Rapsodia

Stampa questo copione

RAPSODIA

Commedia in due atti di

IVANO BERTOLETTI

(adattamento di R. Lussignoli)

                  Personaggi:

              Marino                    metalmeccanico in pensione

              Emilia                      sua moglie

              Antonia                   loro figlia

              Wilma                     professoressa in pensione

              Carla                       sua sorella

              Franco (Fonzie)     barbone

 

            

PRIMO ATTO

I QUADRO - Luci sulla casa. La piattaforma presenta al pubblico l'abitazione di Marino.

Ta­volo, sedia, sul fondo una libreria colma di volumi.  Marino è seduto al tavolo. Ha più di sessant’anni ed è di corporatura robusta. Dopo poco smette di scrivere su un block-notes, rimanendo con gli occhi fissi sul foglio.

Marino       Perché mi vuoi tarpare le ali?

Emilia        (dall'esterno) Cosa dici?

Marino       Ho detto: “Perché mi vuoi tarpare le ali?”.

Emilia        (entrando) E io ho detto: “ Che cosa dici?”.

Marino       (guardandola, scandendo le parole) Tarpare le ali.

Emilia        (brusca) Muchela; non farmi venire il latte alle ginocchia e parla come mangi!

                

Marino      (paziente) Vedi, Emilia, quante cose non sai? “Tarpare le ali” è un modo di dire

                   figurato. (cerca veloce­mente sul vocabolario che è sul tavolo)

Emilia        Ah, hai bisogno del vocabolario per capire quello che dici !

Marino       Ma no, io conosco il significato, ma leg­gendolo sul dizionario tu capirai meglio.

Emilia        Grazie per farmi sentire un po’ rimbambita.

Marino       Ecco qua il verbo “tarpare”.(legge) “Ta­gliare la punta delle remiganti nell'ala

degli uccelli". E poi, “figurato: tarpare le ali a una persona: indebolire; paraliz-zare la sua forza, il suo ardire”.(smette di leggere) Cioè, in poche parole, impedire un’ini­ziativa, offuscare la sua volontà.

Emilia        E io avrei fatto tutta quella roba lì ?

Marino       E sì, moglie mia. Sei tu che quando mi metto a scrivere mi dici: “Perché

       sprechi l’inchiostro? Perché non fai qualcosa di utile, invece di perder tempo?”

       Questo significa soffocare sul nascere le mie velleità di scrittore.

Emilia        Scrittore ??!  Ma se in quarant’anni di matrimonio la roba più lunga che hai

scritto è stata la lista della spesa che ti ho dettato l’anno scorso, quand’ero ammalata ! (ora è Marino a sbuffare) E poi mi ri­cordo ancora l'unico bigliettino che mi hai scritto, quando eravamo fidanzati. Un bigliettino d'accompagnamen-to a quattro fiori scalcagnati. (Marino sta per parlare) Sì, è il pensiero che conta, d'accordo, ed io sono stata ben contenta di riceverli. (quasi declamando) “Un se­gno d'amore per la mia amatta”. (lo fissa) “Amat­ta” con due “t“. (indica due con le dita, poi, accentuando) “AMATTA”. Non sapevo se ridere od offendermi.

Marino       E’ stata una svista. Non ero abituato a scri­vere e mi era scappata una “t” in più.

Emilia        Diciamo così. Però la verità è che a scuola tu sei sempre stato un po’...

 indietro.

Marino       Ah, per quello nemmeno tu eri troppo avanti.

Emilia         Però io ero una bella ragazzina. (Marino fa una smorfia di poca convinzione) 

                  Oeh, cos’hai da fare quella faccia lì? Guarda che io sono stata eletta reginetta

        di bellezza!

Marino       (ironico) Sì, lo so.“ Miss tre cascine”. C'era­no tre cascine, dieci ragazze sì e no,

        quasi tutte un po' tracagnotte. Ogni anno ne premiavano una e un anno è toccato

        a te.

Emilia        (un po’ delusa) Allora, per te, io non sono mai stata bella.

Marino       Ma Emilia, io ti ho sempre voluto bene e quindi per me tu sei sempre stata “Miss

        Mondo”.

Emilia        (stupita, quasi commossa) Grazie. Questo non me l'hai mai detto.

Marino       Non ce n'era bisogno.

Emilia        Però io torno a dire: come puoi essere in grado di scrivere un romanzo tu, che

sei sempre stato un operaio metalmeccanico?

Marino       Prima di tutto i miei sono racconti, e non romanzi. E poi lo sai, (indica la libreria)

       che la mia grande passione è sempre stata la lettura.

Emilia        Già. (ironica) Ed io che credevo di essere la tua unica passione.

Marino       Cosa vuol dire? (pausa) Hai forse qualcosa da rimproverarmi?

Emilia        Beh no. (maliziosa) Però quando ero un po’ più giovane, ogni tanto succedeva

che io andavo a letto ed ero pronta... (fa intendere con gesti cosa vuol dire; Marino la guarda come uno che non ha capito) sì, ero pronta a...(si arrabbia)  hai capito o no !?

Marino       Sì, sì, e allora?

Emilia        Eh, e allora aspetta, aspetta, aspetta finché vinceva il sonno e... buona notte.

       E tu dov’eri? In sala, a leggere.

Marino      Lo sai com’è: quando un libro mi prende, non ci sono per nessuno.

Emilia       (con tono di scherno) Me ne sono accorta, me ne sono accorta più di una volta.

Marino      (imbarazzato) Scusa, Emilia. (pausa) E allora fai così anche adesso: per amor

       mio rispetta il mio desiderio di scrivere. (breve pausa). Ah, ha telefonato tuo figlio.

Emilia        Quale?

Marino       Giacomo.

Emilia        Perché “mio figlio?” Mi pare che eravamo assieme quando... o no?

Marino       Ma sì, dico “tuo figlio” perché è il tuo prediletto.

Emilia        Non dire stupidaggini. E cosa ha detto ?

Marino       Lui e tutta la sua famigliola faranno il Capodanno da noi.

Emilia        (stupita) Il primo dell'anno?!

Marino      (annuendo) Il primo dell'anno.

Emilia        Ma se siamo a metà settembre! Tele­fona adesso per il primo dell’anno ?!

Marino      (scherzoso) Ha prenotato con largo anticipo, temendo il tutto esaurito al famoso

       ristorante “Da Emilia: Tutto Gra­tuito”. Comunque è stata la sua dolce metà a

       sollecitargli la prenotazione.

Emilia        (con disprezzo) Ah, quella lardona.

Marino      (ironico) Non offendere tua nuora.

Emilia        “Nostra” nuora. La nostra disgrazia.

Marino      No cara moglie, è la disgrazia di tuo figlio.

Emilia       (sprezzante) “La signora”. Guarda, mi viene il fumo agli occhi quando penso che

                   lei non lavora e in casa  fa quasi tutto il povero Giacomo.

Marino      Povero un bel niente. Giacomo è un bamba, e se la moglie è così la colpa è

      anche sua.

Emilia       Giacomo lavora tutti i santi giorni, fa’ gli straordinari, e quando va a casa deve

      far da mangiare, lavare i piatti e pulire dappertutto. E lei, “la signora” a grattarsi

       il buco della pancia!

Marino      E' l'amore, Emilia. L'amore è cieco.

Emilia       Cieco o non cieco, non è giusto. La famiglia si tira avanti assieme, e non sulle

                   spalle di uno solo, mentre l'altra ingrassa a vista d'occhio.

Marino      (ironico) Eppure era intelligente, nostro fi­glio.

Emilia       Questa storia non l’ho mai capita.... Con tutte le belle e brave ragazze che gli

                   Ronzavano attorno... Proprio quella grassona con la cannetta di vetro è andato

                   a prendere...

Marino      Pazienza, bisogna aver pazienza. (alzandosi) Beh, io adesso esco.

Emilia       (sorpresa) Toh, hai già finito di scrivere?

Marino      Come? Ma se mi hai fatto una testa così perché scrivevo!

Emilia       Prima, ma adesso puoi farlo.

Marino      Non posso, mi hai rotto la vena.

Emilia       (stupita) Cosa t’ho fatto?!  Quale vena? Quella del braccio?

Marino      Ma no, quella della testa.

Emilia       (ironica) Oh, Signore! A furia di pensare gli è scoppiato il cervello.

Marino     (alzando la voce) Ho perso la vena artistica, l'ispirazione! Perciò è meglio che

                   vada a fare quattro passi. Magari la ritroverò. (e prende la cartelletta con dentro

                i suoi racconti)

Emilia       Sì. E auguri.

Marino      Auguri?

Emilia       Per ritrovare quella roba che hai perduto.

Marino     (ironico, mentre esce seguito, poco dopo, da Emilia) Grazie.

Scendono le luci della casa di Marino e si accendono quelle che illuminano il parco.

Parte la musica; pista n°1,”Rapsodia in blue”.

La piattaforma gira e visualizza la casa di Wilma, non illuminata.

II QUADRO - Wilma entra nella zona che rappresenta un giardino pubblico. Una panchina in posizione frontale in prosce­nio; accessi da definire. Ha circa settant’anni portati bene. Si siede sulla panchina e dopo poco inizia a leggere il libro che ha con sé.

Entra Marino, che osserva un poco Wilma e poi va a sedersi sulla panchina,

alla sua sinistra. Si salutano con un semplice cenno del capo. Marino, mentre Wilma torna al

suo libro, sfila un racconto dalla cartelletta, inizia a leggerlo e poco dopo, come se avesse

trovato l’ispirazione, mima legger­mente con l’espressione del viso e con gesti ciò che la sua

mente sta creando. Wilma, incuriosita, ogni tanto gli lancia di soppiatto delle occhiate stupite.

Quando si accorge di essere osservato Marino si blocca, con gli occhi fissi in quelli di Wilma

per alcuni istanti. Poi si ricompone, mentre Wilma ri­prende la lettura. Poi Marino, abbassando

un poco il capo, riesce a leggere il titolo del libro di Wilma. Sfuma la musica.

Marino      (un po’ timoroso) Ornitologo?

Wilma       (guardandolo sorpreso) Io?

Marino      Sì, lei.

Wilma       No. Ma, scusi, perché “ornitologo”?

Marino      Il titolo del suo libro: “Il canto degli uccelli”.

Wilma       Ah, (sorride) capisco che il titolo possa ingan­nare. Ma guardi il sottotitolo (gli

                   mostra la coper­tina)  “Frammenti di saggezza nelle grandi religio­ni”.

Marino      (scusandosi) Oh, che figura. (rimane in silenzio, un po’ impacciato) E' un buon

                   libro?

Wilma       Molto. Non c'è mai fine alla saggezza, ma non è un best-seller, purtroppo.

                   Comunque posso prestarglielo; basta vedersi ancora, così me lo rende.

Marino      Grazie. Beh, mi presento: il mio nome è Ma­rino, operaio metalmeccanico in

       pensione.

Wilma       Io sono Wilma. (si danno la mano) Anch'io in pensione, professoressa di

       lettere.

Marino      Ah, professoressa. Sono molto contento di co­noscerla. Io amo la letteratura,

       non da sempre però. Quand'ero giovane non m’interessava.

Wilma       Succede a molti di scoprirne la bellezza solo da adulti.

Marino      E’ proprio quello che è capitato a me. (pausa) Ecco... io...non vorrei essere

                   invadente...

Wilma       Mi dica, senza problemi.

Marino      Visto che lei è professoressa... e poco fa si è ac­corta del mio gesticolare...

Wilma       (sorride) Sì. Ed ero un po' incuriosita dal suo strano comportamento.

Marino      Ha ragione. Vede... io scrivo dei rac­conti e prima stavo pensando all'ultimo.

                   (pausa) Anche se le mie idee fossero buone, la loro trasfor­mazione in parole

potrebbe essere... confusa, sgrammaticata.  (im­pacciato) Io non so quanto valgo come.. diciamo scrittore...e siccome lei è una persona di cultura... mi permetta di chiederle un gran favore: può leggere i miei rac­conti? (e li prende dalla cartelletta)

Wilma       Non sono un critico letterario; potrò darle il mio giudizio personale, di semplice

                   lettrice.

Marino      Mi basta.

Wilma       Non li fa leggere a sua moglie?

Marino      Mia moglie preferisce la televisione e brontola per questa mia passione, anche

                   se, in fondo in fondo, è con­tenta di quello che faccio.

Wilma       Una vera moglie è sempre fiera del talento del marito. (sorridendo) Sempre che

i suoi siano dei buoni lavori. (pausa) D'accordo, Marino, ne porto un paio a casa e domani ne riparliamo.

Marino      (contento) Grazie.

Wilma      (dopo una pausa) E così, anche lei a casa ha la libreria strapiena.

Marino      Oh, sì. Non c'è più posto. Mia moglie poi, quando li spolvera, dà i numeri. Suo

                   marito è più comprensivo?

Wilma       Mio marito è morto un anno fa. Una malattia.

Marino      Mi dispiace. (pausa) Vive da sola?

Wilma       Sì. Anche se non è proprio vero.

Marino      (quasi un’affermazione) Le fanno compagnia i suoi libri?

Wilma       E la musica. Sono appassionata di spiritual e blues, la musica dei neri. I loro

                   ritmi, le loro voci mi fanno vibrare dentro.

Marino      A me invece piace quella classica. A volte scri­vo con la radio accesa; mi aiuta.

(da destra entra Franco. E’ un barbone di circa quarant’anni. Barba non curata; indossa un consunto giubbotto nero; ha una borsa a tracolla. Si ferma a fissare i due sulla panchina. Wilma e Marino, accor­tisi della sua presenza, lo guardano un po’ sorpresi. Poi Franco si muove, passa dietro a loro, li osserva, ed esce a sinistra. I due lo seguono con la coda dell’occhio)

Marino      Ce l'aveva con noi?

Wilma       Così sembrava.

Marino      Si vede cheabbiamo occupato la sua panchina.Poveraccio. Lei non l'ha mai

                   visto prima?

Wilma       No, in questo parco mi siedo dove capita.

Marino      Io invece, ci vengo raramente.

IlI QUADRO (Fran­co rientra. Guarda Marino, poi Wilma. Marino accenna un saluto con il

capo, che Franco ricambia)

Franco     Dò fastidio?

Marino     Come?

Franco     La mia presenza v’infastidisce?

Wilma       No. Perché?

Franco     Normalmente non sono ben accetto dagli altri.

Marino     Non si preoccupi. Sieda pure su questa panchina.

Franco     Grazie. (si siede)

Marino     Non c'è nulla da ringraziare. E' la sua panchina?

Franco     Beh, è la mia preferita.

Wilma       (sorridendo) Allora siamo noi gli intrusi.

Franco     Queste panchine sono di tutti. Nessuno è un intruso.(osserva Wilma, che sta leg-

gendo, con curiosità. A Marino, indicando Wilma con la mano) Una persona distinta.

Marino      Sa, è una professoressa di lettere.

Franco      Deve essere simpatica, visto che v’incontrate qui al parco.

Marino      Sì, ma vede... beh, io mi chiamo Marino e lei?

Franco      Franco. (Marino tende la mano verso Franco, che gliela stringe) Anche se mi

                   conoscono come Fonzie.

Marino      Fonzie?

Franco     (sorridendo e mostrandolo) Il mio giubbotto.

Marino      Ah, ho capito. Fonzie, simpatico soprannome. Bene, Fonzie, prima stavo

                   dicendo alla professoressa che scrivo rac­conti e qui (indica la cartelletta) ne ho

                   alcuni.

Fonzie      Lei è uno scrittore?

Marino      No. Ho fatto sempre l'operaio. E' da poco, da quando sono in pensione che

       mi sono messo a scrivere. E questi racconti li farò leggere alla professoressa,

per avere un suo giudizio.

Fonzie      (dopo una pausa, titubante) Le chiedo troppo se... ecco.. vorrei leggerne qual-

                   cuno, se la cosa non vi disturba.

Wilma       (che aveva ascoltato i loro discorsi, sorride ed accenna di no con la testa)

Marino      Bene! Che bello! Abbiamo trasformato la panchina di Fonzie in una sala di

                   lettura.

Fonzie      (sorride) Dovrete pagarmi l'affitto.

Wilma       Ad equo canone, però. (tutti ridono) Forza Marino, distribuisca i suoi lavori!

Marino      (dopo la distribuzione dei testi) E io, che faccio?

Wilma       Lei ammiri la bellezza di questa giornata set­tembrina con il cuore in ansia, in

       attesa dei nostri giudizi, che saranno inflessibili. Vero, Fonzie?

Fonzie      Senza dubbio.

Marino     (simulando scherzosamente un terrore) Abbiate pietà di me.

Wilma       (alzandosi) Ed ora scusatemi, ma devo proprio andare. Arrivederci a domani! (esce)

Marino      Arrivederci Wilma, e... grazie!

Fonzie       A domani! (Nel frattempo Fonzie ha iniziato la lettura; Mari­no lo guarda, trepidante

ed interessato. Dopo qualche attimo si sente un mugugno di soddisfazione di Fonzie; Marino lo osserva, trepidante. Qualche attimo ancora e poi, senza staccare gli occhi

dal foglio) Buono... buono. (e prosegue la lettura; Marino sorride.)

La luce del parco si attenua sempre più. BUIO. I due escono. S’illumina la casa di Wilma.

IV QUADRO - (Scena vuota. Ta­volo, sedia, sul fondo una libreria colma di volumi. Nella libreria,

o su un mobile c’è un giradischi che ha sempre sul piatto un 33 giri. Durante le scene in casa di Wilma i brani musicali sono degli spiritual o dei blues. Da sinistra entra Wilma seguita da Carla)

Carla        Allora, siamo d'accordo per domenica prossima. (pausa, confidenziale) Mettiti in

                   ghingheri, sorellina, che ti facciamo conoscere un generale in pensione...

Wilma       (con sufficienza) Oh, piantala con queste cretinate!

Carla        Scusami Wilma, non volevo offenderti...(pausa) Questa sera telefono al risto-

rante per la preno­tazione. Vedrai, si mangia bene. Così passeremo qualche ora in compagnia.

Wilma       Il pranzo lo offro io.

Carla        No, assolutamente.

Wilma       Carla, almeno una volta lascia che paghi io.

Carla        Già fai tanti regali a mio figlio.

Wilma       Tuo figlio è mio nipote, il mio unico nipote. Problemi economici non ne ho, lo

                   sai, quindi....

                  

Carla        Io, finanziariamente, sto molto meglio di te.

Wilma       Senti, non sprechiamo il tempo inutilmente. Io vengo con voi e il conto è mio.

Carla        (rassegnata) Sia fatta la tua volontà.

Wilma       Tanto, quello che ho sarà tutto tuo.

Carla        Ma di che parli?

Wilma       Di quando raggiungerò Sandro. E quel tem­po non è lontano.

Carla        Dai, smettila, non ricominciare con questo discorso.

Wilma       Guarda che a me non fa paura, anzi...

Carla        Sì, va bene. (pausa) Piuttosto... perché rimani in questa casa?

Wilma       Ancora?

Carla        (insistente) Sì, ancora. Abito in una villa con un giardino stupendo; c'è posto a

      volontà, e tu saresti la benvenuta.

Wilma       Ne sei certa?

Carla        Cosa vorresti dire?

Wilma       Chissà perché tuo marito, che è un gran brav’uomo, non ha mai avanzato que-­

                   sta proposta.

Carla        Wilma, lo sai che ti vuole bene, anche se non lo fa capire.

Wilma       Sarà, però io non voglio dare fastidio a nessuno e me ne sto a casa mia.

Carla        (rassegnata) Non si riesce proprio a farti cambiare idea. (stizzita) La solita testa

                   dura.

Wilma       (reagisce) Ora sei tu la testona, perché ti ho ripetuto mille volte il motivo princi-

                   pale del mio no. E' sempre quello e tu lo conosci benissimo: io non so­no sola in

                   questa casa.

Carla        (con sopportazione) Di nuovo quella storia.

Wilma       Sì. (pausa) Il mio uomo è sempre qui con me.

Carla        D'accordo, è nei tuoi ricordi.

Wilma       No, è presente qui e si manifesta spesso. Mi fa compagnia.

Carla        Ma dai, vuoi farmi credere che il fantasma di Sandro vaga per la casa?!?

Wilma       (sorridendo) Il fantasma? Ma Carla, cosa credi? Che tuo cognato giri per casa       

                   avvolto in un candido lenzuolo? Non è da lui.

Carla         E va bene. Supponiamo che sia vero; ho detto: supponiamo. Perché non si fa

       vivo quando ci sono io? Adesso, per esempio. Sono sua cognata quanto tu sei

       sua moglie.

Wilma       Come faccio a risponderti? Che cosa pretendi? Che io sappia il perché di questi

                   misteri?

Carla        (indica il giradischi) Perché quel disco non gira? (indica il libro sul tavolo) Perché

Queste pagine non si muovono? Perché io non sento alcun alito di vento nei miei capelli?

Wilma       Perché tu non riesci a capire la profondità del nostro rapporto.

Carla        Può darsi; però io non credo ai fantasmi. I tuoi sono solo sogni.

Wilma       E anche se fosse? Vuoi impedirmi di sognare?

Carla        Voglio solo impedirti di vivere nell'irreale.

Wilma       Con quale diritto?

Carla        Sei mia sorella. Ti voglio bene.

(nessuna delle due parla. Dopo alcuni secondi)

Wilma       Ci penserò, Carla. Ci penserò.

Carla        Grazie, Wilma, ma pensaci seriamente. (si alza) Ora ti saluto, torno a casa.

Wilma       Ciao, e dai un bacio a tutti. (sorride) Anche a quell’orso di tuo marito. (Carla

                   esce)

(Wilma rimane fissa a guardare dalla parte dell’uscita, poi scrolla le spalle e scuote il capo negativamente. Quasi su­bito si ferma e con la mano si sfiora i capelli nella parte bassa della nuca. Sorride). Musica; pista n° 2, di sottofondo per tutto il monologo. (“Così come sei”)

Wilma       Ciao, Sandro. Un minuto prima e ci trovavi mia sorella. Sì, lo so, lo so che èun

                   nostro segreto. L'ultimo dei tanti che hanno accompagnato la no­stra esistenza.

Io e te, insieme. Una simbiosi non perfetta, perché quaggiù nulla è perfetto, ma tale da renderci complici uno dell'altra. (pausa, sorridendo) Carla sta facendo di tutto per trovarmi un “nuovo compagno”, così li chiama lei. (scrollando la testa)  Lei non riesce a capire i nostri quarantatré anni di vicinanza, l'intensità della nostra esperienza. Che ne sa dei nostri discorsi più intimi? Del nostro amore? Il mistero di due vite in una. Tu e io. (pausa) Sai Sandro, a volte ripasso i nostri anni e continuo a sorprendermi della grandiosità dell'essere umano. Così individualista, così egoista, così solo, eppure così capace di donarsi, di concatenarsi con l’altro, come noi due. Ti ricordi? Bastava uno sguardo, e ci capivamo senza aprire bocca. Gli sguardi sono le parole dell'anima. (pausa) Carla mi prende per matta quando le dico di te. (la musicaaumenta per qualche secondo, poi diminuisce. Nel frattempo Wilma sorride) Ho capito, Sandro, ho capito; non ne parlo più, anche perché tutto questo lo sai già.

(Wilma guarda l'orologio) Devo andare dai miei amici. (le pagine del libro che è sul tavolo si voltano veloce­mente, poi si fermano) Cosa c'è? Cosa vuoi dirmi? (guarda la pagi­na aperta e legge) “Ritratto di fanciullo”. Non capisco... che vuoi dirmi, Sandro? Questo è un quadro che... (sospensione) quadro...(pausa) ritratto… (la musica aumenta per diminui­re subito) Ah, vorresti dirmi che io... hai ragione, sarà una bella sorpresa. (si alza e prende una cartelletta e una matita) Grazie, hai avuto una buo­na idea. (sta per uscire, si gira) Ciao Sandro, e ri­cordati di spegnere il giradischi. (la musica aumenta di colpo mentre Wilma esce, ridendo.

                   (La musica rimane ancora alta per qualche secondo poi di­minuisce, assieme

                   alla luce in casa di Wilma, sino a svanire. Buio. Luci sul parco)

V QUADRO - Marino entra nel parco e si siede. Entra Fonzie, pesto e dolorante)

Marino      Fonzie, cosa ti è successo?

Fonzie      Niente, niente amico, è l’età. Le notti trascorse dormendo all’aperto prima o poi

                   si fanno sentire.

Marino      (sistemandogli il giubbotto ed indicando l’occhio nero di Fonzie) Anche quello è

                   un dolore reumatico?

Fonzie      Non è facile imbrogliarti, vero? La cosa è più banale di quanto tu possa imma-

                   ginare. Poco fa qui nel parco ho incrociato due giovinastri cui non piaceva il

                   mio aspetto. Hanno iniziato ad insultarmi, mi hanno dato dell’inutile, del rifiuto

                   umano ed hanno concluso con un bel pestaggio.

Marino      Perché non hai gridato? Perché non hai chiesto aiuto? Qualcuno poteva inter-

                   venire, io stesso ti avrei sentito e avrei potuto stendere quei due. Sono un

                   pensionato, ma in quanto a cazzotti mi sono sempre difeso bene.

Fonzie      Meglio così, amico mio. Meglio così. La violenza non risolve i problemi, li crea.

                 (entra Wilma, e vede Fonzie contuso)

Wilma       Fonzie, cosa è successo?!?

Marino      E’ stato preso a pugni da due delinquenti. Niente di grave... è solo tutto pesto.

                   (Fonzie si tocca il fianco facendo una smorfia di dolore) Ti fa male, Fonzie?

Fonzie      Uhm... sarà la botta.

Marino      Poi passiamo in farmacia; hai bisogno di una pomata contro gli ematomi.

Fonzie      Grazie, ma non dovete...

Marino      Non ricominciare, sennò Wilma ed io ti convin­ciamo con la forza.

Wilma       Com’è triste vedere la vitalità della giovinezza sprecata in tal modo.

Fonzie      (dopo una pausa) Ci sono passato anch'io. So quanto la violenza sia iniqua.

Marino      Cosa vuoi dire, Fonzie?

Musica; pista n° 3, di sottofondo per tutto il monologo. (“Sacco e Vanzetti”)

Fonzie      Erano gli anni caldi, gli anni del movimento stu­dentesco; ero al primo anno di

                   Università. Marce, di­mostrazioni, assemblee... Insomma, la contestazione.

                   Mi sembrava tutto nuovo, appassionante. Venni subito coinvolto da chi

                   conosceva l'arte della persuasione.

Wilma       I cattivi maestri.

Fonzie      (assorto) I maestri dell'odio. C'era una sola ragione, una sola ideologia giusta:

                   la loro. Tutto il resto era di destra, da combattere. Una visione a senso uni­co.

(con impeto) Mio Dio, mi nutrivo ogni istante di quelle idee, un lavaggio conti-nuo della mente. La massificazione totale. (pausa; ironico) Credevo di essere

una pietra della costruzione del nuovo mondo. Ero cieco, e non lo sapevo. Finché un giorno... ero con altri sei ragazzi, tutti vestiti uguali con il nostro eski-mo, (con enfasi) la nostra divisa. Incrociammo un ragazzo. Io non lo conosce-vo, ma qualcuno del gruppo sì, almeno credo, perché comin­ciò a gridare: “E' un fascista ! Addosso al fascista!”. Lo circondammo e partirono gli spintoni, i

       primi pugni. (pausa) Anch'io lo colpii. Atterrito, il ragazzo ci guardava. Ho visto il

       suo sangue. Smettemmo solo quando arrivò la polizia. Scappammo. (pausa)

       Il ragazzo si salvò, ma le conseguenze furono tragiche. Da allora trascorre la

       sua vita su una sedia a rotelle. (pausa, alza il tono) E noi, sette contro uno, gli

eroi proletari, fuggimmo come... come ladri di galline. (pausa, normale) Dopo quell'azione, qualcosa s'incrinò in me. Quella notte rivissi il pestaggio decine di volte. Che cosa avevo fatto? Era un ragazzo, come me, mai vi­sto prima, e io l'ho picchiato. (alto) Perché? Che diritto avevamo noi di lacerargli il corpo? (pausa, normale) Il giorno dopo lessi il suo nome sul giornale, e decisi di segui-rne il calvario clinico. Aprii gli occhi, e compresi che l'integrità fisica di ogni

essere umano è sacra. E' un valore troppo grande perché sia distrutto da ideologie irrazionali. (pausa) Immediata fu la mia decisione di allontanarmi da quel mondo, do­ve la sopraffazione fisica e mentale veniva spacciata per democrazia.

La musica sfuma.

Marino      (dopo una pausa) E ci riuscisti senza problemi?

Fonzie      (si riprende; il tono ritorna vivace) Non fu facile. Una delle tante idiozie dell’epo-

       ca era la parola “tradimento”. (pausa) Fui anche fortunato perché, poco dopo,

       la mia famiglia si trasferì in un'altra città. Qui sono tornato dopo... (s’interrom-

       pe; cambia tono) dopo.

Marino      Qualcuno li ha definiti “formidabili” quegli anni.

Fonzie      Sì, formidabilmente ottusi e violenti.

Wilma        Io credo che le ideologie siano come una cassa da morto dove lo spirito dell'uo-

                   mo vi imputridisce. (lunga pausa di silenzio) Penso che sia giunto il momento

                   dei vostri ritratti. E’ un altro mio hobby, e credo di essere abbastanza brava; la

                   cosa non vi disturba, vero?

Fonzie      (ritorna sereno) Affatto; anzi, sono proprio curioso.

Marino      Anch’io ci sto. Wilma, comincia da lui.

Fonzie      Da me?  Beh, ... dove mi metto?

Wilma       Rimani dove sei, seduto.

Fonzie      Ma così, come sono ?

Marino      (ridendo) Perché, vuoi forse pettinarti ?

Fonzie      No...

Marino      Dai, che sei bello così.

Wilma      (sta già tracciando i primi segni) Quella bar­ba incolta ti dona moltissimo.

Fonzie      (sorride) Sì sì, continuate a prendermi in gi­ro...

Marino      (mentre osserva Wilma disegnare) Come mai hai portato con te carta e matita?

Wilma       Dovete ringraziare mio marito.

Marino      (con grande stupore) Tuo marito?!? Ma come può... (piano, a Fonzie, che lo

                   guarda meravigliato) E’ morto un anno fa.

Wilma       (non ha sentito; sorridendo) Abbiamo dei contatti particolari...

Marino      Nel senso che...

Wilma       (lo guarda) E' ancora con me.

Fonzie      (lentamente, con affetto) Vi siete voluti molto bene.

Wilma       Ci siamo sempre amati. (smette di disegnare) Sapete, io... come posso dire?...

                   Io ho un desiderio: mi piacerebbe morire accompagnata dalle note di

                   “Summertime”.

Marino      Wilma, ma quando uno muore, non sente più la musica.

Wilma       Non è detto.

Marino      Scusa Wilma, ma non capisco.

Wilma       Io mi vedo già nei giardini del cielo, ac­colta dal mio Sandro che mi prende per

                   mano e mi guida in quei luoghi sconosciuti. E subito dopo incontriamo una

                   favolosa “band” di neri che ci festeggia con una fantastica esecuzione di “When

                   the saints go marching in”. (riprende a disegnare; rimangono tutti e tre in

                   silenzio. Poi Fonzie, sot­tovoce, accenna a “ When the saints go marching in”.

                   Quasi subito la voce di Marino va ad aggiunger­si alla sua, mentre il tono sale.

                   Musica; pista n°4. ( “When the saints go marching in”). Wilma smette di di­

                   segnare e li guarda, sorridendo. Marino, con un cen­no, l’invita a cantare. E così

                   fa.

                    

                  

FINE 1° ATTO

2° ATTO

La piattaforma presenta la casa di Marino. La scena s’ illumina.

I QUADRO - (Marino, seduto al tavolo di casa sua, sta leggendo un giornale).

Antonia    (dall'esterno) Papà, tienti pronto.

Marino      (alza il capo, sorpreso) Perché? Che c'è, An­tonia?

Antonia     Uno spettacolo da togliere il fiato.

Marino      Oh, signur. (incuriosito) Forza, sono pronto.

Antonia     (entrando) Guarda che roba! (in pratica è vestita da cow-boy: cappello, stivali,

                 cinturone, giacca con frange. Marino la osserva sbigottito, a bocca aperta)

                 E' mostruoso, vero papà?

Marino      Sì... si... è proprio mostruoso. Ma è già carnevale?

Antonia    Macché! Carnevale è stato mesi fa.

Marino     Mi pareva.... C'è forse una festa mascherata?

Antonia     Papà, è il mio nuovo look!

Marino      No! Vuoi dire che vai a guidare il taxi concia­ta così? E' la vostra divisa?

Antonia     Ma papà, non c'entra niente il mio lavoro di tassista. E' il nuovo look di canta-

                   autore.

Marino      Ah.

Antonia     Dopo dieci anni che scrivo canzoni, ho cambia­to genere. Ne ho composte

                   quattro tipo country e un paio a ritmo di reggae. E la settimana prossima “Tony

                   e i Bisonti” esordiranno nella loro nuova veste.

Marino      Ah.

Antonia    Tony sono io, Antonia.

Marino      Ah.

Antonia     E “I Bisonti” sono imiei amici del comples­so. Sai, per restare nell'ambiente

                   country.

Marino      Ho capito. E vi fanno entrare?

Antonia     Dove?

Marino      Nel locale.

Antonia     Ma dai, papà; per forza che ci fanno entrare, abbiamo un contratto mensile per

                   due sere alla set­timana. Sai, non si guadagna male.

Marino      Ma è proprio necessario quel look lì?

Antonia     Fa personaggio, e con la mia musica creo la giusta atmosfera country. Sai

                   benissimo che senza musica morirei. Adesso vado alle prove. Oggi è sa­bato e

                   suoneremo tutto il giorno. Quando registre­remo la cassetta, ti farò ascoltare le

                   mie nuove can­zoni. Sono una bomba. (quasi gridando) Sono una bomba, papà!

                   Sono troppo forte! Ciao, vado.

Marino      (meravigliato) Esci vestita così, da cow-boy ?

Antonia     Sì, mi devo abituare al personaggio. Prendo il taxi e raggiungo “I Bisonti”. Ciao.              

                   (esce)

Marino      Ciao. (a voce più alta, rivolto alla porta) E sta attenta agli indiani ! (fra sé) Mah...

Emilia       (entrando) Marino, hai visto che bel “lach” ha l’Antonia?

Marino      Sì, quel de Com.

Emilia       Come?

Marino      Non si dice “lach” ma “look”.

Emilia       O Signore, tanto è la stessa cosa. Comunque sta proprio bene.

Marino      (non convinto)A me sembra la Buffalo Bill di Porta Ticinese. Ma, Emilia: (fa un

                   gesto con le dita) quando io e te abbiamo fatto...

Emilia       Che cosa?

Marino      Ma sì, quando noi due, (ripete il gesto) insieme, che dopo è nata lei, l'Antonia...

                   ma non ti ricordi?

Emilia       (cenno negativo con la testa) ... è passato tanto di quel tempo...

                  

Marino      (sorvola) Ecco... in quel periodo avevamo qualche problema?

Emilia       Ma cosa stai dicendo ?

Marino      No, perché, visto com’è venuta fuori... potevamo farla un po’ meglio.

Emilia       Ma smettila di dire baggianate. Averne di figli così...

Marino      Mah; quello sposato mi sembra uno schiavo romano, questa qui è una

                 tassista­-cantautore del Far-West. Ma quand’è che l’Antonia met­terà la testa a

       posto?

Emilia       Perché? Cosa fa di male? E poi è così giovane; avrà tutto il tempo per

                   maturare.

Marino      Orca!  Ha trentacinque anni ! Ancora un po’ che aspetta fa in tempo a marcire!

Emilia       Intanto lei, con le sue canzoni, guadagna un po’ di soldi. Tu, invece, con i tuoi

      racconti...

Marino      Vero, ma io non scrivo per i soldi. (si alza)

Emilia       (guardandolo) Dove vai?

Marino      A trovare i miei amici del parco.

Emilia       Ah, i tuoi due lettori.

Marino      Proprio, i miei due unici lettori. (fissa la moglie) O no?

Emilia       (prontamente) Da quanto tempo li conosci? Tre settimane ?

Marino      Sì; perché ?

(Wilma entra da destra e va a sedersi sulla pan­china)

Emilia       Potresti invitarli a casa nostra qualche volta.

Marino      Ah, beh, sì, senz'altro... lo farò. Io vado, ciao.

Emilia       Guarda che amezzogiorno è pronto!

Marino       Va bene. (esce, seguito poco dopo dalla mo­glie)

Buio in casa di Marino; luce sul parco.

La piattaforma gira, mostrando la casa di Wilma non illuminata.

II QUADRO - (Wilma sorride. Fonzie entra da sinistra)

Fonzie      Ciao Wilma.

Wilma       (sempre sorridendo) Ciao Fonzie.

Fonzie       Che è successo, Wilma. Ti vedo allegra.

Wilma       La mia distrazione ha fatto sempre ridere gli altri e così, ogni tanto, mi prendo la

                   rivincita.

Marino      (entrando da destra) Ciao a tutti. Siamo di buonumore oggi.

Wilma       Stavo dicendo a Fonzie che sono un’inguaribile distratta e, ogni tanto, mi

                   diverto a ricordarmi i miei disastri.

Fonzie      E non hai da raccontarci qualche storia legata alla tua distrazione?

Wilma       (dopo una pausa) Beh, voi non conoscete la più grossa che ho combinato.

                   (sorride)

Marino      Dai, comincia.

Wilma       Anni fa abitavo fuori città e dovetti recarmi al Provveditorato per consegnare

                   alcuni documenti. Presi la macchina e portai con me mia figlia, che aveva

                   undici anni. Parcheggiando dissi a Daniela: “Tu aspettami in macchina”.

                   La pra­tica fu più lunga del previsto e quando uscii, presi l’autobus fino alla

                   stazione e tornai a casa in treno.

     

(i due la fissano stupefatti)

Marino      Cosa hai fatto?!?

Wilma       Ritornai a casa in treno.

Fonzie       Da sola?!?

Wilma       Sì. E mio marito, che sapeva dell’impegno al Provveditorato, quando mi vide

                   entrare mi guar­dò preoccupato e mi chiese: “Daniela dov'è?” Fu come se una

                   scossa mi trapassasse il cervello: avevo dimenticato figlia e macchina in città.

Marino      (trattenendo a fatica il riso) Non è possibile, Wilma.

Fonzie      (anche lui sta per ridere) Ma come hai fatto?

Wilma       (allargando le braccia) Non so. Un black-out totale nella mia mente.

Fonzie      E dopo?

Wilma       Ripresi il treno, i mezzi pubblici e arrivai alla macchina.

Marino      E tua figlia?

Wilma       Era là ad aspettarmi, in macchina. (i due scoppiano a ridere) Daniela è sempre

stata una bambina ubbidiente.(ride anche lei) Adesso rido, ma allora... quel viaggio di ritorno non fu per niente divertente.

Fonzie      Incredibile.

Marino      E' proprio vero che nulla è più pazzesco della realtà. Pensate a mia figlia, la

                   can­tante, che va in giro vestita da cow-boy per­ché ha cambiato genere di

                   musica.

Wilma       Chissà, magari, invece del taxi, fa servizio con una diligenza.

Marino      Sì, ci manca pure la diligenza. E pensare che ha già compiuto trentacinque anni!

                   (e scrolla la testa)

Fonzie      (dopo una pausa) Non lamentatevi dei figli.

Marino      Che c'è, Fonzie?

Fonzie      Teneteli cari i vostri figli, voi che li avete.

Marino      Che vuoi dire?

Fonzie      Niente.

Marino      Non mi convinci, Fonzie. (breve pausa) Sai, mentre venivo qui pensavo a te e a

                   quelli come te. A quello che c’è alle vostre spalle. Noi non ti abbiamo mai

                   chiesto nulla; te­mevamo di farti soffrire... può darsi che sia giunto il momento,

                   se tu lo vuoi... Perché vivi così?

Fonzie      (tace)

Wilma       Parlarne può farti star meglio.

Marino      Io non riuscirei a fare la tua vita.

Fonzie      Non puoi saperlo. (pausa) Marino, può succedere di scontrarsi con la vita e di

                   soccombere definitivamente.

Wilma       La tua ferita è ancora aperta?

Fonzie      (guarda nel vuoto e tace)

Marino      Forse è meglio cambiare discorso.

Fonzie      No, è giusto che ve ne parli. Avete il diritto di sapere.

      Musica; pista n° 5, di sottofondo per tutto il monologo. (“Shine”)

                 La mia è stata una vita normale: laurea, milita­re, lavoro e a trent'anni sposato.

                   Un bel matrimonio, riuscito. Solo un cruccio: nessun figlio, ma questo ci univa

                   sempre di più; pur subendo quel vuoto, ci amava­mo molto. Finché, dopo dodici

                   anni di matrimonio avvenne il fatto più atteso e inaspettato: nacque Elisa. (si

                   anima) Fu un avvenimento sconvolgente; era la nostra felicità che ci sem­brava

                   di vivere in un'altra dimensione. E' incredibile come un esserino possa tra­

                   sformare un’esistenza. (pausa; lentamente) Elisa ci riuscì pienamente. (si

                   anima) Io ero capace di restare lì, vicino a lei, in adorazione per ore e ore.

                   (pausa; riprende il tono rassegnato, abulico) Elisa aveva cir­ca otto mesi. Un

                   giorno di primavera la portai col passeggino in un parco simile a questo; (si

                   riprende) mi piace­va moltissimo passeggiare con lei e volevo che tutti

                   vedessero questo mio orgoglio di uomo e di padre. (pausa) Ero seduto su una

pan­china, con mia figlia accanto a me, addormentata. All'improvviso una signora che cam­minava a pochi metri da me si afflosciò a causa di un malore; di scatto la raggiunsi e la soccorsi, con altre persone accorse per prestare aiuto. Rimasi pochi istanti vicino a quella donna, che si riprese quasi subito. Tornai alla panchina. (pausa. China il capo) Elisa non c'era più.

Wilma       Che cosa?!?

Marino      Come non c'era più?!?

Fonzie      Il passeggino era vuoto... forse qualcuno l'aveva presa in braccio. Osservai il

                   gruppo di persone lì vicine: nessuno. Sconvolto, guardai tutt'intorno. Niente;

                   Elisa non c'era. (pausa; disperato) Era lì, nella sua carrozzina; era lì con me;

                   era lì con il suo papà ! (pausa) Era. (lunga pausa; rassegnato, in crescendo)

                   Ven­nero la disperazione, la polizia, le ricer­che, l'attesa, la speranza (pausa) la

                   fine. (basso) Persi Elisa in un batter di ciglia, rapita da chissà chi.

Wilma      (dopo una lunga pausa) Oggi può essere viva.

Fonzie      Sì ma dove? Con chi? (pausa) Fu l'inizio della discesa all'inferno. Mia moglie,

                   distrutta, addossò a me la colpa. Io ave­vo lasciato Elisa da sola, io avevo perso

                   Elisa. Divenni un estraneo per lei; non rimase più nulla del nostro rapporto. E

                   mi lasciò.  Ed io? Dov'era finita la ragione della mia vita? Elisa non era più lì,

                   nei miei occhi. Mia figlia... mia figlia non era più mia figlia. (lunga pausa) Non è

                   giusto soffrire così atrocemente.

Marino      E poi?

Fonzie      Avvenne tutto di conseguenza, facile facile. Abbandonai il lavoro, la mia casa, la

                   mia città… e venni qui... ( silenzio)  Ho un sogno che mi perseguita da anni: una

                   lunga strada sterrata di campagna, fiancheggiata da alberi frondosi. Cammi­no e

                   tengo per mano la mia Elisa di pochi anni, e sorrido del suo sorriso. Lei parla, e

                   ascolta, e guarda, e domanda, e mi sfugge, e io la rin­corro e la riprendo,  la sua

                   mano cerca la mia, (breve pausa) e noi due camminiamo su quella lunga strada

                   sterrata di campagna...

Sfuma la musica

(Marino circonda le spalle di Fonzie, mentre Wilma gli stringe il braccio per qualche attimo).

Fonzie      Tanti barboni come me vogliono uscire da que­sto stato, ritornare a vivere nor-

                   malmente. Io no. Io faccio parte dell'altra categoria, di quelli che non hanno

                   alcuno stimolo per cambiar vita.

Marino      (togliendo il braccio dalle sue spalle) Possia­mo aiutarti?

Fonzie      Mi ascoltate: mi siete già d’aiuto. ( silenzio)

Wilma       Hai ragione, Fonzie. Spesso non ci acconten­tiamo dei nostri figli. Il loro destino

                   c’investe to­talmente e vorremmo che diventassero chissà chi. E spesso il nostro

                   amore diventa egoismo. (pausa) Come avvenne con mia figlia.

Marino      Quella che ti sei scordata in macchina ?

Wilma       Sì, Daniela.

Marino      Te la sentiresti di parlarne?

Musica; pista n° 6, di sottofondo per tutto il monologo. (“Platoon”)

Wilma       Daniela era al terzo anno d’università; esami dati regolar­mente e, a quanto mi

                   risultava, nessun problema  par­ticolare. Eravamo al termine delle vacanze

                   estive, in un paesino di montagna, e quel giorno Daniela fece sedere me e mio

                   marito perché doveva parlarci. E ci parlò, (pausa) comunicandoci che aveva

                   deciso di diventare suora di clausura.

Marino      Suora di clausura?!?

Wilma       Sì. Provai una sensazione angosciante. Non potevo credere alle parole di mia

                   figlia. Pa­role per me pazzesche, inconcepibili. La mia rea­zione fu drastica. Mi

                   alzai, e ripetendo “Non capi­sco... non capisco” lasciai Sandro e Daniela. 

                   Camminai per qualche minuto, mentre la mia mente e il mio cuo­re rifiutavano

                   totalmente la sua decisione. (pausa) Mia figlia rinchiusa per sempre! Com'era

                   possibile? Quello era un furto di Dio! Mi fer­mai presso una cascatella; forse

                   cercavo di coprire il mio tumulto interiore con il rumore dell'acqua. E poi la vidi.

                   Daniela sbucò dalla curva, mi fissava e sorrideva. Camminava e sorrideva. Quel

                   sorriso riuscì a far crollare il muro den­tro di me.  E allora capii. Capii che ero

                   ottenebra­ta dall'orgoglio di madre, orgoglio che mi rendeva incapace di rispettare

                   e comprendere la sua scelta, ciò che per lei era giusto. Mi fu dinanzi, i suoi occhi

                   sorridenti nei miei. Non disse una parola. La strinsi a me, mentre le mie labbra

                   sussurravano: “Ho capito, Daniela, ho capito”.

Sfuma la musica

Marino      E si fece suora.

Wilma       Sì.

Fonzie      E da allora?

Wilma       Ci siamo riviste raramente. Mi scri­ve. E sempre sono colpita dalla sua serenità.

                   Mia figlia si sta rea­lizzando così. Che diritto avevo io di impedirglielo? Ogni

                   essere umano è una sorgente nuova, unica.

Fonzie      (dopo qualche secondo di silenzio) Oggi sem­bra il giorno delle confidenze più

                   intime.

Marino      E' strano, ma mi avete così coinvolto che è... è come se fossi obbligato a

raccontarvi un mio se­greto, che non conosce nemmeno l’Emilia.  (pausa)

Musica; pista n° 7, di sottofondo per tutto il monologo. (“La morte di Asce”)

 Era una mattina di gennaio e nevica­va dolcemente. Mia madre, nonostante l'età avan­zata, abitava da sola perché voleva abitare da sola. “Sto bene nella mia

casa, in mia compagnia”, mi ripeteva in continuazione. Quel giorno, come ogni giorno, passai da lei. Non suonavo mai, battevo con il pugno, una spe­cie di segnale di riconoscimento. Ma nessuno venne ad aprire. Avevo con me le 

                 chiavi di casa sua e mentre la serratura scattava pensai che quella sarebbe stata

      l’ultima volta che aprivo quella porta. Un presentimento. Il mio unico “mamma”

      sembrò violare il silenzio di quelle pareti. La tro­vai sul letto, il capo reclinato

      delicatamente, i lunghi capelli candidi sciolti. Non dormiva. Un paio di passeri

      cinguettavano sul davanzale; cercavano il pane, quelle briciole che mia madre

      non aveva potuto spezzare. Era ancora calda. Guardai le sue rughe, la racchiusi

      nelle mie braccia e lei, così minuta, simile a un pas­serotto, sembrò scomparire nel

      mio abbraccio. E, senza accorgermene, mi misi a cullarla. Io cullavo la don­na che

      chissà quante volte mi cullò da piccolo. Nessun ru­more, nulla.

                 Solo le mie lacrime silenziose e due uc­cellini muti che ci guardavano.

Sfuma la musica

(sono tutti e tre commossi)

Fonzie      Su questa panchina ci riveliamo parti nascoste della nostra vita...

Marino      Una panchina misteriosa...

Wilma       O un confessionale delle nostre anime...

Musica; pista n° 8. (“La danza di Anita”). Le luci si abbassano lentamente. BUIO sul parco. I tre attori escono di scena.

Dopo qualche secondo luce blu sul parco.

III QUADRO - E’ sera. Entra Fonzie con alcuni fogli di cartone. Si siede sulla panchina deponendo i fogli su di essa. Si sfrega le mani, quindi guarda il cielo e si distende per dormire. Luce in casa di Wilma. Via la luce blu sul parco.  Sfuma la musica.

Wilma      (entra; ha in mano un bicchierino di whisky ed un fascio di fogli)

                 Eccomi qua Sandro. Questa sera leggerò il racconto più lun­go scritto da Marino.

(posa i fogli sul tavolo e si guarda intorno) Mi senti, Sandro? Lo so che ci sei. Questo è whisky. Fa bene alle coronarie. (si siede al tavolo, sorseggia il liquore e depone il bicchiere. Guarda il fascicolo di fogli sul tavolo) Marino mi ha detto che è un po' strano; non lui, il racconto. Se devo essere sincera i suoi racconti sono tutti un po’ strani. Ti ricordi quello intitolato “Il cacciatore”? Mah, forse è per questo che mi piac­ciono. (guarda il gi­radischi) Non ti fai vivo questa sera? (sorride) Scusa, m'è scappata. (si alza) Beh, visto che tu... niente, provvedo io. (avvia il giradischi; musica; pista n° 9 di sottofondo.(“Danza araba”) Torna al tavolo e, sedendosi) Rimango qui a leggere, perché se mi siedo sulla poltrona re­sisto ben poco al sonno. (inizia a leggere)

Si affievolisce la luce in casa di Wilma, sino a scomparire. Luce blu sul parco.

Marino entra; ha con sé una borsa. Si avvicina alla panchina e scuote Fonzie. Questi apre gli occhi, sorpreso. Sposta i car­toni e si mette seduto).

Fonzie      Cosa c'è?

Marino      (si siede e toglie dalla borsa una coperta, che dà a Fonzie) Avevo freddo.

Fonzie      Sì, questa è la prima se­ra di ottobre piuttosto fresca. (Fonzie si copre).

Marino      E' meglio del cartone.

Fonzie      (ringrazia con un cenno e stringe il braccio di Marino poi, staccandosi) Guarda

                 le stelle. Sono infinite, splendenti, e sono di tutti. Quindi anche mie. Chi me le

       può portar via? (rimangono così, silenziosi ed immobili, a guardar le stelle)

Si illumina la casa di Wilma.

Wilma        Alzare il volume della pista n° 9 per qualche secondo, poi ritorna di

                   sottofondo

                   (alzando la testa, sorridente) Ah, ci sei, final­mente. (dopo un attimo il suo viso si

                 contrae in una smorfia di dolore. Si porta le mani al cuore, poi allunga il braccio

                 sul tavolo. Il capo, tremante, scivola sul tavolo; il braccio, in un ultimo spasimo,

                 rovescia il bicchiere. Poi Wilma rimane immobile, per sempre, con il capo reclinato

                   sul braccio. La musica cessa di colpo e parte subito la pista n° 10; di

                   sottofondo. (“Summertime”) Marino e Fonzie sono ancora lì, silenziosi, con lo

                   sguardo rivolto all’infinito).

Marino      Hai ragione, Fonzie. Questa stellata è una meraviglia.

Fonzie      E questa notte avrò come compagna la luna piena.

Marino      (dopo poco si blocca, stupito) La senti, Fonzie?

Fonzie      Cosa?

Marino      (emozionato) La musica.

Fonzie      Chemusica?

Marino      Aspetta, la sentirai... aspetta...

Fonzie      (teso, concentrato, ascolta) Sì... sì, la sento... ma è “Summertime”...

Marino      (commosso, lentamente) O Dio...Wilma...

Fonzie      (pausa; lo sguardo nel vuoto, commosso) Abbiamo perso un’amica...

Marino      (pausa; lo sguardo nel vuoto) Ora siamo più soli...

(dopo poco i due, lentamente, si alzano ed escono. Qualche secondo e la musica cala sino a cessare.  Si spengono sia la luce blu del parco che quella in casa di Wilma. Silenzio assoluto per pochi secondi. Parte la pista n° 11. (“Largo”).

Dopo pochi secondi sipa­rio)

FINE

Daniela

Tratto da “Rapsodia”, di Ivano Bertoletti

Spesso non ci acconten­tiamo dei nostri figli. Il loro destino c’investe to­talmente e vorremmo che diventassero chissà chi. E spesso il nostro amore diventa egoismo.

Come avvenne con mia figlia.

Daniela era al terzo anno d’università; esami dati regolar­mente e, a quanto mi

risultava, nessun problema  par­ticolare. Eravamo al termine delle vacanze estive, in un paesino di montagna, e quel giorno Daniela fece sedere me e mio marito perché doveva parlarci. E ci parlò, comunicandoci che aveva deciso di diventare suora di clausura.

Provai una sensazione angosciante. Non potevo credere alle parole di mia figlia. Pa­role per me pazzesche, inconcepibili.

La mia rea­zione fu drastica. Mi alzai, e ripetendo “Non capi­sco… non capisco!” lasciai Sandro e Daniela. Camminai per qualche minuto, mentre la mia mente e il mio cuo­re rifiutavano totalmente la sua decisione. Mia figlia rinchiusa per sempre! Com'era possibile? Quello era un furto di Dio!

Mi fer­mai presso una cascatella; forse cercavo di coprire il mio tumulto interiore con il rumore dell'acqua. E poi la vidi. Daniela sbucò dalla curva, mi fissava e sorrideva. Camminava e sorrideva. Quel sorriso riuscì a far crollare il muro den­tro di me. 

E allora capii.

Capii che ero ottenebra­ta dall'orgoglio di madre, orgoglio che mi rendeva incapace di rispettare e comprendere la sua scelta, ciò che per lei era giusto. Mi fu dinanzi, i suoi occhi sorridenti nei miei. Non disse una parola. La strinsi a me, mentre le mie labbra

sussurravano: “Ho capito, Daniela, ho capito”.

Da allora ci siamo riviste raramente. Mi scri­ve. E sempre sono colpita dalla sua serenità.

Mia figlia si sta rea­lizzando così. Che diritto avevo io di impedirglielo?

Ogni essere umano è una sorgente nuova, unica.

var aa=new Array(); aa=document.getElementsByTagName("a"); if(aa!=null){ for(i = 0; i

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 1 volte nell' ultima settimana
  • 1 volte nell' ultimo mese
  • 3 volte nell' arco di un'anno