Questi figli

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QUESTI FIGI

QUESTI FIGLI

Commedia in tre atti di Vincenzo Tieri

PERSONAGGI

Alessandro MORAVIA…..45-50 anni

Giorgio TESSAGLIA    …..22 anni

Giuliano ODERO…..40 anni

Michele….21 anni

Riccardo        …..35-40 anni

Olga TESSAGLIA ….. circa 45 anni, ben portati

Serenella MORAVIA…..19 o 20anni

Letizia RAFFO…..35 anni circa

Sofia ODERO…..35-40 anni

Sul lago di Garda, oggi


ATTO PRIMO

Vasto salone dell'Albergo Excelsior sul Lago di Garda. Vi si entra da destra e da sinistra per grandi aperture rettangolari senza battenti, le quali lasciano intravedere piccole sale e salottini laterali. Nel fondo una vetrata aperta, e oltre la vetrata una terrazza digradante verso la sponda del lago, in un tramonto di primo autunno.

Michele                    - (entra dalla destra portando un apparecchio telefonico con spina e si avvicina a Giorgio, il quale siede su una poltrona della parte sinistra della scena e volta le spalle al pubblico) Ecco, si­gnorino: la signorina Moravia desidera parlarvi.

Giorgio                     - Non ci sono.

Michele                    - (appoggiando l'apparecchio tele­fonico su un tavolinetto) . Bene, signo­rino.

Giorgio                     - Ti ripeto che non mi piacciono i diminutivi.

Michele                    - (infilando la spina) Bene, signo­re (poi, parlando nell'apparecchio) Pronto?... No, sono Michele. Il signor Tes­saglia non c'è (poi copre il microfono con la destra e si rivolge nuovamente a Giorgio) Dice così: che ci siete.

Giorgio                     - Ma neanche per sogno.

Michele                    - (al telefono) No, non c'è. (Poi a Giorgio) Insiste.

Giorgio                     - Lascia che insista.

Michele                    - (a Giorgio) In che modo, si­gnore, debbo lasciare che insista?

Giorgio                     - Lasciando dire che ci sono e ri­spondendo che non ci sono.

Michele                    - (al telefono) Vi assicuro, signo­rina, che non c'è. (Pausa) Non c'è. (Pausa, poi cambiando tono) Non c'è. (Pausa, poi cambiando nuovamente tono) Non c'è. (Poi a Giorgio) La signo­rina continua. Debbo continuare an­ch'io?

Giorgio                     - Si.

Michele                    - (al telefono) Non c'è. (e poi, subito, cantarellando) Non c'è, non c'è, non c'è, non c'è...

Giorgio                     - (strappa il ricevitore a Michele e leva la comunicazione) Vatti a far benedire tu e lei!

Michele                    - Io vado, signore. (Si avvia ver­so la destra) Non so se venga anche lei.

Giorgio                     - E finiscila di prenderti queste confidenze!

Michele                    - (fermandosi senza voltarsi) Ho finito, signore.

Giorgio                     - Vedremo!

Michele                    - Debbo ugualmente andare a farmi benedire?

Giorgio                     - Si.

Michele                    - (riavviandosi) Solo?

Giorgio                     - (irritato, raggiungendolo) Perché tu, qua, sei il cameriere, e io sono un cliente dell'albergo.

Michele                    - (nuovamente fermo) Non lo ne­go signore. Chiedo scusa. Ero già il vo­stro cameriere, fin da quando facevamo il ginnasio insieme.

Giorgio                     - Ecco.

Michele                    - Mi facevate portare sempre i dizionario

Giorgio                     - Perfettamente.

Michele                    - Ognuno nasce con il suo de­stino.

Giorgio                     - Giusto.

Michele                    - Ma ora voi, bontà vostra, es­sendo rimasto quasi solo nell'albergo, mi avete permesso qualche volta di giocare a tennis con voi e con la vostra fidan­zata...

Giorgio                     - (interrompendolo) lo non ho fi­danzate! Se ne avessi una, non le per­metterei di...

Michele                    - Chiedo nuovamente scusa

Giorgio                     - (pentito, muovendosi nervosa­mente) Quando sono così, capisci?, non devi farmi arrabbiare.

Michele                    - Non lo farò più, signore.

Giorgio                     - (conciliante, protettivo) E ades­so smettila di chiamarmi signore. Chia­mami Giorgio.

Michele                    - Non oso. (Una pausa) Del re­sto, non posso. Non posso prima di tut­to perché il direttore mi caccerebbe via, e poi perché...

Giorgio                     - Perché?

Michele                    - Perché mi abituerei male. Per me, la professione di cameriere è un'abi­tudine, non è un istinto. Ho bisogno di dominare i clienti, per non lasciarmene dominare. Per dominarli debbo essere rispettoso. Non so se mi spiego.

Giorgio                     - (divertito, fissandolo) Buffone!

 Michele                   - Non mi sono spiegato, signore?

Giorgio                     - No.

(Suona un campanello interno).

Michele                    - Ecco: mi chiamano. Mi spie­gherò un'altra volta. Con permesso, si­gnore. (Esce rapido).

(Quasi contemporaneamente entra dalla sinistra Serenella).

Serenella                   - (a Giorgio) Ah, dunque ci sei? (Giorgio, imbronciato, non rispon­de) È tardi. Bisogna che ti vesta.

Giorgio                     - Non mi vesto. Mi spoglio e vado a letto.

Serenella                   - (lo guarda) Non sapevo. E perché?

Giorgio                     - Così. Non mi va.

Serenella                   - Oh, questa è bella.

Giorgio                     - (ironico) Ti piace?

Serenella                   - Forse mi piacerà. Ma bisogna che prima la capisca. (Una pausa) Ti senti poco bene?

Giorgio                     - Si.

Serenella                   - (fissandolo) Allora non mi piace. Mi dispiace.

Giorgio                     - Strano.

Serenella                   - Strano che mi dispiaccia?

Giorgio                     - Appunto.

Serenella                   - (dispettosa) Ma non mi di­spiace per te, sai.

Giorgio                     - Ecco, ecco!

Serenella                   - Mi dispiace per mio padre. Ti cercavo appunto per dirti non soltanto che bisognava vestirti ma che...

Giorgio                     - Che?

Serenella                   - Che ho ricevuto un telegram­ma di mio padre. Arriva stasera. Non mi aspettavo di dovergli presentare un... come si dice?... Un fidanzato?... un fidanzato malato.

Giorgio                     - Che fretta ha tuo padre!

Serenella                   - Mio Dio, fretta! - Lui sa le mie idee. Ma gli scrivo improvvisamen­te: «Mi sono innamorata»... Capirai...

Giorgio                     - Già! Anch'io ho scritto a mia madre: « Mi sono innamorato », e an­che mia madre sa le mie idee. Ma ecco che mia madre, invece, non viene.

Serenella                   - Ah, non viene?

Giorgio                     - Non m'ha telegrafato. Vuol dire che non viene. Meglio così.

(Rientra dalia destra Michele con un te­legramma su un vassoio).

Michele                    - (a Giorgio) Questo telegramma, signore.

Giorgio                     - Lascialo là.

Michele                    - (guardando intorno) Là, dove, signore?

Giorgio                     - (strappandogli il vassoio e buttan­dolo per terra) Ecco, là.

Michele                    - (guarda il vassoio e il telegramma per terra, fa l'atto di volerli raccogliere, si ferma) Là? Anche il vassoio, là?(Una pausa. Giorgio s'è voltato verso il fondo, in atteggiamento nervoso. Serenella si è sprofondata in una poltrona eguarda Giorgio con gli occhi socchiusi, con fredda curiosità. Michele, senza guardare né l'uno né l'altra, continua) : Dicevo poco fa, signore, che un came­riere deve rispettare i clienti per domi­narli. È una regola che ho imparato in Isvizzera, alla scuola alberghiera; perché io ho studiato l'arte del servire in Isviz­zera, alla scuola alberghiera. Ora veramente questa è una regola che io ripeto macchinalmente ma che non capisco bene.

Serenella                   - È semplice, no? (Lieve movi­mento di Giorgio).

Michele                    - Non mi pare, signorina. Io, per esempio, rispetto il signore nella speran­za di dominarlo. Ma... (accenna al vas­soio e al telegramma)... ecco gli effetti.

Serenella                   - Be'; ma lui non è un signore. (Scatto represso di Giorgio). Voglio di­re: è un amico, un vecchio compagno di scuola. La vostra regola non va bene in questo caso; ma negli altri... è per­fetta. Il molto rispetto altrui ci mette sempre un poco in soggezione... Quello che lui ha fatto con voi non lo farebbe, per esempio, con il capo-cameriere. Lui... (cerca le parole per ferire Gior­gio)... è un dominatore di deboli...

Michele                    - Già, infatti, a me faceva portare i suoi dizionari quando...Serenella. .. Lui ha la prepotenza dei vili. Su cento persone, ne sopporta no­vantanove e si sfoga con la centesima.

Michele                    - La centesima sarei io.

Serenella                   - Non io certamente.

Giorgio                     - (a Serenella, con irritazione) E invece la centesima sei proprio tu. (Le si avvicina, con i pugni chiusi). E io sono capace di...

Serenella                   - (immobile, provocante) Di...?

Giorgio                     - (investendo improvvisamente Michele) Va via, tu! Esci! Non ti voglio vedere!

Michele                    - (comico) Ma allora, signore, !a centesima sono veramente io?

(Serenella ride, sarcastica; e mentre Michele esce rinculando, Giorgio si rivolta nuovamente contro Serenella).

Giorgio                     - (a Serenella) Io ti spezzo il riso fra i denti, sai...

Serenella                   - (sempre ridendo) E i denti fra il riso?

Giorgio                     - Me ne infischio che sei una donna!

(S'illumina improvvisamente tutta la sala, come se le lampadine elettriche fossero scoppiate. Giorgio ha un sussulto, come di stupore. Serenella ride ancora. Dalla destra entra Riccardo, il capo-camerie­re, che evidentemente ha girato l'interruttore della luce e viene ad accertarsi che tutte le lampadine siano accese).

Riccardo                   -  (compitissimo ma quasi energi­co) Buona sera, signori. (Vede il vas­soio e il telegramma per terra, li racco­glie, mostra il telegramma a Giorgio) È vostro, signore?

Giorgio                     - Si.

Riccardo                   - (mette il telegramma nel vassoio e lo porge impeccabilmente a Giorgio) Ecco, signore.

Giorgio                     - (non proprio intimidito dai modi di Riccardo ma con disagio prende il telegramma) Grazie.

Riccardo                   - Debbo aprirlo io, signore?

Giorgio                     - (porgendogli il telegramma) Si,grazie.Riccardo (apre il telegramma) Debboleggerlo, signore?

Giorgio                     - Si, grazie.

Riccardo                   - (legge) « Arriverò in macchi­na stasera - Mamma ». (Una pausa) Debbo farlo portare nel vostro apparta­mento, signore?

Giorgio                     - Si, grazie.

Riccardo                   - Prego, signore. (Esce per la si­nistra). (Una pausa).

Serenella                   - Eh? (come per dire: a Hai visto?)Riccardo è un cameriere che sa dominare i clienti. I clienti come te e co­me la mia cara governante Letizia...

Giorgio                     - (turbato, si mette a passeggiare lungo il salone) Oh! Ma dopo tutto è semplicissimo. Dico a mia madre: « Mi pareva di essermi innamorato; non è ve­ro niente ».

Serenella                   - Ah, adesso capisco! Adesso capisco perché non ti vuoi vestire, perché vuoi metterti a letto, perché minacci fuoco e fulmini. Fuoco e fulmini! Cenere e inferno! Come nelle tragedie di Sha­kespeare. (Si alza, parla d'altro, come abituata a queste scene) A proposito, non ho avvertito la signorina Letizia dell'arrivo di mio padre. Bisogna che l'av­verta perché, almeno durante la permanenza di mio padre, faccia finta di sor­vegliarmi, di proteggermi, di difendermi dalle... tentazioni. La notte è così di­stratta da me, che se io volessi ricevere qualcuno o se qualcuno fosse così inna­morato di me da osare di venirmi a cogliere nel sonno, lei non ne avrebbe il più lontano sospetto. Lei è distratta da tutto quanto non riguardi il capo-came­riere... quello che fa paura. L'avvertirò stasera : « Signorina, arriva mio padre, quindi... ». Non pretenderà, spero, che io glie lo dica in inglese. Del resto, non ho capito bene se l'inglese lo sappia veramente, oppure no. Mi pare che mi ga­belli per inglese una lingua inesistente, un gergo misterioso. (Dice male e con­fusamente alcune frasi inglesi) Hére's my addréss; write the direction on this lét-ter... (« Eccovi il mio indirizzo »; « Scri­vete il mio indirizzo su questa lettera ») È una bella macchia! Riceve certe lettere che incominciano tutte così : «Ani­ma mia!». Vorrei vederlo, io, un uomo che si permettesse di chiamarmi « ani­ma sua ». E poi dentro ci sono porche­rie che... (Atto di disgusto) Dev'essere una erotomane.

Giorgio                     - (deplorando il linguaggio di lei, ironico) Bene! Bene!

Serenella                   - Che c'è?

 Giorgio                    - Niente.

Serenella                   - (riprendendo il discorso) -Quando io sono nel bagno trova sempre qualche scusa per entrare. Io sono « am­mollo », e lei vuol sapere come si chia­ma in inglese la vasca, come si chiama la spugna, come si chiama la colonia... Lei, invece, nel bagno si chiude con un doppio giro di chiave. Porta certi busti che sembrano corazze. Credo che quan­do si leva il busto deve somigliare a un terreno che frani. Però, brutta non è. Ti piace?

Giorgio                     - (seccato) Moltissimo!

Serenella                   - Certe volte ho l'impressione che ti faccia la corte. Non è fedele nem­meno a Riccardo. Se fossi in te... (Vuol dire: « Ne approfitterei »).

Giorgio                     - La vuoi smettere, Serenella?

Serenella                   - (lo guarda) Tu devi essere di quei tipi che scrivono nelle lettere: « ani­ma mia».

Giorgio                     - (irritato) Esattamente.

Serenella                   - Be', allora è meglio che ci sia­mo spiegati in tempo. È un peccato, perché fisicamente mi piaci. Ma, al pensiero che alla prima partenza mi puoi scrivere «anima mia», francamente... Ci scom­metto che mio padre non ha mai scritto una lettera d'amore. È un uomo di pri-m'ordine. È ancora un bell'uomo, ve­drai.

Giorgio                     - Non lo vedrò.

Serenella                   - Oh, quanto a non vederlo, co­me farai? Viene qua. D'altra parte, bi­sogna pure che io gli dica: « ecco, que­sto era il mio ideale ». E anche tu a tua madre devi dire che l'ideale tuo ero io. Due ideali infranti. (Fredda, cinica) Perché poi? (Una pausa) Tu devi essere un temperamento chiuso, passionale. Devi avere nelle vene vecchio sangue spagno­lo : sangue da corrida. È la decima volta che litighiamo...

Giorgio                     - L'ultima!

Serenella                   - Si; ma è anche la decima; enon ti decidi a dirmi perché. Mica chemi importi di saperlo per il fatto in sé.Ma mi piace di conoscere l'animo umano.

Giorgio                     - Faresti meglio a conoscere il tuo animo.

Serenella                   - Ecco: appunto; anche il mio. Ma come faccio a conoscerlo, se non so di che cosa mi si accusi? Perché tu -  è chiaro -  hai di fronte a me l'aria del­l'accusatore...

Giorgio                     - (violento, dominandosi) Non so chi mi trattenga...

Serenella                   - Dal fare che cosa? Dal bat­termi? Non mi sembra una soluzione. Vedi, io ti parlo come da lontano, di­staccata da tutto quello che ci riguarda. Ti assicuro che ho una lucidità perfetta. È come se avessi trent'anni, quaranta. Non per niente studio medicina e chi­rurgia. Quando farò delle operazioni non mi tremerà mai la mano. Orbene, ti do­mando perché fai sempre le bizze e icapricci, dal momento che sai benissimo di non poter fare a meno di me.

Giorgio                     - (caricato, falso) Oh! ti sbagli. Ti assicuro che ti sbagli.

Serenella                   - Se tu potessi ascoltarti, sen­tire il tono con cui lo dici, ti accorgeresti che ho ragione. Non sei psicologo. Non so perché studi legge. Come riuscirai a fare l'avvocato? Tu non puoi fare a me­no di me; eppure fai tutto per perdermi, anzi, se vogliamo dire la parola precisa, per annoiarmi, e, più precisa ancora, per scocciarmi.

Giorgio                     - (esasperato) Basta, basta! Non sopporto questo tuo linguaggio da... È meglio che me ne vada.

(Esce per la sinistra, Serenella           siede, con l'aria di chi sa che egli tornerà indietro. E infatti subito dopo Giorgio rientra, parla) : Una sola cosa debbo dirti.

Serenella                   - (come abituata all'agire di lux) Ecco. (E poi, con altro tono) Avanti.

Giorgio                     - Mia madre e tuo padre non si co­noscono. Tu non hai fatto il mio nome a tuo padre; io non ho fatto il tuo nome a mia madre. Facciamo fìnta di non conoscerci neanche noi. Inventiamo una scusa, ciascuno per conto suo, a giustificare le nostre due sciocche lettere. Non ti pare meglio così?

Serenella                   - (accettando senza convinzione) Si.

Giorgio                     - Non lo faccio per me; lo faccio per mia madre. Lei potrebbe credere che io soffra e soffrirebbe anche lei. In­vece tu sai benissimo...

Serenella                   - (ironica) Si.

Giorgio                     - Allora, d'accordo?

Serenella                   - D'accordissimo.

Giorgio                     - Grazie. Vado a vestirmi -  perché, sai, è meglio oramai fare tutto come se non fosse accaduto nulla -  e alle otto... (Guarda l'orologio)... Sono an­cora le sei... -  parteciperemo a questo pranzo. Sarà, per noi, come un pranzo d'addio.

Serenella                   - Perfettamente.

(Entra per la sinistra Letizia Raffo).

Giorgio                     - (a Letizia) Buona sera.

Letizia                      - Buona sera, signor Tessaglia.

Giorgio                     - (a Serenella) Sarà bene prega-gare la signorina di... (Vuol dire: « di tacere ai nostri genitori i nostri rapporti).

Letizia                      - Di che cosa?

Serenella                   - Ci penso io.

Giorgio                     - (a Letizia) Ecco, vorremmo pre­garvi, signorina, di tacere ai nostri genitori...

Letizia                      - Ai vostri genitori?

Giorgio                     - Ebbene, la informo io!

Serenella                   - Fa pure. Vediamo come te la cavi.

Giorgio                     - (incominciando a parlare) Signo­rina, io e Seren... io e la signorina Serenella. ..

Letizia                      - (fredda, per evitare il discorso) -Prego! Io (poggia stili'« io ») e la signo­rina Serenella adesso andiamo via perché la signorina deve prepararsi per il pranzo.

Serenella                   - (a Giorgio) Siete contento, signor Tessaglia? (Poi, a Letizia) Vo­gliamo andare, signorina?

Letizia                      - Si (Poi a Giorgio) Buona sera, signore.

Serenella                   - Ci vedremo a pranzo, signor Tessaglia.

Giorgio                     - (irritatissimo) Finiamola con le ipocrisie, signorina Letizia! Voi sapete bene che fra me e lei...

Letizia                      - Io non so niente, signore.

Giorgio                     - Voi sapete tutto. Voi sapete che io l'amo, e che lei mi ama, e che voglia­mo sposarci, e che stasera debbono arri­vare mia madre e suo padre...

Letizia                      - Troppe cose, signore, volete che io sappia. Io so appena le lingue, e le insegno alla signorina...

Serenella                   - (con intenzione) Bugìe, bugie, signorina. Tutte bugie. Andiamo.

Giorgio                     - (avventandosi su Serenella per baciarla) Ah, si? E allora ecco! (La bacia).

Serenella                   - (divertita, ridendo) No, no! (Si divincola, fugge per il fondo, sulla terrazza).

Giorgio                     - (inseguendola) Adesso ti faccio vedere io, se no o sì!

(Prima Vana, poi l'altro fuggono verso il lago, scompaiono).

Letizia                      - (prima sbalordita) Oh! (Poi, cor­rendo anche lei sulla terrazza) Signorina Serenella! Signorina Serenella! Signo­rina!

(Si sente la sua voce anche quando ella non si vede più. E intanto, contemporanea­mente, Alessandro Moravia dalla de­stra, accompagnato da Michele, e Olga Tessaglia, dalla sinistra, accompagnata da Riccardo, entrano in iscena. Lì per lì Alessandro e Olga non si guardano, forse non si vedono).

Michele                    - (ad Alessandro) Ecco, signore.

Riccardo                   - (a Olga, contemporaneamente) Ecco, signora.

(Ma i due camerieri, che credevano di indi­care ai sopravvenuti Giorgio e Serenella, si meravigliano di trovare vuota la sala).

Michele                    - (ad Alessandro) Era qui, pochi minuti fa.

Riccardo                   - (contemporaneamente a Olga) -L'ho lasciato qui, poco fa.

(Ed ecco che Alessandro e Olga girando gli occhi intorno, si vedono, si guardano, si riconoscono: e tuttavia fanno finta di non riconoscersi, pur trasalendo).

Michele                    - (ad Alessandro) Prego, signo­re. Vado a cercarla. Per l'appartamen­to, pochi minuti e sarà pronto. (Esce per la destra).

Riccardo                   - (a Olga) Prego, signora. Vadoa cercarla. Appena sarà pronto il vostro appartamento, vi avvertirò. (Esce per la sinistra).

(Una pausa. Alessandro siede su una pol­trona di sinistra. Un'altra pausa).

Alessandro               - (senza guardarla) Perché non nascano equivoci, vi dico la ragione per cui debbo far finta di non cono­scervi.

Olga                         - (un po' amara) Ah! Ma mi rico­noscete!

Alessandro               - Mio Dio! Avete una rìsono-mia inconfondibile. Sebbene siano pas­sati molti anni...

Olga                         - Sedici.

Alessandro               - Vi sono grato della precisio­ne. Ma, se mi costringete a esservi grato di qualche cosa, come farò a parlare sin­ceramente?

Olga                         - Vorrete dire: cinicamente.

Alessandro               - (scrolla le spaile) Questa storia del cinismo!

Olga                         - Ma parlate pure. Vi ascollo.

Alessandro               - Stavo dicendo che sebbene siano passati molti anni -  sedici anni.-  e io abbia conosciuto...Olga. .. molte donne...

Alessandro               - (si volta di scatto a guardar­la) Voi avete abolito il tempo! M'inter­rompete come sedici anni fa!

Olga                         - (si volta a guardarlo anche lei) Non v'interrompo. Vi aiuto. Volete che continui io il vostro discorso? « Sebbene sia­no passati sedici anni e io abbia conosciuto molte donne, non ho mai dimenti­cato quella piega che fa la vostra bocca quando... ».

Alessandro               - Ma niente affatto!

Olga                         - Allora dite voi.

Alessandro               - (come fra sé) Che cosa stavo dicendo? Parlare con voi è sempre im­possibile. (La riguarda) Che piega fa la vostra bocca?

Olga                         - Oramai... Che pieghe volete che faccia? Rughe.

Alessandro               - Che cosa?

Olga                         - Rughe. Grinze.

Alessandro               - (come distratto, guardando nel vuoto) Non so che cosa siano. (Una pausa) Com'è strano questo albergo! Pa­re deserto. (Un'altra pausa).

Olga                         - Stavate dicendo che dovete far finta di non conoscermi. Perché?

Alessandro               - Eh! Ma perbacco, come siete cambiata! Incominciate perfino a diver­tirmi.

Olga                         - Ho imparato da voi. Mi servo delle vostre armi.

Alessandro               - Una volta eravate irritante.

Olga                         - Già! Forse per questo siete sparito, improvvisamente, senza lasciar tracce di voi...

Alessandro               - Se qualcuno ci udisse, pen­serebbe che in altri tempi fra me e voi... E invece... purtroppo...

Olga                         - Grazie del purtroppo!

 Alessandro              - Ma allora non sparii perché eravate irritante. Sparii... (Si ferma co­me a cercare una ragione) Sparii perché eravate pericolosa.

Olga                         - Avevate paura...

Alessandro               - Si.

Olga                         - D'innamorarvi...

Alessandro               - No.

Olga                         - Ah, già! Voi non v'innamoravate.

Alessandro               - Avevo paura delle compli­cazioni. Voi eravate una donna compli­cata. A me piacciono -  piacevano -  le creature semplici.

Olga                         - E quali erano per voi le complica­zioni ?

Alessandro               - L'amore, l'affanno dell'amo­re, le risse dell'amore. Voi eravate di quelle donne che quando abbiano fatto un piacere a un uomo credono di averlo legato a sé per tutta la vita, pretendono anzi di averlo legato a sé per tutta la vita. Non abbiamo le medesime opinio­ni sul rapporto fra i sessi.

Olga                         - Eppure eravate stato ammogliato.

Alessandro               - Appunto per questo. Non si possono concedere a tutte le donne i di­ritti che si concedono alla propria mo­glie. Del resto, se io ero vedovo, eravate vedova anche voi...

Olga                         - E siccome ero vedova, credevate di potermi considerare una donna di passaggio...

Alessandro               - No. Soltanto non credevo di dovervi considerare come la mia seconda moglie. Un solo vedovo nel matrimonio è già di troppo. Due vedovi sono un funerale.

Olga                         - E... queste cose... graziose... non potevate dirmele allora, sedici anni fa, prima o invece di darvi alla fuga?

Alessandro               - Ve l'ho detto : avevo paura delle vostre violenze. Non paura fisica, naturalmente; ma una specie di ribrezzo della violenza femminile. (Una pausa) Roba passata. Perché ricordarla? Po­trebbe essere perfino ridicolo. Ah, poi, ecco: c'era anche un'altra ragione. Io avevo una figlia : ho una figlia. L'unica nata dalla mia povera moglie. Era pie-colina. Quanto poteva avere? Tre anni. Mi avevano scritto che era ammalata, che era necessaria la mia presenza... (Un po' rabbuiato e amaro) Anche adesso mi hanno scritto che è ammalata. Me l'ha scritto lei stessa. Ecco perché... (Vuol dire « Ecco perché sono qui »).

Olga                         - Ah, vostra figlia è qui?

Alessandro               - Si.

Olga                         - Per questo, dovete far finta di non conoscermi?

Alessandro               - Per questo.

Olga                         - Strano! Come se io fossi o fossi stata la vostra amante.

Alessandro               - No.

Olga                         - E allora?

Alessandro               - (quasi fra se) La benedetta curiosità femminile! Una curiosità imba­razzante come quella dei bambini! (Si alza, spiega.) Mi piace che ella stia lon­tana dai temperamenti passionali, ag­gressivi. Somiglia a me: preferisco che continui a somigliarmi.

Olga                         - È cinica?

Alessandro               - (scrolla nuovamente le spalle) Se questo è il vocabolo che vi serve per definirmi, si.

Olga                         - È cinica; cioè non crede all'amore come passione, è incapace di sentimenti forti e durevoli; è fredda, astuta, ci­vetta. ..

Alessandro               - Oh!

Olga                         - Avete detto che vi somiglia...

Alessandro               - Oh!

Olga                         - Ho un figlio anch'io, sapete. E so­miglia a me. Ho piacere che mi somigli, per lo meno che somigli a me come ero. È sensitivo, affettivo, tenace; vorrei di­re, per usare una parola vostra, violento, nelle sue passioni. Ebbene, capisco che si preferisca conservare ai propri figli le proprie qualità. Io ho vissuto bene come sono. Ho sofferto magari un poco (lo guarda con intenzione) qualche volta molto -  ma credo alla virtù purificatrice della sofferenza. Una creatura umana che non soffra o non abbia sofferto è una creatura impura.

Alessandro               - (meravigliato) Impura?

Olga                         - Impura. (Con malcelato rancore nella voce) Laida.

Alessandro               - (con un gesto di deplorazione e d'insofferenza) Eh!

Olga                         - (incalzando) Voi, per esempio...

Alessandro               - Signora... Signora Olga... Olga, amica mia, perché riprendere un discorso interrotto sedici anni fa?

Olga                         - Un discorso interrotto? Vorrete dire un discorso evitato: evitato da voi.

Alessandro               - Vi prego di notare l'inoppor­tunità... all'età nostra...

Olga                         - Perché? Voi credete che sia un di­scorso d'amore? Tutt'al più sarebbe di odio, se non fosse di disprezzo. Qual'età migliore della nostra per disprezzare finalmente qualcuno?

Alessandro               - Io non ho aspettato questa età.

Olga                         - Per disprezzare me?

Alessandro               - No. Qualcuno. Molti.

Olga                         - Siete sempre eguale! Gli anni, anzi, hanno accentuato i vostri difetti.

Alessandro               - (allusivo) Succede a tutti così.

Olga                         - Ma una cosa debbo dirvi, che non riuscii a dirvi allora... a causa della vo­stra fuga. Non soltanto siete cinico. Sie­te anche sleale. Credevo che almeno la lealtà fosse un'alleata del cinismo. Chi è cinico perché dovrebbe mentire? Si può mentire per nascondere i proprii sentimenti o le proprie debolezze o le proprie vergogne; si può mentire per non dare un dolore. Avete voi mentito per una di queste ragioni?

Alessandro               - No.

Olga                         - Ecco. E allora perché avete men­tito?

Alessandro               - Ma io non ho mentito affatto.

Olga                         - Ah, non avete mentito? Mi avete illusa, forse mi avete amata...

Alessandro               - Ma no!

Olga                         - Non mi avete né illusa né amata?

Alessandro               - Escludo di avervi illusa. Non mi ricordo di avervi amata. O me­glio, credo di avervi amata a modo mio.

Olga                         - Cioè?

Alessandro               - (seccatissimo) Vi desidera­vo: ecco. Volete delle parole più chiare?

Olga                         - (con disgusto) Oh! (Come fra sé) E come è possibile dunque che io...? (Vuol dire: «Che io vi abbia amato tanto? ») No. Voi non mi avete mai detto la verità, né allora né ora.

Alessandro               - Olga! Vi sembra una sala d'albergo il teatro più naturale per que­sta scena? (Guarda intorno) Vengono i camerieri, vedete.

(Riprendono posto l'uno a destra, l'altra a sinistra, come prima; fanno finta di non conoscersi. Entra prima Riccardo, dalla sinistra).

Riccardo                   - (sottovoce a Olga) Il signorino non c'è. Non sono riuscito a trovarlo. Ma credo che dev'essere sceso lino al lago. Credo anche che tornerà presto, perché stasera c'è un pranzo, offerto dal­la Casa, che festeggia il suo decimo anno di vita. Il vostro appartamento sarà pronto fra un quarto d'ora, signora. Do­vete scusare. Non vi aspettavamo. L'al­bergo è quasi alla vigilia della chiusura. Non ci sono più che tre clienti. Pran­zate in casa?

Olga                         - Si.

Riccardo                   - (porgendo la lista del pranzo) -Va bene così?

Olga                         - (senza guardare la lista) Va bene.

Riccardo                   - Grazie. Con permesso. (Esce per la sinistra).

(Intanto per la destra è rientrato anche Michele, che si è avvicinato ad Alessandro).

Michele                    - (ad Alessandro, sottovoce) La signorina è scesa al lago, con il fidanzato.

Alessandro               - (rapido, quasi ostile) Con...?

Michele                    - (cambiando) Con la governante. Ma credo che tornerà presto. L'ho fatta avvertire. Deve vestirsi per il pranzo. La Casa questa sera festeggia il suo decimo anniversario, con i clienti che ci sono ancora. Quasi un pranzo in famiglia. Il vostro appartamento è pronto fra poco, signore. Una diecina di minuti. Pranzate in casa, signore? (Fa l'atto di offrirgli la lista del pranzo).

Alessandro               - Non so.

Michele                    - Bene, signore. Ma credo che nei dintorni, in questa epoca, non ci siano altri posti decenti per pranzare. (Una pausa).

 Alessandro              - Potete andare.

Michele                    - Grazie, signore. (Esce per la destra).

Olga                         - (dopo un breve silenzio) Si, questo non è il teatro più naturale per questa scena. Ma avevo pensato a voi durante tutto il viaggio. Avevo pensato a voi, perché mio figlio mi ha scritto di essersi innamorato, di volersi sposare...

Alessandro               - E dov'è vostro figlio?

Olga                                   - Qui.

Alessandro               - (con un vago presentimento) -Qui?

Olga                         - (come avvertendo il presentimento di lui) Pare che si sia innamorato di una ragazza che ha conosciuta in quest'al­bergo...

Alessandro               - (si alza) Ah, in quest'aiber-go? (Si avvia verso il fondo, è inquieto). (Si ode improvvisamente la voce di Serenella).

Serenella                   - (dal fondo, prima che si veda) -Papà! (Un attimo, ed entra) Papà, ti ringrazio, come stai? (Lo abbraccia).

Alessandro               - Bene. E tu? (La guarda, è turbato).

(È apparso anche Giorgio, che si ferma discosto).

Serenella                   - (rapida, facendo a Giorgio cen­no di avvicinarsi e presentandolo ad Alessandro) Permetti che ti presenti il signor Giorgio Tessaglia?

(Mentre Alessandro guarda Giorgio senza rispondere, Olga, che non si era ancora voltata e non era stata vista dai soprav­venuti, balza dalia poltrona).

Olga                         - (ansiosa) Giorgio!

Giorgio                     - (accorrendo verso di lei) Oh, mamma! (E poi rapido, prima che Olga        riesca ad abbracciarlo) Permetti che ti presenti la signorina Serenella Moravia?

Serenella                   - (inchinandosi a Olga) Pia­cere. (E poi subito) Permettete, signora, che vi presenti mio padre?

(Alessandro, voltandosi appena, s'inchi­na. Olga risponde con un cenno del ca­po. Un attimo di silenzio e d'imbarazzo).

Serenella                   - (dopo poco, con una sfronta­tezza fra ingenua e comica) Be', va bene. (E poi:) Adesso a noi (dice a Giorgio) andiamo a vestirci per il pran­zo. (Poi, ad Alessandro e ad Olga) Voi due, ormai, vi conoscete... (Una pausa breve) Con permesso, signora. Con per­messo, papà. (Poi a Giorgio) Andiamo.

Giorgio                     - (un po' confuso) Andiamo. Con permesso.

(Escono Giorgio e Serenella per la sini­stra. Alessandro e Olga si guardano per qualche attimo, senza parlare).

Alessandro               - (allargando le braccia) Mi pare che... sia stato detto tutto... (Si muove; è nervosissimo) Ai tempi nostri queste presentazioni avvenivano in una maniera, come dire?, meno precipitosa. Ma forse hanno ragione loro. (Ricostruendo l'accaduto) Una lettera : « Mi sono innamorata ». Di chi? Mah! 'An­diamo a vedere. « Permetti, papà, che ti presenti il signor... ». E tutto è fatto.(È arrivata, dal fondo, anche Letizia, che si è fermala come per capire che cosa sia accaduto. Alessandro la saluta ironicamente). Buona sera!

Letizia                      - (timida, mortificata) Buona sera.

Alessandro               - Andate a prepararvi per il pranzo anche voi?

Letizia                      - (c. s.) No. Vado ad aiutare !a signorina.

Alessandro               - Vedo che l'aiutate... in molte cose, anche a mia insaputa.

Letizia                      - Nell'imparare l'inglese. Ma voi lo sapete.

Alessandro               - Già! L'inglese, adesso è di­ventata una lingua... demografica.

Letizia                      - Non capisco, signore.

Alessandro               - Andate, andate!

(Letizia                     - fila rapidamente per la sinistra. Alessandro rivolgendosi a Olga continua:) È la governante di mia figlia... della « fidanzata » di vostro figlio.

Olga                         - Faremo di tutto, credo, per evitare questo matrimonio.

Alessandro               - Lo spero.

Olga                         - Vi ho già detto che mio figlio ha lo stesso mio temperamento.

Alessandro               - E mia figlia il mio.

Olga                         - Sotto questo aspetto, anzi, voi po­treste disinteressarvene; perché, se somi­glia a voi, vostra figlia certamente, un giorno, si darà alla fuga...

Alessandro               - Ne sono sicuro.

Olga                         - Ma bisogna che io eviti questo do­lore a mio figlio. Lo conosco. Soffrirebbe molto più di me. Credo di non avervi fatto nulla di male perché voi non ab­biate a concedermi la vostra collabora­zione.

Alessandro               - Sarò il vostro collaboratore.

Olga                         - Siete, almeno questa volta, sincero?

Alessandro               - Sincerissimo. Come sempre. Non amo i corsi e i ricorsi storici. Sol­tanto mi accorgo che il mio egoismo -  il mio franco egoismo, il mio bellissimo egoismo -  riceve una punizione che non mi aspettavo. Per aver voluto evitare l'infelicità mia, non so se riuscirò a evi­tare quella di mia figlia. Bastava che io vi avessi... sposata, e quello che accade non sarebbe accaduto.

Olga                         - (amara) Grazie!

Alessandro               - Voi non avete certamente bisogno dei miei lumi; ma, poiché io debbo essere, una volta tanto, il vostro collaboratore, non posso fare a meno di tracciare con voi le linee generali del pro­gramma.

Olga                         - (ironica) Sono tutta orecchi.

Alessandro               - Bisogna che vi rassegniate a non fare drammi. Questo non è un problema dì violenza ma un problema di astuzia. Bisogna far finta di assecon­dare i ragazzi, non osteggiarli. I quattro quinti dei matrimoni male assortiti nac­quero tutti da un contrasto, da un'opposizione, da un'ostilità. Si direbbe che l'amore, come certe male piante, cresca sopratutto sotto i venti contrarli. Senti­mento maligno. Meglio è spianare la strada agli innamorati, avviarli su i sen-. tieri tacili della divina noia. Non cono­sco nulla che annoi quanto l'amore age­vole, protetto, sorretto, benedetto.

Olga                         - Avete proprio da espormi un trat­tato per scombinare matrimonii?

Alessandro               - Sì.

Olga                         - Risparmiatevelo. Io so come par­lare a mio figlio. So quello che debbo dirgli. So che mi comprenderà.

Alessandro               - Temo che, da sola, vi met­tiate su una falsa strada.

Olga                         - Non abbiate questo timore.

Alessandro               - Non pensavate, forse, quan­do mi amavate, che io fossi il marito ideale? La stessa cosa potrebbe pensare vostro figlio di mia figlia. Sarebbe un errore disastroso.

Olga                         - Mi compiaccio con voi del... curio­so concetto che avete di vostra figlia...

Alessandro               - Voglio dire che fra i nostri caratteri - e quindi fra i caratteri della nostra prole - c'è una incompatibilità irreparabile. Io non mi disprezzo. Direi, anzi, che mi ammiro. Fenomeno di nar­cisismo. Ma concepisco il matrimonio co­me una convivenza calma, serena, pia­cevole: un'amicizia un po' forte e tutta­via senza impeti smodati, senza prepo­tenze...

Olga                         - Una specie di conversazione da sa­lotto...

Alessandro               - Non da salotto soltanto...

Olga                         - Basta, basta! (Suona un campa­nello) Siamo d'accordo sul fine. Quanto ai mezzi,  ciascuno scelga i suoi.

Alessandro               - Come volete.

(Entra dalla destra Giuliano Oderò, pro­prietario dell'albergo).

Giuliano                   - Sono Giuliano Oderò.

Alessandro               - (a Giuliano,  dopo  averlo guardato con sorpresa) E allora?

Giuliano                   - Sono il proprietario dell'al­bergo.

Alessandro               - E non vi basta?

Giuliano                   - Avete chiamato, signori?

Olga                         - Ho chiamato io. È pronto il mio appartamento?

 

Giuliano                   - Si, signora. Numero 36, secon­do piano. (Poi, ad Alessandro) Anche il vostro, signore. Numero 24, secondo piano. Camera, sala di soggiorno, anti­camera, bagno. Vorrei osare di rivolger­vi una preghiera, signori. Questa sera festeggio il decimo anniversario...

Alessandro               - Lo so.

Olga (contemporaneamente) Lo so.

Giuliano                   - La servitù, naturalmente, non ha osato pregarvi... ma io riterrei gran­de onore per me avervi per questa sera miei ospiti. Poiché la signorina Mora­via... (ad Alessandro) vostra figlia?...

Alessandro               - Si.

Giuliano                   -... e il signor Tessaglia (a Ol­ga) vostro figlio?

Olga                         - Si.

Giuliano                   - ... mi hanno già fatto l'onore di accettare.

Alessandro               - (accettando) Va bene.

Olga                         - (accettando anche lei) Grazie.

Giuliano                   - Ringrazio voi, signori. Sono anzi lieto che questa piccola festa coin­cida - seppure indegnamente - con il lieto avvenimento che vi riguarda...

Olga                         - (con disappunto) Quale?

Giuliano                   - (imbarazzato) Non vorrei aver commesso una gaffe... (Lì guarda per­plesso, tutt'e due).

Alessandro               - Perchè? È un avvenimen­to... già noto, diffuso, di pubblica ragione?

Giuliano                   - (cambiando) Voglio dire: l'in­contro vostro con i vostri rispettivi fi­gli... che aspettavano ansiosamente di rivedervi,..

Alessandro               - Ah, eccol

Giuliano                   - (sempre più imbarazzalo) Con permesso, signori. E grazie, di nuovo, dell'onore... (Esce per la destra).

Olga                         - (irritatissima) Sono venuta in mac­china. Faccio in tempo a ripartire con mio figlio prima di questo pranzo.

Alessandro               - (con un sorriso ironico) Que­sta volta... mi precedete, nella fuga.

Olga                         - Mi fa rabbia la vostra indifferenza, il vostro cinismo! Eppure siete il padre della femmina, non del maschio!

Alessandro               - (ferito dalla crudezza delle parole) Eh! Ne parlate come di due bestie. Ma forse in tal senso non avete torto. Così come vorrebbero sposarsi i nostri figli, non si sposano le creature umane. Per sposarsi bisogna conoscer­si... non soltanto con l'olfatto.

Olga                         - Non sembrava questa, poco fa, la vostra teoria. Comunque, non potete, in linea di massima, escludere che già si

Alessandro               - Che cosa intendete dire?

Olga                         - Le signorine d'oggi fanno così pre­sto a farsi conoscere.

Alessandro               - (prima si turba; poi scrolla le spalle, escludendo l'ipotesi) Oh! Mia figlia è saggia.

Olga                         - Come voi?

Alessandro               - Naturalmente.

Olga                         - Lo spero per mio figlio.

(Entra dalla destra Michele).

Michele                    - Mi permetto di avvertirvi che. se non avete nulla in contrario, il pran­zo sarà servito alle otto. (S'inchina ed esce).

Alessandro               - (sarcastico) È un albergo dove sì trova tutto servito. I fidanza­menti, i pranzi di fidanzamento... Si di­rebbe che su la nostra vita soffri il re­spiro funebre del fato greco. Ah, ah! Il fato vuole che fra di noi ci siano per forza dei legami di sangue. Quello che non accadde fra i genitori, accada tra i figli! Sembra una maledizione.

Olga                         - (ride) Ho piacere di vedervi un tantino nervoso. Non vi avevo mai vi­sto così. Penso che per non privarmi di questo divertimento, rinunziò a partire. Ho anche promessa all'albergatore di partecipare al pranzo... Dopo tutto, a tavola non s'invecchia...

Alessandro               - (irritatissimo) Si vede che noi siamo stati digiuni o abbiamo man­giato sempre in piedi.

Olga                         - (contentissima di vederlo così irrita­to, con ironia) Bene! Grazie! Ma io, ora, non partirò.

Alessandro               - (c. s.) Allora partirò io!

(È rientrato, nel frattempo. Michele, che ha portato, in un vassoio, alcuni aperi­tivi).

Michele                    - (deponendo il vassoio su un ta­volo) Un aperitivo. (E poi, ad Alessandro) Partite, signore?

Alessandro               - (seccato) Sì.

Michele                    - (come fra sé, con un sospiro) -Partire è un po' morire.

Alessandro               - (guardando, con stupore e di­sappunto. Michele) Cosa?

Michele                    - (un po' mortificato) Oh, parla­vo con me stesso, signore. Ricordi scola­stici, ricordi banali. Partire è morire un poco...

Alessandro               - Un poco? E allora, se io fossi il vostro padrone, vi procurerei un abbonamento ferroviario!

 

CALA LA TELA

ATTO  SECONDO

 Altro salotto dell'albergo Excehior, confi­nante, nel fondo, con una vasta apertura ad arco; e, oltre l'arco, ben visibile, una sala da pranzo, con una tavola elegante­mente imbandita. Sono le nove della stes­sa sera. Quando si alza il velario, sono seduti a ta­vola, in quest'ordine, da sinistra a destra. Giuliano, Serenella, Alessandro, Olga, Giorgio e Sofia Odero, moglie di Giulia­no. Michele serve lo spumante. Riccar­do, in primo piano, nel salotto, nascosto alla vista dei commensali, parla sottovoce con Letizia.

Riccardo                   - Alle nove e mezza; mi sembra l'ora buona. Credo che dopo il pranzo facciano una gita sul lago.

Letizia                      - No, no, c'è il signore.

Riccardo                   - Il signore?

Letizia                      - Il signor Moravia.

Riccardo                   - Ebbene? Farà anche lui una gita sul lago.

Letizia                      - Stasera no. Ho paura.

Riccardo                   - Paura di che? Avremo quasi tre ore, dalle nove e mezza a mezzanot­te. Io, oramai, non ho altro da fare. La­scio Michele.

Letizia                      - (comica) Prepotente! (E poi) Ti dispiace che fra poco io parta?

Riccardo                   - Fra poco, quando?

Letizia                      - Non so. Ma presto. I ragazzi avranno fretta di sposarsi. Tu... non ti vuoi sposare?

Riccardo                   - E chi?

Letizia                      - (rimproverandolo di non aver ca­pito) Sei un mostro! Non mi dici mai delle parole appassionate.

Riccardo                   - Stasera te le dico.

Letizia                      - Allora t'aspetto.

Riccardo                   - No. Vieni tu da me.

(Michele, che ha finito di servire lo spu­mante, entra nel salotto e avverte, pas­sando):

Michele                    - Attenzione. Sono allo spumante.

(Michele ritorna nella sala da pranzo. Riccardo e Letizia escono. Il salotto rimane vuoto. Si vedono e si odono so­lo i commensali).

Giuliano                   - (leggermente brillo - non ubria­co - si alza e leva la coppa per brinda­re) Bevo alla salute e alla prosperità di tutti questi nobili ospiti per l'onore che ci hanno concesso di sedere alla no­stra mensa in questo giorno particolar­mente caro al mio cuore; e bevo anche alla salute e alla prosperità della mia amata signora...

Sofia                         - (leggermente brilla anche lei ma non ubriaca) Io sono tua moglie.

Giuliano                   - Bene, e io ho detto « la mia signora ».

Sofia                         - E non si dice « la mia signora » ; si dice: « mia moglie ».

Giuliano                   - Ah, già! (Agli ospiti) Scusate. « La mia signora » si dice della propria amante. Prima queste cose non le sape­vo. Adesso le so. (Poi alla moglie) Ma io dicevo » ìa mia signora » per inten­dere che tu sei la mia cara moglie e la mia dolce amante.

Sofia                         - (comica, arrossendo) Oh!

Giuliano                   - (nuovamente agli ospiti') Ci vo­gliamo bene come due amanti. Io non capirei il matrimonio senza queste... sfu­mature. Non siete del mio parere, signor Moravia?

Alessandro               - (si stringe nelle spalle con un gesto evasivo).

Giuliano                   - (ad Alessandro) Forse la mia domanda è indiscreta?

Alessandro               - No. È inutile. Perchè io non ho moglie.

Giuliano                   - Ah, non avete moglie. (Guarda in maniera prima sbalordita, poi signi­ficativa

Alessandro               - e Serenella; e in­fine rivolgendosi nuovamente ad Alessandro): Scusate. Forse ho commesso una gaffe...?

Alessandro               - (con ostentata pazienza, per dissipare ogni equivoco) Sono vedovo.

Giuliano                   - (con voce vagamente piagnucolosa) Vi comprendo. Il giorno in cui fossi vedovo anch'io...

Sofia                         - (piagnucolando anche lei) Oh!

Alessandro               - (dopo aver guardato gli altri ospiti) Andiamo a fumare una sigaret­ta, di là.

GIULIANO             - (improvvisamente premuroso) -Michele, sigari e sigarette!

(Michele esce. Tutti gli altri si alzano e vengono nel salotto).

Alessandro               - (ironico) Abbiamo passito una bella serata! È vero, signora Tessaglia?

Olga                         - Si. Molto bella.

Alessandro               - (a Giuliano, con intenzio­ne) Avete dei vini ottimi; forse un po' forti...

Giuliano                   - Credete che io...? (Vuol dire: » che io sia ubriaco? »),

Alessandro               - Per carità!

Giuliano                   - (sottovoce) La mìa... mia mo­glie beve un poco...

Alessandro               - (ironico) Oh! Ma non si vede.

Sofia                         - (sottovoce, a Olga, alludendo a Giu­liano) Ha bevuto.

Olga                         - (distratta) Ah, si?

Sofia                         - (a Giuliano) Vediamo se riesci a stare ritto su una gamba sola.

Alessandro               - (a Giuliano che si accinge a provare) Non affrontate l'esperimento, signor Oderò. È un esperimento che af­frontano soltanto gli ubriachi.

Giuliano                   - (con un riso idiota) Già! È vero.

(Torna Michele, che distribuisce le siga­rette).

Giuliano                   - Non ho vergogna di dirvi che ìo e la mia... mia moglie siamo di ori­gine modesta.

Alessandro               - (ironico) Non si direbbe...

 

Giuliano                   - Ci siamo arricchiti con questo albergo.

Sofia                         - Arricchiti! Lui non sa nemmeno quanto abbiamo, perchè qua comando io e tutto passa per le mani mie.

Giuliano                   - Non potete immaginare quan­to è brava!

Sofia                         - Eh, sfido! Mio padre faceva l'oste nel Piemonte.

Alessandro               - Ah, ah! (Come per dire: «Si vede! »).

Sofia                         - Io mi comporto con mio marito come mio padre si comportava con mia madre. (Ride) Lo faccio filare... Ogni mattina gli dò dieci lire, e basta!

Giuliano                   - (ad Alessandro) Vero che so­no poche per un uomo come me?

Alessandro               - (dopo averlo squadrato, con intenzione) No.

Sofia                         - Nel matrimonio deve dominare la donna.

Alessandro               - (sempre ironico) L'angelo della casa...

Sofia                         - Quando non domina la donna, è un guaio. (A Olga) Voi, signora, avete l'aria di una donna che sa dominare.

Olga                         - (con malinconia, per dirle il contra­rio) Avete indovinato.

Sofia                         - Io indovino tutto. Per esempio, i due ragazzi (allude a Giorgio e Sere­nella) stanno zitti perchè si sono an­noiati...

Serenella                   - No.

Giorgio                     - (quasi contemporaneamente ma ironico) No; anzi!

Sofia                         - Si sono annoiati, perchè loro sono innamoratissimi e vorrebbero stare soli.

Giuliano                   - (con tono di rimprovero) Ma Sofia!

Sofia                         - (ad Alessandro e a Olga) Per­chè? Voi due non lo sapete?

(Lieve imbarazzo di Alessandro e Olga).

Giuliano                   - (per scusare la moglie) Lei scherza. Quando ha bevuto un po;o, scherza sempre.

Sofia                         - (comica, energicamente) Tu sei un vecchio ubriacone. (Poi guarda gli astanti come per dire: «Ho detto be­ne? ») Eh?

Giuliano                   - (con un riso idiota) Avete visto come è energica? Ma io non ho mica paura!

(Una pausa).

Olga                         - Be'! Mi pare che questa bella se­rata sia finita. (A Giorgio) Tu volevi condurmi al Iago?

Giorgio                     - Si, mamma.

Olga                         - Allora... (con l'aria di salutare) ...ci vediamo dopo. Oppure domani. Con permesso.

Giuliano                   - Vi accompagniamo. Sofia, ac­compagniamo i nostri ospiti fino al lago.

Olga                         - (cercando di evitare la loro compa­gnia) Oh, ma non serve. Grazie.

Sofia                         - E che potete vedere del lago senza ……. di noi? Noi lo conosciamo... pietra per pietra...

Giuliano                   - Sofia! Vorrai dire goccia per goccia. Michele, andate ad avvertire il barcaiolo.

(Michele esce).

Olga                         - Allora, magari, ci vediamo giù ira un quarto d'ora. Voglio andare a pren­dere un mantello: sarà freddo.

Sofia                         - Ecco: si. Anch'io. Ci vediamo giù fra un quarto d'ora. Venite anche voi, signor Moravia?

Alessandro               - Grazie. No. L'aria del lago, di sera, non mi fa bene. Mi tiene com­pagnia Serenella.

Serenella                   - Si, papà.

Alessandro               - (a Sofia, continuando) Ci vedremo, magari, dopo.

Giuliano                   - Allora, a più tardi.

Alessandro               - A più tardi.

Sofia                         - (a Olga) E noi pure, a più tardi.

Olga                         - Si. Vieni, Giorgio?

Giorgio                     - Andiamo. Con permesso.

(Escono tutt'e quattro dai fondo. Olga e Giorgio per il lato destro; Giuliano e Sofia per il lato sinistro. Una pausa).

Alessandro               - Mi pare una coppia ospitale e noiosa.

Serenella                   - Quella degli albergatori?

Alessandro               - Naturalmente.

Serenella                   - Anche l'altra, del resto.

Alessandro               - L'altra?

Serenella                   - La signora Tessaglia e suo figlio.

Alessandro               - (la guarda) Anche suo tìglio?

Serenella                   - Sai, papà; è un giovane unpo' cupo, un po' troppo innamorato.

Alessandro               - Innamorato di chi?

Serenella                   - Di me, papà.

Alessandro               - Ah, e lui che...?

Serenella                   - Papà! Non vorrai mica farmi credere che non l'avevi capito...

Alessandro               - Mio Dio! L'avevo sospetta­to. Ma tu ancora non mi avevi dettoniente.

Serenella                   - È l'unico giovane che sia in quest'albergo, oltre Michele, il came­riere.

Alessandro               - Dunque, è di lui che tu sei innamorata.

Serenella                   - Si; ma non del cameriere.

Alessandro               - Naturalmente. (La guarda).

Serenella                   - Anche il cameriere è di buona famiglia. Sai : è stato compagno di scuo­la di Giorgio: hanno fatto il ginnasio insieme.

Alessandro               - E così anche tu sei inna­morata di lui.

Serenella                   - Di Giorgio.

Alessandro               - Ma naturalmente!

Serenella                   - Pensa che quello stupido di Giorgio è geloso del cameriere.

Alessandro               - (meraviglialo) Come?

Serenella                   - Ha visto che qualche volta io gli ho parlato con familiarità... Capi­rai : è lui stesso che lo invita a giocare a tennis con noi, ora che nell'albergo non c'è nessuno... E mi fa le scenate.

Alessandro               - Bene, bene! (Una pausa) Ma tu ne sei innamorata? (Un'altra pausa) M'hai scritto così: u sono inna­morata ».

Serenella                   - Si, te l'ho scritto; ma non bisogna prenderlo troppo alla lettera. È lui che è innamorato di me, vuole spo­sarmi entro un mese.

Alessandro               - E tu intendi sposarlo?

Serenella                   - Che vuoi, papà! Ho dician­nove anni. Bisogna pure che mi sposi.

Alessandro               - Giusto.

Serenella                   - Meglio sposare uno che mi ami, anziché uno che non mi ami. Ma se ti debbo dire la verità, troppo entu­siasta di questo matrimonio non sono.

Alessandro               - Perché?

Serenella                   - Mi pare un uomo soffocante, opprimente. Anche quando t'ho scritto quella lettera, era lì, vicino a me, qua­si mi dettava le parole... Ha voluto che scrivessimo le stesse parole : io a te e lui a sua madre... Certe volte lo tratto male per vedere se molla. Macché! Sopporta tutto. A me, in realtà, come uomo... fi­sicamente... (guarda il padre come per vedere che effetto abbia avuto il suo avverbio; e poi, continuando) ...non mi dispiace... (Una pausa; il padre è im­penetrabile; ella continua) Tu... permet­ti che io ti parli con questa libertà? (Una altra pausa) Io e te ci siamo visti poco, perché... capisco benissimo... tu sei un uomo interessante... avevi altro da fa­re. Ma quel poco che ci siamo visti, ti ho sempre considerato, più che mio padre, un mio amico, un amico affettuoso, e-sperto... Ora tu capisci certamente que­sta cosa che io dico: lui mi piace... (Stava per dire « fisicamente >», non osa) ...mi piace, e poi basta, ecco. Non so se questo per il matrimonio sia sufficiente. Tu che ne dici? (Un'altra pausa) È cu­rioso che tu non parli, papà. Io ti sto rivolgendo delle domande. Spero non mi vorrai più considerare una bambina. So­no già all'Università; e per di più alla Università di medicina. Puoi parlare... liberamente.

Alessandro               - (ironico) Grazie! Avevo pro­prio bisogno di questa tua autorizzazio­ne. Se non lo sapessi da me, tu mi ricor­deresti che fra genitore e generato, a un certo momento, le parti si invertono.

Serenella                   - Papà, ti chiedo scusa.

Alessandro               - E di che? S'invertono. S'in-vertono naturalmente. Più il generato di­venta forte, più il genitore diventa de­bole. (Una pausa; poi, con altro tono) È la prima volta che sei innamorata?

Serenella                   - Ah, dunque tu credi che que­sto sia amore?

Alessandro               - Quale?

Serenella                   - Il mio. Il sentimento -  o, se non il sentimento, le sensazioni -  che io provo per Giorgio Tessaglia.

Alessandro               - (seccato) Continua il lin­guaggio... in libertà. Voglio dire: è la prima volta che ti interessi di un uomo come ti interessi del signor Giorgio Tes­saglia?

 Serenella                  - (con un sorriso forzato) Prima mi sembravi imbarazzato tu; adesso, in­vece, sono imbarazzata io.

Alessandro               - (come fra sé) Già  E un po' difficile. (Una pausa) Dopo tutto, se ti piace, sposalo. (La guarda) Hai detto che ti piace.

Serenella                   - Ho paura che nel matrimonio (mesto piacersi così, non basti. È indi­screto che io chieda il tuo parere?

Alessandro               - Il mio parere conta fino a un certo punto.

Serenella                   - E il parere di un uomo che è stato ammogliato, che ha vissuto.

Alessandro               - Non è l'esperienza altrui che conti: è l'esperienza propria.

Serenella                   - Bisogna, insomma, urtare, fe­rirsi, rompersi il muso contro la realtà?

Alessandro               - Forse.

Serenella                   - Tuttavia tu non mi hai l'aria di essere entusiasta di questo matri­monio.

Alessandro               - Come potrei esserne entu­siasta? Non conosco lui; conosco poco te.

Serenella                   - E m'hai detto: « Se ti piace, sposalo ». Me l'hai detto senza convin­zione?

Alessandro               - Vedo che sei già una donna, che sei in grado di giudicare.

Serenella                   - No, non sono in grado di giu­dicare. Sono appena in grado di com­prendermi. Mi pare di aver sempre con­siderato l'amore come un gioco, forse come un capriccio. Giorgio Tessaglia mi piace ma mi stanca. Anche altre volte ho provato questo senso di stanchezza, questo senso, come dire?, di provviso­rietà delle mie passioni.

Alessandro               - Questo dev'essere: orribile per la persona che ti ami.

Serenella                   - Dovrebbe essere; e invece la persona che mi ama non si stanca della mia stanchezza, anzi se ne fa strumento di sofferenza, di più forte amore. Una specie di sadismo.

Alessandro               - (colpito) Dove hai imparato queste parole?

Serenella                   - (dopo una pausa, mortificata) -Papà, mi dispiacerebbe di riuscirti sgradevole.,.

Alessandro               - (pensieroso) No, forse non sei tu. Forse è una immagine di me stes­so che vedo in te.

Serenella                   - (ansiosa) Dimmi, dimmi.

Alessandro               - Le parole che tu hai dette non mi sono nuove. Le ho dette o le ho pensate anche io.

Serenella                   - Ecco: lo immaginavo, ti so­miglio.

Alessandro               - È strana l'impressione che si prova vedendosi in un altro, sia pure nella propria creatura; ascoltando nelle parole di un altro le proprie parole. (Una pausa; è nervoso) Non mi piaci, così, Serenella.

Serenella                   - Non piaci, dunque, nemme­no tu a te stesso?

Alessandro               - (guardandosi dentro) Ecco.

Serenella                   - Eppure tu hai vissuto bene, così, tanti anni.

 Alessandro              - Bene?

Serenella                   - Non so. Credo bene. Sei sta­to ricercato, adorato dalle donne.

Alessandro               - (come volendo sviare il di­scorso) Chi te l'ha detto?

Serenella                   - So di donne che hanno sof­ferto per te, che ti hanno amato tino al sacrificio.

Alessandro               - (c. s.) Quali?

Serenella                   - Non so quali. Ma ora, forse, ti penti?

Alessandro               - Mi pento? (Una pausa) Ma io sono un uomo. È un'alira cosa.

Serenella                   - Vale a dire che se fossi un uomo anch'io, le tue impressioni sareb­bero altre; opposte?

Alessandro               - (la guarda, le si avvicina, la prende per le braccia) Perbacco, come sei cresciuta! Ti ritrovo grande, cam­biata: un'altra. Parli come una donna arida. Eppure parli con tale logica, vor­rei dire con tale furore di logica, che la tua aridità sembra infiammarsene. La tua aridità è come un fuoco. Mi fai pen­sare che anch'io sono stato come te e cercando di sfuggire il fuoco altrui mi bruciavo nel mio. (Si allontana, la guar­da ancora da lontano) E forse quello al­trui non era fuoco: era parvenza di fuo­co: tutto esteriore. T temperamenti come il mio -  come il tuo -  bruciano dentro; e il loro bruciarsi non si vede. Incomincio a imparare. Un po' tardi; ma... Ti ringrazio (Una pausa) Tutta­via nel matrimonio una cosa è certa. Tua madre la esprimeva con poche pa­role e con un gesto : « bisogna che la donna di fronte all'uomo stia così » (Alza il volto come per guardare in alto) Voleva dire che la donna deve conside­rarsi meno alta dell'uomo, deve stimar­lo e ammirarlo. Non mi pare che tu sti­mi e ammiri in questo modo l'uomo che s'è innamorato di te. Mi pare -  se ho capito bene -  che nel caso tuo avven­ga il contrario.

Serenella                   - Non so se avvenga il con­trario. So che egli sopporta i miei ca­pricci, è remissivo, è geloso: e che per­fino certa sua prepotenza fisica è una forma della sua debolezza di fronte a me.

Alessandro               - Tu, comunque, eli fronte a lui non stai così? (Ripete il gesto del capo per guardare in alto).

Serenella                   - No. Dirò, anzi, che dopo 1 suoi atti di prepotenza, non mi piace quasi più.

Alessandro               - Capisco. (Un attimo di ri­flessione) Non lo sposare.

Serenella                   - (abbassa il capo) Come vuoi, papà.

Alessandro               - Questo pensiero ti turba, li addolora?

Serenella                   - (senza convinzione) No. (Una pausa) È curioso che io abbia conosciu­to tutti ragazzi così. Gli altri -  quelli che dici tu -  non so come siano. O forse, ora che ci penso, hanno il mio stesso carattere. E non mi hanno cerca­ta appunto perché hanno il mio stessocarattere. Tu hai conosciuto donne che somigliavano a te?

Alessandro               - (a bassa voce) No.

Serenella                   - Tu sei stato felice, perché sei uomo; e io sarò condannata a essere in­felice perché sono donna.

Alessandro               - (con un lieve sorriso) Co­desta è una presunzione. Ci sono certa­mente uomini migliori e più forti di te. (Una pausa).

Serenella                   - Ho un desiderio, papà: par­tire.

Alessandro               - Come vuoi.

Serenella                   - Si può partire stasera?

Alessandro               - Non credo. Ma domattina, presto.

Serenella                   - Senza... avvertire nessuno?

Alessandro               - (ci pensa) Mah! (Una pausa) Perché poi?

Serenella                   - (dopo aver guardato nell'in­terno) Mi pare che tornino qui. Li av­vertiamo?(Tornano Giorgio e Olga. Serenella, de­cidendosi improvvisamente, continua) : Signora, noi andiamo a riposare... perché... abbiamo deciso di partire domat­tina presto.

(Stupore doloroso di Giorgio).

Olga                         - (guarda Giorgio) Anche noi.

Serenella                   - Allora ci saluteremo domani. Buona notte.

Alessandro               - (saluta anche lui sobriamen­te) Buona notte.

Olga                         - Buona notte.

(Escono Alessandro e Serenella. Olga e Giorgio si guardano per un attimo sen­za parlare. Entra Riccardo).

Riccardo                   - È tutto pronto, signori. I si­gnori Oderò aspettano giù.

Giorgio                     - (a Riccardo) Pochi minuti, per favore.

Riccardo                   - Bene, signore. (Esce),

Giorgio                     - (a Olga, alludendo all'annunziodi Serenella) Mamma, era una cosaconcertata?

Olga                         - No.

Giorgio                     - E allora, secondo te, che cosavuol dire?

Olga                         - Ma... non capisco.

Giorgio                     - Mamma, tu dovresti muoverti, fare qualche cosa per evitare questo.

Olga                         - Evitare che partano?

Giorgio                     - Evitare che tutto sia spezzato così, improvvisamente, senza ragione.

Olga                         - Non è detto che si sia spezzato nulla.

Giorgio                     - Tu credi che io... non abbia fat­to una buona impressione al padre?

Olga                         - Ma no! Forse, ancora non ne han­no nemmeno parlato.

(Una pausa).

Giorgio                     - Spetta a noi, spetta a te fare il primo passo. Siamo già d'accordo mi pare.

Olga                         - Lo faremo. Non è necessario chesi faccia qui, immediatamente.

Giorgio                     - E dove?

Olga                         - Andremo a cercarli, dove abitano.

 Giorgio                    - No, no. Io sento che se parte così, è finita.

Olga                         - (lo guarda) Non sei dunque sicuro che ella ti ami?

Giorgio                     - Non m'importa d'esserne sicu­ro. L'amo io.

Olga                         - (scrollando il capo) Ho capito. (Una pausa) Sarà bene comunque -  dopo quello che m'hai detto di sopra e quello che m'ha detto qui, adesso -  sarà bene che si sappia almeno fino a qual punto ella accetti il tuo amore.

Giorgio                     - L'accetta fino al punto che poco fa era ancora decisa a sposarmi.

Olga                         - Può darsi che sia decisa ancora.

Giorgio                     - Non potrei passare tante ore sen­za saperlo.

Olga                         - Da che cosa arguisci che possa aver cambiato opinione?

Giorgio                     - Tu non la conosci, mamma. Io la conosco.

Olga                         - La conosci... e l'ami?

Giorgio                     - Perché non dovrei amarla? (Una pausa) È la seconda volta che mi fai questa domanda. Come se anche tu la conoscessi.

Olga                         - (gli si avvicina, lo abbraccia e lo accarezza come un bambino) Figlio, dimenticala.

Giorgio                     - (dolorosamente) Ma perché, mamma, mi dici questo?

Olga                         - Mi servo delle tue parole, figlio. Io la conosco attraverso le tue parole. Mi pare una di quelle creature che non vale la pena di amare. Tu stesso hai detto che se partisse così sarebbe finita. Vuol dire che lei è una di quelle creature che possono partire così, far male senza sof­frirne, forse senza accorgersene. Tu sei un uomo, sei forte... È vero che sei for­te? (Una pausa; si sforza a sorridere; cambia tono) Se io fossi in te, vorrei far soffrire le donne, piuttosto che sof­frire per loro. (Pausa) Dopo tutto, que­sta mi sembra la missione dell'uomo. Ho conosciuto donne che sono state straziate dagli uomini e tuttavia li hanno adorati.

Giorgio                     - Lei non è di quelle che si lascia­lo straziare.

Olga                         - Lo dici con un senso di ammira­zione.

Giorgio                     - Dovrei forse amarla senza am­mirarla ?

Olga                         - Giorgio, vorrei dirti una cosa.

Giorgio                     - Dimmela.

Olga                         - (pentita) No.

Giorgio                     - Dimmela: te ne prego.

Olga                         - (lo guarda) Non so bene fino a qual punto tu possa comprendermi; meglio: non so fino a qual punto io, madre, pos­sa confidarmi a te, figlio.

Giorgio                     - (la guarda, come per capirla e in­coraggiarla) Fino a qualunque punto.

Olga                         - È più facile a dirsi che a farsi. Non vorrei che, dopo, tu provassi per me... non dico ribrezzo, no, perché io non ho fatto niente di male... ma...

Giorgio                     - Ma che cosa?

Olga                         - Sei grande, sei fatto grande, sei un uomo. Dimostri perfino più anni di quelli che hai. Sei anche moderno... Sai, noi vecchi, facciamo una certa distinzio­ne ira i giovanotti di oggi e quelli di ieri; ma poi, forse, questa distinzione è arbitraria o per lo meno riguarda non i sentimenti ma il modo di esprimere questi sentimenti... (Ride a stento) Non vorrei essermi avventurata in un problema difficile con un discorso confuso... (Una pausa) No, no, è meglio che non parli.

Giorgio                     - Vuoi che indovini?

Olga                         - Vediamo.

Giorgio                     - Mi vuoi parlare di te, quandoeri innamorata di papà.

Olga                         - (mentendo) Ecco.

Giorgio                     - E che c'è di male? Capisco be­nissimo che tu e papà siete stati inna­morati come tutti gli innamorati...

Olga                         - (pensando ad Alessandro) Già; ma, prima di sposarmi, tuo padre mi fece molto soffrire.

Giorgio                     - Eppure ti sposò.

Olga                         - Una volta, prima di sposarmi, par­tì improvvisamente, senza dirmi niente, senza darmi la più vaga spiegazione... Sai: era un bell'uomo, un uomo di una alta levatura intellettuale; ina freddo, sprezzante, sempre lì a lagnarsi degli eccessi del mio amore... Ebbene, io lo amavo cosi, mi piaceva così. Mi piace­va tanto, anche dopo che si fu dato alla fuga, che io non riuscii a dimenticarlo, e piansi, e lo aspettai...

Giorgio                     - E lui tornò...

Olga                         - Già; ma poteva non tornare. A me pareva, allora, che non dovesse tornare. Era il vuoto, la solitudine. Mi sforzavo a odiarlo e non ci riuscivo. Ero giovane, non ero brutta, altri mi corteggiavano, qualcuno per me fece delle pazzie; e io lì, con il pensiero fermo su di lui che era fuggito, e una smania di rivederlo, di consegnarmi a lui vinta... Capisci? Le donne vogliono amare gli uomini così.

Giorgio                     - In altri termini, io dovrei far soffrire Serenella         per farmi amare; così come tuo marito fece soffrire te.

Olga                         - Non era una lezione che volevo darti. Era una informazione.

Giorgio                     - Una informazione che non mi giova. Serenella         è un altro tipo.

Olga                         - (con tristezza) Anche tu sei un al­tro tipo.

Giorgio                     - Credi che ci si possa cambiare?

Olga                         - (vagamente) Non so.

Giorgio                     - Se tu avessi dovuto sposare un altro uomo, non avresti sposato un uo­mo simile a mio padre?

Olga                         - (impacciata) Perché ora ammetti che io avrei potuto sposare un altro uomo?

Giorgio                     - Poteva essere. Sei rimasta vedo­va che eri molto giovane.

Olga                         - Ti ringrazio... di averlo capito.

Giorgio                     - Perché pensavi che io non do­vessi capirlo?

Olga                         - Sai; i figli...

(Una pausa).

 Giorgio                    - C'è stata... forse., la possibilità che tu ti sposassi nuovamente? (Olga non risponde; una pausa) Qualcuno... per questo... ti fece soffrire?

Olga                         - (sospira) No.

Giorgio                     - Poco fa, mi è parso che tu vo­lessi dirmi questo. L'ho avvertito, den­tro di me, come una sensazione dolo­rosa. ..

Olga                         - Perché, poi, dolorosa?

Giorgio                     - Così. (Una pausa) A tavola, più volte, mentre i due albergatori dicevano le loro volgarità, ho avuto l'impressione che fra te... e il signor Moravia... corressero sguardi... come di persone che si fossero già conosciute... (Un'altra pausa; guarda la madre) Ecco.

Olga                         - (tremando) Giorgio, non hai mica pensato che...?

Giorgio                     - No, no. Niente di male. Ti co­nosco.

Olga                         - Sei così sensibile, figlio, che... io soffro della tua sofferenza : di quella che provi ora e di quella che, forse, prove­rai domani.

Giorgio                     - È questa la sola ragione per cui tu hai l'aria di non gradire il mio matri­monio con...?

Olga                         - Non so. Penso che tu, domani, al­la partenza di lei potresti soffrire come soffrii io, tanti anni fa...

Giorgio                     - (con voce piena di sofferenza e di esasperata decisione) No. Non sof­frirò. Io non soffrirò. (Una pausa) Mam­ma, vorrei rinunziare alla gita sul lago. Ho bisogno di riposo. Penso che anche noi, domani, dovremo levarci presto.

Olga                         - (lo guarda trepidando) Bene. Se è per il tuo bene...

Giorgio                     - Vado ad avvertire i nostri ospiti.

Olga                         - Grazie. Ma sei stanco, puoi anda­re. Li avverto io. (Suona un campa­nello).

Giorgio                     - Arrivederci, mamma.

Olga                         - Buona notte.

(Giorgio                    - esce. Poco dopo entra Michele).

Michele                    - Avete chiamato, signora?

Olga                         - Si. Vorrei dire ai signori Oderò che mio figlio è stanco ed è andato a letto; e io, veramente, non oserei affrontare l'aria notturna...

Michele                    - I signori Oderò si sono sentiti male, signora.

Olga                         - Male?

Michele                    - Oh, niente di straordinario. Ro­ba passeggera. Erano saliti in barca e...

Olga                         - Mi dispiace. Avranno bisogno di qualcuno.

Michele                    - È tutto passato. C'ero io. È sceso anche il signor Moravia, che si trovava alla finestra quando... Dopo i pranzi, ai signori Oderò succede sempre così.

Olga                         - E allora non occorre che io mi scusi...?

Michele                    - No. Dopo questi incidenti pre­feriscono... non ricevere scuse. Erano già mortificati della presenza del signor Moravia. Il barcaiolo oramai non aspet­tava che voi. Ora lo avvertirò io.

 Olga                        - Grazie.

Michele                    - Voi non mi riconoscete, signora?

Olga                         - No.

Michele                    - Io sono Michele Pagliaro.

Olga                         - Non ricordo.

Michele                    - Non vi ricordate di quel ragaz­zo che portava sempre i dizionarii di vo­stro figlio?

Olga                         - Oh!... E...? (Vorrebbe dire: a E fate il cameriere? »).

Michele                    - Sì. Vostro figlio è stato molto gentile con me. Mi ha permesso di gio­care qualche volta a tennis con lui e con la fidanzata.

Olga                         - Ma... non è la fidanzata.

Michele                    - Ah, ecco. Del resto, dovevo ca­pirlo. Se era la fidanzata non le avreb­be permesso di giocare con me. Allora, se capita, posso continuare a giocare con lei...

(Si ferma improvvisamente, perché per la sala da pranzo passa Alessandro, al quale si rivolge subito per nascondere il proprio imbarazzo). Avete ordini, signore?

Alessandro               - No. (Vede Olga) Di nuo­vo, buona notte, signora. (Fa per uscire).

Olga                         - Signor Moravia.

Alessandro               - (avvicinandosi) Prego. Sie­te sola?

Olga                         - Mio figlio è andato a riposare. Io volevo salutare gli Oderò, quando ho saputo...

Michele                    - (s'inchina) Con permesso. (Esce).

Alessandro               - (a Olga) Un po'... di mal di mare, anzi di lago. Buona notte. (Fa nuovamente per uscire).

Olga                         - Non avete nulla da dirmi?

Alessandro               - Credo di avervi detto tutto. Mal di lago.

Olga                         - Domani, dunque, partite?

Alessandro               - Si. Partiamo. Mia figlia, an­zi, voleva partire stasera.

Olga                         - Debbo, dunque, sperare che...?

Alessandro               - Tutte le vostre speranze si sono avverate. E le mie. Era un capric­cio. Una ragazzata.

Olga                         - Temo, però, che codesta partenza precipitosa faccia male a mio figlio.

Alessandro               - Mi dispiace. Mi dispiace che tutte le partenze di qualcuno della mia famiglia facciano male a qualcuno della vostra famiglia. Ma... come si poteva fare diversamente?

Olga                         - (amara) Mi congratulo con voi, che siete riuscito con tanta rapidità...

Alessandro               - Riuscirete anche voi. La lontananza e il tempo sono due buone medicine.

Olga                         - Vi è stato facile parlare...?

Alessandro               - (mentendo) Facilissimo.

Olga                         - A me no. A me è stato difficile epenoso. Se mio figlio fosse stato unadonna…

 Alessandro              - Ah, già! È un uomo. Unmaschio.

Olga                         - Voi non avete neppure provatoquel disagio che si prova fra padre e figlio...

 

A T TO TERZO

 La sala di soggiorno dell' appartamento che Alessandro Moravia occupa nell'albergo Excelsior. È il pomeriggio del giorno dopo.

Michele                    - (al telefono) Pronto? Parla Michele . Senti: mi fermo qua, al numero 24. Aspetto una telefonata. Avvertimi... No, non partono. Avevano stabilito di partire; ma poi... Non posso muovermi. Il signor Moravia mi ha ordinato di aspettarlo qui... Che vuoi che ti dica! Un mezzo pasticcio. Ora non posso parlare.

(Bussano alla porta di destra. Michele de­pone il microfono e poi risponde:) Avanti!

(Entra Letizia).

Letizia                      - Ah, siete voi! Non è tornato?

Michele                    - No. (Una pausa) Però, avete un bel coraggio a farvi vedere.

Letizia                      - Sono cose che non vi riguardano.

Michele                    - Fino a un certo punto. Io con­tavo di essere in vacanza domani; e in­vece, per colpa vostra...

Letizia                      - Vi ho detto che sono cose che non vi riguardano.

Michele                    - Anche il padrone dell'albergo ha un diavolo per capello. Tenere la casa aperta per quattro 0 cinque clienti!

Letizia                      - Può pregarli di passare a un al­tro albergo.

Michele                    - Questo, non lo fa. Non gli por­terebbe fortuna per la stagione ventura. Gli albergatori hanno le stesse supersti­zioni dei negozianti. Non bisogna mai respingere l'ultimo avventore, anche a costo di perderci. Ma voi, benedetta donna, dovevate capire che per aria c'era un dramma.

Letizia                      - Volete smetterla, si o no?

Michele                    - Come cameriere, io me ne ral­legro. Tutti questi signoroni hanno le lo­ro alcove gremite; e non vogliono mai occuparsi della vita intima dei loro camerieri e delle loro governanti. Siamo forse di legno noi?

Letizia                      - Siete un maleducato e uno stu­pido.

Michele                    - Il guaio è che non sì occupano nemmeno della vita intima dei loro figli.

Letizia                      - (colpita) Che c'entra?

Michele                    - Ah, perché voi credete che il signor Moravia s'interessi e s'inquieti della vostra avventura con il mio collega Riccardo? (Ride).

Letizia                      - Vi proibisco!

Michele                    - Mentre voi stavate a tener com­pagnia a Riccardo, stanotte, il mio ex compagno di scuola Giorgio Tessaglia te­neva buona compagnia alla signorina Moravia... Avete visto che succede quan­do le governanti sono distratte?

Letizia                      - (impressionala) Siete sicuro di quello che dite?

 Michele                   - E se no, che gì'importava al signor Moravia dei vostri amori? Dal momento che non vi amava lui... Ma voi eravate la custode; e chi custodirà i cu­stodi? A una certa ora il signor Moravia tentò di entrare nell'appartamento della figlia per parlarle. E che cosa ti scopre?

Letizia                      - No!

Michele                    - Si, si (Ironico) Volete, signo­rina, che vi racconti il fatto con parole... più brutali? Del resto quella ragazza do­veva finire così. Mi ha sempre avuto l'aria di una ragazza che ha più anni della sua età. Lui, poi, il mio compagno Giorgio, è un rogo di passione; sprizza fiamme di passione da tutti i pori della pelle... Insomma «consummatum est»...(EntraRiccardo  per la porta di destra, ch'era rimasta aperta. Michele conti­nua:) Eccolo qua lui, il complice necessario.

Letizia                      - (a Riccardo) Ma è vero quello che dice questo pettegolo?

Riccardo                   - Che dice?

Letizia                      - Che stanotte la signorina Mora­via e il signor Tessaglia...

Riccardo                   - E che c'entro io?

Letizia                      - Ma è vero?

Riccardo                   - Pare che sia vero

Michele                    - (li guarda tutt'e due) Siete una bella coppia.

Riccardo                   - (fa l'atto di colpirlo) Vuoi pian­tarla?

(Entra improvvisamente Alessandro).

Alessandro               - Che c'è?

Riccardo                   - Chiedo scusa, signore. (Mor­tificato, esce).

Alessandro               - (a Michele) Non è venuto nessuno?

Michele                    - (indicando Letizia) Soltanto la signorina.

Alessandro               - (sempre a Michele) Potete andare. E pregate il signor Tessaglia di venire qui.

Michele                    - Ho messo in ordine tutti i ve­stiti, signore. Vi fermate ancora molti giorni?

Alessandro               - Non so. Pregate il signor Tessaglia di venire qui.

Michele                    - Il giorno che aveste bisogno di un cameriere privato, signore, io potrei vedere se mi convenga...

Alessandro               - Dovrebbe convenire a me, non a voi. Volete pregare il signor Tes­saglia di venire da me?

Michele                    - Subito, signore. Ma certo mi sono spiegato male. Volevo dire : se mi convenga abbandonare la carriera al­berghiera.

Alessandro               - Non vi conviene. Andate.

Michele                    - Vado. Per quello che mi ri­guarda, voi potreste chiedere informazioni al signor Tessaglia, che fu mio compagno di scuola.

Alessandro               - Si vede. (Poi, pentito) In­somma, volete andare, si o no?

Michele                    - Chiedo scusa. Con permesso. (Esce per la destra).

Alessandro               - (al telefono) Pronto?... Mi date al telefono la signora Tessaglia?... Pronto. Sono Moravia. Avete parlato con vostro figlio? Va bene. L'ho fatto chiamare proprio adesso... (Ascolla, si rannuvola, dice ogni tanto, malinconica­mente) Ah, ah! (E poi) Vedremo. (De­pone il microfono, si rivolge a Letizia) Quanto a voi, signorina, non ho più bi­sogno dei vostri servizi. Mi basta quello che mi avete reso.

Letizia                      - Ma... io... veramente... soltanto poco fa ho appreso che...

Alessandro               - Da chi l'avete appreso? Dalla servitù naturalmente... Voi ap­prendete tutto dalla servitù.

Letizia                      - (amara) Evidentemente, per voi. appartengo alla servitù anch'io, se po­tete permettervi il lusso di licenziarmi come una cameriera. Ma la verità è che io non debbo essere ritenuta responsa­bile di quello ch'è successo. Il mio com­pito era quello d'insegnare a vostra fi­glia l'inglese.

Alessandro               - Bene. E io vi dispenso dal continuare, perché oramai mia figlia... l'inglese... lo sa.(Bussano alla porta. Egli risponde) :Avanti! (E poi a Letizia, brusco): Buon giorno, signorina.

(Entra Giorgio. Letizia esce).

Giorgio                     - (freddo, quasi ostile: pare un al­tro) Buon giorno.

Alessandro               - Buon giorno.

Giorgio                     - Mi avete fatto chiamare?

Alessandro               - (lo guarda come per capirlo) -Siete voi che avete chiesto di parlarmi.

Giorgio                     - No.

Alessandro               - Vostra madre mi ha detto...

Giorgio                     - Che cosa?

Alessandro               - . ..che mi avete cercato...

Giorgio                     - Non ricordo.

Alessandro               - Allora, non avete niente da dirmi?

Giorgio                     - Non mi pare. Avrò chiesto se eravate partito... perché non eravate partito.

Alessandro               - E voi... non lo sapete?

Giorgio                     - Veramente... no.

Alessandro               - (dopo un breve silenzio, ner­voso) Non capisco il vostro atteggia­mento, ragazzo. E non ho nemmeno vo­glia di fare delle indagini psicologiche. Preferisco fermarmi a quello ch'è acca­duto.

Giorgio                     - Non so a che cosa vogliate allu­dere. Sono accadute tante cose...

Alessandro               - Ah, voi sapete più cose di me. Naturalmente. Allora vogliamo enu­merarle per fermarci alla più impor­tante?

Giorgio                     - Come volete.

Alessandro               - Avanti, dunque. Enumera­tele.

Giorgio                     - Ignoro quale sia la più impor­tante. Una potrebbe essere per voi, una altra per me.

Alessandro               - (fremendo, minaccioso)-Enu­meratele!

Giorgio                     - Me l'ordinate, come se io fossi il vostro cameriere. Ma non voglio esse­re frainteso lungo tempo. Voi mi chia­mate ragazzo, e non sapete che in poche ore sono diventato uomo. Credevo che per un uomo della mia età esistessero soltanto i dolori dello studente bocciato e dell'innamorato respinto. Ne esistono altri, più forti. Il vostro, per esempio, che somiglia un poco al mio. Vedo chiaramente, signor Moravia, che soffrite. Non mi dispiace affatto di vedervi sof­frire.

Alessandro               - Voi, dunque, avete fatto... quello che avete fatto, per vedermi sof­frire? E perché?

Giorgio                     - Non è necessario che vi dica il perché. Del resto la medesima repugnanza che provate voi nel parlare di quello che io ho fatto, provo io nel ricordare quello che avete fatto voi contro una creatura che certo non lo meritava.

Alessandro               - Contro chi?

Giorgio                     - Ciascuno usa i propri metodi: chi la rapina; chi la fuga...

Alessandro               - E allora?

Giorgio                     - Siamo pari, signor Moravia. Un oltraggio lava l'altro.

Alessandro               - Voi avete voluto oltraggiar­mi? (Ha la tentazione di percuoterlo; si frena) Dovevo immaginare che voi foste una creatura primitiva, rozza. Per voi, come per una gran parte degli uomini, il gesto dell'amore è un oltraggio. Nel vostro amore c'è sempre una buona par­te di odio, un istinto di prepotenza e di frode. Poiché non potete dominare con lo spirito, vi servite della forza bruta per dominare. Ed ecco che ogni tanto la vo­stra brutalità volete rivolgerla non sol­tanto contro la donna che dite di amare ma anche contro i parenti della donna » amata ». Io, forse, sono un parente che sa infischiarsene, delle vostre leggi sull'onore, e vorrei che anche in questo mia figlia fosse come me. Ma una cosa debbo chiedere io a voi, perché sono padre e conosco l'ipocrisia del mondo. Il mondo, la gente, queste cose le capisce soltanto quando le prova, e spesso, anche quando le ha provate, non le ricor­da. Sono già in troppi gli spettatori di quello che è accaduto. Ora voi potete, almeno con un matrimonio formale, restituire a mia figlia non dico l'onore ma la parvenza dell' onore. Oltre tutto, questo potrà servire a lei per non com­mettere altre sciocchezze e a voi per usare più degnamente i vostri istinti ven­dicativi.

Giorgio                     - Credete che io mi sia vendicato abbastanza di voi?

Alessandro               - Di me? Ma dunque voi pro­vate veramente del rancore contro dime? È un rancore recente, immagino. Prima, poche ore fa... non ci conosce­vamo. E per obbedire al rancore controdi me voi avete offeso il sentimento più alto che fosse nella vostra vita: il vo­stro amore. L'oggetto del vostro amoreè diventato, da un momento all'altro, strumento del vostro istinto di odio e di vendetta. Ragazzo!

Giorgio                     - Non sono più un ragazzo. Sono un uomo.

Alessandro               - (amaro) Un maschio! (Una pausa; poi, soffrendo) Ebbene, voglio parlarvi come a un uomo. Capirete, co­me uomo, che i grandi drammi hanno spesso delle piccole cause, delle cause voleari. Onesto, per esempio. E il mio: duello di molti anni fa. (Un'altra pausa) Io m'ero innamorato di una donna: me n'ero innamorato a modo mio, natural­mente. Ciascuno ama come può. E io quella donna la rispettavo -  si dice co­sì? -  perché ai miei tempi le donne « amate » si rispettavano : si rispettava­no sopratutto le fidanzate: quelle che si volevano o si dovevano sposare. Io vo­levo sposare quella donna che amavo. Ma l'avevo conosciuta che ero ricco: ricco di ricchezza liquida, spendibile. Esprimevo il mio amore spendendo mol­to denaro per la donna amata. Non so se voi potete capire l'eleganza e la pro­fondità di questo piacere. È un piacere regale. Ora ecco che in una settimana la mia ricchezza cade tramortita sul tappe­to verde di un tavolo da gioco. L'ultima sera di quella settimana era finito tutto, io ero povero. Ero povero, mi pareva di aver perduto tutti i mezzi per far felice la donna amata, il mio orgoglio mi sug­geriva di mostrarmi piuttosto crudele che privo di mezzi. Preferii la fuga.

Giorgio                     - (lo guarda, lo scruta) E avete mai detto questo alla « donna amata »?

Alessandro               - No.

Giorgio                     - Perché?

Alessandro               - A che servirebbe? Oggi for­se potrei dirglielo perché della propria povertà si può parlare quando è finita; se ne può parlare, anzi, solo quando è finita. Ma a che servirebbe? Ne ho par­lato a voi, pur disperando che voi mi comprendiate, perché... (Si ferma; sem­bra stringere il suo dolore fra i denti) ...perché vi siete messo il mio orgoglio sotto i piedi e mi avete fatto provare una sofferenza che non conoscevo... Non so se dopo questo, io potrò mai volervi bene. Vi saluto. (Esce per la sinistra, vanella sua camera, chiude la porta dietro di sé).

(Giorgio                    - rimane un momento fermo, co­me oppresso. Fa l'atto di voler raggiun­gere Alessandro, e si pente. Si apre la porta di destra ed entra Serenella).

Serenella                   - Papà! (Vede Giorgio, lo guarda).

Giorgio                     - (riprendendosi, per non mostrare il suo turbamento) È di là, nella sua camera.

Serenella                   - Hai parlato con lui?

Giorgio                     - Si.

Serenella                   - (umile, dolce; anche lei diversa da come era; pare un'altra) Posso sa­pere che cosa vi siete detto? (Una pau­sa) Mi son sentita, per tutta la serata di ieri, come avvolta da un'aura ostile: ostile da parte di tutti : da parte di mio padre, da parte di tua madre, a un cer-« to momento, direi, anche da parte tua... Né i loro né i tuoi sentimenti somigliano ai miei. E i miei, forse, è meglio non te li dica, ora, perché non ti appaiano... (Piange).

Giorgio                     - Perché piangi? (Le si avvicina, fa l'atto di accarezzarla, si domina come per non apparire debole o commosso, le dice) : Avanti, su, non fare la bambina.

Serenella                   - (facendosi forza) Perché io, adesso, di fronte a te, è come se fossi in cerca di pietà o di perdono, e non è così, sai. Io potrei anche rinunziare a te, se fosse necessario; potrei sopportare que­sta sofferenza atroce...

Giorgio                     - La sofferenza di perdermi? Vuoi dire che soffriresti se mi perdessi?

Serenella                   - Non so.

Giorgio                     - Sei come prima, come sempre. Non vuoi dire che mi ami.

Serenella                   - Hai bisogno delle parole per saperlo?

Giorgio                     - Le parole! Anche ora dici « le parole ». Le parole non sono niente se non esprimono dei sentimenti. Ma quan­do esprimono dei sentimenti...

Serenella                   - Ho bisogno di tanta tenerez­za, sai, e mi sento un poco come sper­duta. Contavo su di te ma ti sento -  io, ora, sento te -  come distaccato, lonta­no. Mi pare di doverti inseguire per rag­giungerti. E ho questo desiderio di rag­giungerti perché... (Reprime la commo­zione) ...no, non per quello che tu puoi credere... Quello ch'è accaduto non ha valore in sé, ha valore per Io spirito di dedizione, per il bisogno di abbandonar­mi a te, che mi hanno resa così, rapi­damente, una cosa tua. Sono passate po­che ore, ed è come se fossero passati de­gli anni. Non mi ritrovo, non ritrovo me stessa. Mi pare che l'unica mia forza sia la mia malinconia; e in fondo alla mia malinconia vorrei ritrovare te... sia pure come un padrone.

Giorgio                     - (con un sorriso orgoglioso, che gli trema sulle labbra) Ci sono.

Serenella                   - L'hai detto tu stesso: anche le parole servono e sono belle, quando possono esprimere dei sentimenti. Fino a ieri sera non ci conoscevamo, e le no­stre parole erano insignificanti. Adesso, ogni parola che ci diciamo potrebbe es­sere piena di luce. Tu non mi dici se mi vuoi bene.

Giorgio                     - (ride, orgoglioso) Credi vera­mente che io sia di quelli che scrivono « anima mia »?

Serenella                   - Dopo tutto, anche se me lo scrivessi, anche se me lo dicessi... (Vuol dire: «non ci sarebbe niente di male ». Una pausa) Ho parlato con tua madre, poco fa.

Giorgio                     - (Si turba) Che t'ha detto?

Serenella                   - Sta per venire qui. È tanto buona. Per un attimo solo, al principio, mi è parsa... non proprio nemica...ma... Dopo, invece... Mi pareva di sen­tire te, come parlavi prima: certe esu­beranze tue, certi nervosismi tuoi. Ep­pure ogni tanto mi diceva : « sono sicu­ra che mio figlio è un gentiluomo »; e lo diceva non come ne fosse sicura, e nemmeno come se davvero lo sperasse. Sembrava piuttosto compiangermi che volermi bene. (Una pausa) Ma a me, ora, non basterebbe che mio marito fos­se un gentiluomo. Bisognerebbe anche che mi amasse. (Lo guarda) Tu mi sem­bri cambiato: un altro. Anche io mi sen­to cambiata: un'altra. Io, certo, in be­ne. Ma tu, forse, in male. (Bussano alla porta). Dev'essere tua madre. Avanti.(Entra Olga, li guarda. Serenella, con amarezza, si rivolge a Olga): Non so se vostro figlio sia un gentiluo­mo. E non ho capito se mi vuole ancora bene. Ho chiesto perdono a mio padre, ho chiesto perdono a voi. Non credo di dover chiedere perdono anche a lui.

Olga                         - (guardando il figlio, severa) È lui, comunque, che dovrebbe chiedere per­dono a te. (Continua a guardarlo, sem­pre parlando a Serenella) Ma mi pare rhe non si tratti di chiedersi perdono. Egli non ti ha offeso, non ha mai avuto l'intenzione di offenderti. Sarebbe un errore credere che un atto d'amore pos­sa significare offesa. Il suo è stato un atto sconsigliato quanto si voglia; ma un atto d'amore. Non si può agire come ha agito lui, se non amando. (Una pausa; poiché Giorgio  - non parla, ella con­tinua) È uno stupido orgoglio maschile quello che fa credere all'uomo di potersi servire dell'amore come di uno strumen­to di risentimento e di offesa.

Serenella                   - (stupita) E perché lui avrebbe dovuto offendermi?

 Olga                        - (reticente) Tu... avevi minacciato di abbandonarlo, di partire... Egli sof­friva. Si soffre sempre di codesti abban­doni, quando si ama. Se soffre la don­na, alla donna non rimane che soffrire. Se soffre l'uomo... l'uomo è prepotente e orgoglioso...

Serenella                   - (dolorosamente) Provo un di­sagio strano. È come mi si nascondesse qualche cosa...

Olga                         - (avvicinandosi) Niente, figlia. Ti parlavo del suo dolore, del dolore di mio figlio. Ti spiegavo il suo animo; lo spiegavo a lui stesso, sebbene io sia si­cura che lui lo comprende. Non c'è nien­te di male che il vostro matrimonio sia nato da un dolore vostro, e di altri. An­che io ho sofferto, anche tuo padre ha sofferto di quello che è accaduto. Dov'ètuo padre?

Serenella                   - (indica la sinistra) Di là.

Olga                         - (a Giorgio) Chiamalo.

Giorgio                     - (senza muoversi) Io non so... se posso osare...

Olga                         - (a Serenella) Chiamalo tu.

Serenella                   - Nemmeno io, ora, so... se debbo osare...

Olga                         - (guarda il figlio, come per ordinargli di muoversi).

Giorgio                     - (risoluto) Ecco: lo chiamo io. (Si avvicina alla porta di destra, bussa con la fiocca delle dita, aspetta; poi apre, entra; si sente la sua voce) : Signor Moravia (E poi silenzio).

Serenella                   - (a Olga) Voi mi avete capita, signora. Vi ringrazio.

Olga                         - Non devi ringraziarmi, figlia. Ti avevo capita anche prima; ma volevo conoscerti. Mi eri stata descritta molto di­versa. Invece sei buona, sei dolce. L'a­more, quando c'è, dà sempre molta dol­cezza alla donna. All'uomo, forse, no. L'uomo innamorato può anche far sof­frire.

Serenella                   - Vi ringrazio di tutto quello ch'è materno nelle vostre parole...

Olga                         - Non solo nelle mie parole. Anche nel mio cuore.

Serenella                   - (tenendo l'orecchio verso la de­stra) Non si sente niente. Parlano sot­tovoce?

(Una pausa).

Olga                         - (con voce quasi tremula) Signor Moravia!

(Un'altra pausa. Poi rientra Alessandro, seguito da Giorgio. Alessandro è triste, cupo.

Olga                         - lo guarda e, sforzandosi di sorridere, gli dice) :Siete accigliato come se usciste da un dramma, da un dramma vostro... Ma voi, come me, non avete forse più drammi. Il dramma è aspirazione alla vita. La vita è dei giovani. (E poi, con altro tono, ridendo) Oh, scusate. Alludo sen­za rispetto, alla vostra età; e invece pen­so alla mia... Sapete che i nostri figli hanno fretta di sposarsi?

Serenella                   - (timida, avvicinandosi «^Alessandro) Papà!

Alessandro               - (con un gesto della mano) -Ti prego.

Serenella                   - Non ne sei contento, papà?

Alessandro               - (impenetrabile) Si.

Olga                         - Anche Giorgio è contento. Vero. Giorgio?

Giorgio                     - Io... ho già compiuto il dove­re... di chiedere al signor Moravia la ma­no di Serenella. .. Mi pare che il signor Moravia mi abbia fatto l'onore di accordarmela.

Alessandro               - (c. s.) Si.

Olga                         - (per levare tutti dall'imbarazzo, si rivolge a Serenella e a Giorgio) Be', ragazzi, bisogna pensare a tante cose, adesso. Voi avrete da dirvi qualche co­sa per conto vostro; e noi... anche per conto vostro... dobbiamo dirci qualche cosa. (Poi. ad Alessandro) Giorgio ha ereditato da suo padre una posizione fi­nanziaria che gli permette di affrontare tranquillamente la vita coniugale...

Giorgio                     - Mamma! Se volete parlare di questo... noi ce ne andiamo. Andiamo. Serenella? (Le cinge la vita).

Serenella                   - (con il viso illuminato dalla commozione, guardandolo) Si.

Giorgio                     - Con permesso. (Esce rapido conSerenella). (Una pausa).

Alessandro               - (a Olga) Credete che, dopo tutto questo, saranno felici?

Olga                         - Felicissimi.

Alessandro               - Sapete qual'era il parere di vostro figlio sull'origine e il significato del suo... comportamento?

Olga                         - Si.

Alessandro               - E malgrado tutto voi crede­te che...?

Olga                         - (con intenzione allusiva) Gli uomi­ni, quando si comportano così, sono sempre innamorati...

Alessandro               - (avendo capito l'allusione) -E quando... non si comportano così?

Olga                         - (stringendosi nelle spalle) Mah!

Alessandro               - (guardando nel vuoto, quasi parlando a sé stesso) Mah! Mah era il nome di un generale cinese.

Olga                         - Come?

Alessandro               - (la guarda; poi, cambiando volutamente tono) Auguriamoci che siano felici.

 

FINE DELLA COMMEDIA

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