Provaci ancora, Sam

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PROVACI ANCORA, SAM

di Woody Allen

Personaggi:

ALLAN FELIX

NANCY

HUMPHREY BOGART

DICK CHRISTIE

LINDA CHRISTIE

SHARON DI SOGNO

SHARON LAKE

GINA

VANESSA

RAGAZZA GO-GO

RAGAZZA INTELLETTUALE

BARBARA

Scene:

La commedia si svolge interamente in casa di Allan Felix, un appartamento sulla 10a Strada Ovest, a New York. L’appartamento consta di tre stanze. Oltre al soggior­no, vi sono una piccola ma adeguata camera da letto e una piccola ma adeguata cucina, entrambe fuori scena, l’una di qua e l'altra di là. In fondo a sinistra c’è la porta d’ingresso, che si trova su una piattaforma ringhierata la quale serve da vestibolo. Dalla piattaforma si scende nel soggiorno, di qua o di là, mediante alcuni gradini. Fra queste due serie di scalini, sotto la ringhiera, si trova una panca imbot­tita. Il soggiorno è alquanto spazioso, e tipico di una vecchia casa di Greenwich Village: allegro, con ampie finestre che guardano su un viale alberato. C’è un caminetto a legna e l’arredamento comprende un invitante sofà, comode poltro­ne e sedie, scaffali con libri e dischi e una grande foto di Humphrey Bogart. L‘atmosfera è calda e giovanile. Si tratta di un appartamento da circa 265 dollari al mese d’affitto. È stato arredato dai Felix, una giovane coppia di sposi, che è venuta ad abitarci circa due anni fa.

Atto I - scena I: un pomeriggio di tarda estate; scena II: quella stessa sera, qualche ora dopo.

Atto II - due settimane dopo.

Atto III - la mattina seguente.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Le luci in sala si spengono lentamente e udiamo le voci di Humphrey Bogart e Mary Astor in una scena finale del film The Maltese Falcon (Il mistero del falco) Poi il sipario si leva su ALLAN FELIX che guarda questo film, alla televi­sione, nel soggiorno del suo appartamento, sulla 10a Strada fra la Quinta e la Sesta Avenue, a New York. ALLAN è un uomo smilzo, con occhiali, di circa 28 anni, che sembra appena uscito da una vignetta di Jules Feiffer. Si guadagna decentemente da vivere scrivendo arti­coli e recensioni letterarie e, soprattutto, cinematografiche (è un cinefilo) per una piccola rivista intellettuale. Sogna ad occhi aperti di riuscire un giorno a far qualcosa di impor­tante per la letteratura o per il cinema. ALLAN sogna un bel po’, la sua mente è anzi una conge­rie, iperattiva, di contraddizioni nevrotiche, assurde, sicché il mondo reale finisce per essere un po' troppo duro per lui. Nervoso, timidissimo, insicuro, è stato a più riprese in psico­terapia. All’alzarsi del sipario, ALLAN è solo in scena e guarda il Mistero del falco alla tivù, seduto su una sedia girevole. Il film è ormai alla scena finale, in cui Bogart dice a Mary Astor, sbigottita, che la denuncerà alla polizia nonostante la ami. La colonna sonora ha preceduto l’alzarsi del si­pario, per qualche battuta... Poi, finito il film, ALLAN sospi­ra, si alza, va al televisore e lo spegne.

ALLAN:          Ma come fa? Qual è il segreto? Si tratta di cine­ma, ecco il segreto. Forse, se prendessi un altro paio di aspirine, mi sentirei meglio. Sono due... quattro... sei aspirine. (Raccatta un flacone vuoto sul tavolinetto da tè) Sto diventando un aspirino­mane. Di ‘sto passo, alla fine metterò a bollire il ba­tuffolo d’ovatta, per sfruttarla fino in fondo, la mia droga. Ma che ho? Che mi succede? Perché mai non riesco a rilassarmi? Non avrei mai dovuto fir­mare quelle carte. (Siede sul poggiapiedi della sedia girevole) Mi trascinasse pure in tribunale. Due anni di matrimonio buttati via... così. Due anni sprecati! Non riuscivo a crederci, quando me lo disse, due settimane fa. Sembrava un’estranea, mica mia mo­glie, una donna sconosciuta! (Si accende la luce di sogno, nel vestibolo. Compare NANCY, in accappatoio, asciugandosi i capelli con un telo. Si accosta alla ringhiera)

NANCY:          Non li voglio gli alimenti. Puoi tenerti tutto tu. A me basta andarmene.

ALLAN:          Non potremmo discuterne un momento?

NANCY:          Ne abbiamo già discusso, cinquanta volte. È i­nutile.

ALLAN:          Perché?

NANCY:          Non lo so. Non sopporto il matrimonio. Non mi diverti, tu. Anzi, mi soffochi. Non c’è mica un rapporto fra me e te. Eppoi, fisicamente, non mi piaci. Per carità, non pigliarla sul piano personale! (Esce. La luce sogno svanisce)

ALLAN:          (si alza e cammina su e giù) Oh, no, non me la prendo mica a male. Mi ammazzo, ecco tutto. Se so­lo sapessi dov’è andato in vacanza, il mio maledetto analista. Ma dov’è che se ne vanno, tutti quanti, d’agosto? Ogni estate c’è l’esodo degli analisti. E la gente rimasta in città impazzisce, fino ai primi di settembre. Ma poi? Anche se lo rintracciassi? Quel che gli dico gli dico, lui mi dice ch’è un problema sessuale. Ma che cavolata! Come può trattarsi di un problema sessuale? Non facevamo più neanche l’amore. Beh, una volta ogni tanto. Ma lei però guardava la tivù, durante il coito... e badava a cam­biare programma, col telecomando. (Si siede sul pog­giapiedi) Che cos’ho? Che mi succede? Perché non riesco ad esser disinvolto? Qual’è il segreto? (Si accende la luce di sogno. Compare BOGART in im­permeabile)

BOGART:        Non c’è nessun segreto, nino. Le donne sono molto, molto semplici. Mai incontrata una donna che non capisse perfettamente una sleppa sulle gen­give o una palla di calibro 45.

ALLAN:          Non avrei mai potuto picchiarla, io, Nancy. Non c’era questo tipo di rapporto, fra di noi.

BOGART:        Rapporto? Dov’è che l’hai imparata, ‘sta paro­la? Da uno strizzacervelli di Park Avenue?

ALLAN:          Mica sono come te, io. Alla fine di Casablanca, quanto perdesti Ingrid Bergman, non eri distrutto?

BOGART:        (si porta in cima agli scalini di sinistra) Roba da niente. Un whisky e soda, e via.

ALLAN:          Io, vedi, non bevo. Non lo tollera, l’alcol, il mio fisico.

BOGART:        Da’ retta a me, e lascia perdere ‘ste panzane sul rapporto di coppia. Il mondo è pieno di belle don­ne. Un fischio, e via. (BOGART esce e la luce di sogno si smorza)

ALLAN:          (camminando su e giù) Ha ragione. Dagli un dito e ti prendono il braccio, e poi ti mettono sotto i pie­di. Perché non mi metto anch’io, sullo stesso piano? Un whisky e soda, e via. Ti passa tutto. Bevi un dito di bourbon, e corri a farti tatuare. D’altro canto, perché dovrei pigliarmela cosi, per ‘sto divorzio? Che diamine... magari sto perfino meglio, senza di lei. Perché no? Giovane, sono giovane. Sano, sono sano. Un buon lavoro ce l’ho. Questa, anzi, potreb­be esser l’occasione buona, per tirarmi un po’ su. Se se la spassa lei, me la spasso pure io. Adesso mi pro­curo tante donne, che ci sguazzo fino al collo. La vedremo! La trasformo in un nàit, questa casa. La riempio di slandre, di sbarbine, di fricche... di nin­fomani! Di sgrinfie, di ganze, di... di... di commesse dei Grandi Magazzini!... Mi ha piantato? Io non le corro dietro. (Siede sulla poltroncina girevole) Da non credere, quello che m’ha detto prima di piantarmi. (Si accende la luce di sogno nel vestibolo. Entra NAN­CY con valigia, guanti e sciarpa)

NANCY:          Vita nuova, per me, vita nuova. Voglio vivere! Voglio andare a ballare in discoteca, andare ai monti, andare al mare. Voglio girare l’Europa in motociclet­ta. Io e te si va, massimo, al cine.

ALLAN:          Mi ci mandano. Lavoro per una rivista di ci­nema, io. E poi, si dà il caso che il cine mi piace.

NANCY:          Ti piacciono i film, a te, poiché ti poni come spettatore, tu, davanti alla vita. Io non sono così, ah, io no. Io sono una che vive, una che fa, che s’agi­ta. Io sono una che vuol partecipare. Che vuol ridere. Non ridiamo mai insieme, noi due.

ALLAN:          Come puoi dire una cosa simile? Te, non so. Ma io, per me, io rido, eccome. Di continuo. Rido, ridacchio, sogghigno... sghignazzo persino, occasio­nalmente. Eppoi, perché non son saltate fuori, que­ste cose, quando ancora eravamo fidanzati?

NANCY:          Eri diverso, allora. Più aggressivo.

ALLAN:          Lo sono tutti, nel periodo del corteggiamento. È naturale. Uno cerca di far colpo sull’altra persona. Mica puoi aspettarti che uno si mantenga poi sem­pre all’altezza, come fascino. Gli viene un infarto, in tal caso.

NANCY:          Addio, Allan. Il mio avvocato si terrà in contat­to con il tuo avvocato.

ALLAN:          Non ce l’ho, io, un avvocato... Digli di telefona­re al mio medico curante. (NANCY esce e la luce di sogno si smorza. ALLAN cammina su e giù) Si crede chissà chi, quella là. Una vitaiola, lei? Ma non fatemi ridere! Una gaudente? È un prodotto della men­sa studentesca d’un collegio di terz’ordine, altroché! Come prossima tappa, si metterà a fumare marijua­na... e si crederà à la page. Io una volta mi son fatto uno spinello... La reazione fu tremenda! Cercavo di sfilarmi le mutande dalla testa. È perché mi sento in colpa. Io ho sensi di colpa per qualsiasi cosa. È lei che mi ha piantato, e io sto qui a preoccuparmi per lei. Chissà come farà, poverina. (Suonano alla porta) Ecco Dick e Linda. Meno male che ho Dick, grazie a Dio. È il mio miglior amico. Ma non devo usarlo come una stampella. (Suonano ancora) Lo userò come una stampella. (Apre la porta. DICK è un giovane d’aspetto simpatico, il tipo dell’executive. LINDA è sua moglie. Entrano)

DICK:              (spostandosi lungo la ringhiera) Allan, ti senti bene?

LINDA:           (chiude la porta e viene avanti) Oh, poverino!

DICK:              Perché non ci hai telefonato subito?

ALLAN:          Non volevo disturbarvi.

DICK:              Disturbare! Santiddio, che ci stanno a fare, gli amici?

LINDA:           Che motivi adduce, lei, per voler il divorzio?

ALLAN:          (va a sedersi su una panca, in un angolo) Ha vo­glia di ridere, dice. Non rideva abbastanza, con me. Insufficienza di risate, ecco su cosa si basa l’istanza di divorzio. Eppoi, mare e monti. Vuoi andare al mare e ai monti. In montagna a sciare e giù a ridere come un’idiota.

DICK:              Permetti che telefoni in ufficio e che li avverta do­ve sono reperibile. Sono corso, non appena mi hai telefonato, piantando a metà una riunione. Mi avran preso per matto.

LINDA:           (depone la borsetta sulla panca) Hai avuto notizie, da lei?

ALLAN:          Ho avuto notizie dallo Studio Legale Schulman e Weiss. Mi hanno fatto firmare delle carte. Nancy è in Messico. Che buffo! Eravamo andati in Messico, in luna di miele. Due settimane, sane sane, a letto. Io mi ero preso la dissenteria. (Frattanto, LINDA rassetta la stanza. Raccatta dei libri sparsi in terra e li dispone sugli scaffali; raduna delle riviste e le ammucchia su un tavolo; prende su indumenti, bicchie­ri e piatti sporchi, il flacone di aspirine vuoto; insomma, mette ordine qua e là, alla svelta)

DICK:              (al telefono) Pronto, George? Hanno accettato le nostre condizioni?… Oh, diavolo… Oh, beh, se va stor­ta, va storta.

LINDA:           Ma tu ti cuoci solo cibi surgelati?

ALLAN:          Cuocerli? E chi li cuoce? Io neanche li scongelo. Li succhio come fossero ghiaccioli.

DICK:              Prendi nota, ti dico dove puoi raggiungermi. Per un po’ sarò qui, a Gramercy 7-9205, poi, per circa quindici minuti, a Murray Hill 5-4774, dopodiché a Templeton 8-4548, e poi puoi trovarmi a casa, vale a dire LE 5-8343. D’accordo, George.

LINDA:           C’è una cabina telefonica, qui sull’angolo... Vuoi che vada giù a rilevarne il numero?... Sai, ci passia­mo davanti. (Va in cucina)

DICK:              Mi spiace, Allan.

ALLAN:          Vuole fare la vitaiola, lei. Tutt’a un tratto, la vita coniugale non le andava più bene.

DICK:              Non arrovellarti, dai. (LINDA rientra dalla cucina con una tovaglia di carta che stende sulla scrivania. Poi seguita a rassettare l’appar­tamento, mentre i due uomini parlano. Spolvera qua e là, raccatta cartacce sparse e le getta nel cestino che poi spinge sotto la scrivania)

ALLAN:          Io le avevo dato una casa, con affetto e sicurezza. Chi era lei? Faceva la cameriera, allo Hip Bagel, quando l’ho conosciuta. Io ci andavo ogni sera e le lasciavo mance da nababbo. Un dollaro e mezzo di mancia, per una consumazione da 35 soldi. (LINDA continua a rassettare. Prende su una vestaglia e altri indumenti sparsi sui mobili)

DICK:              Era impulsiva, Nancy. Lo sappiamo.

ALLAN:          Non mi ha mica piantato d’impulso. Ne parlava da mesi. Non credevo mai che, alla fine, avrebbe fat­to sul serio. Sono un tal ingenuo, io. Stiamo a letto insieme, e lei consulta le pagine gialle per cercarsi un avvocato.

DICK:              Meno male che t’è successo adesso. Sei giovane. Puoi rifarti una vita nuova. (LINDA porta gli indumenti che ha raccattato nella stanza da letto)

ALLAN:          Giovane? Ho ventinove anni. L’apice della mia potenza sessuale l’ho raggiunto dieci anni fa.

DICK:              Guarda il lato positivo della cosa. Sei libero. Puoi andar dove ti pare. Incontrerai donne nuove, ecci­tanti, flirterai, andrai a feste, avrai delle storie con donne sposate, avrai rapporti sessuali con ragazze d’ogni razza, religione e colore. (LINDA esce dalla stanza da letto. Raccatta un cuscino in terra e lo mette sulla panchetta appiè della ringhiera)

ALLAN:          Ah, ci si stanca di ‘ste cose. Eppoi, a me, non mi capitano mai. Ero riuscito a far fessa una donna e sposarla, e adesso m’ha piantato.

DICK:              Lo senti, come si degrada? Non credi che ce ne so­no a bizzeffe, a ‘sto mondo, di donne disposte a trovarlo attraente?

LINDA:           Eh?... Oh, ehm... sì, certo.

DICK:              (siede sul sofà) Il mondo è pieno di donne dispo­nibili.

ALLAN:          Come Nancy, no, nessuna. Era così carina! La guardavo dormire, la notte, chino su di lei. Certe volte si svegliava... mi guardava imbambolata... e poi cacciava un urlo.

LINDA:           L’amava davvero, quest’uomo. Mi viene da pian­gere.

DICK:              Cosa c’è da piangere? Uno investe un capitale... può pure rimetterci, no?

LINDA:           Potrei avere un’aspirina? Mi sta venendo un po’ di mal di testa.

DICK               Lui è al collasso, e tu ti senti male.

LINDA:           Non arrabbiarti, dai.

DICK:              Mica m’arrabbio. È che ho avuto una giornata pesantissima.

ALLAN:          La vuoi anche tu un’aspirina?

DICK:              No.

ALLAN:          Le aspirine le ho finite. Vuoi un Darvon?

LINDA:           Sì, va bene. Anzi, una volta il mio analista me l’ha consigliato, contro l’emicrania.

ALLAN:          Anch’io soffrivo di emicranie, ma il mio analista mi ha guarito. Adesso, mi vengono tremendi raf­freddori.

LINDA:           Io ne soffro ancora. Emicranie pazzesche da tensione nervosa.

ALLAN:          Io non credo che l’analisi possa aiutarmi. Mi ci vorrebbe una lobotomia.

LINDA:           Quando il mio analista va in vacanza, mi sento paralizzata.

DICK:              Vi dovreste sposare, voi due, e traslocare in un ospedale.

ALLAN:          Ci vuoi acqua minerale, con il Darvon?

LINDA:           Se non hai succo di mele...

ALLAN:          Oh, succo di mele e Darvon son fantastici in­sieme.

LINDA:           Hai mai preso il Librium con il succo di pomo­doro?

ALLAN:          Personalmente, no. Ma un amico nevrotico m’ha detto che sono la fine del mondo.

DICK:              Potrei avere una coca-cola senza niente dentro? (ALLAN va in camera)

LINDA:           (seguitando a rassettare) Soffre molto, per lei. Fa dolcezza, in certo senso. Soffriresti altrettanto, tu, per me?

DICK:              Certo che soffrirei, però non darei fuori di matto. Tu sei compagna a lui. Vuoi due potreste pure an­dar in crisi, emotivamente, per il bollettino meteo­rologico.

LINDA:           Non avrebbe mai dovuto sposare Nancy, lui.

DICK:              Mica lasciava trapelare niente. Io credevo che an­dassero d’accordo.

LINDA:           È perché tu sei sempre indaffarato. Non vedi quello che succede intorno a te. Non trovavi strano, tu, che lui, sposato e tutto, non avesse chi portare al veglione di Capodanno?

DICK:              Ma perché ti ecciti tanto?

LINDA:           Queste cose mi stravolgono. Sto esperendo un’ondata di insicurezza.

DICK:              Stai che? Esperendo?... Stai vivendo una crisi di in­sicurezza?... Senti, adesso ti dico cosa m’è successo, oggi, a me, se vuoi saperlo. Ho comprato cento etta­ri di terra, stamattina, in Florida. Risulta che, al 98 per cento, sono sabbie mobili. L’idea era di farci un campo da golf. E adesso? Al massimo, ci si può rica­vare un campo da golf con tre buche e il bunker più grande e insidioso del mondo. Perché do­veva capitarmi, questo, proprio adesso che ho tanta carne al fuoco? Mille cose che stanno per nascere!

LINDA:           Dick, tu stai andando forte. Hai appena 29 anni e già hai presentato istanza di fallimento due volte.

DICK:              Oh, su, via, tesoro, non arrabbiarti, adesso. Tu sei l’unica cosa che conta, per me. Gesù, Gesù, gli rac­comando, a lui, di stare calmo... Ma se fossi nei suoi panni uscirei pazzo. Ora, dai, dobbiamo tirarlo fuo­ri da questa crisi.

LINDA:           Se conoscessi una ragazza adatta a lui...

DICK:              Conosci tante modelle, tu, nell’agenzia dove la­vori.

LINDA:           Mica ce n’è tante, sfitte.

DICK:              Ci sarebbe quella Carol.

LINDA:           Fidanzata.

DICK:              E Doreen?

LINDA:           Convive con un prete.

DICK:              (elucubrando) E Zorita? Quella che era alla festa di Donald...

LINDA:           Zorita per Allan? Se lo mangia vivo, quella. Re­sterebbero solo gli occhiali. No, il problema non e facile, affatto. (Rientra ALLAN con pillole e bibite)

ALLAN:          Son contento, sapete, che siate venuti voi due. Mi sento già un tantino meglio.

DICK:              Senti, Allan. Linda e io andiamo a cena fuori, stase­ra. Invitiamo un’altra ragazza, e si va tutti e quattro, così.

ALLAN:          Oh, no, non mi pare il caso.

DICK               Su, via, devi pure uscir fuori dal guscio.

ALLAN:          Da due anni non guardo un’altra donna. Sono giù d’allenamento. Anche quand’ero in allenamen­to, non ero mica allenato.

DICK:              Su, dai, Allan. Hai investito i tuoi sentimenti su un titolo azionario in ribasso. Capita, in Borsa. Il titolo è sceso, è sceso, finché è uscito del tutto dal listino. Che si fa in questi casi? Si reinveste. Magari su azio­ni più salde... su un titolo che offre prospettive di crescita a medio e lungo termine.

ALLAN:          Senti, fissami un appuntamento con un agente di Borsa, allora.

DICK:              Dai, Allan, tirati su.

ALLAN:          Per tirarmi su ci vuol altro che una bella ragazza! Dev’essere brava da matti.

DICK:              Chi gli possiamo procurare?

ALLAN:          Cioè, non avete nessuna già in mente?

DICK:              In mente, ce n’abbiamo diverse.

LINDA:           Qual è il tipo che ti piace?

DICK:              Le nevrotiche, gli piacciono.

ALLAN:          Mi piacciono le bionde. Piccoline, con i capelli lunghi, le gonne corte, il seno procace, e gli stivali, e che siano brillanti e spiritose… e ricettive.

DICK.              Non porti ideali ridicoli.

LINDA:           Bella, la vuoi? Con i capelli lunghi e il seno pro­cace?

ALLAN:          Oh... e con un bel sedere. Di quelli che ci affondi dentro i denti.

DICK:              È sempre stato un raffinato, lui.

ALLAN:          D’accordo, ma guarda che bei risultati.

DICK:              D’accordo, però non ti butti.

LINDA:           Sally Keller è bionda e ha un seno di discrete di­mensioni.

ALLAN:          Come sono le dimensioni discrete?

LINDA:           (fa un gesto con le mani) Non so... Così.

DICK:              Però non è la ragazza più brillante del mondo.

ALLAN:          Cosa fa nella vita?

LINDA:           Danza dentro una gabbia, in una discoteca.

ALLAN:          Lasciamo perdere.

DICK:              Dai, può anche darsi che riesci a portartela a letto.

ALLAN:          A letto! Con la fortuna che mi ritrovo, neanche a farla sedere su una sedia, riuscirei.

LINDA:           Beh, le ragazze che hanno il fisico che piace a te, di solito non hanno un gran cervello.

DICK:              Non capisco perché dobbiamo farla tanto lunga, per una semplice cenetta a quattro.

ALLAN:          No, no, non mi va niente. Sono ancora troppo preso da Nancy.

DICK:              Dimenticala, Allan. Nancy ormai se n’è andata.

ALLAN:          È vero. Voleva esser libera, per vivere.

DICK:              Su, tesoro, pensa a qualcuna.

ALLAN:          Me l’immagino, cosa starà facendo a quest’ora.

NANCY:          (entra) Oh, Jeffrey, prendimi fra le braccia, stringimi forte forte. Che bello, esserci incontrati, qui, in una piccola città del Messico, a Juarez. Tu, per divorziare da Cecilia; io, per sbarazzarmi di... di come si chiama lui. Oh, che cosa stupenda, far l’amore con un uomo alto, bello, robusto, biondo con gli occhi azzurri! (Esce)

ALLAN:          Siamo divisi da due settimane, e lei già se la fa con un nazista.

LINDA:           Ehi, ci sarebbe Sharon.

DICK:              (colpito) Già, ci sarebbe Sharon.

ALLAN:          Il nome mi piace.

LINDA:           Sharon Lake. Lavora per Jack Edelman, il foto­grafo. È la sua assistente.

DICK:              È intelligente e molto graziosa.

ALLAN:          D’accordo. Andiamo.

DICK:              (a Linda) Chiamala.

LINDA:           (andando al telefono) Perfetto.

ALLAN:          (cominciando a vacillare) Che cosa le dirai?

LINDA:           (formando il numero) Le chiedo se non ha altri impegni per cena, stasera.

ALLAN:          (preso dal panico) Non dirle niente del divorzio. Magari è meglio darle d’intendere che mia moglie e morta.

DICK:              Lascia fare a noi.

ALLAN:          Non sarà meglio invece lasciar perdere? (Si mette a camminare su e giù) Mi prende l’angoscia, la solita angoscia. Lo stomaco mi balla.

LINDA:           (al telefono) Sharon Lake, per favore. Linda Chri­stie.

ALLAN:          (si tappa le orecchie, e vagola nervosamente) Non voglio sentir niente. La la lummm tra la lummmmmmm…

LINDA:           Sharon?… Ciao. Linda… Come stai?… Bene. Senti...

ALLAN:          Ammmmmmmm-ummmmmmm-mmmm...

LINDA:           Dick e io si va a cena fuori, con un amico, stasera e si pensava che tu potresti esser della partita.

ALLAN:          Ammmmmmmm-ummmmmmm-mmmm...

LINDA:           No, non è niente. Abbiamo la radio accesa... (Fa cenno a Dick di intervenire. DICK fa star zitto Allan) Allan Felix. Non lo conosci. E un amico di Dick.

ALLAN:          (suggerendo) Simpatico. Uno scrittore. Vedovo... La moglie è morta in un disastro minerario...

LINDA:           È un tipo simpatico. Ti piacerà, credo.

ALLAN:          Senti, se non le va pazienza. Lascia perdere. Non voglio complicazioni...

LINDA:           D’accordo. Passiamo a prenderti con la macchi­na. Alle otto. Sì, un vestito semplice va benissimo... E le scarpe basse, sì, certo.

ALLAN:          Si metta pure i tacchi alti. Mica sono...Toulouse ­Lautrec!

LINDA:           D’accordo... Passiamo a prenderti. Va bene. Ciao. (Riaggancia) Sei sistemato.

ALLAN:          (non riesce a reprimere la sua sovreccitazione) Mi sento mezzo per sorta. Metti che porto questa sgrinfia a letto, e metti che arrivasse Nancy all’im­provviso. Uh-uh!

DICK:              Non nutriamo eccessive speranze, Allan, per la prima sera.

ALLAN:          (a Linda) Ha detto qualcosa, di me?

LINDA:           Non ti conosce. Cosa poteva dire?

ALLAN:          Però, non le hai mica detto che son vedovo.

LINDA:           (portando i vuoti in cucina) Io t’ho combinato l’appuntamento. Diglielo tu stesso, della morte di tua moglie.

ALLAN:          Oh, son tutto eccitato.

DICK:              (forma un numero al telefono) Passiamo prima a prendere Sharon, che abita vicino a noi, e poi venia­mo qui da te, tutti e tre, a prenderti. Ci vediamo verso le otto e un quarto. Non potrò fare tardi, pe­rò; ho un incontro di lavoro, domattina presto.

ALLAN:          Andiamo a cena alla Taverna sul Verde. È la se­rata ideale, per cenare a Central Park.

LINDA:           Magnifico. È così romantico, là.

DICK:              Si mangia male, però. Eppoi credo che andrà a pio­vere. (ad ALLAN) Tutto a posto? (DICK e LINDA si soffermano sulla porta)

ALLAN:          Sicuro. Tutto a posto. Adesso mi faccio la doccia e mi do un po’ di profumo... Ah, non vedo l’ora, adesso. Sono tutto eccitato.

DICK:              Ciao.

ALLAN:          Sto meglio... (Chiude la porta. Si fa serio in volto) Ho paura. (La scena sì oscura. LINDA rientra dalla cucina con quattro bicchieri puliti e va a deporli sul mobile bar)

LINDA:           Senti, se hai bisogno di qualcosa... I piatti sporchi o il letto da rifare...

DICK               (al telefono) Pronto? Qui mister Christie. Lascio ora il numero di Gramercy e procedo in direzione nord verso ilnumero di Murray Hill.

BUIO

SCENA SECONDA

La stessa sera, verso le otto. ALLAN esce dalla camera da letto con la cravatta al collo e va allo specchio sopra il mobile-bar. È una miscela di eccitazione, ansia e sensi di colpa. Cerca di sistemarsi i capelli.

ALLAN:          Non riesco a farli star buoni, ‘sti dannati capelli. L’aria umida è un macello. Non sono poi brutto, via! Il mento è un po’ debole, ma... che diamine... non dovrebbe restare delusa. Cos’è che s’aspetta? Rock Hudson? Io sono un tipo normalmente passa­bile... magari un tantino al di sotto della norma. Vorrei che mi avesse già visto... Detesto gli appun­tamenti alla cieca, il momento in cui lei posa gli oc­chi su di me la prima volta. E se, come mi vede, si mettesse a strillare oppure a ridere? Ma di’, vuoi ri­lassarti! Quando mai una ragazza ha reagito a urli e sghignazzi? Una volta. Quella studentessa del Brooklyn College… viene ad aprire la porta... mi ve­de... sviene. Però era indebolita dalle diete. Che dia­mine! Bogart era basso... e mica la faceva tanto lun­ga!

BOGART:        (comparendo sotto l’arcata) Stai partendo col piede sbagliato, ragazzo.

ALLAN:          Una falsa partenza, vuoi dire?

BOGART:        Sicuro. Ecco, lasci che lei prenda il sopravvento prima ancora che la partita cominci. Cos’è quella roba che ti sei dato in faccia?

ALLAN:          Una lozione dopo-barba. Marca Canoa.

BOGART:        E quell’altra roba?

ALLAN:          Deodorante a spruzzo Mennen, e acqua di la­vanda Lavoris e, poi, talco per bambini Johnson and Johnson.

BOGART:        Perbacco, puzzerai come un bordello francese!

ALLAN:          Ne ho bisogno.

BOGART:        E perché? Ti vergogni di sudare?

ALLAN:          Voglio fare una buona impressione.

BOGART:        Senti, nino, mi sa tanto che tu hai capito male. Ad un certo punto nella vita, hai preso la svolta sba­gliata. Spetta a lei profumarsi per te. Eppoi non dir­le che sei astemio. Sennò quella ti prende per un boy-scout. Eppoi, non innervosirti. Può andarti storta solo in due casi: se risulta ch’è vergine, o una donna-poliziotto. (Esce)

ALLAN:          Con la fortuna che mi corre dietro, risulterà una poliziotta vergine. Ha ragione lui. A un sacco di donne le eccita, quel nonsoché di puzza mascolina. Non avrei dovuto darmi tanto deodorante, sotto le ascelle. Devo creare un certo buon effetto, subli­minale, senza troppo forzare però. Ohé, sarà me­glio mandare a memoria qualche termine tecnico ad hoc, dato che lei lavora da un fotografo. (Va a pren­dere una rivista, nella scansia, la sfoglia, tornando verso il proscenio, e legge a voce alta) “Non solo c’è una grossa differenza qualitativa fra la mia Nikon e le altre mie macchine fotografiche, dice l’asso dei fotografi Greg Barnett, ma la mia Nikon è anche tanto robusta che resiste agli strapazzi e ai maltrat­tamenti che le infliggo, quando il lavoro in esterni si fa duro”. (Lascia cadere la rivista sul tavolino da tè) Voglio proprio affascinarla, ‘sta ragazza. Che bello, se filassimo subito, Sharon e io, così, a colpo di ful­mine. Ebbene, perché no? Le donne, dice, sono molto, molto semplici. Mai incontrata una donna che non reagisse adeguatamente a una sleppa sui denti o a una palla calibro 45. Fatti sotto, Sharon. (Compare la SHARON DI SOGNO, leggermente scarmi­gliata. In sottofondo, al pianoforte, si ode As Time Goes By)

SHARON DI SOGNO: Oh, Allan, sei fantastico... Fino a ie­ri i dottori dicevano che ero frigida. Ti ringrazio, per averli smentiti.

ALLAN:          Se hai amiche con lo stesso problema, portale qui.

SHARON DI SOGNO: Di te, Dick e Linda ne parlano co­me di un genio, di un uomo brillante. Mica me l’avevano detto, che sei anche un animale.

ALLAN:          Mi dispiace, se ho dovuto pigliarti a sganassoni, tesoro. Ma eri andata sull’isterico, quando ho detto “adesso basta”.

SHARON DI SOGNO: Oh, Allan... Allan. (Le luci cambiano, la musica dissolve e, al contempo, suonano alla porta. SHARON DI SOGNO scompare)

ALLAN:          Chi è?

LINDA:           (fuori scena) Sono Linda.

ALLAN:          Linda?

LINDA:           Sono sola. (ALLAN apre la porta. Entra LINDA con un barattolo di noccioline) Sharon è giù con Dick. Sta parcheggiando e mi ha mandata avanti, per con­trollare se tutto è a posto.

ALLAN:          È tutto a posto... Non credevo che fosse così tar­di.

LINDA:           (prende due vaschette e vi versa dentro le noccioline) Ehi! Che t’è successo? Hai rotto una boccetta di lozione dopo-barba?

ALLAN:          Non mi dire! Me ne son messa troppa?

LINDA:           È un filino troppo forte... ma niente di tragico. Quando saremo all’aria aperta, non si noterà nean­che.

ALLAN:          (chiude la porta della camera da letto) Ora do una riassestata, qui, alla svelta.

LINDA:           (posa una vaschetta di noccioline sul tavolo da tè) Lascia stare. La stanza è già a posto. Si prende un drink e via.

ALLAN:          (prendendo un libro dalla scansia e deponendolo sulla panchetta) Pochi oggetti dislocati accortamente bastano a dare l’impressione giusta.

LINDA:           (colloca la seconda vaschetta di noccioline su uno sgabello) Non vorrai lasciar in giro libri aperti, come stessi leggendoli?

ALLAN:          Perché no? Serve a creare una certa immagine.

LINDA:           Non hai mica bisogno di un’immagine...

ALLAN:          (prende una medaglia da un cassetto) Ecco quel che ci vuole... La medaglia che vinsi nei cento metri.

LINDA:           Ti va di scherzare? Mica vorrai metter in mostra le medaglie di atletica leggera?

ALLAN:          (mettendo la medaglia ben in vista) E perché no? L’ho pagata venti dollari.

LINDA:           Sii te stesso, e basta. Le piacerai.

ALLAN:          (prende un disco di Bela Bartok dalla scansia) De­vo prendere una grossa decisione. Metto su Thelo­nius Monk oppure il Quartetto per Archi opera 5 di Bela Bartok?

LINDA:           Perché non metti su Thelonius Monk e lasci il Bartok in giro?

ALLAN:          (mette il disco di Bartok ben in vista) Ottima idea! Farò proprio cosi.

LINDA:           (estrae alcune bottiglie dal mobile-bar e le colloca sul ripiano) Mai visto nessuno darsi tanto da fare per far colpo. Specie su una compagna occasionale. Se usavi altrettante attenzioni e premure con Nancy, non capisco perché ti abbia piantato.

ALLAN:          (ha trovato un disco di Monk) Se le usavo? Altro­ché! Le scrivevo poesie. La portavo a cena in risto­ranti al lume di candela e ordinavo in francese, e il cameriere ci portava tutte cose sbagliate.

LINDA:           (presso la panchetta) Forse, se ti fossi sporto verso di lei, al lume di candela, e l’avessi baciata...

ALLAN:          Ci provavo! Ma lei: “Cristo, non qui! Ci stanno guardando.” Poi, una sera, in un bistrò della Secon­da Avenue, mi andò a fuoco la manica. (Mette il di­sco di Monk sul fonografo e lo avvia. LINDA ride) Ti fa ridere, no? È una cosa buffa, vero? Invece, lei lo prese come prova di quanto son maldestro... giustamente, suppongo. (Suonano alla porta. ALLAN scatta sull’attenti) Raffinatezza e sangue freddo... Sono as­solutamente padrone di me.

LINDA:           Bene. Vado a prendere il ghiaccio. (Va in cucina. ALLAN apre la porta. Entrano DICK e SHARON LAKE. Lei è graziosa, ma non sexy come la Sha­ron della visione di Allan. Però ALLAN ne è comunque impressionato, da restar senza parole)

DICK:              Allan, questa è Sharon.

SHARON:        Salve.

ALLAN:          Ah... ehm... (Sta là sbigottito, con la mano sulla maniglia. DICK in­vita SHARON ad entrare, poi dà una botta sulla porta per staccarne ALLAN, e la chiude)

SHARON:        (sedendo sul sofà) Stavo giusto dicendo a Dick, che ho certi amici che abitano qui di rimpetto. Li conosci i Gibson?

ALLAN:          I... Gibson? No... (DICK sospinge ALLAN verso il centro della stanza)

SHARON:        Hal e Eleanor Gibson. Una coppia favolosa. Lui fa l’arredatore.

ALLAN:          (presso il sofà) Oh, davvero? È un po’ il mio hob­by, questo.

SHARON:        (guardandosi intorno, non tanto impressionata) Oh... hm-hmm..

ALLAN:          Il segreto dell’arredamento è che non sembri l’opera di un arredatore.

DICK:              Devo fare una telefonata.

LINDA:           (entrando dalla cucina con caraffa d’acqua e sec­chiello di ghiaccio, va al mobile-bar) Salve!

SHARON:        Salve... Linda?

LINDA:           Sì?

SHARON:        Hai su Jasmine?

LINDA:           Io? No... (lei e SHARON si accorgono del profumo che ALLAN emana) Cosa beviamo?

DICK:              J and B on the rocks.

SHARON:        Per me, un po’ di Harvey’s Bristol Cream, per favore.

ALLAN:          Il solito. (LINDA lo guarda interrogativamente) Bourbon e acqua. (LINDA va al bar)

SHARON:        Oh... un bevitore di bourbon.

ALLAN:          Eh, sì, ma mi toccherà darci un taglio. Me ne sco­lo un litro al giorno. (Si siede sul sofà)

DICK:              (al telefono) Pronto, qui mister Christie. Non sto più al Lehigh 5-8343. Mi trovate al... Cosa? E ha la­sciato un messaggio? (prende alcuni appunti)

LINDA:           (porge un bicchiere di sherry a SHARON, poi, tor­nando verso il bar) Sharon ha fatto un film.

ALLAN:          Oh?

SHARON:        Underground.

ALLAN:          Pornografico?

SHARON:        Un film in super-otto. Molto artistico.

LINDA:           (porta un drink a DICK. poi, tornando verso il bar) Allan si occupa di cinema.

SHARON:        In che veste?

ALLAN:          Scrivo. Niente di grosso. Per Film Quarterly,sai, saggi critici... recensioni...

SHARON:        Questo film che ho fatto io ebbe ottime recen­sioni. E io venni segnalata. Naturalmente, ero l’uni­ca donna in mezzo a nove uomini.

ALLAN:          Ah, davvero? Com’era intitolato, il film? Magari l’ho visto.

SHARON:        “L’ammucchiata”. I titoli li mettono un po' audaci, però il film non era niente sexy.

DICK:              (ha finito di prendere appunti, si avvicina a SHA­RON e ALLAN) È ridicolo. A me occorre un telefo­no in auto! Volkswagen o no.

ALLAN:          Volkswagen! (La musica aumenta di volume)

LINDA:           (consegnando un bicchiere a ALLAN) Di bourbon non ce n’è più, ti ho servito un’acqua liscia. (Siede a sua volta, col suo drink in mano) C’è una tale umidi­tà! Andrà a piovere, certo.

SHARON:        Forse è per questo che ho mal di testa. Soffro di sinusite.

ALLAN:          Davvero? Dovresti farteli drenare, i sinus. (La musica sale)

DICK:              (sedendosi) Ecco perché è una menata, andare alla Taverna nel Verde.

SHARON:        Si potrebbe abbassarla un po’, la musica? (ALLAN va verso il giradischi)

DICK:              Che senso ha, andare a un ristorante all’aperto, se sta per piovere?

LINDA:           Ti piaceva, passeggiare con me sotto la pioggia.

ALLAN:          Io l’amo, la pioggia... Lava via le memorie dai marciapiedi della vita... (Tutto preso dalla sua prosa lirica, ALLAN urta il brac­cetto del giradischi provocando uno strido tremendo. Tutti fanno una smorfia. DICK sobbalza sulla sedia girevole)

LINDA:           Mamma... che tocco delicato!

DICK:              (va a pigliare una nocciolina) Allan è un tantino te­so. Ha avuto la disgrazia che sua moglie...

SHARON:        Sua moglie? (ALLAN rimette il disco di Monk nella busta, che rigira fra le mani)

LINDA:           Dick!

DICK:              Ex moglie. Se n’è andata...

ALLAN:          È morta.

SHARON:        Che cosa tremenda!

LINDA:           Mah, no, non è morta.

ALLAN:          Tecnicamente, no, non è morta... Ma non uscia­mo insieme.

DICK:              Lo ha piantato.

SHARON:        Mi dispiace.

DICK:              (andando al telefono) Sentite, telefono e prenoto un tavolo al Hong Fat Noodle, nel quartiere cinese.

LINDA:           (appressandoglisi) Ecco, ho il numero in borsetta.

ALLAN:          (appressandosi a SHARON sul sofà, con la busta del disco ancora in mano) Non lo so se ti piace Thelo­nius Monk o no, ma per me lui possiede un nonso­ché di ironico e giocoso che, nell’ascoltatore occa­sionale o distratto, non trova rispondenza, anche se le sue concezioni armoniche sono spesso streganti.

SHARON:        Parli come la busta d’un disco. (ALLAN getta l’album dietro il sofà) Hmm… Li conosci da un pez­zo, Dick e Linda?

ALLAN:          Dick, da anni. Linda, non altrettanto bene. Dick è un tipo molto in gamba. Un po’ troppo ambizio­so, magari, ma è sempre stato così. Per me è come un fratello minore. L’aiuto sempre, io, a spicciar­si da qualche pasticcio. Gli do, diciamo, molta sicu­rezza. (ALLAN accavalla le gambe e, nel far così, fa traballare il tavolinetto e ruzzolare le noccioline e altri oggetti. DICK e LINDA si precipitano a rimettere le cose a posto. ALLAN si ritrae sgomento)

DICK:              (ad ALLAN) Siamo sistemati, allora, a Chinatown.

ALLAN:          Vado a prendere il giubbotto. (Si dirige verso la camera da letto)

SHARON:        Si... Si droga?

LINDA:           Hm... oh... no.

DICK:              Telefono in segreteria per avvertire dove sono re­peribile.

LINDA:           (rassettando) Spero ti piaccia, la cucina cinese.

SHARON:        Sì, certo... Però, Linda, devo andare a letto pre­sto, stasera. Domattina m’aspetta un’alzataccia.

LINDA:           Oh, mi dispiace.

DICK:              (al telefono) Pronto. Qui mister Christie. Se telefo­nasse mister Milton, della Chase Manhattan Bank, gli dica che mi trova al Hong Fat Noodle, a China­town. Il numero è: Canal 8-6321. (LINDA porge a SHARON la rivista di fotografia caduta in terra. Porta i bicchieri vuoti al mobile-bar. DICK le consegna anche il suo bicchiere)

SHARON:        Ehi! Guarda qua! Greg Barnett. Te lo ricordi, Greg? L’ex socio di Jack. (Legge) “Non solo c’è una grossa differenza qualitativa fra la mia Nikon e le altre mie macchine fotografiche, dice l’asso dei fotografi Greg Barnett, ma la mia Nikon è anche tanto robusta che resiste agli strapazzi e ai maltrat­tamenti che le infliggo, quando il lavoro in esterni si fa duro.” Chissà quanti soldi s’è preso, per dirlo!

ALLAN:          (rientra dalla camera e va verso SHARON) Sono pronto. E dovrete lasciar ordinare a me, perché so­no un esperto, io, di cucina cinese.

SHARON:        Bene! Muoio di fame. Oggi è stata una giornata durissima. C’eran da fotografare dei bambini scatenati.

ALLAN:          (dandole il braccio, mentre escono) Sul serio? La fotografia è un mio hobby. Anzi, ho avuto delle noie, ultimamente, con le macchine fotografiche. Secondo me, c’è una grossa differenza qualitativa fra la mia Nikon e le altre mie macchine, eppoi... eppoi la mia Nikon e così robusta che resiste agli strapazzi e ai maltrattamenti che le infliggo, quando...

SIPARIO

ATTO SECONDO

Il sipario si leva su ALLAN. Sono passate due settimane molto scoraggianti per lui. Siede al sofà, davanti al telefo­no, e consulta una rubrica.

ALLAN:          Mildred Denberg... manco me la ricordo. Ma­rion Drayson... frequentava con me il corso di edu­cazione civica. Toby Kovack… sì... me la ricordo! Era molto intraprendente, con un paio di gambe stupende, un po’ svitata. (Forma un numero) Pron­to? Casa Kovack? Ah... Come potrei mettermi in contatto con Toby?… Oh, davvero? Capisco… No, grazie, lasciamo perdere. (Riaggancia) Ha sposato il rabbino Kaplan. La scalogna mi perseguita. Non mi va niente a fagiolo. (Sfoglia la rubrica) Marilyn Per­ry. La Reginetta di Dubrow’s. (Forma un numero) Pronto, casa Perry?… Ah, c’è Marilyn?… (Si alza in pie­di, cammina su e giù) Dove potrei trovarla?… Un vec­chio compagno di scuola, Allan Felix. Una volta uscimmo insieme… Si ricorda? Strabiliante! Sono passati undici anni… Esatto... Bassa, capelli rossi, con gli occhiali... No, poi s’è chiarito. Come potrei rintracciarla?… Oh, davvero? Ancora offesa? Sa, son passati undici anni. Quand’è che ha parlato con lei?… La settimana scorsa… E le ha detto, specificamente, di non darmi il suo numero?… Mah, arrivederla, si­gnora Perry… No, non fa niente. (Riaggancia e mette il telefono sulla panchetta) Non lo so mica, quanto potrò resistere ancora. Ho nostalgia della vita co­niugale. Queste due settimane sono state tremende. Linda mi ha presentato diverse amiche sue. Ma ogni volta, con ogni ragazza, c’è qualcosa che va storto. Prima, quell’assistente di fotografo, Sharon. Che pasticcio, con quella! Poi è stata la volta di Gina. (Entra GINA. al mutar delle luci, e ALLAN le va incon­tro)

GINA:              Buonanotte, Allan. (Lui fa per abbracciarla) No!

ALLAN:          Perché no?

GINA:              Sono cattolica.

ALLAN:          Mi converto.

GINA:              Eppoi, non ho preso la pillola, oggi. (Esce, sbattendosi dietro la porta della camera)

ALLAN:          Non importa... Ne ho presa io una in più! (Le lu­ci tornano normali) Cos’ho fatto, di sbagliato? Mi ha trattato fredda fredda fin dal primo momento... quando mi son presentato da lei con le Opere Scelte di Whitman. E Vanessa? Con Vanessa ci siamo visti appena una settimana fa... Avrebbe dovuto girare, la ruota della fortuna, ad un certo punto, no? (Le luci si attenuano e si crea un’atmosfera romantica. VANESSA, vestita in modo esotico, compare e avanza verso il sofà, dove si adagia. Musica tenue in sottofondo. ALLAN le va accanto)

VANESSA:      Ho avuto molti uomini... il primo a dodici an­ni. Dopodiché, è stato un continuo. Poeti, scrittori. Ho convissuto ad un certo punto con cinque pittori. Alcuni di loro finocchi, ma che importa, alla fine? Li ho raddrizzati io. Era un punto d’onore. La mia vita? Un’orgia via l’altra. In tre ore, una volta, mi son fatta la squadra di basket dell’Università di Ya­le, riserve incluse, e l’allenatore. Il record resiste ancora. Ho sempre pensato al sesso, io, come a qualcosa di meraviglioso, di solare... da godersi il più spesso possibile. (ALLAN, sempre più eccitato, al­la fine non riesce più a contenersi e si butta su di lei. VANESSA caccia un urlo e balza su) Aaaahhh! Ma di’, per chi mi hai preso? (Esce, e le luci tornano normali)

ALLAN:          Avevo interpretato male le sue parole... eviden­temente. E adesso, che faccio? Ho praticamente esaurito tutte quante le amiche di Linda. Devo fare ricorso ad estreme misure, per rimorchiare qualche donna... Per esempio, bazzicare i reparti Biancheria Intima ai grandi magazzini. Ah! Ma son troppo ti­mido per andarci da solo. Potrebbe venirci Linda, con me. Anche sola, se Dick ha da fare. Certo, sono stati in gamba, Dick e Linda. Li ho trascinati da tut­te le parti, per aiutarmi a rimediare una ragazza. A Linda mi sa che gli piace. Fatto sta che l’altra sera, in discoteca, si è molto divertita. (Siede sulla panchetta. Le luci si attenuano. Entrano DICK e LINDA e si siedono accanto ad ALLAN. Sulla piatta­forma, alle loro spalle, una fantastica bionda, in abito a lu­strini, danza e si dimena da far impazzire. La musica fra­storna)

LINDA:           Mamma, che spasso. Era un pezzo, che non s’an­dava in discoteca.

ALLAN:          Mi viene un infarto, a momenti. Incredibile, quella ragazza.

DICK:              (al telefono) Mi trovo a questo numero: Lehigh 4-3605.

ALLAN:          Che bambola! Venderei mia madre agli arabi, per aver quella ragazza.

LINDA:           Dai, invitala a ballare. È un’ora che la fissi.

ALLAN:          Non posso. Non la conosco mica.

DICK:              (posa il telefono, si rivolge a loro) Andiamo via. Non posso far tardi. Domattina mi devo alzar pre­sto e dar querela a certi miei amici.

LINDA:           Non ti va di fare un ballo? Uno solo, tesoro.

DICK:              Non possiamo ballarli, questi balli. Non sarebbe dignitoso. Bisogna aver meno di sedici anni, per far bella figura. Restate, però, voi due. Basta che non rincasi troppo tardi, Linda. Buona fortuna, Allan. (DICK esce dalla cucina)

ALLAN:          Io l’amo, miss... comunque lei si chiami... Vorrei un figlio da lei. (La musica ora esegue un ballabile lento)

LINDA:           Allora, fatti sotto.

ALLAN:          Non so ballare... Non hai mai visto, come si muove il mio corpo? Sembra una stampatrice.

LINDA:           (trascinandolo verso la piattaforma) Su, via...

ALLAN:          Ho paura... no, ti prego… no!

LINDA:           Mettiti a ballare... Ecco, cosi. Conta: uno... due... uno... due. Adesso, parlale. Su, datti da fare.

ALLAN:          Uno... due... uno... due...

LINDA:           Prova qualcosa di più significativo.

ALLAN:          Tre... quattro... tre... quattro...

LINDA:           No!... Dai, buttati!

ALLAN:          Hm... Buona sera, signorina. Le andrebbe di bal­lare?

RAGAZZA GO-GO: Volentieri! (D’un tratto la musica cambia in un selvaggio rock e la RAGAZZA GO-GO si agita adeguatamente. Con uno sfor­zo disperato per mostrarsi all’altezza, ALLAN tenta un fan­dango. LINDA è uscita di scena. La RAGAZZA GO-GO sì porta danzando al centro del palcoscenico, vede ALLAN e scoppia in una risata di scherno, indi se ne va. Le luci tor­nano normali e la musica svanisce)

ALLAN:          Quel che mi occorre è una ragazza più intellet­tuale... è qui il mio forte... Lunedì scorso fu un’otti­ma idea, andare al Museo d’Arte Moderna... (Le luci si attenuano ovunque tranne che presso la ri­balta. Entra LINDA in impermeabile. ALLAN la raggiunge)

LINDA:           Hm... Guarda quel Salvador Dalì. Se potessi sce­gliere, fra tutti i quadri del mondo, quale sceglieresti tu? (Frattanto si dirigono verso il lato sinistro del bocca-scena)

ALLAN:          Un Van Gogh. Qualsiasi Van Gogh.

LINDA:           Io pure. Su me, Van Gogh esercita una sorta di attrazione mistica. Come sarà?

ALLAN:          So solo che è un grande, grandissimo pittore, e che si tagliò un orecchio per la donna che amava.

LINDA:           È il tipo di cosa che faresti anche tu, per una donna.

ALLAN:          Già... (imbarazzato) Mi dovrebbe piacere da mat­ti, però.

LINDA:           Chissà se Dick si mozzerebbe un orecchio per me.

ALLAN:          Sarà meglio che non glielo chiedi neanche, mi sa. È sempre così affaccendato!

LINDA:           Dev’essere fantastico, esser amata così intensa­mente.

ALLAN:          Adesso è meglio che ci separiamo. Devo darmi da fare... (Entra una graziosa bionda, il tipo dell’INTELLET­TUALE, in jeans e blusetta annodata che lascia scoperti i bei fianchi. Porta mocassini e borsetta a tracolla)

LINDA:           Eccone una.

ALLAN:          Ah... una, sì.

LINDA:           Su... buttati.

ALLAN:          Mi arresteranno.

LINDA:           Fatti sotto, prima che la sala si affolli, sennò ti prende la vergogna.

ALLAN:          (alla RAGAZZA INTELLETTUALE) Ehi... Bello quel Franz Kline, eh?

RAGAZZA:     Sì, bello.

ALLAN:          A te... cosa ti dice? (LINDA sì allontana)

RAGAZZA:     Riafferma la negatività dell’universo. L’atroce solitudine ed il vuoto dell’esistenza, il nulla, la condanna dell’uomo, costretto a vivere in una brul­la eternità senza dio, come una fiammella che vacil­la in un immenso vuoto, senza nulla all’intorno che desolazione, orrore e degradazione... stretto in un’inutile, squallida camicia-di-forza in un cosmo tenebroso, assurdo.

ALLAN:          Cosa fai sabato sera?

RAGAZZA:     (uscendo) Mi suicido.

ALLAN:          E venerdì sera? Le donne intellettuali sono uno strazio.. Quel che occorre è la giusta miscela di in­telletto e passione. Linda ha tutto quel che occorre. E così facile star con lei... Come quel giorno al par­co, la settimana scorsa. Era dolce, cordiale, e faceva del suo meglio per essermi di aiuto. (ALLAN va a sedersi su uno sgabello e mima di remare una barchetta.. Si odono rumori adeguati. LINDA, che siede sulla sedia girevole, si gira verso di lui)

LINDA:           Ti rendi conto, Allan? Tu hai un sacco di qualità. Sei brillante e spiritoso… e romantico persino... quando ci credi, quando sei te stesso. Invece ti metti una maschera, non appena hai di fronte una ra­gazza.

ALLAN:          Con te è differente. Sei la moglie del mio amico. Non cerco di far colpo su di te.

LINDA:           Te lo dico e lo ripeto... sii te stesso. E la ragazza si innamorerà di te, vedrai.

ALLAN:          Senti, sei stata molto gentile, quest’ultima setti­mana, a dedicarmi tanto del tuo tempo…  (Smette di remare ed estrae un pacchettino dalla tasca)

LINDA:           Ti dirò la verità, mi ci diverto.

ALLAN:          Ecco... ti ho preso questo... per il tuo comple­anno.

LINDA:           Come sapevi ch’è il mio compleanno?

ALLAN:          Vi accennasti, un giorno, di sfuggita, e me lo so­no sempre ricordato poiché coincide con la data dell’isterectomia di mia madre.

LINDA:           (spostandosi verso di lui) Che grazioso... È davve­ro carino… una piccola moffetta di plastica.

ALLAN:          Mi è piaciuta subito, quando l’ho vista in vetri­na. E poi mi sono ricordato che una volta tu dicesti che le moffette sono i tuoi animali preferiti. Non hanno una funzione... esistono e basta.

LINDA:           Sono commossa. Non so cosa dire. (Esce. ALLAN si rimette a remare. Quando le luci cam­biano, si ritrova nella sua stanza di soggiorno)

ALLAN:          Linda è una ragazza in gamba. Mi sa tanto che Dick la trascura. Diamine, gliel’ho detto, l’altra se­ra. Sono suo amico, o no? Devo quindi parlargli con tutta sincerità. Bisogna che impari ad affannarsi di meno e a trattarla un po’ meglio. (Le luci cambiano, entra DICK)

DICK:              (va al sofà, depone la valigetta sul tavolino da tè) Co­me va che tu le hai fatto un regalo di compleanno e io invece me n’ero scordato? Perché non mi hai av­vertito?

ALLAN:          È tua moglie. Presumevo lo sapessi.

DICK               (va al telefono) Sono immerso fin sopra le orecchie nel lavoro. Ho acquistato cinquanta lotti edificabili nel Tennessee... e sono risultati radioattivi. Una bella batosta. (Forma un numero)

ALLAN:          Forse, se uscissi con Linda una volta ogni tanto, la sera...

DICK:              La cosa è estranea alla mia forma mentis. E poi, siamo o non siamo andati in discoteca, tutti assie­me, la settimana scorsa?

ALLAN:          Una sera, una tantum, due settimane fa, e tu te n’andasti di buon’ora... e non hai voluto ballare con lei... e ti sei dimenticato la sua festa.

DICK:              Non del tutto. Me ne sono ricordato in ritardo. Ho mandato la mia segretaria a comprarle un gio­iello.

ALLAN:          La tua segretaria? Non è tanto personale. Alle donne piace tanto un pensierino…

DICK:              Ti rendi conto cosa vuol dire, trovarsi sul gobbo cinquanta lotti di terreno radioattivo? Cosa ci co­struisco, un centro radiologico? (Al telefono) Pron­to, miss Carson? Qual èla cifra, sul nuovo contrat­to? Millecinque o milleotto?... Grazie. (Riappende, torna presso il sofà)

ALLAN:          Quindi, una volta ogni tanto, portala a ballare, portala in campagna.

DICK               Mah, forse, chissà... Forse mi son sposato troppo giovane. Linda era così bella... La prima della classe al Bard College. Non dimenticherò mai quella festa di fine anno. C’era la luna. Musica in sordina. La guardavo. I capelli le piovevano sulle spalle. Allora pensai: l’immagine ideale di un’azienda.

ALLAN:          Detesto dovertelo dire, amico, ma mi suona un po’ arido, questo.

DICK:              Dai, Allan. Lei lo sa, che io l’amo. Cristo, sono pazzo di lei. Fin dal primo momento che l’ho vista. Tranne che, fra sabbie mobili e terreni radioattivi, finirò per guidare un taxi, tra non molto. (Le luci mutano e DICK scompare)

ALLAN:          Certi non sì rendono conto della fortuna che hanno. (Va alla scrivania) Devo smetterla di sogna­re ad occhi aperti... Perdo il posto, se non porto a termine quel saggio su Anna May Wong. (Suonano alla porta. Lui va ad aprire. È LINDA) Ciao.

LINDA:           Ciao.

ALLAN:          Che c’è?

LINDA:           Spero di non disturbarti... Hai qualcosa contro un attacco d’ansia? Mi ci vuole un tranquillante.

ALLAN:          Ho di tutto. Sono peggio d’una farmacia.

LINDA:           Ho qualcosa che mi pulsa alla bocca dello stoma­co.

ALLAN:          Chi ti dice che è ansia? Chi ti dice che non sia in­vece paura?

LINDA:           Lo stomaco mi balla.

ALLAN:          Fai fatica a respirare?

LINDA:           Un po’. Ho paura... e non so di che cosa.

ALLAN:          Ho capito.

LINDA:           È paura oppure ansia?

ALLAN:          Panico omosessuale. (Va in camera)

LINDA:           Oh… mi succede sempre, questo, quando Dick parte per un viaggio d’affari.

ALLAN:          (fuori campo) Eh?

LINDA:           È dovuto andare a Cleveland, in aereo. L’ho aiu­tato a far la valigia, l’ho accompagnato all’aeroporto... e, nella sala d’aspetto della United Airlines, m’è ve­nuto da vomitare.

ALLAN:          (tornando con una pillola e un bicchiere) È un’ottima sala d’aspetto. Ho vomitato anch’io, una volta.

LINDA:           Non lo so, cosa sia a sconvolgermi tanto.

ALLAN:          Il timore della separazione. È un interessante fe­nomeno psicologico. Una volta, da sposato, dovetti partire per Washington. E benché fossi io, che par­tivo, mi sentii male. Invece, quando tornai diede di stomaco mia moglie. (Torna in camera col bicchiere)

LINDA:           Il mio analista direbbe che mi sento in colpa per­ché voglio, in realtà, che se ne vada.

ALLAN:          (rientrando) Oh, dai... Non ti capisco. Non ti manca niente. Sei intelligente… Ti fotografano per i rotocalchi, quindi sai di essere bella. Leggi libri, suo­ni Bach al grammofono, sei felicemente sposata. Mi sai dire allora come mai sei un ammasso di sintomi?

LINDA:           Anche tu hai un mucchio di qualità, eppure an­che tu sei un mucchio di sintomi. È una cosa, mi sa, che succede quando si è ancora bambini... Voglio dire, tu ti vedi brutto e i tuoi genitori divorziano... allora tu ti senti abbandonato... A te dev’essere successa la stessa cosa.

ALLAN:          I miei non hanno mai divorziato… per quanto io li scongiurassi.

LINDA:           (siede sul sofà) Davvero credi che io abbia un muc­chio di qualità?

ALLAN:          Senz’altro. E sì, che io sono esigente. Non lo so come posso permettermi di esserlo, ma lo sono.

LINDA:           È buffo. Non ho mai pensato che ti piacessi tan­to. Cioè, quando sposai Dick.

ALLAN:          Io pensavo di non piacerti tanto, a te. Pensavo che mi considerassi uno svitato.

LINDA:           Non ti conoscevo bene. Voglio dire, non erava­mo stati mai un po’ insieme. Dick ti descriveva come il primo che vide Il mistero del falco per dodici volte in due settimane. E poi, quando si usciva tutt’e quattro insieme, tu ti comportavi diversa­mente da adesso. Ho la sensazione di averti cono­sciuto, veramente, solo in queste ultime settimane, e sono giunta ad una conclusione molto interessante. Sei decisamente uno svitato… ma sei una delle mi­gliori persone che conosca.

ALLAN:          Sei gentile. Poiché tu sei l’unica amica platonica, davvero, ch’io abbia mai avuto.

LINDA:           A me piace, un rapporto platonico. È meno com­plicato. Non ch’io sia contraria alle relazioni maschio­-femmina... Sebbene la vita coniugale sia dura, nel migliore dei casi.

ALLAN:          Di solito è un disastro.

LINDA:           Lo so. Dick e io siamo dietro, di continuo, a rifa­re, tra virgolette, la verifica del nostro matrimo­nio.

ALLAN:          Davvero?

LINDA:           Sul serio. Specialmente quest’ultimo anno. Sai, lui è sempre più immerso nel suo lavoro, e i miei interessi si sono diretti altrove. Cioè, sono sempre sta­ti altrove. Ci son certe cose di cui abbiamo entram­bi bisogno e che non ci diamo a vicenda.

ALLAN:          Il matrimonio può essere un luogo molto solitario. Ma non tanto solitario come quello in cui mi trovo adesso io, da quando non sono più sposato.

LINDA:           Ehi, non hai appuntamenti per stasera?

ALLAN:          Ah... avevo un impegno... ma lei l’ha disdetto. Una festività polacca, non so quale.

LINDA:           Allora, perché non andiamo a cena fuori e, poi, magari a un cinema?

ALLAN:          Ho un’idea migliore. Perché non ceniamo in ca­sa e poi ci guardiamo un film alla tivù?

LINDA:           Cos’hai in casa, per cena?

ALLAN:          Un paio di bistecche surgelate e dello champa­gne.

LINDA:           Che te ne fai, dello champagne? Qualche nave da varare?

ALLAN:          Ho cercato di cucinare qualcosa da me, la setti­mana scorsa, per far colpo su una sgrinfia. Ho pro­vato a fare del manzo alla Strogonoff, nella pentola a pressione.

LINDA:           Com’è riuscito?

ALLAN:          Non so, non l’ho assaggiato. È ancora appiccica­to al muro.

LINDA:           Sarà ancora aperta, la drogheria qui all’angolo?

ALLAN:          Sì.

LINDA:           (si alza e prende su la borsetta) Torno subito. Pren­derò degli asparagi, insalata, e qualcosa di dessert. Amo molto cucinare, ma non ne ho mai occasione, Dick è sempre affaccendato.

ALLAN:          Prendi anche delle candele. Amo molto cenare a lume di candela.

LINDA:           Io cucino e tu stappi lo champagne. A patto che non sia io l’unica a berlo.

ALLAN:          Ne berrò un paio di coppe, insieme a te, ma tu prometti che mi ficchi a letto, se mi mettessi a balla­re nudo. (LINDA esce) Ehi, che bello! C’è un ottimo rapporto fra me e Linda. Non la posso vedere de­pressa. Un ambiente molto intimo, ci vuole. (Dispo­ne dei cuscini davanti al caminetto) Passare la serata in casa… mentre fuori piove... (Chiude le imposte) È estate ma fa umido abbastanza, per accendere il fuo­co. Qui accendiamo la luce… (Accende una lampada presso il mobile-bar) Creare un po’ di atmosfera. (Raccatta la rubrica, la mette via, si dirige verso la cu­cina) Adesso tiro fuori lo champagne. Le donne vanno pazze per lo champagne... gli fa girar la testa. (Torna dalla cucina) Un momento... Ma che diavo­lo faccio? Le donne vanno pazze per lo champagne. Ma questa è Linda. La moglie di Dick. Linda. Te n’eri scordato? Mamma, mi son lasciato andare, per un momento. Ma a che diavolo stavo pensando? (Rientra LINDA. Musica in sottofondo. Si incontrano presso il sofà)

LINDA:           Una cenetta squisita, Allan. Le bistecche erano su­perbe, lo champagne era perfetto. Sono così conten­ta che si sia deciso di restare in casa e passare una tranquilla serata, qui, insieme. Tu sei l’unico uomo che abbia mai conosciuto che realmente mi inte­ressi.

ALLAN:          Dovresti sentirtene lusingata. Non molte donne sono tanto profonde da capirmi.

LINDA:           (baciandolo) Scusa se mi sono comportata come una scolaretta. Non ho potuto farne a meno. Lo de­sideravo da tanto.

ALLAN:          Non dovevamo, sai. È proibito.

LINDA:           Son cose che succedono. Nessuno le programma.

ALLAN:          Sì, ma tu non sei libera.

LINDA:           Dentro di me, lo sono. Non potevo più repri­merlo. Da principio pensavo che tu fossi soltanto un bambino confuso, insicuro, ma non ti conoscevo ancora, veramente. Ora sono convinta che tu sei l’uomo che ho sempre sognato d’amare.

ALLAN:          Poverina. Quanto devi aver sofferto... desideran­domi così!

LINDA:           Tesoro mio, ho bisogno di te. Ho bisogno di pos­sederti, anima e corpo.

ALLAN:          Da quale preferisci cominciare?

LINDA:           (si alza e va verso il caminetto) Siamo fatti l’uno per l’altra. Se perdiamo quest’occasione, ce ne pen­tiremo poi per tutta la vita.

ALLAN:          La ragione mi dice ch’è una follia, ma il cuore mi dice: non dar retta alla ragione, perché ha torto! (LINDA svanisce) Ah, è terribile. Eccomi qua, a far l’amore con il guanciale del mio migliore amico.

BOGART:        (entra) Sicché, finalmente, ti sei innamorato di lei.

ALLAN:          Mi son lasciato trasportare, un momento.

BOGART:        Su, figliolo, non devi sentirti in colpa.

ALLAN:          In colpa per che cosa? Due persone solitarie che hanno un mucchio di cose in comune cenano insie­me, ecco tutto. La nostra amicizia è platonica.

BOGART:        Non c’è nulla di platonico in quello che lei pro­va per te.

ALLAN:          Come fai a saperlo?

BOGART:        Cosa vuoi d’altro? Che ti salti addosso?

ALLAN:          È la moglie del mio amico. (Entra NANCY)

NANCY:          Altroché, se lo è. Gli dirà tutto, a Dick, e Dick ti sfascerà il grugno.

BOGART:        Senti, Linda ama te, non il marito.

NANCY:          Non è il tipo romantico, lui.

BOGART:        Potrebbe esserlo, se ci si mettesse.

NANCY:          Non dargli ascolto.

BOGART:        Non dar ascolto a lei.

ALLAN:          M’è venuto un mal di testa… (NANCY e BOGART escono)

DICK               (entrando) Allan, devi farmi un favore.

ALLAN:          Sì?

DICK:              Mi sono innamorato d’un’altra donna. Non chie­dermi come... è successo e basta. Fuggiremo insie­me, in Alaska. Sai, lei è un’eschimese. Linda e tu, lo so, vi siete sempre voluti bene e son sicuro che, do­po la mia partenza, tu ti prenderai cura di lei. Te ne sarò sempre grato.

ALLAN:          Non dubitare.

DICK:              Dunque, parto per l’Alaska. Se hai bisogno di me mi trovi a questo numero: Tundra Gelata 7-0659. (Svanisce)

ALLAN:          Mi fa sempre un sacco di complimenti. Le piac­cio, lo so. Ma le piaccio in quel modo là, forse? Che diamine. Tentar non nuoce. Potrei farle un’avance… che ci rimetto? (Si accende la luce di sogno. Appare LINDA e va al sofà. Musica in sottofondo)

LINDA:           Che squisita cenetta, Allan. La bistecca era super­ba, lo champagne era perfetto. (Siede sul sofà)

ALLAN:          (va a sedersi a sua volta) Stanotte, Linda, la terra ha tremato?

LINDA:           Cosa?

ALLAN:          Linda, tesoro...

LINDA:           Non...

ALLAN:          Era destino che...

LINDA:           Allan, toglimi le mani di dosso. Ma, dico, sei matto?

ALLAN:          Linda, amore mio...

LINDA:           Allan, sono una donna sposata. Aiuto! Mi stu­prano!

ALLAN:          Ssssst! Svegli tutto il caseggiato.

LINDA:           Pensa a Dick, è il tuo miglior amico. (Si alzano)

ALLAN:          Mi è rimasta impigliata la manica, nella tua lampo.

LINDA:           Grazie a Dio, ho la penna spruzza gas con me! Me l’ha data Dick! (Mima di spruzzargli in faccia gas lacrimogeno e si ode un sonoro sibilo. Poi LINDA esce. ALLAN si copre la faccia, tossendo. Le luci si riaccendono)

ALLAN:          (camminando su e giù) Senti, adesso non perdere la testa. Non sei un adone. Se pensi che una come Linda possa invaghirsi di uno come te... ti pigli in giro da te stesso. Dov’è andata a comprare la roba? A quest’ora dovremmo aver cenato e tutto… e amen, a casa! (Suonano alla porta. ALLAN va ad aprire. Entra LIN­DA realmente, con una sporta di provviste)

LINDA:           Mi sento così leggera. Il Librium comincia a far effetto.

ALLAN:          (pigliando la sporta) Forse è meglio che non bevi champagne.

LINDA:           (estrae le candele dalla sporta) Oh, no, che diamine... Se prendo un po’ troppo la mano, puoi sempre chiamare la polizia.

ALLAN:          (va in cucina con la sporta) Quanto tempo sta fuori Dick, mi dicevi?

LINDA:           Torna domani.

ALLAN:          (rientra dalla cucina) C’è un film di Jean­ Luc Godard, al cinema Sutton. Potremmo andarci...

LINDA:           (prende i candelieri da una scansia) Dai, ti va di scherzare?... Si sta così bene, qui. E poi, s’è mes­so a piovere. E poi, ora che ricordo, c’è quel film stupendo con Ida Lupino sul Canale Quattro... Sai, quello che lei è sposata e d’un tratto s’innamora del miglior amico del marito.

ALLAN:          E come finisce?

LINDA:           (siede sul sofà e infila le candele nei candelieri) Li uccide tutt’e due, poi si suicida.

ALLAN:          (va al sofà) Usciamo, senti.

LINDA:           (mette le candele sulla mensola del caminetto, poi raccatta alcuni cuscini) Voglio vedere quel film con Ida Lupino. È una storia affascinante. Credi sia pos­sibile amare due persone simultaneamente?

ALLAN:          (si sposta verso il centro del sofà) Cosa vuoi dire?

LINDA:           (va al sofà e vi mette su un cuscino) Una moglie, fe­licemente sposata, d’un tratto si accorge di amare un altro uomo... non che non ami più il marito... solo che... che ama anche un altro. Lo credi possibi­le, questo?

ALLAN:          E tu?

LINDA:           Possibilissimo. E, magari, succede molto spesso. L’amore è un fenomeno così strano... strano e squi­sito...

BOGART:        (appare) Su, coraggio. Compi la tua mossa.

ALLAN:          Hmm...

BOGART:        (si avvicina al sofà) Dai, muoviti. Prendila e ba­ciala.

ALLAN:          Hm... (Sembra paralizzato) Hm...

LINDA:           Qualcosa che non va?

BOGART:        Buttati. Lei lo vuole!

ALLAN:          Che non va? No... io...

LINDA:           Ora vado a cucinare.

BOGART:        Spicciati a baciarla. Baciala!

LINDA:           Sì?

BOGART:        Sbrigati, prima che vada di là.

ALLAN:          Non... ci riesco.

BOGART:        Baciala, figliolo.

ALLAN:          Non... non posso!

LINDA:           Torno subito. (Va in cucina)

BOGART:        (siede sulla poltrona girevole) Ecco, hai fatto ci­lecca.

ALLAN:          Non potevo. Lei avrebbe frainteso. Prima l’invi­to qui, innocentemente, e poi le salto addosso, co­me un maniaco sessuale! Un degenerato! Che figura ci faccio? La figura dello stupratore!

BOGART:        Ti stai lasciando trascinare, nino. Stai troppo a pensarci su. Fallo e via.

ALLAN:          La nostra amicizia è platonica. Mica posso sciu­pare ogni cosa, saltandole addosso. Mi prende a cef­foni.

BOGART:        Sapessi quanti ne ho ricevuti, io, di ceffoni!

ALLAN:          Sì, ma non hai gli occhiali che ti volano da un ca­po all’altro della stanza, tu!

BOGART:        (si alza e va presso il sofà) La deluderai, nino. (Entra LINDA con due coppe di champagne)

LINDA:           Eccoci qua. Comincia da questo. (Gli consegna un bicchiere) Ehi, l’hai letto sul giornale? È stata vio­lentata un’altra donna, nel quartiere del Queens. (ALLAN spruzza fuori il sorso di champagne che ha bevuto)

ALLAN:          Davvero? Io non ero dalle parti del Queens ulti­mamente. Han scoperto chi è stato?

LINDA:           (siede sul sofà) No. Nessun indizio. Dev’essere molto abile, l’uomo.

ALLAN:          (siede all’estremità opposta del sofà) Bisogna essere uno specialista, per violentare tante donne e farla franca. Ah ah... (Cerca di celiare. Guarda BOGART, il quale non sor­ride)

LINDA:           Se qualcuno cercasse di stuprarmi, io farei finta di starci e, poi, sul più bello, afferrerei un oggetto con­tundente, e glielo darei giù, sulla testa. (BOGART e ALLAN si allarmano) A meno che, naturalmente, non ci provassi gusto. (I due uomini si rischiarano)

ALLAN:          Dicono che sia il desiderio segreto di ogni donna.

LINDA:           Secondo me, dipende da chi ti violenta.

ALLAN:          Senti, perché fare discorsi sul morboso? Ci son poche probabilità che tu venga mai violentata.

LINDA:           Con la fortuna che mi corre dietro!... (Chiude gli occhi, felice) Hm... mi sento così leggera. Lo cham­pagne mi è andato dritto alla testa. Sto galleggiando.

ALLAN:          (d’accordo) Hm.

BOGART:        Avanti, baciala.

ALLAN:          Non posso.

BOGART:        Ci sta.

ALLAN:          Come lo sai?

BOGART:        Fidati di me. Lo so.

ALLAN:          Invece non ci starà. Me lo sento.

BOGART:        È la che aspetta. Non farti minchionare.

ALLAN:          D’accordo. Ci provo... Ma però ci andrò piano... (Si avvicina lentamente. È spaventatissimo) Se la prende in mala parte, farò finta che scherzavo.

BOGART:        Spicciati.

ALLAN:          E ci rideremo su. (Mentre sta per buttarsi, il telefo­no squilla e lui sobbalza, quasi come se gli fosse venuto un infarto) Ohddiomio! Non me l’aspettavo. (Va al telefono) M’ha fatto fare un salto... (AI telefono) Pronto?… Dick! Ciao... Cosa? Sì, è qui. È capitata inaspettatamente. Ci sono anche due amici polac­chi. Adesso si mangia un boccone, poi usciamo... Eh? Sì, benone. Sto bene... Di’, ma non eri a Cleve­land?... Oh, allora è un’interurbana. Ti costa cara. Te la passo subito. (Le porge il telefono) Vuol par­lare con te. Da Cleveland. (BOGART si avvicina al sofà)

LINDA:           (a ALLAN, andando al telefono) Sei sconvolto per qualcosa?

ALLAN:          Oh, no... Mi ha solo fatto dare un soprassalto... (Mentre LINDA parla al telefono, ALLAN torna al sofà) È ridicolo. Qui ci scappa un incidente interna­zionale. Deve andarsene di qui. Non ce la faccio.

LINDA:           Salve, tesoro.

ALLAN:          Salve, tesoro. Lo ama. Perché mi piglio in giro da me stesso?

BOGART:        (si avvicina al sofà) Vuoi rilassarti? Sei teso e nervoso come Lizabeth Scott, prima che le sparo in testa e le faccio saltare le cervella! Non devi far altro, tu, che compier la tua mossa, e poi sei a cavallo.

ALLAN:          È pazzesco. Finiremo sulle prime pagine di tutti i giornali!

LINDA:           D’accordo. Arrivederci. Sta’ tranquillo. (Riaggancia) Dick m’è sembrato un po’ giù. Temo che non stia andando tutto liscio a Cleveland.

ALLAN:          Come mai non ti porta mai con sé, quando va fuori città da qualche parte?

LINDA:           (va al sofà) Ho paura di volare, io. Il mio analista pensa che sia una scusa. Lui comunque non me lo chiede mai, di accompagnarlo. Chi lo sa? Forse ha una doppia vita. (Lo dice in tono scherzoso)

ALLAN:          (siede sul sofà, alla sinistra di Linda) Ti darebbe noia?

LINDA:           Sicuro. Cioè, se non sapessi niente, invece, no.

ALLAN:          Lui, lo so, ci resterebbe molto male, se tu avessi un’avventura con un altro. Anche un’avventuretta occasionale.

LINDA:           Non credo di essere il tipo da avventurette così.

ALLAN:          No?

LINDA:           Non le prendo alla leggera, queste cose. Se mi in­vaghissi di un altro, dovrebbe esser qualcosa di più che una semplice scappatella. Dovrei sentire qualco­sa di più serio, nel qual caso il mio matrimonio ver­rebbe messo in forse. Stai tremando?

ALLAN:          Ho freddo.

LINDA:           Mica fa tanto freddo. Non sono il tipo, io, però. Non credo che reggerei all’eccitazione che la cosa comporta. E non sono abbastanza fascinosa, co­munque.

ALLAN:          Oh, sì, che lo sei. Sei straordinariamente bella.

LINDA:           Quando vado in discoteca e vedo tutte quelle gio­vani stupende, ho la sensazione che la vita sia passa­ta oltre, lasciandomi indietro. Mi sento un rudere.

ALLAN:          Ma sei pazza, altroché! Quelle ragazze non han­no la tua classe.

LINDA:           Su, seguita a parlare. Mi ridai la vita, sai. Mi af­fligge un tal complesso di inferiorità!

BOGART:        Ehi, te la stai cavando niente male. Ora baciala!

ALLAN:          Per favore...

BOGART:        Hai creato tutte le premesse, magnificamente.

ALLAN:          Mi manca il coraggio.

BOGART:        Diglielo ancora che è bellissima.

ALLAN:          Gliel’ho appena detto.

BOGART:        Ripetilo.

ALLAN:          Sai, sei davvero una delle più belle ragazze ch’io abbia mai visto.

LINDA:           Non so cosa risponderti.

ALLAN:          Sul serio, davvero bellissima… incredibilmente bella... fantastica, favolosa...

BOGART:        Il terreno ora è pronto.

LINDA:           Era un pezzo, che nessuno mi diceva più così.

BOGART:        Ora fatti più vicino.

ALLAN:          Quanto vicino?

BOGART:        A portata di labbra.

ALLAN:          È molto vicino...

BOGART:        Su, muoviti. (ALLAN si accosta)

ALLAN:          E adesso?

BOGART:        Dille che mette in moto, in te, qualcosa che tu non riesci a controllare.

ALLAN:          Scherzi!

BOGART:        Fatti sotto.

ALLAN:          Detto da me, suonerebbe sdolcinato.

BOGART:        Le piacerà.

ALLAN:          È come Fred Astaire, che in frac fa un figurone, e io invece la figura dello scemo.

BOGART:        Lascialo fuori, Fred Astaire. Dille qualcosa.

ALLAN:          Sto così bene in tua compagnia!

LINDA:           Anch’io.

ALLAN:          Così va bene, no? Non me la sento di usare l’altra tua battuta, riguardo a quel che mette in moto in me.

BOGART:        Te la cavi bene, nino. Dille che ha gli occhi più irresistibili che tu abbia mai visto.

ALLAN:          Gli occhi più... che gli occhi tu... tu hai più occhi di chiunque altro...

LINDA:           Ti trema la mano.

ALLAN:          Ah sì?

BOGART:        È perché mi sei vicina.

ALLAN:          Prego?

BOGART:        Dille così!

ALLAN:          È perchè mi sei vicina.

LINDA:           Tu lo sai sempre quello che dici, vero?

BOGART:        Dille che hai conosciuto un sacco di donne, ma lei è assolutamente eccezionale.

ALLAN:          Non ci crederà.

BOGART:        Dici?

ALLAN:          Ho conosciuto un sacco di donne, ma tu sei asso­lutamente eccezionale.

LINDA:           Davvero?

ALLAN:          L’ha bevuta.

BOGART:        Ora mettile un braccio intorno alle spalle e stringila a te.

ALLAN:          No... ho paura.

BOGART:        Dammi retta. (ALLAN obbedisce) Ora sta’ pronto alla grande mossa e segui esattamente le mie istruzioni. (Entra NANCY, pistola in pugno)

NANCY:          T’avevo avvertito, di lasciar in pace il mio ex marito. (Spara a BOGART. Lei e BOGART escono)

LINDA:           Andrò a mettere su le bistecche, mi sa.

ALLAN:          Linda, i tuoi occhi sono come due bistecche al sangue. (Si è fatto coraggio e ora tenta di baciarla. Lei si tira indietro di scatto, urtando la lampada a stelo e facendola cadere)

LINDA:           Allan, no! Te la ripago io, la lampada.

ALLAN:          Non fa nulla. Credo di amarti.

LINDA:           Insisto, per ripagarti la lampada.

ALLAN:          (seguitando a far a lotta) Lascia perdere la lam­pada.

LINDA:           Sono così maldestra. Devi accettare dieci dollari.

ALLAN:          (cercando di tenerle ferma la testa mentre lei si di­vincola) Lascia perdere quella maledetta lampada! Dammi cinque dollari, e siamo pari.

LINDA:           (si libera, si alza in piedi e prende la borsetta) Allan... non...

ALLAN:          Non farti idee sbagliate... Era solo uno scherzo... Per metterti alla prova... Non crederai mica... Un bacio platonico, era... Mica un vero e proprio bacio... Ecco...

LINDA:           Sarà meglio che vada.

ALLAN:          (seguendola) Linda...

LINDA:           Sul serio, è meglio che vada.

ALLAN:          Linda.

LINDA:           Ti prego. Poi mi passa. (Goffamente, se ne va)

ALLAN:          (solo, in frenesia) Le son saltato addosso! Che m’è preso? Una belva, ecco quello che sono, una bestia feroce. Racconterà tutto a Dick! È in preda al panico, ormai. Una volta a casa, sarà in piena isteria. Magari va dritto alla polizia, a denunciarmi. Che idiota, che sono, a buttarmi in certe imprese. Mica sono Humphrey Bogart, io! Non sarò mai Humph­rey Bogart. Che gli racconto, a Dick? Ah, sono il di­sonore del mio sesso. Dovrei essere assunto come eunuco alla corte d’un sultano. (Suonano alla porta) È la squadra del Buon Costume! (Va ad aprire. Entra Linda)

LINDA:           Hai detto che mi ami? (Si baciano)

ALLAN:          Provaci ancora, Sam! (La musica aumenta di volume)

SIPARIO

ATTO TERZO

Il sipario si leva su ALLAN e LINDA, la mattina seguen­te, dopo che “l’hanno fatto” È stata una cosa insieme deli­ziosa e traumatica, per entrambi. Ora siedono sul sofà.

ALLAN:          Due persone molto sole con un mucchio di cose in comune hanno modo di incontrarsi di continuo e... dai e dai... prima di rendersene conto, sono in­namorati cotti... Oppongono strenua resistenza, ai limiti del possibile, ma... eccoli a tu per tu una sera piovosa d’estate... il marito di lei è lontano mille mi­glia... A questo punto, ogni resistenza è vana, io ti prendo fra le braccia e facciamo l’amore. Dopodi­ché, entrambi soffriamo di stomaco. La cosa che più conta è che siamo sinceri.

LINDA:           Io ancora stento a crederci.

ALLAN:          Da anni non dormivo così bene. È mezzogiorno, o non ancora?

LINDA:           Sono le sette.

ALLAN:          Le sette? Non credevo che fosse così presto. Tu sei stata fantastica stanotte.

LINDA:           Grazie.

ALLAN:          Come ti senti adesso?

LINDA:           Mi sa che il sedativo gastroenterico mi ha fatto molto bene. A che cosa pensavi, tu, mentre faceva­mo l’amore?

ALLAN:          A Willie Mays.

LINDA:           Pensi sempre ai campioni di baseball, quando fai l’amore, tu?

ALLAN:          M’aiuta a tirare.

LINDA:           Non riuscivo a capire perché mai ripetevi di continuo “scivolata”.

ALLAN:          Sarà meglio che tu lo dica a Dick.

LINDA:           A Dick?

ALLAN:          Sì, lo so, sarà una grossa sorpresa, per lui, ma...

LINDA:           Oh, altroché se sarà una sorpresa.

ALLAN:          Vedi di dirglielo un giorno in cui la Borsa ha chiuso al rialzo.

LINDA:           Mamma... la cosa èmolto complicata.

ALLAN:          Senti, se è successo, èsuccesso... non c’è niente da fare. È successo. Non ècolpa mia. Non è colpa tua. Il punto è... tu ti sei sentita donna, io mi sono sentito uomo... e in questo caso è “quello” che ci scappa.

LINDA:           Mi son sentita donna, veramente. Sei stato ma­gnifico.

ALLAN:          Ho una voglia tremenda di far colazione.

LINDA:           Vado a preparartela. Che cosa t’andrebbe?

ALLAN:          Bistecca alla Bismarck, uova e pancetta, torta, qualche biscotto, succo di frutta e un’enorme ca­raffa di caffè.

LINDA:           (alzandosi) In tal caso, sarà meglio che scenda a comprare qualcosa.

ALLAN:          Non occorre... Usciamo, dai.

LINDA:           (prende la borsetta) No... No... vado io. Ho biso­gno di un po’ d’aria fresca.

ALLAN:          Prendi il mio impermeabile. Ci sono dei soldi nella tasca.

LINDA:           Il mio analista, quando tornerà dalle vacanze e verrà a sapere questo… cambierà mestiere. (Esce)

ALLAN:          Assassina! Sei la fine del mondo, tu, a letto. In­credibile… come Toscanini. Ci fosse stata Nancy, a guardare. Avrebbe assistito ad un’esecuzione da veri virtuosi!

NANCY:          (compare, nella luce di sogno) Oh, Allan, corre voce per il mondo che tu sei quanto di meglio gli Stati Uniti possano offrire a letto.

ALLAN:          Avresti potuto averne una parte anche tu, senon­ché ci hai rinunciato.

NANCY:          Ho commesso un errore. Ora lo so. Non po­tremmo ricominciare daccapo?

ALLAN:          È troppo tardi. Linda e io ci amiamo. Partiremo insieme.

NANCY:          Sono stata una scema. (Musica d’organo) Addio, Allan, vado a farmi monaca. Non potendo aver te, come seconda scelta prendo Dio. (Svanisce)

ALLAN:          Mi pare giusto. Mamma, non riesco a crederci. Questa donna bellissima, intelligente, è innamorata di me. Senz’altro ch’è innamorata di me. Come po­trebbe non esserlo? Io sono brillante, simpatico... un volto espressivo, un corpo fantastico. Dick ca­pirà. Che diamine, siamo persone civili. Nel corso dei nostri incontri mondani, una fiamma romantica s’è accesa. È la cosa più naturale di questo mondo, in un ambiente chic, sofisticato.

DICK:              (apparendo in luce di sogno) Mi hai mandato a chia­mare?

ALLAN:          Sì.

DICK:              Bene.

ALLAN:          Un drink?

DICK:              Volentieri.

ALLAN:          Scotch?

DICK:              D’accordo.

ALLAN:          Liscio?

DICK:              Prego.

ALLAN:          Ghiaccio?

DICK:              Due cubetti.

ALLAN:          Linda e io ci amiamo.

DICK:              Non fa niente. Sono stato dal medico, poco fa. Mi ha dato due mesi di vita.

ALLAN:          Bene. Allora, non t’importa?

DICK:              Neanche un poco.

ALLAN:          Alla salute.

DICK:              Alla tua. (Svanisce)

ALLAN:          (alzandosi) Sicuro... Le cose si aggiusteranno. Diamine, Dick e io ne abbiamo passate di peggiori. Dick e io ne abbiamo viste di cotte e di crude, insie­me. Lui è il mio migliore amico. Certo, questa è ter­ribile. Questa qui gli lascia il segno... lo so.

DICK:              (entra, in luce di sogno) Grazie tante.

ALLAN:          Dick…

DICK:              (va verso il sofà) Come avete potuto? Mia moglie e il mio migliore amico! Mi fidavo di tutt’e due voi. Mi avete fatto fare la figura del fesso. Io l’amavo. E anche a te volevo bene. Perché non mi sono accorto di nulla? Io, che pure ebbi la premonizione di com­prare le Polaroid quando stavano a otto e cinquanta per azione! (Scompare)

ALLAN:          È terribile... Compirà qualche atto inconsulto. Dick è il tipo emotivo. Si ucciderà. Uccidersi? Non pensi che potrebbe ammazzare te, invece? Mai senti­to parlare di delitto d’onore? Quando a uno gli prendi la moglie, lo umilii. Ne hai visti abbastanza, no, di film italiani? Dick è il tipo collerico!

DICK:              (entra in canottiera e sciarpa) Bastardo! Pezzo di curnutu! Tu m’hai tradutto me!

ALLAN:          (indietreggiando) Ma non e vero.

DICK:              Tu mi pigli per stupido.

ALLAN:          Non è curpa mia.

DICK:              (scavalca la ringhiera) Bugiardo! Porco! Carogna! Imbesile! (Estrae un pugnale)

DICK:              Solo chisto me può sadisfari mio onore. (Trafigge ALLAN)

ALLAN:          Oh, Dio, che male! (DICK esce. ALLAN resta accan­to alla ringhiera) È ridicolo! Che devo fare, adesso? Io l’amo. Lei mi ama. La vita insieme sarebbe mera­vigliosa per noi. Perché dev’esserci Dick tra i piedi? Diamine, calmati, ora. Perché devi farne un kolos­sal della Warner Bros, di ogni cosa? Ora lei torna, facciamo colazione insieme. Calmati. Tra un po’ torna. Passerete la giornata insieme... (Suonano alla porta. ALLAN va ad aprire e gli si para dinanzi DICK, in soprabito, con la valigia)

DICK:              (lasciando valigia e soprabito presso la ringhiera) Son dovuto tornare a casa, Allan. Allan, devo par­larti. Allan, credo che Linda abbia un amante. Ho telefonato a casa, poco fa. E non c’era. Da un po’ di tempo in qua è stralunata, distante, distratta... tante piccole cose che soltanto un marito può notare. Tu l’hai vista spesso, in questi ultimi giorni... È cambia­ta, non trovi? L’altra notte, in sogno, parlava di una storia con qualcuno.

ALLAN:          Ha fatto nomi?

DICK               Solo il tuo. Quando la svegliai e le feci domande, mi rispose che era solo un incubo. (Sale i gradini che portano alla piattaforma) Cerco di indovinare chi potrebbe essere, lui. Certo, uno che non conosco. Qualcuno che lei ha incontrato sul lavoro. Un agen­te, un fotografo, metti, un dirigente d’azienda, op­pure un attore.

ALLAN:          Perché sei tanto sconvolto? Credevo che lei, per te, fosse solo l’immagine ideale d’un’azienda.

DICK:              Ma io l’amo! Se mi pianta, m’ammazzo.

ALLAN:          Da quando in qua sei tanto sentimentale?

DICK:              Non avevo mai amato nessuna, prima. Se lo sco­pro, chi è il ganzo, l’uccido, parola. Io l’ho trascura­ta e lei ora si è messa con uno stallone qualsiasi! (AL­LAN si siede su uno sgabello, DICK sul bordo del tavo­linetto) Se non l’ho già perduta, per via d’un altro, intendo recuperare ogni cosa, con lei. Intendo cam­biare. Intendo far di tutto per renderle eccitante e divertente la vita con me, poiché senza di lei non ne vale la pena, di vivere. Sono stato sveglio tutta la notte, in una stanza d’albergo a Cleveland. D’accor­do, mi dicevo, l’ho perduta e ben mi sta, ma soprav­vivrò lo stesso. Poi m’ha preso il panico e le ho tele­fonato. Non era in casa. Quando le ho telefonato qui, ieri sera, mi ha detto che stava tornando a casa. Dove avrà trascorso la notte?

ALLAN:          (alzandosi) Calmati.

DICK:              (si alza, cammina su e giù) Devo trovarla. Devo fer­marla e chiederle perdono prima che sia troppo tar­di. Voglio portarla con me a Cleveland. Voglio che resti sempre accanto a me. Voglio coccolarla. Vo­glio sentirla ridere e scherzare... Scusa, Allan, se mi sfogo con te, ma tu sei l’unico amico al mondo che può capirmi.

ALLAN:          Ti... ti capisco.

DICK:              Senti, se ti telefona, dille che l’aspetto a casa. Dille che devo assolutamente parlarle, d’accordo?

ALLAN:          Certo... sta’ tranquillo.

DICK:              Grazie... Grazie infinite. (Prende impermeabile e valigia ed esce)

ALLAN:          (siede sul tavolinetto) Sto per svenire. Come pote­vo dirglielo?... Dick è follemente innamorato di sua moglie. Non credevo, a tal punto. Neanche lui se ne rendeva conto. No, non potrei fare una cosa del ge­nere a un estraneo, men che meno a un amico. Ma, e se fosse troppo tardi? Se Linda fosse ormai scuffia­ta di me? Una donna, non so se mi spiego, quando ha fatto l’amore con un uomo che va forte, è frega­ta. Sono stato fantastico, io, stanotte. Neanche una volta ho dovuto alzarmi per consultare il manuale. L’amore è differente, per una donna. È un fenome­no molto complicato. Non so cosa aspettarmi. Non ho mai rotto con una donna, prima d’ora. (Si accende la luce di sogno. Entra LINDA in imper­meabile)

LINDA:           Dunque, credi che sia tanto semplice, eh?

ALLAN:          (le va incontro) Non abbiamo altra scelta.

LINDA:           Mi hai detto che mi amavi.

ALLAN:          Cerca di prenderla sportivamente.

LINDA:           Ma i bei momenti insieme, l’intimità, le pro­messe...

ALLAN:          Per favore, Linda.

LINDA:           Tu conti troppo, per me. Non posso mollarti.

ALLAN:          Linda, non rendere tutto più difficile. Mi dispia­ce.

LINDA:           Dire che ti dispiace non basta. Mi hai presa per un giocattolo?

ALLAN:          Che posso dirti?

LINDA:           (Bette Davis con la pistola) Dammi la lettera.

ALLAN:          Quale lettera?

LINDA:           Philip, dammi quella lettera. (Avanza minacciosa)

ALLAN:          Non c’è nessuna lettera.

LINDA:           Voglio la lettera, Philip, dammi quella lettera.

ALLAN:          Linda, stai diventando matta.

LINDA:           Non puoi mica trattarmi a questo modo!

ALLAN:          Non premere il grilletto... non sopporto la vista del sangue. (La luce di sogno si spegne) Mi ucciderà. Le donne sono inclini alla violenza. Bette Davis, Barbara Stanwyck... sono assassine nate! Me ne va­do, scappo via, mi aggrego a un circo equestre. Farò il pagliaccio. Non mi toglierò mai il truccò dal viso... Come James Stewart. (Si accende la luce sogno e appare BOGART)

BOGART:        Datti un contegno, nino. Stai franando nell’isterico.

ALLAN:          Mi aggrego al circo equestre.

BOGART:        Dovresti esser contento. Quando hai smesso di fare il bamboccio, una bella signora ècaduta ai tuoi piedi. Non credevi di esser buono di fartela con una donna di classe. Invece sì.

ALLAN:          Ma ora devo dargli un taglio e non me la sento.

BOGART:        Non è mica tanto difficile, figliolo. Sta’ a guardare. (Entra LINDA. Musica in sottofondo) Vieni un pò’ qua, tesoro.

LINDA:           (si avvicina a BOGART) Sì, gioia?

BOGART:        È finita.

LINDA:           Cosa?

BOGART:        Fra noi.

LINDA:           Finita?

BOGART:        Esatto, cocca. Finita. Kaputt.

LINDA:           La fai semplice, tu?

BOGART:        La faccio semplice, sì.

LINDA:           Metti che non ci sto.

BOGART:        Non ti conviene.

LINDA:           (estrae una pistola e gliela punta in faccia) E questa a te?

BOGART:        (le toglie di mano la pistola e le dà uno schiaffo, con disinvoltura) Piantala, bella mia. Non sapre­sti mai usare una pistola.

LINDA:           (singhiozzando) Ma perché deve finire prima an­cora che sia cominciato? Dimmi perché!

BOGART:        Tu fai un gioco troppo pesante, pupa, per me. Sei stata tu a uccidere Johnson. Parker l’aveva capi­to, e così tu uccidesti anche lui. Ma non ti bastava ancora. Volevi far fuori anche me. Lo sapevi, di non potercela fare, a faccia a faccia, e così hai cercato di pigliarmi alle spalle. Ma a me non la fai, pupetta... Su, rassegnati. Hai perso la partita. (LINDA esce sin­ghiozzando) Semplice, no?

ALLAN:          Per te. Perché sei Humphrey Bogart.

BOGART:        Chiunque lo è, figliolo. In certe situazioni. Tu stai ora facendo qualcosa di cui non ti credevo capa­ce. Rinunci ad una sgrinfia per via di un amico, per non farlo soffrire. Se lo facessi io, non ci sarebbe neanche un occhio asciutto, in platea.

ALLAN:          Già! Ma a me si spezza il cuore!

BOGART:        Una ragione in più, per esserne fiero.

ALLAN:          Credi?

BOGART:        Sicuro. Stammi a sentire, nino. Ci sono altre cose, nella vita, oltre alle donne, e una di queste è sa­pere che hai fatto la cosa giusta per un amico. Pen­saci su. (Suonano alla porta. ALLAN va ad aprire. È LINDA. BOGART scende i gradini)

ALLAN:          Hm… I negozi non sono ancora aperti?

LINDA:           No.

BOGART:        Diglielo.

ALLAN:          Cosa?

BOGART:        Diglielo. Adesso. (Esce)

ALLAN:          Linda...

LINDA:           Ti rendi conto, Allan, che è accaduta una cosa stupenda?

ALLAN:          Linda...

LINDA:           La cosa più bella del mondo, Allan, è accaduta sotto i nostri occhi. Abbiamo avuto una magnifica esperienza. Non ti stupisce? Senza dover muovere un dito. Non c’è stato neanche bisogno di libri spar­si qua e là, aperti... né di metter su della musica per fare atmosfera. Ti ho persino visto in mutande.

ALLAN:          Senti, Linda. Dobbiamo... smetterla.

LINDA:           Sì, lo so. Mentre ero per strada, d’un tratto tutto quanto si è fatto molto chiaro. E quando mi sono chiesta se davvero volessi mandar all’aria il mio matrimonio… la risposta è stata: no. Amo Dick e, sebbene un tipo meraviglioso come te possa tentar­mi molto... non riesco a pensare alla mia vita senza di lui.

ALLAN:          Non ci riesci?

LINDA:           Lui ha bisogno di me, Allan... e, in qualche inesplicabile modo, anch’io ho bisogno di lui.

ALLAN:          Lo so che lui ha bisogno di te.

LINDA:           Questa è la prima volta che mi son sentita presa da qualcuno all’infuori di Dick, già sono un po’ innamorata di te, e, se non mi fermo subito, poi mi ritroverò troppo coinvolta, per tornare da lui. Non ho alcun rimorso, per quello che è successo stanotte, poiché è valso a riconfermare i miei senti­menti per Dick.

ALLAN:          Vai a casa, Linda... Dick è là che t’aspetta.

LINDA:           A casa?

ALLAN:          È passato di qua, mentre tu eri fuori. Vuol por­tarti con sé a Cleveland. Ti spiegherà tutto. Frattan­to, noi si resta buoni amici... Questo mi basta, credo.

LINDA:           Ne sei certo? Non è che lo dici per render le cose più facili a me? (Musica di pianoforte in sottofondo)

ALLAN:          Lo dico perché è vero. Dentro di noi, entrambi lo sappiamo che tu appartieni a Dick. (Musica) Tu sei parte del suo lavoro, la cosa che lo fa marciare. Se quell’aereo decollasse senza te a bordo, poi te ne pentiresti. Forse non oggi, non domani forse, ma ben presto, e per il resto della vita.

LINDA:           È molto bello quel che dici.

ALLAN:          È una battuta di Casablanca. Ho atteso tutta la vita, solo per poterlo dire.

LINDA:           (gli dà un bacio) Addio. (Esce)

NANCY:          (entra) Povero Allan, te l’avevo detto che finiva così.

ALLAN:          (va al sofà) Ti va di scherzare? Lei mi ama... non l’hai sentita?

NANCY:          Però è ritornata da Dick.

ALLAN:          Io gli ho fatto fruttare il capitale... Non volendo. Questo è il segreto.

BOGART:        (entra) Diglielo, nino. Tocca a te, adesso.

ALLAN:          Intendo fare una cosa che avrei dovuto fare tanto tempo fa. Intendo dimenticarti.

NANCY:          Come sarebbe? No, Allan, no, ti prego, noooo! (Con un lungo gemito, arretra ed esce)

BOGART:        Sei stato grande, figliolo. Io l’avrei presa a schiaffoni, per me, ma ognuno ha il suo stile.

ALLAN:          Sì, ho un certo stile, io.

BOGART:        Allora, nino, ti saluto.

ALLAN:          Te ne vai?

BOGART:        Non hai più bisogno di me. Non potrei inse­gnarti nulla, che non sai già.

ALLAN:          Hai ragione. Il segreto consiste nel non essere te, ma essere me. È vero, tu non sei alto e sei anche, di­ciamo, un po’ brutto. Ma io sono basso abbastanza e brutto abbastanza da farcela da me, da me solo.

BOGART:        Dici bene, figliolo. (Esce. Suonano alla porta. La musica di pianoforte sva­nisce. ALLAN va ad aprire)

BARBARA:     Mi spiace disturbarla. Mi chiamo Barbara Ty­ler. Son venuta da poco ad abitare qui al piano di so­pra. Abito sola e son rimasta chiusa fuori di casa. Potrei usare il suo telefono?

ALLAN:          Certo. Eccolo là.

BARBARA:     Grazie. (Notando la rivista Film Quarterly sulla scrivania) Film Quarterly! Non sarà mica l’Allan Felix che scrive per Film Quarterly, lei?

ALLAN:          Sì, sono io.

BARBARA:     Ho appena finito la mia tesi di laurea in Storia del Cinema, dove cito parecchi dei suoi saggi. So­no molto acuti. (Musica di pianoforte)

ALLAN:          La ringrazio.

BARBARA:     In modo particolare mi è piaciuto l’articolo che ha scritto sulla Regina d’Africa.

ALLAN:          Quello è uno dei miei film preferiti.

BARBARA:     Una parte molto insolita, per Bogart.

ALLAN:          Ecco, vede, la cosa che non tutti sanno, riguardo a Humphrey Bogart, è che...

SIPARIO

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