Ragazzi miei

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RAGAZZI MIEI

Commedia in un atto e tre quadri

di ANTONIO CONTI

                                   

PERSONAGGI

LA SIGNORA MARIA

GIOVANNI (nino)

DON ANGELO (Angiolino)

FILIPPO (Puccio)

FERRUCCIO

LO ZIO EDMONDO

GIUSTINA

IL FATTORE

UN GIORNALISTA

Commedia formattata da

QUADRO PRIMO

L'ampia stanza da pranzo a pianterre­no di una vecchia villa in collina, nelle Marche.

A sinistra, fra un finestra in primo piano e l’uscio della cucina, il bel camino patriarcale tutto pietra annerita con i fregi scolpiti e, sulla testata, la scritta: « Deo favente »; sull'aiuola, ampia e bassa, gli  alari con grossi pomi d'ottone.

A destra, un uscio sul davanti e la scala che sale lungo la parete al piano superiore fino a un ballatoio di accesso alle camere.

In fondo una vetrata a due grandi battenti aperti su un porticato bianco e arioso, con la vista stupenda della rincorsa delle colline fino alla striscia del mare. Oltre il porticato una siepe fiorita.

Vecchi mobili massicci di quercia e di noce; sulla grande tavola rettangolare, nel mezzo della stanza, pende un antico lampadario a olio, ora adattato a luce elet­trica. Un tavolinetto basso col telefono. Sotto il porticato poltrone rustiche.

Pomeriggio di primavera.

Giustina                        - (giovane cameriera tutta linda e vestita a nuovo, è in fondo, sul limitare, e parla verso destra) Sì, sì, non dubitate: glielo dirò io, alla signora Maria...

Una voce di donna       - Mi raccomando, Giustina, ditele che non ho voluto disturbarla, ma che mi faccia questa grazia...

Giustina                        - Vedrete che farà tutto quello che può, state contenta. Arrivederci.

La voce di donna          - Grazie. Pregherò per loro. Felice sera.

Giustina                        - (esce fuori e guarda lontano, verso sinistra).

Maria                             - (entra da destra: è una cara e amabile vecchia ancora,diritta e alacre, che rivela la dolce modestia nella schietta semplicità) Si vede il treno?

Giustina                        - Sì, esce adesso dalla galleria.

Maria                             - (contenta) Hai messo in ordine, lassù?

Giustina                        - Tutto a posto.

Maria                             - (E allora adesso vediamo un po' di sbrigare questa biancheria, se no facciamo tardi. (Accenna a un mucchio di biancheria che è sulla tavola e comincia a metterla entro una cesta). Tu prendi le forbici, apri quel  pacco di bicchieri, mettili in un vassoio e lavali. (Sor­ridendo) Ma non cominciare subito a rompermi anche questi.

Giustina                        - (prende il pacco posato su una sedia, per aprirlo e allineare i bicchieri sulla tavola togliendoli dagli involucri di carta) Oh, non è unica vero, poi, che sia sempre io...

Maria                             - Ma sta zitta, che l'altro servizio me l'hai fatto sparire in due mesi.

Giustina                        - (cambia discorso) C'è stata l'Ersilia, quella povera donna idei Borghetto...

Maria                             - Ah, anche lei?

Giustina                        - Si raccomanda per il figlio, che ha fatto la domanda di grazia. Dice che adesso ha messo giu­dizio, lavora... e se dovesse scontare (la pena...

Maria                             - Lo dirò a Giovanni... Anzi, se me ne di­menticassi, rimettimelo in mente: devo dirgli tante cose, che non so come fare a ricordarle... (Sorride) Anche quel caro cavaliere, adesso, non se la finiva più... Ma cosa vuoi che gli faccia, io, pover'uomo? S'accontenti della croce che ha, invece di angustiarsi anche per la commenda... (Telefonò). Senti tu chi è. Se mai...

Giustina                        - (all’apparecchio) Sì. Chi parla?... Ah, ec­cellenza... No, l'eccellenza le fuori... La signora sì... (A Maria, porgendole il ricevitore). H Prefetto. (Uscirà a sinistra portando via i bicchieri).

Maria                             - (all'apparecchio) Riverisco, eccellenza... Gra­zie, non c'è male... Giovanni non è ancora tornato... de­v'essere alla stazione a incontrare il fratello... Sì, don Angelo, perché l'altro è arrivato ieri con Giovanni... Così una volta tanto li avrò tutti con me... (Chi?... don Angelo!... (Sorride) Dicono che nella sua diocesi sia autoritario, ma io non lo so... Veramente, in certi mo­menti anch'io son lì lì per chiamarlo monsignore... Ah, no! E poi quando diventerà cardinale io non ci sarò più, così non avrò soggezione... Oh, non datemi troppa importanza, anche voi, che non ne ho nessuna... Troppo buono, eccellenza... Certo, devo essere orgogliosa di tutti e tre, ma, cosa volete?... ormai sono io che mi sento piccola di fronte a loro: già, le parti si sono invertite... Sì, e c'è stato anche il rettore dell'Università di Ur­bino, però- sono ripartiti subito... Non vi dico... una processione, potete immaginare... Tutte le volte che Gio­vanni ritorna... Eh, si capisce, bisogna ascoltare un po' tutti, povera gente... Ma è che di tante cose io non ho nemmeno un'idea... (Sorridendo) Lo dico anche a Gio­vanni che non so come si possa diventar ministro con una mamma così ignorante... A proposito, son venuti da me anche per l'acquedotto del Piano... Credo che se Io dico io a voi... Ecco, appunto... Vi ringrazio. Così questa la risparmio a Giovanni, fra le tante che devo dirgli... Benissimo... Altrettanto a voi, eccellenza... I miei rispetti. (Depone il ricevitore e si volge a Ferruccio, che è entrato mentre lei era al telefono). Dove sei stato, Ferruccio?

Ferruccio                       - (bel ragazzo di diciott’anni, forte e buono: ha portato un cestino di ciliege) A raccoglier le ci­liege. Papà non è tornato?

Maria                             - No. Hai fame? vuoi la marmellata? del pro­sciutto?

Ferruccio                       - Mi hanno dato le uova fresche, tante cose...

Maria                             - Vieni qua: ti riattacco quel bottone della manica, se no ti va via. (Prenderà ago, filo e forbici). Dove son gli occhiali? Ah, ecco... (Si infila gli occhiali). Sta fermo, un momento... Hai camminato molto? Sei stanco? (Cuce).

Ferruccio                       - Macché?

Maria                             - Però sta attento, non sudare, perché poi ti butti sull'erba... e se prendi la tosse guai a te.

Ferruccio i                     - Ma no, nonna, sono abituato. Non mi fa niente...

Maria <                         - Lo vedi «e le vero? Non hai mica giudizio...

Ferruccio                       - Se tu mi vedessi al tennis o al calcio...

Maria                             - Lo so, lo so... Non dico mica: diventate certi giovanottoni, oggi... Credi che non lo capisca anche io che sono vecchia? Ma bisogna sempre essere un po' prudenti, e non darsi le arie, così... per far vedere che non si ha paura di niente. (A Giustina che rientra) Giu­stina, porta su quella biancheria e guarda se tutto è in ordine nelle camere.

Giustina                        - Sì, sì, non dubitate. (Prende il cesto, sale la scala ed esce).

Ferruccio                       - (sorridendo, come per preparare Maria a sentirne una grossa) Di' nonna...

Maria                             - Cosa?...

Ferruccio                       - Perché non mi fai un gran piacere?

Maria                             - Sentiamo.

Ferruccio                       - Perché non dici al babbo che prenda l'aeroplano per tornare a Roma?

Maria                             - Il babbo farà quello che vuole lui; io non c'entro.

Ferruccio                       - Hai visto, però... anche ieri c'è stato un incidente ferroviario.

Maria                             - (lo guarda burbera, divertita dalla sua imper­tinenza) Ti piacerebbe davvero?

Ferruccio                       - Si capisce. Ma è mamma che non è mai contenta... Babbo, invece...

Maria                             - Eh, lo so. (Per questo ti ho detto che farà ciò che vuole lui. (Campanello). Chi sarà, adesso?

Giustina                        - (che sta scendendo) Vado io. (Esce a destra).

Maria                             - Sai che sta per arrivare lo zio don Angelo: perché non gli vai incontro?

Ferruccio                       -  Sì, sì, diamine. Vedi? lo zio don Angelo, benché sia vescovo, non orni fa mai la predica. Lo zio Filippo, invece, sempre con quella sua benedetta arte...

Maria                             - Ma sì, lo so... (E' che proprio lui 'ha ragione, con te. Vai, vai: l'automobile sarà qui a momenti.

 Giustina                       - (rientra e porge a Maria un biglietto di visita) E' tornato quel giornalista.

Maria                             - Ah, già, è vero... Ma cosa posso -dirgli io, benedetto figliuolo...? Le solite storie. (A Giustina) In­tanto va' a vedere se è pronto il caffè per don Angelo.

Ferruccio                       - (che è andato verso il fondo) Ecco la macchina.

Maria                             - ,Oh, finalmente! (A Giustina) Corri. Corri. Il caffè lo vuol molto caldo, ricordati. (A Ferruccio) Andiamo. Vieni. (Esce in fondo con Ferruccio, vol­gendo a destra). 

Giustina                        - (esce a sinistra).

(Il lieve fragore dell'automobile. Poi confuse voci di festoso saluto).

Il Giornalista                 - (fa capolino da destra, entra in punta di piedi, fa scattare la macchina fotografica, osserva, annota, si ritrae cautamente e torna di là. Dal fondo entrano Maria, don Angelo e Ferruccio con una valigia).

Maria                             - (vibrante di contentezza accanto al figlio che amorevolmente le tiene una mano sulla spalla) Ep­pure m'avevano detto che, dal castello, sarebbero venuti a incontrarti...

Don Angelo                  - E' lo stesso; mi hanno mandato la macchina; si vede che avevano da fare.

Maria                             - (lo guarda tutta illuminata di tenerezza) Però stai bene, no?

Don Angelo                  - Benone.

Maria                             - Non ti sei stancato con tanti giri?

Don Angelo                  - (sorride) Ma no...

Maria                             - Eh, va' là, che dev'esser faticoso andare per quelle parrocchie di montagna, parlare due o tre volte al giorno... Siediti.

Don Angelo                  - (si siede) Anzi, è un buon esercizio: basta abituarcisi. (A Ferruccio) Be', giovanotto, come andiamo con la scuola?

Ferruccio                       - Non c'è male.

Maria                             - S'è portato i libri, ma ancora non li ha nemmeno aperti.

Don Angelo                  - (a Ferruccio) E la mamma sta bene?

Ferruccio                       - Sì, ha telefonato stamani.

Giustina                        - (entra col vassoio del caffè) Eccellenza, ben arrivata...

Don Angelo i                - Oh, Giustina, grazie. Come va?

Giustina                        - ( Bene. (Gli bacia l’anello).

Maria                             - (prende il vassoio per servir lei il caffè) Da' a me. Tu porta su la valigia.

Giustina                        - (eseguisce). ,

Don Angelo                  - (accennando al caffè) Speciale, eh?

Maria                             - Come lo vuoi tu. (Mette due cucchiaini di zucchero nella tazza) Uno e due. (Poi versa il liquore e il caffè) Questa volta, almeno, rimarrai con me pa­recchi giorni, no?

Don Angelo                  - Impossibile: domani sera debbo es­sere a Roma. 

Maria                             - Domani!? Ma come?...

Don Angelo                  - C’è il congresso, non lo sai?

Maria                             - E' più d'un anno che non torni, e riparti subito?  

Don Angelo                  - Per forza. Anzi, per far prima sto pensando di andare in volo.

Ferruccio                       - (subito) Vengo anch'io, zio don Angelo?

Don Angelo                  - Perché no?

Maria                             - Ecco: appena si parla di ripartire, vi met­tete subito d'accordo. Tutti così: non siete neanche arri­vati, che già avete fretta di andarvene. Da quanti anni non vi ritrovate tutti insieme qui? Non saprei nem­meno... Eppure domani, chi di qua, chi di là... spariti. Non faccio nemmeno in tempo a condurvi a vedere i lavori che ho fatto fare lassù, al colle: il nuovo viale, le piante che ho «nesso giù intorno alla caccia...

Don Angelo                  - Cosa vuoi, mamma... tu hai ragione, ma purtroppo, hai /visto, non si può mai fare un pro­getto...

Maria                             - (rassegnata) Eh, lo so, non dico mica... Forse sono io che divento sempre più esigente...

Ferruccio                       - Perché non vieni tu da noi?

Maria                             - Non è la stessa cosa. (A Giustina, che scende per tornar via a sinistra) Mi raccomando, Giustina, da' un'occhiata ai fornelli. Dopo vengo io.

Giustina                        - State tranquilla. (Esce).

Maria                             - (a don Angelo) Ci son le tue ghiottonerie, Io immagini.

Don Angelo                  - (sorride) Eh, si capisce! I vizi che mi hai dato non li ho più perduti. (Dal fondo entrano Gio­vanni e Filippo).

Maria                             - Eccoli qua!

Don Angelo                  - Oh, Giovanni, come stai? E tu, Fi­lippo? (Si abbracciano).

Giovanni                       - (bell'uomo dal volto aperto, leale, di una energia calda che addolcisce nell'affettuosa espansione il rigore della volontà) Scusa, sai, non son potuto venire alla stazione: abbiamo fatto tardi dal notaio, poi siamo stati al castello...

Don Angelo                  - Ma sì, ma sì, non importa...

Filippo                           - (un po' chiuso e come velato da una continua intima preoccupazione) Abbiamo dovuto anche discu­tere col proprietario, che voleva libero il castello per domani. Alla fine ci ha dato un'altra settimana di tempo. Ma non è una cosa semplice uno sgombro simile.

Ferruccio                       - (s'è avvicinato a Giovanni e gli parla sotto-voce) Babbo, posso fare un giro con la macchina?

Giovanni i                     - Non più di mezz'ora, però. Siamo intesi?

Ferruccio                       - Grazie. Con permesso. Ciao, nonna.

Maria                             - (lo segue un po') Ricordati d'aver giu­dizio, eh?

Ferruccio                       - Tu, piuttosto, ricordati che di là c'è ancora quel giornalista. (Via in fondo).

Maria                             - Oh, povera me, che testa! Devo andar subito a scusarmi...

Giovanni i                     - Se vuoi che te lo sbrighi io...

Maria                             - No, ha chiesto di parlare proprio con me. Poverino, gli ho fatto perdere il tempo...

Giovanni                       - (Lo conosco: è un giovane di talento. Salutalo per me.

Maria                             - (sospira) Sentiamo un po'!... (Esce a destra).

Don Angelo                  - (a Filippo che gira un po' nervoso) Dunque?... Il tuo concorso per il palazzo delle poste?

Filippo                           - (evasivo) /Bah!... Credo che ci sia poco da sperare. Si vede che, invece di fare l'architetto, io do­vevo fare l'imbianchino, o non so...

Giovanni                       - Non esagerare, andiamo... Hai avuto certi riconoscimenti che tutti ti possono invidiare.

 Filippo                          - Sissignore, ma intanto vado a finire sempre più in coda.

Giovanni                       - Non è vero nemmeno questo. Si capisce che, più si sale, più bisogna lottare. La partita diventa più dura col crescere delle responsabilità.

Filippo                           - (per concludere un discorso che non gli va) (E va bene.

Giovanni                       - (a Don Angelo) «Come hai trovato la mamma?

Don Angelo                  - Un po' più invecchiata, si capisce, ma... in complesso abbastanza bene...

Giovanni                       - (s'avvicina al telefono) Poveretta, le danno sempre tante seccature. E lei sta a sentir tutti, anche per le cose impossibili... Poi, magari, ha paura di dirmelo, di darmi dei pensieri... (All'apparecchio) Signorina, per favore, 36-129 Roma. Benissimo, appena pronto mi chia­mate. (Depone il ricevitore). Il male è che così s'affatica: scrivermi quasi tutti i giorni per l'uno o per l'altro... (Sorride) Dovevate vederla quella volta che venne al Mi­nistero: sembrava smarrita, timida, e non faceva che rin­graziare tutti.

'Don Angelo                 - Prima, almeno, aveva qui lo zio Ed­mondo che le animava un po' la casa, e poteva con­sigliarla...

Filippo                           - (scuote il capo) Oh, i consigli dello zio Edmondo, poi... Poveretto, era felice quando poteva com­binare un pasticcio.

Giovanni                       - Perché era troppo buono, e anche lui vo­leva accontentar tutti.

Filippo                           - (scontento) Infatti...

Don Angelo                  - (a Filippo, come per ammonirlo) E poi per noi è stato come un padre.

Filippo                           - Oh, per questo, dovremo sempre venerarlo. Anzi: di più... Ma forse si illudeva che tutti, al mondo, fossero come lui.

Don Angelo                  - Perché? cosa vuoi dire? (E guarda anche Giovanni come se avvertisse un'ombra già sorta fra lui e Filippo).

Filippo                           - Niente. Forse aveva troppa fiducia negli altri.

Don Angelo                  - (con la perplessità di chi indaga) Fi­ducia?! Non capisco.

Filippo                           - (muovendosi nervosamente) Ma sì, fiducia» Non prevedeva certe cose, ecco, nella sua buona fede.

Don Angelo '                - Quali « cose » ?

Giovanni                       - (con una vibrazione chiusa che tradisce il freno che la contiene) Per esempio non prevedeva che qualcuno non capisse le sue intenzioni e tuttavia preten­desse di giudicarle...

Filippo                           - (in un guizzo subito represso) Io!? In tal caso sei tu che fai il giudice...

Don Angelo                  - (rabbuiato) Ma che c'è? Avete di­scusso?

Giovanni                       - (per attenuare) Sì, ci siamo scambiate delle idee...

Filippo                           - Dopo tutto siamo qui per questo.

Giovanni                       - Appunto... Anzi, sarà bene parlarne subito: così, dopo, potremo goderci più serenamente questa gior­nata che passiamo insieme a casa nostra.

Don Angelo                  - Come volete; per me...

Maria                             - (rientra).

Filippo                           - Che fai, mamma?

Maria                             - Niente: mi metto qui, lavoro a questa maglia. (Andrà a sedersi in fondo con un lavoro a maglia, rima­nendo appartata, silenziosa, quasi inavvertita dai figli che continuano la discussione nella quale non osa inter­loquire).

Giovanni                       - (estrae di tasca delle carte) Ecco qua il testamento e l'inventario,! che siamo andati a prendere dal notaio. Del resto tutto si riassume in due parole: lo zio Edmondo ci ha lasciato il suo patrimonio indiviso, obbligandoci a soddisfare alcuni legati e per il resto rac­comandandoci di andar d'accordo nella divisione. Ora, la divisione degli immobili non crea difficoltà e possiamo senz'altro accordarci sul progetto in base al quale il notaio ha già preparato l'atto che oggi andremo a fir­mare. Rimangono i mobili, la biblioteca e le collezioni che sono al castello. E qui bisogna intenderci. Si tratta di opere d'arte e di raccolte preziose che però hanno un valore, dirò così, tutto affettivo, dal momento che noi non facciamo certo una questione di valore commer­ciale. Per di più sono e devono essere considerate asso­lutamente indivisibili.

Don Angelo                  - Senza dubbio.

Giovanni                       - Benissimo. Lo zio nonpensava certo che la sua disposizione testamentaria potesse dar luogo... sì, a un certo disagio fra noi tre... Ma perché non lo pen­sava? Perché aveva le sue idee, e una di queste idee era che, in caso di disaccordo, la scelta spettasse prima al maggiore d'età, e poi al secondo...

Filippo                           - Ma se avesse voluto questo lo avrebbe scritto, come ha scritto tutte le altre condizioni.

Don Angelo                  - (a Filippo) Certo. (A Giovanni) E poi cotesta idea, come tu la chiami, era in lui un atteggia­mento più faceto che persuasivo, perché quando parlava sul serio, nelle cose d'importanza, andava dritto allo scopo e sapeva quel che diceva, senza sottintesi.

Maria                             - (ha interrotto il suo lavoro e segue con appren­sione la disputa).

Giovanni                       - E va bene. Partiamo pure da un altro punto di vista. Grosso modo, trascurando tutto il resto che non può dar luogo a discussioni, possiamo conside­rare le cose di maggior pregio in tre gruppi distinti: la raccolta dei quadri, la collezione delle maioliche, e la biblioteca. (A Don Angelo) Filippo, qui, afferma senz'al­tro che i quadri devono essere assegnati a lui, perché egli è un artista e come artista, in un certo senso, ha dei diritti, come dire? spirituali o d'affezione maggiori dei nostri. (A Filippo) Vero?

Filippo                           - Certo.

Don Angelo                  - (a Filippo) Ma anche la collezione delle maioliche tutti esemplari rari e qualcuno raris­simo è una raccolta d'arte. Arte, sia detto fra paren­tesi, di cui dobbiamo rivendicare un primato alla nostra terra, perché ebbe la sua rinascenza qui, nel Pesarese, checché dicano i faentini.. Però non vorrete mica che io porti a casa mia quelle opere di carattere prevalente­mente profano. Lo zio, di certo, non ha mai pensato una cosa simile. Ricordo che, quando tornavo dal seminario, spesso egli mi conduceva a vedere i suoi quadri e mi illustrava il Quattrocento, che era la sua passione, e qualche volta sorridendo concludeva: « Pensa che bella raccolta per le sale di un prelato ».

Filippo                           - Da allora son passati più di trent'anni e ancora io non ero alunno dell'accademia, alla quale volle mandarmi proprio lui, lo zio, che era tanto contento della mia passione. (Telefono).

Giovanni                       - (all'apparecchio) Pronto Roma?... Siete voi, commendatore?... Sì, sono io... Novità?... Va bene... Se è così fate partire subito un ispettore... No, no, il Consorzio Bancario rimane convocato per dopo domani. Mi raccomando quei dati statistici: ho bisogno di esa­minarli domani sera... Ah, sì?... Rispondete pure all'am­basciatore che lo vedrò con piacere mercoledì, dopo il Consiglio dei Ministri... Esaminerò... Intanto su quel gruppo di pratiche il capo divisione mi faccia un rap­porto. Grazie. Arrivederci. (Depone il ricevitore e ri­prende il discorso coi fratelli). Comunque qui bisogna decidere. Il castello dev'esser riconsegnato al proprie­tario. Cosa facciamo? Intanto la miglior cosa è dire chia­ramente quello che si pensa. Per conto mio non ho ra­gione di nascondere che facevo assegnamento sulla vostra adesione per avere la raccolta dei quadri, che comple­terebbe ottimamente la galleria che ho messo insieme con tanta fatica e, voi Io sapete, con oneri non indiffe­renti. Questa mia aspirazione, anzi questa mia passione era a vostra conoscenza, e voi non mi avete mai detto una parola per avvertirmi che non dovevo contare sul vostro consenso.

Filippo                           - (a don Angelo, accennando a Giovanni) Ca­pisci? lui aveva già combinato tutto il progetto per conto suo: prendersi i quadri, dare a te la biblioteca e a me le maioliche. (Con una punta di ironia che irrita Giovanni) Punto e basta. Semplicissimo, no?

Giovanni                       - Se ragioni così vuol dire che preferisci il sistema del Codice: estrazione a sorte.

Filippo                           - Non per niente sei avvocato!...

Don Angelo                  - (subito) Filippo!

Giovanni                       - Lascialo dire, che, tanto... E poi lo so che dopo se ne pente.

Filippo                           - Del resto fate quello che volete. (E va via rapidamente a destra, senza ascoltare il richiamo ac­corato della madre).

Maria                             - Puccio...!

Giovanni                       - Però alle volte è proprio intrattabile.

Don Angelo                  - (si avvia) Sarà meglio parlarne in altro momento, con maggior serenità. (Comincia a salir la scala) Se mai mi chiamerete. Confesso che anch'io son tur­bato... Bisognerà rifletter bene. (Giunge lentamente all'uscio della sua camera ed esce).

Maria                             - (rannicchiata nella sua poltrona, si asciuga le lacrime in silenzio).

Giovanni                       - (le si accosta con trepida sollecitudine, come se solo adesso avvertisse il cruccio di lei) Ma no, mamma... Vuoi angustiarti per questo?

Maria i                           - Puccio è il più piccolo e anche il più tor­mentato dai suoi pensieri... Tu che sei il più grande devi cercare di comprenderlo... come se fossi suo padre...

Giovanni                       - Certo. Vuoi che non lo pensi? Su, sta tranquilla: lo troveremo il modo di risolvere, lo trove­remo, vedrai... Intanto vado a prendere una boccata d'aria buona... (Le fa una carezza e va all'aperto: allargando le braccia per respirare a pieni polmoni l’aria della campagna, scompare oltre la siepe, a sinistra. Nel cielo si sono accentuati i colori del tramonto).

Giustina                        - (frattanto è rientrata per le sue faccende; dopo un po' si volge a Maria) Signora, se volete ve­nire a dare un'occhiata... Mi pare che la Caterina sia un po' imbarazzata con quel dolce. Non l'ha mai fatto...

Maria                             - Ma io, adesso... non so... ho la testa che...

Giustina                        - Vi sentite poco bene?

Maria                             - No, no... Sarò un po' stanca...

Giustina                        - Si capisce: oggi non avete dormito...

Maria                             - Appunto. Va' tu a darle una mano. Pensa tu, a tutto. Vedi tu... perché io...

Giustina                        - Non dubitate: se andaste un po' a riposare, signora...

Maria                             - Sì, ma non vado a letto: è l'Ave Maria... Cerco di assopirmi qui. iSe venisse qualcuno, io non ci sono.

Giustina                        - Va bene. Nessuno vi disturberà. (Ha preso delle cose da un cassetto ed esce a sinistra. Si sentono le campane di una pieve lontana).

Maria                             - (sospira profondamente, e geme con le mani giunte volgendo gli occhi in alto) Dio mio... cosa posso fare? che cosa?... (Ricade su se stessa) Io non lo so... non lo so... (E rimane così, immobile, come se volesse fissare un pensiero).

( La scena si oscura per il trapasso all'altro quadro. Un canto lontano svanisce lentamente, mentre si comincia a sentire un allegro schiamazzo di bambini, sempre più in­tenso, poi, durante la prima scena del Secondo quadro, che si svolge nella stessa stanza, quarant'anni prima. 1 mobili son quasi tutti gli stessi. Al posto del telefono un tavolino sul quale sono dei libri e due cartelle da sco­laro. Lampadario ad olio. Sulla tavola un mucchio di in­dumenti da bambino. Fuori, invece della siepe, un mu­retto. Sullo sfondo un pagliaio. Tende alle vetrate. Acce­cante meriggio estivo).

QUADRO SECONDO

Il Fattore                       - (mezza età, calvo, vestito un po' rozzamente, con la giacca posata sulle ginocchia e la camicia senza colletto slacciata in alto, è seduto accanto alla tavola e si asciuga il sudore. Si alza, va in fondo a guardar fuori e torna a sedere, in attesa di qualcuno).

(Si sente il trotto di un cavallo, e poco dopo, da destra, entra lo zio Edmondo, anch'egli accaldato, con un om­brellino da sole e un grosso involto di carta).

Il Fattore                       - (si alza) Buongiorno, signor Edmondo.

Edmondo                      - (quasi quarant'anni, un po' caratteristico, baffi, basette, colletto bianco con un nastrino nero anno­dato, cappello di paglia) Oh, caro fattore. Non c'è Maria?

Il Fattore                       - Mi ha mandato a dire di aspettarla qui. Era laggiù sull'aia di Ca' La Quercia. N

Edmondo                      - Con questo caldo...!

Il Fattore                       - Ah, lei non ci bada, lo sapete... Stamat­tina, prima del giorno, è arrivata fino alla Spelonca alta, per la questione del bosco. E a me prima mi ha mandato alla fiera di Sant'Anna...

Edmondo                      - Ceravate anche voi?

Il Fattore                       - (Già... e poi all'Agenzia delle Imposte per via di quel ricorso. (Sorridendo) Mi fa trottare, mi fa. Mica che mi dispiaccia. Anzi... Si merita di più.

Edmondo                      - (s'è avvicinato alla finestra, apre: giunge più forte lo strepito dei bambini) Quelle canaglie non mi han visto, se no...

Il Fattore                       - Vi aspettavano.

Edmondo                      - (sorride) Lo so. (Forte) Ehi! Nino? An­gioino? Puccio? (Lo schiamazzo cessa) Eccoli qua: tre lepri. (Forte) Adagio, adagio! Eh, santo Dio! Ti sei fatto male? Bravo, non è niente. (Chiude) Il più piccolo non resta mica indietro.

Il Fattore                       - S'arrampica come un gatto. (Ansanti, rossi, impolverati, irrompono Nino e Puccio, seguiti a breve distanza da Angiolino, che nella caduta s'è strap­pato il vestito. Nino ha dieci anni, Angiolino otto, Puccio sei).

I Bambini                      - Zio... zio... Cosa ci hai portato? Fa ve­dere... (Si precipitano sull'involto) Eccolo. Apro io. No, io. Lascia...

Edmondo                      - (sorridendo compiaciuto) Alt! Un mo­mento. (Prende l'involto) Lo sapete che lo zio Edmondo vuole che si vada d'accordo. Se no, niente. Siamo intesi? (Mentre apre l'involto) Tu, Nino, che sei il più grande, devi dare l'esempio. A proposito, hai studiato oggi?

Nino                              - Sì.

Edmondo                      - Sentiremo. Non dobbiamo mica mandare un somarello al ginnasio. Ecco qua: invece di un soma-rello qui abbiamo un bel cavallone. (Toglie la carta e mostra ai bambini estatici un cavallo di cartapesta).

Puccio                           - Lo dai a me?

Edmondo                      - No, Puccio, lo dò a tutti. Se no dovrei com­prare tre cavalli, tre scatole di soldatini (mostra una sca­tola di soldati di piombo) e tre tamburini (mostra un tamburino, sul quale batte con le bacchette). Invece, così, potete giuocare tutti e tre insieme: avanti va il generale a cavallo: op-là; poi viene il tamburino che dà la ca­denza: turutun-tun-tun; poi marciano i soldati: unò-duè. Va bene, no? (Assenso dei tre). Ma guai se non andate d'accordo. i(Ad Angiolino) E tu, Angiolino? ti «ei strap­pato il vestito?

Angiolino                      - Non l'ho fatto apposta.

Edmondo                      - Però come fai, adesso, se devi andare alla dottrina? Sentirai don Giuseppe! (Angiolino si stringe nelle spalle). Be', ora andate. (I tre si precipitano a pren­dere ciascuno un giocattolo). Piano, piano. Ecco, tu que­sto. Così. E poi? Cosa dovete dare allo zio? (Prima Nino e poi gli altri due tornano indietro a baciarlo). Bravi. Così tutto è pagato. Via. (I tre scappano in fondo, scom­paiono. Edmondo sorride di affettuoso compiacimento) Canaglie! Sono le mie canaglie!

II Fattore                      - E' naturale che devono volervi bene. Si può dire che hanno ritrovato il padre, poverini.

Edmondo                      - (con un'ombra di tristezza) Eh, già! il po­vero Ferruccio sarebbe stato troppo contento... e per que­sto il diavolo non ha voluto. (Per scacciare il ricordo) Dunque, il raccolto non c'è male, vero?

Il Fattore                       - Con la stagione che abbiamo avuto non mi aspettavo tanto. (Da destra entra Maria).

Maria                             - (poco più di trent'anni, ancora in fiore, attiva, energica con tratti di dolcezza che rendono più persua­siva la sua decisione) Buon dì.

Edmondo                      - Addio, Maria.

Il Fattore                       - (s'è alzato in piedi) Signora...

Maria                             - Finalmente abbiamo accomodato la questione del confine, lassù.

Edmondo                      - Brava.

Maria                             - (al fattore) Avete pagato le tasse?

Il Fattore                       - Sì, ecco le bollette (gliele porge).

Maria                             - E alla fiera?

Il Fattore                       - I prezzi non si muovono.

Maria                             - Allora aspettiamo. Oggi viene l'ingegnere per il condotto dell'acqua. Volete accompagnarlo voi?

Il Fattore                       - Volentieri.

Maria                             - Così, passando dalla Valle, avvertite Daniele che prima di sabato non potrà trebbiare.

Il Fattore                       - Va bene.

Maria                             - Poi stasera verranno a caricare il grano. Ci vogliono due uomini. Chi ci sarebbe?

Il Fattore                       - Posso mandar Checco e Vincenzo, che han finito la falciatura. Ci penso io.

Maria                             - Bravo. Avete pranzato?

Il Fattore                       - No.

Maria                             - E allora andate giù in cucina. Cos'aspettate?

Il Fattore                       - (sorride) Ce sempre tempo. Con per­messo. (Esce a sinistra).

Maria                             - (cerca ago e filo e comincia a rammendare un paio di calzoncini) Tu non ti sei ricordato d'una cosa.

Edmondo                      - Che cosa?

Maria                             - Non mi dovevi portare quei libri?

Edmondo                      - Ah, già! Dove lo troverai il tempo anche per leggere io non lo so.

Maria                             - E' uno svago, la sera, quando i due grandi fanno i compiti (accenna al tavolino dei figliuoli) e Puc­cio dorme. Non dovrò mica diventare ignorante davvero. (Diversa) Ma dove ho messo l'ago e il filo?... Ah, ecco... Qui, se non si rammendano tutti i giorni, rimangono senza calzoncini...

Edmondo                      - (s'è avvicinato al tavolino e sfoglia un qua­derno di scuola, sorridendo) Anche Puccio, però, s'in­gegna.

Maria                             - (con tenerezza) Poverino. Vuol far tutto da solo: guai se gli tengo la mano. Poi, quando faccio le correzioni agli altri, allora le pretende pure lui, anche se ha fatto bene. (Un silenzio).

Edmondo                      - (diverso) Hai saputo che il conte Della Rocca va a stabilirsi a Milano?

Maria                             - (china sul lavoro) Lo so.

Edmondo                      - Mi darebbe in affitto il suo castello. Che ne dici?

Maria                             - Era una tua aspirazione: lo dicevi sempre...

Edmondo                      - Sì, ma... ora è un po' diverso. Tu lo sai meglio di me... per quale motivo il conte va via.

Maria                             - (lo guarda) Non c'è mica niente di male... E poi, se ho dovuto pregarlo, con una certa decisione, di lasciarmi in pace, tu non c'entri. Del resto, anche lui po­trebbe fare a meno di drammatizzare: è così naturale che la madre di tre bambini abbia altro per la testa che l'idea... di diventar contessa. Con la disgrazia che ho avuto di perdere il marito, figurati se posso dar retta a tante storie. Capisco che gli dispiaccia, ma almeno non faccia la vittima; se no, ti prego di dirglielo, diven­tiamo ridicoli tutt'e due. (Si sente lo scoppio di un litigio fra i bambini: pianti, strilli, proteste. Un vetro-va in frantumi).

Edmondo                      - E adesso che succede?

Maria                             - (va alla finestra) Scommetto che hai riportato qualche giocattolo... e loro, lo vedi?... (Forte) Nino, che fai? Aspettate, che vengo giù io. Metti via quel sasso, Puccio! (Corre fuori dal fondo. Si sente ancora la sua voce, fra le grida dei figliuoli) Fermi. Angiolino, vieni qui. Vergognatevi. Date a me. Niente a nessuno. A casa, subito. (Rientra con tutti i giocattoli che Edmondo aveva portato. Poco dopo i tre bambini appaiono in fondo, e rimangono lì, mortificati, coi capelli scomposti e i vestiti imbrattati, a prendersi il rabbuffo materno) Vergogna! Tre fratelli che invece di volersi bene si mettono a liti­gare come cani e gatti! Questa roba la prendo io. (Mette i giocattoli dentro un cassetto) La tengo io. E guai a chi la tocca! (A Edmondo) Sì, sì, va' a regalare qualche cosa a questi bei prepotenti. Guardateli lì: son ridotti come tre bestioline. (Ai bambini) Provatevi, provatevi a do­mandarmi che vi restituisca i giocattoli. Ve ne servite solo per dare i dispiaceri alla vostra mamma. Non ci pensate mica, voialtri, alla vostra mamma. Pensate sol­tanto a volere questo e quello. Poi, quattro moine e siete a posto. (Diversa) Avanti, venite qua, che è ora della merenda. E non la meritereste. Presto: mettetevi a posto. E zitti. (Va alla credenza, prende il pane, un piatto di pesche e un barattolo di marmellata, mentre i tre bambini mogi, mogi, guardando sottecchi lo zio che sorride loro di nascosto, vengono a sedersi alla tavola).

(La scena si oscura per il passaggio al Terzo quadro, nel quale la stanza riapparirà come al primo quadro, ma col lampadario acceso e le vetrate chiuse, essendo già buio. Durante il trapasso ritorna il suono delle campane, mentre si sente perdersi lontano il trotto di un cavallo, e, poco dopo, il fragore di un'automobile che viene a fermarsi vicino alla casa).

QUADRO TERZO

Giustina                        - (apparecchia lestamente la tavola, cantic­chiando).

Ferruccio                       - (dopo un po' entra cautamente dal fondo) M'hanno cercato?

Giustina                        - Non so; non credo.

Ferruccio                       - Dov'è la nonna?

Giustina                        - Di là, in cucina.

Ferruccio                       - E il babbo?

Giustina                        - (accenna a destra) Da un'ora 6on tutt'e tre laggiù nello stanzino del guardaroba.

Ferruccio                       - Come mai?

Giustina                        -  La signora s'era appisolata qui, e per non disturbarla...

Ferruccio                       - (sale la scala) Se mai, ricordati, io son tornato da mezz'ora, e son salito in camera a studiare.

Giustina                        - (sorride) Va bene.

Ferruccio                       - Brava. (Esce).

Giustina                        - (finisce di apparecchiare ed esce a sinistra mentre da destra si sentono voci concitate).

Filippo                           - (poco dopo entra di colpo da destra eccitato e rabbioso) Basta, basta, non ne parliamo più che è meglio.

Don Angelo                  - (lo segue per trattenerlo e ammonirlo) Ma vieni qui, ragiona. Che modo è questo?

Filippo                           - Ragionare?! E' inutile ragionare. Tanto non mi capite. Lui dice bene: ma lo so io cosa devo lottare' per mantenere la mia dignità. Si capisce: lui, il ministro, pensa a tutti fuorché a me, per paura che lo accusino di favoritismo o d'altro. E intanto io rimango sacrificato proprio per lui.

Giovanni                       - (si precipita in scena, acceso e sdegnato) Non è vero. Questa è una storiella che ti mette in testa tua moglie.

Filippo                           - Fammi il piacere di non occuparti di lei, hai capito?

Don Angelo                  - Andiamo, andiamo. Non è il modo questo.

Filippo                           - (« don Angelo) E allora comincia tu a rico­noscere la ragione.

Don Angelo                  - Io quello che dovevo dire l'ho detto.

Filippo                           - Anch'io.

Giovanni                       - (a Filippo) E' naturale: se sei andato an­che dall'avvocato!...

Filippo                           - Non ti riguarda.

Giovanni                       - (con ironia) In ogni modo diglielo pure, al tuo legale, che stia tranquillo, perché avrà una ele­gantissima questione, da trattare. Un caso interessante.

Don Angelo                  - Ma no.

Giovanni                       - Come no!? Tu non cedi, io nemmeno, lui meno di tutti, si capisce che la nostra discussione si deve ripetere in carta bollata.

Don Angelo                  - No, no, vedremo...

Filippo                           - Per me, ho la coscienza tranquilla.

Maria                             - (è apparsa sull'uscio di sinistra: si erge impe­riosa, e comanda). Basta! (Tutti ammutoliscono, e riman­gono a capo chino. Un silenzio. Maria viene avanti lenta­mente, con incedere severo). Ragazzi miei, non ci pen­sate mica, voialtri, alla vostra mamma. Pensate ,solo a volere, a volere quello che desiderate. Non avrei mai creduto di dover ripetervi delle parole che vi avrò detto tante volte chi sa quanti anni sono... prima di perdo­narvi qualche cosa. Io lo so quanto vi volete bene. E perché non ve lo dite? Intanto la roba dello zio la prendo io. Tutta. La farò portar qui. Ne disporrò quando sarà giunto il momento, secondo il mio criterio. E voi obbedirete. Provatevi, provatevi soltanto a fare un'osser­vazione. (Va all'uscio di sinistra e chiama) Giustina: porta in tavola. (Verso l’alto) Ferruccio?

La voce di Ferruccio     - Subito, nonna.

Giovanni                       - (commosso) Mamma.

Don Angelo                  - Brava mamma. Hai fatto bene.

Filippo                           - (trattenendo un singhiozzo le bacia una mano) Cara la nostra mamma...

Maria                             - (sorridendo fra le lacrime) . Eh, vedete che vi metto giudizio?! Su, a tavola. Da bravi. Ve li ricordate, no? i vostri posti... (Mentre Giustina porta la zuppiera fumante, Giovanni, don Angelo e Filippo riprendono i loro posti come alla fine del secondo quadro). Ecco, così. Da' a me il ramaiolo. (Maria si appresta a distribuir la minestra, volgendosi a Ferruccio che sopraggiunge) Tu, Ferruccio, lì, al posto del nonno!

FINE

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