Re Torrismondo

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Re Torrismondo

Re Torrismondo

Di Torquato Tasso

PERSONAGGI

NUTRICE

ALVIDA

TORRISMONDO, RE DE'

GOTI

CONSIGLIERO

CORO

MESSAGGIERO PRIMO

ROSMONDA

REGINA MADRE

GERMONDO, RE DI SUEZIA

CAMERIERA

INDOVINO

FRONTONE

MESSAGGIERO SECONDO

CAMERIERO

 [Epistola]

AL SERENISSIMO SIGNOR DON VINCENZO GONZAGA DUCA DI MANTOVA E DI MONFERRATO, ETC.

La tragedia per opinione di alcuni è gravissimo' componimento, come ad altri pare, affettuosissimo e convenevole a' giovenetti: i quali, oltre tutti gli altri, par che ricerchi per uditori. E benché queste due opinioni paiano fra se contrarie e discordi, ora si conosce come possano amichevolmente concordare perché V. Altezza nel fior degli anni suoi giovenili dimostra tanta gravità di costumi e tanta prudenza, ch'a niuno altro principe par che più si convegna questo poema. Oltre a ciò, la tragedia per giudizio d'Aristotele ne l'esser perfetto supera ciascuno altro. E voi sete principe dotato d'altissimo ingegno e d'ogni perfezione, sì come colui al quale non mancano l'antiche ricchezze, né le virtù e la gloria degli antecessori, né i nuovi ornamenti accresciuti dal padre a la vostra nobilissima stirpe, né il proprio valore e la propria eccellenza in esercitar l'armi e le lettere, né l'azione, né la contemplazione, e particolarmente ne la poesia, ne la quale ancora può essere annoverato fra' principi che nobilmente hanno scritto e poetato A V. Altezza dunque, ch'è perfettissimo principe, dedico e consacro questo perfettissimo poema, estimando che 'l dono, quantunque minore del suo merito, non sia disdicevole a la sua grandezza, né a la mia affezione, che tanto cresce in me, quanto il saper in lei si va accrescendo. In una cosa solamente potrebbe alcuno estimar ch'io avessi avuto poco risguardo a la sua prospera fortuna. Io dico nel donare a felicissimo principe infelicissima composizione; ma le azioni de' miseri possono ancora a' beati servire per ammaestramento; e V. Altezza, leggendo o ascoltando questa favola, troverà alcune cose da imitare, altre da schivare, altre da lodare, altre da riprendere, altre da rallegrarsi, altre da contristarsi. E potrà col suo gravissimo giudizio purgar in guisa l'animo, ed in guisa temprar le passioni, che l'altrui dolore sia cagione del suo diletto; e l'imprudenza degli altri, del suo avedimento; e gli infortunii, de la sua prosperità. E piaccia a Dio di scacciar lontano da la sua casa ogni infelicità, ogni tempesta, ogni nube, ogni nebbia, ogni ombra di nemica fortuna o di fortunoso avenimento, spargendolo non dico in Gozia, o in Norvegia, o 'n Suezia, ma fra gli ultimi Biarmi, e fra i mostri e le fiere e le notturne larve di quella orrida regione, dove sei mesi de l'anno sono tenebre di continova notte. Piaccia ancora a V. Altezza ch'io sia a parte de la sua felicità, poic'ha voluto farmi parte de la sua casa, accioché il poeta non sia infelice come il poema, né la mia fortuna simil a quella che si descrive ne la tragedia; ma se le poesie ancora hanno la rea e la buona sorte, come alcuno ha creduto, questa, essendo di mia divenuta sua, può sperare lieta e felice mutazione, e fama perpetua ed onore e riputazione fra gli altri componimenti; perché la memoria de la cortesia di V. Altezza fia immortale, ed intesa e divolgata per varie lingue ne le più lontane parti del Settentrione.

Di Bergamo il primo di settembre 1587.
Di V. Altezza Sereniss. Affez.mo e devot.mo ser.re
TORQUATO TASSO

ATTO PRIMO

[[SCENA PRIMA]]

NUTRICE, ALVIDA

[[NUTRICE]]

Deh qual cagione ascosa, alta regina,

sì per tempo vi sveglia? Ed or che l'alba

nel lucido oriente a pena è desta,

dove ite frettolosa? E quai vestigi

di timore in un tempo e di desio

veggio nel vostro volto e ne la fronte?

Perch'a pena la turba interno affetto,

o pur novella passion l'adombra,

ch'io me n'aveggio. A me, che per etate,

e per officio, e per fedele amore,

vi sono in vece di pietosa madre,

e serva per volere e per fortuna,

il pensier sì molesto ormai si scopra,

che nulla sì celato o sì riposto

dee rinchiuder giamai ch'a me l'asconda.

ALVIDA

Cara nudrice e madre, egli è ben dritto

ch'a voi si mostri quello ond'osa a pena

ragionar fra se stesso il mio pensiero;

perch'a la vostra fede, al vostro senno

più canuto del pelo, al buon consiglio,

meglio è commesso ogni secreto affetto,

ogni occulto desio del cor profondo,

ch'a me stessa non è. Bramo e pavento,

no 'l nego, ma so ben quel ch'i' desio;

quel che tema, io non so. Temo ombre e sogni,

ed antichi prodigi, e novi mostri,

promesse antiche e nove, anzi minacce

di fortuna, del ciel, del fato averso,

di stelle congiurate; e temo, ahi lassa,

un non so che d'infausto o pur d'orrendo,

ch'a me confonde un mio pensier dolente,

lo qual mi sveglia e mi perturba e m'ange,

la notte e 'l giorno. Oimè, giamai non chiudo

queste luci già stanche in breve sonno,

ch'a me forme d'orrore e di spavento

il sogno non presenti; ed or mi sembra

che dal fianco mi sia rapito a forza

il caro sposo, e senza lui solinga

gir per via lunga e tenebrosa errando;

or le mura stillar, sudare i marmi

miro, o credo mirar, di negro sangue;

or da le tombe antiche, ove sepolte

l'alte regine fur di questo regno,

uscir gran simolacro e gran ribombo,

quasi d'un gran gigante, il qual rivolga

incontra al cielo Olimpo, e Pelia, ed Ossa,

e mi scacci dal letto, e mi dimostri,

perch'io vi fugga da sanguigna sferza,

una orrida spelunca, e dietro il varco

poscia mi chiuda; onde, s'io temo il sonno

e la quiete, anzi l'orribil guerra

de' notturni fantasmi a l'aria fosca,

sorgendo spesso ad incontrar l'aurora,

meraviglia non è, cara nutrice.

Lassa me, simil sono a quella inferma

che d'algente rigor la notte è scossa,

poi su 'l mattin d'ardente febre avampa;

perché non prima cessa il freddo gelo

del notturno timor, ch'in me s'accende

l'amoroso desio, che m'arde e strugge.

Ben sai tu, mia fedel, che 'l primo giorno

che Torrismondo agli occhi miei s'offerse,

detto a me fu che dal famoso regno

de' fieri Goti era venuto al nostro

de la Norvegia, ed al mio padre istesso,

per richiedermi in moglie; onde mi piacque

tanto quel suo magnanimo sembiante

e quella sua virtù per fama illustre,

ch'obliai quasi le promesse e l'onta.

Perch'io promesso aveva al vecchio padre

di non voler, di non gradir pregata

nobile amante, o cavaliero, o sposo,

che di far non giurasse aspra vendetta

del suo morto figliuolo e mio fratello;

e 'l confermai nel dì solenne e sacro,

in cui già nacque e poi con destro fato

ei prese la corona e 'l manto adorno,

e ne rinova ogni anno e festa e pompa,

che quasi diventò pompa funebre.

Quante promesse e giuramenti a l'aura

tu spargi, Amor, qual fumo oscuro od ombra!

Io del piacer di quella prima vista

così presa restai, ch'avria precorso

il mio pronto voler tardo consiglio,

se non mi ritenea con duro freno

rimembranza, vergogna, ira e disdegno.

Ma poiché meco egli tentò parlando

d'amore il guado, e pur vendetta io chiesi;

chiesi vendetta, ed ebbi fede in pegno

di vendetta e d'amor; mi diedi in preda

al suo volere, al mio desir tiranno,

e prima quasi fui, che sposa, amante;

e me n'avidi a pena. E come poscia

l'alto mio genitor con ricca dote

suo genero il facesse; e come in segno

di casto amor e di costante fede

la sua destra ei porgesse a la mia destra;

come pensasse di voler le nozze

celebrar in Arane, e côrre i frutti

del matrimonio nel paterno regno,

e di sua gente e di sua madre i prieghi

mi fosser porti e loro usanza esposta,

tutto è già noto a voi. Noto è pur anco

che pria ch'al porto di Talarma insieme

raccogliesse le navi, in riva al mare,

in erma riva e 'n solitaria arena,

come sposo non già, ma come amante,

ei fece le fuitive occulte nozze,

che sotto l'ombre ricoprì la notte,

e ne l'alto silenzio; e fuor non corse

la fama e 'l suono del notturno amore,

ch'in lui tosto s'estinse; e nullo il seppe,

se non forse sol tu, che nel mio volto

de la vergogna conoscesti i segni.

Or poi che giunti siam ne l'alta reggia

de' magnanimi Goti, ov'è l'antica

suocera, che da me nipoti attende,

che s'aspetti non so, né che s'agogni;

ma si ritarda il desiato giorno.

Già venti volte è il sol tuffato in grembo,

da che giungemmo, a l'ocean profondo,

e pur anco s'indugia; ed io fratanto

(deggio 'l dire o tacer?) lassa mi struggo,

come tenera neve in colle aprico.

NUTRICE

Regina, come or vano il timor vostro

e 'l notturno spavento in voi mi sembra,

così giusta cagion mi par che v'arda

d'amoroso desio; né dee turbarvi

il vostro amor; che giovanetta donna,

che per giovane sposo in cor non senta

qualche fiamma d'amore, è più gelata

che dura neve in orrida alpe il verno.

Ma la santa onestà temprar dovrebbe,

e l'onesta vergogna, ardor soverchio,

perch'ei s'asconda a' desiosi amanti.

Ma non sarà più lungo omai l'indugio,

che già s'aspetta qui, se 'l vero intendo,

de la Suezia il re di giorno in giorno.

ALVIDA

Sollo, e più la tardanza ancor molesta

me per la sua cagion. Così vendetta

veggio del sangue mio? Così del padre

consolar posso l'ostinato affanno,

e placar del fratel l'ombra dolente?

Posso e voglio così? Non lece adunque

premere il letto marital, se prima

a noi d'Olma non viene il re Germondo,

di tutta la mia stirpe aspro nemico?

NUTRICE

Amico è del tuo re; né dee la moglie

amare e disamar co 'l proprio affetto,

ma con le voglie sol del suo marito.

ALVIDA

Siasi come a voi pare; a voi concedo

questo assai volentier, ch'io voglio e deggio

d'ogni piacer di lui far mio diletto,

Così potessi pur qualche favilla

estinguer del mio foco e de la fiamma,

o piacer tanto a lui, ch'ad altro intende,

ch'egli pur ne sentisse eguale ardore.

Lassa, ch'in van ciò bramo, e 'n van l'attendo,

né mi bisogna ancor pungente ferro,

che nel letto divida i nostri amori

e i soverchi diletti. Ei già mi sembra

schivo di me per disdegnoso gusto:

perché da quella notte a me dimostro

non ha segno di sposo, o pur d'amante.

Madre, io pur ve 'l dirò, benché vergogna

affreni la mia lingua e risospinga

le mie parole indietro. A lui sovente

prendo la destra e m'avicino al fianco:

ei trema, e tinge di pallore il volto,

che sembra (onde mi turba e mi sgomenta)

pallidezza di morte, e non d'amore;

o 'n altra parte il volge, o 'l china a terra,

turbato e fosco; e se talor mi parla,

parla in voci tremanti, e co' sospiri

le parole interrompe.

NUTRICE

O figlia, i segni

narrate voi d'ardente, intenso amore.

Tremare, impallidir, timidi sguardi,

timide voci, e sospirar parlando,

scopron talora un desioso amante.

E se non mostra ancor l'istesse voglie,

che mostrò già ne le deserte arene,

sai che la solitudine e la notte

sono sproni d'amore, ond'ei trascorra;

ma lo splendor del sole, il suon, la turba

del palagio real, sovente apporta

lieta vergogna, in aspettando un giorno

che per gioia maggior tanto ritarda.

E s'egli era in quel lido amante ardito,

accusar non si dee, perch'or si mostri

modesto sposo ne l'antica reggia.

REGINA

Piaccia a Dio che sia vero. Io pur fra tanto,

poi ch'altro non mi lece, almen conforto

dal rimirarlo prendo. Or vengo in parte

ov'egli star sovente ha per costume,

in queste adorne logge o 'n questo campo,

ov'altri i suoi destrier sospinge e frena,

altri gli muove a salti o volge in cerchio.

NUTRICE

Altra stanza, regina, a voi conviensi,

vergine ancor, non che fanciulla e donna.

Ben ha camere ornate il vostro albergo,

ove potrete, accompagnata o sola,

spesso mirarlo dal balcon soprano.

[[SCENA SECONDA]]

NUTRICE sola

NUTRICE

Non so ch'in terra sia tranquillo stato

o pacifico sì, che no 'l perturbi

o speranza, o timore, o gioia, o doglia;

né grandezza sì ferma, o nel suo merto

fondata, o nel favor d'alta fortuna,

che l'incostante non atterri o crolli,

o non minacci. Ecco felice donna

pur dianzi, e tanto più quanto men seppe

di sua prosperità, che, nata a pena,

fu in alto seggio di fortuna assisa.

Ed or, quando parea che più benigno

le fosse il cielo e più le stelle amiche,

per l'alte nozze sue teme e paventa,

e s'adira in un tempo e si disdegna.

Ma dove amor comanda, è l'odio estinto,

e cedon l'ire antiche al novo foco.

E s'al casto e soave e dolce ardore

si dilegua lo sdegno, ancor si sgombri

il sospetto e la tema; e poi ch'elegge

d'amar quel ch'ella deve, amor le giovi.

Ami felicemente; e 'l lieto corso

di questa vita, che trapassa e fugge,

non l'interrompa mai l'invida sorte,

che far subito suole il tempo rio.

Ma temo del contrario, e mi spaventa

del suo timor cagione antica occulta,

non sol novo timor, ch'è quasi un segno

di futura tempesta; e l'atre nubi

risolver si potranno al fin in pianto,

se legitimo amor non solve il nembo.

Ma ecco il re, cui la regina aspetta.

[[SCENA TERZA]]

TORRISMONDO RE, CONSIGLIERO.

[[TORRISMONDO]]

Ahi, quando mai la Tana, o 'l Reno, o l'Istro,

o l'inospite mare, o 'l mar vermiglio,

o l'onde caspe, o l'ocean profondo,

potrian lavar occulta e 'ndegna colpa,

che mi tinse e macchiò le membra e l'alma?

Vivo ancor dunque, e spiro, e veggio il sole?

Ne la luce del mondo ancor dimoro?

E re son detto, e cavalier m'appello?

La spada al fianco io porto, in man lo scettro

ancor sostegno, e la corona in fronte?

E pur v'è chi m'inchina e chi m'assorge,

e forse ancor chi m'ama: ahi, quelli è certo

che del suo fido amor coglie tal frutto.

Ma che mi giova, oimè, s'al core infermo

spiace la vita, e se ben dritto estimo

ch'indegnamente a me questa aura spiri

e 'ndegnamente il sole a me risplenda;

se 'l titolo real, la pompa e l'ostro,

e 'l diadema gemmato e d'or lucente,

e la sonora fama, e 'l nome illustre

di cavalier m'offende, e tutti insieme

pregi, onori, servigio io schivo e sdegno;

e se me stesso in guisa odio ed aborro

che ne l'essere amato offesa io sento?

Lasso, io ben me n'andrei per l'erme arene

solingo, errante; e ne l'Ercinia folta

e ne la negra selva, o 'n rupe o 'n antro

riposto e fosco d'iperborei monti,

o di ladroni in orrida spelunca,

m'asconderei dagli altri, il dì fuggendo,

e da le stelle e dal seren notturno.

Ma che mi può giovar, s'io non m'ascondo

a me medesmo? Oimè, son io, son io,

quel che fuggito or sono e quel che fuggo:

di me stesso ho vergogna e scorno ed onta,

odioso a me fatto e grave pondo.

Che giova ch'io non oda e non paventi

i detti e 'l mormorar del folle volgo,

o l'accuse de' saggi, o i fieri morsi

di troppo acuto o velenoso dente,

se la mia propria conscienza immonda

altamente nel cor rimbomba e mugge,

s'ella a vespro mi sgrida ed a le squille,

se mi sveglia le notti e rompe il sonno

e mille miei confusi e tristi sogni?

Misero me, non Cerbero, non Scilla

così latrò come io ne l'alma or sento

il suo fiero latrar; non mostro od angue

ne l'Africa arenosa, od Idra in Lerna,

o di Furia in Cocito empia cerasta,

morse giamai com'ella rode e morde.

CONSIGLIERO

Se la fede, o signor, mostrata in prima

ne le fortune liete e ne l'averse

porger può tanto ardire ad umil servo,

ch'osi pregare il suo signor tal volta,

perch'i pensieri occulti a lui riveli,

io prego voi che del turbato aspetto

scopriate la cagion, gli affanni interni,

e qual commesso abbiate errore o colpa,

che tanto sdegno in voi raccolga e 'nfiammi

contra voi stesso, e sì v'aggravi e turbi;

che di lungo silenzio è grave il peso

in sofferendo, e co'l soffrir s'inaspra,

ma si consola, in ragionando, e molce;

ed uom, ch'al fin deporre in fidi orecchi

il noioso pensier parlando ardisca,

l'alma sua alleggia d'aspra e dura salma.

TORRISMONDO

O mio fedele, a cui l'alto governo

di mia tenera età conceder volle

il re mio padre e signor vostro antico,

ben mi ricordo i detti e i modi e l'opre,

onde voi mi scorgeste; e quai sovente

mi proponeste ancor dinanzi agli occhi

d'onestà, di virtù mirabil forme,

e quai di regi o di guerrieri essempi,

che ne l'arti di pace o di battaglia

furon lodati; e qual acuto sprone

di generosa invidia il cor mi punse,

e qual di vero onor dolce lusinga

invaghir mi solea. Ma troppo accresce

questa dolce memoria il duolo acerbo,

che quanto io dal sentier, che voi segnaste,

mi veggio traviato esser più lunge,

tanto più contra me di sdegno avampo.

E s'ad alcun, fra quanti il sol rimira

o la terra sostiene o 'l mar circonda,

per vergogna celar dovessi il fallo,

esser voi quel devreste: alti consigli

da voi già presi, e poi gittai e sparsi.

Ma 'l vostro amor, la fede un tempo esperta,

l'etate e 'l senno e quella amica speme,

che del vostro consiglio ancor m'avanza,

conforti al dir mi son; benché paventa

e 'norridisce a ricordarsi il core,

e per dolor rifugge, onde sdegnosa

s'induce a ragionar la tarda lingua;

però in disparte io v'ho chiamato e lunge.

Devete rammentar ch'uscito a pena

di fanciullezza, e di quel fren disciolto

che già teneste voi soave e dolce,

fui vago di mercar fama ed onore;

onde lasciai la patria e 'l nobil padre,

e gli eccelsi palagi, e vidi errando

vari estrani costumi e genti strane;

e sconosciuto e solo io fui sovente,

ove il ferro s'adopra e sparge il sangue.

In quelli errori miei, com'al Ciel piacque,

mi strinsi d'amicizia in dolce nodo

co 'l buon Germondo, ch'a Suezia impera,

giovene anch'egli, e pur di gloria ardente,

e pien d'alto desio d'eterna fama.

Seco i Tartari erranti e seco i Moschi,

cercando i paludosi e larghi campi,

seco i Sarmati i' vidi, e i Rossi, e gli Unni,

e de la gran Germania i lidi e i monti;

seco a l'estremo gli ultimi Biarmi

vidi tornando, e quel sì lungo giorno

a cui succede poi sì lunga notte;

ed altre parti de la terra algente,

che ghiaccia a' sette gelidi Trioni,

tutta lontana dal camin del sole.

Seco de la milizia i gravi affanni

soffersi, e seco ebbi commune un tempo

non men gravi fatiche e gran perigli

che ricche prede e gloriose palme,

da nemici acquistate e da tiranni;

onde sovente in perigliosa guerra

egli scudo mi fe' del proprio petto

e mi sottrasse a dispietata morte,

ed io talor, là dove amor n'aguaglia,

la vita mia per la sua vita esposi.

Ma, dapoi che moriro i padri nostri,

sendo al governo de' lasciati regni

richiamati ambodue, gli offici e l'opre

non cessâr d'amicizia, anzi disgiunti

di loco, e più che mai di core uniti,

cogliemmo ancor di lei frutti soavi.

Misero, or vengo a quel che mi tormenta.

Questo mio caro e valoroso amico,

pria che facesse elezione e sorte

noi de l'arme compagni e degli errori,

trasse in Norvegia a la famosa giostra,

ond'ebbe ei poscia fra mille altri il pregio.

Ivi in sì forte punto agli occhi suoi

si dimostrò la fanciulletta Alvida,

ch'egli sentissi in su la prima vista

l'alma avampar d'inestinguibil fiamma.

E bench'ei far non possa, o non ardisca,

che fuor traluca del suo ardor favilla,

che dagli occhi di lei sia vista e piaccia,

pur nudrì nel suo cuore ardente foco.

Né lunghezza di tempo o di camino,

né rischio, né disagio, né fatica,

né veder novi regni e nove genti,

selve, monti, campagne, e fiumi, e mari,

né di nova beltà novo diletto,

né s'altro è che d'amor la face estingua,

intepediro i suoi amorosi incendi.

Ma, de' pensieri esca facendo al foco,

tutto quel tempo agli altri il tenne occulto

ch'errò per varie parti; e del suo core

secretari sol fummo Amore ed io.

Ma poiché richiamato al nobil regno

egli s'assise ne l'antico seggio,

l'animo a le sue nozze anco rivolto,

mille strade tentando, usò mille arti,

mille mezzi adoprò, mille preghiere

or come re porgendo, or come amante,

liberal di promesse e largo d'oro,

sol per indur d'Alvida il vecchio padre,

che la sua figlia al suo pregar conceda;

ma indurato il trovò di core e d'alma

perché d'ingegno, di costumi e d'opre

altero il re canuto, anzi superbo,

di natura implacabile, e tenace

d'ogni proposto, e di vendetta ingordo,

la pace ricusò con gente aversa,

da cui tal volta depredato ed arso

vide il suo regno, e violati i tempî,

dispogliati gli altari, e tratti i figli

da le cune piangendo, e da' sepolcri

le ceneri degli avi, e sparse al vento;

da cui, non ch'altri, un suo figliuol medesmo,

senza lagrime no, né senza lutto,

ma pur senza vendetta, anciso giacque

orribilmente; e l'uccisor Germondo

egli stimò ne la sanguigna mischia,

non l'essercito solo o solo il volgo.

E veramente ei fu ch'in aspra guerra

n'ebbe le spoglie, e pur non volle il vanto.

Poiché sprezzare ed aborrir si vide

de l'inclita Suezia il re possente,

par che dentro arda tutto, e fuori avampi

di giusto sdegno incontra il fiero veglio,

che di lui fatto avea l'aspro rifiuto.

Non però per divieto, o per repulsa,

o per ira, o per odio, o per contrasto,

del primo amore intepidì pur dramma.

E ben è ver che negli umani ingegni,

e più ne' più magnanimi e più alteri,

per la difficoltà cresce il desio,

in guisa d'acqua che rinchiusa ingorga,

o pur di fiamma in cavernoso monte,

ch'aperto non ritrova uscendo il varco

e di ruine il ciel tonando ingombra.

Dunque ei fermato è di voler, malgrado

del crudo padre, la pudica figlia,

e di piegar, comunque il ciel si volga

e sia fermo il destin, varia la sorte,

la donna; o di morir ne l'alta impresa.

D'acquistarla per furto o per rapina

dispose; e mille modi in sé volgendo

ora d'accorgimento ed or di forza,

al fin gli altri rifiuta, e questo elegge.

Per un secreto suo fido messaggio

e per lettere sue con forti prieghi

mi strinse a dimandar la figlia al padre,

e avutala poi con sì bella arte,

la concedessi a lui, che n'era amante,

né re saria di re genero indegno.

Io, se ben conoscea che questo inganno

irritati gli sdegni e forse l'arme

incontra me de la Norvegia avrebbe,

estimai ch'ove è scritto, ove s'intenda

d'onorata amicizia il caro nome,

quel che meno per sé parrebbe onesto

acquisti d'onestà quasi sembianti;

e se ragion mai violar si debbe,

sol per l'amico violar si debbe;

ne l'altre cose poi giustizia osserva.

E posposi al piacer del caro amico

l'altrui pace e la mia, tanto mi piacque

divenir disleal per troppa fede.

Questo fisso tra me, non per messaggi,

né con quell'arti che sovente usarsi

soglion tra gli alti regi in pace o 'n guerra,

del suocero tentai la stabil mente,

ma gli indugi troncai: rapido corsi

del mio voler messaggio e di me stesso.

Ei gradì la venuta e le proposte,

e congiunse a la mia la real destra,

ed a me diede e ricevé la fede,

ch'io di non osservar prefisso avea.

Ed io tolto congedo, e la mia donna

posta su l'alte navi, anzi mia preda,

spiegai le vele; e negli aperti campi

per l'ondoso ocean drizzando il corso,

lasciava di Norvegia i porti e i lidi.

Noi lieti solcavamo il mar sonante,

con cento acuti rostri il mar rompendo,

e la creduta sposa al fianco affissa

m'invitava ad amar pensosa amando.

Ben in me stesso io mi raccolsi e strinsi,

in guisa d'uomo a cui d'intorno accampa

dispietato nemico. Il tempo largo,

e l'ozio lungo e lento, e 'l loco angusto,

e gli inviti d'amor, lusinghe e sguardi,

rossor, pallore, e parlar tronco e breve

solo inteso da noi, con mille assalti

vinsero al fin la combattuta fede.

Ahi ben è ver che risospinto Amore

più fiero e per repulsa e per incontro

ad assalir sen torna, e legge antica

è che nessuno amato amar perdoni.

Ma sedea la ragion al suo governo,

ancor frenando ogni desio rubbello,

quando il sereno cielo a noi refulse

e folgorâr da quattro parti i lampi;

e la crudel fortuna e 'l cielo averso,

con Amor congiurati, e l'empie stelle

mosser gran vento e procelloso a cerchio,

perturbator del cielo e de la terra,

e del mar violento empio tiranno,

che quanto a caso incontra, intorno avolge,

gira, contorce, svelle, inalza e porta,

e poi sommerge; e ci turbâro il corso

tutti gli altri fremendo, e Borea ad Austro

s'oppose irato, e muggiâr quinci e quindi,

e Zefiro con Euro urtossi in giostra;

e diventò di nembi e di procelle

il mar turbato un periglioso campo;

cinta l'aria di nubi, intorno intorno

una improvisa nacque orribil notte,

che quasi parve un spaventoso inferno,

sol da' baleni avendo il lume incerto;

e s'inalzâr al ciel bianchi e spumanti

mille gran monti di volubile onda,

ed altrettante in mezzo al mar profondo

voragini s'aprîr, valli e caverne,

e tra l'acque apparîr foreste e selve

orribilmente, e tenebrosi abissi;

ed apparver notando i fieri mostri

con varie forme, e 'l numeroso armento

terrore accrebbe; e 'n tempestosa pioggia

pur si disciolse al fin l'oscuro nembo;

e per l'ampio ocean portò disperse

le combattute navi il fiero turbo:

e parte ne percosse a' duri scogli,

parte a le travi smisurate, sovra

il mar sorgenti in più terribil forma,

talché schiere parean con arme ed aste,

e 'n minacciose rupi o 'n ciechi sassi,

che son de' vivi ancor fiero sepolcro;

parte a le basi di montagne alpestri

sempre canute, ove risona e mugge,

mentre combatte l'un con l'altro flutto,

e 'l frange e 'nbianca, e come il tuon rimbomba,

e di spavento i naviganti ingombra;

parte inghiotinne ancor l'empia Caribdi,

che l'onde e i legni intieri absorbe e mesce;

son rari i notatori in vasto gorgo.

Ma co 'l flutto maggior nubilo spirto

il nostro batte, e 'l risospinge a forza,

sì ch'a gran pena il buon nocchiero accorto

lui salvò, sé ritrasse e noi raccolse

d'uno altissimo monte a' curvi fianchi,

dove mastra natura in guisa d'elmo

forma scolpito a meraviglia un porto,

che tutti scaccia i venti e le tempeste,

ma pur di sangue è crudelmente asperso,

fiero principio e fin d'acerba guerra.

Qui ricovrammo sbigotiti e mesti,

ponendo il piè nel solitario lido.

Mentre l'umide vesti altri rasciuga,

ed altri accende le fumanti selve,

con Alvida io restai de l'ampia tenda

ne la più interna parte. E già sorgea

la notte amica de' furtivi amori,

ed ella a me si ristringea tremante

ancor per la paura e per l'affanno.

Questo quel punto fu che sol mi vinse.

Allora amor, furore, impeto e forza

di piacere amoroso, al cieco furto

sforzâr le membra oltra l'usanza ingorde.

Ahi lasso, allor per impensata colpa

ruppi la fede, e violai d'onore

e d'amicizia le severe leggi.

Contaminato di novello oltraggio,

traditor fatto di fedele amico,

anzi nemico divenuto amando,

da indi in qua sono agitato, ahi lasso,

da mille miei pensieri, anzi da mille

vermi di penitenza io son trafitto,

non sol roder mi sento il core e l'alma;

né mai da' miei furori o pace o tregua

ritrovar posso. O Furie, o dire, o mie

debite pene, e de' non giusti falli

giuste vendicatrici! Ove ch'io volga

gli occhi, o giri la mente e 'l mio pensiero,

l'atto che ricoprì l'oscura notte

mi s'appresenta, e parmi in chiara luce

a tutti gli occhi de' mortali esposto.

Ivi mi s'offre in spaventosa faccia

il mio tradito amico, odo l'accuse

e le giuste querele, odo i lamenti,

l'amor suo, la costanza, ad uno ad uno

tanti merti, tante opre, e tante prove

che fatte egli ha d'inviolabil fede.

Misero me, tra i duri artigli e i morsi

d'impura conscienza e di dolore,

gli amorosi martiri han loco e parte;

e di lasciar la male amata donna,

che lasciar converria, così m'incresce,

che di lasciar la vita insieme io penso.

Questo il più facil modo, e questa sembra

la più spedita via d'uscir d'impaccio.

E poi che 'l duro, inestricabil nodo

ond'amore e fortuna or m'hanno involto

scioglier più non si può, s'incida e spezzi.

Ch'avrei questo conforto almen partendo

da questa luce a me turbata e fosca,

ch'io medesmo la pena e la vendetta

farei del caro amico e di me stesso,

l'onta sua rimovendo e la mia colpa,

se rimover si può commesso fallo;

giusto in me, benché tardi, e per lui forte.

CONSIGLIERO

Signor, tanto ogni mal più grave è sempre,

quanto è in più nobil parte; e dal soggetto

diversa qualità prende l'offesa.

E quinci avien che sembra un leggier colpo

ne le spalle sovente e ne le braccia

e ne l'altre robuste e forti membra

quel ch'a gli occhi saria gravoso, e certa

e dogliosa cagion d'acerba morte.

E però questo error, che posto in libra

per sé non fora di soverchio pondo,

e saria forse lieve in uom del volgo

ed in quelle amicizie al mondo usate,

ov'è l'util misura angusta e scarsa,

od in quell'altre che 'l diletto accoppia,

molto (ch'io già negar no 'l voglio o posso)

in animo gentil grave diventa,

tra grandezza di scettri e di corone,

e tra 'l rigor di quelle sante leggi,

che la vera amicizia altrui prescrisse.

Error di cavalier, di re, d'amico

contra sì nobil cavaliero e re,

contra amico sì caro e sì fedele,

fu questo vostro; e dee chiamarsi errore,

o se volete pur, peccato e colpa,

o d'ardente desio, di cieco e folle

amor si dica impetuoso affetto:

nome di sceleraggine ei non merta.

Lunge per Dio, signor, sia lunge e sevro

da questa opra e da voi titolo indegno.

Non soggiacete a non dovuto incarco:

che s'uom non dee di falsa laude ornarsi,

non dee gravarsi ancor di falso biasmo.

Non sete, no, la passion v'accieca,

o traditore, o scelerato, od empio.

Scelerato è colui, se dritto estimo,

che la nostra ragion, divina parte,

e del ciel prezioso e caro dono,

da la natura sua travolge e torce,

come si svolge il rio dal proprio corso,

e la piega nel male, onde trabocca,

ed incontra al voler di chi la diede

guida a l'opre la fa malvagie ed empie,

precipitando; e 'l precipizio è fraude.

Ma chi, senza fermar falso consiglio

di perversa ragion, trascorra a forza,

ove il rapisce il suo desio tiranno,

scelerato non è, per grave colpa

dove amore il trasporti o pur disdegno.

D'ira e d'amor, possenti e fieri affetti,

la nostra umanitade ivi più abonda,

ov'è più di vigore; e rado aviene

che generoso cor, guerriero ed alto

non sia spinto da loro e risospinto,

come da venti procelloso mare.

Però non ricusiate al dolor vostro

quel freno aver che la ragion vi porge.

Lascio tanti famosi e chiari essempi

e d'Alcide e d'Achille e d'Alessandro,

e lascio il vaneggiar de' più moderni

regi vinti d'amore, e prima invitti.

Vedeste bella e giovinetta donna,

e fu nel poter vostro, e non vi mosse

la bellezza ad amar: costretto e tardi

voi rispondeste agli amorosi invitti,

dando ad amore e tre repulse e quattro:

raffrenaste il desio, gli sguardi e i detti.

Al fin amor, fortuna, il loco e 'l tempo

vinser tanta costanza e tanta fede.

Erraste, e fu d'Amore e vostro il fallo;

ma senza scusa almeno o senza essempio

egli non fu: però di morte è indegno.

Né morte, ch'uom di propria mano affretti,

scema commesso errore, anzi l'accresce.

TORRISMONDO

Se morte esser non può pena od emenda

giusta del fallo, almen del mio dolore

fia buon rimedio o fine.

CONSIGLIERO

Anzi principio

e cagion fora di maggior tormento.

TORRISMONDO

Come viver debb'io, sposo d'Alvida,

o pur di lei privarmi? Io ritenerla

non posso, che non scopra insieme aperta

la debil fede; e s'io da me la parto,

come l'anima mia restar può meco?

Il duol farà quel che non fece il ferro.

Non è questo, non è fuggir la morte,

ma scegliersi di lei più acerbo modo.

CONSIGLIERO

Non è duol così acerbo e così grave,

che mitigato al fin non sia dal tempo,

confortator degli animi dolenti,

medicina ed oblio di tutti i mali.

Ma d'aspettare a voi non si conviene

commun rimedio e 'l suo volgar conforto;

ma dal valore interno e da voi stesso

prenderlo, e prevenir l'altrui consiglio.

TORRISMONDO

Tarda incontra al dolor sarà l'aita,

se dee portarla il tempo; e debil fia

se da la debil mia virtù l'attendo.

CONSIGLIERO

Virtù non è mai vinta, e 'l tempo vola.

TORRISMONDO

Vola, quando egli è portator de' mali;

ma nel recare i beni è lento e zoppo.

CONSIGLIERO

Ei con giusta misura il volo spiega;

ma nel moto inegual de' nostri affetti

è quella dismisura e quel soverchio:

e noi pur la rechiam là suso al cielo.

TORRISMONDO

Ma s'egli avvien che la ragione e 'l tempo,

ragion, misero me, vinta ed inerme,

dal dolor mi ricopra e mi difenda,

fia questa moglie di Germondo e mia?

Se la fede, ch'io diedi, e potea darle,

fu stabilita pur (come al ciel piacque)

con l'atto sol del matrimonio occulto,

fatta è pur mia. S'io l'abbandono e cedo,

la cederò qual concubina a drudo.

A guisa dunque di lasciva amante

si giacerà nel letto altrui la sposa

del re de' Goti; ed ei soffrir potrallo?

Vergognosa union, crudel divorzo,

se da me la disgiungo, e 'n questa guisa

la congiungo al compagno, ond'ei schernito

non la si goda mai pura ed intatta.

Tale aver non la può, che 'l furor mio

contaminolla e 'l primo fior ne colse.

Abbia l'avanzo almen de' miei furori,

ma com'è legge antica; e passi almeno

a le seconde nozze onesta sposa,

se non vergine donna. Ah non sia vero

che, per mia colpa, d'impudichi amori

illegitima prole al fido amico

nasca, e che porti la corona in fronte

de la Suezia il successor bastardo.

Questo, questo è quel nodo, oimè dolente,

che scioglier non si può, se non si tronca

il nodo ov'è la vita

a queste membra unita.

CONSIGLIERO

Signor, forte ragione e vera è questa

perché non sia, come rassembra, onesto

che, voi restando in vita, Alvida possa

unirsi in compagnia co 'l re Germondo;

ma non si reca già, né può recarsi,

che debbiate a voi stesso empio e spietato

armar la destra ingiuriosa, e l'alma

a forza discacciar dal nobil corpo,

ove quasi custode Iddio la pose,

onde partir non dee pria che, fornita

la sua custodia, ei la richiami al Cielo.

Nulla dritta ragion ch'a ciò vi spinga

ritrovar si potria, ch'in van si cerca

giusta in terra cagion d'ingiusto fatto.

Ma se voi senza vita, o senza donna

dee rimaner Germondo, or si rimanga

senza l'amata donna il re Germondo.

TORRISMONDO

Egli privo d'amante ed io d'amico,

e d'onor privo ancor nel tempo stesso,

come viver potremo? Ahi dura sorte!

CONSIGLIERO

Dura: ma sofferir conviene in terra

ciò che necessità comanda e sforza,

necessità regina, anzi tiranna,

se non quanto è il voler libero e sciolto:

ch'a lei soggetti son gli egri mortali,

e tutte in ciel le stelle, erranti e fisse,

tutti i lor cerchi; e ne' lor corsi obliqui

servano eterni, e 'n variar costanti,

gli ordini suoi fatali e l'alte leggi.

TORRISMONDO

Faccia quanto è prefisso il mio destino.

CONSIGLIERO

Pur veggio di salvare alto consiglio

vostra fama e l'onor, che quasi affonda.

E s'egli è ver ch'abbia sì fermo amore

l'alte radici sue nel molle petto

d'Alvida, anzi nel core e ne le fibre,

consentir non vorrà ch'ignoto amante,

nemico amante ed odioso amante

tinto del sangue suo, le giaccia appresso.

Ella d'amarlo e di voler negando,

e pertinace a' preghi o pur costante,

vi porgerà cagion quattro e sei volte

di ritenerla, e diece forse, e cento.

E direte: – Non lece e non conviensi

a cavaliero il far oltraggio a donna.

Pregherò teco amico; e teco insieme

ogni arte usar mi giova ed ogni ingegno;

ma sforzar non la voglio. – Il buon Germondo,

s'egli è di cor magnanimo e gentile,

farà ch'amore a la ragion dia loco.

Così la sposa al fin, così l'amico,

così l'onor si salverà.

TORRISMONDO

L'onore

seguita il bene oprar, come ombra il corpo.

CONSIGLIERO

Questo, ch'onor sovente il mondo appella,

è ne l'opinioni e ne le lingue

esterno ben, ch'in noi deriva altronde:

né mai la colpa occulta infamia apporta,

né gloria accresce alcun bel fatto ascoso.

Ma perché viva con l'onor l'onesto

e con l'amico l'amicizia e 'l regno,

diasi d'Alvida in vece a lui Rosmonda,

sorella vostra; e se l'età canuta

può giudicar di feminil bellezza,

via più d'Alvida è bella.

TORRISMONDO

Amor non vuole

cambio, né trova ricompensa al mondo

donna cara perduta.

CONSIGLIERO

Amor d'un core

per novello piacer così fia tratto

come d'asse si trae chiodo per chiodo.

TORRISMONDO

Lasso, la mia soror disprezza e sdegna

ed amori ed amanti e feste e pompe,

come già fece ne l'antiche selve

rigida ninfa, o ne' rinchiusi chiostri

vergine sacra.

CONSIGLIERO

È casta insieme e saggia,

e i soavi conforti e i saggi prieghi

e 'l buon consiglio e le preghiere oneste

soppor faranle al novo giogo il collo.

TORRISMONDO

O mio fedel, nel disperato caso

quel consiglio che sol m'avanza in terra

da voi m'è dato. Io seguirollo; e quando

vano ei pur sia, per l'ultimo refugio

ricovrerò ne l'ampio sen di morte,

porto de le miserie e fin del pianto,

ch'a nessuno è rinchiuso, e tutti accoglie

i faticosi abitator del mondo,

e tutti acqueta in sempiterno sonno.

IL FINE DEL PRIMO ATTO

[Parte]

CORO

O Sapienza, o del gran padre eterno

eterna figlia, o dea, di lui nascesti

anzi gli dei celesti,

a cui nulla altra fu nel Ciel seconda;

e da' stellanti chiostri al lago Averno,

e dovunque Acheronte oscuro inonda

o Stige atra circonda,

nulla s'aguaglia al tuo valor superno.

O dea possente e gloriosa in guerra,

ch'ami ed orni la pace e lei difendi,

se qui mai voli e scendi,

fai beata l'algente e fredda terra.

Mentre l'impero ancor vaneggia ed erra

fuor d'alta sede, e 'l tuo favor sospendi,

non sdegnar questa parte,

perché nato vi sia l'orrido Marte.

E quando i suoi destrier percote e sferza

sovra l'adamantino e duro smalto,

e porta fero assalto,

e fa vermigli i monti e 'l giel sanguigno,

tu rendi lui, come sovente ei scherza,

più mansueto in fronte e più benigno,

d'irato e di maligno,

tu che sei prima e non seconda o terza.

Tu la discordia pazza e 'l furor empio,

tu lo spavento e tu l'orror discaccia,

e si disgombri e taccia

ogni atto iniquo, ogni spietato essempio.

Tu, peregrina diva, altari e tempio

avrai, pregata ove ascoltar ti piaccia.

Deh, non voltarne il tergo,

che peregrina avesti in Roma albergo;

ma inanzi al seggio ove d'eterne stelle

ne fa segno tuo padre, e tuoni e lampi

sparge in cerulei campi

e fulminando irato arde e fiammeggia,

placalo, e queta i nembi e le procelle,

e seco aspira a questa invitta reggia

perch'onorar si deggia,

che non siamo a tua gloria alme rubbelle.

Noi siam la valorosa antica gente,

onde orribil vestigio anco riserba

Roma, e quella superba

che n'usurpa la sede alta e lucente.

Quinci gran pregi ha l'Orto e l'Occidente,

gli ha gloriosi più di fronda o d'erba,

perché del nostro sangue

ivi la fama e la virtù non langue.

E 'n questo clima ov'Aquilon rimbomba

e con tre soli impallidisce il giorno,

di fare oltraggio e scorno

al ciel tentâr poggiando altri giganti.

E monte aggiunto a monte, e tomba a tomba,

alte ruine e scogli in mar sonanti

a folgori tonanti,

son opre degne ancor di chiara tromba.

D'altri divi altri figli i regni nostri

reggeano un tempo, altre famose palme

ebber le nobili alme

e que' che già domâr serpenti e mostri.

E là 've pria fendean con mille rostri

le navi che portâr cavalli e salme,

poscia sostenne il pondo

degli esserciti armati il mar profondo.

Ed ora il re ch'il freno allenta e stringe,

de l'auree spoglie d'occidente onusti

cento avi suoi vetusti

può numerare, e di gran padre è figlio.

A lui, che per onor la spada cinge,

deh rivolgi dal ciel pietosa il ciglio,

s'è vicino il periglio,

tu che sei pronta a' valorosi e giusti.

E se l'alme, deposto il grave incarco,

a le sedi tornâr del Ciel serene

da le membra terrene,

tardi ei sen rieda a te leggiero e scarco.

Ed armato il paventi al suon de l'arco

l'ultima Tile e le remote arene,

e la più rozza turba,

e s'altri a noi contrasta, o noi perturba.

O diva, i rami sacri

tranquilla oliva a te non erge e spande,

né si tesson di lei varie ghirlande;

ma pur altra in sua vece il re consacri

alma e felice pianta;

tu sgombra i nostri errori, o saggia e santa.

ATTO SECONDO

[[SCENA PRIMA]]

MESSAGGERO, TORRISMONDO, CORO

[[MESSAGGERO]]

Me di seguire il mio signore aggrada,

o calchi il ghiaccio de' canuti monti,

o le paludi pur ch'indura il verno.

Ed or quanto m'è caro e quanto dolce

l'esser venuto seco a l'alta pompa

ne la famosa Arana! Ei segue, e 'ntanto

al re de' Goti messagiero io giungo,

perch'io gli dia del suo arrivar novella.

Ma chieder voglio a que' ch'insieme veggio

ove sia del buon re l'aurato albergo.

O cavalieri, io di Suezia or vegno,

per ritrovare il re; dov'è la reggia?

CORO

È quella che t'addito, ed ei medesmo

quel che là vedi tacito e pensoso.

MESSAG[[GERO]]

O magnanimo re de' Goti illustri,

de l'inclita Suezia il re possente

a voi manda salute e questa carta.

TORRISMONDO

La lettra è di credenza. Espor vi piaccia

quel ch'ei v'impose.

MESSAG[[GERO]]

Il mio signor Germondo

dentro a' confin del vostro regno è giunto,

e già vicino; e pria che 'l sole arrivi

del lucido oriente a mezzo il corso,

sarà ne la famosa e nobil reggia;

ed ha voluto ch'io messaggio inanzi

porti insieme l'aviso e porga i prieghi,

perché raccolto ei sia come conviensi

a l'amicizia, a cui sarian soverchi

tutti i segni d'onore e tutti i modi,

che son fra gli altri usati. Ei si rammenta

del dolce tempo e de l'età più verde,

de l'error, de' viaggi, e de le giostre,

de l'imprese, de' pregi, e de le spoglie,

de la gloria commune, e de la guerra;

ma più del vostro amor. Né d'uopo è forse

ch'io lo ricordi a chi 'l riserba in mente.

TORRISMONDO

Oh memoria, oh tempo, oh come allegro

de l'amico fedel novella ascolto!

Dunque sarà qui tosto. Oimè, sospiro

perch'a tanto piacer non basta il petto,

talch'una parte se 'n riversa e spande.

CORO

La soverchia allegrezza e 'l duol soverchio,

venti contrari a la serena vita,

soffian quasi egualmente e fan sospiri;

e molti sono ancor gl'interni affetti

da cui distilla, anzi deriva il pianto,

quasi da fonti di ben larga vena:

la pietate, il piacer, il duol, lo sdegno;

tal ch'il segno di fuor non è mai certo

di quella passion che dentro abonda.

Ed or nel signor nostro effetti adopra

l'infinita allegrezza, o così parmi,

qual suole in altri adoperar la doglia.

MESSAG[[GERO]]

Signor, se con sì ardente e puro affetto

amate il nostro re, giurar ben posso

ch'è l'amor pari; e l'un risponde a l'altro,

e non ha, quanto il sole illustra e scalda,

di lui più fido amico.

TORRISMONDO

Esperto il credo.

Anzi certo sono io che 'l ver si narra.

MESSAG[[GERO]]

Ei de le vostre nozze è lieto in modo

che 'l piacer vostro in lui trasfuso inonda,

a guisa di gran pioggia o di torrente.

Gioisce al suon di vostre lodi eccelse

o per l'arti di pace o di battaglia;

gioisce se i costumi alcuno essalta,

e racconta i viaggi, i lunghi errori,

la beltà de la sposa, il merto e i pregi;

e del padre e di voi sovente ei chiede.

TORRISMONDO

N'udrà liete novelle. E lieto ascolto

le vostre anch'io; ma, del camin già lasso,

deh non vi stanchi il ragionar più lungo.

Sarà da me raccolto il re Germondo

com'egli vuole. È suo de' Goti il regno

non men ch'egli sia mio: però comandi.

Voi prendete riposo. E tu 'l conduci

a le sue stanze, e sia tua cura intanto

ch'egli onorato sia; che ben conviensi,

e 'l merta il suo valor, l'ufficio e 'l tempo,

e l'alta degnità di chi ce 'l manda.

[[SCENA SECONDA]]

TORRISMONDO solo

TORRISMONDO

Pur tacque al fine, e pur al fin dinanzi

mi si tolse costui, ch'a me parlando

quasi il cor trapassò d'acuti strali.

O maculata conscienza, or come

mi trafigge ogni detto! Oimè dolente

che fia se di Germondo udrò le voci?

Non a Sisifo il rischio alto sovrasta

così terribil di pendente pietra,

come a me il suo venire. O Torrismondo,

come potrai tu udirlo? O con qual fronte

sostener sua presenza? O con quali occhi

drizzar in lui gli sguardi? O cielo, o sole,

che non t'involvi in una eterna notte?

O perché non rivolgi adietro il corso

perch'io visto non sia, perché non veggia?

Misero, allora avrei bramato a tempo

che gli occhi mi coprisse un fosco velo

d'orror caliginoso e di tenebra,

ch'io sì fissi li tenni al caro volto

de la mia donna: allor traean diletto,

onde non conveniasi. Or è ben dritto

che stian piangendo a la vergogna aperti,

e di là traggan noia, onde conviensi,

perché la man costante il ferro adopre.

Ma vien l'ora fatale e 'l forte punto,

ch'io cerco di fuggire; e 'l cerco indarno,

se non costringe la canuta madre

la figlia sua, col suo materno impero,

sì come io l'ho pregata, ella promesso.

E so ch'al mio pregar fia pronta Alvida.

Ma chi m'affida, oimè, che di Germondo

l'alma piegar si possa a novo amore?

E se fia vano il più fedel consiglio,

non ha rimedio il male altro che morte.

[[SCENA TERZA]]

ROSMONDA

ROSMONDA

O felice colei, sia donna o serva,

che la vita mortal trapassa in guisa

che tra via non si macchi, e non s'asperga

nel suo negro e terren limo palustre.

Ma chi non ne n'asperge? Ahi non sono altro

serve ricchezze al mondo e servi onori

ch'atro fango tenace intorno a l'alma,

per cui sovente in suo camin s'arresta.

Io, che d'alta fortuna aura seconda

portando alzò ne la sublime altezza,

e mi ripose nel più degno albergo,

de' regi invitti e gloriosi in grembo,

e son detta di re figlia e sorella,

dal piacer, da l'onore e da le pompe,

e da questa real superba vita

fuggirei, come augel libero e sciolto,

a l'umil povertà di verde chiostro.

Or tra vari conviti e vari balli

pur mal mio grado io spendo i giorni integri

e de le notti a' dì gran parte aggiungo;

onde talor vergogna ho di me stessa,

s'a vergine sacrata a Dio nascendo,

è vergogna l'amar cosa terrena;

ma chi d'amor si guarda e si difende?

o non si scalda a la vicina fiamma?

Misera io non volendo amo, ed avampo

appresso il mio signor, ch'io fuggo, e cerco

dapoi che l'ho fuggito; indi mi pento,

del mio voler non che del suo dubbiosa.

E non so quel ch'io cerchi o quel ch'io brami,

e se più si disdica e men convenga

come sorella amarlo o come serva.

Ma s'ei pur di sorella ardente amore

prendesse a sdegno, esser mi giovi ancilla,

ed ancilla chiamarmi e serva umile.

[[SCENA QUARTA]]

REGINA MADRE, ROSMONDA.

[[REGINA]]

A te sol forse ancora è, figlia, occulto

ch'oggi arrivar qui deve il re Germondo.

ROSMONDA

Anzi è ben noto.

REGINA

Non ben si pare.

ROSMONDA

Che deggio far? Non so ch'a me s'aspetti

alcuna cura.

REGINA

O figlia,

con la regina sposa insieme accorlo

ancor tu dêi. S'è quel signor cortese,

quel re, quel cavalier che suona il grido,

ei tosto sen verrà per farvi onore.

ROSMONDA

Io così credo.

REGINA

Or come dunque

sì gran re ne l'altero e festo giorno

così negletta di raccôr tu pensi?

Perché non orni tue leggiadre membra

di preziosa vesta? E non accresci

con abito gentil quella bellezza,

ch'il cielo a te donò cortese e largo,

prendendo, come è pur la nostra usanza,

l'aurea corona, o figlia, o l'aureo cinto?

Bellezza inculta e chiusa in umil gonna

è quasi rozza e mal polita gemma,

ch'in piombo vile ancor poco riluce.

ROSMONDA

Questa nostra bellezza, onde cotanto

se'n va femineo stuol lieto e superbo,

di natura stimo io dannoso dono,

che nuoce a chi 'l possede ed a chi 'l mira.

Lo qual vergine saggia anzi devrebbe

celar, ch'in lieta danza od in teatro

spesso mostrarla altrui.

REGINA

Questa bellezza

proprio ben, propria dote e proprio dono

è de le donne, o figlia, e propria laude,

come è proprio de l'uom valore e forza.

Questa in vece d'ardire e d'eloquenza

ne diè natura, o pur d'accorto ingegno;

e fu più liberale in un sol dono,

ch'in mille altri ch'altrui dispensa e parte;

ed agguagliamo, anzi vinciam, con questa,

ricchi, saggi, facondi, industri e forti.

E vittorie e trionfi e spoglie e palme

le nostre sono, e son più care e belle

e maggiori di quelle onde si vanta

l'uom, che di sangue è tinto e d'ira colmo,

perch'i vinti da loro aspri nemici

odiano la vittoria e i vincitori;

ma da noi vinti sono i nostri amanti,

ch'aman le vincitrici e la vittoria,

che gli fece soggetti. Or s'uomo è folle,

s'egli ricusa di fortezza il pregio,

non dêi già tu stimare accorta donna

quella che sprezzi il titol d'esser bella.

ROSMONDA

Io più tosto credea che doti nostre

fossero la modestia e la vergogna,

la pudicizia, la pietà, la fede,

e mi credea ch'un bel silenzio in donna

di felice eloquenza il merto aguagli.

Ma pur s'è così cara altrui bellezza,

come voi dite, tanto è cara, o parmi,

quanto ella è di virtù fregio e corona.

REGINA

Se fregio è, dunque esser non dee negletto.

ROSMONDA

S'è fregio altrui, è di se stessa adorna.

E bench'io bella a mio parer non sia

sì come pare a voi, ch'in me volgete

dolce sguardo di madre, ornar mi deggio,

che sarò, se non bella, almeno ornata.

Non per vaghezza nova o per diletto,

ma per piacere a voi, del voler vostro

è ragion ch'a me stessa io faccia legge.

REGINA

Ver dici, e dritto estimi, e meglio pensi.

E vo' sperar ch'al peregrino invitto

parrai quale a me sembri; onde ei sovente

dirà fra sé medesmo sospirando:

– Già sì belle non son, né sì leggiadre,

le figliuole de' principi sueci.

ROSMONDA

Tolga Iddio che per me sospiri o pianga,

od ami alcuno, o mostri amare.

REGINA

Adunque

a te non saria caro, o cara figlia,

che re sì degno e sì possente in guerra

sospirasse per te di casto amore,

in guisa tal ch'incoronar le chiome

a te bramasse e la serena fronte

d'altra maggior corona e d'aureo manto,

e farti (ascolti il cielo i nostri preghi)

di magnanime genti alta reina.

ROSMONDA

Madre, io no 'l vo' negar, ne l'alta mente

questo pensiero è già riposto e fisso,

di viver vita solitaria e sciolta,

in casta libertade; e 'l caro pregio

di mia virginità serbarmi integro

più stimo, ch'acquistar corone e scettri.

REGINA

Ei ben si par che, giovenetta donna,

quanto sia grave e faticoso il pondo

de la vita mortal, a pena intendi.

La nostra umanitade è quasi un giogo

gravoso, che natura e 'l cielo impone,

a cui la donna o l'uom disgiunto e sevro

per sostegno non basta, e l'un s'appoggia

ne l'altro, ove distringa insieme amore

marito e moglie di voler concorde,

compartendo fra lor gli offici e l'opre.

E l'un vita da l'altro allor riceve

quasi egualmente, e fan leggiero il peso,

cara la salma e dilettoso il giogo.

Deh, chi mai vide scompagnato bue,

solo traendo il già comune incarco,

stanco segnar gemendo i lunghi solchi?

Cosa più strana a rimirar mi sembra

che donna scompagnata or segni indarno

de la felice vita i dolci campi:

e ben l'insegna, a chi riguarda il vero,

l'esperienza, al bene oprar maestra.

Perché l'alto signore a cui mi scelse

compagna il cielo, e 'l suo co 'l mio volere,

in guisa m'aiutò, mentre egli visse,

a sopportar ciò che natura o 'l caso

suole apportar di grave e di molesto,

ch'alleggiata ne fui; né sentì poscia

cosa, onde soffra l'alma il duol soverchio.

Ma poiché morte ci disgiunse, ahi morte

per me sempre onorata e sempre acerba,

sola rimasa e sotto iniqua salma,

di cadendo mancar tra via pavento,

ed a gran pena, dagli affanni oppressa,

per l'estreme giornate di mia vita

trar posso questo vecchio e debil fianco.

Lassa, né torno a ricalcar giamai

lo sconsolato mio vedovo letto,

ch'io no 'l bagni di lagrime notturne

rimembrando fra me ch'un tempo impressi

io solea rimirar cari vestigi

del mio signore, e ch'ei porgea ricetto

a' piaceri, a' riposi, al dolce sonno,

a' soavi susurri, a' baci, a' detti,

secretario fedel di fido amore,

di secreti pensier, d'alti consigli.

Ma dove mi trasporti a viva forza,

memoria innamorata?

Sostien ch'io torni ove il dover mi spinge.

S'a me diede allegrezza e fece onore

il bene amato mio signor diletto,

io spesso ancor gli agevolai gli affanni;

e quanto in me adoprava il buon consiglio,

tanto in lui (s'io non erro) il mio conforto,

e 'l vestir seco d'un color conforme

tutti i pensieri, ed il portare insieme

tutto quel ch'è più grave e più noioso

nel corso de la vita. E mentre intento

era a stringere il freno, a rallentarlo

a' Goti vincitori, a mover l'arme,

ad infiammare, ad ammorzar gl'incendi

di civil Marte o pur d'estrania guerra,

sovra me tutto riposar gli piacque

il domestico peso. E seco un tempo

questa vita mortal, se non felice,

che felice non è stato mortale,

pur lieta almeno e fortunata i' vissi;

e sventurata sol perché quel giorno

a me non fu l'estremo, e non rinchiuse

queste mie stanche membra in quella tomba,

ov'egli i nostri amori e 'l mio diletto

se 'n portò seco, e se gli tien sepulti.

Oh pur simil compagno e vita eguale

a te sia destinato; e tal sarebbe,

per quel che di lui stimi, il re Germondo.

Tu, s'avvien ch'egli a te s'inchini e pieghi,

schifa non ti mostrar di tale amante.

ROSMONDA

Se ben di noi che siamo in verde etate

quella è più saggia che saper men crede,

e de la madre sua canuta il senno

molto prepone al giovenil consiglio

nel misurar le cose, io pur fra tanto

oserò dir quel ch'ascoltai parlando.

La compagnia de l'uom più lieve alquanto

può far la noia, e può temprar l'affanno,

onde la vita femminile è grave.

Ma s'in alcune cose ella n'alleggia,

più ne preme ne l'altre, e quasi atterra,

e maggior peso a la consorte aggiunge

che non le toglie in sofferendo. Ed anco

molto stimar si può difficil soma

il voler del marito, anzi l'impero,

qualunque egli pur sia, severo o dolce.

Or non è ella assai gravosa cura

quella de' figli? A l'infelice madre

non paion gravi a la più algente bruma

lor notturni viaggi, e i passi sparsi

ed ogni error ch'i peregrini intrica,

la povertà, l'essiglio, e gli altri rischi,

e le pallide morti, e i lunghi morbi,

fianchi, stomachi, febri? E s'odo il vero,

la gravidanza ancora è grave pondo,

e lungo pondo, e doloroso il parto,

sì ch'il figliuol, ch'è de le nozze il frutto,

è frutto al padre, ed a la madre è peso;

peso anzi il nascer grave, e poi nascendo,

né poi nato è leggiero. E pur di questo,

di cui la vita virginale è scarca,

il matrimonio più n'aggrava e 'ngombra.

Che dirò, s'egli avien che sian discordi

il marito e la moglie, o se la donna

s'incontra in uom superbo e crudo e stolto?

Infelice servaggio ed aspro giogo

puote allor dirsi il suo. Ma sian concordi

d'animi, di volere e di consiglio,

e viva l'un ne l'altro; or che ne segue?

Forse questa non è penosa vita?

Allor quanto ama più, quanto conosce

d'essere amata più la nobil donna,

tanto a mille pensieri è più soggetta,

ed agli affetti suoi gli affetti ascosi

del suo fedel, come sian propi, aggiunge.

Teme co 'l suo timor, duolsi co 'l duolo,

con le lagrime sue lagrima e piange,

e co 'l suo sospirar sospira e geme.

E benché sia sicura in chiusa stanza,

o 'n alto monte, o 'n forte eccelsa torre,

è pur sovente esposta a' casi aversi

ed a' perigli di battaglia incerta.

Di ciò non cerco io già stranieri essempi,

perché de' nostri oltra misura abondo.

E da voi gli prendo io, ch'a me tal volta

contra la ragion vostra in vece d'arme

altre varie ragioni a me porgete.

Ma se 'l marito a la gran madre antica

dopo l'estremo passo al fin ritorna,

ella sente il dolor d'acerba morte;

e seco muore in un medesimo tempo

a' piaceri, a le gioie, e vive al lutto.

Onde conchiuderei con certe prove

che sia noioso il matrimonio e grave,

ch'in lui sterile vita o pur feconda,

l'esser amata od odiosa, apporta

solleciti pensier, fastidi e pene

quasi egualmente. Ed io no 'l fuggo e sprezzo

solo per ischivar gli affanni umani;

ma più nobil desio, più casto zelo

me de la vita virginale invoglia.

Ed a me gioveria lanciare i dardi

tal volta in caccia e saettar con l'arco,

e premer co' miei gridi i passi e 'l corso

di spumante cinghiale, e, tronco il capo,

portarlo in vece di famosa palma:

poiché non posso il crin d'elmo lucente

coprirmi in guerra, e sostener lo scudo

che luna somigliò di puro argento,

con una man frenando alto destriero,

e con l'altra vibrar la spada e l'asta,

come un tempo solean feroci donne

che da questa famosa e fredda terra

già mosser guerra a' più lontani regni.

Ma se tanto sperare a me non lece,

almen somiglierò, sciolta vivendo,

libera cerva in solitaria chiostra,

non bue disgiunto in male arato campo.

REGINA

Non è stato mortal così tranquillo,

quale ei si sia, del quale accorta lingua

molte miserie annoverar non possa;

però lasciando i paragoni e i tempi

de le vite diverse, io certo affermo

che tu sol non sei nata a te medesma.

A me che ti produssi, a tuo fratello

ch'uscì del ventre istesso, a questa invitta

gloriosa cittate ancor nascesti.

Or perché dunque (ah cessi il vano affetto)

in guisa vuoi di solitaria fera

viver selvaggia e rigida e solinga?

Chiede l'utilità del nostro regno

e del caro fratel che pieghi il collo

in così lieto giorno al dolce giogo.

A la patria, al germano, a vecchia madre

fia 'l tuo voler preposto? Ahi non ti stringe

la materna pietà? Non vedi ch'io

del mio corso mortal tocco la meta?

Perché dunque s'invidia il mio diletto?

Non vuoi ch'io veggia, anzi ch'a morte aggiunga,

rinovellar questa mia stanca vita

ne l'imagine mia, ne' mia nepoti,

nati da l'uno e l'altro amato figlio?

ROSMONDA

Già non resti per me che bella prole

te felice non faccia. Egli è ben dritto

ch'obbedisca la figlia a saggia madre.

REGINA

Degna è di te la tua risposta, e cara.

Or va, t'adorna, o figlia, e t'incorona.

[[SCENA QUINTA]]

REGINA MADRE sola

REGINA

Infelice non è dolente donna,

se ne' suoi figli il suo dolor consola

e 'n lor s'appoggia, e quasi in lor s'avanza,

e de la vita allunga il dubbio corso;

e depone i fastidi e i gravi affanni,

a guisa di soverchio inutil fascio,

ch'impedisce il viaggio, anzi il perturba.

Non si vede per lor, né si conosce,

né sprezzata, né sola, né deserta,

né odiosa od aborrita vecchia.

E 'l numero de' figli è caro, e basta,

se l'un maschio è di lor, femina è l'altra.

In tal numero a pieno oggi s'adempie

la mia felicitade, o si rintegra

se desiosa fu già. Felice madre

di prole fortunata, e lieto giorno!

Certo del sommo Dio son dono i figli;

ed egli che donolli ancor gli serva,

gli guarda, gli difende, anzi gli accresce,

come ora io veggio i miei cresciuti al colmo

di valor, di fortuna e di bellezza.

Ma ecco il re se 'n viene: un lume io veggio

degli occhi miei che d'ostro e d'or risplende,

mentre l'altro s'adorna in altra pompa.

[[SCENA SESTA]]

REGINA MADRE, TORRISMONDO

[[REGINA]]

Dopo molte ragioni e molti preghi

si rende al voler nostro al fin Rosmonda,

ma non in guisa che piacer dimostri.

Anzi io la vidi tra dolente e lieta

sospirando partirsi. Oh, pur congiunte

sian nozze a nozze, ond'il piacer s'accresca,

e si doppin le feste e i giuochi e i balli.

Fia contenta (o ch'io spero) a vecchia madre

d'aver creduto, ed al fratello insieme.

TORRISMONDO

Non è saggio colui ch'insieme accoppia

vergine sì ritrosa e re possente

contra 'l piacer di lei; ma, s'io non erro,

fora simil pazzia condurre in caccia

sforzati i cani. Or sia che può: se l'abbia,

s'ei la vorrà.

REGINA

Ma con felice sorte.

TORRISMONDO

Sia felice, se può. Ma nulla manchi

a la nostra grandezza, al nostro merto:

abito signoril, ricchezza e pompa.

S'ornin cento con lei vergini illustri

d'aurea corona ancora e d'aureo cinto,

ed altrettante ancora illustri donne,

pur con aurea corona ed aureo cinto,

seguano Alvida. Ella di gemme e d'auro,

come sparso di stelle il ciel sereno,

fra le seguaci sue lieta risplenda.

Abbia scettro, monil, corona e manto,

e s'altro novo fregio, altro lavoro

d'abito antico in lei vaghezza accresce.

Ma questa è vostra cura e vostra laude,

e, in aspettando il re, l'ore notturne

tolte per sì bell'opre avete al sonno.

Ora a voi cavalieri, a voi mi volgo,

gioveni arditi. Altri sublime ed alto

drizzi un castel di fredda neve e salda,

e 'l coroni di mura intorno intorno;

faccian le sue difese, e faccian quattro

ne' quattro lati suoi torri superbe;

e da candida mole insegna negra,

dispiegandosi a l'aure, al ciel s'inalzi;

e vi sia chi 'l difenda, e chi l'assalga.

Altri nel corso, altri mostrar nel salto

il valor si prepari, altri lanciando

le palle di gravoso e duro marmo,

altri di ferro, il qual sospinge e caccia

la polve e 'l foco, il magistero e l'arte.

Altri si veggia in saettar maestro

ne la meta sublime; e 'n alto segno,

d'una girevole asta in cima affisso

quasi volante augel, balestri e scocchi

rintuzzate quadrella, in sin ch'a terra

caggia disciolto. Altri in veloce schermo

percota o schivi, e 'n su l'adversa fronte

faccia piaga il colpir, vergogna il cenno

de le palpebre a chi riceve il colpo.

Altri di grave piombo armi la destra

e d'aspro cuoio e dur l'intorni e cinga,

perché gema il nemico al duro pondo.

Altri sovra le funi i passi estenda,

e sospeso nel ciel si volga e libri.

Altri di rota in guisa in aria spinto

si giri a torno; altri di cerchio in cerchio

passi guizzando, e sembri in acqua il pesce;

altri fra spade acute ignudo scherzi.

Altri in forma di rota o di grande arco

conduca e riconduca un lieto ballo,

d'antichi eroi cantando i fatti eccelsi

a la voce del re, ch'indrizza e regge

co 'l suon la danza; e i timpani sonanti

e con lieti sonori altri metalli

sotto il destro ginocchio avinte squille

confondan l'alte voci e 'l chiaro canto.

Ed altri salti armato al suon di tromba

o di piva canora, or presto or tardi,

facendo risonar nel vario salto

le spade insieme e sfavillar percosse.

Altri, dove in gran freddo il foco accenso

degli abeti riluce e stride e scoppia,

con lungo giro intorno a lui si volga:

sì che l'estremo caggia in viva fiamma,

rotta quella catena, e poi risorto

da' compagni s'inalzi in alto seggio.

Altri là dove il giel s'indura e stringe,

condurrà i suoi destrier quasi volanti.

Ed altri a prova su 'l nevoso ghiaccio

spinga or domite fere, e già selvagge,

c'hanno sì lunghe e sì ramose corna

e vincer ponno al corso i venti e l'aura.

Ed altri armato di lorica e d'elmo

percoteransi urtando il petto e 'l dorso,

di trapassar cercando il duro usbergo

e penetrare il ferro e romper l'aste.

Ed io (ch'è già vicino il re Germondo

a la sede real) li movo incontra

con mille e mille cavalieri adorni,

vestiti al mio color purpureo e bianco,

che già fra tutti gli altri a prova ho scelti.

L'altre diverse mie lucenti squadre

a cavallo ed a piè fratanto accolga

il mio buon duce intorno a l'alta reggia,

e i destrier di metallo, onde rimbomba

la fiamma ne l'uscir d'ardente bocca

con negro fumo, e i miei veloci carri;

e lungo spazio di campagna ingombri,

sotto vittoriosa e grande insegna.

IL FINE DEL SECONDO ATTO

[Parte]

CORO

Non sono estinte ancor l'eccelse leggi,

generate là su ne l'alto cielo,

de l'opre saggie e caste

e del parlar che l'onestà conservi:

perch'ella qui ritrova alberghi e seggi

tra l'altissime nevi e 'l duro gelo,

e tra gli scudi e l'aste

vive secura, e tra ministri e servi.

Pensier vani e protervi

sempre nido non fanno in nobil core;

né, perché la ragion il fren si toglia

ch'in altri regge amore,

del suo gentile ardir l'alma dispoglia,

ma degli antichi essempi ancor l'invoglia.

E potrebbe costei gravar la fronte

di lucido elmo, e seguitar nel corso

cervo non solo, o damma,

ma de l'estranie genti ostile schiera:

come Ippolita in riva al Termodonte,

d'un gran destrier premendo armato il dorso

con la sinistra mamma,

alta regina, e di sua gloria altera.

Ma se questa è guerrera,

chi farà di sue spoglie unqua trofeo?

O chi potrà condurla avinta o presa?

Quale Ercole o Teseo

avrà l'eterno onor di bella impresa,

s'in lei non è d'amor favilla accesa?

O de l'aurea speranza antica figlia,

fama immortal, che gli anni avanzi e i lustri,

e dal sepolcro oscuro

l'uom talvolta fuor traggi e 'l togli a morte,

narra a costei, che tanto a lor somiglia,

l'antiche donne e le moderne illustri,

che sotto il pigro Arturo

ebbero insieme il cor pudico e forte.

Se per le vie distorte

da questa reggia invitta il sol disgiunge

correndo intorno i suoi destrieri aversi,

non è turbato o lunge

tanto giamai, ch'i raggi in noi conversi

non miri di valor pregi diversi.

Vincan di casta madre

la sua vergine figlia i casti preghi,

e l'arco rea fortuna altrove or tenda.

E più si stringa e leghi

l'una coppia con l'altra, e più s'accenda,

e più nel dubbio alta virtù risplenda.

ATTO TERZO

[[SCENA PRIMA]]

CONSIGLIERO

CONSIGLIERO

A molti egri mortali (or mi sovviene

di quel che spesso ho già pensato e letto)

fedel non fu de l'amicizia il porto,

che sovente il turbò, qual nembo oscuro,

il desio d'usurpar cittati e regni,

o gran brama d'onore, o d'alto orgoglio

rapido vento, o pur disdegno ed ira,

che mormorando mova altra tempesta.

Ma questo, ove il mio re nel mar solcando

de la vita mortal legò la nave

tutta d'arme e d'onore adorna e carca,

e l'ancore il fermâr co 'l duro morso,

s'àncora fu la fede e quinci e quindi;

questo, dico, sì lieto e sì tranquillo

seno de l'amicizia, ardente spirto

d'amor sossopra volse, e non turbolla

né turbar la poteva altra procella

prima né dopo. E 'l risospinse in alto

pur il medesmo amor tra duri scogli,

talch'è vicino ad affondar tra l'onde.

Io canuto nocchier siedo al governo,

presto di navigare a ciascun vento,

sì come piace al re. Parlare io debbo

con duci di Suezia e con Germondo,

perch'ei rivolga il cor dal primo oggetto;

e parlerò. Ma sinché il re s'attende,

lascerò gli altri riposar. Fra tanto

molte cose fra me volgo e rivolgo.

Dura condizione e dura legge

di tutti noi che siam ministri e servi!

A noi quanto è di grave qua giù e d'aspro

tutto far si conviene, e diam sovente

noi severe sentenze e pene acerbe.

Il diletto e 'l piacer serbano i regi

a se medesmi, e 'l far le grazie e i doni.

Né già tentar m'incresce il dubbio guado,

che men torbido sembra e men sonante

a chi men vi rimira e men v'attende:

che leve ogni fatica ed ogni rischio

mi farà del mio re l'amore e 'l merto.

Ma spesso temo di tentarlo indarno,

s'egli medesmo o prima o poi no 'l varca.

Favorisca fortuna il mio consiglio;

ceda il re di Suezia al re de' Goti

questo amor, questo giorno e queste nozze:

che degli antichi Goti è 'l primo onore;

e pur cede a l'onore il grave e 'l forte

e 'l fortissimo ancora. E bench'agguagli

l'uno de l'altro re la gloria e l'opre,

questo è maggior per dignitate eccelsa

di tanti regi e cavalieri invitti,

che già l'imperio soggiogâr del mondo.

Cedagli dunque l'altro. Ed è ben dritto.

Com'a l'alma stagion, ch'i frutti apporta,

partendo cede il pigro e 'l freddo verno;

o come de la notte il nero cerchio

concede al sole, ove un bel giorno accenda

sovra i lucenti e candidi cavalli;

o come la fatica al dolce sonno;

o come spesso cede, in mar che frange,

quel che perturba a chi racqueta il flutto;

dal sole impari e da le stelle erranti,

da le sublimi cose e da l'eterne,

a ceder l'uomo a l'uom terreno e frale.

Forse altre volte, e già preveggio il tempo,

al mio signor non cederà Germondo;

ma ceduto gli fia. Così mantiensi

ogni amicizia de' mortali in terra.

[[SCENA SECONDA]]

ROSMONDA sola

ROSMONDA

O possente Fortuna, a me pur anco,

che fui dal tuo favor portata in alto,

con sembiante fallace or tu lusinghi,

e di altezza in altezza, ov'io paventi

la caduta maggior, portarmi accenni,

quasi di monte in monte. E veggio omai,

o di veder pens'io, sembianze e torme

d'inganni, di timori e di perigli.

Oh quanti precipizî! Appressa il tempo

da rifiutar le tue fallaci pompe

e i tuoi doni bugiardi. A che più tardo?

A che non lascio le mentite spoglie

e la falsa persona e 'l vero nome,

se 'l mio valor non m'assicura ed arma?

Bastava che di re sorella e figlia

fossi creduta. Usurparò le nozze

ancor d'alta regina, audace sposa

e finta moglie e non verace amante?

Potrò l'alma piegar d'un re feroce,

ch'altrove forse è volta, e vòti i voti

de la mia vera madre al fin saranno,

a la cui tomba lagrimai sovente,

cercando di pietà lodi non false?

Ahi, non sia vero. Io rendo al fine, io rendo

quel ch'al fin mi prestò la sorte e 'l fato.

L'ho goduto gran tempo. Altera vissi

vergine e fortunata, ed or vivrommi

di mia sorte contenta in verde chiostro.

Altri, se più convienle, altri si prenda

questo tuo don, Fortuna, e tu 'l dispensa

altrui, come ti piace, o com'è giusto.

[[SCENA TERZA]]

TORRISMONDO, GERMONDO

[[TORRISMONDO]]

Le nemicizie de' mortali in terra

esser devrian mortali ed aver fine;

ma l'amicizie, eterne. Or siano estinte,

co' valorosi che, morendo in guerra,

tinsero già la terra e tinser l'onda

tre volte e quattro di sanguigno smalto,

l'ire e gli sdegni tutti. E qui cominci,

o pur si stabilisca e si rintegri,

la pace e l'union di questi regni.

GERMONDO

Già voi foste di me la miglior parte,

or nulla parte è mia, ma tutto è vostro,

o tutto fia, se pur non prende a scherno

vera amicizia quanto amore agogna,

ch'è d'altrui vincitor, da lei sol vinto.

Voi mi date ad Alvida. E 'nsieme Alvida

a me date voi solo. È vostro dono

il mio sì lieto amore e la mia vita.

Ch'io per voi sono or vivo, e sono amante,

e sarò sposo. E s'ella ancor diviene

per voi mia donna, e sposa a' vostri preghi,

raccolto amore ov'accogliea disdegno,

qual fia dono maggior? Corone e scettri

assai men pregio, o pur trionfi e palme.

TORRISMONDO

Anzi io pur vostro sono. E me donando,

e lei, che mia si crede, in parte adempio

il mio dever; ma non fornisco il dono,

che me d'obligo tragga e voi d'impaccio.

Sì darvi potessi io di nobil donna

il disdegnoso cor, ch'a me riserba,

come farò ch'il mio veggiate aperto.

Perché vane non sian tante promesse,

per me la bella Alvida ami Germondo,

ami Germondo me. S'aspetta indarno

da me vendetta pur d'oltraggio e d'onta.

Vendicatela voi, ch'ardire e forza

ben avete per farlo.

GERMONDO

I vostri oltraggi

son pronto a vendicar. Dal freddo carro

mover prima vedrem Vulturno ed Austro,

e spirar Borea da l'ardenti arene,

e 'l sol farà l'occaso in oriente,

e sorgerà da la famosa Calpe

e da l'altra sublime alta colonna,

ed illustrar d'Atlante il primo raggio

vedrassi il crine e la superba fronte,

e l'ocean nel salso ed ampio grembo

darà l'albergo oltre il costume a l'Orse,

e torneranno i fiumi a' larghi fonti,

e i gran mostri del mare in cima a' faggi

si vedran gir volando o sopra agli olmi,

e co' pesci albergar ne l'acqua i cervi,

prima che tanta amicizia io tuffi in Lete

per novo amore. A' merti, al nome, a l'opra,

debita è quasi la memoria eterna,

ed io questa rimembro e l'altre insieme;

però che grazia ognor grazia produce.

[[SCENA QUARTA]]

TORRISMONDO ed ALVIDA

[[TORRISMONDO]]

Regina, ad onorar le vostre nozze

venuto è di Suezia il re Germondo,

invitto cavaliero e d'alta fama,

e, quel che tutto avanza, è nostro amico,

né men vostro che mio; né tante offese

fece a' Norvegi mai la nobil destra,

quanti farvi servigi ei brama e spera.

Porger dunque la vostra a lui vi piaccia,

pegno di fede e di perpetua pace.

Fatelo perch'è mio, e perch'è vostro,

e perché tanto ei v'ama, e perch'il merta.

ALVIDA

Basti ch'è vostro amico; altro non chiedo.

Perché sol dee stimar la donna amici

quei che 'l marito estima. E 'l merto e 'l pregio

e 'l valor e l'amor, per me soverchio,

m'è sol caro per voi: che vostra io sono,

e sol quanto a voi piace a me conviensi.

TORRISMONDO

Questa del vostro amor, del vostro senno,

ho fede e speme. Oggi memoria acerba

non perturbi l'altero e lieto giorno,

e la sembianza vostra, e 'l vostro petto.

ALVIDA

Nel mio petto giammai piacere o noia

non entrerà, che non sia vostro insieme.

Che vostro è 'l mio volere, ed io ve 'l diedi,

quando vi die' me stessa; e vostra è l'alma.

Posso io, s'a voi dispiaccio, odiar me stessa;

posso, se voi l'amate, amar Germondo.

TORRISMONDO

Estingua tutti gli odii il nostro amore,

e nessuno odio il nostro amore estingua.

[[SCENA QUINTA]]

CAMERIERA, ALVIDA.

[[CAMERIERA]]

Questi doni a voi manda, alta regina,

il buon re mio signore e vostro servo;

ch'al servir non estima eguale il regno,

né stimeria bench'il superbo scettro

i Garamanti e gli Etiopi e gli Indi

tremar facesse, e 'nsieme Eufrate e Tigre,

Acheloo, Nilo, Oronte, Idaspe e Gange,

Ato, Parnaso, Tauro, Atlante, Olimpo,

e s'altro sorge tanto o tanto inaspra

lunge da noi famoso orribil monte.

REGINA

Di valoroso re leggiadri e ricchi

doni son questi, e portator cortese.

CAMERIERA

Non aguagli alcun dono il vostro merto;

ma non aggiate il donatore a sdegno,

ch'or vi presenta e la corona e 'l manto

e questa imago in preziosa gemma

scolpita.

ALVIDA

A prova la ricchezza e l'arte

contende, o l'opra la materia avanza;

e la sua cortesia sì tosto aguaglia

del suo chiaro valor la fama illustre;

né mi stimò di tanto onore indegna.

Ma quai lodi o quai grazie al signor vostro

rendere io posso? O chi per me le rende?

CAMERIERA

È grazia l'accettarli; e 'l don gradito

il donator d'obligo eterno astringe.

[[SCENA SESTA]]

ALVIDA, NUTRICE

[[ALVIDA]]

Quai doni io veggio? E quai parole ascolto?

Quale imagine è questa? A chi somiglia?

A me. Son io, mi raffiguro al viso,

a l'abito non già. Norvegio o goto

a me non sembra. E perch'a' piedi impresse

calcata la corona e 'l lucido elmo,

e di strale pungente armò la destra?

E 'l leon coronato al ricco giogo,

qual segno è d'altra parte, e 'l fregio intorno,

ch'è di mirto e di palma insieme avvinto?

Questi nel manto seminati e sparsi

sono strali e facelle e nodi involti,

mirabile opra; e di mirabil mastro

maraviglioso onor d'alta corona

come riluce di vermiglio smalto!

Sono stille di sangue. Il don conosco.

De la dolce vendetta il caro pregio

e del mio lacrimare insieme i segni

rimiro, e mi rammento il tempo e 'l loco.

E tu conosci di famosa giostra,

nutrice, il dono? È questo il prezzo, è questo,

e questa è la corona in premio offerta

al vincitor del periglioso gioco,

ch'era poscia invitato ad altra pugna.

Ed io la diedi, e così volle il padre

mio sfortunato e del fratello anciso.

NUTRICE

La corona io conosco, e 'l dì rimembro

de le famose prove, e 'l dubbio arringo

ch'al suon già rimbombò di trombe e d'armi;

ma l'altre cose, che 'l parlare accenna,

parte mi son palesi, e parte occulte.

Perch'ancor non passava il primo lustro

vostra tenera età, che 'l vecchio padre,

accioch'io vi nutrissi, a me vi diede,

dicendo: – Nudrirai nel casto seno

la mia vendetta e del mio regno antico,

de' tributi e de l'onte e degl'inganni

e de l'insidie. È destinata in sorte.

Egli più non mi disse, io più non chiesi.

Seppi dapoi ch'i più famosi magi

predicevano al re l'alta vendetta.

ALVIDA

Ma prima nuova ingiuria il duolo accrebbe,

e fe' maggior ne l'orbo padre il danno.

Perché a' Dani mandando aiuto in guerra

co 'l suo figliuol, che di lucenti squadre

troppo inesperto duce allor divenne,

contra i forti Sueci, a cui Germondo,

già ne l'arme famoso, ardire accrebbe,

vi cadde il mio fratello al primo assalto,

dal feroce nemico oppresso e stanco.

Ei di seriche adorno e d'auree spoglie,

ch'io di mia propria mano avea conteste,

tutto splendea, sovra un destrier correndo,

lo qual nato parea di fiamma e d'aura;

e la corona ancor portava in fronte,

che 'l possente guerrier gli ruppe e trasse;

e gli uccise il cavallo e sparse l'armi,

e fe' caderlo in un sanguigno monte,

dove, ahi lassa, morì nel fior degli anni.

E de le spoglie il vincitor superbo

indi partissi; e 'l suon dolente e mesto

si sparse intorno, e 'l lagrimoso grido.

Altri danni, altre guerre, altre battaglie,

altre morti seguiro in picciol tempo;

né poi successe certa e fida pace,

né fur mai queti i cori, o l'ira estinta.

Ecco a la giostra i cavalieri accoglie

il re mio padre, e com'altrui divolga

publico bando in questa parte e 'n quella,

al vincitor promesso è 'l ricco pregio.

Vengon da' regni estrani al nostro regno

e da lontane rive a' lidi nostri

famosi cavalieri, a prova adorni

di fino argento e d'or, di gemme e d'ostro,

d'altri colori e di leggiadre imprese.

Tutto d'arme e d'armati il suol risplende

de l'ampia Nicosia. Risuona intorno

di varii gridi e varii suoni il campo.

Fuor de l'alta cittade il re n'alberga,

co' suoi giudici assiso in alto seggio;

io fra nobili donne, in parte opposta.

Si rompon mille lance in mille incontri,

e mille spade fanno uscir faville

dagli elmi e dagli usberghi; il pian s'ingombra

di caduti guerrieri e di cadenti;

è dubbia la vittoria, e 'l pregio incerto.

E mentre era sospesa ancor la palma,

apparve un cavalier con arme negre,

ch'estranio mi parea, con bigie penne

diffuse a l'aura ventillando e sparse,

che parve al primo corso orribil lampo,

a cui repente segua atra tempesta.

Rotte già nove lance, il re m'accenna

che mandi in dono al cavaliero un'asta.

Con questa di feroce e duro colpo

quel che gli altri vincea gittò per terra.

Né men possente poi vibrando apparse

la fera spada in varii assalti. Ei vinse,

e poi fu coronato al suon di trombe.

Io volea porli in testa aurea corona,

ma non la volle a noi mostrare inerme;

ond'io la posi, ei la pigliò su l'elmo.

Cortesia ritrovò, che 'l volto e 'l nome

poté celarne, e si partì repente.

Né fu veduto più. Ma fur discordi,

ragionando di lui guerrieri e donne.

Io seppi sol, ben mi rimembra il modo,

che si partiva il cavalier dolente

mio servo, e di fortuna aspro nemico.

Or riconosco la corona e 'l pregio.

Era dunque Germondo? Osò Germondo

contra i Norvegi in perigliosa giostra

dentro Norveggia istessa esporsi a morte?

Tanto ardir, tanto core in vana impresa?

Poi tanta secretezza e tanto amore?

È sì picciola fede in vero amante?

E s'ei non era, onde, in qual tempo, e quando

ebbe poi la corona? A chi la tolse?

Chi gliela diede? Ed or perché la manda?

Che segna il manto e la scolpita gemma?

O quai pensier son questi, e quai parole?

NUTRICE

Non so, ma varie cose asconde il tempo,

altre rivela, e muta in parte e cangia;

muta il cor, il pensier, l'usanze e l'opre.

ALVIDA

Di mutato voler conosci i segni?

Son d'amante o d'amico i cari doni?

Chi mi tenta, Germondo o 'l suo fedele?

Tenta moglie od amica, amante o sposa?

Tenerli io deggio, o rimandarli indietro?

E s'io gli tengo pur, terrògli ascosi?

O gli paleserò? Scoperti o chiusi

al mio caro signor faranno offesa?

Il parlar gli fia grave o 'l mio silenzio?

Il timore o l'ardir gli fia molesto?

Gli piacerà la stima o 'l mio disprezzo?

Forse deggio io fallir perch'ei non erri?

O deggio forse amar perch'ei non ami?

O più tosto odiar perch'ei non odi?

NUTRICE

Quai disprezzi, quali odii e quali amori

ragioni, o figlia, e qual timor t'ingombra?

ALVIDA

Temo l'altrui timor, non solo il mio;

e d'altrui gelosia mi fa gelosa

solo il sospetto; anzi il presagio, ahi lassa!

Se troppa fede il mio signore inganna,

in lui manchi la fede, o in me s'accresca,

o pur creda a me sola; a me la serbi,

perch'è mia la sua fede, a me fu data.

A me chi la ritoglie o chi l'usurpa?

O chi la fa commune o la comparte?

O come la sua fede alcun m'aguaglia?

Ma forse ella non è soverchia fede.

È forse gelosia, che si riscopre

sotto false sembianze. Oimè dolente,

deh, qual altra cagione ha 'l mio dolore,

se non è il suo timor? S'egli non teme,

perché mi fugge?

NUTRICE

Il timor vostro il suo timor v'adombra,

anzi ve 'l finge; e se 'l timor lasciate,

non temerà, non crederò che tema.

ALVIDA

Quale amante non teme un altro amante?

Quale amor non molesta un altro amore?

NUTRICE

L'amor fedele, io credo, e 'l fido amante.

ALVIDA

Ma fede si turbò talor per fede,

non ch'amor per amor. S'amò primiero

Germondo re possente e re famoso,

cavalier di gran pregio e di gran fama,

e, come pare altrui, bello e leggiadro;

s'amò nemico, o pur nemica amando

tenne occulto l'amor al proprio amico,

non è lieve cagion d'alto sospetto.

NUTRICE

Rara beltà, valore e chiara fama

del cavalier, che fece i ricchi doni;

se far non ponno or voi, regina, amante,

già far non denno il vostro re geloso.

Deh, sgombrate del cor l'affanno e l'ombra,

ch'ogni vostro diletto or quasi adugge.

Dianzi vi perturbava il sonno il sogno

fallace, che giamai non serva intere

le sue vane promesse o le minacce,

e spavento vi diè notturno orrore

di simolacri erranti o di fantasmi;

or desta, nove larve a voi fingete,

e gli amici temete e 'l signor vostro;

e paventate i doni, e chi gli porta,

e chi gli manda, e le figure e i segni,

voi sola a voi cagion di tema indarno.

ALVIDA

A qual vendetta adunque ancor mi serba

il temuto destino? E quale inganno

o quali insidie vendicare io deggio?

Ov'è l'ingannatore? Ov'è la fraude?

Chi la ricopre, ahi lassa, o chi l'asconde?

O tosto si discopra, o stia nascosta

eternamente. Io temo, io temo, ahi lassa!

E se del mio timor io son cagione,

par che me stessa io tema. E sol m'affida

del mio caro signore il dolce sguardo,

e la sembianza lieta, e 'l vago aspetto.

Egli mi raconsoli e m'assicuri.

Egli sgombri il timor, disperda il ghiaccio.

Egli cari mi faccia i doni, e i modi,

e i donatori, e i messi, e i detti, e l'opre;

e se vuole, odiosi. A lui m'adorno.

[[SCENA SETTIMA]]

ALVIDA, REGINA MADRE.

[[ALVIDA]]

Son doni di Suezia. Il re Germondo

me gli ha mandati, al figliuol vostro amico,

ed a me, quanto ei vuole. Ed io gradisco

ciò ch'al re mio signor diletta e piace.

REGINA

Ne 'l donare un gentile alto costume

serba l'amico re; ma i ricchi doni

son belli oltre il costume, oltre l'usanza,

e convengon, regina, al vostro merto.

E noi corone avremo e care gemme

per donare a l'incontra. Onore è il dono;

onorato esser dee com'egli onora,

perch'è ferma amicizia e stabil fede,

se da l'onor comincia; ogni altra, incerta.

ALVIDA

Certo è l'amor, certo è l'onor ch'io deggio

a l'alto mio signor, certa è la fede,

ch'i suoi più cari ad onorar m'astringe.

REGINA

S'onora negli amici il re sovente,

e ne' più fidi. Oggi è solenne giorno,

giorno festo ed altero, e l'alta reggia

adorna già risplende, e 'l sacro tempio.

Venuto è 'l re Germondo e i duci illustri

del nostro regno e i cavalieri egregi,

d'Eruli un messo, un messaggier degli Unni;

mandati ha 'l re di Dacia i messi e i doni.

[Parte]

CORO

Amore, hai l'odio incontra e seco giostri,

seco guerreggi, Amore,

e con un giro alterno

questo distruggi, e nasce il mondo eterno.

Altro è, che non riluce agli occhi nostri,

più sereno splendore,

altre forme più belle

di sol lucente e di serene stelle.

Altre vittorie in regno alto e superno,

altre palme tu pregi,

che spoglie sanguinose o vinti regi,

altra gloria, senza ira e senza scherno.

Amore invitto in guerra,

perché non vinci e non trionfi in terra?

Perché non orni, o vincitor possente,

de' felici trofei

questa chiostra terrena,

con lieta pompa, ov'è tormento e pena?

Perch'il superbo sdegno e l'ira ardente

qua giuso e fra gli dei

non si dilegua e strugge,

se divo od uom non ti precorre e fugge?

Ciò che l'ira ne turba, or tu serena:

spengi le sue faville,

accendi le tue fiamme e fa tranquille.

Stringi d'antica i nodi, Amor, catena,

ond'anco è 'l mondo avinto,

catenato il furore e quasi estinto.

Deh, non s'aguagli a te nemico indegno,

perché volga e rivolga

queste cose la sorte,

co 'l tornar dolce vita od atra morte.

Diagli pur l'incostante instabil regno,

annodi i lacci o sciolga,

in alte parti o 'n ime

già non adegua il tuo valor sublime.

Tu, nel diletto e nel dolor più forte,

miglior fortuna adduci,

e queste sfere o quelle orni e produci.

Tale, apra o serri in ciel lucenti porte,

o vada il sole o torni,

han possanza inegual le notti e i giorni.

Contra fera discordia, Amor, contendi,

come luce con l'ombra.

Ma come l'arme hai prese

contra amicizia? Ahi, chi primier l'intese?

S'offendi lei, pur te medesmo offendi;

s'il tuo valor la sgombra,

te scacci, e sechi in parti,

s'amicizia da te dividi e parti.

Stendi l'arco per lei, signor cortese:

ella per te s'accinga,

e la spada per te raggiri e stringa.

Non cominci nova ira e nove offese,

né l'uno e l'altro affetto

turbi a duo regi il valoroso petto.

Deh, rendi, Amore, ogni pensiero amico.

Amor, fa teco pace,

perch'è vera amicizia amor verace.

ATTO QUARTO

[[SCENA PRIMA]]

CONSIGLIERO, GERMONDO

[[CONSIGLIERO]]

Il venir vostro al re de' Goti, al regno,

a la reggia, signor, la festa accresce,

aggiunge l'allegrezza, i giochi addoppia,

pace conferma in lei; spietata guerra,

il furore, il terror rispinge e caccia

oltre gli estremi e più gelati monti,

e 'l più compresso e più stagnante ghiaccio,

e i più deserti e più solinghi campi.

Oggi Goti e Sueci, amiche genti,

non sol Norvegi e Goti, aggiunte insieme

ponno pur stabilir la pace eterna.

Oggi la fama vostra al ciel s'inalza,

e quasi da l'un polo a l'altro aggiunge.

Oggi par che paventi al suon de l'arco

l'Europa tutta, e l'Occidente estremo,

e contra Tile ancor l'ultima Battro.

Perché non fan sì forti i nostri regni

stagni, paludi, monti e rupi alpestri

e città d'alte mura intorno cinte

e moli e porti e l'ocean profondo,

come il vostro valor, ch'in voi s'aguaglia

a la vostra grandezza, e 'l nome vostro,

e i cavalieri egregi, e i duci illustri.

Lascio tanti ministri e tanti servi,

tante vostre ricchezze antiche e nove.

Ben senza voi, sì grandi e sì possenti,

l'umil plebe saria difesa inferma

di fragil torre, e voi le torri eccelse

sete di guerra e i torreggianti scogli.

Chi voi dunque congiunge, a queste sponde

nova difesa fa e novo sostegno

del vostro onore, e l'assicura ed arma

contra l'insidie e i più feroci assalti.

Non temerem che da remota parte

venga solcando il mar rapace turba

per depredarne, o ch'alto incendio infiammi

le già mature spiche, o i tetti accenda.

Perché vostra virtù represse e lunge

poté scacciar da noi gli oltraggi e l'onte.

Voi minacciando usciste, o regi invitti,

e l'un corse a l'Occaso e l'altro a l'Orto,

prima diviso e poi congiunto in guerra,

come duo gran torrenti a mezzo il verno,

o duo fulmini alati appresso a' lampi,

quando fiammeggia il cielo e poi rimbomba.

Ma del raro valor vestigia sparse

altamente lasciaste, offesi, estinti,

domi, vinti, feriti, oppressi e stanchi,

duci, guerrieri, regi, eroi famosi.

Ed in mille alme ancor lo sdegno avampa,

e 'l desio d'alto imperio e di vendetta,

lo qual tosto s'accende e tardi estingue,

e si nasconde a' più sereni tempi,

ne' turbati si scopre, e fuor si mostra

tanto maggior quanto più giacque occulto.

Or che pensa il Germano, o pensa il Greco?

O qual nutre sdegnando orribil parto

gravida d'ira la Panonia e d'arme?

Queste cose tra me sovente io volgo.

E già non veggio più sicuro scampo,

o più saggio consiglio, inanzi al rischio,

ch'unire insieme i tre famosi regni,

che 'l gran padre Ocean quasi circonda

e dagli altri scompagna e 'n un congiunge.

Perch'ogni stato per concordia avanza,

e per discordia al fin vacilla e cade.

Duo già ne sono uniti; e questo giorno,

ch'Alvida e Torrismondo annoda e stringe,

stringer potriasi ancor a voi Rosmonda,

ch'aguaglia a mio parer. Ma fia gran merto

non lasciar parte in tanta gloria al senso.

Molti sono tra voi legami e nodi

d'amicizia, d'amor, di stabil fede;

e nessun dee mancarne. Aggiunto a' primi

sia questo novo e caro. E nulla or manchi

a lieta pace, or che dal ciel discende

a tre popoli arcieri e 'n guerra esperti.

Fra' quai nessuno in amar voi precorse

me d'anni grave. E questo ancor m'affida,

e la vostra bontà, la grazia, e 'l senno:

talché primiero a ragionarne ardisco.

Ma non prego solo io. Congiunta or prega

questa, canuta e venerabil madre,

antica terra, e di trionfi adorna.

E son queste sue voci e sue preghiere:

– O miei figli, o mia gloria, o mia possanza,

per le mie spoglie e per l'antiche palme,

per le vittorie mie famose al mondo,

per l'alte imprese ond'è la gloria eterna,

per le corone degli antichi vostri,

che fur miei figli e non venuti altronde,

questa grazia vi chiedo io vecchia e stanca;

e grazia, a giusta età concessa, è giusta.

GERMONDO

Pensier canuto e di canuta etade

è quel ch'in voi si volge, e i detti lodo,

e gradisco il voler, gli affetti e l'opre.

Ma sì vera, sì ferma e sì costante

è la nostra amicizia, e strinse in guisa

amor, fede, valor duo regi errando,

che non si stringeria per nove nozze

con più tenace nodo o con più saldo.

CONSIGLIERO

Se nodo mai non s'allentò per nodo,

ma s'un simil per l'altro abonda e cresce,

per legitimo amor non fia disciolta

vera amicizia, anzi sarà più salda.

GERMONDO

Amor, che fare il pò, confermi e stringa

amicizia fedel.

CONSIGLIERO

Migliori estimo

le nozze assai che l'amicizia ha fatte:

l'altre pericolose.

GERMONDO

Ivi sovente

si ritrova gran lode ov'è gran rischio.

CONSIGLIERO

Lodato spesso è lo schifar periglio,

quando si schifa altrui.

GERMONDO

L'ardir più stimo,

se pò far gli altri arditi un solo ardito.

CONSIGLIERO

Or de l'ardire è tempo, or del consiglio,

e s'ardire e consiglio in un s'accoppia,

fortuna ingiuriosa in van contrasta

a magnanima impresa, o lei seconda.

Ma questo ancor sereno e chiaro tempo

providenza veloce in voi richiede.

Congiunta ha 'l re norvegio al re de' Goti

la figlia. Ed oggi è lieto e sacro giorno,

ch'apre di stabil pace agli altri il varco,

già aperto a voi. Nozze giungete a nozze,

né siate voi tra tanto amor l'estremo.

GERMONDO

Primo sono in amare. Amai l'amico,

di valor primo e 'n riamar secondo

ed amerò finché 'l guerrero spirto

reggerà queste pronte o tarde membra.

E mi rammento ancor ch'a lui giurando

la fede i' diedi, ed egli a me la strinse,

che l'un de l'altro a vendicar gli oltraggi

pronto sarebbe. Or non perturbi o rompa

nuovo patto per me gli antichi patti.

E s'ei per liete nozze è pur contento

di pacifico stato e di tranquillo,

io ne godo per lui. Per lui ricovro

ne la pace e nel porto, e lascio il campo

e l'orrida tempesta e i venti aversi.

Vera amicizia dunque il mar sonante

mi faccia, o queto, il ciel sereno, o fosco;

e di ferro m'avolga e mi circondi,

e mi tinga in sanguigno i monti e l'onde,

se così vuole, o 'l sangue asciughi e terga,

e mi scinga la spada al fianco inerme.

Vera amicizia ancor mi faccia amante,

e se le par, marito; e tutte estingua

d'Amore e d'Imeneo le faci ardenti,

o di Marte le fiamme e 'l foco accresca.

Così direte al re: – Lodo e confermo

che 'l vero amico mi discioglia o leghi. –

[[SCENA SECONDA]]

GERMONDO solo

GERMONDO

Giusto non è che sia stimato indarno

malvagio il buono, o pur buon il malvagio,

perché perdita far di buono amico

e de la cara vita è danno eguale;

ma tai cose co 'l tempo altri conosce,

che sol pò il tempo dimostrar l'uom giusto.

Però se i giorni e l'ore e gli anni e i lustri

Torrismondo mostrâr verace amico,

parer non muto e di mutar non bramo,

anzi le vie del core io chiudo e serro

quanto m'è dato; e le ragioni incontra

al sospettar, ch'è sì leggiero e pronto

per sì varia cagion, raccolgo a' passi.

Oh pur questa mia vera e stabil fede

non solo questo dì, ma un lungo corso

più mi confermi ancor d'anni volanti,

perché sian d'amicizia eterno essempio

l'invitto re de' Goti e 'l suo Germondo.

Pur l'accoglienza e 'l modo ancor mi turba,

assai diverso, e men sereno aspetto

che non soleva, e de la fé promessa

e di nostra amicizia e degli errori

e de l'amata donna e del suo sdegno,

dopo breve parlar, lungo silenzio,

e breve vista dopo lunghi affanni.

Così peso di scettro e di corona

fa l'uom più grave, e con turbata fronte

spesso l'inchina, e di pensier l'ingombra.

Solo amor non invecchia, o tardi invecchia.

A me sperato o posseduto regno,

o fatto danno, o minacciata guerra,

tanto da sospirar giamai non porge,

ch'amor non tragga al tormentoso fianco

altri mille sospiri. O liete giostre,

o cari pregi miei, corone ed arme,

o vittorie, o fatiche, o passi sparsi,

al pensier non portate ora tranquilla

senza la donna mia. Saggi consigli,

altre paci, altre nozze, ed altri modi

di vero amore, e d'amicizia aggiunte

lodo ben io. Ma per unirci insieme,

sorella a me non manca, o stato, od auro.

Ma faccia Torrismondo. A lui commesso

ho 'l governo de l'alma, ed egli il regga.

[[SCENA TERZA]]

ROSMONDA, TORRISMONDO

[[ROSMONDA]]

È semplice parlar quel che discopre

la verità. Però, narrando il vero,

con lungo giro di parole adorne

or non m'avolgo. O re, son vostra serva;

e vostra serva nacqui e vissi in fasce.

TORRISMONDO

Non sei dunque Rosmonda?

ROSMONDA

Io son Rosmonda.

TORRISMONDO

Non sei sorella mia?

ROSMONDA

Né d'esser niego,

alto signor.

TORRISMONDO

Troppo vaneggi, ah folle!

Qual timor, quale error così t'ingombra,

che di stato servil tanto paventi?

Da tal principio a ricusar cominci?

ROSMONDA

Se femina ci nasce, or serva nasce

per natura, per legge e per usanza,

del voler di suo padre e del fratello.

Ma fra tutte altre in terra o prima o sola

è dolce servitù servire al padre

ed a la madre, a cui partir l'impero

de' figli si devria. Né gli anni o 'l senno

fanno ogni imperio del fratel superbo.

TORRISMONDO

Obbedisci a tua madre, ove ti piaccia.

ROSMONDA

Io non ho madre, ma regina e donna.

TORRISMONDO

Non sei tu di Rusilla unica figlia?

ROSMONDA

Né unica, né figlia esser mi vanto

de la regina de' feroci Goti.

TORRISMONDO

E pur sei tu Rosmonda, e mia sorella?

ROSMONDA

Io sono altra Rosmonda, altra sorella.

TORRISMONDO

Distingui omai questo parlar, distingui

questi confusi affanni.

ROSMONDA

A me fu madre

la tua nutrice, e poi nutrì Rosmonda.

TORRISMONDO

Nova cosa mi narri e cosa occulta,

e cosa che mi spiace e mi molesta.

Ma pur vizio è 'l mentir d'alma servile,

talché serva non sei, se tu non menti.

ROSMONDA

Serva far mi poté fortuna aversa

de l'uno e l'altro mio parente antico.

TORRISMONDO

La tua propria fortuna il fallo emenda

de la sorte del padre, anzi il tuo merto.

ROSMONDA

Il merto è nel dir vero, il premio attendo

di libertà, se libertà conviensi.

TORRISMONDO

S'è ciò pur vero, è con modestia il vero,

e men si crederia superbo vanto,

se dee credere il mal l'accorto e 'l saggio,

ove il non creder giovi.

ROSMONDA

È picciol danno

perder l'opinion, ch'è quasi un'ombra,

e di finta sorella un falso inganno;

anzi gran pro' mi pare ed util certo.

TORRISMONDO

Quasi povero sia de' Goti il regno,

cui può sì ricco far guerrera stirpe,

le magnanime donne e i duci illustri.

Ma deh, come sei tu vera Rosmonda,

e finta mia sorella, e falsa figlia

de la regina degli antichi Goti?

Chi fece il grande inganno, o 'l tenne ascosto

tanti e tanti anni? E qual destino o forza

la fraude e l'arte a palesar t'astringe?

ROSMONDA

Per mia madre e per me breve io rispondo.

Fe' l'inganno gentil pietà, non fraude,

e 'l discopre pietà.

TORRISMONDO

Tu parli oscuro,

perché stringi gran cose in picciol fascio.

ROSMONDA

Da qual parte io comincio a fare illustre

quel ch'oscura il silenzio e 'l tempo involve?

TORRISMONDO

Quel che ricopre, al fin discopre il tempo.

Ma de le prime tu primier comincia.

ROSMONDA

Sappi che grave già per gli anni, e stanca

dopo la morte d'uno e d'altro figlio,

dopo la servitù che d'ostro e d'oro

ne l'alta reggia altrui sovente adorna,

la madre mia di me portava il pondo,

con suo non leggier duolo e gran periglio.

Onde quel che nascesse a Dio fu sacro

da lei nel voto; ed egli accolse i preghi,

talch'il descender mio nel basso mondo

non fu cagione a lei d'aspra partenza,

né 'l chiaro dì ch'io nacqui a lei funebre.

TORRISMONDO

Dunque i materni e non i propi voti

tu cerchi d'adempir, vergine bella?

ROSMONDA

Son miei voti i suoi voti; e poi s'aggiunse

al suo volere il mio volere istesso

quel sempre acerbo ed onorato giorno

che giacque esangue e rendé l'alma al cielo,

mentre io sedea dogliosa in su la sponda

del suo vedovo letto, e lagrimando

prendea la sua gelata e cara destra

con la mia destra. E le sue voci estreme,

ben mi rammento, e rammentar me 'n deggio,

tra freddi baci e lagrime dolenti

fur proprio queste: – È pietà vera, o figlia,

non ricusar la tua verace madre,

che madre ti sarà per picciol tempo.

Io ti portai nel ventre e caro parto

ti diedi al mondo, anzi a quel Dio t'offersi

che regge il mondo e mi salvò nel rischio.

Tu, se puoi, de la madre i voti adempi,

e disciogliendo lei, sciogli te stessa.

TORRISMONDO

La tua vera pietà conosco e lodo.

Ma qual pietoso o qual lodato inganno

te mi diè per sorella, e l'altra ascose

che fu vera sorella e vera figlia,

di magnanimo re, d'alta regina?

ROSMONDA

Fe' mia madre l'inganno, anzi tuo padre:

e pietà fu de l'una, e fu de l'altro

o consiglio, o fortuna, o fato, o forza.

TORRISMONDO

A chi si fece la mirabil fraude?

ROSMONDA

A la regina tua pudica madre,

la qual mi stima ancor diletta figlia.

TORRISMONDO

In tanti anni del ver delusa vecchia

non s'accorge, non l'ode, e non conosce

la sua madre la figlia, o pur s'infinge?

ROSMONDA

Non s'infinse d'amar, né d'esser madre,

se fa madre l'amor, che spesso adegua

le forze di natura, e quasi avanza.

Né di scoprire osai l'arte pietosa

che le schifò già noia e diè diletto,

ed or porge diletto e schiva affanno.

TORRISMONDO

Ma come ella primiera al novo inganno

diè così stabil fede, e non s'accorse

de la perduta figlia, e poi del cambio?

ROSMONDA

La natura e l'età, che non distinse

me da la tua sorella, e 'l tempo, e 'l luogo,

dove in disparte ambe nutriva e lunge

la vera madre mia da l'alta reggia,

tanto ingannâr la tua; ma più la fede,

ch'ebbe ne la nutrice e nel marito.

TORRISMONDO

Se la fede ingannò, l'inganno è giusto.

Ma dove ella nutrivvi?

ROSMONDA

Appresso un antro,

che molte sedi ha di polito sasso

e di pumice rara oscure celle

dentro non sol, ma bel teatro e tempio,

e tra pendenti rupi alte colonne,

ombroso, venerabile, secreto.

Ma lieto il fanno l'erbe e lieto i fonti,

e l'edere seguaci e i pini e i faggi,

tessendo i rami e le perpetue fronde,

sì ch'entrar non vi possa il caldo raggio.

Ne le parti medesme entro la selva

sorge un palagio al re tra i verdi chiostri.

Ivi tua suora ed io giacemmo in culla.

TORRISMONDO

La cagion di quel cambio ancor m'ascondi.

ROSMONDA

La cagion fu del padre alto consiglio,

o profondo timor che l'alma ingombra.

TORRISMONDO

Qual timore, e di che?

ROSMONDA

D'aspra ventura,

che 'l suo regno passasse ad altri regi.

TORRISMONDO

E come nacque in lui questa temenza

di sì lontano male? O chi destolla?

ROSMONDA

Il parlar la destò d'accorte ninfe,

ch'altrui soglion predir gli eterni fati.

TORRISMONDO

Dunque ei diede credenza al vano incanto,

ch'effetto poi non ebbe in quattro lustri?

ROSMONDA

Diede, e diede la figlia ancora in fasce

a l'alpestre donzelle, o pur selvagge,

e tra quell'ombre in quell'orror nutrita

la fanciulletta fu d'atra spelunca.

TORRISMONDO

Perché si tacque a la regina eccelsa?

ROSMONDA

Quel palagio, quell' antro, e quelle ninfe,

e quelle antiche usanze, e l'arti maghe

eran sospette a la pietosa madre;

a cui mostrata fui, volgendo il sole

già de la vita mia il secondo corso,

pur come figlia sua, né mi conobbe;

e 'l re fece l'inganno, e 'l tenne occulto.

E per voler di lui s'infinse e tacque

la vera madre mia, che presa in guerra

fu già da lui ne la sua patria Irlanda,

ov'ella nata fu di nobil sangue.

TORRISMONDO

Vive l'altra sorella ancor ne l'antro?

ROSMONDA

Vi stette a pena infino a l'anno istesso,

e poi d'altri indovini altri consigli

crebbero quel timore e quel sospetto,

talché mandolla in più lontane parti

per un secreto suo fedel messaggio;

né seppi come, o dove.

TORRISMONDO

Il servo almeno

conoscer tu devresti.

ROSMONDA

Io no 'l conosco,

né so ben anco, s'io n'intesi il nome;

ma spesso udia già ricordar Frontone,

e 'l nome in mente or serbo.

TORRISMONDO

Il re celato

tenne sempre a la moglie il cambio e l'arte?

ROSMONDA

Tenne sinché 'l prevenne acerba morte,

facendo lui co' Dani aspra battaglia.

Così narrò la mia canuta ed egra

madre languente, e lui seguì morendo.

TORRISMONDO

Cose mi narri tu d'alto silenzio

veracemente degne, e 'n cor profondo

serbar le devi e ritenerle ascoste;

ch'i secreti de' regi al folle volgo

ben commessi non sono, e fuor gli sparge

spesso loquace fama, anzi buggiarda.

A me chiamisi il Saggio, e poi Frontone.

[[SCENA QUARTA]]

TORRISMONDO, INDOVINO, CORO

[[TORRISMONDO]]

Lasso, quinci fortuna e quindi amore

mille pungenti strali ognor m'aventa,

né scocca a voto mai, né tira indarno.

I pensier son saette, e 'l core un segno,

de la vittoria è la mia vita il pregio,

giudici il mio volere e 'l mio destino,

né l'un né l'altro arciero ancora è stanco.

Che fia, misero me? Per caso od arte

quasi mi si rapisce e mi s'invola

una sorella, e d'esser mia ricusa,

e l'altra, oimè, non trovo e non racquisto,

e non ristoro o ricompenso il danno,

e 'l cambio manca ove mancò la fede,

acciocch'offrir non possa al re Germondo

cosa degna di lui, ma vano in tutto

sia come l'impromessa altro consiglio.

Sorella per sorella, o sorte iniqua,

già supponesti ne la culla e 'n fasce,

ed or me la ritogli anzi la tomba,

e l'altra non mi rendi. O speco, o selve,

in cui già la nutrîr leggiadre ninfe,

o de la terra algente orridi monti,

o gioghi alpestri, o tenebrose valli,

ove s'asconde? O 'n qual deserta piaggia,

in qual isola tua solinga ed erma,

o gran padre Ocean, nel vasto grembo

tu la circondi? Andrò pur anco errando,

andrò solcando il mare, andrò cercando

non la perduta fede e chi l'insegna,

ma come possa almen coprire il fallo?

CORO

Ecco, signore, a voi già viene il Saggio,

a cui sol fra' mortali è noto il vero

da caligini occulto e da tenebre.

TORRISMONDO

O Saggio, tu che sai (pensando a tutto

quel che s'insegna al mondo o si dimostra)

i secreti del cielo e de la terra,

dimmi se mia sorella è in questo regno.

INDOVINO

Ahi, ahi, quanto è 'l saper dannoso e grave,

ove al saggio non giovi. E ben previdi

ch'io veniva a trovar periglio e biasmo.

TORRISMONDO

Per qual cagion tu sei turbato in vista?

INDOVINO

Lasciami, no 'l cercar, nulla rileva

che 'l mio pensier si scopra o si nasconda.

TORRISMONDO

Dimmi se mia sorella è in questo regno.

INDOVINO

È dove nacque, e dove nacque or posa,

se pur ha posa, e non ha posa in terra.

TORRISMONDO

Dunque in terra non è?

INDOVINO

Non posa in terra,

ma poserà dove tu avrai riposo.

TORRISMONDO

Quale agli oscuri detti oscuro velo

intorno avolgi, o quale inganno od arte?

Dimmi se mia sorella è in questo regno.

INDOVINO

Tu medesmo t'inganni. È tua la frode,

perché tu la facesti e teco alberga.

TORRISMONDO

Se non è il tuo saper vano com'ombra

discopri tu l'inganno, e tu rivela

se la sorella mia tra Goti or vive.

INDOVINO

Vive tra Goti.

TORRISMONDO

Ed in qual parte, e come?

È quella forse che stimava, od altra?

S'altra, dove s'asconde o si ritrova?

INDOVINO

È l'altra, ed u' si trova ancor s'asconde,

e la ritroverai da te partendo

e servando la fede.

TORRISMONDO

Intrichi ancora

gli oscuri sensi di parole incerte,

per accrescer l'inganno e 'nsieme il prezzo

de le menzogne tue. Parlar conviensi

talché si scopra in ragionando il falso.

INDOVINO

È certo il tuo destin, la fede incerta.

Ma se quanto oro entro le vene asconde

l'avara terra a me nel prezzo offrissi,

altro non puoi saper, ch'il fato involve

l'altre cose, che chiedi, al nostro senso,

e lor nasconde entro profonda notte.

Ma pur veggio nascendo il gran Centauro

saettar fin dal cielo e tender l'arco,

e la belva crudel, ch'irata mugge,

con terribil sembianza uscir de l'antro,

e paventare il Vecchio, e 'l fiero Marte

oppor lo scudo e fiammeggiar ne l'elmo,

e con la spada e fulminar con l'asta.

Veggio, o parmi veder, del vecchio Atlante

appresso il cerchio, e 'l gran Delfino ascoso,

e stella minacciar più tarda e pigra.

E la Vergine io veggio amica a l'arti

turbata in vista, e la celeste Libra

con men felici e men sereni raggi.

E cader la Corona in mezzo a l'onde.

Né dimostrar benigno e lieto aspetto

chi scote da le nubi il ciel tonando,

o pur la mansueta e gentil figlia,

Ma 'l superbo guerrier la mira e turba.

E i lascivi animali ancora io sguardo,

a cui vicino è Marte, e vibra il ferro;

e i duo pesci, lucenti il dorso e il tergo,

l'uno a Borea inalzarsi, e l'altro scendere

a l'Austro, e di tre giri e di tre fiamme

acceso il cielo, e da quel nodo avinto

tre volte intorno e minacciando, appresso,

il fero dio che regge il quinto cerchio;

e, pien d'orrore ogni altro e di spavento,

de' segni o degli alberghi empio tiranno

girando intorno ir con veloce carro,

o signoreggi a sommo il cielo, o caggia.

CORO

Vero o falso che parli, ei solo intende

le sue parole, e 'l suo giudicio è incerto

non men del nostro. E se l'uom dar potesse

per sapienza sapienza in cambio,

aver potrebbe accorgimento e senno

quanto bastasse a ragionar co' regi.

TORRISMONDO

Lasciamlo. Or trovi le spelunche e i monti,

ove nulla impedir del ciel notturno

gli pò l'aspetto. Ivi a sua voglia intenda

a misurarlo, a numerar le stelle,

e con danno minor se stesso inganni,

se così vuole.

INDOVINO

Anzi ch'al fine aggiunga

una di quelle omai fornite parti,

de le cui note ho questo legno impresso;

a cui la stanca mia vita s'appoggia,

I miei veri giudìci or presi a scherno,

o superba Aarana, o reggia antica

ch'or da te mi discacci, a te fian conti.

[[SCENA QUINTA]]

FRONTONE, TORRISMONDO

[[FRONTONE]]

Qual fortuna o qual caso or mi richiama

dopo tanti anni di quiete amica

a la tempesta del reale albergo?

La qual sovente ella perturba e mesce.

O felice colui che vive in guisa

ch'altrui celar si possa, o 'n alto monte,

o 'n colle, o 'n poggio, o 'n valle ima e palustre.

Ma dove ella non mira? Ove non giunge?

Qual non ritrova ancor solinga parte?

Ecco mi tragge pur da casa angusta

e mi conduce al re. Sia destra almeno

questa che spira a la mia stanca etade

aura de la fortuna, e sia tranquilla.

Al vostro comandare or pronto io vegno,

invitto re de' Goti.

TORRISMONDO

Arrivi a tempo,

per trarmi fuor d'inganno. Or narra il vero.

Questa, che fu creduta, è mia sorella?

FRONTONE

Non nacque di tua madre.

TORRISMONDO

E in questo errore

ella tanti anni si rimase involta?

FRONTONE

Così piacque a tuo padre, e piacque al fato.

TORRISMONDO

Ma, dapoi ch'ebbe me prodotto al mondo,

altri produsse? O stanca al primo parto

steril divenne ed infeconda madre?

FRONTONE

Steril non già, ch'al partorir secondo

fece d'una fanciulla il re più lieto.

TORRISMONDO

Che avenne di lei?

FRONTONE

Temuta in fasce

fu per fiero destin dal padre istesso.

TORRISMONDO

E qual d'una fanciulla aver temenza

re forte e saggio debbe?

FRONTONE

Avea spavento

del minacciar de le nemiche stelle.

Che, lei crescendo di bellezza e d'anni,

a te morte predisse, a noi servaggio

il fatal canto de l'accorte ninfe

che pargoletta la nutrîr ne l'antro.

TORRISMONDO

Chi lunge la portò dal verde speco?

FRONTONE

Io: così volle il padre e volle il cielo.

TORRISMONDO

In qual parte del mondo?

FRONTONE

Ove non volli,

né 'l re commise. Anzi portati a forza

fummo ella ed io, ch'altro voler possente

è più di quel de' regi, ed altra forza.

TORRISMONDO

Ma dove la mandava il re mio padre?

FRONTONE

Sin nel regno di Dacia. Ed ivi occulta

si pensò di tenerla al suo destino.

Ma fu presa la nave il terzo giorno,

ch'ambo ci conducea per l'onde salse,

da quattro armati legni, in cui, turbando

del profondo oceano i salsi regni,

gìan con rapido corso e con rapace

i ladroni del mar fieri Norvegi.

E fu divisa poi la fatta preda,

ed io ne l'uno, ella ne l'altro abete

fu messa; io tra prigioni, ella tra donne;

io di catene carco, ella disciolta.

E rivolgendo in ver' Norvegia il corso,

in un seno di mar trovammo ascosi

molti legni de' Goti, anch'essi avezzi

di corseggiare i larghi ondosi campi,

da' quali a pena si fuggì volando,

come alata saetta, il leggier legno

ov'era la fanciulla, e fu repente

preso quell'altro ove legato io giacqui.

E 'l duce allor di quelle genti infide

pur in mia vece ivi rimase avinto.

TORRISMONDO

Ma sai tu qual rifugio o quale scampo

avesse il legno, il qual portò per l'onde

troppo infelice e troppo nobil preda?

FRONTONE

In Norvegia fuggì, se 'l ver n'intesi

da quel prigione.

TORRISMONDO

E che di lei divenne?

FRONTONE

Questo non so. Perch'in quel tempo stesso

il re prevento fu d'acerba morte,

e nove morti appresso e novi affanni

turbâr de' Goti e de' Norvegi il regno.

TORRISMONDO

Ma del ladro marin contezza avesti?

FRONTONE

L'ebbi di lor. Perché fratelli entrambi

furo e di nobil sangue, e 'n aspro essiglio

cacciati a forza. E prigionier rimase

Aldano, e lunge si ritrasse Araldo.

Ma quel che vi restò, fra noi dimora.

[[SCENA SESTA]]

MESSAGGERO, CORO, TORRISMONDO, FRONTONE

MESSAG[[GERO]]

Questa del nostro re matura morte

affrettar dee, non ritardar le nozze.

Perch'egli, il giorno avanti, a sé raccolse

i duci di Norvegia, e i saggi e i forti,

e lor pregò ch'a la sua figlia Alvida

serbassero la fede e 'nsieme il regno,

di cui fatta l'avea vivendo erede.

Talché lo mio venir non fia dolente,

ma lieto, o di piacer temprato almeno.

Perocch'il bene al male ognor si mesce,

e 'l male al bene. E con sì varie tempre

il dolore e la gioia ancora è mista.

Ma dove fia la bella alta regina,

figlia de la fortuna e figlia ancora

del re già morto? A cui l'amiche stelle

or fan soggetti i duo possenti regni,

che 'l spumante ocean circonda e bagna,

e 'l terzo, se vorrà, d'infesto, amico.

Imparerò da voi la nobil reggia

del re de' Goti invitto, e dove alberghi

la sua regina?

CORO

Ecco il sublime tetto:

ella dentro dimora, e fuor si spazia

il re nostro signore.

MESSAG[[GERO]]

Siate sempre felice e co' felici,

o degnissimo re d'alta regina.

TORRISMONDO

E tu, che bene auguri, e ne sei degno

per buono augurio ancor. Ma sponi e narra

qual cagion ti conduca, o che n'apporti.

MESSAG[[GERO]]

Non rea novella a questo antico regno,

a questa alta regina, a queste nozze,

e buona a voi, cui tanto il cielo arrise.

TORRISMONDO

Narrala.

MESSAG[[GERO]]

A la regina io sono il messo.

TORRISMONDO

Quello ch'a me si spone, a lei si narra,

perché nulla è fra noi distinto e sevro.

MESSAG[[GERO]]

La Norvegia lo scettro a lei riserba.

TORRISMONDO

Perché? Non regna ancora il vecchio Araldo?

MESSAG[[GERO]]

Non certo; ma 'l sepolcro in sé l'asconde.

TORRISMONDO

È dunque Araldo morto?

MESSAG[[GERO]]

Il vero udisti.

TORRISMONDO

L'uccise lungo od improviso assalto

de la morte crudel, che tutti ancide?

MESSAG[[GERO]]

Tosto gli antichi corpi il male atterra.

TORRISMONDO

Ha ceduto a natura iniqua e parca,

che la vita mortal restringe e serra

dentro brevi confini e troppo angusti,

quando è la vita assai minor del merto.

MESSAG[[GERO]]

A lei suo corpo, a voi concede il regno.

FRONTONE

Signor, quest'è pur quello ond'or si parla,

che l'antica memoria ancor non perdo

de' sembianti e del nome.

TORRISMONDO

Ei giunge a tempo.

Ma riconosce ei te, se lui conosci?

FRONTONE

D'avermi visto ti rimembra unquanco?

MESSAG[[GERO]]

Non mi ricordo.

FRONTONE

Io ridurollo a mente,

e di quel che non sa farollo accorto;

e ben so ch'ora il sa. Sovienti, amico,

d'aver con quattro legni un legno preso?

Che del mar trapassava il dubbio varco,

ed a' liti di Gozia, in occidente

conversi, rivolgea l'eccelsa poppa,

avendo i Dani e i lor paesi a fronte.

Io fui preso in quel legno: or mi conosci?

MESSAG[[GERO]]

Si cangia spesso la fortuna e 'l tempo,

e spesso altra cagion di nostre colpe

stata è l'avara e la maligna sorte.

FRONTONE

Ma che facesti de la nobil preda,

de la vergine dico? È muto, o morto.

Non sai ch'abbiamo il tuo fratel non lunge?

Egli parli in tua vece, o tu ragiona.

MESSAG[[GERO]]

De le cose passate il fato accusa.

Fu quella colpa sua, ma nostro il merto

ch'a la vergine diè sì nobil padre.

TORRISMONDO

Oimè, ch'io tardi intendo, e troppo intendo,

e di conoscer troppo ancor pavento.

Ma 'l conoscer inanzi empio destino

è solazzo nel male. Or tu racconta

il ver, qualunque sia: ch'alta mercede

suol ritrovare il ver, non che perdono.

MESSAG[[GERO]]

Diedi la verginella al re dolente

per la sua morta figlia, e die' conforto

che temprasse il suo lutto e 'l suo dolore,

sì che figlia si fe' la cara ancilla;

che di Rosmonda poi chiamata Alvida

fu co 'l nome de l'altra, ed or s'appella.

L'istoria a pochi è nota, a molti ascosa.

TORRISMONDO

Oimè, che troppo al fin si scopre, ahi lasso!

Qual ritrovo o ricerco altro consiglio?

[[SCENA SETTIMA]]

GERMONDO, TORRISMONDO

[[GERMONDO]]

Altro dunque è fra noi più caro mezzo,

che s'interpone e ne ristringe insieme,

o ne disgiunge? E non potrà Germondo

saper quel ch'in sé volge il re de' Goti

da lui medesmo?

TORRISMONDO

Il re de' Goti è vostro

signor, come fu sempre, e vostro il regno.

Ma l'altrui stabil voglia, e 'l vostro amore,

e la sua dura sorte, il fa dolente.

GERMONDO

Perturbator a voi di liete nozze

non venni in Gozia; e se 'l venir v'infesta,

altrui colpa è 'l venire e nostro errore;

e torno indietro, e non ritorno a tempo,

né duo gran falli una partenza emenda.

TORRISMONDO

Fortuna errò, che volse i lieti giochi

in tristi lutti e inaspettata morte,

per cui, se di tal fede il messo è degno,

Norvegia ha 'l re perduto, Alvida il padre.

Voi se cedete i mesti giorni al pianto

e fuggite il dolor nel primo incontro,

io non v'arresto; e non vi chiudo il passo,

s'al piacer vostro di tornar v'aggrada.

GERMONDO

Così noto io vi sono? Al vostro lutto

io potrei dimostrare asciutto il viso?

Io mai sottrar le spalle al vostro incarco?

Se 'l mio pianto contempra il vostro duolo,

verserò 'l pianto; e se vendetta, il sangue.

TORRISMONDO

Io conobbi, Germondo, il valor vostro,

che splendea com'un sole; or più risplende,

né sono orbo al suo lume. Empia fortuna

farmi l'alba potrà turbata e negra,

e l'ocean coprir d'oscuro nembo,

o pur celarmi a mezzo giorno il cielo;

ma non far ch'io non veggia il vostro merto

e 'l dever mio. Volli una volta, e dissi;

or non muto il voler, né cangio i detti.

È vostra Alvida e di Norvegia il regno;

e sarà, s'io potrò. Ma più vi deggio.

Perché non perdo il mio, né spargo e spando,

come far io devrei, la vita e l'alma.

[Parte]

CORO

Quale arte occulta, o qual saper adempie

da le celesti sfere

d'orror gli egri mortali e di spavento?

Vi sono amori ed odii, e mostri e fere

là su spietate ed empie,

cagion di morte iniqua o di tormento?

Vi son là su tiranni? E l'aria e 'l vento

non ci perturban solo, e i salsi regni,

co' feri aspetti, e la feconda terra,

ma più gli umani ingegni?

Tante ire e tanti sdegni

movono e dentro a noi sì orribil guerra?

O son voci onde il volgo agogna ed erra,

e ciò che gira intorno

è per far bello il mondo e 'l cielo adorno?

Ma, se pur d'alta parte a noi minaccia,

e da' suoi regni in questi

di rea fortuna or guerra indìce il fato,

Leon, Tauro, Serpente, Orse celesti,

qui dove il mondo agghiaccia,

e gran Centauro ed Orione armato,

non si renda per segno in ciel turbato

l'animo invitto, e non si mostri infermo,

ma co 'l valor respinga i duri colpi;

che 'l destin non è fermo

a l'intrepido schermo.

Perch'umana virtù nulla s'incolpi,

ma de l'ingiuste accuse il ciel discolpi,

sovra le stelle eccelse

nata, e scesa nel core, albergo felse.

Che non lece a virtù? Nel gran periglio

chi di lei più sicura

e presta aspira al cielo e 'n alto intende?

Chi più, là dove Borea i fiumi indura,

l'arme ha pronte e 'l consiglio,

o dove ardente sol l'arene accende?

Non la bruma o l'ardor virtute offende,

non ferro, o fiamma, o venti, o rupi averse,

o duri scogli a lei far ponno oltraggio:

perché navi sommerse

siano ed altre disperse,

mandi procella infesta al gran viaggio,

e 'n ciel s'estingua ogni lucente raggio.

E co' più fieri spirti

sprezza fortuna ancor tra scogli e sirti.

Virtù non lascia in terra o pur ne l'onde

guado intentato o passo,

od occulta latebra, o calle incerto.

A lei s'apre la selva e 'l duro sasso,

e ne l'acque profonde

s'aperse a legni il monte al mare aperto.

Al fin d'Argo la fama oscura e 'l merto

fia di Giason, ch'a più lodate imprese

porteranno altre navi i duci illustri.

Avrà sue leggi prese

l'ocean, che distese

le braccia intorno. E già volgendo i lustri

averrà che lor gloria il mondo illustri,

come sol, che rotando

caccia le nubi e le tempeste in bando.

Virtù scende a l'Inferno,

passa Stige secura ed Acheronte,

non che l'orrido bosco o l'erto monte.

Virtude al ciel ritorna,

e, dove prima nacque, al fin soggiorna.

ATTO QUINTO

[[SCENA PRIMA]]

ALVIDA, NUTRICE

ALVIDA

In qual parte del mondo or m'ha condotta

la mia fortuna, e fra qual gente avversa,

o dei sommi del cielo?

NUTRICE

Ancor temete,

e vi dolete ancor.

ALVIDA

Io più non temo,

né posso più temer, che 'l male è certo,

e certo il danno e la vergogna e l'onta.

Già son tradita, esclusa, anzi scacciata,

perch'è morto in un tempo il re mio padre

e del marito mio la fede estinta.

Egli da l'una parte a tutti impone

ch'a me si asconda l'improvisa morte,

da l'altra ei mi conforta e mi comanda

ch'io pensi a novo sposo o a novo amante,

e mi chiama sorella, e mi discaccia

con questo nome.

O mar di Gozia, o lidi, o porti, o reggia,

che raccogliesti le regine antiche,

dove ricovro, ahi lassa, o dove fuggo?

Dove m'ascondo più? Nel proprio regno,

u' l'alta sede il mio nemico ingombri,

perch'io vi serva? O 'n più odiosa parte

spero trovar pietà, tradita amante,

anzi tradita sposa?

NUTRICE

È possibil giammai che tanto inganno

alberghi in Torrismondo e tanta fraude?

ALVIDA

È possibile, è vero, è certo, è certa

la sua fraude e 'l mio scorno e l'altrui morte;

anzi la violenza è certa, e 'nsieme

la mia morte medesma, oh me dolente!

NUTRICE

Certa la fate voi d'incerta e dubbia,

or facendovi incontra al male estremo;

ma pur non fu tanto importuna unquanco

l'iniqua, inesorabile, superba,

né con tanto disprezzo e tanto orgoglio

perturbò a' lieti amanti un dì felice.

Ma son tutti, morendo il padre vostro,

seco estinti gli amici e i fidi servi

e i suoi cari parenti? E spente insieme

l'onestà, la vergogna e la giustizia?

Né secura è la fede in parte alcuna?

Già tutte siam tradite e quasi morte,

se non è vano il timor vostro e 'l dubbio.

ALVIDA

O morì la giustizia il giorno istesso

co 'l giustissimo vecchio, o seco sparve,

e fe' seco volando al ciel ritorno.

E la forza e la fraude e 'l tradimento

presero ogni alma ed ingombrâr la terra.

Non ardisce la fede erger la destra,

e l'onor più non osa alzar la fronte.

E la ragione è muta, anzi lusinga

la possente fortuna. Al fato averso

cede il senno e 'l consiglio, e cede al ferro

maestà di temute antiche leggi,

mentre a guisa di tuono altrui spaventa

e d'arme e di minacce alto ribombo.

È re chiamato il forte. Al forte il regno,

altrui malgrado, è supplicando offerto,

e ciò che piace al più possente è giusto.

Io non gli piaccio, e 'l suo piacer conturbo

io sola; e de' Norvegi or preso il regno,

la regina rifiuta il re sublime

de' magnanimi Goti.

NUTRICE

A detti falsi

forse troppo credete; e 'l dritto e 'l torto

alma turbata e mesta, egra d'amore,

non conosce sovente, e non distingue

dal vero il falso, e l'un per l'altro afferma.

REGINA

Siasi de la novella, e del messaggio,

e de la fé norvegia, e del mio regno

e degli ordini suoi turbati e rotti

ciò che vuol la mia sorte, o 'l mio nemico:

basta ch'ei mi rifiuta; e 'l vero io ascolto

del rifiuto crudele. Io stessa, io stessa

con questi propi orecchi udii pur dianzi:

– Alvida, il vostro sposo è 'l re Germondo,

non vi spiaccia cangiar l'un re ne l'altro,

e l'un ne l'altro valoroso amico,

ed al nostro voler concorde e fermo

il vostro non discordi. – In questo modo

mi concede al suo amico, anzi al nemico

del sangue mio. Così vuol ch'io m'acqueti

nel voler d'uno amante e d'un tiranno.

Così l'un re mi compra e l'altro vende

ed io son pur la serva, anzi la merce

fra tanta cupidigia e tal disprezzo.

Udisti mai tal fede? Udisti cambio

tanto insolito al mondo e tanto ingiusto?

NUTRICE

Senza disprezzo, forse, e senza sdegno

è questo cambio. Alta ragione occulta

dee movere il buon re: che d'opra incerta

sovente il buon consiglio altrui s'asconde.

ALVIDA

La ragion, ch'egli adduce, è finta e vana

e in me lo sdegno accresce, in me lo scorno,

mentre il crudel così mi scaccia e parte

prende gioco di me. – Marito vostro,

mi disse, è 'l buon Germondo, ed io fratello. –

Ed adornando va menzogne e fole

d'un rapto antico e d'un'antica fraude.

E mi figura e finge un bosco, un antro

di ninfe incantatrici. E 'l falso inganno

vera cagione è del rifiuto ingiusto,

e fia di peggio. E Torrismondo è questi,

questi, che mi discaccia, anzi m'ancide,

questi, ch'ebbe di me le prime spoglie,

or l'ultime n'attende, e già se 'n gode;

e questi è 'l mio diletto e la mia vita.

Oggi d'estinto re sprezzata figlia

son rifiutata. O patria, o terra, o cielo,

rifiutata vivrò? Vivrò schernita?

Vivrò con tanto scorno? Ancora indugio?

Ancor pavento? E che? La morte, o 'l tardi

morire? Ed amo ancora? Ancor sospiro?

Lacrimo ancor? Non è vergogna il pianto?

Che fan questi sospir? Timida mano,

timidissimo cor, che pur agogni?

Mancano l'arme a l'ira, o l'ira a l'alma?

Se vendetta non vuoi, né vuole amore,

basta un punto a la morte. Or mori, ed ama

morendo; e se la morte estingue amore,

l'anima estingua ancor, che vera morte

non saria, se vivesse amore e l'alma.

NUTRICE

Deh, lasciate pensier crudele ed empio.

Niun vi sforza ancora o vi discaccia:

ma v'onora ciascuno, ed ancor donna

sete di voi medesma, e di noi tutte

sete e sarete sempre alta regina.

[[SCENA SECONDA]]

REGINA

REGINA

Dopo tanti anni e lustri un dì sereno,

un chiaro e lieto dì fortuna apporta.

Ogni cosa là dentro è fatta adorna

e ridente, e di gemme e d'or riluce.

Duo lieti matrimoni in un sol giorno,

due regi e due regine aggiunte insieme,

duo figli, anzi pur quattro; e quinci e quindi

pur con sangue real misto il mio sangue,

e bellezza e valore e gloria e pompa,

e molte in una reggia amiche genti,

e doni e giostre e cari e lieti balli,

oggi vedrò contenta. Ahi nostra mente,

che ti contenta o chi t'appaga in terra,

se non si può d'empio destin superbo

mutar piangendo la severa legge,

né sua ragion ritorre a fera morte?

Lassa, non questa fronte essangue e crespa,

o questa coma che più rara imbianca,

o gli umeri già curvi e 'l piè tremante

scemano il mio piacer. Ma tu sol manchi,

o mio già re, già sposo, a queste nozze,

o de' figliuoli miei signore e padre.

Deh, se rimiri mai del ciel sereno

de' tuoi diletti e miei l'amato albergo,

e se ritorni a consolarmi in sonno,

sii presente, se puoi. Risguarda i figli,

o padre, e di famosa e chiara stirpe

lieto l'onor ti faccia, amico spirto.

[[SCENA TERZA]]

ROSMONDA sola

ROSMONDA

Ancor mi vivo di mio stato incerta,

ancor pavento e spero e bramo e taccio,

e del parlar mi pento e de l'ardire,

e poi del mio pentire io mi ripento.

Quel che sarà non so, che non governa

queste cose mortali il voler nostro,

ma 'l voler di colui che tutto regge.

Però questo solenne e lieto giorno

visiterò devota i sacri altari,

ed offrirò queste ghirlande al tempio

di vergini viole e d'altri fiori,

persi, gialli, purpurei, azurri e bianchi,

ch'in su l'aurora io colsi, e poi contesti

gli ho di mia mano. Or degni il re del cielo

gradir la mia devota e pura mente,

ed al settentrion gli occhi rivolga

pietosamente e con benigno sguardo.

[[SCENA QUARTA]]

CAMERIERO, CORO

[[CAMERIERO]]

O Gozia, o d'Aquilone invitto regno,

o patria antica, oggi è tua gloria al fondo,

oggi è 'l sostegno tuo caduto e sparso,

oggi fera cagion d'eterno pianto

a te si porge.

CORO

Ahi, che dolente voce

mi percote gli orecchi e giunge al core.

Che fia?

CAMERIERO

Misera madre e mesto giorno,

reggia infelice, e chi vi more e vive

infelice egualmente. Orribil caso!

CORO

Narralo, e dà principio al mio dolore.

CAMERIERO

Il re doglioso a la dolente Alvida

già detto avea ch'al suo fedel Germondo

esser moglie devea, con brevi preghi

stringendo lei ch'in questo amor contenta,

come ben convenia, quetasse il core,

che l'altre cose poi saprebbe a tempo.

Ma del suo padre l'improvisa morte,

per occulta cagion tenuta ascosa,

accrebbe in lei sospetto e duolo e sdegno,

ch'in furor si converse e 'n nova rabbia,

pur come fosse già schernita amante,

data in preda al nemico; onde s'ancise,

passando di sua man co 'l ferro acuto

il suo tenero petto.

CORO

Ahi troppo frettolosa! Ahi cruda morte,

estremo d'ogni male!

CAMERIERO

Il male integro

non sapete anco. Il re stesso offese

nel modo istesso, e giace appresso estinto.

CORO

Ahi, ahi, ahi, crudel morte e crudel fato!

Quale altro più gravoso oltraggio o danno

può farci la fortuna o 'l cielo averso?

CAMERIERO

Non so. Ma l'un dolore aggiunge a l'altro,

l'una a l'altra ruina. E 'n forte punto

oggi è la stirpe sua recisa e tronca.

CORO

Misera ed orba madre, ove s'appoggia

la cadente vecchiezza, e chi sostienla?

CAMERIERO

L'infelice non sa d'aver trovato

Oggi una figlia e duo perduti insieme,

e forse lieta ogni passato affanno

in tutto oblia, non sol consola e molce,

e di gioia e piacere ha colmo il petto.

CORO

Or chi le narrerà l'aspro destino

de' suoi morti figliuoli?

CAMERIERO

Io non ardisco

con questo aviso di passarle il core.

Ma già tutto d'orrore e di spavento

là dentro è pieno il suo reale albergo,

e risonare i tetti e l'ampie logge

odono intorno di femineo pianto,

e di battersi il petto e palma a palma,

e di meste querele e di lamenti:

tanto timor, tanto dolore ingombra

le femine norvegie. E men dolenti

sarian, se, fatte serve in cruda guerra,

fossero da nemici infesti ed empi,

e temessero omai di morte e d'onta.

E l'altre sconsolate e meste donne

consolarne non ponno, anzi, piangendo

parte, pianger fariano un cor selvaggio

del suo dolore, e lacrimar le pietre.

CORO

E noi, che parte abbiamo in tanto danno,

non sapremo anco più distinti i modi

d'una morte e de l'altra?

CAMERIERO

Il re trovolla

pallida, essangue, onde le disse: – Alvida,

Alvida, anima mia, che odo, ahi lasso,

che veggio? Ahi qual pensiero, ahi qual inganno,

qual dolor, qual furor così ti spinse

a ferir te medesma? Oimè, son queste

piaghe de la tua mano? – Allor gravosa

ella rispose con languida voce:

– Dunque viver devea d'altrui che vostra,

e da voi rifiutata?

E potea co 'l vostro odio e co 'l disprezzo,

se de l'amor vivea?

Assai men grave è il rifiutar la vita,

e men grave il morire.

Già fuggir non poteva in altra guisa

tanto dolore.

Ei ripigliò que' suoi dogliosi accenti:

– Tanto dolore io sosterrò vivendo?

O 'n altra guisa io morrei dunque, Alvida,

se voi moriste? Ah, no 'l consenta il cielo!

Io vi potrei lasciare, Alvida, in morte?

Con le ferite vostre il cor nel petto

voi mi passaste, Alvida.

E questo vostro sangue è sangue mio,

o Alvida sorella,

così voglio chiamarvi. – E 'l ver le disse,

e confermò giurando e lagrimando

l'inganno e 'l fallo de l'ardita destra.

Ella parte credeva, e già pentita

parea d'abbandonar la chiara luce

nel fior degli anni, e rispondea gemendo:

– In quel modo che lece io sarò vostra,

quanto meco potrà durar questa alma,

e poi vostra morrommi.

Spiacemi sol che 'l morir mio vi turbi,

e v'apporti cagion d'amara vita. –

Egli, pur lagrimando, a lei soggiunse:

– Come fratello omai, non come amante,

prendo gli ultimi baci. Al vostro sposo

gli altri pregata di serbar vi piaccia,

che non sarà mortal sì duro colpo. –

Ma in van sperò, perché l'estremo spirto

ne la bocca di lui spirava; e disse:

– O mio più che fratello e più ch'amato,

esser questo non pò, che morte adombra

già le mie luci. –

Dapoi ch'ella fu morta, il re sospeso

stette per breve spazio; e muto e mesto,

da la pietate e da l'orror confuso,

il suo dolor premea nel cor profondo.

Poi disse: – Alvida, tu sei morta, io vivo

senza l'anima? – E tacque.

E scrisse questa lettra, e la mi porse

dicendo: – Porteraila al re Germondo,

e quanto avrai di me sentito e visto,

tutto gli narra, e scusa il nostro fallo. –

Così disse. E mentre io pensoso attendo,

dal suo fianco sinistro ei prese il ferro,

e si trafisse con la destra il petto,

senza parlar, senza mutar sembianza,

pur come fosse lieto in far vendetta.

Io gridai, corsi, presi il braccio indarno,

non anco debil fatto. Ei mi respinse

con quel valor che non ha pari al mondo,

dicendo: – Amico, al mio voler t'acqueta,

e ne la tua fortuna. A te morendo

lascio il più caro officio e 'l più lodato,

un signor più felice, un re più degno,

e la memoria mia.

Ch'ognun la cara vita altrui pò tôrre,

ma la morte, nessuno. –

[[SCENA QUINTA]]

GERMONDO, CAMERIERO

[[GERMONDO]]

Qual suon dolente il lieto dì perturba?

E di confuse voci e d'alte strida

qual tumulto s'aggira? E di temenza

son questi, o di gran doglia incerti segni?

Forse è dentro il nemico, o pur s'aspetta?

Ma sia che può, non sarò giunto indarno;

e dar non si potrà Norvegio o Dano

del suo fallace ardir superbo vanto.

Qual pazzia sì gli affida, o quale inganno,

se Torrismondo ha 'l fido amico appresso?

CAMERIERO

Oimè, che Torrismondo altro nemico

non ebbe che se stesso e la sua fede.

GERMONDO

Qual nemicizia intendi, o che ragioni?

CAMERIERO

Ei, signor, la vi spone, e qui la narra.

Perché questa è sua carta, io fido servo.

GERMONDO

Oimè, quel ch'io leggo e quel ch'intendo!

Odi le sue parole e 'l mio dolore.

– Scrivo inanzi al morire, e tardi io scrivo,

e tardi io muoio. Altri m'è corso inanzi,

e la sua morte di morir m'insegna,

perch'io muoia più mesto e più dolente,

una donna seguendo, e sia l'estremo

chi 'l primo esser devea spargendo il sangue,

non per lavar, ma per fuggir la colpa,

ch'or porterò come gravoso pondo

per questa ultima via. Morrò lasciando

di moglie in vece a voi canuta madre;

perché la mia sorella a me la fede

o 'l poterla osservare, a sé la vita,

a voi se stessa ha tolto. O vero amico,

se vero amico mi può far la morte,

vero amico sono io. Prendete il regno,

non ricusate or la corona e 'l manto,

e d'amico fedele il nome e l'opre.

Siate a cadente vecchia alto sostegno

in vece mia. Non disprezzate i preghi,

non disdegnate in su l'orribil passo

che tal mi chiami e di tal nome onori

l'acerba morte mia, che tutto solve,

fuorché l'obbligo mio ch'a voi mi strinse.

Vivete voi, che 'l valor vostro è degno

d'eterna vita, e l'amicizia e 'l merto.

Io chiedo questa grazia a voi morendo. –

O dolente principio, o fin dolente!

Ma che pensa? Dov'è? Non vive ancora?

CAMERIERO

Visse, lasciò la moglie, or lascia il regno;

e l'uno è tuo, l'altro pur volle il fato.

GERMONDO

Oscuro è quel che narri, e quel ch'accenna

il tuo signor.

CAMERIERO

Ei riconobbe Alvida

la sua vera sorella, e poi s'uccise,

come credo io, per emendare il fallo

In voi commesso.

GERMONDO

Era sorella adunque?

CAMERIERO

Era, e saprete come.

GERMONDO

Ahi, troppo a torto

tanto si diffidò nel fido amico,

che la mia fede, e non la sua, condanna

con la sua morte. Oimè, qual grave colpa

non perdona amicizia o non difende?

Meno offeso m'avria volgendo il ferro

contra il mio petto. Anzi io morir devea,

ch'a lui diedi cagion d'acerba morte.

Ahi fortuna, ahi promesse, ahi fede, ahi fede,

così t'osserva, e così dona il regno?

Così me prega?

CAMERIERO

Il ciel fe' scarso il dono,

e la sua Parca e la fortuna aversa,

non l'ultimo voler; che tutto ei diede

quanto darvi potea.

GERMONDO

Tutto ei mi tolse,

togliendomi se stesso. Amor crudele,

tu sei cagion del mio spietato affanno,

tu mi togli l'amico e tu l'amata,

e tu gli uccidi, e mi trafiggi il petto

con duo colpi mortali. Io tutto perdo

poiché lui perdo. Oimè dolente acquisto,

dannoso acquisto, in cui perde se stessa

la nova sposa, e 'l re se stesso e gli altri,

e 'l suo figliuol la madre, e 'l vero amico

l'amico suo, né ritrovò l'amante;

la milizia l'onor, ch'orba divenne;

questo regno, il signore; io, la speranza

d'ogni mia gloria e d'ogni mio diletto.

Perdere ancora il cielo il sol devrebbe,

e 'l sole i raggi, e la sua luce il giorno,

e per pietà celar l'oscura notte

il fallo altrui co 'l tenebroso manto;

perdere il mare i lidi, e l'alte sponde

gli ondosi fiumi, e ricoprir la terra

ingrata, or che non sente e non conosce

il danno proprio, e non s'adira e sterpe

faggi, orni, pini, cerri, antiche querce,

alti sepolcri, e d'infelice morte

dolente e mesto albergo, o pur non crolla

questa gran reggia e le superbe torri,

e non percote i monti a' duri monti,

e non rompe i lor gioghi, e i gravi sassi

da l'aspre rupi non trabocca al fondo,

e nel suo grembo alta ruina involve

di mete, di colossi e di colonne,

perché sia non angusta e 'ndegna tomba;

e da valli e da selve e da spelunche

con spaventose voci alto non mugge,

per far l'essequie con l'estremo pianto,

che darà al mondo ancor perpetuo affanno.

[[SCENA SESTA]]

REGINA, CAMERIERO, GERMONDO, ROSMONDA, CORO

[[REGINA]]

Deh, che si tace a me, che si nasconde?

Sola non saprò io, schernita vecchia,

di chi son madre, o pur se madre io sono?

CAMERIERO

Regina, oggi la sorte il vero scopre,

ch'a tutti noi molti anni occulto giacque.

Però non accusar nostro consiglio,

ch'a te non fu cagion d'alcuno inganno;

ma qui si mostri il tuo canuto senno.

REGINA

Se pur questa non è mia vera figlia,

qual altra è dunque?

CAMERIERO

Partoristi un'altra,

prima Rosmonda e poi chiamata Alvida,

del buon re tuo marito e signor nostro;

ma per sua poi nudrilla il re norvegio.

REGINA

Tanto dolor per ritrovata figlia

e trovata sorella? Altro pavento

che disturbate nozze. Altro si perde.

CAMERIERO

Oimè lasso!

REGINA

Qual silenzio è questo?

Ov'è la mia Rosmonda?

CAMERIERO

Ov'ella volse.

REGINA

E Torrismondo?

CAMERIERO

In quel medesmo loco,

ov'egli volle.

GERMONDO

Altre percosse in prima

hai sostenute di fortuna aversa;

ora questi soffrir più gravi colpi,

che già primi non sono, al fin convienti,

o mia saggia regina e saggia madre,

che s'altri figli avesti, or son tuo figlio:

non mi sdegnar, benché sia grave il danno.

REGINA

Ahi, ahi, ahi, dice: Avesti; io non gli ho dunque?

Non respiran più dunque

i miei duo cari figli?

GERMONDO

Ahi, che non caggia!

Deh quinci Torrismondo e quindi Alvida,

quinci vera amicizia e quindi amore

fanno degli occhi miei duo larghi fonti

d'amarissimo pianto, e 'l core albergo

d'infiniti sospiri. E 'n tanto affanno

e fra tanti dolori ha sì gran parte

la pietà di costei. Misera vecchia,

e più misera madre! Oimè, quel giorno

ch'ella sperava più d'esser felice,

è fatta di miseria estremo essempio.

Io sarò suo conforto, anzi sostegno.

Io farò questo, lagrimando insieme,

dolente sì, ma pur dovuto officio

e pieno di pietà. Consenta almeno

ch'io la sostegna.

ROSMONDA

Oh foss'io morta in fasce,

o 'n questo giorno almen, turbato e fosco,

mentre egli fu sì lieto e sì tranquillo.

Bello e dolce morire era allor quando

io fatto non l'avea dolente e tristo.

Io misera il perturbo, e l'alta reggia

io riempio d'orrore e di spavento.

Io la corona atterro e crollo il seggio.

Io d'error fui cagione, or son di morte

al mio signore. Or m'offrirò per figlia

a questa orba regina ed orba madre,

la qual pur dianzi ricusai per madre.

E ricusai, misera me, l'amore,

e ricusai l'onore,

serva troppo infelice,

ch'era pur meglio ch'io morissi in culla,

innocente fanciulla.

CORO

A piangere impariamo il vostro affanno

nel comune dolor che tutti afflige.

Al signor nostro omai quale altro onore

far possiam che di lagrime dolenti?

Al signor nostro, il qual fu lume e speglio

di virtute e d'onor, chi nega il pianto?

REGINA

Ahi, chi mi tiene in vita?

O vecchiezza vivace,

a che mi serbi ancora?

Non de' miei dolci figli

a le bramate nozze,

non al parto felice

de' nepoti mi serbi.

Al duolo amaro, al lutto,

a la morte, a la tomba

de' miei duo cari figli,

or mi conserva il fato.

Ahi, ahi, ahi, ahi,

ch'io non gli trovo, e cerco,

misera me dolente,

pur di vederli in vano.

Ahi, dove sono?

Ahi, chi gli asconde?

O vivi, o morti,

anzi pur morti.

Oimè,

oimè!

GERMONDO

Quetate il duol, che tutto scopre il tempo.

REGINA

Signor, se dura morte

i miei figlioli estinse,

che non me 'l puoi negare,

e certo non me 'l nieghi,

ma co 'l pianto il confermi

e co' mesti sospiri,

abbi pietà, ti prego,

di me: passami il petto,

e fa ch'io segua omai

l'uno e l'altro mio figlio,

già stanca e tarda vecchia,

e sconsolata madre

meschina.

GERMONDO

S'io potessi, regina, i figli vostri

con la mia morte ritornare in vita,

sì 'l farei senza indugio, e 'n altro modo

creder non posso di morir contento.

Ma, poi che legge il nega aspra e superba

di spietato destin, vivrò dolente

sol per vostro sostegno e vostro scampo.

E saran con funebre e nobil pompa

i vostri cari figli ambo rinchiusi

in un grande e marmoreo sepolcro:

perché questo è de' morti onore estremo,

benché ad invitti re, famosi in arme,

sia tomba l'universo e 'l cielo albergo.

A voi dunque vivrò, regina e madre:

voi sarete regina, io vostro servo,

e vostro figlio ancor, se troppo a sdegno

voi non m'avete. A voi la spada io cingo,

per voi non gitto la corona o calco,

non spargo l'arme sì felici un tempo,

e non verso lo spirto e spando il sangue.

Pronto a' vostri servigi, al vostro cenno,

sinché le membra reggerà quest'alma,

sarà co 'l proprio regno il re Germondo.

REGINA

Oimè, che la mia vita

è quasi giunta al fine,

ed io pur anco vivo,

perché l'amata vista

mi faccia di morire

via più bramosa

co' dolci figli,

ahi, ahi, ahi, ahi!

GERMONDO

Oimè, che non trapassi. O donne, o donne,

portatela voi dentro, abbiate cura,

che 'l dolor non l'uccida, o tosco, o ferro.

O mia vita non vita, o fumo, od ombra

di vera vita, o simolacro, o morte!

[Parte]

CORO

Ahi lacrime, ahi dolore:

passa la vita e si dilegua e fugge,

come giel che si strugge.

Ogni altezza s'inchina, e sparge a terra

ogni fermo sostegno,

ogni possente regno

in pace cadde al fin, se crebbe in guerra.

E come raggio il verno, imbruna e more

gloria d'altrui splendore;

e come alpestro e rapido torrente,

come acceso baleno

in notturno sereno,

come aura, o fumo, o come stral, repente

volan le nostre fame, ed ogni onore

sembra languido fiore.

Che più si spera o che s'attende omai?

Dopo trionfo e palma,

sol qui restano a l'alma

lutto e lamento e lagrimosi lai.

Che più giova amicizia, o giova amore?

Ahi lagrime, ahi dolore!

FINE

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