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RANE

RANE

Commedia

di

Aristofane

(traduzione e note esplicative di Raffaele Cantarella)

           PERSONAGGI

XANTIA

DIONISO (1)

ERACLE

MORTO

CARONTE

CORO AGGIUNTO DI RANE   (2)

CORO DI INIZIATI

EACO

ANCELLA DI PERSEFONE

OSTESSA I  e  OSTESSA II

SERVO DI PLUTONE

EURIPIDE

ESCHILO

PLUTONE

Personaggi muti: Becchini; Dìtila, Scèblia, Pàrdoca, Sgherri di Ea­co, con altri due o più, Danzatrice, Servi.

1.Esattamente, sarebbe da accentare «Dionìso ».

2.Coro secondario di sole voci: i coreuti rimangono invisibili.

La scena rappresenta uno spiazzo, in fondo al quale sono due case: a destra quella di Eracle; a sinistra, quella di Plutone. Il viaggio agl’Inf eri

avviene attraverso l’orchestra.

Entra per primo Xantia, su un asino: sulla spalla porta un bastone a manico ricurvo, nel quale è infilato un fagotto contenente il bagaglio del padrone. Segue Dioniso, vestito di una stola femminile di color giallo

e camuffato da Eracle,. con clava e pelle di leone.

XANTIA (voltandosi verso Dioniso) — Padrone, ne dico una

delle solite) che il pubblico ci ride sempre?

DIONISO — Quello che vuoi, per Zeus, ma non « sono mas­sacrato »(1): guàrdatene bene, oramai è una cosa molto irritante.

XANTIA — E nemmeno qualche altra, una cosa fine?

DIONISO — Ma non: « che tormento! » (2)

XANTIA — E allora? Dico quella tutta da ridere?

DIONISO — E fatti coraggio, per Zeus. Soltanto, bada a non dire...

XANTIA — Che cosa?

DIONISO — che hai un grosso bisogno; e intanto cambi di spalla il bastone.

XANTIA — E neppure che, con tutto questo peso addosso, se nessuno me lo leva, finisce a scorregge?

DIONISO — No, ti supplico, se non quando avrò voglia di vo­mitare.

XANTIA — E che bisogno c’era che io portassi questo bagaglio, se poi non posso far niente di quello che fanno sempre Frinico e Ly­cis e Amipsia, ogni volta che, nelle loro commedie, qualcuno porta un bagaglio?

DIONISO — Ma tu non farlo: quando vedo a teatro qualcuna

di queste trovate, me n’esco invecchiato di più di un anno.

XANTIA (tragico) — O tre volte disgraziata, dunque, questa

mia cervice che è tormentata e non può dire la facezia!

DIONISO (al pubblico) — Ma non è impudenza, questa, e il colmo dell’arroganza? Io che sono Dioniso, figlio del Quartuccio (3),fatico a camminare; e lui lo faccio andare a cavallo, che non si af­fatichi a portare il peso!

XANTIA — E non lo porto io?

DIONISO — E come lo porti, tu che sei portato?

XANTIA — Portando questa roba.

DIONISO — In che modo?

XANTIA — A gran fatica.

DIONISO — E non lo porta forse l’asino, il peso che porti?

XANTIA — Ma non quello che ho addosso e porto io: no, per Zeus!

DIONISO — E come mai lo porti tu, che sei portato da un al­tro?

XANTIA — Non lo so: (cambiando spalla) questa spalla è mas­sacrata.

DIONISO — E allora, giacché dici che l’asino non ti giova, te

lo metti addosso e porti tu l’asino, invece.

XANTIA — Povero me, perché non ho combattuto (4) per mare? Adesso ti farei lamentare forte!

DIONISO (tirandolo giù) — Scendi, furfante. Camminando ec­comi oramai arrivato a questa porta: è qui che dovevo venire, per prima cosa. (Bussando forte) Ragazzo! Servo, dico, servo!

ERACLE (di dentro) — Chi ha battuto alla porta? Chiunque

sia, ci si è buttato contro come un centauro! (Apre: stupefatto a ve­dere Dioniso così conciato) Ma dimmi, che è questo?

DIONISO (sottovoce, a Xantia) — Servo...

XANTIA — Che c’è?

DIONISO (c. s.) — Non ti sei accorto?

XANTIA — Che cosa?

DIONISO (c. s.) — Che paura gli ho fatto.

XANTIA — Certo, per Zeus: che tu sia pazzo.

ERACLE (ridendo rumorosamente) — No, per Demetra, non ce la faccio a non ridere! Per quanto mi morda il labbro, ma rido lo stesso.

DIONISO (a Eracle) — Avvicinati, buonuomo: ho bisogno di qualcosa da te.

ERACLE (c. s.) — Ma non posso fare a meno di ridere, ve­dendo la pelle di leone sopra la stola gialla! Che significa? Cotur­no e dava che ci fanno, insieme? E dove te ne andavi?

DIONISO — Ero montato.., su Clistene (5).

ERACLE — E hai combattuto?

DIONISO (tronfio) — Certo: e abbiamo affondato dodici o tre­dici navi nemiche!

ERACLE (incredulo) — Voi due?

DIONISO — Proprio, per Apollo.

XANTIA (ironico, al pubblico) — E allora, mi svegliai.

DIONISO — Poi, mentre sulla nave mi leggevo fra me e me 1’« Andromeda » (6) a un tratto un desìo mi percosse il cuore, sa­pessi quanto forte!

ERACLE — Un desìo! Quanto grande?

DIONISO — Piccolo.., come Molone.

ERACLE — Di donna?

DIONISO — No certo.

ERACLE — Di fanciullo, allora?

DIONISO — Niente affatto.

ERACLE — Di uomo, dunque?

DIONISO (confuso) — Ahimè!

ERACLE — E te la facesti con Clistene?

DIONISO — Non sfottermi, fratello. Il fatto è che sto male, tanta è la brama che mi strugge.

ERACLE (ironico) — Di che genere, fratellino?

DIONISO — Non so spiegarmi. Ma cercherò di dirtelo per al­lusioni: t’è venuta mai, d’un tratto, una voglia di polenta?

ERACLE — Di polenta? Accidenti, migliaia di volte da che vivo!

DIONISO — Mi sto spiegando chiaro, o devo dirlo in altro

modo? (7)

ERACLE — Per la polenta, no: ho capito perfettamente.

DIONISO — Ebbene, così grande è la brama che mi divora

per Euripide.

ERACLE — Per quello morto ? (8)

DIONISO — E nessuno mi dissuaderà dall’andare da lui.

ERACLE — Giù all’Ade?

DIONISO — Certo, per Zeus: e anche più giù, se c’è qualcosa.

ERACLE — E a che scopo?

DIONISO — Ho bisogno di un buon poeta: (recitando)

« Quei non più sono, e i vivi son cattivi »(9)

ERACLE — E che? Non è vivo Iofonte ? (10)

DIONISO — In verità, è ancora la sola cosa che resta di buono...

se pure è così. Perché non so bene come va, questa faccenda.

ERACLE — E perché non vuoi portar su Sofocle, che è me­glio di Euripide, se proprio devi portarlo di laggiù?

DIONISO — No: prima devo prendere Iofonte da solo, e con­trollare che cosa riesce a scrivere, senza Sofocle. E poi Euripide, che è un furfante, saprebbe darmi una mano per svignarcela fin qui: mentre l’altro, bonaccione era qui e bonaccione è rimasto laggiù.

 ERACLE — E Agatone  11),dove si trova?

DIONISO — Un buon poeta, rimpianto dagli amici: ma mi ha lasciato e se n’è andato.

ERACLE — E dove, poverino?

DIONISO — Al convito dei beati.

ERACLE — E Senocle ( 12)?

DIONISO — Possa crepare, per Zeus!

ERACLE — E Pitangelo ( 13)?

XANTIA (fra di sé) — E di me, che mi son rovinato una spalla a questo modo, nemmeno una parola!

ERACLE — Ma non ci sono costì, a far tragedie, tanti altri gio­vincelli, più di diecimila? E sono più chiacchieroni di Euripide, per più di un chilometro!

DIONISO — Racimoli sono e ciarle, cori di rondinelle(14) e corruttori dell’arte! E se pure ottengono un coro, presto svaniscono, dopo aver pisciato una volta sulla tragedia (15) Ma un poeta geniale che faccia risonare una parola nobile, non lo troveresti,anche a cercarlo.

ERACLE — Geniale, come?

DIONISO — Geniale così, da pronunziare una parola spericolata come questa: « Etra... stanzetta di Zeus » (16)oppure « Del tem­po il piè », oppure:

« Cuor che giurar non vuole sulle vittime;

lingua spergiura, in disparte dal cuore! »(17)

ERACLE (ironico) — E ti piace, questa roba?

DIONISO — Anzi, ne vado più che pazzo.

ERACLE — Ma son buffonate, come pare anche a te.

DIONISO (solenne, citando) —« Nella mia mente tu non abitare:

una casa ce l’hai »(18)

ERACLE — E pure, mi sembra roba assolutamente pessima.

DIONISO — Tu insegnami a banchettare.

XANTIA (a parte) — E di me, nemmeno una parola!

DIONISO — Ecco dunque perché son venuto in questo arnese, simile al tuo: mi devi dire, se mai ne avrò bisogno, chi furono i tuoi ospiti quando andasti da Cerbero (19). Insegnameli: e poi i porti, le panetterie, i bordelli, le stazioni, i crocicchi, le fontane, le strade, le città, gli alloggi, le albergatrici... dove ci sono pochissime cimici.

XANTIA (c. s.) — E di me, nemmeno una parola!

ERACLE — Poverino e avresti davvero il coraggio di andarci, proprio tu?

DIONISO (deciso) — E basta, quanto a questo: ma indicami,fra le varie vie, quella per arrivare al più presto in fondo all’Ade; e che non sia né calda, né troppo fredda.

ERACLE (riflettendo) — Vediamo, quale ti insegnerò per pri­ma, quale? Una è quella della corda e dello sgabello, se t’impicchi.

DIONISO — Basta, è una via soffocante.

ERACLE — Poi, c’è un sentiero breve e ben battuto, quello

del mortaio.

DIONISO — Vuoi dire la cicuta?

 ERACLE — Per l’appunto.

DIONISO — Ma è fredda gelata: e subito intirizzisce gli stin­chi (20)

ERACLE — Vuoi che te ne indichi una spiccia e in discesa?

DIONISO — Bene, per Zeus, dato che non sono un camminatore.

ERACLE — Allora scendi al Ceramico.

DIONISO — E poi?

ERACLE — Sali in cima a quella torre alta (21)….

DIONISO — E che dovrei fare?

ERACLE — e di lassù guarda la partenza delle fiaccole. Poi, quando gli spettatori diranno « Via! », allora.., via anche tu.

DIONISO — Dove?

ERACLE — Giù.

DIONISO — E ci rimetto quei due involtini di cervello. No, non la faccio quella strada.

ERACLE — E allora?

DIONISO — Quella che ci scendesti tu allora.

ERACLE — Ma il viaggio è lungo: arrivi subito a un lago mol­to grande, senza fondo.

DIONISO — E poi, come l’attraverso?

ERACLE — Su una barchetta piccola così (accennando) un

vecchio barcaiolo ti traghetterà, per due soldi (22).

DIONISO (allusivo, al pubblico) — Che potenza hanno quei due soldi, dovunque! Come sono arrivati anche là?

ERACLE — Ce li portò Tèseo. Poi, serpenti e mostri innume­revoli vedrai, terribilissimi.

DIONISO — Non spaventarmi e non mettermi paura: non mi dissuaderai.

ERACLE — Poi tanto fango e sterco sempre fluente( 23): e den­tro ci giacciono chi offese l’ospite, chi inculò un ragazzo e non gli ha dato un soldo, chi maltrattò la madre o diede in faccia al padre o fece falso giuramento... o chi si ricopiò una tirata di Morsimo.

DIONISO — E poi, per gli dèi, oltre a questi ci vorrebbe pure chi imparò la danza pirrica di Cinesia.

ERACLE — Di là ti avvolgerà come uno spirar di flauti, e ve­drai una luce bellissima, come qui, e mirteti e tiasi( 24) beati, di uo­mini e donne, e un gran battere di mani.

DIONISO — E questi, chi sarebbero?

ERACLE — Gli iniziati...

XANTIA (a parte) — E io, per Zeus, faccio l’asino (25) che cele­bra i misteri! (Risoluto) Ma questa roba non la porto un attimo di più. (Scarica a terra il bagaglio)

ERACLE — i quali ti insegneranno tutto quel che ti occorre: abitano proprio sulla strada, vicino alla porta di Plutone. E tan­ti saluti, fratello. (Rientra in casa.)

DIONISO — Anche a te buona salute, per Zeus. (Al servo) E tu, riprendi il bagaglio.

XANTIA (deluso) — Prima ancora di averlo messo giù?

DIONISO — Sicuro, e subito subito.

XANTIA — No, ti supplico: piuttosto affitta qualcuno di quelli che portano a sotterrare, e deve fare questa strada.

DIONISO — E se non lo trovo?

XANTIA — Allora prendi me.

DIONISO — E va bene. Ecco che portano un cadavere. (Al morto) Ohi dico a te, proprio a te il morto: uomo, mi porteresti della roba all’Ade?

I becchini si fermano: il Morto si leva a sedere sul cataletto.

MORTO — Quanta, press’a poco?

DIONISO (indicando) — Questa.

MORTO — Mi dai due dracme?

DIONISO — Di meno, per Zeus.

MORTO (ai becchini) — Voi, riprendete la strada.

DIONISO — Aspetta, buonuomo, se ci mettiamo d’accordo.

MORTO (risoluto) — Se non sganci due dracme, non me ne parlare.

DIONISO (conciliante) — Tieni nove soldi.

I becchini ripartono.

MORTO (sdegnoso) — Piuttosto, torno in vita!

XANTIA (deluso) — Che superbia, il maledetto! Gli prenda un accidente! Vado io.

DIONISO — Sei bravo e generoso. Andiamo alla barca.

CARONTE (approdando) — Oop, accosta!

XANTIA — E che è questo?

DIONISO — Questa, per Zeus, è la palude che diceva Eracle; e vedo anche la barca.

XANTIA — Certo, per Poseidon: e questo è proprio Caronte.

DIONISO — Salve, o Caronte; salve, o Caronte; salve, o Ca­ronte 26!

CARONTE — Chi è che dai crucci e dagli affanni viene al ri­poso? Chi viene alla pianura del Lete, o alla Tosa dell’asino, o ai Cerberii, o alla malora, o al Tenaro (27)?

DIONISO — Io.

CARONTE — Monta su, presto.

DIONISO — E dove pensi di approdare?

CARONTE — Alla malora.

DIONISO (ironico) — Davvero?

CARONTE (rifacendolo) — Certo, almeno per te! Monta dunque.

Dioniso esegue.

DIONISO (a Xantia) — Qui, servo.

CARONTE — Io un servo non lo porto, a meno che non abbia combattuto in mare per... l’arrosto (28)!

XANTIA (scusandosi) — Ma io, per Zeus, ero ammalato di occhi.

CARONTE — E allora gira intorno allago, di corsa!

XANTIA — E dove aspetto?

CARONTE — Alla fermata, vicino alla Pietra del risecchito (29).

DIONISO — Hai capito?

XANTIA — Perfettamente. Disgraziato me, chi ho incontrato uscendo? (Parte per fare il giro della palude, cioè dell’orchestra.)

CARONTE (a Dioniso) — Siediti al remo. (Verso il pubblico) Se qualcuno deve passare, si sbrighi. (A Dioniso) E tu che fai?

DIONISO — Che faccio? Niente altro che sedere sul remo, dove mi hai detto tu.

CARONTE — Siedi qui dunque, pancione.

DIONISO (esegue) — Ecco fatto.

CARONTE — Adesso spingi avanti le braccia e stendile.

DIONISO (c. s.) — Ecco fatto.

CARONTE — E non farmi lo scemo: punta i piedi e rema sodo!

DIONISO — E come posso? Sono inesperto, non sono uomo di mare e non sono di Salamina!

CARONTE — E’ facilissimo: una volta preso il remo, sentirai

canti bellissimi.

DIONISO — Di chi?

CARONTE — Di rane-cigni (30) : una cosa magnifica!

DIONISO — E tu da’ la voce.

CARONTE — Oop, oop!

La barca si muove; dalla palude sale la voce delle Rane, invisibili.

RANE —Brekekekèx koàx koàx,

 brekekekèx koàx koàx.

 Palustre prole di fonti,

 insieme col flauto intoniamo

la musica degl’inni,

il canto nostro armonioso

 —koàx koàx —     

quale in onor di Dioniso Niseo

figlio di Zeus

levammo nelle Paludi (31),

allor che ebbra di festa

alle sacre Pentole (32)

 folla di popolo

 muove al mio tempio. Brekekekèx koàx koàx.

Brekekekèx koàx koàx.

DIONISO —E a me comincia a dolermi

l’osso sacro, o koàx koàx.

RANE —Brekekekèx koàx koàx.

DIONISO —Ma a voi forse ve ne frega niente.

RANE —Brekekekèx koàx koàx.

DIONISO —E crepate, voi e questo koàx!

Non fate altro che koàx.

RANE —Naturalmente, o impiccione.

Poi che me amano le Muse dalla bella cetra

e Pan (33) piè-caprino

che gode a l’armonia del flauto;

 e di me si compiace

 pur Apollo citaredo

 per la canna,

 sostegno alla cetra,

ch’io nutro nelle acque del lago.

 Brekekekèx koàx koàx.

DIONISO —E io ho le gallozze,

e da tempo il deretano è in sudore

e presto curvandosi dirà...

RANE —Brekekekèx koàx koàx.

DIONISO —E smettetela, o stirpe canora.

RANE —Più forte, invece, leveremo la voce,

 se mai altra volta

 nei bei giorni di sole

 saltammo fra il cipero e il giunco

godendo del canto

 fra i molti tuffi;

 ovvero, fuggendo la pioggia

 nel fondo, intonammo

 un’agile acquatica aria di danza

 fra il gorgogliar delle bolle.

DIONISO (stizzito) —Brekekekèx koàx koàx. Questo l’ho preso da voi!

RANE —una cosa terribile!

DIONISO —E per me ancor più terribile,dover crepare remando.

RANE —Brekekekèx koàx koàx.

DIONISO —Accidenti a voi: non me ne frega!

RANE —Ma noi strilleremo

con quanta forza abbiamo in gola,

 per l’intera giornata.

DIONISO (ri/acendo loro,forte) —Brekekekèx koàx koàx:

così non la spunterete!

RANE —E nemmeno tu con noi, comunque.

DIONISO (c. s.) —Ma nemmeno voi con me, giammai!

Se occorre strillerò tutto il giorno finché vi avrò sopraffatto col vostro koàx:

(con rabbia spara un grosso peto)

brekekekèx koàx koàx!

(Le Rane ammutoliscono; Dioniso esultante)

Lo sapevo bene che ve l’avrei fatto smettere, questo koàx!

CARONTE (a Dioniso) mentre la barca accosta) — Ferma, ohi,

ferma! Tira su i remi, sbarca e paga il passaggio.

DIONISO (scendendo) — Eccoti i due soldi. (Chiama) Xantia,

dov’è Xantia? Olà, Xantia!

XANTIA (di lontano) — Ooh!

 

DIONISO — Vieni qui.

XANTIA (arrivando dalla parte opposta) — Salve, padrone.

DIONISO — Che c’è da quelle parti?

XANTIA — Tenebre e fango.

DIONISO — Hai visto, per caso, quei parricidi e quegli sper­giuri di cui parlava Eracle?

XANTIA — E tu no?

DIONISO (indicando il pubblico) — Io sì, per Poseidon: e an­cora ne vedo. Ma su, che facciamo?

XANTIA — La cosa migliore è di andare avanti: questo è pro­prio il posto di quei mostri terribili, a quanto diceva lui.

DIONISO (fiero) — Avrà da piangere! Faceva lo spaccone per

mettermi paura: sa che io sono bellicoso e ne ha invidia.

(Solenne)

«Non v’è cosa che sia tanto mai fiera »(34)come Eracle. Per me, mi auguro proprio di trovarne qualcuno e di affrontare una lotta degna di questo viaggio!

XANTIA — Giusto, per Zeus: ecco che odo un rumore.

DIONISO (preoccupato) — Dove, dov’è?

XANTIA — Di dietro.

DIONISO (prendendolo per il braccio e /acendolo passare alle sue spalle) — Passa dietro.

XANTIA — Ma no, è davanti.

DIONISO (c. s. in senso inverso) — Passa davanti, allora.

XANTIA — Ecco che vedo, per Zeus, un mostro grande.

DIONISO (atterrito) — Di che specie?

XANTIA — Spaventoso. E diventa di tutte le specie: ora bue, ora mulo, e adesso poi donna bellissima.

DIONISO (baldanzoso) — Dov’è? Che io ci vada.., sopra (35).

XANTIA — Ma non è più donna: ora è cagna.

DIONISO — Allora è Empùsa (36),

XANTIA — Certo, tutta la faccia le splende di fuoco.

DIONISO — E ha una gamba di bronzo?

XANTIA — Proprio, per Poseidon: e l’altra, vedi, è di sterco.

DIONISO (atterrito) — E dove potrei scappare?

XANTIA — E io, dove?

DIONISO (ri.fugiandosi presso il sacerdote di Dioniso, seduto al centro della prima fila) — Sacerdote mio, proteggimi: poi si va a bere insieme!

XANTIA — Siamo spacciati, Eracle possente!

DIONISO — Fammi il piacere, uomo, di non chiamarmi e non dire il mio nome!

XANTIA — Dioniso, allora.

DIONISO — Tanto meno.

XANTIA (fingendo di rivolgersi a Empusa) — Va’ per la tua via. (A Dioniso) Da questa parte, padrone.

DIONISO (meravigliato) — Che c’è?

XANTIA — Coraggio, c’è venuta buona. Come Egèloco, anche noi possiamo dire: « Scampato ai flutti vedo ancor... la gatta »(37). Empusa se n’è andata.

DIONISO (incredulo) — Giura.

XANTIA — Quanto è vero Zeus.

DIONISO (c. s.) — Giura ancora.

XANTIA — Quanto è vero Zeus.

DIONISO (c. s.) — Giura.

XANTIA — Quanto è vero Zeus.

DIONISO (rassicurato) — Povero me, come impallidii a vederla!

XANTIA (indicando le tracce della paura sulla stola) — E que­sta, per la paura, ha dato al giallo.

DIONISO (tragico) — Ahimè, donde mi caddero addosso tante

sventure? Qual dio accuserò di rovinarmi?

« Etra di Zeus stanzetta », ovver « del tempio il piè? »(38)

(Dall’interno giunge un’armonia di flauti) — Ohi tu!

XANTIA — Che c’è?

DIONISO — Non hai sentito?

XANTIA — Che cosa?

DIONISO — Uno spirar di flauti.

XANTIA — Certo: e come un’aura di fiaccole mi spira incontro, molto mistica.

DIONISO — Acquattiamoci tranquilli e ascoltiamo. (Si nascon­dono verso l’ingresso di sinistra,’ Xantia depone il bagaglio.)

CORO  _ (ancora invisibile, mentre la voce si viene avvicinando) —

Iacco (39), o Iacco!

Iacco, o Iacco!

XANTIA — Ecco, padrone: sono gli iniziati, come diceva Era­de. Se la spassano da queste parti, e cantano in onore di Iacco, quello di Diagora (40).

DIONISO — Pare anche a me: e allora è meglio starcene tran­quilli, per sapere chiaramente.

CORO  (c. s.) —Iacco, o molto venerato che qui hai dimora —

Iacco, o Iacco —

vieni su questo prato a danzare

 tra i pii confratelli,

 scuotendo intorno al capo

 la virente corona di mirti carica di bacche;

 e con piede ardito batti a tempo

lo sfrenato rito gioioso

 cui han tanta parte le Cariti,

 la santa danza sacra per i pii iniziati.

XANTIA — O Signora molto venerata, figlia di Demetra, come soave mi spira incontro un olezzo di carni porcine (41)!

DIONISO — Vuoi startene dunque tranquillo, se mai ci prendi un po’ di budella?

CORO (entrando dall’ingresso di destra: sono vestiti di bianco,

con una corona sulla testa, e portano in mano una fiaccola) —

Ravviva le flammee faci con le mani squassando —Iacco, o Iacco —

astro splendente del notturno rito.

 Di fiamme il prato

sfavilla. Dei vegliardi

balza il ginocchio: e nella sacra festa

 si scrollan di dosso gli acciacchi

e il lungo corso degli anni antichi.

E tu splendente per la face precedi e guida, o beato,

verso l’umido piano fiorito la gioventù che danza.

 CORIFEO (in veste di ierofante) — Bisogna che taccia e lasci luogo al nostro coro chiunque è inesperto di questo linguaggio o non è puro di spirito, o non vide né danzò i riti delle nobili Muse, né fu iniziato ai misteri bacchici della lingua di Cratino il Tauro­fago (42)o si compiace di versi buffoneschi che muovono il riso a sproposito. E chi non compone le fazioni avverse per il bene dei cittadini, ma le attizza e le fomenta per brama di proprio guada­gno; e chi, al governo della nostra patria sconvolta dalla tempesta, si lascia corrompere con doni, e consegna una fortezza o le navi; o da Egina esercita il contrabbando, come quel miserabile Toricione esattore delle vigesime(43), facendo passare per Epidauro calaverne e vele e pece. E chi induce qualcuno a fornir danaro per le navi dei nemici (44); e chi smerda i simulacri di Ecate e poi canta nei cori ciclici (45)e chi, da uomo politico, rosicchia (46)la mercede ai poeti perché l’hanno messo in ridicolo nelle feste nazionali di Dioniso. A costoro io proclamo e ordino ancora e ordino per la terza volta, di far luogo al coro degli iniziati. E voi, ravvivate il canto e la nostra veglia notturna, che a questa festa  convengono.

CORO —E ognuno baldamente avanzi

verso i seni fioriti dei prati

tripudiando e sfottendo

e scherzando e beffando.

A sufficienza abbiamo pranzato.

 In cammino dunque:

e fa’ di lodare nobilmente,

 modulando la voce,

la Salvatrice

che la nostra terra promette di salvare per sempre,

 pur se Toricione non voglia.

CORIFEO — Su dunque, altra armonia di inni fate risuonare, ornando di sacri canti la dea Demetra, regina delle ricche messi.

CORO —Demetra delle sante orge

 signora, tu pure assistine

 e questo tuo coro proteggi:

 e fa’ che per tutto il giorno

 serenamente io canti e danzi.

 E che io dica molte cose scherzose,

 ma anche molte cose serie;

e dopo aver scherzato e beffato

 come nella tua festa conviene,

 io sia coronato vincitore!

CORIFEO — E ora, suvvia, invocate qui con i canti anche

Il bel dio, compagno di strada in questa danza.

CORO —Iacco molto onorato, tu che di questa festa

inventasti la soave melodia,

vieni qui, accompagnane presso la dea

e mostra che senza fatica (47)

lunga strada tu fai.

Iacco amico a le danze, accompagnami!

 Poi che tu per scherzo e con parsimonia

riducesti in pezzi (48) miei sandali e questi cenci,

e trovasti il modo che noi senza danno

si scherzi e si danzi.

Iacco amico a le danze, accompagnami!

E infatti sbirciando ho visto testé

di una fanciulla compagna di danza

e carina davvero,

dalla tunica lacerata

spuntar fuori una tettina.

Iacco amico a le danze, accompagnami!

XANTIA —Ad accompagnare, io ci sto sempre e a scherzare con lei danzando.

DIONISO —E anch’io per giunta.

CORIFEO —Volete dunque che insieme

noi si sfotta Archedèmo (49)?

A sette anni, ancora non ha messo... i  confratelli:

e ora fa il demagogo

fra i morti di lassù

e lì ha il primo posto in scelleratezza.

 E il figlio di Clistene (50) —sento dire — fra le tombe

si spela il sedere e si straccia le guance.

E tutto curvo si batte il petto

e piange e chiama forte

 Sebino... quel tale di Anaflistio (51).

E dicono che anche Callia

questo qui, il figlio di Ippobìno,

combatteva per mare con addosso una pelle... di fica.

 DIONISO (al Corifeo) —Sapreste dunque dirci dove abita da queste parti Plutone? Siamo stranieri appena arrivati.

CORIFEO —Non ha da andar lontano

 né da chiedermi ancora:

ecco, vedi, sei arrivato alla porta.

DIONISO (a Xantia) —Alza su di nuovo, servo.

XANTIA (a malincuore esegue) —Ma che storia è questa?

C’è proprio « Corinto figlio di Zeus (52) nel bagaglio!

CORIFEO — Avanzate dunque nel sacro recinto della dea, nel piano fiorito folleggiando, voi che partecipate alla festa cara alla dea. Io, me ne vado con le ragazze e con le donne, a portar la sacra fiaccola, dove fanno la veglia in onor della dea.

CORO —Andiamo nei prati fioriti

 pieni di rose,

 a nostro modo

 folleggiando nella danza bellissima (53),

 cui si uniscono le Moire beate.

 Poi che per noi solamente

 è il sole e la sacra luce,

 quanti siamo iniziati

 e piamente ci comportiamo 

 con stranieri e cittadini.

DIONISO (al servo) — E ora, in qual modo busserò alla porta? Come? Come bussa, qui, la gente del posto?

XANTIA — Non perder tempo ma tasta la porta, tu che hai di

Eracle l’aspetto e l’ardire.

DIONISO (bussando) — Servo, servo!

EACO (di dentro) — Chi è?

DIONISO (con voce grossa) — Eracle il possente.

EACO (apre: credendo di trovarsi dinanzi Eracle) — Pezzo di fetente e svergognato e temerario, scellerato e tutto scellerato e scelleratissimo! Tu inseguisti Cerbero, il mio cane, che io custodivo:lo prendesti, lo strozzasti e poi te la svignasti portandotelo! Ma ora ti ho preso in cintura! E ti tengono la roccia di Stige dal nero cuore e la rupe d’Acheronte stillante sangue e le cagne erranti di Cocìto ed Echidna dalle cento teste che dilanierà le tue viscere (54). E ai polmoni ti si attaccherà una murena di Tartesso, e i rognoni sanguinolenti con tutte le interiora ti sbraneranno le Gorgoni Ti­trasie, « verso le quali il piè veloce muovo (55).      (Rientra.)

XANTIA (a Dioniso, che si è accosciato) — O tu, che fai?

DIONISO — E’ scappata: invoca il dio (56).

XANTIA — Buffone, alzati subito, prima che qualche estraneo ti veda.

DIONISO (pallido, con un filo di voce) — Svengo: mettimi una spugna sul

Cuore.

XANTIA-Ecco, tieni: applica. (Dioniso porge il sedere.)Dov’è ? Santi dèi! Lì ce l’hai, il cuore?

DIONISO (con/uso) — Per la paura, mi è sceso in fondo al ven­tre.

XANTIA — O il più vigliacco fra gli dèi e gli uomini!

DIONISO (risentito) — Io? E come vigliacco, io che ti ho chiesto la spugna? Un altro, certo, non lo avrebbe fatto.

XANTIA — E che avrebbe fatto?

DIONISO — Rimaneva lì ad annusare, da quel vile che era: io invece mi sono rialzato, e mi sono pulito per giunta!

XANTIA (ironico) — Che coraggio, o Poseidon!

DIONISO — Lo credo, per Zeus. Ma tu, non hai avuto paura, a quel fracasso di parole e di minacce?

XANTIA (con aria indifferente) — No, per Zeus, nemmeno me ne curai.

DIONISO — E allora, visto che sei ardito e valoroso, tu diventi me: prendi qui dava e pelle di leone, giacché hai viscere intrepide.E io, a mia volta, ti farò da portabagagli.

XANTIA (soddisfatto) — Dammi la roba, presto. (Si scambiano le parti.) Bisogna pure obbedire. (Eseguono il travestimento.) E guarda a questo Eracle-Xantia, se sarò vigliacco e avrò il tuo ardite.

DIONISO — Per Zeus, sei davvero quella canaglia di Meiite (57). Va bene: e io mi prendo addosso il bagaglio. (Esegue.)

ANCELLA (uscendo dalla casa di Plutone; a Xantia) — Sei tor­nato  carissimo Eracle?  Entra qui (58): la dea, appena saputo del tuo arrivo, subito si diede a impastare pani; poi mise a cuocere due o tre pentole di polenta di legumi, un bue intero ad arrostire sui carboni, infornò focacce e pasticcini. Entra dunque.

XANTIA (sostenuto, senza muoversi) — Benissimo, grazie.

ANCELLA (insistendo) — Per Apollo, non permetterò mai che te

ne vada: ha messo anche a lessare i polli, ha abbrustolito i ceci e

ha miscelato un vino dolcissimo. Entra dunque con me.

XANTIA (c. s.) — Molto bene.

ANCELLA (e. .s.) — Ma tu stai scherzando! Non ti lascio andare,

sai. E poi... (ammiccando) dentro c’è per te una flautista bellis­sima e due o tre danzatrici.

XANTIA (con interesse) — Come hai detto? Danzatrici?

ANCELLA — Tenerine e appena depilate. Ma entra: il cuoco sta togliendo dal fuoco i tranci di pesce, e la tavola era già pronta.

XANTIA (deciso) — Va’, allora: e di’ anzitutto alle danzatrici là dentro che sto arrivando io. (Ancella rientra in casa; a Dioniso)   Seguimi, servo, e porta il bagaglio.

DIONISO (ribellandosi) — Férmati, tu. Per caso, non prenderai sul serio il mio scherzo di travestirti da Eracle? Non farmi lo scemo, Xantia: riprenditi addosso il bagaglio e portalo.

XANTIA — E che? Pensi davvero di togliermi quello che tu stesso mi hai dato?

DIONISO (spogliandolo) — E non presto, ma lo faccio ora. Metti giù la pelle.

XANTIA — Prendo gli dèi a testimoni e mi affido a loro.

DIONISO (ironico) — Proprio, gli dèi! Ma non è una cosa in­sensata e sciocca che tu, schiavo e mortale per giunta, pensi di es­sere il figlio di Alcmena?

XANTIA (rassegnato) — E va bene, eccoti la roba. (Restituisce clava e pelle di leone, e riprende il bagaglio.) Ma un giorno forse,se un dio vorrà, avrai bisogno di me!

CORO —Certo, è cosa degna di un uomo

che abbia senno e giudizio

e sia molto navigato,

il rigirarsi sempre

verso la murata più sicura:

piuttosto che starsene fermo

come una polena dipinta

sempre nella stessa posizione.

E buttarsi al morbido

è proprio di un uomo abile,

di un autentico Teràmene (59).

DIONISO —E non sarebbe una cosa ridicola se Xantia, ch’è uno schiavo,

su tappeti milesii sdraiato si sbattesse una danzatrice e poi chiedesse il pitale?

E che io invece stessi a guardarlo manovrandomi il cece: e lui — furfante com’è — a vedermi, mi tirasse un cazzotto da farmi saltar via dalla mascella i denti davanti?

OSTESSA I (uscendo dalla casa di Plutone, con un moto di sor­presa) — Platane, Platane, vieni qui! (Indicando Dioniso-Eracle) Eccolo, quel mariuolo che arrivò una volta all’albergo e mi divorò sedici pagnotte!

OSTESSA II (accorrendo di dentro) — È proprio lui, per Zeus!

XANTIA (a parte) — Per qualcuno si mette male.

OSTESSA I — E per giunta venti porzioni di lesso, da mezzo soldo l’una.

XANTIA (c. s.) — Qualcuno la pagherà.

OSTESSA I — E poi tanti agli.

DIONISO (preoccupato) — Tu vaneggi, donna, e non sai quel che dici.

OSTESSA I — Tu piuttosto, perché portavi i costumi, pensavi che non ti avrei più riconosciuto! E poi, non ho detto ancora tutti quei salumi.

OSTESSAII — E nemmeno, per Zeus, quella caciotta fresca —povera te! — che ingoiò con tutte le fiscelle.

OSTESSA I — Poi, quando volli i soldi, mi guardò torvo, muggendo...

XANTIA (a parte) — Questa è proprio da lui: è la sua maniera dovunque.

OSTESSA I — e tirò fuori la spada, facendo il pazzo.

OSTESSA II — Poverina, per Zeus!

OSTESSA I — Noi due, per lo spavento, saltammo subito in soffitta. E lui filò via d’un balzo, portandosi anche le stuoie.

XANTIA (c. s.) — Anche questa è da lui.

OSTESSA I — Ma bisognerebbe fare qualcosa. (A Ostessa Il)Va’ a chiamarmi Cleone, il mio protettore...

OSTESSA II— E tu guarda se mi trovi Iperbolo (60).

OSTESSA I — e così lo pestiamo! (A Dioniso) Gola scellerata, che gusto spezzarti con un sasso i molari che hanno divorato la mia roba!

XANTIA (a parte) — E per me, gettarti nel Baratro!

OSTESSA II — E per me, con una falce tagliarti quel gozzo che ha inghiottito le mie trippe!

OSTESSA I — Vado dunque a cercare Cleone: oggi stesso sbroglierà la faccenda, citandolo in giudizio. (Rientrano entrambe in casa.)

DIONISO (a Xantia, con aria melliflua) — Che io muoia di mala morte, se non voglio bene a Xantia!

XANTIA — Lo so il tuo pensiero, lo so. Basta con questo di­scorso. Io non ritorno Eracle, no!

DIONISO (insinuante) — Proprio no, piccolo Xantia?

XANTIA (ri/acendolo) — E come mai io, schiavo e mortale per

giunta, diventerei il figlio di Alcmena (61)?

DIONISO — Lo so che sei sdegnato, lo so: e hai ragione. E se anche me le dessi, non avrei nulla da ridire. Ma (solenne) se mai in avvenire io abbia ancora a toglierti questo vestito, possa essere sterminato malamente e totalmente: io, mia moglie, i bambini.., e Archedèmo il cisposo (62)!

XANTIA — Accolgo il giuramento: a questo patto accetto.

Si scambiano di nuovo costume e bagaglio.

CORO (a Xantia) —Ora, dato che hai ripreso

l’abito che avevi,

tocca a te

ringiovanire daccapo

e far la faccia feroce,

ricordandoti del dio

cui somigli all’aspetto.

Ma se poi ti farai sorprendere

a far lo scemo e ti lasci scappare

qualche... viltà, dovrai per forza

riprenderti addosso il bagaglio.

XANTIA —Non è cattivo, gente,il vostro consiglio: anch’io

stavo riflettendo la stessa cosa. Costui infatti, se mai gli vada bene, cercherà ancora di togliermi questa veste, lo so. Ma io mi mostrerò virile nell’ardire, con sguardo di origano (63). E ce n’è bisogno, pare: ecco, sento rumore alla porta.

Entra in scena Eaco con due sgherri, ai quali indica Xantia.

EACO — Legate subito questo ladro di cani, sbrigatevi: deve pagarla.

DIONISO (a parte) — Per qualcuno va male.

XANTIA (brandisce la clava) — Alla malora, non v’accostate!

 EACO — Ah sì, e ti ribelli? (Chiamando) Dìtila, Scèblia, Pàr­doca, accorrete e vedetevela con lui.

Servi accorrono e disarmano Xantia.

DIONISO (con aria ingenua) — Ma è una cosa terribile: dopo aver rubato la roba degli altri, poi mena pure mazzate!

EACO — una cosa enorme,anzi!

DIONISO — Veramente terribile e indegna!

XANTIA — Per Zeus, se mai son venuto qui un’altra volta o ti ho rubato pure il valore di un capello, voglio esser morto, qui stesso! Ma io farò per te una cosa molto generosa: prendi li (indica Dioniso) il mio schiavo e mettilo alla tortura (64). E se mai mi trovi colpevole, mandami a morte.

EACO — E come lo torturo?

XANTIA — In qualsiasi modo: legalo al cavalletto, sospendilo, sferzalo col flagello a punte, scuoialo, torcilo, poi versagli aceto nel­le narici, coprilo di mattoni infocati, e qualunque altra cosa... tranne che batterlo col porro e con la cipolla novella (65).

EACO — Dici giusto: e se te lo storpio di botte, il tuo schiavo,la cauzione è pronta.

XANTIA — Non voglio niente: portalo via senz’altro e mettilo alla tortura.

EACO — Qui allora: così parlerà sotto i tuoi occhi. (A Dio­niso) Tu metti giù il bagaglio, subito: e bada a non dire bugie, qui.

DIONISO (con aria altezzosa) — Proibisco a chiunque di met­termi alla tortura: io sono immortale. Altrimenti, da’ la colpa a te stesso.

EACO — Che vuoi dire?

DIONISO — Sono immortale, dico: Dioniso figlio di Zeus. Lo schiavo, (indicando Xantia) è lui.

EACO (a Xantia) — Hai sentito?

XANTIA — Certo. E’ una ragione di più per frustarlo: se vera­mente è un dio, non se ne accorgerà.

DIONISO (a Xantia) — E allora, dato che anche tu affermi di essere un dio, avrai anche tu tante percosse quante io.

XANTIA — Giusto. (A Eaco) E quale di noi due vedrai pian­gere per primo o preoccuparsi delle botte, credi pure che non è quello il dio.

EACO (a Xantia) — Non c’è dubbio, sei un galantuomo e proce­di secondo giustizia. (Ad entrambi) Spogliatevi dunque.

XANTIA — E in qual modo ci torturerai equamente?

EACO — E’facile: colpo per colpo, a ciascuno dei due.

XANTIA (oflrendosi) — Dici bene, eccomi. (Eaco percuote; Xantia rimane impassibile) E guarda se mi vedi muovere appena.

EACO — Ma ti ho già colpito!

XANTIA (indiflerente) — No, per Zeus.

EACO (dubbioso) — Non sembra nemmeno a me. E ora pas­so a darle a quest’altro. (Colpisce Dioniso.)

DIONISO (im passibile) — E quando?

EACO — Ma già ti ho percosso!

DIONISO — E come mai non ho starnutito nemmeno (66)?

EACO — Non capisco: proviamo ancora con questo. (Colpisce Xantia.)

XANTIA (im passibile) — E sbrigati dunque. (Altro colpo.) Ah,ah!

EACO — Che è questo « ah, ah »? Hai sentito dolore?

XANTIA (indifferente) — No, per Zeus: stavo pensando quan­do si farà la festa di Eracle nelle Diomee (67).

EACO — Che sant’uomo! Torniamo all’altro. (Colpisce Dioni­so.)

DIONISO — Oh, oh!

EACO — Che c’è?

DIONISO - Vedo cavalieri.

EACO — E perché piangi?

DIONISO — Sento odor di cipolla (68).

EACO — E delle botte non ti curi per niente?

DIONISO — Non me ne frega niente.

EACO — Allora, torniamo ancora a questo qua. (Colpisce Xan­tia.)

XANTIA — Ahi!

EACO — Che c’è?

XANTIA (indicando il piede) — Levami quella spina.

EACO — Ma che storia è questa? Torniamo ancora daccapo. (Colpisce Dioniso.)

DIONISO — Apollo... « tu che Delo e Pito reggi! »(69)

XANTIA (a Eaco) — Si è fatto male, hai sentito?

DIONISO (indifferente) — Io, proprio no: mi ricordavo un giambo di Ipponatte.

XANTIA (a Eaco) — Così non fai niente: pestalo nei fianchi.

EACO — Certo, per Zeus: (a Dioniso) presenta la pancia, ora.(Colpisce.)

DIONISO — Poseidon...

XANTIA — Qualcuno soffre.

DIONISO —« tu che la vetta Egea reggi e gli abissi del glauco mare! »(70)

EACO (disorientato) — Per Demetra, non riesco a capire chi è il dio, di voi due. Ma entrate: il mio padrone in persona e Per­sefassa vi riconosceranno, dato che anch’essi sono dèi.

 (Entrano tutti nella dimora di Plutone.)

DIONISO — Hai ragione. Ma preferivo se ci pensavi più presto,

prima che io ce le prendessi! (Rientrano tutti.)

CORO —Musa, prendi possesso dei sacri cori e vieni

per la gioia del mio canto,

a veder questo stuolo grande di popolo, dove

saggi innumerevoli

seggono più ambiziosi di Cleofonte (71):

cui sulle labbra ambigue stranamente freme

la rondinella tracia

posata su barbaro petalo; e risuona

flebile melodia d’usignolo, che lui è spacciato

anche se i voti son pari (72).

CORIFEO — E giusto che il sacro coro dia utili consigli e am­maestramenti alla nostra città. E in primo luogo pensiamo si debba­no parificare i cittadini e liberarli dal timore. E se qualcuno, ingan­nato dai maneggi di Fninico (73) ha sbagliato, io affermo che a quelli che allora scivolarono deve esser permesso, una volta assolti, di cancellare le colpe passate. Poi, che nessuno più in questa città dev’essere privato dei diritti civili: è veramente una vergogna che al­cuni, per aver combattuto una sola battaglia navale (74), di colpo siano trattati come i Plateesi e, da servi, divengano padroni. Per me, non direi che questo non è bene, e anzi l’approvo perché è l’unica cosa ragionevole che avete fatto: ma oltre a ciò, voi, a quelli che tante volte — essi e i loro padri — combatterono sul mare insieme con voi e sono della vostra gente, dovete perdonare quell’unico infortu­nio, ora che ve lo chiedono. Smettete dunque la collera, voi che avete tanto senno: e di buona volontà facciamo che siano come no­stri parenti, e cittadini eguali nei diritti, tutti quelli che hanno com­battuto insieme con noi. Se invece, gonfi di orgoglio, montiamo in superbia, e per giunta con la patria « nelle braccia dei flutti » (75)in avvenire poi non sembreremo affatto saggi.

CORO —Se io son capace di vedere nella vita e nell’indole d’un uomo(76)

che un giorno piangerà,

anche questa scimia che ora ci dà tanta noia,

Clìgene (77) il piccolino,

il più scellerato fra quanti padroni di bagni

regnano sulla lisciva mescolata con cenere e con falso nitro e sulla terra Cimolia (78), non per molto ancora starà in mezzo a noi.

Lui lo sa: ma non può starsene tranquillo per paura che un giorno

 passeggiando ubriaco senza bastone, non abbiano a spo­gliarlo.

CORIFEO — Spesso mi è parso che la nostra città, verso i buo­ni e onesti cittadini, si comporti allo stesso modo che verso la mo­neta antica e i nuovi pezzi d’oro (79).  Dell’antica infatti, che non falsificata anzi è certamente la più bella di tutte le nostre, la sola ben coniata e apprezzata dovunque, fra Greci e barbari, di quella non ci serviamo affatto: ma soltanto di questi cattivi pezzi di rame, conia­ti ieri e ieri l’altro con pessimo conio. E fra i cittadini, quelli che noi conosciamo come bennati e saggi, galantuomini valorosi e giusti, al­levati nelle palestre e nei cori e nella buona educazione, noi li ol­traggiamo: e invece questi di rame, stranieri e rossi di pelo (80) spre­gevoli e discendenti da gente spregevole, ultimi arrivati che prima d’ora la città non avrebbe facilmente preso alla cieca nemmeno come vittime espiatorie, di questi ci serviamo per ogni uso. Ma almeno ora, o stolti, cambiate abitudini e tornate a servirvi delle persone per be­ne. Se vi andrà bene, sarete lodati. Ma se pure sbaglierete in qualche cosa, almeno, a giudizio dei saggi, vi sarete impiccati a un bell’al­bero (81),se proprio vi capiterù qualcosa.

SERVO (esce dalla casa di Plutone, discorrendo con Xantia)—Per Zeus Salvatore, che nobile uomo è il tuo padrone!

XANTIA — Se non è nobile lui, che sa solo trincare e fottere!

SERVO — E poi, non pestarti nemmeno, quando ti ebbe pro­vato chiaramente che tu, uno schiavo, affermavi di essere il padrone!

XANTIA — Avrebbe avuto da piangere!

SERVO (ammirato) — Certo, è degno di un vero schiavo quel che hai fatto: è quel che piace fare anche a me.

XANTIA — Ti piace, dimmi?

SERVO — Anzi mi sento come un epopta (82)  quando, di nasco­sto, mando un accidente al padrone.

XANTIA — E quando, dopo averne prese tante, te ne esci fuori brontolando?

SERVO — Anche a quello ci godo.

XANTIA — E quando fai l’impiccione?

SERVO — Non lo so nemmeno io quanto, per Zeus!

XANTIA — O Zeus nostro protettore! E quando stai ad origliare quello che dicono i padroni?

SERVO — Ne vado più che pazzo.

XANTIA — E quando vai a raccontarlo fuori?

SERVO — Io? Quando faccio questo, per Zeus, vengo (83) perfi­no!

XANTIA — Per Febo Apollo! Dammi la destra e lascia che ti baci e baciami anche tu! E dimmi, per Zeus che è un furfante come noi... (si ode dall’interno un gran baccano), cos’è questo fracasso lì dentro e queste grida e questo  alterco?

SERVO — Sono Eschilo ed Euripide.

XANTIA — Ah!

SERVO — Una faccenda, una faccenda grossa si agita fra i mor­ti, una vera rivoluzione!

XANTIA — E perché?

SERVO — Quaggiù c’è una regola, riguardo a tutte le arti nobili e belle: il migliore fra i propri compagni d’arte, riceve il vitto nel Pritaneo e un seggio accanto a Plutone  (84).

XANTIA (interrompendo) — Capisco.

SERVO — finché arrivi un altro più bravo di lui nell’arte: allo­ra deve cedergli il posto.

XANTIA — E perché questo ha sconvolto Eschilo?

SERVO — Era lui che occupava il trono tragico, in quanto era il migliore nella sua arte.

XANTIA — E adesso chi è?

SERVO — Appena arrivato giù, Euripide si esibì davanti a grassatori, rapinatori, parricidi e scassinatori, che son gran folla nell’Ade. Quelli, ascoltando le sue controversie e gli sgambetti e i raggiri, ne andarono pazzi e lo giudicarono il più bravo: e lui, mon­tato in superbia, s’impadronì del trono dove sedeva Eschilo.

XANTIA — E non lo lapidarono?

SERVO — Anzi, per Zeus, il popolo reclamò a gran voce un giudizio, per vedere chi dei due fosse più valente nell’arte!

XANTIA — Quei farabutti!

SERVO — E gridavano fino al cielo, per Zeus!

XANTIA — Ma Eschilo non aveva altri alleati?

SERVO — La gente dabbene è poca, (indica il pubblico) co­me qui.

XANTIA — E Plutone, allora, che conta di fare?

SERVO — Istituire subito una gara e un giudizio: una prova fra

loro due per l’arte.

XANTIA — E come mai non s’impadronì del trono anche So-

focle?

SERVO — Lui no, per Zeus! Anzi, appena scese giù, baciò Eschilo e gli diede la mano: e quello gli fece posto sul trono. .E ora —come diceva Clidèmide(85) — vuole starsene di riserva: se vince Eschilo, rimane al posto suo; e se no, ha promesso di misurarsi lui con Euripide per l’arte.

XANTIA — Ci siamo, allora?

SERVO — Fra poco, per Zeus. Qui succederanno cose incredi­bili: e la poesia sarà pesata sulla bilancia...

XANTIA (interrompendo) — Che dici, peseranno la tragedia!

SERVO — e tireranno fuori squadre e misure per versi e forme quadrate...

XANTIA (c. s.) — Per farci i mattoni?

SERVO — e diametri e cunei. Euripide dice che vuoi esaminare le tragedie verso per verso.

XANTIA — Direi che Eschilo l’abbia presa male.

SERVO — E infatti lo guardò come un toro, a testa bassa.

XANTIA — E chi sarà il giudice?

SERVO — Questo era il difficile: tutti e due trovavano che c e scarsezza di intenditori. E poi, Eschilo non andava d’accordo (86)con gli Ateniesi.

XANTIA (c. s.) — Molti, forse, li riteneva farabutti.

SERVO — E il resto li giudicava delle nullità, quanto a cono­scere i veri poeti. E così si affidarono al tuo padrone, visto che è pratico dell’arte. Ma entriamo: quando i padroni si dànno da fare, per noi sono pianti. (Rientrano in casa.)

CORO —Certo, il poeta (87) dalla voce tonante avrà in cuore terribile sdegno,

quando vedrà il suo loquace avversario

aguzzare i denti: e allora in preda a terribile furore

stravolgerà gli occhi!

E saranno mischie di parole col cimiero fra l’ondeggiare degli elmi

e arditezze di trucioli e cincischiamenti

di uno che si difende dalle parole a cavallo

di un geniale artefice.

Irto sul collo il pelame della folta criniera,

terribilmente aggrottato il ciglio, ruggendo scaglierà

parole inchiavardate e le farà volar via come assi

col suo soffio di gigante.

E la lingua aguzza inquisitrice di versi, abile a lavorar di bocca

rivoltolandosi a scuotere gl’invidiosi freni,

con sottigliezze vorrà distruggere quelle parole,

fatica grande di polmoni.

EURIPIDE (entrando sulla scena con Eschilo e Dioniso, al qua­le si rivolge) — Non sarà mai che io lasci il trono: è inutile che mi esorti. Io affermo di esser superiore a lui (indica Eschilo) nel cam­po dell’arte.

DIONISO (a Eschilo) — Eschilo, perché taci? Hai sentito le

sue parole.

EURIPIDE — Comincia col darsi delle arie, come ostentava ogni

volta nelle sue tragedie.

DIONISO (a Euripide) — Buonuomo, non dirle troppo grosse.

EURIPIDE — Lo conosco costui: è tanto che sto a guardarlo, questo creatore di selvaggi, arrogante, bocca sfrenata e intemperante senza barriere, chiacchierone incontrollato, affastellatore di parole turgide.

ESCHILO (ironico) —« Davvero, o figlio dell’agreste dea? »(88)

E mi dici questo tu, collezionista di ciarle, creatore di pezzenti e rattoppatore di cenci (89)? Ma non ti divertirai a parlar così.

DIONISO — Calma, Eschilo: non ti scaldare di furore le visce­re (90).

ESCHILO — No, certo: ma prima devo mostrare chiaramente chi è questo creatore di storpi che fa l’insolente.

DIONISO — Un agnello, un agnello nero (91) portate, servi: sta per scoppiar la tempesta!

ESCHILO (a Euripide) — O tu che vai raccattando monodie cretesi (92) e nozze empie  (93)hai introdotto nell’arte...

DIONISO (interrompendo) — Tu fermati, Eschilo molto vene­rato. (A Euripide) E tu, povero Euripide, tirati fuor dalla grandine, se hai senno: che costui, nell’ira assestandoti sulla tempia una parola capitale, non ti faccia schizzar fuori.., il « Telefo » (94)!   (A Eschilo) E tu poi, Eschilo, senza ira ma con calma confutalo e lasciati confutare. Non sta bene che bravi poeti si ingiurino come fornaie: tu invece subito strepiti, come un leccio che ha preso fuoco.

EURIPIDE — Per me, son pronto — e non me la svigno — a mordere e a farmi mordere per primo, se costui vuole, nei dialoghi, nei canti, nel nerbo della tragedia: nel « Peleo », per Zeus, e nel­1’« Eolo » e nel « Meleagro », e pure nel « Telefo ».

DIONISO — E tu, Eschilo, che vuoi fare? Parla.

ESCHILO — Io preferirei non gareggiare qui: la contesa non è pari, per noi due.

DIONISO — E perché mai?

ESCHILO — Perché la mia poesia non è morta con me: la sua invece è morta con lui, e quindi avrà ben da dire (95). Ma visto che hai deciso, faremo così.

DIONISO — Su dunque, portate qui incenso e fuoco: io pre­gherà, prima delle vostre discussioni, di poter giudicare questa gara secondo l’eccellenza della poesia. (Al Coro) E voi levate un canto in onor delle Muse.

I servi portano l’occorrente per il sacrificio.

CORO —Voi, nove vergini figlie di Zeus, sante Muse

che da l’alto vedete le sottili agili menti

dei poeti creatori di sentenze, quando vengano a contesa

disputando con acuti tortuosi maneggi,

venite a veder la potenza

di due bocche abilissime a fornire

parole grandi e segatura di versi.

Ecco, grande tenzone di poesia ora viene in atto.

DIONISO (ai due poeti) — Fate anche voi una preghiera, prima di recitare i versi.

ESCHILO (solenne) — Demetra, nutrice del mio spirito, che io sia degno dei tuoi misteri (96)!

DIONISO (ad Euripide) — Prendi anche tu e offri l’incenso.

EURIPIDE — Grazie: ma altri sono gli dèi cui prego io.

DIONISO (ironico) — Divinità tue particolari, di nuovo conio?

EURIPIDE — Per l’appunto.

DIONISO — E va bene, invoca questi tuoi dèi particolari.

EURIPIDE (ispirato) — O Etere mio nutrimento, e Mulinello di lingua e Intelligenza e Narici di fiuto sottile, che io confuti per bene gli argomenti che tratterò!

CORO —Certo, anche noi desideriamo sentire,

da due uomini abili come voi, qual mai

nemica via di parole prendete.

La vostra lingua si è inasprita:

ed entrambi avete ardite non vile

e spirito non tardo.

Conviene dunque attendersi

che l’uno dirà qualcosa di urbano

e ben limato;

mentre l’altro si scaglierà

strappando parole con tutte le radici

e spazzerà tanti raggiri di versi.

CORIFEO (ai poeti) — Voi dunque parlate al più presto: e ba­date a dir cose di buon gusto, e niente immagini o cose che chiun­que saprebbe dire.

EURIPIDE — Ebbene, di me stesso e di quello che so fare co­me poeta, dirò in ultimo. Ma prima devo confutare costui, mo­strando che razza di spaccone e di imbroglione era; e con quali mezzucci ingannava gli spettatori, ingenui come li aveva abituati Frinico (98). Prima di tutto, metteva lì a sedere un tizio tutto im­bacuccato, un Achille o un Niobe, senza mostrarne nemmeno il viso: pretesti di tragedie, che non borbottavano  (99)  neppur tanto così.

DIONISO — No davvero, per Zeus.

EURIPIDE — Il coro poi ci appoggiava di seguito una serqua di canti in fila: e loro, zitti.

DIONISO — Ma io ci godevo, a quel silenzio: e mi piaceva più che questi chiacchieroni di oggi.

EURIPIDE — Perché, vedi, eri uno scemo.

DIONISO — Direi anch’io. Ma lui, perché faceva così?

EURIPIDE — Per impostura. Così lo spettatore se ne stava buono, aspettando che Niobe dicesse qualcosa: e il dramma an­dava avanti.

DIONISO (sdegnato) — Lo scellerato, come mi gabbava! (AEschilo) Perché smanii e ti sdegni?

EURIPIDE — Perché io lo smaschero. Poi, dopo simili Scioc­chezze quando il dramma era arrivato a metà, diceva una dozzina di parole grosse come buoi, con sopracciglio e cimiero, una specie di spauracchi, incomprensibili agli spettatori.

ESCHILO (fremendo) — Povero me!

DIONISO — Taci!

EURIPIDE — E neppure una sola parola chiara diceva...

DIONISO (a Eschilo) — Non digrignare i denti.

EURIPIDE — ma Scamandri e fossati e bronzei aquilogrifoni rampanti Sugli scudi e paroloni scosciacavalli, che ce ne voleva per capirli.

DIONISO — Davvero, per gli dèi. E io«per lungo tempo una notte vegliai»(100)a cercare che razza d’uccello è l’ippogallo fulvo.

ESCHILO — Era, grandissimo ignorante, un emblema dipinto

sulle navi.

DIONISO — E io lo credevo Erissi (101) il figlio di Filòsseno!

EURIPIDE — Ma che bisogno c’era, di metterci perfino un gallo, in una tragedia?

ESCHILO — E tu, odioso agli dèi, che roba andavi mai com­ponendo?

EURIPIDE — Non certo, come facevi tu, ippogalli e capro­cervi, per Zeus, quelli ricamati sui tendaggi persiani. Ma subito, appena ricevetti da te l’arte, rigonfia di spavalderie e di paroloni pesanti, prima di tutto l’affinai (102) e le tolsi gravezza per mezzo di parolette e rigiri e... bietole bianche, somministrandole un decotto di ciarle filtrato dai libri: poi, la allevai a monodie, mescolandovi un po’ di Cefisofonte (103) E non vaneggiavo a vanvera né mi but­tavo a confondere tutto; ma il primo personaggio che usciva, su­bito raccontava l’origine del dramma.

ESCHILO — Meglio, per Zeus, che raccontar la tua!

EURIPIDE — Poi, fin dalle prime parole, non lasciavo ozioso nessuno: ma parlava la donna e lo schiavo ancor più e il padrone e la fanciulla e la vecchia.

ESCHILO — E dunque non meritavi la morte, tu che osavi tanto?

EURIPIDE — Ma io, per Apollo, agivo da democratico!

DIONISO — Lascia andare, mio caro: questo non è un discorso che va bene per te (104).

EURIPIDE — Poi, (indicando il pubblico) a questi, gli inse­gnavo a ciarlare...

ESCHILO — Per l’appunto: ma crepare dovevi, prima di in­segnarglielo!

EURIPIDE — introducendo regole sottili e squadrature di ver­si: e pensare, vedere, comprendere, ingannare, amare, macchinare, sospettar male, considerare ogni cosa...

ESCHILO (disgustato) — Per l’appunto.

EURIPIDE — portando sulla scena cose familiari, usuali e rea­listiche, per le quali cose potevo esser criticato: cosicché essi, sa­pendo queste cose al pari di me, potevano confutare la mia arte.

Ma io non parlavo sonoro né gl’impedivo di ragionare, né li sba­lordivo inventando Cicni e Mèmnoni su cavalli bardati di sonagli. E guarda quali sono i discepoli di ciascuno, i miei e i suoi: i suoi, Formisio e Megèneto (105) detto Manes, gente con tanto di tromba  e lancia e barba, sogghignanti curvatori di pini; i miei invece,(106)Clitofonte e Teràmene l’elegante.

DIONISO — Teramene? Un uomo sapiente davvero e abile in tutto: lui, se mai capita in un guaio o ci sia vicino, ecco che subito ne salta fuori.., perché non è di Chio ma di Ceo (107)!

ERIPIDE — A pensar queste cose fui proprio io (indica gli spettatori) che li indussi, introducendo nell’arte il ragionamento e l’esame: e così ora comprendono tutto e distinguono, e fra l’altro sanno governare la casa meglio che un tempo e indagano: «Come va questa faccenda? Dove si trova quella cosa? Chi l’ha presa? ».

 DIONISO — Già, per gli dèi. E perciò ora ogni Ateniese, ap­pena rientra in casa, si mette a strillare coi servi e va cercando: « La marmitta dov’è? Chi ha mangiato la testa della sardella? Quel piatto dell’anno scorso, me l’hanno fatto fuori! E l’aglio di ieri, dov ‘è? Chi ha rosicchiato le olive? ». Prima invece come tanti fessi se ne stavano lì a bocca aperta, cocchi di mamma bonaccioni (108)

CORO —“ Tu vedi queste cose, inclito Achille! (109)”

 (A Eschilo)E tu, dunque, che gli risponderai?

Soltanto, bada che lo sdegno non ti trascini

portandoti fuor degli ulivi(110):

terribili accuse ti fece.

Ma tu, anima nobile,

non battere con ira:

ammaina le vele

 e adopera soltanto i fiocchi.

Poi governa pian piano,

aspettando finché ti accada

di prendere un vento calmo e lieve.

CORIFEO — Tu dunque, che primo fra gli Elleni elevasti torri di parole venerande e adornasti il linguaggio tragico ( 111), fatti co­raggio e apri la fontana.

ESCHILO — Sono sdegnato per questo caso e le viscere mi si rivoltano, di dover rispondere a costui. Ma perché non dica che mi trovo a mal partito, (a Euripide) rispondimi: per qual mo­tivo bisogna ammirare un poeta?

EURIPIDE — Per l’abilità e per i consigli, in quanto rendia­mo migliori i cittadini.

ESCHILO — E se questo non l’hai ottenuto, ma da buoni e generosi li hai fatti scelleratissimi, quale pena converrai di aver meritato?

DIONISO — La morte: è inutile che lo domandi a lui.

ESCHILO — E considera poi, quando appena li aveva rice­vuti da me, che uomini erano: valorosi, alti quattro cubiti, e non scansadoveri e piazzaiuoli e chiacchieroni come ora e cialtroni; ma spiravano lance e alabarde ed elmi dal bianco cimiero e caschi e gambiere e cuori con sette pelli di bue.

EURIPIDE — Che guaio si avvicina!

DIONISO — Con i suoi elmi, costui ti stritolerà.

EURIPIDE — E tu che hai fatto per educarli così valorosi?

DIONISO — Parla, Eschilo, e non sdegnarti facendo il superbo.

ESCHILO — Ho composto un dramma pieno di Ares (112).

DIONISO — Quale?

ESCHILO — « I Sette a Tebe »: e chiunque l’aveva visto, bra­mava diventare un bravo combattente.

DIONISO — Un bel guaio hai combinato: hai fatto i Tebani più valorosi in guerra. E anche per questo (facendo il gesto) ora le prendi!

ESCHILO — Ma pure voi potevate esercitarvi alla guerra: e invece non ci avete pensato. Poi (113) rappresentai i « Persiani » e vi insegnai ancora a voler sempre vincere i nemici, celebrando un’impresa gloriosa.

DIONISO — E come ci godetti, quando sentii quei pianti sul

morto Dario! E il coro, subito, a batter le mani così, gridando

« Iauòi! ».

ESCHILO — Queste sono le cose, che devono trattare i veri poeti. E considera come, fin dal principio, sono stati utili i poeti, quelli bravi. Orfeo ci insegnò le cerimonie sacre e ad astenerci dal sangue; Museo, i rimedi delle malattie e gli oracoli; Esiodo, i lavori dei campi e le stagioni dei frutti e l’aratura. E il divino Omero, da che cosa conseguì onore e gloria, se non per avere insegnato cose utili, come lo schierarsi in campo e il valore guer­resco e l’armamento degli eroi?

DIONISO — Ma non è stato capace d’insegnano a quell’idiota (114)di Pantacle : ieri l’altro, al corteo, s’era già affibbiato il casco e ci voleva legar su il cimiero.

ESCHILO — Ma l’ha insegnato a tanti altri e valorosi, fra cui era il bravo Lamaco. Onde la mia anima, così ispirata, creò le molte virtù dei Patrocli e dei Teucri cuori di leone: così incitavo ogni cittadino, appena udiva la tromba, ad elevarsi all’altezza di quelli. Ma no, per Zeus, quelle puttane di Fedre e Stenebee (115) non le ho create io: e nessuno mai sa che io ho creato una donna in­namorata!

EURIPIDE — Certo, per Zeus: in te non c’era nulla di Afro­dite.

ESCHILO — E mai sia! Ma su te e sui tuoi ci si è buttata tutta di peso, tanto da demolirti.

DIONISO — Proprio così, per Zeus! Quel che immaginavi nelle donne degli altri, ne fosti colpito (116) proprio tu.

EURIPIDE — E che male fanno alla città, o sciagurato, le mie Stenebee?

ESCHILO — Che tu a donne oneste, mogli di galantuomini,

le hai indotte a bere la cicuta, dopo essersi svergognate con i tuoi

Bellerofonti.

EURIPIDE — E non è reale, forse, la storia che ho composto su Eedra?

ESCHILO — Per Zeus, proprio reale. Ma il poeta deve na­scondere il male, non svelano e portarlo sulla scena. Ai bambini, insegna il maestro; ai giovani, il poeta. Noi abbiamo il dovere, assolutamente, di dir cose oneste.

EURIPIDE — E quando tu parli di Licabetti e altezze di Parnaso, questo è insegnare cose oneste, mentre dovevi parlare come usa fra uomini?

ESCHILO — Ma disgraziato, per concetti e pensieri grandi bisogna crear parole proporzionate. E poi, è naturale che i semi-dei usino parole più grandi: perciò portano costumi molto più maestosi dei nostri. E mentre io avevo mostrato nobili esempi, tu li hai corrotti.

EURIPIDE — E che ho fatto?

ESCHILO — Prima di tutto, hai vestito di cenci i re, perché facessero pietà alla gente.

EURIPIDE — E con questo, che male ho fatto?

ESCHILO — E perciò nessun ricco vuole più armare una tri­reme: ma si copre di stracci, piange e dice che lui è povero.

DIONISO — E sotto poi, per Demetra, porta una tunica di lana pesante. E se con queste chiacchiere fa fessa la gente, poi ecco che ti spunta al mercato del pesce.

ESCHILO — Poi, ancona, gli hai insegnato a essere loquaci e ciarlieni: è questo che ha vuotato le palestre e ha logorato le chiappe di questi giovincelli parolai. Perfino ai soldati di mare ha insegnato a rispondere ai loro capi. Ma allora quando ero vivo io, non sapevo chiedere altro che la pagnotta e gridare

« op là! ».

DIONISO — Già, per Apollo: e mollare scorregge in bocca al rematore di sotto e farla addosso al compagno; poi, in franchi­gia, rapinare la gente. Ora invece rispondono e non remano più: e la barca va qua e là.

ESCHILO — Di quali guai non ha colpa costui? Non è lui che ha messo in scena ruffiane e donne che partoriscono nei templi (117) e si accoppiano con i fratelli (118) e dicono che il vivere non è vive­re (119)? E così la nostra città s e riempita di scnibacchini e di buffoni scimiottapopolo che ingannano continuamente la gente; e per man­canza di esercizio oramai più nessuno è capace di portare una fiac­cola.

DIONISO — Proprio nessuno, per Zeus: e a momenti crepavo dal ridere, alle Panatenee, per un tale che correva pian piano, curvo, bianco e grasso, e rimaneva indietro pur dandosi un gran da fare. E quelli del Ceramico, sulle porte, a dargli pacche sul ventre, nei fianchi, nelle reni, sul sedere; e lui, sotto i gran colpi mollando qualche piccolo peto, soffiava sulla fiaccola e se la svi­gnava.

CORO —Grossa è la faccenda, grave la contesa: aspra guerra avanza.

Ed è difficile decidere, quando l’uno colpisca a violenza,

e l’altro riesca a voltarsi e a resistere animosamente.

(Ai contendenti)

Ma voi non ve ne state sempre allo stesso punto:

molte e varie sono le vie delle vostre abilità.

Riguardo all’oggetto della contesa,

parlate, assalite, scorticate

la roba vecchia e la nuova,

arrischiatevi a dire cose sottili e sagge.

Se poi vi preoccupa un po’ d’ignoranza

negli spettatori, che non comprendano

le sottigliezze che direte voi due, non abbiate paura di questo:

oramai non è più così.

Hanno fatto la guerra:

e ciascuno, col suo libro, capisce le vostre belle parole;

e le loro nature, che per altro sono eccellenti,

ora si sono affinate.

Niente paura dunque, affrontate ogni argomento:

quanto agli spettatori, essi se ne intendono.

EURIPIDE (a Eschilo) — E adesso, vengo proprio ai tuoi pro­loghi: è la prima parte della tragedia, e sana la primissima che io esaminerò, di questo bravo poeta. Perché lui è oscuro nella espo­sizione dei fatti.

DIONISO — E quale vuoi esaminare, dei suoi prologhi?

EURIPIDE — Un sacco. (A Eschilo) E comincia col recitarmi

quello dall’« Oresteia ».

DIONISO — Silenzio tutti, dunque. (A Eschilo) Recita, Eschilo.

ESCHILO (recitando) —« Infero Ermes che il paterno impero

sorvegli, a me che qui t’invoco sii

salvatore e alleato: a questa terra

ecco ch’io riedo e fo ritorno » (120)

DIONISO (a Euripide) — Hai qualche cosa da nidire, in questi versi?

EURIPIDE — Più di una dozzina.

DIONISO — Ma in tutto non sono nemmeno quattro versi!

EURIPIDE — E ognuno contiene una ventina di errori.

DIONISO (a Eschilo) che .freme) — Ti consiglio di tacere, Eschi­lo: se no, oltre a questi versi, sarai colpevole anche per il resto.

ESCHILO (sdegnato) — Io tacere di fronte a costui?

DIONISO (conciliante) — Stammi a sentire.

EURIPIDE (baldanzoso) — Appena in principio, ha fatto un errore che arriva in cielo!

ESCHILO — Lo vedi che vaneggi?

EURIPIDE — Per quel che me ne frega!

ESCHILO — E come dici che ho sbagliato?

EURIPIDE — Recita ancora daccapo.

ESCHILO —« Infero Ermes che il paterno impero sorvegli ».

EURIPIDE — E queste parole Oreste le pronunzia sulla tomba del padre morto?

ESCHILO — Per l’appunto.

EURIPIDE (ironico) — E dice forse che Ermes « sorvegliò » questo: come il padre perì a violenza per mano della moglie, con occulti inganni?

ESCHILO — Non invoca quello, Ermes infero, ma il Soccorri­tore (121): e lo dimostra spiegando che ha avuto questo compito da parte del padre.

EURIPIDE — Allora, hai sbagliato anche peggio di quanto cre­devo. Se infatti egli ha dal padre la funzione di infero...

DIONISO (interrorn pendo) — Così, da parte del padre, sarebbe

un ladro di tombe!

ESCHILO — Dioniso, il vino che bevi non odora di fiori (122)!

DIONISO (a Eschilo) — Recitagli un altro verso. (A Euripide)

E tu sta’ attento agli errori.

ESCHILO —…..« a me che qui t’invoco sii

salvatore e alleato: a questa terra

ecco ch’io niedo e fo ritorno »……

EURIPIDE — Il bravo Eschilo ci dice due volte la stessa cosa.

DIONISO — Come, due volte?

EURIPIDE — Sta’ attento alle parole: e te lo spiego. « A que­sta terra ecco ch’io riedo » — dice — « e fo ritorno ». Ebbene: « niedo » è la stessa cosa di « fo ritorno ».

DIONISO — Già, per Zeus, come se uno dicesse al vicino: « Prestami la madia o, se preferisci, la mastra ».

ESCHILO — Ma questa, o chiacchienone, non è proprio la stessa cosa: e il verso è eccellente.

EURIPIDE — E come? Spiegami in quai senso lo dici.

ESCHILO — « Riedere » in una terra va bene per chi ha una patria: lui infatti « riede », senza nessun incidente. Ma un esule, « riede e fa ritorno ».

DIONISO — Bene per Apollo! E tu che dici, Euripide?

EURIPIDE — Io dico che Oreste non « ha fatto ritorno » in patria: lui è arrivato di nascosto, non col permesso dei capi.

DIONISO — Bene, per Ermes! Ma quel che dici.., non lo ca­pisco.

EURIPIDE (a Eschilo) — Continua con un altro verso, ora.

DIONISO (a Eschilo) — Continua dunque, Eschilo, e sbrigati. (A Euripide) E tu, bada agli errori.

ESCHILO (recitando) —« E al padre, sopra il tumulo di questa tomba “odimi “, invoco, “dammi ascolto” » (123)

EURIPIDE — Ed ecco che dice ancora la stessa cosa: « udire »e « dare ascolto » sono la stessa cosa, evidentemente.

ESCHILO (spazientito) — Ma lui parla ai morti, o miserabile:e la voce non gli arriva nemmeno se chiami tre volte (124), Ma tu poi, i tuoi prologhi, come li componevi?

EURIPIDE — Te lo spiego io. E se dico due volte la stessa cosa, o se ci vedi dentro una zeppa fuori argomento, sputami in faccia.

DIONISO (a Euripide) — Su dunque, recita: voglio proprio sentire come sono esatti i versi dei tuoi prologhi.

EURIPIDE (recitando)« Era Edipo dapprima un uom felice (125)…

DIONISO (interrompendo) — Ma no, per Zeus, un disgraziato per natura! Prima che fosse generato, Apollo predisse che avrebbe ucciso suo padre, e prima ancora di nascere: e come mai « era dapprima un uomo felice »?

EURIPIDE (senza bada gli) —ma poi fu dei mortali il più infelice ».

ESCHILO — Ma no, per Zeus: piuttosto, non cessò mai di esserlo. E come no? Appena nato, in pieno inverno, lo esposero in un vaso di coccio (126) perché, cresciuto, non uccidesse il padre. Poi, coi suoi piedi gonfi, se ne andò da Polibo; inoltre, lui ch’era giovane, sposò una vecchia, che era sua madre per giunta; e alla fine, si accecò.

DIONISO (ironico) — Felice davvero, come se fosse stato stra­tego insieme con Erasinide (127)!

EURIPIDE — Chiacchiere: io i miei prologhi, li faccio bene!

ESCHILO — E io, per Zeus, non starò a grattare ogni tua parola, verso per verso: ma, con l’aiuto degli dèi, questi prologhi tuoi li distruggerò con un’ampollina (128).

EURIPIDE — Con un’ampollina i miei prologhi, tu?

ESCHILO — Con una sola. Perché tu li componi in modo

che dentro ci sta tutto, nei suoi versi: una pelliccetta, un’ampolli­na, una borsetta. E te lo mostro subito.

EURIPIDE (incredulo) — Davvero, me lo mostri?

ESCHILO — Certo.

DIONISO (a Euripide) — E recita, dunque!

EURIPIDE (recitando) —« Egitto — come vuol diffusa fama —coi, suoi cinquanta figli su la nave

venuto ad Argo, » (129)…

ESCHILO (interrompendo) —perse l’ampollina.

DIONISO — Ma che èquest’ampollina? Saranno guai per lui! (A Euripide) Ma recitagli un altro prologo: voglio vedere ancora.

EURIPIDE (c. s.) —« Dioniso, coi tirsi e le cervine

pelli, su pel Parnaso fra le tede

balzando a danza, »(130)……

ESCHILO (c. s.) —perse l’ampollina.

DIONISO — Ahimè, quest’ampollina ci ha colpito un’altra

volta!

EURIPIDE (sicuro) — Ora non ci darà più noia: a questo pro­logo qui non potrà appiccicarcela, l’ampollina. (Recitando)

«Uomo in tutto felice non esiste:

se nato bene, non avrà da vivere;

se in umil sorte, »….(131)

.

ESCHILO (c. s.) —perse l’ampollina.

DIONISO (preoccupato) — Euripide,

EURIPIDE — Che c’è?

DIONISO — direi di ammainare: quest’ampollina rischia di soffiar forte.

EURIPIDE (sprezzante) — Per Demetra, non saprei davvero

preoccuparmene: adesso gli andrà in pezzi, la sua ampollina.

DIONISO — lE allora recitane un altro; e attento all’ampollina!

EURIPIDE  (recitando) —« Cadmo figlio di Agenore,

lasciata

Sidone un giorno, (132)….

ESCHILO (c. s.) —perse 1 ‘ampollina.

DIONISO (a Euripide) — Buonuomo, comprala quest’ampolli­na: così non ci rovina i nostri prologhi.

EURIPIDE — Che cosa? Io, comprarla da lui?

DIONISO — Dammi retta.

EURIPIDE — Per niente. Ho ancora tanti prologhi da recitare, dove costui non potrà appiccicarci la sua ampollina.  (Recitando) “ Su veloci cavalle

 a Pisa giunto

il Tantalide »(133)…..

ESCHILO (c. s.) —perse l’ampollina.

DIONISO (a Euripide) — Lo vedi, ci ha appiccicato ancora l’am­pollina. Suvvia, buonuomo, finché sei in tempo, pagagliela, in qua­lunque modo: con un soldo te ne compri una magnifica!

EURIPIDE — No, per Zeus: ne ho ancora tanti, di prologhi!

(Recitando)

Oineo dei campi » (134)

ESCHILO (c. s.) —perse l’ampollina.

EURIPIDE — Ma prima lasciami dire il verso intero: (c. s.)

« Oineo dei campi dalle ricche messi

primizie offrendo »…..

ESCHILO (c. s.) —perse l’ampollina.

DIONISO — Mentre sacrificava? E chi gliel’ha fregata?

EURIPIDE — Lascia stare, mio caro, (Con aria furba) Ce la

metta qui, l’ampollina!  (Recitando) « Zeus, come dice veritiera fama, »

DIONISO (interrompendo) — Ti rovinerà! Eccolo a dire: « Per­se l’ampollina ». Perché quest’ampollina, sui tuoi prologhi, ci spun­ta come gli orzaioli sulle palpebre. Piuttosto, per gli dèi, passa ai suoi canti.

EURIPIDE — Certo: ho i mezzi per dimostrare che è un cat­tivo lirico e compone sempre le stesse cose.

CORO —Che accadrà mai?

 Io vado pensando

qual mai biasimo porterà

contro un poeta che ha composto

moltissimi canti e i più belli

fra tutti finora.

E non capisco in qual modo potrà mai biasimare

Il Signore bacchico (136)

e ho paura per lui!

EURIPIDE (ironico) — Canti mirabili davvero! Lo dimostreranno subito  loro stessi: tutti i suoi canti voglio concentrarli in uno solo.

DIONISO — E io farò il conto con le pietruzze.

 EURIPIDE (cantando: accompagnamento di doppio aulo dal­l’interno) —

« Perché, Achille Ftiota, udendo di questo omicida

—ahi! — travaglio, al soccorso non muovi?

Ermes progenitore onoriamo noi, stirpe palustre:

ahi travaglio!, al soccorso non muovi? »(137).

DIONISO (mettendo da parte due pietruzze) — Questi, Eschi­lo, sono due travagli per te!

EURIPIDE (c. s.) —« O gloria degli Achei, Atride possente, m’ascolta:

ahi travaglio!, al soccorso non muovi? ».

DIONISO — E questo, Eschilo, è il terzo travaglio per te!

EURIPIDE (c. s.) —« Tacete. D’Artemis il tempio le Mèlisse vanno ad aprire:

ahi travaglio!, al soccorso non muovi?

Fausto presagio agli eroi io canto di valida impresa:

ahi travaglio!, al soccorso non muovi?

DIONISO (accumulando pietruzze) — Quanti travagli, o Zeus

sovrano! Ma io devo andare al bagno: con tutti questi travagli,

ho gonfi i... reni! (Fa per uscire.)

EURIPIDE (trattenendolo) — No, prima devi sentire un’altra

strofa lirica confezionata con arie per cetra.

DIONISO — E va bene, continua: e non metterci travagli. EURIPIDE (canta, accompagnandosi con la cetra) —« Come la duplice possa degli Achei, giovinezza di Gre­cia —

trallarallera trallarallà;

cagna di tristi giorni signora, la Sfinge, ne invia —

trallarallera trallarallà;

l’impetuoso uccello con lancia e con vindice braccio —

trallarallera trallarallà;

muovendo incontro a le celeri cagne volanti nel cielo —

trallarallera trallarallà;

quanto per Aiace inclina —

trallarallera trallarallà ».

DIONISO — Ma che roba è questo « trallarallera »? A Mara­tona o dove mai l’hai prese, queste canzoni da facchino (138)?

ESCHILO — Ma io l’ho preso da un bel posto e bene l’ho messo: non volevo esser sorpreso a cogliere i miei fiori dallo stesso prato di Frinico (139), sacro alle Muse. Lui invece porta via da dovunque; dalle puttanelle, dalle canzoni a vino di Melèto, dalle melodie carie (140) per flauti, dai pianti funebri, dalle arie di danza. E subito sarà chiaro. Qualcuno mi porti la lira. (Ripensandoci) Ma che bisogno c’è della lira, per questa roba? Dov’è quella che suona le nacchere   (141)?   Vieni qua, Musa di Euripide: questi canti, per accompagnarla, son fatti apposta!

Esce una fanciulla nuda, con le nacchere.

DIONISO — Una volta questa Musa non faceva come le donne

di Lesbo (142).

ESCHILO (cantando) —« Alcioni (143), che su i flutti perenni

del mar cinguettate,

con l’umide stille de l’ali

aspergendo di rugiada il corpo;

e voi ragni che sotto i tetti, negli angoli,

vo-vo-volgete con le dita

le trame al telaio,

fatica di canora spola;

là dove amante dei flauti

il delfino danzava

oracoli e stadi

a le prore dal cerulo rostro;

splendor della vite in fiore,

spira di grappolo tregua agli affanni,

cingimi, figlio, con le braccia!

             (A Dioniso) Lo vedi, questo piede?

DIONISO — Lo vedo.

ESCHILO — Davvero lo vedi, questo?

DIONISO — Lo vedo.

ESCHILO (ad Euripide) — E tu, che fai di questa roba, ardi­sci criticare i miei canti, tu che componi i tuoi imitando le dodici posizioni (144) di Cirene? Eccoli, i tuoi canti: e voglio esaminare anche lo stile delle tue monodie. (Cantando)

« O de la notte (145) tenebra atrofulgente,

qual mai sogno funesto

mi mandi su dall’Ade invisibile,

inanimata anima

figlia della Notte nera,

terribile orrenda visione

cinta d’atre vesti funèbri,

sangue sangue spirante dal guardo,

con artigli grandi?

Orsù, ancelle, le luci accendete

e dai fiumi ne l’urne rugiade levando

l’acqua scaldate,

ch’io dal divino sogno mi asterga.

O dio del mare, è proprio così!

O coinquilini,

il prodigio guardate!

Ha furato il mio gallo

ed è sparita, Glice:

o Ninfe montane!

Mània, prendila!

E io misera

tutta al mio lavoro intenta,

un fuso colmo di lino

vo-vo-volgendo nelle mani

ne facevo un gomitolo

da vendere a l’alba sul mercato.

Ma esso volò volò in cielo

sull’agile vigor de l’ali,

e duolo duolo lasciommi,

e lacrime lacrime — ahi misera! —

versavo dagli occhi versavo.

Orsù Cretesi, stirpe dell’Ida  (140)

I dardi impugnando correte a difesa,

muovendo le membra la casa cingete.

E insieme alla vergine Dictinna, Artemis bella

con le sue cagne perlustri dovunque la casa.

E tu figlia di Zeus, levando alta nelle mani

duplice fulgidissima teda,

Ecate, fammi luce alla casa di Glice:

ch’io vi esegua una perquisizione! »(147).

 DIONISO — Finitela ora con i canti.

ESCHILO — Anch’io ne ho abbastanza. Ora lo voglio portare alla bilancia: basterà questo a provare la poesia di noi due, ed essa controllerà il peso delle nostre parole.

DIONISO — Venite dunque, visto che devo fare anche que­sto: vendere come formaggio l’arte dei poeti.

I servi portano sulla scena una grande bilancia: Eschilo ed Euripide si

collocano ciascuno vicino a un piatto.

CORO —Sono laboriosi, questi bravi poeti!

Ecco ancora un prodigio nuovo

strano davvero:

chi altro ci avrebbe pensato?

Perdinci, se il primo venuto me l’avesse detto,

non ci credevo, ma avrei pensato

che ciarlava a vanvera.

DIONISO (a Eschilo ed Euripide) — Voi due, su, avvicinatevi ai piatti.

ESCHILO ed EURIPIDE (eseguendo) — Ecco fatto.

DIONISO — Metteteci la mano su e recitate un verso ciascuno: e non lasciate prima che io abbia fatto « cuccù! ».

ESCHILO ed EURIPIDE (eseguendo) — Lo teniamo.

DIONISO — E il verso, ora, recitatelo sulla bilancia.

EURIPIDE (recitando) —« D’Argo lo scafo mai volar dovea » (148)

ESCHILO (recitando) —« Fiume Spercheio e pascoli di buoi » (149)

DIONISO — Cuccù!

ESCHILO ed EURIPIDE (lasciando andare i piatti) — Mollato.

DIONISO (indicando il piatto di Eschilo) — Il verso di que­sto qui va molto più giù.

EURIPIDE — E qual è la ragione?

DIONISO — Quale? Ci ha messo un fiume e come un mer­cante di lana ha inzuppato d’acqua il suo verso: tu invece, ci hai messo un verso alato.

EURIPIDE — Ne dica pure qualche altro, e pesiamo ancora.

DIONISO (ad entrambi) — Prendete di nuovo, dunque.

ESCHILO ed EURIPIDE (eseguendo) — Ecco fatto.

DIONISO (a Euripide) — Recita.

EURIPIDE (recitando) —« Solo tempio a Suada è la Parola » (150).

ESCHILO (recitando) —« Sol Morte fra gli dèi doni non brama »

DIONISO — Mollate!

ESCHILO ed EURIPIDE — Mollato.

DIONISO (indicando Eschilo) — ancora questo suo che scen­de: ci ha messo la morte, il guaio più pesante!

EURIPIDE — E io Suada, in un verso eccellente.

DIONISO — Lieve cosa è Suada, e non ha senno. Cerca dun­que un qualche altro peso grosso, una cosa grande e imponente, che tiri giù dalla parte tua.

EURIPIDE — E dove mai ce l’ho una cosa simile, dove? (Dub­bioso, cercando nella memoria) Dirò forse: « Due e quattro fece Achille con i dadi? (152)

DIONISO (a entrambi) — Recitate dunque: questa è l’ultima prova per voi.

EURIPIDE (recitando) —«Ed il legno impugnò grave di ferro » (153)

ESCHILO (recitando) —« Carro su carro e morto sopra morto »

DIONISO (a Euripide) — Te l’ha fatta anche questa volta.

EURIPIDE — E come?

DIONISO — Ci ha messo due carri e due morti: nemmeno cento Egiziani ce la farebbero ad alzarli (155).

ESCHILO (sdegnoso) — E ora non si misuri più con me, verso contro verso. Salga sulla bilancia lui, i bambini, la moglie, Cefi­sofonte (156) e prenda anche i suoi libri: io dirò soltanto due dei miei versi.

I servi portano via la bilancia. Entra Plutone.

DIONISO — Essi mi sono cari: e io, da solo, non mi sento di giudicare. E poi, non voglio guastarmi con nessuno dei due; l’uno lo ritengo bravo, e l’altro mi piace.

PLUTONE — Allora non ne fai nulla? Eri venuto per questo!

DIONISO — E se poi scelgo?

PLUTONE — Ti prendi uno dei due — quello che avrai scel­to — e te ne vai: e non sarai venuto inutilmente.

DIONISO — Molte grazie. (A Eschilo ed Euripide) Dunque, statemi a sentire: io ero sceso quaggiù in cerca di un poeta.

PLUTONE — E a che scopo? 

DIONISO — Perché la città, finalmente salva, possa celebrare

i suoi cori (157) Perciò, quale di voi due sia per dare qualche con­siglio utile alla città, quello decido di portarmi via. E per comin­ciare, che opinione avete su Alcibiade, l’uno e l’altro? La città ha un parto difficile.

ESCHILO — E lei, la città, che opinione ha di lui?

DIONISO — Che opinione? « Lo brama e l’odia e tuttavia lo vuole”(158).Ma dite dunque che cosa pensate di lui.

EURIPIDE — Io odio il cittadino che si mostra lento nel giovare alla patria, ma pronto nel farle molto danno; industrioso per se stesso, e senza risorse per la patria.

DIONISO — Bene, per Poseidon. (A Eschilo) E tu, che opi­nione hai?

ESCHILO — Non bisogna allevare nella città un cucciolo di

leone (159)

EURIPIDE (correggendo) — Soprattutto, non allevare in cit­tà un leone (160)

ESCHILO — Ma quando l’hai allevato, devi prestarti alle sue abitudini.

DIONISO — Per Zeus Salvatore, che imbarazzo a decidere!

Uno ha parlato saggiamente, l’altro chiaramente. Ma dite ancora la

vostra opinione circa la città: quale mezzo avete, per salvarla?

EURIPIDE — Impennare Cleocrito con Cinesia: e così «le aure se li portino sul pelago »(161)….

DIONISO — Sarebbe da ridere. (Ri/lettendo) Ma che vuol dire?

EURIPIDE — E in una battaglia navale, poi, impugnando le acetiere ne spruzzino gli occhi dei nemici. Ma io lo so, il mezzo: e ora ti spiego.

DIONISO — E parla.

EURIPIDE — Quando noi, ciò che ora è infido, lo ritenessimo fido; e infido quel che è fido...

DIONISO (interrompendo) — Come? Non capisco. Parla un po’ più da ignorante ma più chiaro, almeno!

EURIPIDE — Se, cioè, dei cittadini di cui ora ci fidiamo, noi diffidassimo, e ci servissimo invece di quelli che ora trascuriamo, potremmo salvarci. E se ora ci va male a questo modo, come mai non ci salveremmo facendo il contrario?

DIONISO — Bravo il Palamede (162)! Che natura ingegnosa! L’hai trovata tu, questa, o Cefisofonte?

EURIPIDE (modesto) — Io solo: e le acetiere Cefisofonte.

DIONISO (a Eschilo) — E tu? Che dici?

ESCHILO — Prima, dimmi di chi si serve la città: di uomini per bene?

DIONISO — E dove? Li odia terribilmente, e con i cattivi ci gode.

ESCHILO — Lei veramente, no: ma deve servirsene per for­za. E come salvarla una città simile, che non le va bene né man­tello né pelliccia?

DIONISO — Trova qualcosa, per Zeus, se vuoi tornar su.

ESCHILO — Vorrei dirtelo là: qui non mi garba.

DIONISO — No, no: i tuoi buoni consigli mandali di qui.

ESCHILO — Quando considerino come propria la terra ne­mica (163) e la propria come terra nemica; e come risorsa le navi, e difficoltà le risorse.

DIONISO — Bene: senonché il giudice, da solo, se le inghiotte.

PLUTONE — Decidi dunque.

DIONISO — Ecco la mia decisione riguardo a voi:« Sceglierò quello che l’anima vuole » (164).

EURIPIDE — Ricordati dunque degli dèi, per i quali giurasti di riportar me a casa: e scegli un amico.

DIONISO — « Giurò la lingua »(165), ma io scelgo Eschilo.

EURIPIDE (furibondo) — Che fai, scelleratissimo uomo?

DIONISO — Io? Ho giudicato vincitore Eschilo. E perché no?

EURIPIDE — E dopo un’azione così turpe, mi guardi ancora in faccia?

DIONISO — « E che cosa è turpe » (166)... se non sembra tale agli

spettatori?

EURIPIDE — Miserabile, mi lascerai morto, dunque?

DIONISO (recitando) —« E chi sa mai se il vivere è morire » (167),

se respirare è mangiare, e dormire è una pelliccetta?

PLUTONE (a Dioniso ed Eschilo) — Ora, Dioniso, entrate in casa.

DIONISO — E perché?

PLUTONE — Ecco, per offrirvi qualche cosa prima che ri­partiate.

DIONISO — Ben detto, per Zeus: la cosa non mi dispiace.

Entra Eschilo in casa di Plutone; Euripide ritorna Ira i morti.

CORO —Beato colui

che ha intelligenza acuta:

da molte cose si può vedere.

E questo qui, che s’è rivelato saggio,

a casa torna di nuovo

per il bene dei cittadini

per il bene dei propri

parenti e amici:

perché è intelligente.

Che bella cosa, non più con Socrate (168)

starsene seduto a cianciare,

disprezzando le arti

e trascurando del tutto

l’essenza dell’arte tragica:

in discorsi sonanti

e in sottigliezze di ciarle

indugiare ozioso,

è da uomo insensato.

7

PLUTONE (tornando sulla scena con Dioniso ed Eschilo) —Buon viaggio, dunque, Eschilo: salva la patria nostra con buoni consigli e ammaestra gli stolti. (Indicando il pubblico) Sono tanti!

E (porgendo gli una spada) questa, portala a Cleofonte; e questo (porgendo un cappio) agli agenti delle imposte, a Mirmèce e Nicò­maco insieme; e questa (porgendo una coppa piena di cicuta) ad Archènomo (169).  E digli che vengano subito qui da me, senza indu­gio. E se non vengono subito, io, per Apollo, li segno col marchio e li spedisco subito sotto terra legati per i piedi, insieme con Adi­mànto, il figlio di Leucòlofo.

ESCHILO — Sarà fatto. Tu intanto affida il mio seggio a So­focle che me lo custodisca e me lo salvi, se mai io abbia a tornare qui: lo giudico il secondo per talento. Ma ricordati: quel furfante, impostore e buffone non dovrà mai seder sul mio seggio, nem­meno.., contro voglia.

PLUTONE (al Coro) — Voi dunque fate splendere per lui le sacre fiaccole e scortatelo, intonando in suo onore i suoi canti e le sue melodie.

Si dispone il corteo per accompagnare Eschilo.

CORIFEO — E voi, divinità infere ((170) concedete anzitutto fe­lice viaggio al poeta che se ne va e risale alla luce; e alla città buoni pensieri per grandi fortune; così saremo completamente liberati da grandi affanni e da tristi adunate in armi. Cleofonte  poi, e chi altro di loro ne ha voglia, vada a combattere sui campi della sua patria.

(Escono tutti).

F I N E


1.« sono massacrato »: ma lo dirà fra poco.

2.«che tormento! »: e dirà anche questo.

3.Quartuccio: propriamente, nel testo: «Piccolo stamno », che era un’anfora da vino.

4.      ho combattuto: alla battaglia delle Arginuse (piccole isole di fronte a Le­sbo), avvenuta poco prima (vedi Premessa): vi parteciparono anche gli schiavi, che in ricompensa ottennero la libertà.

5.      Ero montato... : Clistene era un noto invertito, perciò beffato in molte altre commedie e anche da Cratino.

6.      L’Andromeda, tragedia di Euripide, presto divenuta famosa, rappresentata nell’anno 412 e parodiata nelle Tesmoforiazuse. In essa recitò l’attore Molone, che era di statura molto alta: onde lo scherzo seguente.

7.      Mi sto. .. in altro modo: il primo, o piuttosto il secondo, emistichio èreminiscenza euripidea (Ipsipile).

8.      quello morto: chiarimento opportuno, perché era vivo il figlio omonimo del poeta, che fu — pare — poeta egli stesso e comunque fece rappresentare alcu­ne opere postume del padre.

9.« Quei. . . cattivi »: Euripide (Oineo).

10.Iofonte, figlio di Sofocle e autore di tragedie, composte però — insinua Aristofane — con l’aiuto del padre.

11.Agatone fu il maggiore dopo i tre grandi tragici. Nel testo due giochi di parole intraducibili: qui sotto, Agatone è detto buon (agathòs) poeta con allusione al suo nome; qui sotto, mak-àron (« dei beati ») ricorda la Macedonia, dove il poeta era morto.

12.Senocle, cattivo poeta tragico come il padre Carcino.

13.Pitangelo, poeta tragico, d’altronde ignoto ed evidentemente trascurabile, dato che Dioniso non risponde nemmeno.

14.cori di rondinelle: parodia di Euripide: «cori di usignuoli »: ma, per le rondini, cfr. anche nota 71.

15Quindi impotenti, incapaci di generare; contrapposto a «geniale », che

qui usiamo nel senso originario latino (« nuziale, fecondo »: cfr. Catullo 64, 67;

Vergilio, Eneide VI 603; ecc.) e anche italiano: cfr. Ariosto, Orlando furioso V -XVI         77: « genial letto ».

16«Etra. . . di Zeus »: Euripide (Melanippe la Saggia), dove a « casa »Aristofane sostituisce scherzosamente « stanzetta »; « del tempo il piè », Euripide, Baccanti 888.

17«lingua. .. dal cuore »: cfr. il famoso verso 612 dell’Ippolito, parodiato anche innanzi (nota r6~) e Tesmo/oriazuse 275.

18.« Nella mia mente. .. »: cfr. Euripide, Andromaca.

19.     Il viaggio agl’inferi, scherzosamente, è paragonato a un reale viaggio per terra.

20.intirizzisce gli stinchi: erano appunto gli effetti della cicuta; ricorda la descrizione del Fedone platonico (pp. ‘x~ sg.).

21.La torre detta di Timone, il famoso misantropo: per cui cfr. Lisistrata, nota 77.. Lampadeforie (con partenza dall’Accademia, nei cui pressi era la torre, e arrivo al Dipio, la porta fra il Ceramico interno e l’esterno) avevano luogo ad Atene in onore di Efesto e di Prometeo, nonché nelle Panatenee.

22.Due soldi era il compenso medio in Atene per molti uffici e indennità; e quindi anche per Caronte; Teseo era il mitico fondatore di molte istituzioni ateniesi.

23.fango e sterco... : nel mondo infero (descritto con dementi tradizionali e popolari: cfr. Pindaro; Sofocle; Vergilio, Eneide VI 6o8 sgg.) sono mescolate, per facezia, colpe reali e colpe scherzose. Per Cinesia, famoso musico e ditirambo­grafo, cfr. Uccelli, p. 216, ecc.; per il tragico Morsimo, Pace, 803.

24.Tiaso è una confraternita di devoti (per lo più di Bacco) riunita per celebrare feste, sacrifici ecc.

25.faccio l’asino: espressione proverbiale di chi soffre perché altri goda; sul­l’asino, infatti, gli iniziati caricavano il bagaglio.

26.Salve, o Caronte... : verso da un dramma satiresco di Acheo, qui citato

per scherzare sulla assonanza pseudetimologica chàire - Chàron.

27.Lete... : topografia infera, in parte tradizionale (Lete, fiume dell’oblio; Tenaro, promontorio in Laconia, uno dei molti ingressi agl’Inferi), in parte cari­caturale: « Tosa dell’asino » è luogo inesistente, secondo una espressione prover­biale, perché l’asino non si tosa, o il pelo tosato non serve a nulla, i Cerberii (da Cerbero, il cane infernale) è parodia dei Cimmerii omerici, abitatori di luoghi tene­brosi; « alla malora »: propriamente « ai corvi », nella solita espressione greca.

28.per. . . l’arrosto: letteralmente « per le carni »: adattamento caricaturale del proverbio « la lepre corre per salvare le carni ».

29.Pietra del risecchito: altro luogo immaginario, forse con allusione alla « pietra senza riso» presso Eleusi, dove Demetra pianse la figlia Persefone, rapita da Plutone; il risecchito è il morto, naturalmente.

30.rane-cigni: animale fantastico, parodia dei favolosi e poetici ippocentauri, struzzocammelli, ecc.: rane, in quanto abitano nella palude; cigni, per il canto.

In questa scena, come nella seguente, nulla vieta di supporre l’impiego di un veicolo raffigurante una barca, che scorresse su ruote.

31.Le « Paludi » era un luogo fra la pendice dell’Acropoli e l’Ilisso, dove era il più antico tempio di Dioniso (che si apriva solo una volta l’anno, il 12 feb­braio), detto Leneo; l’area ivi adattata a scopo di rappresentazioni era appunto il vecchio teatro del Leneo.

32.Le «Pentole» era detto il terzo giorno della più antica festività dionisiaca, le Antesterie: in esso si offrivano ai morti pentole piene di legumi cotti.

33.Pan è il tradizionale inventore del calamo agreste; la cetra è strumento prediletto di Apollo, ma inventato da Ermes, secondo l’Inno a Ermes 47-5!, la nota ode (I io) oraziana, ecc.

34.Non v’è cosa.., fiera »: adattamento di Euripide (Filottete).

35.vada... sopra: nel testo, doppio senso osceno: fra « verso » e « sopra ».

36.Empusa, mostro della mitologia popolare, una specie di vampiro che succhiava il sangue degli uomini; era inviata da Ecate, con la quale talvolta (Ari­stofane, dai Friggitori) era identificata. Qui non appare sulla scena, ma Xantia fa finta di vederla, per mettere alla prova la vigliaccheria del dio.

37. « Scampato ai ~utti... »: è il verso 279 dell’Oreste euripideo, nel reci­tare il quale l’attore Egeloco commise una intraducibile papera, che rimase famo­sa: cfr. Strattis; Sannirione. Nel testo, la diversa pronunzia di galèn’ (= galena) e galén dava origine al bisticcio fra « bonaccia » e « gatta ».

38.Cfr. nota i6: la colpa dunque è di Euripide.

39.Iacco è il nome mistico di Dioniso, in quanto associato a Demetra e Core nel rituale eleusino. Anche nell’Ade gli iniziati celebrano le feste come ad Atene: il

19 Boedromione (circa 4 ottobre) dal Portico partiva la processione, con la statua di Iacco e le fiaccole: per la Via Sacra, il corteo giungeva ad Eleusi a vespro e passava la notte nella veglia sacra; il giorno 20 era di baldoria; il giorno 2!, con la celebrazione dei rituali e simbolici dròmena, si chiudeva la festa. La quale, avendo gli Spartani occupato Decelea e resa insicura la Via Sacra, fu sospesa dopo il 414 e ripresa nel 408 per opera di Alcibiade reduce dall’esilio.

40.Diagora di Melo, ditirambografo vissuto nel secolo V, derisore della religione tradizionale, fu perciò soprannominato « ateo » e condannato a morte per empietà: si salvò con la fuga.

41.Il porco era la vittima rituale nel sacrificio della iniziazione: ricorda le « porcelline mistiche » di Acarnesi 764.

42.Taurofago era epiteto di Dioniso: e quindi titolo di lode per Cratino, il rivale spesso attaccato in vita ma di cui ora, dopo la morte, Aristofane riconosce la grandezza.

43.La vigesima su tutte le importazioni ed esportazioni era stata istituita dopo il 414 per rimpiazzare i tributi degli alleati venuti a mancare: Toricione (cfr. più sotto) non solo rubava sulle esazioni di cui aveva l’appalto, ma si aiutava col contrabbando di materiale «bellico » (soprattutto l’occorrente per armare le navi) dalla neutrale Egina (di fronte al Pireo) ad Epidauro, fedele alleata di Sparta, sulla costa del Peloponneso.

44.Chi induce. . . : alluderebbe ad Alcibiade e ai suoi rapporti col re di Persia.

45.chi smerda. . . : sarebbe stato Cinesia, per cui cfr. nota 23.

46.    chi... rosicchia: Archino e soprattutto Agirrio; i quali, per vendicarsi dei poeti comici che li mettevano in ridicolo, avevano proposto in assemblea la riduzione della ricompensa a loro spettante: Agirrio è perciò ricordato anche da Sannirione e da Platone comico.

47. E’ proprio degli dèi fare senza fatica ciò che è difficile o impossibile ai mortali.

48.in pezzi: per effetto della lunga camminata (da Atene ad Eleusi sono

22 km) e della baldoria, scarpe e vesti ne uscivano molto malconce.

49.Volete dunque... : esempio dei gephyrismòi rituali, i motteggi salaci pro­nunziati dopo che il corteo aveva passato il ponte sul Cefiso. Archedemo, capo del partito popolare, era straniero e perciò non iscritto in nessuna fratria (riservate agli Ateniesi di nascita) nemmeno dopo sette anni da che era in città. Nel testo un intraducibile gioco di parole tra fràteres ~« i membri della fratria ») è frastères, i nuovi denti che, a sette anni appunto, sostituiscono la prima dentizione.

50. Il figlio di Clistene aveva le stesse abitudini del padre.

51.Sebino di Anaflistio, infine, contiene due allusioni oscene (a rapporti sessuali e alla masturbazione) che nella tradizione vanno perdute. Ippobino (qual­cosa come « Fotticavallo ») è deformazione parodica del nome Ipponico (Vinci-cavallo): il figlio Gallia aveva consumato con le donne un vistoso patrimonio.

52.« Corinto figlio di Zeus » è un’espressione proverbiale (cfr. Pindaro, Ne­mee 7, io4; ecc.) equivalente a « è una storia vecchia, è sempre la stessa storia ». qui anche la solita allusione pseudoetimologica a kòreis (cimici) che popolano il fagotto.

53.nella danza bellissima: « Callicoro », cioè «luogo adatto alle danze » era il nome di un pozzo sulla Via Sacra.

54.E ti tengono la roccia... : tutto il brano sente la parodia tragica (del Teseo di Euripide, secondo lo scoliasta). Eaco, con Minosse e Radamanti, giudicava i morti: e qui sfoggiava la sua conoscenza degli Inferi. Cocito è il fiume « del pianto »; le cagne sono le Erinni (cfr. Eschilo, Coef ore 924; ecc.). Echidna, era mostro metà femmina e metà serpente, madre di prole mostruosa (Cerbero, l’Idra di Lerna, ecc.). Le murene erano proverbiali per la voracità: famose quelle di Tartesso (Spagna); le Gorgoni, di solito localizzate in Libia, qui sono Titrasie, cioè di un demo attico, e quindi... di casa.

55.verso le quali. . . muovo »: parodia euripidea: cfr. Alcesti 244, Oreste 45, ecc.

56. scappata: invoca il dio: parodia della formola rituale nelle libazioni: « e stato versato (libato): invoca il dio ».

57. canaglia di Melite: invece di « Eracle di Melite », demo attico nel quale l’eroe aveva un tempio; forse si allude anche a Gallia, che era dello stesso demo.

58. Entra qui... : Eracle ghiottone e gran mangiatore era personaggio antico nella commedia, fin da Bpicarmo.

59.La condotta abile di Dioniso è paragonata a quella di Teramene, uno dei Trenta tiranni, discepolo di Socrate e di Prodico, valente oratore e uomo politico di condotta piuttosto ambigua (onde fu detto «coturno », che si adatta a entrambi i piedi: Senofonte, Elleniche 11 3, 3!): ciò che non lo salvò, tuttavia, dall’essere condannato a morte e giustiziato per opera dei suoi stessi colleghi estremisti (so­prattutto Grizia). Qui si allude al suo comportamento dopo la vittoria delle Argi­nuse (cfr. nota 4): pur essendo egli stesso responsabile della colpa attribuita ai comandanti vincitori nella battaglia (di aver cioè abbandonato in mare i corpi dei morti ateniesi: cosa cui furono costretti da una tempesta), Teramene si fece pubblico accusatore degli imputati (sei dei quali, su dieci, furono messi a morte), evitando così la propria condanna.

6o.Cleone e Iperbolo, i due famosi demagoghi, ora che sono morti (rispetti­vamente nel 422 e nel 411), continuano ad essere « protettori del popolo » dei defunti.

61.schiavo e mortale. . . : proprio le parole di Dioniso a p. 328.

62.possa essere sterminato. . . : formola solenne di deprecazione religiosa per coloro che violavano il giuramento (cfr. Antifonte, Orazioni ~, ii; Andocide, Orazioni i, 98; ecc.): qui ridicola, perché Dioniso non ha né moglie né bambini. Per Archedemo, che qui appare universalmente odiato, cfr. nota 49.

63.con sguardo di origano: acuto e penetrante come il profumo dell’origano.

64.mettilo alla tortura: nella procedura ateniese la tortura era riservata ai soli schiavi, i quali non erano ammessi a testimoniare in giudizio ma potevano es­ser torturati per iniziativa del padrone o su richiesta della parte avversaria: la quale, in tal caso, depositava una cauzione per il risarcimento dei danni (cfr. sotto).

65.L’accenno alla fustigazione col porro e la cipolla novella non è chiaro.

66.non ho starnutito: come se gli avesse fatto soltanto il solletico.

67.la festa di Eracle: Xantia, travestito da Eracle, fa finta di preoccuparsi della « propria » festa, che era stata sospesa a causa della guerra: essa aveva luogo ogni quattro anni nel demo Diorneo, che prendeva nome da Diomo, un fanciullo caro a Eracle.

68.      Le cipolle erano cibo di soldati.

69.      « tu che Delo... »: il verso era invece di Ananio, giambografo poco più antico di Ipponatte: secondo lo scoliasta, Dioniso confonde per effetto del dolore. Ma l’attribuzione del verso doveva essere già incerta, fra Ananio e Ipponatte.

70.« tu che la vetta... glauco mare »: Sofocle (Laocoonte).

71.Gleofonte, proprietario di una fabbrica di strumenti musicali, fu famoso demagogo e capo del partito democratico dal 411 al 405, quando fu ucciso in un tumulto popolare. In quanto barbaro e figlio di una schiava tracia, era sotto accu­sa per usurpazione di cittadinanza: in questo stesso anno il comico Platone lo aveva aspramente beffato in una commedia, intitolata appunto Cleo fonte, nella quale in­troduceva la madre che parlava barbaro. Si ricordi che per i Greci la voce della rondine, che veniva da paesi lontani, era considerata un balbettio incomprensibile:

cfr. già Eschilo, Agamennone ro~o, Erodoto Il 57, e Sopra, nota 14. Cleofonte è ricordato anche alla fine della commedia e Tesmoforiazuse 8o~.

72.La parità di voti (col cosiddetto « voto di Atena » nel processo di Oreste dinanzi all’Areopago: Eschilo, Eumenidi 741, ecc.) era a favore dell’accusato, che andava assolto: sembra quindi che, per sbarazzarsi di lui, il partito aristocratico era disposto anche a violare la legge.

73.Frinico di Stratonide è considerato come il maggiore responsabile del go­verno dei Quattrocento, nella rovina del quale egli stesso fu travolto: infatti fu trucidato da Trasibulo e Apollodoro, considerati poi benemeriti della città.

74.battaglia navale: è sempre la battaglia delle Arginuse (cfr. note 4 e 59);

i Plateesi, fedeli alleati di Atene fin dalle guerre persiane e rifugiatisi in Attica all’inizio della guerra del Peloponneso, erano cittadini a parità di diritti.

75.«nelle braccia dei flutti »: espressione di Archioco.

76.Imitazione di un luogo di una tragedia di Ione.

77. Di Gligene poco sappiamo: ma doveva essere del partito di Gleofonte e malamente arricchitosi con un mestiere molto screditato (cfr. Cavalieri p. 76).

.78. La terra di Cimolo, isola dell’Egeo, è una creta saponaria, ricca di soda.

79.allo stesso modo ecc.: il concetto, espresso in questi versi, è considerato da alcuni (ma a torto) come la intuizione, ovviamente empirica, di quella che sarà detta la « legge di Gresham » (economista inglese del secolo XVI): la moneta cattiva scaccia dalla circolazione la moneta buona, in quanto tutti tendono a tesau­rizzare questa e a disfarsi di quella. Qui si tratta delle nuove monete d’oro coniate l’anno precedente dalla fusione delle statue auree di Nike, ma a basso titolo di oro poiché la lega conteneva molto rame: e quindi nessuno aveva interesse a con­servarle.

8o.Rosso di pelo era forse Cleofonte (cfr. nota 7!), come già Cleone (Cava­tieri, nota 90).

81.impiccati a un bell’albero: cioè: almeno perirete nobilmente. Espressio­ne proverbiale, così tradotta da Publilio Siro « vel strangulari pulcro de ligno iuvat ».

82.epopta era il più alto grado nella iniziazione dei misteri eleusini: quindi, qualche cosa come « beato

83.vengo, nell’accezione della terminologia erotica volgare.

84.il vitto nel Pritaneo. . . : cioè, scherzosamente, come erano ricompensati ad Atene i cittadini benemeriti, con il vitto gratuito nel Pritaneo e la proedria a teatro (qui, accanto a Plutone).

85.Clidemide sarebbe stato un attore di Sofocle: ma è personaggio ignoto.

86.non andava d’accordo: forse per il duplice volontario esilio in Sicilia, dove mori: ma dato che anche Euripide era morto in esilio, è più probabile si alluda a disavventure nella carriera poetica, delle quali parlano alcune fonti. Comunque, Eschilo conseguì la prima vittoria soltanto nel 484, a quarantun anni: dopo la morte, invece, gli Ateniesi decretarono senz’altro l’assegnazione del coro a chi mettesse in scena opere di lui.

87.Certo il poeta... : questo corale è nello stile eschileo (con elementi ome­rici) ed è già una chiara presa di posizione del coro a favore di Eschilo, ardito e

poderoso artefice, contro Euripide, cincischiatore di concettuzzi e abile tessitore di sofismi. Eschilo è raffigurato come leone, Euripide come cinghiale.

88.« Davvero.. . dea? »: adattamento di un verso euripideo, dove però la dea era « marina »: con la solita malignità sulla madre del poeta.

89.pezzenti, cenci: come il famoso Telefo, Bellerofonte, ecc.: vedine una rassegna caricaturale in Acarnesi 411 sgg.

90.non ti scaldare... : parodia euripidea: cfr. Ciclope 423.

91.Un agnello nero, come alle divinità infere: cfr. Omero, Iliade III 103; Odissea III 6, XI 3~ ecc.

92.cretesi: gli iporchenii (frequenti in Euripide: Oreste 982 sgg.; Fenicie 382 sgg.; nei perduti Cretesi; ecc.) erano ritenuti di origine cretese (Sofocle, Aiace

699).

93.nozze em pie: nell’EoZo erano le nozze incestuose di Canace col fratello uterino Macareo, cui si allude anche più innanzi, nota 118; cfr. Nuvole nota 121.

94.Il Tele/o scherzosamente, invece di « cervello »: in greco le due parole si rassomigliano vagamente.

95.avrà ben da dire: Eschilo vuoi dire che egli si trova in condizioni di inferiorità, perché la sua poesia è rimasta fra i vivi; mentre Euripide si è portato  giù con se tutte le sue tragedie, di cui perciò può disporre. La responsabilità del­l’aspro (e non certamente profetico) giudizio è tutta di Aristofane, anzi della pole­mica di Aristofane.

96.dei tuoi misteri: Eschilo era nato ad Eleusi, sede dei famosi misteri: ai quali però non risulta che fosse iniziato. L’accusa di aver violato il segreto di que­sti o altri misteri è pura leggenda.

97.      0 Etere. . . : è la stessa accusa (qui in forma comica, naturalmente) portata contro Socrate, di aver introdotto divinità nuove, contro la religiosità tradizionale: Etere e Lingua (oltre Aria, Nuvole e Caos) sono anche divinità socratiche, nelle Nuvole; « Intelligenza » è parola frequente in Euripide (Eracle 655; Oreste 396, 1524; Troiane 672; Ippolito 1105; Supplici 203; ecc.).

98.       Le tragedie di Frinico (di poco più anziano di Eschilo) erano prevalen­temente liriche, onde furono ricordate a lungo appunto per la dolcezza dei loro canti.

99.non borbottavano: i silenzi di questi personaggi eschilei, silenzi di dolore o di sdegno, rimasero famosi: per Euripide, sono soltanto mezzucci per tirare avanti una tragedia ingannando gli spettatori.

100. « per lungo tempo... vegliai »: parodia di Euripide, Ippolito 375.

101. Erissi, secondo lo scoliasta, era persona di aspetto sgradevole, con una abbondante zazzera bionda.

102. l’a ffmnai... : Euripide sottopone la tragedia di Eschilo, tumida e gonfia, a una cura dimagrante e depurativa, qui descritta con scherzosa precisione di vo­caboli tecnici.

103. Cefisofonte, secondo Aristofane, collaborava con Euripide per le tragedie e nel ménage coniugale.

104. non è un discorso. . . l’allusione precisa sfugge: forse, si tratta dei motivi che determinarono il poeta ad andarsene da Atene.

105. Formisio, Megeneto: persone stolte, bellicose e superbe: For~nisio ebbe qualche importanza politica quando, nel 403, propose il richiamo di Alcibiade; poi fu ambasciatore, con Epicrate, presso il re di Persia. Di Megeneto nulla sappia­mo: il soprannome indicherebbe che era schiavo e barbaro. « Sogghignanti cur­vatori di pini » è la resa approssimativa di un’unica parola comica inventata appo­sta da Euripide per deridere lo stile solenne e ampolloso di Eschilo: come appare già dagli incerti tentativi dei commentatori antichi, l’effetto della parola era piut­tosto nel suono che nel reale significato (che taluno riferiva al « piega-pini » Sinis, il ladrone ucciso da Teseo).

106. i miei: quelli di Euripide sono invece eleganti e colti aristocratici:

Clitofonte, ammiratore del sofista Trasimaco, dà il nome a un breve dialogo plato­nico; per Teramene, cfr. nota ~

107. Chio, Ceo: l’allusione era già poco chiara per gli antichi commentatori:

il verbo « cadere » sembra riferirsi al gioco dei dadi; nel quale, secondo lo scoliasta, Chzos significava (oltre che « dell’isola di Chio ») un colpo sfortunato, mentre Keios (o Koos) voleva dire (oltre che « dell’isola di Ceo, o di Cos ») un colpo fortunato.

108. cocchi di mamma bonaccioni: propriamente: « come Mammàkyti di Me-lite », che erano famosi e ridicoli fessi, venuti perciò in proverbio; Mammakythos era titolo di commedie di Aristagora e di Platone.

109. « Tu vedi... Achille! »: inizio dei Mirmidoni di Eschilo, ora noto, con qualche variante, anche da un papiro di Qssirinco.

110. fuor degli ulivi: cioè fuori della pista dell’ippodromo delimitata appun­to da un filare di ulivi.

111. elevasti torri. . . : Aristofane stesso (Pace 749 sg.) caratterizza la pro­pria arte con parole simili.

112. pieno di Ares: sono le precise parole di un famoso giudizio di Gorgia sui Sette, rappresentati nel 467 come secondo dramma di una tetralogia tebana.

I 13. « Poi » ha valore logico (« inoltre »), non cronologico, poiché i Persiani furono rappresentati prima dei Sette, nel 472. La esclamazione iauòi, che segue, non si trova testualmente nei Persiani, dove però sono frequentissime consimili espressioni di dolore.

114. Pantacle fu poeta lirico, del quale null’altro sappiamo.

115. Fedra e Stenebea, che si erano uccise per un colpevole amore (Stenebea, che Omero chiama Antea, moglie di Perto, aveva tentato di sedurre Bellerofonte), erano le eroine delle famose tragedie euripidee che avrebbero corrotto, come qui si afferma, le oneste matrone ateniesi.

116. /osti colpito dall’adulterio: cfr. nota 103.

117. Mezzane come la nutrice di Fedra nell’Ippolito euripideo; nelle Tesmoforiazuse 1172 sgg., lo stesso Euripide fa da vecchia ruillana. — Partorire in un tempio (come Auge, nell’omonimo dramma euripideo, aveva partorito Telefo) era empia contaminazione.

118. con i /ratelli: per Canace e Macareo, cfr. nota 93.

119. Su vivere e non vivere disputava Melanippe la Saggia: e qualcosa di molto simile era detto nel Frisso e nel Poliido (parodisticamente ripetuto innan­zi, cfr. nota 167).

120. « In/ero Ermes... /o ritorno »: inizio delle Coe/ore eschilee, perduto nella tradizione manoscritta e noto appunto da questa citazione: Euripide vi esercita la sua critica sottile e cavillosa, che risente di dottrine sofistiehe (come la sinonimica di Prodico). Nel testo sono propriamente tre versi.

121. Eriùnios è epiteto già omerico di Ermes, spiegato comunemente come «soccorritore» ma di significato incerto anche per gli antichi.

122. non odora di fiori: cioè « vaneggi, dici sciocchezze », come chi beve vino recente, che fa ubriacare: non così il buon vino vecchio, che i Greci usavano arornatizzare con fiori vari (viola, rosa, giacinto: cfr. Ferecrate, Ermippo), come ancora oggi con la resina di pino.

123. « E al padre. . . »: è il seguito, ma non immediato, del prologo delle

Coe/ore:   anche questi versi sono noti soltanto dalla citazione di Aristofane.

124. tre volte: in tal modo si chiamavano, dopo il combattimento, i caduti sul campo (Omero, Odissea IX 6~ Vergilio, Eneide VI ~o6) e poi, in generale, tutti i morti.

125. « Era Edipo. . . »: inizio dell’Antigone euripidea, cui appartiene anche

il secondo verso.

126. Questo particolare del vaso di coccio è una invenzione comica: sembra però essere stato uso popolare (cfr. Tesmo/oriazuse ~

127. Erasinide fu uno dei comandanti della flotta alle Arginuse (cfr. nota 59), giustiziato per le accuse di Teramene.

128. ampollina, che già in greco passa a significare « ornamento retorico vacuo e sonoro », come poi il latino ampulla. Con questa geniale trovata Aristofane mette in ridicolo il punto debole dei prologhi euripidei, fatti quasi su misura in modo da potervi appiccicare, alla pausa logica e metrica della cesura semiquinaria, l’incomoda ampollina. Lo scherzo termina solo quando Euripide si accorge che, per evitarlo, deve recitare un verso intero (nota 135): dove peraltro si potrebbe anche inserire la «ampollina », ma ne verrebbe fuori uno scherzo irriverente verso Zeus e quindi disdicevole alla religiosità di Eschilo. Ma può anche pensarsi che Aristofa­ne stesso trovi il modo di cessare lo scherzo, per non sciuparlo con l’insistervi trop­po a lungo.

129. « Egitto. . . »: Euripide: prologo dell’Archelao, secondo lo scoliasta. Ma il prologo dell’Archelao, noto da altra citazione, era diverso: quindi o erra lo sco­liasta nel nome della tragedia, ovvero abbiamo qui un’altra redazione di quel prologo.

130. « Dioniso, ... »: prologo della Ipsipile.

131. « Uomo in tutto. .. »: prologo della Stenebea.

132. « Cadmo figlio. . . »: prologo del Frisso I, come attesta Tzetzes, e non del Frisso Il come afferma erroneamente lo scoliasta.

133. « Su veloci cavalle... »: prologo dell’Ifigenia in Tauride (vv. i sg.).

134. «Oineo dei campi          prologo del Meleagro.

135. « Zeus, come dice... »: prologo della Melanippe la Saggia, per la quale cfr. nota 119.

136. Signore bacchico è Eschilo, con lode simile a quella fatta sopra (p. 322) a Cratino.

137. « Perché, Achille.., non muovi? »: Euripide si vendica parodiando la lirica (con accompagnamento di aulo) eschilea, in un centone di versi accozzati a casaccio. La caricatura investe particolarmente la ampollosa oscurità dello stile, la monotonia metrico-musicale, l’impiego dei ritornello (si osservi che il v. ahi — tra­vaglio..., legato logicamente al precedente, è poi usato a sproposito come ritornello di altri versi con i quali nulla ha da vedere). La parodia continua più sotto con accompagnamento di cetra, col ritornello imitativo to/lattòtrat, da noi reso alla men peggio con « trallarallera trallarallà ».

138. /acchino: alla lettera: « degno di uno che tira la corda» del secchio per attinger acqua al pozzo: le ricorda Callimaco.

139. Per Frinico cfr. nota 98.

140. Meleto, poeta tragico autore di una Edipodia; molto più noto come accusatore di Socrate. Melodie di Caria, barbare.

141. quella che suona le nacchere: parodia della Ipside euripidea, che addor­mentava il piccolo a suon di nacchere (Ipsipile).

142. Nota particolarità delle cortigiane di Lesbo, specialiste, a quanto pare, nel penem lambere: cfr. anche Donne dell’assemblea 920. Il significato corrente di « lesbica» come dedita a rapporti omosessuali è (erroneamente) moderno, nella terminologia erotica, come « saffica ». La musa di Euripide è dunque una meretrice (cfr. sotto e più innanzi), esperta per giunta e raffinata: vedi anche nota 144.

143. « Alcioni, che sui flutti. . . le braccia! »: Eschilo si prende la rivincita con una parodia dei canti euripidei: più abile, perché qui il centone è composto in modo di aver l’apparenza d’un periodo logicamente costituito, ma del tutto incon­gruente nel senso e nel saporito miscuglio dei vari elementi. Nel v. vo-vo-volgete... (e a p. 363) sono parodiate le innovazioni musicali di Euripide, fra cui il pro­trarre una nota sulla stessa sillaba per più tempi, mentre nell’antica musica severa ogni sillaba aveva la sua nota. La identificazione dei versi del centone non e sem­pre possibile (anche perché non sono da escludere adattamenti comici da parte di Aristofane).

144. le dodici posizioni: altra feroce frecciata contro la musa di Euripide, di cui le parole sono detorte a senso osceno per indicare le abilità professionali della meretrice Cirene: per la quale cfr. Tesmoforiazuse 98; Platone comico.

145. « O de la notte. . . perquisizione! »: parodia della monodia (« a solo» lirico di attore) euripidea: poco usata da Eschilo e da Sofocle, fu invece particolar­mente cara ad Euripide (delle tragedie superstiti soltanto sei ne sono prive, ma cin­que ne contengono due ciascuna), che pose molto studio nel variarne e perfezionar­ne gli schemi ritmico-musicali. La comicità sgorga dal contrasto fra la solennità dello stile e la umile futilità della situazione: una povera fanciulla che ha sonno una funesta visione, dalla quale svegliandosi atterrita si accorge che la vicina Glice le ha rubato.., un gallo. E anche il gomitolo, che aveva faticosamente filato per ven­derlo al mercato e su cui si era addormentata, è scomparso; onde ella piange e si lamenta come un’eroina tragica, e invoca soccorso dalla divinità. Qui la parodia èancora più abile, perché non è fatta di frasi euripidee, ma lo stile è felicemente ricreato « à la manière » di Euripide.

146. Orsù... Ida: Euripide (I Cretesi).

147. La parodia è ancora accentuata dalla chiusa, espressa in linguaggio tecnico giudiziario.

148. «D’Argo lo scalo. . . »: Euripide, Medea i.

149. «Fiume Spercheio . . . »: Eschilo (Filottete).

150. « Solo tempio... »: Euripide (Antigone).

151.« Sol Morte... »: Eschilo (Niobe).

152. « Due e quattro... »: Euripide (fr. 888).

153. Ed il legno.. . »: Euripide (Meleagro).

154. « Carro su carro ... »: Eschilo (Glauco di Potnia).

155. Gli Egiziani erano famosi uomini di fatica: cfr. Erodoto 11 124; Ari­stofane, Uccelli nota 527.

156. Per Cefisofonte, cfr. nota 103. — Euripide è criticato come poeta libresco anche Sopra, p. 346: E’ noto d’altronde che egli fu uno dei primi Ateniesi a possedere una biblioteca privata.

157. i suoi cori: cioè le feste dionisiache con i concorsi drammatici.

158. «Lo brama... »: adattamento di un verso dei Custodi di Ione.

159. Non bisogna. . . : Eschilo (fr. 6o8): la sentenza, secondo Valerio Mas­simo VII 2, 7, sarebbe di Pericle.

160.oprattutto . . . un leone: Secondo lo scoliasta il «leone » sarebbe stato il padre di Alcibiade.

161. « le aure. . . sul pelago »: la risposta di Euripide è ancora più ambigua. Cleocrito è ignoto; per Cinesia cfr. nota 23. Il verso è parodia tragica, se non pro­prio euripidea.

162. Palamede, tradizionale simbolo di inventiva e di astuzia: Euripide aveva scritto un Palamede, come già Eschilo e Sofocle.

163. terra nemica: anche questa era opinione di Pericle; cfr. lo scoliasta a questo verso e Tucidide I 543.

164. «Sceglierò... »: probabile imitazione di un verso euripideo.

165. « Giurò la lingua »: per l’emistichio euripideo, cfr. nota s~.

166. «E che cosa... »: altra parodia euripidea (Eolo).

167. «E chi sa mai... »: efr. nota 119.

168. Socrate (il Socrate delle Nuvole), come amico di Euripide, è nemico della vera, grande tragedia: per i rapporti tra il filosofo e il poeta, cfr. Aristofane; Diogene Laerzio Il i8; ecc.

169. « Tre i mezzi per morire: spada, cappio e cicuta », diceva un proverbio (cfr. Zenobio VI i i; Appendix pro verbiorum IV 8~ ecc.), applicato a cittadini indegni e dannosi, dei quali la città deve sbarazzarsi per essere salva. Per Cleofonte, cfr. nota 7s; di Mirmece non sappiamo nulla; Nicomaco, figlio di uno schiavo, ebbe cariche pubbliche: contro di lui Lisia scrisse la trentesima orazione’ anche Archemoro è ignoto. Adimanto, infine, fu il principale responsabile della disfatta navale a Notio, nel ~o~ ad Egospotamo, nel 405, tradì la patria, consegnando le navi a Lisandro (Senofonte, Elleniche 11, i, 32).

170. E voi, divinità infere. . . Il canto di uscita del coro — come è attestato esplicitamente qui sopra — è nello stile di Eschilo, imitazione dal Glauco di Potnia.

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