Quel disgraziato di Zio Beniamino

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Quel disgraziato di zio Beniamino di Giuseppina Cattaneo

AUTRICE

GIUSEPPINA CATTANEO

POSIZIONE S.I.A.E. N° 193077

http://copioni.dnsalias.org

TITOLO

QUEL DISGRAZIATO

DI ZIO BENIAMINO

(Con la collaborazione di Camillo Vittici)

COMMEDIA

 IN DUE ATTI E

SEI QUADRI

Personaggi:

GIUSI - CAMILLO

GILDA - TERESA

CAROLINA - PIERINA - PAOLO

MAESTRO – MARIA - GIUSEPPE

LUIGINO

CESCO – PINA - TITOLARE AGENZIA

CAMILLA - BEPO

BENIAMINO - PREVOSTO

TRAMA

Commedia senza andamento e tema continuo, dove gli attori possono interpretare più ruoli.

(MINIMO 6 = 3 donne – 3 uomini, MASSIMO 18 = 8 donne – 10 uomini).

Due fratelli devono scrivere una commedia se vogliono aprire il testamento dello zio Beniamino. La cosa non sembra gradire molto ai due e, fra ricordi e altro, riusciranno a scriverla?

LA TRADUZIONE DI QUESTA COMMEDIA è LETTERALE

ATTO PRIMO

La scena si svolge in casa.

SCENA I

Camillo e Giusi

GIUSI. (è in scena col fratello Camillo e stanno scrivendo un copione) ascolta Camillo, guarda che quella frase a me non piace per nulla. Ricorda che se vai avanti di questo passo, io non faccio più nulla.

CAMILLO: Quale frase? Quella che sto scrivendo o quella quando ti ho detto che sei solo capace di rompere le scatole? Guarda che se fosse per me, andrei a cercar lumache che star qui con te. Sei più mal gustosa di una suocera. Io dico una cosa e tu l’opposto. È come stare al governo; uno non può fare una proposta che quelli dell’altra parte dicono che è una stronzata. Su dai, andiamo avanti a scrivere questa commedia. Allora … il figlio dice al padre che vuole andare prete, ma il padre gli risponde che, quando vede una bella ragazza, gli si illuminano gli occhi. Perciò è meglio che faccia l’idraulico che guadagnerebbe di più. Non come mia figlia, Ersilia che si è fatta suora. Si è chiusa in un convento di clausura che è peggio di una galera. Gli dicevo … non andare suora Ersilia che mi farebbe molto comodo un’altra busta paga in casa, ma no, lei, testona più dura della tua che sei la sua zia, mi ha detto che voleva sposare il Signore. E così sono diventato suocero del Signore, ma, a soldi, sono sempre rimasto a secco. Ascolta … cosa gli facciamo fare al figlio nella nostra commedia? Il prete o l’idraulico?

GIUSI. Dimmi tu cosa può interessare al nostro pubblico se tua figlia è andata suora! Non siamo qui forse a scrivere una commedia? E poi, diciamolo, la tua Ersilia è l’unica nella tua famiglia che capisce qualcosa. Lei e tua sorella (indica se stessa), perché tua moglie …. Lasciamo stare che è meglio. Dove siamo arrivati? Fammi leggere … (Legge) è mai possibile che tu metti i preti dappertutto? Se andassi almeno in chiesa qualche volta. Un prete che gli si illuminano gli occhi, non fa parte di me. Perciò, niente da fare. Potremmo fagli fare l’idraulico … (Pensa) ma dato la fama che gli idraulici hanno al giorno d’oggi ho persino paura di quello che potresti scrivere mettendoci dentro le tue sporcacciate. Io direi di fargli fare qualcos’altro.

CAMILLO: Io, per esempio, da giovane avrei voluto fare l’erediterio, insomma quello che fa la bella vita con i soldi lasciati dal padre, ma, primo … mio padre era povero in canna, e secondo, era ancora vivo. Pensa che il mio amico Giacomo, per andare senza pagare alla gita dei orfani in pullman, ha pensato di uccidere suo padre. La gita la fatta, si, ma sul furgone della polizia fino alla prigione. Lo hanno liberato dopo due anni perché aveva promesso che non avrebbe più ucciso. Per forza … gli era rimasta solo la nonna di novant’anni che aveva solo una gamba perché l’altra l’aveva ormai praticamente nella fossa. Dopo, siccome il Don Palmiro, quando andavo all’oratorio, mi allungava una pagnottina con la gazzosa, avevo pensato di andare frate. Ma i frati vanno sempre in giro scalzi anche in inverno e allora, siccome d’inverno mi vengono sempre i geloni, ho pensato che non fosse una buona idea. Alla fine non mi è rimasto che fare il muratore. Mi han dato l’incarico di alzarre un muro, ma quello è caduto il giorno dopo. Mi sono talmente spaventato che mi sono messo in malattia per … cosa ha detto il dottore? … ah, per tram pissicologico e sono rimasto in malattia fino al giorno della pensione. E a te, Giusi, cosa ti sarebbe piaciuto fare quando eri givane?  

GIUSI. Ora si che capisco il perché ti chiamano “Lazzaroni”! E io mi dicevo fra me e me, ma se di cognome fa Burloni! E ho anche capito solo ora perché la tua Ersilia è andata in prigione … cioè volevo dire in clausura. Per forza, non vedi che palloso che sei? È solo mezz’ora che sono qua e mi hai già fatta diventare verde. E questo ha fatto questo, e quello ha fatto quell’altro. Smettila e non tenerla tanto lunga. E poi, quando eri giovane, invece di continuare a girare il mondo per trovare l’aria buona che ti avrebbe fatto guarire, rimanevi qui, lo avresti saputo cosa mi sarebbe piaciuto fare da giovane. Solo perché lo voglio dire al nostro pubblico, ma se fosse stato per te, nemmeno morta te lo avrei detto. (Ricordando con dolcezza) Quando era una ragazza, la mia passione era … cantare. Prendevo la scopa e adoperavo il manico come microfono. Che cantate in quel cortile! E tutti che mi dicevano che cantavo bene. Anche se non ben capito perché mi dicevano anche: mentre canti così bene, gira un po’ per tutto il cortile e prendi anche la paletta. Che bei tempi.  (Ritorna alla realtà). Guarda che se andiamo avanti di questo passo, ci vogliono tre anni per finire la commedia. Lo sai che lo zio Beniamino ha lasciato scritto nel testamento che se vogliamo la sua eredità, dobbiamo finirla in un anno. E se al nostro attore gli facessimo fare il becchino?

CAMILLO: Il becchino? Questa è bella! Ma se nel nostro paese non muore mai nessuno? Se è pagato tanto a morto, sta fresco! Dovrà vivere con i radicchi che raccoglierà nel camposanto. Magari saranno belli folti con tutto quello che si trova sotto. Ti ricordi che quando hanno inaugurato il cimitero cinque anni fa, non moriva più nessuno che avevano deciso di far fuori il sindaco per celebrare il primo funerale …. Però lo zio Beniamino era un po’ fuori di testa; per lasciare a noi quella terra che ha al sole, ha preteso che scrivessimo una commedia. Chissa come mai avrà avuto una’idea così strana. Tu hai fatto la classe terza e poi ti hanno mandato a lavorare nei campi e io la quinta, e sono stato promosso grazie ai salami dati alla maestra. Ed ora siamo qui che scriviamo una commedia. Che cosa dovremmo scrivere? Siccome sia io che tu, siamo un po’ a corto di fantasia, io direi di scrivere qualcosa che è successo nel nostro paese. Per prima cosa scriviamo in brutta copia, insomma cerchiamo di tirar fuori qualcosa di curioso che è capitato qui da noi e dopo scriviamo un’opera che nemmeno il Polastrello… il Pipistrello… volevo dire… il Pirandello non s’è mai sognato di scrivere. Cosa dici Giusi?

GIUSI. Dico che nulla di quel che dico io ti va bene. Ora è la volta del becchino. È mai possibile che si debba fare sempre quello che vuoi tu? Si, tu hai fatto la quinta! Tu bell’imbusto, guarda che io, ho fatto la quinta e tu la terza! E l’hai ripetuta per ben due volte. Altro che tram pissicologico. A me sembra che ti sia venuto il tram smemorandum. E come ti permetti di dire che io sono a terra di fantasia per la commedia. Come ti permetti! (Al pubblico) ha ragione a dire che sono a terra di idee. Ma cosa vuoi che ne sappia io cosa è successo in paese. Io faccio i miei di affari, non come quel curiusone lì. (A Camillo) Ascolta Camillo, io non sono d’accordo, però, per il bene che ho per lo zio Beniamino, vogli darti una possiblità. Iniziela tu la brutta copia e se mi piace, bene, altrimenti la farò volar fuori dalla finestra come tu hai fatto volare dalla finestra tua moglie quando quella volta avevi bevuto un po’ troppo.

CAMILLO: Beh, una bevuta ogni tanto ci vuole; ma quella volta la mia Ginèta non voleva mangiare il minestrone che avevo preparato io a pranzo mentre lei era al lavoro. Gli ho detto … o tu mangi la minestra o salti dalla finestra. Non ha voluto mangiarla e allora … l’ho fatta volare fuori dalla finestra. Certo, per tirar su il morale una bevuta è la medicina più buona che c’è. L’importante che non succeda come al mio amico Gino, poveretto … anche lui andava all’osteria per il solito bianchino, ma a lui è capitata grossa. Quando le donne si mettono di mezzo, come minimo, c’è da aver una gran paura, il fatto è che …

QUADRO PRIMO

(Gilda e Teresa entrano a braccetto e si siedono. Tutto si svolge mentre i due fratelli rimangono a lato del palcoscenico)

GILDA: Certo Teresa che il tuo Gino si sente fin qui a russare. Sentilo, sembra un trombone della banda; pacifico e beato.

TERESA:  Pacifico e beato fino ad un certopunto…

GILDA: Io, veramente l’ho sempre visto calmo.

TERESA: Si, calmo; per forza … con la Teresa in parte per forza che è calmo.

GILDA: Cosa vuoi dire Teresa?

TERESA: La conosci la Rosina, quella dell’osteria?

GILDA: Cosa centra la Rosina?

TERESA: Centra, centra …

GILDA: A me sembra una brava ragazza …

TERESA: Brava ragazza? Ma cosa dici Gilda? Se ha sempre mezzo chilo di rossetto sulle labbra? E il suo stomaco? Lo hai visto il suo stomaco?

GILDA: Veramente io gurado di più agli uomini. Cosa ha il suo stomaco?

TERESA: Per me lo ha gonfiato con il silicone.

GILDA: E cosa c’è di male?

TERESA: Di male c’è che tutti quei disgraziati degli uomini che vanno nella sua osteria la guardano tutti rimbambendosi e poi non capisco più nulla

GILDA: Ma cosa centra il tuo Gino con la Rosina?

TERESA: Perché tre volte al giorno andava da lei a bere il bianchino.

GILDA: Avevi paura che gli facesse bruciare lo stomaco?

TERESA: No, lo stamaco è a posto, era la Rosina che le faceva male; per me, più che per il bianchino andava per vedere la Rosina. 

GILDA: Ma dai, cosa dici adesso…

TERESA: Dico solo che all’improvviso gli ho fatto smettere di fare le incursioni all’osteria.

GILDA: Lo hai sgridato?

TERESA: Si, magari, come se lui mi ascoltasse. No, ho fatto in un altro modo. Ti ricordi che io prendo le gocce per dormire la notte?

GILDA: Io bevo la camomilla, ma non capisco …

TERESA: Ora ti spiego. Prima della colazione alla mattina, gliene do una trentina …

GILDA: Ma non sono troppe Teresa?

TERESA: Per lui non sono mai troppe. Prima delle quattro, quando di solito va all’osteria, gliene do ancora venti e dopo …

GILDA: Capisco ora perché russa tutto il girno …

TERESA: Ma almeno non va più all’osteria. Non ho fatto bene, Gilda?

GILDA: Io non so se hai fatto bene, ma non so che cosa te ne fai di un uomo rimbambito tutto il giorno in casa.

TERESA: Magari è rimbambito davvero, ma le corna alla Teresa non ne fa più.  

GILDA: E tutti i giorni sempre così?

TERESA: No, tutti i giorni no.

GILDA: Meno male …

TERESA: Scavalco il giorno del turno di riposo del bar; lo sai che io ci tengo alla sua salute.

GILDA: Ma è da tanto tempo che vai avanti con questa storia?

TERESA: Una settimana si e una no.

GILDA: E nella settimana no allora va ancora dalla Rosina …

TERESA: No.

GILDA: Come mai? Dura così tanto l’effetto?

TERESA: No, cambio sistema.

GILDA: E allora?

TERESA: E allora, al posto delle gocce di dormire, gli do il  Gutalass; venti gocce anche di quello.

GILDA: Ma cosa fanno quelle gocce?

TERESA: Fanno passare la stitichezza. Ne bastano cinque o sei e corri in quel posto tutto il giorno sensa parlare dei dolori alla pancia.

GILDA: E allora?

TERESA: Allora non fa in tempo ad uscire di casa che deve subito ritornare di corsa; avanti e indietro tutto il giorno, in quello stato. Devo dire che mi costa un sacco di carta igienica, ma almeno non riesce più ad uscire di casa e la Teresa è tranquilla.

GILDA: Povero martire …

TERESA: Povero martire a lui? Fortunata io!

GILDA: Perché fortunata?

TERESA: Perché ora sono io che vado tutti i giorni all’ostaria dalla Rosina.

GILDA: A fare che?

TERESA: A bere il bianchino al posto del Gino e a festeggiare la sua guarigione miracolosa.

GILDA: Dici davvero?

TERESA: Certo che dico davvero …

GILDA: Teresa, mi viene il sospetto …

TERESA: Quale sospetto?

GILDA: Lo sai che anche il mio Tone va tutti i giorni dalla Rosina?

TERESA: Anche lui a guardare lo stomaco di quella smorfiosa?

GILDA: Io non so se ci va per guardare lo stomaco a quella smorfiosa, però so che andava sempre in compagnia del tuo Gino.

TERESA: E allora?

GILDA: Teresa, verresti con me in farmacia?

TERESA: A fare che? Hai il mal di testa?

GILDA: No, il mal di testa no, ma potresti aiutarmi a comperare delle gocce.

TERESA: Adesso ho capito! Calmanti o purganti?

GILDA: Tutti e due! A daglieli assieme faranno il doppio effetto.

TERESA: Ma guarda che dopo la farà nei pantaloni mentre dorme.

GILDA: Ma almeno anche lui smetterà di andare dalla Rosina. Anzi, dato che usciamo, passiamo anche dall’Iper a comperare una cinquantina di rotoli di carta igienia, non si sa mai …

TERESA: E magari, dopo, passiamo dalla bella Rosina a tirarci su il morale con due bianchini.

GILDA: Sai che non è una brutta idea?

TERESA: E dopo canteremo il Rigoletto

GILDA: Perché proprio il Rigoletto?

TERESA: Vendetta! Tremenda vendetta!

GILDA: Andiamo Teresa

TERESA: Andiamo Gilda (Escono cantando “Vendetta, tremenda vendetta!”)

CAMILLO: Cosa dici Giusi, di iniziare la nostra commedia con questa storia? A meno che tu ne abbia una più bella …. Dopo tutto sei tu che hai fatto la quinta …

GIUSI. Ti da molto fastidio che io sia arrivata in quinta e tu solo alla terza vero? Secondo me il tuo è l’inizio di una commedia di uno che ha fatto le scuole basse e passate a maiali, non solo a salami. Non se ne parla di iniziarla come vuoi tu. Metti da parte perciò questo pensiero e ringrazia il Signore che la mamma è già morta altrimenti sarebbe stata lei a farla volare dalla finestra. Ma dato che io sono troppo buona vedrò di cacciarla dentro da qualche parte. Io, e non so te, ho una reputazione da difendere. Questa frase qui, però, mi ricorda mio cugino Paolo che prima di sposarsi aveva già sopportato abbastanza quelle due donne …

QUADRO SECONDO

(Entra in scena Paolo con la madre Pierina e la suocera Carolina. Si siedono)

CAROLINA. Ma è qui che hanno detto di aspettare?

PIERINA. A me sembrava di aver capito che dovevamo andare in quell’altra porta dove c’era scritto: “PRET-A PORTER”.

CAROLINA. Ma dai Pierina, non vorrai andare a far provare il vestito da sposo a tuo figlio in una porta dove dentro c’è un prete! Possibile che tu non sappia nulla di francese!?

PAOLO. Carolina, guarda che “PRET-A PORTER” vuol dire “Pronto moda”. Di là ci sono vestiti già pronti, ma dato che a noi serve un vestito su misura non possiamo entrare.

CAROLINA. Che genero preciso che ho. (Al pubblico) spero che non sia così puntiglioso anche con la mia Marilisa che lei è così permalosa a volte.

PIERINA. La signorina di prima mi ha dato questa lista (toglie dalla borsetta un foglio) e mi ha detto di dare un’occhiata alla stoffa e al modello.

PAOLO. (Cerca di prenderle il foglio) dammi a me che lo scielgo io.

PIERINA. (Scacciandolo) giù le mani da questo foglio. Ti ho già detto che finchè abiti in casa mia, devi fare quello che dico io. E questo vale anche per scegliere il tuo vestito da sposo.

CAROLINA. Brava Pierina. Le stesse parole che ho detto alla mia Marilisa.

PAOLO. Noi abbiamo provato ad andare a convivere, ma voi ci avete sempre detto che se lo facevamo avreste impedito il nostro matrimonio!

PIERINA. Carolina, l’abbiamo scelto bello il vestito per tua figlia vero? Poi non ho capito dove doveva andare però la tua Marilisa.

CAROLINA. Doveva andare a prendere le misure. È grassa come uno stecco che a volte ho paura che un colpo di vento la porti via.

PIERINA. Non è un colpo di vento che te la porta via Carolina, ma il mio Paolo.

CAROLINA. Non dobbiamo perdere tanto tempo altrimenti non potrò vedere la mia puntata.

PIERINA. Cosa? Anche tu vedi: “Un posto all’ombra”? Ma hai visto l’Enrico che farabutto? Farsela con la moglie del suo migliore amico?!

CAROLINA. Guarda, non dirmi nulla che dopo quella puntata non ho più potuto guardare in faccia mio marito per tre giorni.

PIERINA. Tuo marito? E come mai?

CAROLINA. Lo sai che si chiama Enrico. E poi, hai visto la Beatrice che cattiveria con la … (viene interrotta).

PAOLO. Ma siamo qui a parlare della telenovelas o a comprare il vestito da sposo per me?

PIERINA. Hai ragione Paolo. Scusaci. Fammi vedere che cosa c’è scritto (guarda il foglio). Allora … Stoffe. Allora … stoffa di Lino.

CAROLINA. Del Lino? Non vorrai forse mettere al futuro marito di mia figlia un vestito da sposo che è già stato indossato da qualcun altro?!

PIERINA. Ma sei matta? È ovvio! E magari è quello di quel uncione del Lino di Mortèlli. Ci mancherebbe altro.

PAOLO. Ma mamma, guarda che la stoffa di Lino non vuol dire che è … (viene interrotto).

PIERINA. Ti ho già detto che il tuo abito lo scelgo io. Mosca, allora.

CAROLINA. Leggi un altro tipo di stoffa.

PIERINA. Allora … qui c’è scritoo “Acetato” e “Poliestere” e devo dire che sono a buon mercato.

CAROLINA. Cosa c’è scritto? Il polistirolo e l’aceto?

PIERINA. Mammamia hai ragione. Non l’avevo capito subito. Ci mancherebbe altro che metta un abito da sposo che senta di aceto. (Piano a Pierina) ho già a casa mio marito che ha i piedi con quell’odore.

CAROLINA. (Piano a Pierina) perché il mio scherza. Pensandoci, l’aceto, lo potrei capire ancora, ma un vestito di polistirolo, io non l’ho mai visto.

PAOLO. Guardate che quelle stoffe non hanno il significato che voi gli state dando … (viene interrotto).

PIERINA. Ma sei proprio duro di comprendonio. Fai silenzio.

CAROLINA. (Sbircia il foglio di Pierina) che stoffa è scritta quì? Alcantara?

PIERINA. Alcantara? Ora fanno anche abiti da sposo che cantano?

CAROLINA. Chissà che mal di orecchie quaando arriva sera! Pèrò, a pensarci bene, non ho mai sentito che un vestito potesse cantare.

PIERINA. Come si vede che questo negozio è all’avanguardia.

CAROLINA. Sarà anche all’avanguardia per gli abiti da sposo, perché quelli di sposa, e non puoi negarlo Pierina, sono arretrati di cent’anni.

PIERINA. Me lo era già scordato Carolina, ma hai ragione. Ricordo che per tua figlia gli è stato chiesto se voleva la stoffa di garza.

CAROLINA. Ma tu la vedi mia figlia vestita con la garza?

PAOLO. Ma siete sicura che non fosse garza ma “organza”?

PIERINA. Sicura come la mia amica qui, si chiama Carolina.

CAROLINA. Guarda che il mio nome vero è Carlina.

PIERINA. Su, non guardare al tutto. (Leggendo) senza parlare della stofa fatta a Crèpe.

CAROLINA. Ma anche loro, non possono pensare che non sceglieremo mai un vestito con delle crepe?! Lo sanno tutti che appena si toccano le crepe, queste si aprono e si stracciano subito.

PAOLO. Non saranno forse “Crèpe”in francese? E vuol dire che … (viene interrotto).

CAROLINA. Paolo, ricorda le parole di tua madre. Chiudila!

PIERINA. Guarda che bella stoffa a lisca di pesce. Cosa ne dici Carolina?

CAROLINA. A lisca di pesce Pierina? Ma com’è che non sai che il pesce dopo tre giorni puzza?!

PIERINA. Certo che lo so, ma dato che il mio Paolo lo vestirebbe solo per un giorno, pensavo potesse andare bene. Carolina, fingi che non ti abbia detto nulla.

CAROLINA. E questa stoffa di che tipo è? Cosa c’è scritto? (Legge) PIEDIPUL.

PIERINA. Piedipul? Preferisco di non dire nulla in merito. Vero Carolina?

CAROLINA. Si, è molto meglio non soffermarci altrimenti, non so cosa potremmo dire.

PAOLO. (Cerca di parlare) guardate che piedipul… (viene interrotto).

PIERINA. Quante volte ti ho già detto che finchè stai qui … (viene interrotta).

CAROLINA. Dai Pierina, fai la brava e lasciagli scegliere qualcosa anche a lui del suo abito. Anch’io ha fatto così con la mia Marilisa se ricordi.

PAOLO. Dai mamma, lascia scegliere a me il modello.

PIERINA. (Non molto convinta) dimmi il modello che vuoi e poi vedremo  (gli passa il foglio).

PAOLO. (Guarda il foglio) ho dei dubbi su due modelli: il TIGHT oppure il MEZZOTIGHT.

PIERINA. Il TIGHT o il MEZZOTIGHT?

CAROLINA. Ma che modelli sono quelli? Non daranno scandalo vero?

PIERINA. Non so che modelli siano Carolina, ma di sicuro vestirà un abito intero e non uno a metà. Hai capito Paolo?

PAOLO. Si mamma, ma guarda che tight vuol dire con la coda e mezzotight senza invece.

PIERINA. Cosa? Un vestito con la coda?

CAROLINA. E magari anche pelosa!

PIERINA. Ci mancherebbe che ci fosse anche la coda adesso. Paolo stai li tranquillo e lascia scegliere a no iche non ti faremo fare brutte figure sicuramente. (Entra una commessa).

COMMESSA. Scusate se vi disturbo, ma la signorina che è di là, ha cambiato tutto quello che le signore avevano scelto per lei prima. Si è accorta che ha una reputazione da difendere e vuole scegliere lei il vestito da sposa che più le piace.

CAROLINA. E deve accorgersi proprio oggi che ha una reputazione da difendere? Non poteva accorgersi dopo sposata? Ora mi sente!

PIERINA. Vengo anch’io, non si sa mai che tu abbia bisogno di me. (Escono).

PAOLO. (Alla commessa) senta signorina la mia morosa ha detto davvero questo e sta scegliendo il vestito che vuole lei?

COMMESSA. Si, proprio così.

PAOLO. Allora faccia così, mi prepari un vestito uguale a quello che è esposto in vetrina.

COMMESSA. Il Tight?

PAOLO. Si quello. E mi prenda la misure in fretta prima che ritornino le mie due “stiliste”.

COMMESSA. Prego, venga di là.

PAOLO. Potrà cadere il mondo d’ora in avanti, ma il vestito da sposo lo scelgo io. Anch’io ho una reputazione da difendere come la mia morosa! (Escono).

GIUSI. Allora Camillo cosa dici se la iniziamo così invece? Due classi in più si fanno sentire come vedi.

CAMILLO: Certo che sei peggio di un lampadario della scienza! Vuoi proprio far sapere a tutti che io ho fatto solo la terza. Per forza, il papà poi mia ha mandato nei prati con la Gineta. No, non guardarmi di traverso, non la gineta mia moglie, ma con la capra che, nemmeno a farlo apposta, si chiama come lei. Beh, forse sarebbe meglio che la commedia la cominciassimo con la storia del vestito del Paolo. Mi dispice darti ragione, ma prima o poi dovremmo pur scrivere qualche righe perché, se andiamo avanti così, non la finiamo nemmeno alla fine del mondo. Però a me quella storia che tu hai fatto la quinta e io la terza non mi va giù. Io a scuola andavo benissimo, era solo la pagella che era un disastro. Giusi, come sarà stata la pagella del Signore quando era un bambino? Magari era come la mia se non peggio …

TERZO QUADRO

(Entrano Giuseppe e Maria. Dall’altro lato l’insegnante)

MAESTRO: Allora, anche voi qui a ritirare la pagella di vostro figlio? Chi siete voi due?

MARIA: Io sono la Maria, casalinga.

GIUSEPPE: E io il Bepo, falegname.

MAESTRO: Insomma non c’è molto da dire, la pagella di vostro figlio è un po’ bruttina, anza, brutta.  

MARIA: Brutta o bruttina?

MARIA: Disastrosa!

GIUSEPPE: Lo sistemo io quando arrivo a casa! Per penitenza lo metto sotto in bottega. Meglio un buon falegname che un asino a scuola. Lui va dai Dottori del Tempio … Io non so che ci vada a fare dai dottori se è sano come un pesce.

MARIA: Guarda che al signor maestro non interessa quello che fa coi dottori, ma quello che fa a scuola.

MAESTRO: Qui a scuola, vi assicuro, combina gran poco, anzi, nulla.

GIUSEPPE: Si può sapere il motivo per cui ci avete chiamato?

MAESTRO: Ve l’ho detto, per leggervi la pagella.

MARIA: Su allora, incominci…

MAESTRO: Allora … Matematica. Non sa fare quasi nulla, è appena capace di moltiplicare i pani e i pesci.

MARIA: Beh, è già qualcosa …

MAESTRO: Si, ma è un bel casino perché non sappiamo più dove metterli, e poi puzzano. Pani sopra la cattedra, pesci sotto i banchi … c’è la bidella che non sa più che fare.

GIUSEPPE: Ma almeno se la cavano tutti con la fame.

MAESTRO: A me, a furia di mangiare pane e pesce, mi è venuta la nausea. Su dai, andiamo avanti … Scrittura. Non porta mai il quaderno a scuola; quando scrive lo fa sulla sabbia. Vi sembra normale?

GIUSEPPE: Appena lo vedo, lo sistemo io …

MARIA: E si che i quaderni glieli compro … uno a righe e uno a quadretti.

MAESTRO: Geografia. Lui dice che al mondo esiste solo una strada.

MARIA: Una strada sola?

MAESTRO: Si, una sola strada; quella che porta a suo Padre.

GIUSEPPE: Quella che porta a suo padre? Ma ce ne sono di strade che vengono da me …

MARIA: Se dice così avrà le sue buone ragioni o no? O vuoi che gli compri il navigatore? Come se non ce ne fossero già di spese nella nostra casa …

GIUSEPPE: Difendilo sempre tu e vedrai che fine farà. Per me, prima o poi farà una brutta fine …  

MAESTRO: Chimica. Non fa mai gli esercizi che gli dico di fare. Quando mi giro verso la lavagna fa giochi di prestigio; trasforma l’acqua in vino e fa stare allegri i suoi compagni.

GIUSEPPE: Hai capito Maria? A casa nostra beve solo acqua e a scuola il vino; e magari di quello buono.

MAESTRO: Educazione Fisica; sentite questa … Invece di imparare a nuotare come fanno tutti, lo sapete che fa lui?   

MARIA: Cosa fa?

MAESTRO: Cammina sopra l’acqua!

GIUSEPPE: Ma adopera la barca?

MAESTRO: No, va a piedi! Cammina proprio sopra l’acqua. Cic… ciac… cic… ciac.

GIUSEPPE: Ti avevo detto che c’era qualcosa di misterioso, insomma, di qualcosa che non andasse in quel ragazzo lì. Chissà da che parte viene …  

MARIA: Senti Giuseppe, non avrai forse dei dubbi voglio sperare.

GIUSEPPE: Di dubbi no. Ma c’è qualcosa che non quadra. Guarda sempre le nuvole, sempre gli occhi verso il cielo; chissà cosa ha in testa nostro figlio.

MAESTRO: Epressione Linguistica Orale. Quando parla non parla mai nel verso giusto. Urla appena delle parabole.

GIUSEPPE: Quale parabole? Quelle di Sky?

MARIA: Se è per quello ci sono anche quelle di Premium …

GIUSEPPE: Ma se a casa nostra non ha nemmeno la televisione!

MAESTRO: Chiedetelo a lui se siete capaci di riuscire a farvi dire qualcosa di giusto. Andiamo avanti … Condotta. Qui andiamo proprio male … Cinque! Invece di stare coi suoi compagni di scuola a fare i compiti lui va sempre coi forestieri, con i poveri, con i galeotti e non vi dico anche con chi …

MARIA: Con chi ancora?

MAESTRO: La conoscete voi la Maddalena?

GIUSEPPE: La Maddalena? Certo che la conosco.

MARIA: E tu come fai a conoscere la Maddalena?

GIUSEPPE: Settimana scorsa è venuta da me per ordinarmi un tavolo.

MARIA: Spero tu gli abbia fatto solo il tavolo.

MARIA: E lei signor maestro, mi vorrebbe dire che mio figlio frequenterebbe la Maddalena?

MAESTRO: Non solo lei … Gli girano intorno una dozzina di giovani che è molto meglio perderli che trovarli. Ce n’è uno poi che ha una faccia … Si chiama Giuda; insomma i suoi compagni non mi piacciono per nulla!

MARIA: Gli dico sempre di non andare con i compagni cattivi.

MAESTRO: Non ho detto che sono cattivi, ma è una combriccola che non lo lasciano mai da solo. Ce n’è qualcuno che puzza di pesce che ti fa star male. Andiamo avanti … Osservazioni. Quando vede uno che sta male, che è malato insomma, che sia cieco, sordo o paralizzato lo fa alzare e lo manda subito al lavoro. Dovreste sentire i sindacati! Ma non è finita … Ha il coraggio di dire che quelli che lavorano appena un’ora o tutto il giorno devono prendere la stessa paga. Non sarà un ragionare questo!

GIUSEPPE: Appena lo vedo, so io che devo fargli. Comunque per me, e stai attenta Maria a quello che dico, per me, se va avanti con quelle idee lì, prima o poi va a fare una brutta fine. Tanto per cominciare può fare una croce sulle vacanze di Pasqua!

GIUSI. (Si alza arrabbiata) con te, io, non voglio più aver nulla a che fare. Non mi è piaciuta la prima frase che mi hai scritto figuriamoci se mi piace questa della pagella del Signore! E poi, siccome eravamo un po’ a corto di fantasia, non dovevamo scrive vere qualcosa di reale successo nel nostro paese? Ma pensa che non ho mai saputo che il Signore abbia abitato nel nostro paese. (Ironica) magari proprio in parte a casa nostra? E magare ha fatto la terza insieme a te? Lo sai cosa sei tu? Se uno …  trastreno! Cioè volevo dire … cancreno! No, com’è che si dice? Ah ecco che ricordo: blasfemo! Ecco cosa sei! Un blasfemo! Un blasfemo che ha fatto solo la terza! (Esce di scena).

SIPARIO

ATTO SECONDO

(In scena c’è Luigino che sta scrivendo. Entrano Camillo e Giusi).

CAMILLO: Cosa stai facendo Luigino?

LUIGINO: Sto scrivendo la lettera al Bambino. Lo sai papà che fra un mese è Natale e devo fare in fretta altrimenti non gli arriva.

CAMILLO: Cerca di non chiedergli tante cose perché non deve averne tanti di soldi.

LUIGINO: Chi l’ha detto? Guarda che gli hanno regalato oro, incenso e la birra. Non ho mai capito come mai devono dare la birra ad un bambino.

CAMILLO: Luigino, leggimi quello che hai scritto.

LUIGINO: Perché? È un segreto tra me e lui.

CAMILLO: Se ti chiedo di leggermela, è perché …. C’è un perché.

LUIGINO: Va bene. (Leggendo). “Caro Gesù Bambino, sono il Luigino; ti scrivo questa lettera per dirti quale regalo vorrei mi portassi. Anche i miei compagni di scuola ti scrivono, ma tu metti la mia letterina sopra le altre se no, prima che tu la legga, arriva ferragosto e io rimango a bocca asciutta. Però, prima, vorrei farti qualche domandina facile su delle cose che ti riguardano che non ho capito bene. Visto che fra due mesi è Carnevale io vorrei travestirmi da diavolo; hai niente in contrario? Fammelo sapere se no rischio che tu non mi porti un fico secco. Un’altra cosa… Tu, che eri così piccolo, come sapevi di essere Dio? Te lo sei magari sognato? Ma tu, sei davvero invisibile o è solo un trucco? Quando hai creato la giraffa la volevi proprio così o è stato un incidente? Poi devo chiederti anche un’altra cosa. Quando tuo Padre ha fatto tutto l'universo non era meglio se invece che la domenica si riposava anche gli altri giorni di scuola? Sarai andato anche tu a scuola e così sei stato fregato anche tu. In previsione dei regali che mi porterai io ogni sera recito tre Padre Nostro. A proposito del Padre Nostro… Quando l’hai inventato la prima volta ti è venuto subito o l'hai dovuto fare tante volte? Io quello che scrivo lo devo rifare un sacco di volte. Non potevi farlo un po’ più corto? Scusami se ogni tanto faccio qualche peccato. Ma tu i peccati li segni in rosso come fa la maestra? Ti devo ringraziare per avermi regalato un fratellino, ma dovevi essere un po’ distratto perchè io veramente avevo pregato per un cane. A proposito di animali… come mai non hai inventato nessun nuovo animale negli ultimi tempi? Abbiamo sempre i soliti.  Adesso però passo subito alle richieste dei regali. Non vorrei che ti arrabbiassi a leggere le lettere quando sono lunghe. Primo: Per piacere mandami un cucciolo. Non ho mai chiesto niente prima, puoi controllare. Ti ripeto: un cucciolo, non un altro fratellino! Secondo: Per favore metti un altro po' di vacanza fra Natale e Pasqua. In mezzo adesso non c'è niente. Terzo: se ce la fai portami un paio di scarpe Timberland; vorrà dire che, se guardi in chiesa domenica, ti faccio vedere le mie scarpe nuove e sarai contento. Quarto: Fa in modo che quegli squinternati di mio padre Camillo e mia zia Giusi la piantino una buona volta di scrivere la loro commedia. Mi sembrano diventati scemi e il mio papà beve tanti bianchini per avere l’idea e poi se la prende con noi. Ti saluto caramente e aspetto che tu ti faccia vivo. Il tuo Luigino che ti vuole tanto bene. Post scritto: Se non mi porti i regali mi rivolgerò alla Befana”. Va bene così?

CAMILLO:  Vedi un po’ tu.

LUIGINO: Ora vado a portarla nella cassettina della chiesa e spero di aver scritto in bella scrittura altrimenti è capace di prendere la scusa di non essere riuscito a leggerla. (Esce)

CAMILLO: Per me il mio Luigino è un po’ matto. Guarda Giusi, non dirmi nulla; so già che pensi che assomiglia tutto a suo padre perché si deve essere davvero un po’ matti per pretendere di scrivere una commedia senza sapere ancora come iniziarla. Hai capito? Lo dico a te, cantante mancata. Tu, cantante?! Guarda che quando inizi a dare fiato alla tua voce mentre fai i mestieri, il Fufi, di fuori, si mette ad abbaiare come quando fanno i fuochi all’ultimo dell’anno. Una mattina si è slegato ed è corso da me tutto spaventato. Ho dovuto mettergli due tappi nelle orecchie per fargli passare la paura. Allora; ci diamo da fare? Altrimenti la commedia non la finiamo per Natale, ma per i morti!  

GIUSI. Non ti ho interrotto per rispetto perché se avessi dovuto farlo, non ti avrei lasciato proseguire. E perciò ora chiudi la bocca e lascia parlare me. Ricordati bene che io canto benissimo e se il tuo Fufi non capisce nulla di musica, non è colpa mia ma tu che non l’hai mandato a scuola. (Al pubblico) così la mi povera madre avrebbe dovuto portare alla maestra oltre il salame per lui anchee le bistecche per il Fufi. (Camillo fa per intervenire) zitto che non ho ancora finito. Il tuo Luigino vuole un cagnolino per Natale, ma il Fufi non è un cane forse? Beh certo, ora si usa portare il cane nel proprio letto di notte e il Fufi non ci sta. E tu compragli un letto matrimoniale! E ho ancora una cosa da dirti! La tua Ersilia, si, che è una brava persona. Lei continuava a parlare del Signore ed è andata ad incontrarlo. Non come il tuo Luigino che non fa altro che dire stupidate. Non sai quanti impegni ha il Signore? L’impegno maggiore è quello di far far la pace a chi è in guerra. Chi è che ha fatto fare pace nella guerra fredda e in quella calda? Il Signore. E la guerra del Vietram? Sempre lui. E la guerra in Criniera? Il Signore. E chi ha fatto finire la guerra del Gufo in Irap? Sempre il Signore. E spero tanto che riesca a far finire la guerra tra il il Cesco e sua moglie. È iniziato tutto quando hanno deciso di andare in ferie e si sono recati in una agenzia viaggi:

QUADRO QUARTO

(Entrano in scena Cesco, la moglie Pina e il Titolare dell’agenzia viaggi. Si siedono).

CESCO. (Piano a Pina) Pina, posso sapere il motivo per cui mi hai porato qui? Ma non eravamo d’accordo di andare in villeggiatura?

PINA. Certo. Appunto per questo siamo venuti qui.

CESCO. Scusami, ma guarda che io … Guarda che io non ho nessuna intenzione (al pubblico) per il momento (A Pina) di trovare un’altra moglie.

PINA. Ma che cosa stai dicendo? Stai dando i numeri? Guarda che se vogliamo andare in vacanza da qualche parte, qualche giorno, e non sappiamo dove andare, siamo costretti ad andare in una agenzia di viaggi.

CESCO. (Meravigliato) questa è un’agenzia di viaggi? E io che credevo fosse un’agenzia matrimoniale! Ora capisco il perché il mio amico quando gli ho detto come mai era venuto qua, lui mi aveva risposto che era per una sorpresa alla moglie. Io stupido, pensando che la sorpresa fosse un’amante, non l’ho più guardato e gliene ho detto di tutti i colori. Cosa vuoi che ne sappia io che non era un’agenzia matrimoniale ma di viaggi.

TITOLARE. Allora, preferite una vacanza in montagna o al mare?

PINA. Io sarei più per la montagna perché nel mare c’è troppa acqua e io sono allergica all’acqua quando è tanta.

CESCO. (Ironico) la faremo svuotare un po’ Pina. Che problemi ci sono? E speriamo che nel mare non ci sia dentro il vino, perché tu sei allergica anche a quello. (Al Titolare) pensi che avevamo ordianto una damigiana piena e strapiena quando abbiamo scoperto che lei era allergica e ho dovuta berla tutta io.  

PINA. (Ironica) chissà con quale fatica avrai fatto a finirla. Lei (al Titolare), due giorni e non ce n’era più una goccia in quella damigiana. Io sceglierei la montagna.

CESCO. A me la montagna non mi piace. Ma non sai che là ci sono tante vipere (Al pubblico) lo so che una in più (indica la moglie) e una in meno non c’è differenza … E poi in montagna fa troppo freddo.

PINA. Dì piuttosto che non ci sarebbe da lucidarsi gli occhi.

CESCO. Ma Pinina mia, i miei occhi sono solo per te!  

PINA. Guarda Giuda, fai silenzio almeno. Va bene, andremo al mare, ma dove di acqua non ce ne sarà molta.

TITOLARE. Allora, io vi consigio di andare, sempre in Italia,in una località rinomata ma che in questo periodo è a buon mercato. A Mondello. (Località siciliana)

PINA-CESCO. A Montello? (Località bergamasca). 

CESCO. E ti credo che è a buon mercato è qui a due passi.

PINA. Ma è sicuro che Montello sia in Sicila e non dopo Costa?

TITOLARE. Mondello, non Montello. Mondello in provincia di Palermo in Sicila.

PINA. Ah bene. Penso che possa andare bene. Con che cosa ci recheremo fino là?

TITOLARE. Ci sono a disposizione tutti i mezzi che si a voglia. Per esempio, per far prima si può adare con l’aereo.  

PINA. (Agitata) con l’aereo?

CESCO. Ma se te lo ha appena detto! Dai Pina non fare così, cosa vuoi che sia …

PINA. Cesco guarda che io l’aereo …

CESCO. Ma se non lo hai mai preso!

PINA. Ma lo sai che sono sessitiva e che sento le cose prima che succedano. Senta, se per caso stessi poco bene sull’aereo, potrei uscire a prendere un po’ di aria?

CESCO. Ora l’aero ha una pensilina in cielo. Ma Pina, ragioni o cosa?

TITOLARE. Oppure si potrebbe prendere il treno.

PINA. Ecco bravo. Il treno andrà benissimo.

CESCO. Va bene, facciamo per il treno.

TITOLARE. Per fare più in fretta le ferrovie hanno messo a disposizione due treni che in un battibaleno arrivano Sicilia.

PINA. Meno male.

CESCO. Guarda che forse il Signore ci ha aiutato e forse riusciamo a partire.

TITOLARE. Allora, vi prenoto due posti sulla Freccia Rossa?

PINA. Benissimo, prenoti pure.

CESCO. Come si chiama quel treno?

TITOLARE. Freccia Rossa.

CESCO. E no. Se si chiama così, io non lo posso prendere.

PINA. Ma Cesco, come mai nn ti va bene la Freccia Rossa.

CESCO. Pina, lo sai benissimo ciò che penso dei “Rossi”. Io non sono di sinistra e perciò io quella Freccia lì non la prendo.

PINA. Ma Cèco, cosa centra la politica col treno ora?

CESCO. Centra, centra. La politica centra sempre dappertutto. Io con i “Rossi” non voglio aver nulla a che fare.

PINA. Quando dice così nessuno al mondo riuscirà a fargli cambiare idea. Ma non aveva detto che erano due i treni che andavano in Sicilia? 

TITOLARE. Si, certo.

PINA. Ecco, allora prenoti subito l’altrro.

TITOLARE. Allora … do una controllata se ci sono ancora dei posti liberi sulla Freccia Azzurra…

PINA. Cosa ha detto?

TITOLARE. Si, ce ne sono ancora quattro di posti liberi sulla Freccia Azzurra e perciò… (viene interrotto).

PINA. E no. Sulla Freccia Azzurra, no.

CESCO. Cosa che non va sulla Freccia Azzurra ora?

PINA. Cèsco, se a te a non piacciono i “Rossi” a me non piaccionoo gli “Azzurri”. O non ti ricordi già più?

CESCO. (Spazientito) certo che mi ricordo. Tu non sei di centro-destra e perciò non ti va il color azzurro. Ma non eri tu che poco fa dicevi che la politica non centra con i treni?

PINA. E non eri tu che mi hai risposto subito che la politica centra dappertutto? E perciò la Freccia Azzurra partirà senza di me.

CESCO. Senti Pina, l’aereo non va bene, la Freccia Azzurra nemmeno … (viene interrotto).

PINA. Guarda che la Freccia Rossa a me andava bene.

CESCO. Si, però sono due le cose che te non anadavano bene. A me solo una.

TITOLARE. State calmi, c’è ancora una soluzione se volete.  

CESCO. Spero che vada bene a mia moglie.

PINA. Di sicuro.

TITOLARE. L’ultimo mezzo che l’agenzia ha a disposizione per andare in Sicila è il pullman.

PINA. Va benissimo! Prenoti subito due posti prima che non ce ne siano più. Non è vero Cesco? (Cesco non risponde). Allora, dormi con gli occhi aperti?

CESCO. (Serio) il pullman non va bene.

TITOLARE- PINA. Come mai non va bene?

CESCO. Non va bene perché dopo un po’ che sono salito mi viene l’orticaria.

TITOLARE. L’orticaria sul pullman?

CESCO. Si esatto. Ti ricodi quella volta di ritorno da Sant Antonio da Padova?

PINA. (Ricordandosi) mammamia, è trascorso tanto di quel tempo che non me lo ricordavo. Appena l’autista del pullman si è accorto della tua orticaria ci ha scaricati subito perché aveva paura di un’ epidemia. Il fatto è che eravamo sull’autostrada. E la colpa, te lo dico ora ma te lo avevo già detto allora, è stato un castigo di Sant’Antonio perché non hai voluto confessarti quel giorno stesso.

CESCO. (Si alza) tu parli solo perché vuoi dar fiato alla bocca. E dato che le cose stanno così, se vuoi andare a Mondello vai da sola perché con una come te io non ci vengo. Io andrò… a… Montello! (Esce).

PINA. (Lo rincorre) non vieni con me?! Sono io che non vengo con te a Mondello! E a Montello non se ne parla nemmeno!

TITOLARE. (Rincorre i due) ma guardate che se il pullman non va bene, troviamo un’altra soluzione per andare in Sicilia! (Esce).

GIUSI. Hai capito Camillo quanto è impegnato il Signore? A quanto pare per la nostra commedia dobbiamo arrangiarci noi.

CAMILLO: Arrangiarci da noi … bella pretesa! Però se vogliamo ereditare la terra che lo zio Beniamino ha al sole, dobbiamo scriverla. Stanotte ho avuto un’idea … ho controllato i libri del mio Luigino in cerca di qualcosa da copiare solo per iniziarla questa commedia e, non ci crederai, ma ho trovato qualcosa. Una commedia in piena regola. Oddio, non è che ci ho capito tanto, ma per te che hai fatto la quinta ti sarà più chiaro il tutto. Ho copiato le prime righe in bella scrittura e direi di iniziare con queste. Resterai a bocca aperta dalla mia idea e dalla mia intelligenza. E, se ti piace, possiamo copiarla tutta e così freghiamo lo zio Beniamimo. Ora leggo … stai bene attenta che poi devi continuare tu (Declama)

Nel mezzo del cammin di nostra vita 

 mi ritrovai per una selva oscura 

 ché la diritta via era smarrita

         Cosa diciGiusi? Ti piace iniziare così la nostra commedia?  

GIUSI. Posso capire lo zio Beniamino che era un po’ matto con questa pretesa di scrivere una commedia. Ma noi non siamo il Carlo Soldoni di turno oppure l’Ettore Petriolo? Si sa che per assicurarsi un’eredità si fa questo ed altro. Lo so che tu sei furbo, cosa pensi che io non sappia che quelle tre righe che hai copiato sono del grande poeta Alighieri Noschese? Ora lasciamo perdere le nostre discussioni e andiamo avanti che forse hai scritto qualcosa di sensato. Allora, come posso proseguire … Sei sempre il solito, nonostante tu abbia avuto un briciolo di intelligenza, proprio dall’inferno dobbiamo iniziare? Non possiamo partire dal paradiso? Ascolta bene:

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra, e risplende

in una parte più o meno altrove

         Cosa dici Camillo? Come facciamo a metterci d’accordo sull’inizio? Io direi di tirar fuori a buschetta. A meno che tu abbia idee più brillanti al di là della tua terza.

CAMILLO: Accidenti! Ma tu ce la sai a memoria! Cosa vuol dire aver fatto la quinta … Ti ricordi come era tirchio lo zio Beniamino? Per forza che poi gli sono rimasti i soldi per comperare tutta le terra che ha al sole e che noi dovremmo ereditare. Quando si è sposato con la povera Pierina i fiori non li ha ordinati dal fiorista, li ha portati lui; era andato al cimitero a togliere le rose fresche da un funerale. A Pierina ha raccomandato di mettere il vestito della sorella perché diceva che era inutile comprarne uno nuovo perché di solito se lo si mette una volta sola. Pensa che per non pagare il prete, ha chiesto al sagrestano se poteva sposarli lui a metà prezzo. Ma il colmo è stato quando ha dovuto comprare il frigorifero al posta della moscarola. Non riusciva più a dormire di notte perché non riusciva a controllare la lucina che c’era dentro se si spegneva o se se rimaneva accesa quando chiudeva. E d’inverno? Pensa che per scaldare la casa voleva tenere due o tre capre in cucina. Certo che nella nostra famiglia ce n’era di gente matta… mi sa ma i più normai siamo noi due.

GIUSI. Ne racconti tu di scoicchezze Camillo. Tu normale come me? Fai la quinta e poi ne parliamo. A proposito dello zio Beniamino, ti ricordi quando è andato al mare per la prima volta? Aveva portato te e sua moglie. Forse tu non ti ricordi perché eri piccolo, ma da tanto che era tirchio, lo zio Beniamino voleva portare a casa l’acqua del mare perché era salata che così quando avrebbe voluto fare la pasta, avrebbe risparmiato il sale. E senza la sabbia che ha portato a casa. Era talmente tirchio che tutte le occasioni erano buone per fare soldi e dove, con quella sabbia, aveva iniziato a casa sua un’attività di sabbiature. Come l’aveva chiamata? Se non ricordo male …”Sabbiature per tutti i gusti da Beniamino”. Furtuna che due giorni dopo lo hanno arrestato. Ti ricordi almeno questo? Che tu andavi a trovarlo in prigione e io che ti dicevo di rimaner là a fargli compagnia anche di notte? Ma tu non mi hai mai dato retta. E no, tu non potevi, eri troppo impegnato ha studiare per passare la terza!

CAMILLO: Guarda che me la terza l’ho passata quasi subito; si, insomma, alla terza volta per sfinimento, ma per quello della maestra. Diceva sempre che era stanca di vedermi a scaldare il banco, anzi, aveva pensato di mettere sotto qualche uova come fa la gallina così sarebbero nati i pulcini. Ma guarda che lo zio Beniamino non era stupido se aveva quelle idee e ti faccio presente che lui aveva fatto solo la prima. Siccome era da tempo che non stava bene, il medico, gli aveva ordinato di recarsi a Casì Boer per far passare le acque per via della cirosa pallida o … come si dice? Ah, no, l’epatite virile che aveva al fegato, ora non ricordo bene … Ha fatto la carta, si, insomma, l’ipergnativa, ha preso la corriera ed è partito per Casì Boer e per 15 giorni non l’abbiamo più visto. Quando è ritornato, però, gli era davvero venuto una bella cera. La povera Pierina, che dopo tutto era sua moglie, gli ha chiesto come era l’acqua Boer e lui, quello stupido, gli ha risposto: “Quale di acqua? Guarda che io sono sempre stato in osteria. Senti Giusi, andiamo avanti o no? Altrimenti le terre dello zio vanno a finire alla parrocchia e per noi addio all’eredità. Per darti una spinta ho un’idea, ti dico io quel che devi iniziare a scrivere. Dai, prendi la penna, siediti al tavolo e scrivi. Pronta? Scrivi … Atto Primo. Hai scritto? Brava. Ora che io ho iniziato, vai avanti un pezzo tu ora.

GIUSI. Tutto lì? Sei capace solo a scrivere “Atto Primo”? Dai, lasciami andare avanti dato che io ho fatto le scuole alte. Allora. Atto Primo … ma Camillo, prima di iniziare dovremmo scrivere una trama. Se non ci fossi qui io che capisco qualcosa di commedie, tu potresti metterci una pietra sull’eredità dello zio Beniamino. Allora … idea! Come trama potremmo scrivere una commedia dove ci sono due fratelli, fratello e sorella, che devono riscuotere l’eredità dello zio. Cosa dici? Come mi fanno a venire in mente certe idee così brilanti! Fermati, non dire nulla che sto avendo un’ispirazione. Allora … potremmo partire così …

QUADRO QUINTO

(Entrano in scena Bèpo, poi Camilla)

CAMILLA. (Entra di corsa agitatissima e fatica a a parlare) Bèpo, lo zio… lo zio…

BEPO. Non farmi perdere del tempo. E come mai sei così agitata? Lascialo perdere lo zio quando ti sgrida quando beve. Te l’ho detto tante volte di lascargli fare ciò che vuole. Tanto quello non muore nemmeno con una fucilata.

CAMILLA. (Sempre agitata) no, lo zio…

BEPO. Non è lo zio Beniamino? Stai calma e dimmi cosa vuole lo zio Mario allora. Scommetto che ti ha mandato a comperare le sigarette e tu ti sei rifiutata e così lui te ne ha cacciato dietro un sacco?! Se almeno saltasse in aria lui insieme alle sue bionde. È meglio che vada.

CAMILLA. (Sempre agitata) no, no, lo zio è …

BEPO. Ascolta Camilla, vuoi dirmi cosa c’è e anche in fretta? Non sarà forse che hanno trovato lo zio Felice ancora a fare il bagno nella fontana in piazza!? Non sarà stato nudo questa volta! Ma che gli venga una bronco-dinamite così non gli ritorno i soldi che mi ha prestato.

CAMILLA. (Sempre agitata) ma no… Bèpo… Bèpo!

BEPO. Ma Camilla, vuoi capire che mi stai facendo perdere un sacco di tempo? Vuoi parlare?

CAMILLA. (Sempre agitata) lo zio … lo zio … Beniamino è andato …

BEPO. E tu vieni qui a fare tutta questa sceneggiata perché lo zio Beniamino è andato? Ma capirai qualcosa? È grande abbastanza per fare quello che vuole. Con tutte le cose che devo fare, perdo il tempo ad ascoltare una studipella come te. (Fa per uscire).

CAMILLA. (Con tutte le forze rimaste) Bèpo, lo zio Beniamino … lo zio Beniamino … è morto!

BEPO. (Ritorna di corsa) cosa? Lo zio Beniamino è morto? Ma lo zio non aveva nessuno al mondo all’infuori che noi, vero?

CAMILLA. (Annuisce).

BEPO. (Si siede e gentile) Camilla, stai calma non fare così. Dai raccontami come è successo. Prenditi tutto il tempo che ti serve. Vuoi un bicchiere di acqua? Era così una brava persona lo zio Beniamino.

GIUSI. Cosa dici Camillo? Come partenza non è male, vero?

CAMILLO: Veramente la partenza l’ho fatta io scrivendo: Atto Primo. Te, Giusi, sei andata avanti con una disgrazia; la morte dello zio Beniamino: va bene, teniamola buona. Allora … io direi di continuare … anzi, di tornare indietro un passo. Lo zio è sul letto morto, insomma, sta morendo. È lì sulla poltrona; è più di là che di qua. Qualcuno ha chiamato il parroco per l’estrema unzione. Anzi, prima vuole confessarsi …

QUADRO SESTO

BENIAMINO: Signor parroco, per fortuna che è arrivato. Prima di andare al cospetto del Creatore …

PREVOSTO: Calma Beniamino; bisogna vedere se tu puoi andare al cospetto del Creatore o a quello del diavolo. Se mi fai una buona confessione, magari, invece che in paradiso potresti cadere giù all’inferno.

BENIAMINO: Ma io all’inferno non ci voglio andare! Fa troppo caldo per me da quelle parti. Ora capisco perchè giù lì sono tutti nudi; con la temperatura così alta, voglio vedere come si riesce a stare vestiti. Lei mi dia una bella assoluzione e io volerò dritto fra gli angeli, i rubini e i serafini.

PREVOSTO: Dai allora, svuota il sacco dei tuoi peccati.

BENIAMINO: Ma io di peccati non ne ho mai fatti, almeno di quei grossi.  

PREVOSTO: Guarda Beniamino che i santi ne fanno sette al giorno come minimo.

BENIAMINO: Si vede che io sono più santo di loro.

PREVOSTO: Sta attento che adesso tu pensi di essere già santo.

BENIAMINO: Magari santo no, ma martire si.

PREVOSTO: Dai, smettila con queste stupidate e comincia a raccontare i tuoi peccati.

BENIAMINO: Il mio peccato più grave l’ho fatto verso di lei signor parroco.

PREVOSTO: Verso di me?

BENIAMINO: Proprio verso di lei e se lei non mi perdona andrò dritto all’inferno come una liturina, anzi, come la Freccia Rossa che va a 300 all’ora.

PREVOSTO: Dai allora, comincia.

BENIAMINO: Ero ancora un ragazzino e sono venuto a confessarmi da lei e, intanto che le raccontavo i miei peccati, non vedo lì, sul piano dello sportello del confessionale, il suo rosario d’oro? Bello, lucido, brillava come il sole. Ho cercato di resistere alla tentazione, ma sembrava che il rosario con tutti i suoi grani mi diceva: prendimi, prendimi Beniamino. Senza che io lo volessi, il braccio si è allungato, la mano lo ha preso ed è andato a finire in una mia tasca. Però, nello stesso momento, ho sentito che le mia coscienza si faceva sentire come un nido di formiche: cosa hai fatto Beniamino, mi diceva, proprio al parroco? Non sapevo come fare ad uscire da quella situazione. Allora dico proprio a lei che mi stava dando l’assoluzione: si fermi signor parroco, mi è venuto in mente un altro peccato. Dimmi Beniamino. Ho rubato un rosario tutto d’oro. E lei, devi darlo subito al suo proprietario altrimenti non posso darti l’assoluzione, lei mi ha detto. E io allora le dico: lo vuole lei signor parroco? Se vuole glielo consegno a lei, deve solo dirmi di si. No che non lo voglio Beniamino, ti ho detto che devi consegnarlo al suo proprietario. Ma signor parroco, il suo proprietario mi ha detto che non lo vuole! Allora tienilo tu o stupido. Ed è stato così che il rosario con i grani tutti d’oro è rimasto nella mia tasca.

PREVOSTO: Disgraziato; ora capisco dove è andato a finire il mio rosario d’oro! Ma ti perdono Beniamino, così il tuo peccato è dimenticato. Vai pure in paradiso e muori contento.

CAMILLO: Ti piace Giusi come continuazione della commedia? Veramente, ora che ci penso, lo zio mi ha detto come la commedia doveva essere lunga. Poteva anche essere di poche battute. Cosa dici di finirla qui? Mi resta solo di aprire il testamento e di leggere quello che mi ha lasciato lo zio. Lo facciamo Giusi?

GIUSI. Si, ci conviene finirla qui la commedia, altrimenti tu saresti capace di tirar in ballo anche il Papa.  Quando si apre il testamento si leggerà quello che lo zio “ci” ha lasciato. Spero che abbia poi lasciato qualcosa anche a me! (Lo grada di traverso) A meno che, tu, quando lo zio era in vita, lo hai circuito ben benone. Non ci sarebbe da meravigliarsi. Ma … dov’è il testamento?  

CAMILLO: E’ sempre stato in quel cassetto con una parte ben chiusa e con tanto di cera lacca sopra. (La toglie dal cassetto). Prendi e controlla che sia ancora chiusa così sei sicura che non ho corrotto nessuno. Tutto a posto? Dai allora, aprila. Passalo a me il foglio; la leggo io perché tu per l’emozione di diventare proprietaria di chissà quante terre al sole, non vorrei che svenissi. Allora … “Cari i miei nipoti Camillo e Giusi. Adesso vi spiego perché ho voluto che, prima di ereditare le mie terre, scriveste una commedia. L’ho fatto per far lavorare i vostri cervelli che, a mio parere, sono sempre stati arrugginiti se non pieni di marmellata anziché del cervello. Adesso che avete terminato l’opera finalmente verrete in possesso dei miei beni. Le piantagioni qui di seguito riportate ve le dividerete fra di voi a vostro insindacabile giudizio. Per cui vi lascio in eredità i due vasi di gerani che troverete sulla finestra della mia stanza del ricovero. Teneteli d’acconto come ricordo del vostro zio Beniamino. Un’ultima cosa; ogni sera dite una preghiera per me”. Hai capito quel disgraziato? E noi abbiamo trascorso giorno e notte a diventare matti a scrivere una commedia per lui! Hai capito Giusi cosa era la terra al sole che aveva da lasciarci? Due vasi di gerani! Una preghiera per lui? Certo che la dico; ma perché vada all’inferno.

SIPARIO

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