Quel piccolo campo

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QUEL PICCOLO CAMPO

Commedia in tre atti

Di PEPPINO DE FILIPPO

PERSONAGGI

ROCCO BARBATI

FRANCESCA, sua sorella

ROSA, maestra elementare

PADRE FERDINANDO (Cap­puccino)

PADRE GIUSEPPE (cappuc­cino)

MASSIMILIANO CAPUTO

CIRILLO, garzone di Rocco

DOMENICO

Avvocato PENNELLA

ROSARIA

CARMELA

UN INGEGNERE

Scrivendo questa commedia, non ho creduto di affrontare e risolvere nessun problema centrale, polemico o cere­brale. Né dimostrare il fallimento di questa o di quell'altra opinione, fede o ideologia. Ho voluto semplicemente por­tare sulla scena del mio teatro un tipo di italiano tirato fuori da una qualsiasi piazza di un nostro paese: uno di quei tipi nella cui coscienza altro non è rimasto che il facile concetto delle scritte sui muri, e poi quello di tutti gli agitatori di piazza: di destra o di sinistra. Se i toni del protagonista sono a volte rudi e crudi è perché derivano da una mentalità rude e cruda quale spesso è quella di un contadino. Ed è logico sia così. Un contadino non può frequentare il ginnasio, il liceo e l'università: vanga o studia! Concludendo, ho voluto scrivere una commedia comica ove il dramma affiora solamente in quei punti in cui viene più da ridere che da piangere.

Commedia formattata da


ATTO PRIMO

In casa di Rocco Barbati. E' una mo­destissima casa di contadino. Nel centro, in fondo, una larga porta dà direttamen­te nel podere di proprietà del Barbati. La casa è in collina e lo sfondo offre un magnifico panorama collinoso e seminato a grano. Siamo in primavera. All'esterno, quasi davanti alla porta centrale della scena, un mandorlo fiorito. Altri se ne vedranno da una piccola finestra con ten­dine, alla parete di fondo a destra. Due porte laterali: una in prima quinta a de­stra, l'altra in seconda quinta a sinistra. E' tardo pomeriggio. Sul cassettone la statua o un quadro del Santo Protettore del paese.

FRANCESCA              - (è seduta presso il tavolo del centro, al lato destro, e parla con ROSA che le sta seduta di fronte, e tutt'e due controllano: la prima un quaderno, la seconda un piccolo foglio di carta) - Centosettanta chili di patate...

ROSA                           - (controllando sul foglio di carta)... Patate... si!

FRANCESCA              - (c. s.) Duecentotrenta chili di piselli...

ROSA                           - (c. s.) ...Si ...

FRANCESCA              - Se vedeste come sono belli. Ogni pisello è grande come un chicco d'uva. Quelli del nostro orto, invece, piccoli... poco più grandi di una lenticchia. E pochi: venti chili, in tutto!

ROSA                           - E' che, nel Campo del Signore, la terra è più grassa perché è meno espo­sta al sole. Ha anche il vantaggio di quel piccolo corso d'acqua, e alle ver­dure fa tanto bene.

FRANCESCA              - Non c'è più l'acqua: spanta!

ROSA                           - Può darsi che ritorni. Fa sem­pre così: se ne va, poi viene.

FRANCESCA              - Questa volta il Comune già pensava di potersene servire; ma poi, tutt'a un tratto, l'acqua è sparita.

ROSA                           - Ritornerà. Ormai conosce la strada.

FRANCESCA              - Oh... Rosa... quello fu un miracolo! Anche Padre Ferdinando dice lo stesso. Ma come? Da un momento all'altro viene fuori l'acqua pro­prio lì? Nel Campo del Signore? Non c'è dubbio: fu un miracolo!

ROSA                           - Vostro fratello non la pensa così.

FRANCESCA              - Quello non crede a nien­te... (con tono basso, rivolta alla porta di fondo) Ateo! Scomunicato!

ROSA                           - Non dite così: ha le sue idee. Pian piano si accorgerà del contrario: pazienza ci vuole.

FRANCESCA              - E quando se ne accorge­rà? Quando sarà morto? Ha quasi cinquant’anni. Non mi piace, Rosa. Ma co­me? In famiglia, tutti timorati di Dio: tutti religiosi... e lui? Nato a Napoli e cresciuto a Napoli, presso un nostro zio canonico... e il risultato? Ma cosa crede di essere; un superuomo? E' stato sem­pre il punto nero della nostra famiglia.

ROSA                           - Lasciate fare a Dio.

FRANCESCA              - Si vede che è proprio vo­lontà Sua. (legge sul quaderno) Tre­cento chili di zucchine...

ROSA                           - (leggendo sul foglio) Trecento chili... si... ,

FRANCESCA              - Duecento fasci di biada. Novanta di carciofi, e centocinquanta di asparagi.

 

ROSA                           - (c. s.) Preciso!

FRANCESCA              - Un bel raccolto. Supe­riore a quello della volta scorsa. Cirillo disse: vedrete, padrona, se mi ci met­to... alla prossima volta Padre Ferdi­nando resterà più contento e mi regale­rà il rosario di madreperla che mi ha promesso.

ROSA                           - Vostro fratello, invece, come al solito, non ne sarà contento.

FRANCESCA              - Certe volte, Rosa, mi fa pensare che qualcuno l'abbia stregato. Lui comanda, lui dispone, e poi se la prende con Dio e con la buon'anima di nostro padre. Due volte, ha fatto spo­stare il Campo: da sinistra a destra, da destra a sinistra. E il Priore, sempre gentile, lo ha accontentato. E avvocati, notaio, carta bollata, discussioni. Per fare che cosa? Per ritornare, poi, punto e da capo... Gli ci vorrebbe una moglie: forse cambierebbe idea.

ROSA                           - ... Già... forse...

FRANCESCA              - (subito) ... Gli feci il vostro nome, Rosa!

ROSA                           - (confusa) ...Francesca!

FRANCESCA              - Mi sono sempre accorta che gli siete simpatica, e so bene che anche voi avete per lui una vecchia simpatia!...

ROSA                           - Non lo nego: Rocco mi, piace. Il suo carattere ha qualche cosa che in­teressa, e fa pensare. A me piace l'uomo energico, l'uomo volitivo.

FRANCESCA              - Troppo energico; trop­po volitivo.

ROSA                           - Gli uomini come vostro fratel­lo vanno trattati come i bambini: un saggio rimprovero e una tenera carezza.

FRANCESCA              - Sareste una coppia per­fetta. Voi sola, senza genitori, ricca, ancora giovane. E come maestra elemen­tare, con la vostra istruzione potreste dargli qualche lezione: perché è un ignorante, Rosa, è un ignorante: ha fre­quentato tre anni, dico tre anni, la ter­za elementare! Se lo sposerete, farete una buona azione.

ROSA                           - Per sposarsi, Francesca, occorre essere in due a volerlo!

FRANCESCA              - Troppo sentimento, Ro­sa. Io, per fare come voi, ho trentacin­que anni e non mi sono ancora sposata.

CIRILLO                     - (entra di fondo piagnucolando e comprimendosi con una mano la guancia destra).

FRANCESCA              - (a Cirillo) Che ti suc­cede, Cirillo?

CIRILLO                     - (c. s.) Il padrone mi ha dato un calcio e uno schiaffo.

FRANCESCA              - (a Rosa) E' stregato! E' stregato! (a Cirillo) E perché?

CIRILLO                     - Gli ho domandato se potevo caricare il raccolto e portarlo al conven­to: mi ha gridato, prendendomi per un orecchio: « Se padre Ferdinando vuole il raccolto venga a prenderselo da sé, questa volta! Non voglio fare più il servo a nessuno, io! » Gli ho fatto capire allora che sarebbe tanto gentile da parte sua mandarglielo, come sempre ha fatto; e lui mi ha dato, prima uno schiaffo, e poi mi ha tirato un calcio! (piange) Padre Ferdinando poi, quan­do stamani sono andato in Chiesa per confessarmi e comunicarmi, come faccio tutte le mattine, mi aveva raccomanda­to di portargli il raccolto prima di sera, e per questo mi aveva promesso il bel rosario di madreperla.

FRANCESCA              - (a Cirillo) Aspetta, aspetta! (va verso il fondo e chiama for­te) Rocco?... Rocco! Roccoooo!...

ROCCO                        - (dall'esterno) Che vuoi?

FRANCESCA              - Vieni... ti prego.

ROCCO                        - (c. s.) Ho da fare!

FRANCESCA              - (c. s.) Hai dato uno schiaffo a Cirillo, eh?!

ROCCO                        - (c. s.) Ne vorresti uno anche tu?

FRANCESCA              - (a Rosa) E' stregato, è stregato, quel birbante, (poi verso l'e­sterno) Vieni qua. Bisogna controllare la nota del raccolto. Padre Ferdinando lo aspetta!... (a Rosa) E non risponde... (verso l'esterno) C'è anche Rosa qui!

ROCCO                        - (c. s.) E chi se ne frega? Mandala via, che non voglio gente in casa.

ROSA                           - Vado via, Francesca. Domani è domenica: ci vedremo a Messa. E... non parlate più a Rocco di quello... che sa­pete. Perché accendere un fuoco che non sa dare calore? E' più bella la fiamma che arde senza che nessuno l'attizzi...

FRANCESCA              - Ma se nessuno l'attizza, se un pochino di fuoco c'è, se ne va in brace. La brace poi diventa cenere...

ROSA                           - ...e lasciamo che covi sotto la cenere: chissà! Buona sera, Francesca. Buona sera, Cirillo.

FRANCESCA              - (accompagnandola al fon­do) Buona sera. e scusate... (Rosa esce) (a Cirillo) Ti ha fatto male?

CIRILLO                     - Tanto. Specialmente il cal­cio, mi ha fatto male. E non me lo aspettavo, perché quando m'ha dato lo schiaffo, io pronto, come dice il Van­gelo, non mi sono mosso; gli ho mo­strato l'altra guancia. Invece lui mi ha tirato un calcio. Ho sentito dolore, ma me ne sono andato, perché ho pensato che non sarebbe stato educato mostrar­gli l'altra... l'altra natica...

FRANCESCA              - Tu la sai lunga, tu! Non gli avrai mica risposto male?

CIRILLO                     - Lo giuro su Dio! (si fa il segno della croce) Lo giuro su Dio! E' che il padrone ha invidia che nel Cam­po del Signore cresce tutto bene; e nel rimanente poco o niente. Il grano cresce male e se la prende con me! Ne ho colpa io se proprio nel suo orto si dan­no convegno tutti gli insulti della terra?

FRANCESCA              - (sentendo rumore di passi) Ssst! Eccolo...

ROCCO                        - (entra dal fondo, accigliato, e butta sgarbatamente sul tavolo qualche patata, alcune carote, e delle zucchine)

                                      - Ecco qua. Ecco il raccolto del nostro orto. Questa è la parte migliore. Il ri­manente sarà buono per fare il pastone ai maiali! Ma che importa? Che ci in­teressa dell'orto? Abbiamo tutto il resto del podere, nove ettari, seminati a gra­no! (a Francesca) L'hai visto, il grano? Fa schifo. Sai che messi d'oro avremo a giugno? Ne faremo letame, (rivolto al Santo Protettore) Grazie, protettore.

FRANCESCA              - Non piove da circa due mesi, e il grano, di questa stagione, vuo­le acqua. Ma non è solamente il tuo podere a soffrirne, ma quelli di tutti, e sono tutti disperati. Lo sai che in questi giorni si prega tanto perché piova?!

ROCCO                        - (puntando l'indice verso il fon­do) E... là? la?

FRANCESCA              - Dove?

ROCCO                        - ...là, lo sai. « dove »...; là, nell'orto del Campo Piccolo?

FRANCESCA              - Là c'è stata l'acqua fino a quindici giorni fa, e la terra ha avuto tempo di trarne vantaggio. Poi...

ROCCO                        - ... poi l'acqua è sparita! E così fa sempre, da che è venuta la pri­ma volta. Quando serve all'orto del campa piccolo, arriva, quando serve al mio se ne va.

FRANCESCA              - Comunque...

ROCCO                        - Comunque io soche cosa deb­bo fare... ho un programmino, cara mia!

FRANCESCA              - Non penserai sul serio di spostare il campo per la terza volta? Hai visto che il risultato è sempre lo stesso: dove si sposta rende; e dove era prima, più niente. Strano, ma è così or­mai. Appunto per questo consideriamo tutti quel campo come il Campo del Signore!

ROCCO                        - Prima di tutto, non è del Si­gnore, quel Campo. Chi sarebbe questo signore? Io non riconosco signori che non conosco, e tu lo sai. E' una storia vecchia, questa. E' tutto mio, qua, per diritto di Patria potestà! Sono io il Si­gnore di questa terra. Io che ci cammi­no sopra; io che me la lavoro: io che, se voglio, posso tanto farci crescere una pianta che darci poi un calcio sopra, schiantarla e farla marcire.

FRANCESCA              - Allora perché non fai crescere il grano come dovrebbe crescere di questa stagione, senza pregare Dio che mandi la pioggia?

ROCCO                        - Io non prego, perché non ho mai pregato: io spero! C'è una bella differenza fra il pregare e lo sperare. La preghiera si rivolge a qualcuno che esiste e che si vede. Uno capace di po­terti rendere un buon servigio e tu gli devi rimanere riconoscente. La speranza, invece, si rivolge al « caso », al Caso favorevole... Non piove perché... Prima di tutto sapete voi perché piove?... (a Francesca) Tu, intelligentona, lo sai?

FRANCESCA              - No, non lo so!...

ROCCO                        - Non lo sai! (a Cirillo) e tu, lo sai?

CIRILLO                     - Si, io lo so:... perché quando 1 gli angeli piangono...

ROCCO                        - (bruscamente) Sta zitto, cre­tino!... Io non sono istruito, però sono  intelligente, e certe cose, se non le so, me le spiego da me! Non leggo perché... poco so leggere, ma mi piace di osser­vare. Quando davanti agli occhi mi si presenta un albero... una pianta... io osservo, e osservando apprendo. Quandodavanti agli occhi mi si presenta un pa­norama di monti, di colline fiorite, è al­lora che leggo il romanzo più celebre e istruttivo della terra, (a Cirillo) j Quando poi mi si presenta davanti agli occhi un fesso come te, è allora che non I leggo più... Dunque, dicevo: sapete perché piove? Non perché i Santi piangono, o gli angioletti fanno la pipì: no! Piove perché le nuvole, sono composte di fu­mo... (a Francesca) di fumo... e il fumo è composto di vapori d'acqua, ad un certo momento si urtano, fanno at­trito tra loro... s'infrangono e... piove...

FRANCESCA              - Si vede che, questa volta, le nuvole non riescono ad incontrarsi... Insomma si può sapere che altro hai in mente di fare?

ROCCO                        - Contesto il testamento di mio padre. Sono già d'accordo col mio le­gale; o la va, o la spacca!

FRANCESCA              - Stregato; sei stregato!

ROCCO                        - Si, sono stregato! (furioso, scattando) Ma porco...

FRANCESCA              - (rimproverandolo) Rocco?!..

CIRILLO                     - (timido) Padrone!!...

ROCCO                        - (contenendosi) Porca di una malora: voi siete credenti, io no! Ecco le mie ragioni: ecco il bandolo della matassa. Ecco perché non ho mai tro­vato giusto ciò che fece mio padre. E l'abuso, il dispetto che mi si fanno, ammesso che esista qualche cosa, sono sfacciati!

FRANCESCA              - Ma chi è che ti fa i di­spetti? Qui ti vogliono tutti bene. Sei tu che non vai d'accordo con nessuno. (Rocco reagisce; continuando) con nessuno; con nessuno!...

ROCCO                        - Non vado d'accordo con nessuno perché c'è incompatibilità di carat­tere tra me e i cattolici apostolici ro­mani. E la ragione c'è. Cattolico io non lo sono; apostolico nemmeno, e non so­no romano; io sono napoletano... Ecco che come tale io ho tutto il diritto di contestare il testamento!

FRANCESCA              - Tu sei un ignorante: non capisci quello che dici!

ROCCO                        - Io capisco sempre quello che dico! Ti ricordi quando l'anno scorso acconsentii a scendere in paese per la festa del protettore? Al ritorno trovam­mo la casa svaligiata dai ladri: sette polli mancanti, e il maiale. Di quale fede mi parlaste allora?... E lui là... (in­dica il quadro del Protettore) zitto, fer­mo, come se nulla accadesse intorno a lui. E fin quando si fosse trattato di oggetti miei, poco male; lui conosce i miei sentimenti e va bene... è scusabile: ma la biancheria tua? La biancheria di una cattolica? E' imperdonabile! E me­no male che non trovarono il danaro, se no si sarebbero portato via un mi­lione in contanti. Un milione, dico! Cen­to fogli da diecimila! Meno male.

FRANCESCA              - Per questo feci bene a nasconderlo quel danaro.

ROCCO                        - E faresti bene a darmelo. E' danaro mio, quello, sai? Mio!

FRANCESCA              - Per la metà è tuo. Per l'altra metà è mio e dove sta è ben cu­stodito.

ROCCO                        - Comunque quando mi servirà la mia parte me la darai. Nella speranza di trovarlo. Già, se non dovessi trovarlo, t'ammazzo... lo sai!

FRANCESCA              - Quella volta fu il dia­volo. Lo sai o non lo sai che quando si perde o ti rubano qualche cosa, è il diavolo che se ne serve? Lo sai?

ROCCO                        - E il diavolo aveva bisogno della mia biancheria e della tua? Carino il diavolo con le tue mutandine e i tuoi reggipetti. Il diavolo aveva bisogno di sette polli e del maiale? Se all'inter­no si mangia così bene, ci corro subito. Non esiste il diavolo; non esiste nulla!

FRANCESCA              - Allora il mondo chi l'ha creato?

ROCCO                        - (con commiserazione) Mi fate pena! Già, perché voi altri non vi sapete liberare dal dubbio che tormenta la vo­stra volontà e la rendete incapace di lottare da sola contro il bene e il male senza l'aiuto di nessuna forza divina. Chi credi che l'abbia creato il mondo? Nessu­no: è nato da sé: attraverso i secoli, i millenni... e noi uomini, bestie, erbe... fio­ri siamo nati dalla decomposizione natu­rale della sua sostanza... Ogni oggetto che ci circonda è un piccolo mondo den­tro al quale e intorno al quale c'è qual­che cosa che vive e che il tempo decom­pone e deteriora dando origine, così, ad altri mondi più grandi o più piccoli. Tu metti un'arancia qui... (indica l'angolo del tavolo) bella, sana, fresca, profu­mata... lasciala qui un giorno, due, tre, quattro: comincerà a marcire: si tra­sformerà in un vermicaio: e più si de­compone, più vermi nasceranno, di mil­le specie; e si ammazzeranno l'un l'altro, perché ognuno vuole mangiare la parte più grossa di quel vermicaio: hai capito?

FRANCESCA              - Caro mio, tu impazzirai: i vermi, l'arancia... il dubbio, il bene, il male.

ROCCO                        - Il fatto è che non avete co­raggio delle vostre azioni. E per vivere meglio all'ai di là, vivete malissimo all' al di qua. E vi appare esaltato, stre­gato, colui che vuole ragionare col pro­prio cervello e non con quello degli al­tri... Ragioniamo un poco con calma: siamo in aprile. Il grano, di questo me­se, ha bisogno di acqua, se no si secca. Bene: perché questo Dio tanto miseri­cordioso non ce la manda, l'acqua? Ca­pisco: forse è il diavolo, quel porco di un diavolo che mette sempre i bastoni fra le ruote. E allora, invece di acqua: caldura, afa, soffoco, fiamme d'inferno nel mese di aprile. E Dio, tanto buono, lascia fare; lascia che il diavolo si di­verta, e migliaia di famiglie quest'anno non avranno pane sufficiente.

 FRANCESCA             - Lascia fare perché, quan­do l'umanità commette troppi peccati, Dio diventa cattivo, e la punisce!

ROCCO                        - Poco male se nella punizione ci capita il giusto per il peccatore. Era­vamo senz'acqua in collina, è vero? Per prenderne si doveva andare con i muli giù in paese, o servirsi dei pozzi. Da un momento all'altro, nel Campo del Signore zampilla l'acqua. Caso strano; proprio nel suo campo. No nel mio, né in quello' di Ambrogio, Tommaso, Gio­vanni, no: nel suo! Comunque, tutti lie­ti, io compreso: e accettai di pagare al convento l'acqua che serviva per irrigare il mio campo. Dopo un mese, per ri­sparmiare quella spesa, decido di anda­re dal Priore per ottenere il permesso di allungare quell'acqua fino al mio po­dere; ottengo il permesso; dopo due giorni, come per incanto, la sorgente si dissecca!!! Ora, voglio parlare per con­to tuo che hai idee diverse dalle mie, chi è stato? Il Signore o il diavolo? Se è stato il Signore che ha voluto giocarti questo tiro birbone, bella riconoscenza per il campo che nostro padre gli rega­lò! Se è stato il diavolo, è un pregevolis­simo mascalzone che se esiste sarò feli­cissimo di riconoscere all'inferno per sputargli sulla faccia; perché sapendomi poco credente, avrebbe dovuto aiutarmi, ed essermi più amico che nemico...

CIRILLO                     - ...Però...

ROCCO                        - (minaccioso) Taci, tu: tradi­tore! Mangia pane a tradimento! Mangi il mio pane e curi quello degli altri. Non appena sarò padrone di tutto il mio podere ti manderò via. Andrai a riempirti le budella o da Padre Ferdi­nando o dal Priore. Volete vederlo tut­to preso dal lavoro? Là, nel campo pic­colo: taglia, lega, aggiusta, allunga i rami...

CIRILLO                     - - Perché lì c'è da aggiustare e da tagliare; è un orto! Ma che aggiusto nel rimanente se è tutto grano?

ROCCO                        - Ed io in quell'orto ti scaverò una fossa. E te la farò scavare con le tue mani: mascalzone, falso bigotto! Prima recita le preghiere, poi mi porta gl'insetti nel campo. (Cirillo fa per pro­testare, ma Rocco non gliene dà il tem­po e lo investe subito) T'ho visto io! T'ho sorpreso! E me li piazza sui car­ciofi, sui broccoli, sui finocchi, sull'in­salata... E maschio e femmina... m'ha fatto pure l'allevamento!

CIRILLO                     - Quel giorno li toglievo,

ROCCO                        - Li toglievi dall'orto del. cam­po piccolo e li portavi nel mio. (a Fran­cesca) E sai perché? Per dispetto!

CIRILLO                     - Non è vero. Le bestie ci so­no perché voi non volete comprare la medicina. Padre Ferdinando, invece, ogni mattina mi dà i soldi per comprarla!

ROCCO                        - Si capisce. Padre Ferdinando ha il convento a disposizione... ha la Banca d'Italia a portata di mano. C'è chi gli manda farina, olio, grano, sala­mi, prosciutti! Io no, io ho soltanto le mie braccia e la mia volontà che salva­guardano la mia esistenza... Vai, vai da Padre Ferdinando e digli quello che ti ho detto io...

CIRILLO                     - (esce per il fondo a destra).

(1° SEGNALE CABINA LUCE).

 FRANCESCA             - Ma iltestamento...

ROCCO                        - Mio padre si sbagliò, e sono sicuro che ne è già pentito...

FRANCESCA              - Ma non nominarlo più, e lascialo nella pace del Signore!

ROCCO                        - Perché, secondo te, nostro pa­dre sta in' Paradiso?

FRANCESCA              - E dove, allora? All'in­ferno?

ROCCO                        - Né all'inferno, né al Purgato­rio1, né in Paradiso! Papà è morto e non esiste più. Quando si muore, non c'è più niente da fare, si è morti. E quando si muore si diventa una cosa morta. Sai che cos'è una cosa morta? La morte. Sai la morte che cos'è? Una cosa morta dalla quale nascerà una cosa viva, tan­te cose vive, perché dopo morti ci si impasta cori la terra, con la polvere, con il fango, e si diventa cenere, sasso, pie­tra... erba, fiori, erbaccia, (prende una carata che sta sul tavolo e la mostra) Nostro padre potrebbe essere diventato questa. Trasmigrazione dell'anima... da un corpo all'altro; anche di animale, sis­signore. Perché la nostra materia può diventare sostanza per una radice, que­sta diventa pianta, ecco allora che una piccolissima parte di noi stessi può nu­trire tanto un uomo che una bestia - in tutti e due i casi avviene la reincarna­zione lenta, graduale da un corpo allo altro mediante la decomposizione della propria sostanza.

FRANCESCA              - Ma chi ti ha riempito il cervello con tutte queste sciocchezze?

ROCCO                        - Secondo te, don Pietro, il far­macista, Gianandrea, il fattore, sono de­gli sciocchi? Quelli hanno studiato, mia cara...

FRANCESCA              - Avranno studiato, ma sono degni tuoi compagni! Sappiamo be­ne, politicamente, come la pensa il si­gnor farmacista. Non capisci che quello cerca di portare nel suo partito tutti quelli che gli vengono sottomano! (scandendo le parole) Sono comunisti. E lo sai o non lo sai che i comunisti sono contro Dio? Non credono in Dio?

(20 SEGNALE CABINA LUCE: ABBAS­SAMENTO TRAMONTO)

ROCCO                        - E a chi credono?

FRANCESCA              - Soltanto nel loro capo!

ROCCO                        - Se è vivo, fanno bene a cre­dergli: lo vedono.

FRANCESCA              - Appunto per questo fan­no male: lo vedono pure! (va al cante­rano a scrivere alcune note)

ROCCO                        - Io credo a quello che vedo! Poi non faccio politica, io. Ho le mie idee e basta! Dov'è la nota del raccolto?

FRANCESCA              - ...Sul tavolo! L'ho con­trollata. Cera anche Rosa. (Rocco leg­ge la nota e non risponde) E' una bra­va ragazza Rosa.

ROCCO                        - (sempre leggendo) Ragazza? Ha quarantadue anni...

FRANCESCA              - Trentadue... trentadue!

ROCCO                        - Io ne vedo quarantadue, e io credo sempre a quello che vedo e non a quello che mi si dice.

FRANCESCA              - Comunque, tu ne hai quarantasette!

ROCCO                        - (leggendo) duecentotrenta...

FRANCESCA              - Hai duecentotrent'anni?

ROCCO                        - Duecentotrenta chili di piselli. Cose da pazzi. Nel mio orto, venti chili!

FRANCESCA              - Lo sai che mi farebbe piacere vederti sposato con Rosa? Sta­resti tranquillo, sereno. Sai cosa vuol dire avere una moglie affettuosa che ti accudisce, una casa che ti ospita, i fi­gli che ti aspettano... Io so che Rosa ti è simpatica: ti è sempre stata simpatica. E lo sai anche tu, vero? Lo sai, dillo: lo sai...

ROCCO                        - Lo sai che mi hai rotto le scatole?

FRANCESCA              - (perdendo la pazienza) Stregato sei: stregato!

ROCCO                        - Insomma: io dovrei, per il vo­stro piacere, continuare a mandare il raccolto a Padre Ferdinando e aggiun­gere, col rosario tra le mani: «Grazie, Signore, grazie per non aver fatto cre­scere nella mia terra neanche una patata buona per tirarla sulla testa di mia so­rella quando mi parla di te. Ora ti pre­parerò il prossimo raccolto; e io, Padre, Figliolo, Spirito Santo (si fa il segno della croce) e cosi sia, stringo la cinta. Che ne dici, sorella? E io chi sono? Un milionario?

FRANCESCA              - Ma non sei neanche po­vero. Grazie a Dio, una casa e un pezzo di terra l'abbiamo; c'è chi non ha niente..

ROCCO                        - Io non penso mai a chi non ha niente: io penso sempre a chi ha più di me.

FRANCESCA              - Io... (al colmo della rab­bia) io... andrò a farmi suora!

ROCCO                        - Di clausura, però, perché non ti veda più!

FRANCESCA              - Sei stregato! Sei strega­to! Vattene! Vattene! Non voglio più vederti! (con tutta l'energia) Domani farò benedire la casa! (esce per la por­ta a sinistra, facendosi il segno della croce).

ROCCO                        - E io la brucerò... (leggendo le note del raccolto) Che bella cuccagna!

DOMENICO                - (entra dal fondo e si sof­ferma sulla soglia) Salute, Rocco.

ROCCO                        - (mormorando appena) Salute.

DOMENICO                - Aria di tempesta?

ROCCO                        - Aria di terremoto. Cosa vuoi?

DOMENICO                - Niente... passavo, e ti ho salutato.

ROCCO                        - Com'è andato il tuo raccolto?

DOMENICO                - (entra nella stanza) Be­ne. Tutto bene, grazie a Dio! Patate in abbondanza. Carciofi e asparagi: una meraviglia. E' il grano che mi preoccupi. Non vuol piovere! Sai che per la prossima domenica, non questa, parlano di una processione, in paese, se prima non pioverà?

ROCCO                        - Si, lo so!

DOMENICO                - (per andare) Ti saluto, perché vedo che sei nervoso. Ciao... (tornando sui suoi passi) Sai, Rocco, che non ricordo più come si dice quella pa­rola... quella storia che tu mi hai rac­contata, dell'anima che può diventare cane, gatto, erba... pecora... coniglio... Mete... mete...

ROCCO                        - (riflettendo un poco) Metem­psicosi... metempsicosi... Noi possiamo diventare, dopo morti, una cosa eguale a questa per esempio, (mostra una pa­tata) Medesima a questa, capisci? Metempsicosi... che significa medesima co­sa. Trasmissione dell'anima...

DOMENICO                - Appunto. Io ci penso sem­pre, sai? Il problema ha i suoi lati inte­ressanti. Ci sono certe cose che non si spiegano. Io ho una gatta, vecchia or­mai; bene, sai che a rifletterci, certe volte, mi pare che assomigli a mia mo­glie, buon'anima? E quando sto per uscire, mi guarda sempre come per di­re: dove vai adesso? Non andrai a dar­ti bei tempo con qualche ragazza? Oh! Mi mette soggezione, e addio. O se esco, mi passa la voglia e non mi diverto. (Francesca entra dalla porta dalla quale è uscita, dirigendosi al canterano) Sa­lute, Francesca. (Francesca risponde con un gesto) Dicevo a Rocco che domenica il Protettore sarà portato in processione e si fermerà in piazza.

ROCCO                        - ...è ordinerà caffè e gelati per tutti.

FRANCESCA              - E' che dalla piazza si vede la vallata, e da lì potrà pregare il buon Dio perché ci mandi la pioggia... e un po' più di fede nella coscienza di tutti!

DOMENICO                - Se intendete parlare di me...

FRANCESCA              - Forse anche di voi, che prestate orecchio a certe sciocchezze. (accende una candela).

DOMENICO                - Che significa? Sono cose interessanti, e fa piacere discuterne. Voi, per esempio, eravate molto amica di mia moglie buon'anima; bene: voi co­noscete la mia gatta?...

FRANCESCA              - Lasciateci in pace, Do­menico. E buona serata.

DOMENICO                - Buona sera. Addio Roc­co... (esce dal fondo)

CIRILLO                     - (entra, con voce agitata) C'è fuori Padre Ferdinando.

FRANCESCA              - (esce per il fondo di destra)

ROCCO                        - Ebbene? Come se si trattasse dell'Imperatore delle Indie.

CIRILLO                     - Eh! E' arrabbiato!

ROCCO                        - Io pure.

CIRILLO                     - Voi pure! Non lo sapevo!

ROCCO                        - Te lo dico io...

P. FERDINANDO       - (entra dal fondo. E' un frate con la barba) Pax in oc domus. Salute e bene.

FRANCESCA              - Anche a voi, Padre. Ci­rillo, una sedia.

CIRILLO                     - (porgendo la sedia al frate) Subito.

P. FERD.                      - (sedendo) Grazie, Cirillo. (a Rocco) Salute, Rocco.

ROCCO                        - Salute, (a Cirillo) Vattene.

CIRILLO                     - Subito, (a Padre Ferdinando, baciandogli la mano) Permesso, Padre.

P. FERD.                      - E tieni da conto il rosario.

CIRILLO                     - Si, Padre, (lo mostra al col­lo) Eccolo; lo porterò sempre con me. (baciando ancora la mano al frate) Do­mani vengo a Messa... poi. mi confesse­rò, mi comunicherò...

ROCCO                        - (dando un calcio nel sedere a Cirillo) Te ne vai? (Cirillo esce in fretta dal fondo mormorando. Rocco andando al fondo, parlando sempre a Cirillo che è sparito) Domani si lavora...

P. FERD.                      - (a Francesca) « Ne avevo promesso uno anche a voi, Francesca: eccolo, (glielo porge)

FRANCESCA              - Che bello!

P. FERD.                      - Madreperla, e il Crocifisso è d'argento.

FRANCESCA              - Grazie...

ROCCO                        - Dunque: a che devo l'onore della vostra visita?

P. FERD.                      - Sono venuto a ritirare il raccolto, come da tuo desiderio. Rocco, figlio mio, non è la prima volta che mio malgrado, sono costretto a parlarti così: sei su una strada molto brutta. Specchiari, invece, nell'anima santa di tutti i cristiani e principalmente in quella di tuo padre che fu un devoto e onesto lavoratore. Affrettati a metterti sulla buona via, non aspettare il domani: ad bonam frugem redire... ad bonam frugem redire...

ROCCO                        - Prima di tutto non parliamo lingue che non conosco per cui sono costretto o a non capire o a far credere di aver capito e rispondere fiasco per fischio.

P. FERD.                      - Bene, parliamo la tua lin­gua: che altro grillo ti è saltato per il cervello?

ROCCO                        - Non si tratta di grillo. Si tratta, per ora, di trovare, con mezzi   amichevoli, una decisione definitiva.

P. FERD.                      - (fingendo di non capire) Nei riguardi di che?

ROCCO                        - Nei riguardi del campo piccolo.

P. FERD.                      - Del Campo del Signore?

ROCCO                        - Lo credete voi che sia del Signore, però le tasse le pago io e non la Signore.

P. FERD.                      - E' la gente che lo ha defi­nito così! Vox populi, vox Dei.

ROCCO                        -  Ricominciamo?! Dunque...

P. FERD.                      - Dunque, se mi permetti, parlo io. IL testamento, Rocco, dice testualmente così: «Lascio mio figlio Rocco erede del mio podere della misura di metri quadrati centomila, semperché parte di esso e precisamente me­tri quadrati diecimila e cioè un ettaro, sia dall'erede riconosciuto come pro­prietà del convento dei Fatebenefratelli, e sarà quest'ultimo ad usufruirne; beni, diritti ed usufrutto, e cioè per il benes­sere del convento stesso e di tutti i po­veri del paese ». Dice così?

ROCCO                        - Preciso.

P. FERD.                      - Accettasti tu questa clausola?

ROCCO                        - Sicuro.

P. FERD.                      - E allora?

ROCCO                        - Ma come potevo, in quel mo­mento di dolore, contestare la volontà di mio padre?

P. FERD.                      - E ora, non è la stessa cosa?

ROCCO                        - Ora il dolore mi è passato, ? Come si dice? Chi muore giace e chi vive si dà pace!

P. FERD.                      - Già; anche l'altra volta mi dicesti così, e mi chiedesti che il campo fosse spostato. E non una sola volta,  ma ben due volte. E alla seconda volta mi chiedesti che il campo fosse spostato di nuovo dove era prima, e cioè dove 1 tutt'ora si trova... Vero?

ROCCO                        - Verissimo.

 P. FERD.                     - E perché tu restassi conten­to dovetti mettere in pratica tutti i miei buoni uffici presso il Priore. Ora cosa vuoi di nuovo? Bada che la pazienza, sia pure quella divina, ha un limite. Dunque?

ROCCO                        - Innanzi tutto da questa pa­zienza divina vorrei sapere perché il mio orto non rende e il vostro sì!

P. FERD.                      - Quelli dei tuoi vicini rendo­no bene?

ROCCO                        - Benissimo.

P. FERD.                      - Potrebbe darsi, allora, che tu curi male il tuo. Tener fede bisogna, tener fede...

ROCCO                        - Sono otto anni che aspetto, dalla morte di mio padre, dall'apertura del testamento. Sono otto anni che aspet­to un segno di considerazione e di pie­tà: e invece sono otto anni che mi tocca mandar giù rospi su rospi. La mia pan­cia è diventata un pantano. Ce l'avevo una fede; anch'io ce l'avevo; ma poi mi sono dovuto convincere del contra­rio. Cosa volete che aspetti? Di finire all'elemosina? Ah! capisco! per venire poi da voi, rappresentante di Dio, a chie­dere la carità di un tozzo di pane: del mio pane. Ma che giro vizioso è mai questo? Perché devo fare a voi, Tizio, l'elemosina, perché voi, Tizio, la fac­ciate a Caio? Sono sicuro che Caio la riceva? Chi mi dice che Tizio non se la tenga per sé? E poi, perché Caio de­ve rimanere riconoscente a Tizio e non a Sempronio (indicando se stesso) che gliel'ha fatta?

P. FERD.                      - (offeso) Perché Caio cono­sce l'onestà di Tizio.

ROCCO                        - Bella soddisfazione sapere che la tua onestà è dovuta ai sacrifici di un altro.

P. FERD.                      - Noi non vogliamo che nes­suno si privi del necessario, ma soltan­to del superfluo.

ROCCO                        - Giudicate superfluo voi die­cimila metri quadrati di terreno?

P. FERD.                      - E che cosa rappresentano di fronte ai novantamila che già possiedi?

FRANCESCA              - Ma sì! Che cosa rappre­sentano?!..

ROCCO                        - Precisamente quella parte che mi manca per averne centomila. Per conseguenza, da questo momento, assu­mo il controllo generale di tutta la mia terra.

P. FERD.                      - Di una parte lo puoi: di quella parte che Dio ti ha donata.

ROCCO                        - Serbando per sé la migliore. (a Francesca con sgarbo) Taci tu!

FRANCESCA              - (con un sussulto) Ma non ho parlato!

P. FERD.                      - Diventa migliore, perché tu. non hai fede in quella tua.

ROCCO                        - Ma non piove!

P. FERD.                      - Ed è colpa del convento?

ROCCO                        - Ed è colpa mia?

FRANCESCA              - E' colpa del diavolo.

P. FERD.                      - Che l'onnipotenza divina sa­prà calpestare.

ROCCO                        - (esasperato) Ma quando, que­sta onnipotenza divina, si deciderà a schiacciarlo definitivamente questo dia­volo, che come i fatti dimostrano, si permette di essere perfino più forte di Dio? Dura da secoli questa lotta tra Dio e il diavolo, e noi poveri disgra­ziati che stiamo in mezzo paghiamo le conseguenze. Senza che Dio, una sola volta, si renda conto di tutti i dolori che affliggono l'umanità intera a causa di quest'odio secolare. Se fosse così forte come voi volete far credere, anniente­rebbe il diavolo con la stessa forza con la quale lascia morire tante creature innocenti. .

P. FERD.                      - Se tu lo ignori, Rocco: Dio ha creato l'albero del bene e quello del male perché l'uomo, facile preda dei peccati terreni, sappia distinguere fra i due sentimenti e ben preparare la sua coscienza man mano che la vita gli passa.

ROCCO                        - E non sarebbe stato più logico creare solo l'albero del bene, per il be­ne di tutti? Ci voleva quello del male per annullare quello del bene e vice­versa: ecco?

P. FERD.                      - Perché quello del « Bene » è un albero le cui radici non possono tro­vare nutrimento in una. terra arida co­me il tuo animo esacerbato. Quella ter­ra è arida e afflitta da siccità; (indican­do il fondo) ma l'aridità è soprattutto nell'animo tuo, Rocco.

FRANCESCA              - (piagnucolando comicamen­te) E' vero: è vero, Padre...

P. FERD.                      - (sempre indicando il fondo) Fin quando su quei campi non scenderà una benefica pioggia, non un solo filo d'erba crescerà vegeto e sano: così co­me nel tuo spirito. Il bene è dalla par­te di chi sa poterlo meritare.

FRANCESCA              - (c. s.) E' vero, Padre. Io glielo dico sempre; e quello mi cac­cia in mezzo il vermicaio... l'arancia e che so io.

P. FERD.                      - Ti lasci suggestionare, Roc­co, e il peggio è che la tua fede in Cristo, la fai dipendere dall'orto del tuo podere: se questo rende sei pronto ad avvicinarti a Dio, e se no te ne allon­tani. Con Dio non si fa la questione del dare per avere: Dio è grande.

FRANCESCA              - Grandissimo.

P. FERD.                      - Infinitamente grande...

FRANCESCA              - Stragrandissimo! (a Roc­co che fa per parlare e superandolo di tono) E' stato lui a creare il mondo. Lui ha creato le arance; compresi i ver­mi, grandi e piccoli.

F. FERD.                      - Lui ha creato tutto.

ROCCO                        - Ma per ordine di chi? Sem­mai per suo gusto personale: e se ha sofferto, allora è colpa sua: se la pren­da con sé stesso. Poteva lasciar tutto nelle tenebre e avremmo avuto meno grattacapi lui e noi. Lui ha disposto, lui ha proposto, e poi pretende che tutta l'umanità la pensi come lui...

P. FERD.                      - Qui non si tratta di stabi­lire se Dio avrebbe fatto bene o no a lasciare il mondo avvolto nelle tenebre, ma di sapere se la nostra anima si ren­derà degna di scoprire il mistero che lo circonda e perché ne sia degno, Roc­co, occorre tener fede.

ROCCO                        - Per tener fede, allora, non mi resta che continuare a mandarvi al con­vento carciofi, patate, piselli e fagioli?

P. FERD.                      - (si alza) Non discuto più con te, Rocco. Che il Cielo ti protegga.

 ROCCO                       - Così fate voialtri. Quando non avete altro da rispondere, sono queste le vostre conclusioni.

P. FERD.                      - Avrei da rispondere: ma vorrei che tu sapessi rispondermi.

ROCCO                        - Io vi rispondo questo. Sarò io il signore incontrastato di tutto il po­dere e poi venga pure la fine del mon­do. Ma non verrà. Il mondo continuerà lo stesso, con gli stessi uomini e le stes­se cose: fame, miseria, preoccupazioni, guerre, soprusi e maldicenze. E tutto questo fin quando siamo vivi. Da mor­to, che m'interessa? Lì (indica il cielo). non c'è niente: non ci sono né angeli né santi: ma temporali, uragani e venti; e qui (indica sotto terra) non ci sono diavoli, né anime dannate, ma acqua, fango e fuoco. Tutta propaganda, tutta reclame al solo scopo di vivere meglio sulla pellaccia dell'altro e sulla igno­ranza del prossimo. Nella terra finire­mo, e dalla terra rinasceremo: verme, farfalla, asino, pecora: e poi con due gambe e due braccia: avvocato o inge­gnere, pittore o poeta: metempsicosi, metempsicosi. E badate che mi saprò difendere fino alla vittoria finale. E' l'aratro che traccia il solco della mia terra, ma è la mia spada che la difende. E nessuno pensi di piegarmi senza aver prima duramente combattuto!

P. FERD.                      - (dopo breve pausa) Addio Francesca... (le dice piano) Vigilatelo. E' impazzito, (forte) Addio Rocco.

ROCCO                        - Siamo d'accordo?

P. FERD.                      - D'accordo! Inizia pure gli atti legali!

ROCCO                        - Dite ai vostri superiori che non voglio liti: possibilmente risolverei la questione in via amichevole: e se no, guerra!

P. FERD.                      - Se no, guerra.

ROCCO                        - Intanto vi prometto di por­tarvi il raccolto: non voglio mondezza in codesto loco. E non è un atto di debolezza il mio, ma un gesto di cor­tesia per iniziare da gentiluomo i ne­goziati diplomatici, mentre dichiaro aperta la guerra fredda.

P. FERD.                      - Va bene, buona sera.

FRANCESCA              - Vi accompagno, Padre. (escono per il fondo di destra).

ROCCO                        - (continua a brontolare dietro a Padre Ferdinando che è già uscito poi chiama dal. fondo) Cirillo? (Poi sco­pre la botola appoggiando l'apertura ad una sedia, e torna a chiamare verso il fondo) Cirillo? C trillo?

CIRILLO                     - (entra dal fondo, sconvolto in viso e zoppicando. Ha tra le mani una rozza cassetta sporca di terriccio e fan­go, e un badile. Vuol parlare, ma il fiato grosso gli tronca la parola in go­la) Padrone... eccomi.

ROCCO                        - Prima di andare a letto, vai giù e metti in ordine quella legna.

CIRILLO                     - (c. s.) Padrone!

ROCCO                        - Che cos'hai?

CIRILLO                     - Ho trovato questo.

ROCCO                        - Dove.

CIRILLO                     - Nel campo... nel piccolo campo.

ROCCO                        - Nel campo del Signore, (si corregge) Nel campo piccolo?

CIRILLO                     - Sì, proprio lì.

ROCCO                        - (prende la cassetta) Dai qua..

CIRILLO                     - E' chiusa

ROCCO                        - (con un martello che sarà su un mobile fa saltare la chiusura della cassetta. Non appena l'avrà aperta, e-sclama) Monete! Monete d'oro!

CIRILLO                     - Un tesoro! C'è una carta. (la prende dalla cassetta).

ROCCO                        - (prende la carta a Cirillo. E' un pezzo di carta colorata Legge) Ma... maren... marenghi... marenghi... (legge stentatamente) Marenghi... pezzi due­mila... 30-9-43; duemila!

CIRILLO                     - Duemila!... (mette in tasca la carta che avrà ripreso a Rocco) Co­me sono belle?

ROCCO                        - Dove hai trovato questa cas­setta?

CIRILLO                     - Proprio a margine di con­fine.

ROCCO                        - Di là, o di qua?

CIRILLO                     - Ve l'ho detto, no? Di là!...

ROCCO                        - (minaccioso) Ricorda bene: di qua!

CIRILLO                     - No, di là. C'è ancora la buca. Infilavo una canna per tenere su una vite; ho sentito che sotto c'era del duro, ho scavato, e proprio a mezzo metro sotto, a circa un metro dal mar­gine del confine del Campo del Si­gnore: questa.

ROCCO                        - (lo fissa; poi l'afferra per il ba­vero della giacca, lo tira a sé e gli dice con tono minaccioso) Zitto! capito? Zitto! Non una parola ad anima viva o sarai morto, (afferra il rosario che Cirillo ha intorno al collo, e intorno a questo glielo stringe con una mano) Con questo ti strozzerò senza pietà, len­tamente. Chiaro?

CIRILLO                     - (quasi senza fiato) Va bene, padrone, (tentando di svincolarsi per andare).

ROCCO                        - Dove vai?

CIRILLO                     - Vado via.

ROCCO                        - (indicandogli la botola) Scen­di là!

CIRILLO                     - (guarda la botola, poi Rocco) Là?

ROCCO                        - Ti piacerebbe andare a rac­contare tutto a Padre Ferdinando, vero?

CIRILLO                     - Ma padrone...

ROCCO                        - Scendi presto!

CIRILLO                     - (guarda la botola e l'interno di questa) E' buia.

ROCCO                        - Scendi. E non un grido 0 scendo e ti strozzo.

CIRILLO                     - Sì, scendo. Quanto tempo dovrò rimanerci?

ROCCO                        - Fin quando mi farà comodo. Scendi! (Cirillo scende. Rocco richiude la botola e ci porta sopra il tavolo. Mentre sta armeggiando intorno alla cassetta)...

FRANCESCA              - (entra dal fondo e guarda stupita Rocco) E tu? Che cosa fai lì?

ROCCO                        - Vattene a letto!

FRANCESCA              - E tu?

ROCCO                        - Dormo qui.

FRANCESCA              - Dove?

ROCCO                        - Vattene a letto! (si ode dall’interno la sonagliera del calesse che parte) Chi è?

FRANCESCA              - E' Padre Ferdinando che se ne va.

ROCCO                        - E vattene anche tu!

FRANCESCA              - (facendosi il segno della croce)Mio Dio, aiutalo tu! (ed esce dalla prima porta a sinistra).

ROCCO                        - (rimasto solo va a chiudere a chiave la porta dalla quale è uscita Francesca; chiude la porta di fondo e la finestra; stacca il fucile dalla parete e va a sedersi sul tavolo, col fucile a tracolla, la cassetta fra le gambe é men­tre l'apre...

CALA LA TELA SECONDO TEMPO

ATTO SECONDO

La stessa scena. E' mattina. Davanti al quadro del Protettore, la lampada accesa,

e due candele. Sono in scena: FRANCESCA, ROSARIA, CARMELA, ROSA e DOMENICO. Le quattro donne sono sedute a sinistra della scena e recitano urna preghiera a bassa voce. DOMENICO, invece, è sul­la porta di fondo, in piedi, intento a guardare verso l'esterno, come preoccu­pato a spiare l'arrivo improvviso di qualcuno, ma partecipa lo stesso alla litania.

FRANCESCA              - (ha tra le mani un rosario e il breviario sul quale legge a bassa voce) Pater de coelis Deus.

A CORO                      - Miserere nobis.

FRANCESCA              - Fili redemptor mundi Deus.

A CORO                      - Miserere nobis.

FRANCESCA              - Spiritu- sancte Deus.

A CORO                      - Miserere nobis.

DOMEN.                      - (d'un tratto, alle donne, cre­dendo di aver sentito arrivare qualcuno) Attenzione; arriva! (le quattro donne si alzano in fretta, mormorano qualche co­sa per non farsi sorprendere a pregare, ma Domenico le rassicura) Continuate... Continuate, mi sono sbagliato! (segni di disappunto delle donne) Eh! Credevo di aver sentito la voce di Rocco.

FRANCESCA              - (rimettendosi a sedere con le altre) Kirie Eleison...

A CORO                      - Kirie Eleison.

FRANCESCA              - Christe Eleison.

A CORO                      - Christe Eleison.

FRANCESCA              - Christe audi nos.

A CORO                      - Christe audi nos.

FRANCESCA              - Che ore sono?

DOMENICO                - Sono le dieci.

FRANCESCA              - Chissà dove sarà andato.

ROSA                           - Dall'avvocato, avete detto, no?

FRANCESCA              - E non torna ancora? E' uscito alle sette.

DOMENICO                - Ma il tesoro, lo ha por­tato con sé?

FRANCESCA              - Non lo so. So che non ha dormito tutta la notte. Mi ha chiuso a chiave nella mia camera, e lui su e giù, su e giù. Poi ho sentito dei colpi sul pavimento.

 ROSA                          - Forse perché Cirillo si agitava i in cantina.

FRANCESCA              - Mah! (riprende a prega­re) Cor Jesus, Fili Patris aeterni.

A CORO                      - Miserere nobis.

FRANCESCA              - Cor Jesus, maiestatis infinitae.

A CORO                      - Miserere nobis.

ROSARIA                    - Non vorrei trovarmi nei panni di Cirillo quando Rocco tornerà qui.

CARMELA                  - Cirillo non torna più. Quello là se ne resta in convento.

DOMENICO                - Come ha fatto a scappa­re dalla cantina?

FRANCESCA              - Da un finestrino aperto che era coperto dalle fascine. Mi ha rac­contato tutto dicendomi che sarebbe an­dato da Padre Ferdinando, ed è andato via. Io, allora, ho detto tutto a Rocco. Potete immaginare che cosa è successo: il terremoto! (piagnucolando) Mi vo­leva ammazzare, pretendendo che ingo­iassi una per una le sei candele che ave­vo preparato per accenderle davanti al Protettore, (si fa il segno della Croce e tutte la imitano) Quando ha visto che stavo per mangiarle, ha detto: « Lascia, è roba mia; me le mangio io! »

ROSA                           - E le ha mangiate?

FRANCESCA              - Non lo so. Ne ho tro­vate due sole.

ROSARIA                    - Gesù mio! Ha mangiato le candele!

DOMENICO                - Certo, c'era da arrabbiar­ si: un tesoro di cinquantamila monete d'oro!

ROSA                           - Poco fa erano trentamila!

CARMELA                  - Quante monete sono?

FRANCESCA              - Mi pare trentamila O quarantamila. Non ricordo bene come mi ha detto Cirillo.

CARMELA                  - Mia madre mi ha detto ventimila.

FRANCESCA              - Per carità! Acqua ;:: bocca, bocca cucita. Se Rocco viene a sapere che io ho parlato...

DOMENICO                - Ormai, candele non ce­ne sono più. Ne avete altre in casa? Ah! ah! ah! ah!

FRANCESCA              - State zitto, Domenico. (rifacendogli il verso) Ah! ah!

DOMENICO                - Rosa, voi che siete istrui­ta: se Rocco, avesse saputo prima del tesoro che c'era in quella terra...

ROSARIA                    - Ebbene? E' del convento quel tesoro. Stava lì? E mi pare che spetti al Signore.

ROSA                           - Vorrei pregarvi di continuare' le litanie: se ogni tanto s'interrompe la preghiera, il diavolo, dal corpo di Rocco, non uscirà mai.

CARMELA                  - E' Rosaria che interrompe.

ROSARIA                    - Io? Sei stata tu, e anche Domenico.

CARMELA                  - Io una volta sola per ri­spondere a Francesca.

ROSARIA                    - Perché sei una chiacchie­rona.

CARMELA                  - E tu una linguacciuta pet­tegola. Questa è la risposta a quanto hai detto al mio fidanzato l'altra sera. Aspettavo il momento propizio per dir­telo.

ROSARIA                    - (ironica) Davvero? E che cosa ho detto al tuo principe azzurro?

CARMELA                  - Che non lo voglio sposare perché gli mancano due denti.

ROSARIA                    - (forte) La sentite, France­sca? (a Carmela) Per tua norma non è mia abitudine parlare con i fidanzati delle altre ragazze.

CARMELA                  - (acida) Con i mariti, si! (Rosaria fa per rispondere) Lo sanno tutti che Giuseppe, il marito di Teresa, ti piace. (Rosaria c. s.) Ci hai fatto all’amore.

CARMELA                  - Ti do uno schiaffo, sai?

ROSARIA                    - Provati! Mi levo una scar­pa... (si accapigliano).

FRANCESCA              - (intervenendo energica) Ehi, ehi, ehi! eehii!!... (le due conten­denti si separano) Siete impazzite? Per caso, non lo avrete voi il diavolo in corpo?! E' buona creanza, questa? State a posto vostro, (e riprende le litanie con tono severissimo) Cor Jesus, Templum Dei SanctumL.

CORO                          - Miserere nobis.

FRANCESCA              - Cor Jesus, Tabernacu-lum altissimi.

CORO                          - Miserere nobis...

CORO                          - (appare sull'uscio di fondo).

FRANCESCA              - Jesus scaccia diavoli corpus Rocco.

CORO                          - Jesus scaccia diavoli corpus Rocco.

FRANCESCA              - (si alza, si avvicina alla porta di destra, segna con la mano una grande croce e s'inginocchia. Tutte le donne e Domenico fanno lo stesso) Jesus scaccia diavoli corpus Rocco.

CORO                          - Jesus scaccia diavoli corpus Rocco.

RANCESCA                - Mater Divinae scaccia diavoli visceri Rocco.

CORO                          - Mater Divinae scaccia dia­voli visceri Rocco.

FRANCESCA              - Ora prò nobis.

CORO                          - Ora prò nobis.

CORO                          - (è entrato, ha preso da un angolo un bastone e battendo con forza su uno sgabello, urla) Via di qua! Via di qua! (le donne e Domenico, spaventati, si alzano portandosi con le spalle contro la parete di destra) Via!... (Spegne lampada e candele sul cassettone, da­vanti al Protettore) Che significa questa illuminazione! Ve le faccio mangiare queste candele: ve le faccio ingoiare! Via di qui. (agita minaccioso il bastone. Il gruppo si sposta a piccoli passi ver­so il fondo e si ferma) Streghe male­dette! Vi spacco la testa! (Carmela e Rosaria danno un piccolo grido e fug­gono dal fondo. Rosa spaventata si rincantuccia nell'angolo opposto restan­do nascosta a Rocco).

FRANCESCA              - (spaventata, grida) Rocco!

ROCCO                        - (a Domenico, che si è fermato sulla porta di fondo) Che cosa vuoi tu? Fuori di casa mia. Ve lo do io il diavolo dal corpo' di Rocco, (lo minac­cia col bastone).

DOMENICO                - (spaventatissimo) No! Se vuoi, mi mangio una candela!

ROCCO                        - Va' via!

DOMENICO                - (esce per il fondo).

 

FRANCESCA              - (timida) Ci tratti così? Si pregava per te e ci tratti così?

ROCCO                        - Lasciami solo!

FRANCESCA              - Vado... (si avvia mor­morando) Ave Maria...

ROCCO                        - E non pregare.

FRANCESCA              - No, no, mormoravo; chissà - dicevo - se è stato da Pa­dre Ferdinando. Ci sei stato? Dillo alla tua sorellina, dillo!

ROCCO                        - Non so niente!

ROCCO                        - Non so niente!

FRANCESCA              - Intanto ti dico che le quarantamila monete...

ROCCO                        - Non sono quarantamila! Po­co per volta arriveremo a centomila!

FRANCESCA              - Quante sono? Ventimi­la? Quindicimila? Trentamila? Dillo alla, sorellina tua, dillo, alla tua sorel­lina!

ROCCO                        - Niente. E' una cosa questa che la sorellina non la saprà mai; la saprà solamente il fratellino. (indica sé stesso) Mi dispiace che anche Cirillo lo sa, quel manigoldo! Non si faccia più vedere da me: lo ammazzo. Resti pure al Convento. Sarà Padre Ferdinando a dargli da mangiare figurine di santi e rosari di madreperla. Farabutti: volete la mia morte? Ebbene: creperete di rab­bia. Io vivrò fin quando non sarete morti tutti. E se per caso dovessi morire per primo, la metempsicosi ci penserà. Topo, mi vorrò trasformare, per ro­derti la lingua mentre dormi. E poi pulce: pulce penetrante per entrarti in un orecchio e farti impazzire. Vattene, ora. Cosa fai lì? Perché non vai in chie­sa a pregare? (indicando all'esterno i campi di grano) Eccolo, il vostro Dio, come pensa ai vostri interessi. Oggi, più caldo di ieri. Vai a vedere il grano: comincia a fumicare.

FRANCESCA              - Portalo in chiesa quell'oro, e promettilo in dono al Protetto­re se ci manderà una bella pioggia. Tutto il paese ti resterà riconoscente.

ROCCO                        - Non mi piace di offrire a con­dizione di ricevere. Bella offerta gene­rosa!

FRANCESCA              - Ma che cosa dirà la gente, quando saprà che ti sei appro­priato di cinquantamila monete d'oro?

ROCCO                        - Che il temporale ti porti via! (forte) Sono duemila, soltanto duemila!

FRANCESCA              - (soddisfatta) Duemila! Finalmente l'ho saputo! (ed esce, per la porta a sinistra).

ROCCO                        - Disgraziata! (chiude a chiave l'uscio della porta di Francesca; poi va sull'uscio di fondo, guarda all'esterno, rientra e chiude dando il catenaccio. Va alla finestra e chiude le impannate. Poi si avvicina al cassettone, fa per spostarlo, ma si accorge della presenza di Rosa che se n'è stata muta e immo­bile, al suo posto, e che ora fa per an­dare) Rosa?

ROSA                           - Scusate, Rocco. Se mi aprite la porta, vado via.

ROCCO                        - (avvicinandosi alla porta di fondo, per andare ad aprire) Vi ho spa­ventata, Rosa?

ROSA                           - Quando?

ROCCO                        - Poco fa, col bastone.

ROSA                           - Si.

 ROCCO                       - Scusate.

ROSA                           - Ma io mi sono spaventata non per me, ma per voi.

ROCCO                        - E perché per me?

ROSA                           - Mi spiace tanto quando vi ar­rabbiate.

ROCCO                        - Mi fanno arrabbiare.

ROSA                           - E' vero: vi fanno arrabbiare.

ROCCO                        - Vero?

ROSA                           - Si.

ROCCO                        - (guardandola, dopo breve pausa) Non so, Rosa, ma voi m'ispirate fi­ducia.

ROSA                           - Lo so!

ROCCO                        - E perché lo sapete?

ROSA                           - Perché comprendo sempre. Po­trei dirvi, per esempio, cosa state pen­sando adesso.

ROCCO                        - Cosa sto pensando?

ROSA                           - Che vorreste parlarmi, confidar­mi qualche cosa che vi fa nodo alla gola, e liberarvene. Vorreste quasi chiedermi un consiglio... come dire: faccio bene? Faccio male? E non me lo chiedete per timore che la mia risposta possa gua­stare i vostri piani, che in coscienza sapete di non poter attuare. Vero, Roc­co? Vero?

ROCCO                        - Non sono cattivo... è che qua­si sempre mi spiego male... Avete Sa­puto?

ROSA                           - Che cosa?

ROCCO                        - Non fate finta di non saper niente perché ormai lo sa mezzo paese!

ROSA                           - Si, lo so; l'ho saputo. E cono­scendo molto bene il vostro carattere, vi commisero.

ROCCO                        - Mi date ragione, insomma!

ROSA                           - Certo! Anche voi dovete avere le vostre ragioni, se no sareste un pazzo.

ROCCO                        - Ecco! Com'è bello parlare con le persone che ti sanno comprendere!

ROSA                           - Sopratutto con quelle capaci di farci riflettere. Anch'io ho qualche mo­mento di collera, e spesso, se avessi vi­cino una persona cara, ne subirei un danno minore. Ma sono sola!

ROCCO                        - (dopo pausa e con tono dispet­toso) E resterete sempre sola... fin quando crederete che il diavolo si pos­sa ficcare nella pancia di qualcuno. In­fatti avete creduto che io fossi india­volato.

ROSA                           - No! Non lo credo. Io non credo all'esistenza del diavolo, se non per quelle cose a cui noi stessi non ci dedi­chiamo con piena coscienza. Siamo noi stessi diavoli e santi, semprechè lo vo­gliamo.

ROCCO                        - (dopo breve pausa, dice risoluto) Andate Rosa! Ho bisogno di resta­re solo, (si alza e va ad aprire la porta di fondo).

ROSA                           - (va alla porta di fondo, poi si fer­ma) Buon giorno, Rocco. E ricorda­tevi che se aveste bisogno di un consi­glio...

ROCCO                        - (sempre presso la porta di fon­do) Ve lo chiedo subito; ma... presto; voi sapete il fatto del tesoro e del resto: dunque... (la fissa per un atti­mo)... si o no?

ROSA                           - (con dolcezza) No.

ROCCO                        - No?!

ROSA                           - Proprio no! Fareste male!

ROCCO                        - (apre la porta di fondo e con­geda bruscamente Rosa) Voi non ca­pite niente! Buone cose! (Rosa esce. Rocco richiude la porta dando il cate­naccio. Va al cassettone, lo tira e lo sposta verso il centro scoprendo un foro nel muro dal quale prende la cassetta delle monete: rimette a posto il casset­tone: va al tavolo per esaminare il con­tenuto della cassetta, ma nel contempo si sente picchiare alla porta di fondo. Rocco richiude la cassetta, la copre con un panno che prende dal cassettone, va alla finestra, e aprendo l'impannata spia all'esterno, quindi,, va ad aprire cauto. Sulla porta appare l'avvocato PENNELLA) Accomodatevi avvocato.

PENNELLA                 - (entra, asciugandosi il sudo­re, mentre Rocco richiude la porta a ca­tenaccio) Accidenti che caldo! Che afa! E' deserto, questo; altro che colli­na! (siede             - Rocco è presso la cassetta del tesoro) Dunque? Siamo soli?

ROCCO                        - E non lo vedete? C'è bisogno di domandarlo?

PENNELLA                 - ...dicevo così: siamo soli?

ROCCO                        - Le solite domande inutili! (sbuffa) C'è mia sorella di là...

PENNELLA                 - Ecco: allora non siamo soli.

ROCCO                        - Ma ho chiuso a chiave la porta della sua camera. Se vorrà uscire potrà uscire dall'altra parte.

PENNELLA                 - Bene. Allora? Dov'è que­sto tesoro?

ROCCO                        - (indicandolo) Eccolo. Come vi ho detto, è una miniera d'oro, (apre la cassetta).

PENNELLA                 - (osservando l'interno della cassetta) Una vera fortuna!- Che colpo d'occhio! (prende in mano alcu­ne monete e le fa scivolare sulle altre a modo di pioggia) Che belle! Sapete che mi tremano le gambe?

ROCCO                        - A voi? Io sto tremando tutto da ieri sera. Sono stato preso anche da movimento viscerale.

PENNELLA                 - (ripete il gesto di prima con le monete) Che belle! Che pioggia d'oro! (mette la mano in tasca).

ROCCO                        - (osservando il gesto) Avvo­cato, le ho contate.

PENNELLA                 - (mostrando la mano che aveva messo in tasca e aprendola) Per carità! Che suono argentino! (ri­pete il gesto delle monete, sempre atten­tamente osservato da Rocco) Ecco l'ar­monia della vita. Ecco il suono che in­canta come il flauto del fakiro incanta il serpente.

ROCCO                        - La voce dell'uomo.

PENNELLA                 - Sono marenghi.

ROCCO                        - Sono monete antiche?

PENNELLA                 - No! (ne osserva tre, una alla volta, lasciandole poi ricadere nella cassetta) 1932... 1936... 1929... Sono di recente emissione, e di valore corrente. E dove avete trovato questa cassetta?

ROCCO                        - Avvocato, ve l'ho detto: nel campo piccolo, quello così detto « del Signore », a margine del mio confine. Ora, avvocato, come stanno le cose, mi dovete dire a chi spetta questo tesoro? La terra era di mio padre...

PENNELLA                 - In tal caso... Dunque dunque: il primo proprietario.

ROCCO                        - Io?

PENNELLA                 - No, vostro padre ili de­funto Giovanni Barbati... il primo proprietario, col fatto della donazione, è come se lo avesse venduto e si è spo­gliato di ogni eventuale diritto.

ROCCO                        - Altro che spogliato: quello è morto.

PENNELLA                 - Se fosse rimasto in vita sarebbe stato lo stesso.

ROCCO                        - ... se non avesse saputo dell'e­sistenza del tesoro! Ma se lo avesse sa­puto se lo sarebbe preso e lo avrebbe dato a me. Ecco il punto principale che noi dobbiamo discutere, cioè il senti­mento paterno... Papà se avesse trovato il tesoro lo avrebbe dato a me! E sic­come ora è nelle mie mani, si fa conto come se me lo avesse dato mio padre e buona notte!

PENNELLA                 - Ciarle, ciarle, caro Barba­ti. Ciarle. Noi non possiamo affrontare una causa su ipotesi, supposizioni, sen­timenti... I fatti sono quelli che sono, e noi quelli dobbiamo discutere. A ri­gor di logica e come stanno le cose, il diritto alla proprietà del tesoro in questione è del convento. Chiaro?

ROCCO                        - (interdetto) E me lo dite così?

PENNELLA                 - E come volete che ve lo dica? C'è di più; a trovarlo è stato Ci­rillo, il vostro garzone, vero?

ROCCO                        - Sicuro. E Cirillo è stipendiato da me! Voglio dire che se Cirillo non fosse stato alle mie dipendenze non avrebbe trovato il tesoro che oggi il convento reclama. Da questo che se ne ricava? Che senza il mio consenso il convento non può appropriarsi del te­soro. Se ci mettiamo d'accordo...

PENNELLA                 - Ciarle, ciarle! Non è una buona ragione questa. Ascoltatemi bene: quando un tesoro viene scoperto da una terza persona - Cirillo - nel fon­do altrui - Convento - e per effetto del caso, la legge - per contemperare i diritti del proprietario - Convento - con quelli dello scopritore - Cirillo - stabilisce che il tesoro spetta per metà a questo e per metà al proprietario. A Cirillo dunque spetta la metà, e l’altra metà al convento.

ROCCO                        - Avvocato; ma voi siete il mio legale o quello del convento? Voi queste cose non le dovete dire: non dovete met­tere pulci nell'orecchio di nessuno.

PENNELLA                 - Ma io non mi posso met­tere contro la legge, mio caro.

ROCCO                        - Vi ci dovete mettere. Se voi fate in modo che tutto proceda secondo la legge, addio, cause non se ne fanno più e voi morirete di fame. Come si dice? Fatta la legge trovato l'inganno: voi avete studiato gli inganni? E trovatemi l'inganno adatto per aver ragione se no che vi ho chiamato a fare? Io lo so che ho torto, ma voi, se siete un buon avvocato, fate riconoscere che io ho ra­gione ed io riconoscerò che ho torto. Vi sembra logico che, oltre la parte che spetta al Convento, quella canaglia di Cirillo si debba pappare mille monete di oro? E io sto a guardare? Io: ex proprietario di quella terra?! Ma chi è stato a creare questa legge? Venga qua: gli tiro il collo.

PENNELLA                 - Calma Barbati. Non è il caso di tirare il collo a nessuno. Le leg­gi le creiamo noi stessi attraverso i deputati che noi stessi mandiamo al Parlamento quali nostri rappresentanti. Cerchiamo invece di discutere la cosa con serena obiettività. Se Cirillo non fosse scappato, come voi mi avete detto, ci si poteva almeno mettere d'accordo con lui, e magari, in segreto, dividere il tesoro.

ROCCO                        - E la carta? A questo ci avevo pensato, ma quando sono sceso in cantina a cercarlo per mettermi d'accor-dò, Cirillo era scappato!

PENNELLA                 - Di quale carta parlate?

ROCCO                        - La carta che era nella cassetta.

PENNELLA                 - C'era una carta? Non me io avete detto!

ROCCO                        - Che volete? la furia di dover ; tornare qui. Nella cassetta c'era una carta, in parte consumata e lacerata, e so­pra c'era scritto il numero esatto delle monete: duemila; e una data: 30-9-43.

PENNELLA                 - E dov'è questa carta?

ROCCO                        - E' rimasta nelle mani di Ci­rillo. E quel cretino certamente l'avrà consegnata a Padre Ferdinando. Padre Ferdinando, una volta a conoscenza del numero esatto delle monete, mi mette in condizione di non potermi appropriare neanche di una parte del tesoro. E' chiaro che se la carta fosse rimasta nel­le mie mani, io, avrei potuto dire: Nel­la cassetta, miei cari, non c'erano che sette otto monete... le volete? Eccole!.. Prendetevele. Senza dire che avrei po­tuto affermare perfino che Cirillo ha mentito e che la carta non c'era; tanto non c'erano testimoni!

PENNELLA                 - Eh!!... vi avrebbero chia­mato a giuramento!

ROCCO                        - E che me ne importa? Io non sono credente! Ecco il mio vantaggio, avvocato.

PENNELLA                 - Ciarle! Ciarle!... Appunto per questo avrebbero creduto a Cirillo; e voi, in galera per appropriazione in­debita e falso giuramento,

ROCCO                        - (furioso) E io avrei spaccato la testa a Cirillo!

PENNELLA                 - Così sareste finito in galera per appropriazione indebita, falso giuramento e vie di fatto.

ROCCO                        - (c.s.) No, avvocato! Voi mi state troppo contro! Che agire è il vostro? Non me ne consentite una!

PENNELLA                 - Come vostro legale ho il dovere di aprirvi bene gli occhi. Qui soltanto Cirillo potrà dire come stanno le cose.

ROCCO                        - (sfiduciato) Come volete che stiano le cose? Più tardi vedremo arri­vare Padre Ferdinando col maresciallo dei Carabinieri, e mi chiederanno conto e ragione del tesoro, perché Cirillo ha spiattellato tutto. Ma io mi chiudo in casa! Queste monete me le ingoierò una per una, mi metterò in un sacco; una pietra ai piedi, una corda al collo e mi butterò a fiume! (piagnucolando e accarezzando la cassetta del tesoro) Sono mie queste monete. Sono state trovate nella terra di mio padre.

PENNELLA                 - Non vi scalmanate! Ogni male non viene per nuocere. L'esistenza di questa carta può esserci utile ai fini stessi della causa. Potrà farci sapere chi è la persona alla quale spetta di diritto questo tesoro, cui nessuno potrà appro­priarsi fin quando non sarà passato il tempo massimo che la legge stabilisce dal momento del ritrovamento.

ROCCO                        - Allora, c'è una speranza avvo­cato?

PENNELLA                 - Certamente.

ROCCO                        - Meno male!.. Mi avevate av­vilito! Questo no, quest'altro nemmeno. Noi dobbiamo vincerla questa causa, av­vocato...

PENNELLA                 - Sono qui per questo...

ROCCO                        - Voi ne avete mai vinte di cause?

PENNELLA                 - Che domanda...

ROCCO                        - Avvocato, io sono un uomo franco, leale. Con me si deve parlare chiaro; voi mi dite: Signor Barbati, questa causa non la so fare e tutto si aggiustarlo vi dirò: Avvocato, tenetevi pure le ventimila lire d'anticipo, io, mi cercherò un altro legale, perché io la voglio vincere questa causa.

PENNELLA                 - E la vinceremo. E se, per miracolo, Cirillo non avesse consegnato quella carta a Padre Ferdinando... Si potrebbe tentare, come vi ho detto, un segreto accordo con Cirillo.

ROCCO                        - Perché è lui l'ostacolo prin­cipale, vero?

PENNELLA                 - Si capisce! E' il teste più importante...

ROCCO                        - Come faremo allora?

PENNELLA                 - Sapete che c'è da fare?

ROCCO                        - Ammazzare Cirillo?

PENNELLA                 - Noooh!..

ROCCO                        - Avvocato; se è necessario io l'ammazzo! Io ammazzo il Priore, Padre Ferdinando, Cirillo... voi... tutti! Resto io solo in paese... Io, e il monumento ai Caduti!

PENNELLA                 - Calmatevi! Bisogna inve­ce attendere che il nemico si muova per primo e agire di conseguenza, (si sente bussare alla porta di fondo)

ROCCO                        - (copre il tesoro con il panno) Chi è?

CIRILLO                     - (d.d.) Sono io, padrone : Cirillo.

ROCCO                        - (a Pennella) Cirillo!

PENNELLA                 - Aprite: e siate astuto e calmo.

ROCCO                        - (va ad aprire: Cirillo entra e Rocco con ostentata tranquillità): Sei tu? (a Pennella) E' Cirillo... il caro Grillino.

CIRILLO                     - Buon giorno.

PENNELLA                 - Buon giorno, caro.

ROCCO                        - E' tornato. Voi avvocato cre­devate che Cirillo non tornasse; io, in­vece, mi sono permesso di dirvi: no, Ci­rillo tornerà a casa sua, perché questa è casa sua e lui sa di poterla conside­rare tale. Noi ce lo siamo cresciuto, av­vocato. Lui, poverino, è senza padre... sua madre fu ingannata. In quell'epoca ci furono le grandi manovre qui... un sott'ufficiale di cavalleria... manovrando col suo squadrone... manovrando, ma­novrò in modo che., ma cosa vuol dire questo? Cirillo sa che tanto io quanto mia sorella gli vogliamo bene come se fosse nostro figlio; io mi considero suo padre... (contenendosi) Dì a papà tuo... Dove sei stato? Da Padre Ferdinando... no?!

CIRILLO                     - (sereno) Si.

ROCCO                        - Avete sentito, avvocato? Voi credevate che lui non ci sarebbe andato da Padre Ferdinando... invece è andato... (con calma finta) E hai detto a Padre Ferdinando del tesoro?.. No?...

CIRILLO                     - Sì!

ROCCO                        - (ha uno scatto)

PENNELLA                 - (a Rocco) Calma! Calma!

ROCCO                        - Come mi calmo?

PENNELLA                 - (a Cirillo) Dimmi un po', caro; cosa hai riferito a Padre Ferdinando?

CIRILLO                     - (c. s.) Che ieri sera, verso le otto, mentre lavoravo nel campo del Signore (si fa il segno della croce) ho trovato, in quella terra, una cassetta.

ROCCO                        - (dopo una breve pausa: con un filo di speranza)... così hai detto? Una cassetta; e basta?

CIRILLO                     - Nooh! Una cassetta nella quale c'erano tante monete d'oro, e che voi me l'avete presa.

ROCCO                        - (scattando, poi contenendosi) Ma io!... (Cirillo si scansa un tantino)' Non ti farò niente, avvicinati.

CIRILLO                     - (calmo) No, io non vi temo, non vi temo più. Mi potreste anche uc­cidere, non mi muoverei: mi farei uc­cidere!

ROCCO                        - (confuso) E perché?

CIRILLO                     - Perché, come mi ha detto Padre Ferdinando, non posso e non de­vo mettermi contro la volontà dì Dio! Polvere siamo e polvere torneremo. So­no le parole del Priore.

ROCCO                        - Hai parlato anche col Priore? Non bastava Padre Ferdinando?

CIRILLO                     - Mi ci ha condotto Padre Ferdinando. Anche con Padre Giuseppe, l'amministratore, ho parlato.

ROCCO                        - Questo ha messo in rivoluzio­ne il convento. Ha fatto il Concistoro. E chi è Padre Giuseppe?

CIRILLO                     - L'amministratore: l'ho detto, no?

ROCCO                        - E che ti ha detto il Priore?

CIRILLO                     - Io volevo restare al Conven­to perché avevo paura di tornare qua. « Va - mi ha detto il Priore - vai tranquillo: qualunque cosa ti accada ac­cettala in nome di Dio e le porte del Paradiso si apriranno davanti a te! Vai, vai... »

ROCCO                        - (rifacendogli il verso) « Vai, vai... sfolliamo! sfolliamo! » E t'ha chiu­so in faccia le porte del convento, '(ha uno scatto, che reprime) Ma io ti ave­vo detto di non riferire niente a nessuno.

CIRILLO                     - Se avessi taciuto avrei fatto peccato.

ROCCO                        - E non credi di aver commesso un altro peccato venendo meno a un ordine che ti avevo dato? Chi è il tuo padrone? Io! Chi ti paga? Io! Chi ti ha sempre beneficato? Io! Non il convento che ti ha chiuso la porta alle spalle senza curarsi di quello che ti poteva accadere.

 CIRILLO                    - Voi mi pagate perché io vi offra il mio lavoro, e non perché, alla occorrenza, mi renda complice di una iniquità!

ROCCO                        - (distratto all'avvocato) Che avete detto avvocato?

PENNELLA                 - Non ho parlato! Lui ha parlato!

ROCCO                        - E che ha detto?

PENNELLA                 - « Iniquità ».

ROCCO                        - Chi ti ha insegnato questa pa­rola difficile?

CIRILLO                     - Padre Ferdinando!

ROCCO                        - (esasperato) Avvocato; toglie­temelo dai piedi, se no lo ammazzo! Ah lui ti ha insegnato « iniquità » eh? Pa­dre Ferdinando?...

PENNELLA                 - Senti, caro: cos'altro hai detto a Padre Ferdinando e a Padre Giuseppe?

ROCCO                        - Hai detto loro... (Cirillo è un po' spaventato dal tono di Rocco) Ebbene? Perché scappi? Hai detto: polvere siamo e polvere resteremo... e scappi? Hai paura di diventare polvere allora?... Dunque: hai detto loro che nella cas­setta c'era una carta con sopra segnato il numero delle monete? Questo no, vero?

CIRILLO                     - ...Questo sì!

ROCCO                        - E dov'è la carta?

CIRILLO                     - L'ho data a Padre Ferdi­nando.

ROCCO                        - (furioso) Fesso! Fesso! Fesso! Hai perduto metà del tesoro; mille mo­nete d'oro che ti sarebbero spettate per diritto di legge. Adesso quello si appro­pria della carta e dirà che nella cassetta non c'era altro che si e no... sette otto monete.

CIRILLO                     - No! Padre Ferdinando me le ha offerte: anche lui mi ha detto che mi spettavano di diritto mille monete d'oro, chiunque fosse il proprietario del tesoro, ma io le ho rifiutate.

ROCCO                        - Rifiutate?

CIRILLO                     - Ho detto: non voglio niente, Quello che mi spetta, se mi spetta, lo offro al Convento dei Fatebenefratelli perché provveda a terminare la costru­zione del campanile in piazza, e per farlo più alto del previsto.

ROCCO                        - Ma se io t'ammazzo è poco! Farabutto! Mascalzone! Hai rinunziato, vero? Non ti bastava il campanile alto com'è? Ti piace più alto? Più grosso? Spera nel tuo Dio che quando l'avran­no finito io sia morto, altrimenti ti pren­derò per il collo, ti porterò sull'ultima torretta di cima, e poi ti butterò giù come un sacco di patate marcite. Ti strozzerei! (minaccioso) Io ti strozzo (si avvicina a Cirillo, gli serra le mani al collo: ma Cirillo resta impassibile, si fa il segno della croce, e mormora una pre­ghiera sotto le minacce di Rocco, il qua­le, esasperato, lascia Cirillo. Dopo bre­ve pausa) Dov'è andato Padre Ferdi­nando?

CIRILLO                     - L'ho lasciato dal Priore. For­se verrà qui con Padre Giuseppe. Io l'aspetterò, perché gli debbo mostrare il posto dove ho trovato il tesoro.

ROCCO                        - (sempre adirato) Intanto il tesoro ce l'ho io e non lo mollo, doves­sero impiccarmi a quella trave. Vattene, manigoldo, e via per sempre da casa mia.

CIRILLO                     - Vado, vado... Ave Maria... (ed esce continuando la preghiera).

ROCCO                        - (a Pennella, che è rimasto muto a quella scena) Avvocato, come si fa? (Pennella appare indeciso) Eh... ma io cambio avvocato!

PENNELLA                 - Perché?

ROCCO                        - E voi state lì senza sapere che cosa consigliarmi. Qui ci vuole ener­gia, mio caro. Vi rendete conto che il vostro atteggiamento indeciso mi dan­neggia. Io vi faccio causa, avvocato, sapete?

PENNELLA                 - A me?

ROCCO                        - Sicuro! Io non ho un aiuto, una persona che mi consiglia... sono so­lo, perbacco, solo contro 147 cappuccini: Aiutatemi, avvocato...

PENNELLLA              - Ed è quello che voglio fare!

ROCCO                        - Non mi pare!

PENNELLA                 - Ma scusate, mi si prende così all'improvviso...

ROCCO                        - Vi si deve forse avvisare un anno prima per avere da voi un con­siglio! Fuori un'idea, perdio... un'idea qualsiasi! Io sono come quello che sta per affogare in un mare in tempesta, e qualunque relitto è buono, per tenermi con la testa fuori dell'acqua!

PENNELLA                 - Non è facile, non è facile. E' una matassa imbrogliatissima...

ROCCO                        - (dopo lieve riflessione) Se si potesse... (come illuminato) Un'idea, avvocato: una grande idea!

PENNELLA                 - Fuori! fuori!

ROCCO                        - Un tale, una persona, mi ha dato a suo tempo in consegna quel tesoro: la ragione la studieremo poi; un tizio, un Caio qualsiasi... in questi ul­timi anni sono tante le persone che sono sparite dal paese...

PENNELLA                 - Capisco!

ROCCO                        - Chi potrebbe provare il con­trario di quanto io affermerò?

PENNELLA                 - E se questo tale, creduto morto, dovesse un giorno tornare veramente?

ROCCO                        - Avvocato... credete che gli di­spiacerebbe trovare un tesoro - che non ha mai avuto - da dividere con me?

PENNELLA                 - D'accordo; ma se questo Tizio non dovesse farsi più vivo, passato il tempo previsto dalla legge, il Conven­to reclamerà il suo diritto.

ROCCO                        - Avvocato, voi, solo quando si tratta di contraddirmi, siete capace di trovare tutte le belle idee, (dopo breve pausa) Io comincio a sospettare.

PENNELLA                 - Cosa?

ROCCO                        - (fissandolo con sospetto) Voi foste un cappuccino travestito da civile!

PENNELLA                 - Vi prego di non dire sciocchezze e di parlare seriamente. Dunque!

ROCCO                        - Nel caso, allora troveremo un tipo disposto a farsi credere quel tale che a noi fa comodo e tutto andrà a posto. Vi pare difficile, di questi tempi, trovare un imbroglione? Ne conosco tanti! (Dall'interno giunge un vocio di per­sone che parlano tra loro) (Rocco va a guardare dalla finestra, poi a Pennella) E' Padre Ferdinando con un altro frate. Andiamo in camera mia. (prende la cassetta) Voi siete pronto a tutto? In caso di violenza, io sparo, sapete?

PENNELLA                 - Calma, calma... (si avvia­no verso la porta a destra).

ROCCO                        - Avvocato! I frati hanno cir­condato la casa!

PENNELLA                 - Sono due!!..

ROCCO                        - E' una pattuglia avanzata. (ed escono dalla, porta a destra).

FRANCESCA              - (entra seguita da Padre Ferdinando e da Padre Giuseppe. Seguono i tre: Domenico, Rosaria e Carmela) Accomodatevi, padre, (entra Cirillo) Cirillo, prendi le sedie. (Cirillo esegue. I due frati seggono asciugandosi il su­dore) .

P. GIUSEPPE              - Che calura, figlioli, che calura!

DOMENICO                - Se non verrà a piovere, saremo tutti rovinati.

P. FERD.                      - Pregare, fratelli, pregare.

FRANCESCA              - Stiamo pregando tanto, padre.

ROSARIA                    - Padre: ci sarà domenica la processione?

CARMELA                  - Se non verrà a piovere pri­ma,' ci sarà. Vero, Padre?

P. FERD.                      - Certamente, (sospira) Eh! Troppi peccati figlioli! Troppe iniquità!

CIRILLO                     - Troppe, troppe! Il Signore se ne addolora e ci punisce.

FRANCESCA              - (alle donne) Ebbene? Cosa fate qui? Andate per i. fatti vostri.

ROSARIA                    - Volevamo sapere del tesoro.

CARMELA                  - Spetta al Convento, vero Padre Ferdinando?

P. FERD.                      - Spetterà a chi ne avrà il di­ritto. Lasciateci parlare, adesso.

FRANCESCA              - Andate, andate, (le don­ne e Domenico escono parlottando).

CIRILLO                     - Anch'io debbo andare, Padre?

P. FERD.                      - No: tu resta! (a Francesca) Francesca, vi presento Padre Giuseppe Santini, amministratore del Convento.

FRANCESCA              - Fortunata, (bacia la ma­no a Padre Giuseppe).

P. FERD.                      - (a Padre Giuseppe) Francesca Barbati, la brava sorella di Rocco.

P. GIUS.                       - (benedicendola) Piacere, fi­gliola!

FRANCESCA              - Un bicchiere d'acqua fresca?

P. FERD.                      - No, grazie. Ce n'è tanta poca' d'acqua, che meglio è serbarla al­la terra. Un sorso di vino sì; siamo tan­to accaldati!... che certamente sarà meno dannoso alla salute.

FRANCESCA              - Cirillo, prendi il vino e i bicchieri. (Cirillo esegue) Rosso o bian­co, Padre?

P. FERD.                      - E' mia abitudine, Francesca, di prendere il tempo come viene, le per­sone come sono, e il vino come lo trovo.

FRANCESCA              - Rosso, allora? E' più ge­neroso. (Cirillo prende dalla credenza il vino rosso e versa il vino nei bicchieri. I due frati bevono).

P. FERD.                      - Salute! (beve)

P. GIUS.                       - Salute! (beve in un fiato)

FRANCESCA              - Anche a voi... Sono av­vilita, padre, per l'atteggiamento incon­sulto di mio fratello Rocco. Ma bisogna compatirlo, e prenderlo per il suo lato buono.

P. GIUS.                       - Tutto si aggiusterà secondo la giustizia divina.

P. FERD.                      - Dopo quanto Cirillo ci ha ri­ferito, fratello, non dobbiamo fare altro che quanto il Priore ha stabilito.

FRANCESCA              - Il tesoro spetta al Con­vento, vero?

P. GIUS.                       - E' il caso di domandarlo?

CIRILLO                     - (intervenendo con voce angelica) La mia parte, padre, sapete a chi l'ho devoluta, (si fa il segno della croce).

P. FERD.                      - Voi, cara Francesca, che siete così pia, ci aiuterete a convincere, con le buone maniere, vostro fratello, il quale è tenuto a darci conto e ragione del te­soro rinvenuto da Cirillo.

FRANCESCA              - Farò tutto il possibile: ma se farete parlare me diventerà più furioso.

P. FERD.                      - Qui si tratta d'appropriazio­ne indebita, e non è nel nostro desiderio di compromettere la libertà di vostro fratello.

P. GIUS.                       - Ma non possiamo permettere. che sia tolto agli infermi e ai bisognosi parte di quel lievito che sana i loro do­lori e le loro angosce. Voi non sapete dove ha nascosto la famosa cassetta?

FRANCESCA              - Non me lo ha voluto dire.

P. GIUS.                       - Sarebbe stato il caso di venire qua con il maresciallo dei carabinieri.

FRANCESCA              - Mio Dio, no!

P. FERD.                      - E' in casa?

FRANCESCA              - E' col suo avvocato.

P. FERD.                      - Ah! il caro signor Pennella! Sempre lui! E dove sono?

CIRILLO                     - Forse là. (indica la porta a destra).

P. FERD.                      - Chiamalo.

FRANCESCA              - Gesù mio! (poi rivolgen­dosi alla finestra socchiusa dalla quale si intravedono le figure di Rosaria, Do­menico e qualche altro contadino) Via, andate via! Curiosi! (il gruppo si allon­tana e Francesca tira le tendine)

CIRILLO                     - (picchiando all'uscio di destra)

                                      - Padrone?

ROCCO                        - (d. d.: con tono gentile) Chi è?

CIRILLO                     - Padre Ferdinando e Padre Giuseppe sono qui e vi desiderano.

ROCCO                        - (d. d.: c. s.) Oh! che piacere! Vengo subito.

FRANCESCA              - Mi pare calmo.

P. FERD.                      - Meno male!

ROCCO                        - (entra seguito da Pennella) Avvocato, mi raccomando; siate astuto. Questa è gente che sa il fatto suo. (ai due frati) Eccomi qua!

P. FERD.                      - Salute, Rocco.

ROCCO                        - Anche a voi!

P. FERD.                      - (indicando Padre Giuseppe) Padre Giuseppe Santini, amministratore del Convento.

ROCCO                        - (presentandosi) Rocco Barba­ti, (presentando Pennella) Il mio legale, signor Pennella, (saluti) E' nota la sua abilità professionale... ed è inutile che io stia qui a magnificarla! In paese si sa come si dice: meglio la peste che avere come nemico l'avvocato Pennella...

PENNELLA                 - (schermendosi) Oh, per carità!

P. GIUS.                       - Fortunato.

ROCCO                        - (a Padre Ferdinando, indicando Padre Giuseppe) Il signore...

P. GIUS.                       - (interrompendolo) Oh!., io sono un umile fratello...

ROCCO                        - Bene: eh! mio fratello, sa che io non sono cattolico apostolico romano?

P. GIUS.                       - (con tono di commiserazione) So che non siete un fedele di Cristo, e ciò mi addolora più per voi che per me.

ROCCO                        - Siete molto gentile e dotato di un senso di altruismo non comune; ma sono spiacente dovervi comunicare che di voi, invece, non me ne importa nien­te. Voi potreste pure cadere, spezzarvi una, gamba, io non allungherei un dito per portarvi aiuto.

FRANCESCA              - (severa) Rocco?!

ROCCO                        - Tu stai zitta. E una volta as­sodato ogni cosa, te lo dico presente loro. Tu mi darai la parte del mio de­naro, mezzo milione, 300 mila lire. Ognuno si tenga il suo. Tu sei troppo in combutta con certi signori.

FRANCESCA              - Ti ripeto che il danaro sta bene dove sta e non te lo darò che al momento stabilito. Ricordati che. per diritto testamentario, sono io la tutrice della somma.

ROCCO                        - Bene! Staremo a vedere, (a Pennella) Capite, avvocato? Capite, mio padre in che condizioni di inferiorità mi ha messo di fronte a mia sorella? Questa sarà un'altra causa: tenetevi pronto. Dunque? Che si vuole da me, fratelli? A che l'onore di questa visita?

P. FERD.                      - (benevolo) Rocco, parliamo da uomini. Tu conosci bene il motivo per cui ci troviamo qui. Vero, Pennella? Ora, carte in tavola: a che gioco gio­chiamo?

ROCCO                        - A un gioco chiaro e sempli­ce: all'asso piglia tutto. Chi ha l'asso in mano vince la partita; in questo caso il tesoro rappresenta l'asso, e, siccome sono io a tenerlo, avete perduto la par­tita!

P. GIUS.                       - Chiacchiere, mio caro; chiac­chiere!

ROCCO                        - Calmatevi, signor amministra­tore. Capite, Pennella? Il convento ha un amministratore: vive di elemosine ed ha un amministratore! Ciò dimostra che i frati poveri di Fatebenefratelli so­no tante, le elemosine che ricevono da considerarsi ricchi. Nondimeno, conti­nuano a vivere di elemosine, e si ar­rabbiano quando un fratello povero ha la possibilità di diventare ricco.

P. GIUS.                       - (alzandosi) Fratello, se sia­mo venuti qui per ascoltare le sue stol­te dissertazioni, io propongo di agire subito secondo la legge che ce ne dà il diritto.

ROCCO                        - Agite pure. Io agirò per conto, mio. Se mi vorrete ascoltare con cal­ma, è probabile che arriveremo ad una conclusione, e se no: guerra! Notte di San Bartolomeo!

P. GIUS.                       - Voi non avete il diritto di offendere e tenere in bassa considerazione i servi di Dio. Rispettate almeno l'abito talare.

ROCCO                        - Nel caso io posso rispettare la fede, non l'abito. Come si dice? L'a­bito non fa il monaco. Sarebbe bella se dovessi essere costretto a rispettare il contenente per il contenuto, che ma­gari non lo merita. Non potreste, per esempio, considerarvi servi di Dio ve­stiti come me, come lui, (indica Pen­nella) da civile insomma. La fede, la vera fede, non ha bisogno di uniformi. Per distinguerla non occorre coprirla 0 mascherarla. Il fatto è che quest'abito fa comodo, spesso è il bicchiere che copre la macchia di vino sulla tovaglia, il tappeto che copre il pavimento rotto; ma a saperci ben camminare sopra non è difficile sentire i vuoti sotto la pianta del piede!

P. GIUS.                       - (offeso) Sentite: se conti­nuate su questo tono, io sono l'uomo capace di togliersi il saio e prendervi a schiaffi!

ROCCO                        - (furente) A me?! (fa per ri­voltarsi, ma Francesca, Pennella, Padre Ferdinando intervengono colla voce gri­dando) :  Rocco!...».

P. GIUS.                       - (continuando: calmo) ...Ri­corderete certo, figliolo, che anche nostro Signore Gesù percosse i mercanti nel tempio!

ROCCO                        - Io questo non lo ricordo, perché a quell'epoca non c'ero. Comunque, se ci vogliamo ricordare questa giorna­ta tutt'e sei, compresa mia sorella, io ci sono. Avanti: fatevi sotto... uno al­la volta e comincio dal mio avvocato!

P. FERD.                      - Quest'abito,, Rocco, vuole significare che Dio non ha sofferto in­vano e può ancora aver fiducia almeno in una piccola parte di tutta l'umanità. Quella parte che non dimentica il di­vino sacrificio, ne diffonde nel mondo la dottrina perché in essa gli uomini trovino pace e conforto. Quest'abito dunque è simbolo di bene e di carità cristiana, ma soprattutto vuole signifi­care « umiltà ».

P. GIUS.                       - Quest'abito non vuole co­prire solo i nostri peccati, bensì quelli di tutti i fedeli cristiani e di tutte le anime in pena: lenirne i dolori, con­fortarle, purificarle e con noi avvici­narle a Dio!

ROCCO                        - E voi, sol perché confortate, lenite e purificate... pretendete di avvi­cinarvi a Dio standovene comodi in convento; la cameretta, l'orticello, le provviste per il buono e il cattivo tem­po... la passeggiata mattutina e quella dopo i pasti... Mi pare troppo poco il vostro rischio di fronte a chi è costret­to, per la vita, a desiderare un tozzo di pane. Altro è fare l'elemosina e al­tro è riceverla.

P. GIUS.                       - E' giàqualche cosa quando si sa di poterla ricevere da qualcuno.

ROCCO                        - Anche per il cane è qualche cosa mangiarsi gli ossi del pollo: ma la polpa gli farebbe più salute...

FRANCESCA              - Stregato, sei, stregato!..

 ROCCO                       - Taci tu, ti ho detto: se non vuoi che ti prenda a calci, (un vivace battibecco fra Rocco e Francesca, subi­to interrotto da Padre Ferdinando che interviene energicamente).

P. FERD.                      - Rocco! Rocco ti supplico, in nome della buona educazione civile e in quello della tua onestà, di usare un parlare corretto e venire all'argomento principale. Non abbiamo tempo da per­dere: dov'è il tesoro? La cassetta con i duemila marenghi d'oro?

ROCCO                        - (a Pennella) La lingua batte dove il dente duole! Parlate voi, av­vocato, o io?

PENNELLA                 - Prego: prima voi!

ROCCO                        - (ai frati) Allora: il tesoro è presso di me.

P. FERD.                      - Benissimo!

P. GIUS.                       - Benissimo!

ROCCO                        - Benissimo, ma non ve lo darò!

P. GIUS.                       - E perché?

ROCCO                        - Calma! Perché... perché quel tesoro appartiene ad uno mio amico, che tutti in paese hanno conosciuto, e che, purtroppo, da alcuni anni si è al­lontanato dal paese: fu lui a nascon­derlo. Ragion per cui, non posso conse­gnarvi una cosa - e che cosa - che in coscienza so che da un momento all'altro devo consegnare ad un'altra per­sona, e cioè al vero proprietario...

P. FERD.                      - E lo nascose nel Campo Signore? E tu lo permettesti?

ROCCO                        - (fingendo di non aver capito, dopo uno sguardo all'avvocato Pennel­la) Prego?

P. FERD.                      - E lo nascose nel Campo del Signore? E tu lo permettesti.

ROCCO                        - (a Pennella) Dice... «lo na­scose nel Campo del Signore » come dire « tu lo .sapevi che il campo era del convento ». (Pennella, imbarazzatissimo, non risponde) Ecco... (ai frati) In quell'epoca, la delimitazione del campo piccolo era dalla parte opposta. Fu, se ben ricordate, alcuni mesi dopo che, d'accordo, lo spostammo dove poi è stato trovato il tesoro.

P. GIUS.                       - E voi non pensaste che, spostando il limite del campo, il teso­ro poteva entrare nei nostri confini?

ROCCO                        - (fingendo ancora di non aver capito, un po' sorpreso dalla nuova do­manda) ...Prego?

P. GIUS.                       - Dicevo... Non pensaste che spostando il limite del campo, il tesoro poteva entrare nei nostri confini?

ROCCO                        - (a Pennella e ai frati, alterna­tivamente) Ecco... E' giusto, (rivol­ge sguardi all'avvocato, come per ave­re qualche suggerimento. Ma Pennella, mortificato, non sa che dire. All'avvo­cato, spazientito) Eh! no, avvocato! Io vi mando via... (Pennella è ammutoli­to) Vi pare che io possa fare tutto da me? Cambierò avvocato... ve lo pro­metto, (ai frati) Mi stavo consultando col mio avvocato: ex! Dunque: il te­soro lo celammo di notte... e siccome io di notte non ci vedo perché non sono una gatta, né una civetta, mi af­fidai alla buona sorte. Ma ho sempre sperato che il tesoro si trovasse nascosto nella mia terra. E la ragione per la quale mi sono sempre preoccupato del continuo spostamento, è appunto perché il tesoro non cadesse in mano altrui.

P. FERD.                      - Ah! Ecco! E chi sarebbe questo tuo amico che tutti in paese han­no conosciuto?

ROCCO                        - Il signor Cesare Traversa. E' nota la sua scomparsa durante gli ul­timi anni.

FRANCESCA              - Cesare Traversa? Sicu­ro! Ma non era del paese, però. Si tro­vava qui rifugiato, e la sua famiglia era rimasta a Roma; così diceva agli amici. Ma che avesse tanto denaro...

P. GIUS.                       - Cesare Traversa... Sicuro- ricordo: spesso, in quell'epoca, fu aiutato dal convento. E perché si allon­tanò dal paese?

PENNELLA                 - Era un ricercato politico, e gli davano la caccia per internarlo.

FRANCESCA              - E' vero. Lo disse un giorno anche a me. E una volta mi confessò che doveva recarsi al convento per procurarsi dei documenti falsi. Voi, Padre Ferdinando, in quell'epoca non eravate ancora ai Fatebenefratelli.

P. FERD.                      - Già; ma tutto questo che significa?

PENNELLA                 - Qui, miei signori, entro io. (con tono oratorio) Poiché il mio cliente asserisce ciò che vi ha testé ri­velato, io, come suo legale, ho l'onore di comunicarvi che è mio dovere di contestare al convento Fatebenefratelli il diritto di appropriarsi del tesoro in questione. Il Traversa è morto o vivo? Non si sa: che egli possa ritornare non è da escludersi, per cui quei valori - che il Barbati afferma essere proprietà del Traversa - e noi non abbiamo al­cun diritto di mettere in dubbio la pa­rola di un gentiluomo come il signor Barbati - saranno messi nelle mani delle autorità competenti e saranno es­se a decidere. Il tesoro è presso di noi. Si chiami pure un pubblico ufficiale che ne verifichi l'esatto valore e si prenda­no i dovuti provvedimenti che il caso richiede, (si asciuga il sudore della fronte).

ROCCO                        - (congratulandosi) Bravo av­vocato!

PENNELLA                 - (continuando, ai frati) Voi, signori, avete nelle mani una car­ta, e su di essa è scritto il numero esatto delle monete...

P. FERD.                      - ...duemila...

PENNELLA                 - ...e una data: quella del­la sera in cui il tesoro fu nascosto.

P. GIUS.                       - Ed erano del Traversa, que­ste monete?

ROCCO                        - Sicuro! Mi confessò di averle portate con sé da Roma.

P. FERD.                      - Bene! Se le cose stanno in questo modo... Mio caro Rocco, ad es­serti sincero, mi pare di vedere in tut­to ciò, chiara e lampante, la tua inten­zione di voler cercare cavilli e pretesti... Non ci resta allora che agire: noi da parte nostra e voi da parte vostra. Che venga il notaio.

PENNELLA                 - Corro a chiamarlo.

P. FERD.                      - Ed anche il maresciallo dei carabinieri.

ROCCO                        - Per arrestarmi?

P. GIUS.                       - Nooh! Per prendere atto delle vostre dichiarazioni, signor Barbati!

ROCCO                        - Lo posso, avvocato?

PENNELLA                 - Lo potete! La causa è iniziata!

ROCCO                        - Bene, allora. Avvocato, an­dateci voi e servitevi pure del mio calesse. Così risparmio le spese di tra­sporto.

PENNELLA                 - Mezz'ora, e sarò di ritor­no, (esce per il fondo).

FRANCESCA              - Vengo anch'io, avvoca­to... avvocato! Gesù mio! (esce in fret­ta, seguendo l'avvocato).

CIRILLO                     - Io vado a chiamare il ma­resciallo, (esce anch'egli per il fondo)

ROCCO                        - E io lo attenderò in camera mia. (staccando la doppietta dal muro e avviandosi alla prima a destra) Non si sa mai: c'è un valore di là... e qui ci sono in giro troppi fratelli... (ai frati) Permesso, fratelli... (esce)

P. FERD.                      - (rimasto solo con Padre Giu­seppe, dopo una breve pausa) Come si fa? E' un ostacolo che per il momen­to ci impedisce di entrare in possesso del tesoro. Se questo Traversa dovesse ef­fettivamente tornare prima che scadano i termini di legge? Anch'io, sapete, ho sentito parlare, in paese, di questo Tra­versa.

P. GIUS.                       - (piano) Questo tale era un ebreo, che chiese ospitalità al convento per sfuggire alle persecuzioni razziali che non gli davano tregua. E per questo si nascondeva sotto il nome di Cesare Traversa. E infatti, io lo so, conobbe il Barbati. Presentandosi un giorno in convento con il suo vero nome - Isaia Levi - il convento lo ospitò: ma non possedeva un soldo: il Barbati ha menti­to. Seppe poi che la sua famiglia era stata distrutta! Rimase in convento, si convertì alla fede cattolica e vestì l'abi­to talare. Quel Cesare Traversa, fratello, si chiama ora Padre Giuseppe Santini... E sono io (gli mostra una fotografia).

P. PERD.                      - (osservandola) Infatti... c'è molto!

P. GIUS.                       - Senza barba... e a quei tem­pi,., più magro, molto più magro, (si versa da bere)

ATTO TERZO

La stessa scena. Una settimana dopo. E' tardo pomeriggio. Sono in scena Rosa e Francesca. Fuori il tempo è pesante e il cielo è scuro.

ROSA                           - (aggiustando il velo nero sul ca­po di Francesca) Così va bene, non casca.

FRANCESCA              - Grazie, Rosa., Voi non venite?

ROSA                           - Vi raggiungerò.

ROSARIA                    - (affacciandosi sull'uscio di fondo, avendo sul capo anche lei un velo nero) Siete pronta, Francesca? Mia madre è già avanti con gli altri.

CARMELA                  - (entrando dal fondo, anche lei con piccolo velo nero sul capo) Eccomi pronta, Francesca, (piano a, Rosaria) Viene anche Pasqualino alla processione, lo sai?

ROSARIA                    - Ci hai fatto pace?

CARMELA                  - Si è messo i denti d'oro, quei due che gli mancavano. Sta bene, sai? E sai con chi viene alla proces­sione? Con Giuseppe!...

ROSARIA                    - Quel farabutto (piano) Ieri ha avuto il terzo bambino. Quella non è una donna, è una gatta. Ma gliene voglio dire quattro come si conviene.

FRANCESCA              - (alle ragazze) Rosa ci raggiungerà...

ROSA                           - A che ora uscirà dalla chiesa?

CARMELA                  - Dopo la funzione religiosa.

ROSA                           - Sai che folla ci sarà?!

CARMELA                  - Sulla strada maestra c'è una fila lunga lunga di carretti e di calessi. Tutti quelli dei paesi vicini.

FRANCESCA              - Erano circa quarant’an­ni che il Protettore non andava in pro­cessione.

ROCCO                        - (entra dal fondo asciugandosi il sudore) C'è festa oggi: grande adu­nata! (a Rosa) E voi non andate a pregare?

ROSA                           - Per pregare non occorre andare in chiesa.

ROCCO                        - Il che vuol dire che non ci andrete!

ROSA                           - Ci andrò con comodo.

ROCCO                        - Ecco una persona intelligen­te. Lo dico sempre io, che voi siete la più saggia del paese... dopo di me, si intende!

FRANCESCA              - Rosa, vogliamo andare?

CARMELA                  - Domandategli dove ha na­scosto il Protettore.

FRANCESCA              - Per amor di Dio! An­diamo, (forte) Io vado, Rocco. Tu non esci?

ROCCO                        - (sgarbato) No!

FRANCESCA              - Scusa, sai! Ho doman­dato perché non resti la casa senza che nessuno la guardi!...

ROCCO                        - Resterò io a guardarla... Ci farò io la guardia; e la farò meglio di qualche altro. Andate, andate! (Fran­cesca Rosaria e Carmela escono per il fondo parlottando fra loro) Buon di­vertimento!...

DOMENICO                - (entra dal fondo, ma dal lato opposto a quello per dove si sono allontanate le donne, insieme con Cirillo, il quale ha con sé l'ombrello) Sono an­date via?

ROSA                           - In questo momento.

DOMENICO                - (a Cirillo) Sono già an­date. Peccato! Si faceva la strada in­sieme.

ROCCO                        - (a Cirillo) Dove vai tu?

CIRILLO                     - Dove vanno tutti: alla pro­cessione.

ROCCO                        - ...perché faccia piovere. E per precauzione ti sei portato anche l'om­brello!

CIRILLO                     - Sicuro! E vedrete che pio­verà. Non vedete che cielo scuro?

DOMENICO                - Scirocco: aria di terre­moto!

ROCCO                        - E' quello che ci vorrebbe: u'n terremoto. Ma intelligente però: un ter­remoto con gli indirizzi! Io potrei for­nirgliene una trentina...

CIRILLO                     - Vi occorre niente?

ROCCO                        - Che tu te ne vada! Voglio restare solo: meglio solo che male accompagnato, (e i due escono).

ROSA                           - Volete restar solo? Vado via!

ROCCO                        - Fate come volete.

ROSA                           - Se è così, resto, (sorride).

ROCCO                        - Restate; ma non ho niente da dire.

ROSA                           - Spesso il silenzio è più espres­sivo della parola,

ROCCO                        - Allora restiamo in silenzio. (pausa; durante la quale è evidente che né l'uno né l'altro sanno cosa dire) Non si può dire veramente espressivo, que­sto silenzio, se non nel pensare che né io né voi sappiamo cosa dire!

ROSA                           - Io sono sicura che voi potre­ste dire tante cose, solo, che lo voleste.

ROCCO                        - Non ho niente da dire se non che mi considero un disgraziato. Certe volte vi invidio.

ROSA                           - Perché?

ROCCO                        - Perché vorrei avere almeno la vostra istruzione. Io sono istruito sì... ma dentro, per quello che penso: non appena, poi, il mio pensiero o la mia riflessione si formano in parole; addio, mi spiego male, non trovo il termine adatto e spesso finisco per aver torto, mentre invece ho ragione!

ROSA                           - Perché non riflettete e vi la­sciate prendere dai nervi. Ma non è colpa vostra, Rocco. La massima parte degli uomini è fatta così; non sono po­chi, però, quelli che cercano nella don­na il punto di equilibrio; violenza e dolcezza, avventatezza e riflessione.

ROCCO                        - (dopo breve pausa) Già! Non c'è che dire; parlate bene e riuscite sempre a farmi pensare quello che io non voglio pensare... Andate in chiesa, Rosa; non voglio compromettere la vo­stra giornata.

ROSA                           - Vado, ma prima volevo dirvi... che... ho trovato giusto quello che ave­te fatto nei riguardi della causa.

ROCCO                        - Ah! Credevo che parlaste del quadro! Non potevo agire diversa­mente.

ROSA                           - Sarebbe stata una causa sba­gliata!

ROCCO                        - Sbagliata, no, perché se aves­si voluto...

ROSA                           - Cosa avreste fatto? Padre Giu­seppe avrebbe sempre potuto smentire le vostre affermazioni, come infatti ha smentito. Ha detto di essere, sì, quel tale Traversa, ma ha ben chiarita la verità. Cioè di non avervi mai conse­gnato quel tesoro.

ROCCO                        - Ed io non ho voluto insiste­re. Chi poteva immaginare che Cesare Traversa fosse... (e indica il posto dove al 2. atto era seduto Padre Giuseppe Santini) Prendetevi pure il tesoro, ho detto: resto a vedere se rimarrà nelle vostre mani! Intanto, se ho perso da una parte, dall'altra ho stravinto. Chi ci ha rimesso, per il momento, è stato il convento, che pur di non avere grat­tacapi mi ha concesso lo spostamento del Campo Piccolo nella zona che a me piacerà, ed ha ridotto a cinquemila i diecimila metri quadrati.

ROSA                           - Avete già scelto il posto?

ROCCO                        - Aspetto il perito del convento per delimitarne i confini. Ho scelto un posticino, Rosa!... Sapete dove sta quel­la mezza torre diroccata?..

ROSA                           - Sicuro.

ROCCO                        - Non basteranno dieci anni di lavoro per farci crescere una sola patata.

ROSA                           - Vi esporrete alla critica di tutto il paese.

ROCCO                        - Meglio essere criticato che compatito... Non ne siete persuasa?

ROSA                           - Che voi, col tempo, potrete ot­tenere tutto, si: ma che la vostra co­scienza sia tranquilla, no... no... Rocco... non può essere tranquilla!...

ROCCO                        - Vi sbagliate: la mia coscien­za è a posto! Voi avete sempre l'aria di volermi proteggere e consigliare co­me se fossi un bambino! Ho 47 anni, io, e so bene come devo regolare i miei affari. E se mia sorella vi ha fatto credere chissà che cosa e vi ha messo qualche grillo per la testa, io vi dico che non mi ammoglio. Voglio restare solo, io, e lontano da tutti! State lì, a darmi ogni tanto una lezione di morale. Io non permetto a nessuno di entrare nei fatti miei: chiaro?

ROSA                           - Chiarissimo. Peccato. Per il vo­stro carattere, ma soprattutto per la vostra ignoranza. Non vi offendete, Rocco. Ignorante è colui che non sa, che ignora: ignarus, ignarus, dal latino. In­consapevole, ecco. Non potete valutare l'affetto di una sorella, di un amico, o di... una amica, che vi consigliano, che vi vogliono bene col solo scopo di farvi amare la vita per quello che è: un dono divino! Vedete quel mandorlo, Rocco? (indica l'albero in fondo) Ogni anno, in primavera, si veste di fiori, e il loro profumo è per tutti: come per tutti è la sostanza del suo frutto: per il buono e per il cattivo, per il saggio e per l'ignorante.

ROCCO                        - Che sarei io?

ROSA                           - Vado a pregare con gli altri, e con gli altri pregherò per voi. (esce)

ROCCO                        - E io faccio gli scongiuri, perché non sono morto ancora. Il man­dorlo, il frutto, la sostanza... quante stupidaggini!

INGEGNERE              - (entra dal fondo, e porta in mano una busta di cuoio che con­tiene alcune carte) Salute, Rocco.

ROCCO                        - Salute! Tutto pronto?

INGEGNERE              - Tutto a posto. Tra poco sarà qui anche Padre Ferdinando.

ROCCO                        - E come? Non assiste alla funzione religiosa?

INGEGNERE              - Mah! Adesso delimite­remo la nuova zona. E speriamo che con quest'ultimo spostamento sia finita.

ROCCO                        - E perché? Mi pare che se non ci fossi io, in paese, voi stareste tutto il giorno con le mani sulla pancia. A quanto ammonta la spesa?

 INGEGNERE             - Tra spese di registro, carta bollata, diritti del notaio e miei... se non vi dispiace... ventimilaquarantasette e cinquanta... (apre una mappa ca­tastale) Ecco; la nuova zona sarebbe questa.

ROCCO                        - (guarda) Precisamente.

INGEGNERE              - Sarebbe poi la parte opposta: al centro c'è una vecchia torre diroccata.

ROCCO                        - Un posticino adatto alle esi­genze del convento, (ride) L'anno pros­simo avrete un bel raccolto: teste di rospo e code di topi!

INGEGNERE              - E a me che interessa?

ROCCO                        - Così, per dire. Sono ignarus, io? Staremo a vedere!

INGEGNERE              - (sottoponendogli un docu­mento da firmare) Volete firmare? (Segnale attenti - campana)

ROCCO                        - (firma) Ecco fatto! E adesso andate pure a delimitare la zona, e poi passate a salutarmi, se non avete fret­ta di andare anche voi al ricevimento del Protettore!

INGEGNERE              - Rocco, Rocco! Se aveste un po' più di cervello! Non vi si riconosce più da qualche tempo. Sono le amicizie di alcuni... compagni che vi hanno guastato!

ROCCO                        - Se volete ripassare, vi offrirò da bere, e se no: no! (internamente si odono rintocchi di campana, che conti­nuano fino all'entrata di Caputo). .

INGEGNERE              - Sarà uscito?... Non cre­do! Sarà finita la funzione religiosa in Chiesa. Sbrighiamoci, perché voglio tro­varmi per tempo, (ripone i documenti nella cartella) Permesso, Rocco?

ROCCO                        - Prego, accomodatevi!

INGEGNERE              - (fa per andare, poi torna verso Rocco) Ah, questo è l'atto no­tarile: rileggetelo; lo riprenderò ora che torno, (esce).

ROCCO                        - Bene, bene! (e si mette a leg­gere mentalmente'il documento).

CAPUTO                      - (appare sul fondo, ma dal lato opposto a quello dal quale è uscito l'in­gegnere. E' magro, lacero e stanco. Por­ta con sé un vecchio tascapane militare. Si ferma un attimo sulla porta. Come egli inizia a parlare cessa il suono del­la campana. Entra e dice a Rocco fon tono di voce debole e stanca) Oh! finalmente, trovo qualcuno! Tutte le case chiuse, da queste parti. E' il po­dere Barbati, questo?

ROCCO                        - Sicuro! Sono io Barbati.

CAPUTO                      - Voi? Finalmente, (siede) Scusate, signore, mi sento stanco mor­to, (breve pausa) E' Montespinola, questo?

ROCCO                        - Sicuro! Ma cosa desiderate?

CAPUTO                      - Vi dirò. Mi chiamo Massi­miliano Caputo... Mi sento il fiato gros­so! Sono malato, tanto malato, -e dovrei solo ammazzarmi per non soffrire più. Ma non ho il coraggio di uccidermi. Farebbe una buona azione, credete, co­lui che fosse capace di togliermi la vita. (s'alza, si avvicina a Rocco al quale mostra una fotografia che toglie da un vecchio portafoglio) Ero caporale del quarto Battaglione carristi. Guardate! (indicando la fotografia) Sono io! Mas­similiano Caputo!

ROCCO                        - Irriconoscibile! (guarda Ca­puto, indi la fotografia) che cambia­mento!

CAPUTO                      - Sarebbe troppo lunga la storia, a volervela raccontare dettaglia­tamente, signor Barbati: cercherò di essere breve. L'armistizio mi sorprese qui, con un distaccamento del mio bat­taglione, alle dipendenze di un corpo d'armata tedesco. I tedeschi, in attesa che noi decidessimo di collaborare con loro, ci trattennero come ostaggi. Se non che, un attacco aereo distrusse quasi to­talmente la caserma dove eravamo ac­cantonati. Nella confusione riuscimmo a salvarci e scappare. Eravamo in cinque: io, un romano, due napoletani, e un tedesco, un austriaco. E fu questo che ci confessò di avere con sé parte del te­soro del suo Corpo di Armata.

ROCCO                        - (sorpreso) Il tesoro?

CAPUTO                      - Per la massima parte ma­renghi d'oro. Monete da loro stessi tra­fugate chissà dove.

ROCCO                        - Marenghi?

CAPUTO                      - Si.

ROCCO                        - E dove portaste questo tesoro?

CAPUTO                      - Quella notte, trovandomi da queste parti, per paura di essere preso, mentre ero ancora in possesso del te­soro, e, poiché ero rimasto solo         - perché gli altri, purtroppo, tutti ammaz­zati! - , lo nascosi in fretta in questa terra, e Dio sa con quanta fatica!

ROCCO                        - Nel mio podere!

CAPUTO                      - Non trascurai, però, di met­terci un appunto scritto di mio pugno: il numero esatto delle monete, per quanto mi aveva già detto il tedesco, e la data. Liberatomi del tesoro, do­mandai il nome del proprietario di que­sto podere, presi in fretta alcuni ap­punti e scappai: ma fui ripreso il gior­no dopo, portato lontano dall'Italia... e allora, mio caro amico, Dio solo sa... come mi trovo qui, ancora vivo! Ora.

ROCCO                        - Ora, come farete a provare che siete stato voi a nascondere il tesoro?

CAPUTO                      - Ho le prove! (dal portafoglio prende una carta) Questa è la metà della carta che è nella cassetta... Si farà presto a provare: la medesima qualità di carta, la mia stessa calligrafia, lo stesso colore.

ROCCO                        - E ora, che cosa intendete di fare?

CAPUTO                      - Col vostro aiuto, ritrovare il tesoro e mantenere la mia promessa.

ROCCO                        - Quale?

CAPUTO                      - Riconoscere a voi, Barbati, un grazioso regalo, e il rimanente tutto al convento...

ROCCO                        - (sdegnato) ...dei Fatebenefra­teili!!!...

CAPUTO                      - ... c'è un convento qui?!

ROCCO                        - ...sì! Il Fatebenefratelli!

CAPUTO                      - ... perché mi ospiti e mi fac­cia finire in pace gli ultimi giorni della mia vita! Ormai non ho più nessuno che mi aspetti, tranne la morte!

ROCCO                        - Capisco! Ma se, per caso, questa carta cadesse nelle mani di qualcun'altro, quest'altro potrebbe appro­priarsi del tesoro?

CAPUTO                      - Senza dubbio!

ROCCO                        - (fissando Caputo e parlando qua­si senza accorgersene) Sicché, se io la prendessi...

CAPUTO                      - Come?

ROCCO                        - (a parte, parlando a sé stesso)

                                      - Potrei prendermi la carta, andrei da Padre Ferdinando e gli direi: Un mo­ mento, il tesoro è mio!

CAPUTO                      - (a Rocco) Non capisco!

ROCCO                        - (a Caputo) Non mi distraete, per favore! (a parte c. s.) Ecco la pro­va       - direi: il tesoro mi appartiene ed ora agite come meglio vi piacerà!

CAPUTO                      - Come dite?

ROCCO                        - (guardando Caputo) Questo lo faccio fuori!... ha dichiarato che chi lo ammazza gli fa un piacere... questa piacere glielo faccio io. (va al casset­tone e ne estrae una pistola dal cas­setto) .

CAPUTO                      - Ma cosa borbottate?

ROCCO                        - (tornando minaccioso verso Ca­puto) Sai come si dice, Caputa? Mor­te tua, vita, mia! (minaccioso) Fuori la carta!

CAPUTO                      - Ma...

ROCCO                        - Non una parola o ti sparo! (gli punta l'arma al petto).

CAPUTO                      - In nome di Dio!

ROCCO                        - (puntandogli la pistola al cuore)

                                      - Dammi la carta! (Caputo gliela dà) Entra in quella camera zitto zitto, per ora!

CAPUTO                      - Se mi state a sentire, signor Barbati, potremmo metterci d'accordo...

ROCCO                        - Non voglio mettermi d'ac­cordo... Non una parola., (lo sospinge verso la prima porta a destra).

CAPUTO                      - - Io vorrei spiegare...

ROCCO                        - Basta! (lo sospinge a forza dentro). E zitto! Hai Caputo, Capito...? Lia capito, Caputo..? (chiude la porta della stanza nella quale è entrato Ca­puto) Ed ora, mio caro Padre Ferdi­nando, faremo i conti! (salta e balla dalla gioia) Che soddisfazione!

INGEGNERE              - (entra seguito da Padre Ferdinando) Tutto fatto! (vedendo Rocco ballare) Allegro, vero?

ROCCO                        - Ballo! E tra poco vedrete che quadriglia! (cambiando tono) Tutto fatto?

P, FERD.                      - Speriamo che non dovremo tornarci più sopra! Questa volta hai fat­to tutto quello che più ti garbava! Hai scelto un bel posticino...

ROCCO                        - Ero in diritto di farlo!

INGEGNERE              - Io posso andare. E' ve­ro? Dal notaio è già tutto regolato.

P. FERD.                      - Scendo con voi. Non voglio mancare alla funzione religiosa in piazza.

ROCCO                        - Un momento: ho da parlarvi!

P. FERD.                      - Vorresti per caso, spostare di nuovo il Campo del Signore?

ROCCO                        - No! Debbo parlarvi di una cosa molto seria.

INGEGNERE              - Io vi saluto... Arriveder­ci, (esce).

P. FERD.                      - Dunque?

ROCCO                        - Mi spiego: per caso, non avete con voi quella carta, quel pezzo di carta che fu rinvenuto nella cassetta del te­soro?

P. FERD.                      - Sicuro. Debbo proprio por­tarla, questa sera, al Priore, per inclu­derla nelle pratiche che riguardano il tesoro stesso.

ROCCO                        - Bene! Che direste, allora, se vi mostrassi l'altra metà della carta? Lo stesso colore? La stessa qualità? Direste che il padrone del tesoro sono io?

P. FERD.                      - Tu hai l'altra metà della carta?

ROCCO                        - Sì.

P. FERD.                      - E perché lo dici soltanto ora?

ROCCO                        - Di ciò discuterete con il mio legale. Può essere stato un mio capric­cio; per esempio, una stravaganza; un mezzo per conoscere i veri amici e la cupidigia dei nemici.

P. FERD.                      - E dov'è questa carta?

ROCCO                        - Se ve la mostrerò, cosa direte?

P. FERD.                      - Che nel caso occorrerà di­scutere la cosa da buoni fratelli.

ROCCO                        - Allora... (mostra la urta) eccola!... Mostrate la vostra.

P. FERD.                      - (mostrando il suo pezzo di car­ta) Eccola!

ROCCO                        - Ebbene?

P. FERD.                      - Aspetta, Rocco! (gli si av­vicina e unisce i due pezzi di carta: ma questi non combaciano e son di colore diverso) Questo non combacia!

ROCCO                        - Non combacia? (osserva).

P. FERD.                      - E non è lo stesso colore! Questa è una cartaccia qualsiasi! (ri­mette in portafoglio il suo pezzo di carta).

ROCCO                        - Una cartucciaqualsiasi? Ma­scalzone, farabutto, mi ha preso in giro! Imbroglione! Lestofante! (apre la porta a destra entra e riesce afferrando Ca­puto per il petto) Vieni qua! (con vio­lenza) Questa carta, cos'è?

P. FERD.                      - Chi sarebbe questo signore?

ROCCO                        - Signore? Questo è un fara­butto che si era spacciato per il padro­ne del tesoro! (a Caputo) Parla! Cos'è questa carta, o ti ammazzo! (lo scuote violentemente).

P. FERD.                      - (intervenendo con energia) Rocco: ti ordino di lasciare in pace que­sto signore, (a Caputo) Dunque: avete detto di essere stato voi a nascondere questo tesoro?

CAPUTO                      - Sicuro, Padre, è mio!

ROCCO                        - (furioso) E la carta! Parla, manigoldo!

CAPUTO                      - (confuso) La carta... ecco...

P. FERD.                      - Parlate pure liberamente. Io sono del convento Fatebenefratelli. Il tesoro è stato trovato in un piccolo fon­do di proprietà del convento, ed ora si trova a disposizione delle autorità com­petenti per gli ' accertamenti del caso.

CAPUTO                      - Ecco, padre... Padre?

P. FERD.                      - ...Ferdinando.

CAPUTO                      - Padre Ferdinando, (si pre­senta) Massimiliano Caputo....

ROCCO                        - (forte) La carta! Parla! Que­sto è un imbroglione!

CAPUTO                      - ...Dunque lui (indica Rocco) mi ha minacciato con la pistola, perché gli consegnassi la carta che gli avevo mostrata... (la indica e la prende dalle mani di Rocco) Allora mi sono spaventato, mi sono confuso e gli ho dato que­sta che è la metà di un altro pezzo di carta: quello di un altro tesoro. Le cas­sette erano due: una la nascosi in un posto, e l'altra più lontano, a circa tre metri da una vecchia torre diroccata!

ROCCO                        - (è come fulminato dalla rivela­zione)

P. FERD.                      - Rocco! Nel nostro fondo! (a Caputo) E in questa seconda casset­ta c'è la metà di questa carta?

CAPUTO                      - Sicuro! E la metà dell'altra è questa, (la prende di tasca e la mo­stra).

P. FERD.                      - (la confronta con la sua) Precisa! Lo stesso colore, le stesse slabbrature, la stessa qualità! Combacia! Combacia!

ROCCO                        - (furiosissimo) Combacia? Combacia! Basta! Basta! Via di casa mia! Via! E poi voi (a Padre Ferdinan­do) venitemi a parlare della giustizia di Dio! Sarà un Dio misericordioso, ma è anche un Dio tremendo! Un Dio che si diverte a stuzzicare la mia pazienza! Sembra che Dio, tutta la sua potenza non voglia dimostrarla che a me; soltan­to a me! Bella spacconata, bella soddi­sfazione, tormentare un essere vivente solo perché questo non ha altrettanto potere divino. Se avessimo la stessa for­za, se potessi vederlo, gli direi che fa­rebbe meglio se stesse più in mezzo a noi che nel regno dei cieli. E' facile, cari miei, vivere in Paradiso, fra gente buona: angeli e cherubini. (Segnale at­tenti per otto rintocchi campana) Qui ti voglio! qui! Dove non c'è angolo di terra senza invidia e gelosia; il figlio ammazza il padre, il padre il figlio: guerre, rivoluzioni; una continua carne­ficina. E lui, tranquillo, se ne sta in cielo; e invece di badare a tutte queste cose; guarda me; si diverte con me; e niente gli sfugge di quello che posso fare e pensare! La verità è che sono tutte fantasie! Non esiste niente: e ognuno vive per come lui stesso si co­struisce la vita, (indica il fondo) Ecco­lo qua, il vostro Dio misericordioso; appena una settimana ancora e il grano sarà tutto un letame... Via! Via con i vostri tesori: non voglio più vedere nes­suno! (piange e si scalmana come un bambino) Via. Via... (prende il quadro del Protettore e lo getta violentemente tra le braccia di Caputo) Porta via que­sta robaccia. Non ho bisogno di protet­tori io, in casa mia so difendermi da me. (forte) Via! (Caputo esce per il fon­do a sinistra, spaventato, portandosi il quadro del Protettore) E non passare più di qua perché ti tiro una schioppet­tata. Va via! (siede, ed è appena seduto che si odono internamente otto colpi di campana).

P. FERD.                      - (alla campana si fa il segno della Croce). E' uscito il Protettore.

(Dall'interno giungono sei rintocchi di campana seguiti da un distinto mor­morio di preghiera).

ROCCO                        - Cos'è?

P. FERD.                      - E' uscito il Protettore. Si avvia in processione per le strade del paese.

ROCCO                        - Andatevene... non rispondo più di me! Non credo a niente! Io bru­cio: sono il diavolo!

 

P. FERD.                      - (con tono benevolo) Ho una idea, Rocco. Tu sai che il Priore mi fa l'onore di concedermi la sua stima e il suo affetto. Mi interesserò per te: vo­glio ottenere per te il riscatto di tutta la tua terra.

ROCCO                        - Non mi serve il vostro aiuto. Riprenderò da solo tutto quello che è mio!

P. FERD.                      - Tutto quello che è tuo... Sei proprio sicuro che tutto è tuo? Io invece ti dico che niente è nostro, e tutto è del Signore. Noi non dobbiamo che affidare a lui il nostro corpo e la nostra anima, ed anche la casa: (fa un gesto ampio con la mano come ad indicare la casa tutta) questa! E dire a lui, come a Lui prega l'uomo di mare: « Mio Dio pro­teggete la mia barca perché essa è così piccola e il vostro oceano è così gran­de! » Il Signore non. ha bisogno di quel piccolo pezzo di terra che tu con, tanto accanimento non vuoi concedergli. Egli ha solo bisogno di un po' di fede. Egli ha tanto sofferto per poter credere che tutte le nostre sofferenze siano pari al­le sue! E sbagli quando dici che Dio non esiste. Egli esiste perché noi esistiamo. E noi, suoi servi, non dobbiamo e non vogliamo provarvelo: ci sembrereb­be follia! Egli vive nella nostra coscien­za ed è questa coscienza che lo invoca nei momenti di gioia e di dolore. (Se­gnale attenti cabina luce per abbassa­mento luce) da meriggio a sera). Tu ti allontani dalla tua fede perché Vedi che vi sono fedeli che spesso offendono il nome di Dio; ma ve ne sono tanti altri che per Lui sanno morire. Vi sono uomini cattivi che invocano il nome di Dio a protezione dei loro peccati, della loro cattiveria: ma dimmi Rocco: perché la luce del sole può essere qualche vol­ta oscurata da un denso nuvolone, vuoi, per questo negare al sole la potenza vi­vificatrice del suo calore? (internamente il mormorio delle preghiere si fa più intenso, e distinto arriva all'orecchio dei due personaggi') Senti questo mormorio? E' tutta gente che prega. E' tut­ta gente nella cui coscienza brilla la luce di Dio, perché sanno che nella vita le corruzioni passano, ma Dio resta. Ad­dio, Rocco. Ti prometto che tutto ritor­nerà a te. Saremo noi a rinunziare a quel piccolo campo, ma ricordati: nien­te è nostro; tutto è del Signore! Addio! (Si ode il 'tuono' internamente. Padre Ferdinando va al fondo, nella porta: sporge tutto il braccio fuori, a mano aperta. Ritrae la mano, la osserva un attimo, poi a Rocco) Piove. Mi bagne­rò... ma ho il calesse, fuori, (guarda i campi nel fondo, poi rivolgendosi a Rocco) Un settimana ancora e il grano sarebbe stato perduto! (Si ode una se­conda volta un tuono prolungato. Pa­dre Ferdinando esce, richiudendo la por­ta dietro di sé. La luce si fa più debole. F.' appena uscito Padre Ferdinando che giunge il rumore di pioggia che si fa sempre più intensa. Rocco è sempre se­duto, sulla sedia assorto nei suoi pen­sieri. Sono passati quindici secondi e giunge dall'esterno uno scampanio fe­stoso, al quale si unisce, poco dopo, la musica di una banda che suona in sor­dina una marcia. Rocco si alza, si guar­da intorno; va alla finestra ad osservare il cielo scuro, poi va al tavolo sul quale è il lume ancora spento e si accinge ad accenderlo).

ROSA                           - (entra dal fondo senza far rumore; ha in capo uno scialle per proteggersi dal temporale. Richiude la porta, e suoni e rumori giungono più attutiti. Fuori sì è ormai fatto buio).

ROCCO                        - (scorgendo Rosa) Rosa... ac­cendevo il lume. Con questo temporale poco ci si vede, (accende il lume) C'era folla?

ROSA                           - Sono rimasta in casa, ma so che di gente ce n'era tanta: tutti quelli del paese e dei dintorni.

ROCCO                        - Vi chiedo scusa, Rosa, di quel­lo che vi ho detto prima.

ROSA                           - Rocco...

ROCCO                        - Lasciatemi dire... Un'altra co­sa, ho pensato..., datemi un consiglio... Quel campo, quello del Signore, mi piacerebbe che fosse più grande... più... grande... perché..,

ROSA                           - Perché?...

ROCCO                        - Usciamo...

ROSA                           - Dove andiamo?

ROCCO                        - Avete paura della pioggia?

ROSA                           - Io? No; è una pioggia benefica, questa: sono gocce d'oro! Quest'inverno ci sarà pane per tutti!

ROCCO                        - Per il buono e per il cattivo; per il saggio e per l'ignorante, che sa­rei io?!! Vado a prendere l'ombrello e vi raggiungo, (esce per la porta di de­stra) .

FRANCESCA              - (entra dal fondo tutta ba­gnata dalla pioggia e avendo cura di chiudere subito la porta dietro di sé) Rosa? (internamente la pioggia continua e anche il suono delle campane, ma sem­pre in modo da non disturbare il dia- ' logo degli attori).

ROSA                           - (commossa le va incontro) Roc­co è cambiato, Francesca: è cambiato!

FRANCESCA              - Sono venuta a posta per sapere cos'altro ha da dire adesso!

ROSA                           - E' cambiato, Francesca; è cam­biato!

FRANCESCA              - Dio è grande, Rosa; Dio è tutto!

ROCCO                        - (dalla destra entra con om­brello e cappello. Vedendo Francesca le va incontro commosso e la bacia) Piove... Francesca., piove... quel grano... quel grano! (con risoluzione) Domani Rosa, ne vorrò comprare uno più bello, più grande... e poi la... (indica la pare­te dove prima era il quadro)... tutta la parete! (Francesca osserva la mancanza del quadro, ma niente trapela dal suo volto, né gioia, né stupore, ascolta sol­tanto ciò che Rocco le dice) In un mo­mento di sconforto ho gettato via il quadro... ma non voglio neanche pen­sarci... domani, domani... uno più gran­de, più bello! Andiamo, preparo il ca­lesse, (ed esce chiudendo la porta).

ROSA                           - (a Francesca che siede affranta) Francesca che avete?

FRANCESCA              - Dietro il quadro del Pro­tettore..., nell'interno, ci avevo nascosto un milione! Cento fogli da diecimila. Quello m'ammazza... m'ammazza! (e mentre si dispera cala rapida la tela tra il suono delle campane, quello della banda e lo scroscio della pioggia).

FINE

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