Questo albergo non è una casa

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Questo albergo non è una casa

Questo albergo non è una casa

di Vincenzo Rosario Perrella Esposito

(detto Ezio)

06/05/2009

Personaggi: 10

Eduardo Difettoso titolare albergo

Ferdinando Difettoso titolare albergo

Mario Netta direttore albergo

Filippo cameriere effeminato

Mino Renne nuovo cuoco imbranato

Pietro Di Notte il portiere

Roberta Rossi cameriera

Dante Di Vita cliente

Ornella Casamia cliente (moglie di Dante)

Vittoria Piazza amante riconosciuta di Mino

L’albergo “Fantasia” di Napoli, a Piazza Garibaldi, è di ottimo livello. Gestito dai fratelli Difettoso, Eduardo e Ferdinando, tale struttura si avvale di  collaboratori di un certo livello, anche se molto strani. Innanzitutto il direttore Mario Netta, senza dimenticare il cameriere effeminato Filippo, per poi passare al cuoco Mino, il portiere di notte sempre assonnato Pietro Di Notte ed infine Roberta, prostituta di notte e cameriera di giorno.

Tra i clienti dell’albergo, si nasconde un ispettore incaricato di visionare le varie strutture ricettive d’Italia e constatare se esse hanno le caratteristiche giuste per l’ottenimento della stella. Naturalmente, l’ispettore è in incognito. Parte allora la caccia a lui da parte dei dipendenti e dei titolari dell’albergo. Occorre fare bella figura e fare in modo che l’albergo guadagni stelle offrendo i migliori confort ai suoi clienti. Ma non tutto andrà per il verso giusto in ogni cosa. E i fratelli Difettoso faticheranno ad individuare il fantomatico ispettore.

Numero posizione SIAE 233047

Per contatti Ezio Perrella 3485514070 ezioperrella@libero.it

Siamo nella hall dell’albergo “Fantasia” di Napoli, a Piazza Garibaldi. E’ stato aperto da poco tempo. I proprietari sono i fratelli Eduardo e Ferdinando Difettoso. Alla struttura si accede attraverso un ingresso centrale. Una porta a destra conduce alle stanze e alla cucina, un’altra a sinistra conduce ad altre stanze e alla direzione.   

ATTO PRIMO

1. [Mario Netta e Roberta Rossi]

                  Seduto al tavolo, il direttore Mario Netta si lamenta al telefono con qualcuno.

Mario:     E mò basta, signora Mafalda, io m’aggio scucciato. Il personale di questo albergo

                 fa quello che vuole, non mi sta a sentire. Anche se sono il direttore, le mie parole

                 sono acqua fresca! E vostro marito Ferdinando vuole che io non licenzi nessuno.

                 Eh? Io ci devo parlare? P’ammore ‘e Dio! Nisciuno fosse accussì pazzo. A vostro

                 marito le fete ‘o ciato terribilmente! Devo parlare con suo fratello Eduardo? A

                 chi? Vostro cognato, quanno parla, sputa. Non vi preoccupate, lo controllo io a

                 vostro marito. Se tiene una amante, vi porto spia! (Guarda l’ora) E intanto, sono

                 le dieci e la cameriera, Roberta, ancora deve venire a lavorare. Quella fa di giorno

                 un lavoro e di notte un altro. Ma mò che torna, l’aggia da’ ‘nu llucco ‘ncapa!

                 Dall’ingresso al centro ecco Roberta, in abiti equivoci. Mastica chewing-gum.   

Roberta:  Buongiorno a tutti!

Mario:     Ah eccola qua. Signora Mafalda, io vi saluto. State tranquilla, ci penso io.

                 (Riaggancia e va da Roberta) Finalmente si’ turnata. Ma che fine he’ fatto?

Roberta: (Le mostra il proprio abbigliamento) E secondo voi perché sto vestita così?

Mario:     (Ironico) Niente, è Carnevale!

Roberta:  Sì, fate lo spiritoso. Ma anche se sembro quel che sembro, in realtà io faccio solo

                 distrarre dei poveri uomini oberati di lavoro. Diciamo che sono una animatrice.  

Mario:     Ma io ti caccio via!

Roberta: (Con atteggiamento di sfida) No, vuje nun cacciate a nisciuno. O si no, addò ‘a

                 truvate a ‘n’ata che costa poco comm’a me?

Mario:     Giusto. E allora, Roberta, la prossima volta che torni tardi, ti tiro le orecchie!

Roberta:  Ma io stanotte tengo appuntamento con un assessore!

Mario:     Pure?

Roberta:  Sì. Ora scusatemi, vado a cambiarmi. Devo cominciare a lavorare. Questo è il

                 mio secondo lavoro. Io lo faccio per arrotondare. 

Mario:     (Ironico) E grazie tante del pensiero!

Roberta:  Prego, figuratevi! Io sono una ragazza seria! 

Mario:     (Con ironia pungente) E se vede ‘a comme staje vestuta!

Roberta: A proposito, un’ultima cosa: mettete un poco a posto a Filippo il cameriere.

Mario:     E che fa di male? Quello è un poco equivoco. Diciamo, un tantino effeminato.

Roberta: E qua vi sbagliate. A Filippo le piacene ‘e ffemmene!

Mario:     Ma stattu zitta! Nun po’ essere ch’a ‘n’effeminato le piacene ‘e ffemmene.

Roberta: E invece sì. Sono errori della natura! Bene, allora, con permesso.

                 Roberta va via a destra sculettando. Mario le guarda il sedere. Poi commenta.

Mario:     Mamma mia, ‘e che panorama rotondo che tene chella! E allora nun ‘a ponno

                     caccià! (Poi si ridesta) A proposito, cchiù tarde ha da arrivà ‘o cuoco nuovo.

                     Speriamo che questo sia un tipo equilibrato. E menu male ca io songo ‘o

                     direttore! ‘E chi schifo ‘e albergo è chisto!

                     Esce a destra sdegnato.

2. [Eduardo e Ferdinando Difettoso. Poi Pietro Di Notte. Poi Mino Renne e Filippo]

 

                      Dall’ingresso al centro entrano Eduardo e Ferdinando. Discutono litigando.

Eduardo:      Ferdinà, io nun me voglio appiccecà cu’ te. He’ capito?

Ferdinando: E manch’io. Ogni vvota ch’aggia parlà cu’ te, me faje ‘o bagno!

Eduardo:      E invece, ‘o ciato tuojo me pare ‘na bombola ‘e gas che sta pe’ scuppià!

Ferdinando: Ma fatte visità ‘a ‘nu buonu miereco.

Eduardo:      Ma fatte visità tu. Ferdinà , tu ti devi far visitare da un “ciatologo”!

Ferdinando: E tu ti devi far visitare da uno “sputologo”!

                      Da sinistra, entra e si ferma fuori porta Pietro, il concierge. Tutto assonnato.

Pietro:          (Sbadigliando) Ma che succede, ccà ddinto? Chi è ch’allucca?

Ferdinando: E chisto chi è?

Eduardo:      L’ho assunto l’altro ieri. E’ il portiere Di Notte.

Ferdinando: Di notte? E ‘o juorno nun ce sta nisciuno, in portineria? 

Eduardo:      Ce sta chisto. Lui è Di Notte, ma sta di giorno.

Ferdinando: Famme capì: ma comme fa a sta’ ‘e juorno si chillo sta ‘a notte?

Eduardo:      Ma chillo nun è che sta ‘e notte. Sta ‘o juorno, però è Di Notte!

Ferdinando: Eduà, me staje ‘nzallanenno!

Pietro:           (S’avvicina un po’ ai due ma si tiene a debita distanza) Permettete una

                       parola? Io non è che faccio il portiere di notte, mi chiamo Pietro Di Notte.

Ferdinando: Ma allora Di Notte è ‘o cugnomme? E che miseria, m’’o vvulite dicere?

                      (Dubbioso) Aspiette ‘nu mumento, ma allora ‘a notte chi ce sta, ccà ddinto?

Eduardo:      L’altro portiere: Di Giorno. Però attenzione, Di Giorno è ‘o cugnomme.

Ferdinando: Ma comme, tu vaje a mettere ‘nu purtiere che se chiamma Di Giorno ‘e notte

                       e uno che se chiamma Di Notte ‘e juorno?

Eduardo:      E che fa? A proposito, Pietro, vieni qua tra me e Ferdinando.

Pietro:           (Sbadigliando) E va bene. (Va fra i due) Dite.

Eduardo:      (Parlando, gli sputacchia) Oggi, per esempio, Pietro, tu che turno tieni?

Pietro:           (Si pulisce il viso) Mamma bella!

Eduardo:      (Parlando, gli sputacchia ancora) Pietro, ti ho fatto una domanda.

Pietro:           (Si pulisce il viso) Scusate, ma non è che questa domanda me la può fare

                       vostro fratello? E’ meglio.

Ferdinando: (Gli grida e gli alita in faccia) Néh, ma se po’ ssapé che turno tiene?

Pietro:           (Si protegge dall’alito di Ferdinando) San Pietro mio!

Ed.&Ferd.:   (Contemporaneamente) E vvuo’ risponnere?

Pietro:           (Non sa più come proteggersi) Sì, vabbuò, mò ve rispongo! Sono di giorno.                   

Ferdinando: (Si arrabbia) E allora pecché nun staje ‘o posto tuojo, in portineria?

Pietro:           (Sbadigliando) Va bene, va bene, vado al mio posto. Però non parlate più.

Eduardo:      E pecchè?

Pietro:           E pecché io a unu sulo ‘o riesco a resistere, ma a tutt’e dduje ‘nzieme no!

                       Pietro va a sedersi al bancone del concierge. I due invece si osservano.

Ed.&Ferd.:   (Contemporaneamente, l’uno dice all’altro) Ce l’aveva cu’ te!

Ferdinando: (Eduardo parlando gli ha sputacchiato e lui si pulisce il viso) Vabbuò,

                       comunque mò parlamme ‘e ati ccose. Pietro, è venuto il cuoco nuovo?

Pietro:           (Sbadigliando) Boh! Io mò me songo scetato!

Ferdinando: E t’he’ scetà cchiù ambresso. Capito?

Pietro:          (Sbadigliando) Va bene.

Ferdinando: Speramme almeno che ‘stu cuoco nuovo sape cucenà buono!

                      Dall’ingresso al centro entra Mino Renne, nuovo cuoco, con valigia trolley.

Mino:            E’ permesso?

Eduardo:      Prego, prego. Ferdinà, chisto ha da essere ‘nu cliente.

Ferdinando: E ce ha da penzà Pietro. (Lo nota assopito e gli va vicino) Uhé, a te!

Pietro:          (Salta in piedi, coprendosi il naso) Dite, dite!

Ferdinando: C’è un cliente. (Poi a Mino) Prego, prego, entrate. Volete una camera?

Mino:            No, ma io…

Ferdinando: (Lo prende sottobraccio e gli alita in faccia) Non vi preoccupate, non fate

                       cerimonie. Adesso vi diamo una camera con vista su Piazza Garibaldi!

Mino:            (Non ne può più dell’alito di Ferdinando) Va bene, va bene!

Eduardo:      (Ora è lui a mettersi sottobraccio a Mino e gli sputacchia in viso) Lo sapete?

                       Avete scelto uno dei migliori alberghi di Napoli.

Mino:            (Si stacca da lui e si pulisce il viso) Marò, ma che d’è ccà?! Pioggia e viento!

Ferdinando: Ma prego, parlate con Pietro, il portiere.

Mino:            Si è tale e quale a tutt’e dduje, nun ce voglio parlà!

Eduardo:      In che senso?

Mino:            No, niente, me capisco io sulo!

                       Eduardo e Ferdinando chiedono tra loro chi sia lui, Mino va da Pietro.

                       E allora, posso parlare con voi?

Pietro:           (Sbadiglia assonnato) Che vi serve? Una stanza per molte persone?

Mino:            Ma quala stanza? Io sono il cuoco?

Pietro:           Tu si’ ‘o cuoco? E pecché nun ce l’he’ ditto a chilli duje?

Mino:            Ma pecché, chi so’ lloro?

Pietro:           I fratelli Difettoso, i titolari dell’albergo. Vagli a dire che tu sei il cuoco.

Mino:            Ma tu si’ pazzo? Nun è che ce ‘o ppuo’ ddicere tu ‘o posto mio?

Pietro:           A chi?

Mino:            Pe’ piacere, dincello tu. Pure da lontano.

Pietro:           E vabbuò. Signor Eduardo, signor Ferdinando, è lui il nuovo cuoco.

Eduardo:      ‘O vero? Ferdinà, jammele a piglià.

                       I due vanno a prendere sottobraccio Mino e se lo portano al centro.

Mino:            (Per nulla contento) Oh, no, mò accummencene ‘n’ata vota!

Ferdinando: E allora, tu si’ ‘o cuoco?

Mino:            (Si ripara come può) Sì, sì, songh’io.

Eduardo:      E pecché nun l’he’ ditto primma?

Mino:            (Si ripara come può) Mamma ‘e ll’Arco!

Eduardo:      E guardeme ‘nfaccia, una cosa!

Mino:            Nun ce riesco. Io so’ timido. Scusate, vi dispiace se mi allontano un poco?

Ferdinando: A proposito, ma tu ancora nun ce he’ ditto cu’ chi stamme parlanno.

Mino:            Dunque… io sono Mino Renne.

Eduardo:      (Dopo aver scambiato uno sguardo con Ferdinando) Ma nun dicere palle!

Mino:            Guardate che io sono proprio Mino Renne.

Ferdinando: Ma famme ‘o piacere! Tu tiene ll’età mia e ‘e frateme!

Mino:            Néh, ma io aggio ditto che so’ Mino Renne!

Eduardo:      E allora, si si’ minorenne, nun puo’ sta’ ccà.

Ferdinando: Fatte accumpagnà ‘a mammeta e ‘a pateto e ppo’ tuorne ‘n’ata vota!

Mino:            (Spazientito) No, ma io nun so’ minorenne. Io me chiammo Mino Renne:

                       cioè, Mino ‘e nomme e Renne ‘e cugnomme. Avite capito, mò?

Eduardo:      E tu mò ‘o ddice? Tu ce staje facennno ittà ‘o sango! Inzomma, tu si’ cuoco?

Mino:            Signorsì. (Consegna un curriculum a Ferdinando) Chisto è ‘o curriculum.

Eduardo:      Ma dove hai cucinato fino ad oggi? In qualche altro albergo?

Mino:            No, ‘a casa mia.

Ferdinando: Ma ‘ncoppa ‘o curriculum ce sta scritto che tu he’ cucenato al Vesuvio.

Mino:            E io stongo ‘e casa ‘ncoppa ‘o Vesuvio, ‘int’a ‘na baracca!

Eduardo:      Vabbuò, Ferdinà, nun fa niente. L’importante è che sape cucenà. Senti, Mino,

                      qual è il tuo piatto forte?

Mino:           ‘A Mignottesca!

Ferdinando: Ma quala Mignottesca? Se chiamma Puttanesca!

Mino:            Appunto.

Eduardo:      E ppo’ che saje fa’ cchiù?

Mino:            (Fa mente locale) Saccio fa’… saccio fa’… E’ una sorpresa.

Eduardo:      E allora nun perdere ‘o tiempo. Vai subito in cucina.

Ferdinando: Vabbuò, Eduà, accumpagnammele io e te. (Lo prende sottobraccio)

Mino:            Oh, no!

Eduardo:      (Lo prende sottobraccio) Nun protestà. Amma fa’ ambresso! E’ chiaro? 

Ferdinando: Jammuncenne.

                       I due escono a destra, portando sottobraccio Mino che si difende come può.

Pietro:          (Sbadiglia) A me ‘stu cuoco nun me piace proprio! Me pare ‘nu ‘ddurmuto!

                      Dalla comune entra il cameriere effeminato Filippo, con due buste di spesa.

Filippo:        Pietro, io so’ turnato.

Pietro:          Uhé, Filippo.

Filippo:        Te si’ scetato, finalmente? (Posa in terra le buste)

Pietro:          (Sbadigliando) Sì!

Filippo:        Bravo. A proposito, avisse visto a Roberta?

Pietro:          E chi è ‘sta Roberta? Ah, già, ‘a cameriera. No, nun l’aggio vista. Pecché,

                      l’he’ ‘a dicere coccosa?

Filippo:        No.

Pietro:          E allora pecché ‘a vaje cercanno?

Filippo:        Pecché è bona!

Pietro:          Come sarebbe a dicere?

Filippo:        Uh, Giesù! Ma tu nun saje che vvo’ dicere quanno ‘na femmena è bona?

Pietro:          Io ‘o ssaccio. Però si’ tu che nun l’’issa sapé! Ma a te te piacene ‘e ffemmene?    

Filippo:        E certo. Sulo che nun aggio capito pecché a me nusciuna me vo’. Però aggio

                      scuperto ch’a Roberta le so’ simpatico.

Pietro:          E pe’ forza, chella è ‘na…

Filippo:        (Irrompe e prosegue il discorso) Guagliona dolce. Bravo, so’ d’accordo cu’ te.

Pietro:          No, ma io vulevo dicere…

Filippo:        No, no, nun fa’ ‘e complimente a Roberta, pecché io so’ geluso. Anze, mò saje

                      che faccio? ‘A vaco a cercà.

Pietro:   E chelli bbuste lloco ‘nterra? He’ fatto ‘a spesa?

Filippo: Quala spesa? Là dentro ci stanno delle calze autoreggenti per me e un paio di nuovi

               reggiseni. Per piacere, portameli nella mia stanza. Io vado. Ciao, a dopo.

               Filippo gli lancia un bacio ed esce sculettando a destra. Pietro si alza in piedi.

Pietro:   Nun riesco a capì: chisto se va accattanno ‘e ccazette e ‘e reggiseni, e ppo’ le

               piacene ‘e ffemene! Me sa che chisto tene ‘na confusione ‘ncapa maje vista!

               Prende le due buste lasciate da Filippo e va a sinistra.  

3. [Mario e Pietro. Infine Filippo]

                Da destra torna Mario, lamentandosi.

Mario:    E chillo fosse ‘o cuoco nuovo? A me me pare cchiù ‘nu fravecatore! E intanto, ccà

                ddinto nun ce sta maje nisciuno. Chillu Pietro è ‘a morta mia! ‘A morta mia!

                Da sinistra torna Pietro, sbadigliando. Mario lo nota.

                Ah, ‘o vi’ lloco.

Pietro:    Uh, buongiorno, direttò. (Gli si avvicina, gli posa la testa su una spalla e dorme)

Mario:    Sveglia! (Lo spintona un po’) Tu he’ raggione ca io nun te pozzo fa’ licenzià. E

                mò vatte a assettà ‘o posto tuojo.

Pietro:    Menu male. (Va a sedersi al bancone) Direttò, io tengo ‘a malatia d’’o suonno! 

Mario:    E mò t’’a faccio passà io ‘sta malatia! Tu devi stare sveglio, arzillo, vigile. Se  

                viene qualche cliente, che figura ci facciamo?

               Da sinistra torna Filippo canticchiando.

Filippo: “Mi vendo… un’altra identità!”.

Mario:   Eccolo qua!

Filippo: Ma chi?

Mario:   Tu! Filippo, io ti voglio vedere da queste parti. Se viene qualche cliente, ti deve

               trovare pronto a portare le valige.

Filippo: Direttò, ma chi ha da venì ccà? Io nun veco maje a nisciuno!

Mario:   Non facciamo del pessimismo. Su, fammi vedere, che cosa fai se entra un cliente?

Filippo: Si trase ‘nu cliente maschio, ‘o saluto sulamente.

Mario:   E si trase ‘na clienta femmena?

Filippo: Ma è bona? 

Mario:   Che ne saccio? Comm’è, è. Adesso facciamo una simulazione. Aspetta.

               Esce dall’albergo, poi entra sculettando e fa la voce da donna.

               Giovanotto, mi porti la valicia?!

Filippo: Io?

Mario:   (Torna sé stesso) Sì, tu. Forza, fammi vedere come fai se entra una cliente donna.

Filippo: (Gli si avvicina) Ciao Ciccia, come va?

Mario:   Ciccia? (A Pietro) Ma tu l’he’ ‘ntiso a chisto?

Pietro:   (Sbadigliando) Aggio ‘ntiso, aggio ‘ntiso!

Mario:   Filippo, tu non devi prenderti confidenze con le clienti. Devi essere inappuntabile 

               e professionale. E voglio sentirti fervido. Hai capito? Su, fammi sentire fervore.

Filippo: (Imbarazzato) Ma l’aggia fa’ afforza?

Pietro:   Filippo, fagli vedere quello che ha chiesto.

Filippo: Direttò,ma chisto è ‘n’albergo accussì prufumato!

Mario:   E allora?

Filippo: E vuje vulìte sentì ‘o fetore!

Mario:      Ma qualu fetore? Io ho detto fervore, cioè sveltezza. Voglio vedere quanto sei

                  svelto. Hai capito? Su, fammelo vedere.

Filippo:    Ma io mi vergogno.

Mario:     Niente ma.

Filippo:    Direttò, voi non mi potete costringere a fare queste cose. Io faccio ‘o cameriere!

                 Gli volta la faccia offeso e va a sinistra.

Mario:     (Si rivolge perplesso a Pietro) Non capisco!

Pietro:     (Si alza in piedi) Direttò, voi non potete costringere la gente a fare quelle cose. Io

                 faccio ‘o purtiere!

                 Gli volta la faccia offeso e va a destra, sbadigliando.

Mario:     Cheste so’ ccose ‘a perdere ‘a pacienza! Fammenn’ì a vedé si ‘o cuoco nuovo è

                 pronto. Speramme che sì, o si no me saglie ‘o sango ‘ncapa!

                 Esce a destra imprecando.

4. [Eduardo e Roberta. Poi Pietro, Ferdinando e Mario. Poi Filippo]

                  Da destra tornano Eduardo e Roberta (Si sistema la tenuta da cameriera).  

Eduardo: Roberta, il direttore si è lamentato perché stamattina hai fatto tardi un’altra volta.

Roberta:  E mica è una novità? E allora cosa vorresti fare? Licenziarmi?

Eduardo: No, però dico: nun putisse smettere ‘e fa’ ‘a vita?

Roberta:  Certo che potrei smettere di fare la prostituta, ma solo se tu mi sposi.

Eduardo: E come ti sposo? Io sono già ammogliato. E per giunta, il direttore mi controlla!

                  Io vorrei pure divorziare. Però deve avere torto lei, o si no l’aggia pavà pure.

Roberta:  E se non ci riesci?

Eduardo: Se non riesco a divorziare da lei… ‘a strozzo, ‘a scamazzo ‘nfaccia ‘o muro, ‘a

                  votto abbascio… però io ti sposo.

Roberta:  (Lo provoca) Sono convinta che tu ce la farai! Vieni abbracciami.

Eduardo: Subito! (Ma le sputacchia nell’occhio)

Roberta:  (Stropicciandosi l’occhio colpito) Oddio mio!

Eduardo: Che succede?

Roberta:  No, niente, mi hai colpita nell’occhio.

Eduardo: Io? Ma si nun t’aggio proprio tuccata?

                 Da sinistra torna Pietro, sbadigliando.      

Pietro:      Ecco fatto.

Eduardo: (Lo nota e finge di richiamare Roberta) Ah, ehm… non lo fare mai più. Capito?

Pietro:      Ch’è stato?

Eduardo: No, niente, Roberta sta piangendo perché io l’ho richiamata. Così impara a fare

                  tardi al lavoro.

Roberta:  Néh, ma chi sta chiagnenno?

Eduardo: Tu. (La colpisce di nuovo nell’occhio)

Roberta:  (Stropicciandosi l’occhio colpito) Mamma mia!

Eduardo: E adesso smettila di piangere e torna al tuo lavoro. E ricordati che io ti voglio

                  ben… no, cioè, che io sono il tuo titolare.

Roberta:  (Sbuffa) Agli ordini.

Eduardo: Pietro, è venuto qualcuno in mia assenza? (Non riceve risposta) Oh, Pietro!

                 (Continua a non ricevere risposta) Néh, ma ‘a pozzo avé ‘na risposta? (Gli si

                  avvicina e gli parla in faccia) Pietro!

Pietro:          Aiuto, annego!

Eduardo:     Ma se po’ ssapé coccosa? E’ venuto cocche cliente nuovo?

Pietro:          Sì, sì, è venuta una specie di donna pia: Santa Rita… no, Santa Chiara!

Eduardo:     Santa Rita, Santa Chiara? Ma nun è che stive durmenno e stive sunnanno?

Pietro:          No, no, nun stevo sunnanno. Stevo scetato.

Eduardo:     Bene. Allora continua a tenere gli occhi aperti. (Gli sputacchia negli occhi)

Pietro:          E’ ‘na parola!

Eduardo:     Nun t’addurmì. Qua devono venire i clienti. Capito?

                      Esce a sinistra. Da destra entra Ferdinando (si guarda intorno circospetto)

                      e poi va da Roberta che finisce sistemarsi la tenuta da cameriera.

Ferdinando: Roberta, il direttore si è lamentato perché stamattina hai fatto tardi di nuovo.

Roberta:       Ma questo succede tutti i giorni.

Ferdinando: Sì, ma io nun pozzo fa’ avvedé ca nun dico niente.

Roberta:       E cosa vorresti fare? Licenziarmi?

Ferdinando: No, però dico: ‘a notte tu putisse pure durmì, invece ‘e… invece ‘e…

Roberta:       Io potrei smettere di fare la prostituta, ma solo se tu mi sposi.

Ferdinando: Io sono già ammogliato. E per giunta, il direttore mi controlla! Io vorrei pure

                       divorziare. Però deve avere torto lei, o si no l’aggia pavà pure.

Roberta:       E se non ci riesci?

Ferdinando: Se non riesco a divorziare da lei… ‘a strozzo, ‘a scamazzo ‘nfaccia ‘o muro,

                      ‘a votto abbascio… però io ti sposo.

Roberta:       (Gli si avvicina e lo provoca) Sono convinta che tu ce la farai!

Ferdinando: (Eccitato) Robé, nun fa’ accussì. Nun t’apprufittà che mò stamme sulo nuje!

Roberta:       (Colpita dall’alito pesante di Ferdinando, si stacca da lui) Maronna mia!

Ferdinando: Ch’è stato?

Roberta:       Ehm… niente. Voglio dirti che non devi approfittare della mia avvenenza. Ma

                       che ti credi? Dentro le mie spoglie da lucciola, si nasconde una donna

                       impegnata socialmente.

Ferdinando: Tu?

Roberta:       E certo, io sono una Operatrice Socio Assistenziale.

                       Nel frattempo, da sinistra, torna Mario, sorpreso. Va dietro i due e li ascolta.

Ferdinando: E che d’è ‘sta cosa che ddice tu?

Roberta:       Una operatrice OSA.

Ferdinando: OSA? (Eccitato) E tu osa, osa pure, cara mia! Osa, osa… (Poi si volta verso

                       Mario e lo osserva) Osa… osa… 

Mario:           Osa?

Ferdinando: (Fa finta di niente, canta) Osa… osa… “’O Sarracino, ‘o sarracino, che bellu

                       guagliooone. ‘O sarracino, ‘o sarracino…”!

Roberta:       Ehm… con permesso, io torno al mio lavoro.

Ferdinando: Vai, vai pure.

                       Roberta torna via a destra. Lui allora fa finta di nulla con Mario.

                       E allora, che se dice ccà ddinto?  

Mario:           Signor Ferdinà, io aggia parlà assolutamente cu’ vuje e cu’ vostro fratello.  

Ferdinando: Ma è ‘na cosa grave?

Mario:           Gravissima! Poco fa l’ho saputo mentre controllavo in cucina, in quanto io…

Ferdinando: Direttò, accorciate, accorciate!

Mario:           Sì, sì, mò accorcio. Praticamente, ci sta un tizio travestito da cliente che sta

                       andando in tutti gli alberghi di Napoli. Però in realtà non è un cliente, ma un

                       ispettore che controlla se gli alberghi funzionano bene. Voi capite che guaio?

Ferdinando: (Disinteressato) Embé? (Poi realizza e gli parla in faccia) Che?

Mario:          (Fa aria con le mani) Aiuto! E menu male che nun ce sta pure ‘o frato vuosto!

Ferdinando: (Lo nota muovere le mani) Sentite, invece ‘e fa’ ‘a ginnastica, aiutateme a

                      cercà a Eduardo, chiuttosto!

Mario:          Ma si nun sapimme manco addò sta.

Ferdinando: Starrà sicuramente ‘into all’ufficio vuosto.

Mario:          Impossibile!

Ferdinando: E nun avite guardato buono! Avite visto sotto ‘a scrivania? Jamme a vedé, ja’!  

Mario:          Signor Ferdinà, vuje state jenno ‘int’’o pallone. Ma ve vulìte calmà, sì o no?

Ferdinando: No, io aggia ì a vedé. (Si avvia verso sinistra) Aggia ì a vedé, aggia ì a vedé!

                      Escono a sinistra. Da destra tornano Filippo e Roberta.  

Filippo:         Tesoro, ha detto il direttore che tu hai fatto tardi un’altra volta. Si è lamentato.

Roberta:       Ma questo succede tutti i giorni.

Filippo:         Sì, ma isso nun po’ ffa’ avvedé ca nun dice niente.

Roberta:       E mica può licenziarmi?

Filippo:         No, però dico: ma tu che vaje facenno, ‘a notte?

Roberta:       Lascia stare, non puoi capire. Tanto, tu non mi puoi nemmeno sposare.

Filippo:         (La abbraccia di forza) E chi te l’ha ditto?

Roberta:       (Sorpresa) Ma… Filippo… che fai?

Filippo:         E chesto nun è ancora niente!

                       Da destra torna Eduardo e si blocca. Da sinistra tornano Ferdinando e

                       Mario e si bloccano pure loro. Tutti guardano loro due. Filippo seguita.

                       Robé, io quanno veco a ‘na femmena, so’ terribile! Nun capisco cchiù niente!

                       E picciò, nun me resistere. Baciami, baciami!

Eduardo:      (Interviene a separare i due) Néh, uhé, ma che state facenno, tutt’e dduje?

Ferdinando: (Interviene pure lui) Filippo, lieve ‘e mmane ‘a cuollo a chesta!

Roberta:       Oddio! (Poi si scansa e si mette in disparte)

Eduardo:      Filippo, comme te permiette ‘e fa’ chello che staje facenno?

Ferdinando: Tu he’ ‘a sta’ ‘o posto tuojo. He’ capito?

Filippo:         (Subisce gli sputacchi dell’uno e l’alito pesante dell’altro) Marò! (Si apparta)

Eduardo:      E a te, Ferdinà, che te ne ‘mporta ‘e Roberta?

Ferdinando: E a te, allora?

                      Interviene Mario che separa i due.

Mario:          Néh, ma che vvulite fa’, tutt’e dduje? Vuje ata penzà ‘o fatto ‘e ll’ispettore.

Eduardo:      Qual’ispettore?

Ferdinando: Dinto all’albergo nuosto ce sta ‘nu falso cliente che però è ‘n’ispettore.

Eduardo:      Overamente? E pecché sta ccà? Disgraziato, he’ cumbinato coccosa?

Ferdinando: Io? Io nun saccio niente. Chiuttosto, si’ stato tu a cumbinà cocche pasticcio?

Eduardo:      Ferdinà, mò nun da’ ‘a colpa a me. ‘A colpa è ‘a toja.

Ferdinando: ‘A mia? Ma mò te sturzello ‘a capa!

Eduardo:      E io te ceco ‘n’uocchio! Mantenìtece, o si no ce accedìmme!

Mario:           Io? E chi se move?! Forza, Filippo!

Filippo:         Ma chi m’’o ffà fa’? Chillo tene ‘o ciato… e chill’ato sputa…! Vai, Roberta!

Roberta:       Pe’ carità!

Mario:           E allora me dispiace, ve putìte scannà!

                       Mario, Filippo e Roberta escono a destra. I due ci sono rimasti male.

FINE ATTO PRIMO

ATTO SECONDO

1. [Eduardo, Filippo, Roberta, Mario, Pietro e Mino. Poi Ferdinando]

                       Schierati al centro ci sono Filippo, Roberta, Mario, Pietro e Mino. Eduardo,

                       come un militare, li passa in rassegna. E alla stessa maniera, gli parla pure.

Eduardo:      Signore, signori, il momento è difficile. Faccio appello al vostro senso di alta

                       responsabilità. Purtroppo in questo albergo si nasconde un infiltrato, una spia

                       nemica mimetizzata da cliente. Costui, o costei, ci vuole far perdere una

                       stella! (Parla in faccia a Mario) E voi saprete che cosa faremo noi?

Mario:          (Pulendosi il viso) L’amma lavà ‘a faccia?

Eduardo:      (Ripete) Bravo, l’amma lavà ‘a facc…! No, nun l’amma lavà ‘a faccia! Lo

                      dobbiamo intercettare. E per questo, devo parlarvi singolarmente. Dunque…

                      Dalla comune entra Ferdinando che va subito da Eduardo.

Ferdinando: Eduà, guarda cosa ho comprato.

Eduardo:      Aggio fernuto ‘e fa’!

Ferdinando: (Dalla tasca estrae una campanella) Questo serve per chiamare il personale.

Eduardo:      E’ bella, ma mò tengo che ffa’, appunto, col personale di questo albergo.

Ferdinando: (Nota gli altri schierati) E pecché chiste stanne accussì?

Eduardo:      No, niente, hanna partì pe’ l’Iraq!

Ferdinando: ‘O vero? Ma allora se ne vanne?

Eduardo:      Cretino! Ce sto’ parlanno duje minute. Ma tu m’he’ interrotto!

Ferdinando: E vabbuò, io che ne sapevo? Allora poso la campanella vicino al campanello

                      del portiere. (La posa sul bancone) E mò m’assetto e me leggo ‘o giurnale.

                      (Va al tavolo e si apre un quotidiano) Tu, quanno he’ fernuto, chiammeme.  

Eduardo:      Sì, sì. (Agli altri) Dunque, dove eravamo rimasti? Ah, già. Signore, signori…

Ferdinando: (Commenta ad alta voce una notizia sul giornale) Azz, è sagliuta ‘a benzina!

Eduardo:      (Ripete) E’ sagliuta ‘a benzin…! No! Volevo dire che dobbiamo difenderci, se

                       no i clienti non ci vengono più da noi. E sapete qual è la conseguenza?

Ferdinando: (Legge ad alta voce una news sul giornale)Aumenta l’impotenza nel mondo!

Eduardo:      (Ripete) Aumenta l’impotenza nel mond...! (Lo guarda male) E manco se sta

                       zitto! (Poi agli altri) Ma voi sapete cosa dobbiamo offrire ai clienti?

Ferdinando: (Legge ad alta voce una notizia sul giornale) Ricotta scaduta da un mese!

Eduardo:      (Ripete) Ricotta scaduta da un mes…! (Stufo, si avvicina a lui da dietro) Néh,

                       Ferdinà, tu nun m’he’ disturbà, mentre sto’ parlanno!

Ferdinando: (Asciugandosi il viso) Ma io me stongo liggenno ‘o giurnale zitto e muto!

Eduardo:      E allora fammi finire il mio discorso in pace.

Ferdinando: E va’, va’!

Eduardo:      E mò vaco. (Torna dagli altri) Dunque, dicevo che i nostri clienti ci

                       chiederanno sempre di più. Loro ci chiederanno… 

Ferdinando: (Legge ad alta voce una notizia sul giornale) Dolori alla prostata?

Eduardo:      (Ripete) Dolori alla prostata?

Ferdinando: (Legge ad alta voce una notizia sul giornale) Emorroidi?

Eduardo:      (Ripete) Emorroidi?

Ferdinando: (Legge ad alta voce una notizia sul giornale) Nuovo unguento alla menta!

Eduardo:      Ferdinà, me staje ‘nzallanenno! Ma io non mi lascerò più distrarre da te. (Poi

                       agli latri) E in quanto a voi…

Ferdinando: (Legge ad alta voce una news sul giornale) Il merluzzo costa più del baccalà!

Eduardo:      (Ripete) Il merluzzo costa più del baccalà! (Mette una toppa) Nel senso che

                       una suite costa più di una stanza normale!... Perché il fatto è che…

Ferdinando: (Legge ad alta voce una notizia sul giornale) Donna partorisce sei gemelli!

Eduardo:      (Ripete) Donna partorisce sei gemelli. (Mette una toppa, a fatica) Nel senso  

                       che mantenere un albergo è come partorire!... Insomma, per concludere…

Ferdinando: (Legge ad alta voce una notizia sul giornale) Le banane fanno bene!

Eduardo:      (Ripete) Le banane fan…! (Stufo, va da lui) Néh, ma te vuo’ sta’ zitto?!

Ferdinando: Uff, e comme si’ addiventato insofferente, fratu mio! (Riprende a leggere)

Eduardo:      (Agli altri) Va bene, allora io ho finito di parlarvi. E state attenti, occhi aperti:

                       se individuate il tipo sospetto, fatemelo sapere. Per tutti i secoli dei secoli…!

Gli altri:        Amen!

Eduardo:      Andate in pace! Buon lavoro. Che resti qui soltanto Roberta.

                       Così Filippo e Mino vanno via a destra, mentre Mario va a sinistra. Pietro

                       riprende il proprio posto (addormentandosi) al bancone di portineria, mentre

                       Roberta rimane lì sul posto. Eduardo le gironzola intorno.

                       Ti devo parlare.

Roberta:        Non mi sembra il caso. C’è tuo fratello. E se si trova a passare tua moglie?

Eduardo:       Ah, già. Aspetta un momento, devo vedere una cosa.

                       Eduardo va alla comune e guarda fuori. Così Ferdinando va da Roberta.

Ferdinando: Ti devo parlare.

Roberta:        Non mi sembra il caso. C’è tuo fratello. E se si trova a passare tua moglie?

Ferdinando: Ah, già.

                       Eduardo torna da Roberta senza guardarla e prende la mano a Ferdinando.

Eduardo:      Roberta, via libera. Possiamo uscire…!

Ferdinando: Addò vulite ì, tutt’e dduje?

Eduardo:      (Se ne rende conto) Che? (Mette una toppa) Ehm… no, niente, ‘a nisciuna

                       parte. Ferdinà, nun è che te ne putisse ì a ffa’ quatte passe?

Ferdinando: E già, accussì tu rieste sulo sulo cu’ Roberta!

Roberta:       Zitti, zitti, ci sta Pietro alle nostre spalle. Se ci sente, che cosa può pensare?

Ferdinando: Ma chi? Pietro? Chillo dorme pure quanno sta scetato!

Roberta:       Ma io non voglio che succeda uno scandalo. Sono una ragazza seria, io!

Eduardo:      (Ironico) Già, spicialmente ‘a notte!

Roberta:       E che volete? Io devo lavorare per forza anche di notte. Io devo mantenere un

                      alto tenore di vita.

Ferdinando: He’ capito, Eduà?

Eduardo:      No.

Ferdinando: Chesta ha da mantené a ‘nu tenore che se chiamma Di Vita. E è pure alto!

Eduardo:      Chi schifo d’ommo! Ma comme, se fa mantené ‘a ‘na femmena?

Roberta:       Che?

Eduardo:      Ma po’, ‘e chisti tiempe se mette a mantené a ‘nu tenore?

Ferdinando: Ave raggione mio fratello. E’ meglio a mantené a ‘nu miezu soprano.

Roberta:       E pecché?

Ferdinando: E pecché accussì spienne ‘a mmità!

Roberta:       Ma no, che avete capito?

Eduardo:      No, Robé, aggie pacienza, mò staje sbaglianno a parlà.

Ferdinando: Ma come, tu preferisci un tenore senza soldi… a me, un ricco alberghiero?

Eduardo:      E pur’io so’ ricco alberghiero!

Ferdinando: Sì, ma io so’ nato primma ‘e te!

Eduardo:      Ma quando ti levi di torno?

Ferdinando: No, quando ti levi di torno tu?!

                      Da sinistra entra Mario che nota il tutto e va dietro i due.

Eduardo:      No, quando ti levi di torno tu?!

Ferdinando: No, quando ti levi di torno tu?!

                       I due notano Mario che li osserva e così parlano meno veementemente.   

Eduardo:      Quando?

Ferdinando: Quando?

I due:            (Per mettere una toppa, cominciano a cantare e ballare un improvvisato

                       Flamenco) “Cuando sei Maria Dolores / Cuando sei quei mal d’amore /

                       Cuando sei quei mal a su vera / Cuando sei me va al dottore / Cuando sei

                       Maria Dolores / Cuando sei quei mal d’amore / Cuando sei quei mal a su vera

                       Cuando sei me va al dottore / Baila Baila Baila Baila / Baila Baila Baila me…

                       Si avviano e escono a sinistra, sempre ballando e cantando. Dopodiché…

Mario:           Néh, ma che tenene chilli duje?

Roberta:        No, niente, oggi sono allegri. Bene, ora torno al mio lavoro. Con permesso.

                       Esce via a destra. Mafalda e Regina allora cambiano discorso.

Mario:           A proposito, chi sa si quei due hanno scoperto l’ispettore? Mah! (Nota Pietro

                       sveglio al suo posto) Bene, Pietro, finalmente ti sei svegliato! Mi compiaccio.

                       Esce a sinistra. Si sente Pietro russare (dorme occhi aperti) per pochi attimi.

2. [Pietro, Dante, Ornella e Vittoria. Poi Mino]

                       Dalla comune entrano Dante, Ornella e Vittoria (con un trolley).

Ornella:        E’ permesso?

Dante:           Ma ccà ddinto nun ce sta nisciuno.

Vittoria:        E chi te l’ha ditto? Non vedete che ci sta il portiere?

Ornella:        E allora domandamme a isso.

Dante:           E va bene. (Gli va accanto e gli grida contro) Uhé, tu!

Pietro:           (Salta in piedi spaventato, dice frasi insensate) Miei prodi, sparate al nemico!

Dante:           Garibà’, calmate ‘nu poco! Amma parlà cu’ ‘o purtiere.

Pietro:           (Torna in sé) Uh, sì, sono io. E voi chi siete?

Ornella:        Vogliamo una stanza. Ci sta? Grazie! Dateci la chiave!

Pietro:           E ‘nu sicondo, mò veco si ce sta. (Guarda il registro) C’è una sola stanza.

Ornella:        E a nuje una sola ce ne serve.

Pietro:           Tutt’e tre?

Ornella:        Esatto.

Pietro:           Scusate se mi faccio i fatti vostri: ma uno di voi tre, non è dispari?

Ornella:        No. Io e quest’uomo siamo marito e moglie.

Pietro:           E lei, invece, chi è?

Ornella:        No, niente… è l’amante di mio marito!

Pietro:           (Sorpreso) Che?

Ornella:        E’ l’amante di mio marito. 

Pietro:           L’amante ‘e vostro marito? E vuje ‘o ddicite accussì, spensieratamente?

Ornella:  E che ce sta ‘e male? Noi siamo una coppia di scambisti, facciamo gli scambi di

                 coppia. Solo che mio marito si è trovato una scambista single! Accussì, io nun

                 m’aggio scambiata proprio cu’ nisciuno! E allora perciò io sono qua. Per trovare!

Pietro:     Uh, mamma mia, che manicomio!

Ornella:  E pecché facite chella faccia? Chiuttosto, io nun pozzo fa’ niente cu’ vuje?

Pietro:     A chi? Signò, io sto’ ccà pe’ durmì… cioè, pe’ faticà! E mò me moro ‘e suonno!

Ornella:  E durmite, durmite! Come non detto. Allora, volete i nostri documenti?

Pietro:     ‘Nu mumento, ma io nun  v’’a pozzo dà ‘a stanza a tutt’e tre. La ragazza qui

                 presente dovrebbe essere perlomeno vostra figlia!

Ornella:  Nèh, ma chisto è ‘nu scandalo. Nuje simme clienti. Voglio parlà cu’ chi

                 cummanna ccà ddinto.

Pietro:     Calmatevi, adesso vi do la stanza numero 3. Sta lì a sinistra. Favorite i documenti. 

Ornella:  Uhé, Dante, Vittoria, cacciate ‘e ccarte d’identità.

Dante:     (Gli dà per prima la sua) Questa è la mia.

Pietro:     (Legge) Cognome: Di Vita. Nome: Dante. Professione: tenore. Ma chi? Vuje?

Ornella:  Ma come, voi non conoscete il famoso tenore Dante Di Vita?

Pietro:     Signò, ma io che ne saccio ‘e ‘sti ccose? Io faccio ‘o purtiere!

Dante:     Ma pecché, ‘nu purtiere nun po’ cunoscere ‘a lirica?

Ornella:  Dante, ma che parle a ffa’ cu’ chisto? (Mette la propria carta d’identità sul

                 bancone) Sentite, chesta è ‘a carta mia. Leggitavella!

Pietro:     (Legge) Cognome: Casamia. Nome: Ornella. Professione: fruttivendola.

Ornella:  Esattamente!

Pietro:     Ah, ma allora vuje nun cantate?

Ornella:  Ma ch’aggia cantà? Tengo ‘na bella voce, ma me serve sulo pe’ vennere ‘a frutta!

Vittoria: (Posa la sua carta d’identità sul bancone) E questa è la mia carta d’identità.

Pietro:    (La legge) Cognome: Piazza. Nome: Vittoria. Professione: disoccupata.

Dante:     Sentite, invece ‘e ve leggere ‘e ccarte d’identità noste, penzate a ce dà ‘a stanza.

Pietro:    (Consegna la chiave a Dante) Calma, calma. Pigliateve ‘a chiave.

Ornella:  (Gliela tira di mano) No, ‘a chiave l’aggia tené io. Dante, Vittoria, jammuncenne.

Pietro:     Un momento, ma quanti giorni rimanete?

Ornella:  A tempo indeterminato.

Pietro:     Eh, ate vinciuto ‘o cuncorso!... A proposito, si paga 60 Euro a notte.

Ornella:  Nun ce ne ‘mporta proprio!

Pietro:     Aspettate, e i bagagli?

Vittoria: C’è solo questa valigia. La portiamo noi. Dentro c’è la roba di tutti e tre.

Pietro:     Fate come volete. Allora, buon soggiorno.

Ornella:  Grazie. Embé, amma fa’ tanto ‘e chillu casino maje visto!

                 I tre vanno a sinistra. Pietro li osserva perplesso. 

Pietro:     Ma ‘a do’ so’ asciute, ‘sti tre? (Sbadiglia) Menu male che mò me pozzo addurmì!

                 Da destra arriva Mino, dubbioso, che va da Pietro (che s’è addormentato).      

Mino:      Pietro!... Néh, Pietro! (Grida) Pietro!

Pietro:     (Si sveglia di soprassalto) Ch’è stato?! Chiammate ‘e pumpiere!

Mino:      Ma quali pumpiere? So’ io, Mino.

Pietro:     Ah, si’ tu? Ma che miseria, nun se po’ durmì ‘nsanta pace. Ja’, che te serve?

Mino:      Te voglio fa’ ‘na domanda: sapisse cucenà ‘a pasta e patane? 

Pietro:     Io? No! Ma pecché, tu nun ‘a saje cucenà?

Mino:      No! Cioè… nun ‘a saccio cucenà tanto buono.

Pietro:         E’ facile: tu ascarfe ll’acqua, po’ primma se jetta ‘a pasta e aroppo ‘e ppatane!

Mino:          Uh, nun c’’eva penzato. Grazie.

Pietro:         Prego. (E si addormenta)

Mino:          Aspié, Pietro, nun t’addurmì, t’aggia fa’ ‘n’ata domanda: sapisse fa’ ‘o puré?

Pietro:         Io? Ma io faccio ‘o purtiere!

Mino:          Ma pecché, chi fa ‘o purtiere nun sape fa’ ‘o puré?

Pietro:         E tu fusse ‘nu cuoco? Ma chi te l’ha misa ‘a cucchiarella ‘nmana?

Mino:          Néh, ma io t’aggio fatto ‘na domanda.

Pietro:         E io nun te saccio risponnere. Io nun saccio cucenà. Saccio sulo magnà!

Mino:          Aggio capito, faccio a capa mia. Tu vuo’ durmì? E va’, duorme, addurmuto!

                     Ed esce via a destra. Pietro lo osserva perplesso.

Pietro:         Ho deciso: io non mangerò mai in questo albergo. Mangerò sempre in pizzeria!

                     E si riaddormenta.

3. [Ferdinando e Mario. Poi Pietro ed Eduardo]

                      Da sinistra entrano Ferdinando e Mario.

Mario:          Mi dispiace, signor Ferdinando, ma ancora non ho scoperto l’ispettore.

Ferdinando: Non siete capace nemmeno di riconoscere un ispettore.

Mario:          Ma pecché, comme se fa a capì si uno è ispettore?

Ferdinando: Dalla faccia sospettosa! E’ uno che guarda con gli occhi, a destra e a sinistra! 

Mario:          Ma che d’è, ‘nu camaleonte?

Ferdinando: Più o meno! Questa situazione mi ricorda quando ho conosciuto a mia moglie.

Mario:          E che c’entra?

Ferdinando: C’entra, c’entra. Vi devo confessare una cosa: io tengo l’alito pesante!

Mario:          (Facendo aria con le mani) Overamente?

Ferdinando: E già. E quando ho conosciuto a mia moglie, tenevo paura di dirglielo.

Mario:          Ma pecché, essa nun se ne puteva accorgere?

Ferdinando: No, perché quando io l’ho conosciuta… essa teneva ‘o catarro! E infatti io ho

                      pensato: e mò te voglio quanno le passa ‘stu catarro! Ma fortunatamente, le è

                      venuta la sinusite. E sapete quando le è passata? Dopo che ci siamo sposati!

Mario:          Allora, mò aggio capito tutto cose…!

Ferdinando: Ma chi sarrà? Chi sarrà st’ispettore travestuto ‘a cliente?

Mario:          E intanto vi sbagliate. L’ispettore potrebbe essere anche una donna, oppure…

Ferdinando: E già. Potrebbe essere anche un femminello! Per esempio… Filippo!

Mario:          Qui bisogna sospettare di tutti quanti. Anche di voi stesso.

Ferdinando: Nun aggio capito, ma allora mò l’ispettore fosse io?

Mario:          No, quello era un modo di dire. Io direi, meglio tenere d’occhio i clienti.  

Ferdinando: Domandiamo a Pietro chi sono gli ultimi arrivati.

Mario:          (Lo nota) Ma chillo dorme sempe! Lo sveglio io? 

Ferdinando: No, no, ci penso io. (Va da lui e gli parla in faccia) Néh, Pietro!

Pietro:          (Salta in piedi e si sposta verso destra) Mamma bella, ‘na fuga ‘e gas!

Ferdinando: No, songh’io. T’aggia parlà. Vieni qua, vicino a me.

Pietro:          Ehm… nun putesseme parlà fora ‘a loggia?

Mario:          Ma che fora ‘a loggia? Su, ubbidisci. Sono arrivati nuovi clienti, ultimamente?

Pietro:          (Parla con la mano che copre naso e bocca, non si capisce nulla) Mmm…!

Ferdinando: Néh, ma io un capisco niente. Lieve ‘sta mana ‘a nanzo ‘a vocca.

Pietro:           (Esegue) Ho detto che sta tutto scritto nel registro.

Ferdinando: (Prede il registro) Giustamente. (Legge) Ecco qua: ci sta un certo Giovanni Di

                       Giovanni, una certa Santa Subito e i signori Dante Di Vita, Ornella Casamia e

                       Vittoria Piazza. Ma scusa, hai sistemato tre estranei in una sola stanza?

Pietro:           No, i primi due sono marito e moglie.

Ferdinando: E chell’ata, allora, chi è?

Pietro:           E’ l’amante di lui! Quelli sono degli scambiati.

Mario:           (Interviene pure lui, sorpreso) Degli scambiati? E che vvo’ dicere?

Pietro:           Sono quelli che si scambiano le coppie.

Mario:           Ma allora sono degli scambisti. Pietro, e tu nun ce ll’’iva da’ ‘a stanza.

Pietro:           Ma chella, ‘a signora, s’è arraggiata. Ha ditto che me faceva licenzià.

Ferdinando: (Gli parla in faccia) Mannaggia ‘a capa toja!

Pietro:           (Fa aria con le mani) Mamma bella!

Mario:           Va bene, va bene, non vi arrabbiate, signor Difettoso.

Ferdinando: (Gli parla in faccia) Nun m’aggia arraggià?

Mario:           (Fa aria con le mani) Restate calmo, restate calmo!

Ferdinando: Sì, resto calmo. Però tra questi clienti potrebbe esserci l’ispettore. Mi capite?

Pietro:           (Torna a sedersi) E va bene. Terremo gli occhi aperti. (E si riaddormenta)

Ferdinando: Ma chisto dorme sempe? Vabbé, pensiamo all’ispettore. Ma chi sarrà? Chi?

                       E se ne va a destra, seccato. 

Mario:           E chi ‘o ssape? Pietro s’è addurmuto (Va a sedersi al tavolino) Meglio se

                       rimango qua!

                       Dalla comune entra Eduardo.

Eduardo:      Mamma mia! (Va da Mario) Direttore!

Mario:          Don Eduardo! Ch’è stato?

Eduardo:      Qua fuori ci sta una manifestazione di disoccupati. Stanno facendo a mazzate

                      con la polizia. (Va a sedersi al tavolino)

Mario:          Lo so, lo so. Mazzate ‘a cecate: ‘a polizia contro ‘e disoccupate.

Eduardo:      Ah, già lo sapevate. E qua invece che si dice? L’ispettore ancora niente?

Mario:          Ancora no.   

Eduardo:      Uff, sono troppo preoccupato. E’ come quando ho conosciuto a mia moglie.

Mario:          Pure?

Eduardo:      (Gli si accosta con la sedia) Vi devo confessare una cosa: tengo un difetto di

                      pronuncia. Quando parlo, sputo!

Mario:          (Pulendosi col braccio) Overamente?

Eduardo:      E già. Però non lo dite a nessuno!

Mario:          Non vi preoccupate, manterrò il segreto fino alla morte!

Eduardo:      Bravo. E intanto mò vulesse sapé addò sta Ferdinando.

                      Da destra torna proprio Ferdinando. 

Ferdinando: Eduà, ma tu staje ccà? Io te stongo cercanno ‘a tutte parte.

Mario:          Ah, già, don Eduardo, vi sta cercando vostro fratello!

Ferdinando: (Va da loro) Nun ce sta bisogno che ce ‘o ddicite vuje, ce ll’aggio ditto già io!    

Eduardo:      E allora, Ferdinà, comme s’ha da fa’ cu’ st’ispettore?

Ferdinando: Niente paura, sto cercando tra i nuovi clienti. Pare che chill’addurmuto ‘e

                      Pietro ha dato ‘na stanza a ‘nu trio ‘e scambisti! 

Eduardo:      Overamente? Uh, chillu disgraziato! Cu’ isso facimme ‘e cunte cchiù tarde.

                      Ferdinà, ccà ‘o fatto è serio. Diamoci da fare.

Ferdinando: E già. Sapete che vi dico? Per prima cosa, bisogna mangiare!

Eduardo:      Ferdinà, cu’ ‘sti chiare e luna, tu vuo’ magnà? E so’ d’accordo cu’ te!

Mario:          E io nun v’’o cunziglio. Aggio controllato ‘o cuoco nuovo. Ma vuje ‘o   

                      ssapite? Io tengo ‘o sospetto che chillo nun sape cucenà.

Eduardo:      E già. Aiére ha cucenato ‘na pasta e fasule che sapeva ‘e pasta e pesielle.  

Ferdinando: E se l’ispettore fosse proprio il cuoco? Quello non sa cucinare.

Eduardo:      E con ciò?

Ferdinando: Eduà, ma si’ scemo? Esiste ‘nu cuoco ca nun sape cucenà? Io direi, spiamolo!

Mario:          Sono d’accordo con voi.

Ferdinando: E pure io sono d’accordo con me! Su, andiamo.

Eduardo:      Sì, però senza dare nell’occhio. (Sputacchia in un occhio a Ferdinando)

Ferdinando: (Pulendosi l’occhio) Senza dare nell’occhio? Ma si’ sicuro?

Eduardo:      Nun fa’ domande streveze! Su forza, filiamo tutti in cucina.

                      Ferdinando, Eduardo e Mario vanno in cucina a destra.

4. [Filippo e Roberta. Poi Eduardo, Ferdinando, Dante, Ornella e Vittoria]

 

                     Squilla il telefono in portineria. Pietro si sveglia e risponde.

Pietro:         Pronto! Sì? Come? No, qua non è il teatro Sannazzaro. E pecché v’arraggiate?

                     Voi avete sbagliato. Questo è l’albergo… è l’albergo… aeh, m’aggio scurdato.  

                     Io ci lavoro, ma cu’ tutta ‘a bona vuluntà, nun me ricordo ‘o nomme. Néh, ma   

                     so’ fatte d’’e vuoste? (Riaggancia) Che ggente scustumata! (Si riappisola)

                     Da sinistra torna Dante, che appena si ferma, fa dei vocalismi di allenamento.

Dante:          “Do Re Mi Fa Sol La Si”! 

Pietro:         (Salta dallo spavento) Ch’è stato?

Dante:          Uh, scusate, vi ho spaventato?

Pietro:          E se capisce. Bell’e buono trasite ccà ddinto e ve mettite a cantà!

Dante:          Ma chi sta cantanno? Quelli sono dei vocalismi per allenarmi.

Pietro:          E non li dovete fare, se no disturbate la gente che riposa, cioè io! E’ chiaro?

                     Da sinistra entra Vittoria.

Vittoria:      E sulo chesto faje. Saje sulamente cantà. (Si mette a braccia conserte)

Dante:          Tesoro mio. (Va da lei) Ma ch’è succieso? Pecché staje arraggiata cu’ me?

Vittoria:      Ti sei prestato a questa buffonata con tua moglie.

Dante:          Ma quello serve per farla fessa e contenta, così lei non chiede il divorzio e non

                     la devo pagare. E poi, se la teniamo impegnata, non ci disturberà.

Vittoria:      Ma io mi vergogno a mostrarmi sempre insieme a voi due.

Dante:         E che te ne frega? Tanto, non ti conosce nessuno. E mò me vuo’ da’ ‘nu vaso?

Vittoria:      Ma che scherzi? Davanti al portiere?

Dante:         Aspetta, adesso gli dico di distrarsi. (Si volta verso di lui) Portiere!

Pietro:         (Piange commosso) Dite, dite!

Dante:         Ch’è stato? Pecché chiagnite?

Pietro:         (Piange commosso) M’avite fatto chiagnere tutt’ e dduje!

Dante:         Aggio capito. Vittò, jammuncenne e ffa’ ‘na cammenata ccà ffora.

Vittoria:      Cosa? Vuoi uscire dall’albergo? E se ci vedono?

Dante:         E che facciamo di male?

Vittoria:     Ma tu sei un tenore famosissimo.

Dante:         Stai tranquilla.

Vittoria: Ma tua moglie?

Dante:     Sta cercando l’uomo col quale cornificarmi. Falla perdere ‘o ppoco ‘e tiempo!

Vittoria: E va bene. Facciamo come dici tu.

Dante:     Brava, sono contento. Allora, portiere, noi usciamo.

Pietro:    (Piangendo commosso) Ch’’a Maronna v’accumpagna!

Dante:     Vi raccomando: se mia moglie vi chiede di noi, voi non ci avete visti. Arrivederci.

                 Dante e Vittoria escono abbracciati. Pietro si siede e commenta, piangendo.

Pietro:     M’hanne fatte chiagnere, chilli duje! E mò comme faccio a durmì?  

                 Tenta di riaddormentarsi, quando da sinistra arriva Ornella.

Ornella:  Addò so’ gghiute chilli duje? M’hanne lassata a me sola. (Nota Pietro) Ah, lloco

                 ce sta ‘o purtiere. Mò domando a isso. (Va da lui, lo scuote e lo sveglia) Portiere!

Pietro:     (Seccato) Néh, che ve serve, signò? S’è scassata ‘a doccia?

Ornella:  No. Voglio sapere dove sono Dante e Piazza Vittoria.

Pietro:     Signò, ata piglià ‘a linea 1 d’’a Metropolitana.

Ornella:  Ma ch’avite capito? Io sto’ parlanno ‘e mio marito e ‘e ll’amante soja.

Pietro:     Non lo so. Li ho visti che uscivano fuori dall’albergo, però non ci ho fatto caso!

Ornella:  Sentite,ma in questo albergo non ci sta qualche cliente uomo single? 

Pietro:     Signò, e io saccio ‘e fatte lloro?! Jatancello a domandà vuje.

Ornella:  Comme site insipido! Nun servite a niente. Me lo cerco da me il mio uomo!

                Gli volta la faccia e va via a sinistra.

Pietro:     Menu male, se n’è gghiuta. Mò pozzo durmì ‘npace!

                 Ricomincia ad addormentarsi. Da destra però entra Roberta che va da Pietro.

Roberta:  Pietro! (Non riceve risposta e allora alza la voce) Pietro!

Pietro:     (Si sveglia e la guarda male) Ma se po’ ssapé che vvuo’?

Roberta:  Ho un segreto da confidarti. Non riesco più a tenermelo dentro.

Pietro:     Parle, parle, io te stongo a sentì. (E si riappisola)

                 Intanto, da destra entra e si nasconde Filippo. Ascolta cosa dicono i due.

Roberta:  E svegliati. Io ho bisogno di una persona che mi ascolti. Vedi, oltre a fare la

                  squillo di notte, io non sono quella che tu sai. La mia identità è un’altra. Vedi, io

                  sono… io sono…! No, non me la sento di dirtelo.     

Pietro:      E nun fa niente, nun m’’o ddicere.     

Roberta:  Ma io devo dirtelo.     

Pietro:      E allora dimmello.     

Roberta:  Dunque, io sono… No, non me la sento.     

Pietro:      Siente, Robé, fa’ ‘na cosa: passe cchiù tarde ‘e m’’o ffaje sapé! Vabbuò?

                 Bonanotte! (E si riappisola)

Roberto:  (Isterica) E’ meglio che io torni a lavorare. Ma che ci parlo a fare con la gente? E

                  che ci parlo a fare con te? Non vedi quanto sei inutile? Ma perché non muori?

                 Va via frettolosa a sinistra. Pietro si sveglia un attimo, la osserva interdetto.

Pietro:     Ma pecché nun more essa?

                 Si riappisola, ma intanto accorre Filippo verso lui e lo scuote per svegliarlo.

Filippo:    Pietro, scitete, scitete!

Pietro:      (Seccato) Ch’èstato, mò?

Filippo:    Ma tu he’ ‘ntiso chello che t’ha ditto Roberta?

Pietro:      No, nun m’ha vuluto dicere niente!

Filippo:    E invece ha detto tutto. Forse ti voleva confessare di essere lei l’ispettore. Presto,

                  noi lo dobbiamo dire ai signori Difettoso.

Pietro:           E chi so’?

Filippo:         Pietro, scìtete. I titolari dell’albergo.

Pietro:           Ma che me ne ‘mporta a me. Bonanotte! (E si addormenta)

                       Da sinistra intanto torna Ornella e nota Filippo parlare con Pietro.

Filippo:         Embé, si nun t’aìze, te faccio ‘na mazziata maje vista!        

Ornella:        (Va da lui, felice) Chiedo scusa. Permettete? Ornella Casamia.

Filippo:         E io ch’aggia fa’?

Ornella:        Ho bisogno di un uomo!

Filippo:         E ‘o vulite ‘a me?

Ornella:        Uh, che peccato! Voi siete effeminato!

Filippo:         Signò, io so’ cchiù ommo ‘e ‘nu maniaco sessuale. E’ chiaro?

Ornella:        Che bello! Allora l’ho trovato. Su, vieni qua.

Filippo:         (Comincia ad allontanarsi da lei verso l’uscita) No, ma nun è ‘o caso!

Ornella:        (Comincia a seguirlo) E nun scappate. Venite ccà!

Filippo:         Mamma mia! Ma ‘a do è asciuta chesta! 

Ornella:        Tornate qua!

                      Ornella lo rincorre fuori albergo. Da sinistra tornano Eduardo e Ferdinando.

Ferdinando: Eduà, e secondo te, chella specie ‘e cuoco fosse l’ispettore?

Eduardo:      Si è pe’ chesto, nun è manco ‘nu cuoco!

Ferdinando: Uffà! Nun sia maje l’ispettore scopre che ccà ddinto se magna ‘nu schifo! 

Eduardo:      Io aggio avuto ‘n’idea: chiammamme a Pascale.

Ferdinando: Ma quello ha fatto il cuoco da noi fino a un mese fa e poi lo abbiamo

                      licenziato. Ma si’ sicuro ch’è ancora disoccupato?

Eduardo:      Nun te prioccupà. Teliéfene, muòvete.

Ferdinando: E allora mò telefono ccà. (Va al bancone) Pietro, aggie pacienza, ‘o telefono!

Pietro:          (Si sveglia assonnato e prende la cornetta) Pronto! Ma nun risponne nisciuno.

Ferdinando: ‘Nzallanuto, songh’io ch’aggia telefonà. Va’, va’ a durmì ‘a ‘n’ata parte.

Pietro:          Subito.

                      Si alza e corre via a sinistra.

Ferdinando: (Si siede al posto di Pietro) Ecco qua, mò pozzo telefonà a Pascale ‘ncoppa ‘o

                      cellulare. (Digita il numero) E’ occupato.

Eduardo:      Nun è possibile. Chillo Pascale è disoccupato!

Ferdinando: No, è ‘o telefono ch’è occupato. Mò faccio ‘n’ata vota ‘o nummero. (Ripete il 

                      numero) Ecco qua, risponde!... Pronto, Pascà! Simme Ferdinando e Eduardo.

                      E se capisce, sul’io sto’ parlanno cu’ te. Mica io e frateme putimme parlà a

                      telefono contemporaneamente?! Siente, t’aggia chiedere ‘na cosa: vuo’ turnà a

                      cucenà ‘int’all’albergo mio? Ah, staje a Torino? (A Eduardo) Sta a Torino!

Eduardo:      E dincello che torna ccà.

Ferdinando: Pascà, piglie ‘a Vesuviana e tuornatenne ccà!

Eduardo:      (Ironico) Ma quala Vesuviana? Ce vo’ ‘o traghetto d’’a Caremar.

Ferdinando: Pascà, piglia ‘o traghetto e tuorne a Napule! Pronto, pronto! M’ha attaccato ‘o

                       telefono ‘nfaccia. Forse è gghiuto a piglià ‘o traghetto?

Eduardo:      Cretino! Qualu traghetto? Forza, cambiamo obiettivo.Chiama Esposito.

Ferdinando: E chi è?

Eduardo:      L’ex cuoco dell’anno scorso. ‘O nummero ‘e telefono sta annanzo a te.

Ferdinando: Giusto. (Digita il numero e aspetta) Pronto, casa Esposito? C’è Esposito? Ah,

                       volete sapere il nome? (A Eduardo) E comme se chiamma ‘e ‘nomme, chisto?

Eduardo:      E chi s’’o ricorda?

Ferdinando: Signora, non mi ricordo il nome di vostro marito. Però io sono il suo migliore

                       amico. Non ci credete? Ma io ve lo giuro. Sono Ferdinando Difettoso. Come

                       dite? Vostro marito mi schifa proprio? E pure voi? Ho capito. Va bene, vi

                       ringrazio tanto, tanto! Addio! (Riaggancia) Eduà, fatte ascì ‘n’ata idea!

Eduardo:      Eccco qua: ci serve Rume.  

Ferdinando: Rume? E chi è?

Eduardo:      E’ l’ex cuoco del Sultano del Brunei. Il numero di telefono sta alla tua destra.

Ferdinando: Ecco qua. (Digita il numero e nel mentre parla con Eduardo) Sì, ma comme

                       se chiamma ‘e nomme?

Eduardo:      E mò me staje facenno ‘na domanda difficile!

Ferdinando: ‘E chi schifo ‘e capa che tiene! (Poi parla al telefono) Uh, no, scusate, non ce

                       l’avevo con voi. Sentite, è casa Rume? No? Non è casa Rume? Scusate tanto

                       per il disturbo. (Riaggancia) Eduà, amme sbagliato. Aspiette ‘nu mumento,

                       ma chisto nun è ‘o nummero ‘e telefono d’’a casa toja?

Eduardo:      Famme vedé. (Dà un’occhiata) Sì, è ‘o mio. Pecché?

Ferdinando: M’è venuto ‘nu dubbio: si tu staje ccà, chi ce sta ‘a casa toja cu’ tua moglie?

Eduardo:      E già, chi ce sta? Vabbuò, mò nun ce penzamme. Chiamma a Rume. Forza!

Ferdinando: Sì, sì. (Digita il numero, poi) Pronto, c’è Rume?

Eduardo:      (Ironico) Eh, sta ‘int’’a recchia!

Ferdinando: (Ripete) Sta ‘int’’a recch…! No, cioè, signora, c’è vostro marito? Ah, vi devo    

                      dire il suo nome? Eh, bella domanda! Si chiama Ciro. Uahm, aggio ‘ncarrato!

                      No, cioè, me lo sono ricordato. E allora, ci sta Ciro? Come? Sta al cimitero?

                      Condiglianze. (Riaggancia) Eduà, avanti col nome del prossimo cuoco.  

Eduardo:      Ferdinà, ma tu m’avisse pigliato p’’o Gambero Rosso? Andiamo nell’ufficio

                       del direttore. Così cerchiamo sulle pagine gialle alla voce cuochi!

Ferdinando: (Si alza in piedi e va accanto ad Eduardo) E’ meglio che ce muvìmme, va’!

                      I due escono a sinistra.   

5. [Filippo, Mario, Mino e Ornella, Eduardo, Ferdinando]

                     Dalla comune entra Filippo, tutto affannato.

Filippo:        Menu male, so’ riuscito a seminà a chella pazza! Ma che vvuleva ‘a me?  

                     Da destra entra Mino.

Mino:          Uhe’ Filippo, tu staje ccà? Puo’ trasì ‘int’’a cucina? Me serve ‘nu finocchio!

Filippo:       E comme te permiette? Mò te vatto proprio.

Mino:          Nèh, ma ch’aggio ditto ‘e male?

                    I due si afferrano e lottano. Dall’ingresso riecco Ornella che li nota.

Ornella:     (Compiaciuta) Oddio, due uomini che lottano! Io amo tanto gli uomini che si  

                    “appiccicano”! (Va da loro, applaudendoli) Bravi, continuate a picchiarvi!

                    I due, placatisi, la osservano perplessi. Lei ne rimane sorpresa.

                    E che d’è? Ate già fernuto?

Mino:         Signò, ma ch’amme miso, ‘o spettacolo? 

Filippo:      Signò, ma che volete da noi?

Ornella:     (Li osserva maliziosamente)  Io sto’ cercanno a ‘n’ommo. Deve diventare il mio

                    amante. Ma nessuno di voi due vuole diventarlo?

I due:            A chi?

                      I due si allontanano frettolosamente a destra. Ornella commenta ironica. 

Ornella:       Comme me piacene ll’uommene che se vonno fa’ cunvincere! Signori, io vi

                      sto raggiungendo. Aspettatemi!

                     Ornella li segue a destra. Dalla comune entrano Dante e Vittoria. Litigano.

Dante:          E mò basta. M’he’ scucciato. He’ capito?

Vittoria:      E pure tu m’he’ scucciata a me. E pure tua moglie.

Dante:          Ma io ti ho detto che non la devi pensare.

Vittoria:      E come faccio? Ogni volta che esco con te, ci deve stare sempre pure lei.

Dante:          E tu lo sai che funziona così. Ma che ci vuoi fare?

Vittoria:      Voglio un uomo libero.

Dante:          E allora truovatinne a ‘n’ato.

Vittoria:      E sia!  

Dante:          E pure io mi scelgo un’altra amante: la prima che mi capita davanti.

                      Da sinistra ecco Roberta. Lui la ferma e le canta un pezzo d’opera lirica.

                      “Che gelida manina, se la lasci riscaldar...”.

                      Le fa il baciamano. Lei è sorpresa, lo è ancor di più Vittoria.

Roberta:      (Imbarazzata) Ehm… ma voi siete un cantante?

Dante:          Sì, sono un tenore. Sono il tenore Di Vita.

Roberta:      (Imbarazzata) Bravo, bravo! A me piace tanto la lirica. E vi serve qualcosa?

Dante:          Voglio sapere il tuo nome.

Roberta:      Mi chiamo Roberta. Sono una cameriera. Ora però scusatemi. Devo tornare a

                      lavorare. Con permesso.

                      Roberta esce a destra frettolosamente.   

Dante:          Ma aspetta, non fuggire via.

                      E la insegue a destra. Quella reazione disturba Vittoria.            

Vittoria:       E no, io non ci sto. Tu non mi puoi lasciare così. Torna qua, Dante!

                      Lo segue a destra. Da sinistra, Eduardo e Ferdinando sgridano Mario.

Ferdinando: Disgraziato! Vi abbiamo scoperto: voi portate spia alle nostre mogli.

Mario:          No, io? Me puòzzene cecà!

Eduardo:      (Lo colpisce agli occhi) E io ve ceco overamente!

Mario:          E vuje già m’avite accecato!
Eduardo:      Embé, noi ve lo ripetiamo un’ultima volta: qui dentro comandiamo noi.

Ferdinando: E non tolleriamo che si indaghi nelle nostre vite.

Eduardo:      Piuttosto, pensate a far funzionare tutto bene in questo albergo.

Mario:          (Pulendosi il viso e facendo aria con l’altra mano) Ma in questo albergo va 

                      tutto bene, non ci sono cose sconce ed è sempre tranquillo.

                      Ma da destra escono Ornella, Mino, Dante, Vittoria, Filippo e Roberta.

Ornella:        (A Dante e Vittoria) Uhé, ma che state cumbinanno, tutt’e dduje?

Dante:           Nuje? Chiuttosto tu, che staje cumbinanno?

Ornella:        Io ho trovato il mio uomo. (Si mette sottobraccio a Filippo) Eccolo.

Filippo:         (La scansa) A chi? A me me piace a chesta. (Si mette sotto braccio a Roberta)

Roberta:       (Lo scansa) Ma lasciami in pace.  

Ornella:        (A Vittoria) He’ visto, disgraziata? Tutto cose pe’ mezza toja!

Vittoria:        Io? Ma mò te metto ‘e mmane ‘ncuollo!

                       Le due si afferrano e gli altri cercano di separarle. Intervengono pure         

                       Ferdinando ed Eduardo (che colpiscono gli altri con alito e sputacchi). 

Ferdinando: Signori, calmatevi!

Dante:           Mamma ‘e ll’Arco, a chisto le fete ‘o ciato!

Eduardo:      (Afferrando Mino per il collo) ‘Nfamone!

Mino:            Ua’, m’he’ arracquato ‘a faccia! 

                       Ognuno colpisce e scalcia a casaccio gli altri, mentre ad un tratto Filippo

                       prende in braccio Vittoria.  

Filippo:         Tu sei il mio trofeo!

Vittoria:        Aiutoooo!

Dante:           No, lei è miaaa!

                       Filippo se la porta via a sinistra, inseguito da Dante che a sua volta è 

                       inseguito da Ornella e via via dagli altri.

FINE ATTO SECONDO

ATTO TERZO

1. [Eduardo, Dante, Vittoria, Ornella e Ferdinando]

                       Schierati al centro sono Dante, Vittoria ed Ornella. Eduardo, con un occhio

                       nero) li passa in rassegna e li redarguisce.

Eduardo:      Signori cari, devo parlarvi molto duramente. In genere il cliente ha sempre

                       ragione, ma non stavolta. Da quando ci state voi, qua dentro, non si capisce

                       niente. Vi ricordo che questo è un albergo, non la succursale della

                       Nunziatella! (Parla in faccia a Dante) Scusate se parlo in faccia!

Dante:           (Si pulisce l’occhio, poi parla in faccia ad Eduardo) Prego!

Eduardo:      (Si pulisce l’occhio) Ah, già, vuje parlate comm’a me! (Si allontana un po’ da

                       loro) Questo incontro chiarificatore ci è servito pure a conoscerci meglio. Ne

                       approfitto adesso che non c’è mio fratello.

                       Dalla comune entra Ferdinando (ha un occhio nero) con due buste di spese.

Ferdinando: Eduà, aggio fatto ‘nu poco ‘e shopping!

Eduardo:      E te pareva che nun arrivave tu?!

Ferdinando: (Nota i clienti schierati e posa le due buste sul tavolino) Buongiorno a tutti.

Clienti:         Buongiorno.

Ferdinando: Eduà, ch’è succieso? Perché i nostri clienti stanno qua, fermi così?

Eduardo:      No, niente, ce sto parlanno ‘nu mumento. Che te ne ‘mporta, a te?

Ferdinando: E va bene, io non ti voglio proprio pensare. Mi guardo le belle cose che ho

                       comprato. Quando hai finito, fammelo sapere. (Rovista nelle buste di spese)

Eduardo:      Sì, va bene. Ma mò stattu zitto! (Poi, ai clienti) Dunque, signori, dicevo che

                       per me è un piacere conoscervi. Spero che vi state trovando bene e che non vi 

                       manca niente. Ma se vi manca qualcosa, ditelo. Per esempio, se vi manca una

                       asciugamano, se vi manca il sapone…

Ferdinando: (Rovista nelle buste, ma parla ad alta voce) Ma ccà ce manca ‘na mutanda!

Eduardo:      (Ripete) Se vi manca ‘na mutand…! (A lui) Ferdinà, nun accummincià a trasì

                       ‘int’’e penziére mie!

Ferdinando: (Lo osserva sorpreso) Ma io stongo pe’ fatte d’’e mie.

Eduardo:      Lasciami in pace. (Ai clienti) Dunque, signore e signori, voglio che voi

                       sappiate una cosa.

Ferdinando: (Rovista nelle buste, ma parla ad alta voce) Aggio perzo ‘nu cazettino!

Eduardo:      (Ripete) Aggio perzo ‘nu cazettin…! (Lo guarda male) E nun se sta zitto!

Ferdinando: Che commercianti imbroglioni!

Eduardo:      (Ai clienti) Insomma, signori, per concludere, voglio dirvi una bella cosa.

Ferdinando: (Parla nel vuoto ai commercianti) Ma jate a gghittà ‘o sango!

Eduardo:      (Ripete) Ma jate a gghittà ‘o sango…! No, nun ata ittà ‘o sango! Invece voi…

Ferdinando: (Parla nel vuoto ai commercianti) Site ‘a schifezza d’’e ggente!

Eduardo:      (Ripete) Site ‘a schifezza d’’e ggent…! (Va da Ferdinando) Ferdinà, t’he’ sta’

                       zitto! Io so’ privo ‘e parlà, che m’aggia sentì a te che me cagne ‘e pparole!

Ferdinando: Eduà, ma tu fusse scemo? Io ce l’ho coi commercianti. Nella mia busta, ce

                       manca ‘na mutanda, ‘nu cazettino, ce sta ‘nu buco ‘int’’o cazone, ‘a frutta è

                       tutta schiattata…! Ma è ‘nu schifo!

Eduardo:      Ma che me ne ‘mporta, a me? (Torna dai clienti) Insomma, signore, signori,

                       non voglio trattenervi ancora. Vi raccomando, state calmi e tranquilli. Buon

                       soggiorno e buon divertimento a tutti voi. Potete andare.

                       I clienti escono a sinistra. Eduardo va da Ferdinando.

                       E allora, Ferdinà? Niente ancora?

Ferdinando: (Rovistando nelle buste) No, niente, ‘a mutanda e ‘o cazettino so’ sparite!

Eduardo:      (Gli prende le buste e gliele getta in un angolo) Io sto parlando dell’ispettore.  

Ferdinando: Ah, no, niente. Del resto, abbiamo interrogato tutti i clienti dell’albergo. Chi

                       ci manca ancora?

Eduardo:      Solo i tre scambisti. Ma chi sarà quest’ispettore? E com’è fatto fisicamente?

                       I due si siedono al tavolino e si mettono a riflettere, ognuno per conto suo.

2. [Ferdinando ed Eduardo. Poi Roberta e Mino. Infine Mario]

                       Eduardo e Ferdinando riflettono. Intanto da destra entra Mino: va da loro.

Mino:            Signori Difettoso, vi posso disturbare un secondo?

Ferdinando: No, aspetta, disturbaci con calma. Tu devi cucinare. Che cosa ti serve, Mino?

Mino:            Volevo sapere se avete parcheggiato la macchina.

Eduardo:      E che ce azzecca cu’ ‘o magnà?

Mino:            C’entra, perché mi serve il grattino.

Eduardo:      ‘O grattino? E pecché te serve?

Mino:            Perché devo fare gli spaghetti col “gratin*”!                             *(Letto come si scrive)

Ferdinando: Deficiente, si chiama gratin**!                                                   **(Letto “gratén”)

Mino:            Uh, veramente? E allora cambiamo primo piatto. Mi servono dei carboni.

Eduardo:      ‘E carboni?

Mino:            Sì. L’aggia sbriciolà e l’aggia mettere ‘int’’e spaghetti.

Eduardo:      Ma pe’ ffa’ che?

Mino:            ‘A carbonara!

Ferdinando: (Si dispera) Maronna, chisto rischia ‘e avvelenà ‘e clienti!

Eduardo:      Disgraziato, ma che staje cumbinanno ‘int’a chella cucina?

Mino:            Niente. A proposito, potete aiutarmi a portare un albero in cucina?

Eduardo:      Un albero? E a che te serve, ‘n’albero?

Mino:            Devo fare la Boscaiola!

Ferdinando: (Si dispera) Ma comme, tu vuo’ fa’ ‘a boscaiola cu’ ‘n’albero ‘a dinto?

Mino:            E certo. A proposito, ditemi dove sta Roberta, la cameriera. L’aggia accidere.

Eduardo:      E pecché?

Mino:            Aggia cucenà ‘a Puttanesca!

Ferdinando: (Stufo) Vattenne ‘int’’a cucina! Oggie nun se magna. He’ capito? Vattenne!

                       Si alza e rincorre per un po’ a destra Mino, Eduardo riesce a trattenerlo.

Eduardo:      Calmati, calmati.

Ferdinando: Ma tu l’he’ ‘ntiso? Vo’ accidere a Roberta. Chisto ce fa ì ‘ngalera a nuje!

                      Dalla comune entra Roberta, in tenuta da “lucciola”.

Roberta:       Eccomi arrivata! (Va da loro, nota l’occhio nero dei due) Ma come, avete un

                       occhio nero, voi due? Sono ancora i residui della battaglia di ieri? (Se la ride)

Eduardo:      Sì, sì, fa’ ‘a spiritosa, tu! Noi abbiamo abbuscato pure dalle nostre mogli.

Roberta:       A proposito di battaglia: in Piazza Garibaldi ci sono anche oggi gli scontri tra

                       polizia e disoccupati. Perciò, non uscite proprio.

Ferdinando: Siente, disgraziata, nun cagnà discorso. Ma tu a chest’ora viene a faticà?

Roberta:       E’ questo il modo di parlarmi? Ma dai, Ferdinando, ragiona, io lavoro qui da

                       un anno e tu mi chiedi sempre la stessa cosa. Ma nun l’he’ capito? Io chesta

                       songo. Prendere o lasciare?

Ferdinando: (Le prende le mani) Tu he’ raggione ca io te voglio bene!

Eduardo:      (Le prende le mani, togliendole da quelle di Ferdinando) Ma nun ‘o dà retta, a

                       chisto. Io te voglio bene cchiù assaje!

Ferdinando: (Le prende le mani, togliendole da quelle di Eduardo) Te cionco ‘e mmane!

Eduardo:      (Le prende le mani, togliendole da quelle di Ferdinando) E io t’’e ttaglio!

Roberta:       (Tira via le mani) Non litigate. Perché non vi stringete la mano, voi due?

I due:            Mai!

Roberta:       Facciamo così: appena si trova l’ispettore, sarò io a scegliere uno di voi due.

I due:            (Puntualizzano) Ecco!

Roberta:       Ora sono stanca. Mi cambio e poi mi metto un poco a lavorare. Bye, bye!

                      Roberta esce a sinistra, sculettando. I due si malmenano per guardarla.

Eduardo:      Nun ‘a guardà, nun ‘a guardà!

Ferdinando: No, si’ tu che nun l’he’ guardà!

                       I due allora corrono alla porta di sinistra, ostacolandosi.   

I due:            (Correndo) Amore, vieni qua!

                      Dalla porta di sinistra esce Dante e i due lo abbracciano.

Dante:           Ma cosa fate?

Ferdinando: Uh, scusate tanto!

Eduardo:      Noi facciamo così, perché vogliamo bene a tutti i nostri clienti!

Dante:           Ma ve sentite buono, tutt’e dduje?

I due:            (Pulendosi il viso dagli sputacchi di Giovanni) Sì, sì.

Eduardo:      Ferdinà, perché non facciamo sedere questo signore? Così lo interroghiamo!

Ferdinando: Ma che dici? Caso mai, lo conosciamo meglio! Ma prego, accomodiamoci.

                       I tre si siedono al tavolino.  

Eduardo:      Eccoci qua. Allora, caro tenore, come va, oggi? Beato voi che sapete cantare.

Ornella:        (Si vanta) Io canto bene perché tengo una voce tenorinale.

Eduardo:      Ah, he’ capì, Ferdinà?

Ferdinando: No.

Eduardo:      Ha ditto che canta buono pecché tene ‘o rinale!

Ferdinando: E pure nuje ‘o tenimme, però nun sapimme cantà!

Ornella:        Ma no, che avete capito? Io sto dicendo che ho la voce da tenore.

Eduardo:      Ah, ho capito. Mi dispiace se prima vi ho richiamato insieme alle vostre due

                       donne, ma in questo albergo deve regnare sovrana la tranquillità.

Dante:           Quel che è giusto, è giusto.

Ferdinando: Scusate, per curiosità, ma voi siete un ispettore?

Eduardo:      No, non gli date retta. Lui vuole chiedervi… vuole chiedervi… di dove siete?

Dante:           Ma che domande? Sono campano. Teniamo tutti e tre lo stesso accento.

Eduardo:      No, veramente, io sono nato a Bergamo.

Dante:           Ma Bergamo alta, o Bergamo bassa?

Eduardo:      (Non ha capito la domanda) Bergamo alta… o bassa?

Ferdinando: (Neppure lui ha capito e risponde vago) No, in realtà, lui è venuto a vivere a

                       Napoli da bambino. E così… scusate, ma che vuol dire Bergamo alta o bassa?

Dante:           La città di Bergamo si divide in alta o bassa.

I due:             Ah, ecco.

Dante:           (A Ferdinando) E voi pure siete nato a Bergamo?

Ferdinando: No, io sono nato Nocera.

Dante:           Ma Nocera superiore o inferiore?

                       I due si guardano in faccia, perplessi. Poi Ferdinando prova a rispondere.

Ferdinando: Guardate, io sono più grande di mio fratello, perciò sono superiore!

Dante:           Ma no. La città di Nocera si divide in superiore e inferiore.

Ferdinando: Ah, ecco. E voi invece dove siete nato?

Dante:           A Terzigno.

Ferdinando: Ma Terzigno destro oppure a Terzigno sinistro?

Dante:           Ma esiste sulo ‘nu Terzigno!

Eduardo:      Sapete com’è, a volte uno non lo sa!

Dante:           No, no, io lo so. Ma non c’è niente da fare. Con tutto il rispetto per Bergamo,

                       Nocera e Terzigno… Napoli è un’altra cosa.

Eduardo:      Avete ragione.

Dante:           Napoli è una città ridente.

Eduardo:      Una città ridente?

Ferdinando: Ma che cacchio tene ‘a rirere, ‘stu Napule? Cu’ tutt’’e guaje ca ce stanne!

Dante:           Bene, allora io torno ai miei vocalizzi. Devo allenarmi per il concerto.

Eduardo:      Aspettate, e nuje ancora amma fernì l’interrogatorio! No, cioè, restate ancora

                       con noi. Vi facciamo fare il caffè da un nostro cameriere.

Dante:           Molto volentieri. Io osservo molto il servizio di un albergo. E specialmente la

                       qualità dei camerieri.

Ferdinando: Azz, he’ ‘ntiso Eduà, allora po’ essere ch’è isso overamente!

Eduardo:      Ma fai silenzio! Scusatelo, signor tenore. Mio fratello vuole dire che il nostro

                       servizio è di prima categoria! Ferdinà, chiama il cameriere.

Ferdinando: Subito! (Si alza, va al bancone e suona la campanella) Tra poco arriva qua.

Dante:           Spero sia in gamba. Non per discriminare, ma non amo i camerieri effeminati!

                       Da destra entra Filippo, sculettando e va da loro.

Filippo:         Mi avete chiamato?

Eduardo:      (Sconvolto) Oddio!

Filippo:         (Nota Dante e resta sconvolto, poi lo addita) Oddio!

Ferdinando: (Corre subito a ricacciare via a destra Filippo) No, no, lui non è nessuno!

                      (Poi torna da Dante) Avete capito, signor Dante? Non è nessuno!

Dante:           Strano, io quel tizio l’ho incontrato ieri e mi ha detto che lavora qua.

Eduardo:      Ma no, quello è un pazzo. Noi lo teniamo qua per far piacere ai suoi genitori!

Dante:           Ho capito. E non avete più nessun cameriere?

Ferdinando: E come. (Va al bancone e suona la campanella) Vedimme chi vene, ‘sta vota!

                      Da sinistra entra Mario, lamentandosi come al solito.

Mario:          Basta, non ne posso più di un personale così scadente. Io protesto!

Eduardo:      (Sconvolto) Oddio!

Ferdinando:Ehm… fai silenzio, Mario! (E poi gli fa dei gesti strani con il viso)

Mario:          (Sorpreso) Ma ch’è stato?

Ferdinando: Porta subito un caffè al nostro ospite seduto al tavolo! (E fa gesti col viso)

Mario:           (Stufo) Signor Difettoso, a vuje ve piace ‘e pazzià, ma a me m’avota ‘a capa!

                       Io sono il direttore, il direttore…!

                       E se ne esce a destra sbuffando. Ferdinando torna da Giovanni.  

Ferdinando: Ehm… beh, vedete…! 

Dante:           Ma quello è il direttore?

Ferdinando: No, quello è un pazzo!

Dante:           Pure?

Eduardo:      E già. Noi lo teniamo qui per far piacere ai suoi genitori!

Ferdinando: Ma ora vi mostriamo la perla delle cameriere. Una ragazza pura e casta!

                       Suona la campanella: da sinistra torna Roberta, ancora in abiti da prostituta.

Roberta:       Non riesco a trovare la mia divisa da cameriera! (Ad Eduardo) Comandate!

Eduardo:      (Sconvolto) Oddio!

Ferdinando: (Corre subito a ricacciare via a sinistra Roberta) No, no, lei non è nessuno!

                      (Poi torna da Dante) Avete capito, signor Dante? Quella lì è una pazza!

Dante:           Pure essa? Ma chisto è ‘n’albergo, o è ‘nu manicomio? Però sapete che vi  

                       dico? Quella ragazza mi piace. Non è che si potrebbe…? Mi capite?

Eduardo:      Scusate, ma voi non avete già la scambista?

Dante:           E che c’entra? Insomma, volete contraddirmi? Voi non sapete chi sono io!

Eduardo:      Ferdinà, acchiappa a Roberta. Falla turnà ccà, muòvete!

Ferdinando: (Corre subito alla porta di sinistra a chiamarla) Roberta! Roberta, curre ccà!

                       Torna Roberta che sta indossando un grembiule.

Roberta:       Ho trovato il mio grembiule, finalmente.

Ferdinando: Nun ‘o da’ retta, tanto forse te l’he’ ‘a levà ‘n’ata vota. Vedi a quel signore?

Roberta:       ‘O tenore?

Ferdinando: (Stattu zitta, forse amme truvato l’ispettore!).   

Roberta:       Ah, sì? (Gli va vicino, ruffiana) Caro tenore, come state?!

Dante:           (Si alza in piedi) Dante Di Vita, ma per voi solo Dante.

Eduardo:      Il signor Dante è un tuo grande ammiratore.

Roberta:       Veramente? Grazie. E che cosa posso offrirvi?

Eduardo:      Niente, lui non ti vorrebbe apprezzare come cameriera, ma come quell’altra

                      cosa che non fai di giorno. Mi capisci?

Roberta:       Che?

Ferdinando: (Le va vicino e le sussurra da dietro) Robé, fa’ ‘stu sacrificio! E gghiamme!

Roberta:       (Rassegnata) E va bene. Signor Dante, ma voi veramente mi ammirate?

Dante:           Sì. E se vieni con me, ti mostro le copertine dei dischi che ho fatto: ben due!

Roberta:       (Imbarazzata, osserva i due) Ah, ehm… io allora vado.

Eduardo:      E va’, va’!

Roberta:       Ma allora io vado.

Ferdinando: E gghiamme a ce mòvere!

Roberta:       Va bene, signor Dante, io vi seguo.

Dante:           Con permesso, signori Difettoso.

                       Dante e Roberta vanno via a destra. I due cercano di tranquillizzarsi.

Eduardo:      Mamma mia, Ferdinà. Si chisto è l’ispettore, nun saccio comme và a fernì!

Ferdinando: E manch’io! Speramme che Roberta fa ‘o miracolo!

                       I due si rilassano, sedendosi.  

3. [Ferdinando, Eduardo, Vittoria e Ornella]

                       Eduardo e Ferdinando si rilassano. Da destra ecco Vittoria e Ornella, in lite.

Vittoria:        Basta, io me ne vado, me ne vado e me ne vado. Non ne posso più di te!

Ornella:         E vattenne! A chi staje aspettanno?

Vittoria:        E la mia roba?

Ornella:         Te la mando a casa per corriere espresso.

Vittoria:        (Si arrabbia) Ma perché hai rovinato tutto? Perché?

Ornella:         Io ho rovinato tutto? Tu hai rovinato tutto!

Vittoria:        No, tu!

Ornella:         No, tu!

                       Eduardo e Ferdinando si alzano dal tavolino ed intervengono tra le due. 

Ferdinando: (Colpisce le due col suo alito pesante) Signore, signore, adesso calmatevi.

Vittoria:        Mamma mia, ma statevi zitto, voi!

Ferdinando: Ma pecché, ch’aggio ditto ‘e male?!

Vittoria:        Niente, niente.

Eduardo:      (Colpisce i due coi suoi sputacchi) E allora posso parlare io?

Ornella:        (Pulendosi il viso) No, no, lasciateci parlare solo a noi due!

Eduardo:      E allora nuje che ffacimme, ccà? Guardamme a vuje comme v’appiccecate?

Vittoria:       Non occorre, tanto, abbiamo finito. Io, la signora e suo marito volevamo fare

                      Un triangolo, scambi di coppie e cose del genere, ma non ci siamo riusciti.

                      Tanto vale che io abbandoni. Grazie di tutto, arrivederci, signori… signori…

Eduardo:      Difettoso.

Vittoria:       Ecco, appunto. Statevi bene.   

                      Vittoria esce via dall’albergo. I due fratelli guardano Ornella.

Ornella:        Beh? Che vvulite ‘a me? Pecché me guardate?

Ferdinando: (Sospettoso) Eduà, non pensi che dobbiamo interrogare un poco alla signora?

Eduardo:      Sì, lo penso, lo penso.

Ornella:        Me vulite interrogà? Ma che stamme, ‘a scola?

Ferdinando: Ma non vi spaventate. Accomodatevi al tavolino.

                       I due fanno accomodare Ornella (stupita) al tavolino e si siedono pure loro.  

Eduardo:      Allora, se ricordo bene, voi siete la signora Ornella Casamia.

Ornella:        Esattamente, sono la moglie del tenore Dante Di Vita. A proposito, qualche

                       volta dovete venire a teatro a sentir cantare mio marito.

Eduardo:      Dobbiamo proprio?

Ornella:        Ma perché, non vi piace la lirica?

Eduardo:      Sì, sì, ci piace. Dobbiamo proprio portare le nostre mogli a sentirla.

Ferdinando: E sì, jammece a sentì duje llucche!

Ornella:        Quali llucche?

Ferdinando: ‘E llucche, ‘e llucche! Ma pecché, ‘o tenore nun allucca?

Ornella:        No, nun allucca. Canta! Sentite, voi la conoscete l’”Aida”?

I due:            (Perplessi) Chi?

Ornella:        Ma come, non conoscete l’”Aida”? E la “Tosca”?

Ferdinando: No. Scusate, ma chi sono? Le amanti di vostro marito?

Ornella:        (Si arrabbia) Ma che amanti? Voi dovete conoscerle.

Eduardo:      (Ferdinà, dicimme ch’’e cunuscimme, si no chesta ce fa chiudere l’albergo!).

Ferdinando: (E già.!)… Ehm… ah, sì, ora mi ricordo. Certo, noi le conosciamo benissimo.

Ornella:        Bravi. E che mi dite di “Maria Stuarda”?   

Eduardo:      Tutto bene, grazie!

Ornella:        “Così fan tutte”.

Eduardo:      Come?

Ornella:        “Così fan tutte”.

Ferdinando: Ma no, non esageriamo, adesso. Non facciamo di un erba un fascio!

Eduardo:      Questi sono luoghi comunali!

Ornella:        Ho detto “Così fan tutte”, e basta!

Ferdinando: E va bene, non vi arrabbiate. Avete ragione voi.

Ornella:        E intanto, mi credete? Mio marito si esibisce solo in Italia. Ma il mio sogno è

                       Philadelphia. (Si commuove) Ebbene sì, io voglio Philadelphia!

Eduardo:      (Si muove a compassione) Ferdinà, me fa pietà, ‘sta signora.

Ferdinando: E pur’a me. (Si alza in piedi) Aspettate, cara signora Ornella. Il vostro sogno è

                      Philadelphia? E mò ci penso io. (Va al bancone e suona la campanella) Ogni

                      vostro desiderio è un ordine. Però voi dovete parlare bene del nostro albergo.

Ornella:        (Non capisce) Cioè?

Ferdinando: Signora, noi abbiamo capito chi siete voi. Ma non lo diremo a nessuno.

Ornella:        Sentite, signori… signori…

Ferdinando: Io mi chiamo Ferdinando Difettoso. Lui è mio fratello Eduardo.

Eduardo:      Sono Difettoso anch’io!

Ferdinando: Esatto.

                       Da sinistra entra Roberta, in divisa da cameriera.  

Roberta:       Eccomi, Ferdinando. Mamma mia, come sono stanca!

Ferdinando: Ma pecché, staje faticanno assaje?

Roberta:       No, è per mezza del tenore…!

Ferdinando: Ehm... ssst!

Ornella:        Il tenore?

Ferdinando: No, no, niente. Senti, Roberta, devi esaudire un desiderio della nostra ospite.

Roberta:       Quale ospite? (Si volta e nota Ornella) Ornella, tu? Oddio!

Ornella:        Roberta! Che piacere rivederti!

Eduardo:      Ma… perché? Voi vi conoscete?

Roberta:       E certo. Lei è la persona che mi ha trovato il lavoro. Ma non questo, l’altro!

Ornella:        (Scatta in piedi e va a zittirla) Ma che staje dicenno? No, nun ‘a state a sentì.

Ferdinando: E comme, tu ‘a cunusce e nun ce he’ ditto niente? Mannaggia ‘a capa toja!

Eduardo:      E allora, corri subito in cucina. Gli devi prendere una cosa importante.

Ornella:        A me?

Eduardo:      E certo. Scusate, poco fa che avete detto? Qual è il vostro sogno?

Ornella:        Philadelphia.

Ferdinando: E allora, Robé, vacce a piglià ‘na Philadelphia ‘e ‘int’’o frigorifero!

Roberta:       Volo!

                       Esce via a destra.

Ornella:        No, ma quala Philadelphia? Io sto’ parlanno ‘e ‘n’ata Philadelphia!

Ferdinando: State tranquilla. Ogni vostro desiderio, è un ordine. Qualche altro desiderio?

Ornella:        Sentite, io parlerò bene del vostro albergo, ma nun ce sta ‘o cameriere vuosto?

Ferdinando: Ora viene subito. (Si alza e va a fare tre tocchi di campanella) State calma.

Eduardo:      (Ricorda qualcosa) Ferdinà, ma t’he’ scurdato chi è ‘o cameriere nuosto?

Ferdinando: (Sconvolto) Ah, già, Filippo!

                       Da destra entra proprio Filippo.

Filippo:         Comandate! (Nota Ornella) Uh, ce sta chella? No, me ne vaco! (Verso destra)

Ferdinando: No, ma addò vaje? (Cerca di acchiapparlo, ma lo manca)

Ornella:        Aspetta!

Filippo:         (Torna da lei e le parla duramente) Che c’è? Me vulite correre ‘n’ata vota

                       appriesso, comm’ate fatto aiére?

Eduardo:      (Corre subito da lui) Oh, uhé, stattu zitto! (Cretino, lei forse è l’ispettore).

Filippo:         (Rammaricato) ‘O vero? (Corre da lei e le si prostra davanti) Eminenza, io

                       stavo scherzando! 

Eduardo:      Basta, Filippo!

Filippo:         No, ma io l’aggia vasà ‘e mmane!

Eduardo:      No, no, lascia stare, lascia stare. Ascolta soltanto quello che ha da dirti.

Ornella:        (Sexy) Più tardi, io e te, ci dobbiamo rivedere! (Gli fa l’occhiolino)

Filippo:         (Sconvolto) Ahia!

Ferdinando: E vabbuò, Filì, fa’ ‘stu sacrificio! Prendetevi per mano e volate via adesso!

                       Prende le mani dei due e gliele unisce.

                       Su, forza, andate pure!

Ornella:        Che bella cosa! Grazie, grazie! Jamme, bellu guaglione!

                       Escono via a sinistra. Eduardo e Ferdinando li osservano con ammirazione.

Eduardo:      He’ visto, Ferdinà? Mò, chiunque è l’ispettore, nun ce ne ‘mporta.

Ferdinando: Il gioco è fatto! Schia ‘o cinco!

                       I due stanno per darsi il cinque, poi ci ripensano ed escono a destra, freddi. 

                    

4. [Pietro, Mario, Mino e Filippo]

                       Da sinistra entra Pietro, sbadigliante ed assonnato.  

Pietro:           Me moro ‘e suonno! (Si siede al suo posto)

                       Da destra entrano Mario e Mino.

Mario:           Mino, ma insomma, ti vuoi mettere a cucinare, sì o no?

Mino:             Un momento, un momento, io devo andare nei boschi.    

Mario:           A fare che cosa?

Mino:             A caccia di farfalle. 

Mario:            Per fare che?

Mino:             Le farfalle al sugo!

Mario:           Ma chi schifezza è chesta? Cucina qualcos’altro.

Mino:             Allora devo passare in cartoleria.

Mario:           A fare che?

Mino:             A comprare le penne. Poi devo acchiappare il cameriere, Filippo.

Mario:           Pe’ ffa’ che cosa?

Mino:             Le penne al finocchio!   

Mario:           Disgraziato, lascia stare il primo piatto. Passa direttamente al secondo.

Mino:             Già ho provveduto. Sto aspettando che viene mio cognato: Ciro Manzo. 

Mario:           E a che ti serve questo Ciro Manzo?

Mino:             Niente, quello fa il pizzaiolo.

Mario:           E allora?

Mino:             Faccio il Manzo alla pizzaiola!

Mario:           Uh, mamma mia! A proposito, ma perché hai portato quei due preti in cucina?

Mino:             Tra poco li devo affogare.

Mario:           E per fare cosa?

Mino:             Gli strozzapreti!

Mario:           (Si arrabbia) Vai via, torna dentro!           

                       Mino fugge via a destra.

Mario:           Chisto è ‘a ruvina mia. Ma tu he’ capito, Pietro? (Lo nota quasi dormiente)

                       Sì, bonanotte, chisto se sta addurmenno! Uhé, a te, scitete! Chiama la pizzeria

                       e ordina le solite pizze. Anche oggi la cucina non funziona!            

                       Mario se ne va a destra, mentre Pietro compone un numero di telefono. 

Pietro:           Pronto, qui è l’albergo Fantasia. Abbiamo bisogno di voi. Ce ne occorrono

                       sette. E non lo so. Poi vi arrangiate coi titolari. Va bene? Arrivederci, grazie.

                       (Riaggancia, dubbioso) Ma che domanda strana, m’ha fatto chisto? Ha ditto:

                       “Ma la cassa la volete in noce oppure in legno grezzo?”… Ma che strani

                        ppizze fanne chiste?! E bonanotte! (E si appisola)

Scena Ultima.[Eduardo, Regina, Ferdinando, Mafalda, Mario, Roberta, Dante, Filippo, Santa]

 

                       Da destra tornano Eduardo e Ferdinando.

Ferdinando: Eduà, chi sa si Roberta ha completato ‘a missione cu’ chillu tenore?

Eduardo:      Cu’ ll’ispettore, vuo’ dicere! Penso di sì. Comunque, abbiamo terminato la

                       lista dei clienti sospettati di essere l’ispettore. Ora non resta che aspettare.

                       Ma da destra entra Roberta, tutta trasandata. I due la notano, sconvolti.

Roberta:       Eccomi di ritorno!

Ferdinando: (Ruffiano) Roberta, come sono contento di vederti. Vieni qua tra gli amici!

Roberta:       Io? (Va da loro) Ferdinando, Eduardo, la missione col tenore si è conclusa

                       brillantemente. Meno male che è finita!

Eduardo:      Ehm… no, Roberta, veramente non è ancora finita. Dovresti… Mi capisci?

Roberta:       Oh, no. Ancora?

Ferdinando: Ci è rimasto un ultimo sospettato di essere l’ispettore. Sta al quarto piano.

Roberta:       Ah, sì? E chi è?

Eduardo:      Un prete!

Roberta:       Questa poi! No, non me la sento. Guardate, piuttosto preferisco Filippo.

                       Proprio Filippo arriva da destra: è tutto trasandato e graffiato sul volto.

Filippo:         Mamma ‘e San Filippo! E che ce teneva, chella!

Roberta:       Uh, eccolo qua.

Regina:         Filippo, e allora com’è andata?

Filippo:         E nun se vede? Chella ‘a signora è masochista! E m’ha digniuto ‘e mazzate.

Mafalda:       Sì, ma dove l’hai lasciata, adesso?

                       Da destra entra proprio Ornella, felice e rilassata. Con una sigaretta accesa.

Ornella:        Filippo, perché m’hai lasciata e te ne sei andato? Io non avevo ancora finito!

Ferdinando: Aeh, ‘e che resistenza, tene ‘a signora!

Ornella:       (Gli si avvicina) Filippino…!

Filippo:         No, signò, io nun songo filippino, songo ‘e Pomigliano d’Arco!

Ornella:        Ma perché mi chiami signora? Io sono Ornella. Ma tu chiamami… Nella!

Eduardo:      Signò, allora vostro marito non è quello che cerchiamo noi? Allora siete voi?

Ornella:        Che sono io? E che cos’è mio marito?

                      Da destra torna Dante.  

Dante:           Ornella, fai armi e bagali e andiamocene. Siamo già stati troppo, qua dentro.

Ornella:        Aspié, justo mò te ne vuo’ ì? Proprio mò ch’aggio truvato a ‘n’ommo?

Dante:           E chi è?

Ornella:        (Si mette sottobraccio a Filippo) Isso!

Dante:           Ma a me Vittoria mi ha lasciato. E io poi rimango dispari?

Ornella:        E ‘a chi ‘o vvuo’? Quanno so’ stata io “dispari”, nun era niente pe’ nisciuno!

Ferdinando: Ma come, signor ispettore, già ve ne andate?

Dante:           Ispettore? Io? Ma quale ispettore?

Eduardo:      Vabbé, non fate finta di non sapere niente. Ormai vi abbiamo scoperto.

Dante:           Ma ci dev’essere un equivoco.

Ferdinando: Allora siete voi l’ispettore, signora Ornella. Ormai vi abbiamo scoperto.

Ornella:        Io non so niente.

                      Dall’ingresso entra Vittoria.

Vittoria:       Sono tornata a prendermi la valigia.

Eduardo:      E allora siete per forza voi, signorina Vittoria. Ormai vi abbiamo scoperta.

Vittoria:       Non so di che cosa state parlando.

Ferdinando: E’ inutile che vi nascondete. Ormai abbiamo capito tutto: voi siete l’ispettore.

Vittoria:       Ma vuje tenite genio ‘e pazzià?

Eduardo:      Ma allora nessuno di voi è l’ispettore. E nemmeno gli altri clienti dell’albergo.

Ferdinando: He’ visto? Allora nun esiste!

                      Ad un tratto, si alza in piedi Pietro e si porta al centro, in mezzo ai due.  

Pietro:          Gentili signore, gentili signori, l’ispettore sono io.

Ferd.-Edu.: (Lo spingono via, deridendolo) Ma famme ‘o piacere!

Pietro:          No, sono proprio io la persona che state cercando. Io mi sono finto portiere, e

                      soprattutto ho finto di essere un addormentato, ma in realtà sono sveglissimo!

Ferd.-Edu.: (Sconvolti) Ah!

Pietro:          Che cosa c’è? Adesso non parlate più?

                      I due fanno di “no” con la testa, tacendo.

                      Forse pensate che io abbia visto qualcosa di negativo in questo albergo?   

                      I due, senza parlare, fanno cenno, come per dire: “Uff, hai voglia!”.

                      E forse pensate che io voglia farvi rapporto alla Federalberghi?

                      I due, senza parlare, fanno cenno di “sì” con la testa.

                      Ebbene, voi volevate una stella da aggiungere alle altre due che avete. Ma io

                      non ve la farò avere, perché non avete i requisiti per averla.

                      I due, senza parlare, fanno segno come a dire: “Lo sapevamo!”. Lui termina.

                      Ma intanto, non dirò niente a nessuno, fino a quando non migliorerete le cose.

I due:            (Ferdinando gli alita e Eduardo gli sputacchia sul viso) Bravo, bravo!

Pietro:          (Pulendosi il viso) Era meglio che nun parlaveve cchiù!

                      Da destra torna Mario che tira per il braccio Mino.

Mario:          Signori Difettoso, ho acchiappato l’ispettore. Eccolo qua, è lui.

Eduardo:      Ma no, signor Mario, già abbiamo fatto. L’ispettore è Pietro.

Mario:          Nossignore, vi state sbagliando. Ho scoperto che Mino è l’uomo che cercate.

Eduardo:      Ma perché, che stava facendo?

Mario:           Niente, stava telefonando di nascosto. L’ho sentito che diceva: “ Al momento

                       giusto, farò una sorpresa a tutti. Nessuno se l’aspetterà”. Confessa, infame!

Mino:            Ma no, io stevo parlanno cu’ ‘a nonna mia!

Mario:           E qual era questa sorpresa che ci dovevi fare?

Mino:            Niente, ‘a surpresa è: che m’aggio ‘mparato comme se fa vollere ll’acqua! E

                       poi, mi imparerò come si butta il sale, come si fa la pasta, eccetera eccetera!

Mafalda:       Ma tu non avevi detto che hai cucinato all’albergo Vesuvio?

Mino:            Ma non nell’albergo. Io parlavo di casa mia. Io abito nel catetere del Vesuvio!

Eduardo:      (Ironico) Sì, ‘int’’o pappagallo! Animale, si chiama cratere!

Pietro:           Va bene, lasciate stare. Non importa. L’ispettore sono io. E non vi farò

                       rapporto. Però voglio da voi una promessa: lasciate stare in pace Roberta.

Ferdinando: Néh, ma chi ‘a sta facenno niente?

Pietro:           Proprio niente, non direi. Si vede dal vostro occhio nero! Voi e il signor

                       Eduardo siete sposati con le signore Mafalda e Regina. E basta!

Ferdinando: E vabbé, Eduà, accontentiamoci!

Pietro:           E così Roberta deve essere assunta ufficialmente qui e deve cambiare vita.

Eduardo:      Vabbé, ma quella, poi, che fa di male? Si diverte un poco la notte!

Pietro:           No, cari miei. Io lo so bene: Roberta è una escort.

Ferdinando: Ma quala escort? Chella nun è manco ‘na Ford Fiesta!

Eduardo:      Ferdinà, stattu zitto! Facciamo come ci ha detto lui. Sei contenta, Roberta?

Roberta:       E come. Però vi raccomando, pagatemi bene, perché già ve l’ho detto: io devo

                       mantenere un alto tenore di vita.

Eduardo:      Ancora  ‘stu tenore? Embé, ‘o vulesse tanto cunoscere a ‘stu tenore Di Vita.

Dante:           Ma sono io: io sono il tenore Di Vita.

Ferdinando: Embé, e nun te miette scuorno ‘e te fa’ mantené ‘a ‘sta povera Roberta?!

Roberta:       Ma che avete capito? Io parlavo di un’altra cosa. Ma site ‘nzallanute?!

Pietro:           Va bene, lascia stare. Mino, non c’è una bella bottiglia di spumante?

Mino:            No, si dovrebbe andare a comprare.

Ferdinando: E valla a accattà tu.

Mino:            Subito!

                      Si avvia alla comune, guarda fuori e vi si ferma.

                      Oh, no, nun se po’ ascì. ‘A polizia e ‘e disoccupate se stanne appiccecanno.

Pietro:          Signori Difettoso, lo vedete che cosa significa la disoccupazione? E lo vedete

                      che cosa vuol dire tenere il personale a nero? Significa che non c’è futuro.

Mino:           (Guardando fuori) Uh, guardate llà… ce stanne sette carre dd’e muorte che

                      stanne venenno ‘a chesta parte.

Ferdinando: E che stanne venenno a ffa’? Ccà nun è muorto nisciuno!

Pietro:           (Realizza) Uh, forse ho capito: invece di chiamare la pizzeria per far portare

                      sette pizze… ho chiamato…

Eduardo:      He’ capì, Ferdinà? Pe’ mezza ‘e chisto, amma sette bare senza essere muorte!

Mino:            (Guardando fuori) Uh, guardate llà… ‘a polizia ha sparato ‘e lacrimogeni!

Regina:         E che sso’? (Poi si guarda intorno) Ma che d’è ‘stu fummo che trase ‘a fora?

                       Improvvisamente tutti cominciano a lacrimare e piangere.

Eduardo:      (Piangendo) Néh, Ferdinà, ma pecché staje chiagnenno?

Ferdinando: E mica sto’ chiagnenno sulo io? Staje chiagnenno pure tu.  

Mino:            (Guardando fuori) Uh, guardate llà… ‘a polizia ha ittato ‘o gas esilarante!

Mafalda:       Cioè? (Poi si guarda intorno) Ma che d’è ‘stu fummo che trase ‘a fora?

                       Improvvisamente tutti cominciano a ridere come matti.

Ferdinando: (Ridendo) Néh, Eduà, ma cacchio staje rerenno a ffa’?

Eduardo:      E che ne saccio? Staje rerenno pure tu. Anze, stamme rerenno tutte quante!

Mino:            (Guardando fuori) Uh, guardate llà… ‘a polizia ha ittato ‘o gas narcotizzante!

Roberta:       E che rrobba è? (Guarda intorno) E che cos’è questo fumo che viene da fuori?

                      Tutti cominciano a sbadigliare: si addormentano l’uno sulla spalla dell’altro.

FINE DELLA COMMEDIA

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