Questa sera si recita a soggetto

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La sala del teatro è piena questa sera di quegli speciali spettatori che sogliono assistere alla prima rappresentazione di ogn


di Luigi Pirandello

Edizione integrale

L’annunzio di questa commedia, così nei giornali, come nei manifesti, dev’essere dato, senza il nome dell’autore, così:

Teatro n.n.

QUESTA SERA SI RECITA

A SOGGETTO

Sotto la direzione del

Dottor Hinkfuss

………………………………………

col concorso del pubblico

che gentilmente si presterà

e delle Signore

……………………………………….

e dei Signori

……………………………………….

 


   

Dove sono i puntini, i nomi delle Attrici e degli Attori principali. Non è poco, ma basterà così.

La sala del teatro è piena questa sera di quegli speciali spettatori che sogliono assistere alla prima rappresentazione di ogni commedia nuova.

L'annunzio, nei giornali e net manifesti, d'un insolito spettacolo di recita a soggetto ha fatto nascere in tutti una grande curiosità. Solo i signori critici drammatici dei giornali della città non ne danno a vedere, perché credono di poter dire domani facilmente che pasticcio sarà. (Dio mio, su per giù qualche cosa come la vecchia commedia dell'arte: ma dove son oggi gli attori capaci di recitare a soggetto, come al loro tempo quei comici indiavolati della commedia dell'arte, ai quali del resto e gli antichi canovacci e la maschera tradizionale e i repertorii facilitavano il compito, e non di poco?) C'e in essi piuttosto una certa stizza perché non si legge nei manifesti, ne si sa d'altronde il nome dello scrittore che aura pur dato agli attori di questa sera e al loro direttore un qualsiasi scenario: privati d'ogni indicazione che li possa comodamente riportare a un giudizio gia dato, temono di cadere in qualche contraddizione.

Puntualmente, all'ora indicata per la rappresentazione, i lumi della sala si spengono e si accende bassa la ribalta sul palcoscenico.

Il pubblico, nell'improvvisa penombra, si fa dapprima attento; poi, non udendo il gong che di solito annunzia l'aprirsi del sipario, comincia ad agitarsi un po'; e tanto più, allorché dal palcoscenico, attraverso il sipario chiuso, gli giungono voci con­fuse e concitate, come di proteste di attori e di riprensioni da parte di qualcuno che voglia imporsi per troncare quelle proteste.

un signore della platea (si guarda in giro e domanda forte). Che avviene?

un altro della galleria. Si direbbe una lite sul pal­coscenico.

un terzo delle poltrone. Forse farà parte dello spet­tacolo.

Qualcuno ride.

un signore anziano, da un palco (come se quei rumori fossero un'offesa alla sua serietà di spettatore molto per la quale). Ma che scandalo e questo? Quando mai s'è sentita una cosa simile?

una vecchia signora (balzando dalla sua sedia di pla­tea, nelle ultime file, con una faccia di gallina spaventata). Non sarà mica un incendio, Dio liberi?

il marito (subito trattenendola). Sei pazza? Che incen­dio? Siedi e stai tranquilla.

un giovane spettatore vicino (con un malinconico sorriso di compatimento). Non lo dica nemmeno per ischerzo! Avrebbero abbassato il sipario di sicurezza, signo­ra mia.

Suona finalmente il gong sul palcoscenico.

alcuni nella sala. Ah, ecco! ecco!

altri. Silenzio! Silenzio!

                                      

Ma il sipario non s'apre. S'ode, invece, di nuovo il gong; a cui risponde dal fondo della sala la voce bizzosa del direttore Dottor Hinkfuss che ha aper­to con violenza la porta d'ingresso e s'avanza iroso per il corridojo che divide nel mezzo in due ali le file della platea e delle poltrone.

il dottor hinkfuss. Ma che gong! Ma che gong! Chi ha ordinato di sonare il gong? Lo comanderò io, il gong, quando sarà tempo!

Queste parole saranno gridate dal Dottor Hinkfuss mentre attraversa il corridoio e sale i tre gradini per cui dalla sala si può accedere al palcoscenico. Ora egli si volta al pubblico, contenendo con ammirevole prontezza il fremito dei nervi.

In frak, con un rotoletto di carta sotto il braccio, il Dottor Hinkfuss ha la terribilissima e ingiustissima condanna d'essere un omarino alto poco più d'un braccio. Ma se ne vendica portando un testone di capelli così. Si guarda prima le manine che forse in­cutono ribrezzo anche a lui, da quanto son gracili e con certi ditini pallidi e pelosi come bruchi: poi dice senza dar molto peso alle parole:

Sono dolente del momentaneo disordine che il pub­blico ha potuto avvertire dietro il sipario prima del­la rappresentazione, e ne chiedo scusa; benché forse, a volerlo prendere e considerare quale prologo in­volontario —

il signore delle poltrone (interrompendo, contentissi­mo). Ah, ecco! L'ho detto io!

il dottor hinkfuss (con fredda durezza). Che ha da osservare il signore?

il signore delle poltrone. Nulla. Sono contento d'aver­lo indovinato.

il dottor hinkfuss. Indovinato che cosa?

il signore delle poltrone. Che quei rumori facevano parte dello spettacolo.

il dottor hinkfuss. Ah sì? Davvero? Le è parso che siano stati fatti per trucco? Proprio questa sera che mi son proposto di giocare a carte scoperte! Si di­silluda, caro signore. Ho detto prologo involontario e aggiungo non del tutto improprio, forse, all'insolito spettacolo a cui or ora assisterete. La prego di non interrompermi. Ecco qua, Signore e Signori.

Cava da sotto il braccio il rotoletto.

Ho in questo rotoletto di poche pagine tutto quello che mi serve.  Quasi niente. Una novelletta, o poco più, appena appena qua e là dialogata da uno scrit­tore a voi non ignoto.

alcuni, nella sala. Il nome! Il nome!

uno dalla galleria.   Chi  è?

il dottor hinkfuss. Prego, signori, prego. Non mi sono mica inteso di chiamare il pubblico a comizio. Voglio si rispondere di quello che ho fatto; ma non posso ammettere che me ne domandiate conto durante la rappresentazione.

il signore delle poltrone. Non è ancora cominciata.

il dottor hinkfuss. Sissignore, è cominciata. E chi meno ha diritto di non crederlo è proprio lei che ha preso quei rumori in principio come inizio dello spet­tacolo. La rappresentazione è cominciata, se io sono qua davanti a voi.

il signore anziano, dal palco (congestionato). Io cre­devo per chiederci scusa dello scandalo inaudito di quei rumori. Del resto le faccio sapere che non sono venuto per ascoltare da lei una conferenza.

il dottor hinkfuss. Ma che conferenza! Perché osa credere e gridare così forte ch'io sia qua per farle ascoltare una conferenza?

Il Signore Anziano, molto indignato di quest'apostrofe, scatta in piedi ed esce bofonchiando dal palco.

Oh, se ne può pure andare, sa? Nessuno la trattiene. Io sono qua, signori, soltanto per prepararvi a quanto d'insolito assisterete questa sera. Credo di meritarmi la vostra attenzione. Volete sapere chi è l'autore della novelletta? Potrei anche dirvelo.

                                        

alcuni, nella sala. Ma sì, lo dica! lo dica!

il dottor hinkfuss. Ecco, lo dico: Pirandello.

esclamazioni, nella sala.   Uhhh...

quello della galleria (forte, dominando le esclama­zioni). E chi è?

Molti, nelle poltrone, nei palchi e in platea, ridono.

il dottor hinkfuss (ridendo un poco anche lui). Sem­pre quello stesso, sì; incorreggibilmente! Però, se già l'ha fatta due volte a due miei colleghi, mandando all'uno, una prima volta, sei personaggi sperduti, in cerca d'autore, che misero la rivoluzione sul palcosce­nico e fecero perdere la testa a tutti; e presentando un'altra volta con inganno una commedia a chiave, per cui l'altro mio collega si vide mandare a monte lo spettacolo da tutto il pubblico sollevato; questa volta non c'è pericolo che la faccia anche a me. Stiano tranquilli. L'ho eliminato. Il suo nome non figura nem­meno sui manifesti, anche perché sarebbe stato in­giusto da parte mia farlo responsabile, sia pure per poco, dello spettacolo di questa sera. L'unico respon­sabile sono io.

Ho preso una sua novella, come avrei potuto prendere quella d'un altro. Ho preferito una sua, perché fra tutti gli scrittori di teatro è forse il solo che abbia mostrato di comprendere che l'opera dello scrittore è finita nel punto stesso ch'egli ha finito di scriverne l'ultima parola. Risponderà di questa sua opera al pubblico dei let­tori e alla critica letteraria. Non può né deve rispon­derne al pubblico degli spettatori e ai signori critici drammatici, che giudicano sedendo in teatro.

voci nella sala. Ah no? Oh bella!

il dottor hinkfuss. No, signori. Perché in teatro l'ope­ra dello scrittore non c'è più.

quello della galleria. E che c'è allora?

il dottor hinkfuss. La creazione scenica che n'avrò fatta io, e che è soltanto mia. Torno a pregare il pubblico di non interrompermi. E avverto (giacché ho visto qualcuno dei signori critici sorridere) che questa è la mia convinzione. Padronissimi di non rispettarla e di seguitare a prenderla in­giustamente con lo scrittore, il quale, però, concederan­no, avrà pur diritto di sorridere delle loro critiche, co­me loro adesso della mia convinzione : nel caso, s'in­tende, che le critiche saranno sfavorevoli; perché, nel caso opposto, sarà ingiusto invece lo scrittore prenden­dosi le lodi che spettano a me. La mia convinzione è fondata su solide ragioni. L'opera dello scrittore, eccola qua.

Mostra il rotoletto di carta.

Che ne fo io? La prendo a materia della mia crea­zione scenica e me ne servo, come mi servo della bra­vura degli attori scelti a rappresentar le parti secondo l'interpretazione che io n'avrò fatta; e degli scenografi a cui ordino di dipingere o architettar le scene ; e degli apparatori che le mettono su; e degli elettricisti che le illuminano; tutti, secondo gli insegnamenti, i suggeri­menti, le indicazioni che avrò dato io. In un altro teatro, con altri attori e altre scene, con altre disposizioni e altre luci, m'ammetterete che la creazione scenica sarà certamente un'altra. E non vi par dimostrato con questo che ciò che a teatro si giu­dica non è mai l'opera dello scrittore (unica nel suo testo), ma questa o quella creazione scenica che se n'è fatta, l'una diversa dall'altra; tante, mentre quella è una? Per giudicare il testo, bisognerebbe conoscerlo; e a teatro non si può, attraverso un'interpretazione che, fatta da certi attori, sarà una e, fatta da certi altri, sa­rà per forza un'altra. L'unica sarebbe se l'opera potes­se rappresentarsi da sé, non più con gli attori, ma coi suoi stessi personaggi che, per prodigio, assumessero corpo e voce. In tal caso sì, direttamente potrebbe es­sere giudicata a teatro. Ma è mai possibile un tal pro­digio? Nessuno l'ha mai visto finora. E allora, o si­gnori, c'è quello che con più o meno impegno s'inge­gna di compiere ogni sera, coi suoi attori, il Direttore di scena.

L'unico possibile. Per levare a quello ch'io dico ogni aria di paradosso, v'invito a considerare che un'opera d'arte è fissata per sempre in una forma immutabile che rappresenta la liberazione del poeta dal suo travaglio creativo: la perfetta quiete raggiunta dopo tutte le agitazioni di questo travaglio. Bene.

Vi pare, signori, che possa più essere vita dove non si muove più nulla? dove tutto riposa in una perfetta quiete?

La vita deve obbedire a due necessità che, per essere opposte tra loro, non le consentono né di consistere durevolmente né di muoversi sempre. Se la vita si movesse sempre, non consisterebbe mai: se consistesse per sempre, non si moverebbe più. E la vita bisogna che consista e si muova.

Il poeta s'illude quando crede d'aver trovato la li­berazione e raggiunto la quiete fissando per sempre in una forma immutabile la sua opera d'arte. Ha sol­tanto finito di vivere questa sua opera. La liberazione e la quiete non si hanno se non a costo di finire di vivere.

E quanti le han trovate e raggiunte sono in questa miserevole illusione, che credono d'essere ancora vivi, e invece son cosi morti che non avvertono più nem­meno il puzzo del loro cadavere.

Se un'opera d'arte sopravvive è solo perché noi pos­siamo ancora rimuoverla dalla fissità della sua for­ma; sciogliere questa sua forma dentro di noi in mo­vimento vitale; e la vita glie la diamo allora noi; di tempo in tempo diversa, e varia dall'uno all'altro di noi; tante vite, e non una; come si può desumere dalle continue discussioni che se ne fanno e che nascono dal non voler credere appunto questo: che siamo noi a dar questa vita; sicché quella che do io non è af­fatto possibile che sia uguale a quella di un altro. Vi prego di scusarmi, signori, del lungo giro che ho dovuto fare per venire a questo, che è il punto a cui volevo arrivare.

Qualcuno potrebbe domandarmi: « Ma chi ha detto a lei che l'arte debba esser vita?

La vita deve si obbedire alle due necessità opposte che lei dice, e per ciò non è arte; come l'arte non è vita proprio perché riesce a liberarsi da codeste opposte necessità e consiste per sempre nell'immutabi­lità della sua forma. E ben per questo l'arte è il regno della compiuta creazione, laddove la vita è, come dev'essere, in una infinitamente varia e continuamente mutevole formazione. Ciascuno di noi cerca di crear sé stesso e la propria vita con quelle stesse facoltà dello spirito con le quali il poeta la sua opera d'arte. E difatti, chi più n'è dotato e meglio sa adoperarle, riesce a raggiungere un più alto stato e a farlo consi­stere più durevolmente. Ma non sarà mai una vera crea­zione, prima di tutto perché destinata a deperire e finire con noi nel tempo; poi perché, tendendo a un fine da raggiungere, non sarà mai libera; e infine perché, esposta a tutti i casi impreveduti, imprevedibili, a tutti gli ostacoli che gli altri le oppongono, rischia continua­mente d'esser contrariata, deviata, deformata. L'arte vendica in un certo senso la vita perché, la sua, in tanto è vera creazione, in quanto è liberata dal tempo, dai casi e dagli ostacoli, senza altro fine che in sé stessa. »

Sì, signori, io rispondo, è proprio così. E tante volte, vi dico anzi, m'è avvenuto di pensare con angoscioso sbigottimento all'eternità di un'opera d'arte come a un'irraggiungibile divina solitudine, da cui anche il poeta stesso, subito dopo averla creata, re­sti escluso: egli, mortale, da quella immortalità. Tremenda, nell'immortalità del suo atteggiamento, una statua.

Tremenda, questa eterna solitudine delle forme immu­tabili, fuori del tempo.

Ogni scultore (io non so, ma suppongo) dopo aver creato una statua, se veramente crede d'averle dato vita per sempre, deve desiderare ch'essa, come una cosa viva, debba potersi sciogliere del suo atteggia­mento, e muoversi, e parlare.

Finirebbe d'essere statua; diventerebbe persona viva. Ma a questo patto soltanto, signori, può tradursi in vita e tornare a muoversi ciò che l'arte fissò nell'im­mutabilità d'una forma; a patto che questa forma riabbia movimento da noi, una vita varia e diversa e mo­mentanea: quella che ciascuno di noi sarà capace di darle.

Oggi si lasciano volentieri in quella loro divina soli­tudine fuori del tempo le opere d'arte. Gli spettatori, dopo una giornata di cure gravose e affannose fac­cende, angustie e travagli d'ogni genere, la sera, a teatro, vogliono divertirsi.

il signore delle poltrone. Alla grazia! Con Pirandello?

Si ride.

il dottor hinkfuss. Non c'è pericolo. Stiano sicuri.

Mostra di nuovo il rotoletto.

Robetta. Farò io, farò io: tutto da me. E confido d'avervi creato uno spettacolo gradevole, se quadri e scene procederanno con l'attenta cura con cui io li ho preparati, cosi nel loro complesso come in ogni particolare; se i miei attori risponderanno in tutto alla fiducia che ho riposto in loro. Del resto, sarò io qua tra voi, pronto a intervenire a un bisogno, o per ravviare a un minimo intoppo la rappresentazione, o per supplire a qualche manchevolezza del lavoro con chiarimenti e spiegazioni; il che (mi lusingo) vi renderà più piacevole la novità di questo tentativo di recita a soggetto. Ho diviso in tanti quadri lo spet­tacolo. Brevi pause dall'uno all'altro. Spesso, un mo­mento di bujo soltanto, da cui un nuovo quadro nascerà all'improvviso, o qua sul palcoscenico, o anche tra voi: sì, in sala (ho lasciato apposta, lì vuoto, un palco che sarà a suo tempo occupato dagli attori; e allora anche voi tutti parteciperete all'azione). Una pausa più lunga vi sarà concessa, perché possiate uscire dalla sala, ma non a rifiatare, ve n'avverto fin d'ora, perché una nuova sorpresa vi ho preparato anche di là, nel ridotto.

Un'ultima brevissima premessa, perché possiate su­bito orientarvi.

L'azione si svolge in una città dell'interno della Sici­lia, dove (come sapete) le passioni son forti e covano cupe e poi divampano violente: tra tutte, ferocissima, la gelosia. La novella rappresenta appunto uno di questi casi di gelosia, e della più tremenda, perché irrimediabile: quella del passato. E avviene proprio in una famiglia da cui avrebbe dovuto stare più che mai lontana, perché, tra la clausura quasi ermetica di tutte le altre, è l'unica della città aperta ai forestieri, con una ospitalità eccessiva, praticata com'è di pro­posito, a sfida della maldicenza e per bravar lo scan­dalo che le altre se ne fanno. La famiglia La Croce.

È composta, come vedrete, dal padre, Signor Palmiro, ingegnere minerario: Sampognetta come lo chiamano tutti  perché,  distratto,  fischia  sempre;   dalla  madre, Signora  Ignazia,  oriunda  di Napoli,  intesa  in paese La Generala; e da quattro belle figliuole, pienotte e sentimentali, vivaci e appassionate: Mommina, Totina, Dorina, Nenè. E ora, con permesso.

Batte  le  mani in  segno  di richiamo;  e, scostando un poco un'ala del sipario, ordina nell'interno del palcoscenico:

Gong!

Si ode un colpo di gong.

Chiamo gli attori per la presentazione dei personaggi.

Si apre  il sipario.


I

Si vede, quasi a ridosso, una tenda leggera, verde, che si può aprire nel mezzo.

il dottor hinkfuss (scostando un poco un'ala di questa tenda e chiamando). Prego, il signor...

Pronunzierà il nome del Primo Attore che farà la parte di Rico Verri. Ma il Primo Attore, pur essendo dietro la tenda, non vuole venir fuori. Il Dottor Hinkfuss, allora, ripeterà:

Prego, prego, venga avanti, signor... (c. s.) Spero  non  oserà  insistere   nella  sua  protesta  anche davanti al pubblico.

il primo attore (vestito e truccato da Rico Verri, in divisa d'ufficiale aviatore, venendo fuori della tenda, eccitatissimo). Insisto, sissignore! E tanto più, se osa lei ora, davanti al pubblico, chiamarmi per nome.

il dottor hinkfuss. Le ho fatto offesa?

il primo attore. Sì, e seguita a farmela, senza renderse­ne conto, tenendomi qua a discutere con lei, dopo aver­mi forzato a venir fuori.

il dottor hinkfuss. Chi le ha detto a discutere? Di­scute lei! Io la chiamo a fare il suo dovere.

il primo attore. Sono pronto. Quando sarò di scena.

Si ritira, scostando con atto di stizza la tenda.

il dottor hinkfuss (restandoci male). Volevo presentarla...

il primo attore (rivenendo fuori). Ma nossignore! Lei non presenterà me al pubblico che mi conosce. Non son mica un burattino, io, nelle sue mani, da mo­strare al pubblico come quel palco lasciato lì vuoto o una sedia messa in un posto anziché in un altro per qualche suo magico effetto!                                

il dottor hinkfuss (a denti stretti, friggendo). Lei ap­profitta in questo momento della sopportazione che debbo avere —

il primo attore (pronto, interrompendo). — no, caro signore: nessuna sopportazione; lei deve credere sol­tanto che qua, sotto questi panni, il signor... (dirà il suo nome) non c'è più; perché, impegnatosi con lei a recitare questa sera a soggetto, per aver pronte le parole che debbono nascere, nascere dal per­sonaggio che rappresento, e spontanea l'azione, e na­turale ogni gesto; il signor... (c. s.) deve vivere il personaggio di Rico Verri, essere Rico Verri: ed è, è già; tanto che, come le dicevo in principio, non so se potrà adattarsi a tutte le combinazioni e sorprese e giochetti di luce e d'ombra preparati da lei per di­vertire il pubblico. Ha capito?

S'ode a questo punto lo schiocco d'un sonorissimo schiaffo tirato dietro la tenda e, subito dopo, la pro­testa del vecchio Attore Brillante che farà la parte di « Sampognetta ».

il vecchio attore brillante. Ohi! Come sarebbe? Non s'attenti a darmi, perdio, di codesti schiaffi sul serio!

La protesta è accolta da risate dietro la tenda.

il dottor hinkfuss   (guardando di là dalla tenda sul palcoscenico). Ma che diavolo avviene? Che altro c'è?

il vecchio attore brillante (venendo fuori dalla ten­da  con  una  mano  sulla  guancia,   vestito   e   truccato da Sampognetta). C'è che non tollero che la signora... (dirà  il  nome   dell'Attrice  Caratterista)  con  la  scusa che  recita a soggetto, m'appiccichi  certi  schiaffi  (ha sentito?) che tra l'altro (gli mostra la guancia schiaf­feggiata) m'ha rovinato il trucco, no?

l'attrice caratterista  (venendo fuori,  vestita e  truc­cata da signora Ignazia).  Ma lei se ne ripari,  santo cielo!  Ci vuol poco a ripararsene!  È un moto istin­tivo e naturale.

il vecchio attore brillante. E come faccio a ripa­rarmene, se lei me li tira così all'improvviso?

l'attrice caratterista. Quando se li merita, caro si­gnore !

il vecchio attore brillante. Già! Ma quando me li merito io non lo so, cara signora!

l'attrice caratterista. E allora se ne ripari sempre, perché per me se li merita sempre. E io, se si recita a soggetto, non posso tirarglieli a un punto segnato!

il vecchio attore brillante. Non c'è però bisogno che me li tiri per davvero!

l'attrice caratterista. E come allora, per finta? Io non ho mica una parte a memoria: deve venire da qui (fa un gesto dallo stomaco in su) e andar tutto per le spicce, sa? Lei me li strappa, e io glieli do.

il dottor hinkfuss. Signori miei, signori miei, davanti al pubblico!

l'attrice caratterista. Siamo già nelle nostre parti, signor Direttore.

il vecchio attore brillante (rimettendosi la mano sul­la guancia). E come!

il dottor hinkfuss. Ah, lei intende così?

l'attrice caratterista. Scusi, voleva far la presenta­zione? Ecco, ci stiamo presentando da noi. Uno schiaf­fo, e quest'imbecille di mio marito è già bell'e presen­tato.

Il vecchio Attore Brillante, da Sampognetta, si mette a fischiare.

Eccolo là, vede? fischia. Perfettamente nella sua parte.

il dottor hinkfuss. Ma vi par possibile davanti a que­sta tenda, fuori d'ogni quadro e senz'alcun ordine?

l'attrice   caratterista.   Non importa! Non importa!

il dottor hinkfuss. Come non importa? Che vuol che ci capisca il pubblico?

il primo attore. Ma sì che capirà! Capirà molto me­glio così! Lasci fare a noi. Siamo tutti investiti delle nostre parti.

l'attrice caratterista. Ci verrà, creda, molto più facile e naturale, senza l'impaccio e il freno d'un campo cir­coscritto, di  un'azione  preordinata. Faremo, faremo anche tutto quello che lei ha preparato! Ma intanto, guardi, permetta, presento anche le mie figliole.

Scosta la tenda per chiamare:

Qua, ragazze! qua, ragazze! venite qua!

Prende per un braccio la prima e la tira fuori:

Mommina.

Poi, la seconda:

Totina.

Poi, la terza:

Dorina.

Poi, la quarta:

Nenè.

Tutte,   tranne   la   prima,  strisciano   entrando   una bella riverenza.

Tòcchi di ragazze, grazie a Dio, che meriterebbero di diventar tutt'e quattro regine! Chi le direbbe nate da un uomo come quello lì?

Il signor Palmiro, vedendosi indicato, volta subito la faccia e si mette a fischiettare.

Fischia, sì, fischia! Ah caro, un po' di grisou, guarda, così com'io mi prendo un pizzico di rapè, un po' di grisou nelle narici te lo dovrebbe mettere la tua zolfara: sì, caro, che ti lasci lì stecchito e mi ti levi una buona volta davanti agli occhi!

totina (accorrendo con Dorina a trattenerla). Per carità, mammà, non cominciare!

dorina (a un tempo). Lascialo perdere, lascialo perdere, mammà !

l'attrice caratterista. Fischia, lui, fischia.

Poi, levandosi dalla parte, al Dr. Hinkfuss:

Mi par che coli liscio com'un olio, no?

il dottor hinkfuss (con un lampo di malizia, trovando li per li la via di scampo per salvare il suo prestigio). Come il pubblico avrà capito, questa ribellione degli attori ai miei ordini è finta, concertata avanti tra me e loro, per far più spontanea e vivace la presentazione.

A questa uscita mancina, gli attori restano di colpo come tanti fantocci atteggiati di sbalordimento. Il Dottor Hinkfuss lo avverte subito: si volta a guar­darli e li mostra al pubblico:

Finto anche questo sbalordimento.

il primo attore (scrollandosi, indignato). Buffonate! Io prego il pubblico di credere che la mia protesta non è stata affatto una finzione. (Scosta come prima la tenda, e se ne va furioso).

il dottor hinkfuss (subito, come in confidenza, al pubblico). Finzione anche questo scatto. All'amor pro­prio d'un attore come il signor... (ne pronuncia il no­me) tra i migliori della nostra scena, io dovevo pur concedere qualche soddisfazione. Ma voi capite che tutto quanto avviene quassù non può essere che finto. (Voltandosi all'Attrice Caratterista). Séguiti, séguiti, signora... (c. s.) Va benissimo. Non potevo aspettarmi meno da lei.

l'attrice caratterista (sconcertata, quasi trasecolata da tanta improntitudine, non sapendo più che cosa fare). Ah, vuole... vuole adesso ch'io séguiti? E... e... scusi, a far che?

il dottor hinkfuss. Ma la presentazione, santo Dio, cominciata così bene, secondo il nostro accordo.

l'attrice caratterista. No, senta, la prego, non dica accordo, signor Direttore, se non vuole ch'io resti qua senza sapermi più cavare una parola di bocca.

il dottor hinkfuss (di nuovo al pubblico, come in confidenza). È magnifica!

l'attrice caratterista. Ma vuol sul serio dare a in­tendere, scusi, che ci sia stato un accordo tra noi per questa nostra uscita?

il dottor hinkfuss. Domandi al pubblico se non ha l'impressione che noi veramente in questo momento non stiamo recitando a soggetto.

Il signore delle poltrone, i quattro della platea,quello della galleria cominciano a batter le mani; smetteranno subito, se il pubblico vero non seguirà per contagio l'esempio.

l'attrice caratterista. Ah, bene sì! Questo sì! Vera­mente a soggetto! Siamo usciti e stiamo ora improv­visando tanto io che lei.

il dottor hinkfuss. E dunque séguiti, séguiti, chiami fuori gli altri attori per presentarli!

l'attrice caratterista. Subito!

Chiamando dalla tenda:

Ehi, giovanotti, qua, qua tutti!

il   dottor   hinkfuss.   S'intende, rientrando nella sua parte.

l'attrice caratterista. Non dubiti, ci sono. Qua, qua, cari amici!

Entrano rumorosamente cinque giovani ufficiali avia­tori in divisa. Prima salutano enfaticamente la signora Ignazia:

—  Cara, cara signora!

—  Viva la nostra Grande Generala!

—  E la nostra Santa Protettrice!

E altre simili esclamazioni. Poi salutano le quattro ragazze, che rispondono festosamente. Qualcuno va a salutare anche il signor Palmiro. La signora Igna­zia tenta d'interrompere tutto quel frastuono di sa­luti veramente a soggetto.

l'attrice caratterista. Piano, piano, cari, non faccia­mo confusione! Aspettate, aspettate! Qua lei Pomàrici, mio sogno per Totina! Ecco, se la prenda a brac­cio — così! E lei Sarelli, qua con Dorina!

il terzo ufficiale. Ma no! Dorina è con me, (la trat­tiene per un braccio) non facciamo scherzi!

sarelli (tirandola per 'l'altro braccio). Dàlla ora a me, se me l'assegna la madre!

il terzo ufficiale. Nient'affatto! Siamo d'accordo, la signorina e io.

sarelli (a Dorina). Ah, lei è d'accordo? Complimenti!

Denunziandoli:

Signora  Ignazia,  li sente?

l'attrice caratterista. Come, d'accordo?

dorina (seccata). Ma sì, scusi, signora...

il nome dell'Attrice Caratterista

d'accordo, per recitare le nostre parti.

il terzo ufficiale. La prego di non imbrogliare, signo­ra, ciò che s'è concertato.

l'attrice caratterista. Ah, già, sì, scusate, ora mi ram­mento! Lei Sarelli è con Nenè.

nenè (a Sarelli, aprendo le braccia). Con me! Non si ricorda che s'è stabilito così?

sarelli. Ma tanto, sa? noi ci siamo soltanto per fare un po' di chiasso.

il dottor hinkfuss (all'Attrice Caratterista). Attenzio­ne, attenzione, signora, mi raccomando!

l'attrice caratterista. Sì, sì, mi scusi; abbia pazien­za; tra tanti, ho fatto un po' di confusione.

Voltandosi a cercare in giro:

Ma Verri? Dov'è Verri? Dovrebbe esser qua coi suoi compagni.

il primo attore (pronto, sporgendo il capo dalla ten­da). Sì, bravi compagni, che insegnano la modestia alle sue care figliole!

l'attrice caratterista. Vorrebbe che le tenessi dalle monache a imparare il catechismo e il ricamo? Passò quel tempo, Enea...

Lo  va  a  prendere  e  lo   tira  fuori per  mano.

Via, venga qua, sia buono! Le guardi; non ne fanno esposizione, ma pure le hanno, sa? come poche al giorno d'oggi, le loro brave virtù di donnine di casa, lei che parla di modestia! Mommina sa stare in cu­cina —

mommina (con tono di rimprovero, come se la madre svelasse un segreto da vergognarsene). Mammà!                            

la signora ignazia. — e Totina rammenda —

totina (c. s.). Ma che dici!

la signora ignazia. — e Nenè, —

nenè (subito, aggressiva, minacciando di turarle la boc­ca). Ti vuoi star zitta, mammà?

la signora ignazia. — mi trovi l'uguale per far ritor­nare nuovi i vestiti —

nenè (c. s.). Ma insomma! basta!

la signora ignazia. — smacchiarli —

nenè (le tura la bocca). — basta così, mammà!

la signora ignazia (liberandosi della mano di Nenè). — rivoltarli — e per tenere i conti Dorina!

dorina. Hai finito di vuotare il sacco?

la signora ignazia. A che siamo arrivati! Se ne ver­gognano —

sampognetta. — come di vizii segreti!

la signora ignazia. Eppoi non son pretenziose, che si contentano di poco; basta che abbiano il teatro, restan anche digiune! Il nostro vecchio melodramma: ah! piace tanto anche a me!

nenè (che sarà entrata con una rosa in mano). Ma no, anche la Carmen, mammà !

Si mette la rosa in bocca e canta, storcendosi procace sui fianchi:

È l'amore uno strano augello

che non si può domesticar...

l'attrice caratterista. Sì, va bene, anche la Carmen; ma il cuore non ti bolle come al fuoco del nostro vecchio melodramma, quando vedi l'innocenza che grida e non è creduta e la disperazione dell'amante: « Ah quell'infame l'onore ha venduto... » — Doman­dalo a Mommina! Basta.

Rivolgendosi al Verri:

Lei è venuto la prima volta in casa nostra presen­tato, se ne ricordi bene, da questi giovanotti —

il terzo ufficiale. — e non l'avessimo mai fatto! —

l'attrice  caratterista.  — ufficiale di guarnigione al nostro campo d'aviazione —

il primo attore. — prego, ufficiale di complemento — per soli sei mesi — e poi finita, se Dio vuole, la cuc­cagna per costoro, di goder la vita a mie spese!

pomàrici. Noi? A tue spese?

sarelli. Ma guardalo lì!

l'attrice caratterista. Questo non c'entra. Volevo dire che né io né le mie figliole né quello lì —

Di nuovo il signor Palmiro, appena indicato, volta la faccia e si mette a fischiare.

Smettila, o ti tiro in faccia questa borsetta!

È una borsona. Il signor Palmiro smette subito.

— nessuno di noi s'accorse in prima che lei avesse nelle vene questo sanguaccio nero dei siciliani —

il primo attore. — io me ne vanto! —

l'attrice caratterista. — ah, ora lo so! — (e come lo so!)

il dottor hinkfuss. Non anticipiamo, signora, non anticipiamo nulla, per carità!

l'attrice caratterista. No, non tema, non anticipo nulla.

il dottor hinkfuss. Sola presentazione, chiarissima: e basta.

l'attrice caratterista. Chiarissima, sì, non dubiti. Dico, com'è vero, che prima non se ne vantava: era anzi con tutti noi a tener testa a questi selvaggi dell'isola che si recano quasi a onta il nostro innocente vivere alla continentale, l'accogliere in casa un po' di giova­notti, e permettere che si scherzi come, Dio mio, è proprio della gioventù, senza malizia. Scherzava an­che lui con la mia Mommina...

La cerca attorno.

Dov'è? — Ah, eccola qua! Vieni, vieni avanti, fi­gliuola mia disgraziata; non è tempo ancora che tu te ne stia così.

La Prima Attrice che farà la parte di Mommina, tirata per mano, relutta.

                         

Vieni, vieni.

la prima attrice. No, mi lasci, mi lasci, signora...

Dirà il nome dell'Attrice Caratterista; poi, risolutamente, facendosi avanti al Dottor Hinkfuss:

       

Per me così non è possibile, signor Direttore! Glielo dico avanti. Non è possibile! Lei ha segnato una trac­cia, stabilito un ordine di quadri: bene: ci si stia ! Io debbo cantare. Ho bisogno di sentirmi sicura, al mio posto, nell'azione che m'è stata assegnata. Così a vento io non vado.

il primo attore. Già! Perché forse la signorina si sarà bell'e scritte e messe a memoria le parole da dire secondo questa traccia.

la prima attrice. Certo, mi sono preparata. Lei forse no?

il primo attore. Anch'io, anch'io; ma non le parole da dire. Oh, patti chiari, signorina, intendiamoci: non s'aspetti ch'io parli come lei mi vorrà tirare a parlare secondo le battute che s'è preparate, sa? Io dirò ciò che debbo dire.

Segue a questo battibecco un borbottio di com­menti simultanei tra gli attori.

—  Già, sarebbe bella!

—  Che l'uno tirasse l'altro a dire ciò che fa comodo a lui!

—  Addio recita a soggetto allora!

—  Poteva scriver lei, allora, anche le parti degli altri!

il dottor hinkfuss (troncando i commenti). Signori miei signori miei, parlare il meno possibile, parlare il menò possibile, già ve l'ho detto! — Basta. Ora la presentazione è finita. — Più atteggiamenti, più atteggiamenti, e meno parole; date ascolto a me. Vi assicuro che le parole verranno da sé, spontanee, dagli atteggiamenti che assumerete secondo l'azione com'io ve l'ho tracciata. Seguite questa e non sbaglierete. La­sciatevi guidare e collocare da me, per come s'è stabili­to... Su su. Ritiratevi adesso. Facciamo abbassare il sipario.

Il sipario è abbassato. Il Dottor Hinkfuss, restando alla ribalta, aggiunge, rivolto al pubblico:

Chiedo scusa, Signore e Signori. Lo spettacolo ora incomincia davvero. Cinque minuti, cinque soli mi­nuti, con permesso, perché possa vedere se tutto è in ordine.

Si ritira, scostando il sipario. Cinque minuti di pausa.


II

Si riapre il sipario.

Il Dottor Hinkfuss comincia a menare il can per l'aja.

« Sarà bene in principio » avrà pensato « dare una rappresentazione sintetica della Sicilia con una processioncina religiosa. Farà colore. »

E ha tutto disposto perché questa processioncina muo­va dalla porta d'ingresso della sala verso il palcoscenico, attraversando il corridoio che divide nel mezzo in due ali le file della platea e delle poltrone, nell'ordine seguente:

1. quattro chierichetti, in tonaca nera e càmice bian­co con guarnizioni di merletti; due davanti e due dietro; reggeranno torcetti accesi;

2. quattro giovinette,  dette  « Verginelle »,  vestite  di bianco e avvolte in veli bianchi, con guanti bianchi di filo, troppo grandi per le loro mani, apposta perché appajano un po' goffe; due davanti e due dietro anch'esse, reggeranno  le quattro mazze  d'un piccolo  baldacchino di seta celeste;

3. sotto il baldacchino, la « Sacra Famiglia »; vale a dire, un vecchio truccato e parato da San Giuseppe, come si vede nei quadri sacri che rappresentano la Natività, con una spera di porporina attorno al capo e in mano un lungo bàcolo, fiorito in cima; accanto a lui, una bellis­sima giovinetta bionda, con gli occhi bassi e un dolce mo­destissimo  sorriso sulle  labbra,  acconciata  e parata da Vergine Maria, anche lei con la spera attorno al capo e in braccio un bel bambolone di cera che rappresenta il Bambino Gesù, come ancor oggi si possono vedere in Si­cilia, per Natale, in certe rozze rappresentazioni sacre con accompagnamento di musiche e cori;

4.  un pastore, con berretto di pelo e cappotto d'albagio, le gambe avvolte di pelli caprine, e un altro più giovane pastore; soneranno, quello la ciaramella, e que­sto l'acciarino;

5.  un  codazzo  di  popolani  e  popolane,  d'ogni  età; le  donne,  con  le  gonne  lunghe,  rigonfie  ai fianchi,  a piegoline, e la « mantellina »  in  capo; gli uomini, con giacche corte a vita e calzoni a campana, sorretti da lar­ghe fasce di seta a colori; in mano i berretti a calza, di filo nero, con la nappina in punta; entreranno nella sala cantando, al suono della ciaramella e  dell'acciarino, la cantilena:

Oggi e sempre sia lodato nostro

Dio sagramentato:

e lodata sempre sia

nostra Vergine Maria.

Sul palcoscenico, intanto, si vedrà una strada della città col muro bianco, grezzo, d'una casa, che correrà da sinistra a destra per più di tre quarti della scena, dove farà angolo in profondità. Allo spigolo, un fanale col suo braccio. Dopo lo spigolo, nell'altro muro della casa ad angolo ottuso, si vedrà la porta d'un Cabaret, illuminata da lampadine colorate; e, quasi dirimpetto, un po' più in fondo e di taglio, il portale d'un'antica chiesa, su tre scalini.

Un poco prima che si levi il sipario e che la proces­sione entri nella sala, s'udrà sul palcoscenico il suono delle campane della chiesa e, appena percettibile, il rom­bo d'un organo sonato nell'interno di essa. Al levarsi del sipario e all'entrata della processione, si vedranno sul pal­coscenico inginocchiarsi, lungo il muro e a destra, uo­mini e donne (non più di otto o nove) che si troveran­no a passare per la strada: le donne, facendosi il segno della croce; gli uomini, scoprendosi il capo. Allorché la processione, salita sul palcoscenico, entrerà nella chiesa, questi uomini e queste donne s'aggiungeranno al codaz­zo ed entreranno anche loro. Entrato l'ultimo, cesserà il suono delle campane; durerà ancora, nel silenzio, più distinto, quello dell'organo, per poi venir meno pian piano col graduale mancar della luce sulla scena.

Subito, appena estinto questo suono sacro, scatterà con violento contrasto il suono d'un jazz nel Cabaret, e, nello stesso tempo, il muro bianco che corre per più di tre quarti della scena si farà trasparente. Si vedrà l'interno del Cabaret sfolgorante di varie luci colorate. A destra, fin presso la porta d'ingresso, sarà il banco di méscita, dietro al quale si vedranno tre ragazze scollate, sguajatamente dipinte. Nella parete di fondo, presso il banco, sarà appesa una lunga stuoja di velluto rosso fiammante e sovr'essa, composta come un bassorilievo, una strana chanteuse vestita di veli neri, pallida, il capo re­clinato indietro e gli occhi chiusi, canterà lugubremente le parole del jazz. Tre ballerinette bionde moveranno in cadenza le braccia e le gambe, voltando le spalle al banco, nel poco spazio tra quello e la prima fila dei tavolinetti tondi a cui seggono gli avventori (non molti) con le bibite davanti.

Tra questi avventori è Sampognetta col cappelluccio in testa e un lungo sigaro in bocca.

L'avventore che gli sta dietro, nella seconda fila dei tavolini, vedendolo intentissimo alle mosse di quelle tre ballerinette, gli sta preparando uno scherzo feroce: due lunghe corna ritagliate nel cartoncino ov'è stampata, col programma, la lista dei vini e delle altre bibite del Cabaret.

Gli altri avventori se ne sono accorti e ci prendono un gran gusto e fanno ammiccamenti e cenni di far presto.

Quando le due corna son ritagliate, belle lunghe e ritte nel giro di carta che fa da base, l'avventore si alza e con molta cautela le colloca sul cappelluccio di Sampognetta.

Tutti si mettono a ridere e a battere le mani.

Sampognetta, credendo che le risa e i battimani sia­no per le tre ballerinette che a tempo finiscono di bal­lare, comincia a ridere e a battere le mani anche lui, facendo così prorompere più che mai squacquerate le risa degli altri e fragorosi gli applausi. Ma non sa capacitarsi perché tutti guardino lui, anche le donne del banco, anche le tre ballerinette che, ecco, si buttano via dalle risa. Si smarrisce; il riso gli si rassega sulle labbra; l'applauso gli sì spegne nelle mani.

Allora, quella strana chanteuse ha un impeto d'in­dignazione; si stacca dalla stuoja di velluto e si muove per andare a strappare dalla testa di Sampognetta quel­lo schernevole trofeo, gridando:

la chanteuse. No, povero vecchio, via! vergognatevi!

Gli avventori la parano, gridando a loro volta simul­taneamente, in gran confusione.

gli avventori. — Sta' lì, stupida!

—  Zitta e al tuo posto!

—  Che povero vecchio!

—  Chi ti c'immischia?

—  Lascia  fare!

—  Se lo merita!

—  Se lo merita!

E tra queste grida confuse, la Chanteuse seguiterà a protestare, trattenuta, dibattendosi:

la chanteuse. Vigliacchi, lasciatemi! Perché se lo me­rita? Che male v'ha fatto?

sampognetta (alzandosi più che mai smarrito). Che mi merito? Che mi merito?

l'avventore che gli ha fatto lo scherzo. Ma niente, signor Palmiro, la lasci dire!

secondo avventore. È ubriaca, al solito!

l'avventore che gli ha fatto lo scherzo. Se ne vada, se ne vada, questo non è posto per lei!

E lo spinge con gli altri verso la porta.

terzo avventore. Lo sappiamo noi bene, quello che lei si merita, signor Palmiro!

Sampognetta è condotto fuori con le sue brave cor­na in testa. La trasparenza del muro si spegne. Si sentono ancora le grida di quelli che trattengo­no la Chanteuse; poi, una gran risata, e riattacca il jazz.

sampognetta (ai due o tre avventori che lo hanno spin­to a uscire e che ora se lo godono incoronato sotto il fanale acceso). Ma io vorrei sapere che cosa è successo.

secondo avventore. Niente, è per la storia dell'altra sera.

terzo avventore. La sanno tutti affezionato a questa chanteuse...

secondo avventore. Volevano, così per scherzo, che ella le desse uno schiaffo, come l'altra sera —

terzo avventore. — già! — dicendo che lei se lo merita!

sampognetta. Ah, ho capito! ho capito!

primo avventore. O oh! guardate! guardate! Su, in cielo! Le stelle!

secondo avventore. Le stelle?

terzo avventore. Che cosa, le stelle?

primo avventore. Si muovono ! si muovono!

secondo avventore. Ma va' là!

sampognetta. Possibile?

primo avventore. Sì, sì, guardate! Come se qualcuno le toccasse con due pertiche!

E alza le braccia facendo le corna.

secondo avventore. Ma statti zitto! Tu hai le traveggole!

terzo avventore. Ti pajono lampioncini, le stelle?

secondo avventore. Diceva, signor Palmiro?

sampognetta. Ah, ah sì, che io, questa sera, non so se ci avete fatto caso, apposta ho guardato sempre le ballerine, senza nemmeno voltare il capo verso di lei. Mi fa tanta impressione, tanta! quella poverina, quan­do canta con gli occhi chiusi e con quelle lagrime che le sgocciolano per le guance!

secondo avventore. Ma lo fa per professione, signor Palmiro! Non creda a quelle lagrime!

sampognetta (negando seriamente, anche col dito). No no, ah, no no! Che professione! Che professione! Vi do la mia parola d'onore che quella donna soffre: soffre sul serio. E poi ha la stessa voce della mia figlia maggiore: tal quale! tal quale! E m'ha confidato ch'è figlia anche lei di buona famiglia...

terzo avventore. Ah sì? Oh guarda! Figlia anche lei di qualche ingegnere?

sampognetta. Questo non lo so. Ma so che certe sven­ture possono capitare a tutti. E, ogni volta, senten­dola cantare, mi... mi prende un'angoscia, una co­sternazione...

Sopravvengono a questo punto da sinistra, a passo di marcia, Totina a braccio di Pomàrici, Nenè a braccio di Sarelli, Dorina a braccio del Terzo Uf­ficiale, Mommina accanto a Rico Verri e la signo­ra Ignazia a braccio degli altri due giovani ufficiali. Pomàrici segna il passo per tutti, prima ancora che la compagnia entri in scena. I tre avventori, che sa­ranno diventati anche quattro o più, sentendo la voce, si ritrarranno verso la porta del Cabaret, la­sciando solo il signor Palmiro sotto il fanale, sempre con le sue corna in testa.

pomàrici. Un due, — un due, — un due...

Sono diretti al teatro; le quattro ragazze e la signora Ignazia, in sgargianti abiti da sera.

totina (vedendo il padre con quelle corna in capo). Oh Dio, papà! Che t'hanno fatto?

pomàrici. Vigliacchi schifosi!

sampognetta. A me? Che cosa?

nenè. Ma levati ciò che t'hanno messo sul cappello!

la signora ignazia (mentre il marito annaspa con le mani sul cappello). Le corna?

dorina. Mascalzoni, chi è stato?

totina. Ma guardate là!

sampognetta (levandosele). A me, le corna? Ah, dun­que per questo? Miserabili!

la signora ignazia. E le tiene ancora in mano! Buttale via, imbecille! Buono soltanto a diventar lo zimbello di tutti i farabutti!

mommina (alla madre). Non ci manca altro che tu ora, per giunta, te la pigli con lui —

totina. — mentre sono stati questi schifosi!

verri (andando verso la porta del Cabaret incontro agli avventori che guardano e ridono). Chi ha osato? Chi ha osato?

Ne prende uno per il petto.

È stato lei?

nenè. Ridono...

l'avventore (cercando di svincolarsi). Mi lasci! Non sono stato io! E non s'arrischi a mettermi le mani addosso !

verri. Mi dica allora chi è stato!

pomàrici. No, via, Verri, lascia!

sarelli. È inutile star qui a far chiasso ancora!

la signora ignazia. No no, io voglio soddisfazione dal pa­drone di questa tana di malviventi!

totina. Lascia andare, mammà!

secondo avventore (facendosi avanti). Badi come par­la, signora! Qua ci sono anche gentiluomini!

mommina. Gentiluomini che agiscono così?

dorina. Mascalzoni farabutti!

terzo ufficiale. Lasci andare, lasci andare, signorina!

quarto avventore. Giovinastri, hanno scherzato...

pomàrici. Ah, lo chiama scherzo lei?

secondo avventore. Stimiamo tutti il signor Palmiro —

terzo avventore (alla signora Ignazia). — e non sti­miamo lei, invece, per nient'affatto, cara signora!

secondo avventore. Lei è la favola del paese!

verri (inveendo, con le braccia levate). Tenete la lin­gua a posto, o guai a voi!

quarto avventore. Noi faremo rapporto al signor Colonnello!

terzo avventore. Vergogna, in divisa d'ufficiali!

verri. Chi farà rapporto?

gli avventori (anche da dentro il Cabaret). Tutti! Tutti!

pomàrici. Voi insultate le signore che passano per via in nostra compagnia, e noi abbiamo il dovere di prenderne le difese!

quarto avventore. Nessuno ha insultato!

terzo avventore. Ha insultato lei, invece!  la signora!

la signora ignazia. Io? No! Io non ho insultato! Io v'ho detto in faccia quello che siete: malviventi ! mascal­zoni, farabutti! degni di stare in gabbia come le bestie feroci! ecco quello che siete!

E siccome tutti gli avventori ridono sguajatamente:

Ridete, sì, ridete, manigoldi, selvaggi!

pomàrici (con gli altri ufficiali e le figliuole, cercando di calmarla). Via, via, signora...

sarelli. Ora basta!

terzo ufficiale. Andiamo a teatro!

nenè. Non ti sporcar la bocca a rispondere a costoro!

pomàrici. Venga, venga a teatro con noi, signor Palmiro!

quarto ufficiale. Andiamo, andiamo! S'è fatto tardi!

totina. Sarà certo finito il primo atto!

mommina. Sì, via, andiamo, mammà!  Lasciali perdere!

signora ignazia. No, che teatro, lui! A casa! Via subito a casa! Domani si deve alzar presto per andare alla zolfara! A casa! A casa!

Gli avventori tornano a ridere a questo comando perentorio della moglie al marito.

sarelli. E noi, a teatro! Non perdiamo tempo!

la signora ignazia. Imbecilli! Cretini! Ridete della vostra ignoranza!

pomarici. Basta! Basta!

gli altri ufficiali. A teatro! A teatro!

A questo punto il Dottor Hinkfuss, che fin da prin­cipio è rientrato in sala in coda alla processione e s'è fermato a sorvegliare la rappresentazione, stan­do seduto in una poltrona di prima fila riservata per lui, s'alzerà per gridare:

il dottor hinkfuss. Sì, sì, basta! basta così! A teatro! A teatro! Via tutti! Gli avventori rientrino nel Ca­baret! Gli altri, via per la destra! E tirare un po' il sipario da una parte e dall'altra!

Gli attori eseguiscono. Il sipario è tirato un po' dalle due parti in modo da lasciare nel mezzo il muro bianco che deve fare da schermo alla projezione cinematografica dello spettacolo d'opera. Solo il vecchio Attore Brillante è rimasto lì davanti, quan­do tutti gli altri sono scomparsi.

il vecchio attore brillante (al Dottor Hinkfuss). Se non vado con loro a teatro, io debbo uscire per la sinistra, no?

il dottor hinkfuss. S'intende, lei per la sinistra! Va­da, vada! Che domande!

il vecchio attore brillante. No, volevo farle osser­vare che non m'han lasciato dire nemmeno una pa­rola. Troppa confusione, signor Direttore!

il dottor hinkfuss. Ma nient'affatto! È andata be­nissimo! Via, via, se ne vada!

il vecchio attore brillante. Dovevo far notare che le pago io tutte, sempre!

il dottor hinkfuss. Va bene, ecco che l'ha fatto no­tare; se ne vada! Ora è la scena del teatro!

Il vecchio Attore Brillante se ne va per la sinistra.

Il grammofono! E subito pronta la projezione! Ton-film!

Il Dottor Hinkfuss torna a sedere alla sua poltrona. Intanto, a destra, dietro il sipario tirato fino a na­scondere lo spigolo del muro col fanale, i servi di scena avranno collocato un grammofono a cui sia stato applicato un disco col finale del primo atto d'un vecchio melodramma italiano, « La forza del destino » o « Un ballo in maschera » o qualunque altro, purché se n'abbia sincronicamente la projezio­ne su quel muro bianco che fa da schermo. Appena il suono del grammofono si fa sentire e la projezio­ne comincia, s'illumina il palco, lasciato vuoto nella sala, d'una calda luce speciale che non si scorga donde provenga; e si vedono entrare la signora Ignazia con le quattro figliuole, Rico Verri e gli altri giovani ufficiali. L'entrata sarà rumorosa e provocherà subito le proteste del pubblico.

la signora ignazia. Ecco se è vero! Siamo già al finale del primo atto!

totina. Che corsa! Auf.

Siede nel primo posto del palco, dirimpetto alla madre:

Dio che caldo! Siamo tutte scalmanate!

pomàrici (facendole vento sul capo con un ventaglino). Eccomi pronto a servirla!

dorina. Sfido! A marcia serrata! Un due, un due...

voci, nella sala. — Ma insomma!

—  Silenzio!

—  Guardate se questa è la maniera d'entrare in un teatro!

mommina (a Totina). Hai preso il mio posto, levati!

totina. Eh, se Dorina e Nenè si son sedute qua in mezzo...

dorina. Abbiamo creduto che Mommina se ne volesse star dietro con Verri come l'ultima volta.

voci, nella sala. — Silenzio! Silenzio!

—  Son sempre loro!

—  È una vera indecenza!

—  La maraviglia è dei signori ufficiali!

—  Non c'è nessuno che li richiami all'ordine?

Intanto nel palco sarà un gran tramestio per il cambiamento dei posti: Totina avrà ceduto il posto a Mommina e preso quello di Dorina che sarà pas­sata nella sedia accanto lasciata da Nenè, la quale sarà andata a sedere sul divano accanto alla madre. Rico Verri sederà accanto a Mommina sul divano dirimpetto; dietro Totina, Pomàrici; dietro Dorina, il Terzo Ufficiale; e in fondo, Sarelli e gli altri due ufficiali.

mommina. Piano, piano, per carità!

nenè. Sì, piano! Prima porti lo scompiglio —

mommina. — Io? —

nenè. — mi pare! con tutti questi cambiamenti!

dorina. Ma lasciateli dire!

totina. Come se non avessero mai sentito...

Nominerà il melodramma.

pomàrici. Si dovrebbe pure avere qualche riguardo per le signore!

voci, nella sala. — Taccia lei!

—  È una vergogna!

—  Alla porta i disturbatori!

—  Cacciateli via!

—  Che   proprio   la   barcaccia   degli   ufficiali   debba dare questo scandalo?

—  Fuori! Fuori!

la signora ignazia. Cannibali! Non è colpa nostra se siamo arrivati così tardi! Oh vedete se questo dev'esser con­siderato come un paese civile! Prima un'aggressione sulla strada, e aggredite ora anche a teatro! Cannibali!

totina. Nel Continente si fa così!

dorina. Si viene a teatro quando si vuole!

nenè. E qua c'è gente che lo sa, come si fa e si vive nel Continente!

voci. Basta! Basta!

il dottor hinkfuss (alzandosi, rivolto al palco degli attori). Sì, sì, basta! Non eccedere, mi raccomando, non eccedere!

la signora ignazia. Ma mi faccia il piacere, che eccedere! Il coraggio lo pigliamo da giù! È una persecuzione insopportabile, non vede? per un po' di rumore che s'è fatto entrando!

il dottor hinkfuss. Va bene! Va bene! Ma ora basta! Tanto, l'atto è finito!

verri. È finito? Ah, sia lodato Dio! Usciamo, usciamo!

il dottor hinkfuss. Benissimo, sì, uscire, uscire!

totina. Ho una sete io!

Esce dal palco.

nenè. Speriamo di trovare un gelato!

(c. s.)

la signora ignazia. Via, via, usciamo presto, usciamo presto, o scoppio!

Finita la projezione, tace il grammofono. Il sipa­rio si chiude del tutto. Il Dottor Hinkfuss sale sul palcoscenico e si rivolge al pubblico, mentre la sala si illumina.

il dottor hinkfuss. Quella parte del pubblico che è solita uscire tra un atto e l'altro dalla sala potrà an­dare, se vuole, ad assistere allo scandalo che questa benedetta gente seguiterà a dare anche nel ridotto del teatro; non perché voglia, ma perché ormai, qualun­que cosa faccia, dà nell'occhio, presa com'è di mira e condannata a far le spese della maldicenza generale. Vadano, vadano: ma non tutti, prego; anche per non trovarsi di là troppo pigiati, con tanti a ridosso che voglion vedere ciò che su per giù s'è già visto qua. Posso assicurare che nulla perderà di sostanziale chi rimarrà qua a sedere. Si seguiteranno a vedere di là, mescolati tra gli spettatori, quelli che avete veduto anche voi, uscire dal palco, per il solito intervallo tra un atto e l'altro.

Io trarrò profitto di quest'intervallo per il cambiamen­to di scena. E lo farò davanti a voi, ostensibilmente, per offrire anche a voi che restate nella sala uno spettacolo a cui non siete abituati.

Batte le mani, per segnale, e ordina:

Tirate il sipario!

Il sipario è riaperto.


INTERMEZZO

Rappresentazione  simultanea,  nel  ridotto   del   teatro   e sul palcoscenico.

Nel ridotto del teatro le attrici e gli attori figureranno con la massima libertà e naturalezza (ciascuno, s'inten­de, nella sua parte) da spettatori tra gli spettatori, du­rante l'intervallo tra un atto e l'altro. S'aggrupperanno in quattro punti diversi del ridotto e là ciascun gruppo farà la sua scena indipendentemente dall'altro e contemporaneamente: Rico Verri con Mommina; la signora Ignazia con due degli ufficiali, che si chiamano l'uno Pometti e l'altro Mangini; sederà a qual­che panca; Dorina passeggerà conversando col Terzo Uf­ficiale che si chiama Nardi; Nenè e Totina andranno con Pomàrici e Sarelli in fondo al ridotto dove sarà un banco di vendita con bibite, caffè, birra, liquori, caramelle e al­tre golerìe.

Queste scenette sparse e simultanee sono qui trascritte, per necessità di spazio, una dopo l'altra.

I

Nenè, Totina, Sarelli e Pomàricì, al banco in fondo al ridotto.

nenè. Non c'è gelati? Peccato! Mi dia allora una bibita, Fresca, mi raccomando. Una menta, sì.

totina. A me, una limonata.

pomàrìcì. Un sacchetto di cioccolatini; e caramelle, anche.

nenè. No, non le prenda, Pomàrici! Grazie.

totina. Non saranno buone. Sono buone? E allora sì, comprare, comprare! È una delle più grandi soddisfazioni —

pomàrici. — il cioccolatino? —

totina. — no — di noi donne — far pagare gli uomini!

pomàrici. — Per così poco! Peccato, non s'è fatto a tempo a passare dal caffè, venendo a teatro —

sarelli. — per quel maledetto incidente... —

totina. Ma è anche papà, santo Dio! pare vada cer­cando lui stesso di dar pretesto a quest'indegna perse­cuzione, frequentando certi posti!

pomàrici (mettendole tra le labbra un cioccolatino). Non s'amareggi!  Non s'amareggi!

nenè (aprendo la bocca come un uccellino). E a me?

pomàrici (imboccandola). Subito: ma a lei, una cara­mella.

nenè. Ed è proprio sicuro che nel Continente si fa così?

pomàrici. Come no? Imboccare, dice, una caramella, al­le belle signorine? — Sicurissimo!

sarelli. Questo, e ben altro!

nenè. Che altro? che altro?

pomàrici. Eh, se volessimo proprio fare in tutto come nel Continente!

totina (provocante). Ma per esempio?

sarelli. Non possiamo portarglielo qua, l'esempio.

nenè. E allora domani tutt'e quattro prenderemo d'as­salto il campo d'aviazione!

totina. E guai a voi se non ci prendete in volo!

pomàrici. La visita sarà graditissima; ma quanto a vo­lare, purtroppo...

sarelli. Vietato dal regolamento!

pomàrici. Col Comandante che c'è adesso...

totina. Non avevate detto che quest'orco sarebbe andato in licenza?

nenè. Io non sento ragioni: voglio volare sulla città per il gusto di sputarci sopra. Si potrà?

sarelli. Volare, impossibile...

nenè. No, dico, tirarci... puh! — così, uno sputo. Ne do l'incarico a lei.

II

Dorina e Nardi, passeggiando.

nardi.  Ma sa che suo papà è innamorato pazzo della chanteuse del Cabaret?

dorina.  Papà? Che mi dice?

nardi.  Papà, papà;  gliel'assicuro io;  e  lo  sa  del  resto tutto il paese.

dorina. Ma dice sul serio? Papà innamorato?

Una  risatona, che fa  voltare  tutti gli spettatori  vicini.

nardi. Non ha visto ch'era là nel Cabaret?

dorina. Per carità, non ne faccia sapere nulla alla mam­ma; lo scorticherebbe! Ma chi è questa chanteuse? Lei la conosce?

nardi. Si, l'ho vista una volta. Una matta accorata.

dorina. Accorata? Come sarebbe?

nardi. Dicono che piange sempre cantando, con gli oc­chi chiusi: lagrime vere; e che qualche volta casca a terra, anche, sfinita dalla disperazione che la fa pian­gere, ubriaca.

dorina. Ah sì? Ma allora sarà il vino!

nardi. Forse. Ma pare che beva perché disperata.

dorina. Oh Dio, e papà...? Oh poveretto!  Ma sa ch'è davvero disgraziato, povero papà? No no, io non ci credo.

nardi. Non ci crede? E se le dicessi che una sera, forse un po' brillo anche lui, diede spettacolo a tutto il Cabaret andando con le lagrime agli occhi e un faz­zoletto in mano ad asciugare le lacrime di quella che cantava con gli occhi chiusi?

dorina. Ma no! Sul serio?

nardi. E sa come gli rispose quella? Appioppandogli un solennissimo ceffone!

dorina. A papà? Anche quella? Gliene dà tanti la mam­ma, povero papà!

nardi. E proprio così le disse lui, là davanti a tutti gli avventori che ridevano: « Anche tu, ingrata ? Me ne dà tanti mia moglie! ».

Saranno, a questo punto, vicini al banco. Dorina vede le sorelle Totina e Nenè e corre a loro col Nardi.

III

Davanti al banco, Nenè, Totina, Dorina, Pomàrici, Sarelli e Nardi.

dorina.   Ma  sapete  che  mi  dice  Nardi?   Che  papà  è innamorato della chanteuse del Cabaret!

totina. Ma no!

nenè. Tu ci credi? è uno scherzo!

dorina. No no, è vero! è vero!

nardi. Posso garantire ch'è vero.

sarelli. Ma si, l'ho saputo anch'io.

dorina. E se sapeste che ha fatto!

nenè. Che ha fatto?

dorina. S'è preso uno schiaffo anche da quella, in pub­blico caffè!

nenè. Schiaffo?

totina. O perché?

dorina. Perché le voleva asciugare le lagrime!

totina. Le lagrime?

dorina. Già, perché è una donna, dice, che piange sempre...

totina. Avete capito? Avevo ragione di dirlo poco fa? È lui, è lui! Come volete che poi la gente non rida e non si faccia beffe di lui?

sarelli. Se ne volete una prova, cercategli in petto, nella tasca interna della giacca: deve averci il ritratto di quella chanteuse: lo mostrò a me una volta con certe esclamazioni che non vi dico, povero signor Palmiro!

IV

Rico Verri e Mommina, a parte.

mommina (un po' intimidita dall'aspetto fosco con cui il Verri è uscito dalla sala del teatro). Che ha?

verri (con mal garbo). Io? Niente. Che ho?

mommina. E allora perché sta così?

verri. Non lo so. So che se stavo un altro po' nel palco, finiva che facevo davvero la pazzia.

mommina. Non è più vita da potersi reggere.

verri (forte, aspro). Se n'accorge ora?

mommina. Stia zitto, per carità! Tutti gli occhi sono ad­dosso a noi.

verri. È ben per questo! È ben per questo!

mommina. Sono arrivata al punto che non so più quasi muovermi né parlare.

verri. Io vorrei sapere che hanno da guardar tanto e stare a sentire ciò che diciamo tra noi.

mommina. Stia buono, mi faccia questo piacere, non li provochi!

verri. Non siamo qua come tutti gli altri? Che vedono di strano in noi in questo momento, da starci a guar­dare così? Io domando se è mai possibile —

mommina. — ma già — vivere — gliel'ho detto — far più un gesto, alzar gli occhi così sotto la mira di tutti. Guardi là, anche attorno alle mie sorelle, e là attorno alla mamma.

verri. Come se si stésse qua a dare uno spettacolo!

mommina. Ma già!

verri. Purtroppo però, mi scusi, le sue sorelle là...

mommina. Che fanno?

verri. Niente; non me ne vorrei accorgere, ma sembra che ci provino gusto...

mommina. A che cosa?

verri. A farsi notare!

mommina. Ma non fanno nulla di male: ridono, ciarlano...

verri. Sfidando, col loro contegno ardito!

mommina. Ma sono anche i suoi colleghi, scusi...

verri. Lo so, a metterle su; e creda che cominciano a urtarmi seriamente, specie quel Sarelli, e anche Pomàrici e Nardi.

mommina. Fanno un po' d'allegria...

verri. Potrebbero pensare che la fanno a spese della buona reputazione di tre ragazze perbene; e almeno astenersi da' certi atti, da certe confidenze.

mommina. Questo sì, è vero.

verri. Io, per esempio, non tollererei più che uno di loro si permettesse con lei —

mommina. — non lo permetterei io, prima di tutti, lo sa!

verri. Lasciamo andare, lasciamo andare, per carità! Anche lei, anche lei prima l'ha permesso!

mommina. Ma ora non più, da un pezzo, mi pare! Do­vrebbe saperlo.

verri. Non basta però che lo sappia io: dovrebbero saperlo anche loro!

mommina. Lo sanno! Lo sanno!

verri. Non lo sanno! Più d'una volta han tenuto anzi a dimostrarmi di non volerlo sapere; e proprio come per cimentarmi.

mommina. Ma no! Ma quando? Per carità, non si metta di queste idee per la testa!

verri.  Dovrebbero capire che con me  non si scherza!

mommina. Lo capiscono, stia sicuro! Ma più lei dà a capire d'aversi a male anche d'uno scherzo innocente, e più quelli seguitano, anche per dimostrare di non averci messo alcuna malizia.

verri. Lei dunque li scusa?

mommina. Ma no! Dico questo per lei, perché stia tranquillo; e anche per me, che vivo, sapendola così, in uno stato di trepidazione continua. Andiamo, andiamo. La mamma s'è mossa; pare che voglia rientrare.

V

La signora Ignazia, su una panca, con Pometti e Mangini ai due lati.

la signora ignazia. Ah voi vi dovreste acquistare una grande benemerenza, una grande benemerenza, cari miei, verso la civiltà!

mangini. Noi? E come, signora Ignazia?

la signora ignazia. Come? Mettendovi a dar lezione, al vostro circolo!

pometti. Lezione? a chi?

la signora ignazia. A questi zotici villani del paese! Almeno per un'ora al giorno.

mangini. Lezione di che?

pometti. Di creanza?

la signora ignazia. No no, dimostrativa, dimostrativa. Una lezioncina al giorno, d'un'ora, che li informi di come si vive nelle grandi città del Continente. Lei di dov'è, caro Mangini?

mangini. Io? Di Venezia, signora.

la signora ignazia. Venezia? Ah Dio, Venezia, il mio sogno! E lei, lei, Pometti?

pometti. Di Milano, io.

la signora ignazia. Ah, Milano! Milan.... Figuriamoci! El nost Milan... E io sono di Napoli; di Napoli che — senza fare offesa a Milano — dico, — e salvando i meriti di Venezia — come natura, dico... un para­diso! Chiaja! Posillipo! Mi viene... mi viene da pian­gere, se ci penso... Cose! Cose!... Quel Vesuvio, Capri... E voi ci avete il Duomo, la Galleria, la Scala... E voi, già, Piazza San Marco, il Canai Grande... Cose! Co­se!... Mentre qua, tutte queste fetenzierie... E fossero soltanto fuori, nelle strade!

mangini. Non lo dica loro in faccia così forte, per ca­rità!

la signora ignazia. No, no, io parlo forte. Santa Chiara di Napoli, cari miei. Ce l'hanno anche dentro, la fetenzieria. Nel cuore, nel sangue, ce l'hanno. Arrabbiati tutti sempre! Non vi fanno quest'impressione? che sia­no sempre tutti arrabbiati?

mangini. Veramente, a me...

la signora ignazia. — non vi pare? — ma sì, tutti sempre bruciati d'una... come debbo dire? ma sì, rab­bia d'istinto, che li fa feroci l'uno contro l'altro; solo che uno, non so, guardi qua anziché là, o si soffi il naso un po' forte, o gli passi qualcosa per la testa e sorrida; Dio ne liberi e scampi! ha sorriso per me; s'è soffiato il naso così forte apposta per fare uno sfregio a me; ha guardato là anziché qua apposta per fare un dispetto a me! Non si può far nulla senza che sospettino che ci debba esser sotto chi sa che malizia; perché la malizia ce l'hanno loro, tutti, agguattata dentro. Guardateli negli occhi. Fanno paura. Occhi di lupo... Su su. Sarà tempo di rientrare. Andiamo da quelle povere figliole.

Misurato il tempo che ci vorrà perché i quattro gruppi recitino simultaneamente le loro battute, ciascuno al suo posto indicato, si faccia in modo (anche tagliando o aggiungendo, ove occorra, qual­che parola) che tutti alla fine contemporaneamen­te si muovano per rimettersi insieme e uscire dal ridotto. La simultaneità dovrà essere anche però regolata secondo il tempo che bisognerà al Dottor Hinkfuss per compiere i suoi prodigi sul palcoscenico. Tali prodigi potrebbero essere lasciati alla bizzar­ria del Dottor Hinkfuss. Ma poiché lui stesso, e non l'autore della novella, ha voluto che Rico Verri e gli altri giovani ufficiali fossero aviatori, è probabile che abbia voluto così per prendersi il piacere di preparare, davanti al pubblico rimasto nella sala, una bella scena che rappresenti un cam­po d'aviazione, messo con mirabile effetto in pro­spettiva. Di notte, sotto un magnifico cielo stellato, pochi elementi sintetici:  tutto piccolo in terra, per dare la sensazione dello spazio sterminato con quel cielo seminato di stelle: piccola, in fondo, la casina bianca degli ufficiali, con le finestrine illuminate, pic­coli gli apparecchi, due o tre, sparsi sul campo qua e là: e una grande suggestione di luci cupe: e il ronzio di un aeroplano invisibile, che voli nella notte serena. Si può lasciar prendere questo piacere al Dottor Hinkfuss, anche se nella sala non resterà nemmeno uno spettatore. In questo caso (che è pur da prevedere) non si avrebbe più la rappresentazione simultanea di questo intermezzo, là nel ridotto del teatro e qua sul palcoscenico. Ma il male sarebbe facilmente rimediabile. Il Dottor Hinkfuss, anche fa­cendo riaprire il sipario, vedendo che il suo fervorino non sorte l'effetto di trattenere in sala nemmeno una piccola parte del pubblico, si ritirerà fra le quin­te, un po' contrariato; e si sfogherà a dare il saggio della sua bravura quando la rappresentazione nel ridotto sarà finita e gli spettatori, richiamati dallo squillo dei campanelli, saranno rientrati nella sala a riprendere i loro posti.

Ciò che importa soprattutto è che il pubblico ab­bia sopportazione di queste cose che, se non proprio superflue, certo son di contorno. Ma dato che per tanti segni si può vedere che ci piglia gusto, e che anzi questo contorno va cercando con ingorda golo­sità più che le sane pietanze, buon pro gli faccia; il Dottor Hinkfuss ha ragione lui, e dunque gli sco­delli, dopo questa scena del campo di aviazione, un'altra scena, dicendo pur chiaramente e con la sprezzatura del gran signore che può permettersi certi lussi, che in verità della prima si può anche fare a meno, perché non strettamente necessaria. Si sarà perduto un po' di tempo per ottenere un bell'effetto; si darà a intendere il contrario, che anzi non se ne vuol perdere, tant'è vero che s'è saltata: una scena che, senza danno, poteva essere omessa. Ometteremo anche noi i comandi che il Dottor Hinkfuss potrà concertare da sé facilmente con gli apparatori  e gli  elettricisti e  i servi  di scena per l'allestimento   di  quel  campo   d'aviazione. Appena allestito, scenderà dal palcoscenico nella  sala,  si metterà nel mezzo del corridojo a regolare bene con altri opportuni comandi gli effetti di luce, e quando li avrà ottenuti perfetti, rimonterà sul palcoscenico.

il  dottor  hinkfuss.   No  No!   Via   tutto!   Via   tutto! Cessi quel ronzio!   Spegnere,  spegnere.   Sto pensando che di questa scena si può fare  anche a meno.  Sì, l'effetto è bello, ma coi mezzi che abbiamo a dispo-sizione possiamo ottenerne altri non  meno belli, che conducano avanti più speditamente l'azione. Per for­tuna  io  stasera  sono   libero   davanti   a  voi,   e   spero che a voi non dispiacerà vedere come si mette su uno spettacolo,   non   solo   sotto   i   vostri   stessi   occhi,   ma anche   (perché  no?)  con  la  vostra  collaborazione.   Il teatro, voi vedete, signori, è la bocca spalancata d'un grande macchinario che ha fame: una fame che i si­gnori poeti...

un poeta, dalle poltrone. Per piacere, non dica si­gnori ai poeti; i poeti non sono signori!

il dottor hinkfuss (pronto). Neanche i critici sono in questo senso signori; e io li ho pur chiamati così, per una certa affettazione polemica che, senza offesa, credo in questo caso mi possa essere consentita. Una fame, dicevo, che i signori poeti hanno il torto di non saper saziare. Per questa macchina del teatro, come per altre macchine enormemente e mirabilmen­te cresciute e sviluppate, è deplorevole che la fantasia dei... poeti, arretrata, non riesca più a trovare un nu­trimento adeguato e sufficiente. Non si vuole intendere che il teatro è soprattutto spettacolo. Arte sì, ma an­che vita. Creazione, sì, ma non durevole: momentanea. Un prodigio: la forma che si muove! E il prodigio, signori, non può essere che momentaneo. In un mo­mento, davanti ai vostri occhi, creare una scena; e dentro questa, un'altra, e un'altra ancora. Un attimo di bujo; una rapida manovra; un suggestivo gioco di luci. Ecco, vi fo vedere.

Batte le mani e ordina:

Bujo!

Si fa bujo, il sipario vien silenziosamente tirato dietro le spalle del Dottor Hinkfuss. Si rifà la luce nella sala, mentre i campanelli squillano per richiamare gli spettatori ai loro posti.

Nel caso che tutto il pubblico fosse uscito dalla sala e che il Dottor Hinkfuss (venuta a mancare la simul­taneità della doppia rappresentazione, là nel ridotto e qua sul palcoscenico) fosse costretto ad aspettare il ritorno del pubblico nella sala per dar principio alla manovra della prima scena del campo d'avia­zione e alla chiacchierata successiva, s'intende che il sipario non verrebbe abbassato, e che, dopo ordinato il bujo, egli, davanti a tutto il pubblico presente nella sala, seguiterebbe a impartire gli altri ordini per il proseguimento dello spettacolo. Qua si prevede il caso che la simultaneità, come sarebbe desiderabile, avvenga; e si dovrebbe trovar modo di farla avvenire. Calato allora il sipario e rifatta la luce nella sala, il Dottor Hinkfuss seguite­rà a dire:

il dottor hinkfuss. Aspettiamo finché il pubblico non sia rientrato. Dobbiamo anche dar tempo alla signora Ignazia e alle signorine La Croce che rientrino in casa dopo il teatro, accompagnate dai loro giovani amici ufficiali.

Rivolgendosi al Signore delle poltrone, che or ora rientra in sala:

E se intanto lei, signore, mio imperterrito interruttore, volesse informare il pubblico rimasto qua a sedere, se nulla di nuovo è avvenuto là nel ridotto...

il signore delle poltrone. Dice a me?

il dottor hinkfuss. A lei, sì. Se volesse essere così gentile...

il signore delle poltrone. No, nulla di nuovo. Un grazioso diversivo. Hanno chiacchierato. S'è soltanto saputo che quel buffo signor Palmiro, « Sampognetta », è innamorato della chanteuse del Cabaret.

il dottor hinkfuss. Ah ; ma questo s'era già potuto capire. Del resto, ha poca importanza.

il giovane spettatore della platea.  No,  scusi,  s'è ben capito anche che l'ufficiale Rico Verri...

il primo attore (sporgendo il capo dal sipario, alle spalle del Dottor Hinkfuss). Basta, basta con quest'ufficiale!Tra poco mi libero di questa divisa!

il dottor hinkfuss (rivolgendosi al Primo Attore, che ha già ritirato la testa). Ma scusi, perché interloquisce lei?

il primo attore (cacciando fuori di nuovo la testa). Per­ché mi irrita questa qualifica, e per mettere le cose a posto: non sono ufficiale di carriera.

Ritira di nuovo il capo.

il dottor hinkfuss. L'aveva fatto notare fin da principio. Basta.

Rivolgendosi al Giovane Spettatore:

Scusi tanto! Diceva il signore...?

il giovane spettatore (intimidito e imbarazzato). Ma... niente... Dicevo che... che anche di là, nel ridotto, codesto signor Verri ha dimostrato il suo cattivo umo­re e che... e che pare cominci a essere stufo più d'un po' dello scandalo che dànno quelle signorine e la... signora madre...

il dottor hinkfuss. Sì, sì, va bene; ma anche questo s'era potuto vedere fin da principio. Grazie ad ogni modo.

Si  sente  dietro  il sipario  il pianoforte   che  suona l'aria di Siebel nel « Faust » di Gounod:

« Le   parlate   d'amor  —   o   cari   fior... »

Ecco: già il pianoforte: tutto pronto.

Scosta un po' il sipario e ordina nell'interno del palcoscenico.

Gong!

Al colpo di gong ridiscende alla sua poltrona, e si riapre il sipario.


III

A destra, in fondo, lo scheletro d'una parete vetrata, con uscio in mezzo, per modo che di là da esso si intravveda anche l'anticamera, ma appena, con qualche sapiente tocco di colore e qualche lampada accesa. A metà della scena, altro scheletro di parete, anch'esso con uscio in mezzo, aperto, il quale dal salotto, che resta a destra, immette nella sala da pranzo, accennata somma­riamente, con una credenza pretenziosa e una tavola coperta da un tappeto rosso, su cui pende dal soffitto una lampada, ora spenta, con un enorme paralume a campana d'un bel colore arancione e verde. Sulla cre­denza ci sarà, tra l'altro, una bugia di metallo con la candela, una scatola di fiammiferi e un tappo di botti­glia, di sughero. Nel salotto, oltre il pianoforte, un divano, qualche tavolinetto, seggiole.

Aperto il sipario, si vedrà Pomàrici che seguita a so­nare seduto al pianoforte, e Nenè che balla a quel suono con Sarelli, come Dorina con Nardi, a passo di walzer. Rientrano adesso dal teatro. La signora Ignazia ha le­gato intorno alla faccia un fazzoletto di seta nera, ripie­gato a fascia, per un mal di denti che le è sopravvenuto. Rico Verri è corso a una farmacia notturna in cerca d'u­na medicina che glielo faccia passare. Mommina è seduta accanto alla madre, sul divano presso al quale è anche Pometti. Totina è di là (fuori scena) con Mangini.

mommina (alla madre, mentre Pomàrici suona e le due coppie ballano). Ti fa molto male?

E le avvicina una mano alla guancia.

la signora ignazia. Arrabbio! Non mi toccare!

pometti.  Verri è  già  corso  alla  farmacia:  sarà qui a momenti.                                 

la signora ignazia. Non gli apriranno! Non gli apri­ranno!

mommina. Ma hanno l'obbligo di aprire: farmacia not­turna!

la signora ignazia. Già! Come se non sapessi in che paese viviamo! Ahi! Ahi! Non mi fate parlare; ar­rabbio! Capaci di non aprirgli, se sanno che è per me!

pometti. Oh, vedrà che Verri si farà aprire! Capace anche lui di buttare la porta a terra!

nenè (placida, seguitando a ballare). Ma sì, stai sicura, mammà!

dorina (c. s.) Figurati se non aprono! Se ci si mette, è più bestia di loro!

la signora ignazia. No no, poverino, non dite così.  È tanto buono! È corso subito.

mommina. Mi pare! Lui solo. Mentre voi state a ballare.

la signora ignazia. Lasciale, lasciale ballare! Tanto, il dolore non mi passa, se mi stanno attorno a doman­darmi come sto.

A Pometti:

È la furia, la furia che mi mette nel sangue questa gente, la cagione di tutti i miei mali.

nenè (smettendo di ballare e accorrendo alla madre, tut­ta accesa della proposta che vuol fare). Mammà, e se tu dicessi l'Ave Maria come l'altra volta?

pometti. Ecco già! Benissimo!

nenè (seguitando). Sai che, dicendola, il dolore ti passò!

pometti.   Si provi,  signora,   si  provi!

dorina (mentre seguita a ballare). Sì sì, dilla, dilla, mammà! Vedrai che ti passa.

nenè. Già! ma voi smettete di ballare!

pometti. Certo! E anche tu di sonare, oh! Pomàrici.

nenè. La mamma dirà l'Ave Maria come l'altra volta!

pomàrici (levandosi dal pianoforte e accorrendo). Ah, brava, sì! Vediamo, vediamo se il miracolo si ripete.

sarelli.  La dica in  latino,  in latino,  signora  Ignazia!

nardi. Certo! Farà più effetto.

la signora ignazia. Ma no, lasciatemi stare! Che volete che dica!

nenè. Hai la prova dell'altra volta, scusa! Ti passò!

dorina. Al bujo! Al bujo!

nenè. Raccoglimento! Raccoglimento! Pomàrici, spenga la luce!

pomàrici. Ma Totina dov'è?

dorina.  È  di là con  Mangini.  Non  pensi a Totina  e spenga la luce!

la signora ignazia. Nient'affatto! Ci vorrà almeno una candela. E le mani a posto! E Totina venga qua.

mommina (chiamando). Totina! Totina!

dorina. La candela è di là!

nenè. Va' a prenderla tu; io vado a prendere la statuina della Madonna!

Via di corsa per il fondo: mentre Dorina va nella sala da pranzo con Nardi a prendere la candela sulla credenza. Prima d'accenderla, al bujo, Nardi abbraccia forte forte Dorina e le dà un bacio in bocca.

la signora ignazia (gridando dietro a Nenè che è scap­pata via). Ma no, lascia! Non c'è bisogno! Che sta­tuina! Se ne può fare a meno!

pomàrici (c. s.). Faccia venire qua Totina piuttosto!

la signora ignazia. Sì sì, Totina qua!  sùbito qua!

pometti. Un tavolinetto che faccia da altarino!

E lo va a prendere.

dorina (rientrando con la candela accesa, mentre Po­màrici spegne la luce). Ecco qua la candela!

pometti. Qua sul tavolino!

nenè (dal fondo, con la statuina della Madonna). Ed ecco la Madonna!

pomàrici. E Totina?

nenè. Ora viene, ora viene! Non secchi lei, con Totina!

la signora ignazia. Ma si può sapere che fa di là?

nenè. Niente, prepara una sorpresa, ora vedrete!

Poi, invitando  tutti col gesto:

                                       

Qua  dietro,  qua  dietro  tutti,  e  attorno!   Raccogliti, mammà!

Quadro. Nel bujo appena allargato da quel lume tremolante di candela, il Dottor Hinkfuss ha pre­parato un delicatissimo effetto: la soffusione d'una soavissima « luce di miracolo » (luce psicologica), verde, quasi emanazione della speranza che il mi­racolo si compia. Questo, appena la signora Ignazia, davanti alla Madonnina posata con la candela sul tavolinetto, si metterà a recitare a mani giunte, con lenta e profonda voce, le parole della preghie­ra, quasi aspettandosi che, dopo ognuna, le debba passare il dolore.

la signora ignazia. Ave Maria, gratia piena, Dominus tecum...

D'improvviso, un tuono e il guizzo diabolico d'un violentissimo lampo rosso fracassa tutto. Totina, vestita da uomo, con la divisa d'ufficiale di Mangini, entra cantando, seguita da Mangini che ha indossato una lunghissima veste da camera del si­gnor Palmiro. Il tuono diventa subito la voce di Totina che canta; come il lampo rosso, la luce che Mangini ridà al salotto, entrando.

totina. « Le parlate d'amor — o cari fior... »

Grido unanime, altissimo, di protesta.

nenè. Sta' zitta, stupida!

mommina. Ha guastato tutto!

totina (stordita). Che cos'è?

dorina. La mamma stava recitando l'Ave Maria.

totina (a Nenè). Potevi dirmelo!

nenè. Già! Dovevo figurarmi che tu dovessi piombare proprio in questo momento!

totina. Ero già bell'e vestita, quando sei entrata a pren­dere la Madonnina!

nenè. E dunque potevi immaginartelo!

dorina. Basta! Basta! Che si fa adesso?

pomàrici. Si ripiglia! si ripiglia!

la signora ignazia (balorda, in attesa, come se già aves­se il miracolo in bocca). No... Aspettate... Io non so...

mommina (felice). T'è passato?

la signora ignazia (c. s.). Non so... sarà stato il dia­volo... o la Madonna...

Strizza tutta la faccia per una nuova fitta del male.

No no... ahi... di nuovo... che passato! Ahiii... Dio, che spasimo...

D'un tratto vincendosi, pestando un piede, impone a sé stessa:

No! Non gliela voglio dar vinta! Cantate, cantate, fi­gliuole! Cantate, figliuoli! Fatemi questo piacere, can­tate, cantate! Guai a me, se m'avvilisco sotto questo porco dolore! Su, su, Mommina: «Stride la vampa »!

mommina (mentre tutti gridano applaudendo: «Sì, sì! Benissimo! Il coro del "Trovatore"! »). No, no, mam­mà, io non mi sento! no!

la signora ignazia (pregando con rabbia). Fammi que­sta carità, Mommina! È per il mio dolore!

mommina. Ma se ti dico che non mi sento!

nenè. Eh via! Contentala una volta!

totina. Ti dice che non vuole avvilirsi sotto il dolore!

sarelli e nardi. — Sì, sì, via! — La contenti, signorina!

dorina. Dio, come ti fai pregare!

nenè. Ti figuri che non lo supponiamo perché non vuoi più cantare?

pomàrici. Ma no, la signorina canterà!

sarelli. Se è per Verri, non dubiti che penseremo noi a tenerlo a posto!

pomàrici. Cantando le giuro che il dolore le s'incanta.

la signora ignazia. Sì, sì, fallo, fallo per la tua mamma!

pometti.  Che coraggio questa nostra Generala!

la  signora ignazia.  Tu Totina, Manrico eh?

totina. S'intende!  Sono già vestita!

la signora ignazia. Fatele i baffi, fatele i baffi a questa figliuola!

mangini. Ecco, sì, glieli faccio io!

pomàrici. No! Se permetti, glieli faccio io!

nenè. Qua c'è il tappo di sughero, Pomàrici! Corro a prenderle un gran cappello piumato! E un fazzoletto giallo e un scialle rosso per Azucena!

Scappa per il fondo, e ritorna poco dopo con quan­to ha detto.

pomàrici (a Totina, mentre le fa i baffi). E stia un po' ferma,  per piacere!

la signora ignazia. Benissimo! Mommina, Azucena...

mommina (ormai quasi tra sé, senza più forza d'opporsi). No, io no...

la   signora  ignazia   (seguitando).   ... Totina,   Manrico...

sarelli. — e noi tutti, il coro degli zingari!

la signora ignazia (accennandolo).

« All'opra, all'opra! Dàgli. Martella.

Chi del  gitano  la vita abbella? »

Lo domanda, cantando, ad alcuni, che restano a guardarla, non sapendo se lo domandi sul serio o per ischerzo; e allora, rivolgendosi ad altri, rido­manda:

« Chi del gitano la vita abbella? »

ma anche questi altri la guardano come i primi; non ne può più dal dolore e, arrabbiatissima, ri­domanda a tutti, per avere la risposta:

« Chi del gitano la vita abbella? »

tutti   (comprendendo   alla  fine,  intonano   la   risposta). « La zingarèèèè — eeeèlla! »

la   signora  ignazia   (prima  rifiatando, per  essere  stata finalmente compresa). Ahhh!

poi, mentre gli altri tengono la nota, tra sé, stor­cendosi dal dolore:

Mannaggia!  mannaggia!  Non resisto più! — Forza! Forza, figliuoli, presto, cantate!

pomàrici. Ma no, aspettate, santo Dio, che abbia finito.

dorina. Ancora? Basta così!

sarelli. Sta benissimo!

nenè. Un amore! Il cappello adesso! il cappello!

Glielo dà e si volge a Mommina:

E tu, senza storie! Il fazzoletto in capo!

A Sarelli:

Glielo leghi dietro!

Sarelli eseguisce.

E lo scialle addosso, così!

dorina  (con una spinta a Mommina  che resta inerte). Ma muoviti!

pomàrici.  Oh, ma ci vorrebbe qualcosa da battere!

nenè. Ho trovato! Le vaschette d'ottone!

Va a prenderle dalla credenza nella sala da pranzo; ritorna e le distribuisce.

pomàrici (andando al pianoforte). Ecco, attenti! At­tacchiamo da capo!

« Vedi le fosche notturne spo­glie... »

Si  mette  a  sonare   il  coro   degli  zingari,   con   cui comincia il secondo  atto  del « Trovatore ».

coro (all'attacco).

« Vedi le fosche notturne spoglie

de'  cieli sveste l'immensa volta:

sembra una vedova che alfin si toglie

i bruni panni ond'era involta. »

Poi, picchiando le vaschette:

« all'opra, all'opra! Dagli. Martella.

Chi del gitano la vita abbella? »

Tre volte:

« La zingarella! »

pomàrici (a Mommina). Ecco, attenta, signorina! A lei! E voi tutti attorno!

mommina  (facendosi avanti).

« Stride la vampa! la folla indomita

corre a quel foco, lieta in sembianza!

Urli di gioja intorno echeggiano:

cinta di sgherri donna s'avanza. »

Mentre gli altri cantano, prima a coro e ora Mom­mina a solo, la signora Ignazia, seduta su una seg­giola, agitandosi come un'orsa, pestando ora una cianca e ora l'altra, borbotterà in cadenza, come se dicesse in suo suffragio una litania:

la signora ignazia. Ah Dio, sto morendo! Ah Dio, sto morendo! Penitenza dei miei peccati! Dio, Dio, che spasimo! Forza, Dio, colpiscimi! E fai soffrire me sola! Scontare a me sola, Dio, lo spasso delle mie figliuole! Cantate, cantate, Sì, sì, godete, figliuole! lasciate ar­rabbiare me sola per questo dolore ch'è penitenza di tutti i miei peccati! Io vi voglio contente, festanti, festanti, così — Si, dàgli, martella, addosso a me! a me soltanto, Dio, e lascia godere le mie figliuole! — Ah Dio, la gioia che non potei avere io — mai, mai, Dio, mai, mai — voglio che l'abbiano le mie figliuole! — Debbono averla! debbono averla! Sconto io, sconto io per loro, anche se mancano, Dio, ai tuoi santi co­mandamenti.

E intona con gli altri, mentre le lagrime le gron­dano dagli occhi:

La zingarèèèè - eeeellaaa!... — Silenzio! Ora canta Mommina, voce di cartello!... La vampa, sì! — Ah... ce l'ho io in bocca, la vampa... Lieta, sì, lieta in sem­bianza...

Sopravviene a questo punto dal fondo Rico Verri. Resta dapprima sospeso, come se lo sbalordimento spalanchi davanti alla sua ira un precipizio; poi spicca un salto e s'avventa contro Pomàrici; lo strappa al seggiolino del pianoforte e lo scaraventa a terra, gridando:

rico verri. Ah, perdio! così vi fate beffe di me?

Succede in prima uno sbalordimento in tutti, che si esprime con qualche sciocca esclamazione incongrua.

nenè. Ma guarda che modi!

dorina. È pazzo?

Poi, un parapiglia, col rialzarsi di Pomàrici che si avventa su Verri, mentre gli altri si fanno in mezzo, a dividerli e trattenerli, parlando tutti simultanea­mente, in gran confusione.

pomàrici. Mi risponderai di quello che hai fatto!

verri (respingendolo  violentemente). Non ho ancora fi­nito!

sarelli e nardi. — Ci siamo anche noi! —   Ne risponderai a tutti!

verri. A tutti, a tutti! Son buono da rompervi il grugno a quanti siete!

totina. Chi l'ha fatto padrone in casa nostra?

verri. Mi si manda a prendere la medicina...

la signora ignazia. ...la medicina: e poi?

verri (indicando Mommina). — Me la fate trovare ma­scherata così!

la signora ignazia. Lei va subito via dalla mia casa!

mommina. Io non volevo, non volevo! L'ho detto a tutti che non volevo!

dorina. Ma guarda che s'ha da vedere! Questa stupida che si scusa!

nenè. S'approfitta che non abbiamo un uomo in casa che lo cacci via a pedate come si merita!

la signora ignazia (a Nenè). Va a chiamar tuo padre, subito! Salti il letto e venga qua, subito!

sarelli. Ma s'è per questo, possiamo cacciarlo via noi!

nenè (correndo a chiamare il padre). Papà!  Papà!

Via.

verri (a Sarelli). Voi? Voglio vedervi! Cacciatemi via!

A Nenè che corre:

Chiami, sì, chiami papà: rispondo al capo di casa di quello che faccio!  se pretendo da costoro il rispetto per voi tutte!

la signora ignazia. Chi glien'ha dato l'incarico? Come osa pretenderlo?

verri. Come, la signorina lo sa!

Indica Mommina.

mommina. Ma non così, con la violenza!

verri. Ah, è mia la violenza? Non degli altri su lei?

la signora ignazia. Le ripeto che non voglio saper nulla! Quella è la porta: via!

verri. No. Questo non me lo deve dir lei.

la signora ignazia. Glielo dirà anche mia figlia! E del resto la padrona, a casa mia, sono io!

dorina. Glielo diciamo noi tutte!

verri. Non basta! Se la signorina è con me! Io sono qua il solo che abbia intenzioni oneste!

sarelli. Ma guarda, oneste!

nardi. Qua non si fa nulla di male!

verri. La signorina lo sa!

pomàrici. Buffone!

verri. Buffoni vojaltri!

Brandendo una seggiola:

E guardatevi bene dall'intromettervi ancora, o finisce male ora stesso!

pometti  (ai compagni). Via, via, andiamo, ritiriamoci!

dorina. Ma no! Perché?

totina. Non ci lascerete sole! Non è mica lui il padrone in casa nostra!

verri. Non ti buttar malato, tu, Nardi, domani! Ci ri­vedremo!

nenè (rientrando, in grande ansia). Papà non è in casa!

la signora ignazia. Non è in casa?

nenè. L'ho cercato da per tutto! Non si trova!

dorina. Ma come? Non è rientrato?

nenè. Non è rientrato!

mommina. E dove sarà?

la signora ignazia. Ancora fuori, a quest'ora?

sarelli. Sarà tornato al Cabaret!

pomàrici. Signora, noi ce n'andiamo.

la signora ignazia. Ma no, aspettate...

mangini. Per forza! Aspettate! Non posso mica venir via così!

totina. Ah già! Scusi. Non pensavo più d'avere indosso la sua divisa. Vado subito a levarmela.

Scappa via.

pomàrici (a Mangini). Aspetta tu, che la signorina te la ridia:  noi intanto ce n'andiamo.

la signora ignazia. Ma scusate, non vedo...

verri. Vedono, vedono loro; se non vuole veder lei!

la signora ignazia. Io torno a dirle che deve andar via lei! non loro, ha capito?

verri. No, signora: loro! Perché di fronte alla serietà del mio proposito, sanno che ormai non c'è più posto qua per il loro indegno scherzo.

pomàrici. Sì, sì, lo vedrai domani come scherziamo noi!

verri. Non mi par l'ora di vederlo!

mommina. Per carità, per carità, Verri!

verri (fremendo). Lei non stia a pregar nessuno!

mommina. No, non prego! Voglio dire soltanto che la colpa è mia, che mi sono arresa! Non dovevo, sapendo che lei...

nardi. ...da siciliano serio, non poteva più stare allo scherzo!

sarelli. Ma non ci stiamo più neanche noi, ora!

verri (a Mommina, come Prima Attrice, uscendo sponta­neamente dalla sua parte, con la stizza del Primo At­tore tirato a dire quello che non vuole). Benissimo! È contenta?

mommina (da Prima Attrice, sconcertata). Di che?

verri (come sopra). D'aver detto quello che non doveva! Che c'entrava quest'incolparsi, così all'ultimo?

mommina (c. s.). M'è venuto spontaneo...

verri. E intanto ha fatto riprender ansa a costoro! Devo essere io l'ultimo a gridare che l'hanno a che fare con me, tutti quanti!

mangimi. Anch'io, così in veste da camera?

E si scoscia goffamente per mettersi in guardia:

Pronto! Oplà!

nenè e dorina (ridendo e battendo le mani). Benissimo! Bravissimo!

verri (c. s. indignato). Ma che bravissimo! Scempiaggi­ni! così si guasta tutta la scena! E non la finiamo più.

il dottor hinkfuss (sorgendo dalla sua poltrona). Ma no, perché? Filava tutto così bene! Avanti, avanti!'

Si comincia a sentir picchiare sempre più forte, nel­l'interno, in fondo, come all'uscio di strada.  

mangini (scusandosi). Mi trovo in veste da camera, può anche venirmi di scherzare!

nenè. Ma naturalmente!

verri (sdegnoso, a Mangini). Vada a giocare alla morra lei!  Non venga qua a recitare!

mommina. Se il signor...

dirà il nome del Primo Attore

vuol rappresentare lui solo la sua parte e noi niente, lo dica e ce n'andiamo via tutti!

verri. No, me ne vado io, invece, se gli altri vogliono fare a modo loro e come loro accomoda; anche a spro­posito.

la signora ignazia. Ma è venuta così bene e opportuna, santo cielo, quell'implorazione della signorina: « La colpa è mia, che mi sono arresa! ».

pomàrici (a Verri). Oh sa, ci siamo infine anche noi!

sarelli. Dobbiamo vivere anche noi le nostre parti!

nardi. Vuol fare bella figura lui solo! Ognuno deve dire la sua!

il dottor hinkfuss (gridando). Basta! Basta! Si prose­gua la scena! Mi pare che sia proprio lei adesso, si­gnor...

il nome del Primo Attore

a guastar tutto!

verri. No, non io, prego! Io vorrei anzi che parlasse chi deve, e mi rispondesse a tono!

Allude alla Prima Attrice.

Tre ore che mi batto a ripetere « la signorina lo sa! la signorina lo sa! » e la signorina non trova una parola per sostenermi! Sempre con codesto atteggiamento da vittima!

mommina (esasperata, quasi fino a piangere). Ma sono, sono la vittima! vittima delle mie sorelle, della casa, di lei; vittima di tutti!

A questo punto, tra gli attori che parlano alla ribal­ta rivolti al Dottor Hinkfuss, si fa largo il vecchio Attore Brillante, ossia « Sampognetta », con un viso da morto, le mani insanguinate sul ventre ferito di coltello, e insanguinati anche il panciotto e i calzoni.

sampognetta. Ma insomma, signor Direttore, io pic­chio, picchio, picchio, così tutto insanguinato; ho le budella in mano; devo venire a morir sulla scena, che non è facile per un attore brillante; nessuno mi fa en­trare; trovo qua lo scompiglio; gli attori smontati; man­cato l'effetto che mi ripromettevo di cavar fuori dalla mia entrata, perché, pur così grondante sangue e mo­ribondo, sono anche ubriaco; domando a lei come si rimedia adesso!

il dottor hinkfuss. Ma è subito fatto. S'appoggi alla sua chanteuse: dov'è?

la chanteuse. Sono qua.

uno degli avventori del cabaret.   E ci sono anch'io a sorreggerlo.

il dottor hinkfuss. Va bene, lo sorregga!

sampognetta. Avevo le scale da fare, portato in collo da tutt'e due...

il   dottor   hinkfuss.   Supponga   d'averle   fatte,   santo Dio! — E voi tutti, a posto! E levate le disperazioni! — Possibile, affogare così in un bicchier d'acqua?

Ritorna alla sua poltrona, brontolando:

Per uno sciocco puntiglio senza ragione!

Si riprende la scena.

Il signor Palmiro compare dal fondo, sostenuto dalla Chanteuse da una parte e dall'Avventore del Ca­baret dall'altra.

Subito, appena la moglie e le figlie lo vedono, al­zano le grida. Ma il vecchio Attore Brillante è smon­tato e le lascia sfogare per un pezzo, con un sorriso di sopportazione sulle labbra e con l'aria di dire: « Quando avrete finito voi, parlerò io ». Alle doman­de angosciose da cui è affollato, lascia che risponda­no un po' la Chanteuse, un po' l'Avventore del Ca­baret, benché vorrebbe che stessero zitti, in attesa della risposta vera che si riserva di dar lui alla fine. Gli altri, nel vederselo davanti con quell'aria scan­zonata, non sanno dove voglia andare a parare, e seguitano alla meglio le loro parti.

la signora ignazia. Ah Dio, ch'è stato?

mommina. Papà! Papà mio!

nenè. Ferito?

verri.  Chi l'ha ferito?

dorina. Dov'è ferito? Dove?

l'avventore. Al ventre!

sarelli. Di coltello?

la chanteuse. Squarciato! Ha perduto per via tutto il sangue!

nardi. Ma chi è stato? Chi è stato?

pometti. Al Cabaret?

mangini. Adagiatelo, per amor di Dio!

pomàrici. Qua, qua sul divano!

la signora ignazia (mentre la Chanteuse e l'Avventore adagiano il signor Palmiro, sul divano).  Era dunque tornato al Cabaret?

nenè. Ma non pensare al Cabaret, adesso, mammà! Non vedi com'è?

la signora ignazia. Eh, mi vedo entrare in casa... e guar­da, guarda là, come se la tiene stretta! — Chi è?

la chanteuse. Una donna, signora, che ha più cuore di lei!

l'avventore del cabaret. Pensi, signora, che suo marito, qua, sta morendo!

mommina. Ma com'è stato? Com'è stato?

l'avventore del cabaret. Ha voluto prendere le difese di lei...

indica la Chanteuse.

la signora ignazia (con un ghigno). — ecco, eh già! Il cavaliere!

l'avventore del cabaret  (seguitando). — è nata una lite... —

la chanteuse. — e quell'assassino... —

l'avventore del cabaret — ha lasciato lei e s'è rivoltato contro di lui!

verri. Dica un po', l'hanno preso?

l'avventore del cabaret.  No, è fuggito, minacciando tutti, col coltello in mano.

nardi. Ma si sa almeno chi è?

l'avventore del cabaret (indicando la Chanteuse). Lei lo sa bene...

sarelli. Il suo amante?

la chanteuse. Il mio carnefice! Il mio carnefice!

l'avventore del cabaret. Voleva fare un macello!

nenè. Ma bisogna mandar subito per un medico!

Sopravviene Totina ancora mezza discinta.

totina. Ch'è stato? ch'è stato? Oh Dio, papà? Chi l'ha ferito?

mommina. Parla, parla, di' almeno qualche cosa, papà!

dorina. Perché ci guardi così?

nenè. Guarda e sorride.

totina. Ma dov'è stato? Com'è stato?

la signora ignazia (a Totina). Al Cabaret!Eh, non vedi?

Indica la Chanteuse.

Sfido!

nenè. Un medico! Un medico! Non lo lasceremo morire così...

mommina. Chi corre, chi corre a chiamarlo?

Mangini. Andrei io, se non fossi così...

Mostra la veste da camera.

                                       

totina. Ah, già, vada, vada a prendere la sua divisa: è di là.

nenè. Lei, Sarelli, per carità!

sarelli. Sì, sì, corro io, corro io.

Via, dal fondo, col Mangini.

verri. Ma com'è che non dice nulla?

Allude al signor Palmiro.

Dovrebbe pur dire qualcosa...

totina. Papà! Papà!

nenè. Séguita a guardare e sorridere.

mommina. Siamo qua tutte attorno a te, papà!

verri. Possibile che voglia morire senza dir nulla?

pomàrici. Comodo! Se ne sta lì, né morto né vivo. Che aspetta?

nardi. Io non so più che altro aggiungere! Sarelli è corso per il medico, beato lui! e Mangini per la sua divisa...

la signora ignazia (al marito). Parla! Parla! Non sai dir nulla? Se avessi obbedito... pensato che avevi quattro figliuole, a cui ora può anche venire a mancare il pane!

nenè (dopo avere atteso un po', con tutti). Niente. Ec­colo là. Sorride.

mommina. Non è naturale.

dorina. Tu non puoi sorridere così, papà, guardando noi! Ci siamo anche noi!

l'avventore del cabaret. Forse perché ha bevuto un po'...

mommina. Non è naturale! Quand'uno ha bevuto, se ha il vino triste, sta zitto: ma se fa tanto di mettersi a ridere, parla! Non dovrebbe ridere allora!

la signora ignazia. Si può sapere almeno perché sorridi così?

Ancora una volta restano tutti sospesi in una breve pausa d'attesa.

sampognetta. Perché mi compiaccio di come siete tutti più bravi di me.

verri (mentre gli altri si guardano negli occhi, d'un trat­to freddati nel loro giuoco). Ma che dice?

sampognetta (rizzandosi a sedere sul divano). Dico che io, così, senza sapere come sono entrato in casa, se nessuno è venuto ad aprirmi, dopo aver tanto picchia­to alla porta...

il dottor hinkfuss (levandosi dalla poltrona, adiratissimo). Ancora? Daccapo?

sampognetta.  ...non riesco a morire, signor Direttore, mi viene da ridere, vedendo come tutti son bravi, non riesco a morire. La cameriera

si guarda in giro

— dov'è? non la vedo — doveva correre ad annunziare: « Oh, Dio, il padrone! oh Dio, il padrone! lo por­tano su ferito! ».

il dottor hinkfuss. Ma che va più contando adesso? Non s'era già data per avvenuta la sua entrata in casa?

sampognetta. E allora, scusi, tanto vale che mi dia anche per morto e non se ne parli più.

il dottor hinkfuss. Nient'affatto! Lei deve parlare, far la scena, morire!

sampognetta. E va bene! Ecco fatta la scena:

s'abbandona sul divano

sono morto!

il dottor hinkfuss. Ma non così!

sampognetta (sorgendo in piedi e venendo avanti). Caro signor Direttore, venga su e finisca d'ammazzarmi lei, che vuole che le dica? le ripeto che così, da me, io non riesco a morire. Non sono mica una fisarmonica, scusi, che s'allarga e si stringe e, a pigiar sui tasti, vien fuori la sonatina.

il dottor hinkfuss. Ma i suoi compagni —

sampognetta (pronto). — sono più bravi di me; l'ho detto e me ne sono compiaciuto. Io non posso. Per me l'entrata era tutto. Lei l'ha voluta saltare... Avevo bi­sogno, per montarmi, di quel grido della cameriera. E la Morte doveva entrare con me, presentarsi qua tra la baldoria svergognata di questa mia casa: la Morte ubriaca, com'avevamo stabilito: ubriaca d'un vino che s'era fatto sangue. E dovevo parlare, sì, lo so; attaccare io a parlare tra l'orrore di tutti — io — prendendo coraggio dal vino e dal sangue, appeso a questa donna

si tira accanto la Chanteuse e le s'appende con un braccio al collo

— così! — e dir parole insensate, sconnesse e terribili, per quella moglie,  per le mie figliuole,  e anche per questi giovani, a cui dovevo dimostrare che se ho fat­to la figura del grullo è perché loro sono stati cattivi: cattiva moglie, cattive figliuole, cattivi amici; e non io grullo, no; io solo, buono; e loro, cattivi; io solo, in­telligente; e loro stupidi; io, nella mia ingenuità; ed essi, nella loro bestialità perversa; sì, sì;

arrabbiandosi, come se qualcuno lo contraddicesse:

 intelligente, intelligente, come sono intelligenti i bam­bini (non tutti; quelli che crescono tristi tra la bestia­lità dei grandi). Ma dovevo dir queste cose da ubriaco, in delirio; e passarmi le mani insanguinate sulla fac­cia — così — e sporcarmela di sangue

domanda ai compagni:

—  s'è sporcata?

e come quelli gli fanno cenno di sì:

—  bene —

e  riattacca:

—  e atterrirvi e farvi piangere — ma piangere dav­vero — col fiato che non trovo più, appuntendo le labbra così —

si prova a formare un fischio che non viene: fhhh, fhhh

—  per fare la mia ultima fischiatina; e poi, ecco

chiama a sé l'Avventore del Cabaret:

—  vieni qua anche tu —

gli s'appende al collo con l'altro braccio:

così — tra voi due — ma più accosto a te, bella mia — chinare il capo — come fanno presto gli uccellini —  e morire.

China il capo sul seno della Chanteuse; allenta po­co dopo le braccia; casca a terra, morto.

la chanteuse.  Oh Dio.

cerca di sostenerlo, ma poi lo lascia andare

è morto! è morto!

mommina (buttandosi su lui). Papà, papà mio, papà mio...

E si mette a piangere davvero.

Quest'impeto di vera commozione nella Prima At­trice provoca la commozione  anche  nelle altre at­trici, che si buttano a piangere sinceramente anche loro.  E allora  il Dottor Hinkfuss sorge  a gridare:

il   dottor  hinkfuss.   Benissimo!   Spegnere   il  quadro! Spegnere il quadro! — Bujo!

Si fa bujo.

Via tutti! — Le quattro sorelle e la madre, attorno al­la tavola della sala da pranzo — sei giorni dopo — spento il salotto, luce alla lampada della sala da pranzo!

mommina   (nel   bujo).   Ma   signor  Direttore,   dobbiamo andare a vestirci di nero.

il dottor hinkfuss. Ah già! Di nero. Doveva abbas­sarsi il sipario dopo la morte. Non importa. Andate a vestirvi di nero. E s'abbassi il sipario. Luce alla sala!

Il sipario è abbassato. Si ridà luce alla sala. Il Dottor Hinkfuss sorride, dolente.

L'effetto è in parte mancato; ma prometto che s'ot­terrà domani sera, potentissimo. Capita, anche nella vita, signori, che un effetto preparato con diligenza, e su cui contavamo, venga sul meglio a mancare e seguano naturalmente i rimproveri alla moglie, alle figliuole: « Tu dovevi far questo » e « Tu dovevi dire così! ». È vero che qui era un caso di morte. Peccato, che il mio bravo...

dirà il nome dell'Attore Brillante

si sia così impuntato sulla sua entrata! Ma l'attore è valente; saprà certo domani sera disimpegnarsi di questa scena a maraviglia. Scena capitale, signori, per le conseguenze che porta. L'ho trovata io; nella no­vella non c'è; e son certo anzi che l'autore non l'a­vrebbe mai messa, anche per uno scrupolo ch'io non avevo motivo di rispettare: di non ribadire, cioè, la credenza, molto diffusa, che in Sicilia si faccia tant'uso del coltello. Se l'idea di far morire il perso­naggio gli fosse venuta, l'avrebbe forse fatto morire d'una sincope o d'altro accidente. Ma voi vedete che altro effetto teatrale consegue una morte come io l'ho immaginata, col vino e il sangue e un braccio al collo di quella chanteuse. Il personaggio deve mo­rire; la famiglia piombare per questa morte nella miseria; senza queste condizioni non mi par naturale che la figlia Mommina possa consentire a sposar Rico Verri, quell'energumeno, e resistere alle persua­sioni contrarie della madre e delle sorelle, le quali han già chiesto informazioni nella vicina città sulla costa meridionale dell'Isola e saputo ch'egli è, sì, d'agiata famiglia, ma che il padre ha fama in paese d'usurajo e di uomo così geloso che in pochi anni fece morir la moglie di crepacuore. Come non si fi­gura questa benedetta ragazza la sorte che l'attende? i patti, i patti a cui Rico Verri, sposandola per la picca di spuntarla contro quei suoi compagni uffi­ciali, si sarà arreso con quel padre geloso e usurajo, e quali altri patti avrà con sé stesso stabiliti, non solo per compensarsi del sacrifizio che gli costa quel pun­tiglio, ma anche per rialzarsi di fronte ai suoi com­paesani a cui è ben nota la fama che gode la famiglia della moglie? Chi sa come le farà scontare i piaceri che ha potuto darle la vita come finora l'ha vissuta in casa, con la sua mamma e le sue sorelle! Per­suasioni, come vedete, validissime. La mia eccellentis­sima Prima Attrice, signorina...

dirà il nome della Prima Attrice

non è veramente del mio parere. Mommina è per lei la più saggia delle quattro sorelle, la sacrificata, colei che ha sempre preparati per gli altri i diverti­menti e non ne ha mai goduto se non a costo di fatiche, di veglie, di tormentosi pensieri; il peso della famiglia è tutto addosso a lei; e capisce tante cose, e prima di tutto che gli anni passano; e che il pa­dre, con tutto quel disordine in casa, non ha potuto mettere nulla da parte; che nessun giovine del paese si prenderà mai in moglie qualcuna di loro; mentre il Verri, eh il Verri farà per lei, non uno, ma tre duelli con quegli ufficiali che subito, al primo colpo della sventura si sono tutti squagliati: la passione dei melodrammi, in fondo, ce l'ha anche lei in comune con le sorelle: Raul, Ernani, don Alvaro...

« né toglier mi potrò l'immagin sua dal cuor... »

tiene duro, e lo sposa.

Il Dottor Hinkfuss ha parlato, parlato per dar tem­po alle attrici di rivestirsi di nero; ora non ne può più: ha uno scatto; scosta un poco un'ala del sipa­rio e grida dentro:

Ma  insomma, questo gong? Possibile che non siano ancora  pronte le signore attrici?

E aggiunge, fingendo di parlare con qualcuno die­tro il sipario:

No?  — Che  altro  c'è?  — Che?  Non vogliono più recitare? — Come sarebbe a dire? — Col pubblico che aspetta? — Venga, venga avanti!

Si presenta il Segretario del Dottor Hinkfuss, tutto imbarazzato e smarrito.

il segretario. Mah, dicono...

il dottor hinkfuss. Che dicono?

il primo attore  (dietro il sipario, al Segretario). Parli, parli forte, gridi le nostre ragioni!

il dottor hinkfuss. Ah, ancora il signor...?

dirà il nome del Primo Attore; ma verranno fuori del sipario anche gli altri attori e attrici, a comin­ciare  dalla Caratterista che si toglierà la parrucca davanti al pubblico, come l'Attore Brillante. Il Pri­mo  Attore  si  sarà  spogliato  della  divisa   militare.

l'attrice caratterista. Nono, siamo tutti, siamo tutti, signor Direttore!

la prima attrice.  Così è impossibile andare avanti!

gli  altri.   Impossibile! Impossibile!

l'attore brillante. Ioho finito la mia parte, ma ec­comi qua —

il dottor hinkfuss. Si può sapere, in nome di Dio, che altro è successo?

Viene fuori, tranquilla, con effetto di doccia fred­da, la fine della frase dell'Attore Brillante:

l'attore brillante. — solidale coi miei colleghi!

il dottor hinkfuss.  Solidale? Che significa?

l'attore brillante. Che ce n'andiamo via tutti, signor Direttore!

il dottor hinkfuss. Ve n'andate? Dove?

alcuni. Via! Via!

il primo attore. Se non se ne va via lei!

altri. O via lei, o via noi!

il dottor hinkfuss. Via io? Come osate? A me, una simile intimazione?

gli attori. — E allora, via noi!

—  Ma sì, via! via!

—  Finiamo di far le marionette!

—  Andiamo, andiamo via!

E si muovono concitatamente.

il  dottor  hinkfuss   (parandoli).   Dove? Siete matti? Qua c'è il pubblico che ha pagato!  Che volete farvene, del pubblico?

l'attore brillante. Lodecida lei! Noi le diciamo: O via lei, o via noi!

il dottor hinkfuss. Io torno a domandarvi che altro è successo?

il primo attore. Che altro? Le par dunque poco quel ch'è successo?

il dottor hinkfuss. Ma non s'era già tutto rimediato?

l'attore brillante. Come, rimediato?

l'attrice   caratterista.   Lei  pretende  che  si  reciti   a soggetto —

il dottor hinkfuss. — per come v'eravate impegnati!

l'attore  brillante.   Ah,  ma non  così,  scusi,  saltando le scene, comandando a bacchetta di morire —

l'attrice caratterista. — con la scena ripresa a mezzoe a freddo!

la  prima  attrice.   Non  si  trovano  più   le  parole  —

il primo attore. — ecco! come gli ho detto io in principio! — le parole bisogna che nascano!

la prima attrice.  Ma è stato pur lei il primo, scusi, a non rispettare quelle che m'erano nate da un motospontaneo!

il primo attore. Ha ragione, si!  Ma la colpa non è mia!

pomàrici. Già, ha cominciato proprio lui!

il primo attore. Mi lasci dire!  Non è mia la colpa: è di lui!

indica il Dottor Hinkfuss.

il dottor hinkfuss. Mia? come, mia? Perché?

il primo attore. Perché è qua tra noi, col suo male­detto teatro che Dio lo sprofondi!

il dottor hinkfuss. Mio teatro? Ma siete ammattiti? Dove siamo? Non siamo a teatro?

il primo attore. Siamo a teatro? Bene!  Ci dia allora le parti da recitare —

la prima attrice. — atto per atto, scena per scena —

nenè.  —  le battute  scritte,  parola  per parola —

l'attore brillante. — e tagli, allora, sì, finché vuole; e ci faccia saltare, come vuole; ma a un punto se­gnato e stabilito avanti!

il primo attore. Lei prima scatena in noi la vita —

la  prima  attrice.  — con  tanta   furia  di  passioni  —

l'attrice caratterista. — più si parla, più ci si monta, sa! —

nenè — siamo tutte in subbuglio! —

la prima attrice. — tutte un fremito! —

totina   (indicando  il Primo  Attore).  —  io  l'ammazze­rei! —                      

dorina. — prepotente, che viene a dettar legge in casa nostra!

il dottor hinkfuss. Ma tanto meglio, tanto meglio così!

il primo attore. Che tanto meglio, se poi pretende insieme che si stia attenti alla scena —

l'attore brillante. — che non venga a mancare quel tale   effetto  —

il primo attore. — perché siamo a teatro! — Come vuole che pensiamo più al suo teatro noi, se dobbiamo vivere? Vede che n'è seguito? che ho pensato anch'io per un momento alla scena da finire come voleva lei, con l'ultima battuta per me e me la son presa a torto con la signorina

indica la Prima Attrice

che aveva  ragione, sì, ragione, di  pregare in quel punto —

la prima attrice.  — ho pregato per lei! —

il primo attore. — ma sì, perfettamente —

all'attore che  ha fatto la parte  di Mangini

come lei di scherzare con quella veste da camera — e le chiedo scusa: lo sciocco sono stato io che ho badato a lui

indica il Dottor Hinkfuss.

il dottor hinkfuss. Badi come parla, sa!

il primo attore (lo scarta, e si rivolge di nuovo, con foga, alla Prima Attrice). Non mi frastorni adesso! — Lei è veramente la vittima; vedo, sento che è piena della sua parte com'io della mia; soffro, a vedermela davanti

le prende la faccia tra le mani

con questi occhi, con questa bocca, tutte le pene del­l'inferno; lei trema, muore di paura sotto le mie mani: qua c'è il pubblico che non si può mandar via; tea­tro no, non possiamo più, né io né lei, metterci a fare adesso il solito teatro; ma come lei grida la sua disperazione e il suo martirio, ho anch'io da gridare la mia passione, quella che mi fa commettere il de­litto: bene: sia qua, come un tribunale che ci senta e ci giudichi!

Di scatto, rivolgendosi al Dottor Hinkfuss:

Ma bisogna che lei se ne vada!

il dottor hinkfuss  (sbalordito). Io?

il primo attore. — sì — e che ci lasci soli! noi due soli!

nenè.  Benissimo!

l'attrice caratterista. A fare come sentono!

l'attore brillante. Ciò che nasce in loro — benissimo!

tutti gli altri (spingendo il Dottor Hinkfuss giù dal palcoscenico). Sì, sì, se ne vada! se ne vada!

il dottor hinkfuss. Mi cacciate via dal mio teatro?

l'attore brillante. Non c'è più bisogno di lei!

tutti gli altri (spingendolo ora per il corridoio). Vada via! Vada via!

il dottor hinkfuss. Questa è una soperchieria inaudi­ta! Volete fare il tribunale?

il primo attore. Il vero teatro!

l'attore brillante.  Quello che lei butta all'aria ogni sera, per far che ogni scena sia per gli occhi soltanto uno spettacolo!

l'attrice caratterista.  Quando si vive una passione, ecco il vero teatro; e basta allora un cartellino!

la prima attrice.  Non  si  può  scherzare  con  le pas­sioni!

il  primo attore.   Manomettere  tutto per ottenere  un effetto, lo può fare soltanto con le farsette!

tutti gli altri. Via! Via!

il dottor hinkfuss. Io sono il vostro direttore!

il primo attore.  La vita che  nasce non  la comanda nessuno!

l'attrice caratterista. Le deve obbedire lo stesso scrit­tore!

la prima attrice. Ecco, obbedire, obbedire!

l'attore brillante. E via chi vuol comandare!

tutti gli altri. Via! Via!

il dottor hinkfuss (con le spalle alla porta d'ingresso della sala).  Protesterò!  È uno scandalo! Sono il vo­stro diret...

È spinto fuori della sala. Intanto, il sipario è stato riaperto, sul palcoscenico sgombro e bujo; il Segre­tario del Dottor Hinkfuss, gli apparatori, gli elettri-cisti, tutto il personale di scena è venuto ad assistere allo straordinario spettacolo del Direttore del teatro cacciato via dai suoi attori.

il primo attore (alla Prima Attrice, invitandola a ri­tornare sul palcoscenico). Andiamo, andiamo, ritor­niamo su, presto!

l'attrice  caratterista.   Faremo  tutto  da  noi!

il primo attore. Non ci sarà bisogno di nulla!

pomàrici. Metteremo su da noi le scene —

l'attore brillante. — bravi!  e governerò io le luci!

l'attrice caratterista. No, meglio così, tutto sgombro e bujo! meglio così!

il primo attore. Appena tanto di luce da isolare in questo nero le figure!

la prima attrice. E senza la scena?

l'attrice caratterista. Non importa la scena!

la prima attrice. Nemmeno le pareti della mia carcere?

il primo attore. Sì; ma che s'intravvedano appena — là — un momento; se lei le tocca; e poi basta: bujo; da far capire, insomma, che non è più lei, la scena, quella che comanda!

l'attrice caratterista. Basta che tu ti ci senta, figlia, dentro la tua carcere; apparirà, la vedranno tutti, co­me se l'avessi attorno!

la prima attrice. Ma bisogna che mi faccia almeno un po' il viso...

l'attrice caratterista. Aspetta! Ho un'idea! una idea!

A un servo di scena:

Qua una sedia, subito!

la prima attrice. Che idea?

l'attrice caratterista. Vedrai!

Agli attori:

Voi intanto preparate, preparate, ma solo quel poco di cui non si può fare a meno. Le sedioline delle due bimbe. E vedere se sono di là, già pronte.

Il servo di scena porta la sedia.

la prima attrice.  Io dicevo, farmi la faccia...

l'attrice caratterista (dandole la sedia). Sì, siedi qua, figlia mia.

la  prima attrice   (perplessa,  come  smarrita).  Qua?

l'attrice caratterista. Sì, qua, qua! e sentirai che stra­zio! — Corri, Nenè, va' a prendere la scatola del trucco, una tovaglietta... — Oh, badate! Con le ca­micine  lunghe da notte, le bimbe!

la prima attrice. Ma che volete fare? come?

l'attrice caratterista. Lascia che ci pensiamo noi, io tua madre, e le tue sorelle: te la faremo noi la faccia! — Va', Nenè.

totina. Prendi anche uno specchio!

la prima attrice. Ma anche l'abito, allora!

dorina (a Nenè che già corre verso i camerini). Anche l'abito, anche l'abito!

la prima attrice. La gonna e la casacca; nel mio ca­merino!

Nenè fa cenno di sì col capo, e via per la sinistra.

l'attrice caratterista. Dev'essere strazio nostro, ca­pisci? mio, di tua madre che sa che cos'è la vecchiaja —  prima  del tempo, figlia, invecchiarti —

totina — e di noi che t'abbiamo ajutato a farti bella ora, farti brutta —

dorina. — sciuparti —

la prima attrice. — darmi la condanna d'aver voluto quell'uomo? —

l'attrice caratterista. — sì, ma con strazio, con stra­zio, la condanna —

totina. — d'esserti staccata da noi —

la prima attrice. — ma non crediate per paura della miseria che ci attendeva, morto nostro padre — no! —

dorina. — e perché, allora? per amore? ma davvero t'eri potuta innamorare d'un mostro come quello?

la prima attrice. — no; per gratitudine —

totina. — di che? —

la prima attrice. — d'aver creduto — lui solo — con tutto lo scandalo che s'era seminato —

totina.  — che una di noi si potesse  ancora sposare?

dorina. — sì, gran guadagno sposarlo! —

l'attrice caratterista. — che te n'è venuto? — Ora — ora lo vedrai!

nenè (ritornando con la scatola del trucco, uno spec­chio, una tovaglietta, la gonna e la casacca). Ecco qua tutto! Non trovavo...

l'attrice caratterista. A me! a me!

Apre  la scatola e comincia a truccare Mommina.

Alza la faccia. Oh figlia, figlia mia, sai quanti ancora dicono nel paese, come si dice d'una morta: « bella giovine che era! e il cuore che aveva! » — Spenta ora — così, ecco... così... così... la faccia, di chi non batte più l'aria, né vede più il sole —

totina. — e le borse agli occhi, le borse agli occhi, ora —

l'attrice caratterista. — sì — ecco — così —

dorina. — non molto! —

nenè. — ma no, anzi molto, molto —

totina. — gli occhi di chi morrà di crepacuore! —

nenè. — e ora, qua su le tempie i capelli —

l'attrice caratterista. — sì sì —

dorina. — non bianchi! non bianchi! —

nenè. — no, non bianchi —

la prima attrice. — cara mia Dorina...

totina. — ecco — bene — così... — a poco più di trent'anni —

l'attrice caratterista. — impolverati di vecchiaja! —

la prima attrice. — non vorrà più nemmeno che me li pettini, i capelli!

l'attrice caratterista (scompigliandoglieli). — e al­lora, aspetta:  così...  così...

nenè (porgendole lo specchio). E ora guardati!

la prima attrice (subito allontanando con ambo le mani lo specchio). No! Li ha tolti via, via tutti gli specchi  dalla  casa.  Sai  dove mi  son potuta ancora guardare? come un'ombra nei vetri, o deformata nel tremolare dell'acqua in una conca — e son rimasta allibita!

l'attrice  caratterista.  Aspetta, la  bocca! la bocca!

la prima attrice. Sì — via tutto il rosso: non ho più sangue nelle vene...

totina. E le pieghe, le pieghe agli angoli...

la prima attrice.  Anche qualche dente,  a  trent'anni, può essermi caduto...

dorina (in un impeto  di commozione, abbracciandola). No no, Mommina mia, no, no!

nenè   (quasi  irosa,  presa  anche  lei   dalla   commozione,

scostando Dorina). Via il busto! Via il busto! Svestia­mola!

l'attrice caratterista. No; soprammesse, soprammesse la gonna e la casacca!

totina. Sì, benissimo; per parer più goffa!

l'attrice caratterista. Ti scivoleranno le spalle, dietro, come a me vecchia —

dorina. — ansante, andrai per casa —

la prima attrice. — imbalordita dal dolore —

l'attrice caratterista. — strascicando i piedi —

nenè. — carne inerte —

Ciascuna, dicendo la sua ultima battuta, si ritrarrà nel bujo, a destra. La Prima Attrice, rimasta sola fra le tre nude pareti della sua carcere che, durante la truccatura e la vestizione, saranno state drizzate nel bujo della scena, verrà con la fronte prima su quella di destra, poi su quella di fondo, poi su quella di sinistra. Al tocco della fronte, la parete si farà per un attimo visibile per un tagliente colpo di luce dall'alto, come un freddo guizzo di lampo, e tornerà a scomparire nel bujo.

la prima attrice (con lugubre cadenza, crescendo di profonda intensità, picchiando alle tre pareti la fronte come in una gabbia una bestia impazzita). Questo è muro! — Questo è muro! — Questo è muro!

E andrà a sedere su la sedia con l'aria e l'atteggiamento di un'insensata. Resterà un pezzo così. Da destra, dove si son ritratte nel bujo la madre e le sorelle, sorgerà da quel bujo una voce: la voce della madre che dirà, come se leggesse una storia in un libro:

l'attrice caratterista. « — Fu imprigionata nella più alta casa del paese. Serrata la porta, serrate tutte le finestre, vetrate e persiane: una sola, piccola, aperta alla vista della lontana campagna e del mare lontano. Di quel paese, alto sul colle, non poteva vedere altro che i tetti delle case, i campanili delle chiese: tetti, tetti che sgrondavano chi più e chi meno, tesi in tanti ripiani, tegole, tegole, nient'altro che tegole. Ma solo la sera poteva affacciarsi a prendere un po' d'aria a quella finestra. »

Nella parete di fondo si fa trasparente una piccola finestra, come velata e lontana, da cui traspare un blando chiarore lunare.

nenè (dal bujo, piano, contenta, con tono di maraviglia infantile, mentre da lontano lontano s'udrà un suono fievole, come d'una serenata remota). Uh, la finestra, guarda, davvero la finestra...

l'attore brillante (piano, dal bujo anche lui). Eh, c'era; ma chi l'ha illuminata?

dorina.  Zitti!

La prigioniera è rimasta immobile. La madre ripi­glia a dire, sempre come se leggesse:

l'attrice caratterista. « Tutti quei tetti, come tanti dadi neri, le vaneggiavano sotto, nel chiarore che sfu­mava dai lumi delle strade anguste del paese in pen­dio; udiva nel silenzio profondo delle viuzze più pros­sime qualche rumor di passi che facevano l'eco; la voce di qualche donna che forse aspettava come lei; l'abbajare d'un cane e, con più angoscia, il suono dell'ora dal campanile della chiesa più vicina. Ma perché seguita a misurare il tempo quell'orologio? A chi segna le ore? Tutto è morto e vano. »

Dopo una pausa, si sentono cinque tocchi di cam­pana, velati, lontani. Le ore. Compare, fosco, Rico Verri. Rincasa adesso. Ha il cappello in capo; il bavero del soprabito alzato, una sciarpa al collo. Guarda la moglie, là sempre immobile sulla sedia; poi guarda, sospettoso, la finestra.

verri. Che stai a far lì?

mommina. Niente. T'aspettavo.

verri. Eri alla finestra?

mommina. No.

verri. Ci stai ogni sera.

mommina. Questa sera, no.

verri  (dopo  aver buttato su  una sedia  il soprabito, il cappello, la sciarpa). Non ti stanchi mai di pensare?

mommina. Non penso nulla.

verri. Le bambine sono a letto?

mommina.  Dove vuoi che siano, a quest'ora?

verri. Te lo domando per richiamarti all'unico pensiero che dovresti avere: quello di loro.

mommina. Ho pensato a loro tutta la giornata.

verri. E ora a che pensi?

mommina (comprendendo la ragione per cui con tanta insistenza le rivolge quella domanda, prima lo guarda con sdegno, poi,  rimettendosi nell'atteggiamento  d'a­patica  immobilità,  gli  risponde).  D'andare  a buttare aletto questa mia carne sfatta.

verri. Non è vero! Voglio sapere a che pensi! A che hai pensato tutto questo tempo, aspettandomi?

Pausa d'attesa, poiché lei non risponde.

Non rispondi? Eh sfido! Non me lo puoi dire!

Altra pausa.

Dunque confessi?

mommina. Che confesso?

verri. Che pensi a cose che non mi puoi dire!

mommina. Te l'ho detto, a che penso: d'andare a dormire.

verri. Con questi occhi, a dormire? con questa voce...? Vuoi dire, a sognare!

mommina. Non sogno.

verri. Non è vero! Sogniamo tutti. Non è possibile, dor­mendo, non sognare.

mommina. Io non sogno.

verri. Tu mentisci! Ti dico che non è possibile.

mommina. E allora sogno; come vuoi tu...

verri. Sogni, eh?... Sogni... Sogni, e ti vendichi! — Pensi, e ti vendichi! — Che sogni? dimmi che sogni!

mommina. Non lo so.

verri. Come non lo sai?

mommina. Non lo so. Lo dici tu che sogno. Tanto greve è il mio corpo e tanto stanca mi sento, che cado, ap­pena a letto, in un sonno di piombo. Non so più che voglia dire sognare. Se sogno e, svegliandomi, non ri­cordo più i sogni che ho fatto, mi pare che sia lo stesso che non aver sognato. E forse è Dio che m'ajuta così!

verri. Dio? T'ajuta Dio?                                   

mommina. Sì, a farmi sopportare questa vita, che apren­do gli occhi mi parrebbe più atroce, se per poco nel sogno mi fossi illusa d'averne un'altra! Ma lo capisci, lo capisci, che vuoi da me? Tu morta mi vuoi; morta; che non pensi più; che non sogni più... E ancora, an­cora, pensare, può dipendere dalla volontà; ma so­gnare (se sognassi) sarebbe senza volerlo, dormendo; come potresti impedirmelo?

verri (smaniando, agitandosi, adesso, come una belva in gabbia). È questo! È questo! È questo! Serro porte e finestre, metto sbarre e spranghe, e che mi vale se è qua, qua dentro la stessa carcere, il tradimento? qua in lei, dentro di lei, in questa sua carne morta — vivo — vivo — il tradimento — se pensa, se sogna, se ricor­da? Mi sta davanti; mi guarda — posso spaccarle la testa per vederle dentro, ciò che pensa? Glielo do­mando; mi risponde: « niente »; e intanto pensa, in­tanto sogna, ricorda, sotto i miei stessi occhi, guardan­do me, e forse avendo un altro, dentro, nel suo ricordo; come posso saperlo? come posso vederlo?

mommina. Ma che vuoi che abbia più dentro, se non sono più niente, non mi vedi? neanche un'altra, più niente! Con l'anima spenta, che vuoi che ricordi più?

verri. Non dire così! Non dire così! Lo sai che è peggio quando dici così!

mommina. Ebbene, no, non lo dico, non lo dico, stai tranquillo!

verri. Anche se t'accecassi, ciò che i tuoi occhi hanno veduto, i ricordi, i ricordi che hai qua negli occhi, ti resterebbero nella mente; e se ti strappassi le labbra, queste labbra che hanno baciato, il piacere, il piacere, il sapore che hanno provato baciando, seguiteresti sem­pre a provarlo, dentro di te, ricordando, fino a morir­ne, fino a morirne di questo piacere! Non puoi ne­gare; se neghi, mentisci; tu non puoi altro che pian­gere e spaventarti di quello ch'io soffro insieme con te, del male che hai fatto, che ti hanno indotto a fare tua madre e le tue sorelle; non lo puoi negare; l'hai fatto, l'hai fatto, questo male; e lo sai, lo vedi ch'io ne soffro, ne soffro fino a diventarne pazzo; senza col­pa, per la sola pazzia che ho commessa, d'averti sposata.

mommina. Pazzia, sì, pazzia; e sapendo com'eri, non do­vevi commetterla...

verri. Com'ero io? ah sì? com'ero io, dici? Sapendo com'eri tu, dovresti dire: la vita che avevi fatta con tua madre e le tue sorelle!

mommina. Sì, sì, anche questo, anche questo! Ma pensa che t'accorgesti pure ch'io non approvavo la vita che si viveva a casa mia —

verri. — se l'hai vissuta anche tu! —

mommina. — per forza! ero là —

verri. — e solo quando conoscesti me, non l'approvasti più —

mommina. — no, anche prima, anche prima! — tant'è ve­ro che tu stesso mi credesti migliore — non ti dico questo per me, per accusare gli altri e scusare me, no; lo dico per te, perché tu abbia pietà, non di me, non di me, se per te è come una soddisfazione non averne, o anche mostrare agli altri di non averne; sii crudele, sii crudele con me; ma abbi pietà almeno di te stesso pensando che mi credesti migliore; che pure tra quella vita credesti di potermi amare —

verri. — tanto che ti sposai! — certo, che ti credetti migliore! — e con questo? — che pietà di me? — se penso che t'amai, che potei amarti là tra la vita che avevi vissuto... — che pietà?

mommina. — ma sì — riconoscendo che c'era almeno in me tanto da scusarti in parte della pazzia com­messa d'avermi sposato, ecco — lo dico per te!

verri. E non è peggio? Cancello forse con questo la vita che facesti prima che io m'innamorassi di te? L'averti sposata perché eri migliore non può scusare la mia paz­zia, anzi l'aggrava, perché più grave, tanto più grave diventa il male di quella tua vita, quanto più tu eri migliore. Te n'ho ritratta io da quel male, ma piglian­domelo tutto, insieme con te, e portandomelo a casa, qua in prigione, per scontarlo insieme con te, come se lo avessi commesso anch'io; e sentendomene divorare, sempre vivo, mantenuto sempre vivo da quello che so di tua madre e delle tue sorelle!

mommina. Io non ne so più nulla!

nenè (dal bujo, insorgendo). Oh vile! Adesso le parla di noi!

verri (gridando, terribile). Silenzio! Voi qua non ci siete!

la signora ignazia  (venendo verso la parete, dal bujo). Belva, belva, te la tieni addentata, lì dentro la gabbia, a dilaniarla.

verri (toccando la parete due volte con la mano, e due volte, al tocco, rendendola visibile). Questo è muro! Questo è muro! — Voi non ci siete!

totina (venendo anche lei, con le altre verso la pa­rete, aggressiva). E te n'approfitti, vile, per dirle vi­tuperii di noi?

dorina. Eravamo alla fame, Mommina!

nenè. Avevamo toccato l'ultimo fondo!

verri. E come ve ne siete rialzate?

la signora ignazia. Canaglia! Osi rinfacciarlo, tu che la stai facendo morire disperata!

nenè. Noi godiamo!

verri. Vi siete vendute! Disonorate!

totina. E l'onore che le hai conservato, come glielo stai facendo scontare?

dorina.  La mamma ora sta bene,  Mommina!  Vedessi come sta bene!  Com'è vestita!  che bella pelliccia di castoro!

la signora ignazia. Merito di Totina, sai! divenuta una grande cantante!

dorina. Totina La Croce!

nenè. Tutti i teatri la vogliono!

la signora ignazia. Feste! Trionfi!

verri. E il disonore!

nenè. Viva il disonore! se l'onore è questo che tu dài a tua moglie!

mommina (subito, con impeto d'affetto e di pietà, al marito che s'accascia con le mani sulla testa). No, no, non lo dico io, questo, non lo dico io; non rim­piango nulla io...

verri. Vogliono farmi condannare...

mommina. No, no, io sento che tu lo devi gridare, lo devi gridare per sfogo, tutto il tuo tormento!

verri. Me lo tengono acceso loro! Se tu sapessi lo scan­dalo che seguitano a dare! Ne parlano tutti in paese, e figurati la mia faccia... La vittoria che hanno otte­nuto le ha sfrenate, le ha rese più spudorate...

mommina. Anche Dorina?

verri. Tutte! Anche Dorina; ma specialmente quella Nenè. Fa la cocotte, —

Mommina si copre la faccia.

— sì, sì — pubblica!

mommina. E Totina s'è messa a cantare?

verri. Già, nei teatri — (di provincia, s'intende) — do­ve lo scandalo diventa più grosso, con quella madre e le sorelle...

mommina. Se le porta dietro?

verri. Dietro, tutte, in baldoria! — Che cos'è? Ti in­fiammi?

mommina. No... Vengo a saperlo adesso. Non ne sapevo nulla...

verri. E ti senti tutta rimescolare? Il teatro, eh? Quan­do cantavi anche tu... Con la bella voce! La più bella voce era la tua! Pensa che altra vita! Cantare, in un gran teatro... La tua passione, cantare... Lumi, splendori, delirii...

mommina. Ma no...

verri. Non dire di no! Lo stai pensando!

mommina. Ti dico di no!

verri. Come no? Se fossi rimasta con loro... fuori di qua... Che altra vita sarebbe la tua... invece di questa...

mommina. Ma me lo fai pensar tu! Che vuoi che pensi più io, ridotta come sono?

verri. Ti piglia l'affanno?

mommina. Ho il cuore che mi salta in gola...

verri. Eh sfido!  Ecco qua, l'affanno...

mommina. Tu vuoi farmi morire!

verri. Io? Le tue sorelle, quella che fosti, il tuo passato che ti si sommuove tutto dentro e ti fa saltare il cuo­re in gola!

mommina (ansimante, con le mani al petto). Per carità... te ne scongiuro... non respiro più...

verri. Ma lo vedi ch'è vero, lo vedi ch'è vero quello che ti dico?

mommina. Abbi compassione...

verri. Quella che fosti — gli stessi pensieri, gli stessi sentimenti — li credevi cancellati in te, spenti? — non è vero! Il più piccolo richiamo — e rieccoli in te, vivi, quegli stessi!

mommina. Li richiami tu...

verri. No, un niente li richiama, perché vivono sem­pre — tu non lo sai, ma ti vivono sempre — appiat­tati sotto la coscienza! L'hai viva sempre, dentro di te, tutta la vita che hai vissuta! Basta un niente, una parola, un suono — la più piccola sensazione — guar­da, in me, l'odore della salvia, e sono in campagna, d'agosto, ragazzo d'otto anni, dietro la casa del garzo­ne, all'ombra d'un grande olivo, con la paura d'un grosso calabrone azzurro, fosco che ronza ingordo den­tro il calice bianco di un fiore; lo vedo tremare sul gambo quel fiore violentato all'urto della voracità fe­roce di quella bestia che mi fa paura; e l'ho qua an­cora, alle reni, questa paura, l'ho qua! — Figuriamoci tu, tutta quella tua bella vita, le cose che avvenivano tra voi ragazze e tutti quei giovanotti per casa, chiusi in questa, in quella camera... — non negare! — ho visto io — cose... quella Nenè, una volta con Sarelli... — si credevano soli, e avevano lasciato l'uscio acco­stato — li potei vedere — Nenè finse di scappargli ver­so l'altro uscio in fondo — c'era una tenda, verde — uscita, riapparve subito, tra le ali di quella tenda — s'era scoperto il seno, tirando giù la maglietta di seta rosa — e con la mano faceva segno d'offrirglielo e subito con la stessa mano se lo nascondeva... L'ho vista io; una meraviglia di seno, sai? piccolo, da chiuderlo tutto in una mano! Licenza di far tutto... Prima che venissi io, tu con quel Pomàrici... — l'ho saputo! — ma anche prima che col Pomàrici chi sa con quanti altri! Per anni, quella vita, con la casa aperta a tutti...

Le si fa sopra, fremente, contraffatto.

Tu, certe cose... certe cose... le prime, con me... se veramente, come mi dicesti, le avessi fin allora igno­rate... non avresti potuto farle...

mommina. No, no, ti giuro, mai, mai prima che a te, mai!

verri. Ma abbracci, stringimenti, quel Pomàrici, sì — le braccia, le braccia, come te le stringeva? così? così?

mommina. Ahi, mi fai male!

verri. E quello ti faceva piacere, eh? E la vita, la vita, come te la stringeva? così? così?

mommina. Per carità, lasciami! Io muojo!

verri (acchiappandola con una mano alla nuca, furi­bondo). E la bocca, la bocca? come te la baciava, la bocca? così?... così?... così?

E la bacia, e la morde, e sghignazza, e le strappa i capelli, come impazzito; mentre Mommina, cer­cando di svincolarsi, grida disperatamente.

mommina. Ajuto! Ajuto!

Accorrono, con le camicine lunghe da notte, le due bambine, spaventate, e s'aggrappano alla madre men­tre Verri fugge, prendendo dalla seggiola soltanto il cappello, e gridando:

                                  

verri. Impazzisco! Impazzisco! Impazzisco!

mommina (riparandosi, facendosi scudo delle due bam­bine) Via! Via! Va' via, bruto, va' via! Lasciami con le mie bambine!

S'accascia, sfinita, sulla sedia; le due bambine le sono accosto, e lei se le tiene strette abbracciate, una di qua, l'altra di là.

Figlie mie, figlie  mie,  che  cosa  vi tocca  di vedere! Chiuse qua con me, con questi visini di cera e questi occhi grandi, sbarrati dalla paura! Se n'è andato, se n'è andato; non tremate più così, restate un po' con me, qua... Non avete freddo, no?... La finestra è chiu­sa. È già sera tardi. State sempre attaccate là, voi, a quella finestra, come due poverelle a mendicare la vi­sta del mondo... Contate nel mare le vele bianche delle paranze, e le villette bianche nella, campagna, dove non siete mai state; e lo volete sapere da me come sono il mare e la campagna. Oh figlie, figlie mie, che sorte è stata la vostra! peggio della mia! ma voi al­meno non lo sapete!  E la vostra mamma ha tanto male, tanto male qua al cuore; mi batte, ho qua nel petto come un galoppo, come un galoppo di cavallo scappato. Qua, qua, datemi le manine, sentite, sentite... — Dio non gliela faccia scontare: per voi, figlie! Ma darà il martirio anche a voi, perché non può farne a meno; è la sua natura; se lo dà lui, anche a sé stesso, il martirio!  Ma voi siete innocenti... voi siete  inno­centi...

Accosta alle sue guance le due testine delle bimbe e rimane così. S'appressano, come congiurate, da destra, alla parete, venendo fuori dal bujo, la ma­dre e le sorelle, sfarzosamente parate, così che fac­ciano un quadro di vivacissimo colore, illuminato dal­l'alto opportunamente.

la signora ignazia   (chiamando,   piano).   Mommina... Mommina...

mommina. Chi è?

dorina.  Siamo  noi,  Mommina!

nenè. Siamo qua! Tutte.

mommina. Qua, dove?

totina. Qua — in paese: sono venuta a cantare qua!

mommina. Totina — tu? — a cantare qua?

nenè. Qua, sì, al teatro di qua!

mommina. Ah Dio, qua? e quando? quando?

nenè. Questa sera, questa sera stessa.

la signora ignazia. Lasciate dire anche a me qualche cosa, benedette ragazze!  Senti, Mommina... guarda... — che volevo dire? — ah sì... guarda, vuoi averne la prova? — Tuo marito ha lasciato lì il soprabito, lì sulla sedia...

mommina (voltandosi a guardare). Sì, è vero.

la signora ignazia. Cerca, cerca in una delle tasche di quel soprabito, e guarda quello che ci trovi!

Piano alle ragazze:

(Bisogna ajutarla a fare la scena, adesso; siamo alla fine!)

mommina (alzandosi e andando a frugare febbrilmente nelle tasche di quel soprabito). Che cosa? che cosa?

nenè (piano, all'Attrice Caratterista). (Risponde lei?)

l'attrice caratterista. (Ma no, dica... Che storie!)

nenè (forte, a Mommina). L'annunzio del teatro... uno di quei manifestini gialli, sai? che qua in provincia si distribuiscono nei caffè...

la signora ignazia. Ci troverai il nome di Totina, stam­pato grande... il nome della Prima-donna!

Scompaiono.

mommina (trovandolo). Eccolo! Eccolo qua... Lo apre; legge: IL TROVATORE... IL TROVATORE... Leonora (so­prano), Totina La Croce... Questa sera... — La zia, figliuole mie, la zia, la zia che canta... e la nonna e le altre ziette... sono qua! sono qua! Voi non le cono­scete, non le avete mai vedute... e neppure io da tanti anni... Sono qua!

Pensando alle furie del marito.

                                   

(Ah, per questo... — qua, in paese — Totina che canta al teatro di qua...) C'è anche qua dunque un teatro?... io non lo sapevo... La zia Totina...  dunque è vero! Forse con lo studio, la voce... Eh, se può cantare a teatro... — Ma voi non sapete neppure che cosa sia un teatro, povere figlie mie... Il teatro, il teatro, ora ve lo dico io com'è... Ci canta la zia Totina questa sera... Chi sa come sarà bella, da Leonora...

Si prova a cantare.

« Tacea la notte placida e bella in ciel sereno

la luna il viso argenteo mostrava lieto e pieno... »

Vedete che so cantare anch'io? Sì, sì, anch'io, an­ch'io so cantare; cantavo sempre, io, prima; lo so tutto a memoria Il Trovatore; e ve lo canto io! ve lo faccio io, ve lo faccio io ora il teatro; voi che non l'avete mai veduto, povere piccine mie, imprigionate qua con me. Sedete, sedete, qua davanti a me, tutt'e due accanto sulle vostre seggioline. Ve lo faccio io il teatro! Prima vi dico com'è:

siede davanti alle due bambine sbalordite; è tutta un tremito, e di punto in punto andrà sempre più eccitandosi finché il cuore, mancandole, non la farà cadere di schianto, morta:

Una sala, una sala grande grande, con tante file di palchi tutt'intorno, cinque, sei file piene di belle si­gnore galanti, piume, gemme preziose, ventagli, fiori; e i signori in frak, lo sparato della camicia con le per­line per bottoni e la cravatta bianca; e tanta, tanta gente anche giù, nelle poltrone, tutte rosse e nella pla­tea: un mare di teste; e lumi, lumi da per tutto; un lampadario nel mezzo, che pende come dal cielo e pare tutto di brillanti; una luce che abbaglia, che ine­bria, come non vi potete immaginare; e un brusio, un movimento; le signore parlano coi loro cavalieri, si sa­lutano da un palco all'altro, chi prende posto giù nelle poltrone, chi guarda col binocolo... — quello di madreperla con cui v'ho fatto guardare la campagna — quello! — lo portavo io, lo portava la mamma vostra quand'andava a teatro, e ci guardava anche lei, allora... — I lumi a un tratto si spengono; restano accese solo le lampadine verdi sui leggii dell'orchestra ch'è da­vanti le poltrone, sotto il sipario; ci sono già i sonato­ri, tanti! che accordano i loro strumenti; e il sipario è come una tenda, ma grande, pesante, tutta di velluto rosso e frange d'oro, una magnificenza; quando s'apre (perché è venuto il maestro con la sua bacchetta a comandare ai sonatori) comincia l'opera; si vede il pal­coscenico dove c'è un bosco o una piazza o una reg­gia; e la zia Totina ci viene a cantare con gli altri mentre l'orchestra suona. — Questo è il teatro. — Ma io, prima, avevo io prima la voce più bella, non la zia Totina; io, io, più bella assai, una voce avevo che lo dicevano tutti allora che avrei dovuto andare a cantare nei teatri; io, la vostra mamma; e ci è an­data la zia Totina, invece... Eh, lei l'ha avuto il corag­gio... — S'apre il sipario, dunque, sentite — lo tirano da una parte e dall'altra — s'apre, si vede sul palcosce­nico un atrio, l'atrio d'un gran palazzo, con uomini d'arme che passeggiano in fondo, e tanti cavalieri, con un certo Ferrando, che aspettano il loro capo, il Con­te di Luna. Sono tutti vestiti all'antica, con mantelli di velluto, cappelli piumati, spade, gambali... È notte; sono stanchi d'aspettare il Conte che, innamorato d'una gran dama della corte di Spagna che si chiama Leonora, ne è geloso, e sta in agguato a spiare sotto i balconi di lei, nei giardini della reggia; perché sa che a Leonora, ogni notte, il Trovatore (che vuol dire uno che canta e che è anche guerriero) viene a cantare la canzone:

Canta:

« Deserto sulla terra... »

S'interrompe un momento per dire, quasi tra sé:

Ah Dio, il cuore...

e subito riprende a cantare, ma a stento, lottando con l'affanno che le è dato anche dalla commozione di sentire sé stessa che canta:

« Col rio destino in guerra,

È sola speme un cor (tre volte)

 — un cor — al Trovator... »

Non posso più cantare... mi... mi manca il fiato... il cuore... il cuore mi dà l'affanno... non canto più da tanti anni... — Ma forse a poco a poco il fiato, la voce mi rivengono... — Dovete sapere che questo Trova­tore è fratello del Conte di Luna — si ma il Conte non lo sa, e non lo sa nemmeno lui, il Trovatore, per­ché fu rubato da una zingara quando era bambino. È una storia terribile, state a sentire! La racconta nel se­condo atto la stessa zingara, che si chiama Azucena. Sì, era mia, era mia, la parte d'Azucena. Rubò il bam­bino, questa Azucena, per vendicare la madre bru­ciata viva, innocente, dal padre del Conte di Luna. Sono vagabonde che leggono la ventura, le zingare, e ci sono ancora, e hanno fama veramente che rubino i bambini, tanto che ogni mamma se ne guarda. Ma questa Azucena il figlio del Conte lo ruba, come v'ho detto, per vendicare la madre, e gli vuol dare la stessa morte che ha avuto la madre innocente; accende il fuoco, ma nel furore della vendetta, quasi pazza, scam­bia il suo proprio figlio per il figlio del Conte e brucia il suo proprio figlio, capite? il suo proprio figlio!... « Il figlio mio... il figlio mio... » Non posso, non posso can-tarvelo... Voi non sapete che cosa è per me questa sera, figliuole mie... Proprio Il Trovatore... questa can­zone della zingara... mentr'io, una notte, la cantavo con tutti attorno...

Canta tra le lagrime:

« Chi del gitano la vita abbella? La zingarella! »

mio padre, quella notte, mio padre... il vostro nonno... ci fu riportato a casa tutto insanguinato... e aveva ac­canto una specie di zingara...  e quella notte,  quella notte, figliuole mie, si compì, si compì il mio destino... il mio destino...

S'alza, disperata, e canta con tutta la voce:

« Ah! che la morte ognora è tarda nel venir a chi desìa a chi desìa morir! Addio, addio, Leonora, addio... »

Cade, di schianto, morta. Le due bambine, più che mai sbalordite, non ne hanno il minimo sospetto; credono che sia il teatro che la mamma sta loro rappresentando; e restano li immobili sulle loro sedioline ad aspettare.

Il silenzio, in quell'immobilità, si fa mortale. Fin­ché, nel bujo, dal fondo, a sinistra, non sopravven­gono ansiose le voci di Rico Verri, della signora Ignazia, di Totina, Dorina e Nenè.

verri. Canta: avete sentito? era la sua voce...

la signora ignazia. Sì, come l'uccello in gabbia!

totina. Mommina!  Mommina!

dorina. Eccoci, siamo qua con lui: s'è arreso...

nenè.  Col trionfo di Totina...  avessi inteso!...  il paese in de...

Vuol dire « in delirio », ma resta in tronco, ester­refatta con gli altri alla vista del corpo inerte li per terra, e delle due bambine, che aspettano an­cora, immobili.

verri.  Che cos'è?

la signora ignazia.  Morta?

dorina. Faceva il teatro alle bambine!

totina.  Mommina!

nenè. Mommina!

Quadro. Dalla porta d'ingresso alla sala, soprav­viene entusiasta, correndo per il corridoio, il Dottor Hinkfuss, diretto al palcoscenico.

il dottor hinkfuss.   Magnifico! Magnifico quadro! Avete fatto come dicevo io! Questo, nella novella, non c'è!

l'attrice caratterista. Eccolo qua di nuovo!

l'attore brillante  (sopravvenendo da sinistra). Ma è stato sempre qua, con gli  elettricisti,  a governar  di nascosto tutti gli effetti di luce!

nenè. Ah, per questo, così belli...

totina.   L'ho  sospettato, quando siamo apparse là in gruppo...

Indica, dall'altra parte, a destra, dietro la parete:

... chi sa che bell'effetto da giù!

dorina (indicando l'Attore Brillante). Mi pareva assai che l'avesse ottenuto lui!

l'attrice caratterista (mostrando la Prima Attrice an­cora a terra). Ma perché non s'alza la signorina? Se ne sta ancora lì...

l'attore brillante. Ohé, non sarà morta per davvero?

Tutti  si   chinano   premurosi  su   la  Prima   Attrice.

il primo attore (chiamandola e scotendola). Signori­na... signorina...

l'attrice caratterista. Si sente male davvero?

nenè. Oh Dio, è svenuta! Solleviamola!

la prima attrice (sollevandosi da sé col solo busto). No... grazie... È il cuore, davvero... Mi lascino, mi lascino respirare...

l'attore brillante. Eh, sfido! Se vuole che si viva... Ecco le conseguenze! Ma noi non siamo qua per que­sto, sa! Noi siamo qua per recitare, parti scritte, im­parate a memoria. Non pretenderà mica che ogni sera uno di noi ci lasci la pelle!

il primo attore. Ci vuole l'autore!

il dottor hinkfuss. No, l'autore no! Le parti scritte, sì, se mai, perché riabbiano vita da noi, per un mo­mento, e...

rivolto al pubblico

senza più le impertinenze di questa sera, che il pub­blico ci vorrà perdonare.

Inchino.

TELA

Berlino, 24 Marzo 1929.

QUESTA SERA SI RECITA A SOGGETTO

Quadro sinottico dei personaggi

Personaggi come inizialmente                                                         indicati nel testo

Altra successiva                                indicazione degli stessi

Personaggio interpretato                                          nella "recita a soggetto"

Interprete della Compagnia

o del Gruppo Teatrale                                         

Signore della platea Un

Altro della galleria Un

Terzo dalle poltrone Un

Signore dalle poltrone Il

Signore anziano, da un palco Un

Signore anziano, dal palco Il

Vecchia signora Una

Marito Il

Giovane spettatore vicino Un

Alcuni nella sala

Altri

Dottor Hinkfuss Il

Uno, dalla galleria

Quello della galleria

Primo attore Il

Rico Verri

Vecchio attore brillante Il

Attore brillante L'

Palmiro La Croce (Sampognetta)

Attrice caratterista L'

La signora Ignazia (La generala)

Totina

Dorina

Terzo ufficiale Il

Nardi

Nardi

Sarelli

Nenè

Mommina

Pomàrici

Prima attrice La

Mommina

Chanteuse La

Tre ballerine

Avventori Gli

Avventore che ha fatto lo scherzo L'

Secondo avventore

Terzo avventore

Quarto avventore

Quarto ufficiale

Nardi

Mangini

Pometti

Poeta, dalle poltrone Un

Giovane spettatore vicino Un

Giovane spettatore Il

Segretario Il

Servo di scena Un

N.B. Questo quadro è puramente indicativo e può essere d’ausilio – dopo una prima lettura del testo – per l’individuazione e  l’assegnazione dei ruoli plurimi.

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