mentre a capo fitto faceva rotta verso il fondo del» mare. Ne abbiamo tre scatole piene.

Elena                               - Elena, Elenuccia mia!

La Ninfa Brindosleb       - Ebbene, Elena?

Elena                               - Mi dia questi bottoni!

La Ninfa Brindosier        - E lei rimarrà a Nasso?

Elena                               - Acconsento.

La Ninfa Brindosier        - Grazie, Elena.

Elena                               - Addio, Elena.

La Ninfa Brindosier        - Addio! (Entra il Satiro-Maggiordomo seguito da una enorme vongola a due fiedi).

Il Satiro-Maggiordomo   - Salve, signore, buon giorno! ben le riverisco!

Elena                               - Cos'è questo brutto babbuino? e cos'è questa conchiglia?

Il Satiro-Maggiordomo   - È una vongola a due piedi come ce ne sono molte. Una specie di armadio a specchio naturale. Aouf. (Egli fa il gesto di aprire. Jm vongola si apre e fa vedere all'interno un satiro simile ad una farfalla fra le sue due ali. Dispone il doppio specchio di fronte alle nostre due Elene) E Proteo che mi manda a fare la vostra fotografia per celebrare la vostra felice riconciliazione. La luce è del tutto favorevole. Se queste signore avessero la bontà di formare insieme un gruppo simpatico lirico e naturale.

La Ninfa Brindosier        - (mettendosi in posa) Così?

Elena                               - (lo stesso) In questo modo?

Il Satiro-Maggiordomo   - (chiudendo le valve con rumore) Fatto! (Chiude le due valve con una piccola chiave d'oro) È un nuovo strumento. L'immagine si sviluppa da sola. Non c'è bisogno di metterci mano. [Entra Menelao) Monsignore, lei vede queste gentili dame felicemente riconciliate.

La Ninfa Brindosier        - Sì, oso dire che non facciamo ormai che una persona sola.

Elena                               - Lei può portarsi via costei. Mi sembra che siate fatti l'uno per l'altro!

Menelao                           - Che felicità! Bisogna celebrare un avvenimento così felice con un po' di musica.

Il Satiro-Maggiordomo   - Musica! (Si dispongono tutti e quattro davanti alla ribalta. Il coro dei satiri sostiene a bocca chiusa i cantori).

Menelao                           - (canta. A questo punto, il messo di Giove s'avanza con un salto grazioso. È tutto un drappo d'argento, diamanti, gocce di fuoco, scintille e piu­mino di cigno. Balla con Elena una leggiadra danza in stile classico. Poi la prende per mano e la trascina verso le quinte in un vortice irresistibile. L'orchestra, un violento sussurrìo e zuffolìo come in e, imita il rumore di un razzo che ascende verso il cielo e fiorisce lassù nell'infinito. Pai! Riman­gono a bocca aperta col naso in aria tutti ammirati. Da questo momento, la musica, sia che presti il suo concorso agli attori, sia che sogni da sola in sordina, non s'interrompe più sino alla fine della farsa).

 Il Satiro-Maggiordomo  - (col dito teso verso il cielo) Non la si vede più.

Menelao                           - Elena, dov'è quest'altra Elena che è venuta a turbarmi?

La Ninfa Brindosier        - Non c'è che una Elena che ti fu sempre fedele. L'altra si è dissipata come un sogno! (Musica d'orchestra che esprime la solitudine del mare).

Menelao                           - Ti credo. Per me solamente tu sarai la Elena che ho amata. La stessa, sempre fedele.

La Ninfa Brindosier        - L'altra si è dissipata come un sogno.

Menelao                           - Ma, per gli dèi, che nessun altro lo sappia!

La Ninfa Brindosier        - Che nessun altro lo sappia?

Menelao                           - Bisogna che tutti ti credano quella Elena che il Rapitore trascinò

La Ninfa Brindosier        - Perché?

Menelao                           - Ne va del mio onore. Che gloria sarebbe la mia? E che cosa direbbero le madri dì tanti eroi che sono caduti sulle rive dello Scamandro? (La nave si avvicina. E piena di satiri che la spingono con i loro remi. E per maggior comodità è montata su rotelle) E chi sono queste belle ninfe dalle bianche braccia che conducono la nostra navicella?

La Ninfa Brindosier        - Le ancelle che dormivano con me. Sono loro che ci serviranno da marinai. L'Austro spira favorevole e la prossima aurora ci farà vedere le rive biancheggianti della Grecia. (Si pone una passerella per l'imbarco).

Menelao                           - Sali, Elena.

La Ninfa Brindosier        - Ma dimmi, non hai promesso a questa ninfa Brindosier e ai suoi satiri di portarli via con te?

Menelao                           - È vero, l'ho giurato, ma la nave non è abbastanza grande.

La Ninfa Brindosier        - Bisogna mantenere il giuramento.

Menelao                           - Ho giurato per Giove, mio suocero. Questo non ha importanza. Tra parenti non si guarda tanto pel sottile. Ma devo compiere ancora l'ultimo rito. (Porta un vaso di vernice e colla punta del pennello dipinge la pupilla in mezzo dell'occhio di cubia del battello) Rimani aperto, occhio vigile! Giorno e notte, sera e mattina, verso ì fuochi, verso le stelle, verso i segnali, guidaci, grosso occhio paziente della nave sovvraccarìcata che ci contiene. Sommersa fino alle spalle nel seno agitato di questi mari che il nostro sperone solca. (Entrambi salgono a bordo, si ritira la passerella).

Coro dei Satiri                 - (issando la vela) He - hho! He - hbè - he èhhè - he hho! Hèhho! - Hèhho! Hèhho!

Menelao                           - Non ci muoviamo.

Il Satiro-Maggiordomo   - (al timone) Siamo arenati!

La Ninfa Bbindosiee       - Menelao, rendi gli occhiali a Proteo.

Menelao                           - Giammai. Ciò che ho preso colla forza, non lo rendo che a forza.

Il Satiro-Maggiordomo   - Scavate la buca. (Si scava la buca inutilmente).

Menelao                           - Aiuto, Giove! (Colpo di tuono. L'isola è inghiottita dal mare o tutto al più lo scenario è sgom­brato per mezzo di meccanismi e ganci).

La Ninfa Bhindosiee       - Meraviglioso!

Menelao                           - Grazie, Giove!

Il Satiro-Maggioedomo   - Il mare è libero!

Altei Satiei                      - Libero! Libero! Libero! Libero!

Menealo                           - (portandosi in avanti) Timone a babordo, cinque punti!

Il Satiro-Maggioedomo   - Timone a babordo, cinque punti!

I Satiri                             - Ci si muove, ci si muove! Si parte... Si parte...

Menelao                           - La brezza non è abbastanza forte... Tutti i remi in mare!

II Satiro-Maggioedomo - Tutti i remi in mare... (Fischi) Attenzione! Forzate i remi! Uno, due! Uno, due!

I Satiri                             - (cantando a gola spiegata) Margherita, è malata! Le ci vuole il dottore! Margherita, è malata, Le ci vuole, ole, ole, ole, Le ci vuole, il dottore...

Menealo                           - O Ninfe! Che voci celesti! Che deli­ziosa melodia!

II Satiro-Maggiordomo   - Segate l'onda, ragazzi...

I Satiri                             - (c. s.) Il dottore che la visita Le ha proibito il vino. Dottore, vattene al diavolo Se mi proibisci il vino. Ne ho bevuto tutta la vita. Ne berrò fino alla fine. Se io muoio, mi s'interri Nella cantina dov'è il vino. I piedi contro il muro E la bocca sotto la cannella. Se ne casca qualche goccia Servirà per rinfrescarmi. E se il barile si sfonda Ne berrò a mio piacimento! (Menelao alza la mano).

II Satiro-Maggiordomo   - Eitirate i remi! Dove andiamo, ragazzi?

Un Satiro                         - In Trancia! Un altro    - A Bordeaux!

Il Satiro-Maggiordomo   - In Borgogna! Quando ci saremo sbarazzati di questo imbecille. Ascoltate il vento che russa nelle vele! È Bacco in persona che ci ammonisce e ci fa segno!

Coro dei Satiri                 - In Borgogna! In Borgogna! Viva il vino di Borgogna!

Il Satiro-Maggiordomo   - Andiamo a piantare il vino di Beaune.

Menelao                           - Timone a babordo, due punti!

Il Satiro-Maggiordomo - Timone a babordo, due punti!

Un Satiro                         - Non mi fermerò prima di essere giunto a Chàlons!

Un Altro                          - Ho una sete da prosciugare il mare.

Il Satiro-Maggiordomo - Qual è il miglior vino, ragazzi!

Il Coro                             - È quello della Costa che è tra Beaune e Digione.

Il Satiro -Maggiordomo - Quale la terra migliore, ragazzi? La più nera, la più grassa, la meglio con- I cimata!

Menealo                           - La brezza si smorza.

Il Satiro-Maggiordomo - Fischiate per la brezza. (Fischiano).

Il Coro                             - Una terra secca e grumosa come latte rappreso e piena di sassolini calcarei che mantengono 1 il caldo come mattoni perché il grappolo pesante e sonnolento cuoccia dai due lati.

Il Satiro-Maggiordomo   - Quale è la terramigliore, ragazzi?

Il Coro                             - Una terra magra da l'ossatura spor­gente come l'osso del fianco sporge nelle vacche che sono buone da latte.

Menelao                           - Il vento molla.

Coro delle Foche             - (che sorgono attorno alla nave) Flouc! Flouc! L'isola di Nasso è stata sollevata 1 al cielo, c'è del buono per le foche! Flouc! Flouc! 1 Una di meno, meno isole ci sono, meglio è per le 1 foche! Hurrah! Flouc! Flouc! Il vecchio Proteo ha perduto i suoi occhiali, hourra! Non dovremo più J estrarre radici quadrate! Hourra! Flouc! Flouc! Il mare è libero! Il mare è libero! È Ubero e noi ci siamo immerse! Lo sentite fremere e rabbrividire? Sentite 1 questo colpo di reni che ci scaglia a otto piedi nell'aria! Hourra! Hourra! Che salto! Che scatto! Il mare è libero e noi vi siamo immerse! È infinito e noi vi siamo immerse! C'è da bere qui più che un sorso di vino! Youp, youp, youp, hourra! Youp, youp, youp, hourra! (La navicella si allontana seguita dalle foche.

QUADRO SECONDO

(Dalle centine discende un sipario verdastro che si fa sempre più trasparente e si vede riapparire il sito di Proteo con il colonnato, l'obelisco, ecc. così come è descritto al primo atto, ma questa volta in fondo del mare con un effetto d'acquarium. Dei pesciolini simili a pagliuzze d'argento e di giade brillano da tutte le parti. Appare al proscenio, all'incuori del panorama, Proteo che si scuote tutto inzuppato d'acqua).

Proteo                              - (parlato poi cantato) Ho fatto una bella bevuta! Non parlatemi dei riguardi e della conside­razione della gente di lassù! (Mostra il pugno al cielo. Gli sì getta un accappatoio) Era logico che se Elena saliva in cielo, l'equilibrio era cambiato e alla mia isola non rimaneva altro che a toccare il fondo del mare con la rapidità di un aerostato libero di zavorra. Stavo per annegare! Mi direte che cosa serve questa appendice di coda. È semplicemente decorativa. Sarebbe come se mi diceste che la corona di torri sulla testa della città di Parigi potesse servire a preservare questa signora dalle insolazioni. (Piagnu­coloso e cantato) Eccola la mia isoletta in fondo ai-mare, proprio come io l'avevo tanto bene disposta! Il colonnato, l'obelisco, le piante di tabacco, non ci manca niente! (Parlato) Non ci manca che Proteo (Appare nello spessore glauco Proteo II vestito di stivali, d'una tela cerata e di un casco da pescatore. Proteo arrivando al canto a poco a poco) Ma cosa dico? C'è! Sono io là! E qui! È da non raccappezzarcisi. Questi sono i misteri dell'acqua magica. Dov'è la realtà? Dov'è il riflesso? Impossibile sa­perlo! C'era un originale una volta che ha cercato di approfondire questi misteri: si chiamava Narciso. (Del tutto cantato, con tono commosso) Si dice anche che ha fondato per questo un premio all'Accademia di Francia, il premio Narciso Mifroid. Il vecchio compare non ha perduto la testa per nulla! Si è adattato all'ambiente, ha indossato un impermeabile, e così non deve più temere l'umidità. (Qui il bacca­nale sottomarino si svolge pianissimo e fondendosi in brividi piuttosto che in suoni) Ma che cosa sono queste risate di musica frammentaria che mi giungono come il suono di una banda campagnola dall'altra parte della foresta? Della musica in fondo all'acqua? Onde su onde! Senza dubbio questi strati di silenzio am­mucchiati e compressi sono adatti ad accogliere e immagazzinare le impressioni sonore di tutto il Creato. Ma tu sei molto solo, mio povero Proteo! Affatto! Eccolo che con un passo deciso s'incammina verso quella enorme vongola ritta sui gradini del trono come un baule « Cabine ». Estrae dalla tasca una chiave d'oro! Apre... Miracolo! (Infatti in un raggio del proiettore si vede apparire, perfettamente incastonata in una delle valve della vongola, una terza Elena in tutto simile alle altre due, salvo che il suo abito è viola) Capisco! Capisco! Aveva tutto previsto! L'immagine fotografica ha già avuto il tempo di maturare e svilupparsi internamente come una perla in seno alla madreperla. E noi abbiamo una Elena sintetica! Coucou! Così ce n'è per tutti. Ecco la nostra Elena sbriciolata ovunque in cielo, sulla terra e sull'onda! Salve, alla viola del mare che scopa l'azzurro colle pieghe del suo abito elettrico! Guar­date, egli si inchina galantemente, libera Elena e le apre sulla testa un parapioggia più per farle onore, non dubitiamone, che per ripararla dagli eccessi di questo ambiente igrometrico. (Primi accordi della marcia nuziale. Il corteo si organizza) Non è un para­pioggia, è una razza. Come un baldacchino vivente, essa percuote maestosamente l'aria liquida colle sue grandi ali nere al di sopra della coppia nuziale! E che cosa sono questi angioli fronzuti che accompa­gnano il loro passo, e prendono il nome di piovre dal momento in cui l'occhio umano le scorge! Non dubitiamo che una di esse sia preposta alle comuni­cazioni telegrafiche, una centrale vivente! L'altra dispiega una banderuola ondeggiante che porta tutti i complimenti di tutti i popoli del mare. E in quanto alle altre due perché rifiutarci alle indicazioni del buon senso che ci fa vedere in esse dei giocondi menestrelli? Una di esse non ha forse indossato a tracolla un'enorme sarrussofone e vedete con quale applicazione legge a prima vista la musica, con l'aiuto dei suoi larghi occhiali che si spengono .e si riaccen­dono come quegli apparecchi sulla passerella d'una nave che indicano al comandante il numero dei giri della macchina. L'altra stringe amorosamente tra i suoi tentacoli una pianola che certamente è stata lasciata cadere da una nave. (In fondo alla scena appare una balena corazzata di tendaggi e di pesanti gioielli come gli elefanti d'India. Ha un piccolo chiosco sulla testa) Ed ecco la cavalcatura che sta per con­durre i nostri giovani sposi verso l'India attraverso un cammino più nascosto di quello che un tempo condusse verso Aretusa l'innamorato pastore Alfeo. È laggiù al largo delle Maladive, non lontano dallo Stretto di Nove Gradi, nel posto dove Anfitrite supina tra le idre di corallo rosa osserva i movimenti di quel toro bianco che le pleiadi stanno per sacri­ficare sull'altare della Mezzanotte, è la che si celebra ad ogni Olimpiade la grande festa di tutti gli dèi! Ed è là che la nostra Elena, finalmente, riceverà la suprema investitura, mentre l'altra obbedendo allo stesso istinto dei salmoni risale sino al cuore della Gallia. Addio, Proteo, vecchio compagno! E quanto a me, signori e signore, concedetemi di ritirarmi perché la mia fantasia piacevolmente stuzzicata comincia a svegliarsi e risento i primi sintomi di un raffreddore abbastanza forte da sradicare tutta l'isola di Santorino! (Sviluppo del baccanale sotto­marino e della marcia nuziale. Si odono da lontano gli ultimi echi del coro delle foche e dei satiri).          - (1).

(1) Beninteso che, per la realizzazione scenica, tutto questo ultimo monologo potrà essere accorciato secondo la conve­nienza del musicista. (Nota dell'Autore).

FINE

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