Quand a runa la palera

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QUAND A RUNA LA PALERA

TITOLO DELL’OPERA:  Quand a runa la palera

GENERE: commedia in tre atti in dialetto mantovano-reggiano

PERSONAGGI MASCHILI: 5

PERSONAGGI FEMMINILI: 5

OPERA TUTELATA DALLA SIAE

BREVE SINOSSI: Clotilde, si è arricchita un po’ troppo e i soldi “le sono andati alla testa”. Cerca in tutti i modi di entrare nell’alta società coinvolgendo anche i suoi in gaffes e spropositi. Ce l’ha col suocero e con la domestica Albina che le rammenta i comuni trascorsi di mondine nelle risaie piemontesi. Spinge il marito ad un’impresa economica molto azzardata a dispetto dei pareri paterni. Riesce  anche a liberarsi della scomoda Albina. Sembra il suo trionfo, ma… Dopo vari colpi di scena le cose si sistemano, ma non nel modo sperato da Clotilde.


QUAND  A  RUNA  LA  PALERA

Commedia dialettale in tre atti di

PAOLO  GHIDONI

Commedia scritta dall’autore nel 1970, rappresentata la prima volta nel 1977 dalla filodrammatica di Formigosa (MN) e, a partire dall’anno successivo, dal “Gruppo Teatro Aperto” di Moglia, dal “Granisel” di Carpi e da numerose altre compagnie mantovane, reggiane e modenesi.

PERSONAGGI:    ALBINA,                              domestica

                                 DOMENICO TIRONI,       industriale

                                 LEONIDA,                            suo figlio

                                 CLOTILDE,                          moglie di Leonida        

                                 VIVIANA,                              loro figlia

                                 GABRIELE,                           autista

                                 MARCO,                                 meccanico

                                 LILIANA,                                amica di Clotilde

                                 BATTISTA,                             zio di Clotilde

                                 KATIA,                                     ricca ereditiera

*****

L’azione si svolge in un paese al centro della Pianura Padana

verso la fine del ventesimo secolo

Quand a runa la palèra

Scena unica per i tre atti: (Sala elegante in casa Tironi. Una porta sul fondo, una a destra e due a sinistra; arredamento di buon gusto: un salotto con divanetto e poltrone, un mobile bar, un tavolinetto rotondo, altri mobili e soprammobili a piacimento.

ATTO PRIMO

Scena prima

(Clotilde e Liliana, quindi Albina)

CLOTILDE- (Sui quarantacinque anni; veste con vistosa eleganza. Sono sedute e stanno bevendo il tè) Mi creda, signora, trovarmi in questa casa mi sembra un sogno: non mi par vero.

LILIANA-(Oltre i cinquanta; veste con eleganza piuttosto demodée) Era ora che si decidesse: quel tugurio non era proprio adatto a lei.

CLOTILDE- Ce lo dicevo sempre a mio marito: “Voet ch’la sia giusta che na dona cmè me la staga in na casa cumpagna?!” Ma lu gnint: na volta al na gh’eva mia temp, n’antra al gh’eva di impegn. Insoma, par fnirla e scurtarla, em tirà avanti dodş an in cal cesu là, ca serum mes cmè tri in sna scragna!

LILIANA- Poverina!... I mariti, eh?!

CLOTILDE- La taşa pur. Al sala parchè al na vreva mia farum la casa? La proeva a dir chi l’era ch’al miteva su…  

LILIANA- Mah… non saprei.

CLOTILDE- Soe padar! Cal carugnin da cal vec lè, che da quand a sun maridada cun Leonida, al m’ha sempar turmantà in pansa e schena.

LILIANA- E perché, poi?

CLOTILDE-  Di fat da maniac, siura: al na vreva mia vegnar via dadlà parchè al dgeva ca gh’era i soe amic… e chè, invece al na saveva cun chi passar al temp… Par i bei amic ch’i era! Tuta gentaglia volgare e vilana ch’im fava gnir negra da la rabia!

LILIANA- Oh, povera lei! Come la capisco!

CLOTILDE- Cal vec lè al m’n’ha fat passar ad coti e ad crudi… e la n’è mia fnida gnanca ades… (A destra, verso la cucina) Albina!... Albina, vieni qui un momento. (A Liliana) Presempi, vedla, s’an fus mia par al vec, me a cla vilanassa da cla serva lè, a gh’ares bele che dat l’inviadura.

     ALBINA- (Sulla cinquantina. Veste dimessamente con il tipico grembiulino

       bianco. Da destra) Pronti, siura. Cusa gh’è?

       CLOTILDE- (Secca) Puoi dasparciare. (Albina comincia a raccogliere

       tutto in un vassoio) Hai finito di lucidare i pavimenti dello studio?


 ALBINA- No.       

 CLOTILDE- E di pulire i vetri in cucina?

 ALBINA- No.

 CLOTILDE- E di spolverare nelle camere?

ALBINA- No.

CLOTILDE- (Irritata) Ma alura, insoma, cus’het fat?

ALBINA- (Posando con rabbia il vassoio) Siura, l’è mei ch’la cambia tono.

CLOTILDE- (Offesa) Senti che spudurada!... In fin di cunt….

ALBINA- Cusa s’incredla: ch’am sia gratada la pansa tut incö?! A sun andada a far la spesa… ho iutà al siur Minghet in giardin… ho pudà li rosi e ho dacquà. La n’as pensarà mia ca gh’abia sent man?… Par quel ch’im paga, a faghi anca trop.

CLOTILDE- E t’he lassà indrè i master ca t’eva det me, par dar ascult al vecc?!... Questo l’è trop!

ALBINA- Me a fag a moed prema ad tut ad quei ch’am paga! A la fin dal meş i bessi am i a dà al siur Minghet, mia le, siura!

LILIANA- (Sdegnata) Lo sa, signora Clotilde, che io ho cambiato tante domestiche, ma una screanzata come questa non l’ho mai trovata!

ALBINA- (Minacciosa) S’la n’ha cambià tanti, l’è parchè ag n’è gnanc una ca resista cun n’arpia cmè le!

LILIANA- (Fremente) Come ti permetti, pezzente?!

ALBINA- (Pigliando il vassoio) Dél n’antra volta s’at g’he al curagiu!... A ta sbat cal cabarè chè in sal mus!

CLOTIDE- (Costernata e furibonda) Va via, vigliaca!.. At se propria sensa reputasiun!... Va via e prepara li toe patini, che, in cla caşa chè, an voi mia ch’at ga stag an minut di pù.

ALBINA- (Dignitosa dopo aver guardato entrambe in atto di sfida). A vaghi.(A Clotilde)… Ma l’as ricorda ben, siura, che cla caguna chè la g’ha sul dla mafia e di debit. La faga atensiun!     

LILIANA-(Svenevole) Che umiliazione! Mi sento mancare…

CLOTILDE- Fin par carità, siura Liliana, l’as faga curagiu. A s’ha da vedar a  tratar acsè na degna persona cmè le! L’è sempar stada na dona urdinaria e l’an m’ha mai rispetà cum la duveva.                                                                                                                                                                          

LILIANA- Signora mia, oggi la gentaglia non ha più rispetto per i galantuomini: che mondo! Chissà dove andremo a finire?... Si figuri, ad

 esempio, che tiro mi ha combinato la mia sarta.

CLOTILDE- Che tir?

LILIANA- Deve sapere che ho fatto fare un vestitino per stasera al ricevimento della signora Marcella. Beh, stamattina le telefono perché mi porti il vestito prima di sera… Ma lo sa? Lo sa cosa mi ha risposto quella spudorata?

CLOTILDE- Eh, cosa?

LILIANA-  Che il vestito lo porta, ma non me lo dà se non la pago subito!

CLOTILDE- Che sprudantada ad na dona!

LILIANA- E adesso, per colpa di quella cafona, non so come fare.

CLOTILDE- (Sorpresa) Come mai?

LILIANA- Ma sì… una cifra così noi in casa non la teniamo. Sa com’è: non ci fidiamo della servitù….Se quella non me lo dà, non posso andare alla festa.

CLOTILDE- Par carità, siura, ag mancares sul questa!

LILIANA- Mio marito sta facendo un viaggio culturale. Se ci fosse lui, sarebbe tutto risolto. Le sbatterei i soldi sul muso e le direi quel che si merita!

CLOTILDE- La fa ben, le, a faras rispetar. Ben, la senta, me an so mia ad quant al sia al soe cunt, però, in casa na picula scurtaina ag l’ho.

LILIANA- Davvero?... Sarebbe la mia fortuna.

CLOTILDE- Quanti sold saresi?

LILIANA- Centottantamila lire.

CLOTILDE- Vado subito a prenderceli.

LILIANA- Lei è un angelo… stasera quella bifolcaccia avrà il fatto suo!

CLOTILDE- Torno subito, signora… Permesso… (Esce a sinistra).

Scena seconda

(Domenico e Liliana, quindi Clotilde)

DOMENICO- (Porta bene i suoi sessantacinque anni. Entra dal fondo. Fra sé) Sa gh’è cla buna lana chè! (Forte) Buona sera.

LILIANA- (Accorgendosi con disappunto di lui) Buona sera…. Come sta?

DOMENICO- Cusa fala chè da par le? An gh’è mia la me spusa?

LILIANA-  E’ uscita un momento, signor Domenico,  ma torna subito.

DOMENICO- Indu ela andada?

LILIANA- (Fra sé) Quante cose vuol sapere questo vecchio! (Forte) Non saprei… Mi ha detto: “Torno subito”.

DOMENICO-E me nvuda, an l’hala mia vesta?

LILIANA- La signora Clotilde mi ha detto che sta studiando.

DOMENICO- L’è na brava putleta: pina ad giudessi e sensa tanti fum par la testa… L’an sa smeia mia a soe madar.

LILIANA- Ma cosa dice?! La signora Clotilde…

DOMENICO- (Interrompendola) La signora Clotilde la gh’ares ad bisogn ad soquanti svidunadi in sla schena, le e li soe amichi!

LILIANA- (Irritata) Perché?... Scusi… non capisco.

DOMENICO- L’an capes mia cus’i è li svidunadi?

LILIANA- (Offesa) Oh, ma insomma!

DOMENICO- A ga spieghi me: l’è na cura par li doni ca g’ha la testa infiada e al sarvel piculin cmè li galini!

LILIANA- Che screanzato! E non aggiungo altro per rispetto alla sua età.

CLOTILDE- (Sbuca da sinistra) Ecco signora, sono tutti qui dentro. (Si accorge con disappunto di Domenico. Ha in mano una busta).

DOMENICO- Cusa g’het in cla busta lè?

CLOTILDE- Gnint d’impurtant. I è… i è li futugrafii ad la gita in Svisera.

DOMENICO- Chisà cum i è beli!... Ades a i a guardem.

LILIANA- (Alzandosi) Oh, mi dispiace… ma ho un appuntamento urgente. (A Clotilde). Dia pure a me: le guarderò con calma a casa.

DOMENICO- (Precedendo Liliana, strappa la busta dalle mani di Clotilde) Lassa ch’ag daga n’uciada, valà! (Guarda all’interno della busta, poi ne estrae un biglietto da diecimila. Sarcastico) Ma varda, veh, che beli futugrafii! (Sventola la banconota sotto gli occhi di Clotilde) E questa la sares la Svisera! (Rimette le diecimila lire nella busta).

CLOTILDE- (Togliendogli la busta) Vù, par chi bessi chè, an gh’ì mia da star mal. I è me, if capì?.. e a i a daghi a ch’im par. (A Liliana) La i a töga pur e la staga mia dar da ment a n’imbambì d’an vec.

LILIANA- (Sdegnata e melodrammatica) Non posso, mi creda, non posso accettare. Non voglio che per me lei riceva dei rimproveri da questo vecchio selvatico che già la fa tanto soffrire.

CLOTILDE –(Commossa) Siura, le la parla cmè na santa, ma a voi ch’la i a töga listes… Par piaşer.. la n’am faga mia cl’afronto chè. L’an vurrà mia ca gh’la dema vinta a lù?!

LILIANA- (Dopo breve riflessione) Ebbene, visto che insiste… (Mette la busta in borsetta) Ora io vado: arrivederla signora; e non se la prenda per le offese che ho subito in questa casa: non è certo colpa sua! So bene che è una povera martire, circondata da persone volgari e insensibili. (Si baciano. Dopo aver fulminato Domenico con un’occhiataccia, esce dal fondo).

DOMENICO- Ades i tö bessi at i a ved a vular! An gh’è pù ninsun ch’ag daga gnint a cla rufiana lè… pusibil che sul te at sii csè ingnuranta!

CLOTILDE- Vardè cum’a sì egoista e difident! An gh’ì mia vargogna a

 parlar acsè ad na dona ch’an sì gnanc degn ad başar indu la met i pe!

DOMENICO- Cla busmuna lè?! L’ha mandà in ruvina soe padar, a forsa da strusciar. E, ades, l’ha cavà in pataia anca cal bun da gnint ad soe marè.

CLOTILDE- (Furibonda) A vag via… a vag via parchè a n’an pos pù! (Si avvia al fondo, ma sulla porta incontra Leonida)

Scena terza

(Leonida, Domenico e Clotilde, quindi Albina)

LEONIDA- (Ha circa quarantacinque anni; ben vestito, coi baffi. A Clotilde) Cus’è suces? Cum’at se tuta infumanada!

CLOTILDE- E’ suces che cal sbrumbulà da cal vec chè, al voel farum murir rabida!... An sun pù buna ad resistar.

LEONIDA- Anca incoe! Pusibil che vuatar du tut’i dè a gh’ig na quistiun?!

CLOTILDE- Ah, ma a vag via, veh!... An ga stag pù in cla caşa chè… A turni da me madar.

DOMENICO- (Ironico) At vè da toe madar?... Ma indua?... che, siura cum’at se, par daspgnarat ad le, at l’he messa al ricovar!... E s’an fus mia che al misculin pr’al manag ag l’ho incor me, t’am gh’ares mandà anca me al ricovar, buna ad gnint ca t’an se atar! (Clotilde sta per replicare, ma viene bloccata dall’arrivo di Albina).

ALBINA- (Entra da destra, vestita da viaggio, trascinando una grossa valigia) A vaghi, siur Minghet, a sun gnuda a salutarla.

DOMENICO e LEONIDA- (Insieme) Indu vèt?

ALBINA- A vag via, parchè la siura la m’ha licensià.

DOMENICO- (Irritato) Parchè?

LEONIDA- (Fra sé) Povr’a me!... Ades a g’an ve na gamba!

CLOTILDE- Sicur ca l’ho mandada via! E a pudì vansar d’alsar la vus, parchè stavolta an ced mia: la l’ha fata trop grosa!

ALBINA- Eeh, chisà cus’ho fat! A sentla le, a par ch’abia cupà an qualdun.

CLOTILDE- Oh, macchè, ta n’he fat gnint!... La g’ha vù al curagiu d’ufendar la siura Liliana sota i me oc… E l’ag vreva anca saltar ados… che le, puvreta, par la vargogna umenti la casca in fastedi!

LEONIDA- (Ad Albina) E’ vera ca t’he fat na roba csè?

ALBINA- L’è vera. La m’eva fat vegnar na turbiera davanti a i oc, ch’an saveva gnanc pù quel ca fava!... A m’era fin gnù la tentasiun da sbatag al cabarè in sima a cal brut mus impiturent ch’la g’ha.

DOMENICO- La sares stada n’opera santa!

CLOTILDE- (A Leonida) I a sentat? Le la g’ha la spuduratesa ad vantarsan e lu ag dà subit ragion.

ALBINA- A m’an vanti sicur! Ansi: a sun pentida d’an verla mia ciapada par i cavì…. Ma s’l’am capita sota li sgrefi n’antra volta… Cusa s’incredla, parchè a sun na serva, da puderum tratar cmè an stras da pe?... Propria cala lè, ch’la n’ha fat pusè che Bartold!

CLOTILDE- Ecu: la n’è mia buna da star al sö post. La vres tratar a la pari cun na dona dal gradu ad la siura Liliana; una che, in dli veni, la g’ha fin al sanguv bleu!

ALBINA- Deg ca la cata: ag dag na pasada ad giacheta, che s’la g’ha al sanguv bleu, a gh’al fag vegnar verd!

LEONIDA- (Urlando) Basta! Deg an tai! (Le due donne, spaventate, stanno zitte) Calmev an po’. (A Clotilde) Te, intant, a t’arò det mela volti che cla Liliana lè an voi mia ch’la basiga tant par casa: la ve sul par metar dla cunfusiun e par scrucar.

DOMENICO- Sì, veh… l’è partida cun la sö busta pina ad bessi, ch’l’era cuntenta cmè na Pasqua!

LEONIDA- (A Clotilde adirato) G’het dat di bessi?

CLOTILDE- (A sé) Che bruta lengua smarulada ca g’ha cal vec lè! (Forte) A g’ho fat an picul prestit parchè sö marè l’è in viaş e a gh’è n’ingnurantuna d’na sartura ch’la völ esar pagada a tuti i costi.

ALBINA- (Che si è seduta; fra sé) Ma sé, ciamla ingnuranta!

LEONIDA- Cusa g’het dat?

CLOTILDE- Sentutantamela franc.

LEONIDA- Ben, ma… Me an so mia cusa sia suces in dla tö testa: des o dodş an indrè, quand a serum puvret cmè San Quintin, at ser na dona interesada, dascantada, pina ad giudessi…. Ades, ch’em mucià di besi, at se ingnuranta cmè Tac!

ALBINA- (Fra sé) As capes: a gh’è andà li palanchi a la testa!

CLOTILDE- Ben, ma veh… dman o pasadman l’am i a dà indrè.

LEONIDA- Eh, in sla cua dla rundanina!

ALBINA- (Alzandosi improvvisamente e pigliando la valigia) Alura a vaghi.

CLOTILDE- At pö andar ch’an piöv pù!

DOMENICO- No, fermat; te, invece ta stè che!

CLOTILDE- Lassè pur lè, che stavolta an gh’è dubi ca ceda.

ALBINA- (Sedendo) Va mo là, ch’am senti incora! Sul ch’av mitig d’acordi!

DOMENICO- (A Clotilde) Tet ben in na ment che s’at mandi via l’Albina, n’antra serva chè dentar la n’ag met mia i pe. Het capì?

CLOTILDE- Aahn?!... Stè mo’ a vedar che ades me…

DOMENICO- (Interrompendola) Ca t’at sappii regular, che dopu i tö master d’in casa at toca ad farti da par te.

CLOTILDE- (Piagnucolosa) Het santù, Leonida, che bruti robi ch’l’am dis?

LEONIDA- (Esplodendo) Insoma!... (A Clotilde) Par cosa vöt mandar via l’Albina, ch’l’è des an ch’ag l’em in casa, ch’l’ha sempar fat bel e che… insoma, a s’ag sem tuti afesiunà?... E tut parchè la g’ha vù da dir cun cla Liliana lè che, quand at ser puvreta, la n’at guardava gnanc in facia… E po’, in fin di cunt, l’Albina la t’ha sempar vrù ben: a sì gnudi sù da putleti insiem.

CLOTILDE- (Infastidita) Insiem mia tant: la g’ha ot an pusè che me.

ALBINA- S’l’è par quel, siur Leonida, na volta a soe muier ag dava dal te.

CLOTILDE- Beh, ades t’an vurrè mia pretendar…

ALBINA- Par carità! A dgeva csè par dir… Quanti an, però, ch’è pasà! A s’arcordla, siura, quand andavum in Piemunt a lavurar in rişera?

CLOTILDE- (Seccata) Ma cusa dit?! An m’arcordi propria gnint. Me, ch’am sappia, in rişera a n’ag sun mai andada.

Scena quarta

(Viviana e detti)

VIVIANA- (E’ una graziosa e simpatica ragazza sui vent’anni. Entra da sinistra) Papà, ti volevo chiedere se… (Vedendo la valigia) Di chi è quella valigia? C’è qualcuno che parte?

ALBINA- Cara la me putleta, a vag via me, par sempar.

CLOTILDE- Sai com’è, Viviana…. I casi della vita.

VIVIANA- (Dispiaciuta) Ma come?! Se a me non hai mai detto niente!..

 (Come illuminata all’improvviso) Ma dì un po’: het catà da maridarat?

ALBINA- Ma cusa dit?!... A la me età?!.. Te, cara, at g’he dal bun temp.

CLOTILDE- (Fra sé) A sem a post! Chi vöt ca la töga cala lè?!

LEONIDA- (A Viviana) A ta spieghi me. A gh’è stà an picul malintes tra l’Albina e tö madar, ma ades em bele mes a post tut. Neh, Clotilde? L’Albina la resta chè cun nuantar.

VIVIANA- Meno male… Ci mancherebbe solo che l’Albina se ne andasse!

CLOTILDE- Ben, valà, par stavolta fem i cunt ch’an sia suces gnint.

ALBINA- (Alzandosi) Alura a vag a tirar föra i me stras.

DOMENICO- (Mentre Albina esce a destra) Brava. E ricordat che te, via d’ad chè, t’ag vè quand  al deg me.

LEONIDA- Lassa andar ades… Putost, ve cun me dadlà in ufesi, ca g’ho ad

 bisogn… L’è mei ch’at vegn anca te, Clotilde: a g’ho da diruv dli robi impurtanti. (Domenico e Leonida escono a sinistra seguiti da Clotilde)

                                   

                                                    Scena quinta

(Viviana, Marco e Gabriele)

GABRIELE- (Mentre Viviana si mette a sfogliare una rivista; da fuori) Ma ve dentar… g’het paura?

MARCO- (Da fuori) Ma va là: l’è listes. A speti chè.

GABRIELE- (Da fuori) Ma no: a voi ch’at vegn dentar. (Entra; è un giovane sulla trentina in divisa da autista. Lo segue Marco, più giovane, in tuta da meccanico, che si ferma esitante sulla porta).

VIVIANA- Ciao, Gabriele. (A Marco) Venga pure avanti.

MARCO- Buon giorno.

GABRIELE- Ciao, Viviana. Tö padar indu el?

VIVIANA- L’è dadlà in ufesi. Sentat chè ca t’al speti. (Dà un’occhiata a Marco, che si mantiene a distanza. Fra sè) Che bel ragazzo!

MARCO- (Fra sè) Però… la n’è mia da butar via!

VIVIANA- (A Marco) Si accomodi. (A Gabriele) Non ci hai neanche presentati.

GABRIELE- Provvedo subito: questo è Marco. L’è gnù a giustar la Mercedes ad toe padar… E questa è Viviana, la mia padroncina. (I due si stringono la mano, quindi tutti siedono).

VIVIANA- Dunque, cosa aveva questa macchina?

MARCO- Un piccolo guasto al carburatore, ma ho già provveduto.

GABRIELE- Het vest, Marco, ca t’he fat ben a gnir dentar. T’an la cunusev mia cla bela fiulina chè!

MARCO- Me, ch’am sappia, l’è la prema volta ca la vedi.

VIVIANA- Per forza, con quella zuppa di mia madre che mi sta sempre addosso perché non vuole che faccia conoscenze sconvenienti, di certo non posso conoscere molti ragazzi.

GABRIELE- Tö madar la la sa longa: l’at fa frequentar sul l’alta società.

VIVIANA- Sa fus par le… La dis che quei ca n’è mia dal me rango, bisogna ca i a schiva; senò am disunuri. Ades po’ a gh’è gnù la mania dal sanguv bleu: per quello passa sopra anche ai soldi! Pröva a dir chi la m’ha prupost par marè.

GABRIELE- Mah… cusa vöt ca sappia me!

VIVIANA- Ma l’Edoardo! Sai: quello che parla tutto con la erre moscia.

MARCO- Ho capì… quel ch’i ciama “magnamoschi”!

VIVIANA- Apunto: cal lè…ch’al gira sempar cun la boca verta!

GABRIELE- T’ag turrè mia a murusi cal pigalora lè?!

VIVIANA- Figurat! Quand a s’è det ch’l’è fiöl dla siura Liliana e ch’as sumiglia a sö madar, a s’è bele che det tut!... E po’… me am voi catar n’om ch’al sia n’om, mia na mesa cartuccia cmè cal lè!

MARCO- (Fa per alzarsi) Beh, me a g’ho dii impegn, bisogna ca vaga. Al siur Leonida, par via dla machina, ag parlarò n’antra volta.

VIVIANA- Ma no, aspetta… fra poco verrà…. E poi, intanto che sei qui, vorrei chiederti una cosa: certe volte la mia cinquecento, quando accelero un po’, mi fa un tichetic tichetac che non so da dove possa venire… uno strano rumorino, insomma…. Tu che ne pensi?

MARCO- Non saprei, bisognerebbe sentire.

VIVIANA- Appunto; intanto che aspetti, perché non le dai un’occhiatina?

MARCO- Ben volentieri.

VIVIANA- (Alzandosi) Vieni. Ce l’ho in garage. (Marco si avvia con lei al fondo) Vieni anche tu, Gabriele?

GABRIELE- Me no, a speti chè. Cusa vöt ca vegna a far?

VIVIANA- Come vuoi… Allora ciao. (Escono).

Scena sesta

(Albina e Gabriele, quindi Leonida, Clotilde e Domenico)

ALBINA- (Entra da destra) Te, cusa fét chè?

GABRIELE- A speti al siur Leonida, ca gh’em d’andar via.

ALBINA- Indu gh’if d’andar?

GABRIELE- Prema a Milan; e po’ dopu, quindas dè al mar a Amalfi.

ALBINA- Al mar?!... Ma cusa val a far?

GABRIELE- Robi d’afari: am par ch’al gh’abbia da cataras con un certo cumendatur Turturela… A cred ch’i voia metar su na grosa fabbrica.

ALBINA- Alura l’è vera quel ch’i luminava. E pensar che al siur Minghet al n’è mia cuntent. Ag la dis sempar ch’l’è n’afari magar… Chisà che rabia, puvret!

GABRIELE- Ig pensarà lur cun li soe rabii e cun i soe bessi! Basta che quand a sem a Amalfi al na gh’abia mia sempar ad bisogn… che stavolta am voi godar quindas dè ad mar, spesà e pagà, ch’l’è na pacchia!

ALBINA- Al pensa a godras lù! T’an pensi mia che, se al siur Minghet al g’ha ragion, la va a fnir che chilur is magna tut… i va in ruvina.

GABRIELE- S’i va in ruvina, is rangiarà anca lur cmè chi atar. Me, l’è da quand a sun al mond ca sun in ruvina: a n’ag n’ho mai un ca diga du!

ALBINA- Par forsa: t’an se mia bun da tgnir dacat… Pensa putost a farat la tö scurtaina e a furmarat la tö fameia.

LEONIDA- (Entra da sinistra; con voce un po’alterata) Pusibil

ca t’ancapes mia che na cumbinasiun acsè la n’as capita mai pù!

DOMENICO- (Entrato con Clotilde; anch’egli piuttosto alterato) A n’am fidi mia a butar via i sold a paladi, a cla manera lè.

CLOTILDE- Sa fus par vù! A sì tantu difident che i bessi a i a tgniresuv incor lugà sota al stramas… Cumpagn ca fava me nona, che na volta l’eva lugà an fagutin ad sold sota i travei… A forsa ad lasari lè, l’è andada a fnir che i sorag ig i ha magnà tuti !

DOMENICO- S’l’è par quel, te an gh’è mia al pericul ch’at i a magna i sorag; ag pensa la toe amiga Liliana a farti föra!

LEONIDA- Oh, tachemia?! (Piano a Clotilde) Te, guai sa t’ag dè risposta! Lassa far a me, che forse stavolta ag la cav a cunvinsal.

CLOTILDE- (A Gabriele ed Albina che stanno ascoltando) Cusa fev chè? Via, andè dadlà: an vdì mia ca sem dre parlar di nostr’interessi… Avanti, avanti! (I due escono a destra) Ma che servitù ca gh’em! A l’ho sempar det me: i n’è mia bun da star al sö post. (Di tanto in tanto si scorgerà Albina origliare da destra).

LEONIDA- Asculta, papà: al set quanti an a g’ho? Ag n’ho quarantasinc.

DOMENICO- E me ag n’ho ssantaset. E alura, cusa vresat dir?

CLOTILDE- Alura al vres dir ch’l’è ura ch’as dastaca da l’armela e ch’ag laseg far quel ch’ag par!

DOMENICO- Cusa gh’impedisia? Dla roba ca gh’em a sem padrun tuti du. (A Leonida) E po’, t’al sé che me l’è come ca sia in pensiun: at las far tut a te. …sul, na qual volta, at deghi al me parer… Dal rest a sun po’ tö padar!

LEONIDA- Sì, ma presempi stavolta me a voi far cl’afari lè, ch’l’è la pù bela cumbinasiun ch’am sia mai capità, e te inveci t’an vö mia.

DOMENICO- Parchè l’è na roba şo dal let. Nuantar em sempar fat di salam e dla salsessa e la s’è sempar andada ben; te, ades, t’at vö metar a far dli med-e-bat, ca t’an sé gnanca d’indu as cumincia.

LEONIDA- Ecu: li tö soliti idei antiquadi! Ma stavolta a sun trop cunvint d’aver ragion e an ced mia…. Varda: al set cus’a fem? Dmatina subit andem dal nuder; a fem i ati ca gh’è da far e a sa spartem… tant a me e tant a te.

CLOTILDE- Benone, acsè a vansem da far tanti discusiun… e finalment anca me a pudrò esar padruna a dla me roba!

DOMENICO- (Amareggiato) Ah! A la mitì acsè… Va ben: dividemas pur… Ma vardè che dopu, quand a runa la palera, a pudì spasaruv la boca, che da me an cuchè gnint!

CLOTILDE- (Uscendo trionfante a sinistra) Ma cus’a vriv ca runa?! Stè mia star mal, bel bagai, che ad vù a farem sempar sensa.

DOMENICO- (Avviandosi tristissimo al fondo) Pù tardi po’ as catem par far ben i nostar cunt: a voi che li robi li sia beli ciari.

LEONIDA- Certo; a fem tuti li robi in regula, mia preocuparat. (Mentre Domenico esce, chiama a destra) Gabriele… Gabriele!

GABRIELE- (Irrompe da destra) Eccomi qua. Al dega siur Leonida.

LEONIDA- Dunchina, par incö a n’andem mia via; a g’ho da definir na

rubeta cun me padar. A partem pasadman da matina. (Si avvia al fondo).

GABRIELE- (Seguendolo) Va ben, cum’al cred lu…. A pruposit: è gnù al mecanic a metar a post la machina. Ades la va cmè n’oiu. (Escono).

Scena settima

(Albina e Domenico)

ALBINA- (Entra da destra) Het capì?! I è dre ch’ig la cava a daspgnaras dal vec. Puvret!... N’om ca meritares an munument!... E le, cla smarulada lè, la n’al pöl mia vedar. Ades, veh, ch’la g’ha i besi a sö completa dispusisiun, la taca a darag aria! Lasa pur ch’la faga… fin ch’la dura!... Parchè al siur Leonida al s’incred d’aver fat na gran roba; ma a gh’è al casu ch’al riva a musgaras i di! (Parlando si è avvicinata alla porta di fondo) Oh, ma ecu ca riva al siur Minghet… Che degna persona! Am rincres ch’ig faga di tort: a n’as i a merita mia. (A Domenico che entra dal fondo con aria contrita) Su cun la vita, siur Minghet, cus’ela sta facia da can bastunà?

DOMENICO- Cara la me Albina, andem mal. Am la vedi ch’am tucarà ad pasar na gran bruta vecchiaia.

ALBINA- S’as s’la ved bruta lu, cun tuti i miliun ch’al g’ha, cus’ha da dir quei ca gh’avrà da tirar avanti cun na mişera pensiun?

DOMENICO- Ma vöt ch’am lamenta par cal lè! Ta n’he santù cusa m’ha fat me fiöl e me nöra?!... Me, varda, an gh’è ninsun ca m’al töga da la testa; la va a fnir ch’is si a magna tuti.

ALBINA- Questu al la dis lu. A n’as sa mai… E po’, cusa stal tant a pensarag?.... I völ andar da par lur? Ch’is rangia! Lu al pensa putost a pasar ben chi soquanti an ca gh’armagn da scampar.

DOMENICO- At g’he ragion anca te… La sares logica ca ma svaghes un po’ anca me… Am piasres viaşar, vedar an po’ ad mond. Sul che, cusa vöt mai… sensa la cumpagnia…

ALBINA- Eeh… s’ag fus la povra siura Rusina, la sares tuta n’antra roba.

DOMENICO- Puvreta, l’è morta in sal pù bel. L’eva tant tribulà da şuvna… e cum’em tacà a far un po’ ad furtuna, ch’la pudeva star ben anca le: ecu che al destin al l’ha vruda purtar via… E me, intant, l’è bele che növ an ch’an g’ho pù la me dona.

ALBINA- E me, alura, ca sun armasa vedva ad vintiset an. S’al cred l’è stada dura: a l’ho sintuda dimondi la mancansa dal me povar Celest.

DOMENICO- S’l’è par quel, anca par me la n’è mia stada na mancansa da poc, cun tut ca gh’eva sinquantot an…. E po’, anca ades, cus’at credat… ch’la n’am vegna mia in ment, a la not, la me Rusina?

ALBINA- (Leggermente scandalizzata) Siur Minghet, ma cusa disal?

DOMENICO- Sì, veh, senti… (Le sussurra alcune parole all’orecchio).

ALBINA- Őeh! Ma völal ch’li sia robi da dirum a me?! (Dirigendosi a destra) As ved ch’al g’ha dal bun temp, atarchè di dispiaser!

DOMENICO-(Seguendola) Parchè?... Cusa g’he da straurdinari? (Escono).

SIPARIO

ATTO  SECONDO

Scena prima

(Albina e Clotilde)

(Una ventina di giorni dopo. Albina sta rassettando e spolverando minuziosamente mobili e chincaglierie. Clotilde la controlla, seguendola passo per passo e osserva con pignoleria tutti gli oggetti spolverati).

CLOTILDE- (Con raccapriccio) Albina! Che sbadata ch’at se! (Indicando una gamba di un tavolino) Guarda quanta polvar ch’at g’he lasà!... Sa n’ag fus mia me a tgnirt a dre, te, la me roba, t’am la fares andar in ruina.

ALBINA- (Con calma) Indua? Indu ela sta polvar?

CLOTILDE- (Indicando) Chè…guarda: chè.

ALBINA- (Guarda) Me an ved gnint.

CLOTILDE- Alura at se propria sguersa! (Segna col dito) D’ad chè a chè: a gh’è tri di ad polvar.

ALBINA- (Spolverando il punto indicato) Pasemag pur n’antra volta: me dla polvar a n’an ved mia.

CLOTILDE- E dröva dl’unt ad gumbet, s’at vö ch’ag vegna lucid.

ALBINA- (Rialzandosi stizzita) Neh, siura, l’è an pes ca sun buna ad frigar şo. An gh’è mia ad bisogn ch’la m’insegna le!

CLOTILDE- At se propria intratabile! Va ben ch’lè an pes ca t’am cunossi e che me a sun buna e democratica, ch’at daghi fin tropa cunfidensa…. Ma ta n’at las mia far n’uservasiun…. Dal rest po’ at ve pagada par far quel ch’at deg me, mia par far a toe möd!

ALBINA- Che supa ch’l’è incö cun sta polvar! As pöl saver chi g’ha da vegnar?

CLOTILDE- Quand t’al voi saver, a m’ha telefunà la siura Liliana ch’la ve par al tè e me am prem da far bela figura, parchè le l’ag bada a chi fat lè.

ALBINA- A sares mei ch’la bades a purtarag i sö besi, ch’l’è bele che vint dè ch’l’ag i ha dat.

CLOTILDE- (Piccata) Che ficanas! Cusa t’interesa a te?... Sa ta stè mal, at pos dir ch’la m’ha det ch’la ve propria par metar a post al nostar cunt.

ALBINA- Ag l’auguri cun tut al coer… ma an sun mia trop cunvinta.

CLOTILDE- Te  po’ at la pensi cum’at par… Basta che quand la ve, at sii rispetusa e ca t’an t’intrighi mia dli nostri robi: ca n’ag nàssa mia an sapel cmè cl’atra volta! (Esce a sinistra, mentre Albina riprende a spolverare. Suona poi il campanello ed Albina va ad aprire)

Scena seconda

(Albina e Battista, quindi Clotilde e Domenico)

ALBINA- (Rientra dal fondo, seguita da Battista) Sa sì vu Batistun! Gnì dentar, gnì dentar…l’è an pes ca n’av ved mia. Ma lassè ch’av guarda: che bela cera ca gh’ì! A sì bianc e ros ca par ca gh’ig vint an.

BATTISTA- (E’ un uomo corpulento con la tipica espressione di chi beve troppi alcolici. Dimostra più di sessant’anni). S’l’è par quel a n’am pos mia

lamantar: a l’ho catada me la cura par mantegnum in gamba!

ALBINA- Eh, la cura dal vin!

BATTISTA- Cus’at credat?... L’è na cura ca fa i miracui: am par da turnar a nassar. Prövla anca te: ta vdirè che efet!

ALBINA- Parchè ag n’ho mia abastansa di strolic! Ag manca sul ch’am meta a bevar!

BATTISTA- Apunto: s’at g’he di strolic, l’è quel ch’ag völ. Pröva: at santirè i strolic cum i spares! A par ch’i vaga via come dentar in na fumana, sempar pù luntan, fin che t’an t’arcordi gnanc pù d’averghi; e te t’at senti alşera, sempar pù alşera… At par da vular via.

ALBINA- Ma sì! Andè là: ag n’ì vu dli bali!

BATTISTA- At i a pö anca ciamar bali, ma la sustansa l’è sempar quela… Cusa vöt mai : l’è na pasiun anca cala lè ; l’è un « hobby »…. An gh’è mia quei ca fa la culesiun di boi, o di giarun, o di atar pastament? Ben, me l’è la stesa roba: a fag la culesiun ad piculin ad vin bianc!

CLOTILDE- (Entra da sinistra) Cusa fev vu chè?

BATTISTA- Diu ta manda Clotilde! (Le si avvicina) Ve chè ch’at brassa. Ta n’al sé ca sun tö siu… A sun gnù a catarat: an set mia cuntenta?

CLOTILDE- Stè a la larga, ca pusè ad vin ch’as pöl mia staruv darent.

BATTISTA- Senti chilè! Sta a vedar che ades, parchè a pussi an po’ ad vin,

 la voel negar ca sun sö siu. (Ad Albina) Neh, ca sun sö siu? A sun propria al fradel dal sö povar padar: in dli veni, me e le, a gh’em al stes sanguv.

CLOTILDE- Verament, al vostar sanguv al g’ha an qual gradu pusè dal me!

BATTISTA- (Ad Albina) Neh, ca sun sö siu? T’al sé anca te.

ALBINA- Atarchè s’al so! L’è an pes ch’as cunusem nuantar tri.

BATTISTA- Propria. Quand a stavum in dal Ghisiun : quanti an !

ALBINA- Neh, ca v’arcurdè anca vu quand me e le andavum in Piemunt a lavurar in rişera?

CLOTILDE- (Cattiva) Che insistensa ch’at g’he cun cla fandonia lè!

BATTISTA- An gh’è mal s’am ricordi!

CLOTILDE- Ma cusa vriv ricurdaruv vu?! Dgim putost cusa s’ì gnù a far.

BATTISTA- Senti, veh, chilè! La voel saver cusa sun gnù a far… Ah, ma… a n’al so mia cusa sun gnù a far.

CLOTILDE- (Inviperita) A n’al savì mia?!... Alura. A n’era mei ca stesuv a ca’ vostra cun na spiombsa cum’a ghì!

BATTISTA- La n’am cred mia… S’at deghi ca n’al so mia, a n’al so mia! A so sul ch’è gnù l’autista a törum… al m’ha fat patarar in sema a cla machinuna là, ca sa stava cmè an Papa… e po’ al m’ha purtà chè.

CLOTILDE- L’autista?! Chi l’ha mandà?... Me, no.

BATTISTA- Te, an gh’è pericul ca t’am ciami, seben ca sun tö siu.

CLOTILDE- E alura, chi è stà?

BATTISTA- Chi vöt ca sia stà? Al me amic Minghet che, da quand al s’è stufà ad muciar di fenag, finalment as ricorda ad quei ca g’ha sempar vru ben.

CLOTILDE- Cusa völal, insoma?

BATTISTA- Mah?! Speta ca gh’al dmandi. (Verso sinistra urlando) Minghet! Oh, Minghet! Indu set andà a sbatat? Salta föra ch’l’è n’ura ca ta speti…. Oh, Minghet! Insoma: set surd cmè na suca?

VOCE DI DOMENICO- (Da lontano) Eeh, a vegni… a vegni.

BATTISTA- (Sempre urlando) Ve mo via! Che s’at ve te l’è facil ch’am bagna l’ugula. Ma sa sper in chilè!... Prema ad darum da bevar l’am fa vegnar al desert in sal paler.

CLOTILDE- (Fra sé) Povra me! Sa capita la siura Liliana ades, che figura faghia? Chilù l’è bun da dirag dli parulassi anca a le! (Esce).

DOMENICO- (Entra da sinistra e stringe calorosamente la mano a Battista) Diu ta manda Batistun, s’at se bele che alegar da st’ura chè!

BATTISTA- Apena na straciadina ad gula, tant par tegnar pulì al

 gargarus… ansi…

DOMENICO- Albina, par piaser, va a versar na butiglia. (A Battista) Ho capì quel ch’at vö ... Ah, Albina, intant ca t’ag se, preparan anca do o tre par al vias. (Albina esce a destra).

BATTISTA- Oh, at vè in vias!

DOMENICO- Al set cus’ho pensà? Oramai a tac a vegnar vec, tribulà, ho tribulà abastansa… un po’ ad sustansi a i ho muciadi. E alura, cusa seguitia a lavurar? E par chi, po’? Par i fiöi, che apena ch’it ved vec, it dà na psada in dal cul, it pianta in an cantun e in sa gnanc pù sa t’ag se? … Ah no, caru, a sa sta al mond na volta sul: a sun sempar stà in cal tanabus da cal paes chè, Speta mo’ che prema ad murir a vag a vedar un po’ ad mond anca me.

BATTISTA- At l’he propria pensada giusta… Ansi a ta dsirò ch’l’era ura ch’at l’es pensada anca prema. (Albina rientra e serve il vino).

DOMENICO- Par st’an ho decis da far un bel vias in Italia. A voi far tuta la Sardegna, la Sicilia e la Bas’Italia… Cun calma: sinc o sie dè in un post, quatr o sinc in n’antar, sensa ninsun ch’am cora adrè. Almen almen a g’ho l’idea da star via tri mes… Da n’antr’an po’, a vag anca a l’estar.

BATTISTA- At fè ben! Dasfödri chi bessi e mia star mal par chi atar.

DOMENICO- An t’ho mia det tut. T’he da saver che l’entusiasmo dal vias ag l’ho… però andarag da par me, at sé, a g’ho paura da catarum pers… E alura me ares pensà a te.

BATTISTA- A me, par cosa?

DOMENICO- Par vegnar cun me a farum cumpagnia.

BATTISTA- Me? Propria me?!... Uuh, l’è impusibil.

ALBINA- Figuremas s’l’è impusibil! Che impegn a gh’iv?

BATTISTA- Ansun impegn. Me fiöl, pù a stag föra di pè pù l’è cuntent. Me muier l’è vint’an ch’l’ha fnì ad tribular… A pudres andar indu’m par.

DOMENICO- Propria cmè me. Dunca?!

BATTISTA- Da me e te la gh’è na diferensa: quela dal portafoi!

DOMENICO- Stet mal par bessi? A n’ag i ho me! Sa gh’es vù la pretesa ch’at gnes a tö spesi, a n’at mandava gnanca a ciamar.

BATTISTA- (Esultante) S’l’è csè, la sunada la cambia. Atarchè sa vegni!

DOMENICO- At vadrè che bei post! (Bevono entrambi).

BATTISTA- A sun sicur. (Mostrando il bicchiere) Ma e par

 chilù… ca rutema po’ ben?

DOMENICO- Da cli bandi lè i fa di vinelu ch’i fa stravedar!

BATTISTA- (Entusiasta) Che bel viaş! Che beli sudisfasiun! (Beve un secondo bicchiere di vino).

ALBINA- Ciameli sudisfasiun! Me am par ch’i sia bicer ad vin.

BATTISTA- E po’, veh, al set cusa fem?... Andem a sarcar al “folklore”.

DOMENICO- Che paroli grosi ch’at drövi!

BATTISTA- Sì, veh… andem a vedar chi paişin ca gh’è in meş a campagna o in muntagna, indu it dà da bevar incora dla roba genuina.

ALBINA- Andè là: a l’ho capì al vostar “folklore”. Vu a vrì far al gir d’Italia ad i ustarii!

BATTISTA- Certo: il giro d’Italia del buon vino… E se lù l’è Bartali, me a sun Copi!

Scena terza

(Viviana e detti)

VIVIANA- (Entra da sinistra) Buon giorno, zio Battista. Come state?

BATTISTA- Diu ta banadésa! Cum t’at se fata bela e granda! E pensar che sul a ier at ser acsè. (Fa cenno con la mano).

DOMENICO- Questa l’è la me cunsulasiun!

ALBINA- E po’ cum l’è brava e pina ad giudessi!

BATTISTA- (A Viviana)At tacarè a ver an qual gravalun ch’at gira dinturan?

DOMENICO- Ma va là, mat… S’lè incor na putleta!

ALBINA- Ma sé, na putleta…. La g’ha vint an! I è propria i sö giuran… L’ag l’ha sicur al murusin, sul ch’la n’al völ dir a ninsun… (A Viviana) Se tö nonu al la sa anca, cusa gh’è ad mal?

DOMENICO- (A Viviana) Ma senti, veh!.... Dì su: al na sarà mia cal sumiot ca gneva chè dli volti cun cal bel genar at sö madar?

VIVIANA- Chi, l’ Edoardo? Ta scarsarè.

DOMENICO- A dgeva ben!

ALBINA- Ma sé: l’ag tös a murusi cal bagai lè!... Li s’era intastadi ch’i gh’al vreva tacar a tuti i costi…. Ma deg ch’la s’al tegna le, la siura Liliana, al sö tabarnacul!... Uh, ca taşa, ca n’am faga mia sentar… che umenti la g’ha da vegnar chè.

DOMENICO- T’he fat ben a dirmal: s’la ve le a vag via me. Andem, Batistun, at cumpagn a casa. Acsè at prepar la tö roba, che dmatina as partes.

VIVIANA- (A Battista) Mi raccomando: diteglielo anche voi al nonno di telefonare e di scrivere spesso.

ALBINA- Sì, veh, ca savema almen indu sì.

BATTISTA- Gnint paura, lassè far a me. E stè mia preocuparuv par chilù: ag pensi me a tgniral alegar. (Escono entrambi dal fondo).

VIVIANA- Ti devo fare una raccomandazione… Quand a gh’è chè la siura

 Liliana, se me madar l’am manda a ciamar, deg ca sun a let cun l’emicrania.

ALBINA- Parchè, cus’è suces?

VIVIANA- A ta spiegare pù tardi. (Avviandosi) A m’arcmandi: an pos mia alvarum par ninsun motivo. (Esce a sinistra).

ALBINA- Ag sarà ben sota quel! Basta ca n’ag vaga mia ad mèş me, parchè stavolta, cli do buşmuni lè, s’li g’ha dli bali, a i a patussi tuti do!

Scena quarta

(Clotilde, Liliana e Albina)

CLOTILDE- (Da fuori) Venga, la trovo proprio bene. (Entra dal fondo seguita da Liliana) Albina! Vai a preparare per il tè. (Albina esce).

LILIANA- (Sedendo) Mi meraviglio! Non avrei mai pensato di trovare ancora quella villanzona in casa sua.

CLOTILDE- (Siede) Purtrop siura, ma se Diu völ i è i ultim dè. Dman, finalment, al vec al va in vilegiatura par soquanti mes e me an prufiti subit par licensiar anca la serva. Me marè e me fiöla i scragnarà un po’, ma ad lur an g’ho mia paura.

LILIANA- Benissimo!... Lei certo immagina il motivo della mia visita.

CLOTILDE- Ma… non saprei.

LILIANA- Sono venuta a restituire ciò che tanto gentilmente mi ha prestato.

CLOTILDE- Eh, siura, ma an gh’era mia ad bisogn.

LILIANA- So bene che persone maligne e invidiose hanno diffuso sul mio conto voci perfide e false. Lei non ha dato ascolto a quelle menzogne e ha avuto fiducia in me, aiutandomi in un momento particolarmente delicato…

CLOTILDE- Ma Diu, cua völla mai…

LILIANA- Mi lasci dire: la sua nobiltà d’animo è impagabile, ma io ho voluto ugualmente dimostrarle in modo

 tangibile la mia riconoscenza.

CLOTILDE- Ma no, an i a meriti mia tuti li beli paroli ch’l’am dis.

LILIANA- La sua modestia è meravigliosa, come il suo cuore… ma mi lasci continuare. Ho riflettuto a lungo e ho concluso che restituirle semplicemente il denaro non fosse azione sufficiente a ripagarla… Lei merita ben altro!

CLOTILDE- Par carità: l’am cunfond!

LILIANA- No, signora, non le ho riportato le centottantamila lire.

CLOTILDE- (Delusa) Ah, no?!

LILIANA- Ho fatto molto di più. (Estrae con fare misterioso un involtino dalla borsetta e lo svolge con cura) Guardi qui. (Ne estrae un anellino).

CLOTILDE- Oh, che bel!

LILIANA- Questo antico anello con questo meraviglioso diamante afgano, appartiene da decine e decine di anni alla mia famiglia: è uno dei pezzi più rari e preziosi che io possieda. Lo regalò la stessa regina Margherita a mia nonna durante una crociera alle isole Azzorre.

CLOTILDE- (Estasiata) Ma dabun?!... Diu, che meraviglia!

LILIANA- Per me, privarmene è un grande sacrificio; è come rinunciare a una parte di me stessa, ma glielo cedo ugualmente per darle un segno incaccellabile della mia stima e del mio affetto.

CLOTILDE- Le l’è trop buna: me a sun tuta confusa.

LILIANA- Lo sa quanto me l’ha valutato la settimana scorsa il gioielliere?... Ottocentomila lire… Io, naturalmente, non gliel’ho venduto; non voglio che finisca in mani indegne. Ho preferito portarlo a lei, sicura di farle piacere.

CLOTILDE- Atarchè s’l’am fa piaser!

LILIANA- Signora, a lei non lo do per ottocentomila lire… glielo cedo per solo mezzo milione. Ci rimetto moltissimo, ma che c’entra? La gioia di vederla felice vale per me più di qualsiasi somma.

CLOTILDE- (Un po’ perplessa) Ma no, la n’è mia giusta ch’la faga an sacrifesi csè gros par me.

LILIANA- Non pensi a me, accetti e mi vedrà felice… Centottantamila lire me le ha date; me ne vengono appena trecentoventi.

CLOTILDE- L’am fa n’unur tantu gros, ch’an sun mia buna ad dirag da no. A vag subit a tör i trasentvintmela franc.

LILIANA- Oh, faccia pure con comodo.

CLOTILDE- ( Avviandosi a sinistra) No, no; ag vag subit. (Esce).

LILIANA- (Vedendo Albina entrare da destra col vassoio, nasconde l’anello nella borsetta) La tua signora è uscita un momento; puoi servire. (Albina si avvicina guardandola in cagnesco, quindi posa con malagrazia il vassoio e fa per partire) Potresti anche versare.

ALBINA- Ch’at vöda da bevar a te, bruta rufiana?! Ciamat furtunada ch’an t’ho mia ciapà par i cavì! (Esce a destra. Liliana rimette l’anello sul tavolo e versa il tè nelle tazze).

CLOTILDE- (Rientra con una busta) Ecco signora… s’la völ cuntrular…

LILIANA- (Mettendo la busta in borsetta) Si figuri, signora.

CLOTILDE- (Rimirando l’anello mentre bevono) An ved l’ura da fargal vedar a me fiöla.

LILIANA- (Rabbuiandosi improvvisamente) Sua figlia, signora…

CLOTILDE- (Sorpresa) Me fiöla?

LILIANA- Una cosa molto sgradevole… ma è meglio che non dica nulla: non voglio turbare la sua gioia.

CLOTILDE- Ma no, l’am dega.

LILIANA- Visto che insiste… Deve sapere che il mio Edoardo stava facendo il suo solito giretto in bicicletta, quando…lungo una strada di campagna… (Si interrompe come se non avesse il coraggio di continuare).

CLOTILDE- Insoma, cusa gh’era?

LILIANA- Sua figlia, signora, che stava baciando un giovanotto… E il fatto più grave e umiliante è che non era uno del nostro ceto. Era un giovinastro del popolo… un meccanico, mi pare.

CLOTILDE- Che culp! Che brut magun ch’am toca ad mandar şò!... Ah, ma l’an la passa mia lessa! (Urlando) Albina!...Albina!

ALBINA- (Entrando da destra) Cusa gh’è?

CLOTILDE- Indu ela me fiöla?

ALBINA- L’è a let.

CLOTILDE- A let da st’ura chè?!

ALBINA- La g’ha la micrania…. Ansi, la m’ha det….

CLOTILDE- (Avviandosi infuriata a sinistra) Ag la dag me la micrania!

LILIANA- (Alzandosi) La prego… comprendo la sua indignazione. E’ giusto che cerchi di emendare la sua figliola, ma sa… la mia sensibilità, il mio cuore delicato non mi permettono di assistere a disdicevoli scenate. Perciò preferisco andarmene, rinnovandole comunque tutto il mio affetto, tutta la mia stima, tutta la mia simpatia.

CLOTILDE- Vala via?... A m’an dispias, ma, s’la cred na madar… a gh’è di mument ch’la n’ag la cava mia a cuntrularas.

LILIANA- Comprendo, non tema, comprendo… Tornerò presto. (Si avvia).

CLOTILDE- Arvedla, siura e grasie ad tut.

ALBINA- (A Liliana che esce) Va’! Anca incö t’he fat la tö opera santa!

CLOTILDE- Bruta carogna d’na fiöla; ades ag pensi me! (Esce a sinistra).

ALBINA- (Sola) A gh’è ad bisogn ad tanti pulemichi parchè l’ag tös a murusi an mecanic?! E le, quand l’era zuvna, ch’ig tulevla? An masalin, ch’l’andava par li ca’ a far su i gugiöi…. Mah! (Scuotendo la testa si avvicina al tavolo per sparecchiare, vede l’anello e lo guarda perplessa) E questu, cus’hel?.... Al par quasi ….

Scena quinta

(Leonida e Albina, quindi Clotilde e Viviana)

LEONIDA- (Dal fondo) Alura, Albina, me padar el prunt par partir?

ALBINA- Tut a post. I va via dmatina, lu e Batistun.

LEONIDA- La cumpagnia giusta! Al fa ben a svagaras an po’.

ALBINA- Sì, ma al na va mia via bel sudisfat. Anca s’al na la dà mia da vedar, al g’ha sempar al panser par lù, par al sö afari cun al cumendatur Turturela… Lu, a n’as fidares a darag gnanc an scù.

LEONIDA- Cusa vöt ca sapia me padar dal capitalismo muderan? Al dè d’incö, par far furtuna, bisogna esar dinamic, intraprendent… propria cmè al

cumendatur Turturela.

ALBINA- Però, in chi fal lè, l’è dificil che al siur Minghet al sa sbaglia.

LEONIDA- (Seccato) Al na sarà mia Dominediu!

CLOTILDE- (Entra da sinistra trascinando per mano Viviana) Guarda: ecu la vergogna dla nostra fameia.

LEONIDA- Cus’hala fat?!

CLOTILDE- L’ag tös al murus, cl’ingnurantuna chè!

LEONIDA- Beh? L’an fa ben? La g’ha vint’an… Te ta m’ag tulev a murusi ca t’ag n’ev apena darset.

CLOTILDE- Me ag n’eva darset, ma a gh’eva giudessi. Le l’ag n’ha vint, ma l’an capes incor gnint. (Disperata) Pensa, Leonida, l’ag tös a murusi an mecanic! (Tra le lacrime) Un mecanic, het capì?!

LEONIDA- Ho capì: un mecanic… ben, ma al n’è mia an brut partì. Cun li machini dal dè d’incö, in ciapa fin ch’i voel di bessi!

CLOTILDE- T’an capes mia ch’al n’è mia un dal nostar ceto!... E pensar che me am l’insuniava al sö matrimoni: cun n’om distint, na persona ad valur… ca gh’es anca an titul.

VIVIANA- (Ironica) Sì, insoma, at vö dir cun l’Edoardo.

CLOTILDE- Sicur, l’Edoardo. Indu’l vöt catar an fiulin csè educà, csè fin, csè rispetus?

VIVIANA- S’l’è par al rispetus, anca trop! L’è tri an ch’l’am basiga par casa e a n’ho ancor capì s’al gnes a murusi o cosa!

LEONIDA- Dit dabun? Oltre che brut cmè la fam, l’è anca csè imbambì?!

CLOTILDE- Tasi, veh! Tasi ch’l’è mei. (A Viviana) E te, bruta ghegna, va in dla tö cambra e guai sa t’at fè vedar föra d’in casa.

VIVIANA- (Uscendo a sinistra) A vaghi po’ indu’m par a me.

CLOTILDE- Sentat che bel rispet par sö madar! (Pausa) Puvreta, la siura Liliana, che vargogna ch’l’ha patì anca le!

LEONIDA- Parchè, al sala anca le?

CLOTILDE- S’l’al sa?! Ansi, l’è stada propria le ch’l’am l’è gnuda a dir.

LEONIDA- Ma… e i tö bessi at i hala luminà?

CLOTILDE- I bessi? (Gli mostra l’anello) Varda: sul par dimustrarat che dona l’è la siura Liliana. (Sorpresa di Albina). Questu l’è n’anel ad gran valur; figurat ch’l’era dla regina Margherita!

ALBUNA- Chi?! Cl’anel lè l’era dla regina?!.. ma…

CLOTILDE- (Imperiosa) Te tasi ca t’an sé gnint! (A Leonida) Sì, veh. E la siura Liliana l’as n’è privada par darmal a me.

LEONIDA- (Sospettoso) E invece di sentutantamela, la t’ha dat cal bagai lè?

CLOTILDE- Sentutantamela?! Ma s’al g’ha an valur d’otsentmela franc!

LEONIDA e ALBINA- (Insieme) Ahan?

CLOTILDE- Sicur, ma a me l’am l’ha dat sul par an meş miliun; sentutanta ag i eva dat e incö a g’ho şuntà al rest.

LEONIDA- A g’ho na gran paura ch’la t’abia ciavà!

ALBINA- Atarchè s’la l’ha fregada! (Levandosi un anello dal dito) La varda mo chè, siura.

CLOTILDE- (Sbalordita) L’è cumpagn al me! Cuma fet a ver n’anel acsè?

ALBINA- Semplice: a l’ho cumprà.

CLOTILDE- At l’he cumprà?! Ma s’al costa…

ALBINA- Noevsentnuvanta franc; i sares stà mela, ma i fa al scunt. A l’atar dè, in sal marcà: ig n’eva na scatola pina, tuti cumpagn… A l’ho cumprà parchè a guardarl acsè al m’he piasù; i l’ha imità propria cmè quei ca custumava na volta… I g’ha fin mes an po’ ad crocia. Ho det: “Valà, par mela franc… in sarà mia cai lè ch’am buta in dal fos”.

CLOTILDE- (Che comincia a rendersi conto) L’è impusibil… an pos mia credag.

ALBINA- Ansi: la guarda la cumbinasiun! Quand a sun andada da cal banchet là, la siura Liliana l’era dre vegnar via.

CLOTILDE- (Disperata) Oddiu! Ma alura cla schifusa lè la m’ha inganà!

LEONIDA- (Urlando) Alura at se na sumaruna ca t’am vö mandar in ruina. Cal meş miliun lè l’è bele che partì! (Avviandosi) E dir che te t’ag vrev anca dar tö fiöla par nöra! (Esce a sinistra seguito da Clotilde disperata).

ALBINA- La l’ha ciavada ben! A g’ho piaser: acsè la sa sviluppa… Ma… e pensar che me ag l’ho det tanti volti d’an fidares mia da cla dona lè!

BUIO IN SCENA

Scena sesta

(Albina, Clotilde e Viviana)

(Alcune settimane dopo. Al riaccendersi delle luci Clotilde, seduta, sta ricamando)

VIVIANA- (Entra dal fondo con due buste, una aperta e una chiusa)  I ha purtà la posta: questa l’è par me padar… (Posa la busta chiusa sul tavolino) e

 questa l’è dal nonu. (Verso la cucina) Albina! Senti cusa scriv me nonu.

ALBINA- (Comparendo sulla porta) Uh, cusa disal? (Clotilde si finge non interessata).

VIVIANA- Al scriv da Taormina: al dis che la stagiun l’è bela, ch’is divertis e che Batistun al ciapa spes la bala… E po’, senti: “Viviana non preoccuparti se tua madre mette delle difficoltà al matrimonio; sposati tranquillamente che poi ci penso io”… E po’, senti chè: “Cara nipote, devi dire a tua mamma che non si sogni di mandare via l’Albina, perché senò, quando torno, facciamo i conti”. (Controscena stizzita di Clotilde).

ALBINA- Ma pensa: al s’è ricurdà anca ad me!... Dim an po’: indu ela cla Taormina lè?

VIVIANA- E’ in Sicilia. Dicono che è un posto bellissimo: voglio andarci con Marco in viaggio di nozze. Beh, adesso vado subito a rispondere al nonno. (Si avvia a sinistra).

ALBINA- Brava… e salutal anca par me. (Viviana esce).

CLOTILDE- (Alzandosi adirata) Cal vecc lè, al s’incred da vegnar a cmandar anca ades ch’l’è via! (Ad Albina) E te t’at godi, neh… at pensi ad puder far i toe comud, ma ades, cara, i è cambiadi li robi: atac ai me bessi a ga cmandi me! E te at poe vansar da sperar in Minghet, parchè, s’at voi mandar via, a pos faral quand am par.

ALBINA- Oh, s’l’è par quel, l’è tant ch’al so ch’la speta sul l’ucasiun buna par licensiarum… S’la völ vegnar a vedar in dla me cambra a g’ho già la valis prunta; an gh’in faghi mia na malatia, sala?.. Parchè me, cara la me siura, dli padruni cmè le an cati fin ca voi.

CLOTILDE- Ah, at la tö a cla manera lè! Bene; datu ch’at gh’è la valis prunta, va’ mo a tör la tö roba e partes: ta vdirè che stavolta a n’at ciam mia indrè ad sicur! (Apre un cassetto e ne estrae una penna e il blocchetto degli assegni; si porta al tavolo e si mette a scrivere).

ALBINA- Alura la m’ha licensià ?

CLOTILDE- (Scrivendo) Certo: ades at fag  l’ asegn… at pag anca i ot dè: acsè at se a post e at pö andar pr’al tö destin. (Le consegna l’assegno) Tö! At pö andar… e anca sa ta n’am ve mia a catar, al sares an gran bel fat.

ALBINA- Mia törat zo: a vaghi subit. (Avviandosi a destra) Varda: me a n’inguri dal mal a ninsun, però tet in na ment che… sa runa la palera, alura a n’as sa mai ca ta n’am vegn a sarcar! E chisà ca n’at turna in ment ad quand a lavuravum in rişera.

CLOTILDE- (Mentre Albina esce, strafottente) Ma cusa vöt ca runa?! Valà: gira! Propria ad te a g’ho ad bisogn! Par cal bel genar ch’at se! (Rimasta sola, siede soddisfatta) Se Diu völ ag l’ho cavada! (Osserva distrattamente la lettera sul tavolino) A gh’è na letra par me marè. (Osservandola meglio) La par la calligrafia d’na dona. (La annusa) L’è anca profumada… An vres mia che… (La posa, ma poi la ripiglia) Ah, ma me a la lesi, vöt mo vedar che… (Apre la busta e legge la lettera in un susseguirsi di gesti indignati e costernati) “Amore, amore mio… <Povra me: an gh’è pù scamp!>... Perché non ti sei fatto più vivo? Da due mesi ormai aspetto tue notizie per posta o per telefono: niente, mai niente per me. O Leonida, possibile che non ti ricordi quei quindici indimenticabili giorni di Amalfi? Io sentivo che le tue carezze, i tuoi baci, le tue promesse erano sincere; come puoi aver dimenticato? Mi dicevi che ci saremmo sposati presto… <Adiritura l’al völ spusar, cla roja lè!>… Ma io non posso rinunciare a te; ti prego, non farmi morire. Il giorno 28 verrò a trovarti… <Ma l’è dman!>… Ti amo, ti amo disperatamente. Tua per sempre Katia. P.S. Forse hai dimenticato l’indirizzo; eccolo: Katia Cerretto; via del Pioppo 24, Firenze”. (Posando il foglio sbalordita) Che laşarun d’an marè! Al m’ha propria mes i coran! (Piange; dopo un po’ si rialza, si asciuga le lacrime e si dirige al fondo chiamando verso l’esterno) Gabriele! Ve chè ca g’ho ad bisogn.

Scena settima

(Gabriele e Clotilde)

GABRIELE- (Arrivando trafelato) Eccomi signora… L’am dega pur.

CLOTILDE- Gnint, a vreva sul far do babli cun te.

GABRIELE- Cun me, siura? (A sè) La g’ha an tratu delicà ch’am pias poc.

CLOTILDE- Sentat chè… at daghi quel da bevar.

GABRIELE- La scarsarà… me a sun l’autista!

CLOTILDE- (Prendendo dal mobile liquore e bicchierino) Cusa völ dir? T’al sé che me a sun na siura a la man e demucratica.

GABRIELE- (Mentre Clotilde versa da bere) Atarchè, al dgeva ier cun l’Albina: “As pudem ciamar furtunà nuantar; la nostra padruna l’as völ ben. La n’è mia ad queli che, parchè li g’ha tri franc, l’it trata cmè na bruta bestia.

CLOTILDE- Questu t’al pö dir pian e fort. (Resta in piedi) Dunchina, in cunfidensa, cusa faval me marè, st’istà quand a seruv al mar?

GABRIELE- Sö marè? Cusa völla ch’ag dega… Ad me al na gh’eva quasi mai ad bisogn. Pù che atar al discuteva d’afari cun al cumendatur Turturela… As capes ch’i n’arà mia sempar parlà d’afari.

CLOTILDE- (A sé) Het capì? Al lasava  libar l’autista parchè al na vdes mia li purcherii ch’al cumbinava. (Forte) Ma propria a n’al vdevat mai?

GABRIELE- Li pochi volti ch’al vdeva l’era sempar cun al cumendatur.

CLOTILDE- Eri sempar da par lur?

GABRIELE- Ma sé, da par lur!... I gh’eva sempar dli beli fioeli d’inturan. Oh, intandemas: mia ch’i fes dal mal… Ma la sa cum l’è: quand serti doni li ven a saver ca gh’è in circulasiun da chi “alti papaveri” lè, un po’ ad rigir ag nas sempar… ma sensa di fat a l’arversa, ca s’intandema ben.

CLOTILDE- (Trattenendosi a stento) O macchè, figurat s’i fava dal mal! Sì, sì, valà: ho bele che capì tut… Beh, ades,  va pur par i tö master.

GABRIELE- (Alzandosi) Subit, siura… i me rispet. (Esce dal fondo)

Scena ottava

(Clotilde e Leonida)

 CLOTILDE- (Sola) A sun propria cornuta! E me ch’am cardeva… (Riapre la lettera riguardandola disperata) E le, cla sprudantada lè,la g’ha al curagiu da vegnal a catar! Ah, ma ch’in s’in creda mia da pasarla léssa: cum la riva, ag cav i occ.

LEONIDA- (Comparendo allegro dal fondo) Ciau, dolce metà.

CLOTILDE- (Aggressiva) Sé, at la dag me la “dolce metà”, brut gugiöl d’an spurcaciun ca t’an se atar!

LEONIDA- Ben, ma set mata?!

CLOTILDE- At fè anca finta d’an saver gnint. At se propria sensa reputasiun! (Mettendogli la lettera sotto il naso) Chè a gh’è la pröva… saltafos d’an ruvinafamei!

LEONIDA- (Sempre più sorpreso) Ma la pröva ad cosa?

CLOTILDE- La pröva ch’at m’è mes i coran… lesi, lesi pur. (Leonida scorre rapidamente la lettera) A voi vedar s’at gh’è al curagiu ad negar.

(Melodrammatica) Traditur… ma parchè m’het fat n’asiun csè bruta?

LEONIDA- (Incredulo e stupefatto) Ben, ma che rasa d’an schers elquestu?! Me, cla Katia chè, an so gnanc chi l’as sia… at sicuri che…

CLOTILDE- Che spudurà! At gh’è anca al curagiu da far al gnognu davanti a la letra! L’è inutil ch’at fag al cumediant; anca s’at gh’è méla faci cmè li putani, stavolta a n’at cred mia… (Lo aggredisce con furia e lo costringe ad una precipitosa ritirata verso destra) A t’al dag me, lazarun…

LEONIDA- (Cercando di fermarla) Ma s’at deghi che…

CLOTILDE- (Incalzandolo) A ta sgarbes vis chi du sbafiun da porc ch’at gh’è… pel par pel. A t’insegn me a rispetarum! (Escono entrambi da destra)

SIPARIO

ATTO  TERZO

Scena prima

(Viviana e Marco, quindi Clotilde)

VIVIANA- (Il mattino dopo. Entra dal fondo con Marco) Che simpatico quel Don Silvano: hai sentito cosa ci ha detto? A sun cuntenta ch’al   sia   lu    a

spusaras.

MARCO- (Titubante) L’era mei ca ta spetes föra; sa ve tö madar…

VIVIANA- T’an gh’arè mia paura ad me madar… Lassa ch’la crida fin ch’ag     par. Ansi, invece che sempr’at taşi, pröva mo’ anca te a rispondag e a farat rispetar.

MARCO- Ma cusa dit?... In fondo l’è tö madar.

VIVIANA- S’l’è anca me madar, l’è ura ch’la taca a misurar li paroli. L’at l’arà det des volti ch’la n’at völ mia par şénar: taca mo’ a reagir!

CLOTILDE- (Da destra, contrariata) Quante volte ti devo dire di non portare in casa questo individuo!

VIVIANA- Cl’individuo chè l’è al me murus e a casa mia a gh’al fag vegnar fin ch’am par. Sunia stada ciara?

CLOTILDE- Ma vu, şuvnot, pusibil ch’an capig mia ca pardì al vostar temp? A sì cmè quei ca völ andar in cieşa a dispet di sant. A sì an bel ragas, educà… ma an sì mia al tipu ch’am vaga ben.

MARCO- Siura, ma an g’ho mia d’andarag ben a le: l’è sö fiöla ca spusi.

CLOTILDE- Ma l’è impusibil! Bisogna ca v’an randìghi cunt.

VIVIANA- Veh, mama, datu ch’l’è impusibil, ch’at sapii che stamattina a sem andà a far richiesta.

CLOTILDE- Cosa?! (Piomba a sedere esterefatta) Povra me!

MARCO- Su, su, l’as faga curagiu. La vidrà che bei anvudin ch’ag regalem!

CLOTILDE- Tasi, “cacciatore di dote”… Ah, ma da me t’an cuchi gnint! Putost che lasàrg an franc a cla disgrasiada chè, a i a brusi tuti!

MARCO- S’l’è par quel, me a la me dona a pos darag da magnar anca sensa i sö bessi.

VIVIANA- Cusa vöt star lè a perdar dal temp; ch’la faga quel ch’la völ… (A Clotilde) Putost, indu ela l’Albina, ca g’al voi dir?

CLOTILDE- Cusa vöt ca sapia me dl’Albina? L’è partida ier sira.

VIVIANA- Cum’a sares a dir: l’è partida?

CLOTILDE- A sares a dir ch’am sun daspgnada. A l’ho licensiada.

VIVIANA- (Urtata e dispiaciuta) Che carogna! At l’è licensiada csè… sensa motivo.

CLOTILDE- Al gh’era mo’ al motivo! A sarò ben padruna ad far cum’am par, almen a ca’ mea. Incö a telefoni in agensia; me an badi mia a spesi, basta ch’im manda na serva “come si deve”.

VIVIANA- Ecu parchè t’he lidgà tuta not cul papà: l’era par l’Albina.

CLOTILDE- Certo, par cal lè… e anca par n’antar fat.

VIVIANA- Par cosa?

CLOTILDE- Te mia star mal. (Sconsolata) Signur, che bruta giurnada! La fiöla ch’l’am fa murir ad crepacör, al marè… Fem un piaser: andè via. A g’ho sul voia da piansar da par me.

VIVIANA- (Avviandosi irritata) Andiamo, ma non credere di commuoverci con i tuoi piagnistei. (A Marco) Cusa vöt farag: la g’ha na testa acsè, bisogna cumpatirla. (Escono entrambi dal fondo).

Scena seconda

(Clotilde, poi Katia)

CLOTILDE- (Sola) E ades cuma faghia? Che brut mument

ch’am toca ad pasar!... Almen ch’ag fus l’Albina: le l’am dares an qual bun cunsigliu… forse ho fat mal a mandarla via. (Campanello d’ingresso) Mamma Santa, ch’la sia cla dona là?... Bisogna ch’am calma. (Di nuovo campanello) S’l’è le, ag salt ados cmè na bruta bestia… a la ciap pr’i cavì e… no, no, l’è mei che prema ag ragiona an po’. (Ancora campanello) Avanti, la porta l’è verta.

KATIA- (Entra dal fondo. Ĕ giovane,  bella ed elegante) Buon giorno.

CLOTILDE- (A sé) Mamma mia, l’è şuvna e bela! (Forte) Desidera?

KATIA- Io sono Katia; spero che Leonida le abbia parlato di me.

CLOTILDE- (A sé) Che spudurada! (Forte) Me ch’am sapia…

KATIA- (Rattristata) Oh, pensavo che… Se permette mi siedo e le spiego.

CLOTILDE- (Sarcastica) An gh’è mia tant da spiegar! Comunque, se vuole accomodarsi. (Katia siede, Clotilde resta in piedi).

KATIA- (Imbarazzata) Mi dispiace che non sia al corrente della faccenda.

CLOTILDE- (Brusca) Veramente qualchecosina la so anch’io.

KATIA- (Ansiosa) Allora Leonida le ha accennato a me?

CLOTILDE- Beh, insoma: pù e menu.

KATIA- Ma allora non mi tenga sulle spine. Perché non è qui ad aspettarmi? Forse non ha ricevuto la mia lettera?... O forse non mi ama più? Me lo dica,

signora, me lo dica se non mi ama più.

CLOTILDE- (Arrabbiata) A me ta m’al dmandi?! Fin chè ho purtà pasiensa, ades, però, am par ch’la pasa la misura! Che sbrumbulada dna dona!

KATIA- La prego, non infierisca… Suo figlio le ha parlato tanto male di me?

CLOTILDE- Me fiöl?!... Ma qual me fiöl?

KATIA- Santo cielo, ma Leonida!

CLOTILDE- Ma cus’at salta in ment?! (Minacciosa) Ah, ades ag rivi: t’am vö tör in gir; at m’he det ch’l’è me fiöl par farum capir ca sun vecia. Ma ta n’ag vè mia föra d’ad chè sana; a sarò vecia, ma la forsa da sgranfgnarat la ghegna ag l’ho incora!

KATIA- (Alzandosi spaventata) Insomma, si può sapere chi è lei?

CLOTILDE- An sun mia sö madar, a sun sö muier! E te, scusa sa t’al deghi, at se na bela svadlada, ch’at m’al vö purtar via.

KATIA- Sua moglie?! E’ impossibile… Leonida è scapolo.

CLOTILDE- Questu at l’ha dat d’intendar lù… Cara, ta n’al cunos mia te. Cal lè l’è an laşarun, l’è capas da tut.

KATIA- (Scoppia a piangere) Il mio Leonida… è solo un impostore, un vigliacco. E pensare che aveva promesso di sposarmi… Invece era già sposato… e per giunta con una vecchia!

CLOTILDE- Veh cara, bada a quel ch’at dì, parchè a fag prest a mularat du gramun. At cumpatési parchè at se innamurada marsa ad me marè… e t’an gh’è mia culpa. Ma darum dla vecia acsè, l’am par am po’ trop!

KATIA- Mi scusi, ma lei, a dir poco, avrà quarantacinque anni.

CLOTILDE- Quarantatri e mez, s’l’è par quel!

KATIA- E dunque?... Leonida potrebbe essere suo figlio.

CLOTILDE- Cusa dit, veh, disgrasiada?! Leonida al g’ha quarantasiè an. At se te putost ch’at duvres vargugnarat a metrat cun n’om ch’al pudres esar tö padar.

KATIA- Quarantasei ?! Lei scherza. Ne ha ventiquattro.

CLOTILDE- Adiritura! Va ben ch’at se n’esaltada, ma questa l’è trop grosa!

KATIA- (Piangendo) Quel mascalzone! Ha rovinato la mia vita.

CLOTILDE- Ades po’, an gh’è mia ad bisogn ch’l’as la töga csè tant… L’è tantu şuvna e bela che di murus l’an cata fin ch’la völ.

KATIA- Ma io amo Leonida, capisce?... Lo amo, lo amo, lo amo.

CLOTILDE- Eh, lo amo, lo amo… Cusa saral po’ stu Leonida? Ma sé; al n’è mia an brut umas, ma al g’ha i sö anet… e po’, ag n’è anca ad pù bei… Me l’è vintidu an ca l’ho spusà e l’è giusta ca m’al tegna, ma te, basta ch’at pesti in tera, ch’an salta föra mela mei che Leonida!

Scena quarta

(Leonida e dette, quindi Gabriele)

LEONIDA- (Dal fondo, stravolto e disperato) Clotilde!... Clotilde!

CLOTILDE- (A Katia) Ecul chè, al tö Leonida. Varda che bel genar!.. (A Leonida) Ma cusa g’het? Che occ da mat ch’at fè! (Sarcastica) L’è chè la tö fiama. L’è chè ch’la t’aspeta!

KATIA- (Stupita) Questo sarebbe Leonida?!

CLOTILDE- Eh, chi hal da esar?

KATIA- Ma no. Questo non è il mio Leonida! Non è l’uomo che amo io.

CLOTILDE- Ma… alura…

LEONIDA- (Esplodendo) Alura basta! Chi ela cla fanatica chè? Mandla via. Fam un piaser: mandla via ch’an g’ho mia voia ad paiasadi.

KATIA- Ma il mio Leonida dov’è? Dove posso trovarlo? (Si siede affranta).

CLOTILDE- Alura t’an m’ he mia mes i coran! Ta m’ he sempar vrù ben!

LEONIDA- (Disperato) Ma cusa vöt pensar ai coran, ingnuranta!.. Cun la disgrasia ca s’è capità.

CLOTILDE- (Rendendosi conto) Quala disgrasia?

LEONIDA- A sun ruvinà, Clotilde! An gh’em pù gnint, a sem a la miseria!

CLOTILDE- Noo!... Ma cusa dit?

LEONIDA- Turturela, l’è stà lu ch’al m’ha fat al bidun… L’è scapà in dal Libano cun tuti i bessi dla società. E me, a m’è armas sul i occ da piansar… e i debit da pagar!

CLOTILDE- (Piange) Alura a gh’eva ragion toe padar… e anca l’Albina…

LEONIDA- Purtrop. Quand i ma dgeva: “Sta atenti che sa runa la palera…” E ades l’è propria runada… e par culpa ad Turturela… pensar che me padar am l’ha det tanti volti d’an fidarum mia ad cl’om lè!

CLOTILDE- (Sedendosi) Mamma cara, che disastar!

LEONIDA- Ades a vendarò la machina, e po’ al tö or… li tö pelici…

CLOTILDE- (Lamentosa) Li pelici no. Lassa almen ch’an tegna una: quela ad visone. Ag voi ben cmè a na surela.

LEONIDA- Cara, bisogna ca t’at rasegni. Bisogna vendar par realisar quel… almen ca paga i debit.

CLOTILDE- ma e dopu, cuma femia?

LEONIDA- Cusa vöt ca faga? Am mitrò a lavurar.

CLOTILDE- (Sempre frignando) E me? Am tucarà ad lavurar anca a me?! Ades ca sun viada a far la veta dla siura… a esar sarvida.

LEONIDA- Cum t’he fat prest a viarat, at farè prest anca a dasviarat!

KATIA- (Ha seguito con moderati gesti di interesse. Si avvicina ai due) Mi scusino, sono dolente di disturbare in un momento come questo.

CLOTILDE- Cara la me signurina, la ved anca le cuma sem mes… Me, ch’am sapia, Leonida l’è questu. Se le l’an serca n’antar, an so cusa dirag… Cusa völla mai, putost che quel ca m’è suces, ares ingugnà luntera anca soquanti curnet!

KATIA- Signor Leonida, mi dispiace di averle arrecato delle noie.

LEONIDA- Gnint, gnint: cusa völla ca cunta cli robi lè.

KATIA- Non si perda d’animo, vedrà che riuscirà a risollevarsi. Pensi che mio padre è fallito due volte e tutte due è riuscito a riprendersi e a diventare più ricco di prima.

LEONIDA- Ah, parchè sö padar…

KATIA- E’ uno dei più importanti industriali di Firenze.

GABRIELE- (Da fuori) Con permesso.

LEONIDA- Avanti; ve pur dentar, Gabriele.

GABRIELE- (Entra) A sera gnù a vedar se…

KATIA- (Lo interrompe urlando)Leonida! Leonida! Che fai tu qui, vestito in quel modo?!

GABRIELE- (Riconoscendola) Mamma mia chi gh’è!... Permesso, a vegn dopu, siur Leonida. (Esce precipitosamente dal fondo).

KATIA- Fermati Leonida… dove vai? (Esce a sua volta ricorrendolo).

LEONIDA- Het capì al Leonida ch’la sarcava: l’era l’autista!

CLOTILDE- Al s’è fat pasar par te al mar par puder andar a la pel a cla dona lè. L’è propria sensa reputasiun!

LEONIDA- L’ha fat ben a divertiras… al gh’eva anca la me machina a dispusisiun… L’era mei ch’am gudes anca me, invece ca stava sempar in albergo a farum fregar da cal ladar ad Turturela.

CLOTILDE- Tasi: mia luminarum cal fat lè, che quand ag pensi, am ven an fat ados… ch’an so gnanca me cusa fares.

LEONIDA- Va’ mo’, Gabriele, che bela fiulina ch’l’eva catà: pina ad béssi!

CLOTILDE- Vöt mo’ vedar ch’al la spusa!

LEONIDA- An cred  po’ mia.

CLOTILDE- S’at l’es santuda prema! La gh’è mata adrè.

LEONIDA- La sares grosa! Me, ca sera al padrun, a m’è runà ados la paléra e a sun armas in buleta… lù, ch’al na gh’eva gnint, a dventa an siurun. L’andrà a fnir ch’am tucarà d’andar me a far l’autista da lù!

CLOTILDE- Mia dir acsè. At vadrè che cun an po’ ad pasiensa as met a post tut. Ta n’he sintù: anca al padar dla Katia l’era falì do volti.

LEONIDA- Ad sicur cun an mucc ad miliun in banca in Svisera. A cla manera lè as fa prest a tiraras su! Ma me, indu vöt ca i a cata i miliun?

CLOTILDE- Ma Diu, chisà che a parlar cun tö padar…

LEONIDA- Me padar?! Cun la rabia ch’al g’ha, al na ma slonga an fenag gnanc s’l’am ved a limosna. L’era mei ca gh’es dat ascult quand l’era ura.

CLOTILDE- A sem stà du stupid, tant te cmè me… Ma lù l’è tant bun|

LEONIDA- Brava ingnuranta ! Ades t’al dì ch’l’è bun, dopu che par vint an at l’he tratà cmè ‘n can ! An deg mia par nostra fiöla, che le sens’atar al la iuta ; ma nuantar, varda, a n’as völ gnanc sentar a tòsar.

CLOTILDE- E s’at pruves a scrivag…

LEONIDA- Gnanc pr’insoni! An cunta gnint e po’ me an m’arbàssi mia a dmandarag aiut propria a lù. A g’ho anca me al me orgoglio.

CLOTILDE- L’orgoglio l’è mei ca t’al las a quei ca s’al pöl permetar. Te at g’he ad bisogn ad béssi, mia d’orgoglio… E po’, veh, s’at g’he dli gnoli, a ga scriv me. (Si avvia a sinistra).

LEONIDA- (Seguendola sconsolato) Pruvem pur, ma a fem an bus in dl’acqua. (Escono entrambi).

Scena quinta

(Katia e Gabriele)

KATIA- (Dal fondo, seguita da Gabriele) Mascalzone! Questa non dovevi farmela: hai tradito il mio amore e la mia fiducia!

GABRIELE- Sei ingiusta. Che c’entra se invece di Leonida mi chiamo Gabriele? Io sono sempre la stessa persona; ti amo come e più di prima. Possibile che tu non capisca!

KATIA- Capisco solo che sei un furfante.

GABRIELE- (Arrabbiato)  Ah, ades a sun an furfante! Prema, quand a s’era Leonida Tironi “ricco industriale”: amore, tesoro e tanti beli paroli. Ades, parchè a sun an povar disgrasià d’an lavuradur, t’am trati ad “mascalzone”, “furfante” e tuti cli beli delicatessi lè!

KATIA- Che intendi dire? Che ti amavo solo perché ti credevo ricco?!... Ma se io sona già ricca sfondata! Figurati che m’importava dei tuoi soldi!

GABRIELE- Oh, macchè!...  L’è la solita fola: i bessi i ciama sempar di atar bessi. Vuatar siur a gh’i al stomac sensa fond: pù a magnè, pù magnaresuv!

KATIA- Non voltare la frittata. Andrà a finire che la mascalzona sono io e tu una povera vittima.

GABRIELE- Beh, insoma, cus’hoi po’ fat da csè brut?

KATIA- Oh, ma niente! Mi hai mentito spudoratamente, ti sei spacciato per

 un’altra persona, mi hai fatto mille promesse… per poi sparire  senza farmi sapere più nulla di te.

GABRIELE- E perché ho fatto questo? Lo sai tu il perché?

KATIA- Come posso sapere il perché se non me lo dici?!

GABRIELE- E te lo dico subito: è stato per colpa tua!

KATIA- Colpa mia?! Ma tu vaneggi.

GABRIELE- No, a so quel ca deg. Sì, perché tu, se invece d’andare in quel lussuoso albergo a far sfoggio della tua scandalosa ricchezza, fossi andata in un normale alberghetto, quello che è successo non sarebbe successo.

KATIA- Cosa c’entra poi l’albergo?

GABRIELE- C’entra sì. Cosa credi… che un povero disgraziato come me non si trovi a disagio in un ambiente del genere? Se mi fossi presentato come un qualunque autista, tu per prima non ti saresti neanche degnata di rivolgermi la parola… E alura cusa vöt ca fes me? Ho pensà da farum pasar par un “ricco industriale mantovano in vacanza”.

KATIA- (Perplessa) In fondo non hai tutti i torti… Ma poi, quando ormai mi ero innamorata di te, perché non hai confessato tutto?

GABRIELE- (Appassionato) A vreva dirtal, ma an g’ho mia vù al curagiu… Credum: am turmantava ad dentar da me, ma an catava mia la forsa ad dirat la verità. Se te t’am piantavi, cusa favia me ca s’era cot cmè an pivrun… an pudeva mia vivar sensa ad te.

KATIA- (Più arrendevole) Bugiardone, non posso crederci.

GABRIELE- (Sedendo sul divanetto accanto a Katia) E anca ades, cusa credat? At voi tant ben; par me chi du mes chè i è stà n’inferan… (Cercando di accarezzarla) A pensava sempr’a te: dè e not.

KATIA- (Scattando in piedi) Non è vero!... Perché allora non mi hai mai cercata? Perché non mi hai mai scritto?

GABRIELE- (Alzandosi) Smettila di tormentarmi così! Che altro potevo fare? Scriverti, per mantenere in vita una menzogna ripugnante? Ho preferito cercare di sparire, racchiudendo nel cuore il mio dramma d’amore e sperando che almeno tu potessi dimenticare.

KATIA- (Commossa e convinta) E invece no, non ho dimenticato perché anch’io ti voglio tanto, ma tanto bene! (Si abbracciano affettuosamente).

GABRIELE- Allora mi perdoni…

KATIA- Ti perdono tutto, ma non mi scappi più. Domattina ci mettiamo all’opera per preparare i tuoi documenti; poi verrai con me a Firenze: ci sposeremo fra un mese. Va bene?

GABRIELE- (Abbracciandola di nuovo felice) Benissimo.

                                                   Scena sesta

(Liliana e detti)

LILIANA- (E’ entrata dal fondo e ha osservato scandalizzata l’ultima parte della scena) Che scandalo! Ti pare giovanotto che il salotto della signora Clotilde sia il luogo più adatto per le tresche amorose della servitù? Non temere: i tuoi padroni saranno informati. Sono certa che prenderanno severi provvedimenti nei tuoi confronti.

GABRIELE- Sl’al dis le, siura.

KATIA-  Chi è questa megera?

GABRIELE- L’è una ca g’ha an po’ da spùssa sota al nas. Aspettami di là: ti raggiungo subito. (Katia esce dal fondo dopo averlo di nuovo abbracciato).

LILIANA- E adesso, se le tue effusioni sono finite, vuoi finalmente annunciarmi alla signora Clotilde?!

GABRIELE- An so mia se la siura la gh’abia voia… Forse a sares mei che…

LILIANA- Forse sarebbe meglio che tu stessi zitto, impertinente! La porta della signora Clotilde è sempre aperta per me. Và, non tollero indugi!

GABRIELE- A vaghi, gnint paura. (Esce a sinistra per rientrare poco dopo). I signori stanno venendo. (Via dal fondo).

LILIANA- (A sé) Ah, c’è anche lui… Sarebbe meglio che non ci fosse.

Scena settima

(Clotilde, Leonida e Liliana)

CLOTILDE- (Da sinistra) Buon giorno signora; che bella sorpresa!

LILIANA- Cara signora Clotilde, come va? (Porge la mano a Leonida) Buon giorno, signor Leonida.

LEONIDA- Buon giorno, buon giorno. (Le indica una poltrona dall’altro lato del palcoscenico) L’as còmuda pur, ca gnem subit anca nuantar.

LILIANA- Grazie. (Va a sedere).

CLOTILDE- (Piano a Leonida) Ch’l’abia bele che savù tut?

LEONIDA- (Piano a Clotilde) Impusibil. S’la l’es savù l’an sares gnanc gnuda, parchè chè tant l’an gh’ares pù gnint da scrucar.

CLOTILDE- (C.s.) Leonida, caru, a g’ho voia da sfugarum: chilè la capita propria a pruposit… Lassa ca la picia subit.

LEONIDA- (C.s.) Speta an mument; almen ch’la dega quanti bessi la völ.

CLOTILDE- (C.s.) Lassa far a me: at vadrè che stavolta la i paga tuti.

LEONIDA- (C.s.) Veh, ma sta mia esagerar.

CLOTILDE- (C.s.) Ma no, vöt ca sia mata! (Forte, avvicinandosi a

 Liliana) Dunque, cara signora, qual buon vento?

LILIANA- Un caso particolarissimo, un problema di casa mia; per risolverlo  ho pensato a loro, alla loro squisita cortesia, al loro arcinoto “savoir faire”.

LEONIDA- Le sue lodi ci confondono; ma la dega: a sun tut urèci.

LILIANA- Si tratta di questo: mio marito è all’estero per un congresso e, distratto com’è… Sa noi siamo di quelli che al vile denaro ci sputano sopra… insomma, fatto sta che prima di partire si è dimenticato di firmarmi l’assegno per il mantenimento della famiglia… Ed io… come dire? Adesso mi trovo in un leggero imbarazzo.

CLOTILDE- E l’ha pensà da vegnar chè da nuantar… Ma certo: l’ha fat ben. Neh Leonida ch’l’ha fat ben?

LEONIDA- Atarchè! A sun fin cumòs. Ma la dega  pur quanti bessi ag völ.

LILIANA- Oh, non si tratta di molto: centomila lire.

CLOTILDE- Eeh, par sentmela franc!... Però me, siura, a g’ho « un debito morale » in di sö cunfrunt e, perciò, a voi far di pù… Cusa völla mai… “una mano lava l’altra”… L’aspeta chè un mument. (Esce a sinistra).

LILIANA- (Perplessa) Non riesco a capire cosa vuol fare la sua signora.

LEONIDA- Un po’ ad pasiensa: la vidrà che bela sorpresa!

CLOTILDE- (Rientrando con un involtino in mano) Sala cus’ho pensà? Che darag semplicemente i sentmela franc l’an sia mia n’asiun degna ad na dona dla me purtada. Invece di bessi la guarda cus’ag dag… (Estrae dall’involtino l’anello del secondo atto, mettendolo sotto il naso dell’esterefatta Liliana).

LILIANA- Ma questo è…

CLOTILDE- L’anel dla regina Margaréta… Par me l’è trop.

LEONIDA- Eh sì: l’è na roba trop bela par me muier. Le l’an g’ha mia al sanguv bleu : l’an gh’arced mia cun n’anel csè fin.

CLOTILDE- L’al toega: sul le l’è degna ad purtar “una simile rarità”!

LILIANA- (Alzandosi titubante) Troppo buona, signora… ma… veramente avrei preferito un po’ di contante.

CLOTILDE- (Cominciando a farsi aggressiva) Niente scrupoli, signora! Ades l’as porta a casa cl’anel chè ch’al g’ha an valur d’otsentmela franc… A gh’al dag cun tut al cör. (Liliana fa per prenderlo, ma Clotilde ritira improvvisamente la mano) Un mument! Certo che a girar par strada cun an valur acsè, a gh’è da star atenti.

LILIANA- Non tema; lo custodirò con cura.

CLOTILDE- E indu’l metla?

LILIANA- Ma… lo metterò nella borsetta.

CLOTILDE- In dla burseta?! No, no… e sa gh’è an qual malintensiunà ch’l’abia sintù l’udur di “un così famoso oggetto d’antiquariato”? L’è bun da farag al “scippo”… e alura: adiu batel!

LILIANA- (Che guarda l’uscita con ansia) Lo metterò al dito.

CLOTILDE- Par carità! Sens’atar an qual laşarun, “attratto dallo splendore del meraviglioso diamante afgano”, al perd la testa e ag salta ados par sgrafignargal via. E s’al na l’es mia d’aver… mamma mia! Al pudres anca dastacarag al dì cun an musgun!

LILIANA- (Spaventata) Ma… allora?

CLOTILDE- (Avvicinando minacciosamente l’anello alla bocca di Liliana) Al sala cus’l’ha da far? La s’al meta in boca e l’al manda şò; quand l’ag l’ha in dla pansa, chi völla ch’a gh’al roba?

LILIANA- (Terrorizzata, mentre Clotilde continua a minacciarla) Ma lei è pazza!... signor Leonida mi aiuti… sua moglie…

LEONIDA- (Tranquillo) Purtrop, siura, ogni tant ag ve cli crisi lè; ma al psichiatra al dis ch’l’è na roba da gnint. Basta lasarg far quel ch’la völ, che dopu l’as calma.

CLOTILDE- Sé, a voi ca t’al magni! Avanti, vers cla boca lè!

LILIANA- (Divincolandosi) No, no, aiuto! (Fugge verso il fondo, ma Clotilde le sbarra la strada, allora si rifugia a destra in cucina).

CLOTILDE- (Inseguendola in cucina) T’ag se in trapula: ades a fem i cunt! (Dalla cucina giungono urla, rumori e schiamazzi. Leonida si avvicina alla porta e osserva compiaciuto. Poco dopo Liliana esce di corsa, urlando, con i capelli scompigliati e fugge dal fondo. La insegue Clotilde agitando in una mano la scopa e nell’altra la parrucca di Liliana). Guarda, Leonida… guarda: l’è falsa fin in di cavì! (Esce dal fondo).

BUIO IN SCENA

Scena ottava

(Leonida e Clotilde, quindi Battista, Marco e Viviana)

CLOTILDE- (Circa un mese dopo. Al riaccendersi delle luci Clotilde entra dal fondo con una pelliccia sotto braccio. Leonida seduto la sta aspettando. Mesta) An g’ho mia vù al curagiu ad dargla…l’am vreva dar sul dusentsinquantamela franc…  pensar ch’a l’eva pagada pù d’an miliun.  Ades cuma femia? An gh’è pù gnint da vendar e a gh’è incora tri miliun at debit.

LEONIDA- Se Diu völ i tri miliun in gh’è pù da pagar.

CLOTILDE- (Lietamente sorpresa) Ben, ma cum’het fat?

LEONIDA- E’ rivà n’asegn a l’avucat e al debit l’è saldà.

CLOTILDE- Tö padar?! L’era ura ch’as fes viv, cal pastament lè!

LEONIDA- Sé, ma sta mia farat dii illusiun… Al s’ha mandà anca n’espres.

CLOTILDE- Cusa disal?

LEONIDA- Prema ad tut al dis che la Viviana e sö marè i è sta là cun lur e ch’i s’è divertì un mond.

CLOTILDE-  Almen ch’la posa pasar na bela veta le, la me putleta.

LEONIDA- Dopu al taca la pulemica: al s’an dis ad tuti i culur!

CLOTILDE- Ag l’hal anca cun me?

LEONIDA- Cun te?! Varda: at n’ha catà föra tanti ca gh’an sares abastansa par far an rumans.

CLOTILDE- Mamma cara! A g’ho paura ch’l’as meta mal. La va a fnir ch’as buta föra ad casa! (Disperata) Povr’a nuantar! Cuma femia Leonida?... Ma propria an dişal gnint ch’as posa sperar?

LEONIDA- Gnint cara… gnint prumesi… Al dis sul ch’i riva tuti incö. (Guarda l’orologio) Ansi, i duvres bele che esar chè.

CLOTILDE- Incö?!... Ma alura… (Campanello d’ingresso) Chi è ca suna?.. Vöt mo’ vedar ch’i è lur! (Corre alla porta).

CLOTILDE- (Si trova davanti Battista, Marco e Viviana) Sa sì già rivà! Che bela cera ca gh’i tuti!

BATTISTA- Te, invece, t’am par an po’ sbatuda.

CLOTILDE- A v’al deg me ca sun sbatuda! Cun quel ca s’è suces! (Intanto Leonida saluta affettuosamente gli sposini).

BATTISTA- Eh, par esar dvantada puvreta! T’an la se stada incora?!

CLOTILDE- Cusa vriv ch’av dega? An sun mia buna ad farman na ragiun.

BATTISTA- Anca questa l’è na malatia; bisogna ca t’at curi.

CLOTILDE- E cus’aressia da far?

BATTISTA- (Solenne) Tant par cuminciar: a la matina soquanti sgurlot ad vin bianc… s-cet… parchè senò l’efet al n’è mia cumplet…

CLOTILDE- Sì, sì, andè là… a i a cunusem li vostri curi. Santev lè intant. (A Marco, mentre battista siede) Alura, Marco, at set divertì? As ved sul a guardart in facia ch’at se cuntent d’aver spuşà la me putleta. Sentat chè in sla pultruna.

VIVIANA- Varda me madar cum l’è dvantada mulşina!

CLOTILDE- Parchè veh? Ch’at sapii che me a Marco a g’ho sempar vrù ben… sul che prema… Beh insoma: quel ch’è stà è stà.

BATTISTA- Brava nipote: il passato l’è bele che andato. L’è mei ca pensema a li dificultà dal present.

LEONIDA- Che dificultà?

BATTISTA- Presempi la dificultà dla me gula: l’è seca bresca. Sa tir avanti ancor sinc minut, a g’ho paura ch’la ciapa fög.

CLOTILDE- Ho capì. A sem in ruina, ma na butiglia ad vin par vu ag l’em incora. A v’al vag a tör subit. (Esce a destra).

VIVIANA- Lo sai papà che il nonno è stato tanto buono con noi! Ha già provveduto alla sistemazione di Marco. Gli ha procurato la concessionaria per Mantova di una grande industria francese di automobili.

LEONIDA- (Un po’ triste) Sé? A g’ho propria piaşer: l’è la sistemasiun giusta par lu… Ma, me padar, quand a rival?

BATTISTA- Umenti i è chè.

LEONIDA- Come: i è chè?! Parchè an gh’el mia da par lu?

MARCO- Da par lu?!.. An v’hal mia scret ch’al s’he spuşà?

LEONIDA- Cosa?!

CLOTILDE- (Che è rientrata con bottiglie e bicchieri e ha sentito le ultime battute) A scarsarì!

VIVIANA- No, non scherza. Al s’è spuşà la smana pasada.

LEONIDA- Ma come? Al sa spuşa acsè… a la sö età!

CLOTILDE- (Posando il vassoio) Che rasa dna surpresa!... E chi ela?... E s’l’è una ch’al meta su cuntra nuantar… Ah, Leonida, a g’ho na gran paura che stavolta as mola propria in s’na strada!

MARCO- (Si ode il campanello) A riva i spus!

BATTISTA- A vidrì che bela fiulina ch’l’ha tolt.

Scena  nona

(Domenico e detti, quindi Albina)

DOMENICO- (Dal fondo, solo) Oh, ciau a tuti.

BATTISTA- Indu’het lasà la spuşa?

DOMENICO- L’è andada dadlà un mument a faras bela. At sé, l’as völ presentar cun tuti li sö rubini a post.

CLOTILDE- Ma Diu, an ved l’ura ad cunosla.

DOMENICO- (A Leonida che è rimasto seduto con la testa fra le mani) E alura veh, Leonida, cuma vala?

LEONIDA- Cum’a vöt ch’la vaga? A g’ho fin vargogna a guardart in facia.

DOMENICO- E quand ta ma dgev ch’at vrev far a tö möd e che me a sera an vecc imbambì? Alura t’an gh’ev mia vargogna!

LEONIDA- (Umiliato) At g’he ragiun: ho sbaglià. L’era mei ca t’es ascultà.

DOMENICO- Lasem andar: l’impurtant l’è ca t’at perdi mia d’animo.

LEONIDA- Cusa vöt ca faga?... Urmai…

DOMENICO- Su, su… e me an cuntia gnint ?

LEONIDA- (Riprendendo speranza) Cusa vresat dir?

DOMENICO- A n’at moli mia. T’an se l’unic fiöl ca g’ho?!... Insoma, an pusticin par te, in dla me fabbrica, al gh’è sempar.

LEONIDA- (Deluso) Ah… ma…

DOMENICO- Parchè veh, cus’at cardevat … ch’at des i miliun? Quei, intant ch’ag i ho, l’è mei ca i a tegna sodi. At i ho dat na volta e a s’è vest cum l’è andada a fnir! At daghi an post bun, da diretur general: cun an bun stipendi… insoma ca pudichi pasar na vita discreta, te e tö muier.

CLOTILDE- Sì, sì, a va pù che ben. /A Leonida) Cusa vöt pretendar? Mei da csè?! (A Domenico) As capes, però, che ades che, oltretut av sì spusà e che la casa a l’ì riscatada tuta vù… sens’atar nuantar du as mitrì föra ad casa.

DOMENICO- Qual föra ad casa? A gh’è tant post chè, che me e  me muier da par nuantar a s’ag perdaresum… No, no, a stè chè anca vuatar du… Sicur che te at duvres dar na man a la me dona a mandar avanti la baraca.

CLOTILDE- As capes. (A Leonida, entusiasta) Het sintù? A pudem star in dla nostra bela casa: i strolic i è fnì. (Abbraccia commossa Domenico) Grasie, papà… a sì bun cmè ‘l pan.

LEONIDA- Papà?! Ma s’an t’ho mai santù ciamarl acsè! Me ch’am sapia, at l’he sempar ciamà “vecc sbrumbulà”!

CLOTILDE- At g’he ragiun… lasém andar. (A Domenico) Ades ca s’è runà ados la palera, ades sè c’ho capì tanti robi. A vidrì cuma sun cambiada. Andar avanti a voi esar la vostra cunsulasiun: ad vù e ad la vostra spusa… Ma quand vela ca g’ho csè voia ad cunosla?

DOMENICO- Speta ca la vaga a tör… As pöl dar che a vegnar dentar da par le, la gh’abia an po’ vargogna. (Domenico esce dal fondo. Leonida e Clotilde lo seguono con lo sguardo, ansiosi di vedere la moglie).

DOMENICO- (Dall’esterno) Ecu la me spusa. (Entra a braccetto con Albina vestita con una certa eleganza e con un cappellino  bizzarro).

CLOTILDE- (Urla) Ma Diu! S’l’è l’Albina! (Piomba a sedere esterefatta).

LEONIDA- (Anche lui sorpreso)Albina?! Ma s’at se te!

ALBINA- Parchè? An vaghia mia ben par lù? Chi gh’eval da spusar? Na ragasina ad vint an?!

CLOTILDE- (Andandole incontro) No, no, at vè pù che ben. Sul che… chi vöt ca sa spetes na roba cumpagna?... Ma cum’ela stada?

ALBINA- L’è stada che quand te at m’he mandà via, me an saveva

 indu’ndar. E alura al sèt cus’ho fat? Ho ciapà al trenu e a sun andada dal me

 Minghet, che lù, ad sicur, a n’am licensiava mia.

CLOTILDE- Alura a seruv murus da prema?! (Nel frattempo Marco e Viviana sono usciti a sinistra; Battista ha versato da bere. Domenico, Battista e Leonida bevono e chiacchierano fra di loro; soltanto nell’ultima parte della scena riprenderanno a seguire con interesse il dialogo fra le due donne).

ALBINA- Cali lè po’ i è robi nostri… Al sèt cus’al m’ha det quand a sun rivada? “Ah, la t’ha licensià! Beh, alura me a ta spusi… a voi vedar s’la g’ha al curagiu ad licensiarat n’antra volta!”

CLOTILDE- Ah no, putost at se te ca t’am pö licensiar me.

ALBINA- E csè veh, in du e du quatar em fat tut. L’ha telefunà a l’avucat e in dodas dè a gh’evum tuti li carti prunti… As sem maridà e ades a sem chè.

CLOTILDE- Ma che surpresa!... Sentat, Albina, ch’at sarè straca.

ALBINA- No, an sun mia stufa. (Si aggira osservando con interesse sedie e mobili).

CLOTILDE- (Premurosa) S’at g’he ad bisogn, parla pur, sensa riguard.

ALBINA- Ma sì, fam un piaser.

CLOTILDE- A sun a tö completa dispusisiun.

ALBINA- Brava. Alura tö cal stras ca gh’è dadlà (Indica la cucina) e pules la gamba ad cal tavulin chè: at g’he lasà tri di ad polvar.

CLOTILDE- (Trattenendo a stento un moto di stizza) Subit. (Si precipita a prendere lo strofinaccio e, sotto lo sguardo vigile di Albina, si china a pulire la gamba del tavolino; rialzandosi) Va ben acsè?

ALBINA- (Osservando con pignoleria) Veramente at se stada an po’ alşera. (Indicando) Dag n’antar culpin, valà… chè, varda, an gh’è mia tant lucid. (Clotilde si china di nuovo a spolverare) Propria lè… e dröva ad l’unt ad gumbet; ta vdirè cum la ve bela… Ecu, csè a va ben… brava.

CLOTILDE- (Si rialza tenendosi una mano sulla schiena) Uh, che mal a la schena!... Ho sempar sufert ad cal mal lè. A g’het in ment quand andava in rişera? Am gneva da chi dulur a la cruşera, che tuti li siri t’am masagiav cun cla pumata ch’at gh’ev te. T’arcordat?

ALBINA- Ma senti, veh… la s’he ricurdada ad la rişera!... Vedat, mo’ Clotilde, tuti i fat bei e brut ca s’è capità, s e non altro a quel i è sarvì: t’ev pers la memoria e i t’l’ha fata turnar!

SIPARIO

FINE DELLA COMMEDIA


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