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RE TABOR

Quattro atti di Cesare Giulio Viola

A NICOLA DE PIRRO

PERSONE

RE TABOR - 70 anni

La REGINA MARIA - 60 anni

Il PRINCIPE DEMETRIO - 38 anni

Il PRINCIPE MLADI - 23 anni

Il piccolo TABOR, figlio di Demetrio io anni

CRISTINE

CLARICE, LA NUTRICE

GUNNAR, il servo di Re Tabor

Il GENERALE BALAKIS

Il GENERALE KARVALEK

S. E. RUDIVICH

DOBIANI

Il TENENTE RALF

LUDOVICO

ATTO PRIMO

L'esilio

Grande sala nell'antico castello di Walberg. Una porta a vetri nella parete di fondo. Alla parete di destra e di sinistra, una porta e una finestra. Mobili grevi. Una grande tavola. Sedie con alte spalliere. Tutto intorno alle pareti ì ritratti dei re di Kossava. Le armi di famiglia luccicano ri­levate in oro sulle cornici e sugli stipiti; sbalzano impresse sulle spalliere delle seg­giole; si rivelano nelle tende. Gli ultimi tre ritratti riproducono l'imma­gine di re Tabor, di Demetrio e di Mladi di Kossava. (Quando s'alza la tela la scena è deserta. Le due finestre laterali sono aperte. S'o­dono all'esterno le voci di Cristine e di Mladi che giocano a tennis. Qualche ri­sata. Poi una palla di gomma entrerà dal' la finestra. Risata).

La voce di Cristine   - Vado io...

La voce di Mladi      - Lascia... Vado io... (pia forte) Vado io... Cristine... Cristine... (Pausa. Poi dalla porta di fondo appare in abito da tennis Cristine. Rapida si guarda intorno. Cerca la palla. Mentre si curva a raccoglierla sotto una tavola, dal­la finestra balza in iscena Mladi. Corre verso Cristine, la sorprende con un bacio).

Cristine                     - Ohi Mladi... E di dove sei en­trato?...

Mladi                        - Un salto: per la finestra... (L'ha abbracciata).

Cristine                     - (riluttante) Lasciami.

Mladi                        - Ferma... Se la ginnastica dovesse servire soltanto a saltare le finestre... Ser­ve, anche, per ridurre all'impotenza le donne... Su... Rispondete... A chi volete bene?

Cristine                     - A nessuno...

Mladi                        - (stringendole le braccia) Come?...

Cristine                     - A ness... Non stringere che mi fai male... A te...

Mladi                        - Ecco: ora va bene... (Allenta la stretta).

Cristine                     - (ricomponendosi i capelli) Mi hai tutta scarmigliata... Senti: se i viaggi in Europa debbono farti così intraprendente!

Mladi                        - Questo è stato l'ultimo viaggio... Non temere... Ora, quando ripartirò dal castello di Walberg, ripartirò con te...

Cristine                     - (con intenzione) Quando ripar­tirai, Mladi?

Mladi                        - Presto... Iersera ho parlato a De­metrio di te...

Cristine                     - E che ti ha detto?

Mladi                        - Che non potevo scegliere una com­pagna migliore...

Cristine                     - E’ molto gentile, tuo fratello... Ma Demetrio non conosce tutte le lettere e le fotografie di belle donne che ti sei portato, nel baule, da Parigi.

Mladi                        - Te le ho mostrate... Ne abbiamo riso insieme... Dunque...

Cristine                     - Sai che penso, Mladi?

Mladi                        - Sì         

Cristine                     - Che questo nostro amore nasca dal fatto che io, qui, non ho concorrenti... E allora, visto che a portata di mano, non c'è altre donne - parlo di donne del nostro mondo - tu ti sei interessato a me... Se Sua Maestà non stesse qui in esilio... Se insomma...

Mladi                        - Non fossimo dei re spodestati...

Cristine                     - Non voglio dir questo... Se tu avessi una possibilità di scelta... stessi alla capitale, ammirato, encomiato, invi­diato... Oh! Non ti accorgeresti di Cristy...

Mladi                        - Come se io non abbia girato, fino a oggi, tutte le corti d'Europa, e non avessi avuto occasione... No, cara Cristy: io son tornato a te, sempre... Ora la mia vita si chiude nel cerchio di questo ca­stello, dove volontariamente ci siamo con­finati... So la vita che mi attende... E so che l'unica donna che può starmi accanto in questa vita sei tu... Se fra mio padre e Demetrio le acque non fossero un po' intorbidate, ieri avrei pregato Demetrio, come fratello primogenito, di parlargli del­la cosa... Per definirla, finalmente... (scher­zoso) E dare la possibilità alle cicogne di deporre sui davanzali del castello di Walberg, presto, qualche bel « cristini      - no»... Vuol dire che appena Demetrio sa­rà partito...

Cristine                     - (con dedizione) Oh! Mladi: io non ho conosciuto che te... Ho amato te solo... Ho baciato te solo... Tu, davvero, sei il mio fidanzato... Fin da quando ero bambina: da quando mia madre si trasfe­rì, qui, accanto a S. M. la Regina... E son rimasta con voi, anche dopo che mia ma­dre è morta, perché ormai questa .era la mia casa... Non ho altra casa, Mladi... Non conosco altri al mondo... così... Vo­stra... tua...

(Dalla porta di destra entrano la Regina Mariae Demetrio).

La Regina                 - (a Demetrio) Allora posso far passare Clarice?

Demetrio                  - Sì, mamma... giacché è qui...

La Regina                 - (a Cristine) Cristy, per cor­tesia, può far chiamare Clarice? (A De­etrio) Sarà molto contenta di vederti...

Cristine                     - Subito, Maestà...

Mladi                        - Andiamo: io t'accompagno...

(Mladi e Cristine escono. La Reginasie­de presso un tavolino. Demetrio le sta ac­canto).

La Regina                 - Dunque: deciso?

Demetrio                  - Sì... Domani a sera sarò a Lon­dra, e dopo domani mi imbarco per New York...

La Regina                 - Mi porti via anche il piccolo?

Demetrio                  - Come si fa, mamma...

La Regina                 - Non potresti lasciarlo qui, con noi?

Demetrio                  - No, mamma...

La Regina                 - L'anno passato stette qui quasi due mesi... Gli giovò tanto... Non dimen­ticare che, benché sia nato in America, questo cielo è un pò* il suo cielo...

Demetrio                  - Anche questa è una delle tante vecchie ubbie... Ci si sradica, mamma... Ed io voglio che i miei figli sieno sradi­cati da un mondo che io non sento più rispondente alle loro necessita... Sono dal­l'altra parte, orrnai... Insomma, non sono più il figlio d'un re... Sono un libero citta­dino che vuol vivere la sua libera vita... E per questa strada intendo avviare i miei

La Regina                 - Non credere che io non ti ca­pisca... Io, dopo venti anni di esilio, son diventata semplicemente una mamma e una nonna...

Demetrio                  - Tu non puoi imaginare, visti da lontano, obiettivamente, che figura faccia­no questi re spodestati che seguitano a re­gnare sulle carte geografiche... Io li chia­mo i re senza francobolli... Ogni capitale d'Europa ne accoglie uno, con la sua ap­pendice di ministri senza portafogli e di generali senza esercito... Mio padre ha avuto, almeno, il buon gusto di chiudersi in questa sua vecchia terra, e di sottrarsi agli sguardi della gente indiscreta... In questo è ammirevole e dignitoso... Ma an­che lui, come gli altri, seguita a fare il re senza corona... Ed io non posso consen­tire che mio figlio sia contagiato da idee che non lo riguardano... Tu sei un'ottima mamma, un'ottima nonna, ma resti pur sempre S. M. la Regina Maria, moglie di Re Tabor... - Questo per quanto riguar­da mio figlio... Per il resto...

La Regina                 - Per il resto?

Demetrio                  - Io ho una terra nel Texas, che è vasta come un regno... Può darsi che un giorno tu debba raggiungermi...

La Regina                 - Che vuoi dire, con questo?

Demetrio                  - Una sola cosa: questa grossa pentola ch'è l'Europa bolle... E non è inutile una qualche valvola di sicurezza... No?... Scherzo, mamma... Gli è che mia moglie mi attende laggiù... Mi ha tele­grafato ieri e conta sul mio ritorno...

 (Entra Clarice, la vecchia nutrice, segui­ta da Cristine che subito esce di scena. È curva dagli anni, veste da contadina, si regge a un bastone).

Clarice                      - Permesso, Maestà?

La Regina                 - Venga, Clarice...

Clarice                      - (si avvicina alla Regina, s'inchina, le bacia la mano) Mia grande signora...

La Regina                 - (indicando Demetrio) Guardi chi c'è, Clarice...

Clarice                      - Oh! Sua Altezza...

Demetrio                  - Niente sua altezza: io sono Demetrio, e per te Mitri...

Clarice                      - Per me è Sua Altezza il Principe Demetrio... Sette anni che non lo veggo, Maestà... L'altro anno quando condusse qui il suo piccolo ero ammalata... Ma so tutto... so tutto... Perché Re Tabor quan­do viene a caccia nell'isola di Ram, dove sto io, si ferma alla mia casa, e mi fa l'onore di sedersi sulla mia porta... E allora parliamo del tempo quando si sta­va alla Reggia... E ricordiamo quel mat­tino quando io, la nutrice, dalla finestra, mostrai al popolo il primo figlio di Re Tabor... Quanta gente! Gridavano, bat­tevano le mani, sventolavano i fazzolet­ti! Viva Re Tabor... Viva il Principe De­metrio...

Demetrio                  - Gridavano male...

Clarice                      - E perché? Per il popolo voi re­state i Re e i Principi... Lasciateli pur dire, gli altri... Lasciateli fare...

Demetrio                  - Ecco Clarice che s'impiccia di politica... Dimmi piuttosto: come vanno le gambe?...

Clarice                      - (mostrando il bastone) Son diven­tate tre... Ma con tre si cammina ancora bene...

Demetrio                  - E i figli?

Clarice                      - Li comando con la terza gamba... Figli e nipoti...

Demetrio                  - Insomma, non ti dimetti...

Clarice                      - Io? Mio padre ci ha picchiati fino all'ultimo giorno della sua vita... Era paralitico, e non poteva muoversi dalla sua sedia, ma ci chiamava: - Ve­nite qui... Venite qui... - E noi sape­vamo ciò che ci aspettava e tuttavia obbe­divamo. E lui, dagli, sulle mani, sulle spalle, col suo bastone! Questo per dire che se un giorno mi si secchino le mie gambe, quella di legno seguita a funzio­nare! Re Tabor vuole che gli racconti sempre questa storia. Dice: - Abbiamo gli stessi anni, nutrice... E lo stesso me­todo: - Picchiare...

Demetrio                  - Non potendo picchiare sugli uomini, Re Tabor stermina nei boschi la selvaggina...

Clarice                      - E come! Il bosco ne sa qualcosa... Quando gli alberi lo vedono avanzare, tremano... - A chi toccherà, oggi? - dicono. Abbatte più bestie lui d'un cac­ciatore di frodo. E dove sta lei, ci sono i boschi?

Demetrio                  - Sì! Ma non si perde tempo a tirare agli scoiattoli, noi... Clarice, voi siete sempre golosa?

Clarice                      - È l'unico peccato che dovrò scon­tare all'inferno, se il Signore non avrà misericordia di me... Peccato dei vecchi, Altezza...

Demetrio                  - E allora alimentiamo il peccato dei vecchi... (Dandole del denaro) Per il tuo zucchero e per la tua cioccolata...

Clarice                      - Grazie, Altezza... E il piccolo lo posso vedere?

La Regina                 - Dovrebbe già essere di ritorno! Oggi il nonno l'ha voluto tutto per sé...

Demetrio                  - Me l'ha sequestrato... Se lo por­ta stretto per la mano, come per paura di perderlo... Purtroppo, mamma, l'ha perduto... Sì, cara mamma, io debbo dare stamani una risposta a mio padre... E mi son ridotto proprio all' ultimo mo­mento...

 (Appare dalla porta di fondo Re Tabor. È un uomo alto, potente, bianco di ca­pelli e di barba, occhi di falco sotto le folte sopracciglia. Veste come un caccia­tore: reca, infilata alla cintola, un'ascia. Stringe per la mano il piccolo Tabor che ha dieci anni ed è biondo ed è bello).

 Re Tabor                 - Noi siamo qui... Il nonno e il nepote... Tabor il vecchio, e Tabor il gio­vane... Di' a tua nonna perché ti chiami Tabor...

Il piccolo Tabor        - Perché tu ti chiami Ta­bor...

Re Tabor                  - E il figlio di tuo figlio come si chiamerà ?

Il piccolo Tabor        - Tabor.

Re Tabor                  - E di' ora.. Che vuol dire Ta­bor?...

Il piccolo Tabor        - Vuol dire: accampa­mento...

Re Tabor                  - Bene... Hai detto bene... (Guar­dandosi intorno) Il vecchio accampamen­to, e il nuovo accampamento!... Così! (Al figlio Demetrio) Deve venir qui, per im­parare certe cose, tuo figlio... Non sapeva di quanti squadroni è formato un reggi­mento di cavalleria... Dillo a tuo padre, che l'ha dimenticato...

Il piccolo Tabor        - Otto squadroni...

Re Tabor                  - E ogni squadrone?

Il piccolo Tabor           - Centoventi cavalieri...

Re Tabor                  - E chi comanda il reggimento?

Il piccolo Tabor        - Un colonnello...

Re Tabor                  - E chi comanda tutti i reggi­menti?

Il piccolo Tabor        - Un generale...

Re Tabor                  - E tutti i generali?

Il piccolo Tabor        - Il Re... Il Re comanda tutti...

Re Tabor                  - Ecco, così... Hai detto bene Nutrice, vecchia nutrice, che te ne pare di questo mio nipote?

Clarice                      - È un angelo, Maestà...

Re Tabor                  - Un angelo che piglia il volo... Perché me lo porta via, questo qui... Hai dunque deciso di partire?

Demetrio                  - Non posso rinviare...

Re Tabor                  - E sta bene... E allora, parlia­mo... Volete lasciarci un momento soli qui? (Al piccolo Tabor) Va, ora, con la nonna e con Clarice... Questa è la mam­ma di latte del tuo papà... Vedi com'è vecchia? Eppure quando era giovane...

Clarice                      - Maestà, gli anni passano per tut­ti...

Re Tabor                  - Non per tutti, nutrice... An­date... . (Escono la Regina Maria, Clarice e il piccolo Tabor).

Re Tabor                  - (dopo una lunga pausa) Dun­que?...

Demetrio                  - Sei tu che devi parlarmi...

Re Tabor                  - Hai sentito tuo figlio?

Demetrio                  - Ho sentito, e ho capito che per la bocca di mio figlio intendevi parlare a me...

Re Tabor                  - Già... E tu che rispondi?

Demetrio                  - Confermo ciò che ti dissi un mese fa, quando giunsi qui, e tu mi ac­cennasti...

Re Tabor                  - (con uno scatto) Ma, per Dio, sei pazzo!...

Demetrio                  - Eh, già!... Per te son pazzo... E invece... Non ho più vent'anni... Ho com­battuta una guerra al tuo fianco... L'ab­biamo perduta... Ci hanno scacciati, e ognuno ha preso la sua via... Tu ti sei ridotto qui a fare il cacciatore... Io ho emigrato... Ma a fatti, non a parole... E sono il cittadino d'un nuovo mondo, non solo perché ormai vivo sotto un altro cie­lo, ma perché respiro un'aria che non è Duella della quale tu, mia madre, mio atello Mladi, vi nutrite... Ti confesso che ho dovuto compiere uno sforzo enor­me a liberarmi da questa corazza nella quale fin dall'infanzia sono stato costret­to... Ma l'ho buttata, ormai, nell'oceano, e poiché era greve è colata a picco, e non intendo ripescarla... So che con te biso­gna parlar netto e preciso... Ed ecco, che nettamente e precisamente ti dico: - Rinuncio alla corona del Regno d'Idra, per me e per la mia discendenza...

Re Tabor                  - E che sangue hai tu nelle vene? Ma di chi sei figlio...?

Demetrio                  - Fino a prova contraria, son fi­glio tuo...

Re Tabor                  - Mio?... Va là...

Demetrio                  - Certo son figlio del tempo in cui son nato... Ecco quello che non si vuol capire...

Re Tabor                  - No... Capisco... Non capisco, però, come tu possa arrogarti il diritto di rinunciare anche per la tua discendenza...

Demetrio                  - Questo è il segno della mia convinzione... Se avessi avuto altre idee per la testa non avrei sposata un'ameri­cana... Mi sarei imparentato...

Re Tabor                  - E che credi d'aver fatto, a spo­sare un'americana? Non è per tua mo­glie che parlo... Hai fatto come tutti que­sti smidollati dell'aristocrazia europea che dopo essersi fumato l'ultimo quattrino si son rifatta la pelle indorandosela alle luci della cinquantaduesima strada... Con la differenza che quelli ritornano qui e se­guitano a fare, con i dollari d'oltre ocea­no, i duchi, i principi e i marchesi... E tu che hai pescati i miliardi perché sei figlio di Re Tabor, ti rifugi nel Texas, e l'Oceano ti è servito a buttarci le armi di famiglia... Senti: se, nella cattedrale, di Kòssava, i tuoi avi potessero ascoltarti, si udrebbe un gran tinnire di ferro, tanto riderebbero nelle loro armature... E rido anch'io... Rido, anzi, per tutti loro.. (Pau­sa) Rido?... E se il tuo paese, un giorno, avesse bisogno di te?

Demetrio                  - Di me?

Re Tabor                  - Sì, di te... di te...

Demetrio                  - E parliamo anche di questo... Tu credi davvero che un giorno il nostro paese possa aver bisogno di me? Di noi? Perche quando dici di me, dici noi...

Re Tabor                  - Tu non lo credi?

Demetrio                  - Se lo pensassi non mi sarei mos­so dall'Europa. Dico aver bisogno di me, non come individuo, ma come rappre­sentante d'una dinastia... Come individuo il cittadino Demetrio di Kòssava ripren­derebbe il suo posto...

Re Tabor                  - Ecco: e qual è il tuo posto?

Demetrio                  - Non quello che tu credi... Per­ché al posto che tu credi sarebbe il tuo paese a non volerti... E non è il nostro caso soltanto... Babbo, tu sei molto inge­nuo... Beato te!...

Re Tabor                  - Ingenuo? Paria, paria... che mi diverti...

Demetrio                  - Meno male!... So che non sei abituato a questo linguaggio, e te ne chiedo scusa... Ma consentimi finalmente un'ora di sincerità... Sono vent'anni, dac­ché è finita la guerra, che si gira intorno a quest'argomento, e ognuno s'è fatta, in silenzio, la propria idea... Ora veggo che è necessario parlarne a cuore aperto... È in gioco qualche cosa di molto impor­tante...

Re Tabor                  - Ah! Ti pare importante?

 Demetrio                 - Sì, babbo... Non credere che io non riconosca l'importanza che ha nel mondo quella catena che si chiama di­nastia... Specialmente agli occhi di chi ha regnato, come tu hai regnato! Ma son certo anche che quei tali avi di cui tu parli, il giorno in cui vedessero giungere me a prendere il mio posto tra le tombe di famiglia, oh, allora sì riderebbero e si chiederebbero: - Ma chi è questo in­truso?... - Non ti pare che la nostra casa chiuda degnamente il suo ciclo con Re Tabor? Re Tabor ha regnato, Re Tabor ha combattuto a capo del suo po­polo, il suo popolo l'ha esiliato...

Re Tabor                  - Non mi ha esiliato...

Demetrio                  - Ah! Questa la chiami una vil­leggiatura...

Re Tabor                  - La chiamo un'attesa: il mio popolo non può vivere senza il suo re...

Demetrio                  - Senti, babbo: ormai sono tanti i popoli che ne fanno a meno... E così è del nostro... Vedi: tu vivi chiuso qui, in questo castello, fra i boschi, fra gente che ti chiama ancora Maestà, e fa bene, perché t'ha sempre chiamato così; ti sei portata qui la sala del trono: due' volte all'anno, nelle feste solenni, ricevi i vec­chi dignitari, gli amici fedeli, con gran ce­rimonia... Agli altri può apparire anche un gioco, questo: ma a te, no! Io, in­vece, vivo una vita assai diversa da quella che tu conosci, e che io stesso ho cono­sciuto finché son rimasto nel cerchio chiu­so d'una corte... Ma credi davvero che il mondo sia quello che appare ai Re?

Re Tabor                  - Il mondo è proprio quello che appare ai Re... Sai come stanno i Re? Al­zati, enormi, e la loro ombra s'allunga sui regni, e va oltre i confini dei Regni... E dall'alto guardano...

Demetrio                  - E che vedono?

Re Tabor                  - I popoli...

Demetrio                  - Le formiche...

Re Tabor                  - Sì... Le formiche operaie e le formiche guerriere...

Demetrio                  - E tu che vedi, ora?

Re Tabor                  - Formiche guerriere...

Demetrio                  - Stai ancora a vent'anni fa...

Re Tabor                  - E tu?

Demetrio                  - Veggo, voi, i Re, come tanti doganieri, con gli occhi alle frontiere, a guardare quanti quintali di grano entra­no e quanti escono; a lottare contro i con­trabbandieri delle sigarette e delle idee, ad armare di bocche da fuoco i confini: ad asserragliarvi sempre più nei limiti dei vostri regni: a imbottigliarvi, insom­ma, mentre...

Re Tabor                  - Mentre?

Demetrio                  - È meglio che taccia... Non so se tu capiresti...

Re Tabor                  - No... Di'...

Demetrio                  - Se guardaste un po' meno sulla terra...

Re Tabor                  - Si regna sulla terra... Si vede che non sei nato per regnare... E allora! (Va verso un grande mobile, ne trae un documento, lo pone sulla tavola) Leggi...

Demetrio                  - (legge) Sta bene...

Re Tabor                  - Tu firmi, dunque, la rinuncia alla corona d'Idra a favore di tuo fra­tello Mladi?

Demetrio                  - In piena consapevolezza...

Re Tabor                  - L'Idra combatterà la nuova guerra...

Demetrio                  - Non la guideremo noi...

Re Tabor                  - Firma...

 Demetrio                 - (dopo aver firmato) Del resto Mladi potrà prendere degnamente il mio posto...

Re Tabor                  - Sì, sì... Eppoi Mladi è giova­ne... Tu sei un vecchio ferro logoro! E non parliamone più... Ora parti subito... Dovevi partire, è vero?

Demetrio                  - Sì...

Re Tabor                  - E portati via, subito, anche tuo figlio...

Demetrio                  - Ci scacci?

Re Tabor                  - No... Va...

Demetrio                  - Addio...

Re Tabor                  - Addio, formica...

(Demetrio esce. Re Tabor è turbato, ma si domina, si vince. Si guarda intorno per la sala, contempla alle pareti i ritratti dei Re d'Idra. Suona un campanello. Ap­pare Gunnar, il vecchio servo).

Gunnar                     - Comandi, Maestà...

Re Tabor                  - (indicando il ritratto di Deme­trio che segue quello di Re Tabor sulla parete) Togli di là quel ritratto... E al suo posto mettici quello del Principe Mladi.

Gunnar                     - (esegue. Dopo che ha spostato il ri­tratto) E questo dove Io mettiamo?

Re Tabor                  - Nel solaio...

Gunnar                     - (meravigliato) Maestà...

Re Tabor                  - Nel solaio, ho detto...

Gunnar                     - Sarà obbedito...

(Mentre Gunnar esce con il quadro, entra la Regina Mariacol piccolo Tabor).

La Regina                 - C'è qui il piccola che vuole salutarti...

Re Tabor                  - (burbero) Io l'ho già salutato...

La Rfgina                 - Non vuoi abbracciarlo?

Re Tabor                  - Che se ne fa del mio abbrac­cio?... Hai saputo?

La Regina                 - Sì...

Re Tabor                  - E che ne dici?

La Regina                 - Non credo che pel fatto che tu sia in collera con tuo figlio tu debba trattar male il piccolo...

Re Tabor                  - No... Che ne dici, voglio sa­pere...

La Regina                 - Demetrio ha la sua volontà... Ha gli anni per poter giudicare...

Re Tabor                  - Che anni! Cne volontà! Ho ca­pito, anche tu fai parte della combric­cola...

La Regina                 - No, ma posso capire...

Re Tabor                  - Non c'è nulla da capire... C'è che lui è bandito ormai dalla mia vita... che la porta della Reggia - sì, della Reg­gia, poiché questa è la Reggia dove re­gna Re Tabor, piaccia o non piaccia a voi, e agli altri - la porta oggi si sbarra alle sue spalle, per lui, e per tutti i suoi...

Il piccolo Tabor (aggrappandosi alla gonna della nonna spaurito) Nonna...

La Regina                 - Tabor! Ma che colpa ne ha lui...?

Re Tabor                  - (ricomponendosi) Lui... (Leva d'improvviso tra le braccia il nipote: lo bacia con impeto) Va...

Il piccolo Tabor        - Addio, nonno...

Re Tabor                  - Addio!... Sii buono... Sii for­te... E ricordati del vecchio nonno... Chi comanda tutti i generali?

Il piccolo Tabor        - Il Re...

Re Tabor                  - Hai detto bene... Ricordatelo: il Re... Ora va con la nonna... E salu­tami la mamma, e i fratelli, e tutti lag­giù...

(La Regina Mariaesce col piccolo Tabor. Pausa. Entra Gunnar).

Gunnar                     - Maestà, sono giunti...

Re Tabor                  - Sta bene... Chiamami il gene­rale Balakis...

(Gunnar esce: entra subito dopo il gene­rale Balakis).

Balakis                     - (sull'attenti) Maestà.

Re Tabor                  - Stia comodo, generale... Gun­nar mi annuncia l'arrivo dei nostri ami­ci... La prego di andar loro incontro e di riceverli... Vi aspetto qui...

Balakis                     - Subito, Maestà... (esce).

Re Tabor                  - (suona il campanello, appare Gun­nar) Tu, ora, starai di guardia a quella porta, perché nessuno entri...

Gunnar                     - Sarà servita, Maestà... Re Tabor          - Hai visto chi è giunto? Gunnar         - Sì, Maestà... S. E. Rudivich, il Maresciallo Karvalek, e il Dott. Dobiani. Re Tabor           - Ti hanno riconosciuto? Gunnar   - Sì, Maestà... Re Tabor          - Quanti anni che non li vedevi? Gunnar        - Dal tempo della guerra... Re Tabor - Vecchi? Gunnar        - Tutti bianchi, ormai... Re Tabor        - Come te...

Gunnar                     - (guardando il capo canuto del Re) Sì, Masetà... Come me...

Re Tabor                  - Dimmi: e se scoppiasse una nuova guerra, tu torneresti a combattere?

Gunnar                     - (comico) Con queste gambe, Mae­stà... Eppoi abbiamo fatta la prima...

Re Tabor                  - E se il vecchio Re rimontasse a cavallo?

Gunnar                     - Oh! Allora!... Io sarei al seguito del mio vecchio... del mio Re... (Entra il Generale Balakis e si mette di fianco, sulla porta).

Balakis                     - Il Maresciallo .Karvalek, S. E. Ru­divich e il Dott. Dobiani chiedono di es­sere ammessi alla augusta presenza della Maestà Vostra...

Re Tabor                  - S'accomodino...

(Gunnar esce. Entrano Dobiani. Karva­lek e Rudivich. Vestono l'abito borghe­se. Si fermano a debita distanza dal Re. S'inchinano. Il Generale Karvalek saluta rigido sull'attenti).

Re Tabor                  - (dopo aver avanzato verso i tre, stringe loro la mano, batte confidenzial­mente sopra una spalla del Generale Kar­valek) Siate i benvenuti... Avete fatto buon viaggio?

Dobiani                    - Ottimo, Maestà...

Re Tabor                  - Tutto è andato bene?

Rudivich                  - Abbiamo viaggiato per proprio conto, fino alla frontiera, donde siamo! artiti insieme per raggiungere il Castel      - o di Walberg...

Re Tabor                  - Vi aspettavo!... Sono lieto di rivedervi... E di ritrovarvi ancora bene in gamba... Si può dire che gli anni ab­biano combattuta una vana battaglia con­tro di voi... S. E. Rudivich è ancora un cacciatore dal colpo infallibile? E lei, Do­biani, il solitario, il dotto, è ancora ca­pace di vegliare le notti intere alla sua tavola da lavoro? E lei, Karvalek, com­pagno di giovinezza, resta pur sempre queirimpenitente donnaiolo, che, dopo una notte di bagordi, gareggiava con me in una marcia cu sei ore a cavallo?

 Karvalek                  - Maestà, a cavallo ci si sta an­cora qualche ora, ma in quanto alle notti di bagordi...

Re Tabor                  - Eh! Eh! Dimissionario dalle fatiche notturne! Del resto non è ciò che serve in questo momento... Vogliono ac­comodarsi?

(/ tre si fermano presso tre alte poltrone che stanno intorno alla tavola del Re. Ma non osano sedere).

Re Tabor                  - No... No... Seggano... Io pre­ferisco stare in piedi... È vero, generale Balakis, che Re Tabor non usa scaldare il fondo delle poltrone?... S'accomodino, prego... (E poiché gli altri esitano ancora, siede gravemente nella poltrona di cen­tro) S'accomodino... (/ tre siedono) Ec­coci qui, dunque, riuniti come un tem­po: i miei tre consiglieri... I mici tre fidi consiglieri... In questa epoca che fa del tradimento il suo pane quotidiano, que­sta fede è rara... Più rara ancora per i Re che vivono in esilio, e che il mondo dimentica...

Rudivich                  - Il popolo d'Idra non ha dimen­ticato il suo Re, Maestà! ,

Re Tabor                  - Lo so... Vivo per questo... Amo il mio popolo... Son nato per servire il mio popolo, mio solo pensiero... Son ven         - t'anni, e voi lo sapete, che il mio cuore non e qui: è tra i miei soldati e tra i miei sudditi... Conosco la missione che il mio popolo oggi vi ha affidata, e son qui per ascoltarvi e per obbedire...

Rudivich                  - Maestà, a me tocca l'onore di annunciare alla Maestà Vostra che il po­polo d'Idra invoca, oggi, il ritorno del suo Sovrano...

Re Tabor                  - (solenne) Ho obbedito il giorno in cui il mio popolo mi ha indicata la via dell'esilio, ed obbedisco oggi che mi richiama sul trono...

I Tre                         - (levandosi) Viva il Rei

Re Tabor                  - Viva il nostro popolo! (Pausa) Ma voi sapete, e il popolo sa, che il ri­torno di Re Tabor può anche dire la guerra?

Rudivich                  - Il popolo è pronto alla guerra...

Re Tabor                  - E sia fatta la volontà di Diol Vent'anni di attesa! Viva la nostra guer­ra! Dica, generale Balakis, quante notti abbiamo vegliato sui nostri piani di mo­bilitazione... Ed era lui che doveva dir­mi: - Maestà, è l'alba! - Ma di que­sto avremo tempo di parlare. Per ora vo­glio che si sappia che il Re, in questi venti anni, ho lavorato per il suo paese! (Con altro tono) E voi, come mi trovate?

Karvalek                   - Vegeto e forte, Maestà...

Re Tabor                  - Infatti monto a cavallo ancora come un alfiere della guardia, e non te­mo la pioggia e il vento. Ma settantanni sulle spalle... Amici miei, Re Tabor è vecchio...

Balakis                     - Maestà...

Re Tabor                  - Son vecchio, caro Balakis... E a quest'oggi mi è venuto a mancare uno ei due bastoni sui quali poteva contare la mia vecchiaia. È mio dovere dirvi su­bito, che una crisi si è compiuta nella nostra successione: il mio figlio primo­genito ha oggi firmato l'atto di rinuncia al trono per sé e per i suoi discendenti. Noi non ci siamo opposti, perché noi, og­gi, abbiamo bisogno di principi che stia­no al nostro fianco col cuore e con la spada. A mio figlio Demetrio, succede oggi S. A. il Principe Mladi. Generale Balakis, vuol chiamare il Principe Mladi? Balakis    - Subito, Maestà... (Esce).

Re Tabor                  - Mladi è giovane. Sarà il brac­cio destro del vostro Re. E quando il Re chiuderà gli occhi, la nostra corona pas­serà nelle mani di chi vuole, può e sa regnare. Io voglio che questo avvenimen­to sia consacrato. Subito, alla vostra presenza.

 (Entra Balakis che dà il passo al Principe Mladi. Mladi ora veste l'abito da caval­lo. I tre ospiti si levano al suo apparire).

Re Tabor                  - Stiano comodi... (Al Principe Mladi) È un'ora solenne, Mladi, per il nostro paese e per la dinastia. Il nostro paese richiama sul trono il suo Re. Sia­mo forse alla vigilia d'una nuova guerra. Tu non hai combattuto l'altra: sei troppo giovane. Se fummo piegati, non un sol­dato nemico varcò le nostre frontiere. Oc­cupiamo, ancora, con i nostri morti le terre che invademmo... Sono le nostre avanguardie. Le raggiungeremo. Ma la guerra si fa per i morti e per i vivi: e noi dobbiamo farla soprattutto per i vivi. La nazione è pronta: è pronto il suo Re. E tu, da oggi, prendi il posto di De­metrio...

Mladi                        - Babbo!

Re Tabor                  - Demetrio ha rinunciato per sé e per i suoi: da oggi l'erede al trono sei tu. E tu assumerai il comando della terza armata, che era destinato a tuo fratello. Questo è l'ordine del Re. Il procuratore Rudivich, il maresciallo Karvalek, il dot­tor Dobiani, i tre uomini che furono fe­deli alla dinastia, anch'essi tornano ogei accanto al Re, nel consenso nostro e della Nazione, che li ha inviati emissari ed in­terpreti della volontà del popolo. (Con altro tono) Ora ti prego di far onore ai nostri ospiti. Voi avete viaggiato: avrete bisogno di riposo: questa sera avrò il pia­cere di convocarvi ancora una volta... (I Tre si avviano verso la porta. Sulla so­glia si volgono e si piantano sull'attenti).

I Tre                         - Viva il Re!

(Re Tabor saluta sull'attenti. I Tre esco­no con Mladi e col Generale Balakis).

(Pausa).

Re Tabor                  - Gunnar!

Gunnar                     - (apparendo sulla soglia) Maestà!...

Re Tabor                  - Prepara per il pranzo di sta­sera la mia divisa di generale della guar­dia... Sì... E tu preparati a dormire an­cora una volta sotto la tenda... Ehi vec­chio Gunnar, è finita la quarantena... È finita la peste... Si torna alla Reggia, Gunnar.

Gunnar                     - (inginocchiandosi e baciando le ma­ni al Re, commosso) Maestà...

Re Tabor                  - E tu volevi lasciar le tue ossa, qui, nel Castello di Walberg? E che il tuo Re poltrisse come un vecchio cavallo a riposo, a brucar l'erba dei boschi? Re Tabor è in piedi: più alto di prima! O credevate che il mio fucile mi servisse ad abbattere starne? Ad ogni colpo era se­gnato il capo d'un nemico. Ora tutti giù: tutti giù, Gunnar, sotto il nostro piombo.

CALA LA TELA

ATTO SECONDO

Il principe giovane

 

 Una stanza della Reggia. Nell'appartamento del Principe Mladi. La porta di fondo è aperta. Oltre la porta si vedrà un grande salone, e più oltre un grande balcone aper­to. È sera: s'odono dalla strada i canti di guerra dei soldati che partono per il fronte. La folla griderà: « Viva Re Tabor », « Vi­va il Principe Mladi ». La Famiglia Reale sarà affacciata al balco­ne. Poi la Famiglia rientrerà nella sala. Mo­vimento. Si chiudono gli sporti del balcone. Dalla porta di fondo entrerà Mladi, prece­duto da due camerieri in livrea che chiude­ranno alle sue spalle la porta. Pausa.

Mladi                        - (solo: buttandosi sopra un divano).     - Oh! Basta, ora. (Suona un campanello).

Il Tenente Ralf         - (apparendo alla porta di sinistra) Comandi, Altezza?

Mladi                        - Niente: non comando niente... De­sidero, soltanto, passare in pace queste ultime ore, prima della partenza... Ha dato ordini perché la mia cena sia ser­vita qui?

Il Tenente                 - Sì, Altezza...

Mladi                        - Il bagaglio è pronto?

Il Tenente                 - Sì, Altezza. Ho provveduto a tutto.

Mladi                        - (guardando l'orologio) Grazie! Quattro ore ancora! Magnifico spettacolo, è vero?

Il Tenente                 - Sì, Sua Maestà era commosso...

Mladi                        - Sì! E finalmente domani in linea! (Con altro tono) Quante donne prendono il lutto per la sua partenza?

Il Tenente                 - Il lutto? Non sarebbe di buon augurio, Altezza... Lascio una fidanzata...

Mladi                        - Una sola?... Già, lei fa parte di quella generazione che non perde il tem­po dietro le gonne... È strano: uno dei fenomeni più singolari che io ho potuto osservare, dopo il mio ritorno da Wal   - berg, appena ho ripreso contatto con la vita del nostro paese, è questa corsa dei giovani al matrimonio... Un tempo: pri­ma di legarsi! Gli ufficiali, poi! Ora, in­vece, tutti mariti o fidanzati. Poi scop­pia la guerra, e le donne piangono!

Il Tenente                 - Non credo che le nostre don­ne piangano, Altezza.

Mladi                        - Male: qualche lacrima non gua­sta. Il pianto, dunque, sarebbe un attri­buto femminile che si va perdendo? Se non piangono le donne, come fai ad ac­corgerti che parti?! (Con altro tono) Lei, forse, questa sera, vorrà essere libero, fino airora del treno.

Il Tenente                 - Come crede, Altezza.

Mladi                        - Vada pure! Ci rivedremo alla mez­zanotte.

Il'Tenente                 - Grazie, Altezza! (Fa per usci­re dalla sinistra: sulla porta si incontra con la Regina Maria.Con un inchino) Maestà! (esce).

Mladi                        - Oh! Mamma.

La Regina                 - Mladi, mi han detto che non cenavi con noi...

Mladi                        - Verrò più tardi a prendere il caffè in salotto. Sai: all'ultimo momento si ha sempre bisogno di sbrigar qualche cosa... Eppoi voglio radermi, voglio sdraiarmi... Riposarmi un momento. Insomma voglio fare il mio comodo...

La Regina                 - (fissandolo) Mladi!

Mladi                        - Che?

La Regina                 - (poggiandogli le mani sulle spal­le) Figliolo mio!

Mladi                        - Beh! E che ti prende ora?

La Regina                 - Fammi stare un momento co­sì, con te... Di fronte agli altri, bisogna farsi forza: qui, con te, fa che io sia per un momento la mamma, unicamente la mamma... Baciami, creatura mia...

Mladi                        - (scherzoso) Dove debbo baciarti? Qui, sulla punta del naso? Sugli occhi? Sulla fronte? Sulle mani? (Curvandosi e baciandole le mani) Sulle care mani?

La Regina                 - (stringendo fra le mani il volto del figlio) Mladi: per tutte le mamme: per tutte le mamme che vedono partire i loro figlioli...

Mladi                        - Eppoi si dice che le donne non piangono! Ma tu sei d'un altro tempo.

La Regina                 - Io ho visto un'altra guerra...

Mladi                        - Lo so. Basta! Tutti quelli che han visto un'altra guerra, tranne mio padre, se n'escono con questa frase. E io non l'ho vista: noi non l'abbiamo vista. Da­teci, dunque, anche a noi la possibilità di fare quest'esperienza... quando l'avre­mo fatta, incominceremo anche noi a tre­mare.

La Regina                 - Ma io non tremo, figliolo mio.

Mladi                        - No: tu salti dalla gioia.

La Regina                 - Non tremo... Ah! Non crede­rci... È un'altra cosa: è quella coscienza che si ha di fronte al pericolo, e che in una donna della mia età si fa più palese, più precisa...

Mladi                        - Cara mamma, i venti anni del Ca­stello di Walberg non ti hanno giovato.

La Regina                 - Infatti: forse è così... Perdo­natemi se non riesco a tenermi su...

Mladi                        - Ti terrò su io, con un buon cock­tail... Vuoi?

La Regina                 - No: grazie...

Mladi                        - Lo berrò io, alla tua salute.. (Va a un mobile: ne trae una bottiglia, mesce un cocktail. Levando il bicchiere) Cin, cin! (lo beve d'un fiato) Sai che cos'è: questi giorni sono costati a tutti una gran­de fatica... Io non so come faccia a reg­gersi in piedi mio padre... È un uomo di ferro... Ieri, quando ha passato in ri­vista la Brigata Kossava, su quel suo ca­vallo bianco, pareva un monumento che camminasse... Avresti dovuto vederlo...

La Regina                 - Tu hai una grande ammira­zione per tuo padre...

Mladi                        - Sì: vorrei essere come lui. Pur­troppo, qualche volta penso...

La Regina                 - Di'!...

Mladi                        - Guarda le mio mani: son simili alle tue... Invece, Demetrio, ha le mani di suo padre... Ed è ostinato, a modo suo, come suo padre...

La Regina                 - Anche questo dissidio con De­metrio, sapessi! Ed io che sto fra due fuochi! Avrei voluto che tuo padre acco­gliesse con maggiore comprensione le ragioni che hanno spinto Demetrio a scri­vergli...

Mladi                        - Anche a me, ha scritto Demetrio...

La Regina                 - E tu che gli hai risposto?

Mladi                        - Gli ho detto che non ero io a do­vere e a poter prendere una decisione. Tu sai che gli voglio bene: che l'ammi­ro, perche ho sempre riconosciuto, in ogni sua parola, la sua lealtà. Sai che l'ho di­feso, tante volte, di fronte a nostro pa­dre. Ma questa volta, Demetrio, l'ha vo­luta lui. Che bisogno c'era di dare inter­viste, di esporre al pubblico le sue idee, buone o cattive che fossero, quando il suo paese giocava una carta qua! è quella d'una guerra? Poi chiede d'arruolarsi. Se nostro padre è inflessibile, io non so dar­gli torto. Anche perché lui è tutto. È Io Stato, è il popolo, è il Re. O lo si in­tende così, o niente. Ci sono uomini che bisogna seguire ad occhi chiusi, perché prendono ogni responsabilità sulle loro spalle.

La Regina                 - È una grande responsabilità quella che si è assunta tuo padre, in que­sto momento...

Mladi                        - E con ciò? Vuoi metterti anche tu a discutere sulla guerra, quando hai già i soldati alla frontiera? A questo pun­to la guerra si fa e si vince, a costo di lasciarci tutti la pelle...

La Regina                 - Forse si poteva evitarla...

Mladi                        - Che ne sai tu? Non si è evitata: non si è voluto evitarla. Del resto il po­polo l'ha accettata e la vuole; e dunque...

La Regina                 - I popoli obbediscono a chi li governa...

Mladi                        - Si fa e si vince! Questo è l'impor­tante. Il resto non conta.

La Regina                 - Son le parole di tuo padre!

Mladi                        - Son le parole di chi si butta di proposito in una impresa! E lasciaci par­tire, con questa certezza! Io sono allegro: • io sono contento... E così devi essere tu!

La Regina                 - E sii benedetto, creatura mia!

Ludovico                  - (apparendo sulla porta di sinistrò) Il pranzo è servito, Maestà.

La Regina                 - Grazie... Addio, Mladi: a più tardi...

Mladi                        - Addio, mamma...

(Mladi accompagna alla porta la Regi­na: le bacia la mano. La Reginaesce).

Mladi                        - (a Ludovico) Allora preparate qui la cena.

Ludovico                  - Sì, Altezza.

Mladi                        - Accendete la radio.

Ludovico                  - Subito. (Accende la radio. Alla radio s'odono le seguenti parole: « Tutta la città è imbandierata. Le truppe hanno sfilato questa sera... »).

Mladi                        - Questo lo sappiamo... (Gira l'inter­ruttore. Poi, al cameriere) Pescami un jazz! (Mentre accende una sigaretta, Lu­dovico riesce a pescare il motivo d'uno jazz) Ecco: così! (Esce dalla porta di destra).

(Il cameriere prepara la tavola. La musica del jazz colma col suo forte ritmo il si­lenzio. Poi dalla porta di sinistra appa­rirà Cristine).

Ludovico                  - Contessa...

Cristine                     - Sua Altezza?

Ludovico                  - È di là, Contessa. Vuole che lo chiami?

Cristine                     - No. Lasci fare. Aspetterò.

(// cameriere esce. Cristine si toglie il mantello, accende una sigaretta, va alla radio, gira il bottone. S'ode una sinfonia di Beethoven).

La voce di Mladi      - Jazz! Ludovico! Jazz! (Cristine sorride. La musica prosegue).

Mladi                        - (apparendo sulla porta a destra, in veste da camera, con il volto mezzo ra­sato e mezzo insaponato) Jazz! Oh! Tu sei qui? Scusami...

Cristine                     - Speravo che avessi intuito...

Mladi                        - Veramente, no. Oh! Cara! Ma sai che è una bella sorpresa. E io che cre­devo di doverti salutare, ufficialmente, alla stazione! Un bacio! qui, sulla guan­cia rasata! Benissimo.

Cristine                     - Infatti sarei venuta alla stazione, ma poi ho pensato che questa sera tu parti, e che a S. M. la Regina non di­spiacerà avere accanto la piccola Cristi­ne... Eppoi avevo bisogno di parlarti di cose molto importanti e urgenti...

Mladi                        - E allora, permettimi che almeno finisca di radermi... Hai cenato?

Cristine                     - No. Non mi sentivo...

Mladi                        - Vuoi cenare con me? Ludovico.

Ludovico                  - (apparendo sulla porta) Altezza?

Mladi                        - Due posti: la contessa cena qui...

Ludovico                  - Subito, Altezza... (Esce).

Mladi                        - Torno subito. To': fuma, leggi... (Le porge una scatola di sigarette, qual­che rivista. Esce rapido dalla destra).

Ludovico                  - (rientra dalla sinistra e prepara il secondo posto a tavola).

Cristine                     - E lei, Ludovico, seguirà Sua Al­tezza ?

Ludovico                  - (con molto sussiego) No, Con­tessa: la mia presenza per il momento non è necessaria al fronte.

Cristine                     - Quanti anni ha lei?

Ludovico                  - Cinquantadue: milizia territo­riale: voglio augurarmi che la mia classe non sia richiamata. La volta passata en­trarono in linea anche gli uomini della mia età. Si trovarono accanto, in trincea, i padri e i figli. Io ero sergente, e avevo alle mie dipendenze mio padre, che era soldato semplice. Mi rincrescerebbe, oggi, di passare, col grado di sergente, alle di­pendenze di mio nipote che è partito in questi giorni alfiere in fanteria.

Cristine                     - Speriamo che tutto finisca presto.

Ludovico                  - È sempre quello che si dice quando s'inizia una guerra: si parte sem­pre con l'idea che debba finir presto. Poi, quasi sempre, finisce tardi. Basta qualche piccolo incidente...

Cristine                     - Siete piuttosto scettico, voi, Lu­dovico.

Ludovico                  - No, contessa: l'esperienza. Dac­ché son nato non ho sentito parlare che di guerra. E allora mi son fatto un certo concetto.

Cristine                     - Pessimista, a quanto pare.

Ludovico                  - No, ottimista. La guerra, bene o male, dovrà pur finire! Si tratta di sa­pere quale sarà l'ultima.

Cristine                     - Questa sarà l'ultima.

Ludovico                  - É da augurarselo, contessa. Per me certo sarà l'ultima. È difficile che alla mia età io faccia a tempo per rivedere gli uomini rimettersi in piedi e azzuf­farsi ancora una volta. Pare che gli istrumenti di distruzione siano tali da minac­ciare non solo quelli che stanno al fron­te, ma anche coloro che vivono lontani dal fronte. E quando il piombo segna un po' tutti, prima che passi la cica­trice...

Cristine                     - Parlate come un esperto di cose militari.

Ludovico                  - Leggo i giornali. Conosco tre lingue. E sono al servizio di S. A. il Principe Mladi.

Mladi                        - (rientra già vestito in tenuta grigio verde) Eccomi pronto: ho fatto presto?

Cristine                     - Prestissimo.

Mladi                        - A tavola: spero che vi acconten­terete della mia cena, molto modesta.

Cristine                     - Vi ho detto che non avevo ap­petito.

Mladi                        - In quanto a questo ve ne presterò un po' del mio: divideremo la cena e l'appetito,

Cristine                     - Siete allegro, Altezza...

Mladi                        - Allegrissimo... Che ci fornisce la mensa, Ludovico?

Ludovico                  - Cena fredda, come S. A. aveva comandato.

Mladi                        - E champagne... Per brindare alla vittoria...

Ludovico                  - Benissimo, Altezza. Provvedo subito. (Esce).

Mladi                        - Dunque? Le cose importanti e ur­genti? Ce ne può essere una che sia più importante e più urgente di rivederci qui, a questa tavola, noi due soli?

Cristine                     - Sì, Mladi.

Mladi                        - E quale?

Cristine                     - Demetrio è qui.

Mladi                        - Demetrio?

Cristine                     - È giunto da Londra, in aero­plano, un'ora fa. E vuole parlarti, prima che tu parta.

Mladi                        - Ma è una pazzia. E come si fa?

Cristine                     - Se tu mi autorizzi io so dove telefonargli. Ed è subito qui.

Mladi                        - Ma, tu capisci, a parte le noie che possono capitare a me - il che non con­ta - il rischio a cui si espone lui... Già non so come abbia fatto ad entrare in città...

Cristine                     - Neppure io lo so. Ad ogni modo se mi ha telefonato, se si è rivolto a me, se rischia tutto per tutto, non lo si può abbandonare. Chiede di parlarti, si ri­volge a te... Vuol dire che tu sei l'unica persona in cui confida...

Mladi                        - È giusto. Telefonagli subito. Digli che venga: venga per l'ingresso del giar­dino. Un momento: pregherò il tenente Ralf che lo attenda al cancello e l'accom­pagni. È più prudente. (Va al telefono) Pronto? Casa del tenente Ralf? Sì. Gra­zie. Mi duole di doverla disturbare, Ralf. È necessario che ella torni d'urgenza a Palazzo... Attenderà all'ingresso del giar­dino mio fratello... Sì... È giunto stasera d'improvviso... Lo accompagni al mio appartamento... Il massimo riserbo... - Puoi dire a Demetrio che fra venti mi­nuti lo attendo...

Cristine                     - (al telefono) Pronto... Sì... Sono io... All'ingresso del giardino, fra venti minuti sarà atteso dal tenente Ralf... - Grazie, Mladi. Così dovevi fare.

Mladi                        - Sì! Ora finché non giungerà, non parliamone. Gli sono grato, oltre tutto, di avermi consentito di rivedere te a quat­tr'occhi.

Cristine                     - Oh, se non fosse stato per lui non sarei venuta.

Mladi                        - E avresti fatto malissimo.

Cristine                     - No. Bisogna stare ai patti.

Mladi                        - Vuoi far la donna forte?

Cristine                     - No. Voglio che il pensiero di me non pesi, in questo momento, sulla tua vita. Ecco: l'arrivo di Demetrio ti dimo­stra che possono esservi cose più impor­tanti. Per operar bene, bisogna essere li­beri.

Mladi                        - Parole!

Cristine                     - Chiamale così. Del resto questa libertà non è di oggi. È del giorno in cui abbiamo lasciato il castello di Wal­berg. Da quel giorno, ricordi, tu hai avuto da me la tua libertà.

Mladi                        - La libertà di volerti bene?

Cristine                     - Di volermi bene, senza impegni. Io sono rimasta al posto che avevo al ca­stello di Walberg: una buona e modesta amica dei giorni dell'esilio... Tu no... Il cerchio della tua vita, da allora, si è al­largato... Sei diventato colui su cui, oggi, pesa il destino d'una nazione... Ecco, che per forza di cose, contro la tua stessa volontà, tu sei votato a una donna d'un altro rango... Anche se mi vuoi bene... Anche se senti che la donna tua sarei io...

Mladi                        - Lo sei...

Cristine                     - Lo sono, e lo sono stata infatti... Tuttavia non sarò la donna della tua vi­ta... Ma questo non importa... Ti voglio bene... Tu lo sai... E ti vorrò bene... In questo sono una donna forte... E sono lieta che Demetrio si sia rivolto a me: ha capito che la persona più fedele a te, sono io...

(Entra Ludovico con un grande vassoio con la cena e con lo champagne).

Mladi                        - Posate ogni cosa, lassù... Grazie. Verrà tra poco il tenente Ralf: accom­pagnerà il principe Demetrio...

Ludovico                  - (meravigliato) Il principe De­metrio?

Mladi                        - Fatelo passar subito. (Facendogli segno di tacere) Ludovico!

Ludovico                  - Oh! Altezza... I domestici dei re e dei principi più che parlare deb­bono saper tacere... (Esce).

Mladi                        - (dopo una pausa: guardando tenera­mente Cristine) E allora?... Come un tenente della guardia e la sua fidanzata: in questa ultima ora! Cristine, dimenti­chiamo per un momento le mura di que­sto vecchio palazzo, questi alti soffitti, Demetrio, tutto... Siamo due giovani che si debbono lasciare... È come se stessimo sotto gli alberi d'un grande bosco... Noi e la nostra gioventù... E il mondo è abo­lito...

Cristine                     - Sì, Mladi... (S'è levata, lo stringe al cuore).

Mladi                        - Ecco: siamo giunti con la nostra piccola automobile, lontani dalla città... Ci siamo sdraiati all'ombra d'un abete... È eiorno... C'è il sole... Il sole del ca­stello di Walberg... Tu giochi coi fili di erba, e il sole ti ferisce con un suo rag­gio impertinente nei capelli... Ecco: mi sono inginocchiato sul prato, ed ho aperto la cesta delle vivande... Ecco: carne fred­da... (Dal vassoio trae in un piatto la car­ne fredda per Cristine) Non vuoi?

Cristine                     - Sì...

 Mladi                       - Hai fame?

Cristine                     - Un poco...

Mladi                        - La trasfusione dunque si compie... Sono io che, ora, vo perdendo Tappetilo... Questo nodo, qui, alla gola... Ci vuole un sorso di champagne, per scioglier­lo... (Colma due bicchieri di champagne) Bevi... (anch'egli beve) S'è sciolto... Re­spiro... Che pensi?

Cristine                     - Penso che te ne vai, Mladi... Penso che si rimane qui tanto soli...

Mladi                        - (scherzoso) Nel bosco? Sotto gli alberi ?

Cristine                     - No: qui... (Levandosi di scatto) Lasciami andare... Sono una piccola don­na idiota... M'ero proposta tanta fermez­za... E sono tutta una pena...

Mladi                        - (scherzoso) Ho capito: è il sole che ti dà alla testa... Vieni più in qua... al­l'ombra... Siedi: siedi su questa panca... (La fa sedere sul divano) E baciami... Ve­drai che ti farà bene...

Cristine                     - No... No... Mladi...

Mladi                        - Ssst! Non piangere! Noi e la no­stra gioventù. E la gioventù non sa peri­coli, non sa partenze, non sa rimpianti. Tutto è da cogliere ancora: tutto l'amo­re, tutta la vita. Quanta speranza, Cristy...

Cristine                     - E quanta spensieratezza!

Mladi                        - Sì, quanto spensieratezza. Ma quanta forza. Com'è bello, questo! Bel­lissimo e tremendo. E anche a doverla perdere, questa pelle, che non vale un soldo! E che importa?

Cristine                     - (sgomenta) No!

Mladi                        - No. Infatti. Sta certa che intendo riportarmela a casa senza una scalfittura. Ma se così non fosse? Andarsene, così; con un volto giovane: restare nella me­moria di quelli che ci amarono, con tutti i capelli bruni, senza una ruga, snelli, asciutti, i denti sani. E gli altri invec­chiano, e tu resti ragazzo, sempre; e gli altri tradiscono, e tu resti fedele a te stes­so, perché, alla nostra età, si è intatti an­cora d'anima e di cuore. Ti assicuro che, a pensarci, è una predilezione di Dio!

Cristine                     - E io?

Mladi                        - Tu? Tu, attendimi. Una piccola automobile a due posti. E torneremo pre­sto in campagna: un tenente e la sua fidanzata. (Beve) Al mio ritorno.

Cristine                     - E alla nostra vittoria!

Mladi                        - Alla mia bella armata. Così, Cristy: senza lacrime. Sorridi! Come brillano i tuoi denti, quando sorridi... (Fa per avvicinarsi e per baciarla). (S'ode picchiare alla porta).

Mladi                        - (ritraendosi)     - Avanti...

Il Tenente Ralf         - (sulla soglia)    - S. A. il Principe Demetrio... (Entra Demetrio. Ralf si ritira).

Mladi                        - (con impeto) Oh! Demetrio! (L'ab­braccia).

Demetrio                  - (dopo una pausa commossa) Mla­di!... Cara Cristine, grazie! E grazie an­che a te...

Mladi                        - Di che?

Demetrio                  - Di questo abbraccio. E di tutto, io so di averti chiesto molto, ma ho fi­dato sulla tua generosità. A quest'ora no­stro padre sarà già informato che Deme­trio ha messo il piede sul « vietato suolo della patria ». C'è voluta tutta la mia forza d'animo. All'aeroporto sono stato riconosciuto. Il comandante, pover'uomo, era perplesso. Gli ho detto: Il principe Demetrio di Kossava si assume ogni re­sponsabilità di ciò che domani possa ac­cadere. - L'altro ha obbedito. E ha mes­so a mia disposizione un'automobile. Poi Cristy ha provveduto al resto.

Cristine                     - Ora, se permettete, io vi lascio... Vado di là... Demetrio, debbo dire a S. M. la Regina che lei è qui?

Demetrio                  - No: la prego. E bene che si parli fra noi due, prima. Tu hai qualche minuto libero?

Mladi                        - Fino alla mezzanotte.

Demetrio                  - Sta bene. Ti pregherò, poi, di annunciarmi a mio padre...

Mladi                        - Io?

Demetrio                  - Rispettiamo le gerarchie...

Mladi                        - Ma scherzi, Demetrio! Cristine, verremo più tardi insieme, a prendere il caffè in salotto. Ecco tutto.

Cristine                     - Arrivederci, allora.

Mladi                        - Arrivederci.

(Cristine esce C'è una pausa fra i due fratelli).

Demetrio                  - Io non so se tu approvi questa mia infrazione a un ordine perentorio, che avrei dovuto rispettare ad ogni costo.

Mladi                        - Io so che tu sei qui. E mi basta.

Demetrio                  - Otto giorni fa sono partito, in incognito, da New York. É stata una tra­versata angosciosa. Temevo di tradirmi. La Radio a bordo comunicava di conti­nuo le notizie di ciò che accadeva in Europa. Quattro giorni fa si è verificato un incidente di frontiera. E ho capito che la dichiarazione di guerra era inevi­tabile. Sono giunto, a Londra, iersera; stamani ho preso il primo aeroplano in partenza, e son volato qui. E son qui, ai vostri ordini. È al principe ereditario che parlo...

Mladi                        - Ma lascia andare... Se tu l'ultima volta che venisti a Walberg ti fossi consi­gliato con me, io ti avrei detto che la tua rinuncia era un'avventatezza, o per lo meno una cosa inutile...

Demetrio                  - Non ti parlai, proprio per agire in piena libertà...

Mladi                        - Senti, Demetrio: prima d'ogni al­tra cosa io voglio che si chiarisca fra noi questa situazione. Sappi che se intendi tornare sui tuoi passi, io son pronto a riprendere il mio posto. Anche oggi, che uno dei compiti maggiori è affidato a me.

Demetrio                  - Io non intendo tornare sui miei passi...

Mladi                        - D'accordo. Ma Tunica persona che, in questo momento, quali che possano essere i risultati d'un inevitabile incontro con nostro padre, finisce col trovarsi a di­sagio, sono io...

Demetrio                  - Allora tu non approvi questo mio ritorno?

Mladi                        - Non posso né approvarlo né disap­provarlo. Nasce dalla tua coscienza, evi­dentemente. Ma ciò non toglie che, pro­prio per obbedire anche io alla mia co­scienza, senta il bisogno di manifestarti il mio pensiero e i miei sentimenti, nei nostri rapporti, di oggi e di ieri. '

Demetrio                  - Io ti ringrazio. I nostri rapporti sono inalterati e inalterabili. Io ormai so­no fuori rango.

Mladi                        - E allora perché saresti tornato?

Demetrio                  - Per due ragioni: sono partito con un'idea pazza: ho sperato di giungere in tempo ad evitare lo scoppio di questa mina. Poi, a cose fatte, ho sen­tito che, quali che possano essere le no­stre idee, quando nostro padre, nostro fratello, tutti marciano, si torna e ci si mette in riga con gli altri. Mio padre mi aveva inibito il ritorno nel regno. Io sono venuto da te perché tu gli parli. Ti senti di chiedergli l'autorizzazione a farmi rientrare, col mio grado, nelle file delia guardia? L'ho chiesto per iscritto. Non mi è pervenuta risposta. Può un cittadino chiedere questo al suo Re?

Mladi                        - Oh ! Demetrio, perché non dici: « Può un fratello chiedere questo a un fratello? Può un figlio chiedere questo a un padre? ».

Demetrio                  - No... No... Voglio che la mia posizione di fronte al posto che io desi­dero occupare, rimanga quella d'un libero cittadino...

Mladi                        - È strano: tu che parli sempre di libertà sei quello che più ti irretisci nelle formule... E sta bene: salveremo la tua suscettibilità... L'importante è che un buon soldato, quale tu sei, torni con noi... Hai fatto benissimo a forzare la mano, Demetrio... Io ho pensato tanto a te e sentivo che avresti tentato l'impos­sibile, e saresti venuto... Io ti aspettavo... (S'ode picchiare alla porta).

Mladi                        - Chi è?

Re Tabor                  - (entrando) Sono io. (Volgendosi verso l'interno) Sì, sì: vieni anche tu. (È seguito immediatamente dalla Regina).

La Regina                 - Demetrio... (Gli si avvicina, ma non osa abbracciarlo).

Re Tabor                  - Sì. C'è anche Demetrio, giunto due ore fa in aeroplano all'aerodromo di Spering: giunto dieci minuti fa a palaz­zo, per l'ingresso del giardino. (A Mladi) Ritardavi a raggiungerci in salotto, e al­lora abbiamo pensato di venire a pren­dere il caffè qui, nel tuo appartamento. Così, la famiglia è al completo. Hai fatto buon viaggio, Demetrio?

Demetrio                  - Sì, grazie.

Re Tabor                  - I tuoi?

Demetrio                  - Bene.

Re Tabor                  - Ti hanno accompagnato fino alla panchina di New York. Il Velox è un buon transatlantico, rapido, se in otto giorni ti ha sbarcato sulle rive del Ta­migi...

Demetrio                  - Sei informato di tutto, a quanto pare...

Re Tabor                  - È naturale. E ho voluto vedere sino a che punto si spingesse la tua au­dacia...

Demetrio                  - Non si tratta di audacia. Visto che non mi si rispondeva son venuto a prendere io stesso la risposta, qui...

Mladi                        - (interrompendo tempestivamente)        - Babbo, posso io chiedere, a nome di De­metrio, che mio fratello riprenda nel­l'esercito quel posto che s'è conquistato, con onore, con sacrifizio, degnamente, al vostro fianco?

Re Tabor                  - (dopo una pausa) Il principe Demetrio di Kossava è richiamato, col suo grado di Generale della Guardia. Ec­co la risposta.

Demetrio                  - (sull'attenti) Grazie...

Re Tabor                  - Un momento. Il generale De­metrio di Kossava, passa per ordine del Re agli arresti, in attesa di ulteriori de­cisioni...

La Regina                 - Tabor!II

Demetrio                  - No, mamma! Da questo mo­mento io sono agli ordini del Re. Verrà un giorno, però, in cui potrò mettermi a rapporto. E parlare al mio Re.

Re Tabor                  - Puoi parlare anche subito.

Demetrio                  - Vorrei chiedere, che vuol dire « in attesa di ulteriori decisioni ».

Re Tabor                  - Vuol dire che, dal momento in cui sci rientrato nell'esercito, io posso applicare verso di te i provvedimenti che mi sembrano opportuni nel tuo caso...

Demetrio                  - E cioè?

Re Tabor                  - Tenerti, per esempio, sotto chiave finché mi parrà necessario...

Demetrio                  - Questo vuoi fare?

Re Tabor                  - Questo è il mio diritto. E il mio dovere. E la motivazione la conosci. È inutile che io stia a dirtela. Tu mi ca­pisci. Fa il tuo esame di coscienza, e dimmi, in coscienza, se tu abbia il di­ritto di protestare.

Demetrio                  - Sicché questo provvedimento avrebbe una funzione retroattiva?

Re Tabor                  - Un principe è sempre un uffi­ciale dell'esercito, come un cittadino è sem­pre un soldato. Quando si agisce, nei ri­guardi del proprio paese, come non agi­rebbe un soldato, il principe e il citta­dino sono fuori della legge. E non c'è che una parola per rispondere e mettersi in regola.

 Demetrio                 - La conosco.

Re Tabor                  - Dilla...

Demetrio                  - Obbedisco al mio Re.

Re Tabor                  - Bene... Hai detto bene!... (con altro tono) E ora prendiamo il caffè... E salutiamo Mladi che parte... Mlacli, vuoi far chiamare Cristine?

Mladi                        - (va verso la porta, esce, poi ritorna) Subito...

Re Tabor                  - È stata la nostra compagna nel Castello di Walberg, e mi piace che que­sta sera sia qui con noi... Con la nostra famiglia... tutta riunita... È l'unica per­sona che abbia il diritto di partecipare a questa riunione intima... È quella che ha favorito l'incontro di Demetrio con Mla­di... È vero, Demetrio?

Demetrio                  - Sì...

Re Tabor                  - E non ti pare che se avessi voluto impedire il tuo ritorno, visto che ero al corrente di tutto, avrei potuto facilmente farlo?... Invece... La famiglia riunita... Il nucleo ricostituito... Unità... È quello che è necessario in questo momento... È questa la forza... Dimettendo le proprie idee, caro Demetrio... Soffocando taluni sentimenti (alla Regina) poiché io ti capisco...

La Regina                 - Io?

Re Tabor                  - Tu... Tu... Mia cara donna... Co­nosco la tua pietà... (Quasi lirico) Tutte le case così, stasera: dalla reggia alla casa dell'operaio... Coraggio! E avanti! È questa la nostra divisa che non conosce defe­zioni... So che questo è un momento arduo del mio regno. Oggi io mantengo una promessa che avevo fatta a me stesso e al mio popolo il giorno in cui la fortuna ci abbandonò. Oh! Accade ai Re e ai popoli! Ma non sarei ritornato al mio posto, se non per lavare la macchia d'una sconfitta che ci aveva umiliati nel mondo. Iddio ha consentito che la mia vecchiaia si coronas­se con questa impresa. Dio è con me. Se fosse stato contro di me mi avrebbe dimi­nuito nella carne e nello spirito. Mi ha serbato intatto: più forte di voi, più forte del mio più giovane soldato. Prendo, so­lennemente, dinanzi a voi, la responsabi­lità di tutto ciò che potrà accadere.. Io, pre­sente, dinanzi a Dio, e al giudizio degli uomini. Questo volevo dirvi. E il ritrovar­vi qui, insieme, tutti, è stato una buona occasione. Ora il caffè lo prenderete voi: la mamma e i ragazzi... (va verso Mladi e lo bacia) Addio, Mladi... Buon viaggio... (A Demetrio) Tu?!... (lo bacia) Attendi miei ordini...

Re Tabor fa per uscire, sulla soglia s'in­contra con Cristine. Si ferma. Le sorride.

Re Tabor                  - Oh, la nostra piccola amica...

Cristine                     - (con un inchino) Maestà... Re Tabor saluta ed esce.

CALA LA TELA

ATTO TERZO

 La scena del terzo atto rappresenta il gabi­netto da lavoro del Re. Una porta a destra, una a sinistra. Nel fondo una grande finestra. Sul davanti della scena una tavola con una lampada. E accanto, comoda, una larga pol­trona. Sedie, poltrone di cuoio. Un grande lampadario al centro del soffitto.

(È notte. Quando s'alza la tela la scena è deserta e buia. Entra Ludovico dalla porta di sinistra. Accende il lampadario centra­le. Subito dopo entra il Re, seguito da Balakis. Ludovico esce).

Re Tabor                  - Che ore sono, Balakis?

Balakis                     - Son passate le due, Maestà...

Re Tabor                  - Ha telefonato a Dobiani?

Balakis                     - Sì, Maestà... Ha risposto che veni­va subito...

Re Tabor                  - Bene! Ora lei mi lasci quei due rapporti... E vada a dormire, si riposi... Lei deve essere stanco...

Balakis                     - Ma anche lei, Maestà...

Re Tabor                  - Io? A un re non è permesso di essere stanco... Io vedrò Dobiani, eppoi, se mi resterà tempo, riposerò... Per fortu­na questa vecchia carcassa regge ancora... Io debbo essere grato a mio padre e a mia madre di avermi fatto queste ossa di fer­ro... Da ieri non dormo...

Balakis                     - Lo so, Maestà... Ed è per questo...

Re Tabor                  - Mi sono appisolato un'ora nel pomeriggio, su quella poltrona... un ba­gno... E mi è bastato... Eppoi, anche vo­lessi... Ogni giornata dovrebbe essere di quarantott'ore per me... qui forse è il se­gno della mia vecchiezza: i giovani non hanno fretta.

Il Re Balakis            - Vostra Maestà mi permetterà di at­tendere finché non sarà terminata l'udien­za con Dobiani...

Re Tabor                  - Beh! Giacché lo chiede lei... Na­turalmente questo colloquio va tenuto se­greto... Lei ha comunicato a Dobiani che entri per la porta del giardino?

Balakis                     - Sì, maestà... E ho incaricato Gunnar...

Re Tabor                  - Benissimo...

Balakis                     - (con altro tono) Questi sono gli ul­timi fonogrammi dal quartier generale...

Re Tabor                  - (togliendo i fonogrammi dalle ma­ni di Balakis) Benissimo: ore 22,14... Ore 23,30... L'ultimo è delle 23,30... Nien­te di nuovo: l'azione è in pieno svilup­po... Che ne dice lei?

Balakis                     - (vago) Maestà...

Re Tabor                  - No... Dica... dica... Parlano tut­ti: parlavano tutti, come tanti strateghi, stasera, al consiglio della Corona... E lei che è il più esperto tacerebbe?

Balakis                     - Certo: è un momento difficile... Ma io credo che se questa notte S. A. il Principe Mladi riesce a portare sul passo Korboi la terza armata...

Re Tabor                  - E perché non dovrebbe? Ottan­tamila uomini e un giovane principe che li guida... E io dovrei accogliere i consigli di Rudivich e compagni? No, caro: a guerra l'ho voluta io, la faccio io... E la decido io... E si ricordi, Balakis, che la notte in cui si radunò il Consiglio della Corona il Re chiamò un uomo co­me Dobiani e gli parlò... Lei solo sa questo...

Gunnar                     - (apparendo sulla porta) Maestà...

Re Tabor                  - Fa entrare...

(Gunnar esce: rientra poco dopo per dare il passo a Dobiani; quindi esce).

Re Tabor                  - Venga... Venga pure, Dobiani... Allora, Balakis, a presto... Non è certo comodo essere l'aiutante di campo d'un Re che non dorme... Ma che vuol farci?... Bonne mine à mauvais jeul.„

Balakis                     - Maestà, non si preoccupi di me...

Re Tabor                  - Grazie... (Lo saluta con un ge­sto confidenziale. Balakis esce) La pre­go di scusarmi, Dobiani, se l'ho distur­bata a quest'ora...

Dobiani                    - Maestà, noi siamo ai suoi ordini...

Re Tabor                  - Ho bisogno di lei...

Dobiani                    - Eccomi qua, Maestà...

Re Tabor                  - (offrendogli da sedere) S'acco­modi...

Dobiani                    - Grazie...

(Siede il Re e quindi Dobiani).

Re Tabor                  - Lei comprenderà che se un sovrano chiama un suo cittadino in un'ora in cui il cittadino ha diritto di dormire indisturbato, vuol dire che c'è una ragione urgente e improrogabile...

Dobiani                    - Ogni ora è buona, Maestà, per servire il proprio Re...

Re Tabor                  - Intanto sappia che, tranne Ba­lakis, nessuno è informato di questo no­stro colloquio... E mi piacerebbe che per il momento restasse un segreto...

Dobiani                    - Lei può contare sul mio riserbo, Maestà...

 Re Tabor                 - Caro Dobiani: lei è uno dei tre uomini che tre anni fa vennero al ca­stello di Walberg per annunciare al Re che il suo popolo lo richiamava sul trono...

Dobiani                    - Infatti... Ebbi questo onore...

Re Tabor                  - Nella storia del nostro paese questo è uno degli episodi più salienti... E più commoventi! Verrà un giorno in cui lo illustreranno nei quadri per le scuo­le! Certo è l'attimo più alto della mia vita... Il Re, quel giorno, obbedì al ri­chiamo del suo popolo a un patto: un patto grave: lei lo conosce.

Dobiani                    - Sì, Maestà...

Tabor                        - Un patto che, col mio ritorno, avrebbe potuto anche non realizzarsi. Un popolo può illudersi d'essere maturo a un'impresa, eppoi al momento buono ri' fiutarsi all'ostacolo. Se ciò fosse avvenuto io sarei stato un pessimo cavaliere, e il mio popolo un cavallo di scarto. Per lo meno l'uno e l'altro non avremmo obbe­dito a quella legge di fatalità, che ci ave­va ricongiunti. Avremmo mancato alle no­stre promesse e alla nostra missione. In­vece il paese ha tenuto l'impegno. Sono tornato per la nostra guerra. Ho affrontata la nostra guerra. Lei sa come va la nostra guerra?

Dobiani                    - Credo di saperlo, Maestà...

Re Tabor                  - Come vanno tutte le guerre: un gioco, i cui conti si fanno per le scale, e cioè quando la partita è chiusa. Per ora la partita non è chiusa... Ma c'è qualcuno che vorrebbe chiuderla, anche in perdita... qui è il punto... Io debbo anche dirle, Dobiani, la ragione per la quale ho chia­mato lei, e non altri, questa notte.

Dobiani                    - Non posso immaginarla, Maestà...

Re Tabor                  - Quando io tornai, e raccolsi in­torno a me, com'era giusto, gli uomini che avevano servito la causa della monar­chia, lei mi chiese che lo esonerassi dà ogni incarico. Gli altri ebbero, come suol dirsi, tutto: lei, niente.

Dobiani                    - Non ambivo a niente, Maestà. Ho creduto di servire meglio il mio paese con i miei modesti studi. E se quel giorno fui presente, e volli essere presente al castello di Walberg, io intesi di portare alla Mae­stà Vostra il segno d'un mondo che nella nazione rappresenta lo spirito e che serve ai Re, anche quando pare che praticamen­te se ne possa fare a meno. Perché tutti i cittadini, dall'operaio al poeta, servono ai Re.

Re Tabor                  - Infatti... E oggi è giunto il suo turno. La sua condizione di privilegio che la pone - come suol dirsi - « sopra la mischia », mi dà la possibilità di parlarle liberamente. Forse lei, fra cjuante io mi conosca, è l'unica persona cui io possa di­re e chiedere una parola schietta e disinte­ressata. Ho da farle qualche domanda. Forse dalle sue risposte dipenderanno al­cune mie risoluzioni. E mi dica subito: - Che pensa lei di me?!

Dobiani                    - meravigliato) Maestà!...

Re Tabor                  - No: dica... Non abbia paura... Molti temono Re Tabor: son quelli che, con una parola incauta, credono di ri' schiare un portafogli di ministro o un'alta carica dello Stato... Lei, invece, è libero... È l'uomo che ha abolito i campanelli...

Dobiani                    - Non capisco, Maestà...

Re Tabor                  - Parlo di quella piramide di cam­panelli che culmina nel campanello del Re: è tutta una catena. Il campanello del capitano che chiama il tenente, del gene­rale che chiama il capitano, del Re che chiama tutti...

Dobiani                    - Maestà, ma io sono subito accorso, al suo richiamo...

Re Tabor                  - Beh! E se non avesse voluto? Se avesse risposto: - Dite a Sua Maestà, che dormo! - quale forza avrei avuto io, per tirarla giù dal letto?

Dobiani                    - Maestà, la stessa forza che mi ha condotto un giorno, senza un interesse diretto al Castello di Walberg.

Re Tabor                  - Grazie! Questa è disciplina mo­rale. Ora la prego di rispondere alla mia domanda.

Dobiani                    - È una risposta diffìcile, Maestà.

Re Tabor                  - È proprio perché è diffìcile mi son rivolto a lei...

Dobiani                    - scandendo le parole) Io penso che lei è un grande Re...

Re Tabor                  - Beh! Questo detto da lei mi fa piacere! E perché sarei un grande Re?

Dobiani                    - Perché la sua persona si è util­mente innestata alle necessità del suo po­polo... La grandezza d'un Re e la sven­tura d'un Re, spesso dipendono da questa combinazione, che si attua o non si attua... Lei ha conosciuto l'esilio e il ritorno al trono... Era lo stesso uomo: e chi l'ha esiliato e l'ha richiamato era lo stesso po­polo...

Re Tabor                  - E non potrebbe aver sbagliato, il mio popolo, richiamandomi?...

Dobiani                    - OhJ Maestà, quando il popolo si accorge di aver sbagliato, si libera del Re... Prima o dopo, ma si libera...

Re Tabor                  - E quando il Re s'accorge che gli uomini che lo circondano potrebbero costringerlo a tradire la causa per la quale è stato richiamato dal suo popolo?

Dobiani                    - Se ha fede nella sua causa il Re si libera degli uomini che lo circondano...

Re Tabor                  - E li sostituisce?

Dobiani                    - dopo una esitazione) Non sem­pre...

Re Tabor                  - Capito! Dobiani, lei ha già ri­sposto alla seconda domanda che volevo farle. La guerra è lì, ed è qui... sono par­tito ieri notte dal mio quartiere generale: sono giunto stamani alla capitale: un'ora fa è terminato il Consiglio della Corona! C'erano tutti! E forse sono apparso aspro in qualche momento. Ma hanno bisogno della frusta. E io adopero la frusta! Con lei, Dobiani, io non esito a mostrare il volto della mia perplessità! Gli altri ne ap­profitterebbero! Il volto d'un uomo che patisce, dentro, il suo dramma, e non può farne parola a chicchessia, perché non può scoprirsi, perché deve essere preparato a caricarsi sulle spalle tutti i fardelli che gli altri potrebbero abbandonare lungo la stra­da. E salire: su; fin dove si deve arrivare. Solo...

Dobiani                    - No, Maestà!... Si crede di essere soli ad agire!... Ma soli certe imprese non si fanno... È come il motore e il carro - il motore - mi perdoni se uso un'immagine - crede di portare la mercanzia: e senza il carro la mercanzia resta a terra. È pur vero che senza il motore il carro non si muove... L'uno e l'altro utili, anzi necessari; quella tale combinazione tra il re e il popolo...

Re Tabor                  - Il popolo è con me...

Dobiani                    - Sì... Maestà!...

Re Tabor                  - È pronto a tutto...

 Dobiani                   - Sì... Maestà... Ma c'è un momento nei rapporti tra il re e il popolo, in cui ci si deve chiedere con lealtà se è il popolo che sta al servizio del Re, o è il Re che sta a servizio del popolo... A questa domanda non posso rispondere io...

Re Tabor                  - Dovrebbe rispondere la coscien­za del Re?

Dobiani                    - Sì, Maestà...

Re Tabor                  - È giusto. (Pausa) Lei ha ben ser­vito il suo paese, stanotte. Ha messo il Re di fronte a uno specchio. Posso assicurarle che il Re ha agito con lealtà verso il suo popolo. E questa notte, in coscienza, pren­derà le sue decisioni. Grazie, Dobiani. (// Re si è levato. Si leva anche Dobiani. // colloquio è terminato. Il Re suona il campanello. Appare Balakis).

Re Tabor                  - Vuole, per cortesia, accompa­gnare...

Balakis                     - Subito, Maestà... (A Dobiani) Prego...

(Balakis e Dobiani escono. Il Re è solo: si adagia sulla poltrona. Si accinge a leggere i due rapporti. Ha acce­so la lampada del tavolo. S'ode picchiale alla porta).

Re Tabor                  - Avanti...

La Regina                 - Si può?

Re Tabor                  - Ah! Sei tu, cara? A quest'ora? Non eri già andata a letto?

La Regina                 - No... Ho atteso che tu fossi tor­nato e che fossi solo...

Re Tabor                  - Male... Hai perduto qualche ora di sonno...

La Regina                 - Oh! Il sonno... Non importa... che facevi?...

Re Tabor                  - Niente... Leggevo...

La Regina                 - Posso... Posso sapere che cosa si è deciso, stanotte, al Consiglio della Corona?

Re Tabor                  - Nulla... Tutto è da decidere...

La Regina                 - (dopo un'esitazione) Tabor, io ti sono stata accanto, sempre, nelle ore più gravi della tua vita... E credo di averti portato sempre quel conforto che ti era necessario...

Re Tabor                  - È vero... E io te ne sono grato...

La Regina                 - E dunque, perché, in quest'ora, mi escludi...

Re Tabor                  - Io non escludo nessuno... Ma so ciò che volete voi tutti... E amo, invece, che non mi si parli... Guarda: quando so­no andato alla clinica di Spatz per visitare Demetrio... L'avevano operato al braccio da due giorni... Avrebbero potuto trasfe­rirlo nei padiglioni che sono qui sotto la tua vigilanza... Avrebbe avuto accanto sua madre, ma aveva rifiutato per restare nel­l'ospedale dove era stato ricoverato al pri­mo momento... Un bell'esempio ai soldati, questo stare in riga... Degno d'un prin­cipe... Il gesto mi era piaciuto! Ma più mi è piaciuto quando, con disciplina, Deme­trio ha rispettato il mio riserbo. Io cono­sco le sue idee: gli leggevo i suoi pensieri negli occhi. Ma Demetrio ha taciuto. (Con altro tono) E allora il Re ringrazia la Re­gina d'essere venuta a salutarlo... E la Regina va a letto... Ha tante cose da fare dalla mattina alla sera... E il popolo ha bi­sogno d'una Regina in piena efficienza, che compia la sua opera di pietà, ogni gior­no, sorridendo...

La Regina                 - Oh! Tabor: vorrei tanto essere più forte...

(La Regina ha poggiato le mani sulle spal­le del Re. Curva il capo).

Re Tabor                  - Ma che hai?

La Regina                 - Stanotte non posso chiudere occhio... Mi ha preso, così, un'inquietudi­ne... Volevo destare Cristine... Poi sono rimasta sola, a pensare nella mia camera... Ora infastidisco te... Ne sono tanto umi­liata...

Re Tabor                  - È la vita che fai... È una vita che logora... Certo non è la vita del ca­stello di Walberg...

La Regina                 - Ieri notte ho sognato il Castello di Walberg...

Re Tabor                  - Tu sogni sempre il castello di Walberg.

La Regina                 - Eravamo molto felici, lì.

Re Tabor                  - Già... Qui invece si sarebbe in­felici?

La Regina                 - O Tabor, non so... Io forse non sono felice...

Re Tabor                  - Ricordati che tu sei una regina...

La Regina                 - Lo so... E qualche volta lo di­mentico... Divento donna, mamma... Mam­ma di tutti... E allora non veggo che la sofferenza... Il sacrifizio... Tanta gioventù: sacrificata... E non vuol dire: contenta del suo sacrifizio... Ma se questo sacrifizio di­ventasse inutile? Abbiamo noi il diritto? Hai tu il diritto di chiedere ancora ai tuoi figli, a tutti i tuoi figli, la vita per una causa che ormai...

Re Tabor                  - Ormai?

La Regina                 - Io sola posso dirti la verità...

Re Tabor                  - Quale è la verità?

La Regina                 - Tu forse sei ancora in tempo per salvarci da una sciagura irreparabile...

Re Tabor                  - E che dovrei fare?

La Regina                 - Stare alla volontà di Dio...

Re Tabor                  - E cioè?

La Regina                 - Non ti pare che Dio ti abbia indicato la strada?...

Re Tabor                  - Infatti... Purtroppo non è quel­la che vedete voi. C'è una differenza tra me e voi. Io credo: voi non credete. Pau­ra, cara! E la paura è contagiosa! Per for­tuna anche il coraggio è contagioso. Voi contate i morti, i feriti, i sacchi di grano che restano nei depositi! Io, invece, conto i vivi, quelli che possono combattere: i cannoni, le mitragliatrici, i fucili. Voi vi sgomentate perché il nemico ha varcato i confini! E che vuol dire? Esistono i con­fini per le guerre? Esistono per la pace! E quando anche? È bene che si illudano di mettere radici: più ci staranno e più le stesse pietre bolliranno sotto i loro piedi, e si rivolteranno: le pietre calpestate, gli uomini calpestati, a patire. Sono io che ho aperto il varco! Sono io che ho ordi­nata due mesi fa la ritirata sulle linee di­fensive, al di qua dei confini! Ma sono io che ho scatenata da una settimana la terza armata, a spaccarli in due, a prenderli co­me tanti topi... Ottantamila uomini, il fio­re del nostro esercito, con a capo Mladi... Da una settimana martelliamo il fronte, pestiamo il fronte: lì, lì, lì... E la mura­glia si assottiglia, si screpola, crolla. E voi mi parlate di pace...

La Regina                 - Tu non vedi ciò che accade qui...

Re Tabor                  - Se quello che accade qui è con­tro quello che accade lì, si schiaccia la testa a quelli che stanno qui...

La Regina                 - Cioè?

Re Tabor                  - Tutti via: basta il Re a tutto...

La Regina                 - Questo hai deciso?

Re Tabor                  - Questo potrei decidere... Va: sta tranquilla... E non dar retta ai Rudivich, ai Karvalek... E abbi fede in me: questo è l'importante...

La Regina                 - Oh! Lo vorrei tanto, Tabor... Scusami! Vado. E tu?

Re Tabor                  - Io resto qui... Se avrò sonno andrò a riposare, non temere... E se non avrò sonno mi parrà d'essere una senti­nella di turno... Del resto, il sonno è il pane dei giovani... Noi vecchi...

La Regina                 - Addio, Tabor... A domattina...

Re Tabor                  - A stamattina, cara... Son già le tre... (Mentre l'accompagna) Ordine peren­torio di dormire... (La Regina esce. // Re è solo. Pausa. Poi suona il campanel­lo. Appare Gunnar).

Gunnar                     - Maestà.

Re Tabor                  - Portami una coperta di lana...

Gunnar                     - Vostra Maestà non va a letto?

Tabor                        - No... Mi stenderò su quella poltro­na, se ne avrò voglia... (Gunnar esce. Il Re si adagia sulla poltro­na presso la tavola, in modo che il lume gli faccia luce sulle pagine del rapporto che anche questa volta si accinge a legge­re. Gunnar rientra con la coperta).

Re Tabor                  - Avvolgimi le gambe... (Dopo che Gunnar avrà eseguito l ordine) Senti... Ma rispondimi con la tua testa di contadino... Se tu fossi venuto a lite... Non oggi... Quand'eri giovine... Oggi non vali un soldo... E ti fossi accorto che t'andava male... E l'altro ti avesse teso la mano a patto che t'inginocchiassi... Ti saresti in­ginocchiato, o avresti detto: «o la va o la spacca » ? !

Gunnar                     - Come posso dirle ciò che avrei fatto quando ero giovine?... Non mi ri­cordo più...

Re Tabor                  - Tu o sei furbo come una faina, o sei cretino! Va alla cuccia... Già, tu dormi come i cavalli, in piedi...

Gunnar                     - Sì, Maestà... Ma non me ne ac­corgo...

Re Tabor                  - E invece non si dorme... Non si deve dormire...

Gunnar                     - Sì, Maestà... Ha altri ordini?

Re Tabor                  - Va pure... Spegni la luce lì...

Gunnar                     - (spegne la chiavetta del lampadario centrale) Buona notte, Maestà... (esce).

(La stanza è in ombra. Il Re legge, anno­ta. Poi la stanchezza lo prende. Poggia i rapporti sulle gambe. Si addormenta. Pausa lunghissima. Poi si ode picchiare alla porta. //Re dorme.

Poi la porta si apre. Appare Balakis: si avvicina in punta di piedi al Re. // Re dorme. Balakis lo contempla, esita. Poi si decide a destare con un filo di voce il Re).

Balakis                     - Maestà...

Re Tabor                  - (destandosi di soprassalto) Chi e?

Balakis                     - Sono io, Maestà...

Re Tabor                  - Beh! E lei non è andato a letto?

Balakis                     - Sì, Maestà... Ma sono stato de­stato da S. E. Rudivich... Mi ha.telefo­nato... E mi ha chiesto se poteva essere ricevuto d'urgenza da V. Maestà... Io gli ho detto che Vostra Maestà ripo­sava...

Re Tabor                  - Non riposavo....

 Balakis                    - Insomma... Lui ha insistito...

Re Tabor                  - A S. E. Rudivich evidentemen­te non bastano le mie dichiarazioni di due ore fa... Vuole una seconda razio­ne... Ditegli che lo ricevo... Aggiunge­remo alle tante una nuova notte bianca...

Balakis                     - S. E. Rudivich è già in antica­mera che attende...

Re Tabor                  - Ha fretta, allora... Venga pure... (si leva dalla poltrona) Lei, caro Balakis, può testimoniare dello spirito di soppor­tazione che mi tiene di fronte a S. E. Rudivich... Non posso dimenticare i ser­vigi che ha reso al nostro paese e la no­stra antica amicizia, ma questa è la volta che S. E. Rudivich... Sa che stamani par­to... E lui insiste... Insiste e non perde tempo...

Balakis                     - Non so, Maestà...

Re Tabor                  - Lo so io: lo faccia entrare... (Balakis esce. Rientra dopo qualche mi­nuto e dopo aver dato il passo a S. E. Rudivich si ritira).

Re Tabor                  - Prego, Eccellenza, si accomodi... (Lo invita a sedere).

Rudivich                  - Grazie, Maestà...

Re Tabor                  - Anche lei in veglia, stanotte? E quali sono le nuove proposte che S. E. Rudivich intende presentarci con tanta sollecitudine? E che cosa è accaduto dal momento in cui ci siamo lasciati a que­st'ora che possa far mutare le decisioni del Re?

Rudivich                  - Mi perdoni, Maestà, se ho osato...

Re Tabor                  - Ha fatto benissimo... Noi stia­mo qui per lei...

Rudivich                  - Gli è che qualche cosa è acca­duto in queste due ore...

Re Tabor                  - Sentiamo: nulla può accadere che non sia stato previsto...

Rudivich                  - Lei sa la mia devozione alla Sua casa e alle sue persone...

Re Tabor                  - Lei vuole dimettersi! Se si trat­ta di questo poteva comunicarmi le sue dimissioni più tardi, dopo averci dormi­to sopra...

Rudivich                  - Il che vuol dire che per domat­tina Vostra Maestà mi ha già dimesso dall'incarico?

Re Tabor                  - Eh! Caro! Fra il governo e me bisogna vedere chi è più utile...

Rudivich                  - Giustissimo. Ma il posto che la Maestà Vostra mi ha fatto l'onore di af­fidarmi non può, non deve essere diser­tato da me, finché il mio compito non sarà tutto assolto... Fino a stamani, per lo meno...

Re Tabor                  - Ecco: bene... Questo è un lin­guaggio che mi piace...in linea fino all’ultimo momento...

Rudivich                  - Maestà, io ho il dovere di starle accanto, in questo momento...

Re Tabor                  - Ma che c'è, dunque, Rudivich...

Rudivich                  - Un'ora fa...

Re Tabor                  - Si sbrighi... Che è accaduto?

Rudivich                  - Io ho eia darle una grave noti­zia, Maestà... E voglio che Vostra Mae­stà si prepari ad accoglierla con quella forza d'animo... Stanotte il nostro eser­cito ha perduto il suo più fiero, il suo più nobile soldato...

Re Tabor                  - (con un grido) Rudivich!!

Rudivich                  - Sì... Maestà...

Re Tabor                  - Mladi!...

Rudivich                  - Sì... Maestà... S. A. il principe Mladi... per avermi ascoltato.. Grazie perla carità filiale che avrà verso la madre di Mladi... Soltanto una donna gentile, fine... Soltan­to lei, saprà parlare in modo che la ferita non faccia troppo male... E grazie per non aver pianto... Questa è la legge di chi sa accogliere il dolore come un segno di Dio... A più tardi, Cristine... (il Re accompagna Cristine sino alla por­ta. Cristine fa per inchinarsi, lui glie lo impedisce. Cristine esce. Il Re suona il campanello. Entra Balakis).

Re Tabor                  - Mi chiami S. E. Rudivich e S. E. Karvalek.

Balakis                     - Subito, Maestà...

(Pausa. Poi entrano i due Ministri).

Re Tabor                  - Questa sera, al Consiglio della Corona, fra il Re e i suoi ministri si è determinato un dissidio che avrebbe po­tuto degenerare in una crisi di governo. C'è un fatto nuovo, stanotte, che vi strin­ge intorno a me, spero, con l'antica de­vozione.

Rudivich                  - Oh, Maestà...

Re Tabor                  - Sì, Rudivich!... Noi siamo forti! Questa forza che non ha ceduto ai vo­stri umani e comprensibili tentennamenti non si piega di fronte a un avvenimento ben più grave, che colpisce la nostra di­nastia. Ma noi dimentichiamo gli interes­si della dinastia per quelli del nostro Re­gno. Difendiamo il Regno, che non è no­stro. E torniamo alla nostra tavola da la­voro! Karvalek, anche se a Passo Korboi le nostre truppe ripiegano, bisogna tor­narci! E c'è un solo uomo che può fare il miracolo di una ripresa di fede, di sa­crificio, di «tutto per tutto». Io: il Re. Sia comunicato a tutte le truppe che il Re assume il Comando della Terza Ar­mata, al posto del Principe Mladi.

Karvalek                   - Maestà!

 Re Tabor                 - Questi sono i miei ordini. Non si preoccupi, Karvalek, dei miei capelli bianchi... Vogliono dire esperienza! Eppoi i miei soldati mi aspettano! Chi potrebbe sostituire mio figlio? E che Iddio ci pro­tegga!!! Balakis! Lei mi accompagnai Al­l'alba sia pronto.

(Entra la Regina, con Cristine. Silenzio. Il Re è in piedi La Reginaavanza verso di lui. Pausa).

La Regina                 - Tabor... Il nostro ragazzo... Il nostro bel ragazzo!

Re Tabor                  - (rigido) Sì...

La Regina                 - Ma tu non vuoi che io pianga...

(Aprendo le braccia come una martire) Vedi: non piango...

CALA LA TELA

ATTO QUARTO

Le memorie

 

 // castello di Walberg. La stessa scena del primo atto. È l'autunno. (In iscena sono Re Tabor e la Regina, se­duti. La Reginalavora ai ferri un indu­mento di lana. Cristine è in piedi fra i due. Quando s'alza la tela la Reginaha interrotto il suo lavoro e legge un foglio).

La Regina                 - Povero Gunnar! Si vede che non aveva il coraggio di parlare... E ha scritto a Balakis...

Re Tabor                  - Ora lo chiamiamo...

Cristine                     - Maestà, vuole che...

Re Tabor                  - Sì, grazie, Cristine...

(Cristine suona il campanello. Appare Ludovico).

Re Tabor                  - Faccia venire Gunnar...

Ludovico                  - Subito, Maestà... (esce).

Re Tabor                  - Ha atteso gli ultimi giorni... Non si sentiva di tornare con noi alla reggia. Del resto io lo capisco... Qui egli passerà in pace gli ultimi anni della sua vita... Se non vorrà tornare, piuttosto, al suo paese per godersi la sua piccola pensione... Eppure...

La Regina                 - (che ha ripreso a lavorare la lana) Oh! Non dirmi, Tabor!... Quando sia­mo tornati e non abbiamo più trovata la vecchia Clarice... Era tanto vecchia: doveva pur andarsene... Eppure...

Re Tabor                  - Già! Si dice sempre « eppure »: come in un ritornello... (Entra Gunnar).

Gunnar                     - Buon giorno, Maestà... (Si è fer­mato sulla soglia).

Re Tabor                  - Vieni, Gunnar... (Dopo che Gunnar ha avanzato) Beh? Ho ricevuto la tua lettera di licenziamento...

Gunnar                     - (confondendosi) No... Maestà...

Re Tabor                  - Come no: quando un domesti­co abbandona una casa, licenzia il padrone...

Gunnar                     - (sempre pia confuso) Forse avrò scritto male...

 Re Tabor                 - Hai scritto benissimo... E, ti assicuro, proprio non me l'aspettavo...

Gunnar                     - Mi scusi, Maestà... Io non sapevo come fare... Del resto, se lei non approva, facciamo come se non abbia scritto...

Re Tabor                  - No, no! Voglio sapere soltan­to le ragioni per le quali mi licenzi... Ti ho forse trattato male, in tutti questi anni?

Gunnar                     - Che dice, Maestà...

Re Tabor                  - Hai deciso, forse, di prender moglie?

Gunnar                     - Per l'amor di Dio...

Re Tabor                  - E allora?

Gunnar                     - Niente, Maestà... Non valgo più...

Re Tabor                  - Chi l'ha detto?

Gunnar                     - Mi son messa una mano sulla co­scienza, Maestà... E ho detto: - Caro Gunnar, non è più cosa per te... Togli l'incomodo... - Allora, prima che Vostra Maestà tornasse alla Reggia, mi son per­messo... Perché certe volte noi non ce ne accorgiamo: ci pare di essere sempre gli stessi: e invece...

Re Tabor                  - Già: non si è sempre gli stessi... E si toglie l'incomodo... Bravo, Gunnar... Io ti ho creduto sempre... e invece... Sei intelligente... Lo dimostri, più che mai, in questo momento... E ora, scegli: che vuoi fare? Vuoi restar qui, al castello?

Gunnar                     - No, Maestà... Vorrei andarmene...

Re Tabor                  - E dove? Qui potresti avere una casa, un piccolo giardino, e con la tua pensione...

Gunnar                     - No.... Vorrei tornarmene al mio paese...

Re Tabor                  - A che fare?

Gunnar                     - Niente!... A vedere le cose che ho lasciate da tanto tempo.

Re Tabor                  - Già, le memorie...

Gunnar                     - Sì, Maestà! Si chiamano così...

Re Tabor                  - Già! Va, Gunnar... Il Re non dimenticherà la tua fedeltà...

Gunnar                     - Grazie, Maestà... (esce).

Re Tabor                  - (pensoso) È naturale! È nell'or­dine delle cose... Cristine, che ha lei?

 Cristine                    - (turbata) Niente, Maestà...

Re Tabor                  - A quest'ora, Demetrio, dovrebbe già essere di ritorno... Io vado di là, da Balakis... Appena sarà tornato Demetrio mi farete chiamare...

Cristine                     - Sì, Maestà...

(Re Tabor esce).

La Regina                 - Oggi ne abbiamo venti, è vero Cristine?

Cristine                     - Sì, Maestà... È martedì...

La Regina                 - Sicché ancora dieci giorni po­tremo restare al Castello di Walberg...

Cristine                     - Mi pare che S. Maestà il Re ab­bia fissato la partenza per il venti...

La Regina                 - Lei è contenta di tornare in

città?

Cristine                     - Io?... Se fa piacere a Vostra Mae­stà fa piacere anche a me...

La Regina                 - No: lei... dico, lei...

Cristine                     - Certo io mi trovo molto bene qui... Forse perché...

La Regina                 - C'è stata da bambina?

Cristine                     - Forse... Quest'anno poi abbiamo avuto delle bellissime giornate...

La Regina                 - E lei ne ha approfittato per le sue letture nel parco, per le sue passeg­giate...

Cristine                     - Anche lei, Maestà...

La Regina                 - Io? (Togliendo un libro dalla tavola) Quando giunsi qui, tre mesi fa, ero a pagina 46... Ora, guardi, in tre mesi avrò letto cento pagine...

Cristine                     - Forse era un libro che non la in­teressava...

La Regina                 - No... Non posso più leggere... Mi stanco... Anzi: non è questo: d'im­provviso mi accade di seguire meccani­camente i caratteri, e le parole perdono il loro senso... Allora poggio il libro sulle ginocchia... E penso... Ho passato, così, lunghissime ore questa estate... Assorta: a guardarmi dentro... Ad ascoltarmi... E ne ho presa l'abitudine al punto che, se dovessi dirle la verità, sarei contenta di ri­manere qui, finché il tempo sarà buono... E anche più in là, quando non sarà più buono... Ho la nostalgia delPinverno di Walberg... Di certe stagioni passate qui: col vento, con la neve... Ricorda, Cristine?

Cristine                     - Sì...

La Regina                 - Io speravo che il ritorno di De­metrio, col piccolo, avrebbe portato qui un soffio nuovo... un'aria nuova...

Cristine                     - È tanto bellino, il piccolo...

La Regina                 - Sì... Ma... Anche lui qualche volta mi stanca... Stamani, quando, pri­ma di andare a caccia con suo padre, è venuto a salutarmi... Io ero ancora a letto... Mi è sorto, d'improvviso, un pensiero egoistico: Ecco... Una mattinata di ri­poso... - Poi me ne sono pentita... Non bisogna fare così... C'è la vita che cresce, che rifiorisce... (Commovendosi) La vita... La vita... Ohi Cristine, non mi consolerò mai...

Cristine                     - (abbracciandola) Maestà...

La Regina                 - Non ci consoleremo mai...

Cristine                     - Maestà, perché fa cosi...

La Regina                 - E’ lei? Lei crede che io non la vegga... che non capisca ciò che accade anche in lei? Siamo due povere donne, e quando ci si trova fra noi, ci si può par­lare a cuore aperto... Lui? Ehi Lui ha il coraggio che lo sostiene... E col coraggio si fa tutto... Si vincono le guerre... Si dan­no le vittorie al proprio paese... Certo son cose che, oggi, forse lo compensano... E gli mettono in pace il cuore... E noi non dobbiamo turbarla, questa pace... Io le so­no grata, Cristine, di essere rimasta ac­canto a me, accanto a noi, con tanta de­vozione...

Cristine                     - E che potevo far di meglio?

La Regina                 - Oh! Lei è giovane... Tante co­se! Ma lei mi promette, oggi, che appena torneremo alla capitale, lei rientrerà in quello che si chiama il giro della vita... Io posso escludermi, ormai... Ma lei è giovane...

(Entra Demetrio. È vestito con un abito da caccia).

Demetrio                  - Oh! Mamma, come va?

La Regina                 - Bene, figlio mio... E il bam­bino?

Demetrio                  - È di là, col guardacaccia I Me Io son portato a cavallo fino al fiume... Poi, a piedi, lungo la palude...

La Regina                 - Non avrà preso umido, spe­riamo...

Demetrio                  - Sì... Ma ora c'è Gunnar che prov­vede a tutto... Gli fa le frizioni alle gam­be, con l'alcool, come faceva... con noi, quando eravamo ragazzi... Del resto  Niente paura... Sua madre lo ha educato a tutti gli esercizi sportivi... A cinque anni l'ha messo in sella ed ora va come un cowboy... Io, naturalmente allargo i freni, perché è Testate: d'inverno voglio che prima dei cavalli ci siano i libri... E spero, se Dio me lo serberà, che venga su bene! E che fa il terribile padre?

La Regina                 - È di là con Balakis... Mi ha detto, anzi, di farlo avvisare, appena sa­reste tornati... Molta caccia?

Demetrio                  - Così! Del resto non è la mia passione... A me serve più che altro per sgranchire le gambe... Tuttavia un po' di freddo l'ho preso: berrei con piacere un cognac... (Suona il campanello, appare Ludovico) Un cognac... E tu, mamma, non prendi niente?...

La Regina                 - No, grazie...

 Demetrio                 - E lei, Cristine?

Cristine                     - No, grazie...

Demetrio                  - Le fa meraviglia che io beva? Si ricorda, quattro anni fa? Benché ve­nissi dall'America ero quasi astemio... Poi la guerra mi ha riconciliato con l'alcool...

La Regina                 - E la tua ferita, come va? Non vorrei che andando a caccia...

Demetrio                  - Ho fatto per tre anni di seguito i fanghi.. E ora tutto va bene... (snodan­do il braccio) Guarda... Perfetto...

La Regina                 - Sembri ringiovanito, Deme­trio...

Demetrio                  - Sì? La seconde jeunesse de M.me Prunel (ridendo) Ma non vedi che ho tutti i capelli grigi sulle tempie? (Entra Ludovico col cognac. Demetrio lo beve d'un fiato. Ludovico esce, dopo ave~ re posato il vassoio con la bottiglia so­pra un tavolino).

La Regina                 - E che vuol dire?

Demetrio                  - Vuol dire che anche i pensieri si fanno grigi... E cioè, che con gli anni ci si fa più longanimi, più comprensivi... Più sereni, ecco! Questa veramente è una bella conquista: e compensa forse di ciò che si perde con l'età! È una constatazio­ne che ho potuto fare nei rapporti con mio padre... Quattro anni fa eravamo due pile elettriche... Oggi? o son mutato io, o è mutato lui...

La Regina                 - Forse sono mutati i tempi, Demetrio...

Demetrio                  - Già... E questo vorrebbe dire che ognuno di noi riflette il clima del tempo che vive... Forse è così... Non ce ne accorgiamo, ma è così... Quattro anni fa, prima della guerra, con l'incertezza che ci derivava da quello stato sismico per il quale hai voglia a costruire, tanto, una scossa può buttare giù d'un soffio la tua capanna, si stava tutti come cicogne, con una gamba sospesa... Ora?

La Regina                 - Ora?...

Demetrio                  - Siamo un paese che ha vinto una guerra!... È pur vero che dall'altra parte c'è chi l'ha perduta... Ma non tutti i po­poli trovano un Re Tabor... Debbo rico­noscerlo... Ce n'è voluto, ma debbo rico­noscerlo. Ora Io chiamano il gran Re... È un aggettivo del quale non tutti i re si possono ornare... E quando veggo che in­vecchia penso che per certi uomini non ci dovrebbero essere limiti d'età...

La Regina                 - Io veramente non sono di que­sta idea..\ È tanto bello prepararsi a rag­giungere gli altri...

Demetrio                  - (si ferma, la guarda, la bacia)             - Oh! Mamma! Su... Su...

La Regina                 - E già. Tutti dite «su»! Co­me se fosse facile...

Demetrio                  - (con aria di rimprovero) Tu stai troppo chiusa in casa. Tu devi uscire. Il sole da noi è avaro... Oggi ci fa ancora un po' di credito... E allora, Cristine, la prego, l'accompagni... Le faccia fare un giro nei viali della serra...

La Regina                 - Lasciami stare, Demetrio...

Demetrio                  - (scherzosamente) No: te l'or­dino...

La Regina                 - (fissandolo) E andiamo...

Cristine                     - Mette il mantello, Maestà?

La Regina                 - Sì... grazie... E faccia avvisare il Re che Demetrio è tornato...

Cristine                     - Sì, Maestà... (esce).

La Regina                 - (dopo essersi levata) Il mio bastone... .

 Demetrio                 - (dopo aver cercato e trovato il ba­stone) Eccolo... (lo porge alla Regina).

La Regina                 - (dopo una pausa) Io son quella che nella vita ha sempre ricevuto ordini... Nata per obbedire...

Demetrio                  - È un rimprovero, questo?

La Regina                 - No... È una verità, figlio mio- (Cristine rientra col mantello, che mette sulle spalle della Regina).

La Regina                 - Grazie!... E obbediamo... An­diamo al sole... A più tardi, Demetrio... Il piccolo lo porto con me...

Demetrio                  - Grazie, mamma...

(La Regina esce con passo stanco, al brac­cio di Cristine. Demetrio è solo. Poi entrerà Re Tabor).

Re Tabor                  - Oh!... E tua madre?...

Demetrio                  - È uscita... L'ho costretta io... Per toglierla da quei benedetti gomitoli e da quei ferri... Forse lei crede in buona fede di lavorare... Ma poi gli occhi le si fissano, il lavoro diventa un fatto mecca­nico. E il pensiero vola lontano... Tranne che non creda di farcela, e che il lavoro sia un pretesto per tenerci a bada... Certo che quest'anno l'ho trovata giù d'umore e mi fa pena... Tanto che volevo proporti se non fosse il caso di farle fare un viag­gio... Di portarmela con me, in America, per qualche tempo... Potrebbe farsi accom­pagnare da Cristine, perché anche Cri­stine...

Re Tabor                  - Già... E io rimarrei solo...

Demetrio                  - Tu! Sarei felicissimo se venissi anche tu... Ma tu... Tu sei un Re... Dio mi liberi ti mettessi in piroscafo e traver­sassi l'Oceano, si rivolta il mondo...

Re Tabor                  - È vero! Sono anni che non viag­gio... Già... È il destino dei Re... Invece tu, su e giù... quando ti garba... come ti pare...

Demetrio                  - È il vantaggio d'essere liberi cit­tadini...

Re Tabor                  - Senti, Demetrio... Siedi... Vieni qui... Ma prima aspetta... (Va verso la porta) Gunnar... Portami quel quadro... (Gunnar entra: regge un quadro, che per dimensioni è identico ai ritratti dei Re di Kossava che stanno appesi alla parete di fondo).

Re Tabor                  - Mettilo sul tavolo... Così... Bene in luce... (È il ritratto del piccolo Tabor).

Demetrio                  - Oh! II piccolo...

Re Tabor                  - Già... Ti piace?... Gli somiglia?

Demetrio                  - Perfetto... Chi l'ha fatto?

Re Tabor                  - Grazunof... Il vecchio Grazu   - nof... Quello che fece i ritratti a te e al povero Mladi tanti anni fa...

Demetrio                  - Il mio è scomparso... Del resto non avevo il diritto di starci, in quella fila...

Re Tabor                  - Tu sei un libero cittadino, no? E volevi metterti in fila con i prigionieri?

Demetrio                  - (indicando il ritratto del figlio) È vero... Ma anche lui...

Re Tabor                  - (a Gunnar) Lascia lì quel ritrat­to... E va via, Gunnar... (Gunnar esce).

Re Tabor                  - (dopo una pausa) Quel ritratto è stato ordinato per essere messo lì, ac­canto al tuo che tornerà al suo posto...

Demetrio                  - Non capisco... abbiamo il dovere di mettere un po' d'or­dine nelle nostre cose... E un re, forse più degli altri... Provvedere al domani! E tu hai provveduto: hai fatto bene... Ma c'è una cosa sulla quale non andiamo d'ac­cordo. Perché tu dovresti abbandonare il tuo posto?...

Re Tabor                  - (eludendo la risposta) Perché? I perché li ho già detti a Demetrio... Tan­ti, cara, che è inutile ripeterli.

La Regina                 - Forse avrai detto cose che po­tranno anche essere esatte... Ma dicono poi il vero perché?

Re Tabor                  - Come? Avrò anche io il diritto di prendere le mie vacanze, no? Gli anni contano per tutti...

La Regina                 - Non hanno mai contato per te...

Re Tabor                  - E d'improvviso contano... La­sciami fare... Io ho sempre fatto ciò che dovevo...

La Regina                 - No, Tabor: questa volta, no...

Re Tabor                  - Oh! bella! Sicché tu, proprio tu, ti opporresti...

La Regina                 - Come vuoi che io mi opponga? Che conto io? Ti parlo. Non credere che lo faccia per me. Oh! Tu sai! Ma per te! (dopo una pausa) Io fino ad oggi ho con­tato sul tuo coraggio... Tutti forse abbia­mo contato sul tuo coraggio...

Re Tabor                  - Che c'entra? È mai venuto me­no il mio coraggio?

La Regina                 - Mai! Ma ora! Ed è per questo che io sono qui. Questo è forse il mio momento: il momento in cui posso ser­vire a qualche cosa, ed esserti utile fi­nalmente...

Re Tabor                  - Lo sei stata sempre...

La Regina                 - No, Tabor... In questi ultimi tempi, no... Mi son fatta tanto povera... Sì, caro! Può capitare a tutti, dopo una grande sciagura: anche a chi si crede for­te: anche a chi è forte. E tu, che sei forte, hai compiuto un grande sforzo, solo: che non tutti hanno avvertito, del quale noi stessi che ti stavamo vicini non ci siamo accorti, come dovevamo. E del quale, og­gi soltanto, forse si vedono i segni. Tre anni di silenzio: tre anni di fatica. E ci hai sorretti tutti... Ma dentro...

Re Tabor                  - Che cosa?

La Regina                 - Eh!, Tabor! Dillo finalmente... E anche se non lo dici vale lo stesso. Ma di tutto quello che ci hai dato bisogna che qualche cosa ti ritorni. Poco; quel poco, se non altro, che ha potuto racco­gliere il mio cuore: sul quale, però, non è pesato il tuo dolore, come non è pesato sul tuo popolo... E questa è stata la tua grande carità! Bisogna dunque, che il mio cuore oggi faccia il miracolo: E ti dica: - No, Tabor... Forza...

Re Tabor                  - Che vuoi dire?

La Regina                 - Un re non abdica.

Re Tabor                  - (con disperazione) Allora un regno sarebbe una croce, della quale non ci si può liberare, e che si deve portare fino alla morte, anche se il cuore non reg­ge più?

La Regina                 - Forse è anche questo! Ma ri­cordati: tante volte mi hai detto: - Tu sei Regina... - Questa volta dico io a te: - Ricordati...

Re Tabor                  - Non ho dato tutto, dunque? Tutto!? Non ho fatto tutto il mio do­vere? Non ho dato tutto il mio dolore?

La Regina                 - Il tuo dolore, sì. Ma il tuo do­vere è di stare al tuo posto. Per il tuo po­polo e per te. Per te: perché ci sono uo­mini che non debbono e non possono ri­piegare... Pensa che sarebbe la tua vita, domani.

 Re Tabor                 - Sarebbe la vita di tutti...

La Regina                 - E credi che la vita dei Re sia la vita di tutti? Lo ha sentito anche De­metrio. Ti ha lasciato parlare. Ma poi è venuto da me e mi ha detto: - Va, ha bisogno di te! - Ed eccomi qui. Tardi: per troppo tempo chiusa nella mia pena egoistica, e perdonami: ma in tempo per tornarti accanto, per aiutarti ancora... Io volevo chiederti di rinviare di qualche set­timana la nostra partenza... E invece... si torna fra dieci giorni, tutti, insieme... Co­me mi chiamavi i primi tempi delle no­stre nozze? « Spada fedele ». Ero giova­ne allora... Ora, fedele sì, sempre... Ma spada che non vale più niente...

Re Tabor                  - Spada fedele, al mio fianco!

La Regina                 - E lui!? A vederci uniti, poiché ci vede, capirà che abbiamo accettato il suo destino, come un segno di Dio. E abbia­mo seguitato a servire la causa per la qua­le si è sacrificato: e per la quale siamo stati chiamati sulla terra. Verrà poi l'ora di Demetrio... L'ora per il piccolo... Ma tutto a suo tempo...

Re Tabor                  - (con altro tono) Sicché... servire ancora... Questo è il destino di un Re!?... E Gunnar sarebbe più libero di te, di me...

La Regina                 - Gunnar non è un Re... (Entra Balakis).

Balakis                     - Maestà, il corriere è pronto per la firma.

Re Tabor                  - Grazie! (alla Regina) Allora tu vorresti partire tra dieci giorni?

La Regina                 - Sì...

Re Tabor                  - Sta bene... Faremo come vuoi tu... Obbediremo agli ordini della Regina. (Re Tabor esce con Balakis. La Regina sola in piedi).

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