Questa o quella

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QUESTA O QUELLA

Commedia in tre atti

di SABATINO LOPEZ

PERSONAGGI

CASTALDINI

TAMANTI

IL BIDELLO

FRANCESCA

TRIFALDI

PROSPERO

GIUSEPPINA

GRANZIOLI

CAMERIERA

FUFI

Commedia formattata da

ATTO PRIMO

La sala del direttore di un Conservatorio di musica.

Castaldini                      - (capelli pepe e sale, vestito am­pio, cravatta svolazzante, vivacissimo, a momen­ti imperioso, è in atto di congedare il professor Tornanti, minutino, calvo, rasato, occhialuto) Sì, onorato vegliardo, ma non ora, perché ora devo scrivere alla Direzione generale. Ne parliamo un altro giorno.

Tamanti                         - Domani?

Castaldini                      - O dopodomani. O dopodopodomani. O un altro giorno. L'importante è che adesso tu te ne vada. (Lo carezza per attenuare le parole) Caro il mio ometto!

Tamanti                         - E quel tenorino di iersera, eh! Che impressione ti ha fatto?

Castaldini                      - Adesso non ho tempo.

Tamanti                         - Un giudizio riassuntivo... una parola...

Castaldini -                   - Se basta una: un cane.

Tamanti                         - (non se l'aspettava) Così? Senz'altro?

Castaldini                      - Ti par poco? Pretenzioso e cane. Parole due. A rivederci.

Tamanti                         - Bada che il povero Gerunzio lo teneva in considerazione e gli voleva molto bene.

Castaldini                      - Perché Gerunzio si affezionava alle bestie. Tu sei del suo parere e non del mio? Ne parleremo un altro giorno. C'è un bel sole: va' ai giardini e salutami la foca. Ciao. (Gli apre l'uscio).

Tamanti                         - Terribile, sei terribile. Ciao. (Esce).

Castaldini                      - (dà una gran scrollata alle chiome, torna alla scrivania ingombra di carte, ne trae un pacchetto di sigarette, ne accende una, la spegne dopo una boccata) No, via! (E la getta lontano, rabbioso). Mi sono impegnato a non fumare. (Canta battendo il tempo, mentre leva dall'astuccio un violino:) Quant'è bella - quant'è bella - quant'è bella primavera... (Poi, con lo stesso tono:) Quant'è brutta - quant'è brutta - quant'è brutta questa musica. (Si bussa alla porta) Chi è?

Il bidello                       - (berretto in mano) Signor di­rettore...

Castaldini                      - (gli getta sul viso) Piaga!

Il bidello                       - Sissignore. C'è una signora...

Castaldini                      - (imperioso) Chiudi. (Rimette il violino nell'astuccio).

Il bidello                       - (si volge e chiude) Chiuso. C'è una signora. Che è venuta una prima volta alle nove. Le dissi: «Il signor direttore non c'è». Come difatti ancora non c'era. Ma poi lesse il cartello: «Il direttore riceve dalle undici alle dodici». È tornata che battevano le undici.

Castaldini                      - Piaghe... Tu e lei. Viene per ragioni d'ufficio ?

Il bidello                       - Dice.

Castaldini                      - Accompagnala dal segretario.

Il bidello                       - Si rifiuta, o, per lo meno... Ha una lettera personale da consegnarle, e dun­que...

Castaldini                      - Te la fai dare e me la porti.

Il bidello                       - Niente. (Sorride) Respinge l'of­ferta: «Mani proprie».

Castaldini                      - Ho capito: bisogna sorbirsela. (Il bidello fa un gesto che significa: Evidente. Castaldini va alla porta) Avanti la piaga. Signo­ra, avanti.

Francesca                      - (bellezza modesta, vestito mode­sto, tutto modesto, entra rispettosa) Signor direttore, mi scusi se ho insistito...

Castaldini                      - Buongiorno. C'è una lettera?

Francesca                      - (trae da una borsa capace una lettera) Eccola, signor direttore. (Gliela porge). Parlo col signor direttore in persona?

Castaldini                      - Sì, sì, lui, lui. Dia qui, svelta. (L'apre, corre alla firma, legge:) «Ferruccio Magaldi». Chi è? Mai sentito nominare.

Francesca                      - (sgomenta) Come, chi è?

Castaldini                      - Domando: Ferruccio Magaldi, chi è ?

Francesca                      - Il commendator Magaldi, il suo amico... Quello alto... magro... quello... (fa un segno sulla guancia).

Castaldini                      - Mai veduto. Fa niente. Lei, che vuole? Dica. Esponga.

Francesca                      - Gli è che io... Il commendatore mi aveva assicurato...

Castaldini                      - Non ci pensi più al commen­datore. Avanti. Forza e coraggio.

Francesca                      - Si, signor direttore. Giovedì... no, giovedì, venerdì... venerdì o sabato... oggi è lunedì, vero? fu sabato... lessi sopra un gior­nale di Cremona che era morto l'insegnante di canto di questo Conservatorio... È vero?

Castaldini                      - (conferma col capo) Calogero Gerunzio. Siciliano. Di Caltagirone. Anni ses­ santaquattro. Vedovo. Era suo parente?

Francesca                      - No, signor direttore.

Castaldini                      - Meglio così. Perché il Gerunzio era un tesoro. Come uomo... E come inse­gnante zero. Per lui eran tutti bravi, tutti bra­vi... Aveva anche un «suo» metodo, e quando un insegnante ha un metodo suo, veramente suo... (Istintivamente cerca ancora tra le carte la scatola di sigarette, ne accende una, la spe­gne, le prende la mano, le mette dentro la sca­tola) Porti via tutto: io non devo più fumare.

Francesca                      - (stupita) Il tabacco le fa male? (Per obbedire mette nella borsa).

Castaldini                      - Mi fa bene, ma ho promesso. Si diceva? Ah! Gerunzio. Anima candida se ce ne fu mai una! Ora è certo in Paradiso, nel coro degli Angeli... Se è lui che li dirige farà stonare anche loro. Dunque, parente no. E al­lora? Che desidera?

Francesca                      - Ecco, signor direttore... Io avrei voluto... Ma capisco che non è possibile...

Castaldini                      - Non s'intimidisca, vada avanti.

Francesca                      - Sissignore. Non dico effettiva, insegnante di ruolo, perché apriranno il con­corso, ma temporanea, per un incarico, perché i titoli li avrei... E come!

Castaldini                      - Ah! ecco: lei aspirerebbe al posto del professore defunto? Impossibile. Mi dispiace: già occupato. Siccome il Gerunzio fu malato più mesi, così io per non lasciare la classe senza maestro... (Si alza, si batte la mano aperta in fronte) Tac: trovato! Ferruccio Magaldi. Con una voglia di vino a mezza faccia?

Francesca                      - (festosa) Sì, signor direttore, lo vede?

Castaldini                      - Siamo stati amiconi da ragazzi: due forche. Ma l'ho sempre chiamato Barbera- io e gli altri - per quell'affare, la voglia sul viso, e non lo ricordavo come Magaldi. Che fa? L'ultima volta - saranno almeno vent'anni- lo vidi a Cremona...

Francesca                      - Sta ancora a Cremona. Abitia­mo nel medesimo casamento. Lui al primo pia­no, io al quarto.

Castaldini                      - Commendatore, eh? (Desolato) Anch'io. Disgrazie che capitano. E lei, signori­na, che ci fa a Cremona? Insegnerà canto...

Francesca                      - Sissigno...

Castaldini                      - In qualche istituto...

Francesca                      - Nossigno...

Castaldini                      - Ah! ecco: in case private.

Francesca                      - Nemmeno.

Castaldini                      - E allora dove?

Francesca                      - Le dirò: sono maestra, ma a Cremona...

Castaldini                      - No... Non mi dia una falsa gioia. (Festoso) A Cremona «non» studiano il canto...?

Francesca                      - Lo studiano...

Castaldini                      - (deluso) Lo dicevo io!

Francesca                      - Ma con altri e non con me. Finora, per quanto abbia cercato, io non ho potuto trovare. E ho un diploma   - di Parma, che non è facile- come non so se ce ne sia l'uguale. Se vuol vedere i miei attestati... (Apre la borsa per cercarli).

Castaldini                      - (la ferma) Non servono!...

Francesca                      - E nessuno può dir nulla di me - moralità, condotta politica e religiosa - in una città come Cremona s'immagini se non si saprebbe!... Legga quel che scrive di me il com-mendator Magaldi...

Castaldini                      - (a mezza voce) ... detto Bar­bèra...

Francesca                      - (concede) ... detto Barbèra, che mi conosce fino da bambina, e si fa garante con lei, come con tutti. Niente: non trovo. E ho bi­sogno di guadagnare. Non che io sia alla fame: no, sono sola, padrona di me, - perché babbo mio si è risposato, - una brava donna, non dico, ma lui da sé con la moglie, io da me, e così poco mi basta, ma della povera mamma non ho avuto che quanto mi ci vuole per il pane, per l'affitto e poco poco poco più. Alle prime febbri che mi vengano...

Castaldini                      - Perché? Le aspetta?

Francesca                      - Io no, ma se mi venissero le febbri, all'ospedale! Dato che mi prendano! E sono diplomata da due anni. Sa a che cosa mi serve il diploma? dico di me, le altre saran più fortunate. A metter in soggezione la gen­te che mi potrebbe aiutare, e magari vorrebbe e non lo fa. Perché se io non avessi quel pez-zaccio di carta - scusi sa, cartaccia e nient'al­tro - o guardarobiera, o donna di compagnia, o commessa in qualche negozio, che io sarei disposta e buona a tutto, mi prenderebbero, ma così... maestra di canto... artista... Nessuno che mi voglia. «Chi sa che pretese, che arie! Non è il caso ».

Castaldini                      - E... a sposarsi ha provato?

Francesca                      - (ha capito o non ha capito) Come dice?

Castaldini                      - Un marito. Non c'è l'ha... e non ce l'ha mai avuto?

Francesca .................... - Non è mica facile. A Cremona ci son fior di ragazze, anche ricche, che rimangon lì sulla gruccia.

Castaldini                      - Oh, anche qui da noi... E col Barbèra... sì, col Magaldi, niente da fare?

Francesca                      - (si deve offendere?) Ma, diret­tore...?!

Castaldini                      - Matrimonio... magari con be­nedizione papale.

Francesca                      - Già benedetto da un pezzo, lui. Ha moglie e tre figlioli. Il maggiore è un pezzo di ragazzone...

Castaldini                      - Aspettare il ragazzone? No, non è il caso! Peccato! Dacché insegno, e spe­cialmente dacché dirigo un istituto, alle ragazze che vengono in Direzione a frignare - perché bocciate o perché non trovano un guadagno - ho sempre parlato schietto: « Invece di perdere il tempo a studiare, a cantare: sposarsi. Datemi retta, ancora dopo tanti secoli il posto migliore è quello di moglie. Ma siate modeste nelle pre­tese, mi raccomando. Se trovate un galantuomo che vi offre la mano, prendete la mano, il brac­cio, prendete tutto». E dunque dico anche a lei: se trova qualcuno che... (Si è alzato, l'ha quasi accompagnata alla porta) Lei si chiama?

Francesca                      - Francesca Milani.

Castaldini                      - (dà un balzo) Ah, no!

Francesca                      - Come no?

Castaldini                      - Io le dico di no.

Francesca                      - E io le dico di sì. Vuole che non sappia come mi chiamo? Guardi la lettera del commendatore, guardi le mie carte.. (Vuol riaprire la borsa).

Castaldini                      - Io mi sono fidanzato ieri   - alla mia giovane età, sissignora! con Fran­cesca Milani. Ha capito? Dunque Francesca Mi­lani non è lei.

Francesca                      - Quella lì, no, non sono io. Ma possiamo esser Francesca Milani tutte e due. So che ce n'è un'altra. (Un breve triste sorriso). Si figuri se non lo so! La sua è una bionda, oc­chi neri, nata a Benevento...?

Castaldini                      - (l'afferra per un braccio) Torni indietro e mi spieghi. (La rimette a sedere). « Bionda, occhi neri, nata a Benevento », tutto combina.

Francesca                      - Allora le spiego. Quella lì, la sua fidanzata, è una mia prima cugina.

Castaldini                      - Noo! Davvero? Ma guardi!...

Francesca                      - Badi che io non la conosco quasi. L'ho intravista bambina. Siamo figlie di due fratelli, e coetanee, o presso a poco. Un anno più io. E ci chiamiamo Francesca tutte e due perché la nonna si chiamava Francesca.

Castaldini                      - Cugina prima, lo stesso nome, e non si frequentano?

Francesca                      - No, perché quando il nonno morì scoppiò una grossa lite per la divisione dell'eredità - quattro stracci e una casetta di campagna in tutto, che ciascuno dei fratelli vo­leva per sé; - la lite si trascinò in tribunale anni e anni... e ogni rapporto tra le due fami­glie e le figliolanze fu troncato fino d'allora. Nemici.

Castaldini                      - Pare un libretto d'opera. (Ac­cenna appena il motivo:) «Guerra - guerra - guerraguerraguerra ». Ma voi ragazze dovete far pace. Il padre di Francesca è morto, lo sa?

Francesca                      - Vuole che non lo sappia? Lo zio Pasquale. Da cinque anni.

Castaldini                      - (conferma) Pasquale, Pasquale. Certamente. Tutto combina. E dunque voi fa­rete la pace. Mi ci metto io. Qui. In questa stanza. Armonia, armonia. « Qua la mano. Qua l'altra mano. Prendi, Panel ti dono. Sia pace ed amistà. Giù un bacio. Ecco fatto». E mi metto a cercare un marito anche per lei... per te... per lei... per te, come preferisci. E te lo trovo. Magari te lo cerco in Conservatorio fra i suonatori di strumento a fiato che riescon tutti bene, come mariti.

Francesca                      - Ma io...

Castaldini                      - Silenzio. Impongo il silenzio. Su, in piedi. (La solleva). Vedere i denti. (Le apre la bocca). Bella bocca. Vedere gli occhi. (Le solleva le palpebre) Sguardo limpido. Crea­tura tranquilla. Bene. Forse - bada, forse - io ci ho l'uomo che andrebbe bene per te. (Le batte sulla spalla e le dà una piccola spinta) Va' ai giardini... a vedere la foca. E torna qui perché forse... (Squilla il telefono). Silenzio. (Al telefono) Pronto. Sì, sono io. Ciao, caro. (A Francesca) È il tutore di Francesca. (Al te­lefono) Ti avevo fatto chiamare perché ho da parlarti. Anche tu? Hai visto Francesca? Quan­do? Stamani? Dove sei? Allora a due passi. Vieni subito. (Rimette a posto il ricevitore).

Francesca                      - Senta, signor direttore: io vorrei sapere...

Castaldini                      - Silenzio, parlerai dopo. Non andare a vedere la foca: va' invece di là. (In­dica la stanza a sinistra).

Francesca                      - Ma io voglio sapere...

Castaldini                      - Dopo. Ora ti sequestro. (La spinge nella stanza a sinistra). Ci sono dei libri illustrati. Ti chiudo a chiave. (Eseguisce. Tor­na indietro). Quella lì (indica fuori) me la sposo io. Questa qui (indica la stanza a sinistra) se la sposa lui. (Suona).

Il bidello                       - Comanda? (Guarda attorno stupito perché non vede la ragazza che ha intro­dotto prima).

Castaldini                      - Esatto: comando. Ora viene il cavalier Trifaldi... Cosa cerchi?

Il bidello                       - (un po' confuso) Niente.

Castaldini                      - Bravo. Lui entra. Gli altri... padri, madri, alunni, alunne, figli di alunne... fosse anche il Ministro dell'Educazione Nazio­nale, tu me li accompagni in segreteria o me li butti giù per la tromba delle scale: il diret­tore non c'è. Via.

Trifaldi                          - (di dentro) Permesso?

Castaldini                      - È Trifaldi. Avanti. (Il cavalier Trifaldi entra; il bidello esce).

Trifaldi                          - (quarantasei-quarantasette anni an­che lui. Più elegante di Castaldini) Ciao, Pro­spero.

Castaldini                      - Ciao, Carletto. Hai visto Fran­cesca?

Trifaldi                          - Ti ho già detto di sì per telefono.

Castaldini                      - Allora... sai?

Trifaldi                          - (sorride) Allora so.

Castaldini                      - Sei contento? Te lo vedo dalla faccia: sei contento. Abbracciamoci.

Trifaldi                          - Figurati. (Si abbracciano).

Castaldini                      - (si distacca) Vecchia carcassa di animale domestico antidiluviano che non sei altro, io ti ho sempre voluto un gran bene!

Trifaldi                          - Anch'io.

Castaldini                      - Ora poi... diventi quasi mio suocero... Ho detto quasi, e il mio amore tra­bocca come se tu fossi il mio lattonzolo, vec­chio insceminito che non sei altro. Francesca non viene?

Trifaldi                          - Più tardi.

Castaldini                      - È carina, sai! E dire che l'ho vista tre anni andare, venire, le ho dato lezione - non è famosa, per la musica, non è famosa... meglio così - e in tre anni non me n'ero ac­corto! Di', tu non ti sei avuto a male che io non te n'abbia parlato prima...?

Trifaldi                          - Se non lo sapevi nemmeno tu.

Castaldini                      - Ecco. Ti do parola - tu mi credi, vero? ti giuro che è stato tutto a un tratto.

Trifaldi                          - Me lo ha detto Francesca. Lei non se l'aspettava.

Castaldini                      - (ride, chiassoso, infantile) Ma nemmeno io. Sai un turacciolo che a un tratto salta da una bottiglia di spumante, senza che nessuno ci si sia accostato...? Paà... al soffitto. Cosi io... La dichiarazione. È venuta a quel modo. Io sono patetico esplosivo...

Trifaldi                          - Conosco il tuo temperamento.

Castaldini                      - Tu invece sei tranquillo. Me­ditativo. Quadrato. Già, tu suoni il pianoforte...

Trifaldi                          - Questo non c'entra!

Castaldini                      - C'entra, c'entra. Il pianoforte vuol l'uomo posato. Che si mette a sedere, ben comodo, bene a posto... Invece il violino vuole l'uomo in piedi. Ne nasce quel che d'estroso, di magnetico, di chiome al vento. Il violinista della tradizione, della leggenda chi è? Paganini. Io sono un poco Paganini. Meno brutto. E per questo, tutto d'un tratto... (Rifa la scena). Io ero qui... lei lì. «Bella creatura! Mi piacerebbe. Ragazza per bene. Me la dovrei sposare. Sposi si. Signorina Francesca, mi vuole? ». Tutto di se­guito. Che ti ha detto Francesca?

Trifaldi                          - (tranquillo, cauto) Se mi lasci parlare!

Castaldini                      - Parla. No, no, dimmi questo: sulle prime quando lei (la rifa secondo che im­magina): «Paparino, paparino mio» ti chia­ma così, vero? come sei rimasto?

Trifaldi                          - Sbalordito.

Castaldini                      - (approva di corsa) Naturale, naturale. (Lo rifà secondo che immagina) «Ah!». «Oh!». «Eh!». Come hai detto? Sii preciso.

Trifaldi                          - Ho detto: «Castaldini...». (Esita un secondo).

Castaldini                      - (lo incoraggia) Sì...

Trifaldi                          - (schietto, deciso) « È vecchio ».

Castaldini                      - Nooo. (Rimane male). Ho la tua età. Se sono vecchio io, sei vecchio anche tu.

Trifaldi                          - Le stesse parole che mi ha ri­sposto Francesca: «Ha la tua medesima età».

Castaldini                      - Brava: perché il marito non è l'amante. Non è il capriccio, la scampagnata, la gita di piacere. Il marito non è il luogo di villeggiatura. È la residenza stabile. Discorso che le ho fatto ieri.

Trifaldi                          - Difatti io le ho detto: «Si vede che tu non tanto badi alle apparenze, alla fac­ciata, ma alla sostanza. Al definitivo, all'asso­luto e non al passeggero, al momentaneo...».

Castaldini                      - (rifiata) Bravo! Parole sante.

Trifaldi                          - (sempre calmo) «Però...»

Castaldini                      - Chi ha detto «però»?

Trifaldi                          - Io. «Però se avessi potuto imma­ginare che ventitré, ventiquattro anni di dif­ferenza nell' età non costituivano un ostacolo alle nozze, ti avrei fatto io, per conto mio, a vantaggio mio, la medesima proposta che ti ha fatto Castaldini».

Castaldini                      - (senza fiato) Cioè?

Trifaldi                          - «Di sposar me... Non lui».

 Castaldini                     - (desolato) Nooo. Così le hai detto? (Riprende fiato). E lei?

Trifaldi                          - (tranquillo) Lei è rimasta colpita.

Castaldini                      - Colpita come? Dove?

Trifaldi                          - (semplice) Colpita. E mi ha chie­sto: «Paparino, tu scherzi?».

Castaldini                      - (a mezza voce) Brava!

Trifaldi                          - «No, cara, dico sul serio». «Proprio? Oh, Dio!».

Castaldini                      - Chi l'ha detto: «Oh, Dio!»?

Trifaldi                          - Lei, Francesca.

Castaldini                      - Sempre colpita?

Trifaldi                          - Sempre colpita. «Oh, Dio!...».

Castaldini                      - Due volte?

Trifaldi                          - No, una sola: riprendevo il rac­conto. «Ma oramai è fatto». (Spiega) «Oramai è fatto », lo ha detto lei.

Castaldini                      - Benissimo.

Trifaldi                          - «Ma si può anche disfare».

Castaldini                      - (improvvisamente furioso) Chi l'ha detto? Chi «si può anche disfare», chi?

Trifaldi                          - (calmo e facendogli segno di cal­marsi) Prima io. Poi lei. E poi tutti e due insieme.

Castaldini                      - (lo guarda, si asciuga la fronte col fazzoletto. Poi dà in una lunga fragorosa risata) Burlone, buffone, pagliaccio, Charlot sottaceto e in putrefazione... tu mi vuoi spa­ventare...

Trifaldi                          - No, caro.

Castaldini                      - Sì, sì, tu vuoi vedere fino a che punto sono così fanciullo da crederti... Perché io, me l'avete detto tante volte in tanti, sono metà fanciullo e metà...

Trifaldi                          - No, no. Io non mi permetterei montarti una cabala in una circostanza come questa. No, no, caro. (Mite, come se parlasse con un malato, con un delirante) Guarda, guar­da! (Trae dalla tasca un astuccio) Le ho già comprato un anello.

Castaldini                      - (glielo afferra) Ah! no, fin qui... Questo lo prendo io... Te lo pago, ma te lo prendo.

Trifaldi                          - Metti pure in tasca: me lo ren­derai. O glielo consegnerai, per mio conto, perché è deciso: ci sposiamo noi due, Francesca ed io. È una cosa che va da sé. È fino incon­cepibile come non ci abbiamo pensato prima.

Castaldini                      - Ma sei un bel mascalzone, lo sai? E lei è una...

Trifaldi......................... - (che lo supera di una spanna gli mette una mano sulla bocca) Non dire parole grosse e volgari. Io non sono... e lei non è... Siamo due persone di giudizio che hanno intravisto la felicità, e l'afferrano per le trecce... La felicità ha ancora le trecce, per fortuna, e ci si può agguantare. E non procuriamo la in­felicità di nessuno. Tanto è vero, che non sen­tiamo rimorsi e non consideriamo l'avvenimento d'oggi come un caso drammatico... ma come un caso curioso. Tu sapessi quante volte avevo pen­sato a sposarmela! Non per un capriccio, o una ventata di passione, ma per una simpatia pro­fonda, per una compiacenza ragionata... per il convincimento che pur con la differenza degli anni possiamo camminare assieme di buon pas­so, almeno per qualche anno... Poi? Non biso­gna guardare troppo in là... Lasciamo fare al destino, al buon Dio... Ma non le avevo mai fatto capir nulla di me per questi qui (accenna ai capelli) che già si avviano a diventar grigi. Tu hai parlato anche per me. Sia pur non vo­lendo, mi hai reso un servizio. Te ne son grato.

Castaldini                      - Cosa, cosa?

Trifaldi                          - Dico che te ne son grato. Io pia­noforte, tu violino, e dunque esplosivo, roman­tico, improvviso... Il turacciolo che salta. Un proiettile... ma tutto si risolve in fragore. Un po' di spuma che vien di fuori, ma niente che faccia paura. Ti passa: il dolore... nemmeno, il frizzore, tra un'ora ti è passato. Se non tra un'ora, domani. Ne sono così sicuro che uno di questi giorni io ti chiederò di farmi da testimone alle mie nozze con Francesca e tu mi dirai di sì con piacere.

Castaldini                      - (è incerto, malsicuro di quel che ha sentito, di quel che sta per dire) Va', va', va'. Tu ti vuoi rifare di qualche mia sfuriata perché alle volte sono stato estroso anche con te. (Trifaldi col capo fa segno di no). Ma siamo amici, noi due, siamo sempre stati amici, e dun­que... Potrei arrivare a credere che la ragazza si sia pentita del suo consenso, si sia fatta in­dietro, ci voglia magari ripensare, ma che già, subito subito, vi siate messi d'accordo voi due, a mio danno... (D'un tratto guardandolo si per­suade). Oppure sì: ci credo. Hai sulla faccia il sorriso ebete e beato del promesso sposo. Sem­bri un tenore: Fernando nella Favorita. Schifo. Ma che venga lei e me lo dica. Me lo deve dire lei che non vuol più, che preferisce te. Ha dato ieri la parola; ritiri lei la parola. Portamela qui.

Trifaldi                          - Quando? Ora? Dev'essere su­bito?

Castaldini                      - Prima si fa e meglio è. Così se n'esce.

Trifaldi ........................ - Tu finora non avevi detto a nes­suno che ti eri fidanzato? .....

Castaldini                      - A nessuno. Cioè... No, a nes­suno. Avevamo detto d'accordo: «Fino a do­mani», fintanto che non lo sapessi tu. Se ti ho da credere, per fortuna! ridicolo al più con te e con lei...

Trifaldi                          - (amichevole) Perché la prendi su questo tono? Perché non vuoi capire...?

Castaldini                      - Via. Portala qui. (Trifaldi si avvia). Fai presto.

Trifaldi                          - (esce).

Castaldini                      - (è rimasto solo) Buffoni. Ca­naglie e buffoni. (Gli corrono gli occhi sul vio­lino. Lo riprende rabbioso) Ora mi sfogo. (Con l'archetto dà una grande strappata). Crepa. Cre­pa te e Paganini. (Da sinistra due colpi secchi alla porta. Grida). Chi è? L'anima di Paganini? (Si ricorda) Ah! (Ripone il violino. Gira la chiave della porta a sinistra) Che vuole?

Francesca                      - (decisa, di sulla porta) Vorrei uscire. Mi pare di averne anche il diritto.

Castaldini                      - (come sovrappensiero) Sì, sì. Ha ragione. Vada pure. (Si pente). No... mi usi questa cortesia: si trattenga. Se ha fame le li­bero il tavolino di tutti quei fogliacci e le man­do a prendere un pollastro, della frutta in con­serva: quel che desidera lei mangia, e io suo­no, per lei, fin tanto che vengano quegli altri. E si divertirà! perché deve sapere che la sua cara cugina... No, è meglio che non dica quel che penso di lei... E il suo padrino vale anche meno di quella cara ragazza. Perché lei almeno non mi doveva speciali riguardi: lei ha trovato un altro, lo conosce molto più di me e se lo piglia; ma il padrino, l'amico... Paderewski... puh! Schifo. Lo ha pur sentito il padrino? Quel che gli ho detto, e quel che gli ho risposto...

Francesca                      - Io no.

Castaldini                      - (sbalordito) Nooo? Ma come? di qua si parla, si discute, si grida... Lei è die­tro una porta, e lei non cerca di sapere, non si interessa, non domanda...? Che specie di donna è lei?

Francesca                      - Io? Sono una persona bene educata che non s'immischia nei fatti altrui, e non si affanna per sorprendere a pezzi e boc­coni i segreti di uno stravagante. Mi dicono: «Ci sono dei libri illustrati: li guardi». Io li guardo, li sfoglio, osservo le figure, aspetto... e non m'occupo d'altro. E dunque tra i due, se mai, avrei io il diritto di domandare a lei che razza di uomo è. Io vengo per una infor­mazione, per chiedere al capo di un istituto se c'è un posto per me...

Castaldini                      - Non c'è: il posto di maestra di canto non c'è.

Francesca                      - Me lo ha detto e spiegato: non c'è. (Continua lo sfogo interrotto) Mi rassegno e mi avvio. Mi domanda il nome: glielo dico. Lei prima va in collera perché non vuole che mi chiami come mi chiamo; poi mi racconta che è fidanzato, - tanto piacere!; - poi mi promette una riconciliazione con una parente e un marito strumento a fiato...; poi mi chiude a chiave, si dimentica di me e quando mi fac­cio aprire per andarmene mi offre un pollastro e un pezzo per violino... E si offende perché non sono stata al buco della serratura a vedere e dietro le fessure della porta a sentire!

Castaldini                      - Lei ha ragione. Lei è una perla. Quell'altra..., la sua omonima, no: quel­la non vale il guscio dell'ostrica... Lei la perla, quell'altra il guscio. Eppure, mentre il guscio trova due - non uno, due - che se lo dispu­tano, lei, la perla, non trova un cane che se la prenda e nemmeno un posto da maestra. Ci sarà il posto. Ci sarà il cane. E quell'altra, quella che ieri mi ha detto... e invece oggi... (D'un tratto) Mi renda le sigarette. Grazie. (Ne accende una. Dà la prima boccata) Aaah! è un gran gusto. Le dà noia il fumo?

Francesca                      - A me? No.

Castaldini                      - Cara! E magari fuma anche lei!...

Francesca                      - (col gesto fa segno di no) Per la voce.

Castaldini                      - Giusto! Non ci pensavo. In­vece lei pensa a tutto. Brava! (Un'altra boccata) Aaah! (Siede).

Francesca                      - Ora che è più calmo... e sarà più ordinato, più logico, mi vuole spiegare un poco meglio il suo caso? Mi accetta come sua confidente? Sentiamo: da quanto tempo lei era innamorato di Francesca?

Castaldini                      - Da ieri.

Francesca                      - Ma no! Soltanto? Possibile?

Castaldini                      - Da ieri. E nemmeno innamo­rato. Mi piaceva. E volevo accasarmi. Alla mia età gli uomini passano per queste crisi. Anni, anni, anni... spensierati, e a un tratto... Ven­gono i rimpianti e non sono ancora morte le voglie. Si pensa: «Non sono ancora vecchio». Ma occorre far presto... Sin qui posso trovare una donna che mi voglia ancora bene per quel­lo che sono (più l'ambizione, la vanità: ho scritto un'opera, qualche suonata per violino), che continui a volermi bene per quello che sono stato. Ieri mi è tornato a galla il rimpianto, mi è venuta su la caldana... C'era lì Francesca?... Ho sospirato, mi son dichiarato per la Francesca. (Semplice) Forse se c'era un'altra... Ha capito?

Francesca                      - (semplice anche lei) Ho capito.

Castaldini                      - E oggi non mi vuol più. Men­tre ieri... oggi... Anziano per anziano, sposa il padrino.

Francesca                      - ...Che: gli è venuta su la cal­dana anche a lui?

Castaldini                      - Pare!

Francesca                      - E perché - scusi - perché, visto che si trattava d'accasarsi, non si è rivolto a una donna più anziana della Francesca, più vicina a lei per anni?

Castaldini                      - (si arrabbia) Perché? Osa do­mandarmi... Osa o non capisce niente. Perché allora non avrei preso una moglie, ma una go­vernante. Io sono un artista.

Francesca                      - Non si arrabbi: ho capito. Ma perché, se non è innamorato, strilla a quel modo? Non c'è mica solo la Francesca in que­sto mondo. Lei deve pensare per consolarsi(an­che se non è vero) a quel vecchio proverbio che dice: «Chi non mi vuole, non mi merita».

Castaldini                      - Ma intanto quella aveva detto di sì, e un'altra...

Francesca                      - E un'altra... non le dirà di no. A voi uomini fortunati in tutto! certe caldane, certi rimpianti vengono soltanto tra i qua­ranta e i cinquant'anni. A noi ragazze, molto molto prima: verso i trenta. Il desiderio della casa, di una persona che ci aspetti o che ci ritrovi quando torniamo, di un caro viso che non sia tutto sfiorito anche se porta già qual­che segno di solco e qualche po' di brina nei capelli, ci prende più come un languore che come una vampa... E nemmeno un languore. È una pacata dolcezza, un'attesa che vuol es­sere soddisfatta. Lei ha paura di non trovare un'altra Francesca?... Cento, mille... Guardi, si fa per dire: io mi chiamo Francesca Milani... Come quell'altra.

Castaldini                      - (la guarda, le afferra le mani) E lei sarebbe...? E tu saresti...?

Francesca                      - Io non ho detto niente... Ho parlato così, per fare un esempio. La conosco poco... Ossia poco. Forse più assai di quel che lei non crede. Il commendator Magaldi mi ha parlato tante volte di lei! Di quando era più giovane... (Con un sorriso) Anche più giova­ne... Se non si è guastato troppo... Mi diceva: « Stravagante, ghiribizzoso, ma un cuore, un talento...!».

 Castaldini                     - (è molto contento) Le ha det­to...? Chi? Barbèra?

Francesca                      - (con un dolce sorriso) Barbèra.

Castaldini                      - Ah, sì? Sa che le devo dire? Il posto di maestra non c'è. C'è un altro po­sto... se vuole?!

Francesca                      - (sorride) Non d'insegnante?

Castaldini                      - (la trae a se) No, di scolara. (La bacia) Prima lezione.

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

In casa di Prospero, pochi giorni dopo.

Una vasta sala, che è studio e stanza da pran­zo. C'è un'ampia tavola ingombra di carte e una più piccola dove d'ordinario il Maestro si fa servire i pasti. Per terra, accatastati agli an­goli, libri, spartiti, fasci sciolti di musica, due buste di violino.

Prospero                        - (che è solo, mugola, guarda attor­no, cerca se è possibile ottenere un poco più di largo e di respiro, ammonticchiando volumi e partiture. Fatica inutile. Ha sulle braccia una discreta pila di libri quando gliene scivola giù uno. Lo guarda e gli dice senz'ira) Se tu credi che io mi chini a raccoglierti, sbagli. Sai come si dice in bolognese?... (Campanello che suona alla porta. Prospero si raddrizza sulla vita) È lei! (I libri vanno in terra. Tace, aspet­ta sospeso) Non è lei... O è lei... Son diventato un ragazzo?

Giuseppina                    - (una donnetta fra i trenta e i quarant'anni entra e gli porge un biglietto da visita) Questo signore le vuol parlare.

Prospero                        - Che se ne vada. (Ora si china uno, ora si china l'altra a raccogliere i libri caduti).

Giuseppina                    - Ma sa chi è? No: non ha vi­sto nemmeno il nome.

Prospero                        - Non occorre: rendigli il bigliet­to e mandalo via.

Giuseppina                    - (sbuffa) Come vuole lei. (Si avvia) Nuvoli, nuvoli.

Prospero                        - Brontoli, brontoli. (La ferma a metà della stanza) Alt. Leggimi il nome.

Giuseppina                    - (legge) «Maestro Cesare...».

Prospero                        - Basta: è un maestro (cioè nes­suno). Domani al Conservatorio tra le undici e le dodici. In casa non ricevo.

Giuseppina                    - So la regola. Ma siccome lui dice che stasera deve partire e....

Prospero                        - (seguita) ... e io dico che tu sei una seccatrice; torni più tardi, se crede. Se no, niente. Via!

Giuseppina                    - (esce con in mano il biglietto).

Prospero                        - (riprende il suo lavoro di smista­mento. Quasi a mezza voce) Cosa fa quella donna! (Canticchia e cammina con altri libri in mano) «Vieni, o diletta appressati, ch'io ti conduca all'ara».

Giuseppina                    - (rientra) Mi dica, signor di­rettore.

Prospero                        - (spazientito) Un'altra volta?

Giuseppina                    - No, non è per la visita: tor­nerà tra un'ora. Ma lei non mangia oggi?

Prospero                        - (semplice) No, lei non mangia.

Giuseppina                    - Perché mangia in trattoria...

Prospero                        - No, lei digiuna in casa.

Giuseppina                    - Aspetta la sposina?...

Prospero                        - No. Sì. Non te ne occupare. Guarda qui, invece. (La trascina gentilmente a tutti gli angoli) Guarda che disordine... E qui... E qui... Cinquanta centimetri di polvere.

Giuseppina                    - So anch'io; ma lei non per­mette che si tocchi nulla: e allora come si fa?

Prospero                        - Si fa: si soffia. Con delicatezza: così. (Soffia e tossisce). Con metodo. (Tossisce). E la polvere va via.

Giuseppina                    - Sicuro: va in gola. La spo­sina, quando verrà la sposina, metterà tutto a posto. Anche la polvere.

(Campanello alla porta).

Prospero                        - (tonante) Via. A vedere chi è. (Giuseppina si precipita fuori). Se è lei... Se è lei, mi sente.

Giuseppina                    - (rientra sorridente) Sì, è la signorina.

Prospero                        - Bene. (Giuseppina esce. Pro­spero attende di pie fermo, in posa un po' teatrale).

Francesca                      - (più elegantina, più accurata, scherzosa, accenna quasi un inchino di sulla porta) Buongiorno, signor Maestro.

Prospero                        - No buongiorno: buona sera.

Francesca                      - (s'inoltra) Ha quasi ragione: sono in ritardo.

Prospero                        - (le va incontro, la investe) Tu non vieni dalla stazione.

Francesca                      - (semplice) Io no, ma le dirò dopo il perché.

Prospero                        - (è smontato) Vedo. (Si rimon­ta). E quando saresti arrivata?

Francesca                      - Sono arrivata stamane.

Prospero                        - Vedo. (Trae l'orologio per met­terglielo sotto gli occhi). Adesso sono precisa­mente... No, è fermo.

Francesca                      - Perché Francesca, la Fufi, mi ha voluto con sé a colazione.

Prospero                        - (sbalzo di voce) Aah! tu hai mangiato...

Francesca                      - E lei no? Oh! mi dispiace.

Prospero                        - Perché contavo di offrirti io da colazione... Tu invece no, mi hai anteposto, an-te-po-sto, quella brutta civetta di tua cu­gina.

Francesca                      - (lieve di tono) Mi ha tratte­nuta a forza...

Prospero                        - Aah! ecco; c'erano i carabinieri. C'erano? No, non c'erano, dunque...

Francesca                      - Ma Francesca ha tanto insisti­to: «Fermati; mi fai un gran piacere se ti fer­mi ». E io mi sono fermata.

Prospero                        - Logico! perché con lei ti di­verti.

Francesca                      - Questo sì... È vivace.

Prospero                        - Chi sa quanto avrete spettego­lato! Due ragazze insieme, giocano come i gat­ti: miao, miao, miao...

Francesca                      - (sorride) Proprio così, abbiamo miagolato insieme.

Prospero                        - Prima sgraffi, ora tenerumi.

Francesca                      - Niente sgraffi: non ci si cono­sceva e non ci si parlava... Del resto non ci ha fatto pace anche lei? Non disse anche lei, fino dal primo giorno: «Passiamoci sopra la spu­gna » ?

Prospero                        - Quale spu...? Ah! sì, per forza... Io sì, per forza: Trifaldi insegna al Conserva­torio... O andarmene io o riconciliarsi. Crede­vano di trovarmi moribondo o furioso e inve­ce... (Ride ripensandoci) Aaah! le facce: «Tu... Lei... Voi due... fidanzati? ». Ma la prima volta che mi capitano sotto, gliene dico quattro... Mi sfogo: « Vi siete portati in un modo vergognoso, ver-go-gno-so ».

Francesca                      - (sorride ancora, gli batte amoro­samente la spalla) Badi, veh, che se non era quella loro condotta vergognosa io non sarei qui. Eh? le pare? Bisogna esser logici a questo mondo. (Un po' civetta) Che se poi lei, signor direttore, si è pentito del cambio e si vuol ri­tirare, vossignoria è sempre a tempo, sa.

Prospero                        - (beato) Civetta. Sei una civetta, peggio di tua cugina. Eravate sole? Don Bar­tolo..., che poi è diventato Lindoro, non c'era?

Francesca                      - No. Era segnalato per più tar­di, ma io non l'ho visto.

Prospero                        - Avrete parlato di noi? Di me e di quell'altro insceminito di Trifaldi.

Francesca                      - Naturale.

Prospero                        - Avrete detto che siamo frolli.,.

Francesca                      - Frolli no.

Prospero                        - Maturi. Non smentisci, eh? Ma-turimaturimaturi.

Francesca                      - Maturi sì. Ma una volta sola. Del resto, meglio maturi che troppo acerbi.

Prospero                        - E poi? Che altro avete detto?

Francesca                      - Chi si ricorda! Tante cose!... Miagolii. Ecco, io ho proposto: «Visto che siamo cugine, visto che voi due siete amici e colleghi ci si potrebbe sposare lo stesso giorno, no? ».

Prospero                        - Capisco: « Mal comune, mezzo gaudio». Ma già! si attacca un cartello: «Oggi il Conservatorio è chiuso per epidemia matri­moniale».

Francesca                      - E Francesca, ha detto: « Si po­trebbe anche fare il medesimo viaggio di nozze ».

Prospero                        - Magari! Stesso treno, stesso va­gone, stesso albergo... due camere attigue, e a metà della notte: « Tumtum » colle nocche, e io che domando: «Voi, a che punto siete?...».

Francesca                      - Maestro, lei è di una sconve­nienza, lei sì, vergognosa.

Prospero                        - E dopo colazione che hai fatto? Perché adesso sono... (Le rimette l'orologio sotto il naso).

Francesca                      - (glielo allontana) È fermo. Sono andata all'albergo perché mi sentivo stanca. E ci ho dormito due ore. Con quell'idea di partire avevo vegliato quasi tutta la notte.

Prospero                        - Ah!... tu russi?

Francesca                      - (che non si aspettava la domanda) Come dice?

Prospero                        - Domando se tu russi quando dormi: ha la sua importanza!

Francesca                      - Non potrei giurare, ma non credo. E lei, Maestro?

Prospero                        - Io no. E smettila una buona volta di darmi del Maestro.

Francesca                      - Sarà fatto.

Prospero                        - E dammi del tu.

Francesca                      - Sì, Maestro.

Prospero                        - (scherzoso) E va' in malora.

Francesca                      - No, Maestro. Senta un po'... Mi posso mettere a sedere?... dove poi! (Sgom­bra una seggiola e siede). Ecco, qui. Dunque: magari lei ha ragione, che vorrebbe il tu... Ma per ora non mi riesce...

Prospero                        - E io te?

Francesca                      - Ma lei...

Prospero                        - (seguitando il tono di Francesca) ...Lei è un vecchio...

Francesca                      - Nooo. Ma lei è... (Inchino dal­ia seggiola). E io ero venuta nel suo regno per chiederle un posticino di supplente, e perciò tutta umile e sottomessa: io, la maestrina sen­za lezioni, lei il direttorone-one-one, io in ve­ste di postulante, lei in atteggiamento di un Nume. Vero o no?

Prospero                        - Sì, ma poi...

Francesca                      - Poi è successo quel che è suc­cesso: io che la volevo consolare dell'altra Francesca, lei che si è fatto avanti; io che ho accettato fin troppo presto a rischio di passare per quella che non sono... Ma io sono ancora in soggezione. Sì, poi siamo andati al « Caffè dell'Aurora» a prendere la panna coi cial­doni...

Prospero                        - Di', che panna!

Francesca                      - Squisita. E la mattina dopo ab­biamo fatto colazione insieme, lei... tu e io... Va bene così?... Ma da soli, proprio da soli, saremo stati cinque-sei ore in tutto. Troppo poco per arrivare alla confidenza. Le pare? Adesso che le ho spiegato il perché di questo mio disagio... no disagio, ritegno... neppure ritegno...

Prospero                        - Basta colle spiegazioni. (La ba­cia sulla fronte). Tutto è a posto. Dunque tu... senti come lo dico io?... tu sei stata a Cremo­na. (Ride). Ma ci sono stato anch'io!

Francesca                      - No! Lei?

Prospero                        - Per parlare col Barbèra.

Francesca                      - Quando? Io l'ho visto il Bar­be... il commendatore, ma non mi ha detto nulla.

Prospero                        - (soddisfatto) Me l'aveva giura­to! Iermattina. In sala d'aspetto a Cremona. Non avevo tempo di entrare in città perché vo­levo tornar via col treno successivo.

Francesca                      - (man mano si oscura sempre di più) Per chiedergli di me? Lei. è andato per chiedergli di me?

Prospero                        - Si capisce.

Francesca                      - Per avere informazioni sul mio conto...

Prospero                        - Si capisce.

Francesca                      - Ed è tornato soddisfatto?...

Prospero                        - ...sfattissimo.

Francesca                      - Dal Barbèra come si va da una metti donne! «Ma come pulisce i pavimenti?... E sa stirare a lucido?... Non mi ruberà sulla spesa?...».

Prospero                        - Si capisce. Prima di metterti in casa una cameriera, che tu puoi licenziare quando credi, domandi pure attorno a chi la conosce! E io non dovevo chiedere per una moglie?...

Francesca                      - ...che è più difficile liberar­sene? Giustissimo. E il Barbèra che le ha det­to? Se si può sapere...

Prospero                        - Come no! Mi ha confermato che tu sei una ragazza di principi sani, di buoni sentimenti. (Riferisce:) «Fu, fu fidanzata, o quasi, con un suo compagno di Conservatorio a Parma, che poi è andato nell'America del Sud e non se n'è più saputo né nova né no­vella... ».

Francesca                      - Le ha detto anche questo?!

Prospero                        - (col capo accenna di sì e prosegue) «La ragazza ne ha sofferto, ma non ne parla e nessuno ne vuol sentir parlare». «Ma...?» ho chiesto io. « No - dice lui - non credo che fossero andati sino in fondo».

Francesca                      - (balza in piedi per andarsene) Ah, senta!...

Prospero                        - (la trattiene) Che fai? Ti sei offesa?...

Francesca                      - (si vuol liberare) Mi lasci an­dar via.

Prospero                        - Niente affatto. Quando un ami­co, un uomo di coscienza mi dice: «Non cre­do » io mi fido, e non. ti domando più altro. Che tu abbia provato una delusione, un disin­ganno amoroso ne sono contento, io. Ma sì; perché tu, a questo modo, sentirai che riposo, voler bene a un galantuomo!

Francesca                      - (più debolmente) Mi lasci an­dar via. Liberi tutti e due, io e lei.

Prospero                        - (persuasivo) Ma perché? Quell'uomo lì... sì, il Parmense, per te è morto. E per me è come se non fosse mai esistito. Barbèra mi ha taciuto il nome, io non gliel'ho domandato... né lo voglio sapere. Sta' tranquil­la, dammi retta: il nostro fidanzamento pro­mette molto bene. Certamente. Perché quasi sempre tutto ciò che è improvviso ed estroso, alla fine risulta molto più saggio di quello che è combinato, meditato e ragionato. Vedrai: noi due ci potremo sopportare benissimo.

Francesca                      - Sopportare? Ma come? Le ba­sta che...

Prospero                        - Ti par poco? È moltissimo. Per i primi tempi, sì, ammetto, ci vuol qualcosa di più: gli sposi si debbono anche piacere. Ma poi, basta che si sopportino. Perché intanto si sono andati costruendo e consolidando abitu­dini e interessi a comune. È sopravvenuto il periodo della tolleranza, dell'adattamento reci­proco, del «potevo cascar peggio». La moglie finisce per trovare pittoresca la pelata del ma­rito e il marito giudica gustosa fino l'ocaggine della moglie.

Francesca                      - Perché, secondo lei, la moglie è sempre un'oca.

Prospero                        - (sentenzioso, definitivo) Sempre, figlia mia, sempre: il marito più modesto, al confronto della moglie è sempre un'aquila! (L'ha rimessa, tranquilla, a sedere). Ma la mo­glie se non è perfida, è sempre più equilibrata, più conciliante di lui, e dunque c'è compenso, sicché a questo modo si fa tutta la strada fino in fondo senza disastri. Fra mio padre e la mia povera mamma (ci ripensa) ci correvano più di vent'anni. Ventidue. Non vuol dire, tutto andò benissimo. (Dopo averci ripensato per ricor­dare, con tono leggero) Niente corna. Lei a lui no certo, lui a lei... non direi. Per lo meno di quelle vistose che ne discorrono i casigliani e volano i piatti all'ora dei pasti, no.

Francesca                      - Lei ha un certo modo di ra­gionare e di parlare...

Prospero                        - Ti ci abituerai. Mi metto a se­dere: è il tempo di riassumere. (Soddisfatto) Oooh! Tu non sei bella.

Francesca                      - (pronta) Lo so da me.

Prospero                        - Brava... Tu non hai dote.

Francesca                      - (subito, quasi offesa) Ma io glielo dissi subito che ero povera.

Prospero                        - (s'impone) Zitta li; sono il di­rettore del Conservatorio. Non sei bella e non hai dote: e per questo ti sposo. Si, perché una tanto più giovane di me e con quattrini non l'avrei voluta. Ma la dote te la faccio io.

Francesca                      - Ah! questo no. Che, oltre tut­to, lei...

Prospero                        - Te la faccio io. Subito. E così i miei professori - che cari! non potranno dire che tu mi prendi perché hai fame...! (Francesca vuol protestare). Sete... Appetito... Quel che vuoi tu. (Calmo, persuasivo e festoso) Domani... Domani no, perché è venerdì... Sa­bato mattina, noi due, andiamo insieme alla Banca: io ritiro i miei risparmi - settantamila lire in tutto, non t'illudere - e li metto in te­sta a te.

Francesca                      - Ma io non voglio.

Prospero                        - (affettuoso e imperioso) Zitta là. (Riprende) Senza che nessuno sappia, si ca­pisce. Nemmeno Barbèra; nemmeno Trifaldi; nemmeno quella carognetta di tua cugina. (Con­tento) E così i miei professori - che cari! diranno: «Castaldini! vecchio come il cucco, e si sposa una ragazza di venticinque anni... ».

Francesca                      - (rettifica subito) No, sono ventotto.

Prospero                        - Lo so: ma loro diranno venti­cinque per farmi dispetto. (Riprende) «Lui quasi cinquanta e lei ventiquattro. Trent'anni di differenza! E più di centomila lire di dote. Castaldini è nato con la camicia». (Si arrabbia) Quale camicia? Bugiardi, mascalzoni, maca­chi: fino a pochi anni fa, di mio, non avevo che la pelle. (Si è calmato). La pelle e la mam­ma da mantenere. (D'improvviso, tono piatto) Perché mio padre che aveva messo su un'offi­cina di riparazioni alle biciclette e alle moto­ciclette - gliele portavano sane e lui le gua­stava - un giorno si trovò... (A un tratto si ferma) Te l'ho già raccontato...

Francesca                      - Sì, dopo la panna.

Prospero                        - Ecco, una volta per sempre, quando ti racconto, che già sai, tu mi fai un gesto così: barba. Io risparmio il fiato e tu... (Chiassoso, beato) Ride! Ma guardatela com'è carina quando ride! Con tutta quella bocca larga... (Le stringe il viso tra le mani) Vene­re! In confronto a me sei Venere.

Francesca                      - (commossa, esitando) Senti Prospero, io ti voglio dire una cosa.

Prospero                        - Dilla.

Francesca                      - Quel tale... che era partito per l'America... che gli volevo bene... perché io gli ho voluto molto bene... (Sospende).

Prospero                        - (gelido, logico) ...siete andati in fondo.

Francesca                      - (protesta con un grido) Ah! no, ti giuro.

Prospero                        - (calmo, col gesto pare le voglia chiuder la bocca) Basta, ti credo. Avevi av­viato il discorso in tempo di marcia funebre e io... Ho sbagliato, tanto meglio. E allora? Quel tale che gli volevi tanto bene...

Francesca                      - È tornato in Italia.

Prospero                        - Oh!

Francesca                      - E l'ho visto. Non che io l'ab­bia cercato, no, ma ci siamo incontrati.

Prospero                        - A Cremona?

Francesca                      - No, qua, stamani, per istrada, proprio in faccia alla casa di mia cugina. E per questo ci sono andata: lui non la finiva più di parlare, gridava anche; io ho traversato di cor­sa la strada e mi sono rifugiata da lei.

Prospero                        - Ma se non ti ci fermavi a di­scorrere...

Francesca                      - Lui, lui mi ha fermata. Mi si è piantato davanti, ostinato non mi lasciava più andare, ma io gli son scivolata via e su, di un fiato, nel portone di Francesca e per le scale.

Prospero                        - E che voleva, che diceva?

Francesca                      - Che è tornato per me dall'A­merica, che mi ha subito cercata a Cremona, perché i suoi sentimenti a mio riguardo non son mutati da allora... Ma come? in due anni non ha trovato un minuto per scrivermi, e adesso, tutto a un tratto... Ah! gliel'ho detto sul muso: «Lei è falso come Giuda».

Prospero                        - E poi? Sentiamo il finale.

Francesca                      - Lui insisteva che era pentito e io gli ho detto: «Il pentimento, se anche ci fosse, è tardivo. Io mi son fidanzata».

Prospero                        - Ti avrà chiesto con chi.

Francesca                      - Lo sapeva. Da ieri. « Lo so, e so anche chi è lui».

Prospero                        - Mi conosce?

Francesca                      - Soltanto di nome.

Prospero                        - (a mezza voce) Prospero Castaldini fu Michele. E poi?

Francesca                      - Poi nient'altro perché, ti ho detto, lui cominciava ad alzare la voce e io sono scappata.

Prospero                        - Insomma, tu non ne vuoi più sapere.

Francesca                      - No, no, no. Assolutamente, no. Piuttosto, guarda: mi rinchiudo in convento.

Prospero                        - (sempre calmo) Pare un libretto d'opera! Hai fatto bene a dirmelo, perché così io mi regolo. Anche se - faccio per dire - mi venisse a cercare so come regolarmi.

Giuseppina                    - (entrando) C'è il professor Trifaldi. (Moto di sorpresa di Prospero e Fran­cesca). Con la sua signorina.

Prospero                        - Anche! (A Francesca) Che vo­gliono?

Francesca                      - Io non so niente.

Prospero                        - Lei, la ragazza, non ti aveva preannunziato questa visita?

Francesca                      - Ma no, niente.

Prospero                        - (a Giuseppina) Hai mica detto che non ero solo.

Giuseppina                    - Né mi hanno chiesto, né io ho detto.

Prospero                        - (a Francesca) Allora tu (apre una porta laterale) va' di là. Se è il caso ti chiamo.

Francesca                      - (sorridendo) Ma non mi chiu­dere come l'altra volta.

Prospero                        - No, tesoro. (Francesca esce a si­nistra. Prospero a Giuseppina) Vengo io. (Giu­seppina esce. Prospero dà una gran scossa ai capelli, poi di sulla porta donde entreranno i visitatori, andando loro incontro) Avanti, signori, avanti. (Francesca 2a e Trifaldi entrano con un certo imbarazzo).

Trifaldi                          - (a mezza voce) Ciao, Prospero.

Francesca 2a                  - (carina, vestita all'ultima mo­da, labbra dipinte, unghie rosse, disinvolta) Signor direttore...

Prospero                        - (le si pianta davanti, un po' bru­sco, ma non aggressivo) Lei sarebbe?... Ah, sì! Ora mi ricordo. La mia ex futura... Si acco­modino. Accomodatevi. (Semplice) Vi faccio portare subito il caffè.

Francesca 2a                  - Non si disturbi. L'abbiamo già preso.

Trifaldi                          - Non è il caso...

Prospero                        - No, no: al mio paese, quando due fidanzati vengono a farvi la prima visita, c'è l'uso di offrire il caffè. Augurale.

Trifaldi                          - Senti, caro...

Prospero                        - Non ammetto eccezioni alla re­gola. Giuseppinaaa. (È andato alla porta) Due caffè ben caldi. Anzi tre. (A Trifaldi) Bevo anch'io. (Tornando indietro) Oh! dunque, voi venite da me per una visita di dovere.

Trifaldi                          - Ecco, se tu mi lasci parlare...

Prospero                        - Niente affatto, prima parlo io.

Trifaldi                          - (remissivo, ma insinuante) Perché c'è una novità...

Prospero                        - Vedremo dopo. Intanto liqui­diamo il passato.

Francesca 2a                  - Sì, paparino. (Gentile, in­sinuante) Lascia parlare il signor direttore.

Prospero                        - (a Trifaldi) L'hai sentita? Chic, questa sposina, molto chic. Io non mi posso lamentare perché Francesca è un tesoro           - non questa qui, quell'altra - ma ciò non toglie che tu - voi, d'accordo - non mi abbiate fatto una cattiva azione. E tu, Trifaldi, una ben me­schina figura. Tu, come uomo e come musi­cista...

Trifaldi                          - Anche la musica, tiri fuori! Se tu mi lasci dire...

Prospero                        - Nossignore. Tu sei un uomo sen­za idee, ecco. Al pianista esecutore, io mi levo tanto di cappello (e si leva un cappello imma­ginario). E anche al solerte insegnante... Si dice così: l'insegnante è sempre solerte. Ma idee tue, ispirazione tua, invenzione tua, niente.

Trifaldi                          - (stanco, senza ribellione) Prospe­ro, ti prego...

Francesca 2a                  - (a Trifaldi, gentilissima) La­scia che il direttore si sfoghi...

Prospero                        - Precisamente! mi sfogo. (A Tri­faldi) E così nella vita. Tu vieni a sapere che io mi voglio sposare. Un altro uomo al tuo posto, che pensa, che fa? «Ah, sì?: lui si sposa? Io per esser diverso da lui, personale, autono­mo, io... scappo. Con una dattilografa, con la figlia della portinaia, con una qualunque. Scap­po». Tu, invece, no. Tu dici: «Aah! Lui si sposa? Mi sposo anch'io».

Trifaldi                          - Mi son comportato male, lo ri­conosco. Hai finito?

Prospero                        - (senz'ira, ma risoluto) No. E chi, chi vai a sposare? Fra tanti milioni di donne quale scegli? La mia, quella che piaceva a me. Questa qui. E tu l'avevi tra i piedi da dieci, quindici, venti anni! Plagiario, tu non sei che un plagiario. Ora che mi sono sfogato, parla.

Giuseppina                    - (entra col vassoio del caffè, il bricco, la zuccheriera, le tazzine) Ecco il caffè.

Prospero                        - Sempre inopportuna! Metti là... (Ma non c'è un vero posto libero, disimpegna­to). O metti qua... Metti per terra, dove ti pare e vattene. Ci serviamo da noi.

Giuseppina                    - (depone in un angolo il vassoio) Bolle. (Esce).

Trifaldi                          - Ora posso parlare? C'è una no­vità.

Prospero                        - L'hai già detto: sentiamola.

Trifaldi                          - Dimentichiamo il passato... Quel passato che è di ieri, non il passato più antico che vuol dire, tra noi inalterata e ininterrotta amistà e colleganza.

Prospero                        - La prendi da lontano, ma parli bene.

Francesca 2a                  - (sorride).

Trifaldi                          - Tu sei per me due autorità, due persone: il direttore e l'amico. Io vengo dall'uno e dall'altro. In tanti anni questa è la prima o, al più, la seconda volta... no, è la prima, che ti domando un favore. E in nome di quel passato ci conto.

Prospero                        - Tu vieni a chiedermi dei quat­trini...

Trifaldi                          - No. Niente affatto. Il direttore... Io sono venuto dal direttore. Io ho bisogno di otto giorni di permesso, di libertà. Se ti devo scrivere la richiesta ufficiale ti stillo qui la let­tera. (Abbandona le braccia sui fianchi) «Ra­gioni di salute ».

Prospero                        - (schiettamente affettuoso) Che hai? Dovevi dirmelo subito; non ti senti bene?

Trifaldi                          - Ho bisogno di andar via. Pro­spero, ho bisogno di andar via.

Prospero                        - E tu vai, che diavolo!... La sa­lute prima di tutto. E se otto giorni non ti ba­stano saranno dieci, quindici... I ragazzi meno studiano e meglio riescono. Lei, naturalmente, ti accompagna.

Trifaldi                          - (lento) No. Ecco la novità: Vado solo; non ci sposiamo più.

Prospero                        - Cosa dici? Ah! senti, non mi fare il pagliaccio.

Trifaldi -                        - Domanda a lei. Apposta, ho vo­luto che venisse.

Francesca 2a                  - Sì, signor direttore. Sono qui per confermare: confermo.

Prospero                        - Che non vi sposate più?

Francesca 2a                  - Che non ci sposiamo più.

Prospero                        - Se Francesca mi ha detto che stamani a colazione avete parlato, progettato, combinato: matrimonio simultaneo, vagone cu­mulativo, camere comunicanti...?

Francesca 2a                  - Sissignore: spunti per chiac­chiere o poco più. Ma questa nostra decisione ultima, di non farne più di nulla, si è maturata un'ora fa ed è ormai irrevocabile.

Prospero                        - (come lo dicesse a se stesso, a mez-zo voce) Io no, lui no... C'è un terzo all'orizzonte?

Francesca 2a                  - (sorride) Non c'è nessuno, nemmeno alle viste. Sede vacante. E, guardi, se ci ripenso, di lei, di aver detto a lei prima di sì e poi di no, mi sono pentita.

Prospero                        - (senz'ira) Oe, dì ben su, ragazzola, mica vorresti prendermi in giro?

Trifaldi                          - (rassegnato) No, no, è sincera; lo ha detto anche a me.

Francesca 2a                  - Sì, perché è la verità. Con lei, per lo meno, era più bizzarro, più spassoso. E anche più ragionevole. La vostra età, su per giù, è la medesima, e quanto al resto tutto meglio lei. Perché ci siamo accorti, lui e io, prima più io che lui, ma poi anche lui ne è convenuto, si è persuaso, che noi due non sia­mo fatti uno per l'altra.

Prospero                        - (sbalordito, a mezza voce) «Pa­parino, paparino...».

Francesca 2a                  - Ecco, appunto: come pa­drino e figlioccia si andava d'incanto, e proprio questo ci aveva illuso in un primo tempo; quell'altra cosa, quell'altra idea - sposi - guasta tutto. Perché andiamo troppo d'accordo.

Prospero                        - Sarebbe a dire?

Trifaldi                          - Ora ti spiego. Noi due...

Prospero                        - No, lascia che parli lei. (A Fran­cesca 2a) Parlare.

Francesca 2a                  - Noi, noi due (indica Tri­faldi) ci conosciamo troppo e da troppo tempo. Io ero così, guardi... (fa il gesto) piccolina pie-colina...

Prospero                        - E già pazza...

Francesca 2a                  - E un poco pazza. Ma adesso ragiono bene e ragiona bene, vede bene, anche lui. Ci conosciamo tanto noi due - me e lui -, che non possono esistere imprevisti, inquietu­dini, sorprese, dubbiezze, paure... «Che farà? Dio mio, che si aspetterà da me? Che mi posso aspettare da lui? ». Niente. Tutto va liscio li­scio liscio come un olio. Cioè non va.

Prospero                        - Manca il sale.

Francesca 2a                  - Manca il sale, manca l'ace­to, manca il pepe... Manca tutto. Il romanzo e l'idillio. Perché io so già da un pezzo, da sempre, quello che piace a lui e quello' che lui non approva. Prima « paparino », ora7 fidanza­to...? È mutato l'abito, ma la persona è la medesima. Poniamo: mi chiede un bacio? Me lo dà lui? Lo conosco quel bacio. L'intenzione è diversa, ma lo so già. E quando come un aspirante, come un innamorato lui mi voleva abbracciare, mi abbracciava, a momenti mi pa­reva che la sua pretesa fosse fuori luogo e peccaminosa. «Ma come, un quasi papà, uno che è stato come un papà fino a ieri...? ». Ma via...

Prospero                        - Non ci avevo pensato.

Trifaldi                          - E non ci avevamo pensato noi! Tutti questi giorni: aspetto una carezza, la sol­lecito? Mi guarda, sbotta in una risata, si scher­misce, mi allontana con la mano... Una volta «passi», due «abbiamo pazienza», ma sempre uguale o sempre peggio... basta. E perciò me ne vado per otto giorni e mi rimetto la testa a posto. Almeno tento, spero.

Francesca 2a                  - Vedrai che guarisci. È una caldana che ti passa presto. A me è già passata.

Prospero                        - (riflette) Che cosa vi posso dire? Sono sbalordito. Io vorrei... (S'interrompe, perché l'occhio gli è andato al vassoio, al bricco) il caffè non è più il caso, mi pare. Si è fred­dato anche lui. Però...

Giuseppina                    - (entra) È permesso?

Prospero                        - Vieni a prender le tazze? Non abbiamo bevuto, ma puoi portarle via ugual­mente.

Giuseppina                    - Non è questo: è tornato quel signore di prima...

Prospero                        - Quale sign...? (Si ricorda) Ah! il maestro. Hai mica detto che c'erano...? (indica i due).

Giuseppina                    - Né lui mi ha chiesto, né io ho detto.

Prospero ...................... - E allora fallo entrare. (/ due accennano ad andarsene). No, no, restate pure: lo sbrigo più presto. Non ci possono essere segreti. (Giuseppina esce). È un maestro: viene certo per cose d'ufficio. Ma deve partire in se­rata e per questo... (Va alla porta) Venga pure avanti.

Granzioli                       - (un bel giovanotto elegante, disin­volto, entra deciso) Lei mi deve scusare se... (Vede ad un tratto i due e non si mostra con­tento della loro presenza). Oh! Io credevo...

Prospero                        - Lei si chiama?

Granzioli                       - Sono il maestro Cesare Gran­zioli. Forse il mio nome non le riuscirà nuovo.

Prospero                        - Mai sentito nominare. (Sicuro, per quanto interroghi) Maestro di musica, eh? (Granzioli consente col capo. Prospero presen­ta svelto) Il maestro Granzioli, il professor Tri­faldi, insegnante al Conservatorio e concertista insigne, la signorina Francesca Milani...

Granzioli                       - (di colpo) Ah! no.

Prospero                        - (irritato) Come no?

Granzioli                       - Francesca Milani è un'altra. La conosco bene, io.

Francesca 2a                  - (sorridente gli va incontro, si diverte) Il solito equivoco. Lei ha ragione, ma ora le spiego.

Prospero                        - (ha capito subito) Aaah! (A Francesca 2a) Tu non gli spieghi niente, perché tu non sai niente. (E la tira indietro). Io so; io ho capito. (A Granzioli) Lei Conservatorio di Parma, vero? Bene. Lei America del Sud? Be­nissimo. Senonchè - stia attento al senonchè - senonchè lei in America, a Buenos Aires, a Montevideo non so bene dove, lei dirigeva l'or­chestra, montava gli spettacoli, si divertiva an­che... ma non scriveva. Non scriveva a chi avrebbe dovuto scrivere. Ci sono? Ci sono. «Io ti voglio bene. Tu mi vuoi bene. Musicista tu, musicista io. Ci sposiamo». Tutto questo a Parma e a Cremona... ma dall'America niente. In America altre donne più vistose, più bril­lanti... Sott'acqua per due anni, o a fare il morto. Ora galleggia un'altra volta. Risuscita. Troppo tardi perché il posto è occupato. Non c'è più niente da sperare, da aspettare: France­sca Milani - non questa, quell'altra - perché sono due, cugine, figlie di fratelli, omonime - quell'altra me la sposo io. Ecco fatto.

Granzioli                       - Un momento, signor direttore... Mi lascia parlare un momento? Anche per chia­rire a questi signori. Riassumo come ha fatto lei. Molto da fare in America, le occupazioni, le distrazioni, la distanza, scriverò stasera, scri­verò domani, dovrebbe esser lei la prima; ah!, lei fa l'offesa o l'indifferente?... E così silen­zio da parte mia, non perfettamente giustificabile - lo riconosco - ma perdonabile. (Si vol­ge a Francesca 2a) Lei, signorina, che è donna, che è giovane, in un caso simile non perdone­rebbe, non dimenticherebbe?

Prospero                        - Però...

Granzioli                       - Mi lasci parlare ancora un mo­mento? Un giorno - cose che non si spiegano ma accadono - a un tratto, da un minuto all'altro, sento come una puntura, un rimpianto, un quasi rimorso. «La tua vita è vuota, senza una donna non c'è pace, serenità, volontà di lavoro, che fai qui solo? La tua donna, quella che ti eri scelto è in Italia... Va dunque in Ita­lia a cercarla, a scusarti, a spiegarti». La sta­gione lirica terminava dopo due giorni con l'o­pera il Trovatore...

Prospero                        - Chi era il tenore?

Granzioli                       - Eccellente: Malusardi.

Prospero                        - (freddo) Malusardi? Cala. Vada avanti.

Granzioli                       - Io non direi. Non è più molto giovane, ma...

Prospero                        - Malusardi, cala. Si lasci servire.

Granzioli                       - Dicevo? Ah! Corro alla Compa­gnia di Navigazione per il passaggio, mi im­barco, scendo a Genova, corro a Cremona... Mi dicono che la signorina è qui, corro qui...

Prospero                        - Lei corre, corre... ma arriva lardi. In questo caso, le ho già detto, non c'è più niente da fare.

Granzioli                       - Ne è sicuro?

Prospero                        - Sicurissimo.

Granzioli                       - Non è disposto a cedere... a farmi riparlare con la signorina?

Prospero                        - Non sono disposto perché è per­fettamente inutile: Francesca mi ha parlato chiaro.

Granzioli                       - Dopo aver discorso con me?...

Prospero                        - Dopo: lì, guardi lì, dove è lei, un'ora fa.

Granzioli                       - E non può mutare?

Prospero                        - No.

Granzioli                       - Mi piacerebbe sentirmi ripetere quel ceno» anche dalla signorina.

Prospero                        - No, s'inganna. Non le piacereb­be. Sa perché insiste, lei? Perché obbedisce a un risentimento. Si ostina per un ripicco. Lei si sente umiliato, diminuito perché deve rinun­ciare a un progetto di matrimonio. Crede forse di essere il primo, l'unico a trovarsi in queste circostanze? Nemmen per idea. Guardi, per esempio, il mio amico Trifaldi. Anche lui cre­deva... Ha rinunziato di buona voglia, si è ras­segnato.

Trifaldi                          - Prospero, mi pare che avresti po­tuto fare a meno...

Prospero                        - (semplice, tranquillo) Non ti sei rassegnato? Se me l'hai detto ora! Facevo per dare un esempio. (A Granzioli) Anche un altro, uno che gli voglio bene come a un fratello... più che a un fratello... come a me stesso,ecco... anche lui si è rassegnato. Anzi, meglio, molto meglio. La prima che gli aveva detto: «Sì, spo­siamoci » non lo voleva più. E lui ne ha scelto un'altra, ne ha trovato subito un'altra. Non c'è da sgomentarsi per così poco: a questo mondo non c'è abbondanza che di gonnelle. Guardi qui, per esempio... (Afferra la mano di Fran­cesca 2a) Guardi qui, che bella giovane!

Francesca 2a                  - Signor direttore, signor direttore...

Prospero                        - Lasciami fare. (Indica Granzio­li). E lui non è un bel giovane? È un bel gio­vane. (Indica a Granzioli il Trifaldi) Quello lì, il professor Trifaldi - gran pianista, sa! quello è il suo padrino. Basta il suo consenso. (Indica Francesca 2a che non ha più abbando­nato) Guardi e consideri: Francesca questa, Francesca quella; fresca, sana... guardi i den­ti... suona, balla, canta... Lei dunque resta in famiglia e nella musica. E c'è anche la dote! Lasci l'altra e prenda lei... Questa o quella...

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Camera decoroso, di un buon albergo mo­derno.

(Quando si apre il sipario la stanza è vuota. Dopo un momento si spalanca la porta. Entrano: una vecchia cameriera e Prospero, con un gran cappello molle in testa, un mazzo di fiori in mano, tutto rimesso a nuovo).

Cameriera                      - (poiché Prospero ha guardato at­torno e ha visto che non c'è nessuno) Ecco, si è persuaso che è uscita? Gliel'avevo detto: l'ho veduta andar fuori e non l'ho più vista tornare...

Prospero                        - (remissivo) Hai ragione tu. Eh! già,» non mi avrà aspettato a quest'ora perché l'avevo avvisata: «Nel pomeriggio c'è l'esperi­mento scolastico...». E difatti l'esperimento c'è. Non ti ha detto quando sarebbe tornata? Cameriera         - Non so nulla.

Prospero                        - Sarà meglio che io vada al Con­servatorio. Avrei voluto... (Mostra i fiori). Ma contro la forza maggiore, contro... il fato... Che ne dici?

Cameriera                      - Scusi, signore... non è per su­perbia: ma come mai lei mi dà del tu?... Se non mi conosce!...

Prospero                        - Nemmeno quell'altro Signore co­nosco, cara (e la carezza sui capelli), eppure do del tu anche a lui: «Padre nostro che sei nei cieli...». (Guarda i fiori) E questi?...

Cameriera                      - Se crede li può lasciare... Glie­li metto in fresco. (Allunga la mano).

Prospero                        - (si sottrae come se difendesse una creatura) No, me li porto... e li riporto più tardi. Perché se glieli do io, dice: «Ah che bei fiori». E se li trova in fresco, anche se lo dice, io non la sento, e non godo della sua sor­presa. Lei" gode e io non godo. Non è giusto perché i soldi li ho spesi io. Ti persuade?

Cameriera..................... - (scuote la testa; a mezza voce) Ce ne sono, ce ne sono...

 

Prospero                        - lo vado. Non dire alla signo­rina che ci sono stato io. Perché altrimenti si cruccia di-essere uscita. E se ti domanda: «Chi ha lasciato quei fiori? »...

Cameriera                      - Ma non se li porta via?...

Prospero                        - Hai ragione: ho la testa all'es­perimento, perché devo dettare il tema... Ma se ti chiede: «C'è stato nessuno a cercarmi?» tu o non rispondi, o rispondi: «Sì, un bell'uomo». Vedrai che indovina subito. (Ride e se ne va).

Cameriera                      - Ce ne sono, ce ne sono... an­che fuori del manicomio. (Poiché è in camera, rimette al loro posto le robe, esce).

(La stanza ritorna a esser vuota. Dopo un breve lasso di tempo la porta si apre ancora ; entrano Francesca e Fufi).

Francesca                      - Ma guarda la combinazione! Venivi proprio da me?

Fufi                               - Eh! mi pare. Ti ho aspettato in casa ieri, stamani...

Francesca                      - (si leva il cappello) Levatelo anche tu. Ne avevo proprio l'intenzione, e poi...

Fufi                               - Come stai? Vediamo la faccia. Pallidetta, no?

Francesca                      - (accenna un mezzo sorriso) Sai pure... io non mi tingo...

Fufi                               - E fai male: ci perdi e passi per ec­centrica.

Francesca                      - Sono arrivata fino alla posta, per una lettera che mi premeva. Sono tanto più contenta che tu sii venuta in quanto mi sa­rebbe dispiaciuto non salutarti. Domani parto.

Fufi                               - Ah!... Dove vai?

Francesca                      - Me ne terno a Cremona per qualche po' di tempo. Qui troppi trasalti, troppo movimento, troppi rumori... Sono provin­ciale e a vivere fuori di casa e in una città grande, mi stanco. Non sono fatta per la trat­toria e per l'albergo.

Fufi                               - Ti avevo pur detto di venire alla mia pensione; una cameretta piccola ma pu­lita c'è ancora libera: sei sempre in tempo.

Francesca                      - Ti ringrazio, non è il caso. A Cremona mi riposo, mi metto tranquilla.

Fufi                               - Ma lui, il direttore, ti lascia andare senza proteste?

Francesca                      - Dice: «Regolati come credi meglio». (Un. velo di' malinconia). È tanto buono!

Fufi                               - Buonissimo. Stravagante, che a mo­menti gli dà fuori il matto, ma simpaticone. Mi piace... (Francesca la guarda sottecchi). Mi piace molto, ti giuro. Se un altro mi avesse fatto quello scherzetto dell'altro giorno - gio­vedì - tu non c'eri, ma lo saprai di sicuro- (Francesca accenna di sì), passava un quarto d'ora, ti dico io... E invece anche in quel mo­mento lì, io mi chiedevo: « Lo abbraccio o lo sgraffio?»... E avete poi fissato la data? Quan­do sarà?

Francesca                      - Presto. Più presto che si può. Vado a Cremona anche per questo, per accelerare i tempi; ho ancora da sbrigare tante cose e cosette... acquisti, visite, partecipazioni... Pensa che di queste mie nozze fin qui non ne ho scritto nemmeno a mio padre.

Fufi                               - Nemmeno...?

Francesca                      - No: neanche papà, a suo tem­po, mi chiese il permesso di risposarsi: lo seppi quando già erano affisse le pubblicazioni di rito sull'albo del Comune... E non l'ho buttata più giù. Dunque da parte mia non era il caso che mi affrettassi. Ma quando lo verrà a sapere darà un gran respiro. E la moglie più ancora di lui. Non si sa mai: una ragazza vecchia un giorno o l'altro vi può cascare a ridosso. (Dura) E non ranno che io... Vedi: piuttosto che ricorrere a loro vorrei chieder l'elemosina, morire di fame.

Fufi                               - Ecco, ora il pallore se n'è andato. (Allunga la mano per prendere uno specchiet­to) Guardati come stai meglio.

Francesca                      - (allontana vivacemente lo spec­chio) Lascia andare, oramai... Adesso se mi vuoi dire di te. (Con lieve imbarazzo) Trifaldi, liquidato, eh? (Fufi accenna di sì). Ma «finito definitivamente » ?

Fufi                               - Perché? Disapprovi?

Francesca                      - (enigmatica) Odio...

Fufi                               - (con una smorfietta) Uhm! Troppo vecchio.

Francesca                      - Ti ringrazio! Attenta alle gaffes.

Fufi                               - (subito, schietta) Che c'entra! Vuoi fare un confronto? Il tuo... sì, il direttore ha lo spirito, la vena, l'energia di un uomo di vent'anni. (Ricorda e sorride). Quello è un dia­volo. Trifaldi è una pappafredda. Galantuomo, danaroso, mi ha sempre voluto un gran bene... ma... no, no. E anche lui ha chiuso la paren­tesi ed è tornato subito alle sue funzioni con­genite.

Francesca                      - Sarebbe a dire?

Fufi                               - Congenite: c’è chi nasce guardia mu­nicipale, chi nasce «cocotte»... e lui è nato « paparino ». Ne vuoi la prova che è nato papà? Ha chiesto e ottenuto dal direttore l'autoriz­zazione a partire e poi non è più partito. Né l'altro ieri, né ieri, né oggi; sai perché?... Perché si è messo in testa dopo quella mattata del tuo... sì, del direttore, che poco meno mi ha buttato tra le braccia del tuo... sì, del mae­stro Granzioli, si è messo in testa che deve aspettare, deve sorvegliare, deve trovarsi pre­sente nel caso che... Insomma, è in attesa di possibili sviluppi nella situazione... (Come meno sicura, attenuando) Che non ci saranno.

Francesca                      - (un po' secca, come per chiudere) Ho capito.

Fufi                               - Credi anche tu che non...? (Ora ride). Ma pure sai che è buffa? Tre, tre uo­mini. In pochi giorni io sono passata, incolu­me, ma ci sono passata, per tre uomini. È vero che il terzo... il tuo, se non era il direttore che prendeva l'iniziativa...

Francesca                      - (ora non si tiene) Be', di' un po', tu: lo hai più rivisto?

Fufi                               - (sorniona) Chi?

Francesca                      - Lui... il Granzioli.

Fufi                               - Io no. E tu? Ma il direttore ti ha raccontato come si svolse, diciamo, il fattac­cio? Quando lui...? (Fa con le braccia il gesto di chi butta un pallone, e lo segue col corpo). Perché tu non hai visto: non c'eri...

Francesca                      - Mi ha raccontato.

Fufi                               - Ma fino a che punto? Ti avrà detto fino al momento che il Granzioli se ne venne via furibondo... Perché era sbalordito, imbe­cillito e furibondo. Sfido io! Lui viene per re­clamare un suo diritto...

Francesca                      - (secca) Sbagli, nessun diritto.

Fufi                               - Accetto la correzione... Comunque viene per te, e si trova di fronte a un energu­meno che gli dice sul muso: «Nossignore, quel­la no: la vede quest'altra ? Lei si deve prendere quest'altra...». Nemmeno fossimo due cravatte: « Quella è venduta, ma questa le va bene al viso ». Era furioso, Granzioli, tanto che Tri­faldi, prudente, per evitare un guaio grosso lo prese sottobraccio e se lo portò via. E io die­tro, dietro, dietro, rossa, verde, gialla, di tutti i colori. Poi lui, Granzioli, con me fu genti­lissimo: mi chiese scusa, come SS lui ci avesse avuto una parte di colpa e, per galanteria, si capisce, arrivò a dire di me a me: «Magari se fosse! ».

Francesca                      - Ah! ecco; disse: «Magari se fosse! ».

Fufi                               - Galanteria... Ci invitò a bere un tè, pagò lui... ti dico, gentilissimo. Parlò dell'Ame­rica, della stagione d'opera a Buenos Aires, del­la gran popolarità dei nostri cantanti...

Francesca                      - (aspra) Ma di me - lascia le chiacchiere - che cosa disse di me?

Fufi                               - Ah! mai più nominata. Disco chiu­so. Fu cavaliere.

Francesca                      - Ma sì!

Fufi                               - Però non ti nascondo che io mi sen­tivo a disagio. Come una merce offerta e rifiu­tata. Poi, quando noi ci congedammo, lui, Granzioli, promise a Trifaldi che sarebbe an­dato a trovarlo e disse che, naturalmente, sa­rebbe stato molto contento se ci avesse incon­trato anche me...

Francesca                      - Ecco. Ora ci siamo! E quando venne da Trifaldi, che ti disse?

Fufi                               - Nulla, perché ancora non è venuto.

Francesca                      - (sbotta) Ma tu non sei più uscita! Perché aspettavi che Trifaldi ti chiamasse... Sta' tranquilla, un po' di pazienza e verrà. Va', va', hai una faccia di trionfo...

Fufi                               - Ma Francesca, che dici?

Francesca                      - Quel che mi pare. Ma se tu credi che ne soffra, sbagli. Non me ne importa più niente: di tutto quello che lo riguarda, più niente. Io ho dato la mia parola a un galan­tuomo, che è un artista, che è un grande ar­tista, uno che se gli chiedo il sole, mi dà il sole; la luna, la luna...

Fufi                               - ...le stelle, le stelle. Lo so...

Francesca                      - ...e dunque se ti piace quello lì, giragli pure attorno, covalo, sposalo... Anzi, se vuoi che io ci metta una buona parola, non hai che da chiedere e sono pronta anche a questo.

Fufi                               - (senz'ira, logica) Oh! senti veh, - non che io lo creda possibile, ma, in fondo, se anche io lo sposassi, saremmo pari: tu mi hai preso il mio, io ti prendo il tuo.

Francesca                      - Io? Che ti ho preso, io? Tu lo avevi lasciato, e malamente.

Fufi                               - (sempre tranquilla) E io? Che ti prenderei? Non lo avevi lasciato tu? E da un gran pezzo. Non me lo dicesti tu stessa l'altro giorno, quando ti rifugiasti da me, per la sua persecuzione, e non lo hai ripetuto al diret­tore?...

Francesca                      - Oh! potresti anche dire «a Castaldini», «a Prospero», ce al tuo fidanzato».

Fufi                               - Rispetto, nient'altro che rispetto da parte mia.

Francesca                      - Del resto, sì, è vero, convengo. «Accetto la correzione», come hai detto tu: non mi hai portato via nulla. Perché oramai... da quando... (non finisce) ...il caro signor mae­stro concertatore Cesare Granzioli è libero che se lo può prender chi vuole. Perché io non sono una di quelle che si attaccano a un uomo come sanguette, che danno e si prendono anti­cipi, che cascano o si lasci-ano cadere magari due, tre volte di seguito... Amore purissimo, sai, il nostro: tenere strette di mano, dolci pa­role, qualche rapido bacio, e lacrime molte - quelle sì, molte - alla partenza, ma la testa al posto. Pulizia. Né freddezza, né paura: no, rispetto di sé. Sudice donne ne poteva trovare quante ne voleva... e ne troverà ancora - pen­sa un po' - un direttore d'orchestra, ma io no! E Dio sa il bene che gli ho voluto. Sei anni - anche più, anche più - di grazia e di struggimento, che non lo sapeva e non lo im­maginava nemmeno... Il mio sogno e il mio respiro. E poi, appena lontano, come uno strac­cio polveroso, come una cosa morta per lui... Che canaglia, che canaglia! (D'impeto) Vatte­ne, vattene, vattene: che io non vi veda più, né lui né te. Hai capito? Via! (È spossata).

Fufi                               - (l'abbraccia) Altro se ho capito! Là, là, là. Caro il mio donnino: dovevo farti can­tare; hai cantato. Io, sì, ho avuto l'onore della visita del maestro Cesare Granzioli; sì, è ve­nuto da me, ier sera, e se non lo mandavo via sarebbe ancora lì, ma per parlarmi di te, per scongiurarmi che io ti riparlassi di lui, che io ti confermassi il suo pentimento. «Io alla Chic­chi - pare che ti chiamasse ce la Chicchi » - ho già chiesto perdono, ma lei, signorina, in­sista». E io a lui: ce Sissignore, faremo anche questo». Ti ho aspettata tutto iersera, tutto sta­mani... niente. Lei non viene? Andrò io. Poche parole: sei disposta o no a perdonarlo e a spo­sarlo ?

Francesca                      - (le si abbandona fra il pianto e il riso) Fufi mia, Fufi mia! (La bacia). Ma Prospero, Prospero...?

Fufi                               - (lenta e dolce) Lo vedi? Sei già al punto che questo già lo compiangi e l'altro lo rimpiangi. La differenza è tutta qui. (Lenta, sicura) Prospero si rassegnerà. (Francesca nega col capo). Si è pur rassegnato Trifaldi! Diventerà ce paparino» anche lui. Uno e uno due: violino e pianoforte; è la suonata classica...

Francesca                      - (più blanda di prima) Io non posso, non posso: ho dato la mia parola, ca­pisci?

Fufi                               - E io? Non l'avevo data prima a lui, poi a Trifaldi?

Francesca                      - Ma li vuoi mettere a confron­to? Altro temperamento, altra sensibilità, altro cuore quello di Prospero! Tu non conosci la sua generosità. E non ti permetto di pensare che è strambo, che è matto: no, è un fanciullo, è un ragazzo... è un ragazzo coi capelli che tendono al grigio. Uno che ha visto il mondo, che conosce le sue brutture, ma gli occhi e l'anima non gli si sono intorbidati: gli sono rimasti azzurri. Quelle sudicerie, gli sono sci­volate via sopra il capo, come le ombre sull'acqua, che non la macchiano. Pensa: voleva darmi tutto il suo! Tutti i suoi risparmi. Pro­prio stamani sarebbe passato con me dalla Banca per il trapasso.

Fufi                               - Ma non ci siete passati...

Francesca                      - Perché gli ho detto: «  Oggi, no, non voglio ».

Furi                               - (sorridendo, come seguitando) ... « se mai un altro giorno». Un rinvio. Perché spe­ravi che intanto quell'altro tornasse a battere alla tua porta.

Francesca                      - (vorrebbe essere aspra ma non può) Come sei cattiva!

Fufi                               - (seguita il suo ragionamento) ... e non sei uscita, non sei venuta da me - tu sì, tu sì - perché ti volevi trovare qui, pronta a riceverlo.

Francesca                      - Sei perfida, ecco. Se ti dico che Prospero è la figura più nobile nella quale io mi sia imbattuta fin qui!...

Fufi                               - Ma sì, ma sì: tu lo stimi molto... ma ami quell'altro.

Francesca                      - (riprende risoluta, quasi batte i piedi) Io non voglio che Prospero soffra per me. No, che non deve soffrire.

Fufi                               - Il tuo programma è nobile: proce­dere all'estrazione del dente senza far soffrire l'ammalato. È bello, ma non è facile. (Il tele­fono chiama dal basso).

Francesca                      - (corre ansiosa all'apparecchio) Zitta. (Parla col portiere) Pronto... (Attende. Dopo un secondo, senza abbandonare il ricevi­tore, delusa, si volge a Fufi) No, è Trifaldi.

Fufi                               - (afferra il ricevitore) Lo aspettavo. (Parla al telefono) Che venga su. (Depone la cornetta). Avevo detto in casa che sarei pas­sata da te ed è venuto a prendermi.

Francesca                      - Sì, ma che ne facciamo?

Fufi                               - Può assisterci e aiutarci nell'opera­zione. (Si batte con la nocca alla porta) Avanti.

Trifaldi                          - (entra. È tornato baldanzoso come al primo atto) Buongiorno, signorina. Sta bene? (A Fufi) Ciao, Fufi.

Fufi                               - Ciao. (Gli sporgerla guancia e Tri­faldi le dà un bacio rapido e casto sulla gota. Fufi a Francesca) Visto? Siamo tornati al papà. (A Trifaldi) Siediti lì subito perché non dob­biamo perder tempo. Prospero può capitare da un momento all'altro... o può comparire Gran­zioli... o possono anche precipitarsi qui den­tro tutti e due - pensa che guaio! e l'oriz­zonte dev'essere prima schiarito. Piccolo con­siglio di famiglia. (A Francesca) Parlo io, son più calma). (A Trifaldi) In due parole ti posso mettere al corrente. Il maestro Granzioli ti ha fatto un'ottima impressione, vero? (Trifaldi approva col capo abbondantemente). Che ieri è venuto da me perché io, come cugina sua- (di Francesca), perori la sua causa, lo sai...

Francesca                      - (che è in piedi, fa un mezzo pas­so) Sa?

Fufi                               - (volta a Francesca) Sa.

Trifaldi                          - (anche col capo) So.

Fufi                               - (a Trifaldi) Hai sentito anche tu che se Francesca gli perdona e lo accetta, lui se la sposa e se la porta in America dove ha da tornare per la nuova stagione lirica? (Tri­faldi conferma col capo). « Se Francesca mi vuole...

Trifaldi                          - ...la impalmo».

Fufi                               - Ebbene, Francesca è disposta a im­palmarlo.

Francesca                      - Io non ti ho detto questo...

Fufi                               - Ma lo fai. (A Trifaldi) Soltanto la trattiene ancora uno scrupolo giustificato, che torna in suo onore: teme che il tuo amico Pro­spero ne soffra. Molto. L'ideale sarebbe per tutti che fosse lui, il direttore, a rinunziare spontaneamente a Francesca, magari a convin­cerla che la sua felicità è quell'altro, che in amore le parole non impegnano, o non impegnano troppo: impegnano i fatti. Disgraziata­mente fatti non ce ne sono.

Francesca                      - (prontissima) Ah, no!

Fufi                               - Ecco. E Francesca non mi pare di­sposta a inventarli, a dire che è successo quello che non è successo.

Francesca                      -  Nemmeno per sogno.

Fufi                               - (a Trifaldi) Hai sentito? Ora sei al corrente. Che cosa si può fare? Suggerisci. Tu sei stato accusato davanti a me di non avere idee originali, veramente tue. Oggi ti si offre una magnifica occasione per dimostrare a me» a lei, che è vero il contrario. Profittane. Pro­poni qualche cosa di utile, di pratico. Ma mi raccomando: sii breve. C'è premura.

Trifaldi                          - Io direi... Perché un'idea ce l'ho; anzi più di una.

Fufi                               - Benissimo. Fuori la prima.

Trifaldi                          - Da quale comincio?

Fufi                               - Come vuoi ch'io sappia?... Svelto, papà, svelto.

Trifaldi                          - Chiamato a dare un consiglio... (Sospende). È così?

Fufi                               - Sì, ti abbiamo chiamato, ti ho chia­mato io... Svelto!

Trifaldi                          - E allora... (A Francesca) Ma lei non si offenderà, vero?

Francesca                      - No, no, dica: pur di uscirne...

Trifaldi                          - E allora io dico: quello che non è stato fatto finora si può fare.

Fufi                               - Certamente.

Francesca                      - Cioè, si spieghi.

Trifaldi -                        - Dal momento che lei è - non diciamo decisa, non lo diciamo - diciamo in­cline a sposare il maestro Granzioli - fin qui va bene? (Fufi bolle) e che il maestro Gran­zioli, «come torre fermache non crolla»...

Fufi                               - (a mezza voce) Anche la citazione!

Trifaldi                          - ...rimane ostinato nella volontà di sposarla, perché lei, signorina, non mette di mezzo l'irreparabile e non scappa con lui? (A Fufi, cercandone l’approvazione) Si sposeranno dopo, ti pare?

Francesca                      - E io, oltre tutto, dovrei dare anche uno schianto a quel poveretto che crede di trovarmi qui o di trovarmi a Cremona...? Ah, senta, non mi aspettavo questo da lei.

Trifaldi                          - Ritiro, ritiro... Non va: ritiro.

Fufi                               - Sì, caro. Ha ragione Francesca. L'i­dea è tua ma non è buona. (Si corregge) Po­trebbe essere buona per un'altra, non per Fran­cesca... In questo caso non serve. Beh, tu hai detto: «Idee ne ho più d'una». Sentiamo la seconda.

Trifaldi                          - (un po' piccato) Ah, no! Boc­ciato in pieno agli esami di luglio, non mi pre­sento a ottobre alla riparazione.

Fufi                               - Siamo angosciate, angosciate. Non ti mettere di puntiglio anche tu.

Francesca                      - Ma sì, la prego, non stia a pesar le parole: sono un po' nervosa. Mi scusi e mi aiuti.

Trifaldi                          - E se... dico se... e se non po­tendo servirci della signorina (indica Francesca) ci servissimo del Granzioli?

Francesca                      - Cioè?

Trifaldi                          - Il maestro Granzioli scrive una lettera alla donna amata - lei - nella quale dice: « Senza di» te io non reggo, io sparisco, io mi uccido». (A Francesca, rapido) Non si spaventi: lo dice ma non lo fa. La lettera - ci penso io - le viene recapitata in presenza di Prospero... Lei, l'apre...

Francesca                      - (interrompe) No, professore. Questo no: cabale, inganni, trucchi meschini, no. Sono indegni di lui e di me. Preferisco confessare, dirgli senz'altro: celo sono pronta a mantenere la mia parola, ma bada...»(Il telefono suona. Sgomenta) Oh, Dio! sarà lui o sarà...? (A Fufi) Rispondi tu, tu.

Fufi                               - Perché ti agiti a questo modo? Hai scelto la confessione? Se è Prospero lo faccia­mo salire, e confessi; se invece... (Il telefona squilla ancora. Fufi accorre) Pronto. Chi c'è?... Il maestro Castaldini?... (Francesca trasale)„ Aspetti un momento. (Fufi, tranquilla, tiene nella mano il ricevitore) Ecco: ora ci siamo.

Trifaldi                          - (è balzato in piedi) Ecco; ora io me ne vado.

Francesca                      - (sgomenta, quasi a se stessa) Che gli dico adesso? Come faccio? No, no; non mi sento la forza... nemmeno vederlo.

Fufi                               - Vuoi che lo veda io? E così pren­diamo tempo? Voi andate... C'è una scala di servizio? Per non incontrarlo. Fermatevi giù, al bar. (Parla al telefono, con voce tranquilla) Faccia salire. (Depone il ricevitore). Andate, andate: penso io. (I due, Francesca e Trifaldi» scivolano fuori). E adesso? Gli dico subito?... O lo preparo piano piano?... Vedremo. Intan­to... (Va alla porta e richiude).

Prospero                        - (batte di dentro con le nocche) Posso?

Fufi                               - (apre la porta e c'è come nascosta die­tro. Prima ancora che egli si fermi o possa tor­narsene, richiude dietro di lui dicendo) Come no? Buongiorno.

Prospero                        - (sorpreso, perché si aspettava di trovare l'altra Francesca) Oh, l'ex futura! (È fermo sulla soglia). E Francesca?

Fufi                               - Francesca... Non viene avanti? Le faccio paura? Francesca è uscita or ora. (Pro­spero si avanza). Mi stupisco che non l'abbia in­contrata. Andava alla posta per raccomandare una lettera di premura, credo per suo padre...

Prospero                        - Gli dirà delle nozze...

Fufi                               - Certamente... E mi ha pregato di trattenermi perché lei, se veniva nel frattem­po, non avesse a trovarsi solo... Ma se prefe­risce posso anche andarmene.

Prospero                        - No, no, resta quanto vuoi. Dico a te quel che ho detto a Trifaldi che non parte più. (Ghigna). Si è consolato presto! Sempre più noioso quell'uomo. Peccato che suoni così bene!

Fufi ............................. - E i fiori? Li vuol tenere in mano? Saranno per Francesca, immagino...

Prospero                        - Eh, già! Vuoi che siano per te? (Li depone vicino). Di' un po': a sedersi si paga un supplemento? Perché non mi hai detto... Cosa guardi, mostro?...

Fufi                               - Ma come siamo belli, oggi!

Prospero                        - Oggi? Sempre. Quando ero an­cora ragazzolo - un ragazzo - mio padre che aveva un negozio... (S'interrompe). No, barba. (Fa il gesto).

Fufi                               - Ma come oggi! Si giri... Rasato, rav­viato... (Tira su col naso) Un buon odorino... Rimesso a nuovo.

Prospero                        - (soddisfatto) Ah! ti sei accorta. Guarda mo' il calendario: ventisette del mese: data fatidica per i fedeli servitori dello Stato. Spese pazze. Sono entrato nel magazzino che dice: «Tutto per uomini». Un garzone mi domanda: «Che cosa desidera il signore?». (Con un grido) «Tutto». Si è spaventato. Come difatti: tutto nuovo. Dal cappello alle scarpe.

Fufi                               - Abito fatto? Non si direbbe. Le sta a pennello.

Prospero                        - Io, sempre abiti fatti. Primo: perché non ho la pazienza di provare. Secondo: perché si ha il vantaggio di giudicare tutto di un colpo: eia. Come per la musica. Prima di esaminar le parti staccate, mi piace veder tutto lo spartito. Vedo, infilo, se il primo non torna bene, ben venga il secondo, il terzo. «Bene, voglio quello». E lo metto in scena. (Batte la palma aperta sull'abito). Questa d'oggi è la prima rappresentazione, un debutto. (Si mette a sedere). Attento alla piega dei pantaloni. (Si guarda). Così. (Ride. Fufi si è seduta anche lei. Prospero borbotta) Bo bo, bobobo. (Le pianta gli occhi in viso). Si mangiano o no que­sti confetti?

Fufi                               - (ingenua) Quali?

Prospero                        - I tuoi. Col maestro Granzioli.

Fufi                               - O non mi faccia ridere, che non ne ho punto voglia. Basta, canzonare. Non fu mica carino, sa, lei.

Prospero                        - Perché?

Fufi                               - Lei si profittò di avermi sottomano e si divertì a giocare...

Prospero                        - Io non giocavo niente affatto. Era capitata per te una buona occasione, uno della tua età, e io...

Fufi                               - Nossignore. Ed è la seconda volta che mi gioca.

Prospero                        - (stupito) Ah! E la prima quan­do sarebbe stata?

Fufi                               - Perché, non lo sa? Quel trovarla già promesso con la Francesca... Carina, vero?

Prospero                        - (sbalordito) Oooh! senti: ti co­noscevo marioletta, imbroglioncella, ma fino a questo punto non avrei creduto! Ah! sono stato io - perché non dici che sono stato io? a mancarti di parola?

Fufi                               - Perché io avevo detto di sì a Trifaldi? Ammettiamo per un momento che fosse sul serio, che Trifaldi ed io facessimo sul se­rio. Ha visto poi com'è andata a finire - ma pure ammettiamo... Io vengo al Conservatorio trascinata dal Trifaldi perché lei ha dato fuori quando lui le ha detto... E che trovo? Lei che si sbaciucchia quell'altra, che ha dato la pa­rola a quell'altra... Non mi ha aspettato nem­meno un'ora... Nemmeno un'ora... Crede che siano cose che a una donna facciano piacere? Sa­pesse, quando siamo tornati a casa mia, che scenata ho fatto quel giorno a Trifaldi!

Prospero                        - (si diverte molto) Sì, eh? Rac­contami. Di' su...

Fufi                               - C'erano tre bottiglie di profumo sulla tavoletta? Paaaf: tutte e tre in tanti pezzi. Dovetti chiedere alla padrona che mi desse un'altra camera per dormirci la notte, perché nella mia non ci si respirava. Quella sua con­dotta, di lei verso di me, fu una delusione for­te, la prima delusione grave della mia vita.

Prospero                        - (tra l'affettuoso e il canzonatorio) Oh! guarda cosa ti è andato a capitare.

Fufi                               - Ci ho pianto. Giuro. Guardi: goc­cioloni lunghi così...

Prospero                        - La padrona avrà dovuto asciu­gare con un cencio...

Fufi                               - E dopo, quando vedevo che lei con la Francesca... tenerezze, smorfie, coccolezzi... una sofferenza, un disgusto. Io dicevo: «Sì sì, se la sposi, se la sposi pure; ma poi, spero che...». No, non glielo posso dire quello che speravo...

Prospero                        - (si diverte e si interessa) Eh, via... Tempo passato. Se mi dici quello che speravi, ti regalo... (Si cerca in tasca).

Fufi                               - Lei lo sa: le donne, le donne gelose, le donne buttate in un canto...

Prospero                        - Ma sei stata tu...

Fufi                               - (non gli bada e prosegue) ... perché lei mi ha buttato in un canto; sì, sì, tante pro­ messe, quel falò che pareva una fiammata che dovesse durare, e poi dopo un'ora... Le donne, si sa, diventano cattive. Io dicevo - lo vuol sapere?: «Se lui la sposa, io spero che lei gliele faccia».

Prospero                        - (colpito a mezzo petto) Molto gentile!

Fufi                               - Ma poi mi è passata. Perché ho pen­sato: «Francesca è una buona ragazza, dun­que... E anche la differenza delle età non vuol dir nulla. Anzi!... ».

Prospero                        - Ah! Credi anche tu che...

Fufi                               - Sì, sì, dia retta a me. Nulla. È molto più facile che vada bene una della mia età... dell'età di Francesca, con uno... (Sospende, ma indica lui). E più la ragazza è vivace, ma di buoni sentimenti, di giudizio, meglio: sente di aver bisogno del freno e lo cerca e lo vuole. (Corrente, sicura, non sentenziosa) Quando si sposano due della medesima età vanno meno bene di una giovane e di uno... meno giovane. Perché?! Perché la donna, non quella buttata in un canto...

Prospero                        - Quella diventa cattiva, l'hai det­to. Quell'altra?

Fufi                               - ... quell'altra, è metà mamma e metà amante. E se sposa uno che ha qualche anno più di lei, ha davanti a sé tutto il tempo per finire la sua stagione fiorita d'amante, d'inna­morata, e poi lo protegge, il suo uomo, gli vuol bene, come a un fratello più anziano, come a un padre... Gli anni bèlli se li è goduti... Vede, con Trifaldi non si poteva andare, perché il nostro fidanzamento era uno sproposito: il papà che diventa l'innamorato! Ma l'innamorato che poi diventa papà, è la cosa più naturale e più bella del mondo. (Lenta) E questo sarebbe stato di certo con lei, se lei mi avesse voluto.

Prospero                        - (si vuol ribellare) Ah! Sono io che...? Ma, ma...

Fufi                               - Lei, lei, sissignore. Col non sapere aspettare per vedere come si mettevano le cose, lei che ha obbedito a un dispetto. Ecco, guar­di: se io fossi veramente cattiva, le direi anche questo: che Francesca... No, non glielo voglio dire. (Accenna ad alzarsi).

Prospero                        - (la trattiene) Andiamo, via, sii buona... Cioè, sii veramente cattiva. Dimmelo e io ti regalo... (Si cerca in tasca).

Fufi                               - Badi che è lei a volerlo: io, per me, tacerei. Beh, secondo la logica il vostro matri­monio, caro il mio cugino - perché diventi mio cugino - le posso dare del tu? non può andar bene.

Prospero                        - Eh, che dici?

Fufi                               - (dolente, come costretta dal fato) Non può. Perché non è nato da due consensi, ma da due dispetti, da due rancori: tu che eri furioso contro di me, Francesca che era furiosa contro il suo maestrino. Che dopo averla cor­teggiata, amata, e come! figurarsi, la chia­mava la sua « Chicchi »! non le scriveva più una parola.

Prospero                        - Già, ma ora lei...

Fufi                               - Ora ora ora... Intanto si sono rivisti, e tu... ti posso dare del tu?

Prospero                        - (è turbato, nervoso) Sì, sì... Cosa vuoi, un permesso in carta bollata?

Fufi                               - (molto seria e molto decisa) Io non voglio niente. Salutar Francesca e andarmene. Se no, vado via senz'altro - è meglio -, e tu la saluti... (Si corregge) E la saluta lei. Buona sera. (Gli tende la mano, gliel’abbandona. Lui è seduto, lei è in piedi). Nessun rancore da parte mia, sa, e spero nessuno da parte sua verso di me. E ti domando perdono. (Prospero alza gli occhi come se chiedesse di che). Sì, perché ora ti ho detto delle brutte cose e perché quel giorno... mi sono portata male con te. Espio: sentì che parola grossa, eh? Sono stata una scimunita, e la pago. Espio. Perché con te sarei stata felice e anche tu con me... E ho paura che tu non sarai felice con un'altra. E allora dirai anche tu (a due): Espio! (Dolce, semplice, sorridendo) Lasciami la mano.

Prospero                        - Bella mano!

Fufi                               - Ora te ne accorgi?

Prospero                        - Mano di pianista! Se tu ti fossi decisa... o quel balordo di Trifaldi ti ci avesse messo da bambina... invece del canto... Bella mano... calda... morbida... dita lunghe.... sot­tili... polso fermo. (Gliela lascia). Tu, rispetto a me, ti sei già espressa chiaramente: ma Fran­cesca, almeno lei, sarà felice? Credi che con me sarà felice? Perché se non dovessimo essere fe­lici nessuno dei due...

Fufi                               - Nessuno dei tre. (Accenna col dito a se stessa). Francesca vuol bene ancora al Granzioli...

Prospero                        - (dolente) No.

Fufi                               - Bada, non lo so, posso anche sba­gliare, e nemmeno lei, forse, oggi saprebbe dirlo, non lo sospetta nemmeno... ma sei anni son molti... Non è un capriccio, un falò... Più, più di sei anni. Fino da ragazzi si può dire: il sogno e il respiro. Speriamo che le passi... È una donna per bene... seria... vedrà che le passa. (Dopo un brevissimo silenzio, ammirata) Ma che bella testa ha lei! Sì, lei. Gli altri, quando sono ansiosi, curiosi, viene loro la fac­cia da stupido: lei no; lei, gli si stampa me­glio la faccia dell'artista. Vado via che è già tardi.

 

Prospero                        - Ma no, no. Senti qui. Tanto è una cosa passata e oggi mi hai detto tante cose buone e cattive: mi puoi dire anche questa... è una curiosità... una vanità... no, vanità no... Così, la voglia di sapere- (inquisitorio): Quel giorno(lento, sempre più lento e fondo), quel famoso giorno, mi dicesti di sì... perché ti piacevo...?

Fufi                               - Eh, chi mi obbligava?

Prospero                        - Ma... come uomo, come me... o fu il direttore, il fascino del direttore, la ca­rica del direttore...?

Fufi                               - No, no, non mi deve chiedere: ora c'è un'altra donna di mezzo, c'è Francesca.

Prospero                        - Supponi per un momento che Francesca non esista, dimentica che c'è Fran­cesca.

Fufi                               - Lei vuol sapere?...

Prospero                        - Vuoi, vuoi, vuoi.

Fufi                               - Vuoi sapere... Ma che credi tu? Di essermi piaciuto senz'altro da quel giorno? No, prima: prima. (Comincia) Quella volta che tu... No, arrivederci.

Prospero                        - «Quella volta che tu...». (A un tratto sospetta di esser preso in giro) Bab! ci­vetta... civetta... Sei una perfida civetta. (Ora è lui che se ne vorrebbe andare),

Fufi                               - Ah! sì, crede questo? Ha paura dello scandalo, lei? Io no, non ho paura di compromettermi. Francesca, se pure non si è riconciliata oggi col Granzioli, sarà per domani, per dopodomani: andrà con quell'altro. È il suo uomo, l'uomo del suo destino. Io, sono li­bera. Maggiorenne e libera. Il cappello è qui... Guarda, si fa così  (si calza il cappello). E questo è il tuo (glielo calza in testa), così. Ti prendo sotto braccio e si va alla stazione. Via! Ci fermiamo dove tu vuoi. Domani si telegrafa di laggiù: «Siamo beati.  Prospero-Fufi». (Gli si sporge per un bacio. Si ferma) Ma poi mi sposi, vero? (D'un tratto si ricorda) Ah, i fiori... i miei fiori. (Li prende, li preme sul seno).

Prospero                        - (cupido e festoso) Angelo mio... Sei un demonio! (Le dà una gran stretta, la riprende sottobraccio, si avviano).

FINE

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