Quando al paese mezogiorno sona
QUANDO AL PAESE MEZOGIORNO SONA
di Eugenio Ferdinando Palmieri
Personaggi:
Gregorio Camisan
Amelia, moglie di Gregorio
Cecilia, figlia di Gregorio
Guelfo, fratello di Gregorio
Bepi, figlio di Guelfo
Leonzio Pavanello
Antonia, moglie di Leonzio e sorella dei Camisan
Ferucio, figlio di Leonzio
Olga, la serva
Salvatore
Marco
RECENSIONE
In un paese di provincia vivono, meglio dire "si sopportano", due
famiglie di proprietari terrieri, imparentate tra loro. La notizia del ritorno
imminente di un loro cugino emigrato in America in cerca di fortuna e la
prospettiva di una grossa eredit mette in evidenza le divisioni tra le due
famiglie. Gettata la maschera del perbenismo ipocrita, emerge un quadro di
desolante miseria morale. Disonest, relazioni adultere ed interessi economici
mettono a nudo l immoralit e la disonest dei protagonisti. Nel segno della
convenienza per tutto viene messo a tacere, perch al ricco parente in arrivo
deve essere mostrata un'immagine di falsa concordia e di onest.
Pagher infine questa opportunistica farsa?
La regia, pur mantenendo il taglio comico del testo, ricco di battute e di colpi di scena, ha voluto sottolinearne la componente nera. Nessuno dei personaggi infatti mai quello che sembra: dietro la maschera del Perbenismo e della Moralit, sempre enunciata e mai applicata, si cela il pi bieco cinismo e lipocrita falsit. Un gioco teatrale di finzioni e doppiezze: Talmente falso da sembrare vero.
ATTO PRIMO
(In casa Camisan)
Scena uguale per tutti gli atti. La vecchia casa dei Camisan, gente ricca, in un grosso paese. Ampia stanza a terreno con una tavola nel mezzo. In fondo la comune, aperta sul girdino, e due finestre. Due usci a sinistra, uno a destra. Arredamento solido, di gusto provinciale. La radio. A destra, in cima a una comoda scala, un altro uscio.
E primavera. Mattina.
scena prima
(Gregorio, Guelfo e Leonzio stanno discutendo. Clamore).
Leonzio. Figure porche si, tut'e e do.
Guelfo (con un pugno sulla tavola). Oe, Leonzio!
Gregorio. Noialtri semo galantomeni.
Leonzio. Cari quei galantomeni. (A Gregorio) Par fortuna che in sto paese gh' l'abitudine de squaquarare tuto, e che to mojer ga parl con la nostra serva; se no, ciao letera. Me la tegnevi sconta. (A entrambi) L'Antonia ga i vostri precisi diriti. L' vostra sorela, mi son so mar. A Genova ghe vegno anca mi. Quando Piero sbarca, voj che 'l me trova anca mi. I diriti de la me fameja i ga da essere rispet.
Gregorio (porgendo la lettera). To, varda. Tuto l' ciaro. Lezi ancora, e desbaucate. Varda llndirizzo: "Ai fratelli Camisan. E i frateli Camisan semo noialtri. L'Antonia, adesso, l' 'na Pavanelo. Do giorni che te la canto.
Leonzio. Antonia Camisan in Pavanello, in Pavanello. Anca el stato civile parla ciaro. No desmentegheve Camisan, che l' la voce del sangue.
Guelfo. Senti. Piero, prima de partire, el ga visto el vostro matrimonio e 'l batezo de Ferucio. Ben, ne la letera cossa diselo? diselo forse abraci a lAntonia, saluti a Leonzio, baci al neonato Ferucio?
Leonzio. Ma che neonato, se 'l ga i mustaci.
Guelfo (deciso). Alora l'era neonato. Varda, varda. 'Na ostrega, el dise.
Gregorio. Cadaveri, siete cadaveri. Per lui siete defunti.
Leonzio. E noialtri tornemo al mondo. Neonati pi de prima.
Gregorio. L' inutile, caro. I fati vostri, se vede, no i conta par lu. Gnanca el ve pensa, gnanca el ve nomina.
Leonzio. Ma su la busta gh' scrito; "Fratelli Camisan, no Gregorio, no Guelfo. Frateli, soltanto. (Leggendo con cadenza veneta) "Cari cugini, dopo ventitr anni di lontananza e di silenzio, eccovi il mio primo saluto. Vi trover ancora riuniti davanti al focolare? E i cari zii come stanno?" . Qua no gh' 'l nome de nissun: segno che la letera l' direta a tuti, anca a queli che i neonati dopo la so partenza, anca ai cari zii che, adesso, i sototera. Del resto, cossa porlo saver de noialtri? Ci, el tasta. Dopo tanto tempo...
Gregorio (secco). Insoma, i frateli Camisan semo mi e Guelfo. Fratelli. Mas-ci. Casa unica, aministrazione unica.
Leonzio. Anca lAntonia l' 'na Camisan.
Guelfo. E daghela! Antonia Pavanelo, no Camisan.
Leonzio. In Pavanello, in Pavanello! No femo storie, no femo camore. In Pavanello. L'Antonia l' vostra sorela.
Gregorio. Ma sorela, ma femena.
scena seconda
Amelia (da destra). Creature. f pian. No demo scandalo.
Gregorio (aggressivo). Tasi ti, no te ghe entri.
Guelfo. Leonzio, qua, l'e duro. E noialtri ghe volemo spiegare
Leonzio. Imbroiare me vol, imbroiare. Vol magnarghe a l'Antonia la so parte.
Amelia (falsa). Ma che discorsi, creature. Elo za torn Piero? Vor1o dividar le so sostanze?
Leonzio. No fare la marmota, Amelia...
Amelia. Leonzio!
Gregorio. Ci, no ofendare me mojer.
Leonzio. ... con mi sta solfa no la taca. Piero, fra quindese giorni, el sar qua. L'e solo e sgionfo de milioni; e l stufo del mondo. El, ga bisogno de afeto, l'afeto dei so parenti: el torna par questo, parole sue. (Mutando tono) El vien qua drento, voialtri, se capisse, ghe f un mucio de stomeghessi, lo imbriagh coi vostri complimenti, lo sofegh con le vostre premure, ve incocon con le so carte da mile, e i milioni che resta, quando el crepa, sar vostri, par voilatri, se tirerete ancora il fiato, e par i vostri fioi.
Gregorio (grave). L'avenire dei figli l' sacro, e 'l me ga sempre preocup.
Leonzio. Gav fato ben i vostri conti. El sar vostro prigioniero, noialtri no podaremo gnanca parlarghe. Ve conosso. (Violento) Alora, pati ciari. Con mi no se imbarca cuchi. Gnente sequestro de persona. E anca la me casa g da essere la so casa. Tuto voialtri, pretend? Ma bravi. E l'Antonia, e mi? Cossa sonti, mi, un pampalugo? (Solenne) Anca noialtri gavemo un fiol. (A Gregorio) L'avenire dei figli l' sacro, te gh rason. E mi go sempre avudo el senso de la fameja, de la responsabilita. (Largo) Son un galantomo come voialtri.
Amelia. E se Piero se sposa? El ga quarantanove ani precisi.
Gregorio (guizzando). No ciamemo disgrazie, adesso. (Deciso) No 'l se sposar. Nessuna dona l' degna di lui. In questo paese le femene sono scoasse, non sono a L'altezza dei suoi pensieri, de la so educassion, dei suoi viagi a I'estero. Piero ga bisogno del nostro afeto. El nostro: l'afeto de casa Camisan. El vero, el solo afeto. Saremo la sua consolazione.
Leonzio. Semo intesi, dunque. A Genova mi rapresento l'Antonia.
Guelfo. L' i fratelli Camisan - mas-ci: queli de la letera - che i ga da riceverlo. L'Antonia l' 'na Pavanelo, e i Pavanelo l' un altro par de maneghe.
Leonzio. Cossa? cossa? i Pavanelo l' un altro par de maneghe?
scena terza
(Cecilia e Salvatore giungono dal giardino ridendo. E' Amelia che li vede).
Amelia (zittisce gli altri. A Salvatore). Oh! Il cavaliere.
Salvatore. Donna Amelia, baciamo le mani. (Agli altri) Un saluto di passaggio.
Gregorio (inchinandosi). Servo suo.
Guelfo. Cavaliere stimatissimo.
Leonzio (a denti stretti). Sioria. (A s) El m' antipatico, no lo posso sofrir.
Cecilia (a Gregorio, sottovoce). Sempre barufe in sta casa. Anca in strada se sente el vostro bordel. Vergogneve.
Gregorio. Cecilia, sono tuo padre, parla meio.
Amelia (a Salvatore). Un bicerin?
Salvatore. Si, grazie. (Festoso) Ho incontrato la signorina, abbiamo chiacchierato un po'.
Cecilia (sempre a Gregorio). Criar par i milioni de Piero. E si pieni, tuti, de campi e de case.
Gregorio. Cecilia, mi no posso parmetar che...
Salvatore (tiene circolo). Sono stato quattro giorni in citt, sono appena arrivato. Una chiamata improvvisa. (Sorridendo) I soliti superiori.
Amelia. Gnanca 'na cartolina. (Affettuosa) Cativo!
Salvatore. Le mie occupazioni. Perdonate. (Mutando tono) Io adoro la citt. Ah la folla, il movimento. Si respira. C' il variet, c' qualche locale notturno. Tutto questo molto fine. lo non sopporto la vita mediocre. Il mio desiderio la strada maestra: andare, andare. Io sono un nomade.
Amelia. Lu ne odia, insoma. Lei e teribile, cavaliere.
Salvatore. Piano, un momento. Bisogna distinguere: voi siete una cosa e questo borgo un'altra.
Amelia. L'e un paese de quindesemila anime, no l'e po' tanto picolo. Gh' anca el circolo.
Salvatore. Ma io sono assetato di spazio.
Leonzio (a Guelfo che gli accanto). E che 'l se mova, caspita. Spazio ghe n' anca qua.
Salvatore. E' vita la mia? L'ufficio, la locanda... (Con garbo) Aspetto la promozione.
Leonzio (a Guelfo). S, campa cavalo.
Salvatore. Ho ricevuto assicurazioni, mi ha telegrafato l'amico mio, l'onorevole.
Amelia (allarmata). Dal bon? El va via, alora?
Gregorio. Me felicito, me congratulo. (A s) Ostrega, me rincresse.
Salvatore. La promozione, per me, voi intendete, e la citt. Io sono assetato di bellezza e di frastuono. (Cortese) Ma tra voi mi trovo benissimo. Siete borghesi, alta borghesia campestre, mi piacciono i nostri colloqui.
Gregorio (mellifluo). Semo gente a la bona, ignorante, ma piena di cuore.
Guelfo (a Leonzio). Lo invidemo a disnare...
Leonzio. Lo so.
Guelfo. ... e 'l se imbuga. E l' assetato anca de polastre!
Olga (da sinistra, ad Amelia). Parona, gh' la lavandara.
Amelia. Vegno. (Olga esce).
Leonzio. I omeni ie strambi. (A Salvatore, leggermente ironico). Lu sogna, par esempio, la gran vita, la fuga...
Salvatore. ... dalla brutale realt...
Leonzio. ... eco; e nostro cugin Piero, invece...
Gregorio. Nostro cugino Piero Camisan...
Salvatore. Mi noto, mi noto...
Leonzio. ... ben, el g 'na voia mata de tornare a sti alberi, a ste case. El ga gir el mondo, el se ga fato un mucio de milioni, l' senza fameia, e l'altro giorno el ne ga scrito...
Salvatore. Ah si?
Guelfo. ... el ga scrito a noialtri, fratelli Camisan...
Leonzio. ... el ne ga scrito una letera che l' un ino a la nostra campagna, a la nostra chiete, a la nostra gente. El frastuono, se vede, ghe ga roto le tavernele.
Salvatore. Comprendo. (Profondo) Nostalgia, erba di palude.
Leonzio. L'era qua anca lu, ma 'l ga venduo le so tenute e l' partio come 'na furia. Adesso el torna. Dove ela la so letera? (A Gregorio) Dame. Eco... (Leggendo con cadenza veneta) "Ricordo con infinito orgoglio i nostri contadini vigorosi curvi sotto il sole, i nostri uomini leali, umili, generosi, le nostre donne fiere e gentili...".
Gli altri (esclusa Cecilia). Bello. Bello.
Leonzio. "... rivedo i nostri campi inondati dalla primavera, penso con infinita dolcezza al casto fiore delle nostre fanciulle, alle spose oneste e laboriose, e mi domando: che cosa valgono i miei milioni di fronte a tanto puro bene? Nulla...".
Gli altri. Vero. Vero. El ga rason.
Leonzio. " ... dice una soave canzone della nostra terra feconda : 'Quando al paese mezogiorno sona...
Gregorio. ... tuta le gente torna al fogolaro...
Guelfo. ... el mondo l' pi alegro e l' pi ciaro...
Leonzio. ... e le campane alegre le dindona..." (Non pu non restituire la lettera a Gregorio).
Salvatore. E bravo il cugino Piero, scrive con molto sentimento.
Guelfo. L' sempre sta inteligente.
Olga (da sinistra, energica). Parona, dise la Nina che la se destriga.
Amelia. (sorpresa dal tono). Olga, ma che maniera.
Olga (senza badare). L' mez'ora che la speta.
Amelia. Mez'ora? Ma sito mata?
Olga. Insoma, la ga pressia.
Gregorio (scattando). Ci, serva, educassione coi to principali.
Olga (alza le spalle ed esce).
Gregorio (stupto). Ben, cossa eli sti sesti?
Amelia. La rangio mi. (Si avvia) Comparmesso. (A Salvatore) Lu se ferma, vero cavaliere?
Salvatore. Un minuto ancora.
Leonzio. Amelia, te saludo. Vago in piazza.
Amelia. Bondi. (Esce da sinistra).
Leonzio (a Salvatore, salutando). Cavaliere...
Salvatore. Caro signor Leonzio.
Gregorio. Vegnemo anca noialtri. (A Guelfo) Bisogna metar a posto la question. No voj Pavanelo tra i pi. Piero ga da ' essar nostro. (A Salvatore) Cavaliere, servo suo.
Guelfo (a Salvatore). El me staga ben
(Gregorio, Guelfo e Leonzio si avviano verso la comune).
Gregorio (dalla soglia, a Salvatore). Domenega, magnemo do taiadele.
Salvatore. Non mancher.
(Gregorio, Guelfo e Leonzio escono).
scena quarta
(Un silenzio. Cecilia accende la radio).
Salvatore. La musica. La mia sola gioia in questo borgo selvaggio. (Pausa) Cecilia, vi addolora il mio trasferimento?
Cecilia (preoccupata). Ma gh' tempo, no?
Salvatore. Si sa. Il ministero, la burocrazia...
Cecilia (schietta). Lu far 'na gran cariera.
Salvatore. Ho molta speranza. Sono amico d'un deputato, sono gi cavaliere, il domani mio. Sono stanco di questo sostare negli uffici dei villaggi, la mia sensibilit non ne pu pi.
Cecilia. El ga rason. Anca mi, qua drento, no me posso vedar. Quando ero in colegio no gavevo che 'na speranza: la me casa, la me libert. Adesso, me vardo intorno e me pare de essare in colegio, ancora. In preson. I soliti musi, la solita gente. ervei da galina.
Salvatore. Miserie.
Cecilia. Qua se nasse par morire. Campagna, campagna. La sar bela, no digo, ma tuta la vita tra sti vilani e ste ciacole, tuta la vita, no. (Breve pausa) Sposarme? sposarme par aver un mar che me parla del formento e de le bestie? I mati.
Salvatore. Perfetto.
Cecilia. Mi, par i me genitori, son un capitale: 'na dota. l.a me dota serve par farme maridar con un altro capitale. Soldi, sempre soldi. Qua drento no se pensa che ai soldi. Le creature - quelo che semo, quelo che patimo -, gnente, no conta.
Salvatore (esperto). Non disprezzate il denaro. Io non sono venale, ma il denaro la forza, la potenza. (Breve pausa) La vostra dote cospicua, eh?
Cecilia. Son fiola unica, l' tuto mio.
Salvatore. Gi, ci pensavo. Adesso, poi, c' il cugino milionario. (Con slancio) Io detesto il matrimonio - un volgare contratto - ma una donna come voi, Cecilia, una donna con la vostra anima, che fortuna per un gentiluomo. (Mutando tono) Questa la prima volta che mi parlate cosi.
Cecilia. L' sta un sfogo. Lu l' el solo che me possa capir.
Salvatore. Vi credevo una pupa. Invece avete un'inquietudine, vi tormenta un dramma. Siete una raffinata. Non ho mai incontrato una donna come voi, assetata d'evasione, una donna col vostro anelito.
Cecilia (semplice). Forse go l'anima de me cugino Piero. Mi no lo conosso - son nata dopo - ma lo capisso. Me spiego: capisso el so viagio, no capisso el so ritorno. Cossa gh' qua?
Salvatore. Piero non ha spezzato la catena dei ricordi, e il segreto dei nomadi questo: obliare. (Lirico) Il mondo bello, Cecilia, ed l, dopo la siepe dell'orto, dopo il campanile. Splende nei vostri occhi l'attesa della vita. Occhioni limpidi e stupefatti, Cari. Vi offro il mondo, Cecilia. Volete camminare al mio fianco? Abbiamo lo stesso cuore, io ho la posizione, voi avete la dote. Uniamoci. Anche la posizione un capitale. Occhioni belli di
pupa... (La bacia. Da sinistra appare Amelia).
scena quinta
Amelia (furiosa, a Cecilia). Ah bruta sporca, bruta gesuita! Disonorare cuss la nostra casa. (Cecilia esce rapida, da destra. Salvatore nell'imbarazzo) E gh' anca la musica. (Spegne la radio) Viliaco! Tradirme con me fiola, soto i me oci. L' 'na buteleta.
Salvatore. Calmati. Possono udire. E' stata una follia. Confesso.
Amelia. Disi la verit, piutosto, disi che no te piaso pi. Tute le to scalmane, tute le to promesse de amore eterno, ecole qua, l'amore eterno l' za finio. (Melodrammatica) Par ti son st un zogatolo. Filibustiere! (Impetuosa) Ma la Cecilia no te la tochi. Ricordate: no te la tochi. (Aspra) 'Na volta, se no te me vedevi tuti i giorni, te smaniavi, te spasemavi. Gnanca in licenza te volevi andare. Adesso te parti senza saludarme, no te mandi 'na riga, te va al variet e quando te torni, par farme un complimento, te basi la Cecilia.
Salvatore. Amelia, Amelia, sei ingiusta. Son appena arrivato, e il mio primo pensiero...
Amelia. Lo gavevo capio, del resto. L' qualche tempo che te gh' voia de scapar - la promozione, la citt. 'Na volta sti discorsi no te li fasevi. "Pupa mia" te me disevi, "tu sei il mio mondo".
Salvatore (che si ripreso). Cecilia mi adora. Si innamorata, mi vuole sposare.
Amelia. Ah s? Bruta smorfiosa. L' i libri che la leze. Massa romanzi - come ti - e la se esalta.
Salvatore (sfrontato). Chi comanda suo padre. E' suo padre che deve decidere.
Amelia. Salvatore no esagerare, Salvatore sta atento, una follia posso farla anca mi.
Salvatore (timoroso). Pupa, pupa, ragiona. Ho detto; "Cecilia mi vuole sposare", non ho detto: "io voglio sposare Cecilia".
Amelia. Ma la te piase, vero? L' giovane, e la te piase. Se capisse. E mi cossa sonti? Vecia? Sonti vecia forse? E cossa vuto par ti, prima la mare e dopo la fiola? Cossa vuto, tuta la fameja?
Salvatore. Sei crudele. (Mutando tono). Pensavo: se mi promuovono, se parto, come far senza Amelia, senza la donna mia. E mi sono smarrito. La disperazione. Cecilia il tuo ritratto.
Amelia (cedevole). 'Na volta te me disevi: "rifiuto la promozione, voglio stare sempre con te".
Salvatore. Infatti, idealmente, la promozione la rifiuto ancora. Ma sono un funzionario e devo ubbidire. (Commediante) Ti voglio ancora, Amelia. Tu invece hai paura, temi lo scandalo...
Amelia (torbida). Andemo tra i campi, la semo sconti. (Amara) Ma tra i campi, adesso, no te garba pi.
Salvatore. Amelia, tra i campi... Tu dimentichi la mia dignit, son amico d'un deputato.
Amelia (acre). E prima, la to dignit? e prima, el to deputato? Va la, go rason mi. Stufo te s. (Lamenbutela) Son sta un'aventura par ti, un'aventura come tante. (Risoluta). Ma la Cecilia, ricordate... Za, la me sentir.
Salvatore (furbo). Cecilia ha i tuoi occhi, la tua bocca. Una bocca accesa come la tua. Mi sono perduto. Ti desidero, pupa.
Amelia (vinta). Ma cossa gheto drento la vose? La calamita?
Salvatore. Ho te, ho te.
Amelia. Incantatore.
(Un bacio. Gregorio, adesso, e l sulla soglia di casa. Vede, sparisce)
Gregorio (dal girdino). Olga, Olga. (Salvatore ed Amelia si sciolgono).
Salvatore (ad Amelia). Tuo marito! Stamane sfioro la tragedia. (Svelto) Ti scongiuro, non rimproverare Cecilia. E' tanto delicata.
scena sesta
Gregorio (entra). Ma I'Olga dove ela? cossa gala? No la risponde mai, no la vien mai. L' un fi de tempo che l' cuss. Ma adesso la passa i limiti.
Amelia. La ga i nervi.
Gregorio. Ghe li cavo mi, i nervi.
Salvatore. Io me ne vado, grazie di tutto, omaggi.
Amelia (a Salvatore, sottovoce). Torna presto.
Gregorio (scaltro). Cavalier, bisogna che vegna da lu par la denuncia del redito.
Salvatore. Non c' fretta. (Si avvia verso la comune).
Gregorio. Voj far la denuncia prima de la so promozion, de la so partenza. Ma anca sto ano ghe go rimesso tuto, l' sta un ano de disgrassie. La crisi.
Salvatore. Gi, la crisi.
Antonia (dalla comune). Creature, ve saludo.
Salvatore. Ossequi, donna Antonia. (Esce accompagnato da Amelia).
Gregorio (irritato). Brava Antonia, proprio ti: dighe a to mar che el le finissa 'na bona volta coi so strepiti, coi so diriti. O el me fa sto santissimo piaqere, o se barufemo. (A s) E in fondo, barufare saria meio. (Ad Antonia) Ormai ti no te gh' pi nissun dirito, te gh' un altro nome.
Antonia (calma). L' 'na setimana che no se vedemo, Gregorio, e elo questo el to aceto?
Gregorio (violento). No fare smorfiessi, tanto...
Antonia (ad Amelia che rientra). Amelia, come vala?
Amelia. No gh' male.
Antonia. E la Cecilia?
Gregorio. Senti: salute otima. Mi, lAmelia, la butela, Guelfo, Bepi, tuti: salute otima.
Antonia. Go caro.
Gregorio. Ma Piero l' nostro. L' un Camisan, e questa l' la so casa.
Antonia. Piero l' un ingenuo, lo sav.
Gregorio. Caro quel'ingenuo, coi milioni che 'l se gavar fato in America.
Antonia. Ve ripeto che 'l so caratere l' quelo d'un sognatore. L' un'anima candida. A chi someielo qua drento? (A Gregorio) A voialtri - ti, Guelfo - no de sicuro. si tuti e do furbi, cativi e afam de soldi.
Gregorio. Antonia!
Amelia. Antonia, digo,
Antonia. Mi e Piero, invece, gavemo istesso temperamento. Mi son so cugina anca par questo: ghe someio. I nostri veci lo diseva sempre. Go dunque un dirito de pi.
Gregorio (ironico). Varda, eh. L'Antonia l' un'anima candida. E a Genova, se capisse, ga da essarghe a riceverlo anca la rapresentanza de le anime candide.
Olga (da sinistra). Son qua. Chi l' che me ciama?
Gregorio (a Olga). Oh finalmente. Beati chi se vede. Son sta mi a ciamarte.
Olga (sgarbata). Gavea da fare. Cossa vorlo?
Gregorio. Gnente. Adesso no voj gnente. Ma i to sistemi...
Olga. Va ben, go capio. (Esce da sinistra).
Gregorio. Cossa gala capio?
Antonia (con intenzione). Andemo, bisogna compatire.
Gregorio. Ah s? La fa la vilana e go da compatirla?
Amelia. Noialtri la gavemo sempre trat pulito.
Antonia. Va ben - ma i so stati adesso... Ghe vol pazienza.
Amelia. Quali stati?
Antonia. Amelia, andemo, semo in fameja, no?
Gregorio. Insomma, cossa gh' ?
Antonia. No fare el sempio.
Amelia. Antonia, mi te giuro...
Antonia. Ci, l' in tre mesi.
Gregorio. Chi?
Antonia. Ma lOlga! Sta a vedar che no sav gnente.
Amelia (sbalordita). L'Olga?
Gregorio. L'Olga l' in tre mesi?
Antonia. Me l' dito la comare, prima, in confidenza.
Gregorio. Maledeto paese, maledete confidenze! Le confidenze i la rovina.
Antonia. L'Olga l' and a farse visitare do volte e stamatina la ga avudo la conferma uficiale. Da ogi, l' incinta uficialmente.
Amelia. Me par impossibile.
Gregorio. Anca questa. Ecoli, i so nervi.
Antonia. No sav gnente dal bon? And la... (Lenta) Invece mi credevo che a Genova... s, insoma... credevo che a ricevere Piero vegnisse con voialtri anca la rapresentanza de le serve senza mar ma gravide. I cuss generosi, go pens, se vede che i protege anche le squinzie.
Gregorio (tragico). Basta, basta. Silenzio! Questo l' el scandolo. Bisogna rimediare, subito. Prima che tuti sapia - in confidenza.
Amelia. Ciamemo l'Olga.
Gregorio. Ah maledeta, sporcarme la casa. Con Pietro che l' in viagio. (Ad Antonia) Noialtri no protegemo le serve abiete. Noialtri semo senza macchia e senza paura. (Mutando tono) Ma agiusto tuto mi. (Esce da sinistra chiamando) Anselmo, Anselmo.
Antonia. Me dispiase, ma mi, proprio, no go colpa. Se gavesse imagin...
Amelia. Te gh' fato ben a contarne. Cuss, almanco, podemo taconare. Se no, con tute le anime candide che gh'e in sto paese, stemo freschi.
Gregorio (rientrando). Casa mia, casa mia! Un specio, un modelo. Con le done che i sempre sta la virt in persona - parone e camariere. (A Bepi che sta scendendo) E ti, e ti? Bepi, a sta ora te te levi?
Bepi. Ci, che ora l'?
Gregorio. Quasi mezogiorno.
Bepi. Benon.
Gregorio. Vergognate, invece, vergognate.
Bepi. Zio...!
GrEgorio (con forza). Da sto momento, in sta casa, casa Camisan, disciplina, ostrega, disciplina! Comando mi. E gnente pelandroni. Bepi, te insegno a vivar. Desmissiate.
Bepi. Scusa, ma se no dormo come l' che in sto paese fasso a passare el tempo?
Gregorio. Guarda, guarda! La! I campi inondati da la primavera. Come l' che scrive Piero? (Trae dalla tasca la lettera) Eco. "Il casto fiore delle nostre fanciulle...". Ben, questo no ghe entra. Ah! "I contadini vigorosi curvi sotto il sole... " . Anca ti, la, come lori - curvo soto il sole. Al lavoro, al lavoro! E obedienza. Ghe lo dir mi a Guelfo. Che 'l te fassa lavorare, ghe lo spiegher mi a to pap.
Bepi. Ma mi no son un contadin. Mi no go bisogno par vivare de rovinarme i brassi.
Gregorio. Cossa importa? cossa importa? L'esempio, l'esempio. Il significato morale de l'esempio. Qua drento lavoremo tuti.
Bepi (sfottente). Ma no!
Gregorio. Mi no voj che i sparla, che i ne torcola. El paese l' pien de petegoli, pien de birbanti, e mi no voj che i possa butar fango sul nome dei Camisan. Pietro nostro torna par questo, parch noialtri semo... (E' chiaro che pensa alla lettera) ...semo gagliardi, probi, verecondi; parch el ga bisogno de respirare aria scieta; parch el nostro l' el paese pi belo del mondo...
Bepi. Ti te si mato, zio. Vaghe ti a sfadigar soto el sole.
Gregorio. Ti te ghe devi andare. E suda. E abbronzati. E diventa negro. Ma non vedi come sei fiapo? come sei molo? E la sera vien a casa presto. Sempre al circolo, sempre al circolo. E doman, sveglia a l'alba.
Bepi (uscendo da destra). Ma va la, caro, va la.
Gregorio. Sistema, Cristo, sistema! (Ad Antonia) Dighelo a Leonzio: casa Camisan si reca a Genova con le man nete, la coscienza tranquila e la serva sistemata.
scena settima
(Marco entra dalla comune).
Antonia. Ben? El moroso de l'Olga?
Marco. L' vegnu Anselmo a ciamarme. Go fato 'na volata. Cossa nasse?
Gregorio. To fiol, nasse!
Marco. Me fiol?
Gregorio (a sinistra, chiamando). Olga, Olga.
Marco (a Gregorio). El me spiegar.
Antonia. Mi vago. No voj incomodare. Questi i segreti de fameja.
Gregorio. Resta, invee. Go caro che te scolti e che te vedi. Resta. Fasso giustizia in publico.
Olga (da sinistra). Paron...
Gregorio. Scoltame, Olga, e scoltame anca ti, Marco. Qua drento tuto ga da essare ciaro, pulito. Ne la me casa no voj pastroci. Tuto l' sacro ne la me casa: anca le serve. Siete due canaglie. Non mentite, so tuto. Ma adesso bisogna riparare, ve go ciam tuti e do par questo. Voj subito el vostro matrimonio. Ga da nassare un putelo.
Marco. Un putelo?
Gregorio. Mas-cio o femena, conforme. (A Marco) Dunque, fa el to dovere. (Olga piange) No voj brodi longhi. Aspeto ospiti.
Marco (a Olga). Un putelo? Ma elo vero, dime, elo vero?
Olga. Si.
Marco. Ah desgrazi!
Gregorio. Come? Te ciami desgrazi sta poara creatura? barbaro! Te ciami desgrazi sta poara mama, la mama de to fiol?
Marco. Ma no l' me fiol, no l' me fiol! (A Olga) E te pianzi. Adesso, te pianzi. Te me fa scaressa. (Agli altri) Mi, l'Olga la go sempre rispet. (Non gli credono) Sicuro, anca mi go le me idee. Mi son un galantomo, i me sentimenti i onesti. Son un poaro can, vero, ma... L' un ano che semo morosi, e in novembre la gavaria spos. La me gaveva giur de essare in perfeto stato. (A Olga) Ah vergognosa, te me ga tradio.
Olga. Perdona, Marco.
Marco. Chi elo, l'infame, chi elo?
Olga. Perdona. Gavevo za deciso de lassarte.
Gregorio. Insoma, basta. (A Olga) O Marco o un altro, sto matrimonio bisogna farlo.
Marco (a Gregorio). E che 'l lo fassa. Ma mi no la sposo. Che 'l la sposa lu, quela lazarona. (A Olga) Par mi te si come morta. Onta! (Se ne va).
(Una pausa).
Antonia. Alora, mi levo l'incomodo.
Gregorio. L' meio.
Amelia. Olga, fare ste robe.
Gregorio (a Olga). Spifera el so nome, spifera el so nome! Te lo fasso sposare. No voj scandali, no voj che i diga: "i Camisan, ga par serva 'na sgualdrina".
Olga. Che 'l tasa, che 'l tasa.
scena ottava
Leonzio (dal giardino). E se domanda scusa, vilan. (Appare).
Gregorio. Anca st'altro, adesso.
Leonzio. Marco me ga da un spinton e gnanca el me ga dito crepa. El coreva come un spirit. (Ad Antonia) Son vegnu a torte, andemo. (Fiatando aria di temporale). Ben, cossa l' sta scena
Gregorio (obbligato dalla presenza di Leonzio, solenne). Va fora da la me casa, Olga, sei indegna!
Leonzio. Ostrega!
Amelia. Chietate, Gregorio.
Antonia. Ma s, chietate.
Gregorio. Cossa? che me chieta? (Ad Antonia) Dopo quel che te m dito? dopo quel che avemo visto? O, questa l' casa Camisan. (Breve pausa) Cossa dir me fradel, lu, che l tanto scrupoloso, tanto severo? Cossa dir Bepi, lu, che l un giovane serio, uno spirito insonne, dinamico, de queli che se leva a l'alba par andare coi bifolchi sui campi inondati da la primavera? (A Olga) Guarda la to parona, simbolo de purezza. Guarda me fiola, quela maraveia de me fiola, un'anima che mi go educ a la mia morale. Vuto sposarte? E parla. Son qua, pronto a darte 'na man. El matrimonio, par le done come ti, l' la redenzione. Te te sposi e te fili via. O vuto restare al nostro servizio col to bastardo? E alora va via da sola. Va par le strade con i tuoi pecati, va par il mondo curva sotto il sole... no... curva sotto il peso dei tuoi rimorsi. Non perdono. Il popolo dir: i Camisan gavea par serva 'na squinzia, ma Gregorio se n'e acorto e l'ha punita. Voio che tuti sapia come ne la me casa ghe sia el culto del dovere, de lonore, del sacrificio. Casa Camisan, Cristo! Il mio pugno di ferro deve essere il vostro terrore.
Leonzio (ad Antonia). E Marco?
Antonia. Sito insemenio? Marco no ghe entra, no'l l' sta lu.
Olga. L' giusto, l' giusto. Mi no posso parlare. Vago, paron.
(Si avvia).
Amelia. Fermate! Va la, Gregorio, sera un ocio.
Gregorio. O Amelia, o cuore nobile. Capisso e amiro la to bont, ma penso a la to vita austera, penso a quela santa de nostra fiola, e no posso serar gnente. Calpestare la vostra virt e protegere el vizio clandestino de la serva? No, Amelia. Sarebbe un delitto. Non transigo. La mia retitudine no mola. (Ad Antonia) E non voglio accuse.
Leonzio (lento). No sar la prima volta, imagino, che te moli, che te seri un ocio.
Gregorio. Spiegate, lo esigo.
Leonzio. Invid sempre a disnare el cavalier Salvatore parche no 'l ve aumenta le tasse, ben, sera un ocio su la to retitudine, come, che te lo seri su le tasse. Calpesta, va la, transigi.
Gregorio. Bada Leonzio, bada Leonzio...
Leonzio (gridando). Prova a negare, prova a negare...
Amelia. I calunie, i calunie...
Gregorio. Voli portarne via Piero...
Leonzio. Piero, quando 'l torna, el savar dove che 'l capita. Casa Camisan! 'Na bela casa dal bon. Parch, sola par el mondo o sposa felice, 'na sgualdrina in casa Camisan la gh' sta, (sottovoce ad Antonia, con evidente allusione ad Amelia) e un'altra resta.
Gregorio (a Olga). Colpa tua, colpa tua. Va via, disonorata. Sei la rovina de la nostra riputassione. Sei la vergogna de la nostra tera ferace, di questo paese dove le done i fiere e gentili e le fanciulle hanno un casto fiore.
Leonzio. No esageremo, adesso. De tose ne la condizion de lOlga l' pien el mondo. (A se) Voj che i se la tegna.
Gregorio. Oh ignoranza. Il mondo, eco, il mondo, non questo ameno e salubre villaggio. E il mondo ha deluso Pietro.
Leonzio. Ma caro ti, fame un piaer. E la Nena, alora? e la Teresa? e la Cate? e le altre vergini locali? I tute piene e no se sa chi l' sta.
Gregorio. Ah si? Diffami i nostri luoghi, le nostre putele, i nostri uomini leali e generosi.
Leonzio. Ti te s a memoria quela letera e te credi de farme paura.
Gregorio. Le parole di Pietro, par mi, i ordini, la letera di Pietro par mi l' vangelo. (A Olga) Va fora de qua. Ciapa su le to strasse, e fora. Pietro non perdonerebbe. Nella casa dei Camisan non nascono bastardi. (Solenne) E ghe contar mi, a Pietro, gli elevati sentimenti di casa Pavanello. (Olga si avvia di nuovo).
Leonzio. Ah, l' cuss? (Deciso) Olga, dove vato? (Ad Antonia) Dame corda.
Antonia (secondando Leonzio, a Olga). Dove vato, creatura, via de qua?
Olga. No lo so. No go nissun.
Antonia. E to fiol ?
Olga. No lo lassar mai.
Leonzio. Parole d'oro, niente infanzia abandonata. (A Olga) Vien da noialtri. Pietro l' bon, Pietro capir. Noialtri compatimo le malore e erchemo de aiutare gli infelici, de consolarli. Quando Pietro conossar el nostro gesto, el ne butar i brassi al col e 'l ne dir: " bravi! L' cuss che se onora un nome, una casa. L' cuss che si protegono i bambini orfani fin da la nassita, che se difende le nostre done fiere e gentili". Parch l'Olga l' st gentile - anca massa. E l' fiera. La patisse, no la denuncia nissun, la paga de persona. (A Olga). Vien da noialtri, sventurata. Un farabuto te g rovin, 'na fameja de farabuti, adesso, te sassina. Vien coi Pavanelo. Noialtri no volemo che le done fiere e gentili del nostro paese le se strapega nel fango con la prole.
Umanit, umanit. Pietro ci dar ragione.
Gregorio. Ah, voli farve un merito.
Antonia (falsa). La me ta tanto pec.
Gregorio. Farabuti voialtri, farabuti voialtri! Aprofitare cuss de le disgrazie, aprofitare de sta poara vitima, de sta poara inocente. Speculatori! (A Leonzio) Quela l' la porta e via! E ti, Olga, resta qua; lori fora, e ti qua. Lo pretendo, son il tuo proprietario. E fa un fiol, fagbene do, sbroca, sbroca... Ma qua, qua drento, in casa Camisan, tra le nostre cure. Che Pietro sappia le nostre cure sincere, amorose. Che Pietro veda la nostra solidariet con gli afflitti. Farabuti, speculatori! (Squillano le campane di mezzogiorno. Gregorio ha un brivido) Mezogiorno! (Si riprende) E fa quanti fioi che te comoda, Olga, fa anche un parto trigemino. Te difendo mi, te fasso mi da scudo. Lo difendo mi il casto fiore de le nostre fanciulle.
Fine primo atto
ATTO SECONDO
(La settimana dopo. Imbrunisce.)
scena prima
Leonzio (a Ferucio che ascolta quieto). Insoma, bisogna fregarli. L' gente pericolosa, i le strologa tute. Se i riva a metare le man su Piero, te saludo fighi. (Breve pausa) Fregarli. Ma senza strepiti. Se barufemo, se i ne para fora dai pi, i ga vinto. Chi l', alora, che vien qua drento? E st'altro cossa diralo! I resta paroni del campo. Ferucio, fate soto.
Ferucio. S, pap.
Leonzio. Vuto che l'eredit finissa ne le man de Bepi e de la Cecilia? I eredi sar lori, no? vuto restar col beco suto? E la figura che femo davanti al paese? No l' gnanca par i soldi, varda, ma par la figura, par lafronto. Moralmente, sarebbe uno schiafo. E mi con la morale no scherzo. Ferucio, guai a ti se te scherzi con la morale.
Ferucio. Va ben.
Leonzio. Fate soto, dunque. Sposa la Cecilia. La Cecilia l' hela. Ti te si un sognatore come Piero, e le done no te le vardi. Ma l' bela. E l' a posto. L' nata in sta casa par sbalio, se vede. E se no la fusse a posto, meio la fame, meio la malora, ma gnente Cecilia. Ti te si vegnu qua drento poche volte e to cugina no te la cognossi ben. L' un tipo fine, sensibile. Gavemo ancora diese giorni de tempo, in diese giorni podemo combinare el fidanzamento. Faghe la corte, spasima, seduci, corompi, comprometi. Il problema morale.
Ferucio. S.
Leonzio. Scominzia con un libro, A la Cecilia ghe piase i libri, la leze sempre. Domanda in prestito un romanzo. Che la veda la to educassion, le scuole te le ga fate anca ti. La rester a boca verta. Chi l', in sto paese, che domanda in prestito un romanzo? i tuti analfabeti. Me pare za de sentirla: " O Ferucio o la morte". Davanti a sta minacia, Gregorio caler le braghe par forza. D'ela 'na idea che go avudo? Me sonti spieg pulito?
Ferucio. L' da stamatina che te te spieghi.
Leonzio. Meio cuss. Me racomando: rapidit. Son sicuro che te ciapar la scufia e che no te ghevar bisogno de sacrificarte. La Cecilia l' bela.
scena seconda
Bepi (dalla comane, con leggera ironia). Oh chi se vede: Ferucio.
Ferucio. Ciao, Bepi.
Bepi. Anca ti da ste parti?
Leonzio. El ga bisogno de la Cecilia. El ga da domandarghe un libro.
Bepi. Un libro? Oh bela. Sito divent un leterato?
Leonzio (a Ferucio). No badarghe, l' profano. (A Bepi) Ferucio l' sempre sta un leterato.
Bepi. Ah s?
Leonzio. Ferucio l' modesto, ma mi conosso el so merito, la so scienza.
Bepi. Go caro. (A Ferucio). Cuss quando gavar 'na morosa de riguardo te me scrivar le letare. (Mutando tono) Ma no gh' nissun, qua?
Leonzio. La Cecilia l' ne la so camara, e gavemo manda lOlga a ciamarla. (Falso) Poara Olga.
Bepi. Ma! Serve.
Leonzio (con finta indifferenza). E no se sa chi l' sta?
Bepi. Par el momento, no.
Leonzio. Del resto, sti segreti a mi no me li cont. (Mutando tono) Gregorio l' in mez e no volemo disturbarlo. I altri i fora.
Bepi. Me zio, adesso, el me fa levare la matina a le cinque. El dise che go da essar un spirito insone, dinamico, e 'l me fa ciapar el sole. L' mato. Quel' aloco de me pap tase, me zio fa e desfa, e mi ghe vago de mezo. Torno adesso, al tramonto. El me tien d'ocio, el fa anca el questuroto. El dise che Piero, vedendome insone e abronzato, el gavar piaer. Sonti abronzato? Cossa ve pare? Va a finire che 'na volta o laltra me dago la patina e resto in leto a dormire, dinamicamente.
Leonzio (a Bepi). Tu sei il lavoro (a Ferucio) e tu sei la scienza. Qua ghe n' par tuti i gusti. Ma Pietro sopratuto un amiratore de la scienza.
Bepi. Pietro scominzia a romparme le bale. Go perso la me libert. Go 'na voia de taiar la corda...
Leonzio. Ma la Cecilia, anc, la se fa desiderare.
Bepi. L' su le sue anca ela.
Leonzio (sorridendo). Se stala abronzando?
Bepi (attento all'effetto della sta rivelazione). L' inamor.
Leonzio. No!
Bepi. No, e parcossa?
Leonzio. Gnente. Me pare impossibile. L' cuss giovane...
Bepi. E cossa vuto che la speta par scaldarse? I sensi, zio, il brusco risveglio dei sensi.
Leonzio. Te me impressioni col tuo eloquio.
Bepi. Mi no son un leterato, ma la domenega vago al cinematografo.
Ferucio. E inamor de ci?
Leonzio. De qualche ignorante, forse? No posso credarlo. Ela cuss istruita... Ma no ghe che ignoranti in questi luoghi tremendi.
Bepi. Un momento, un momento. L' inamor del cavalier Salvatore,
Leonzio. El cavaliere?
Bepi. L' un altro che ga la mania dei romanzi.
Leonzio. E Gregorio cossa diselo?
Bepi. No 'l sa gnente. Nissun sa gnente. Mi go visto qualche truco - ma truchi da ridar - e lasso che la se rangia.
Leonzio. Male, male. L'onore de 'na fanciulla, de 'na fanciulla che ga el brusco risveglio dei sensi... (Allarmato) E quel cavaliere... Za no l me piase. So mi. Savemo, noialtri.
Olga (da destra). Adesso la vien.
Bepi. Se vede che la pensava a lamato bene. (A Olga) E le scarpe?
Olga. No le trovade.
Bepi. L' un mistero. Un par de scarpe nove, da balo: scomparso. (Si avvia verso la scala).
Olga. Vegno con lu?
Bepi. Andemo. Provemo a ercarle ancora. (A Leonzio e a Ferucio) Stasera al circolo ghe 'na festa. Veglia danzante. Ghe voio andare anca se casco dal sono. Anca se l zio nol vol, e se l sta lu a scondarme le scarpe. Par dispeto, ghe vago. Vien anca ti, Ferucio.
Leonzio. Ferucio ga da lezar!
Bepi. Anca de sera?
Leonzio. De sera, de note, de giorno. L' un spirito insone - anca lu. L' assetato de cultura.
Bepi (a s). Ma l riva massa tardi. (A Ferucio) Bon pro, alora, bon pro con la cultura. Comparmesso. (Sale con Olga).
scena terza
Leonzio. El cavaliere l' un furfante. El ga sentio parlare de tuti sti milioni e 'l se ga ingolosio. El se ga messo in machina par la putela, con tanti saluti a l'Amelia. Ferucio, no avere scrupoli. Ricordate: no avere scrupoli. Vinci il tuo pudore, vinci il tuo nobile temperamento, e forza.
Cecilia (da destra). Go fato tardi e me despiase.
Ferucio. Cara Cecilia.
Leonzio. Me despiase anca a mi. Parch son costretto a lassarte. Mi adoro la to compagnia, sei la mia predileta, ma bisogna che vaga, purtropo. Go un apuntamento. Ciao.
Cecilia. Ciao, zio.
Leonzio (a Ferucio, sottovoce). Me racomando. (Esce dalla comune).
Cecilia. (a Ferucio) Dime.
Ferucio. L'e un discorso dificile... Ti te si inteligente, Cecilia, e mi no son un mona. Mi parlo poco - l' inutile ciacolar con sti quatro tangari - ma go el ervel che funziona e i oci verti. Campo tra i vilani - par forza - ma no son un vilan. Scolta, mi te conto tuto. Me pap, da stamatina, l' come un mulin. No 'l ga pi pace. Go dovudo acontentarlo e vegnar qua. El vol che te fassa la corte, el vol che se sposemo. I soldi de Piero, l'afare de l'eredit, l' el tormento de le nostre fameie. Ma noialtri Pavanelo gavemo rason. Perdar la nostra parte saria da stupidi. Me pap, alora, ga avudo 'na trovata: el nostro matrimonio. Piero, cuss, no podar desmentegarne. Mi e ti erediteremo insieme. La trovata l' bona.
Cecilia. Gh' da vergognarse a vivar qua in mezo.
Ferucio. Verit sacrosanta. Ma i soldi orba tuti. E la lota contro de noialtri, via, no l' giusta. Me pap se difende. Gnanca mi, del resto, voj molar. Ti te si inamor...
Cecilia. No l' vero!
Ferucio. Lo so.
Cecilia. No l' vero!
Ferucio. Lo so, te digo... Ti te si inamor, e no l' el caso che mi te fassa I'aseno. Ma podemo rangiarse, podemo fare un pato, (Mutando tono) El to cavaliere l' un desgrazi.
Cecilia. Ferucio!
Ferucio. Lassame dire.
Cecilia. L' pien de talento.
Ferucio. L' un paiasso. Furbo, eloquente, se volemo, ma paiasso.
Cecilia. El far 'na cariera stupenda.
Ferucio. E quando 'l gavar fato la so cariera stupenda el ciapar, si e no, tremila franchi al mese. Dunque, l'e un desgrazi. To pare l' massa ingordo par parmeter ste nozze. Adesso el cavaliere ghe serve...
Cecilia. No capisso.
Ferucio. ...ma el to prezzo de vendita l' alto. Mi rispeto el to amore, Cecilia, ma bada ai traneli. La to richezza fa voia. Ti te si un'inteletuale, ma bada a le bele parole. Mi no son qua par domandar la carit, par imbroiar. Noialtri semo siori, e...
Cecilia. El cavaliere l' un omo onesto. Ve par impossibile, no? che ghe sia ancora qualchedun come lu. L' altro, sprezzante. El ga le man bianche e sutile, mani spirituali: mani che no i fate par sporcarse con le carte da ento. Se mi ghe disesse: "eco, mandemo in malora tuto, soldi e parenti, portame via" ah, la so contentezza.
Ferucio. Me la imagino.
CEcilia. L'e un omo puro. La me dota no l' la so speranza ma 'l so dolore. Vivemo tra i sospeti e le calunie, e 'l patisse. L' par questo che no 'l ga gnancora parl con la me fameja de le nostre intenzioni: parch no i creda che 'l sia avido.
Ferucio. No sognare, Cecilia, no sognare. No essar ingenua. No l' puro - e se vede. Le tasse de casa Camisan no cresse mai.
Cecilia. Ferucio!
Ferucio. E no contare su I'aprovazion de to pap. Gregorio l' tacagno, pratico. (Mutando tono) Sveiate, creatura: el tempo romantico de le fughe l' finio. Ma che fughe! Prova a dirghe: "rinuncia a la dota", prova. Te vedar. No me sbaglio. L' el to amore, el to primo amore, no? E capisso. No se ragiona. Onesto o manigoldo, sempio o geniale - no se ragiona quando 'na butela l' inamor. Ma mi te ofro 'na soluzion. Maridemose, e te lasso far. (Stupore di Cecilia) Se usa, se usa. L'e un pato comodo e te gh' tuti i vantagi. Te podar voler ben senza bisogno de sofrir, de scapar. E paga, se usa anca questo, e rende, e el cavalier l' un nomade che resta tuto par ti. (Mutando tono) Gregorio se opone al nostro matrimonio? L' istesso. Noialtri se butaremo in zenocion davanti a Piero, ghe spiegheremo el nostro amore, lo scongiuraremo tra le lagreme. Semo so cugini e 'l ne scoltar. (Sorridendo) Sposemose, Cecilia. Uniti e liberi. Mi te lasso fare, che no g' el dirito de incadenar el to cuore. Anca mi go un amoreto: 'na vedova.
Cecilia (beffarda). Grazie, Ferucio. Te odio, ma te ringrazio. Te gh' avudo un'idea: presentarse a Piero, comovarlo. No dubitar. Apena che 'l riva, mi e 'l me moroso lo comovaremo. Cuss no ghe sar bisogno de spasemar. E Salvatore far el sacrificio de acetar la me dota. Grazie, Ferucio.
Ferucio (dopo breve pausa). Presenteve pure. E che l'altra ve la manda bona.
Cecilia. L'altra?
Ferucio. S, l'altra. Parch el to cavaliere l' puro, ma el ga 'na ganza. Tresca vecia, ormai.
Cecilia. L' 'na to vendeta, l' 'na viliacada. No l' vero.
Ferucio. Mi te averto. Quando fasso un piaer, mi lo fasso completo. (Amelia e Snlvatore son apparsi nel giardino). To, ie qua. Eco parch nol te domanda. Forse l' pericoloso. E prima el erca de taconare. (Svelto) Sposemose, Cecilia, l' meio.
scena quarta
Salvatore (entrando con Amelia). Oh signorina. Caro giovanotto.
Ferucio (ad Amelia). Zia, quanto tempo che no te vedo. Te si sempre bela.
Amelia (sorridendo). Ferucio che me fa un complimento. L' proprio un miracolo.
Salvatore. Si conserva donna Amelia, si conserva. E il clima
Amelia (a denti stretti). Ma go 'na fiola, go i nevodi che me invecia. Mama, zia...: se sente sti nomi e se pensa a la marntega.(Graziosa) Ferucio, no ciamarme zia. Se no, el cavaliere se spaventa.
Cecilia (lenta). Vuto che anca mi no te ciama pi mama?
Salvatore (ad Amelila, galante). Invece no, invece no. Figli e nipoti vi fanno pi affascinante. Sono come i primi capelli bianchi. Una signora giovane con le chiome che vanno inargentandosi attraentissima. Ha laria vissuta, l'aria sofferta.
Ferucio. Go capio. Ve saludo, alora. Cavaliere...
Salvasore. Distinto amico.
Amelia. Ciao, caro.
Ferucio. Ciao Cecilia. (Esce dalla comane).
Amelia (volgare). Cossa fasevelo, qua, Ferucio. Cercavelo i soldi de Piero?
Cecilia (scaltra). El me faseva la corte.
Amelia (lieta). Ah, el se slancia. Bene. L' un toso che me garba. E se 'l gavesse qualche intenzion, se 'l te volesse sposare, mi saria contenta.
Salvatore. Veramente, il matrimonio fra cugini...
Amclia. Cecilia ormai l' da mar. E Ferucio l' bravo, inteligente. Mi lo vedo sempre volontieri.
Cecilia. E se no 'l fusse bravo, se no 'l fusse inteligente, saria istesso. Basta che 'l diventa me mar, e che andemo via, se l' possibile. E 'l me cuore? e la me volont? Gnente. Tuti va ben par mi, anca el copacani. Tuti - escluso uno. (Ad Amelia) Te capisso benon. Ma te te desmenteghi che 'l matrimonio, qualche volta, no l' la galera. Ti, par esempio, te si sempre libera. (Decisa, a Salvatore). Cavaliere, che 'l me sposa lu.
Amelia. Ah! (Si e tradita ma si riprende subito). Tien la lingua tra i denti o te dago 'na sberla. Me maraveio. 'Na butela che parla cuss. 'Na butela che se dichiara. Tempi tristi, cavaliere, tempi tristi. El mondo l' pien de corrussione.
Salvatore (impacciato). Battaglia di dame. Battaglia cortese, Sempre interessante. (Diplomatico) Donna Amelia, permettetemi di ricordarvi che il cuore il nostro tiranno. Straziami, ma di baci saziami canta il divino poeta. Lamore preferisce la morte alla catena, al bavaglio. (Complice) E voi, Cecilia, se amate, non abbandonatevi cos al desiderio. Frenatevi. Non create l'irreparabile. Dominatevi. E terribile, intendo, ma necessario.
Cecilia. Lu me ga l'aria, con la so politica, de difendare do cause. Elo inamor de mi? E alora coragio. Voio che tuti lo sapia. Finimola con le scondarole.
Amelia. Finimola, si.
Cecilia (a Salvatore). Cossa malo dito, laltra note, in giardin? Pupa mia, tu sei il mio mondo.
Amelia. Ah!
Cecilia (incalzando). Ben, avanti, voio sentirle anca adesso ste parole.
Amelia. Sporca, sporca! De note ve trov. In giardinl De note. Cossa l' che gav fato in giardin?
Salvatore. Donna Amelia, sono un gentiluomo.
Cecilia (a Salvatore). No 'l dise gnente, vero? El ga paura de perdare tuto.
Amelia. Basta, basta, te si' un'anima corota. E mi che te credevo un'inocente.
Cecilia. La te faseva comodo, no? la me inocenza.
Amelia. Dovevo spetarmelo. Quando na putela rosega un baso de scondon, la, soto la scala, come un gato rosega i avanzi...
Cecilia. No li voio i to avanzi. Tienteli.
Salvatore. Cecilia... Amelia... Pupe... pupe...
Amelia (a Salvatore). E lu, con le so pupe? Cossa vienlo in sta casa, lu, a sedurme la fiola? Prima el baso, po' fora de note. No se da confidenza a le putele.
scena quinta
Gregorio (da sinistra). Creature, cossa elo sto bacan?
Cecilia (a Gregorio, indicando Salvatore). Paralo via, paralo via. L' 'na canaia.
Salvatore. Signor Gregorio, permettete. C un doloroso equivoco.
Gregorio (a Sa1vatore). Cavaliere, mi son confuso. Mi no so cossa dire. Ghe domando scusa. Sta fiola l' senza educassion.
Salvatore. Avrete le mie spiegazioni.
Gregorio. Par carit, che no 'l se incomoda. No gh' bisogno. Lu l' massa superiore.
Salvatore. Torner a bufera placata. Sono assetato di silenzio. (si avvia verso la comune).
Amelia (a Salvatore). Che 'l me speta. No voj che 'l vaga via con 'na bruta impression. Lo acompagno. (Amelia e Salvatore escono dalla comune).
Cecilia. La ghe core drio. Varda. (A se) Ferucio ga dito giusto. (A Gregorio) La ga paura che 'l ghe scapa.
Gregorio (con un pugno sulla tavola). Cecilia! (Breve pausa). Cecilia, tua madre. Vuto proibir a to mare de movarse, de fare do passi? Cossa ele ste maniere? Cossa ele ste arie? Giovent moderna, senza riguardo. Giovent vilana e prepotente. Disciplina, Cristo, disciplina!
Cecilia (triste). Pap, gavemo la casa piena de fango.
Gregorio. Mi so che g 'na fiola senza giudizio. Te ofendi to mama, te me ofendi mi - parch ghe entro anca mi..., te maltrati gli amici... El cavaliere l' un amigo, un caro amigo.
Cecilia. Ma el ne tradisse tuti. (Semplice) E mi ghe voj ben.
Gregorio. E l' par questo che te fa tanti strepiti? Cossa sito, gelosa de to mama? To mama l' 'na santa, e 'l cavalier l' bon, l' gentile. E to mama fa benissimo a essare gentile con lu, a essare ospitale. E nella tradizione delle nostre done fiere questa gentilezza d'animo, questa larga ospitalit. Non diffamare le spose oneste e laboriose. (Mutando tono) E lu, poareto, erca de ricambiare.
Cecilia. E noialtri sparagnemo su le tasse.
Gregorio. S, su le tasse. Parch al mondo gh' anca le tasse. El mondo, cara mia, no l' un romanzo, no l' un sogno. L' un registro: entrata e uscita, vivi e morti, redito e tasse. E c' la crisi. (Breve pausa) El cavaliere capisse. El vede che sta casa va avanti parch mi ve obligo a l'economia, e 'l me aiuta, onestamente. E mi lasso che 'l me aiuta - ma par voialtri, par el vostro ben, parch no ve manca el pan. Chi l', qua drento, che pensa al pane quotidiano? Se no ghe fusse mi, che disastro. E le tasse l' carte da mile, no bale, carte da mile. (Breve pausa) Cavatelo da la testa: la vostra unione sarebbe infelice. No l' come ti. El so temperamento no 'l somegia al tuo - passionale, impetuoso. El ga un altro caratere. El ga el caratere de to mama - leggiero e scherzevole. Son sicuro che no 'l te gh' gnanca in mente. O galo qualche idea sora de ti? galo qualche intenzion? Ben, ghe fasso spiegare el to temperamento da to mama. Sa fare ela, ela ga pratica. Ti no te si 'na strassona, e te meriti un omo diverso, un sior come ti. (Scattando) E lasseme chieto, lasseme lavorare: go da badare a l'eredit. (Breve pausa) Sta casa, da 'na setimana, l' un inferno. No se respira pi. Gh' Piero che riva, Pietro che ga bisogno del nostro afeto, e che 'l sogna la tranquilit in mezo ai so parenti, e voialtri no combin che malani. (Breve pausa) Anca to mama! Che bisogno gala de essare tanto espansiva in publico? La gentilezza va ben, ma no esageremo. Se no sti contadini capisse 'na roba par laltra. (A Olga che sta scendendo) E netar le camere, netar el mez. Gh' un deo de polvar. Lavorare, lavorare. E no pensare al moroso, no fabricare disgrazie. Incoscienti. Qua bisogna netare i mobili e le anime. Pulissia, pulissia. E impizzare la luce. No se ghe vede pi, quasi. Siamo una famiglia di lavoratori curvi sotto il sole e qua l' sempre scuro. (Esce da sinistra).
scena sesta
(Un silenzio).
Olga. Signorina, cossa gala?
Cecilia. No ghe ne posso pi.
Olga. Coragio. Son tanto infelice anca mi.
Leonzio (dalla comune). Oh Cecilia...
Cecilia (seccata). Scusa. (Esce da destra).
Leonzio. Ostrega! (A Olga che si avvia verso sinistra) Ci, speta. Cossa gavio? O sonti un orso, che ve fasso scapar? (Mutando tono) Bruto tempo, no?
Olga. Za.
Leonzio. T'ala fato qualche confidenza, la signorina? T'ala parl de Ferucio?
Olga. No.
Leonzio. Ma credo - cuss, a ocio -, credo che Ferucio...
Olga. Comparmesso.
Leonzio. Eh, de diana, cossa ela sta pressia? Sito rabi con mi? No, vero? (Dolce) Te capisso: tu soffri. Gente cativa in sta casa. I te tien par vantarse. Tuto ghe fa comodo, anca el dolore. Te si 'na bandiera, par lori, quela de la so piet. E i te mete a la finestra parch Piero se comova davanti a la carit cristiana de casa Camisan. Ma la me fameja l' sempre a to disposizion. El nostro cuore l' scieto.
Olga. Bisogna che resta qua. Go capio la solfa, adesso.
Leonzio. Ah, te si furba! I ga bisogno de ti, i ga da farse beli, e ti te vendi le to lagreme. Giusto. Che i paga. Vorli pianzare su de ti? E che i se compra le lagreme a un franco luna. La ghe sta ben. Cuss te te vendichi de tute le insolenze che i te ghe dito.
Olga. No lo fasso par mi, ma par la creaturina inocente che gavar. Me sacrifico.
Leonzio (dolce). Te conosso, Olga. No gh'e sacrificio che te spaventa. E se posso essarte utile - no par ti, intendemose, no voj ofendarte, ma par la to creaturina -, mi son pronto. Disi la cifra, son pronto. (Non veduto, Guelfo entra dalla comune. Ascolta. Leonzio continua). No bado a spese. La me casa te speta. Ma chi elo sto fiol d'un can che te ghe fato sto servizio? Mi digo che l' spos. Ti no te lo savevi, o te lo savevi, e te gh' mol un ponto istesso. L'amore, no?
Olga. No, no l' spos.
Leonzio. Caspita! L'idea de me mojer. No l' spos, la dise, e 'l l' uno dei Camisan. (Mutando tono) Ma no se soporta tante ingiurie da Gregorio se 'l colpevole l'...
Guelfo (forte). Son qua anca mi.
Leonzio. Oh Guelfo.
Guelfo (a Olga). Dove elo me fradel?
Olga. In mez.
Guelfo. Va pure. (Olga esce da sinistra. Un silenzio) Questo l' devent el to campo de batalia, ah?
Leonzio. Qua gh' el nemico e qua combato.
Guelfo. Benon. Faremo serare la porta, cuss te restar senza bersalio.
Leonzio. Sonar el campanel.
Guelfo (rabbioso). Ti te si un vilanasso. Un petegolo. Un rompiscatole. Sempre qua drento a secare, a provocare. Vuto che te insegna la creanza, subito? Vuto che te spaca el muso?
Leonzio. Cossa? Minacie? Minacie? E mi te dago querela.
Guelfo. Bravo. (Secco) E i testimoni? (Un altro silenzio).
Leonzio. E va ben. Ma no credar de spaventarme con le to arie, con le to violenze. E Piero che vien tra voialtri! Questa l' la fossa dei leoni. Qua se sassina i galantomeni. Va a finir che quel poro can ghe rimete la pele. Con la scusa che no gh' i testimoni, lo avelen, lo magn vivo. Ma ste atenti, se lo magn, ste atenti. Ve lo fasso spuar fora. (Esce dalla comune mentre Gregorio riappare da sinistra).
scena settima
Gregorio (commentando). El solito Leonzio.
Guelfo. S, l.eonzio che ne ofende. Ma lo go par via. No 'l tornar pi.
Gregorio. Oh finalmente.
Guelfo (dopo breve puosa). Gregorio, go da parlarte. L'Olga, lo go capio, una volta o laltra la canta. E i Pavanelo sospeta e i fa de tuto par cognossare la verit. Mi... mi...
Gregorio (drrammatico). Guelfo, te me impressioni.
Guelfo. S, s, son sta mi! Cossa vuto farghe? Mi. Son omo, no? L' bela, la me piase, l' qua tuto el giorno. L' sta pi forte de mi. La dorme qua, e mi, la note, no son bon de serar ocio. Adesso bisogna che me decida. Bisogna che la sposa.
Gregorio. Guelfo! Un omo come ti. Un vedovo che mi credevo fedele al soave ricordo de la defunta.
Gueifo. L' sempre i vedovi de le defunte queli che sposa la serva.
Gregorio (con un salto). Gavemo la casa piena de fango! (Breve pausa) Te podevi regolarte meio.
Guelfo. L' sta el caso, se vede, el destin. L' un mese che go sto magon. Ghe go dato diese carte da mile - l' sempre pagada, del resto - e go dito: "rangiate ". Diese mila franchi no i pochi. Ma l'era pura. E la pianzeva: "go 'na creaturina, ga da nassare 'na creaturina inocente". Me son comosso. La doveva partir. Taser e partir. Erimo d'acordo cuss.
Gregorio. E giovedi, infati, l'a tasudo, e la saria and via. Una perfetta gentildonna. (Ha un'ldea) Ma l' sta giovedi de matina che la comare l' ga dato conferma, e ti te l'avevi za pag.
Guelfo. Andemo, che par erte robe no gh' bisogno de conferma.
Gregorio. Oh cieca fiducia, oh suprema stoltessa! L' cuss che se rovina le fameie, che se manda in malora i patrimoni: credendo a 'na serva che dise de essere ininta. Poteva mentire, fare la comedia. Le serve sono capaci di tuto.
Guelfo. No, no... L'era inchieta, preocup, nervosa. Se vedeva la so sincerit. E i fati, del resto... La saria and via. E con diesemila franchi la gavaria pod trovar mar. L' facile. Un mar costa cuss poco. Chi elo quel galantomo che davanti a 'na poara mama come l'Olga, davanti a 'na poara creaturina, rifiuta diese carte da mile?
Gregorio. E mi go dovudo fermarla. Par forza.
Guelfo. Giovedi de sera, subito, la me ga sbat sul muso sto complimento: "Piero vostro me salva. Fora soldi! Si sta vualtri a metarme in man sta arma".
Gregorio. Un ricato. E ti?
Guelfo. E mi - cossa vuto farghe? - mi, fora soldi. Ma i ricati - anca sabo, anca ieri - i me stufa. E el pericolo resta. Senti, l' meio che la sposa. No ghe l' altro da far. Cuss stupemo la boca a tuti e ne va zo 'na piera dal stomego. De matrimonio, veramente, ela no parla. Ela domanda palanche, soltanto. Ma noialtri no podemo vivar con sta spada sul col.
Gregorio. Se no la parla de matrimonio, vuto vedar che Marco... Giovedi, ghe scometo, i ga recit tuti e do. E linocente l' fiol de Marco. La dona fiera e gentile e il suo fidanzato orgoglioso ma sfrutatore.
Guelfo. Gregorio, mi son furbo, e le done, mi, no le me imbauca. (Un silenzio).
Gregorio (melodrammatico). Ah Guelfo, anca ti. Tuti contro de mi, che fasso sforzi sovrumani par tegner in pi la baraca. (Mutando tono) Sposarla? Amesso che la ghe staga, te par che sia el caso, che ghe sia proprio bisogno de sto matrimonio par ricevere Piero? E sposeve! Ma Guelfo e Olga Camisan... (con un brivido) Olga, la serva! (riprendendosi)... ma Guelfo e la serva Olga Camisan, oggi sposi, se trova 'na casa e va a vivare la. Dividemo tuto. Anca se no te la sposi, te va fora de qua e te te fa far i ricati al tuo nuovo domicilio. Mi no voio che lAmelia e la Cecilia patissa, par colpa tua, il disprezzo di Pietro.
Guelfo. O, mi son un fradel Camisan, no l'Antonia Camisan - sorela e femena - in Pavanelo. Son Guelfo. Fradel. Mas-cio. E d'essere mas-cio lho dimostrato.
Gregorio. Purtropo.
Guelfo. E con mi no se scherza, intendemose. Mi t' sempre lass far, t' sempre lass comandar, te si pi vecio, e amen. Ma no sperar de butarme fora par ereditar tuto ti.
Gregorio. Pian, pian. (Risoluto) Io non posso parmetar che per colpa de le tue concubine e dei tuoi amori illegali e noturni...
Gudfo. Va ben. Ma Piero dir: "i fratelli Camisan non esistono pi. i divisi p;ir ragioni scandalose, e mi, mi, che go bisogno de afeto, mi, che son un sognatore, mi, dove elo che vago? El va da Leonzio e da la sua cara famigliola.
Gregorio (che sta per lasciarsi convincere). Guelfo, la serva. No desmentegar che te sposi la serva.
Guelfo. E se no la sposo, Piero trova 'na serva messa ininta no se sa da chi...
Gregorio. ... e che noi, uomini leali e generosi, protegiamo...
Guelfo. ... e un giorno el vien a saver che son sta mi. Gregorio, l'e pezo.
Gregorio. Ma l'Olga, se te la sposi, la diventa 'na Camisan. La diventa 'na cugina de Piero anca ela.
Guelfo (scaltro). Gregorio, mi no sposo 'na dona qualunque. Sposo una madre. La madre di mio figlio. Una madre onesta e laboriosa. Gregorio, facio apelo a la tua nobilt. Una madre un bambino: la poesia del focolare. Piero, a l'idea del bambino,- un parente latante -, a lidea del focolare, el more da la contentezza. L' un sognatore, el fa un colpo. (A Bepi che sta scendendo). O Bepi, voj dirtelo subito - me cavo anca sta piera. In fameja se cresse. Avrai una matrigna.
Gregorio. Oh spudorato!
Guelfo. ... avrai un fratelo...
scena ottava
Bepi. Cuss ereditar de manco.
Guelfo. E rispeta, me racomando, la tua nuova madre.
Gregorio (sarcastico). Me racomando, rispeta la serva.
Bepi (che e sceso). Chi?
Gregorio. L'Olga, la serva. El sposa la serva.
Bepi. No!
Gregorio. Un ricato, un ricato!
Guelfo. Non vero. Debbo. Non lei che chiede, son io che riparo. C' di mezzo il mio onore. E' tanto infelice.
Bepi (scattando). Ma che infelice, ma che infelice! Cossa eli sti pastissi? cossa eli sti truchi? Me ribelo, eco, me ribelo. No l' giusto, no voj. L' un'infamia.
Gregorio. Oh. fiero sdegno dei giovani!
Bepi (a Guelfo). Insoma, de chi elo quel fiol? Tuo o mio?
Guelfo e Gregorio. Bepi!
Bepi. S! E la me minacia. Anca prima. "O te me sposi o squaquaro tuto al vostro Pietro". E dire che pochi giorni fa la go pag...
Gregorio (a Bepi, indicando Guelfo). Anca lu, anca lu!
Bepi. ... con sete carte da mile. La doveva partire.
Grrgorio. Con l' scarsele sgionfe.
Bepi. Adesso, invece, la pretende el matrimonio. L' in sto bocon de tranelo che la voleva tirarme. (A Guelfo) E non ti ha chiesto le nozze, vero? Te credo. Son mi el merlo del sposalizio: mi, no ti. Mi, se capisse. Mi son giovane. Par fortuna, che te te si ricord d'avere lonore. (Guizzo di Guelfo) Se no, ti te tasi - te conosso - e mi la sposo. Sposala ti, se te garba: mi, no; mi, basta. Mi voj indrio i me soldi, voj indrio i me soldi. bruta carogna, portarme via i soldi. (Attimo) E dire che pensavo: forse l' meio. Me sposo, ma me libero da sta continua tortura. In fondo l' giusto. Go fato el pecato, fasso la penitenza. Piero gavar caro: el ga un cugin onesto.
Gregorio. Ma s, ma s. Gavermo la casa piena de fango, e Pietro nostro esulter. Anca Leonzio esulter, no ste a dubitar. E adesso, cossa femo? E' atroce.
Bepi. Bisogna compatire. Son un spirito insone, e lOlga, de note, me faseva compagnia.
Gregorio (a Guelfo). El to spirito insone, se vede, el se indormenzava prima. Sorvegliarli, i figli, sorvegliarli! Anzi, no. Dormire tuti. L' meio. (Breve pausa) E mi, mi, che lavoro per difendare el nostro onore el nostro capitale. Mi, qua, che par voialtri me rovino la salute. No gav anima, no gav delicatessa. Pazienza lo spirito insone con la serva, ma butare via i soldi cuss... (A Bepi) Sete carte da mile! Dove te l' trovade, ti, un putelo, sete carte da mile? Forse sui campi inondati da la primavera?
Bepi (impacciato). Go zog al circolo e go vinto. Per fortuna. (Riprendendosi) Cossa vuto? Me son comosso. L'era una fanciula pura. E la pianzeva: "go 'na creaturina, ga da nassere una creaturina inocente".
Gregorio (con impeto). Ostrega! Ma la ga i denti boni, la creaturina inocente. No l' gnancora nata e la magna za le carte da mile.
Fine secondo atto
ATTO TERZO
(Passato qualche giorno. Pomeriggio chiarissimo.)
scena prima
(La radio suona. Cecilia, inquieta, dalla comonc: sta aspettando qualcuno. Appare Leonzio).
Leonzio. Salute. Oh musica.
Cecilia (tanto per dire). S.
Leonzio. Gheto i nervi?
Cecilia. No.
Leonzio. Guelfo, gh'lo?
Cecilia. No lo so.
Leonzio. Bela maniera de rispondar.
Cecilia. Se no lo so, no lo so.
Leonzio. Grazie tante. (Mutando tono) Chi e che te speti? (A Bepi che entra da destra, palesemente infastidito). Ci, gheto i nervi anca ti?
Bepi. E chi l', qua drento, che no li ga?
Leonzio. Ti trovo... abronzato.
Bepi. No me abronzo pi. Dormo. Ordine del zio. (Si avvia verso la comune).
Leonzio. E se saluda, ostrega.
Bepi. Va la, va la, caro, che no ghe n'ho voia. (Se ne va).
Leonzio (dopo breve pausa). Cecilia. (La ragazza non risponde) Cecilia, vien qua. te s che te voj ben. Sei la mia predileta. Contame.
Cecilia. Cossa?
Leonzio. Contame quelo che te ghe. (Sospira) Sta casa no l' pi quela. E tuto par i soldi. Maledeti schei, i la rovina. No li posso vedar.
Cecilia. Ma te li erchi.
Amelia (scendendo) Caro Leonzio... Come stala lAntonia?
Leonzio (sorpreso). Vuto morire, Amelia? L' la prima volta che te me domandi notizie de lAntonia. (Cecilia esce dalla comune).
Amelia. L' 'na dona de sesto. La merita piu riguardi, piu atenzion. Bisogna che la vaga a trovar.
Leonzio. No importa, la ga da vegnar qua. Anca ela l' come mi: no la vol rancori.
Amelia. L' tanto bona.
Leonzio. L'altra sera, mi e Guelto, se semo diti 'na parola un fi dureta, ma la rabia, adesso, la me pass. Voio che femo pace. Andemo... Piero torna, e el trova che i Pavanelo no ga entrata libera in casa Camisan: elo belo? No. L'Antonia vien par questo. Pace generale. Continuaremo a discutere, va ben, ma senza infuriarse. (Sospettoso) E ti, che bisogno gheto de l'Antonia?
(A s) Sta gente l' piena de trapole.
Amelia (mesta). Go bisogno de afeto...
Leonzio. Anca ti?
Amelia. ... de tanto afeto. E fra parenti, tra done, se se capisse, se se consola.
Leonzio. Ma no te ghe to mar par consolarte?
Amelia. Gregorio l' massa indafar.
Leonzio. No te ghe el cavalier ehm la Cecilia!
Amelia. No parlarme de la Cecilia. (Cecilia rientra con Olga). Oh finalmente, Olga. (A Leonzio.) Comparmesso. (Alla servetta) Dunque?
Olga. Ghe go dato el bilieto, al cavaliere, ma no l lo ga gnanca vard. "Aspeto risposta" ghe go dito; e lu: "non c risposta".
Amelia. Ah s? E mi, stasera, vago da lAntonia. G'o za pens. Me pianto in giardin a fare conversazion. Par andare in locanda, el passa de l anca se nol vol. con na scusa lo ciamo e ghe parlo.
scena seconda
Guelfo (da sinistra). Sta radio me spaca la testa. (Spegne. A Leonzio, brusco). Cossa feto, ti, qua?
Leonzio. Go da dirte 'na roba.
Amelia. Ben, ve lasso.
Guelfo (a Leonzio), Mi, manco te vedo, meio sto.
Amelia. And l, fe pace... (Esce da sinistra).
Guelfo (a Leonzio). Pace? Dopo tute le to insolenze?
Cecilia (a Olga, che si accinge a salire). Insoma, no 'l vol pi saverghene.
Olga. Pol darse.
Cecilia. Ma la me letera...
Olga. Ghe lo za dito: gnanca leta.
Cecilia. E stanote che 'l se fassa vedar? che lo speta? Go scrito anca ieri, e no l' vegn. Ah Olga. L' perso par sempre.
Leonzio (a Guelfo). Mi go un caratere un fi ecitabile.
Guelfo. Un caraterasso te ghe. (I due continaano a parlare sottovoce).
Cecilia (a Olga). Cossa eli i segreti che te gh' con la parona?
Olga (finta). Segreti? Me maraveio. L' par la sartora.
Cecilia. Olga, me sito fedele?
Olga. Vago nel fogo, par ela.
Cecilia (A se). La ga paura de me mama. (Esce da sinistra anche lei. Olga sale).
scena terza
Leonzio (gridando). Mi, ladro? mi, che son l'onoratessa fata carne ?
Guelfo. Tuti sa che col falimento de la rafineria voialtri consilieri ve gav messo in scarsela parecchie carte da mile.
Leonzio. No l' vero, no l' vero. Le prove, fora le prove.
Guelfo. Tuto el paese ve acusa. Mi no te go mai dito gnente parch i afari che no me interessa. Ma visto che te vien qua a predicare la morale, ben, ciapa su e porta a casa: ladro! E noialtri, a Genova, quando Piero sbarca, ladri no ghe ne volemo.
Leonzio (scoppiando). E alora, to fradel Gregorio cossa vienlo a far a Genova, se no gh' posto par i ladri?
Guelfo. Ci, sera quela maledetissima boca, se no te par zo i denti.
Leonzio. No credar de impressionarme, masnadiero. (Mutando tono) Parch la tenuta Scanferla che gav compra lano scorso, Gregorio no 'l l'a pag quatrosentomila franchi, ma tresento-trenta. E ti, bauco, te ghe n' tir fora dosento: la met, te credevi. I era tuti d'acordo par imbroiarte. Anca el notaio.
Guelfo. Chi l' sta a dirtelo? Dove eli i testimoni?
Leonzio. Mi, son un testimonio. No te te ricordi che go fato mi da mediatore? Cinque carte da mile Gregorio m'aveva oferto par el me silenzio. A un galantomo come mi, ofrire inque carte da mile. El me n'ha dato dodese, ma mi no go venduo gnente. I galantomeni come mi no se li compra. Go impromesso, eco, go impromesso... (Gridando) Mi si che go le prove! (Breve pausa). Insultarme... (Scattando) E le tasse? Va ben che'l ghe rimete de persona, ma mi go sempre tasudo, no go mai scrito letare anonime. No son un furfante, mi. (Mutando tono) El cavaliere, del resto, el ga sempre ser un ocio anca con mi. Semo parenti, no? E la lege uguale par tuti i parenti. (Scattando un'altra volta) Altro che ciamarme ladro. Fate mostrare i conti da to fradel, verzi i oci. El ladro l' lu. (Furbo) E piantali qua tuti, fa la division de l'azienda. Chi sa, quel, come che 'l te frega.
Gregorio (dall'interno). Olga, Olga...
Leonzio. Lu! No voj parlarghe. Il ricordo dei so intrighi mi turba. (Si avvia verso la comune).
Guelfo (drammatico). Resta, che ghe cavo la mascara!
Leonzio. No, no posso. Sono turhato. (A se) Che i se rangia fra de lori. (Forte) Ma le prove le go. (Esce dalla comune).
Gregorio (dall'interno). Olga, Olga. (Con in mano una lettera, entra da sinistra). Dove ela sta serva? Trovarla l' un miracolo. Bisogna che la porta al cavaliere sta letera. L' do giorni che 'l cavaliere no se fa vedar. E che 'l vegna, caspita. Go paura che 'l se gabia inrabi. Se no 'l risponde, ghe vago mi. Ma me seca andar l. (Mutando tono) Go da far la denuncia del redito, prima che el parta. Va ben che gh'e la crisi. Ma se, la crisi. finisse? Tuto cambia al giorno d'ogi.
Guelfo. E par el resto - per l'afare de lOlga - cossa gheto deciso?
Gregorio. Go za mand a ciamar Marco. Provemo con lu. G in mente 'na busia. Po' parlaremo con ela. L' la me vecia idea: che i se sposa. Ghe femo la dota - la sar un fia alta, pazienza... El mar stavolta costa caro. Colpa vostra. (Breve pausa) In fondo, se salvemo. Gavemo avudo la disgrazia de aver 'na serva indegna, ma el nostro dovere l'emo fato. Va ben che la bruta figura resta... E d'altra parte, come vuto giustarla?
Guelfo (calmo). Ma te paghi ti.
Gregorio. Cossa?
Guelfo. La dota te la paghi ti.
Gregorio. Mi? Oh, senti... El fiol de la serva l' vostro, no mio.
Guelfo (lento). E i setantamila franchi che te me ga magn su la tenuta Scanferla?
Gregorio. Mi te go magn...
Guelfo. ... setanta carte da mile.
Gregorio (commediante). Mi te giuro su la sacra memoria dei nostri genitori...
Guelfo. Lassa star. Leonzio me ga cont tuto. El ga le prove.
Gregorio. L' impossibile!
Guelfo (tranquillo). El me le ga mostr.
Gregorio. Maledeto. (A se) Ma come alo fato?
Guelfo. E mi, aseno, che me son sempre fid de la to onest.
Gregorio (volendo parare). Leonzio l' diabolico. El semena tempesta, el ne vole dividar. (Melodrammatico) E dopo, quando se semo divisi? Cossa eto dito ti, proprio ti, l'altra sera?
Guelfo. Questo lo go capio,
Gregerio. E alora...
Gaetfo (duro). Alora la dota te la paghi ti istesso. E basta.
Gregorio (levando dal portafogli una cambiale). E questa? e questa? Questa l' la cambiale che ga fato Bepi par pagare I'Olga. Diesemila. Naturalmente, a la putela el ghe n'ha dato sete. Meti mile de interessi, e el resto par lu. (Leggendo) "Camisan Giuseppe...". E soto: "Camisan Gregorio per avallo". (Secco) Varda la me firma: falsa. (Deciso) Questa l' la galera, caro.
Guelfo. In galera te ghe mando ti.
Gregorio. Lo vedarmo. (Trionfante) Ma Bepi, intanto, el ghe va par primo, e subito. Lo avevo imagin che gh'era soto un pastrocio. Altro che zogo! L'altra sera, l'afare dei soldi el ghe sbriss fora da la rabia. E go anca indovin el strossin. Li conosso, li conosso i delinquenti de sto porco paese. La to firma nol podeva metarla: saria sta ridicolo. Un pare sior che avala la cambiale del fiol... Alora, el gh' messo la mia. Un zio, eco, l' diverso. Ma el strossin ga magn la foia. Altro ricato in vista... L' pagada quindesemila franchi. Par lonore de la fameia.
Guelfo. Quindesemila, o de manco? Par I'onore de la fameia o par farme un ricato a mi?
Gregorio. Guelfo, mi sbalordisci. Non avrei aperto boca. Ho pagato, e bona note. Sono padre, e io non adoloro i padri.
Guelfo. Birbante d'un Bepi. Prima la serva, po' la firma falsa...
Gregorio. Intanto, o mi o ti, qualchedun gavaria pag.
Guelfo. Dame quela cambiale.
Gregorio. No. Hai insultato la mia dignit, la mia coretezza, e me la tegno. (Amaro) Bela ricompensa par tuto el me lavoro, par tuti i me gesti generosi.
Guelfo. Ma cossa te ne feto? Che diferenza gh' fra quela firma falsa e 'l contrato falso par la tenuta Scanferla?
Gregorio. No l' falso, no l' falso!
Guelfo. Senti, Gregorio: desmenteghemo tuto. Chiss soldi che te me ga rob in tanti ani. Mi igo, ma me son sempre lass intortarme dai diriti de la to anzianit. Adesso, per, la solfa l' fina. Disciplina, Cristo, disciplina - come te disi ti. Ma sempre fra galantomeni, no? e podemo acomodarse. Te gh' za pag la cambiale, adesso te paghi la dota, femo pata. Sbregala!
Gregorio. El contrato? chi l' che lo sbrega el contrato? Caro mio... Mi, Leonzio, el notaio... Se te salta un estro, te ne mandi in galera tuti, e a Genova te ghe v ti solo.
Guelfo. Sicuro. "Caro Piero, son qua mi solo parch i altri i tuti in preson". E lu torna indrio furibondo.
Gregorio. Va ben. Ma la camhiale me la tegno. No se sa mai. E il futuro?
Guelfo. Mi te dago la mia parola che 'l contrato l' sepelio par sempre.
Gregorio. E Leonzio che ga le prove contro de rni?
Guelfo. Leonzio un tuo complice, no? E alora el tase: ghe convien. Lu vol che se dividemo, soltanto.
Gregorio. Invece lunione fa la forza.
Guelfo. Bravo. Paga, e sbrega la cambiale.
Gregorio. Acetato. (Straccia) Ma la mia coscienza non ha nulla da rimproverarsi.
Guelfo (sorridendo). Per, te si bravo. Te amiro. Sei un vero uomo d'afari. Te gh' un muso roto che insemenisse.
Gregorio (modesto). Cosa vuoi... Fasso quelo che posso par el ben de la nostra azienda.
Guelfo. E te giuri anca sui morti.
Gregorio (cordiale). I morti serve par giurare el falso.
scena quarta
Olga (scendendo). Gh' Marco. El sta arivando. I sta lori a farlo ciamar?
Gregorio. Oh, sito qua anca ti? Olga, noi vogliamo la tua felicit.
Olga. Ma mi, Marco, no lo posso sofrir. Gh' dito de s, quela volta, parch un mar l' sempre un mar.
Guelfo. E chi vuto sposare, alora? Bepi?
Gregorio. Andemo, ragiona. L' meio che te te meti a posto. Te femo la dota. O vuto sposar un altro? Parla, semo ancora in tempo.
Olga (lamenbutela). I me ga rovin, no gavevo esperienza.
Gregorio (indicando Guelfo). E lu, e Bepi, eli esperti, forse? (Severo). Aprofitarte d'un poaro veci, d'un putel con la testa tra le nuvole, par farghe fare un fiol e magnarghe sora. Se lAmelia e la Cecilia savesse questo - lore, che le t' difesa par misericordia - le te mandaria via a peade.
Olga. Lore le m'a difeso, ma mi a la parona go sempre fato comodo, e fasso comodo anca a la signorina. E se i me para via, conto tuto. Ghe conto al cugino Piero anca l'afare de le tasse.
Guelfo. Ah, canaia.
Gregorio (a Guelfo). Silenzio, vecchio inesperto. Parlo mi. (A Olga) E con questo? Conta! Piero l' un omo, e erte robe el le capisse anca lu. Serve e tasse: chi senza peccato... Ma si. Dighe tuto e rangiate. Pietro decider. Fra noialtri che semo pronti a riparare e 'na serva che fa ricati, Pietro, spirito giusto, sceglier. Pensaghe! E pensa a quelo che te gh' fato. Noialtri no gavemo paura. Te aiutemo parch semo gente de cuore - umanit, umanita! -, ma se te credi de avere el cortel par el manego, te te sbgli. (A Guelfo, sottovoce) Sonti grande?
Guelfo. Da monumento.
Marco (dalla comune). Cossa i comanda?
Gregorio (dolce). Vien drento, Marco. L'Olga ai tuoi piedi. Guardala: una vale di lagrime.
Marco. E i m'avio ciam par questo? Arivedarse. (Si avvia).
Gregorio. Marco. (Il giovane si ferma) Guardala, ripeto, guarda i so oci... (Commediante) L'Olga l' la vitima d'un bruto. Te giuro su la santa memoria dei me genitori che digo la verit. Un bruto, in campagna... Imagina el resto. Talami vegetali.
Marco. E chi elo sto viliaco?
Gregorio. Saverlo! Ma go scoverto tuto... E scoverto l'inocenza, la sincerit, la delicatezza de sta poara butela. Senti: l'Olga, se volemo, la podeva farla franca. E la faseva presto. Con un par de mignognole, il tuo ben noto rispeto per la feminilit cascava, e dopo el fiol l'era tuo. Invece, no. No femo confusion, la ga pens: l'onta, s; l'ingano, no. Dona fiera. E la taseva.
Marco. La fato mal, la podea parlar.
Gregorio. O Marco, chi le avrebbe creduto, se quel giorno la n'avesse rivel el mistero? (Rifacendo) "Scuse, scuse..." Anca mi, (indicando Guelfo) anca lu. "Scuse".
Marco (violento). Denunciarlo! subito!
Gregorio. Ti prego, rifleti. Prima de tuto, el so nome no lo cognossemo. Po', l' scap via. Infine...
Guelfo. ... manca i testimoni!
Marco (a Gregorio). Ma lu, come galo fato a scoprirlo?
Gregorio. Un sospeto, un'idea. Un tipo foresto che continuava a girare qua intorno, e l'Olga che tremava dal spavento. Lo go afront e go dito quatro parole - ma de quele... L' tai la corda. (Pratico) Denunciar el fato? Va ben. Ma dopo? Bel gusto, se te la sposi, far savere a tuti i to interessi.
Marco (indicando Olga). Ma tuti quanti, ormai, cognosse le so condizion.
Gregorio. O Marco, non scordare che sei un uomo leale e generoso. Compatissi la vitima, sposala e cambiate paese. Lasciate questo paese infame de bruti. Se podesse faria istesso.
Marco (semplice). Mi son bon, Olga, e te me fa pec. E son inamor.
Olga. Anca mi.
Marco. Partiremo, el Cielo ne aiuter. (A Gregorio) Grazie.
Gregorio. Ero sicuro, Marco, del to bon cuore. Lo so, lo so che sei un giovane reto e meditabondo. Le scalmane a ti le te passa subito.
Marco. Se no ghe fusse sta lu, sior Gregorio... Eco: 'na poara vitima e un toso desper.
Olga (a Gregorio e a Guelfo, sottovoce). E la dota? No desmenteghemo la dota.
Guelfo (vendicativo, sottovoce). La ga rason. Paga, paga.
Gregorio (sottovoce). Marco l' magnanimo, el se ofende.
Olga. La dota!
Gregorio (a Marco, dopo brev pausa). Scolta. Noialtri, par nostro ricordo, avemo deciso de regalarve qualcossa.
Olga (ingorda). i cuss boni... I me ga promesso inquantamila franchi.
Marco (stupito). Ostrega!
Gregorio. Veramente...
Olga (a Gregorio, sottovoce). Cinquantamila, e ghe rimeto.
Marco (sospettoso). Sior Gregorio, chi elo el bruto? Lu ga da cognossarlo quel nome... Voio saverlo! (Impetuoso) No lo denuncio pi. Lo copo.
Gregorio (pavido). E vuto andare in galera proprio adesso? Vuto abandonar sta poara mama, che ga tanto bisogno de ti? S, ve femo un regalo. Ma se te despiase... Gavemo pens: ghe l' 'na creaturina inocente che ga da nassare, gavari altri fioi e i piccini, se sa...
Marco (energicamente)....i costa.
Gregorio. Eco! And via, e se no te trov subito da lavorar - ci la disocupassion, la crisi... Tu comprendi: noi vogliamo che i piccini no patissa.
Marco (che ha capito di poter insistere). Ma inquantamila franchi, alora, i pochi. I buteleti bisogna arlevarli, farli studiare, darghe un'educassion.
Gregorio (vuol far macchina indietro). S, l' vero. Ma i cresse, i piccini, i cresse... I diventa omeni, i lavora anca lori, i scominzia a guadagnar... I sar el vostro sostegno, no gavar pi spese... - e alora trentamila franchi i basta.
Guelfo (sottovoce). Paga, paga.
Gregorio (vendicativo a sua uolta). O vuto savere el nome del bruto?
Guelfo (subito). O vuto minaciar ancora de morte? Bada che stavolta i testimoni i ghe. (A Gregorio, sottovoce). E gh anca i testimoni del contrato falso.
Marco (dopo breve pausa). E va ben. Molo par i piccini. Ma femo sessanta. Ghe le spese de la balia,
Gregorio. Cinquanta i basta. con la balia no bisogna sperperare.
Marco. Ma li voio subito.
Gregorio (a se). Che sanguisughe.
Guelfo (a Bepi che entra dalla comune). Ci, Bepi, lOlga se sposa. Faghe i to complimenti. La ga tanto patio.
Bepi (a Merco). Sito ti, el sposo?
Marco. Mi.
Bepi (ironico). Me congratulo.
Marco. Cossa credelo, de torme in giro? Coss torlo in giro, lu, un pare de fameia?
Bepi. Par carit! (Si avvia verso la scala).
Guelfo. Bepi! (Sottovoce) Te si un brigante. La cambiale, el strossin... So tuto.
Bepi. pap...
Guelfo. Ragionaremo, ragionaremo.
scena quinta
(Dalla comune, Leonzio con Ferucio. Aria felice e passo rapido, Leonzio sventola una fotografia).
Leonzio (indicando Ferucio). Gregorio, Guelfo: chi elo questo.?
Gregorio (sorpreso). Ma sito mato?
Leonzio. Poche ciacole. Chi elo?
Bepi. Ci, Ferucio.
Leonzio (a Bepi). Tasi ti. (Agli altri due, mostrando la fotografia) E questo?
Guelfo. E daghela! Ferucio.
Leonzio. Non vero. E' Pietro. Pietro quando el gavea ventisi ani. Pietro prima de partire. Varda la data, la firma...
Bepi (che si accinge a salire). Falsa!
Gregorio. E quelo se ne intende.
Leonzio. Falsa? Controlate, esaminate. L' 'na fotografia vecia, se vede. E l' salt fora adesso, sta maledeta. Un caso. (Mutando tono) Varda. Uguali, precisi. Un pomo sparto. Me ne incorzo per la prima volta. E lo avar visto, Piero, no?
Gregorio. Ma si 'na bela fameja, voialtri. Ghe somei tuti a Pietro nostro. L'Antonia con lanima candida, Ferucio coi so bafeti... E ti? gheto anca ti qualche somiglianza?
Leonzio. Ferucio ga el so caratare. Silenzioso, profondo, sognatore. L' proprio identico: un sognatore fisico e morale. L' l'imagine smagliante di Pietro giovane. (Con entusiasmo) Abbiamo vinto. Cossa conta Genova, cossa conta el resto? Cossa conta la serva? Ma s, tegnivela (ironicamente) Quando el torna el dir: "anca el fiol de la serva, gh'. Il colore locale perfetto".
Marco (a Leonzio). O, son el mar de l'Olga.
Leonzio. No me ne importa gnente. (A Gregorio e a Guelfo) Noialtri qui no ghe vegnemo altro. Basta che Piero e Ferucio se veda par la strada e l' fata. Piero l' un sentimentale e 'l ghe dise: "ciao, Ferucio, giovinezza mia!" (Sicuro) Tute le sue simpaitie saranno per noi.
Gregorio. Caro ti, tante storie par 'na fotografia. Ma el ritrato de Piero lo gavemo anca noialtri. Adesso lo erco e lo incorniso. (A Guelfo) Se no ghe penso mi a ste robe... (A Leonzio) Cuss quando el riva, el se vede l, subito, a pingolon da tanti ani. El se vede giovane anca qua.
Leonzio (con disprezzo). Interessati! Ma no la taca. (Indicando Ferucio) Questo l' un altro afare. Ferucio l' la giovinessa parlante, la giovinessa coi so sogni, con la so felicit. "Ciao, Ferucio, giovinessa mia!" (Allegro) Abbiamo vinto. Ve saludo. (Si avvia con Ferucio verso la comune).
Gregorio. Speta. (I due si fermano) Fame vedar meio. (Leonzio gli da la fotografia).
Guelfo (a Gregorio, sottovoce). L' un bon argomento.
Gregorio. Altro che! Indovinarlo che Piero e l'Antonia i era rivadi fin a sto punto... Le anime candide hanno funzionato, a quanto pare. Tute le fortune, quel Leonzio. E mi che no go mai sospet.
Guelfo. Gnanca mi. Mai che gabia sentio un'alusion, un petegolesso...
Gregorio. Maledeto paese, mai che i parla.
Leonzio (esultando). Colpiti, colpiti!
Gregorio (a Olga e a Marco). And de la, par piaser. (A Bepi) E ti va de sora. (A Ferucio) Va con lu, Ferucio.
Ferocio. Consilio de fameja.
Gregorio. Gavemo da parlare.
Bepi (a Ferucio). Andemo. (Tutti e due salgono e spariscono).
Marco (mentre esce da sinistra con Olga; a Gregorio). Me racomando.
Gregorio. No scapo, no, no scapo.
(Un silenzio. Per casa Camisan e per casa Pavanello il momento importantissimo).
Gregorio. Leonzio, noialtri no gavemo da continuare cuss. No l' giusto, no l' morale che se magnemo el cuore.
Leonzio. Me ne frego, mi, de la morale, massa comodo la ve fa.
Gregorio (indicando s e Guelfo). Noialtri capimo d'aver esager, con le nostre pretese.
Guelfo. L'Antonia l' nostra sorela.
Gregorio. L'Antonia l' 'na Camisan.
Leonzio. Adesso! (Gridando) Antonia in Pavanello, in Pavanello, no Camisan! E la ve odia, come mi. Se odiemo tuti, qua.
Gregorio. Ti te gh' contro de mi qualche prova. Mi e Guelfo se semo spiegadi, e sul contrato falso avemo fato 'na crose. Le to prove no le conta pi. E se te parli, gh' la galera anca par ti. Vero? Te si un complice.
Leonzio (pensandoci). Ostrega! (Docile) Ma mi no go nissuna intenzion de parlar. Guelfo el m' tir in lengua, e...
Gregorio. Lo so. E sicome te conosso, sicome conosso el to caratere impulsivo, l' un momento che te vegna la voia de denuniarme - de denuniar mi e ti, se intende. "Me rovino mi", te disi, "ma rovino anca lu, rovino tuti". L' meio, alora, che le to prove sparissa: le distrugi davanti a noialtri e tuto l' finio. Lo digo par ti, parch no te vegna la tentassion, se i te tira in lengua. (Largo) Leonzio, te salvo da la galera.
Leonzio (dopo breve pausa). Ma mi go vinto istesso. Go in casa el sosia de la sua giovinessa.
Gregorio. Cossa vuto che importa el sosia. Anca questo volevo spiegarte. Parcossa elo partio, Piero, quando i morti i so veci? E parcossa elo sta ventitr ani senza scrivar? Se qua el se fusse trov ben, el saria rimasto, no? E se del so paese el gavesse avudo un bon ricordo, el gavaria scrito, te par? Indubiamente, la sua giovinessa l' sta piena de malinconie, de dolori. O Leonzio! Se 'l vede el sosia gh' caso che 'l diga: "fiol d'un can! sei l'imagine de tute le angosse, de tute le rabie che go patio, ciapa su, fiol d'un can! " - e 'l ghe mola do sberle.
Leonzio. Ma alora parcossa l' che 'l torna? Tuti noialtri, e le case, e 'l campanile, ghe ricordemo la so giovinessa.
Gregorio. El paese l' cambi, noialtri semo divent veci, no semo pi queli. I.'imagine smagliante, invece... Te capir: l' el passato, el passato parlante, il passato che torna parlando... Sogni, conquiste, felicit? Bale. (Cupo) Delusioni teribili, tormenti feroci, tragedie segrete... Credi: el ghe da do sberle.
Guelfo. E alora. tutte le sue simpatie saranno par noi.
Gregorio. E no l' giusto, no l' morale - morale, ripeto -, che ve vaga in balon I'eredita. L' meio che stemo uniti, cuss se aiutemo. Intendi?
Leonzio (dopo breve pausa). Gregorio, ho l'onore, a nome di mio figlio Ferucio, di chiederti la mano di Cecilia.
Gregorio (rapido). l.'onore mio. (A se) Speremo che la diga de s.
Leonzio (a s). E se el sosia no taca, son a posto istesso.
Gregorio (a Guelfo, sottovoce). E par via de limagine e del resto, il colpo parato. (Forte) Ma la Cecilia l' un osso duro, la ga la so volont.
Leonzio. Gregorio, devi importi. Disciplina, no?
Gregorio. Provemo. (Chiamando) Olga, Olga. (Mutando tono) S, speta. Adesso che l' novizza... (A Guelfo) Par piaer, fa ciamare la Cecilia...
Leonzio. ... e Ferucio.
Guelfo (uscendo da sinistra). Ma se i crede de buzurarme parch i sa messo d'acordo, li fasso andare in preson.
Gregorio. l.eonzio, bisogna distrugere quele prove.
Leonzio. Ma davanti a ti, Gregorio, le voglio distrugere. A proposito: de Guelfo, podemo fidarse?
Gregorio (levando di tasca la cambiale). Go qua un documento... Lu crede che l'abia sbreg, ma mi... (A s) E la dota de lOlga la pagaremo tut' e do.
scena sesta
Amelia (entrando con Antonia dalla comune). Ecola qua, la me cara Antonia.
Leonzio. Benon. Vi annuncio le nosse de Ferucio e de la Cecilia.
Antonia. S? Go tanto piaer
Amelia. Anca mi. Ferucio l' un butel educato.
Antonia. E la Cecilia l' un angelo.
Amelia. Vero. Son so mama, ma sto elogio la se lo merita.
Gregorio (a Leonzio). Par la dote se metaremo d'acordo. Za, voialtri si siori, e Ferucio no ga bisogno de soldi. Invece mi... Gh' la crisi.
Leonzio. No parlarme de crisi, son rovin.
(Guelfo, Cecilia e Olga entrano da sinistra. Olga si avvia verso la scala).
Gregorio (ad Amelia e ad Antonia). Go za fato un matrimonio, anc. L'Olga...
Antonia. Dal bon?
Gregorio. ... e Marco. Ma adesso con la Cecilia... (a la ragazza) Cecilia cara, semo qua tuti par ti. Camisan e Pavanelo, tuti par ti. Leonzio, in nome de Ferucio...
Cecilia. Go capo, pap. Lo sposo. (Letizia generale).
Gregorio. Te lo sposi? te aceti? Il mio cuore ti benedice. (A s) Ma l' mol massa presto, l' 'na roba che no me persuade. (Olga scende con Ferucio).
Leonzio (a Ferucio). Ferucio, el tuo sogno diventato realt. (Indicando Cecilia) Eco tua moglie.
Ferucio (a Cecilia). Mi spero che i nostri carateri...
Cecilia (ad alta voce). Meto solo un pato: che se me salta la voia de andar via da sto paese, ghe andemo.
Ferucio. Par mi...
Amelia (a s). Ah, la promozion. Se i lo promove la parte anca ela. (A Leonzio) Me racomando. La Cecilia l' estrosa. Che Ferucio ghe staga atento, che 'l se fassa ubidir.
Leonzio. Ferucio l' nato aposta par comandar. (Olga esce da sinistra).
Gregorio (a Cecilia). Partire no l' belo. Prima, bisogna che Piero se cocola in mezo al nostro afeto. Bisogna che 'l ne conossa pulito. Lu torna, e voialtri and via? Caso mai, andar avanti e indrio. (Ispirato) Ah che 'na fameja in pace la slarga el cuore. Parch noialtri, ormai, semo 'na sola fameja, Dopo tante lote i soliti malintesi - se semo spieg, e tornemo a volerse ben. La vita bella. (Ai Pavanello) Ma mi ve go sempre voludo ben.
Leonzio. E mi? e mi? e lAntonia?
Antonia (a Cecilia). Ci, gheto sentio de l'Olga?
Gregorio. Ma s, go un'idea. (Chiamando) Bepi, Bepi... (agli altri) Questa l' la giornata de le idee fotografiche. A Genova ghe andemo mi, (a Leonzio) ti e Guelfo, e portemo a Piero tuti i Camisan e i Pavanelo fotografati. Riuniti, e fotografati. Un gruppo artistico. Un simbolo. Cuss al so sbarco ghe semo tuti.
Bepi (dall'alto della scala). Son qua.
Gregorio (a Bepi). Porta zo la to machina fotografica. (Bepi rientra per scendere poco dopo con la macchina. Gregorio agli altri) Cuss el podar vedar subito la nostra concordia. El vede i nostri musi ciari, tranquilli, onesti, e el scominzia subito a godersi il nostro imenso amore. Cossa ve par?
Leonzio. Magnifico.
Gregorio. Se fotografemo qua, ne la vecia casa - e fora i campi inondati da la primavera. Che 'l veda el so paese, subito, la so tera ferace. Chi sa che impression. (Comincia a mettere a posto) Ti, Leonzio, qua, e ti, Guelfo, viin. Qua, po', me ghe meto mi. Eco. Gli uomini leali e generosi i sta insieme.
Bepi (che sceso). Ben, cossa ela sta roba?
Gregorio. Pace universale e fauste nozze. (Mutando tono) Ti, Bepi...
Leonzio. ... e Ferucio...
Gregorio. ... eco, qua. Il sole che abronza...
Leonzio. ... e la leteratura.
Gregoiio. E qua le done. Le done fiere e gentili, le spose oneste e laboriose, il casto fiore de le nostre fanciule. A proposito ciamemo lOlga. L'Olga se marida, l' anca ela 'na sposa laboriosa. Ex-fiore, ma sposa laboriosa.
Guelfo. Gregorio, l' la serva!
Gregorio. Lo so. Ma la serva, in sto caso, la rapresenta la nostra bont, la nostra modestia, il nostro senso civico. Che 'l ne veda umili, umili e generosi. E che vegna anca Marco. Anca lu l' un omo gagliardo e dignitoso, (Chiamando) Olga, Olga. (Alle donne) Voialtre sent. Fiere, ma sent. (Chiamando) Marco... (A Guelfo) Va ti, a ciamarli, se no queli no vien pi. (Guelfo esce da sinistra).
Amelia. Ma no saria meio metarse par fameja?
Gregorio. No, no: se no 'l fa contusion. L' meio che 'l ne veda come ne la so letera. E po', do fameie divise - da 'na parte i Camisan, da l'altra i Pavanelo -, l' un momento che 'l pensa a la guera intestina par l'eredita. Mentre non deve sospetare. L' un sognatore, vero, l'e un'anima candida, ma no gh'e figure porche corne le anime candide. (Olga e Marco rientrano con Guelfo da sinistra) Brava, Olga. Ti qua. (A Marco) E ti, qua.
Cecilia (che non ne pu pi). Ma no, ma no. L' ridicolo, ridicolo. Me vergogno par mi e par voialtri. (Stupore di tutti) S, me marido. Me marido parch son 'na desgrazi, e me odio.
Gregorio (allarmato). Cecilia!
Cecilia. L' enorme, vero? No se ga mai sentio 'na fiola parlare cuss. (A Gregorio) Ma no avere paura. Taso, taso, no ve rovino l'eredit. E me far fotografare el muso anca mi, visto che l'anima nissun la fotografa. (Il gruppo si scioglie, agitato).
Gregorio. Cecilia, sei molto strana, oggi.
Ferucio (a Cecilia). Va la, no crussiarte; tanto...
Antonia (chiamando Leonzio). Ci, Leonzio, cossa gala dito? Mi no go capio ben. Se vergognela, forse, de sposar nostro fiol. Mi li mando in malora tuti.
Leonzio. Antonia, no rovinare quel che go fato.
Antonia. Mi go sempre tasudo, parch ti te gh' un caratere collerico. Ma no era proprio el caso de perdare tanto tempo con sta gente. E se questa cara gioia fa tante scene, ben, mi conto che Piero, ventitr ani' fa, l' partio par mi. (Meraviglia di Leonzio) S, par mi, dopo el batezo de Ferurio. I me veci i voludo che me sposasse con ti, e lu, che me adorava, l' and via par la disperazion. Forse el torna par vedarme mi. Parch no 'l resiste pi. Mi son el so primo amore, el pi forte, el solo.
Leonzio. Ma se ne la so letera no 'l te ga gnanca nomin.
Antonia. El me nome, se capisse, el brusa sui o labri, el brusa ancora. Parcossa no se galo spos? Semo noialtri i so preferiti, son mi.
Leonzio (la guarda. Poi) Per! Te li porti ben, i to ani. (Drammatico) Antonia, Antonia, me gheto forse tradio? Confessa, lo voglio.
Antonia. Leonzio!
Leonzio. Gnanca 'na volta, gnanca 'na volta? O gheto perso la testa?
Antonia. Leonzio, ma varda Ferucio. No te vedi che l' tuto el to ritrato?
Bepi (a Gregorio, che ha ricominciato a rimettere a posto). Ma se mi vegno nel grupo, chi l' che ve fotogafa?
Gregorio. Marco, Insegnaghe a Marco. Anca se 'l resta fora, poco mal. Tanto, i omeni leali e generosi, qua, no i manca. Andemo, creature, femo presto. Anca ti, Cecilia. (Carezzevole) Ti perdono.
Guelfo (uscendo dal gruppo). Gregorio, scolta 'na parola fin che me ricordo. Vuto farte fotografare con la cambiale in scarsela?
Gregorio. Quala?
Guelfo. Prima te ghe sbreg la letera par el cavaliere. Varda i tochi de carta. (Gli mostra i pezzetti raccolti).
Gregorio. Ah s? Che distrato.
Guelfo. Sbrega, sbrega. (Gregorio obbedisce).
Bepi (che accanto a Marco). Semo pronti, alora?
Gregorio. Mi credo. (Il gruppo immobile. Affettuoso e grottesco).
Leonzio. Un momento, un momento. (Ad Antonia) Antonia, ma elo un muso? Su, sorridi, sorridi. Che Pietro nostro veda il tuo sorriso accogliente. Te si l come un funerale. E alzate. Me sento mi. Drita, drita. E soridente, invitante... Se no par che te gabi dispiaer parch el torna. E che 'l veda la to giovinessa indomita. Petto in fuori, petto in fuori! La, cuss. (Siede. A Marco) Dai!
Fine della commedia
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