Re Giovanni

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WILLIAM SHAKESPEARE

RE GIOVANNI

Dramma storico in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: "THE LIFE AND DEATH OF KING JOHN"

NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell'edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare - The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960, pagg. XXXII, 1376) con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell'"Oxford Shakespeare" curata da G. Taylor e G. Wells per la "Clarendon Press", New York, U.S.A, 1994, pagg. XLIX, 1274). Quest'ultima comprende anche "I due cugini" ("The Two Kinsmen") che manca nell'Alexander.

Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa quando sia apparso indispensabile ai fini di una migliore comprensione dell'azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente concepita ed intesa.

2) S'è mantenuto, all'inizio di ogni scena, il prammatico tradizionale "Entra"/ "Entrano", che ripete l'"Enter", del testo, avvertendo tuttavia - sempre con riguardo alla comprensione dell'azione scenica alla sola lettura - che tale dizione non sempre indica che i personaggi al momento dell'apertura della scena: vi si possono già trovare, in vario atteggiamento, come nella prima scena del II atto, nella prima del IV, nella seconda del V. La reciproca vale per la dizione "Exit"/ "Exeunt" al termine della scena.

3) I nomi dei personaggi e dei luoghi sono stati, per quanto possibile, italianizzati.

4) Il metro è l'endecasillabo sciolto, intercalato da settenari. Altro metro si è usato nelle poche occasioni in cui s'è dovuto rendere citazioni, strofette, strambotti, ecc., e la sintonia con il testo abbia richiesto uno stacco di stile.

5) Il traduttore riconosce d'essersi avvalso di traduzioni precedenti - in particolare della prima versione poetica di Giulio Carcano, e di quelle del Baldini, del Lodovici, del Melchiori, del D'Agostino, del Lombardo e di altre, dalle quali ha preso in prestito intere frasi e costrutti, e interpretazione di passi oscuri e controversi, dandone opportuno credito in nota.

PERSONAGGI

RE GIOVANNI

LA REGINA ELEONORA, vedova di Enrico II, sua madre

IL PRINCIPE ENRICO, suo figlio

BIANCA DI SPAGNA, sua nipote

COSTANZA, vedova di Goffredo Plantageneto

ARTURO, duca di Bretagna, suo figlio

Pari d'Inghilterra: IL CONTE DI PEMBROKE

IL CONTE DI ESSEX

IL CONTE DI SALISBURY

LORD BIGOT

UBERTO DE BOURGH, gentiluomo fido di Re Giovanni

ROBERTO FAULCONBRIDGE, figlio di Sir Roberto Faulconbridge

FILIPPO FAULCONBRIDGE, suo fratellastro, detto IL BASTARDO

LADY FAULCONBRIDGE, loro madre, vedova di Sir Roberto Faulconbridge

GIACOMO GURNEY, gentiluomo al servizio di Lady Faulconbridge

RE FILIPPO DI FRANCIA

IL DELFINO LUIGI, suo figlio

LIMOGES, duca d'Austria

IL CARDINALE PANDOLFO, legato del papa

CHATILLON, ambasciatore di Francia presso Re Giovanni

IL CONTE DI MELUN, nobile francese

DUE SGHERRI, al servizio di Uberto de Bourgh

Nobili inglesi e francesi - Cittadini di Angers - Uno Sceriffo - Araldi - Guardie - Soldati - Messaggeri - Persone del seguito

SCENA: in Inghilterra e in Francia

ATTO PRIMO

SCENA I - Southampton, sala nel palazzo di Re Giovanni

Entrano RE GIOVANNI, la REGINA ELEONORA, PEMBROKE,

ESSEX, SALISBURY e CHATILLON

RE GIOVANNI -     Allora, Chatillon, dite, che vuole

Francia(1) da noi?

CHATILLON - Così il re di Francia,

dopo avervi mandato il suo saluto,

parla per il mio mezzo alla maestà

- maestà d'accatto - del re d'Inghilterra.

ELEONORA -  "Maestà d'accatto"... Stravagante esordio!

GIOVANNI -  Silenzio, madre, udiamo l'imbasciata.

CHATILLON - Filippo re di Francia,

nel legittimo nome e nel diritto

del figlio del fratello tuo Goffredo,(2)

defunto, Arturo dei Plantageneti,

accampa la giustissima pretesa

al possesso di quest'isola bella

e dei dominii d'Irlanda, Poitou,

Angiò, Turenna e Maine;(3)

e t'invita a deporre quella spada

che quelle terre tiene in suo dominio

da usurpatrice, e rassegnarla in pace

nelle mani del tuo nipote Arturo,

loro legittimo signore e re.

GIOVANNI -  Che seguirà, se glielo rifiutiamo?

CHATILLON - L'orgogliosa risposta

d'un'infuocata e sanguinosa guerra,

per affermar di forza quel diritto

di forza a lui carpito.

GIOVANNI -  E noi risponderemo guerra a guerra,

e sangue a sangue, e violenza a violenza.

Così rispondi al Francia da mia parte.

CHATILLON - Quand'è così, ricevi per mia bocca

la sfida del mio re,

che disbriga così la mia ambasciata.

GIOVANNI -  E tu portagli indietro quella mia;

ma sii veloce nel recarla, rapido

come folgore che gli baleni agli occhi,

ché, avanti che gli giunga il tuo rapporto,

potrò esser già là, e potrete udire

il tuono delle mie artiglierie.

Parti, sii tromba della nostra collera

e della vostra sicura disfatta.

(Ai nobili presenti)

Lo si accompagni con tutti gli onori

Pembroke, provvedi tu alla bisogna.

Buon viaggio, Chatillon!

(Escono Chatillon e Pembroke)

ELEONORA -  E adesso, figlio?... Io l'ho sempre detto

che quella pretenziosa di Costanza(4)

non avrebbe cessato di tramare

fintanto che non fosse riuscita

ad aizzare il Francia e tutto il mondo

a sostener la causa di suo figlio!

Tutto ciò si poteva prevenire

e pacificamente sistemare

per mezzo di amichevole negozio;

ed ecco che ora i capi di due regni

si vedranno costretti ad arbitrarlo

con un verdetto orribile e cruento.

GIOVANNI -  Il saldo mio possesso e il mio diritto

stanno per noi.

ELEONORA -  Il saldo tuo possesso,

ben più che il tuo diritto,

o per noi due sarebbe torto marcio,(5)

ti sussurra all'orecchio

la mia coscienza... e che nessuno l'oda

all'infuori del cielo e di noi due.

Entra uno SCERIFFO (6) e sussurra qualcosa a Essex

ESSEX -     Sire, c'è qui per voi, dalla contea,

una querela, la più stravagante

mai sottoposta alla vostra giustizia.

Volete che introduca i contendenti?

GIOVANNI -  Vengano pure avanti.

(Esce lo Sceriffo)

(Alla madre)

Saranno i priorati e le abbazie

a far le spese della spedizione. (7)

Rientra lo SCERIFFO accompagnando ROBERTO FAULCONBRIDGE e FILIPPO suo fratello bastardo

GIOVANNI -  (Al Bastardo)

Chi sei tu?

BASTARDO -  Un fedele vostro suddito,

un gentiluomo del Northamptonshire,

e primogenito, così suppongo,

di sir Roberto Faulconbridge,

un soldato creato cavaliere

sul campo dalla mano dispensiera

di re Cuor-di-leone.

GIOVANNI -  (A Roberto)

E tu chi sei?

ROBERTO -   Di quello stesso Faulconbridge il figlio

ed erede.

GIOVANNI -  Lui figlio primogenito,

e tu l'erede? Dalla stessa madre

non siete nati allora, a quanto pare.

BASTARDO -  Sicurissimamente dalla stessa,

possente sire... questo è risaputo,

e dallo stesso padre, come penso.

Ma per saper di ciò con più certezza,

io vi rimando al cielo od a mia madre;

perché al riguardo nutro qualche dubbio,

come può averlo ogni nato da donna.

ELEONORA -  Che dici, scostumato!

Tu getti la vergogna su tua madre

e ferisci il suo onore

col far mostra di tale diffidenza!

BASTARDO -  Io, signora? Io no, non ne ho motivo.

È mio fratello, invece,

che proprio su tal fatto mi querela;

e se riuscirà a dimostrarlo,

mi soffierà la discreta sommetta

di circa cinquecento ghinee l'anno.

Per quanto mi riguarda,

che Dio conservi l'onore a mia madre,

e a me la rendita delle mie terre.

GIOVANNI -  Ha la lingua ben sciolta, il giovanotto!(8)

(Al Bastardo)

Ma com'è che, più giovane di te,

pretende lui la tua eredità?

BASTARDO -  Non so, gli faran gola le mie terre.

Vero è che più di qualche volta, già,

m'ha rinfacciato d'essere un bastardo;

ma ch'io sia stato concepito o no

conforme a legge, sta in capo mia madre;

s'io sia stato però ben concepito,

mio sovrano - e beate siano l'ossa

che di tanto si presero il disturbo -

vogliate confrontar le nostre facce

e siatene poi giudice voi stesso.

Se è vero che a generarci entrambi

è stato proprio il vecchio Sir Roberto

e questo figlio rassomiglia a lui,

o vecchio Sir Roberto, padre mio,

io ringrazio in ginocchio il Padreterno

che non m'ha fatto somigliante a te!

GIOVANNI -  (Alla madre)

Oh, ma vedete un po' che testa matta

ci doveva mandar stamane il cielo!

ELEONORA -  Qualche cosa, però, egli ce l'ha,

nel viso come nel tono di voce,

del mio Cuor-di-leone.

Non ravvisi tu tratti di mio figlio

nell'impianto robusto del suo corpo?

GIOVANNI -  Altroché: l'ho scrutato attentamente

da ogni parte: è identico a Riccardo!

(A Roberto)

Amico, parla: che cosa ti muove

a reclamare legittimamente

da questo tuo fratello le sue terre?

BASTARDO -  Lui dice ch'è il profilo di mio padre,

ch'egli ha nella sua faccia,

e vantando questa sua mezza faccia

pretende avere tutta la mia terra;

un soldo di profilo

per cinquecento sterline di rendita.

ROBERTO -   Vostro fratello, Sire,

nel tempo che mio padre è stato in vita

ebbe molto ad usar dei suoi servigi....

BASTARDO -  Bene, signore, ma non puoi con ciò

reclamar la mia terra:

di' a lui piuttosto come suo fratello

ebbe ad usare della nostra madre.

ROBERTO -   ... ed una volta lo inviò in Germania

ambasciatore a quell'imperatore

importanti questioni di Stato.

Di questa assenza di mio padre il re

profittò per restar tutto quel tempo

a soggiornare nella di lui casa,

dove ho vergogna a dire come ha fatto

a prendere il suo posto con mia madre.(9)

Ma quel ch'è vero è vero.

Grandi distanze di mari e di terre

separavan mio padre da mia madre

quando questo faceto signorino

fu concepito. E sul letto di morte,

mio padre lasciò a me, con testamento,

le sue terre, e giurò sulla sua morte

non esser suo questo figlio da sua moglie

partorito; ché se lo fosse stato,

sarebbe nato prematuramente

di quattordici buone settimane

sul tempo stabilito da natura.

Perciò, mio buon sovrano,

fate che venga a me quello ch'è mio,

ovverossia le terre di mio padre,

come da lui disposto in testamento.

GIOVANNI -  Mio buon amico, questo tuo fratello

è legittimamente tuo fratello;

e questo per il semplice motivo

che colei ch'era moglie di tuo padre

lo partorì in virtù di matrimonio;(10)

e s'ella fu infedele a suo marito,

la colpevole è lei; ma d'una colpa

che fa parte dei rischi abituali

di tutti gli uomini che prendon moglie.

Dimmi, che ne sarebbe derivato

se mio fratello che, come tu dici,

si disturbò ad avere questo figlio,(11)

l'avesse reclamato come suo?

In coscienza, tuo padre, buon amico,

avrebbe ben potuto far valere,

contro l'intero mondo il suo diritto

di tenersi per sé questo vitello

nato dalla sua vacca. Ed in quel caso,

malgrado fosse stato generato

da mio fratello, questi in nessun modo

avrebbe mai potuto reclamarlo;

alla stessa maniera che tuo padre

non avrebbe potuto disconoscerlo

per non averlo generato lui.

In conclusione: il figlio di tua madre

impersona l'erede di tuo padre;

e colui ch'è l'erede di tuo padre

deve avere le terre di tuo padre.

ROBERTO -   Allora il testamento di mio padre

non è atto di volontà bastante

a spossessar questo figlio non suo?

BASTARDO -  Non più bastante di quanto fu in lui,

credo, la volontà di generarmi.

ELEONORA -  (Al Bastardo)

Ma dimmi, tu che cosa preferisci:

restare, come tuo fratello, un Faulconbridge,

e posseder le terre di tuo padre,

o dirti figlio di Cuor-di-leone,

signore solo della tua persona,

e del tuo nome, e di nessuna terra?

BASTARDO -  Signora, se mai fosse,

che mio fratello avesse il mio sembiante

ed io avessi il suo, e come lui

io somigliassi in tutto a Sir Roberto,

e avessi le sue gambe, due frustini,

e le sue braccia, due pelli d'anguilla

imbottite; e la faccia sì affilata

da non potermi appuntare all'orecchio

una rosa, per tema che la gente

vedendomi dicesse: "Guarda un po'

come se ne va in giro quel Tressoldi!";(12)

e se pur io, plasmato in questa forma,

fossi erede di tutta l'Inghilterra,(13)

non vorrei muovere un passo da qui

se non sarei disposto a darla via

fino all'ultimo palmo di terreno

per aver la mia faccia.

A nessun costo al mondo vorrei essere

un "Mastro Mammalucco".(14)

ELEONORA -  Tu mi piaci.

Non te la sentiresti, dimmi un po',

di lasciar perdere le tue sostanze,

lasciare a lui le terre e seguir me?

Io son ora soldato,

e m'appresto a partire per la Francia

BASTARDO -  Fratello, tienti pure le mie terre.

Io vado al seguito della ventura.

Quella tua faccia ti fa guadagnare

cinquecento sterline d'annua rendita,

e sarebbe pagata già a buon prezzo

se trovassi a rivenderla a tre soldi!

(A Eleonora)

Ebbene, sì, signora, io vi seguo.

Fino alla morte...

ELEONORA -  Eh, no, caro, un momento:

là preferisco che tu mi preceda.

BASTARDO -  La nostra rusticana educazione

ci prescrive di dar la precedenza

ai nostri superiori, in ogni caso.

GIOVANNI -  Come ti chiami?

BASTARDO -  Filippo, mio sire,

di primo nome: figlio primogenito

della moglie del vecchio sir Roberto.

GIOVANNI -  D'ora innanzi tu porterai il nome

di colui di cui porti anche l'aspetto:

inginòcchiati qui come Filippo,

e riàlzati poi fatto più grande

come Riccardo dei Plantageneti.

(Filippo s'inginocchia. Re Giovanni gli tocca la spalla col piatto della spada, e lo investe cavaliere).

BASTARDO -  (A Roberto)

Fratello mio per parte di mia madre,

qua diamoci la mano: il padre mio

dà a me l'onore della nobiltà,

il tuo a te le terre. E benedetta

l'ora ch'io fui, che fosse giorno o notte,

concepito, e tuo padre Sir Roberto

ebbe idea di stare via da casa!

ELEONORA -  Un vero spirito Plantageneto!

Riccardo, io son tua nonna.

Così devi chiamami, d'ora innanzi.

BASTARDO -  Per volere del caso, mia signora,

non per la via legale. Ma che importa?

(Cantilenando)

"Un po' fuori di via, un po' all'intorno,

"per finestra o portello,

"chi non ardisce andarsene di giorno,

"di notte è bello;

"ed una volta avuto,

"non importa in che modo ricevuto.

"Se da lontano o da presso lo scocchi,

"e per caso l'imbrocchi,

"l'hai sempre ben scoccato.

"Ed io son io, comunque generato."

GIOVANNI -  (A Roberto)

Va', Faulconbridge, or hai quel che volevi:

va pure: un cavaliere senza terra(15)

ti fa signore e padrone di terre.

Andiamo, madre, ed anche tu, Riccardo:

ci dobbiamo affrettare per la Francia;

per la Francia, non c'è tempo da perdere.

BASTARDO -  Fratello, addio. T'assista la fortuna,

dal momento che fosti generato

con il crisma dell'onestà di letto.

(Escono tutti meno il Bastardo)

Eccomi dunque, quanto a nobiltà,

un palmo più di prima,

ma molti palmi meno quanto a terre.

Beh, ora posso far d'una donnetta

una lady...(16) "Buongiorno, sir Riccardo..."

"Oh, brav'uomo, che Dio ve ne rimeriti...";

e se il "brav'uomo" si chiamerà Giorgio,

io, nel rispondergli, lo chiamo Pietro;

ché non s'addice ad un neo-titolato

di ricordarsi i nomi della gente

con cui gli càpiti di conversare:

segno, se no, di troppo confidenza

e d'eccessiva considerazione.

Ora alla mensa della mia signoria

siederà, immagino, il gran viaggiatore

col suo stuzzicadenti fra le labbra,(17)

ed io col mio cavalleresco ventre

più che abbondantemente rimpinzato,

dopo una bella succhiatina ai denti,

mollemente appoggiato sul mio gomito

comincerò così a punzecchiare

a domanda e risposta quel mio uomo

conoscitore di molti paesi:

"Vorrei pregarvi, mio caro signore..."

e qui la mia Domanda,

cui pronta seguirà, da parte sua,

come in un sillabario, la Risposta,:

"Oh, signor mio, vi pare! Figuratevi!

"Agli ambitissimi vostri comandi!

"Disponete di me come vi piaccia!

"Sempre al vostro servizio." - "No, signore" -

ribatterà a sua volta la Domanda -

"son io sempre alla vostra..." E così via,

senza che la Risposta sappia mai

quello che vuole sapere la Domanda,

solo scambiandosi salamelecchi,

e di nient'altro parlando che d'Alpi,

d'Appennini, di Pirenei, del Po,

fino alla conclusione della cena.(18)

Ma questa è l'"adorata società"(19)

che del resto benissimo s'adatta

ad uno come me che ha l'ambizione

di salir sempre più alto possibile;

ed è figlio bastardo del suo tempo

chi non sa assaporare il dolce gusto

dell'osservanza del salamelecco:

io, che tal gusto sappia assaporare

oppure no, sempre bastardo resto,

e non solo per abito e contegno,

per forma e per costume,

ma per impulso interiore dell'animo

che mi proibisce d'andar propinando

al palato dei miei contemporanei

quel dolce, dolce e poi dolce veleno

che sempre fu la smanceria ipocrita.

Mi propongo però di ben apprenderla,

per adoprarla non ad ingannare

ma ad evitare d'essere ingannato,

perché di quella troverò cosparsi

tutti i gradini della mia salita.

Ma chi sarà questa cavallerizza(20)

che viene tanto in fretta a questa volta?

Non ha un marito che si dia la pena

d'annunciarne l'arrivo con un corno?

Entrano LADY FAULCONBRIDGE e Giacomo GURNEY

Oh, è mia madre!... Che c'è, madre mia?

Che cos'è che vi mena in tanta fretta

qui a palazzo?

LADY FAULCONBRIDGE - Dov'è quel mascalzone

di tuo fratello? Dov'è quell'infame

che va dando la caccia all'onor mio

di qua e di là?

BASTARDO -        Roberto, mio fratello?

Il figliolo del vecchio sir Roberto?

Quel gigante Colbrand,(21) quel robustone,

figlio di sir Roberto? Lui cercate?

LADY FAULCONBRIDGE - Figlio di sir Roberto, sì, ragazzo,

senza che fai così lo spiritoso!

Di sir Roberto, sì, che c'è da ridere?

Figlio di sir Roberto, come te!

BASTARDO -  Giacomo Gurney, vuoi lasciarci soli

un momento?

GURNEY -    Ma certo, caro Flip.

BASTARDO -  Sì, proprio Flip il passerotto,(22) Giacomo.

Ci sono cose divertenti in giro,

te ne dirò di più fra qualche istante.

(Esce Gurney)

Signora madre, io non sono figlio

del vecchio sir Roberto.

Sir Roberto poteva anche mangiarsi

tutto quello che di sua carne e sangue

è in me, senza interrompere il digiuno

in un Venerdì Santo.

Sì, diciamolo, insomma, per la Vergine!

Sarebbe stato buono sir Roberto

a procreare uno come me?

Certo no: conosciamo i suoi prodotti.

Perciò, mia buona madre,

chi è l'uomo al quale sono debitore

di questa impalcatura? Sir Roberto

mai avrebbe potuto darvi mano

a forgiare una gamba come questa.

LADY FAULCONBRIDGE - Sei d'accordo anche tu con tuo fratello?

Tu che dovresti, nel tuo interesse,

difendere l'onore di tua madre?

Che significa questo tuo dileggio,

ragazzaccio sfrontato?

BASTARDO -  Cavaliere, signora, cavaliere!"

Sì, cavaliere, come Basilisco,(23)

Creato con il colpo sulla spalla

della spada, che ancora me lo sento.

Insomma, buona madre,

di sir Roberto io non sono figlio,

e l'ho disconosciuto come padre;

le mie terre, il mio nome,

la legittimazione e tutto il resto,

tutto finito. Perciò, madre mia,

fate ch'io sappia chi è stato mio padre.

Un gagliardone, spero. Chi fu, madre?

LADY FAULCONBRIDGE - Hai rinnegato d'essere un Faulconbridge?

BASTARDO -  E con la stessa fede

con cui potrei pur rinnegare il diavolo.

LADY FAULCONBRIDGE - Cuor-di-leone è stato il padre tuo.

Dopo lunga e veemente assiduità,

da lui io fui sedotta,

e m'indussi ad accoglierlo nel letto

di mio marito. Storni da me il cielo

la colpa d'una tale trasgressione.

Tu sei il frutto di quel mio peccato

che mi travolse con tanta violenza

da annullare qualunque mia difesa.

BASTARDO -  Per la luce del giorno,(24) madre mia,

ti giuro che, se dovessi rinascere,

non saprei augurarmi miglior padre!

Certi peccati scendon sulla terra

come benedizioni; e così il vostro.

Non vi fa reproba la vostra colpa,(25)

se, costretta dalla necessità,

doveste offrire a lui il vostro cuore

come tributo d'una sudditanza

all'amore infrenabile d'un uomo

contro la cui furiosa e invitta forza

non fu in grado di sostener la lotta;

nemmeno l'imperterrito leone

riuscì a salvare il cuore

dalla possente mano di Riccardo.(26)

Uno che strappa il cuore ad un leone

può facilmente vincere di forza

il cuore di una donna.

D'un tal padre ti debbo ringraziare,

madre, con tutto il cuore.

E chiunque tra i vivi venga a dirmi

che avete fatto male a generarmi

così come m'avete generato,

io gli spedisco l'anima all'inferno.

Venite, mia signora,

vi voglio presentare i miei parenti;

essi sicuramente vi diranno

che se vi foste negata a Riccardo

quando mi ha generato,

quello sarebbe stato, sì, peccato.

E così dico e ripeto pur io,

e chi dice il contrario è un mentitore.

(Escono)

ATTO SECONDO

SCENA I - In Francia, sotto le mura di Angers.

Entrano, da opposte parti, LIMOGES DUCA D'AUSTRIA con soldati e vessilli, e FILIPPO RE DI FRANCIA con il DELFINO LUIGI, COSTANZA, ARTURO e soldati.

FILIPPO -   Bene incontrato davanti ad Angers,

nobile Austria.

(Al nipote)

Arturo, quel tuo avo

illustre che rubò il cuore a un leone

e combatté crociato in Palestina

fu per mano di questo prode Duca

sospinto innanzitempo nella tomba; (27)

ed egli ora, a fare di ciò ammenda

in faccia alla di lui posterità,

è qui venuto a dispiegare al vento,

ragazzo, i suoi stendardi in tuo favore,

e a castigar con noi l'usurpazione

di Giovanni, tuo snaturato zio.

E dunque abbraccialo con molto affetto,

e dagli il benvenuto in mezzo a noi.

ARTURO -    Dio vi perdonerà, Duca, la morte

data a Cuor-di-leone,

tanto più per la vita che ora a rendere

voi qui venite alla sua discendenza,

col proteggere il loro buon diritto

all'ombra delle vostre ali di guerra.

Io vi do' il benvenuto

con una mano priva di potere

ma con un cuore ricolmo d'affetto

genuino e sincero. Benvenuto,

Duca, davanti alle porte di Angers.

FILIPPO -   Ah, nobile ragazzo...

Chi non vorrebbe renderti giustizia?(28)

AUSTRIA -   (Baciando Arturo)

Sulla tua guancia questo caldo bacio

io depongo, a simbolico suggello

di questo impegno della mia amicizia:

ch'io non farò ritorno al mio paese

finché Angers e i tuoi diritti in Francia,

insieme a quella pallida costiera

da lungi biancheggiante la cui proda

respinge i flutti del ruggente oceano

ed i suoi isolani tien lontani

dall'altre terre,(29) l'Inghilterra, dico,

che, cinta dalla sua marina siepe,

protetta da quel suo baluardo d'acqua

se ne sta fiduciosa e confidente

da mire forestiere; finché, dico,

quell'angolo remoto d'occidente

non t'acclami suo re, caro ragazzo,

non penserò di far ritorno a casa,

ma di seguire te dovunque, in armi.

COSTANZA -  Oh, abbiatevi di questo

tutti i ringraziamenti di sua madre,

le grazie d'una vedova

che sol può darvele con le parole(30)

nell'attesa che il vostro forte braccio

le dia la forza di contraccambiare

più degnamente la vostra amicizia.

AUSTRIA -   È la pace dei cieli sol compenso

a coloro che impugnano la spada

in una sì pietosa e giusta guerra.

FILIPPO -   E dunque allora, all'opera!

Sien puntate le nostre artiglierie(31)

contro gli spalti di questa città

che oppone sì ostinata resistenza.

Chiamate i nostri uomini più esperti

a sceglier le migliori postazioni:

a costo di lasciar davanti ad essa

le regali nostre ossa,

o di guadare nel sangue francese

fino alla loro piazza del mercato(32)

la faremo soggetta a questo giovane.

COSTANZA -  Aspettate comunque la risposta

che sarà data alla vostra ambasciata,

che non abbiate sconsigliatamente

a macchiare di sangue le vostre armi.

Il signor Chatillon

potrebbe riportar dall'Inghilterra

il pacifico riconoscimento

di quel diritto che qui con la guerra

vogliam rivendicare; e in questo caso

ci dovremmo pentire amaramente

d'ogni goccia di sangue fatto spargere

ingiustamente per la troppa fretta.

Entra CHATILLON

FILIPPO -   Miracolo, signora! Ecco, guardate:

ne avete appena espresso il desiderio,

e il nostro Chatillon eccolo, è qui.

(A Chatillon)

Beh, che dice Inghilterra?

Brevemente, gentile signor mio,

noi siamo tutt'orecchi ad ascoltarti

serenamente. Parla Chatillon.

CHATILLON - Allora distogliete i vostri eserciti

da questo assedio di scarsa importanza

ed avviateli a più grossa impresa:

Giovanni d'Inghilterra,

intollerante alle vostre richieste,

è sceso in armi. Per gli avversi venti

la cui bonaccia ho dovuto aspettare

per il ritorno, egli ha avuto il tempo

di far sbarcare qui le sue legioni

contemporaneamente al mio arrivo;

ed ora si dirige a grandi marce

sopra questa città con un esercito

forte, di baldanzosi combattenti.

Con lui è la regina-madre, un'Ate(33)

che lo incita al sangue ed alla strage;

insieme con costei è la nipote

Lady Bianca di Spagna, ed è con loro

anche un bastardo del defunto re

e tutti i tipi più scavezzacolli

del paese, spregiudicati, rudi,

focosi volontari pronti a tutto:

facce di donna con milze di drago... (34)

Si son venduti le loro fortune

nella casa paterna

e vengon qui portando sulle spalle

con gran baldanza i diritti di nascita

alla ricerca di nuove fortune.

In breve, mai nella Cristianità

una più baldanzosa selezione

di gente temeraria e scatenata

simile a quella che le stive inglesi

han vomitato sulle nostre coste

ha navigato il ribollente flutto

per andare a recare offesa e danno.

(Rullo di tamburi in lontananza)

Eccoli, son già qua. I lor tamburi

mi risparmiano ormai di dir di più.(35)

Per trattare o combattere, non so.

Tenetevi comunque preparati.

FILIPPO -   Davvero una volata! Inaspettata. (36)

AUSTRIA -   Quanto più inaspettata,

tanto più svegli e pronti alla difesa

saremo noi; è lievito al coraggio

improvvisa bisogna: vengan pure

daremo loro il nostro benvenuto.

Entrano RE GIOVANNI, ELEONORA, BIANCA, il BASTARDO,

PEMBROKE e seguito

GIOVANNI -  Pace alla Francia, se in pace la Francia

permette il nostro legittimo ingresso

in quel che è nostro per avito titolo.

Se no, di guerra sanguini la Francia,

e ascenda al ciel la pace, mentre noi,

ministri della collera di Dio,

castigheremo l'orgoglio insolente

di chi respinge al cielo la sua pace.

FILIPPO -   E pace all'Inghilterra,

se questo suo apparato di guerra

ritorni dalla Francia in Inghilterra.

L'Inghilterra ci è cara,

ed è per amor suo che qui sudiamo

appesantiti da questa armature.

Questa fatica spetterebbe a te

e non a noi di assolvere; ma tu

sei sì lontano dall'aver a cuore

l'Inghilterra, da non avere scrupolo

di rovesciarne il legittimo re,

interrompendone la naturale

linea di discendenza alla corona,

sfidandone l'infante maestà,

stuprandone la virginal virtù.

(Additando Arturo)

Guarda questo sembiante:

è quello di Goffredo, tuo fratello:

questi occhi, queste ciglia, questi tratti

son modellati sopra quelli suoi:

un insieme che riassume, in piccolo,

quello più grande morto con Goffredo;

e questo abbozzo la mano del tempo

svilupperà in eguali proporzioni

a quelle di suo padre. Quel Goffredo

era il fratello tuo maggiore, e questo

è suo figliolo. Nel nome di Dio,

come puoi tu chiamarti allora re,

se sangue vivo pulsa in queste tempie

che dovrebbero cinger la corona

della quale ti sei impossessato?

GIOVANNI -  Da chi ti viene, Francia,

l'alto incarico di chiamare me

a rispondere di tutte queste accuse?

FILIPPO -   Da quel Supremo Giudice

che infonde in petto ad ogni alto potere

di questa terra il generoso stimolo

a riparare gli sfregi e le offese

fatti al diritto. Quello stesso Giudice

ha istituito me ora guardiano

del buon diritto di questo ragazzo;

ed è per Suo mandato ch'io t'accuso

dei tanti torti a lui da te recati,

e, col Suo aiuto intendo castigarli.

GIOVANNI -  Ahimè, tu usurpi questa autorità.

FILIPPO -   Se pur fosse, sarebbe per abbattere

un'altra usurpazione.

ELEONORA -  Chi chiami tu usurpatore, Francia?

COSTANZA -  Consentite che le risponda io:

tuo figlio, è lui l'usurpatore!

ELEONORA -  Zitta,

insolente! Per te dev'esser re

il tuo bastardo, e tu esser regina

e pretendere di governare il mondo!

COSTANZA -  Un bastardo mio figlio?(37) Miserabile!

Il mio letto s'è sempre mantenuto

sì fedele a tuo figlio,

almeno quanto il tuo a tuo marito;

e questo mio ragazzo è somigliante

nelle fattezze a suo padre Goffredo

più che non siate alle buone maniere

tu e Giovanni, tanto siete simili

l'uno all'altra come la pioggia all'acqua,

o il diavolo a sua madre.

Un bastardo! Non credo che suo padre,

sia stato onestamente concepito

come lo è stato lui, per la mia anima!,

essendo tu sua madre.

ELEONORA -  (Ad Arturo)

Ecco, ragazzo,

la buona madre che insulta tuo padre.

COSTANZA -  Ecco, ragazzo, la buona nonnetta

che invece insulta te, suo nipotino.

AUSTRIA -   Pace, pace!

BASTARDO -  Ascoltiamo il banditore!

AUSTRIA -   Tu, chi diavolo sei?

BASTARDO -  Uno che il diavolo

farà con voi, signore, se da soli

c'incontreremo voi e quella pelle

che vi portate bellamente addosso:(38)

ché voi siete la volpe del proverbio

di cui tutto il coraggio si spiegò

nel tirare la barba ad un leone,

che però era morto. Quella pelle,

se mi capiterete tra le mani,

vi ci darò una bella spolverata.

Attento a voi, messere... in fede mia,

ve lo farò, ci potete contare!

BIANCA -    Oh, sì, certo una pelle di leone

s'addice addosso a chi di quella pelle

derubò il leone!

BASTARDO -  Addosso a lui

ci sta come a vedere il grande Alcide(39)

in groppa ad un somaro.

Ma io, somaro, vi libererò,

siatene certo, d'un siffatto peso,

o ve ne metto sulle spalle uno

che ve le farà bene scricchiolare.

AUSTRIA -   Chi sarà mai questo scricchiolatore

che si diverte a intronarci le orecchie

con tanto spreco d'inutile fiato?

Allora, Re Filippo,

decidete quello che s'ha da fare.

FILIPPO -   Donne e buffoni, basta con le chiacchiere!

Re Giovanni, il mio discorso, in sintesi,

è questo: io rivendico da te,

nel diritto di Arturo, l'Inghilterra,

l'Irlanda, la Turenna, l'Angiò, il Maine.

Sei tu disposto a ceder quelle terre

e deporre le armi?

GIOVANNI -  La mia vita, piuttosto, re di Francia!

Io ti sfido, Arturo di Bretagna,(40)

affidati in mia mano, e avrai da me,

per il tenero affetto che ti porto,

più di quanto potrà mai conquistarti

con l'imbelle sua mano il re di Francia.

Riconosci la mia maestà, ragazzo.

ELEONORA -  (Ad Arturo)

Vieni dalla tua nonna, bimbo, vieni.

COSTANZA -  (c.s.)

Sì, corri, bimbo, corri da tua nonna,

e regalale un regno.

E la tua nonna ti darà in compenso

una ciliegia, un fico, una susina...

Che brava questa nonna!

ARTURO -    Buona madre, sta' zitta. Mi vien voglia

di giacermi in fondo alla mia tomba.

Non val proprio la pena

di fare tanto strepito per me!

(Piange)

ELEONORA -  Ecco, piange! Ha vergogna di sua madre,

povero figlio!

COSTANZA -  Di sua madre o no,

se c'è una che deve vergognarsi

sei tu, qui. Sono i torti di sua nonna

e non già le vergogne di sua madre

a spremergli dagli occhi quelle perle

che muovono a pietà perfino il cielo;

e voglia il cielo accoglier quelle lacrime

come offerta votiva.

Ah, sì, da quelle stille di cristallo

vogliano i cieli sentirsi obbligati

a far di lui vendetta su di voi!

ELEONORA -  Oh, orribile mostro di calunnia

del cielo e della terra!

COSTANZA -  Oh, orribile mostro d'insolenza

verso il cielo e la terra!

Tu, accusare di calunnia me,

tu che insieme coi tuoi stai usurpando

il possesso, le rendite e i diritti

di questo povero ragazzo oppresso!

Questo è il figlio di tuo figlio Goffredo,

il fratello maggiore di Giovanni,

di nient'altro infelice

che dell'avere te come sua nonna:

in lui, in questo povero ragazzo

trovano il lor castigo i tuoi peccati;

su lui ricade l'antica sanzione

del canone,(41) essendo egli soltanto

distanziato di due generazioni

dal tuo grembo fattore di empietà.

GIOVANNI -  Smettila, dissennata!(42)

COSTANZA -  Questo solo

voglio aggiungere: ch'egli non soltanto

del peccato di lei ha da soffrire,

ma Dio ha riversato quel peccato

e tutto il male della sua condanna

su questo suo lontano discendente;

il peccato di lei a lui malanno,

il malanno di lei a lui castigo,

pel peccato di lei.(43)

Tutto sul capo di questo ragazzo,

e per causa di lei, peste la colga!

ELEONORA -  Tu mi biasimi sprovvedutamente,

perch'io posso stilare un testamento

che cancella i diritti di tuo figlio.

COSTANZA -  Oh, chi ne dubita? Un testamento!

Un testamento di nessun valore,

il testamento fatto da una donna,

una barbogia nonna incancrenita.(44)

FILIPPO -   Basta, signora! Vogliate star zitta,

o parlare con più moderazione!

È sconveniente che voi diate sfogo

a simili sguaiate querimonie

alla presenza nostra. Un trombettiere

chiami questi di Angers sui loro spalti

a parlamento: ascoltiamo da loro

quale titolo voglion riconoscere,

quello d'Arturo o quello di Giovanni.

Tromba. Sulle mura della città appaiono alcuni CITTADINI di Angers.

PRIMO CITTADINO - Chi ci chiama alle mura?

FILIPPO -   Il Re di Francia

a nome anche del Re d'Inghilterra.

GIOVANNI -  Inghilterra presente qui in persona,

cittadini d'Angers, miei cari sudditi.

FILIPPO -   Voi, beneamati uomini di Angers,

ad Arturo soggetti,

il nostro trombettiere vi ha chiamati

a cordial parlamento...

GIOVANNI -  (Interrompendolo)

... a nostro nome.

Perciò ascoltate noi prima di loro.

I vessilli di Francia(45)

qui spiegati davanti agli occhi vostri

ed alla vista di questa città

sono venuti marciando fin qui

per recarvi rovina; i lor cannoni

hanno le viscere gonfie di rabbia

e son già preparati a vomitare

tutto il loro metallico corruccio

contro le vostre mura;

avanti agli occhi di questa città

e avanti a quelli dalle ciglia chiuse

di queste vostre porte

questi Francesi si sono apprestati

per un crudele e sanguinoso assedio;

e se non fosse stato il nostro arrivo,

codeste vostre sonnolente pietre

che vi fanno da solida cintura

già sarebbero state scardinate

dai loro fissi letti di calcina

dalle lor devastanti batterie,

e un'ampia breccia avrebbe aperto il varco

ad una truppa assetata di sangue

per irrompere sulla vostra pace.

Ma alla vista di noi,

vostro legittimo signore e re,

che a gran fatica, con marce forzate,

ci siam portati a far da contrappeso

avanti a queste porte,

per proteggere le minacciate guance

della vostra città dai lor graffi,

ora questi Francesi, impressionati

e stupiti della presenza nostra,

vi chiedon di venire a parlamento

e in luogo di proiettili infuocati

che dessero a codeste vostre mura

una tal febbre da squassarle tutte,

sparano solo tranquille parole

avviluppate di fumosi veli

per infondere nelle vostre orecchie

ingannevole errore; a tutto questo

date però il credito che merita,

cortesi cittadini, e in buona pace

lasciate entrar noi, vostro sovrano,

le cui stanche energie, messe alla prova

dalla rapidità di questa azione,

avrebbero bisogno di trovare

necessario ricovero e riposo

entro le vostre mura cittadine.(46)

FILIPPO -   (Ai cittadini di Angers)

Risponderete a entrambi

dopo che avrete ascoltato anche me.

(Prende la mano di Arturo)

Ecco, stretta la sua nella mia destra

che ha fatto sacrosanto giuramento

di farsi protettrice del diritto

di colui che la stringe, innanzi a voi

sta qui il giovane Plantageneto

figlio ed erede del fratel maggiore

di quest'uomo, e re sopra di lui

(Indica Re Giovanni)

e sopra tutto quanto egli si gode.

Per questo calpestato suo diritto

noi calpestiamo, con marce di guerra,

i campi avanti alla vostra città,

senza con ciò sentirci a voi nemici

più che non chieda l'ospitale zelo

di recare cristianamente aiuto

a questo giovane principe oppresso.

Vi piaccia quindi render quell'omaggio,

che legittimamente voi dovete,

alla persona cui esso compete,

a questo giovin principe.

Se questo adempirete, le nostre armi,

al par di un orso con la museruola,

non più offensive fuor che nell'aspetto,

terranno chiusa in loro ogni minaccia

e la potenza dei nostri cannoni

sarà volta a colpir con vani colpi

le invulnerabili nuvole in cielo;(47)

e noi, felici e indenni ritirandoci,

con le spade rimaste inintaccate

e gli elmi intatti, torneremo a casa,

riportando quel sangue vigoroso

ch'eravamo venuti qui a versare

contro questa città,

e lasceremo in pace i vostri figli,

le vostre mogli e voi.

Ma se foste così sconsiderati

da rifiutare questa nostra offerta,

non sarà certo questa vostra cinta

d'antiche mura a fornirvi un riparo

dai nostri messaggeri di sterminio,(48)

fossero pure stati questi Inglesi

acquartierati tutti, armi e bagagli,

all'interno della lor rozza cerchia.

Diteci dunque: la vostra città

ci riconosce suo signore e re

nel nome e nel legittimo interesse

di colui per il quale siamo in armi?

O dobbiamo noi dar libero sfogo

all'ira, e aprirci la strada nel sangue,

per aver quel che è nostro? Decidete.

PRIMO CITTADINO - In breve, questa è la nostra risposta:

noi siamo sudditi del re inglese;

per lui e in suo diritto

teniamo in carico questa città.

GIOVANNI -  Riconoscete allora il vostro re

nella nostra persona,

e lasciateci entrare.

PRIMO CITTADINO - Questo no,

non è possibile, per il momento.

Colui che proverà d'essere il re,

si avrà la nostra piena lealtà.

Ma fino allora terremo sprangate

le nostre porte in faccia a chicchessia.

GIOVANNI -  Non basta la corona d'Inghilterra

a provare chi è re?(49)

E se non quella, sono qui con me

a testimoni trentamila cuori

inglesi puro sangue....

BASTARDO -  (A parte)

Anche bastardi...

GIOVANNI -  ... pronti ad assicurare con la vita

questo nostro diritto.

FILIPPO -   Ed altrettanti

e di non meno nobiltà di sangue...

BASTARDO -  (c.s.)

Bastardi pure inclusi...

FILIPPO -   ... sono qui,

cittadini di Angers, di fronte a lui,

a contrastarne le ingiuste pretese.

PRIMO CITTADINO - Fino a che non avrete stabilito

chi tra di voi è più degno del titolo,

noi lo terremo in sospeso ad entrambi,

per riconoscerlo a chi spetterà.(50)

GIOVANNI -  Perdoni allora Iddio i lor peccati

a tutte quelle anime che oggi,

prima che la rugiada della sera

si sia posata al suolo,

s'involeranno alla dimora eterna

nella paurosa giostra che dirà

chi dev'essere il re di questo regno.

FILIPPO -   Amen! In sella cavalieri! All'armi!

BASTARDO -  Voglia ora San Giorgio,

che seppe sbattacchiar ben bene il drago,

e che da allora se ne sta a cavallo

sulla porta della mia taverniera(51)

istruirci a menare un po' di scherma...

(Al duca d'Austria)

Bene, amico, vi giuro, che se adesso

mi trovassi da voi, in casa vostra,

sì, dico, amico, nella vostra tana

insieme con la vostra leonessa,

su quella vostra pelle di leone

ci pianterei una testa di bove,

e vi farei un mostro.(52)

AUSTRIA -   Basta adesso!

BASTARDO -  Oh, oh, tremate, il leone ha ruggito!

GIOVANNI -  Attestiamoci sopra quell'altura;

là disporremo i nostri reggimenti(53)

in miglior posizione.

BASTARDO -  Presto, allora:

ci assicuriamo il vantaggio del campo.

FILIPPO -   E sia pure così. Sull'altra altura

noi faremo attestare a nostra volta

le nostre forze. Dieu et mon droit(54).

(Escono, da parti opposte, i due re col loro seguito)

Allarme di guerra e scorrerie di soldati francesi e inglesi.

Entra l'ARALDO FRANCESE con trombettiere

ARALDO FRANCESE - (Dopo lo squillo del trombettiere)

Cittadini di Angers,

potete spalancar le vostre porte

e far entrare Arturo di Bretagna

che oggi, per la man del re di Francia,

è stato causa a molte madri inglesi

d'assai lacrime; sparsi in tutto il campo

giacciono i loro figli in mezzo al sangue;

con loro giacciono riversi al suolo

come abbracciando in un gelido amplesso

la scolorita terra anche i mariti

di molte spose diventate vedove;

e la vittoria che alla nostra parte

trascurabili perdite è costata,

va giocando col vento

sui danzanti vessilli dei francesi,

che son qui presso schierati in trionfo

per fare ingresso da trionfatori

nella vostra città,

e proclamare Arturo di Bretagna

re d'Inghilterra e vostro.

Entra l'ARALDO INGLESE con trombettiere

ARALDO INGLESE -  (Dopo lo squillo del trombettiere)

Esultate, voi uomini di Angers!

Suonate a stormo le vostre campane!

Giovanni d'Inghilterra e vostro re,

giunge a voi vittorioso

di questa ardente e tremenda giornata.

Le armature che mossero da qui

rutilanti d'argento ora ritornano

indorate dal sangue dei francesi:

non una piuma di cimiero inglese

è stata avulsa da picca francese;

le nostre insegne tornano impugnate

da quelle stesse mani

che già le avevano spiegate al vento

quando marciammo prima alla battaglia

e insieme ad esse fanno a voi ritorno,

come un gruppo di allegri cacciatori

i nostri baldi combattenti inglesi,

le mani di ciascuno imporporate

nella strage mortale dei nemici.

Aprite, e fate entrare i vincitori!

PRIMO CITTADINO - Araldi, noi da queste nostre torri(55)

abbiam potuto, dall'inizio al termine

della battaglia, osservar chiaramente

dei vostri due eserciti, a vicenda,

il prevalere e quindi l'arretrare

ed anche l'occhio più acuto dei nostri

non ha saputo rilevar tra loro

che parità: sangue ha chiamato sangue

colpo ha risposto a colpo, forza a forza,

e potenza a potenza, pari entrambi

e parimenti da noi apprezzati.

A noi serve veder chi è il più forte;

finché il lor peso sarà così uguale,

noi non consegneremo la città

a nessuno dei due,

pur tenendola pronta per entrambi.

Rientrano, da parti opposte, RE GIOVANNI con ELEONORA, BIANCA e il BASTARDO; RE FILIPPO, con il DELFINO LUIGI e il Duca d'AUSTRIA; nobili e soldati da entrambe le parti.

GIOVANNI -  Francia, hai ancora sangue da buttare?

Di', dunque, dovrà o no scorrere libera

la corrente del nostro buon diritto?

Perché se al suo libero passaggio

sarà da te frapposto impedimento,

se non lascerai scorrere tranquille

fino all'oceano l'acque sue d'argento,

dovrà lasciare il natural suo alveo

e riversare il suo turbato flusso

oltre le sponde in cui tu vuoi restringerlo.

FILIPPO -   Inghilterra, tu in questa accesa prova

non hai salvato una goccia di sangue

meno di noi francesi.

Anzi ne avrai perdute anche di più.

Ed io ti giuro sopra questa mano

che regge questa parte della terra

sulla quale s'inarca questo cielo

che noi non deporremo più quest'armi

impugnate per una causa giusta

prima d'avere rovesciato te,

contro cui le portiamo;

o aver aggiunto al numero dei morti

quello d'un re, (56) con esso dando lustro

all'albo dei caduti in questa guerra

la cui carneficina, nella storia,

sarà associata al nome di due re.

BASTARDO -  (A parte)

Come troneggia alta la tua gloria,

maestà, quando s'accende di furore

il preziosissimo sangue d'un re!

Ah, la morte ora fodera d'acciaio

le fere sue mascelle; denti e zanne

sono ad esse le spade dei soldati;

e con esse artigliando umana carne,

banchetterà alla grande

in questa incerta contesa di re.

Ma perché stanno ancor sì titubanti

queste fronti regali? Urlate: "A morte!",

o re, tornate al campo di battaglia,

ancora caldo del recente sangue,

voi, anime infiammate di rancore,

d'egual potenza entrambe. E la disfatta

d'uno sancisca la pace dell'altro.

Fino ad allora, colpi, sangue e morte!

GIOVANNI -  (A quelli di Angers sugli spalti)

Quale delle due parti, cittadini,

siete dunque disposti a riconoscere?

FILIPPO -   (c.s.)

Parlate. Dite chi, per l'Inghilterra

è il vostro re?

PRIMO CITTADINO - Sarà il re d'Inghilterra,

quando conosceremo chi n'è re.

FILIPPO -   Riconoscetelo pertanto in noi

che qui rappresentiamo i suoi diritti.

GIOVANNI -  In noi, che sia qui davanti a voi

l'augusto vicario di noi stessi,

e rechiamo, con la presenza nostra,

testimonianza della signoria

di noi stessi, d'Angers e di voi tutti.

PRIMO CITTADINO - Un potere che sta sopra di noi

ci vieta tutto questo; e fino a quando

non sia stato rimosso ogni dubbio,

conserveremo in noi il nostro scrupolo,

re dei nostri timori, ben serrato

entro le nostre ben sprangate porte,

finché questi timori

non siano stati per sempre dissolti,

e il nostro scrupolo detronizzato

dalla certezza di chi è nostro re.

BASTARDO -  (Ai due re)

Perdio, vostre maestà, questi furbastri,

si fan gioco di noi. Stan lì al sicuro,

come a teatro, su quei loro merli,

a seguire dall'alto, a bocca aperta,

le ben rappresentate vostre scene,

i vostri atti di morte.(57)

Si lascino le vostre maestà

guidare dal mio umile consiglio:

fate come i ribelli in Palestina;(58)

stringete un'alleanza provvisoria

e rivolgete, con le forze unite,

contro questa città la vostra collera

nelle più crude sue dimostrazioni.

Da est a ovest, Francia ed Inghilterra

puntino i lor cannoni micidiali

fino alla bocca carichi di polvere

finché col loro orribile sconquasso

non abbian diroccato e raso al suolo

la pietrosa cintura

di questa altezzosissima città.

Ci avrei sinceramente un gusto matto

a bersagliare questi ruffianacci,

fino a ridurli a tal desolazione

che, venuta lor meno ogni difesa,

li lasci spogli e nudi come l'aria.

Una volta compiuta tal rovina,

potrete nuovamente separare

gli uniti vostri eserciti,

riprendervi ciascuno i suoi vessilli

ed azzuffarvi ancora, faccia a faccia,

punta di spada a punta, sangue a sangue;

e sia pur la Fortuna allora a scegliere,

tra le due parti, in un solo momento,

il suo ben fortunato beniamino

al quale vorrà dare la vittoria,

nel bacio della gloria.

Che vi pare, potenti maestà

di questo mio avventato consiglio?

Non credete che sappia alquanto bene

di politica astuzia?(59)

GIOVANNI -  Ebbene sì,

per il cielo che su di noi s'inarca,

il consiglio non mi dispiace affatto!

Francia, vogliamo unir le nostre forze,

e, una volta rasa al suolo Angers,

vedercela di nuovo tra noi due

a chi appartenga d'essere il suo re?

BASTARDO -  (Al re di Francia)

Anche tu come noi sei stato offeso

dall'insolenza di questa città,

e dunque se di re hai tu la tempra,

punta anche tu le tue artiglierie,

come faremo noi con quelle nostre,

su queste sue impertinenti mura,

e, dopo che le avremo rase al suolo,

sfidiamoci fra noi al meglio-peggio,

per il cielo o l'inferno.

FILIPPO -   Mi sta bene.

Voi da che parte volete attaccare?

GIOVANNI -  Noi faremo piombare la distruzione

al cuor della città da occidente.

AUSTRIA -   Io lo farò da nord.

FILIPPO -   I nostri tuoni

faranno allora piovere da sud

pioggia di fuoco su questa città.

BASTARDO -  (A Re Giovanni)

Sagace strategia! Da nord a sud,

opposti l'uno all'altro, Austria e Francia

si spareranno addosso. Incoraggiamoli!(60)

PRIMO CITTADINO - Ascoltate, possenti maestà.

Concedetevi un attimo di sosta,

ed io v'indicherò la giusta via

per una pace e un'intesa leale,

sì che possiate aver questa città

senza colpo ferire,

e permettere a tutti questi vivi

qui venuti a sacrificar sul campo

la vita, di morir nel proprio letto.

Non ostinatevi, possenti re,

ma date ascolto a me.  

GIOVANNI -  Ebbene, parla.

Siamo qui ben disposti ad ascoltare.

PRIMO CITTADINO - Quella figlia del re di Spagna, là,

Lady Bianca, nipote d'Inghilterra.

Considerate l'età del Delfino

e di codesta leggiadra ragazza.

Un amore sensuale

che andasse in cerca solo di beltà

dove ne troverebbe di più splendida?

Un amor castigato

che andasse in cerca solo di virtù

dove ne troverebbe di più casta?

Un amore ambizioso

che sol cercasse nobiltà di sangue

nelle vene di quale altra fanciulla

ne potrebbe trovare di più nobile

che in Lady Bianca? E così come in lei

è vera perfezione di virtù,

di natali e di giovanil bellezza,

perfetto è anche il giovane Delfino;

e se qualcosa si può dir che manchi

alla sua più completa perfezione,

è di non esser lei; così se a lei

si vuol dir che qualcosa sia mancante

è di non esser lui.

In conclusione, si potrebbe dire

ch'egli sia in se stesso la metà

dell'uomo pieno d'ogni perfezione,

che troverebbe in lei l'altra metà,

ed ella un'incompiuta perfezione

che avrebbe in lui il suo completamento.

Oh, quando unissero le loro acque

due argentee correnti come queste,

farebbero il decoro delle sponde

che le contengono; e quelle sponde,

letto alle due correnti unificate,

sareste voi due re, per questi principi,

se consentiste al loro matrimonio.

Potrebbe più un'unione di tal specie

contro le nostre ben sprangate porte,

che non possa un'intera batteria;

perché al solo brillar di quella miccia,

noi qui, con più sollecita premura

che non possa la forza della polvere

spalancheremmo a voi le nostre porte

e vi daremmo ingresso alla città.(61)

Ma senza questa unione,(62)

non è sì sordo l'oceano in tempesta,

non sì fermo ed impavido il leone,

non così inesorabile

la furia distruttrice della morte,

come noi a difender queste mura.

BASTARDO -  (A parte)

Ecco davvero un bel colpo di freno,

che viene a scrollar fuori dai suoi stracci

la putrida carcassa della morte.(63)

Ecco un bel boccalone linguacciuto

che sputa fuori come fosse niente

morte, montagne, rocce, mari in furia,

e parla di leoni inferociti

famigliarmente, come dei lor cuccioli

le ragazzine tredicenni. Cribbio!

Qual bombardiere può aver generato

questo sangue bollente?

Il suo parlare è il tuono d'un cannone:

fuoco e fumo, con tanto di rimbombo;

con la lingua costui assesta colpi

che sono schiaffi per le nostre orecchie;

ed ogni sua parola è una ceffata

più forte del cazzotto d'un francese.

Sangue di Cristo! Mai m'era successo

d'esser pestato così di parole

da quella volta che chiamai "papà"

il padre di Roberto mio fratello!

ELEONORA -  (A parte a Giovanni)

Figlio, non farti sfuggir l'occasione,

da' il tuo consenso a questo matrimonio,

anzi assicura alla nostra nipote

una dote cospicua; questo vincolo

ti farà più sicura la corona,

così malferma ancora sul tuo capo,

e farà sì che quel ragazzo in erba

non abbia a trovar sole sufficiente

a maturare la sua fioritura,(64)

che promette, se no, potenti frutti.

Mi par di scorgere sul viso al Francia

una certa disposizione a cedere:

guarda come parlottano tra loro....

Sollecitali mentre i loro animi

si mostran, come pare, ricettivi

a codesta ambiziosa prospettiva,

che il ferro della loro propensione,

or giunto al punto giusto di fusione, (65)

non abbia a raffreddarsi

e irrigidirsi nuovamente al vento

di blande petizioni,

ripensamenti e pietosi rimorsi.

PRIMO CITTADINO - Perché restano mute

le due maestà davanti alla proposta

formulata con amichevol cuore

da questa nostra città minacciata?

FILIPPO -   Inghilterra, rispondi tu per primo,

tu che per primo ti sei fatto avanti

a parlargli: ebbene che ne dici?

GIOVANNI -  Se il principe Delfino,

tuo principesco figlio, qui presente,

saprà legger: "Io amo"

in questo libro aperto di beltà,

la di lei dote eguaglierà nel peso

quella d'una regina: l'Angiò, il Maine,

la fertile Turenna, il Poitou,

e tutto quello che di qua dal mare

ci troviamo ad avere sottoposto

alla nostra corona e autorità,

tranne questa città ora assediata,

adorneranno il suo letto nuziale,

facendola così ricca per titoli

quanto già per bellezza, educazione

e nobiltà di sangue ella sta al pari

d'ogni altra principessa della terra.

FILIPPO -   (Al figlio)

Tu che dici ragazzo?

Guardala bene in viso la fanciulla.

DELFINO -   È quel che sto facendo, mio signore;

e nel suo occhio scopro meraviglie,

un qualche cosa che sa di miracolo:

riflessa nel suo occhio la mia ombra,

che, pur essendo sol di vostro figlio

l'ombra, riflessa là diventa un sole

e fa di vostro figlio,

questo ch'è qui in carne ed ossa, un'ombra.(66)

(Si apparta a conversare con Bianca)

BASTARDO -  (A parte, canterellando)

"Nel quadro seducente

"dell'occhio suo dipinto;

"sospeso all'aggrottato

"di sua fronte cipiglio;

"squartato nel suo cuore,

"contempla sconsolato

"quel traditor d'Amore.

"Epperò che peccato

"che ad essere appiccato

"e poi tratto e squartato

"da una tale passione

"sia un tale minchione!"

BIANCA -    (Al Delfino)

Il voler di mio zio è anche il mio

a tal riguardo. S'ei ravvisa in voi

qualcosa ch'è di suo compiacimento,

qualunque cosa ei veda che gli piaccia

io posso facilmente trasferire

nel piacimento mio; o, se volete,

a dirla con maggiore proprietà,

imporlo facilmente all'amor mio.

Non voglio star più oltre a lusingarvi

col dirvi come sia degno d'amore

tutto che in voi m'è dato di vedere.

Vi basti questo: non c'è nulla in voi

che, se pur sottoposto da mia parte

al vaglio dei più critici pensieri,

possa apparirmi tale

da meritare la minima repulsa.

GIOVANNI -  Che dicon questi giovani?

Che mi dice la mia cara nipote?

BIANCA -    Che sente come un obbligo d'onore

adempier di buon grado a tutto quanto

voi possiate, nella saggezza vostra,

suggerire ch'ella faccia pel suo bene.

GIOVANNI -  Parlate allora, principe Delfino,

vi sentite d'amar questa signora?

DELFINO -   Chiedetemi piuttosto, mio signore,

se potrei mai sentir di non amarla,

perché l'amo, del più sincero amore.

GIOVANNI -  Ed io ti do, con lei, quand'è così,

il Vexin, la Turenna, il Poitiers,

l'Angiò ed il Maine: queste cinque terre,

e l'appannaggio di tremila franchi

di conio inglese. Filippo di Francia,

se tutto questo è di tuo gradimento,

ordina a questi due, tuo figlio e figlia,

d'unir le loro mani.(67)

FILIPPO -   Ci sta bene.

Giovani principi, unite le mani.

AUSTRIA -   E le labbra! Perché io son sicuro

d'aver fatto così la prima volta

che m'è accaduto d'esser fidanzato.

FILIPPO -   Cittadini di Angers,

ora potrete aprir le vostre porte

e lasciare che transiti per esse

l'amicizia da voi stessi saldata;

perché al più presto, con solennità,

sia celebrato il rito delle nozze

nella cappella di Santa Maria.

Lady Costanza dov'è? Non è qui?

(A parte)

So bene che non c'è lo. La sua presenza

sarebbe stato un notevole intralcio

a combinare questo matrimonio.

(Forte)

Dov'è lei con suo figlio?

Se c'è qualcuno che lo sa, lo dica.

DELFINO -   Sotto la vostra tenda, Vostra altezza,

attristata e fremente di passione.

FILIPPO -   Certo, non può recarle gran sollievo

l'alleanza da noi testé conclusa.

Fratello Inghilterra,

in che modo possiamo accontentarla

questa vedova? Noi siam qui venuti

per la revindica d'un suo diritto;

e abbiamo preso, Dio lo sa, altra strada

nel nostro personale tornaconto.

GIOVANNI -  Troveremo rimedio a tutto questo:

faremo Arturo duca di Bretagna,

conte di Richmond, e di questa ricca

e bella e florida città signore.

Chiamiamo subito Lady Costanza;

vada da lei veloce un messaggero

a dirle di venire a presenziare

alla nostra solenne cerimonia:

se pur non colmeremo fino al sommo

la misura di quanto ella vorrebbe,

confido che potremo in buona parte

accontentarla; almeno per quel tanto

che basti a far cessar le sue querele.

Ora rechiamoci a disporre al meglio,

per quanto lo consentirà la fretta,

questa imprevista e improvvisata pompa.

(Escono tutti tranne il Bastardo)

BASTARDO -  Mondo pazzo! Re pazzi! Patto pazzo!

Giovanni, per precludere ad Arturo

il titolo su tutto, in buon accordo

se ne spartisce con lui una parte;

il Francia, addosso al quale la coscienza

aveva fatto allacciar l'armatura,

e che pietà e carità cristiana,

da soldato di Dio, avevan tratto

sul campo di battaglia, ora distolto

e abbindolato come tutti gli altri

da quello stesso guastator d'intenti,

quell'astuto demonio, quel mezzano

capace di smezzare anche la testa

della stessa lealtà,(68)

quel quotidiano manipolatore

di falsi giuramenti, corruttore

di tutti, re, mendichi, vecchi, giovani,

fanciulle vergini, cui, con l'inganno,

nient'altro possedendo, poverette,

di tesoro, che la verginità,

fa perdere anche quella;

sì, dico, da quel bravo gentiluomo

dal viso ben rasato, l'interesse,(69)

l'asse sghembo su cui si regge il mondo,

un mondo che sarebbe, per se stesso,

in relativo stabile equilibrio,

un mondo fatto per fluir scorrevole

su d'un terreno bene levigato,

se non ci fosse lui, il tornaconto,

questa forza d'inclinazione al basso,

questo squilibratore d'ogni moto,

a sviarlo da ogni buon criterio,

da ogni retta via o buon proposito.

Questo ruffiano, questo intermediario,

questo sconvolgitore d'ogni cosa,(70)

avvinghiandosi all'occhio già svagato

del volubile Francia,

l'ha distolto da ogni suo proposito

di soccorrere altrui, per consigliarlo

a passare da una guerra onorevole

a una pace posticcia, di facciata,

indecorosamente combinata.

Ma perché poi son io

ad imprecare contro l'interesse?

Non sarà perché sono stato immune

finora da ogni suo adescamento?

Perché non posso dir nemmeno io

d'esser sicuro di avere la forza

di chiudere la mano,

quando ne carezzassero la palma

i suoi begli angioletti tutti d'oro;(71)

è solo che, non ancora tentata,

la mia mano fa come il mendicante

che, povero, impreca contro i ricchi.

Mendicante come son io finora,

seguiterò a gridare e proclamare

che la ricchezza è l'unico peccato;

ma se dovessi diventare ricco,

terrò per mia virtù di proclamare

che non v'è al mondo peccato più nero

della mendicità.

Ché se perfino i re per interesse

infrangono la fede, io terrò te,

guadagno, come solo mio signore,

adorerò te solo per mio dio.

(Esce)

ATTO TERZO

SCENA I - Il campo francese; la tenda del re.

Entrano COSTANZA, ARTURO e SALISBURY

COSTANZA -  Via a sposarsi! Via a giurarsi pace!

Sangue falso mischiato a sangue falso!

Eccoli dunque diventati amici!

Luigi si avrà Bianca,

e Bianca avrà per sé quelle province!

No, questo non può essere:

hai male inteso e male riferisci.

Sii preciso, ripetimelo bene.

Non è possibile quello che dici;

sei tu che me lo dici in questo modo,

ma son convinta che non è così,

e non ti credo, ché la tua parola

è vano fiato d'uno che non conta.

No, amico, credimi: a tua smentita

ho la parola giurata d'un re.

Io non ti credo. E tu sarai punito,

per avermi così turbato l'animo,

malata come sono, intimorita

continuamente, sopraffatta l'animo

da molte iniquità; vedova, e donna

proclive per natura alle paure;

tanto che s'anche tu venissi a dirmi

d'aver parlato solo per ischerzo,

questo mio spirito così agitato

seguiterebbe tutto il giorno a scuotersi

senza darmi un sol attimo di tregua...

Scuoti il capo... perché?

Perché guardi mio figlio con quell'aria

di compassione? Che cosa vuol dire

quella tua mano posata sul petto?

Perché trattengono a forza i tuoi occhi

un doloroso flusso,

come un fiume che spii di là dagli argini,

e si trattenga dallo straripare?

Son forse questi i taciti segnali

d'una conferma delle tue parole?

Parla, allora, ripeti il tuo messaggio.

Ma non tutto, mi basta una parola:

se quel ch'hai detto è vero, sì o no.(72)

SALISBURY - Vero, per quanto falsa

voi possiate pensare ogni persona

che venga a presentarvi alcun motivo

di credere per vero quel che ho detto.

COSTANZA -  Ah, Salisbury, se vero

vuoi farmi credere questo dolore,

insegna pure ad esso come uccidermi;

e fa' che in me il creder che sia vero

quel che dici e il mio spirito vitale

confliggano con tal cieco furore

come sol possono due disperati

che al solo urtarsi stramazzano e muoiono.

Luigi sposa Bianca...

(Ad Arturo)

Oh, che sarà mai di te, ragazzo mio,

allora? Francia ed Inghilterra amici...

E io che faccio?

(A Salisbury)

Va', vattene, amico...

La tua vista non la sopporto più.

Quest'annuncio t'ha reso agli occhi miei

il più aborrito degli esseri umani.

SALISBURY - Che male ho fatto io, buona signora,

se non che d'esservi stato latore

del male procuratovi da altri?

COSTANZA -  Ma è un male in sé tanto cattivo,

da rendere cattivo chi ne parla.

ARTURO -    Madre mia, vi scongiuro, rassegnatevi.

COSTANZA -  Ah, se tu che m'esorti a rassegnarmi

fossi un essere bieco, repellente,

disdoro al grembo stesso di tua madre,

coperto il corpo di pustole immonde,

di schianze intollerabili alla vista,

sciocco, sbilenco, idiota, nero, mostro,

oh, allora non starei tanto in affanno

per te, starei, sì, calma e rassegnata,

perché non t'avrei certo così caro;

né tu saresti, allora, come sei,

degno dei tuoi altissimi natali

e meritevole d'una corona.

Ma tu sei bello, caro il mio ragazzo,

natura e buona stella alla tua nascita

s'allearono a fare di te un grande.(73)

Dei doni onde Natura t'ha adornato

potresti gareggiare con i gigli

e con le rose appena mo' sbocciate.

Ma la Fortuna, oh!, quella s'è corrotta,

e, mutata con te, t'ha abbandonato;

essa fornica adesso d'ora in ora,

con tuo zio Giovanni,

ed ha spinto con la sua mano d'oro

il re di Francia a far villano scempio

d'ogni rispetto alla sovranità

ed a ridurre la propria maestà

al ruolo di ruffiano: il re di Francia

mezzano tra Fortuna e Re Giovanni,

tra una puttana ed un usurpatore!

Dimmi tu, ora, se non è uno spergiuro

il re di Francia, amico. Digli tu

tali parole che siano veleno,

o vattene, e lascia solo a me,

queste ambasce ch'io sola ho da soffrire!

SALISBURY - Perdonate, signora, ma tornare

non posso dai due re senza di voi.

COSTANZA -  Lo puoi, anzi lo devi.

Perch'io con te non vengo.

Voglio insegnare ad essere orgogliose

alle mie sofferenze; anche il dolore

ha un orgoglio ch'è il suo, e impone agli altri

di venirsi a inchinare a chi lo sente.(74)

Vengano i re a riunirsi a me dinnanzi,

davanti alla maestà del mio dolore;

esso è così pesante che a sorreggerlo

non v'è altro sostegno che la terra

nell'immobile sua immensità:

(Si siede per terra)

e qui per terra io e il mio dolore

sediamo(75), qui è il mio trono;

e tu va' pure ad avvisare i re

di venire a inchinarsi avanti ad esso.

(Esce Salisbury con Arturo)

Entrano RE GIOVANNI, RE FILIPPO, IL DELFINO, BIANCA, ELEONORA, IL BASTARDO, IL DUCA D'AUSTRIA e altri.

COSTANZA rimane seduta a terra.

FILIPPO -   (A Bianca)

È così, figlia bella; e d'ora innanzi

questo felice giorno

sarà giorno di festa in tutta Francia.

A farlo più solenne, arresta il corso

oggi il fulgido sole,

e si diverte a fare l'alchimista

in oro luccicante trasmutando

con la luce del suo prezioso occhio

l'arido, magro fango del terreno.(76)

Il volgere dell'anno, che puntuale

nel suo cammino lo ricondurrà

dovrà sempre veder questo giorno

santificato come dì di festa.

COSTANZA -  (Alzandosi)

Altro che santo! Un giorno infame è questo!

Quali meriti insigni ha questo giorno?

Quale bene ha recato

per esser scritto a caratteri d'oro

tra le solennità del calendario?

Ah, piuttosto strappatelo

dagli altri giorni della settimana,(77)

esso è soltanto giorno di vergogna

d'ingiustizia, di falsi giuramenti!

O, se proprio vi deve rimanere,

le donne incinte preghino il Signore

di non farle sgravare in questo giorno,

per tema che le lor belle speranze

siano mostruosamente contrariate;

in altro giorno non teman naufragio

i marinai; non sia violato patto

che non sia stato stretto in questo giorno;

tutto che in questo giorno prenda inizio

abbia per sorte rovinosa fine;

e la stessa lealtà, in questo giorno,

si muti nel più nero tradimento!

FILIPPO -   Per il cielo, signora, v'assicuro

che non v'è proprio motivo, per voi,

di maledire così come fate

i lieti eventi di questa giornata:

non avete voi forse la parola

di guarentigia della mia maestà?

COSTANZA -  Voi m'avete ingannata

con una falsa maestà, bugiarda,

rivelatasi al saggio di purezza(78)

una vera patacca. Sceso in armi

col proposito di spillare il sangue

del mio nemico, adesso l'abbracciate,

rendendolo più forte. (79)

L'ardore ed il cipiglio d'una guerra

si fanno raggelare

in un accordo di pace posticcio,

in una pace solo di facciata,

di questa vostra lega unico mastice

l'oppressione di me e di mio figlio.

Oh, cieli, armatevi, armatevi voi,

contro due re spergiuri!

Una vedova in lacrime vi grida:

"O cieli, siate voi a me marito!(80)

Non permettete che scorrano in pace

l'ore di questo giorno sconfortato;

ma fate, prima che tramonti il sole

su di esso, che la Discordia armata

venga a porsi fra questi re spergiuri...

Oh, uditemi, o cieli!

AUSTRIA -   Pace, Lady Costanza...

COSTANZA -  Guerra, guerra!

Niente pace! La guerra è per me pace!

Oh, Limoges, oh, Austria,

tu copri solamente di vergogna

codesta spoglia ancora insanguinata;(81)

tu, servo, miserabile, codardo!

Tu, uomo tanto piccolo in valore

per quanto grande in mascalzoneria!

Tu, sempre forte a fianco del più forte;

tu, campione della propizia sorte,

pronto a batterti solo se al tuo fianco

c'è la sua capricciosa Signoria

a insegnarti come scampar la pelle!

Sei spergiuro anche tu

che fai da leccapiedi alla Grandezza.(82)

Che stolto sei - uno stolto rampante! -

a smaggiassare, a pestare per terra

giurando d'essere dalla mia parte?

Non hai tu forse, schiavo mezzosangue,

tuonato d'essere mio paladino,

ch'io m'affidassi alla tua buona stella,

alla fortuna tua, alla tua forza?

Ed ora passi con i miei nemici?

Tu, indossare una pelle di leone?

Gettala via, che ti fa sol vergogna!(83)

E appiccaci una pelle di vitello

su quelle spalle tue di rinnegato!

AUSTRIA -   Ah, se a parlarmi così fosse un uomo...

BASTARDO -  (Rifacendo il verso a Lady Costanza)

"E appiccaci una pelle di vitello

su quelle spalle tue di rinnegato!"

AUSTRIA -   (Mettendo mano alla spada)

Non oserai ripeterlo, furfante,

se vuoi salva la vita!

BASTARDO -  "E appiccaci una pelle di vitello

su quelle spalle tue di rinnegato".

GIOVANNI -  (Al Bastardo)

Non mi piace. Dimentichi chi sei.(84)

Entra il CARDINALE PANDOLFO (85)

FILIPPO -   Oh, ecco il santo legato del papa!

PANDOLFO -  Salvete, unti vicari del Signore!

Re Giovanni, a te è indirizzato

il mio sacro messaggio. Io, Pandolfo,

della bella Milano cardinale,

e qui da Papa Innocenzo legato,

in nome della sacra sua persona

ti chiedo perché sì ricalcitrante

sei contro nostra santa madre Chiesa;

e perché mai ti opponi con la forza

a che Stefano Langhton,

arcivescovo eletto di Canterbury,

occupi questa sua divina sede.

Questo, in nome del detto santo padre,

nostro papa Innocenzo, io ti domando.

GIOVANNI -  Cardinale, qual nome sulla terra

può arrogarsi il diritto

di sottoporre ad interrogatorio

d'un consacrato re il libero fiato?

Inutilmente, per trarmi a rispondere

tu tiri fuori un nome tanto futile,

e indegno ed irrisorio com'è quello

del papa. Digli solamente questo.

E, dalla bocca del re d'Inghilterra,

aggiungi che nessun prete italiano

potrà riscuotere balzelli e decime

nei territori di nostro dominio;

e come noi, soggetti solo a Dio,

siamo qui la suprema autorità,

così intendiamo solo a Lui rispondere

del potere laddove noi regniamo,

senza assistenza di mano mortale.

Questo riporta al papa, ogni riguardo

messo da parte per la sua persona

e l'usurpata(86) sua autorità.

FILIPPO -   Fratello Inghilterra, tu bestemmi

a parlare così.

GIOVANNI -  Fratello Francia,

se tu e tutti gli altri re cristiani

vi lasciate guidar sì rozzamente

da questo prete subdolo e intrigante

per il timore d'un suo anatema

che il denaro può sempre ricomprare,

ed acquistate, a suon di vil moneta,

polvere, scorie, corrotte indulgenze

da un personaggio che con quelle vendite

vende un perdono che vien sol da lui;(87)

se tu e tutti gli altri re cristiani,

sì grossolanamente infinocchiati

intrattenete col vostro denaro

questa stregoneria da gabbamondo,

io, per quanto è per me,

da oggi in poi, da solo, io, Giovanni,

mi metto contro il papa,

e terrò miei nemici i suoi amici.

PANDOLFO -  E allora dal legittimo potere

di cui sono investito, ti dichiaro

maledetto e colpito da scomunica;

e benedetto sia da oggi in poi

chiunque neghi propria sudditanza

ad un eretico; e meritoria,

canonizzata e venerata santa,

sarà la mano che in qualsiasi modo,

anche il più subdolo,

sopprimerà l'obbrobriosa tua vita.(88)

COSTANZA -  Ah, sia legittimo anche per me

associarmi con Roma a maledire!(89)

E tu rispondi alto il tuo "amen"

alle violente mie maledizioni,

buon padre cardinale, ché nessuno

che non abbia sofferto i torti miei

ha lingua ch'abbia pari buon diritto

a maledirlo con tutta la forza.

PANDOLFO -  Signora, per la mia maledizione

c'è la legge canonica e un mandato.

COSTANZA -  E la legge c'è anche per la mia.

Quando la legge non rende giustizia,

diviene giusto che la stessa legge

non impedisca che maledica.(90)

La legge non può fare che a mio figlio

sia reso il regno che per legge è suo,

perché colui che quel regno detiene,

detiene anche la legge; e se la legge

è essa stessa perfetta ingiustizia,

con qual diritto può essa impedire

alla mia lingua la maledizione?

PANDOLFO -  Re Filippo di Francia,

sotto minaccia anche tu di anatema,

ritira la tua mano

dalla stretta di questo arcieretico

e leva la potenza della Francia

sul suo capo, qualora egli persista

a non voler sottomettersi a Roma.

ELEONORA -  (A Filippo)

Impallidisci, Francia?...

Non ritrarre la mano.

COSTANZA -  Attento, Satana,

che il re di Francia non abbia a pentirsi,

e che, staccandosi quelle due mani,

l'inferno perda un'anima.(91)

AUSTRIA -   Re Filippo, ascoltate il cardinale.

BASTARDO -  E appiccate una pelle di vitello

su quelle spalle sue di rinnegato!(92)

AUSTRIA -   Eh, buon per te, villano,

che mi tocca intascare queste offese

perché...

BASTARDO -  ... Hai braghe larghe a sufficienza. (93)

GIOVANNI -  Filippo, che rispondi al cardinale?(94)

COSTANZA -  Che altro può rispondere,

se non dargli ragione?

DELFINO -   Attento bene,

padre, perché le sole alternative

sono una grave condanna da Roma,

o la perdita - certo meno grave -

dell'amicizia del re d'Inghilterra.

Conviene scegliere il male minore.

BIANCA -    E cioè la scomunica di Roma.

COSTANZA -  No, Luigi, sta' saldo!

È il diavolo in persona che ti tenta

nelle false sembianze d'una sposa

che s'è appena spogliata del suo velo.(95)

BIANCA -    (A Filippo)

Lady Costanza vi parla così

non mossa da lealtà verso di voi,

ma dalle sue miserie.(96)

COSTANZA -  Oh, se davvero tu le conoscessi

le mie miserie, che son solo vive

perché è morta negli altri la lealtà,

dovresti allora ammettere in principio

che la lealtà ritornerebbe a vivere

quando fossero morte le miserie.

Oh, calpestate allor le mie miserie,

e la lealtà sarà vivificata;

tenete in vita queste mie miserie,

e la lealtà ne resterà schiacciata.

GIOVANNI -  Re Filippo è turbato, non risponde.

COSTANZA -  (A Filippo)

Oh, stàccati da lui. Rispondi bene

al cardinale.

AUSTRIA -   Avanti, Re Filippo,

non rimanete sospeso nel dubbio.

BASTARDO -  (All'Austria)

Sospesa, tu, devi solo tenere

sulle spalle una pelle di vitello,

dolcissimo pagliaccio!

FILIPPO -   (Al Cardinale)

Son perplesso, non so che cosa dire.

PANDOLFO -  E che dirai, ancora più perplesso,

quando scomunica e maledizione

venissero a pesar sulle tue spalle?

FILIPPO -   Padre santo, mettetevi al mio posto,

ditemi che fareste. Questa mano

(Mostrando la destra di Giovanni stretta nella sua)

s'è da poco annodata con la mia

e con esse si sono così uniti

in intima alleanza i nostri cuori

come sposati col solenne rito

d'un sacro voto. Nostro ultimo fiato

profferito con suono di parola

è stato per scambiarci giuramento

di fedeltà, di pace, d'amicizia

e di reciproco sincero affetto

fra i nostri regni e le nostre maestà.

Ancora poco fa, le nostre mani,

prima di questa tregua,

il tempo di lavarle a suggellare

con una loro stretta questo patto,

sa il cielo come fossero imbrattate

e tinte dal pennello del massacro,

là dove la Vendetta dipingeva

il pauroso scontro tra due re

infiammati di furia distruttiva.

E dovrebbero adesso, queste mani,

così da poco terse di quel sangue,

così da poco unite nell'affetto,

così forti nell'odio e nell'amore,

disannodare questa loro stretta

e questo loro patto di amicizia?

Dovremmo noi giocare a lega-e-sciogli,(97)

con la lealtà? Giocar così col cielo?

Ridurci a dei volubili bimbetti

così da sciogliere ancora di nuovo

l'una palma dall'altra,

spergiurare la fedeltà giurata,

far marciare un nemico sanguinario

sopra il letto nuziale d'una pace

che ora ci sorride,

stampare il segno della turbolenza

sulla fronte gentile

d'una vera, genuina lealtà?...

Santo signore, reverendo padre,

fate che questo non abbia a succedere.

Fate sgorgare dalla vostra grazia

un mezzo, un ordine, un'imposizione,

una forma gentile di procedere,

e noi saremo allora ben felici

di compiacervi e di restare amici.

PANDOLFO -  Ogni forma è deforme,

ogni ordine è disordine,

se non s'opponga alla vostra amicizia

con l'Inghilterra. Perciò, Francia, all'armi!

Fatti campione della nostra chiesa,

o su di te la chiesa nostra madre

pronuncerà la sua maledizione,

sì, la maledizione d'una madre

contro il figlio ribelle.

E allora sarà meglio per te, Francia,

afferrare un serpente per la lingua,(98)

o un leone infuriato(99) per le zampe,

o una tigre affamata per i denti

che seguitare a tener stretta in pace

nella tua mano quella che ora stringi.

FILIPPO -   Posso disannodar da lui la mano,

non da lui la mia fede.

PANDOLFO -  Della fede

tu fai così un nemico della fede,(100)

e opponi giuramento a giuramento,

parola data a parola giurata,

come in guerra civile tra di loro.

Ah, fa' che il voto prima fatto al cielo,

quello d'esser campione della chiesa

prima d'ogni altro sia da te osservato;

ciò ch'hai giurato dopo

fu giurato da te contro te stesso

e puoi esimerti dall'osservarlo,

ché giurar di far male non è male,

se il giurare fu fatto a fin di bene,

ed è somma lealtà non osservarlo,

quando osservarlo porterebbe male.

La maniera migliore

di eseguire un proponimento errato

è errare di nuovo;(101) anche se ciò

può apparire una falsa deviazione,

la falsa direzione in questo modo

diviene dritta via,

la falsità si fa alla falsità

rimedio, come il fuoco

sa raffreddare il fuoco nelle vene

di chi con esso s'è appena scottato.

Mantener fede ai propri giuramenti

è precetto di nostra religione;

ma tu, giurando fede ad Inghilterra,(102)

giurasti contro la tua religione,

e di questo secondo giuramento

fai ora un punto fermo di lealtà

contro quel primo, alla cui verità

esiti adesso a rimaner fedele.

Se giuri lealtà, e non sei certo

di poterti mantenere ad essa fede

per un contrario previo giuramento,

sol giuri per non essere spergiuro.(103)

Se no, che beffa sarebbe giurare!

Ma giurando così,

tu giuri solo d'essere spergiuro

e tanto più in quanto più deciso

a tener fede al primo giuramento.

Pertanto il tuo secondo giuramento,

proprio perché in contrasto con il primo,

è rivolto da te contro te stesso;

talché non potrai far miglior conquista

che armare quelle parti di te stesso

di più costante e più nobile tempra

a combattere contro queste folli,

insensate e perverse suggestioni.

A queste parti di te più sensibili

sono rivolte le nostre preghiere,

se ti vorrai degnare di ascoltarle.

Tieni per certo, se diversamente,

che graverà su di te la scomunica,

pesantemente, e sarà tanto il peso,

che non potrai scrollartelo di dosso

fino a morire di disperazione.

AUSTRIA -   Ribellione! Aperta ribellione!

BASTARDO -  E come no?! Una pelle di vitello

riuscirà a chiuderti la bocca?

DELFINO -   All'armi, all'armi, padre!

BIANCA -    (Al Delfino)

All'armi il giorno delle nostre nozze?

All'armi contro il sangue

con il quale ti sei appena unito?

E che! Vogliamo banchettare a nozze

in compagnia di uomini scannati?

Saranno musiche alla nostra pompa

lo stridulo squillare delle trombe,

il grave e cupo rullo dei tamburi,

l'infernale clamor della battaglia?

Ascoltami, marito... ah, questo nome:

"marito" che mi suona sulle labbra

sì nuovo... ed io per esso ti scongiuro,

ecco, in ginocchio:

(Cade in ginocchio)

non scendere in armi

contro mio zio!

COSTANZA -  (Inginocchiandosi anch'essa al Delfino)

Ah, su queste ginocchia

incallite dalle genuflessioni,

son io, virtuoso Delfino, a pregarti

di non voler alterar la sentenza

decretata dal cielo!

BIANCA -    (Al Delfino)

Ora vedrò se veramente m'ami:

qual motivo può mai valer per te

più del nome di sposa?

COSTANZA -  Quello stesso

che dovrebbe valere anche per te:

l'onore. Ah, Luigi, il tuo onore!

DELFINO -   (Al padre)

Perché, maestà, restate così freddo

davanti a così gravi decisioni?

PANDOLFO -  Lancerò sul suo capo la scomunica.

FILIPPO -   Non ce ne avrai bisogno, cardinale.

(A Giovanni, ritirando la mano)

Inghilterra, da te io mi distacco.

(Bianca e Costanza si rialzano)

COSTANZA -  Oh, nobile ritorno

d'una maestà che pareva bandita!

ELEONORA -  Oh, turpe tradimento

della sleale incostanza francese!

GIOVANNI -  Francia, m'ascolta: non passerà un'ora,

che di quest'ora tu dovrai dolerti.

BASTARDO -  Se sarà il vecchio Tempo,

questo regolatore d'orologi,

il Tempo, questo calvo sagrestano

a decidere, allora veramente

il re di Francia avrà di che dolersi.(104)

BIANCA -    O mio bel giorno, addio!

Il tuo sole tramonterà nel sangue!

Ed io, da quale parte dovrò stare?

Mi ritrovo a metà tra i due eserciti,

come tenuta per mano da entrambi,

e in mezzo al turbine della lor furia,

da entrambi tratta, come dilaniata.

Sposo, non posso pregar che tu vinca;

zio, son costretta a pregar che tu perda;

padre, non posso augurarmi per te

che la fortuna ti sia favorevole;

nonna, non posso voler avverati

i desideri tuoi. Chiunque vinca,

la sicura perdente sarò io.

La mia perdita è dunque assicurata,

già prima che abbia inizio la partita.

DELFINO -   Signora, a me, a me sono legate

le tue sorti.

BIANCA -    Laddove esse vivranno,

là morrà la mia vita.

GIOVANNI -  (Al Bastardo)

Nipote,(105) va' a radunare la truppa.

(Esce il Bastardo)

Francia, mi brucia in petto tanta collera,

che solo il sangue può spegnere il fuoco

di tanta rabbia, ed un unico sangue,

il più prezioso di tutta la Francia!

FILIPPO -   Questa tua rabbia ti brucerà dentro

sì da ridurti in cenere ancor prima

che il nostro sangue abbia spento il tuo fuoco.

Attento a te, piuttosto: sei in pericolo.

GIOVANNI -  Non più di chi mi fa questa minaccia.

All'armi, all'armi, via!

(Escono da parti opposte Inglesi e Francesi)

SCENA II - La piana davanti ad Angers

Allarmi di guerra. Escursioni di soldati delle due parti.

Entra IL BASTARDO recando, presala pei capelli a mo' di lanterna, la testa del Duca d'Austria

BASTARDO -  Per la mia vita, questo azzuffamento

si fa sempre più caldo!

Par come se per quest'aria attorno

aleggi qualche spirito maligno

che spedisce malanni sulla terra.

Tu, testa d'Austria, mettiti un po' qua,

che Filippo(106) riprenda un po' di fiato.

(Posa a terra la testa mozza, e si siede)

Entrano RE GIOVANNI, ARTURO e UBERTO(107)

GIOVANNI -  (A Uberto, consegnandogli Arturo)

Prendi in consegna tu questo ragazzo.

Filippo muoviti. Mia madre è sola

sotto la nostra tenda, ed ho paura

che sia stata assalita e catturata.

BASTARDO -  Mio signore, l'ho messa in salvo io.

Sua Altezza è al sicuro, non temete.

Ma avanti, mio sovrano,

basterà un ultimo minimo sforzo

per menare a buon fine questa impresa.

(Escono)

SCENA III - La stessa

Allarmi. Escursioni. Ritirata.

Rientrano RE GIOVANNI, ELEONORA, ARTURO, IL BASTARDO, UBERTO e nobili inglesi

GIOVANNI -  (Alla madre)

Si farà dunque così: vostra grazia

resterà in Francia, sotto buona scorta.

(Ad Arturo)

Nipote, su, non esser così triste!

Tua nonna ti vuol bene, e questo zio

ti terrà caro al pari di tuo padre.

ARTURO -    Ahimè, mia madre morirà per questo

di crepacuore!

GIOVANNI -  (Al Bastardo)

Via, nipote, via,

veloce in Inghilterra avanti a noi;

e, prima che arriviamo,

vedi di poter scuotere ben bene

i ben forniti sacchi degli abati;(108)

e metti in libertà tutti quegli angeli(109)

che vi sono tenuti prigionieri.

I rimpinguati lombi della pace

ora devon nutrire gli affamati.

Usa il nostro mandato

in tutta la sua massima efficacia.

BASTARDO -  Non ci sarà campana, libro, cero(110)

che potran trattenermi d'un sol passo

quando l'oro e l'argento

mi daranno il segnale d'avanzata!

Vi lascio, Altezza.

(A Eleonora)

Nonna,

se mi ricorderò d'esser devoto,

pregherò per la vostra salvazione!

Per il momento vi bacio le mani.

ELEONORA -  Addio, mio bel nipote.

GIOVANNI -  Addio, nipote.

(Esce il Bastardo)

ELEONORA -  (Ad Arturo)

Vieni qui, nipotino,

tua nonna deve dirti una parola.

(Lo trae in disparte)

GIOVANNI -  Uberto, ascolta. Uberto mio gentile,

noi molto ti dobbiamo.

Uberto, in questo involucro di carne

vive e respira un'anima

che si considera tuo debitore

e intende ripagar la tua affezione

cogli interessi; è vivo nel mio petto

ed affettuosamente carezzato,

mio buono e caro amico, il giuramento

che tu spontaneamente m'hai profferto.

Qua, dammi la tua mano. Avevo in mente

qualcosa che volevo dirti, ma...

ma convien che la dica in miglior tono.(111)

Perdio, Uberto, quasi mi vergogno

ad esprimerti solo a parole

quale grande rispetto ho io per te.

UBERTO -    Sono molto obbligato a Vostra altezza.

GIOVANNI -  Buon amico, non hai alcun motivo

di dir così, finora; ma l'avrai;

ché mai striscerà il tempo tanto lento

che a me non giunga di farti del bene.

Avevo dunque una cosa da dirti...

ma no, lasciamo stare: il sole è alto

sulla volta del cielo, e il giorno splendido

col suo corteggio di gioie mondane

è troppo pieno d'attrattive e svaghi

perché tu sia proclive ad ascoltarla.

Se la campana della mezzanotte

battesse con la sua lingua metallica

sulla sua bronzea bocca la sua ora

all'assonnato scorrer della notte;

se questo luogo fosse un cimitero

e tu oppresso da mille angherie;

o se t'avesse la malinconia,

quello spirito arcigno, raggrumato

ed ispessito il sangue che altrimenti,

pulsando, va scorrendo per le vene

e fa che in noi il riso, quell'idiota,

s'insedii da padrone sopra gli occhi,

stirando in una inutile gaiezza

le nostre guance, odioso stato d'animo

ai miei propositi; o se vedermi

tu potessi senz'occhi, ed ascoltarmi

senza orecchi, e rispondermi

senza usar la voce, col pensiero,

ma non usando né occhi né orecchi,

né il malefico suon delle parole,

allora sì, e a dispetto del giorno,

dell'impiccione ed occhialuto giorno,(112)

potrei versarti in cuore i miei pensieri.

Ma, oh, non lo farò;

anche se tu, Uberto, mi sei caro,

così come, in coscienza,

io son sicuro d'esser caro a te.

UBERTO -    Oh, sì, e tanto che, davanti al cielo,

qualunque cosa voi mi comandaste,

la farei, mi costasse pur la vita!(113)

GIOVANNI -  E non lo so che la faresti, Uberto?

Ecco, mio buon Uberto, Uberto, Uberto,

getta un'occhiata sopra quel ragazzo.

(Indica Arturo che sta discosto con Eleonora)

Ti dirò una cosa: quello, amico,

è un serpe che attraversa il mio cammino;

e dovunque io posi questo piede

me lo trovo davanti... Mi capisci?

Tu l'hai in custodia...

UBERTO -    E lo custodirò

così ch'egli non possa recar danno

alla Vostra maestà.

GIOVANNI -  Morto.

UBERTO -    Signore?...

GIOVANNI -  Una tomba.

UBERTO -    Va bene. Non vivrà.

GIOVANNI -  Basta così. Ora vivo contento.

Ti voglio bene, Uberto... Beh, per ora

non ti dirò quel ch'ho in mente per te:

ma tu ricordalo.

(A Eleonora)

Addio, signora.

Manderò quei soldati a vostra altezza.

ELEONORA -  E sia con te la mia benedizione.

GIOVANNI -  (Ad Arturo)

Per l'Inghilterra, nipotino, va'.

Uberto ti sarà compagno al viaggio,

ti servirà con tutta fedeltà.

(Agli altri)

E noi in marcia, olà!, verso Calais.

(Escono, la regina Eleonora da una parte, con scorta di soldati; tutti gli altri dall'altra parte)

SCENA IV - Il campo francese

Entrano RE FILIPPO, il DELFINO LUIGI, il CARDINALE PANDOLFO e altri

FILIPPO -   Così, da un fragoroso fortunale,

tutta una flotta di vele sconfitta,

sbaragliata, dispersa...

PANDOLFO -  Animo, sire,

coraggio: potrà andare ancora bene.

FILIPPO -   Che volete che vada bene, ormai,

dopo che abbiam subito un tal disastro?

Non siamo vinti? Angers non è perduta?

Arturo non è forse prigioniero?

Non sono morti molti cari amici?

E il sanguinario Inglese

non è forse tornato in Inghilterra

eludendo, a dispetto della Francia,

qualsiasi tentativo di fermarlo?

DELFINO -   E lasciando assai bene presidiato

tutto quello che aveva conquistato.

E tutto fatto con tale sveltezza

sorretta da sì accorta strategia,

da un ordine così bene studiato

in un'operazione sì difficile,

che non se n'ha l'esempio:

chi ha mai letto o udito di un'azione

confrontabile a questa?

FILIPPO -   Eh quante lodi!

Potrei pur sopportare

che l'Inghilterra ne possa ricevere,

se si potesse rintracciar per noi

un precedente di pari vergogna.

Entra COSTANZA, discinta e scarmigliata

Ma guardate ora chi arriva!

Un'anima ridotta ad una tomba,

che trattiene lo spirito immortale,

contro sua volontà,

nel chiuso della squallida prigione

di dolorosi sospiri.

(A Costanza)

Signora,

preparatevi a venir via con me.

COSTANZA -  Toh, ecco, guardate,

è questo il frutto della vostra pace.

FILIPPO -   Non disperatevi, cara signora,

coraggio ancora, nobile Costanza.

COSTANZA -  No, spregio ogni consiglio,

ogni riparazione, tranne quella

che a tutti i consigli mette fine,

unico vero conforto, la morte!

O tu, morte, benigna, dolce morte,

tu, profumato lezzo,

tu, salutar marciume,

sorgi dal cavo della notte eterna,

odio e terrore a quelli che stan bene!

Io bacerò l'odiosa tua carcassa

e metterò nelle tue cave occhiaie

i bulbi dei miei occhi; alle mie dita

attorcerò i tuoi vermi come anelli

e chiuderò con nauseabonda polvere

questo varco al respiro,(114)

fino a ridurmi mostruosa carogna

come te. Vieni, mostrami il tuo ghigno,

ed io mi penserò che tu sorrida,

e ti carezzerò come tua sposa.(115)

Oh, vieni, vieni, amore dei negletti!

FILIPPO -   Nobile prostrazione! Ma calmatevi.

COSTANZA -  Calmarmi? No, fintanto che avrò fiato!

Nella bocca del tuono

vorrei che si trovasse la mia lingua!

Farei scrollare il mondo

con la violenza della mia passione,

e desterei dal sonno quello scheletro

fello che resta sordo

alla flebile voce d'una donna

e sdegna una comune invocazione.

PANDOLFO -  È follia, non dolore,

quella che adesso parla in voi, signora.

COSTANZA -  Tu non sei santo ministro di Dio

a parlarmi così!(116) Non sono pazza.

Son capelli miei questi che strappo;

il mio nome è Costanza,

sono stata la moglie di Goffredo;

Arturo è figlio mio, ed è perduto!

Pazza... Volesse il cielo che lo fossi!

Potrei dimenticare allor me stessa,

probabilmente... Ah, se lo potessi!

Di qual dolore potrei io liberarmi

dimenticandolo! Insegnami tu

qualche dottrina per divenir pazza,

e sarai fatto santo, cardinale:

ché non essendo la mia mente pazza,

ed io sensibile essendo al dolore,

la parte razionale di me stessa

m'induce fatalmente a ragionare

come sgravarmi(117) di queste mie pene,

e non m'insegna per farlo altro modo

che uccidermi o impiccarmi.

Se invece fossi veramente matta,

potrei dimenticarmi di mio figlio,

oppur pensare pazzamente a lui

come ad un (118) bel pupattolo di pezza...

Non sono pazza; sento troppo bene

nel mio animo tutte, ad una ad una,

le mie sventure, e tutto il loro strazio.

FILIPPO -   Rannodatevi almeno quelle trecce.

(Tra sé)

Ah, quanto amore mi pare di scorgere

in quella bionda massa di capelli!

Se per caso vi si posasse sopra

una goccia d'argento,

a quella goccia diecimila fili

s'incollerebbero amichevolmente

a condividerne tutto il dolore,

come amanti fedeli, inseparabili,

stretti tra loro nell'avversità.

COSTANZA -  Con voi in Inghilterra, se volete.(119)

FILIPPO -   Intanto ravvolgetevi i capelli.

COSTANZA -  (Cominciando a raccogliersi la chioma)

Ecco, lo faccio... Ma perché dovrei?

Con violenza li ho sciolti dai lor lacci,

e nel farlo gridavo: "Ah queste mani

liberare potessero mio figlio

come hanno liberato i miei capelli!".

Ma ora della loro libertà

mi prende invidia, e voglio consegnarli

prigionieri di nuovo ai lor legacci,

come prigione è il povero mio figlio.

V'ho udito dire, padre cardinale,

che noi un giorno rivedremo in cielo

e riconosceremo i nostri cari;

se questo è vero, padre,

io riconoscerò il mio ragazzo,

ché da Caino, primo figlio maschio,

fino a quello che ha dato solo ieri

il primo suo respiro,

mai venne al mondo più bella creatura.

Ora però il verme del dolore

divorerà quel vago mio bocciòlo,

cancellerà la nativa bellezza

dalla sua guancia, ed ei si ridurrà

un vuoto spettro, pallido e smagrito

come per un attacco di quartana,

e così morirà; e quando io,

risorto che sarà, come voi dite,

lo incontrerò nei giardini del cielo,

non potrò riconoscerlo: e così

mai più, mai più potrò io rivedere

il mio Arturo, il dolce mio bambino.

PANDOLFO -  Indulgete con troppo accanimento

alla disperazione, mia signora.

COSTANZA -  Dice questo chi mai ha avuto un figlio.

PANDOLFO -  Voi siete innamorata del dolore,

come di vostro figlio.

COSTANZA -  Il dolore riempie in me quel vuoto

ch'egli ha lasciato; giace nel suo letto,

passeggia in su e in giù insieme a me,

assume il suo piacevole sembiante,

mi ripete le stesse sue parole,

mi ricorda i suoi tratti delicati,

riempie con la forma del suo corpo

i suoi abiti vuoti: ho io ragione

allora, o no, d'amare il mio dolore?

Io vado, addio: fosse toccato a voi

di subire una tale privazione

v'avrei saputo dar miglior conforto

che non abbiate dato voi a me.

(Scarmigliandosi di nuovo)

Via, via quest'ordine dalla mia testa,

mentre ho tanto disordine nell'animo!

Oh, Dio Signore!... Arturo, figlio mio,

mia vita, mia letizia, mio alimento,

tutto il mio mondo, tutto il mio conforto

di vedova, sollievo al mio dolore!(120)

(Esce)

FILIPPO -   Temo qualche pazzia, le vado dietro.

DELFINO -   Non c'è più nulla ormai su questo mondo

che mi rallegri: la vita è stucchevole

come una favola già raccontata(121)

che dia fastidio all'assonnato orecchio

d'uno che si sia mezzo-addormentato:

e la vergogna amara(122) ha reso amaro

anche il dolce sapor della parola

lasciando sol vergogna e amaritudine.

PANDOLFO -  Succede, prima della guarigione

da grave malattia, proprio nel tempo

del recupero e del risanamento,

che il male che da noi prende congedo

faccia sentire di più le sue fitte

col mostrar, proprio mentre s'allontana,

più forte il morso della sua malizia.

In sostanza, che avete voi perduto

con la sconfitta di questa giornata?

DELFINO -   Tutti i sognati giorni della gloria,

della gioia, della felicità.

PANDOLFO -  Questi avreste perduto certamente,

se aveste vinto. No, no, la fortuna

proprio quando vuol far del bene agli uomini

mostra loro il suo sguardo più terribile.

Per contro, è veramente straordinario

pensare quanto ha perso Re Giovanni

in questa ch'egli giudica per lui

una chiara vittoria. Vi addolora

forse che Arturo sia suo prigioniero?

DELFINO -   Tanto quanto può rallegrare lui

il tenerlo in sua mano.

PANDOLFO -  La vostra mente è, come il vostro sangue,

troppo giovane ancora. Ma ascoltate

quanto con vero spirito profetico

io vi pronostico: basterà il fiato

con cui profferirò le mie parole

a spazzar via ogni grano di polvere,

ogni pagliuzza, ogni minimo intralcio

dal sentiero che vi potrà condurre

al trono d'Inghilterra. Attento bene:

Giovanni tiene prigioniero Arturo

presso di sé, e non è concepibile

che finché nelle vene del ragazzo

continui a giocar calma la vita,

Giovanni, nella sua insicurezza,

possa goder di un'ora, di un minuto,

che dico, d'un sol fiato di riposo.

Uno scettro carpito col sopruso

dev'esser per forza mantenuto

con la violenza con cui fu ottenuto.

E lui, che sta su un trono scivoloso,

non troverà altro modo per tenervisi

che prendersi al più vile degli appigli:

Giovanni, insomma, per restare in piedi,

deve abbattere Arturo. Così è,

e non può esser altro che così.

DELFINO -   Ma che guadagno mi può derivare

dalla caduta del giovane Arturo?

PANDOLFO -  Il diritto di far valer per voi,

nei diritti di Bianca, vostra moglie,

tutti gli stessi diritti di Arturo.

DELFINO -   E perder, come Arturo, vita e tutto!

PANDOLFO -  Come siete ancor nuovo ed inesperto

di questo vecchio mondo!

Giovanni trama egli stesso per voi,

cospirano con voi le circostanze,

ché chi intinge la propria sicurezza

su del sangue innocente,

non avrà altro che una sicurezza

malsicura e cruenta. Quest'azione,

così malvagiamente concepita,

gelerà i cuori di tutto il suo popolo

spegnendone ogni buon zelo di sudditi,

ed essi accoglieranno volentieri

ogni buona occasione

per poterlo scalzare dal suo regno:

non vi sarà comune esalazione

nell'aria, non normale accadimento

nel regno, non temperie naturale,

non semplice spirar di venticello,

del quale non saranno tutti pronti

a contestar la naturale origine,

e a dirli strani prodigi, meteore,

presagi, segni, linguaggi del cielo

che chiaramente annuncino vendetta

sul capo di Giovanni.

DELFINO -   Sulla vita di Arturo s'asterrà

probabilmente di metter le mani:

gli basterà d'averlo prigioniero

per sentirsi al sicuro.

PANDOLFO -  No, signore.

Quando saprà del vostro avvicinarsi,

se Arturo non sia stato già spacciato,

lo sarà allora, e sarà a quel momento

che si rivolterà contro di lui

il cuore del suo popolo

e tutti andranno a baciar sulle labbra(123)

quel subito inatteso cambiamento,

e trarranno argomento di rivolta

e d'ira dalle dita di Giovanni

tinte di rosso sangue.

Mi par già di vederlo scatenarsi

questo grande tumulto popolare!

E, oh!, qual messe di migliori frutti

per voi, che non ve n'abbia già indicati!

In Inghilterra è già il bastardo Faulconbridge

a far man bassa dei beni ecclesiastici,

a sfregio d'ogni carità cristiana.

Se solo dodici Francesi in armi

fossero là, sarebbero già esca

per far passare diecimila Inglesi

al loro fianco, come poca neve,

rotolando, si fa tosto valanga.

Oh, nobile Delfino,

venite, accompagnatemi dal re;

c'è da restar davvero stupefatti

a pensar tutto quel che di vantaggio

si può trarre dal loro malcontento,

in un momento in cui i loro animi

sono all'estremo dell'indignazione!

Avanti, in marcia verso l'Inghilterra!

Penserò io a pungolare il re.

DELFINO -   Imperiose ragioni

partoriscono temerarie azioni.

Al vostro "sì", il re non dirà "no".

Andiamo pur da lui.

(Escono)

ATTO QUARTO

SCENA I - Northampton, stanza del castello.(124) Un arazzo su una parete; in mezzo un tavolo, una sedia, un braciere con carboni accesi e dentro due pezzi di ferro arroventati.

Entra UBERTO con due SGHERRI

UBERTO -    Fate arroventar bene questi ferri,

e poi mettetevi dietro l'arazzo.

Tosto ch'io batterò a terra il piede,(125)

uscite fuori e legate alla sedia

il ragazzo che sarà qui con me.

PRIMO SGHERRO -   Spero che questa azione

sia coperta da apposito mandato.

UBERTO -    Vani scrupoli! Niente da temere.

Badate solo a fare.

(I due sgherri si ritirano dietro l'arazzo.

Uberto s'affaccia al vano d'una porta e chiama)

Giovanotto, venite: ho da parlarvi.

Entra ARTURO

ARTURO -    Buongiorno, Uberto.

UBERTO -    Buondì, principino.

ARTURO -    Un principino che più picciol principe

non può essere, pur avendo titolo

ad essere di più... Vi vedo triste.

UBERTO -    M'avrete visto, in effetti, più allegro.

ARTURO -    Pietà di Dio! All'infuori di me,

nessuno, credo, dovrebb'esser triste;

ricordo invece che quand'ero in Francia

c'eran giovani della nobiltà

che usavan, sol per essere alla moda,

di darsi tutta un'aria di tristezza

cupa come la notte. Per mio conto,

per come è vero che son battezzato,

se mi trovassi fuori di prigione,

magari solo a pascolare pecore,

sarei felice quanto è lungo il giorno;

e felice sarei anche qui dentro,

non avessi paura che mio zio

ha in animo di farmi ancor più male.

Ha paura di me, ed io di lui.

Ma che colpa ne ho io

se sono nato figlio di Goffredo?

No, non è colpa mia! Avesse il cielo

voluto che nascessi figlio vostro,

Uberto, ché così m'avreste amato!

UBERTO -    (Tra sé)

Se mi metto a discorrere con lui,

questo con le sue chiacchiere innocenti

finirà per destar la mia pietà,

che giace nel profondo addormentata:(126)

devo esser deciso e sbrigativo.

ARTURO -    Che avete, Uberto, vi sentite male?

Siete pallido, oggi. In verità,

mi piacerebbe foste un po' malato,

così potrei seder tutta la notte

a vegliarvi; perch'io vi voglio bene,

ve l'assicuro, più che voi a me.

UBERTO -    (c.s.)

Le sue parole mi strappano l'anima...(127)

(Forte, porgendogli un foglio)

Leggete qua...

(Mentre Arturo legge, si asciuga gli occhi e sussurra tra sé)

Ah, stupide mie lacrime!

Voi vorreste cacciar fuor della porta

la spietata tortura... Alla svelta, alla svelta,

o succede che la risolutezza

mi cola via tutta quanta dagli occhi

in lacrime di fragile donnetta!

(Forte)

Riuscite a leggere? Non è ben chiaro?

ARTURO -    Fin troppo chiaro, per sì nero scopo,

Uberto. Ma davvero

mi dovete bruciare entrambi gli occhi

con quei ferri roventi?

UBERTO -    Sì, ragazzo.

ARTURO -    E lo farete?

UBERTO -    Lo farò, ragazzo.

ARTURO -    Ne avete il cuore? Io, vi ricordate,(128)

quella volta che aveste il mal di testa

v'annodai sulla fronte un fazzoletto,

il più bello che avevo, ricamato

per me dall'ago d'una principessa,

e non ve l'ho più mai richiesto indietro;

a mezzanotte v'ero ancora accanto

a tenervi la testa con la mano,

e, come i vigili minuti all'ora,

io ho lenito di continuo a voi

il pesante trascorrere del tempo

domandandovi sempre, di continuo:

"Che vi occorre? Dov'è che vi fa male?

"Che posso fare per farvi piacere?"(129)

Molti figlioli di povera gente

se ne sarebbero rimasti a letto

senza mai dirvi una buona parola;

voi ad assistervi avevate un principe.

Siete padrone certo di pensare

che il mio fosse uno zelo interessato,

e potrete chiamarlo anche furbizia;

e pensatelo pure, se volete.

Se ha decretato il cielo

che mi dobbiate fare questo male,

allora certamente lo dovete.

Ma davvero mi spegnerete gli occhi?

Questi occhi che mai ebbero per voi

uno sguardo cattivo?

UBERTO -    L'ho giurato.

E devo farlo, e con ferri roventi.

ARTURO -    Ah, nessuno farebbe una tal cosa

se non fossimo in questa età del ferro!(130)

Lo stesso ferro, pur se arroventato,

quando fosse a questi occhi avvicinato,

berrebbe le mie lacrime

e spegnerebbe la sua rabbia ardente

nel succo stesso della mia innocenza;

anzi, dopo di ciò,

se n'andrebbe consunto tutto in ruggine

sol per aver portato in sé quel fuoco

che avrebbe fatto male agli occhi miei.

Siete voi più inflessibile,

più duro di quel ferro temperato?

Fosse venuto un angelo da me

a dirmi che m'avrebbe spento gli occhi

Uberto, non gli avrei certo creduto...

ma non avrei creduto a nessun altro,

all'infuori di Uberto.

UBERTO -    (Battendo un piede a terra)

Uscite fuori!

(I due sgherri escono da dietro l'arazzo)

Fate quel che vi ho detto!

(I due s'affaccendano intorno al braciere)

ARTURO -    Oh, salvatemi, Uberto! Aiuto, Aiuto!

Questi assassini mi cavano gli occhi

già con quei loro sguardi inferociti!

UBERTO -    A me quel ferro, e legatelo lì.

(Indica la sedia e prende dal braciere un ferro arroventato)

ARTURO -    (Divincolandosi dai due che vogliono legarlo alla sedia)

Ahimè, ahimè, ma che bisogno c'è

d'essere sì brutali e disumani?

Non farò resistenza,

starò fermo ed inerte come un sasso....

Ma per amor del cielo, Uberto, no,

non fatemi legare! Ahimè, Uberto,

sentitemi, mandate via questi uomini,

ed io mi siederò con voi, tranquillo

come un agnello, non farò una mossa,

non tremerò, non farò più parola;

né guarderò quel ferro con rancore.

Ma questi ceffi mandateli via,

e vi perdonerò ogni tortura

a cui vi piacerà di sottopormi.

UBERTO -    (Ai due sgherri)

Andate via, ma non vi allontanate,

e lasciatemi qui solo con lui.

PRIMO SGHERRO -   Meno male così: non mi par vero

di star lontano da un'azione simile.

(Escono i due)

ARTURO -    Ahimè, che allora ho fatto mandar via

un amico. L'aspetto era feroce,

ma il cuor gentile. Fatelo tornare,

così che possa la sua compassione

destare anche la vostra.

UBERTO -    Su, ragazzo,

prepàrati.

ARTURO -    Non c'è proprio rimedio?

UBERTO -    Nessuno, no. Devi perdere gli occhi.

ARTURO -    Oh, santo cielo, Uberto, se nei vostri

aveste solamente un granellino

di polvere, un moschino,

un capello volante, un bruscoletto

che recassero il minimo fastidio

ad un organo tanto delicato,

sì da provar quale grande molestia

può recarvi una cosa anche minuscola,

vi dovreste sentire inorridito

da questa vostra barbara intenzione.

UBERTO -    È così che tenete la promessa?

Tenete a freno dunque quella lingua.

ARTURO -    Non una ma due lingue

ci vorrebbero, Uberto, ad intercedere

per la salvezza di due occhi, Uberto;

e voi mi dite di frenar la mia:

non me lo dite, Uberto! O, se volete,

tagliatemela pure questa lingua,

se può valere a risparmiarmi gli occhi.

Ah, salvatemi gli occhi,

anche se non dovranno più servirmi

a vedere che voi... Ecco, vedete,

lo strumento s'è ora raffreddato

e non vorrebbe più farmi del male.

UBERTO -    Posso di nuovo farlo arroventare,

ragazzo.

ARTURO -    No, non lo potrete più;

creato per recar conforto agli uomini,

il fuoco è ora morto di dolore:

per il dolore di dover servire

a certe immeritate crudeltà.

Guardatelo voi stesso:

non c'è malizia in quel carbone ardente;

un alito celeste ne ha soffiato

via per l'aria lo spirito malvagio

e l'ha cosparso di contrite ceneri.(131)

UBERTO -    Ma posso ravvivarlo col mio fiato,

ragazzo.

ARTURO -    Tutto quello che otterrete,

a far così, è di farlo arrossire,

Uberto, e divampare di vergogna,

per quello che volete fargli fare;

anzi, i tizzoni sprizzeran faville

contro i vostri occhi, simili ad un cane

che costretto per forza ad aggredire

dal suo padrone, gli si volta contro.

Qualunque ordigno vorreste adoprare

per farmi male si rifiuterà

al natural suo modo di servire.

Soltanto voi vi dimostrate privo

della pietà che san perfin mostrare

il ferro e il fuoco, creature crudeli,

notoriamente dagli uomini usate

a compiere le azioni più spietate.

UBERTO -    Ebbene vedi, vivi... gli occhi tuoi

io non li toccherò; non lo farò,

nemmeno al prezzo di tutti i tesori

che sono posseduti da tuo zio;

nonostante abbia fatto giuramento,

ragazzo, e fossi proprio intenzionato

a bruciarli con questi stessi ferri,

ARTURO -    Oh, adesso siete Uberto!

Fino ad ora eravate proprio un altro.(132)

UBERTO -    Basta, non più parole. Addio, ragazzo.

Vostro zio vi dovrà credere morto.

Riferirò fandonie

a quei cagnacci-spia che son di là.

Tu, gentile ragazzo,

dormi tranquillo e non aver paura,

ché Uberto non ti farà mai del male

per tutte le ricchezze della terra.

ARTURO -    Oh, santo cielo, ti ringrazio, Uberto!

UBERTO -    Silenzio ora, non più. Venite dentro

di nascosto. Mi son messo per te,

ragazzo, in un pericolo mortale.

(Escono)

SCENA II - Inghilterra, la sala del trono nel palazzo di Re Giovanni.

Fanfara. Entrano RE GIOVANNI, PEMBROKE, SALISBURY e altri nobili che non parlano.

GIOVANNI -  (Andando a sedersi sul trono)

Eccoci qui insediati un'altra volta,

eccoci un'altra volta incoronati,

e, spero, da lieti occhi riguardati.(133)

PEMBROKE -  Quest'"altra volta", è stata, in verità,

salvo che sia piaciuto a vostra altezza,

una volta di troppo. Incoronato

l'eravate già stato, e mai dal capo

quell'alta dignità vi fu strappata;

né mai la lealtà dei vostri sudditi

si macchiò di rivolta; e il vostro regno

mai fu turbato da più fresche attese

di cambiamenti o di miglior governo.

SALISBURY - Perciò questo voler ora addossarvi

una seconda epifania regale,

questo voler coprire d'ornamenti

un titolo che n'era già sì ricco,

come a voler dorare l'oro fino

o a voler tingere di bianco il giglio.

o spruzzare profumo sulla viola,

o levigare una lastra di ghiaccio,

o aggiungere un colore nuovo all'iride,

o guarnire col lume di candela

il fulgidissimo occhio del cielo,(134)

è vano spreco e ridicolo eccesso.

PEMBROKE -  Vostro regale gradimento a parte,

cui sarà data comunque osservanza,

questo vostro procedere, signore,

è come mettersi a narrar di nuovo

una storia da tutti risaputa,

che a ripeterla può riuscir noiosa,

specie se raccontata fuori tempo.

SALISBURY - Ne può restar non poco sfigurato

il volto antico e ben identicato

della buona, vetusta consuetudine:

e, come un subito mutar di vento

per una vela, può far cambiar rotta

al corso dei pensieri della gente,

generare paura e confusione

in ogni mente che pensa e ragiona,

indebolire le opinioni salde,

gettar sospetto sulla verità

col fatto di volerla rivestire

d'un così ricco e inusitato manto.(135)

PEMBROKE -  Quando buoni artigiani

s'adoperano a fare più che bene

quel che han già fatto bene,

va a finire che con il troppo zelo

recano danno alla lor maestria;

spesse volte peggiora il male fatto

colui che di sua colpa chiede scusa;

così come la toppa su uno strappo

per celarlo, lo rende ancor più brutto

ch'esso non fosse prima del rammendo.

SALISBURY - Ad evitare ciò, prima che voi

veniste nuovamente incoronato,

vi sconsigliammo a farlo;

ma del nostro consiglio a vostra altezza

piacque di non tenere conto alcuno;

e noi ne siamo tutti ben contenti,

coscienti che ogni nostro desiderio

conviene che s'arresti e faccia luogo

al desiderio dell'altezza vostra.

GIOVANNI -  Di alcuni dei motivi che m'indussero

a questa duplice incoronazione,

v'ho già detto, e ritengo siano già

forti abbastanza per giustificarla;

altri ve ne dirò, di assai più forti

che non sian deboli le mie paure.(136)

Nel frattempo non esitate a chiedermi

quel che vorreste fosse riformato

perché pensate che non vada bene,

e vedrete con quanto buon volere

mi troverete pronto a dare ascolto

alle vostre richieste e a soddisfarle.

PEMBROKE -  Allora, maestà, con tutto il cuore,

facendomi di tutti portavoce

per risuonare a voi l'aspirazione

che tutti hanno nell'animo,

per me, per loro, per voi soprattutto

alla cui sicurezza tutti noi

rivolgiamo le massime premure,

io vi chiedo di liberare Arturo:

la sua relegazione

muove del mormorante malcontento

le labbra a questo tipo di giudizi

pericolosi: "Se ciò che tenete

voi lo tenete di pieno diritto,

- dicono - perché allora la paura,

che sempre s'accompagna con il torto,

dovrebbe indurvi a tener segregato

il vostro ancora tenero parente,

e a tenere i suoi giorni soffocati

nello stato di barbara ignoranza,

con il negare alla sua giovinezza

il prezioso vantaggio

d'un'adeguata buona educazione?"

Ad evitare che argomenti simili

sian pretesto ai nemici del momento

per perseguire i loro tristi scopi,

concedete che nostra prima supplica

da sottoporvi, come ci invitaste,

sia la liberazione del ragazzo,

che non chiediamo per nostro interesse

se non in quanto l'interesse nostro

ch'è strettamente legato col vostro,

considera che sia vostro interesse

che Arturo ottenga la sua libertà.(137)

GIOVANNI -  E sia così. Affido a voi la guida

della sua giovinezza.

Entra UBERTO

(A parte, a Uberto)

Ebbene, Uberto, che notizie?

(Uberto s'avvicina al re e parla con lui in disparte)

SALISBURY - (A parte a Pembroke, indicando Uberto)

Quello è l'uomo da lui incaricato

di commettere il sanguinoso fatto.

Ha mostrato il mandato ad un mio amico.

L'immagine di chi s'appresta a compiere

un'obbrobriosa scellerata colpa

gli traspare dall'occhio; il suo aspetto

rivela un forte turbamento interno;

e temo molto che abbia già eseguito

l'incarico che gli è stato affidato.

SALISBURY - Sulla guancia del re il colorito

è un continuo va-e-vieni

tra il suo proposito e la sua coscienza,

simile ad un araldo tra due eserciti

pronti a darsi battaglia.

La sua passione è giunta ad un tal punto,

che scoppierà.

PEMBROKE -  E quando scoppierà,

ho gran paura che n'uscirà fuori

l'immonda purulenza della morte

d'un tenero fanciullo.

GIOVANNI -  A noi purtroppo, amici, non è dato

frenar la forte mano della morte.

Per viva che possa essere

in me la volontà di assecondarvi,

la vostra supplica è vanificata

dalla morte: costui mi riferisce

che Arturo è deceduto questa notte.

SALISBURY - Avevamo ragione di temere

che la sua malattia fosse incurabile.

PEMBROKE -  Avevamo avvertito, in verità,

come fosse vicino alla sua fine,

il ragazzo, ancor prima ch'egli stesso

potesse accorgersi d'esser malato.

Di ciò però qualcuno in terra o in cielo(138)

dovrà rispondere...

GIOVANNI -  Ebbene, che c'è?

Perché gettate tutti quegli sguardi

gravidi di sospetto su di me?

Pensate forse tutti che sia io

a reggere la forbice del fato?(139)

O ch'io comandi il polso della vita?

SALISBURY - Questa è sfacciata ciarlataneria!

Ed è vergogna che sia la maestà

a farvi sì grossolano ricorso!

Continuate pure il vostro gioco,

e prosperate. Io vi dico addio!

PEMBROKE -  Aspettami, Lord Salisbury,

vengo con te a cercar l'eredità

toccata a questo povero fanciullo:

il minuscolo regno d'una tomba

aperta a forza: quel nobile sangue

cui spettava di posseder da re

quest'isola per quanto essa s'estende,

ora ne occuperà sì e no tre palmi:

malvagità del mondo in cui viviamo!

Ma questa non dev'esser tollerata:

questa, non passerà gran tempo ancora,

dovrà scoppiare, ne sono sicuro,

e con danno e dolore per noi tutti.

(Escono Salisbury e Pembroke)

GIOVANNI -  Sono accesi di sdegno...

Son pentito: mai stabil fondamenta

poggiò sul sangue; sempre fu insicura

vita sull'altrui morte costruita.

Entra un MESSO

Hai l'occhio spaventato:

dov'è andato quel sangue che soleva

aver dimora sopra le tue guance?

Un cielo così cupo

non si rischiara senza un temporale.

Avanti, su, rovescia la tua pioggia:

come va tutto in Francia?

MESSO -     Va tutto dalla Francia all'Inghilterra.

Mai più potente esercito

fu levato dal corpo d'una terra

per una spedizione oltre confine.

Li ha istruiti l'esempio

della vostra fulminea speditezza:

nel momento che voi dovreste avere

notizia che si stiano preparando,

vi si annuncia che sono già arrivati.

GIOVANNI -  Oh, dov'erano i nostri informatori?

A ubriacarsi? Stavano a dormire?

E mia madre, che diavolo faceva,(140)

se in Francia s'è potuto metter su

un tale esercito, senza che nulla

le sia potuto giungere all'orecchio?

MESSO -     Il suo orecchio, purtroppo, signore,

è tappato per sempre dalla polvere:

la vostra nobile madre è passata

il primo aprile; e da quanto ho saputo,

tre giorni prima anche Lady Costanza

era morta in un raptus di follia.(141)

Ma sono voci udite casualmente,

se vere o false, non vi saprei dire.

GIOVANNI -  Ferma, tremenda sorte, la tua corsa

precipitosa! O allèati con me,

fino a tanto che non avrò placato

gli scontenti miei Pari.

Mia madre morta!... Ahimè, in quale caos

saranno allora i miei domini in Francia!

(Al messo)

Al comando di chi sono venute

queste forze di Francia che tu dici

essere già sbarcate in Inghilterra?

MESSO -     Al comando del principe Delfino.

Entrano IL BASTARDO e PIETRO DA POMFRET (142)

GIOVANNI -  M'hai messo nella testa un mulinello

con tutte queste tue brutte notizie.

(Al Bastardo)

Beh, che dice la gente

delle faccende che vai disbrigando?(143)

Non tentare di riempirmi il capo

anche tu di sgradevoli notizie,

perché n'è già ripieno fino al colmo.

BASTARDO -  Se paventate di ascoltare il peggio,

lasciate pure che vi cada in testa,

senza ascoltarlo.

GIOVANNI -  Scusami, nipote:

ero come sommerso, senza fiato,

sotto questa marea; ora respiro,

come tornato nuovamente a galla,

e posso udire qualsivoglia lingua,

e che dica ciascuna quel che vuole.

BASTARDO -  A darvi conto di come ho sbrigato

la mia bisogna in mezzo a preti e frati

parleranno le somme che ho raccolto.

Ma nel passare attraverso il paese

per venir qui, la gente che ho incontrato

era in preda a bizzarre fantasie,

posseduta da voci incontrollate,

piena di vani sogni, inconsapevole

essa stessa di cosa paventare,

e tuttavia pervasa da paure.

(Presentando Pomfret)

Ecco, questo è un profeta

che ho portato con me fin qui da Pomfret;

l'ho trovato per strada

che in mezzo a centinaia di persone,

andava loro rapsodiando in rime

che suonavan parecchio rozze e goffe,

che nel prossimo dì dell'Ascensione,

prima di mezzogiorno, Vostra altezza

avrebbe rassegnato la corona.

GIOVANNI -  (Al profeta)

Tu, sciocco visionario,

che cos'è che ti fa predire questo?

PROFETA -   La mia antiveggenza, monsignore;

essa mi dice che sarà così.

GIOVANNI -  Via, via! Uberto, portalo in prigione;

e a mezzogiorno esatto di quel giorno

ch'io, a sentire la sua predizione,

cederò la corona, sia impiccato.

Va', mettilo al sicuro,

e poi ritorna, ho bisogno di te.

(Esce Uberto con il Profeta)

Nipote mio gentile,

hai udito quel che si dice in giro?

Sai chi è arrivato?

BASTARDO -  I Francesi, signore.

È cosa ch'è sulla bocca di tutti.

Ho incontrato lord Bigot e lord Salisbury

con gli occhi rossi come brace ardente,

che andavano insieme ad altri nobili

a ricercare la tomba di Arturo;

il quale, come li ho sentiti dire,

è stato assassinato questa notte.

su vostra personale istigazione

GIOVANNI -  Nipote mio, da bravo, va', raggiungili,

intrùfolati in loro compagnia,

e riconducili davanti a me;

so io il modo di riconquistarmeli.

BASTARDO -  Cercherò di trovarli.

GIOVANNI -  Sì, ma presto,

quanto più presto puoi.

Ah, non sia mai ch'io abbia a me nemici

anche i miei sudditi, in un momento

in cui le truppe d'un nemico esterno

mi van terrorizzando le città

con un pauroso apparecchio di guerra!

Siimi Mercurio, metti ali ai piedi

e torna, celere come il pensiero.

BASTARDO -  Mi darà l'ali la necessità.(144)

(Esce)

GIOVANNI -  Parole di animosa nobiltà!(145)

(Al messo)

Tu seguilo, ché forse avrà bisogno

d'un messaggero tra quei pari e me.

Sii tu quello.

MESSO -     Con tutto il cuore, sire.

(Esce)

GIOVANNI -  Mia madre non c'è più...

Rientra UBERTO

UBERTO -    Mio signore, si dice che stanotte

si siano viste in cielo cinque lune,

quattro fisse ed immobili, la quinta

che turbinava in moto prodigioso

intorno all'altre quattro...

GIOVANNI -  Cinque lune?

UBERTO -    E i vecchi e le nonnette, per le strade,

ne traggono sinistre profezie;

fra tutti loro non si parla d'altro

che della morte del giovane Arturo;

e li si vede scuotere la testa

e bisbigliarsi qualcosa all'orecchio,

e quell'uno che parla

stringe il polso di quello che l'ascolta,

mentre questi fa gesti di paura,

e lo si vede corrugar la fronte,

e ciondolare in qua e in là la testa,

e ruotar le pupille. Ho visto un fabbro

fermarsi, inebetito, ecco, così,

con la mazza a mezz'aria; sull'incudine

si raffreddava il ferro arroventato,

e lui a bersi, lì, a bocca aperta,

le nuove che gli propinava un sarto;

e questo, forbici e misura in mano,

era lì, in ciabatte, per la fretta

infilatesi ai piedi al verso storto,

a raccontare loro che nel Kent

ci son molte migliaia di Francesi

in assetto di guerra, pronti a battersi;

ed un altro artigiano smilzo e sporco,

ecco che arriva e gli tronca il discorso

e vuol parlar della morte Arturo.

GIOVANNI -  Perché t'affanni tanto

a caricarmi di queste paure?

Perché insisti a battere così

sulla morte di Arturo? È la tua mano?

che l'ha spento. Io, per volerlo morto

ne avrei avute di ragioni, e forti:

tu, per ucciderlo così, nessuna.

UBERTO -    Diamine! Non ne avevo, mio signore?

Non siete stato voi ad incitarmi?

GIOVANNI -  È la maledizione dei regnanti

avere al lor servizio dei balordi

che scambiano un semplice parola

gettata là in uno scatto d'ira

per un mandato esplicito

a irrompere nella casa sanguigna

d'una vita;(146) che prendono per legge

una strizzata d'occhio del padrone,

e che presumono d'interpretare

come chi sa qual sovrana minaccia

un suo casuale aggrottare di ciglia,

dovuto più ad un momentaneo cruccio

che ad un determinato suo proposito.

UBERTO -    Ecco il vostro mandato,

con vostra firma e con real sigillo.

GIOVANNI -  Oh, quando verrà l'ora

che si dovrà saldar l'ultimo conto

fra cielo e terra, allora questa firma

e sigillo saranno testimoni

contro di noi per la condanna eterna!

Quante volte la vista di un ordigno

per sua natura inteso a fare il male

basta da sola a farci fare il male!

Se non avessi avuto accanto a me

te, che sei ben marchiato di natura

e chiarissimamente designato

a commettere azioni abominevoli,

l'idea di consumar questo assassinio

non mi sarebbe sorta nella mente;

ma la vista del tuo sinistro aspetto

m'ha suggerito essere tu l'uomo

adatto ad ogni sanguinaria impresa,

malleabile e pronto ad ogni rischio,

e bastò che accennassi vagamente

alla morte d'Arturo, perché tu,

per guadagnarti le grazie d'un re,

non ti facessi il pur minimo scrupolo

di sopprimere un principe.

UBERTO -    Signore....

GIOVANNI -  Ma sì, sol che tu avessi scosso il capo,

o avessi appena accennato a interrompermi

mentr'io con un parlare un po' coperto

ti venivo esponendo il mio proposito,

o sol che tu m'avessi pur rivolto

un'occhiata dubbiosa, quasi a chiedermi

di parlarti più esplicito, a qual punto

m'avresti ammutolito di vergogna

facendomi interrompere il discorso:

e allora dalle tue esitazioni

sarebbero ben nate anche le mie.

Tu da quei segni, invece, hai ritenuto

di capire l'antifona, ed a segni

sei entrato in contatto col delitto.

Sì, senza un attimo d'esitazione

hai fatto che il tuo cuore acconsentisse

e la tua rude mano s'inducesse

a compier quell'azione

che poco prima le nostre due lingue

avevan ritenuto vile ed infame

perfino di chiamare col suo nome.

Via da me, e non farti più vedere!(147)

I miei baroni adesso m'abbandonano,

e si sfida la mia autorità

fino alle porte stesse del mio regno

anche con schiere di nemici esterni,

mentre all'interno del mio stesso corpo,

questo reame che ha per confini

il mio sangue e il mio alito vitale,

regnano ostilità e civil conflitto

tra la coscienza e la morte di Arturo.

UBERTO -    Contro vostri nemici esterni armatevi,

perché tra i vostri interni,

ossia tra voi e la vostra coscienza,

metterò pace io: Arturo è vivo.

Questa mia mano è vergine e innocente,

mai si macchiò del vermiglio del sangue,

né mai è ancora entrato in questo petto

l'orrendo impulso d'un'idea omicida;

e voi, parlando prima del mio aspetto,

avete calunniato la natura;

ché, per rude che possa esso apparire,

ricopre un animo troppo sensibile

perché s'induca a farsi macellaio

d'un fanciullo innocente.

GIOVANNI -  Arturo vive?.... Oh allora, corri, Uberto,

corri, dai miei baroni, corri, corri!

Getta questa notizia

sul fuoco della lor furiosa collera,

e riconducili da me ammansiti,

restituiti alla loro obbedienza.

Perdonami per quello che poc'anzi

m'ha fatto dire il mio stato nervoso

sul tuo aspetto: m'accecava l'ira,

e gli occhi della mente

pieni di crude immagini di sangue

t'han visto più sinistro che non sei.

No, non rispondermi, non dir più niente:

pensa solo ora a ricondurmi qui

nella mia stanza gli infuriati Pari,

al più presto che puoi.

Già ti trattengo troppo col pregarti;

sii tanto più veloce.

(Escono)

SCENA III - Davanti al castello di Northumberland

Sugli spalti del castello appare ARTURO

ARTURO -    Il muro è alto... ma mi butterò:

e tu, suolo gentile,

abbi pietà di me, non farmi male!

Qui son pochi a conoscermi,

o nessuno, e seppure ce ne fossero,

questo travestimento mio da mozzo

mi fa irriconoscibile da tutti.

Ho paura... ma mi ci proverò.

Se arrivo giù senza rompermi l'ossa,

saprò trovare poi mille maniere

per dileguarmi; ma ad ogni buon conto,

meglio morire nel tentar la fuga,

che aspettare la morte in questo carcere.

(Si getta nel vuoto, e resta accasciato a terra)

Oh, me! Lo spirito di zio Giovanni

sta dentro a queste pietre!....

O cielo, prenditi tu la mia anima,

e serbi l'Inghilterra le mie ossa!

(Muore) (148)

Entrano i conti di PEMBROKE e SALISBURY e lord BIGOT.

Salisbury ha in mano una lettera.

SALISBURY - Signori, io vado a Bury Sant'Edmondo(149)

ad incontrarlo. È la nostra salvezza,

e ci conviene accoglier di buon grado

questa gentile offerta

in un'ora sì piena di pericoli.

PEMBROKE -  Chi è venuto latore

di questa lettera del Cardinale?

SALISBURY - Il conte di Melun,

un nobile di Francia: il suo colloquio

sul favorevole atteggiamento

verso di noi del principe Delfino

m'ha detto assai di più

di quanto contenuto in queste righe.

BIGOT -     Partiremo domani.

SALISBURY - Meglio subito,

perché per arrivare fin laggiù

ci son due buone giornate di viaggio.

Entra il BASTARDO

BASTARDO -  Bene incontrati una seconda volta,

oggi, adirati nobili signori!

Il re vi manda a dire, per mio mezzo,

che vi desidera subito a corte.

SALISBURY - Il re di noi s'è voluto spogliare,

e noi siamo tutt'altro che disposti

a foderargli il frusto e sporco manto

con la nostra illibata dignità,

e tanto meno a seguire i suoi passi

che lasciano, dovunque posi il piede,

orme di sangue. Tornate da lui,

e diteglielo. Conosciamo il peggio.

BASTARDO -  Qualunque cosa possiate conoscere,

penso, comunque, che sarebbe meglio

che usiate modi meno sconvenevoli.

SALISBURY - A parlare per noi in questo modo

non son le buone regole civili,

ma l'angoscia che tutti abbiamo dentro.

BASTARDO -  Non c'è nessun motivo d'angosciarvi;

c'è invece buon motivo, salvognuno,

che adopriate maniere più civili.

PEMBROKE -  Eh, mio caro signore,

anche lo sdegno vuole i suoi diritti!

BASTARDO -  Sì, quello di far danno a chi lo nutre.

SALISBURY - (Additando a Pembroke e Bigot il castello)

Qui è la prigione.

(Vede il corpo di Arturo a terra)

Ma che c'è lì in terra?...

PEMBROKE -  (Avvicinandosi al cadavere e riconoscendolo)

Oh, morte, come sei resa superba

da questa pura e regale bellezza!

La terra non ha un buco

in cui celare quest'orrendo crimine!

SALISBURY - L'assassinio come se avesse in odio

ciò ch'esso stesso ha fatto,

l'ha lasciato a giacer così per terra,

alla vista di tutti,

così da provocare alla vendetta.

BIGOT -     O anche, dopo avere condannato

questa beltà alla tomba,

s'è accorto che la sua regalità

era troppo preziosa

per esser chiusa in una vile fossa.

SALISBURY - Sir Riccardo, che dite?

Avete visto, o letto, o udito mai,

potreste mai pensare e creder vero

quello che giace sotto gli occhi vostri?

Potrebbe immaginarlo mente umana,

senza questa palpabile evidenza?

Questo è l'apice, il culmine, la cresta,

anzi, di più, la cresta della cresta

dell'elmo del delitto:(150)

la più cruda, cruenta nefandezza,

la più selvaggia, barbara ferocia,

il più vile assassinio

che mai la collera dall'occhio bieco

o la rabbia dall'impietrito sguardo

abbian potuto presentare al pianto

dell'umana pietà.

PEMBROKE -  Tutti i delitti commessi in passato

sono niente se confrontati a questo;

questo, straordinario e ineguagliabile

com'è, darà color di santità e purezza

ad ogni altro peccato che in futuro

mente umana potrà mai concepire;

ed ogni azione di sangue e di morte

apparirà nient'altro che uno scherzo

al confronto di questa orrenda vista.

BASTARDO -  È una dannata sanguinaria impresa,

opera scempia d'una man crudele,

sempre che mano d'uomo l'abbia fatta.(151)

SALISBURY - Sempre che mano d'uomo l'abbia fatta?

Tutti avevamo già qualche barlume

che sarebbe accaduto! Questa è l'opera

della mano d'Uberto, scellerata,

su disegno e proposito del re:

della cui obbedienza, d'ora in poi,

ordino alla mia anima il rifiuto,

inginocchiato avanti a questi resti

d'una tenera vita, ed alzo al cielo,

come fumo di sacro incenso, un voto,

davanti a questa perfezione esanime:

il sacro voto di non più gustare

i piaceri mondani,

di non concedermi un solo istante

alle corrotte voluttà dei sensi,

o abbandonarmi agli agi ed all'inerzia

fintanto ch'io non abbia reso gloria

a questa mano con l'averle offerto

il sacrosanto onor della vendetta.

BIGOT e PEMBROKE -      Le nostre anime con un "amèn"

confermano codeste tue parole.(152)

Entra UBERTO

UBERTO -    Signori, ho corso a perdita di fiato

per rintracciarvi tutti. Arturo è vivo!

Il re vi manda a dire che v'aspetta.

SALISBURY - Oh, che sfrontato, che non arrossisce

manco avanti alla morte! (153)

Esecrato assassino, via di qua!

UBERTO -    Non sono un assassino.

SALISBURY - (Traendo la spada)

Devo rubare il mestiere al carnefice?(154)

BASTARDO -  Troppo bella e lucente è quella spada,

signore, riponetela nel fodero.

SALISBURY - (Assalendo Uberto)

Non senza averla prima inguainata

nella pelle d'un assassino!

UBERTO -    (Traendo anch'egli la spada)

Indietro!

State indietro, Lord Salisbury, dico!

Per il cielo, la mia spada è affilata

quanto la vostra. Non vorrei, signore,

che vi dimentichiate di voi stesso

e vi metteste al rischio

di forzarmi a legittima difesa;

perché di fronte alla vostra sfuriata

potrei dimenticare il vostro merito,

la vostra dignità, il vostro rango.

BIGOT -     Via di qua, letamaio!

E che! Osi sfidare un gentiluomo?

UBERTO -    Per la mia vita, no; ma questa vita

mia innocente son pronto a difendere

contro un imperatore.

SALISBURY - Tu sei un assassino.

UBERTO -    Non lo sono,

ma non forzatemi a diventarlo.

La lingua di chi dice questo falso,

sa di non dire il vero,

e chi non dice il vero è mentitore.

PEMBROKE -  Fatelo a pezzi.

BASTARDO -  State calmi, dico!

SALISBURY - Tu, Faulconbridge, mettiti da parte,

se non vuoi che t'infilzo.

BASTARDO -  Faresti meglio, in questo caso, Sàlisbury,

a pretendere d'infilzare il diavolo.

Se solo ardisci di guardarmi storto,

o di muovere un piede, o farmi offesa

con la foga del tuo temperamento,

ti stendo morto. Metti via la spada,

o ch'io ti concio, te e il tuo spiedone

così da farti credere che il diavolo

è veramente uscito dall'inferno.

BIGOT -     Ma che vuoi fare, illustre Faulconbridge,

secondare un furfante e un assassino?

UBERTO -    Non sono né furfante né assassino,

Lord Bigot.

BIGOT -     Chi ha ucciso allora il principe?

UBERTO -    Io l'ho lasciato, or è meno di un'ora,

ch'era vivo e in salute;

io l'onoravo, e gli volevo bene,

e piangerò per tutta la mia vita

la perdita di quella sua, sì dolce.

(Si asciuga le lacrime)

SALISBURY - Non credete all'ipocrite sue lacrime.

Di tali umori non fu mai sprovvisto

il tradimento; e lui che sa il mestiere,

sa come far passare quelle lacrime

per fiumi di rimorso o d'innocenza.

Andiamo via, venite via con me

tutti voi le cui anime aborriscono

il sozzo tanfo d'uno scannatoio:

mi sento soffocare

da questa pestilenza di peccato.

BIGOT -     Sì, via: a Sant'Edmondo dal Delfino.

PEMBROKE -  (Al Bastardo)

E dite al re che può cercarci là.

(Escono Salisbury, Pembroke e Bigot)

BASTARDO -  Che mondo!... Ma, Uberto, veramente

non sapevi di questo bel lavoro?

Se davvero quest'opera di morte

sei stato tu a commetterla,

sarai dannato al di là dei confini

dell'infinita Dio misericordia.

UBERTO -    Signore, se soltanto mi ascoltaste...

BASTARDO -  Anzi, sai che ti dico?

Che sei una dannata anima nera

che più nera non c'è: sarai dannato

più profondo del Principe Lucifero; (155)

più brutto(156) diavolo di te all'inferno

non c'è se tu sei stato il suo assassino.

UBERTO -    Sulla mia anima...

BASTARDO -  Se avessi tu

sol consentito a un atto sì crudele,

non ti resta che la disperazione;

e, se avessi bisogno d'una corda,

basterà il filo d'una ragnatela

a strangolarti, basterà una canna

a servirti da palo dove appenderti,

basterà poca acqua in un cucchiaio

- e sarà tanta come il grande oceano -,

per affogare un tristo come te.

Di te sospetto fortemente, Uberto.

UBERTO -    Se ho agito, o solo consentito,

o soltanto sfiorato col pensiero

di spegnere quell'alito soave

ch'era racchiuso in quella bella argilla,

per me non abbia sufficienti pene

l'inferno. L'ho lasciato ch'era vivo.

BASTARDO -  Orvia, prendilo su, tra le tue braccia.

Mi sento tutto come frastornato

come uno che non trova più la strada

tra le spine e le trappole del mondo.

Vedi ora tu con che facilità

ti tieni in braccio tutta l'Inghilterra!

Da questa spoglia di regalità

vita, giustizia e fedeltà di sudditi

di questo regno son volati al cielo;

più non rimane adesso all'Inghilterra

che dividersi a morsi ed a strattoni

l'incustodita eredità d'un regno

che fu già fiero e florido; (157)

ed a contendersi già sin da ora

l'osso spolpato della maestà

la canea della guerra drizza il pelo

rabbiosa e va ringhiando

contro il dolce sorriso della pace;

nemici esterni e scontenti di casa

s'uniscon ora in una sola schiera;

e sovra tutti incombe, come un corvo

sovra una bestia ch'è ferita a morte,

il totale sconquasso e la rovina,

in attesa dell'imminente crollo

d'un usurpato trono. E fortunato

chi, protetto da un saio o da un cordiglio,

può stornare da sé questa tempesta.(158)

Porta via il ragazzo

e seguimi al più presto; andrò dal re.

Ci sono mille affari sottomano

e il cielo stesso guarda di lassù

con aggrottato ciglio questa terra.

(Escono)

ATTO QUINTO

SCENA I - Inghilterra, il palazzo di Re Giovanni.

Entrano RE GIOVANNI, IL CARDINALE PANDOLFO e nobili

GIOVANNI -  (Porgendo al cardinale la corona)

Così rassegno nelle vostre mani

il cerchio della mia sovranità.

PANDOLFO -  (Rendendogli la corona)

E da queste mie mani riprendetela,

a significazione che dal papa

voi derivate la sovranità

e la vostra regale autorità.

GIOVANNI -  Ora a voi d'osservare fedeltà

alla vostra parola di prelato:

recarvi di persona dai Francesi,

adoperare tutta l'influenza

che vi deriva da Sua Santità

per arrestare la loro avanzata

prima che tutto il paese s'infiammi.(159)

Le irrequiete contee son in rivolta,

il popolo recalcitra a obbedirmi,

giurando fedeltà e un ben dell'anima

a estraneo sangue, a straniera maestà.

Soltanto voi potete, Cardinale,

porre un argine a questa inondazione

di sregolati umori; e senza indugio,

perché la situazione è così grave (160)

da richiedere un subito rimedio,

o seguiranno effetti irreparabili.(161)

PANDOLFO -  Così come il mio soffio ha suscitato

lo scatenarsi di questa tempesta,

a causa della vostra ostinazione

contro il papa, sarà or la mia lingua

- poiché siete un gentile convertito -

a sedar questo turbine di guerra

e riportare la bella stagione

su questo vostro procelloso regno.

E dunque in questo dì dell'Ascensione

(ricordatela bene questa data),

io, dopo aver raccolto il vostro voto

di rinnovata obbedienza al papa,

mi reco dai Francesi

ad ottener che depongano l'armi.

(Esce)

GIOVANNI -  È questo il dì dell'Ascensione? È oggi?

Non mi predisse forse quel profeta

che il dì dell'Ascensione, a mezzogiorno,

io avrei rinunciato alla corona?

È così ho fatto; non perché costretto,

però, come pensavo, se Dio vuole,

ma per spontanea mia volontà.

Entra il BASTARDO

BASTARDO -  Il Kent s'è arreso tutto; solo a Dover

il castello fa ancora resistenza;

Londra ha accolto il Delfino e le sue truppe

come ospiti graditi; i vostri nobili,

rimasti sordi alla vostra chiamata,

sono andati ad offrirgli i lor servigi;

e un generale selvaggio sgomento

fa disperdere ormai di qua e di là

i pochi vostri malsicuri amici.

GIOVANNI -  I miei baroni han dunque rifiutato

di ritornar da me,

all'annuncio che Arturo è ancora vivo?

BASTARDO -  L'hanno trovato morto, proprio loro:

il suo corpo gettato per la strada

come uno scrigno vuoto dal cui seno

fosse stato da maledetta mano

trafugato il gioiello della vita.

GIOVANNI -  E quel dannato furfante di Uberto,

m'aveva assicurato ch'era vivo!

BASTARDO -  E tale era per lui, sulla mia anima,

per quanto ne potesse egli sapere.

Ma perché vi avvilite?

Perché fate quell'aria così triste?

Siate grande all'azione

come lo siete stato nel pensiero,

che non si mostri agli occhi della gente

che paura e scorato smarrimento

governino lo sguardo d'un sovrano.

Siate duro, come son duri i tempi,

fuoco col fuoco, minaccia a minaccia,

ed affrontate l'accigliato volto

dell'orrore smargiasso; in questo modo

gli occhi degli inferiori che dai grandi

prendono esempio ai lor comportamenti,

col vostro esempio si faranno grandi

e sapranno anche loro rivestirsi

d'uno spirito indomito e deciso.

Animo, dunque; e sappiate rifulgere

come il dio della guerra quando è sceso

ad adornare della sua presenza

il campo di battaglia: fronte altera

e negli occhi certezza di vittoria!

E che! Verranno a scovare il leone

nella sua tana, e creder, proprio là

di spaventarlo, di farlo tremare?

Non sia mai detto! Siate voi per primo

ad uscir fuori in cerca della preda,

andate incontro ai guai

ben a distanza dalle vostre porte,

e correte voi stesso ad artigliarli

prima che vi si faccian troppo sotto.

GIOVANNI -  È stato qui il legato del papa:

con lui mi sono rappacificato

felicemente; ed egli m'ha promesso

che avrebbe fatto liberare il campo

dalle truppe guidate dal Delfino.

BASTARDO -  Oh, ingloriosa alleanza!

E noi dovremmo, sulla nostra terra,

offrir cavalleresche condizioni,

scendere ad umilianti compromessi,

a segreti maneggi, a parlamenti,

alla ricerca d'una vile tregua

con l'invasore in armi?

E sopportare che uno sbarbatello,

un damerino tutto sete e sbuffi

venga sui nostri campi a minacciare

e a fare il suo noviziato di sangue

in una terra di esperti guerrieri,

sfottendo l'aria che noi respiriamo

col pigro svolazzar dei suoi colori,

senza trovar nessuno che lo fermi?

Ohibò, corriamo all'armi, mio sovrano!

È assai probabile che il Cardinale

non riesca a comporre questa pace;

e se pur riuscisse nell'intento,

si dica almeno che ci avevan visti

ben decisi a difenderci.

GIOVANNI -  Va bene.

Disponi tu il da farsi, assumi tu

tutte le iniziative del momento.(162)

BASTARDO -  Avanti, allora, con tutto coraggio!

Son sicuro, comunque,

che il nostro esercito può confrontarsi

bene con un nemico ancor più forte.

(Escono)

SCENA II - Il campo del Delfino di Francia davanti a Sant'Edmondo

Entrano in armi il DELFINO, MELUN, SALISBURY, PEMBROKE, BIGOT e altri

DELFINO -   (Porgendo un foglio a Melun)

Ecco, Melun, fate fare una copia

e custoditela a nostra memoria:

l'originale sia restituito

a questi nobili signori inglesi,

così che avendo messo il nostro accordo

nero su bianco, tanto noi che loro

potremo, rileggendo queste note,

ricordarci di quanto abbiam giurato

e mantenere ad esso salda e ferma

la nostra fedeltà.

SALISBURY - Da parte nostra,

non ci sarà chi mai possa violarlo;

ciò nondimeno, nobile Delfino,

anche se tutti noi abbiam giurato

volontaria adesione e non forzata

a questa vostra impresa,

tuttavia, principe, non è un piacere

per me, credetemi, che ad una piaga

come quella che affligge il nostro tempo,(163)

si debba ricercare un cataplasma

in una deprecabile rivolta,

e si debba curare una cancrena

aprendo altre ferite.

Oh, sapeste come mi pesa l'anima

esser costretto a trarre questo ferro

per fabbricare vedove!

E questo là, dove il nome di Salisbury

gridano un'onorevole riscossa

al par d'un'onorevole difesa.(164)

Ma i tempi sono ormai così corrotti,

che per ridar salute e integrità

alla giustizia non resta altra via

che porre mano alla dura ingiustizia

e farci correi di aberranti torti.

Non è infatti un peccato,

o miei affranti amici, per noi qui,

di quest'isola figli e creature,

esser nati per esser spettatori

d'un'ora sconsolata come questa,

che ci vede, seguendo uno straniero,

marciare sopra il suo nobile petto,

e ingrossare le file del nemico?

Ah, scusate, ho bisogno di appartarmi,

mi vien da piangere sopra la macchia

di questo ignominioso imperativo

onde siamo costretti a render grazia

alla gente d'una lontana terra,(165)

al seguito di sconosciute insegne!

E proprio qui?...(166) O patria,

se tu potessi trasferirti altrove!

Potessero le braccia di Nettuno

che tutt'intorno ti fanno cintura

strapparti alla coscienza di te stessa

ed ormeggiarti ad un lido lontano

dove questi due eserciti cristiani

potrebbero, in un patto d'alleanza,

far confluire il lor sangue nemico

in un sol rivo, invece di versarlo

in risse di cattivi vicinanti!

(Piange)

DELFINO -   Queste parole, Salisbury,

ti proclaman di ben nobile tempra,

e nel tuo petto nobili passioni

devono certamente scatenare

un terremoto di nobili sensi.

Qual nobile conflitto

si dev'essere acceso nel tuo animo

tra la coscienza e la necessità!

Lascia ch'io terga con queste mie mani

quel flusso di onorevole rugiada

che argenteo scende giù dalla tua guancia.

Ho sentito il mio cuore intenerirsi

più d'una volta alle usuali lacrime

che inondavano il volto di una dama.

Ma l'effusione di questo tuo pianto,

questo tuo scroscio di virilità

esplosa dentro un'anima in tempesta

mi colpisce e mi lascia sbigottito

più che se avessi visto all'improvviso

tutto l'arco del cielo esser solcato

da meteore infiammate.

Su, rialza la fronte, illustre Salisbury,

e con la forza del tuo grande cuore

disperdi via da te questa tempesta:

affida questi lacrimosi umori

ad infantili occhi che mai l'ira

conobbero del gigantesco mondo,

e non hanno incontrato la Fortuna

altro che nel tripudio dei festini

pieni di sangue caldo, risa e chiacchiere.

Su, su, perché anche tu, come voi tutti,

affonderete, al pari di Luigi,

la vostra mano nella ricca borsa

della prosperità, nobili inglesi,

che i vostri nervi avete ora allacciato

alla forza del mio.

(Squillo di tromba)

Ed ecco, appunto,

mi par che là un angelo ha parlato.(167)

Entra il CARDINALE PANDOLFO

Ecco infatti arrivare di buon passo

il legato del papa

ad apportarci la malleveria

della mano del cielo al nostro agire

e ad apporvi, con il divino fiato

della sua bocca il crisma di giustizia.

PANDOLFO -  Salve, nobile principe di Francia!

La novità è questa: Re Giovanni

s'è conciliato di nuovo con Roma;

il suo spirito, che così protervo

si levò contro santa madre chiesa,

è ritornato adesso nel suo seno.

Perciò ravvolgi i minacciosi labari

e ammansisci lo spirito selvaggio

d'una guerra selvaggia,

così che questa, simile ad un leone

da domestica mano ammaestrato,

docile si accovacci e inoffensivo

ai piedi della santa pace,

minaccioso soltanto nell'aspetto.

DELFINO -   Vostra Grazia vorrà ben perdonarmi,

ma indietro io non torno:

sono creatura di troppo alta nascita,

per esser proprietà di chicchessia, (168)

per prender ordini da un inferiore

o farmi servo e inutile strumento

di qualunque sovrana autorità

su questa terra. È stato il vostro fiato

a ravvivare i già spenti carboni

della guerra tra me e questo regno

da me punito; siete stato voi

a dare nuova esca a questo fuoco;

ed esso è diventato troppo grosso

perché lo possa spegnere quel fiato

che l'ha prima avvivato e rattizzato.

Voi m'avete insegnato a riconoscere

il vero volto del mio buon diritto,

a farmi consapevole dei titoli

che potevo vantar su questa terra;

voi siete stato, a mettermi nel cuore

quest'impresa; e venite ora a informarmi

che Giovanni ha concluso la sua pace

con Roma? Che può mai importare a me

di questa pace? Io reclamo qui,

in virtù di legittimi sponsali,

dopo il giovane Arturo, questa terra;

ed ora che l'ho mezza conquistata

con l'armi, dovrei fare dietro-front

perché Giovanni ha concluso con Roma

la sua pace? Son io servo di Roma?

Quanto denaro ha disborsato Roma,

quanti uomini, quante munizioni

ha mandato in aiuto a questa azione?

Non son io solo a sostenerne il peso?

Chi altri, se non io

e tutti quelli che mi son fedeli

nella mia causa, stiamo qui sudando

per sostenerla? Non ho io sentito

questi isolani gridarmi all'unisono:

"vive le roi!" mentre ho tenuto banco(169)

nelle loro città? Non ho con questo

nella mia mano le migliori carte

per vincer questa facile partita,

che ha come sua posta una corona?

E dovrei rinunciare proprio ora

a quello che finora ho guadagnato?

No, sull'anima mia, non sia mai detto!

PANDOLFO -  Voi non guardate che la faccia esterna

di quest'iniziativa.

DELFINO -   Esterna o interna,

io indietro non torno fino a quando

il mio sforzo sia stato coronato

da quella gloria che fu prospettata

all'alte mie speranze

prima che m'accingessi ad allestire

questo superbo strumento di guerra,

scegliendomi da gente di ogni ceto

questi spiriti fieri

per guardare negli occhi la conquista

e procacciarci gloria

tra le fauci del rischio e della morte.

(Tromba)

Che allegro squillo è questo che ci chiama?

Entra il BASTARDO con seguito

BASTARDO -  In nome della buona consuetudine

della cavalleria, vi chiedo udienza.

Mio sacro monsignore di Milano,

sono inviato dal mio re Giovanni

per conoscere quali risultati

avete conseguito in suo favore.

Dalla risposta che voi mi darete

saprò dirvi lo scopo ed il mandato

che sono confidati alla mia lingua.

PANDOLFO -  Il Delfino è testardamente ostile,

e non vuole nemmeno negoziare

le mie richieste; dice seccamente

che non intende deporre le armi.

BASTARDO -  Per tutto il sangue ch'abbia mai sprizzato

furia rabbiosa, il giovane ha ragione!

Udite allora quello che vi dice

il nostro re inglese,

ché è la sua maestà che parla in me:

egli è pronto a combattere,

e ragion vuole che lo sia fin troppo.

Questa avanzata scimmiesca e scomposta,

questa sbrigliata mascherata in armi

simile ad un orgiastico festino,

questa imberbe masnada d'insolenza,

questa truppa di piccoli bambocci

lo fa soltanto ridere;

ed è pronto a cacciare via a frustate

dai confini dei propri territori

quest'armata di nani e di pigmei.

Quella sua mano ch'ebbe già la forza

di bastonarvi di santa ragione

fin sulla porta delle vostre case,

mandandovi a nascondere a gran salti

in fondo ai pozzi, come tanti secchi,

o a restare accucciati tutto il giorno

sotto lo sterco delle vostre stalle,

o chiusi dentro cofani e cassoni

come dei pegni, (170) o abbarbicati ai porci,

o a cercar di scampar la cara pelle

in luoghi sotterranei o prigioni,

e lì rabbrividendo e sussultando

solo a sentire da lontano il verso

del vostro cantachiaro nazionale, (171)

perché lo scambiavate, spauriti,

per il grido di guerra d'un inglese;

sì, quella stessa mano

che venne vittoriosa a castigarvi

fin nelle vostre camere da letto,

deve mostrarsi fiacca proprio qui?

No, il valoroso nostro re, sappiatelo,

è in armi, come un'aquila,

volteggia sull'aerea sua nidiata,

pronto a difenderla contro chiunque,

tenti solo di avvicinarsi ad essa.

(Ai nobili inglesi)

E voi, degeneri e ingrati ribelli,

Neroni sanguinari che squarciate

il ventre della vostra cara madre

Inghilterra,(172) arrossite di vergogna,

perché le vostre mogli,

le vostre pallide vergini figlie

vanno accorrendo sotto le bandiere

al rullar dei tamburi, come amazzoni,

avendo trasformato i lor ditali,

in guantoni di ferro, gli aghi in lance,

e mutato la natural lor grazia

in sanguinario e superbo cipiglio.

DELFINO -   Beh, basta con codeste smargiassate.

Fa' dietro-front, e vattene con Dio!

Ti diamo atto che a sputare frottole

sei più bravo di noi. Addio. Sta' bene.

Stimiamo il nostro tempo

troppo prezioso per starlo a sprecare

con un simile sciocco boccalone.

PANDOLFO -  (Al Bastardo)

Fate parlare me.

BASTARDO -  No, parlo io.

DELFINO -   Io non voglio ascoltar né voi né lui.

Si battano i tamburi,

e sia solo la voce della guerra

a perorare pel nostro interesse

a restar qui.

BASTARDO -  Certo i vostri tamburi,

battuti, avranno voce e grideranno,

e voi con loro, una volta battuti.

Pròvati solo a risvegliare un'eco

col fragore d'un tuo tamburo, e subito

un tamburo sarà già qui da presso

bene stirato e pronto a rimandarti

alto un fragore almeno quanto il tuo;

fanne rullare un altro,

e ancora un altro, dalla nostra parte,

rintronerà nell'orecchio del cielo,

schernendosi del boccaluto tuono,(173)

ché non distante da qui, Re Giovanni,

non fidandosi degli affidamenti

di codesto legato banderuola,

da lui usato più per suo trastullo

che per real necessità, sta in armi,

e sulla fronte sua si trova assisa

la scheletrita morte,

oggi decisa a far grande banchetto

coi corpi di migliaia di francesi.

DELFINO -   Tamburi e in marcia,

ad incontrare questo gran pericolo!

BASTARDO -  Lo incontrerai, Delfino, sta' sicuro!

(Rullo di tamburi. Escono il Bastardo col suo seguito da una

parte; dall'altra tutti gli altri, marciando)

SCENA III - Un'altra parte del campo.

Entrano RE GIOVANNI e UBERTO, incontrandosi, mentre s'odono allarmi di guerra

GIOVANNI -  Come va la giornata, Uberto? Parla.

UBERTO -    Male per noi, ho paura, signore.

Come si sente Vostra maestà?

GIOVANNI -  Questa febbraccia che da tanto tempo

mi tormenta, mi pesa sempre più.

Ah, il mio cuore è malato!

Entra un MESSO

MESSO -     Mio signore, il valoroso Faulconbridge,

vostro parente, ha espresso il desiderio

che Vostra maestà abbandoni il campo,

e gli faccia sapere, per mio mezzo,

dove avrebbe intenzione di dirigersi.

GIOVANNI -  A Swinstead, digli, presso l'Abbazia.(174)

MESSO -     Restate di buon animo, maestà,

perché i grossi rinforzi che il Delfino

aspettava venire dalla Francia

tre notti fa hanno fatto naufragio

sulle sabbie di Goodwin. (175) La notizia

è giunta solo poco fa a Riccardo;

i francesi si stanno ritirando,

dopo aver fiaccamente combattuto.

GIOVANNI -  Ah, questa febbre che mi brucia dentro,

questa tiranna che ora m'impedisce

d'accogliere con animo contento

questa buona notizia!...

Avanti, avanti, in viaggio verso Swinstead!

Presto, portatemi alla mia lettiga.

Son tutto indebolito, senza forze.

(Esce appoggiandosi a Uberto e al messo)

SCENA IV - Altra parte del campo

Entrano SALISBURY, PEMBROKE e BIGOT

SALISBURY - Non pensavo che il re

fosse provvisto di tanti alleati.

PEMBROKE -  Sferriamo noi coi nostri un nuovo assalto:

ridiamo spirito a questi francesi.

Se va male per loro,

va male certamente anche per noi.

SALISBURY - Quel Faulconbridge, quel diavolo malnato,

regge da solo, a dispetto di tutto,

tutto il carico del combattimento.

PEMBROKE -  Re Giovanni, secondo quel che dicono,

assai malato, ha abbandonato il campo.

Entra MELUN, ferito, sostenuto da soldati

MELUN -     Conducetemi dai ribelli inglesi.

SALISBURY - "Ribelli inglesi..." Avevamo altri nomi

in tempi più felici, in verità....

PEMBROKE -  È il conte di Melun...

SALISBURY - Ferito a morte.

MELUN -     Fuggite via da qui, nobili inglesi!

Siete stati comprati e rivenduti! (176)

Sfilatevi dalla maldestra cruna

della rivolta, e accogliete con gioia

il ritorno d'una smarrita fede.(177)

Cercate Re Giovanni

e cadete in ginocchio avanti a lui;

ché se oggi i Francesi

dovessero riuscire vittoriosi

da questo fragoroso pandemonio,

Luigi ha in mente di ricompensare

lo sforzo da voi fatto in suo favore

tagliandovi la testa: l'ha giurato,

e così io con lui e con molti altri,

su quello stesso altare, a Sant'Edmondo,

dove giurammo a voi buona amicizia

e sempiterno amore.

SALISBURY - Possibile! Parlate seriamente?

MELUN -     Non ho io forse già, alla mia vista,

l'immagine dell'esecrata morte,

mentre trattengo a stento un fil di vita

che se ne va sanguinando via via,

come perde via via davanti al fuoco

la sua figura una forma di cera?

Che cosa al mondo ormai

mi potrebbe condurre ad ingannarvi,

quando non c'è più inganno

da cui potessi trarre alcun vantaggio?

Perché dovrei allora essere falso,

se è vero che dovrò morire qui

per viver nell'eterna verità?

Ve lo ripeto: se Luigi vince

questa giornata, si farà spergiuro

se i vostri occhi vedranno un altro giorno

spuntare a oriente. Questa notte stessa,

il cui alito nero di miasmi

già copre d'un alone di vapori

il fiammeggiante cammino d'un sole

già vecchio, stanco per la lunga corsa,

voi spirerete il vostro ultimo fiato,

pagando il fio del vostro tradimento

con l'essere traditi a vostra volta,

non importa se grazie al vostro appoggio

Luigi possa ottener la vittoria.

Portate il mio saluto a un certo Uberto,

che sta col vostro re;

l'amicizia affettuosa che ho con lui

e il fatto che mio nonno era un inglese

sono stati a svegliar la mia coscienza

e indurmi a rivelare tutto questo.

Vi prego, in contraccambio,

di trasportarmi via da questi luoghi,

lontano dal fragor della battaglia,

dov'io possa raccogliere in silenzio

gli estremi miei pensieri ed aspettare

di separare il mio corpo dall'anima

in religiosa e pia contemplazione

e devote speranze di salvezza.

SALISBURY - Ti crediamo, Melun; e sia dannata

l'anima mia se non è con gran gioia

che accolgo le fattezze ed il favore

di questa splendidissima occasione

che ci permette di fare a ritroso

i passi d'una fuga maledetta;

e, simili ad un flutto straripato

che decrescendo rientra nell'alveo,

rientrare anche noi nei nostri argini

e fluire tranquilli ed obbedienti

al nostro mare, il grande re Giovanni.

Il mio braccio t'aiuterà a portarti

via da qui; perché vedo nei tuoi occhi

lo spasimo crudele della morte.

Andiamo, amici: nuova diserzione!

E fortunata questa circostanza

che ci riporta sulla retta via.

(Escono sorreggendo Melun)

SCENA V - Il campo francese

Entra il DELFINO con seguito

DELFINO -   Il sole m'è sembrato questa sera

restio a tramontare, quasi ansioso

d'arrossar di vergogna ad occidente

tutto l'arco del cielo,

quando l'inglese, in fiacca ritirata,

misurava a ritroso il suo terreno.

Ah, ne siamo sortiti con onore!

Dopo una zuffa tanto sanguinosa,

con una salve d'inutili colpi,

abbiamo dato lor la buona notte,

e, ravvolte le lacere bandiere

senza nessun disturbo, ultimi in campo,

ne siamo quasi rimasti padroni.

Entra un MESSO

MESSO -     Dov'è il mio principe, dov'è il Delfino?

DELFINO -   È qui; che novità?

MESSO -     Il conte di Melun è stato ucciso,

ed i nobili inglesi,

dietro sua persuasione, han disertato

di nuovo, e son passati all'altra parte.

I rinforzi da voi tanto aspettati

hanno fatto naufragio

e sono tutti dispersi o annegati

nelle sabbie di Goodwin.

DELFINO -   Ah, sciagura!

Maledetta, terribile notizia!

E maledetto tu che me la rechi!

Non m'attendevo proprio, questa sera,

d'attristarmi così

come queste notizie m'han ridotto!

Chi ha detto, poco fa, che re Giovanni

era fuggito un'ora o due prima

che la notte col suo impervio buio(178)

separasse gli stanchi nostri eserciti?

MESSO -     Chiunque l'abbia detto, ha detto il vero,

mio signore.

DELFINO -   Va bene. Questa notte

restiamo qui; si faccia buona guardia.

Domani non sarà più lesto il giorno

a levarsi, di quanto sarò io

a tentare la mia bella avventura.

(Escono)

SCENA VI - Luogo aperto presso l'Abbazia di Swinstead.

Notte.

Entrano, da opposte parti, il BASTARDO e UBERTO

UBERTO -    Chi sei, oh! Parla, e subito, o sei morto!(179)

BASTARDO -  Un amico. Chi sei?

UBERTO -    Di parte inglese.

BASTARDO -  Dove vai?

UBERTO -    Che t'importa?

T'ho chiesto forse io i fatti tuoi?

BASTARDO -  (Riconoscendolo)

Uberto, immagino?

UBERTO -    Immagini giusto.

Ed io m'arrischio a crederti un amico,

visto che riconosci la mia voce.

Chi sei dunque?

BASTARDO -  Chiunque vuoi ch'io sia,

e se ti fa piacere essermi amico,

lo potrai fino al punto di pensare

che sono un ramo dei Plantageneti.

UBERTO -    Oh, scostumata mia memoria! Tu,

insieme a questa notte senza fine,

m'hai fatto vergognare di me stesso!

Prode soldato, scusa se il mio orecchio

non ha riconosciuto la tua voce.(180)

BASTARDO -  Via, via, sans compliments! Che nuove in giro?

UBERTO -    Eh, me ne andavo appunto, per cercarvi,

di qua e di là brancolando a tentoni

sotto l'oscuro piglio della notte...

BASTARDO -  Su, insomma, alla svelta: che notizie?

UBERTO -    Ah, caro signor mio, notizie tetre,

cònsone alla nottata: paurose,

orrende, sconfortanti.

BASTARDO -  Ebbene, avanti,

mostrami, senza farmi ancora attendere

la piaga aperta di queste notizie:

non svenirò a sentirle, non son donna.

UBERTO -    Temo che il re sia stato avvelenato,

ad opera di un frate... L'ho lasciato

che quasi non riusciva più a parlare,

e son corso a cercarvi

per informarvi di questa disgrazia,

così che, conoscendo l'accaduto,

voi possiate esser meglio preparato

ad affrontare il corso degli eventi,

che se l'aveste appreso all'improvviso.

BASTARDO -  Come ha potuto ingerire il veleno?

Chi gli assaggiava prima le vivande?

UBERTO -    Un frate, vi ripeto, un miserabile,

risoluto a morire, come è morto,

con le budella subito crepate.(181)

Il re è in grado ancora di parlare,

e forse si potrà anche riprendere.

BASTARDO -  Chi hai lasciato con lui ad assisterlo?

UBERTO -    Ah, voi non lo sapete. I suoi baroni

sono tutti tornati intorno a lui,

in compagnia del principino Enrico,

per la cui intercessione(182)

il re ha concesso a tutti il suo perdono.

BASTARDO -  Possente cielo, trattieni il tuo sdegno,

e non tentarci alla sopportazione

oltre le nostre forze!(183) Uberto, ascolta:

questa notte metà delle mie forze,

nel traversare queste basse terre,

si son trovate còlte all'improvviso

dalla marea, e gli stagni di Lincoln

l'hanno tutte inghiottite. A mala pena

io stesso in sella ad un buon palafreno

sono riuscito a scampare la pelle.

Ma fammi strada, portami dal re,

ch'io possa rivederlo ancora vivo.(184)

(Escono)

SCENA VII - L'orto dell'Abbazia di Wisntead

Entrano il PRINCIPE ENRICO, SALISBURY E BIGOT

ENRICO -    Troppo tardi. L'essenza del suo sangue

è corrosivamente contagiata,

ed il suo sempre lucido cervello

che dicono la fragile dimora

dell'anima, coi suoi vaneggiamenti

preannuncia imminente

la fine della sua vita mortale.

Entra PEMBROKE

PEMBROKE -  Sua Altezza parla ancora,

e si dice convinto

che se lo trasportiamo all'aria aperta

gli si allevia l'effetto del bruciore

del crudele veleno che lo assale.

ENRICO -    Trasportiamolo allora qui nell'orto.

(Esce Bigot)

Delira ancora?

PEMBROKE -  No, sembra più calmo.

Anzi, accennava perfino a cantare.

ENRICO -    Assurdità del male! Al loro estremo,

i dolori non si fan più sentire.

La morte, dopo avere depredato

le parti esterne, le lascia insensibili(185)

e va a portare l'assedio alla mente,

ch'essa attacca e ferisce

con legioni di strane fantasie

le quali in grande ressa ed accalcandosi

tutte contro quell'ultimo bastione,

si fondono e confondono tra loro.

È strano che la morte

debba cantare. Il pulcino son io

di questo pallido cigno languente

che canta alla sua morte

un inno di dolore,

ed accompagna sulla canna d'organo

della fragilità anima e corpo

all'eterno riposo.(186)

SALISBURY - Principe, fate cuore;

voi siete nato a dar forma finita

all'informe congerie delle cose

ch'egli lascia sì grezza e indefinita.

Entra BIGOT con altri nobili recando RE GIOVANNI su una sedia

GIOVANNI -  Oh, per la Vergine, qui la mia anima

può spaziare,(187) non è costretta a sporgersi

in cerca d'aria per porte e finestre!

Sento bruciarmi dentro una canicola

da incenerirmi tutte le interiora:

non son più altro che uno scarabocchio

stirato a penna su una pergamena,

e m'accartoccio tutto a poco a poco

all'ardore di questo interno fuoco.

ENRICO -    Come state, maestà?

GIOVANNI -  Avvelenato,

malatissimo, morto, abbandonato.

E nessuno di voi chiama l'Inverno

che mi venga a ficcare nello stomaco

le sue dita di ghiaccio;

nessuno chiama i fiumi del mio regno

a riversare le loro correnti

sul mio petto che brucia; o chiama il Nord

perché spedisca gli aridi suoi venti

a baciar le mie labbra inaridite,

a confortarmi col lor soffio gelido.

Io non vi chiedo che un po' di frescura,

e voi qui, tutti sordi e sconoscenti,

mi negate anche questo refrigerio!

ENRICO -    Oh, avessero almeno le mie lacrime

la virtù di recarvi alcun sollievo!

GIOVANNI -  È caldo il sale che sta dentro ad esse.

Io ho l'inferno dentro,

e il veleno è un demonio che sta lì

ad angariare il povero mio sangue

irrimediabilmente condannato.

Entra il BASTARDO

BASTARDO -  Oh, Altezza, son tutto trafelato

per la precipitosa galoppata

e l'ansia di potervi rivedere.

GIOVANNI -  Ah, nipote, tu giungi giusto in tempo

per chiudermi le palpebre;

tutto il sartiame del mio cuore è arso

e cade a pezzi, e tutte le sartie

che dovrebbero tendere le vele

della mia vita si sono ridotte

ad un sol filo, un capello sottile;

il cuore non ha più che lo sorregga

che una povera fibra

che lo sta trattenendo quanto basta

perch'io oda da te le tue notizie;

e poi, quella che vedi innanzi a te

sarà soltanto una povera zolla,

un simulacro di maestà distrutta.

BASTARDO -  Il Delfino è in procinto di marciare

fin qui, dove Dio sa come faremo

ad opporgli una qualche resistenza;

perché la miglior parte del mio esercito

in una sola notte, mentre in marcia

muovevo ad attestarci in miglior sito,

s'è trovata sommersa ed inghiottita

da un improvviso flusso di marea.

(Re Giovanni s'accascia e muore)

SALISBURY - State soffiando notizie di morte

dentro un orecchio morto...

Il mio sovrano! Il mio signore... un re,

solo un attimo fa, ed ora questo!

ENRICO -    E come lui dovrò correre anch'io,

e come lui fermarmi... ecco, così!

Che certezza c'è al mondo, che speranza,

che fermezza, se solo poco fa

questo era un re, ed ora è solo argilla?

BASTARDO -  E te ne vai così?... Io non ti seguo,

sol perché devo far di te vendetta;(188)

poi la mia anima ti servirà

in cielo, come t'ha servito in terra.

(Ai nobili)

Ed ora, ed ora a voi,

stelle, che nelle vostre giuste sfere

siete tornate a ruotare di nuovo,(189)

dove sono le vostre forze armate?

Questa è l'ora per voi di dimostrare

la vostra rinnovata fedeltà,

unendo a quelle mie le vostre truppe

per cacciar via dalla sconnessa porta(190)

di questa nostra boccheggiante terra

la distruzione e la vergogna eterna.

Dobbiamo cercar subito il nemico,

o sarà esso a cercar noi fra poco:

il Delfino imperversa e ci sta addosso.

SALISBURY - Siete allora informato, a quanto pare,

meno di noi. Il Cardinal Pandolfo

è nel convento, qui, che si riposa.

È tornato da noi mezz'ora fa

dopo essersi incontrato col Delfino,

e ci ha recato proposte di pace

che possiamo accettare con onore

e con pieno rispetto di noi stessi,

ponendo subito fine alla guerra.

BASTARDO -  Egli sarà meglio disposto a tanto,

quanto meglio innervati ci saprà

a difenderci.

SALISBURY - Ma è già cosa fatta.

In realtà, ha già spedito in mare

molti dei suoi carriaggi,

ed ha rimesso in mano al Cardinale

la sua causa e l'intera controversia.

Ordunque, voi ed io, con gli altri nobili,

se lo vorrete, questo pomeriggio

andremo ad incontrare il Cardinale

per condurre felicemente a termine

l'intera faccenda.

BASTARDO -  E così sia.

(A Enrico)

E voi, nobile principe,

con gli altri nobili, la cui presenza

non sarà necessaria a questo incontro,

penserete alle funebri onoranze

da tributare al vostro genitore.

ENRICO -    Sarà sepolto a Worchester,

perché così egli ha lasciato detto.

BASTARDO -  Ed a Worchester abbia sepoltura;

e così possa la vostra persona

addossarsi la giusta successione

in linea retta della dinastia

e la gloria di questa nostra terra,

com'io a voi, in piena devozione,

consacro qui, in ginocchio, i miei servizi

e leale ed eterna sudditanza.

(S'inginocchia a Enrico)

SALISBURY - E pari lealtà e devozione

vi professiamo noi, con l'auspicio

ch'essa duri perenne e inalterata.

ENRICO -    Ho l'animo commosso,

che vi vorrebbe tutti ringraziare,

e non sa come farlo che piangendo.

BASTARDO -  (Rialzandosi e avvicinandosi a Enrico che piange)

Oh, tributiamo al doloroso evento

non più dell'afflizione necessaria,

ché tanta già ne abbiamo anticipata!

Giammai quest'Inghilterra

è soggiaciuta, e mai soggiacerà

all'orgoglioso piede d'un nemico

conquistatore, se non sarà essa

a ferirsi per prima, di sua mano.

Ora che questi suoi grandi baroni

son ritornati alla casa comune,

vengano pure i tre quarti del mondo

contro di essa in armi,

e noi sapremo ben come colpirli!

Nulla ci farà mai doler di nulla,

se l'Inghilterra resterà fedele

a quel che è, e a quel che è sempre stata.

FINE

NOTE

(1) "What would France with us?": i re, al pari dei nobili titolari di principati, ducati, contee, marchesati ecc., sono indicati spesso in Shakespeare col nome del regno o del dominio di cui sono titolari. La sineddoche della identificazione del nome della persona con la terra era consueta anche nel linguaggio comune.

(2) Goffredo è il quarto figlio di Enrico II, Giovanni è il quinto. Alla morte di Enrico (1189), il trono era andato al suo terzo figlio Riccardo (detto Cuor-di-leone). Goffredo è morto prima (1186), ma ha lasciato un figlio maschio, Arturo, al quale, alla morte di Riccardo, sarebbe spettato il trono per diritto di rappresentazione osservato dalla regola dinastica. Se ne impadronisce invece Giovanni, col favore e la complicità della madre Eleonora d'Aquitania. Costei, moglie ripudiata di Luigi VII di Francia, aveva sposato Enrico due anni prima (1152) che questi ascendesse al trono dello zio Stefano. All'apertura del dramma (1200) Arturo ha 13 anni, Giovanni 33, Eleonora 78. Secondo alcuni storici, lo stesso Riccardo Cuor-di-leone, partendo per la crociata in Terrasanta (v. più sotto la nota 27) aveva esplicitamente istituito suo erede il giovane Arturo.

(3) Erano, salvo l'Irlanda, i possedimenti della corona inglese in terra di Francia.

(4) Costanza, figlia del duca di Bretagna Conan IV e moglie di Goffredo Plantageneto, alla morte di questi (1186) si era in realtà risposata, dopo aver vissuto con Goffredo meno di un anno. Ma qui Shakespeare, al quale serve di accentuare il suo stato di vedovanza ai fini del contrasto con la suocera Eleonora, finge di ignorarlo.

(5) "... or else it must go wrong with you and me": "... o altrimenti le cose dovranno per forza andar male per te e per me". Per intendere il senso implicito di questa riflessione di Eleonora - la quale dice, in sostanza: "Per fortuna tu hai il possesso, anche se non hai il titolo" - giova rifarsi alla controversia tra "possesso" e titolo formale in corso al tempo di Shakespeare a proposito della stessa regina Elisabetta. A questa si contestava la legittimità del titolo alla corona, che sarebbe spettata alla sorella Maria. Come Elisabetta, Eleonora sembra affermare il principio, non sancito da nessuna legge, che in materia di corona, il possesso vale titolo; principio che lo storico contemporaneo William Calden (1551-1623) nei suoi "Annales" (B, 1, pag. l4) così enuncia: "... la corona, una volta posseduta, chiarisce e purifica tutte le colpe e le imperfezioni".

(6) È lo sceriffo della Contea dell'Hamps, dove si trova Southampton. Lo sceriffo era il funzionario, di nomina regia, incaricato, nell'ambito della contea, delle funzioni giudiziarie (custodia delle carceri, preparazione delle liste dei giurati, esecuzione delle sentenze e altre incombenze). Il personaggio non parla.

(7) La spedizione in Francia, si capisce. È il primo accenno a quello che è il motivo ispiratore, l'impostazione ideologica del dramma: il contrasto tra la corona inglese e la chiesa di Roma; contrasto che ha inizio appunto col regno di Giovanni, da alcuni storici ritenuto precorritore della riforma protestante in Inghilterra, che prenderà corpo con Enrico VIII. Abilmente, il drammaturgo lo introduce quasi di sfuggita, come un pensiero che sfiora improvvisamente la mente di Giovanni mentre questo è intento ad altro.

(8) "A good blunt fellow...": "blunt" è qui nel senso di "abrupt of speech and manner" come in "Enrico V", IV, 7, l72:"By "his blunt bearing he will keep his word": "A giudicare dai suoi modi spicci/ Manterrà certamente la parola".

(9) "Con mia madre" non è nel testo, che ha semplicemente "how he did prevail", dove "he did prevail " ha il senso di "he succeded in persuading (or inducing) (my mother)".

(10) La legge inglese del tempo, fedele al principio del diritto romano: "Pater est quem nuptiae demostrant" ("Il padre è colui che tale è dichiarato dallo stato di coniuge"), prescriveva che il nato da donna sposata poteva essere dichiarato "bastardo" solo se fosse provato che il marito, al tempo del concepimento, si fosse trovato "lontano al di là dei quattro mari" (cfr. C. K. Davis, "Law in Shakespeare"). Ciò spiega il riferimento alla "distanza di mari e spiagge" fatto poc'anzi da Roberto Faulconbridge.

(11) Veramente di "disturbo" ha parlato prima Filippo; Giovanni si diverte a dare una lezione di diritto di famiglia al sempliciotto Roberto per convincerlo della inanità della sua pretesa. Roberto sparirà dalla scena dopo questo dialogo.

Questi personaggi Faulconbridge - padre, madre, figlio Roberto e figlio bastardo Filippo - non hanno riscontro storico: sono inventati da Shakespeare, soprattutto il Bastardo, che ha una parte assai cospicua in tutto il dramma - all'evidente scopo di animare una vicenda altrimenti piuttosto confusa e scarsamente caratterizzata di questa sua "history" di Giovanni Senzaterra.

Sulle inclinazioni lascive di Riccardo Cuor-di-leone gli storici G. Galibert e C. Pellé ("Storia d'Inghilterra", I, pag. 350, Venezia 1845) così scrivono: "Era principe valoroso ma avido... un vero cavaliere dell'epoca che all'amore delle pugne univa quello della poesia e il gusto dei piaceri sensuali... Di passaggio per Cipro, durante la sua crociata in Terrasanta, rapì, oltre a un bottino considerevole, una bellissima principessa, che lo seguì nella sua spedizione".

(12) "Look where three-fanting goes!": il "fanting" era la quarta parte di un penny; il termine "three-fanting" equivale al nostro "tre soldi", poco più che niente.

(13) "... were heir of all this land", "... fossi erede di tutta questa terra": "this land" è qui chiaramente "questo paese".

(14) "I would not be Sir Nob in any case": "nob" nel gioco della carte chiamato "cribbage" è la carta del mazzo di più basso valore nel conteggio dei punti; recava di solito la figura di un soldato o di un servo in livrea. È l'equivalente, quanto a significato spregiativo, del nostro "due di briscola".

(15) Il "cavaliere senza terra" ("landless") è lui stesso, Giovanni, che sa di essere così chiamato perché il suo diritto di succedere al fratello Riccardo è contestato dal giovane nipote Arturo, figlio di Goffredo; sicché si diceva che Giovanni regnava, ma era un re "senza terra", la "terra" (l'Inghilterra) appartenendo di diritto ad Arturo.

(16) "Well, now I can make any Joan a lady": "Joan", femminile di "John" è, come questo, nome proprio generico per indicare una donna qualunque di bassa condizione; "lady" è la dama dell'alta nobiltà, la nobildonna. Il Bastardo, ora che è divenuto nobile, può far diventar nobildonna qualunque donna, di qualunque condizione, sposandola.

(17) Stuzzicarsi i denti a fine pasto era segno di distinzione. S'usava all'uopo il calamo appuntito d'una penna d'oca.

(18) Shakespeare si diverte qui visibilmente a mettere in ridicolo per bocca del Bastardo la vanesia fatuità di certi nobili parvenus (lo farà in altre diverse occasioni, perfino nell'"Amleto"). Il viaggio in Italia e, meno, in Spagna era una specie di status symbol. Perciò le Alpi, gli Appennini, il Po, i Pirenei.

(19) "But this is worshipful society": l'assenza dell'articolo dà a questa "worshipful society" il significato di qualcosa di immanente, di istituzionale al disopra degli uomini, la "società adorata che noi siamo e che non possiamo non essere essendo uomini", ineluttabile.

(20) "But who comes in such haste in riding-robes?": "in riding-robes" è "in veste di cavaliere", ma s'è tradotto "in veste di cavallerizza" perché il Bastardo s'è accorto subito che è una donna, anche se non ha riconosciuto in lei sua madre; la chiama infatti "donna-postiglione" ("woman post"). I postiglioni vestivano gli stivali e usavano annunciare il loro arrivo con la diligenza ai luoghi di posta con un corno; qui, trattandosi di Lady Faulconbridge, c'è, nella menzione del marito e del corno un'ammiccante allusione del figlio alle corna messe dalla madre al marito.

(21) È il nome di un mitico gigante della favolistica danese, simbolo di sproporzionata robustezza.

(22) Questo breve scambio di battute tra il Bastardo e Gurney è troppo legato all'inglese per potersi rendere nel giusto tono. Gurney, nel rispondere al Bastardo che gli ha chiesto di lasciarlo un momento solo con la madre ("... will thou give us leave awhile?) risponde, ripetendo il "leave" di lui: "Good leave, Philip", ma pronuncia "Phlip" che è il nomignolo dato agli inglesi al passero. Il Bastardo, che sa ora di chiamarsi Riccardo e non più Filippo, prende a volo la metafora del passero/Filippo che è volato via, e annuncia a Gurney che, dopo aver parlato con la madre, dirà anche a lui il come e il quando.

(23) Allusione ad un personaggio con questo nome nel dramma di Thomas Kyd "Solimano e Perseda" che il pubblico doveva ben conoscere, perché il lavoro del Kyd era rappresentato con successo sulle scene dell'epoca.

(24) "By this light": è una delle formule del giuramento; si giurava sulla luce del giorno ("light" sta qui per "daylight"), come sul proprio onore, sulla propria spada, ecc.

(25) "Your fault is not your folly!: "La vostra colpa non è peccaminosa lascivia": "Folly" sta qui nel suo significato di "wantoness", "lewdness".

(26) È la leggenda per cui Riccardo fu soprannominato Cuor-di-leone: incontrato un leone ruggente, lo affrontò, gli cacciò nella bocca una mano con tal forza da arrivare a strappargli il cuore.

(27) In realtà, ad uccidere Riccardo Cuor-di-leone non fu il Duca d'Austria. Riccardo, di ritorno dalla crociata in Terrasanta (1192), voleva raggiungere Venezia, e si mise con un sol legno in Adriatico, ma fece naufragio sulle coste dell'Illiria. Da lì, invece di raggiungere Venezia, decise di tornare in Inghilterra attraverso l'Austria e la Germania, travestito da pellegrino: ma, riconosciuto nei pressi di Vienna, fu dal Duca Leopoldo d'Austria arrestato e consegnato all'imperatore di Germania Enrico IV, il quale vantava, da parte di sua moglie, diritti sulla corona di Sicilia e considerava Riccardo suo nemico in quanto alleato del re di Sicilia Tancredi d'Altavilla il cui fratello, Guglielmo, aveva sposato la sorella di Riccardo, Giovanna. Tornato in Inghilterra dopo 52 mesi da questi fatti - di cui 14 trascorsi in prigione in Germania, non tardò molto a ripartirne per andare in Francia a rimettere ordine in quei domini della corona inglese; e là, durante un assedio al Castello di Chalus, presso Limoges, fu colpito alla spalla da una freccia e in dieci giorni morì. Non fu quindi né il Duca d'Austria né il visconte di Limoges (che qui Shakespeare, seguendo una leggenda popolare, unisce nella stessa persona di questo Limoges) a "spedirlo innanzi tempo alla tomba", ma un modesto ed ignoto arciere francese.

(28) Questa battuta di Filippo, come anche la prima della scena, sono da molti testi attribuite al Delfino Luigi.

(29) "that pale, that wite-faced shore / Whose foot spurns back the ocean's roaring tides / Amd coops from other lands her islanders.": una descrizione poetica della costa inglese verso la Francia, "le bianche scogliere di Dover", che sembra incongrua sulla bocca di un allocco come il Limoges.

(30) Questo verso non è nel testo, che ha semplicemente "le grazie d'una vedova" ("a widow's thanks"), ma il suo concetto è implicito nel senso della frase di Costanza.

(31) "Our cannons shall be bent...": è uno dei soliti anacronismi di Shakespeare: all'epoca di Giovanni Senzaterra la polvere da sparo non era stata ancora inventata, e non c'erano "cannoni"; le "artiglierie" erano i frombolieri e gli arieti.

(32) La piazza del mercato ("market-place") nella città medioevale era il centro, il cuore dell'abitato.

(33) Ate era la divinità della discordia della mitologia greca, scagliata da Zeus dall'Olimpo sulla terra.

(34) "... ladies' faces and fierce dragons' spleens": la milza ("spleen") era ritenuta l'organo umano sede della violenza, della irritabilità, del capriccio e della mutevolezza del carattere.

(35) "The interruption of their curlish drums / Cuts off more circumstance. They are at hand": letteralm.: "L'interruzione dei loro petulanti tamburi taglia via maggiori particolari. Essi son sottomano".

(36) How much unlooked-for is this expedition!: letteralm: "Quanto inattesa è questa spedizione!"

(37) Questa interrogazione esclamativa ("My boy a bastard?") si trova nel testo alcuni versi più sotto.

(38) Il Duca d'Austria s'è presentato in scena con una pelle di leone a tracollo. Questa grottesca acconciatura sarà oggetto di altri salaci commenti nel corso della scena.

(39) Alcide è il nome greco di Ercole, l'eroe-semidio rappresentato nella iconografia classica vestito d'una pelle di leone (quella del leone da lui ucciso a Nemea) e con una clava in mano.

(40) Arturo è "di Bretagna" perché il nonno materno, come s'è visto, era duca di Bretagna. Stupisce però che Giovanni lo chiami così, come se fosse duca di Bretagna, quando sarà lo stesso Giovanni, più sotto, a pensare di conferirgli quel titolo per dare un contentino alla madre Costanza.

(41) " The canon of the law is laid on him": il "canone della legge" è quello della Bibbia ("Esodo", XX, 5)."... Imperocché io, Jeova,... punisco l'iniquità fino alla terza e alla quarta generazione". Arturo è ancora la seconda generazione dopo Eleonora, e quindi ricade su di lui la sanzione divina per l'iniquità dell'ava.

(42) "Bedlam, have done!": "Bedlam" è l'antico nome di Betlemme. Era così chiamato a Londra l'ospizio di S. Maria di

Betlemme adibito ad asilo dei malati di mente. Il termine passò ad indicare "pazzo", "demente" in generale (v. anche "Re Lear", I, 2,132).

(43) "her sin his injury, / Her injury the beadle of her sin": passo oltremodo involuto, sorretto da una strampalata allegoria; il peccato di lei, che si fa malanno a lui e si fa malanno anche a lei, diventa lo scaccino della parrocchia ("beadle") che punisce il peccato di lei. "Beadle" era, al tempo di Shakespeare (più tardi il termine assunse altri significati) l'addetto alla chiesa che aveva la mansione di mantenere l'ordine, punire i ragazzi che vi recavano danno, annunciare gli orari delle funzioni, ecc.

(44) Questo accenno al testamento è da collegare, secondo alcuni critici (v. per tutti Sabbadini, note alla sua traduzione, Garzanti, Milano, l993), alla questione, che si agitava pubblicamente al tempo di Shakespeare, del testamento di Enrico VIII che, testando in favore di sua figlia Elisabetta, aveva "annullato" i diritti al trono della linea scozzese di Maria Stuarda.

(45) "These flags of France": non si trattava, in realtà, di vere e proprie "bandiere" (che è il solo senso di "flags", ma che all'epoca di Giovanni non esistevano), bensì di altre forme d'insegne di guerra. Quella francese era l'"orifiamma", uno stendardo con stelle e fiamme d'oro in campo rosso.

(46) Questa "tirata" di Re Giovanni è un palese esercizio di manierismo retorico e artificioso; tutto il passo è costruito su metafore riferite a organi e funzioni del corpo umano: i cannoni hanno le viscere; le porte chiuse sono occhi dalle ciglia abbassate ("winkling"); le pietre sono sonnolente, e dormono nei loro letti di calcina; poi, per una metafora alla rovescia, le bocche dei francesi "sparano" tranquille parole...

(47) Cioè i cannoni spareranno a salve per salutare il raggiunto accordo.

(48) "... our messengers of war": le palle dei nostri cannoni.

(49) In assenza di qualsiasi "stage instruction", non si capisce da dove questa corona esca fuori; se Giovanni sia entrato in scena con essa in testa, o se la mostri estraendola da qualche posto. Immagini il lettore quel che vuole, e il regista si regoli a suo talento.

(50) Certa critica ha creduto di ravvisare nel modo con cui Shakespeare rappresenta la vicenda di Re Giovanni, e in questa insistenza del testo sul possesso conferito dal possesso della corona in opposto al titolo formale - dinastico o altro - un riferimento all'attuale contrasto tra Elisabetta e Maria Stuarda, dopo la morte di Maria Tudor. Anche ad Elisabetta si contestava, da parte del partito dei sostenitori di Maria, la legittimità del titolo, nonostante l'esplicita volontà del padre Enrico VIII, espressa in testamento. Ma che nella legge non scritta inglese il possesso della corona valesse titolo è testimoniato dallo storico contemporaneo di Shakespeare William Calden (1551-1623) che nei suoi "Annales" del regno di Elisabetta scrive (B, 1, pag. 14): "... la corona, una volta posseduta, chiarisce e purifica tutte le imperfezioni...".

Nella prima scena del I atto la regina Eleonora, al figlio che le dice: "Stanno per noi il saldo mio possesso / e il mio diritto", risponde: "Il saldo tuo possesso / ben più che il tuo diritto".

(51) "... at mine hostess' door": era frequente veder sospesa, a mo' d'insegna, sulla porta delle taverne, impressa su legno o su lamina di ferro, l'immagine di San Giorgio che uccide il drago. San Giorgio è il santo patrono degli inglesi.

(52) "... and make a monster of you": un animale con la pelle di leone e la testa di bue è certamente un mostro: ma il Bastardo fa un'ironia più sottile, giocando sulle pelle di leone di cui è vestito l'Austria e sulla dabbenaggine di questo personaggio, una scialba figura di principe. È chiara l'allusione: "Se mi trovassi solo con vostra moglie (la vostra leonessa), vi farei cornuto". Il Bastardo è veramente - come bene osserva il Lampedusa (Giuseppe Tomasi di Lampedusa - "Shakespeare", Mondadori, 1995, pag.41) - il primo personaggio, irruento nel buonumore cavalleresco, simpatico e jingoist di Shakespeare".

(53) "... our regiments": i "reggimenti", come specifiche unità di un esercito, in realtà non esistevano al tempo di Giovanni. Si comincia a parlare di "reggimento" nel sec. XVI.

(54) Il testo ha "God and our right!" che è la traduzione inglese del motto che figura sugli stemmi gentilizi dei re di Francia. Si è preferito riprodurlo così.

(55) La città di Angers era famosa per le torri della sua cinta, che erano in numero di 17.

(56) "Or add a royal number to the dead...": senso: "Non deporrò le armi prima d'aver rovesciato te, a costo di morire in battaglia". Si capisce che il "numero reale" da aggiungere a quello degli altri caduti sarà lui stesso. Altri intende - erroneamente a nostro avviso - che il "royal number" si riferisca a Re Giovanni.

(57) "... whence they gape and poin / At your industrious scenes and acts of death": "scene", "atti": continua la metafora introdotta dal precedente "come a teatro"; dove pertanto il significato di "industrious", riferito alle scene e agli atti, è quello di "bene allestite", "ben recitate" (per gli occhio degli spettatori di Angers). Il tutto in chiave ironica, s'intende. Il Bastardo, che ha ironizzato prima sulla "maestà in furore", ironizza qui sulla futilità della guerra tra due re assetati di potere.

(58) "Do like the mutinies of Jerusalem": si riferisce alla ribellione dei palestinesi contro il dominio di Roma, nel 70 d.C., che provocò l'incendio del tempio di Gerusalemme da parte dei Romani comandati dall'imperatore Tito. Il Bastardo si fa qui consigliere politico di due re, preludio alla sua missione di mediatore politico tra Re Giovanni e i baroni ribelli.

(59) "Smacks it not something of the policy?": "policy" è qui per "political cunning". È un'altra pennellata a tratteggiare la figura del personaggio, vero protagonista del dramma: prima sconosciuto figlio naturale d'un re, poi riconosciuto e fatto cavaliere, ora consigliere politico; più oltre sarà l'esecutore materiale della politica di spoliazione dei beni della chiesa, e finalmente colui al quale Giovanni morente dirà: "Prendi tutto in mano tu".

(60) "I'll stir them to do it. Come, away, away!": letteralm.: "Io li spronerò a farlo. Andiamo via, via!". Con questa uscita del Bastardo, che alcuni vogliono non sia diretta al re ma al pubblico, si conclude, in chiave comica, il dramma del confronto dei due sovrani davanti ad Angers, già costato molti morti alle due parti, come s'è visto. Da ora in poi, la vicenda volgerà al pacifico tono dell'improvviso matrimonio tra il Delfino e Lady Bianca di Spagna, che metterà d'accordo i due e la città, ma lascerà insoluto il problema della legittimità della corona di Giovanni, tanto che questi si sentirà grottescamente costretto a farsi incoronare di nuovo.

(61) "... the mouth of passage shall we fling wide ope": letteralm.: "... apriremo subito e con violenza la bocca del passaggio". La solita manierata sineddoche della personizzazione del luogo.

(62) "But without this match...": bisticcio sul doppio senso di "match": prima l'ha usato nel senso di "miccia"; ora ripete: "Ma senza questa miccia...", ma "match" è anche "unione", "matrimonio".

(63) Here is a stay / That shakes the rotten carcass of old Death / out of his rags": perifrasi immaginifica per dire: "Ecco una proposta che viene a frenare la corsa di molte vite verso la morte". L'immagine è quella della morte, una vecchia scheletrita vestita di stracci, che riceve una scrollata dai suoi stracci ("out of his rags": la morte in inglese è maschile e qualche volta neutra) dalla proposta del primo cittadino. Il Bastardo lo dice un po' ironizzando, un po' credendoci.

(64) "Shall have no sun to ripe": prosegue la metafora introdotta dal precedente "ragazzo in erba" ("green boy").

(65) "... lest zeal now melted": l'immagine dello zelo come metallo giunto al punto di fusione è sorretta dal successivo "cool and congeal again", "non abbia a raffreddarsi e irrigidirsi di nuovo".

(66) "... which, being but the shadow of your son / Becomes a sun and makes your son a shadow": senso: "Se mi specchio nel suo occhio, la mia immagine ivi riflessa diventa un sole; al suo confronto, quello ch'io sono in carne e ossa diventa la mia ombra". Il linguaggio del Delfino è volutamente maccheronico e artificioso, e gioca sull'omofonia di "sun", "sole" e "son", "figlio".

(67) "Command thy son and daughter to join hands": gli sponsali "a mani giunte" ("Zur gesamten hand" dei tedeschi) erano una forma di rito matrimoniale detta "sponsalia per verba praesentium" consistente nel dichiararsi marito e moglie in presenza di testimoni, tenendosi le mani congiunte. Tale matrimonio era riconosciuto valido dalla legge inglese: subito dopo, infatti, Bianca chiamerà il Delfino col nome di marito; così è anche da intendere che si siano sposati - come annota J. W. Lever nell'"Arden Shakespeare"- Claudio e Giulietta in "Misura per misura", I, 2, 133 e segg.

(68) "... that broker, that still breaks the pate of faith": gioco sull'assonanza dei termini - peraltro di diverso etimo -"broker", "mediatore", "mezzano" e "break", "rompere", "ridurre in frantumi". Senso: "... quell'intermediario (tra la buona coscienza e il vantaggio personale: l'interesse, il tornaconto) che è capace di frantumare il cranio della lealtà." S'è cercato di rendere alla meglio il bisticcio con "mezzano" e "smezzare".

(69) Il corsivo è del traduttore.

(70) Il testo ha "This all-changing word", "Questa parola che tutto cambia".

(71) "... when his fair angels would salute my palm": "angel" si chiamava una moneta antica recante sul verso l'immagine dell'arcangelo Michele che uccide il drago; era d'oro zecchino e aveva il valore oscillante nel tempo tra i 6 e i 10 scellini.

(72) "... for grief is proud and makes his owner stoop": "to stoop" che, usato transitivamente, ha il senso di "curvare", "inclinare", è qui usato, come altrove in Shakespeare, nel senso passivo di "venir fatto inclinare", "fare inclinare altri avanti a sé" ("to cause to bow down").

(73) "Nature and Fortune joined to make thee great": natura e fortuna che s'alleano per formare una creatura umana è massimo della perfezione di questa, ché le due, secondo un luogo classico, sono generalmente nemiche. Il tema è ripreso da Shakespeare anche altrove; così in "Come vi piaccia", (I, 2, 40-41) (Rosalinda:" Fortune reigns in gifts of the world/ Not in the leamenys of Nature", "Fortuna impera sui doni del mondo, non sopra i tratti che ci dà natura"; e Falstaff ad Alice Ford nelle "Allegre mogli di Windsor", (III, 3, 58-59):" I see what you were, if Fortune thy foe were not, Nature thy friend": "Ti vedo qual saresti/ se Fortuna ti fosse stata amica/ come ti fu Natura".

(74) "... for grief is proud and makes his owner stoop": il verbo "to stoop" che, usato transitivamente, è "curvare", "inclinare", qui, come altrove in Shakespeare, è usato nel senso passivo di "essere oggetto d'inchino", "far inchinare gli altri avanti a sé" ("to cause to bow down"), come del resto riesce chiaro dalle successive parole di Costanza.

(75) Il logo classico del dolore che si asside in terra, quasi a trovare sulla terra, dura, inerte ed immensa, unico rifugio e sollievo al dolore è anche in "Riccardo III" laddove (IV, 4, 28.) la regina spodestata Elisabetta dice, sedendosi appunto a terra: "Rest thy unrest on England's lawful earth", "Racqueta ora la tua inquietudine / su questo leal suolo d'Inghilterra".

(76) Gli alchimisti erano proverbiali nel medioevo per la loro pretesa di mutare in oro i metalli, con la pietra filosofale.

(77) "... rather turn this day out of the week": è una delle numerose reminiscenze bibliche di Shakespeare; cfr. "Giobbe", III, 6: " Dopo questo, Giobbe maledisse il suo giorno, e prese a dire: ... e caligine ingombri quella notte; non rallegrisi fra i giorni dell'anno, non sia annoverata nel mese".

(78) "... which being touched and tried proved valueless": "to touch and try" è l'azione del verificare, col mezzo della pietra di paragone (detta appunto "touchstone") il grado di purezza dell'oro; operazione usata abitualmente per le monete (cfr. per lo stesso traslato, in "Riccardo III", (IV, 2, 9-l0):"... now I do play the touch/ To try if thou be current gold", "... voglio prendermi il gusto / ora a saggiarti se sei d'oro schietto"; e in "Timone di Atene"(III, 3, 6):"They have been touched and found base metal" "E tutti sono stati già saggiati / e si son rivelati vil metallo".

(79) "You came in arms... but now in arms you strangten...": il bisticcio del testo, basato sul doppio significato di "arms" che vale "armi" e "braccia", non si può rendere.

(80) Altra reminiscenza biblica: da "Isaia", LIV, 4,5:"... e non ti ricorderai più il vituperio della tua vedovità, perciocché il tuo marito è quel che ti ha fatta, il Signore degli eserciti...".

(81) La pelle di leone che il Duca d'Austria porta addosso.

(82) "... and south'st greatness": "greatness" per "great men", l'astratto per il concreto, come spesso in Shakespeare.

(83) "... doff it for shame": altri intende:"... gettala via, che non abbia a vergognarsi (la pelle di leone, di stare addosso a te).

(84) A questo punto, in mancanza di qualsiasi "stage instruction" è da immaginare che il Duca d'Austria rinfoderi la spada e si tiri da parte in buon ordine. Si noti comunque l'astuzia del drammaturgo: qui come altrove, ogni volta che il Bastardo ha da dire col Duca d'Austria, interviene Re Giovanni a interrompere il discorso, per evitate il peggio.

(85) È la scena-madre di quella che è la sottotrama del dramma, e cioè il contrasto tra la corona inglese e la Chiesa di Roma; contrasto che storicamente ha inizio proprio da Giovanni Senzaterra, dopo che il suo predecessore, il fratello Riccardo Cuor-di-leone, era stato invece pio condottiero della crociata in Terrasanta.

La prima ruggine personale di Giovanni col papa Innocenzo III nasce dal rifiuto di questi di benedire il divorzio di Giovanni dalla prima moglie, una Gloucester, che Giovanni ripudia per sposare (ottobre 1199) Isabella, la giovane figlia di Aimaro conte di Angoulème, strappandola al promesso Ugo di Bruno, conte della Marca. Ma l'urto ufficiale con Roma si verificò con la nomina del nuovo arcivescovo di Canterbury, alla morte di Uberto nel 1205. Giovanni fece nominare dal capitolo dei vescovi inglesi il suo candidato John Gray; il papa, che sosteneva la candidatura di Stefano Langhton, cardinale di nascita inglese ma alleato della Francia, colpì Giovanni d'interdetto; questi, in risposta, confiscò tutti i beni appartenenti ad ordini ecclesiastici, esiliò i prelati e confinò i monaci nei loro conventi. All'interdetto seguì la scomunica e una sentenza pontificia di deposizione di Giovanni dal trono.

(86) "... to him and his usurp'd authority": "usurped" deve intendersi qui nel senso di "pretesa" ("injustly claimed").

(87) Cioè non da Dio, come dovrebbe.

(88) Sulla "santa liceità" di uccidere, anche a tradimento, un cattivo monarca, specie se colpito da interdetto papale, concordava, con la Chiesa di Roma, anche il radicalismo puritano. La questione era attuale al tempo di Shakespeare, perché Elisabetta era stata scomunicata da papa Pio V, e il successore di questi, Gregorio XIII, aveva perfino promesso la beatificazione a chi l'avesse assassinata.

(89) Cioè associarmi al papa nel maledire Giovanni. Testo:"That I have room with Rome to curse": il bisticcio "room with Rome", basato sull'omofonia dei due termini - che al tempo di Shakespeare era più marcata - non si può rendere. Doveva far ridere il pubblico, perché si ritrova identico in "Giulio Cesare" (I, 2, 155) "Now it is Rome indeed, and room enough...", "Ora sì che è Roma, e v'è assai spazio...".

(90) "... when law can do no right, / Let it be lawful that law bar non wrong": questo sfoggio di retorica piuttosto artificiosa che Shakespeare mette in bocca a Costanza, e che contrasta, in verità, col suo stato di grande ambascia, fa il paio con la successiva invocazione di costei a Satana.

(91) L'anima di Filippo di Francia: Filippo per Costanza è spergiuro, quindi dannato all'inferno, per essersi associato a Giovanni; se ora da lui si dissocia, si purifica davanti a Dio (davanti al quale si giura), e la sua anima non va più all'inferno.

(92) Il Bastardo ripete la frase di scherno pronunciata poco prima da Costanza - e da lui provocatoriamente ripetuta - all'indirizzo del duca d'Austria.

(93) Il Bastardo coglie a volo il traslato dell'"intascare", e lo prosegue: le braghe dell'Austria sono larghe ed hanno tasche capaci.

(94) V. sopra la nota 84.

(95) "In likeness of a new untrimmed bride": Bianca ha appena concluso i suoi sponsali col Delfino, e s'è idealmente spogliata ("untrimmed") del velo nuziale. Altri intende "untrimmed" "discinta", "coi capelli sciolti"; ma Bianca non è né discinta né spettinata. La lingua di Costanza batte sul dente del matrimonio di Bianca col Delfino, è quello che le duole.

(96) "... but for her need": "need" sta qui nel senso di "distress".

(97) "... play fast-and-loose with faith": "fast-and-loose" si chiamava un gioco di abilità, giocato con una cordicella e una stecca di legno. L'espressione "to play fast-and-loose" aveva il senso di "essere incostante, facile a scivolare".

(98) La stessa immagine si ritroverà in "Molto trambusto per nulla", laddove (V, 1, 90) Antonio dice di Claudio che questi ha il coraggio di battersi con lui, come lui di afferrare un serpente per la lingua (... as I dare take a serpent by the tongue").

(99) "Chafed", ossia "raging", "become to rage": si adotta questa lezione (Alexander) in luogo delle altre due: "crazed", "impazzito" e "cased", "dalla ricca pelliccia" che si ritrovano in altri testi.

(100) Cioè: della fede giurata a Giovanni, scomunicato, fai un nemico della fede cristiana.

(101) Intendi: il modo migliore per porre rimedio ad un nostro proposito, se deviato, è deviare dalla devianza.

(102) "... giurando fede ad Inghilterra" non è nel testo, che ha semplicemente: "But thou has sworn agains religion", "Ma tu hai giurato contro la religione".

(103) Ragionamento contorto in una sintassi contorta. Testo: "Against an oath the truth thou are unsure / To swear... swears only not to be forlorn!", che letteralmente suonerebbe: "Contro un giuramento (precedente) la lealtà che tu non sei sicuro di giurare... giura solo a patto di non esser tenuta per spergiura!" Senso: "Se hai giurato lealtà a Giovanni, sapendo che un precedente giuramento te lo vietava, hai giurato solo a condizione che, venendo meno al secondo giuramento, non fossi spergiuro (davanti a Dio, per aver tradito il primo)". Ma tutta questa tirata del Cardinal Pandolfo è una specie di arzigogolo - come bene osserva nella sua traduzione il Sabbadini ("I Classici Garzanti", 1993) - che riecheggia la dottrina gesuitica dell'"equivoco", in discussione all'epoca tra il pubblico elisabettiano (ci gioca sopra ancora Shakespeare con il personaggio del Portiere nella terza scena del II atto di "Macbeth" quando esclama, sentendo bussare alla porta: "Parola mia, è un equivocante ("an equivocator") / di quelli che ti giurano su un piatto / della bilancia contro l'altro piatto / e viceversa; che commetton frodi / a non finire per l'amor di Dio...".

(104) Il senso di questa battuta del Bastardo, che in italiano riesce sibillina e inopportuna, è così spiegato dal Sabbadini (op. cit.): il Bastardo gioca sulla parola "rue" pronunciata prima da re Giovanni a Filippo ("Thou shall rue this hour within this hour"); " rue" verbo è "dolersi", "pentirsi", ed in tal senso l'ha usata Giovanni; "rue" sostantivo è l'erba "ruta"; il Bastardo associa questo termine a "thime", "timo", che si pronuncia come "time", "tempo"; e, rifacendosi a una serie di luoghi proverbiali in cui i due termini sono accoppiati ("Rue and thime grow both in the same garden"), accoppia a sua volta "tempo" e "dolersi" e dice che se sarà il tempo a decidere (l'ora annunciata poc'anzi da Giovanni), il dolersi di Filippo starà al tempo come la ruta al timo. Sembra, in realtà, inverosimile - e prodigioso, se vero - che il pubblico di Shakespeare, per eletto che fosse, potesse cogliere a volo tutte queste sottili implicazioni, al solo fugace pronunciar la battuta da parte dell'attore.

(105) "Cousin, go draw our puissance together": "cousin", "cugino" è anche termine generico per "parente", quindi anche "nipote". Il Bastardo è infatti nipote di Giovanni, perché figlio naturale del fratello Riccardo.

(106) Filippo, si capisce, è lui stesso, che si chiamava così alla nascita.

(107) Alcuni curatori hanno creduto di identificare questo personaggio con il Primo Cittadino che ha colloquiato coi due re dalle mura di Angers nel II atto: congettura che, oltre a non aver riscontro storico, è smentita dal fatto che Angers, a questo punto del dramma non è stata ancora conquistata; Giovanni sta vincendo lo scontro coi francesi, il Bastardo ha ucciso il Duca d'Austria ed Arturo è stato catturato, ma l'impresa non è compiuta (lo dice più sotto lo stesso Bastardo): come avrebbe fatto questo cittadino di Angers ad entrare subito in tanta fiducia col re da indurre questi a consegnargli in custodia un prigioniero così prezioso come Arturo, e poi di farne, tornati a Southamptom, il suo sicario per uccidere il ragazzo?

(108) "... the bags of hoarding abbots", "... i sacchi (d'oro) degli abati accumulatori". Si ricordi il dantesco "... e papi e cardinali / in che usa avarizia il suo soverchio", Inf., VII, 47-48).

(109) Le monete d'oro che vi sono contenute. Per "angels", v. sopra la nota 71.

(110) Sono gli strumenti che venivano usati dagli esorcizzatori per scacciare il diavolo da chi si credeva ne fosse impossessato. Shakespeare ne fa qui, per bocca del Bastardo, la dissacrazione; il Bastardo è lo strumento di Re Giovanni nella sua azione politica di revindica delle prerogative della corona contro l'ingerenza del potere ecclesiastico negli affari dello Stato: è - secondo la critica storica - il prodromo storico della riforma anglicana realizzata dal padre di Elisabetta, Enrico VIII.

(111) "... but I will fit it with some better tune": cioè con diverso accento ed in altro più propizio momento. Per altri "tune" in espressioni idiomatiche come questa cfr. in "Molto trambusto per nulla", III, 4, 42: "I am out of all other tune"; e in "Macbeth", I, 3, 88: "To the self tune and words".

(112) "... in despite of broad-eyed watchful day": si adotta la lezione "broad-eyed" dell'"Oxford Shakespeare" in luogo di quella del testo seguito dell'Alexander che ha: "broaded watchful day", "... a dispetto della luce del giorno che ci vigila come se ci covasse".

(113) "... though that my death were adjunt to my act": letteralm.: "... se pur la mia morte fosse associata al mio atto".

(114) "... this gap of breath": "la bocca con cui sto parlando ("this")".

(115) "... and buss thee as thy wife": la morte ("death") in inglese è maschile (e talvolta neutro) (Cfr. in Milton, "Paradiso perduto", XI, 40: "Over the triumphant Death his dart", "... e il fatal dardo / Morte sovr'essi trionfando scuote" (Traduz. Lazaro Papi).

(116) "Thou art not holy to belie me so!", letteralm.: "tu non sei santo a calunniarmi così". "Holy" sta qui nel suo significato di "person specially commissionaed by God" ("Oxford Int: Dict.", alla voce).

(117) "How I may be deliver'd of these woes": prosegue la metafora prima introdotta con l'immagine della morte come suo sposo, da carezzare con lussuria ("... and buss thee as thy wife"): l'abbraccio con quello sposo la farà partorire e sgravare di tutti gli affanni.

(118) "... or madly think a babe of clouts were he": il Lodovici traduce, più poeticamente: "... e crederei di poterlo accarezzare in un fantoccio di stracci".

(119) Risponde all'invito che le ha rivolto prima Re Filippo ("Venite via con me").

(120) Costanza è una delle figure femminili tratteggiate a più forti tinte da Shakespeare. Il suo dolore di vedova e di madre è dei più esasperati e più pieni di dispetto; la sua figura si muove per tutto il dramma come un'ombra nel panorama della contesa fra due nazioni, l'inglese e la francese, "i suoi lamenti e le sue invettive le conferiscono una dimensione profetica" (G. Melchiori, "Shakespeare",1994, pag. 134).

(121) "... as a twice told tale": altra reminiscenza biblica: "We spent our years as a tale that was told", "Salmo CX"; il paragone è ripetuto quasi letteralmente più sotto, IV, 2, 18.

(122) La vergogna per la sconfitta subita ad opera di re Giovanni.

(123) "... and (all shall) kiss the lips": cioè accoglieranno come si accoglie un amante.

(124) Per la storia (le "Cronache" dell'Holished, che sono la fonte principale delle "histories" di Shakespeare) gli eventi qui rappresentati dovrebbero svolgersi nella prigione di Rouen, dove Arturo fu racchiuso. L'ubicazione a Northampton è quella comunemente ipotizzata dai vari curatori nel tempo, e non ci siamo sentiti di modificarla.

(125) "When I strike my foot upon the bosom of the ground, rush forth...": "quando batterò il piede sul petto della terra, precipitatevi fuori...": la terra ("il bel suolo inglese", come amano chiamarlo i personaggi delle "histories" shakespeariane) personificata.

(126) "Which lies dead": qui "dead" sta per "asleep"; nell'antico inglese i due termini erano in certo modo intercambiabili: qui Uberto non può dire - come intendono molti - "la mia pietà giace morta", se ha paura che si svegli; così come in "Otello", Desdemona che dice a Emilia che le domanda come sta dopo la scenata di Otello, "Faith half asleep", (IV, 2, 101) non può rispondere - come anche intendono molti - "Mezzo addormentata", ma "Mezzo morta".

(127) "His words do take possession of my bosom...": "Le sue parole s'impossessano del mio cuore".

(128) "Vi ricordate" non è nel testo.

(129) "What good love may I perform for you": L'uso di "to do good love" ("fare atto di gentilezza") nel senso di "far piacere" è frequente in Shakespeare.

(130) "Ah, none in this iron age would do it!": "iron age" va inteso qui nel doppio senso: cosmologico, di "età del ferro" riferito alle quattro classiche età del mondo (oro, argento, bronzo, ferro); e metaforico di "età feroce", riferito ai mezzi di tortura che di questo metallo erano fatti. L'espressione, che suona senza dubbio retoricamente artificiosa in bocca ad un ragazzo, è visibilmente un espediente dialettico del drammaturgo per preparare lo spettatore al momento drammatico della scena, che è il pentimento di Uberto e il "rientrato" accecamento del giovane Arturo.

(131) L'immagine del fuoco personificato, che si copre di cenere in segno di dolore o di pentimento si ritrova, meglio esplicitata dal poeta, in "Riccardo II" (V, 1, 49 e segg.). "... giacché perfino gli inerti tizzoni / ai tristi accenti delle tue parole / avranno un empito di compassione / e spegneran col pianto la lor brace; / e qualcuno si coprirà di cenere / qual altro ancora di nero carbone / come segno di lutto e di cordoglio...".

(132) "O, now you like Ubert! All this while you were disguis'd": letteralm: "Oh, ora rassomigliate a Uberto! In tutto questo tempo siete stato travestito".

(133) Questa seconda incoronazione di Giovanni Senzaterra, da lui stesso voluta, apre, con il dialogo di questa scena, una finestra sulla situazione politica interna del regno, che giustifica il "troublesome reign" del titolo. Giovanni Senzaterra - anche se Shakespeare non ne fa menzione in questo dramma - è storicamente il sovrano che ha dovuto dare ai baroni inglesi la "Magna Carta", cioè il documento delle guarentigie concesse dal re ai baroni, considerato il principio della legge costituzionale d'Inghilterra. Che cosa questa sia costata, in termini di conflitto di interessi, di ribollire di giochi di potere e d'intrecci politici è solo qui sfiorato da lontano, con il frequente accenno alle rivolte di popolo e di nobili e alle grandi aspettative di mutamenti del sistema feudale verso uno Stato migliore.

(134) "the beauteous eye of heaven": il sole.

(135) La "verità" di cui parla Salisbury, sulla quale la doppia incoronazione di Giovanni può gettare il sospetto è la stessa legittimità del suo titolo di re, che, per essere stato usurpato, mostrerebbe agli occhi del popolo di aver bisogno di nuovi paludamenti per legittimarsi.

(136) "... and more, more strong than lesser is my fear": passo variamente inteso: "... e altre ve ne aggiungerò, via via che s'attenua il mio timore " (Pisanti); "... altri e molti più validi ve ne farò noti, appena siano cessate le mie presenti preoccupazioni". Noi crediamo che Shakespeare abbia voluto far dire a Giovanni, per giustificarsi della inutile incoronazione di cui lo accusano i suoi baroni. "Voi dite che le mie paure sono esagerate; io penso di no, e vi dico i motivi che le giustificano".

(137) Qui Shakespeare raggiunge veramente il limite della bolsa retorica, in voga in certi circoli del tempo, e sulla quale egli stesso ironizzerà più tardi. Varrà comunque di citare, nel merito storico, a proposito del sostengo dato da una parte della nobiltà inglese al prigioniero Arturo, quanto osserva Lily B. Campbell nel suo "Shakespeare's Tragic Heroes", London, l930, pag. 157). "È Arturo prigioniero che ci viene presentato, perché è Maria (di Scozia) che ricevette il sostegno della nobiltà inglese, quella nobiltà cattolica che sotto Elisabetta suscitò la ribellione del Nord e quella lotta degli anni seguenti durante i quali il Duca di Norfolk fu condannato a morte per i suoi sforzi in favore di Maria".

(138) "... either here and hence": "... o qui o altrove"; espressione idiomatica per "in terra o in cielo". (Cfr. più sotto, al v. 29 della quarta scena del V atto: "That I must dy here and live hnce...").

(139) L'immagine della forbice che recide lo stame della vita degli uomini è della mitologia classica: la funzione era svolta da una delle tre Parche, Atropo. "Ebbene, che c'è?" non è nel testo.

(140) "Where is my mother's care?": letteralm. "Dov'è la vigilanza di mia madre?" Si ricorderà che la regina Eleonora è rimasta in Francia.

(141) In realtà, Costanza era morta tre anni prima; Eleonora d'Aquitania, madre di Giovanni, morì effettivamente in Francia il primo di aprile dell'anno 1204: il che lascerebbe intendere che dall'inizio del dramma a questa scena siano trascorsi 4 anni.

(142) Questo personaggio, del tutto immaginario, ha qui il ruolo dell'indovino nel "Giulio Cesare". Pomfret, nella Contea di York, è la sede di un castello/carcere in cui sarà rinchiuso prima, da Enrico Bolingbroke, Riccardo II, e poi, da Riccardo III, il gruppo di nobili (Rivers, Grey, Vaughan e Hastings) da lui giustiziati.

(143) Cioè delle spoliazioni dei beni ecclesiastici, che Giovanni gli aveva ordinato di fare.

(144) "The spirit of the time shall teach me speed": letteralm.: "Lo spirito del momento m'insegnerà la celerità".

(145) "Spoke like a sprightful noble gentleman": "Ha parlato come un nobile gentiluomo pieno di spirito"; ma lo "sprightful" è attratto, per intraducibile bisticcio, dal precedente "spirit" (v. nota precedente).

(146) "... for a warrant / To break within the bloody house of life": noi diremmo, con espressione meno immaginifica, ma anche meno poetica: "... per un mandato a spegnere nel sangue una vita"; ma ci manca l'idea dell'irruzione violenta ("to break") e quella della vita come "dimora sanguigna" (dell'anima), che non s'è voluta perdere.

(147) "Out of my sight, and never see me more!": letteralm.: "Fuori dalla mia vista, e non vedermi più!".

(148) Questa morte del giovane Arturo nel tentativo di fuga dal castello di Northumberland è un'invenzione di Shakespeare. Per la storia, Arturo morì, ucciso di propria mano dallo zio Giovanni, il 3 aprile l203, dopo essere preso da lui prigioniero in Normandia mentre, al comando di truppe francesi, assediava il castello di Mirebeau, presso Poitiers, dove erasi chiusa sua nonna Eleonora, a lui nemica.

(149) Bury Saint Edmonds, località del Suffolk occidentale, sede di una antica abbazia benedettina, fondata da Cnut nel 1020, e meta all'epoca di grandi pellegrinaggi. Si capisce che Salisbury parla del Delfino, che è lì accampato con le sue truppe.

(150) "... the crest unto the crest of murther's arms": l'immagine è quella del delitto raffigurato come chiuso in una armatura ("arms"), con elmo e cimiero.

(151) "If that be the work of any hand": il Bastardo mostra di dubitare che si tratti d'un delitto; ha capito che Arturo s'è gettato dal muro.

(152) "Our souls religiously confirm thy words": la "conferma religiosa" si esprime con un "amen".

(153) O, he is bold and blushes not at death": alcuni curatori, dal modo sintattico della frase, intendono che Salisbury si riferisca al re. Il lettore creda a suo talento.

(154) "Must I rob the law?": letteralm.: "Devo derubare la legge?".

(155) "... more deep than Prince Lucifer": si direbbe che Shakespeare qui conosca Dante (non se ne ha prova, anche se è certo che conoscesse Boccaccio), perché nella struttura dell'inferno dantesco Lucifero è posto nel più profondo della sua fossa - la palude ghiacciata di Cocito - ed anch'esso chiamato "principe" o imperatore" che è lo stesso ("Lo imperador del doloroso regno", XXXIV, 28).

(156) "There is no ugly a fiend of hell...": "ugly" è l'attributo classico del diavolo, il "brutto per eccellenza"; così in Marlowe, "Doctor Faustus", I, 3, 252: "You are too ugly..."; e in Dante, Inferno, XXIV, 34: "S'ei fu sì bel com'egli è ora brutto".

(157) "... of proud swelling state": alcuni intendono: "... di uno stato che si gonfia d'orgoglio"; altri: "... di uno stato che divien di più in più arrogante".

(158) "Now happy he whose cloak and ceinture can / Hold out this tempest": il Bastardo allude, verosimilmente, alla posizione dei religiosi conventuali ch'egli ha spogliato dei beni, ma che, comunque, come sudditi non di Sua maestà britannica ma della chiesa di Roma, godono di immunità personali. Altri intende: "Beato colui il cui mantello e cintura potranno resistere a questa tempesta".

Questo monologo del Bastardo, come gli altri alla fine degli atti precedenti, sono classici esempi di tecnica teatrale avanzata. Essi proiettano il personaggio in una dimensione al di fuori del dramma in cui è immerso, come in funzione di coro, di voce, cioè, che dà lingua a quello che è il sentimento profondo che pervade il dramma: la condanna di un mondo dominato dalla brama di potere e dal tornaconto; di un re volubile, fedifrago e prepotente; di un clero corrotto e corruttibile; di una nobiltà settaria, raramente pervasa da un sussulto di nobili virtù.

(159) "... fore we are inflam'd": altri traduce: "... prima che divampi la nostra collera".

(160) "... for the present time is so sick": "... perché i tempi son così malati".

(161) "... or overthrow incurable ensues": "... o seguiranno postumi incurabili": prosegue il traslato introdotto dal precedente "sick" riferito a "tempi".

(162) "Have thou the ordering of this present time": è la battuta che segna un'altra svolta del dramma: la rinuncia di Giovanni, ormai malato e indebolito dalla febbre, ad assumere le decisioni supreme dello Stato, e l'affermazione del Bastardo come personaggio centrale della vicenda; una vicenda che vede con Re Giovanni la monarchia inglese sconfitta dalla Chiesa di Roma per mano dei Francesi: si prenderà la rivincita con Enrico VIII, come Shakespeare farà intravvedere nelle parole del Bastardo che chiudono il dramma.

(163) "... that such a sore of time": il malgoverno, il dispotismo di Re Giovanni. Questo discorso di Salisbury è un magistrale espediente drammaturgico per preparare, e giustificare, il voltafaccia dei baroni al Delfino e il loro ritorno al re.

(164) "... and there / Where honorable rescue and defense / Cries out the name os Salisbury": senso: "... e proprio quando l'onore mi imporrebbe di stare dall'altra parte, a combattere contro di voi a riscossa e difesa del mio paese invaso".

(165) "... the gentry of a land remote": "gentry" ha qui il senso dispregiativo, che aveva comunemente dell'inglese antico, di "people", "folks".

(166) "What, here?": questa interrogazione retorica, che Salisbury fa a stesso, ha fatto pensare ad alcuni critici che quando prima egli ha esclamato: "E questo là, dove il nome di Salisbury, ecc." volesse riferirsi a qualche fatto d'arme davanti a Sant'Edmondo in cui fosse rifulso il nome della sua famiglia. Quale fatto, però, nessuno indica.

(167) "And even there, methinks, an angel spoke." A chi si riferisce il Delfino con questa frase? È difficile pensare che sia al cardinale di cui lo squillo di tromba ha annunciato l'arrivo al campo francese; l'accenno alla prosperità e alla ricchezza ("rich prosperity") promessa ai nobili inglesi che si sono uniti a lui contro Giovanni fa piuttosto pensare che "angel" si riferisca all'"angelo" moneta d'oro che ha fatto già oggetto di bisticcio di doppi sensi.

Ma tutta questa "tirata" del Delfino all'indirizzo di Salisbury, che sa palesemente di smanceria ipocrita, con la parola "nobile" ripetuta tre volte in quattro versi, fa pensare ad un tono copertamente ironico. Si vedrà infatti che il Delfino, mentre diceva a Salisbury tutte queste belle cose, meditava di decapitare i nobili inglesi "a battaglia conclusa".

(168) "I am high-born to be propertied": "propertied", "proprietarizzato" è verbo coniato da Shakespeare.

(169) "... as I have banked their towns": cioè mi sono insediato da padrone. S'è tradotto così "as I have banked" per rendere un qualche modo il "quibble" diabolico della frase, che sta in questo: "vive le roi", francese per "Viva il re" è un'espressione che gli inglesi usavano in un gioco di carte, proveniente verosimilmente dalla Francia: "banked", usato solo da Shakespeare nel senso di "insediarsi" prosegue la metafora del gioco, che continua poi nei versi seguenti: "Non ho con questo / in mano le migliori carte in tavola?", ecc. Altri intende, meno correttamente, a nostro avviso, nonostante il suffragio dell'"Oxford Universal Dictionary" che, alla voce, dà "to bank" sinonimo di "to coast", "costeggiare": "Mentre ho costeggiato le loro città": lezione che né spiega la metafora del gioco e delle carte, né s'accorda col fatto che le truppe del Delfino sono sbarcate all'insaputa di tutti e non hanno "costeggiato" da mare o da fiume nessuna città.

(170) "Like pawns": "pawns" sta qui per "gages", come in "Riccardo II", I, 1, 74 "... my honour pawn", "il mio pegno d'onore".

(171) "... even at the crying of your national crow": il gallo ("crow"), che i francesi chiamano "Cantachiaro" ("Chanteclair") è l'emblema nazionale dei francesi.

(172) L'Inghilterra raffigurata come Agrippina, la madre dell'imperatore Nerone, che ebbe da questi squarciato il ventre perché ostile al di lui matrimonio con Poppea, ripudiata Ottavia.

(173) "... and mock the deep-mouth thunder": "... e si burlerà del tuono dalla bocca profonda" (cfr. in Dante, per lo stesso paragone del tuono con il suono del corno del gigante Nembrotte: "... un alto corno / tanto che avrebbe ogni tuon fatto fioco" ("Inferno", XXXI, 12-13).

(174) Una località con questo nome non esiste. Altri testi hanno "Swineshed", dov'era effettivamente un'abbazia cistercense, a più di 100 km. a nord di Sant'Edmondo. Giovanni è morto a Newark, non molto lontano.

(175) "Goodwin Sands" è il nome geografico dei grossi banchi sabbiosi che si stendono per circa 20 km. davanti alle coste del Kent, ai due lati della "Trinity Bay"; sono famosi per la loro pericolosità alla navigazione nella Manica.

(176) "You are bought and sold": frase idiomatica per "You are betrayed for a bribe", "Siete stati traditi prezzolatamente".

(177) "And welcome home again discarded faith": s'è inteso "home" non nel senso di "a casa" ("a casa vostra, dentro di voi"), ma nell'altro suo significato avverbiale di rafforzativo ("con gioia", "nel profondo del cuore").

(178) "Before the stumbling night...": "prima che la notte che (col suo buio) induce a incespicare".

(179) "or I shot": "o io sparo"; ma abbiamo visto che far dire: "Io sparo" ad un uomo del 1200 è uno degli anacronismi, scusabili in Shakespeare, non in un suo traduttore del 2000.

(180) "Pardon me that any accent breaking from your tongue should scape the true acquintance of mine ear".: letteralm.: "Perdonami se ogni accento prorompente dalla tua lingua sia sfuggito alla conoscenza verace del mio orecchio". Una parafrasi di bolsa retorica, che giustifica l'ammiccante presa in giro del Bastardo col suo francesizzante "Sans compliments".

(181) La morte di Re Giovanni per avvelenamento non ha riscontro storico. Il re è morto, come s'è già detto, nel castello di Newark, Nottinghamshire, di normale malattia. Del resto, non si capisce perché doveva essere avvelenato proprio da un religioso, dopo che si era rappacificato col papa e con la Chiesa di Roma. La storia dice anzi che prima di morire dettò una lettera per il nuovo papa Onorio III, raccomandando alla sua protezione gli interessi di suo figlio Enrico, designato a succedergli; e che espresse a quest'ultimo, in articulo mortis, il desiderio di essere sepolto a Worchester, presso le reliquie di San Vulstano. Shakespeare, da parte sua, dà questo avvelenamento così, quasi di sfuggita, senza spiegazioni dettagliate, da far credere che anch'egli non ne sia troppo convinto; anche perché dev'essere apparsa anche a lui l'incoerenza di un avvelenamento fatto cominciare prima ancora della battaglia di Sant'Edmondo: il veleno ha normalmente un effetto subitaneo.

(182) È il primogenito di Giovanni; diventerà, alla morte del padre, e in età di nove anni, il suo successore col nome di Enrico III, lasciando di sé ricordo di buon marito e padre, ma di cattivo uomo di Stato. Sotto il suo regno (1250) saranno firmate le famose "Provisioni di Oxford", l'atto col quale i baroni riformisti ottennero il controllo del governo.

(183) "... and tempt us not to bear above our power!": ennesimo riecheggiamento biblico: "Genesi", IV, 13: "Così disse il Signore. la mia iniquità è più grande che io possa portare".

(184) "... I doubt he will be dead or ere I come": "... temo che possa morire prima che io arrivi".

(185) "... leaves them invisible": "invisible" sta qui per "impercettible" nel senso attivo di "che non percepisce il dolore".

(186) Per un bambino di nove anni, non c'è male! Come poeta, promette bene.

(187) "... now my soul hath elbow-room": "... ora la mia anima ha spazio per muovere i gomiti"; "To have elbow-room" è frase idiomatica per intendere "muoversi liberamente senza impacci".

(188) Contro chi il Bastardo debba far vendetta della morte di Giovanni, non si sa. Il frate avvelenatore è morto. Probabilmente pensa ad un complotto, di cui quello è stato solo l'esecutore.

(189) "Stelle "("stars") è la corrente metafora dei nobili, secondo l'immagine della nobiltà che gira intorno al sole/re, ciascuno nella propria sfera come le stelle ciascuna nella propria orbita intorno al sole (cfr. in "Enrico IV - Prima parte", V, 1, 15, il discorso di re Enrico ai nobili ribelli: "... and move in that obedient orb again / Where you did give a fair and natural light"; in "Pericle principe di Tiro", II, 3, 39-40:" Had princes sit like stars about his throne/ And he, the sun...; e in "Enrico VIII", VI, 1, 5: "... These are stars indeed").

(190) "... out of the weak door": la porta è "sconnessa" perché ha permesso l'entrata dei francesi.

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