Riccardo II

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WILLIAM SHAKESPEARE

RICCARDO II

Tragedia in 5 atti

Traduzione e note a cura di Goffredo Raponi

Titolo originale: "KING RICHARD THE SECOND"


NOTE PRELIMINARI

1) Il testo inglese adottato per la traduzione è quello del prof. Peter Alexander (William Shakespeare, "The Complete Works", Collins, London & Glasow, 1960), con qualche variante suggerita da altri testi, specialmente quello prodotto dal Furnival per la "Early English Text Society", e la recente edizione dell’"Oxford Shakespeare" curata da S. Wells e Gary Tylor per la Clarendon Press, New York, 1988 - 1994.

2) Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa, per la miglior comprensione dell’azione scenica alla lettura, al qual fine questa traduzione è essenzialmente diretta, il suo curatore ritenendo Shakespeare irrappresentabile nell’èra attuale.

3) All’inizio di ciascuna scena i personaggi sono introdotti con il rituale "Entra" o "Entrano", che ripete l’"Enter" del testo; giova avvertire però che tale dizione non implica che i personaggi debbano "entrare" in scena all’inizio di essa; è spesso possibile che essi si trovino già, in un qualunque atteggiamento.

4) Il metro è l’endecasillabo sciolto, intercalato da settenari, come l’abbia richiesto al gusto del traduttore lo scorrere della verseggiatura.

5) La divisione in atti e scene, com’è noto, non si trova nell’"in-folio"; essa è stata elaborata, spesso anche con l’elenco dei personaggi, da vari curatori nel tempo, a cominciare da Nicolas Rowe (1700). Li si riproduce come figurano nella citata edizione dell’Alexander.


PERSONAGGI

RE RICCARDO II

GIOVANNI DI GAUNT, Duca di Lancaster

EDMONDO DI LONGLEY, Duca di York, zii del re

ENRICO, soprannominato BOLINGBROKE, Duca di Hereford, figlio di Giovanni Gaunt, poi Re Enrico IV

IL DUCA DI AUMERLE, figlio del Duca di York

TOMASO MOWBRAY, Duca di Norfolk

IL DUCA DI SURREY

IL CONTE DI SALISBURY

IL CONTE DI BERKELEY

BUSHY

BAGOT

GREEN, favoriti del re

IL CONTE DI NORTHUMBERLAND

ENRICO PERCY, suo figlio, soprannominato "Hotspur" ("Sperone ardente")

LORD ROSS

LORD WILLOUGHBY

LORD FITZWATER

IL VESCOVO DI CARLISLE

L’ABATE DI WESTMINSTER

IL LORD MARESCIALLO

SIR STEPHEN SCROOP

SIR PIERCE EXTON

IL CAPITANO DI UNA BANDA DI GALLESI

DUE GIARDINIERI

LA REGINA, moglie di Re Riccardo

LA DUCHESSA DI YORK

LA DUCHESSA DI GLOUCESTER, vedova di Tomaso di Woodstock, Duca di Gloucester

UNA DAMA DI COMPAGNIA DELLA REGINA

Lords, araldi, ufficiali, soldati, un carceriere, un messo, un valletto e altri servitori.

SCENA: In Inghilterra e nel Galles

SCHEMA DELLA POSIZIONE DINASTICA

DI RE RICCARDO II

                                                                          EDOARDO III (1312-77)

                                                                                           Sposa Philippa Hainault

                                                                                           Figlia di William, duca di

                                                                                           Olanda e Hainault

 


                                                                                                                 EDMONDO

                                                                                                                   di Langley

                                                                                                                 duca di York

                                                                                                                  (1341-1402)

EDOARDO                      LIONELLO          GIOVANNI DI GAUNT               

pr. di Galles                  duca di Clarenza            duca di Lancaster

detto "Il Principe             (1338-1368)                    (1340-1399)

nero" (1330-76)

sposa Giovanna Wood-                                                                                         TOMASO

tock, figlia di Edmondo,                                          ENRICO IV                         di Woodstock

conte di Kent                                                                                                       duca di

                                                                                                                            Gloucester

4° figlio di Edoardo I                                               ENRICO V                          (1355-1397)

 


                                                                                 ENRICO VI

RICCARDO II

(1367-1400)

re dal 1377 al 1399 (deposto)

 


                                                                                 EDOARDO IV                RICCARDO III


ATTO PRIMO

SCENA I

Londra. Il palazzo reale.

Entrano RE RICCARDO, GIOVANNI DI GAUNT, nobili e seguito

RICCARDO -

Dunque, Giovanni Gaunt,

vetusto e venerabile Lancaster,

tu, ligio alla giurata tua promessa,

hai condotto ora qui, davanti a noi,

Enrico d’Hereford, tuo fiero figlio,

a confermarci l’irruente accusa,

cui non abbiam potuto dare udienza

finora, contro il duca di Norfolk,

Tomaso Mowbray?

GAUNT -

Per l’appunto, sire.

RICCARDO -

Dimmi ancora, l’hai tu sondato a fondo

per sincerarti ch’egli accusi il duca

di notorio e palese tradimento

mosso non già da qualche antica ruggine,

ma da un onesto, personale impulso,

come dovrebbe fare ogni buon suddito?(1)

GAUNT -

Per quanto potei stringerlo da presso

sull’argomento, ho potuto vedere

che lo muove un pericolo evidente

contro l’Altezza vostra,

e nessun vecchio rancore tra i due.

RICCARDO -

Bene, falli venire faccia a faccia

dinanzi a me, cipiglio con cipiglio;

voglio udirli parlar liberamente,

entrambi, accusatore ed accusato.

Son due tipi altezzosi l’uno e l’altro,

sordi nella lor rabbia come il mare,

e pronti ad infiammarsi come fuoco.

Entrano Enrico BOLINGBROKE e Tomaso MOWBRAY

BOLINGBROKE -

Giorni felici per molti anni ancora

al mio grazioso e nobile sovrano,

mio bene amato sire!

MOWBRAY -

E v’accresca ogni giorno la letizia

di quello già trascorso,

finché il cielo, invidioso della terra,

non abbia aggiunto alla vostra corona,

il titolo dell’immortalità!

RICCARDO -

Grazie ad entrambi; ma in uno di voi

questo augurio non può suonar sincero,

almeno a giudicare dalla causa

per cui siete venuti innanzi a me,

ch’è d’accusarvi d’alto tradimento,

l’uno a danno dell’altro.

Cugino d’Hereford, che accusa muovi

al Duca di Norfolk, Tomaso Mowbray?

BOLINGBROKE -

Primo – ed attesti il cielo quel che dico -

io vengo a questa regale presenza

scevro da qualsivoglia vil rancore

ma mosso solo dalla devozione

del suddito che ha cara la salvezza

della preziosa vita del suo principe.

(Al Duca di Norfolk)

E mi volgo ora a te, Tomaso Mowbray,

porgi bene l’orecchio a quel che dico,

ché della verità di quanto affermo

risponderà il mio braccio quaggiù in terra

e la divina mia anima in cielo.

Tu sei un traditore e un miscredente:

troppo di sangue nobile per esserlo,

tanto meno perciò degno di vivere;

giacché quanto più limpido è l’azzurro

della volta celeste su di noi,

tanto più sporche ci appaion le nubi

che la trascorrono. Una volta ancora,

per aggravarti il marchio dell’infamia,

io torno a rinserrare la tua strozza

col turpe titolo di traditore;

e, prima di lasciare questo luogo,

m’auguro - così piaccia al mio sovrano -

di poterti provare, spada in pugno, (2)

vero quello che afferma la mia lingua.

MOWBRAY -

(A Riccardo)

Che il mio freddo parlare, maestà,

non sia inteso dall’altezza vostra

come segno di poco mio rispetto.

Non è con un litigio da comari

o col molesto stridulo clamore

di due mordaci e velenose lingue

che si può arbitrar questa contesa.

Il sangue è caldo, sì, ma va frenato;

anche s’io stesso non potrei vantarmi

di tanta mansuetudine e pazienza

da imporre alla mia lingua di tacere.

Se non fosse per il devoto ossequio

che debbo in primo luogo a Vostra altezza

e che mi tiene dal dar briglia e sprone

al mio parlare, questo a briglia sciolta

comincerebbe a galoppar sì forte

da ricacciargli in gola, raddoppiati,

questi suoi termini di tradimento.

Mettendo a parte l’alta nobiltà

dei suoi natali e facendo astrazione

dalla sua parentela col mio re,(3)

io qui lo sfido, sputandogli addosso,

e chiamandolo vil calunniatore,

e brigante della peggiore risma.

E son pronto a provarglielo in duello,

dandogli tutto il vantaggio che vuole,

si tratti pur di raggiungerlo a piedi

fin sulle creste innevate dell’Alpi

o in un qualunque più disabitato

e più sperduto sito della terra

dove inglese ardì mai mettere piede.

Per ora bastino le mie parole

alla difesa della mia lealtà.

E giuro sulle sacre mie speranze,

ch’egli mentisce spudoratamente.

BOLINGBROKE -

O pallido, tremante, gran codardo,

ecco, ti getto il mio pegno di sfida(4)

(Gli getta il cappuccio)

proclamando qui stesso di spogliarmi

della mia parentela con il re,

e lasciando da parte

l’origine regale del mio sangue,

che tu eccepisci solo per paura

e non per reverenza.

Se il rimorso ti lascia ancor la forza

di raccoglier il pegno del mio onore,

chinati e fallo. Ed io per questo pegno,

nelle leggi della cavalleria,

son pronto a confermarti, braccio a braccio,

quanto t’ho detto o quanto ancor di peggio

tu possa immaginare sul tuo conto.

MOWBRAY -

Io lo raccolgo, e su questa mia spada

al cui tocco gentile sulla spalla

ricevetti l’onor di cavaliere,(5)

ti giuro che darò degna risposta

alla tua sfida, in piena lealtà

con le regole della cavalleria.

E ch’io non scenda vivo da cavallo,(6)

se sono traditore,

o se lotto per una ingiusta causa.

RICCARDO -

Che cosa nostro cugino ha da opporre

all’accusa di Mowbray?

Dev’essere ben grave contraccusa

per far nascere in noi

un sospetto di male su di lui.

BOLINGBROKE -

Vi basterà di udire ciò ch'io dico,

la mia vita a provar ch’è verità:

accuso Mowbray d'aver ricevuto

a titolo di paga pei soldati

di vostra altezza, ventimila nobili,(7)

e di averli intascati e sperperati

a suo sol personale beneficio,

da quell’ipocrita falso impostore

e presuntuoso furfante ch’egli è.

Affermo inoltre - e saprò dimostrarlo

battendomi con lui qui stesso o altrove,

sino all’estremo lembo del pianeta

che sia stato esplorato da occhio inglese -

che tutti i tradimenti

da diciott’anni orditi in Inghilterra

trassero primamente impulso ed origine

dal traditore Mowbray.

Aggiungo - e sono pronto a confermarlo

sulla sua pelle di bieca canaglia -

ch’è stato lui a tramare la morte(8)

di Tomaso di Gloucester,

subornando i suoi creduli nemici;

e che fu lui, malvagio traditore,

a farne uscire l’anima innocente

dal corpo in mezzo a rivoli di sangue;

ora quel sangue come quel d’Abele

sacrificale, lancia a me il suo grido

di giustizia e di dura punizione

fin dai muti precordi della terra.

E giustizia farà questo mio braccio,

in nome del glorioso mio lignaggio;

o che questa mia vita mi sia spenta!

RICCARDO -

Che vetta attinge la sua decisione!

Che rispondi, Tomaso di Norfolk?

MOWBRAY -

Oh, voglia il mio sovrano

volgere altrove gli occhi e fare sordi

per poco i propri orecchi,

fin tanto ch’io non abbia rinfacciato

a un tal diffamatore del suo sangue

quanto obbrobrioso sia a Dio e agli uomini

un così spudorato mentitore.

RICCARDO -

I nostri occhi ed orecchi

sono imparziali, Mowbray.

Foss’egli mio fratello,

anzi, l’erede stesso del mio regno

e non figlio a un fratello di mio padre,

giuro su questo scettro

che questa nostra consanguineità

non gli darebbe nessun privilegio,

così da rendere meno imparziale

la solida fermezza del mio animo

che vuol restare retto e spassionato.

Suddito nostro è lui,

Mowbray, come sei tu, né più né meno.

Parla liberamente e senza remore.

Ne hai piena licenza.

MOWBRAY -

Ebbene, Enrico Bolingbroke,

dal più profondo del tuo basso cuore

per il falso pertugio della gola,

tu menti. Del denaro ricevuto

per essere da me distribuito

ai soldati di sua maestà, a Calais,

tre parti furono regolarmente date

ai soldati del re: la quarta parte

l’ho ritenuta io col suo consenso,

a saldo d’una più cospicua somma

di cui m’era rimasto debitore

in occasione del mio viaggio in Francia

per lui, a prelevar la sua regina.(9)

Ringòiati, perciò, quella menzogna.

Quanto alla morte del duca di Gloucester,

a ucciderlo non sono stato io,

anche se, a mia vergogna, debbo ammettere

d’aver negletto, in quella circostanza,

di tener fede a un dovere giurato.

(A Giovanni di Gaunt)

E quanto a voi, nobilissimo Làncaster,

padre onorevole del mio avversario,

è vero, un giorno vi ho teso un’insidia

per togliervi la vita; e questa colpa

turba sempre l’afflitta anima mia;

ma me ne son sgravato avanti a Dio,

in confessione, prima d’accostarmi

al sacramento della comunione,

e n’ho invocato da voi il perdono

che spero tanto d'avere ottenuto.

Questa è la vera ed unica mia colpa.

Riguardo al resto, tutte le altre accuse

nascono dal rancore d’un ribaldo,

d’un vile e vergognoso rinnegato,

dal più degenere dei traditori.

Ciò son pronto a provare a testa alta,

al prezzo stesso della mia persona;

e perciò getto, di rimando, ai piedi

di questo tracotante traditore,

il mio pegno di sfida,

per provare nel suo sangue migliore, (10)

la mia lealtà di retto gentiluomo.

E perché la difesa del mio onore

non soffra indugi, prego Vostra altezza

di stabilire il giorno della prova.

RICCARDO -

Furibondi signori,

lasciatevi guidare ora da me.

Vediamo di purgare questa collera

senza che scorra sangue. Vi prescrivo

questa cura, pur non essendo medico:

odio profondo incide sempre a fondo;

dimenticare quindi, e perdonare.

Chiudete il caso e rappacificatevi.

I nostri medici son del parere

che questo non è un mese per salassi.

(A Gaunt)

Facciamo, caro zio, che questo affare

si concluda laddove è cominciato.

Noi calmeremo il Duca di Norfolk,

tu penserai a calmare tuo figlio.

GAUNT -

S’addice all’età mia far da paciere.

Figliolo, avanti, getta via da te

quel pegno della sfida del Norfolk.

RICCARDO -

E tu, Norfolk, getta via quello suo.

GAUNT -

Che aspetti, Enrico? Obbedienza di figlio

vuole ch’io non te l’ordini due volte.

RICCARDO -

Via quel pegno, Tomaso di Norfolk!

Non ti ostinare. Gettalo. Te l’ordino!

MOWBRAY -

Getto me stesso, temuto sovrano

ai piedi tuoi. Tu della mia vita

puoi disporre, ma non del mio buon nome:

a te debbo la vita, ma il mio nome

che deve vivere nella mia tomba,

aldilà e a dispetto della morte,

tu non l’avrai per farne un tale impiego

che l’esponga all’oscuro disonore.

Io qui son accusato e dileggiato,

insultato, trafitto nel profondo

da velenosa lancia; e per tal piaga

non c’è altro balsamo risanatore

fuori del sangue sticciato dal cuore

di colui che ha sticciato quel veleno.

RICCARDO -

La collera dev’essere frenata!

Consegnami quel pegno!

E non dimenticare che il leone

fece sempre mansueto il leopardo.

MOWBRAY -

Non gli cambiò però il colore al pelo.

Rimuovetemi l’onta dell’insulto,

ed io renderò il pegno.

Mio signore, amatissimo sovrano,

il tesoro più raro e più prezioso

che la vita può dare ad un mortale

è un nome senza macchia: tolto quello,

ciascun di noi non è altro che malta

placcata d’oro, o colorata argilla.

Spirito altero in cuore onesto e schietto

è come gemma chiusa in uno scrigno

da protegger con dieci serrature.

Il mio buon nome è la mia stessa vita;

crescono insieme sullo stesso tronco;

toglietemelo, e la mia vita è spenta.

Lasciate, dunque, amabile sovrano,

ch’io metta l’onor mio alla sua prova.

In esso vivo; per esso morrò.

RICCARDO -

(A Bolingbroke)

Comincia tu, cugino: getta il pegno.

BOLINGBROKE -

Dio guardi la mia anima, maestà,

dal macchiarsi d’un tal nero peccato!

Dovrei mostrare d’abbassar la testa,

proprio sotto lo sguardo di mio padre?

E col volto sbiancato di paura,

negare, da contrito peccatore,

la dignità degli alti miei natali

davanti a questo pezzo d’imbecille

che mi son pure abbassato a sfidare?

Prima che la mia lingua abbia a segnare,

con parole d’ignobile viltà

e di colpevole arrendevolezza

la fine del mio onore,

saran gli stessi denti a fare a pezzi

il vergognoso mobile strumento

della mia pavida ritrattazione,

ed a sputarlo fuori, sanguinante

e con tutto il suo obbrobrio, in faccia a Mowbray,

là dove la vergogna sta di casa.

(Esce Gaunt)

RICCARDO -

Non per chiedere, ma per comandare

noi siamo nati. Se non possiamo fare

che ritorniate amici, siate pronti

a battervi, a rischio della vita,

a Coventry, nel dì di San Lamberto.

Saran le vostre spade

a decidere là questa contesa

gravida d’odio acerbo e inveterato.

Se non possiamo rappacificarvi,

sia la giustizia a fare che prevalgano,

con la vittoria dell’uno sull’altro,

le ragioni della cavalleria.

Lord Maresciallo,(11) vogliate ordinare

agli ufficiali d’armi della corte

che si tengano pronti per dirigere

questa nobil domestica tenzone.

(Escono)

SCENA II

Londra. Il palazzo del Duca di Gloucester.

Entrano GIOVANNI DI GAUNT con la DUCHESSA di GLOUCESTER

GAUNT -

L’esser io parte del suo stesso sangue

sarebbe per me stimolo maggiore

delle tue stesse lacrime di vedova

a perseguire e punire gli autori

dell’uccisione di Tomaso Woodstock.

Ma purtroppo il potere di punire

sta nelle stesse mani del colpevole,

sicché il delitto rimane impunito;

a noi non resta quindi che affidare

la nostra causa al volere di Dio

che farà piovere sul capo ai rei

il croscio ardente della sua vendetta

quando giudicherà venuta l’ora.

DUCHESSA -

Non trova dunque in te più forte stimolo

la fratellanza? Nel tuo vecchio sangue

non arde più l’amore di fratello?

I sette figli nati da Edoardo(12)

erano sette ampolle - e tu sei una -

ripiene del suo sangue venerabile,

sette floridi rami germogliati

e cresciuti da un’unica radice.

Alcuni sono stati disseccati

dal naturale scorrere del tempo,

altri furon troncati dal destino;

ma Tomaso, lo sposo mio diletto,

la mia vita, il mio Gloucester, un’ampolla

colma del sacro sangue di Edoardo,

un ramo rigoglioso germogliato

dalla sua nobilissima radice,

fu schiantato dal tronco con violenza,

e versata la sua preziosa linfa,

e reciso, e le sue fiorenti foglie

fatte appassire tutte

dall’odio e dalla scure sanguinaria

d’un infame assassino. E quella linfa

era la stessa linfa del tuo tronco!

E quel sangue era anche sangue tuo:

lo stesso talamo, lo stesso grembo,

lo stesso conio, lo stesso metallo

onde fosti anche tu plasmato, Gaunt,

avevan fatto lui; sicché tu stesso,

tu che ancora respiri e ancora vivi,

in lui sei stato ucciso. E ti fai complice,

nel riguardar così passivamente

la morte del tuo povero fratello,

ed anche, in parte, quella di tuo padre,

ch’era la sua immagine vivente...

Non chiamarla pazienza, questa tua,

Gaunt, è sol mancanza di coraggio.

Nel tollerar con tanta indifferenza

l’assassinio di questo tuo fratello,

tu non fai che mostrar nuda la via

a chi vuol attentare alla tua vita,

quasi additando al feroce assassino

la maniera di abbattere anche te.

Quella che noi chiamiamo tolleranza

nelle persone d’umile lignaggio

è, quando ha sede nei nobili petti,

fredda ed indifferente codardia.

Che dirti più? Il modo più sicuro

per proteggere la tua stessa vita

è vendicar la morte del mio Gloucester.

GAUNT -

Prenditela con Dio. Il suo vicario,(13)

unto con l’olio santo al Suo cospetto,

ha causato la morte di Gloucester;

se fu ingiusta, che la punisca il cielo,

perch’io non potrò mai darmi l’ardire

d’alzar un braccio contro il suo ministro.

DUCHESSA -

A chi rivolger dunque il mio lamento?

GAUNT -

A Dio, campione e scudo delle vedove.

DUCHESSA -

È tutto che mi resta. Vecchio Gaunt,

addio. Tu vai a Coventry,

a veder là nostro cugino Hereford

combattere con lo spietato Mowbray.

Oh, s’assidano in punta alla sua lancia

tutti i torti recati a mio marito,

sì ch’essa vada ad infiggersi in petto

al macellaio Mowbray!

O, se morte lo manchi al primo assalto,

gli pesino sul petto tanto gravi

i suoi delitti, da spezzar le reni

al bavoso schiumante suo destriero,

sì che questo lo sgroppi sulla lizza,

lasciandolo contrito prigioniero,

di mio nipote Enrico!

Addio, mio vecchio Gaunt!

Colei che fu di tuo fratello sposa

è condannata a chiudere la vita

avendo sol compagna l’afflizione.

GAUNT -

Addio, cognata. Devo andare a Coventry.

Sia tanto bene con te che rimani

quanto con me che vado.

DUCHESSA -

Una parola ancora, tuttavia:

l’afflizione rimbalza, quando cade,

non, come palla, in virtù del suo vuoto,

ma in forza del suo peso.

Mi congedo da te

prima d’aver ancora cominciato;

perché il dolore non finisce mai,

anche quando ti par che sia passato.

Saluta tuo fratello Edmondo York...

Beh, questo è tutto... Eppure, no, no, aspetta,

non andar via così... Sì, questo è tutto...

Però non te ne andare così in fretta...

C’è qualcosa che ancor mi viene in mente...

Ah, sì, dovresti dirgli... Ohimè, che cosa?...

Ah, sì, che venga a visitarmi a Plastry

quanto prima possibile per lui...

Ahimè, che ci verrebbe a far laggiù

il vecchio York? A vedere che cosa?

Stanze vuote, pareti disadorne,

dispense nude, ambienti spopolati

che già furono pieni di famigli,(14)

pianciti non calcati da alcun piede...

E che potranno udir gli orecchi suoi

altro che i miei lamenti,

a dargli il benvenuto a casa mia?

No, no, salutalo per conto mio,

ma che non venga là

dove niente potrebbe ricercare

oltre il dolore che v’abita ovunque.

Desolata, ti lascio, desolata,

per andare a morire desolata.

Questi miei occhi umidi di lacrime

prendon da te l’estremo lor congedo.

(Escono)

SCENA III

La lizza a Coventry

Entrano il LORD MARESCIALLO E LORD AUMERLE

MARESCIALLO -

Lord Aumerle, s’è armato il duca d’Hereford?

AUMERLE -

Di tutto punto, sì, Lord Maresciallo,

ed è impaziente di scendere in lizza.

MARESCIALLO -

Il duca di Norfolk è già sul campo,

e aspetta fiero e pieno di coraggio,

che l’avversario squilli la sua sfida.(15)

MARESCIALLO -

Allora i contendenti sono pronti.

S’attende solo l’arrivo del re.

Squilli di tromba.

Entra RE RICCARDO, col seguito; poi GIOVANNI DI GAUNT, BUSHY, BAGOT, GREEN e la folla di cortigiani.(16)

RICCARDO -

Maresciallo, chiedete a quel campione

la causa della sua venuta in armi,

il suo nome, e, com’è costume e legge,

fategli far solenne giuramento

che si batte per una causa giusta.

MARESCIALLO -

(A Mowbray)

Nel sacro nome di Dio e del re,

declina le tue generalità

e la ragione perché vieni in armi;

dichiara chi è colui con cui ti batti

e qual è l’argomento della disputa.

Parla da cavaliere, franco e aperto,

e sotto vincolo di giuramento,

e come tale possano proteggerti

il cielo e il tuo valore.

MOWBRAY -

Tomaso Mowbary, Duca di Norfolk,

è il mio nome; e son qui venuto in armi,

sotto impegno di sacro giuramento,

- Dio guardi un cavaliere dal violarlo -

per difendere la mia fede in Dio,

al mio sovrano ed ai suoi successori,

dall’accusa del Duca Enrico di Hereford,

e per provare, in questa mia difesa,

ch’Enrico d'Hereford è un traditore

del mio Dio, del mio re e di me stesso.

Il cielo mi protegga,

perché mi batto pel mio buon diritto.

(Si siede)

Squillo di tromba.

Entra Enrico BOLINGBROKE, Duca di Hereford, sfidante, preceduto da un ARALDO

RICCARDO -

Maresciallo, a quel cavaliere in armi

domandate chi è, per qual ragione

viene qui corazzato in quella foggia;

in buona forma, come vuol la legge,

fategli dire sotto giuramento,

che combatte per una causa giusta.

MARESCIALLO -

(A Bolingbroke)

Dichiarami chi sei, come ti chiami,

e perché ti presenti così armato

davanti al re Riccardo, alla sua lizza;

contro chi vieni e qual è la tua causa.

Parla anche tu da vero cavaliere,

e ti protegga il cielo.

BOLINBROKE -

Enrico d’Hereford, duca di Làncaster

e Derby è il nome mio, e son qui in armi

a provar col valore del mio braccio,

e con l’aiuto dell’Onnipotente,

su questa lizza, che Tomaso Mowbray

è un malvagio e nefasto traditore

di Dio, di re Riccardo e di me stesso.

Poiché combatto per la buona causa,

m’accordi il cielo la sua protezione.

MARESCIALLO -

(Al pubblico degli astanti)

Sotto pena di morte,

che nessuno si prenda l’ardimento

di scender sul terreno della lizza,

eccetto il maresciallo e gli ufficiali

scelti a dirigere lo svolgimento

di questo nobile combattimento.

BOLINGBROKE -

Lord Maresciallo, datemi licenza

di baciare la mano al mio sovrano

e di prostrarmi innanzi a Sua maestà,

perché in questo momento Mowbray ed io

siamo due pellegrini

votati ad un asperrimo cammino.

Lasciate quindi che prendiam congedo

dai nostri amici con le buone forme

e diamo loro un affettuoso addio.

MARESCIALLO -

(Al re)

Con profondo rispetto, maestà,

lo sfidante vi porge il suo saluto

e chiede di baciar la vostra mano

e di prender così da voi congedo.

RICCARDO -

Voglio scendere io stesso

per abbracciarlo.(17) Cugino di Hereford,

come è giusta la causa

per cui ti batti, così sia la sorte

con te in questo regale cimento.

Addio, tu, sangue del mio stesso sangue;

sul quale, se oggi ti sarà versato,

caro cugino, noi potremo piangere,

ma non proporci di fare vendetta.

BOLINGBROKE -

Oh, che nessuna lacrima

per me profani nobile pupilla,

se m’accadrà di rimaner trafitto

dalla spada di Mowbray.

Io m’accingo a combattere con lui

con la risolutezza del falcone

che piomba su un uccello a farne preda.

(Al Lord Maresciallo)

Mi congedo da voi, caro signore,

(A Lord Aumerle)

da te, mio nobile cugino Aumerle;

ma non prendete questo mio commiato

come d’uno ch’è moribondo a letto,

anche se avrò a che fare con la morte,

ma d’uno che, nel vigore degli anni,

ha nel cuore la gioia della vita

e ne respira tutta la letizia.

(A Gaunt)

Ed ora, come nei banchetti inglesi,

mi volgo a dare l’ultimo saluto

al piatto più squisito della tavola,

per addolcirmi al massimo la chiusa.

O tu, terreno autore del mio sangue,

il cui giovane spirito

rinato in me con raddoppiata forza

mi leva in alto ad acciuffar pei crini

alta sulla mia testa la vittoria,

rendi più forte, con le tue preghiere,

la resistenza della mia corazza

e affila, con le tue benedizioni,

la punta della mia temprata lancia,

ch’essa trapassi come molle cera

la corazza di Mowbray,

e nuovo lustro possa derivare

alla casata di Giovanni Gaunt

dal fiero comportarsi di suo figlio.

GAUNT -

Dio t’assista nella tua buona causa.

Sii ratto nell’azione come il fulmine,

e fa’ che i colpi tuoi, due volte doppi,

cadano come tuono che stordisce

sull’elmo del mortale tuo nemico.

Fa’ divampare il giovane tuo sangue,

sii valoroso e vivi!

BOLINBROKE -

La mia innocenza e San Giorgio trionfino!

MOWBRAY -

Qualunque sorte Dio o la Fortuna

mi riservino, qui vivrà o morrà,

in fedeltà di cuore a re Riccardo

un leale ed onesto gentiluomo.

Mai con più franco cuore

prigioniero gettò via le catene

ed abbracciò il dorato suo riscatto

di quanto l’esultante anima mia

celebra in festa questo scontro d’armi.

Sovrano potentissimo, e voi pari,

miei cari amici, accogliete da me

l’augurio di anni felici per tutti.

M’accingo a sostenere questo scontro

col cuore in festa, come andassi a un gioco:

la verità rende sereno l’animo.

RICCARDO -

Addio, mio lord: io vedo nel tuo sguardo

la virtù e il valore insiem congiunti.

Lord Maresciallo, si vada alla prova:

date gli ordini vostri, e s’incominci.

MARESCIALLO -

Enrico Bolingbroke, duca di Lancaster

e signore di Hereford e Derby,

ricevi dalla mano mia la lancia,

e sia Dio difensore del diritto!

BOLINBROKE -

Saldo nella speranza come torre,

vi rispondo a gran voce: "E così sia!".

MARESCIALLO -

(Ad un Ufficiale)

Va’ da Tomaso, Duca di Norfolk,

dàgli questa lancia.

1° ARALDO -

È qui presente Enrico duca di Hereford,

e signore di Lancaster e Derby,

a provar, sotto pena di spergiuro,

per Dio, pel suo sovrano e per se stesso,

che il duca di Norfolk, Tomaso Mowbray,

è reo di tradimento

a Dio, al suo sovrano ed a se stesso

e lo sfida a venir avanti in lizza,

per misurarsi in singolar tenzone.

2° ARALDO -

È qui presente il Duca di Norfolk,

Tomaso Mowbray, col fiero proposito,

sotto pena di falso e di spergiuro,

sia di difendere la sua persona,

sia di provare che Enrico di Hereford,

di Làncaster e Derby,

mente a Dio, al suo re ed a se stesso;

e, con animo franco e risoluto,

aspetta solo il segnale d’attacco.

MARESCIALLO -

Tromba! Venite avanti, combattenti!

La tromba suona l’inizio dello scontro, ma appena i contendenti si stanno per scontrare, il re si alza e getta a terra la mazza.(18)

Fermi! Il re ha gettato la sua mazza!

RICCARDO -

Che depongano entrambi lancia ed elmo,

e facciano ritorno ai loro scanni!

(Ai consiglieri del seguito)

Venite, voi, riuniamoci in consiglio

e squillino le trombe, fino a tanto

che non ritorneremo a palesare

le nostre decisioni a questi duchi.

Lunga fanfara, mentre il re si consulta coi suoi consiglieri. Poi, rivolto ai due:

Fatevi qui da presso ed ascoltate

la decisione del nostro consiglio:

affinché il suolo del nostro reame

non sia macchiato dal sangue prezioso

ch’esso nutrì; e poiché gli occhi nostri

hanno in orrore la crudele vista

di ferite da fratricide spade

scavate nella carne del vicino;

e come è nostra ferma convinzione

ch’è l’orgoglio, con le sue ali d’aquila,

ispiratore d’ambiziosi voli

e di cupide mire verso l’alto,

accoppiato ad astiosa gelosia,

ad indurvi a destar la nostra pace,

che, qual tenero infante addormentato

nella culla di questa nostra terra,

respira calma e serena il suo sonno

la cui brusca rottura,

pel discorde rullare di tamburi

o per l’aspro squillar d’orride trombe

o pel ferreo cozzar d’armi guerriere

può fugar dai tranquilli nostri lidi

la bella pace finora goduta,

se non addirittura trascinarci

a nuotare nel sangue di fratelli;

per tutto questo, abbiamo decretato

di bandirvi dal nostro territorio.

Tu, Hereford, cugino,

a pena la vita, col divieto

di mettere più piede in Inghilterra

a salutare i nostri bei dominii

prima che per due volte cinque estati

abbiano fatti ricchi i nostri campi,

calcherai i sentieri dell’esilio.

BOLINBROKE -

La vostra volontà sarà eseguita.

Mi sarà come unico conforto

il pensare che il sole che vi scalda

qui nel regno splende anche su di me;

ed i raggi dorati che vi dona

verranno ad appuntarsi su di me

ad indorarmi i giorni dell’esilio.

RICCARDO -

Norfolk, a te condanna anche più dura,

che pronuncio con qualche riluttanza:

il corso lento e furtivo del tempo

mai segnerà per te l’ultimo limite

del duro esilio, che non avrà termine.

"Senza ritorno": è questa la sentenza

ch’io pronuncio per te, pena la vita.

MOWBRAY -

Dura pronuncia, mio temuto sire,

ed invero del tutto inaspettata

dalle labbra di vostra maestà.

Io m’attendevo dalle vostre mani

miglior compenso per i miei servigi

che non una ferita sì profonda

come quella d’esser buttato via

dal vostro regno, alla mercé del mondo.

Dovrò dunque cessare di parlare

l’idioma appreso nei miei quarant'anni,

il mio nativo inglese;

la mia lingua non mi sarà più utile

d’una viola o d’un’arpa senza corde;

o sarà come un magico strumento,

racchiuso nel suo astuccio,

o dato in mano, quando di là tolto,

da qualcuno incapace di suonarlo

per modularne la dolce armonia.

E così voi m’avete imprigionato

la lingua nella bocca,

sbarrata con la duplice serranda

delle labbra e dei denti...

L’ottusa, sterile, crassa ignoranza

sarà così il mio solo carceriere,

posto a guardia di questa mia impotenza.

Sire, son troppo vecchio

per fare le graziucce ad una balia;

son troppo in là negli anni,

per ritornare a far lo scolaretto.

Quale condanna è, dunque, questa vostra

se non ad una morte silenziosa,

che priva la mia lingua

di fiatare l’idioma suo natale?

RICCARDO -

Non implorare compassione. È inutile.

La decisione è presa.

Ogni lagnanza ormai è fuori tempo.

MOWBRAY -

E dunque dovrò volgere le spalle

alla luce che ho qui, nel mio paese,

per andare a fissare la mia dimora

all’ombra d’una notte senza fine...

RICCARDO -

Volgiti intanto nuovamente a me,

e fammi il giuramento che ti chiedo

e che dovrai portarti via con te.

(Anche rivolto a Bolingbroke)

Posate entrambi qui, sulla mia spada(19)

di re le vostre mani di proscritti,

e per la fede che dovete a Dio

- quella dovuta a noi, vostro sovrano,

l’abbiamo messa al bando insieme a voi -

giurate d’osservare la consegna

che qui solennemente vi facciamo:

mai non dovrete - e in ciò vi sian d’aiuto

Dio e la vostra lealtà di sudditi -

unirvi in alleanza nell’esilio,

mai l’uno riveder dell’altro il volto;

né mai comunicare per iscritto;

mai scambiarvi un saluto;

mai cercare di mitigar, tra voi,

la torbida tempesta di quell’odio

che v’ha resi così nemici in patria;

mai associarvi nel comune intento

di tramare, di ordire, complottare

contro di noi, o contro il nostro stato,

i nostri sudditi, la nostra terra.

(I due posano le mani sull’elsa della spada del re)

BOLINGBROKE -

Lo giuro.

MOWBRAY -

Anch’io, d’osservar tutto questo.

BOLINGBROKE -

Norfolk, ti dico addio, come a un nemico.(20)

A quest’ora, se avesse il nostro re

acconsentito a che noi ci battessimo,

una delle nostre anime,

si troverebbe ad aleggiar nell’aria

bandita dalla fragil sepoltura

del suo corpo, così com’è bandito

il nostro corpo dalla nostra terra.

Ma prima di lasciare questo regno,

confessa in pubblico i tuoi tradimenti;

non trascinarti dietro, sì lontano

- perché lontano tu ne devi andare -

il fardello d’un’anima colpevole.

MOWBRAY -

No, Bolingbroke; s’io fui mai traditore,

sia cancellato per sempre il mio nome

dal libro della vita, ed io bandito

sia dal cielo, come lo son da qui.

Ma quello che sei tu ben lo sa Dio,

e tu ed io, ed anche troppo presto

il re dovrà riceverne cagione,

temo, di gran dolore.

(Al re)

Addio, maestà. Non c’è nessuna strada,

d’ora in avanti, ch’io possa smarrire,

se non quella che mena all’Inghilterra:

ché mia strada sarà l’intero mondo.

(Esce)

RICCARDO –

(A Gaunt)

Zio, scorgo nello specchio dei tuoi occhi

il riflesso del tuo cuore angosciato,

e la tristezza che ti vaga in viso

ti guadagna un abbuono di quattro anni

dal numero di quelli del suo esilio.

(A Bolingbroke)

Saranno solo sei gelidi inverni,

e tornerai in patria benvenuto.

BOLINGBROKE -

Che lungo tempo in una paroletta!

Quattro torpidi e letargosi inverni,

quattro ubertose e pingui primavere

fatte svanire con una parola:

tale fiato hanno i re!...

GAUNT -

Ringrazio il mio sovrano

che per riguardo a me,

accorcia di quattr’anni

l’esilio di mio figlio. Ma, purtroppo,

io ne trarrò modesto beneficio,

ché prima che i sei anni da scontare

abbian visto mutar le loro lune

e avvicendarsi le loro stagioni,

la mia lucerna, ormai senza più olio,

con la sua luce vieppiù affievolita

sarà già spenta dal peso degli anni

e della notte che non ha più fine;

il mozzicone della mia candela

sarà tutto bruciato e consumato,

e il sopraggiunger della cieca morte

non mi lascerà più veder mio figlio.

RICCARDO -

Oh, zio, molti anni ancora hai tu da vivere.

GAUNT -

Ma non un sol minuto

di più che tu, re, possa concedermi.

Tu puoi spezzare il corso dei miei giorni

infliggendomi la più cupa pena,

e privarmi altresì delle mie notti,

ma non mi potrai dare un sol mattino;

puoi aiutare la mano del tempo

a scanalarmi la faccia di rughe,

ma non potrai fermar nessuna ruga

ch’esso possa tracciar col suo trascorrere.

Con lui la tua parola

è moneta sonante alla mia morte,

ma quando io sia morto,

non ti potrà bastar tutto il tuo regno

a riscattar da lui il mio respiro.

RICCARDO -

Il bando di tuo figlio è scaturito

da maturo consiglio, cui tu stesso

hai avuto parola. Perché dunque

ti mostri così scuro e risentito

con la nostra giustizia?

GAUNT -

Cose dolci al palato

si fanno acide alla digestione.

M’avete consultato come giudice:

sarebbe stato meglio domandarmi

di parlar come padre.

Oh, si fosse trattato d’un estraneo

invece di mio figlio, assai più facile

mi sarebbe riuscito, assai più facile

sarei io stato a sminuir la colpa.

Ho voluto fuggir nel mio verdetto

ogni sospetto di parzialità,

e con esso ho distrutto la mia vita.

M’aspettavo che alcuno tra di voi

dicesse ch’ero stato troppo duro

nel bandire una parte di me stesso;

ma voi alla mia lingua riluttante

consentiste di far che, controvoglia,

io mi recassi questo grave torto.

RICCARDO -

(A Bolingbroke)

Addio, cugino.

(A Gaunt)

Zio, dàgli congedo.

Noi l’abbiamo bandito per sei anni.

Deve andare.

Squillo di tromba.

(Esce Re Riccardo con seguito)

AUMERLE -

Addio, cugino Hereford.

Ciò che non mi puoi dire qui, in presenza,

me lo dirai per lettera

dal luogo dove andrai a stabilirti.

MARESCIALLO -

Io non prendo congedo, monsignore,

perché cavalcherò al vostro fianco

fin dove terraferma lo consente.

GAUNT –

(A Bolingbroke)

Perché sei tanto avaro di parole,

che non rendi il saluto a questi amici?

BOLINGBROKE -

Troppo poche son quelle che ho per voi

per congedarmi, quando di parole

la mia lingua dovrebb’essere prodiga

per dar voce alla pena che m’ambascia.

GAUNT -

Quel che ti affligge è soltanto il pensiero

di rimaner assente tanto tempo.

BOLINGBROKE -

È così infatti: assente la letizia,

sarà presente solo l’afflizione.

GAUNT -

Che son sei inverni? Passano veloci.

BOLINGBROKE -

Per la gente felice;

ma il dolore di un’ora ne fa dieci.

GAUNT -

E tu chiamalo un viaggio di piacere.

BOLINGBROKE -

Anche a chiamarlo, impropriamente, tale,

il mio cuore sospirerà lo stesso,

perché non potrà a meno di sentirlo

una forzata peregrinazione.

GAUNT -

Al sordo andare dei tuoi passi stanchi

guarda come una specie di castone

nel quale incastonare, a impreziosirlo,

il gioiello del tuo ritorno a casa.

BOLINGBROKE -

Ahimè, che invece ogni tedioso passo

non farà che portarmi col pensiero

a quale immenso mondo mi separi

dai gioielli che amo. La mia sorte

sarà di fare un lungo apprendistato

per cammini stranieri, ed alla fine,

riottenuta la libertà, vantarmi

di non essere stato niente più

che un semplice apprendista del dolore.(21)

GAUNT -

Tutti i luoghi che il cielo col suo sguardo

visita son felici porti e approdi

per il saggio. Necessità t’insegni

questo: che pari alla necessità

non esiste virtù. Fa’ di pensare

che non è stato il re a bandire te,

ma tu il re. Il dolore è più pesante

per chi lo porta con animo fiacco.

Va’, pensa che a mandarti dove andrai

sia stato io, a procurarti onore,

non che t’abbia esiliato il tuo sovrano;

o immagina magari che nell’aria

incomba una vorace pestilenza

e tu vada fuggendo in altri luoghi

alla ricerca d’un clima più sano.

Pensa a ciò ch’è più caro alla tua anima,

e immagina che stia là dove vai,

non già da dove vieni;

immagina che il canto degli uccelli

sia musica e che l’erba che calpesti

sia la gran sala delle udienze a corte

parata a festa, i fiori belle dame

ed i tuoi passi leggiadre scansioni

di misure di danza.

Il dolore ringhioso ha meno forza

di mordere se l’uomo se ne irride

e non gli dà importanza.

BOLINGBROKE -

Oh, ma chi può tenere la brace in mano

solo pensando alle nevi del Càucaso?

Chi può placare i morsi della fame

solo pensando ad un lauto banchetto?

O voltolarsi nudo nella neve

a dicembre pensando all’afa estiva?

Ah, no, la sola immagine del buono

non fa che acuire il senso del cattivo.

Il dolore di denti è più straziante

quand’esso rode dentro,

senza che possa incidersi l’ascesso.

GAUNT -

Vieni figlio, ti metto sulla strada.

Avessi l’età tua e i tuoi motivi,

non resterei un sol minuto ancora.

BOLINGBROKE -

Allora, suolo d’Inghilterra, addio!

Addio, mia dolce terra,

madre, nutrice che ancor mi sorreggi!

Dovunque io vada, pur se messo al bando,

di questo almeno potrò menar vanto:

d’esser di genuino ceppo inglese!

(Escono)

SCENA IV

Londra. La grande sala della corte.

Entrano RE RICCARDO, BAGOT e GREEN da una parte; il DUCA DI AUMERLE dalla parte opposta.

RICCARDO - (A Bagot e a Green, come continuando un discorso)

L’abbiamo già osservato.(22)

(Ad Aumerle)

Cugino Aumerle, fino a che punto

accompagnasti l’altezzoso Hereford

per la sua strada?

AUMERLE -

"L’Altezzoso Hereford"

- se è così che vi piace chiamarlo -

l’ho accompagnato fino dove ha inizio

la via maestra, e là l’ho salutato.

RICCARDO -

E, dimmi, quante lacrime d’addio

furon versate da entrambe le parti?

AUMERLE -

Da parte mia, nessuna, in verità;

solo che un forte vento di nord-est

che soffiava mordendoci la faccia

ci ridestò l’umore che dormiva,

dando così al bugiardo nostro addio

la grazia d’una lacrima.

RICCARDO -

E che ti disse il nostro cuginetto

sul punto che vi siete separati?

AUMERLE -

"Addio", mi disse, senza nulla aggiungere.

Al che il mio cuore, forse avendo sdegno

che la lingua potesse profanare

la parola, mi suggerì di fingere

d’esser talmente preso dall’angoscia,

che le parole parvero sepolte

nella tomba del mio grande dolore.

Sacramento! Se la parola "addio"

avesse avuto il magico potere

d’allungar l’ore e aggiunger anni ed anni

a quelli del suo troppo breve esilio,

di "addio" ne avrebbe ricevuti a iosa!

Ma poiché questo non era possibile,

egli da me non s’ebbe alcun addio.

RICCARDO -

Egli è nostro cugino, cugino Aumerle;

ma c’è da dubitare seriamente

che quando il tempo l’avrà richiamato

dall’esilio, quel caro cuginetto

brami di rivedere i suoi parenti.

Ho avuto modo di osservare io stesso,

e con me anche Bagot, Green e Bushy,

com’ei riesca corteggiare il popolo,

e immergersi nel fondo dei lor cuori

con umili ed affabili maniere;

e prodigarsi a loro in grandi gesti

corteggiando quei poveri artigiani

con l’arte del sorriso,

o col mostrar di sopportar paziente

il destino di questa sua condanna,

quasi a voler portar con sé in esilio

il loro affetto... Si tolse il cappello

davanti ad una povera ostricaia;

due carrettieri gli fanno l’augurio

"Che Dio v’assista!", e s’hanno, in contraccambio,

l’omaggio d’una sua genuflessione,

con un bel: "Grazie, miei compatrioti,

miei cari amici!"; quasi a voler dire

che l’Inghilterra è sua per reversione(23)

e ch’egli è la più prossima speranza

dei nostri sudditi.

GREEN -

Beh, se n’è andato,

e vadano con lui questi pensieri.

Ora s’ha da pensare, mio sovrano,

ad adottare urgenti decisioni

contro i ribelli in armi nell’Irlanda,

prima che un ulteriore nostro indugio

possa offrir loro, a tutto nostro danno,

l’agio di rifornirsi d’altri mezzi.

RICCARDO -

A questa guerra andremo di persona.

E poiché per tener troppo gran corte,

e per essere troppo liberali,

le nostre casse sono alleggerite,

siamo costretti a dare in affittanza

l’intero nostro regno; il suo provento

servirà a finanziare questa impresa.

E se ciò non dovesse ancor bastare,

lasceremo ai ministri carta bianca

per accertarsi dove sono i ricchi,

sottoporli a pagare forti tasse,

e mandarci i ricavi del prelievo,

per fronteggiar le spese della guerra.

Noi partiremo per l’Irlanda subito.

Entra BUSHY

Che nuove, Bushy?

BUSHY -

Il vecchio Gaunt, signore,

è in grave stato: un malore improvviso,

e mi manda di volo a Vostra Altezza

per chiedervi di andarlo a visitare.

RICCARDO -

Dov’è ricoverato?

BUSHY -

A Ely House.

RICCARDO -

O Dio, ispira adesso il suo dottore

che l’aiuti a calarsi nella tomba.

La sola fodera dei suoi forzieri

può servire a confezionar casacche

per buona parte dei nostri soldati.

Signori, andiamo tutti a visitarlo.

In tutta fretta, ma pregando Iddio

di farci arrivar tardi.(24)

TUTTI -

E così sia.

(Escono)


ATTO SECONDO

SCENA I

Londra. Ely House.

GIOVANNI DI GAUNT è a letto infermo: con lui è il fratello EDMONDO LANGLEY, Duca di York

GAUNT -

Che dici, il Re verrà al mio capezzale,

ch’io possa spender l’ultimo mio fiato

ad istillare qualche onesto monito

alla sua irrequieta giovinezza?

YORK -

Non datevene cruccio,

non fate a gara con il vostro fiato;

al suo orecchio ogni consiglio è vano.

GAUNT -

Oh, dicon che la voce di chi muore

attragga le coscienze

come l’eco d’un’armonia profonda;

che le parole di chi n’ha più poche

raramente son pronunciate invano:

esala dalla bocca verità

chi vi dà fiato nell’estremo duolo.

Chi sta sul punto di tacer per sempre

è più ascoltato d’altri

cui giovinezza e vita spensierata

appresero a parlare per blandire.(25)

S’imprime più l’estremo nostro istante

che tutto il resto della nostra vita.

Il sole che tramonta all’orizzonte,

è una musica all’ultime sue note,

è l’ultimo sapore della torta,

più dolce proprio perché è alla fine,

destinato a restare nel ricordo

più di quanto si sia prima gustato.

Se Riccardo non ascoltò consigli

da me vivo, c’è almeno da sperare

che le parole dello zio morente

valgano adesso a scuotergli l’orecchio.

YORK -

No, quell’orecchio è tutto rintronato

dai suoni della bassa piaggeria:

le lodi il cui sapore è sempre dolce

anche all’orecchio degli uomini saggi;

le canzoni lascive,

al velenoso suono delle quali

la gioventù dà volentieri orecchio;

o l’ultime notizie delle mode

venute in voga nell’altera Italia,

la cui maniera segue scimmiottando

con passo zoppo e in vile imitazione,

questo nostro retrogrado paese.

C’è forse qualche frivolezza al mondo

- per quanto vile e bassa, purché nuova -

che non gli venga soffiata all’orecchio?

Tardi giunge pertanto ogni consiglio

per trovare un orecchio che l’ascolti

là dove volontà

è sempre ammutinata contro il senno.

Rinunciate a indicar la giusta via

a chi vuol scegliersi la sua da solo.

Vi manca il fiato, e volete sprecare

quel poco che vi resta?

GAUNT -

Mi sento come un profeta ispirato

e, nel trarre il mio ultimo respiro,

formulo su di lui questo presagio:

la sua sfrenata, furiosa deboscia

è una fiammata che non può durare;

perché i fuochi violenti

divorano se stessi in poco tempo;

le pioggerelle durano di più

dei grossi rumorosi temporali;

cavallo cui sia dato troppo sprone

è presto stanco; cibo trangugiato

con ingordigia strozza chi lo mangia;

la vanità, insaziato cormorano,

consumati i suoi mezzi, si fa preda

subito di se stessa.

Questo superbo nostro regal trono,

quest’isola scettrata,

questa terra d’auguste maestà,

questo seggio di Marte che Natura

s’è costruita a farne sua difesa

contro l’infetta mano della guerra;

questa felice nostra stirpe d’uomini,

questo piccolo mondo, questa gemma

incastonata nell’argenteo mare

che la protegge come un alto vallo

o il profondo fossato d’un castello

dall’invidia di terre men felici;

quest’angolo di mondo benedetto,

questo nostro paese, questo regno,

quest’Inghilterra, nostra alma nutrice,

questo grembo prolifico di principi

di stirpe regia e per questo temuti,

illustri per natali, celebrati

per le gesta compiute fuori casa

al servizio della cristiana fede

e dell’autentica cavalleria

fin là, dove, nella Giudea caparbia,

sta il sepolcro del Redentor del mondo,

il figlio di Maria benedetta;

questa patria di tante anime fulgide,

questa cara, adorata nostra terra,

cara, per la sua gloria, a tutto il mondo,

ora è data in affitto,

- e mi vien da morire solo a dirlo -,

al pari d’un qualunque fondo rustico

o d’una fattoria da quattro soldi.

E così l’Inghilterra,

cinta da questo trionfante mare,

la cui costa, con l’alte sue scogliere

respinge l’invido, perenne assedio

dell’equoreo Nettuno,

è ora cinta solo di vergogna,

di scartafacci imbrattati d’inchiostro

e di vari strumenti d’ipoteca

vergati su marcite pergamene.

Questa nostra Inghilterra,

usa da sempre a conquistare gli altri

fa con vergogna conquista di sé.

Ah, potesse svanire un tale obbrobrio

con lo svanire di questa mia vita,

qual morte lieta sarebbe la mia!

Entrano RE RICCARDO, la REGINA, AUMERLE, BUSHY, GREEN, BAGOT, ROSS e VILLOUGBY

YORK -

Il re è qui. Cercate di trattare

con molto tatto la sua giovinezza;

i puledri son già per sé focosi,

se pungolati, subito s’impennano.

REGINA -

Come sta il nobile nostro zio Lancaster?

RICCARDO -

Caro zio, come state?

Come si sente il nostro vecchio Gaunt?

GAUNT -

Come s’addice bene questo nome

al mio stato presente!... "Vecchio Guanto":(26)

e smunto sono, e logoro dagli anni.

È che dentro di me

il dolore ha osservato e mantenuto

un tedioso digiuno; e chi digiuna

senza ridursi smunto e macilento?

Troppo tempo ho vegliato al capezzale

di questa nostra assonnata Inghilterra,

e lo star troppo svegli fa magrezza

e chi è magro ha l’aspetto macilento.

La gioia di cui godon gli altri padri

- la vista dei lor figli -

osserva in me un digiuno rigoroso;

e tu, imponendomi tale digiuno,

m’hai reso così smunto ed emaciato.

Ed ora vo preciso come un guanto

nella tomba, che mi sta come un guanto

la cui cava ventraia

nient’altro eredita da me che ossa.

RICCARDO -

Possibile che un uomo così infermo

scherzi con tanta arguzia sul suo nome?

GAUNT -

È la stessa disgrazia

che si diverte a beffarsi di sé.

Tu vuoi uccidere il mio nome in me,(27)

ed io mi faccio beffa del mio nome,

per lusingarti, possente sovrano.

RICCARDO -

Oh, bella! Devon forse i moribondi

lusingare chi loro sopravvive?

GAUNT -

Al contrario: sono i sopravviventi

a lusingar chi muore..

RICCARDO -

E allora perché tu, che stai morendo,

affermi di volermi lusingare?

GAUNT -

Perché chi sta morendo qui sei tu,

anche s’io son, tra i due, il più malato.

RICCARDO -

Io son sano e respiro, caro zio.

GAUNT -

È vero, ma Colui che m’ha creato

sa com’io veda quanto tu stia male;

anche se, da malato, io veda poco.

Il tuo letto di morte è il tuo paese,

e tu vi giaci sopra

ammalato nella reputazione;

e affidi, da malato sprovveduto,

la cura del tuo corpo consacrato

ai medici che primi t’han ferito.

Nel breve cerchio della tua corona

sono annidati mille adulatori;

è un cerchio non più grande del tuo capo,

eppure, chiuso in così angusto limite,

c’è un guasto grande come la tua terra.(28)

Oh, se tuo nonno,(29) con occhio profetico,

avesse mai potuto antivedere

la rovina della sua discendenza

ad opera del figlio di suo figlio,

non t’avrebbe permesso di raggiungere

questo potere che è la tua vergogna;

avrebbe fatto in modo di privartene

prima che tu ne venissi in possesso,

ché tu stesso non sei or posseduto

al punto di destituir te stesso.

Fossi tu pure re del mondo intero,

sarebbe già per te grande vergogna

concedere in affitto questo regno;

ma poiché il mondo del quale sei re

è solo questa povera Inghilterra,

è tanta più vergogna

coprirla di vergogna in questo modo.

Ma tu dell’Inghilterra non sei il re,

sei solo il suo padrone-proprietario.

Ora il tuo stato, in termini legali,

è quello d’uno soggetto alla legge,

e tu...

RICCARDO -

E tu, lunatico svampito,

che ti fai forte nella presunzione

del privilegio che ti dà la febbre,

ardisci col tuo gelido rabbuffo

di far impallidir la nostra guancia,

scacciando dalla sua nativa sede

il regal nostro sangue?...

Per la legittima regal maestà

del mio trono, non fossi tu il fratello

del figlio di Edoardo, il grande re,

codesta tua linguaccia

che ti rotola sciolta nella testa

farebbe rotolare quella testa

via da quelle tue spalle irriverenti!

GAUNT -

Non risparmiarmi, non avere scrupoli,

perch’io sia figlio dello stesso sangue

di tuo padre Edoardo, mio fratello!

Tu come il pellicano,(30)

quel sangue l’hai spillato già ben bene,

e tracannato fino a ubriacartene.

L’anima pura e innocente di Gloucester,

mio fratello(31) - che sia beata in cielo,

mi può esser d’aiuto a dimostrare

che non avesti remora a spillare

anche il sangue di tuo cugino Edoardo.(32)

Allèati col male che m’affligge,

e sia pari la tua efferatezza

all’adunca vecchiezza,

che tu possa recidere d’un colpo

un fiore ch’è d’assai tempo avvizzito.

Vivi nell’ignominia,

ma l’ignominia non muoia con te:

queste parole sian, da qui in avanti,

il tuo tormento.

(Agli assistenti)

Portatemi al letto,

per poi portarmi assai presto alla tomba.

Resti ad amar la vita

chi da essa riceve amore e onore!

(Esce portato dai servi)

RICCARDO -

E muoia la vecchiaia e l’umor nero!

Tu li possiedi entrambi,

ed entrambi s’addicono alla tomba.

YORK -

Sire, mettete questi suoi scongiuri

nel conto del suo male e dell’età.

Io vi posso giurar sulla mia vita,

ch’egli vi vuole bene e vi tien caro

almeno al pari di suo figlio Enrico,

il duca d’Hereford, se fosse qui.

RICCARDO -

Dici giusto: qual è l’amore di Hereford,

tale è il suo; e così per loro è il mio.

E tutto vada come deve andare.

Entra NORTHUMBERLAND

NORTHUMBERLAND -

Altezza, il vecchio Gaunt si raccomanda

alla vostra maestà.

RICCARDO -

Che cosa dice?

NORTHUMBERLAND -

Più nulla. Ormai per lui è detto tutto.

La sua lingua è strumento senza corde.

Ormai parole, vita e tutto il resto

il vecchio Lancaster l’ha consumato.

YORK -

Sia ora York il prossimo

a fare simigliante bancarotta.

La morte, pur nel suo tetro squallore,

pone un fine agli affanni dei mortali.

RICCARDO -

Il frutto più maturo cade prima;

ora è toccato a lui, consumato

è il suo tempo; a noi il cammino

rimane ancora tutto da percorrere.

Basta perciò di questo.

Ora pensiamo alla guerra d’Irlanda.

Dobbiamo sradicare da quell’isola

quei loro rozzi, setolosi kerni,

che vivon come bestie velenose

dove nessun veleno cresce e vive.(33)

E poiché questa poderosa impresa

esige un grosso sforzo finanziario,

decretiamo fin d’ora, a farvi fronte,

la confisca di tutto il vasellame,

del denaro contante e delle rendite

che furono di questo nostro zio.

YORK -

Ah, fino a quando dovrò pazientare?

Fino a quando la mia lealtà di suddito

mi darà ancor la forza

di patire in silenzio l’ingiustizia?

Né l’assassinio di Tomaso Gloucester,

né l’esilio di Bolingbroke,

né le atroci insolenze contro Gaunt,

né il veto posto alle nozze d’Enrico,(34)

né la mia stessa caduta in disgrazia

sono valsi finora ad inasprire

la paziente espressione del mio volto,

o a tracciarvi una ruga di dispetto

contro il mio re. Son l’ultimo dei figli

di quel nobile padre ch’era Edoardo,(35)

e dei quali tuo padre era il maggiore.

Mai leone fu più feroce in guerra,

mai agnello più mansueto in pace

di quel giovane gentiluomo e principe.

Sue sono le fattezze del tuo viso,

ed anche come il tuo era l’aspetto

quando aveva la stessa tua età;

e quando gli veniva di accigliarsi

contro qualcuno, era contro i francesi,

mai contro i suoi congiunti.

La sua nobile mano dispensava

ciò che aveva egli stesso conquistato;

mai dispensò quello che conquistato

aveva il vittorioso padre suo.

Né giammai le sue mani

si macchiarono del sangue di parenti;

l’ebbe sempre arrossate

di quello dei nemici di sua gente.

Ohimè, Riccardo, questo vecchio York,

s’è fatto trascinar troppo lontano

portato dal dolore;

non farebbe altrimenti un tal confronto...

(Singhiozza)

RICCARDO -

Oh, oh, che ti succede, zio? Che hai?

YORK -

Oh, mio Sire, vogliate perdonarmi,

se vi piaccia; ma se non vi piacesse,

son contento lo stesso.

Perché dunque volete confiscare,

per poi ridurli nelle vostre mani,

i beni mobili e le proprietà

spettanti in successione da suo padre

all’esiliato figlio Enrico d’Hereford?

Forse che non è morto il vecchio Gaunt?

Forse suo figlio Enrico non è vivo?

Non era forse Gaunt un uomo giusto?

Forse non è leale Enrico d’Hereford?

Giovanni Gaunt non meritava eredi?

E non è forse degno il figlio?

Private Hereford dei suoi diritti,

ed avrete spogliato il vostro tempo

degli statuti e delle guarentigie

che sono suoi per antico retaggio;

fa’ che domani non sia come l’oggi,

non essere te stesso. Giacché a quale titolo

sei re se non per un diritto antico

di chiara discendenza e successione?

Ora, davanti a Dio,

e Dio non voglia che questo s’avveri!,

se tu confischi ingiustamente a Enrico

quanto deve venirgli per diritto,

chiamando in revoca la concessione

delle reali lettere patenti,

sì ch’ei non possa più rivendicare

pel tramite dei suoi procuratori

la consegna dei beni a lui spettanti,

e gli rifiuti di offrirti l’omaggio,(36)

t’attirerai addosso mille rischi,

perderai mille cuori ben disposti,

e spronerai il mio paziente spirito

a nutrire pensieri incompatibili

con l’onore e la lealtà di suddito.

RICCARDO -

Tu puoi pensare, zio, quello che vuoi;

ma noi procederemo a confiscargli

denaro, vasellame, beni e tutto.

YORK -

In questo caso, io non ci starò.

Non contare su me. Addio, mio sire.

Che avverrà dopo, nessuno può dire;

è facile, comunque, prevedere

che dal male non possa uscire il bene.(37)

(Esce)

RICCARDO -

Bushy, corri dal conte di Wiltshire

e digli di venire ad Ely House,

per sistemare la nostra faccenda.(38)

Partiamo per l’Irlanda posdomani,

ed è gran tempo, credo. In nostra assenza,

conferiamo l’incarico a zio York

di Lord Governatore d’Inghilterra,

perché è probo e ci volle sempre bene.

Venite, mia regina:

domani sarà forza separarci.

Allegra, ci rimane poco tempo.

(Escono il Re, la Regina, Aumerle, Bushy, Bagot e Green)

NORTHUMBERLAND -

Così, signori, Lancaster è morto.

ROSS -

E vivo a un tempo, ché duca è suo figlio.

WILLOUGHBY -

Per il titolo; per gli averi, no.

NORTHUMBERLAND -

Lo sarebbe per l’una e l’altra cosa,

se la giustizia avesse lungo corso.

ROSS -

Ho il cuore gonfio; ma, povero cuore,

sarà costretto a crepare in silenzio

prima di liberarsi dal suo peso

e mandar la mia lingua in libertà.

NORTHUMBERLAND -

Aprilo, invece; di’ quello ch’hai dentro;

e si secchi la lingua

a chi riferirà le tue parole

per farti danno.

WILLOUGHBY -

Se quel che vuoi dire

è cosa che riguarda il Duca di Hereford,

coraggio, parla pure con franchezza

e senza remore, perché al mio orecchio

non par vero di udire finalmente

qualcuno che gli parla in suo favore.

ROSS -

Favori, in verità, non posso fargliene,

salvo che non prendiate come tale

la pietà che m’ispira la sua sorte,

defraudato e spogliato dei suoi beni.

NORTHUMBERLAND -

È una vergogna, dico, avanti a Dio,

che noi si debba star passivamente

a subir l’onta di tanti soprusi

a un principe del sangue come egli è,

e a tanti altri di nobile lignaggio,

in questo nostro paese in sfacelo.

Il re non è più lui.

È pervertito dal maligno influsso

di bassi adulatori: tutta gente,

che per nient’altro che perché ci odia,

ci potrebbe accusar di ciò che vuole

e il re, senza alcun dubbio, a secondarli

ci punirebbe assai pesantemente

nella vita, nei figli e loro eredi.

ROSS -

Ha già spogliato con odiose tasse

il popolo, alienandosi del tutto

il cuore della gente.

Èandato a rivangare antiche cause

per far pagare ammende a molti nobili,

perdendone del tutto l’amicizia.

WILLOUGHBY -

E ogni giorno si vanno escogitando

nuovi prelievi, come assegni in bianco,(39)

benevolenze,(40) e non so più che cosa.

Ma nel nome di Dio, questo denaro

si può sapere dove va a finire?

NORTHUMBERLAND -

Non certo a finanziare nuove guerre,

perché di guerre non ne ha fatte più,

preferendo con vili compromessi,

cedere tutto quanto i suoi degni avi

avevan conquistato combattendo.

ROSS -

E ha dato il regno in affitto a Wiltshire.

WILLOUGHBY -

Un re che ha dichiarato fallimento

come un ignobile bancarottiere!

NORTHUMBERLAND -

Rovina e infamia gli pendon sul capo.

ROSS -

Ora, per questa sua guerra in Irlanda,

malgrado le pesanti tassazioni,

non ha saputo trovare altri mezzi

che derubarli al duca che ha bandito.

NORTHUMBERLAND -

Che, per giunta, è suo nobile parente.

O re degenere!... Però, signori,

noi ce ne stiamo tutti qui, tranquilli,

a udire il sibilar della tempesta

che s’approssima, e non facciamo nulla

per cercarci un riparo.

Vediamo il vento sbatacchiar le vele

con paurosa violenza, e stiamo fermi,

senza togliere l’acqua dallo scafo,(41)

andando incontro a sicuro naufragio.

ROSS -

Che ci attenda il naufragio, lo sappiamo;

ma come fare a scampare il pericolo,

se siamo stati noi a provocarlo,

per aver tollerato le sue cause?

NORTHUMBERLAND -

Beh, direi proprio che non è così;

ché dalle cupe occhiaie della morte

intravvedo spuntare ancor la vita.

Ma non m’arrischio a fare previsioni

sul tempo della nostra redenzione.

WILLOUGHBY -

Parla, Northumberland, liberamente!

Perché noi tre non siamo che un sol uomo,

e parlando fra noi,

le tue parole restano segrete,

come nella tua mente i tuoi pensieri.

Su, non aver paura, parla franco!

NORTHUMBERLAND -

Ecco, allora: m’è giunta informazione

da Port le Blanc, una baia in Bretagna,

che il duca d’Hereford, con altri nobili

- Lord Rinaldo di Cobham,

Tomaso figlio del conte di Arundel

e suo erede, che or non è molto

aveva rotto con il Duca di Exeter

suo fratello, Arcivescovo di Canterbury;

Sir Thomas Erpingham, Sir Thomas Ramston,

Sir John Norbery, Sir Robert Waterton,

e Francis Quoint ed altri grossi nomi -

tutti questi, dal Duca di Bretagna

ben riforniti di otto grosse navi

e di tremila armati, fanno rotta

a tutta vela verso queste coste

e contan di toccar la nostra terra

tra breve su una spiaggia a settentrione;

e sarebbero forse già sbarcati,

se non che vogliono prima aspettare

la partenza del re verso l’Irlanda.

E dunque se vogliamo liberarci

dal giogo che ci opprime come schiavi;

se vogliamo infoltir di nuove penne

l’ala ferita della nostra patria;

riscattar la corona sfigurata

dal marchio dell’ignobile ipoteca;

forbire il regal scettro dalla polvere

che ne offusca l’avita lucentezza,

e fare che l’augusta maestà

abbia a riprendere il suo vero volto,

non c’è più da indugiare: tutti insieme

con me, di corsa, verso Ravenspurgh!

Ma se sentite che vi manca il cuore,

restate e zitti! Ci vado da solo.

ROSS -

Macché, nessun indugio! Via, a cavallo!

Questi tuoi dubbi, mio caro Northumberland,

sollevali soltanto a chi ha paura.

WILLOUGHBY -

Io sarò là per primo,

se il mio cavallo reggerà lo sforzo.

(Escono)

SCENA II

Il castello di Windsor

Entrano la REGINA, BUSHY e BAGOT

BUSHY -

Vi vedo d’umor triste, mia signora.

Quando v’accomiataste da Sua Grazia

gli prometteste di metter da parte

l’opprimente mestizia,

umore che fa male alla salute,

e di serbare un umore piacevole.

REGINA -

Lo promisi per compiacere al Re;

per compiacere a me stessa, non posso.

E del resto non vedo altro motivo

per dare il benvenuto a un tal ospite

com’è questa tristezza,

se non l’aver da poco detto addio

ad un ospite dolce, al mio Riccardo.

Eppure sento avvicinarsi a me

una pena che non è ancora nata,

ma è già matura in grembo alla Fortuna,

perché l’anima mia intimamente,

trasale, trepida, per un nonnulla.

C’è qualche cosa che l’affligge più

del distacco dal suo signore, il re.

BUSHY -

L’oggetto d’ogni pena ha mille ombre

che sembrano dolore, ma non sono.

È che l’occhio di chi soffre una pena,

attraverso le lacrime che accecano,

scompone una visione in più soggetti,

come succede di certe pitture

che se sono guardate di prospetto

non offrono che immagini indistinte,

mentre presentano netti contorni

se guardate di sghembo o di traverso.(42)

Così la vostra dolce maestà,

guardando tra le lacrime

la partenza del re, vostro signore,

scopre forme che, viste senza lacrime,

son ombre di qualcosa che non c’è.

Quindi, tre volte graziosa regina,

più di quanto richieda la partenza

del re, vostro signore, non piangete.

Non si vede altra causa;

o, se mai si vedesse, non è altro

che l’effetto ingannevole dell’occhio

che piange come vere certe cose

che sono invece solo immaginarie.

REGINA -

Sarà così, ma il cuore, nel mio intimo,

insiste a dire ch’è tutt’altra cosa.

Sia come sia, mi sento tutta presa

da una tristezza a tal punto opprimente,

che se pur mi proponga, ragionando,

di non farmi venir pensieri tristi,

basta un niente per ritornar depressa,

e mancare.

BUSH -

Non è che fantasia,

questa vostra, graziosa mia signora.

REGINA -

No, non è questo; l’idea del dolore

deriva sempre da un dolore vero,

se pur remoto; il mio non è così:

non c’è nulla di cui io possa dire

che ha generato in me quel qualche cosa

che m’affligge; e nemmeno c’è qualcosa

ch’io possa dire ch’abbia generato

quel nulla. Cosa sia poi questo nulla,

non lo so, non riesco a dargli un nome.

So solo ch’è una pena senza nome.

Entra GREEN

GREEN -

Dio salvi la maestà della regina!

E ben trovati a voi, cari signori!

Spero che il re non sia salpato ancora

per l’Irlanda.

REGINA -

Perché speri tu questo?

Meglio sperare invece che lo sia:

rapidità esigono i suoi piani;

nella rapidità sta la speranza.

Ma perché speri che non sia partito?

GREEN -

Perché, quale unica nostra speranza,

potrebbe richiamare le sue truppe,

e render disperata la speranza

di un nemico che ha messo saldo piede

su questa terra. Lo sbandito Bolingbroke

s’è revocato il bando da se stesso

e con armi brandite a dar battaglia

è approdato felicemente a Ravenspurgh.

REGINA -

Oh, non lo voglia il cielo!

GREEN -

Ahimè, signora,

purtroppo è proprio vero; e quel che è peggio

Northumberland col suo giovane figlio,

Enrico Percy e i Lord Beaumont e Ross,

e Willoughby con tutti i loro amici,

son corsi ad un suo cenno.

BUSHY -

Perché non proclamaste traditori

Northumberland e tutti gli altri nobili

del gruppo dei ribelli?

GREEN -

L’abbiam fatto;

ma sopra quel decreto il conte Worcester

spezzò la mazza,(43) rassegnò la carica

di siniscalco,(44) ed accorse da Bolingbroke

insieme a tutti i servi della casa.

REGINA -

Allora, Green, se è vero quel che dici,

tu sei l’ostetrico della mia pena,

e Bolingbroke ne è l’orrido parto.(45)

L’anima mia ha partorito il mostro,

ed io, novella puerpera in affanno,

aggiungo pena a pena, doglia a doglia.

BUSHY -

Signora, non dovete disperarvi.

REGINA -

Chi mai potrà impedirmelo, oramai?

Vo’ darmi preda alla disperazione,

vo’ dichiarare guerra alla speranza,

questa guardiana adulatrice e ipocrita,

sempre pronta a respingere la morte,

che invece scioglierebbe nobilmente

i lacci della vita,

ch’essa, la parassita, tiene stretti.

Entra il DUCA DI YORK

GREEN -

Ecco il duca di York.

REGINA -

Con le insegne di guerra(46) al vecchio collo.

Oh, che gravi pensieri nel suo sguardo!

Zio, per l’amor di Dio,

ditemi una parola di conforto.

YORK -

Se lo facessi, falserei, regina,

il mio pensiero. Conforto è solo in cielo,

e noi siam sulla terra,

dove son solo croci, affanni e triboli.

Vostro marito è voluto partire

per salvare a sé terre assai lontane;

altri vengono qui,

a far ch’egli ne perda in casa sua;

e a fargli da puntello qui, nel regno,

non è rimasto alcuno eccetto me,

che, debole e spossato dall’età,

non so nemmeno puntellar me stesso.

È arrivata per lui l’ora del vomito,

dopo tanti bagordi;

e di mettere a prova le amicizie

che l’hanno lusingato fino ad oggi.

Entra un SERVO

SERVO -

Monsignor Duca, il re vostro nipote

era già in mare. Non ha fatto in tempo.

YORK -

Già?... Vada allora tutto come vada!

I nobili fuggiti...

il popolo che gli si è fatto ostile,

pronto anch’esso, ho paura, alla rivolta,

ed a passare tutto a Enrico d’Hereford...

Corri a Plashy, da mia cognata Gloucester,

chiedile che mi mandi per tuo mezzo

mille sterline. Toh, prendi il mio anello.(47)

SERVO -

Oh, signore, a proposito...

non ve l’ho detto: oggi, al mio ritorno,

m’ero fermato appunto là, signore,...

ma vi darò cordoglio a dirvi il resto.

YORK -

Quale resto, gaglioffo, che hai da dire?

SERVO -

La Duchessa, signore, era già morta,

un’ora prima ch’io giungessi là.

YORK -

Pietà di Dio! Che marea di sciagure

si sta abbattendo tutta in una volta

su questa triste, tormentata terra!

Non so che fare. Avesse Dio voluto

che il re - pur senza mia infedeltà

verso di lui a dargliene motivo -

m’avesse fatto mozzare la testa,

insieme a mio fratello!... Come mai!

Non ci sono corrieri per l’Irlanda?

Come faremo a trovare il denaro

per questa guerra?…

(Alla regina)

Vi prego, cognata,

- nipote dovrei dire - perdonatemi.

(Al servo)

Senti ragazzo, corri a casa mia,

vedi di procurarti qualche carro,

e porta via le armature che trovi.

(Esce il servo)

Signori, vi volete dar lo scomodo

d’andar in giro a reclutar soldati?

Se vi dicessi che so come fare

per districarmi nel grosso garbuglio

degli affari che sono in mano mia,

non credetemi. L’uno come l’altro

son miei parenti: uno è il mio sovrano

che il mio dovere ed il mio giuramento

m’impongon di difendere;

ma l’altro è anch’egli mio parente, e il re

gli ha fatto grave torto

a cui coscienza e vincoli di sangue

anche m’impongono di rimediare.

Bene, qualcosa si dovrà pur fare.

(Alla regina)

Intanto m’occupo di voi, nipote:

venite. Nel frattempo voi, signori,

andate a reclutare i vostri uomini,

e raggiungetemi immediatamente

al Castello di Berkeley.

Dovrei passare, invero, pure a Plashy,

ma il poco tempo non me lo consente.

È tutto uno sconquasso,

ciascuna cosa è in balia di se stessa.

(Esce con la regina)

BUSHY -

In mare il vento spira favorevole

all’invio di dispacci per l’Irlanda,

ma non ce ne riporta di ritorno.

Per noi mettere insieme grandi forze

da tener fronte a quelle del nemico

è impossibile.

GREEN -

In più l’essere noi

sì vicini alle simpatie del re,

ci fa per questo tanto più vicini

all’odio di coloro che lo avversano.

BAGOT -

E chi son questi? Il volubile volgo

che sa nutrire solo simpatia

per la sua borsa; e chi quella gli vuota

riempie, in proporzione, i loro petti

di mortale rancore.

BUSHY -

E così il re è da tutti condannato.

BAGOT -

Ah, condannati lo saremo tutti,

se tal potere cada in mano al popolo,

noi che al re siamo stati più vicini.

GREEN -

Stando così le cose,

io vado a rifugiarmi in tutta fretta

al castello di Bristol.(48)

Il conte di Wiltshire è già là.(49)

BUSHY -

Ed io vengo con te,

perché dal popolo, che già ci ha in odio,

c’è da aspettarsi ben pochi riguardi,

se non ci sbraneranno come cani.

E tu Bagot, che fai? Vieni con noi?

BAGOT -

No, io raggiungo sua maestà in Irlanda.

Se i presagi del cuore non son vani,

ho il sentimento, amici,

che questa volta noi ci separiamo

per non vederci più.

BUSHY -

Dipende dal successo che avrà York

nel ricacciare indietro Bolingbroke.

GREEN -

Il successo di York?... Povero Duca!

S’è sobbarcato a un compito impossibile.

È come se volesse far la conta

dei granelli di sabbia sulla spiaggia,

o prosciugare gli oceani a sorsate.

Per ciascun uomo che gli resta al fianco

altri mille da lui diserteranno.

E quindi, amici, diciamoci addio

per una volta, per tutte, per sempre.

BUSHY -

Forse ci rivedremo...

BAGOT -

Mai più, temo.

(Escono)

SCENA III

Campagna nella contea di Gloucester

Entrano BOLINGBROKE, NORTHUMBERLAND e soldati

BOLINGBROKE -

Northumberland, quanto cammino c’è

fino a Berkeley?

NORTHUMBERLAND -

Mio nobile signore,

credetemi, io qui, nel Gloucestershire,(50)

sono quel che si dice uno straniero.

Queste alture così rudi e selvagge,

queste strade sassose e sgarrupate

fan più lunghe le miglia da percorrere

e le rendono assai più faticose;

per mia fortuna ho voi come compagno,

il cui parlare è per me come zucchero

che ha convertito il nostro duro andare

in un dolce e piacevole percorso.

Ma penso come sarà stato lungo

e massacrante per Ross e per Willoughby

da Ravenspurgh alle alture di Castwold;(51)

manca loro la vostra compagnia

che, v’assicuro, ha molto mitigato

il tedio e la lunghezza del mio viaggio.

Che renda almeno dolce quello loro

la speranza d’avere presto anch’essi

a goder dello stesso mio piacere:

la speranza d’un gaudio che ci aspetta

è godimento non molto minore

del suo appagamento.

E con siffatto godimento in cuore,

i suddetti affannati gentiluomini

troveranno più breve il lor cammino;

come abbreviato è stato quello mio

dalla vista di ciò che ho qui davanti:

la vostra eletta compagnia, signore.

BOLINGBROKE -

Oh, credo ch’essa valga molto meno

di queste vostre amabili parole.

Ma chi viene?

Entra Enrico PERCY

NORTHUMBERLAND -

È mio figlio, Enrico Percy,

mandato qui da mio fratello Worcester,

monsignore, non so però da dove.

Ebbene, Enrico, come sta tuo zio?

PERCY -

Mi sarei aspettato, mio signore,

che foste voi a darmene notizia.

NORTHUMBERLAND -

Perché, non è con la regina a corte?

PERCY -

No, se n’è bruscamente allontanato,

ha spezzato la mazza del suo ufficio

e disperso la servitù del re.

NORTHUMBERLAND -

Com’è? Non era risoluto a tanto

l’ultima volta che ci siamo visti.

PERCY -

È che v’han proclamato traditore,

signore; ed egli se n’è andato a Ravenspurgh

a offrire i suoi servigi al Duca d’Hereford

ed ha spedito me a Berkeley Castle

per scoprir quali forze vi ha raccolto

il Duca(52); ed io ho l’ordine

di far ritorno a Ravenspurgh.

NORTHUMBERLAND -

Ragazzo,

hai tu dimenticato il Duca d’Hereford?

PERCY -

Dimenticato? Come lo potrei,

mio buon signore, se non l’ho mai visto?

Ch’io sappia, mai l’ho visto in vita mia.

NORTHUMBERLAND -

Allora impara a conoscerlo adesso.

Questo è il Duca.

PERCY -

Grazioso mio signore,

onorato di offrirvi i miei servigi,

quali vi possa dar l’età mia giovane,

ancora troppo tenera ed acerba,

ma che gli anni faranno maturare,

sì da darvene più e di maggior merito.

BOLINGBROKE -

Grazie, gentile Percy, e sta’ sicuro

che in nulla mi ritengo fortunato

come nel possedere un cuore memore

dei buoni amici; e se la mia fortuna

fiorirà anche grazie all’amor tuo,

troverà sempre in essa ricompensa

questo tuo sentimento.

Questo è il patto che fa con te il mio cuore,

e così lo suggella la mia mano.

(Gli stringe la mano)

Dimmi un po’, quanto c’è da qui a Berkeley?

E quali mosse va facendo là

il bravo vecchio York con le sue truppe?

PERCY -

Eccolo là, il castello:

in mezzo a quel lontano ciuffo d’alberi,

difeso, a quanto ho potuto sapere,

da trecento soldati,

e son là dentro York, Berkeley e Seymour;

nessun altro di fama o d’alto rango.

Entrano ROSS e WILLOUGHBY

NORTHUMBERLAND -

Arrivano i signori Ross e Willoughby,

imbrattati del sangue dei cavalli

menati a tutto sprone, accesi in viso

per l’affannosa corsa.

BOLINGBROKE -

Benvenuti,

miei lords. È il vostro amore che vi spinge,

n’ho coscienza, a seguire un traditore

ch’è messo al bando. Tutto il mio tesoro

consiste ora nei ringraziamenti,

solo parole, nulla di tangibile;

ma se sarà ch’io diventi più ricco,

sarò largo d’idonea ricompensa

al vostro affetto, alle vostre fatiche.

ROSS -

Ci fa già ricchi la vostra presenza

in mezzo a noi, mio nobil signore.

WILLOUGHBY -

Essa ci compensa largamente

d’ogni fatica fatta per raggiungerla.

BOLINGBROKE -

In ogni tempo la riconoscenza

fu il tesoro del povero;(53) e per ora

essa dovrà sostituire in me

ogni forma di liberalità,

finché la mia fortuna, ancora infante,

non si sia maturata e fatta adulta.

Ma chi viene?

Entra BERKELEY

NORTHUMBERLAND -

Lord Berkeley, se non sbaglio.

BERKELEY -

Ho un messaggio per voi, Duca di Hereford...

BOLINGBROKE -

..."di Lancaster", "di Lancaster", signore!(54)

Io rispondo soltanto a questo nome;

e questo nome son venuto qui,

a riscattar per me, in Inghilterra;

e questo nome dalla vostra bocca

voglio udir pronunciato

prima di darvi qualsiasi risposta

a tutto ciò che possiate annunciarmi.

BERKELEY -

Non mi fraintenda la signoria vostra.

Non è assolutamente mia intenzione

sottrarvi un solo titolo d’onore;

io vengo solo a voi, signor... signor...

del titolo qualunque che volete,

da parte di Sua grazia il Lord Reggente

di questo regno, il buon Duca di York,

per sapere che cosa v’abbia spinto

a profittar dell’assenza del re

per venire a sconvolgere la pace

in questa terra con armi impugnate

dagli stessi suoi figli.

Entra, con scorta, il DUCA DI YORK

BOLINGBROKE -

Non avrò più necessità di voi,

per far sapere la mia risposta al Duca.

Ecco infatti Sua grazia, di persona,

(Inginocchiandosi al Duca di York)

Nobile zio...

YORK -

L’umiltà del tuo cuore

devi mostrarmi, non del tuo ginocchio,

il cui omaggio è falso ed insincero!

BOLINGBROKE -

Grazioso zio!...

YORK -

Poh... Poh... Va’ là, sta’ zitto!

Intanto graziami di quel "grazioso",

e soprattutto non chiamarmi "zio":

io non sono lo zio d’un traditore,

e la parola "grazia"

in bocca senza grazia è profanata.

Ma come hanno potuto le tue gambe

di fuori legge venire a calcare

per un istante un sol grano di polvere

del suolo d’Inghilterra?...

E - più grave "perché" - come han potuto

attraversare in armi miglia e miglia

di queste sue pacifiche contrade,

spaventando i suoi pavidi villaggi

col terrore d’un apparato bellico

da lor tenuto da gran tempo in spregio?

Vieni perché il legittimo suo re

è via? Sciocco ragazzo! Il re sta qui,

e qui, sopra il mio petto, a lui fedele,

riposa intera la sua potestà.

Fossi ancor io l’ardente giovinetto

del tempo quando, insieme al padre tuo,

il coraggioso mio fratello Gaunt,

riuscimmo a togliere il "Principe Nero",(55)

quell’autentico Marte giovinetto,

da un cerchio di migliaia di francesi,

oh, allora, come rapido il mio braccio,

or prigioniero della ria paralisi,

ti avrebbe già punito

col castigo dovuto alla tua colpa.

BOLINGBROKE -

La mia colpa? Ch’io sappia, zio, qual è?

E in che cosa consiste?

E dove e quando e come l’ho commessa?

YORK -

Oh, gravissima colpa, la più grave!

Aperta ribellione e tradimento!

Tu sei un uomo bandito dal regno,

e torni prima che scada il tuo termine,

e in più sfidando in armi il tuo sovrano.

BOLINGBROKE -

Quando da quel sovrano fui bandito,

io fui bandito come Enrico d’Hereford;

ora ritorno come Enrico Lancaster;

e supplico la grazia vostra, zio,

di riguardare con un occhio equanime

i torti di cui sono stato vittima.

Io vi considero come mio padre,

perché rivedo in voi il vecchio Gaunt.

Allora, padre, come è mai possibile

che tolleriate ch’io resti costretto

ad andare girovago pel mondo,

e che dal mio blasone siano avulsi

i diritti, le rendite, ogni cosa,

per essere sperperati, scialacquati

da una genia di villani rifatti?(56)

Ero nato per questo?

Se mio cugino ha il trono d’Inghilterra,

si deve ammettere, allo stesso titolo,

che a me competa il ducato di Lancaster.

Voi pure avete un figlio, il duca d’Aumerle,

mio beneamato e nobile cugino;

se voi foste mancato, e i suoi diritti

calpestati, come lo sono i miei,

egli avrebbe trovato in suo zio Gaunt

un altro padre pronto a levar alta

la protesta pei torti ricevuti,

e ne sarebbe ben venuto a capo.(57)

A me si nega, appunto, qui il diritto

di esigere il possesso del mio titolo,

con tutto che le lettere patenti

m’autorizzino a far tale rivendica.

I beni posseduti da mio padre

son tutti confiscati ed alienati,

e male usati, come tutto il resto.

Che vorresti ch’io faccia? Sono un suddito

ed invoco la legge a mio favore;

e poiché mi si negan gli avvocati,

son costretto a venire di persona

a perseguir la mia giusta pretesa

di riottenere quello che mi spetta

per diritto di piena successione.

NORTHUMBERLAND -

Troppi e gravi soprusi ha sopportato

questo nobile Duca, Vostra grazia.

ROSS -

A Vostra grazia di fargli giustizia.

WILLOUGHBY -

Dei suoi beni si sono rimpinguati

e fatti grandi bassi personaggi.

YORK -

Consentitemi, pari d’Inghilterra,

di dirvi questo: ho piena comprensione

dei torti fatti a questo mio nipote,

e ho fatto tutto ch’era in mio potere

per ottener per lui piena giustizia.

Ma presentarsi in patria in questa guisa,

in armi, a farsi giustizia da sé,

con la pretesa di aprirsi la via

a conquistar un diritto col torto...

tutto questo non può trovar ragione.

E voi tutti che l’istigate a tanto

non fate che nutrir la ribellione,

e ribelli perciò lo siete tutti.

NORTHUMBERLAND -

Il Duca ha formalmente dichiarato

che viene solo per riavere il suo;

e per il giusto di questa pretesa

noi tutti abbiam fatto giuramento

di dargli il nostro aiuto;

e non s’abbia più gioia chi l’infrange.

YORK -

Bene, bene, ora vedo chiaramente

a quale mira son tese quell’armi.

Né posso porvi io alcun rimedio;

esigua è la mia forza militare,

e affatto inadeguata a questo compito.

Ma giuro, per Colui che m’ha creato,

che se potessi, v’arresterei tutti,

e vi costringerei, proni in ginocchio,

ad implorar la clemenza del re.

Ma dal momento che non m’è possibile,

vi sia palese ch’io resto neutrale.

E così vi saluto... ammenoché

non vi piaccia venire nel castello,

e riposare là per questa notte.

BOLINGBROKE -

Questa è un’offerta che accettiamo, zio.

Ma dobbiamo convincer Vostra Grazia

a venir poi al castello di Bristol,

dove si dice siano rifugiati

Bushy, Bagot ed altri lor compari.

Costoro sono i veri parassiti

della nazione, e ho fatto giuramento

di schiacciarli e di sterminarli tutti.

YORK -

Forse verrò; ma converrà rifletterci,

perché sento una certa ripugnanza

a violare le leggi del paese.

Voi non siete né amici, né nemici

per me; siete soltanto benvenuti;

ed è inutile ch’io mi prenda cura

delle cose di cui non c’è più cura.(58)

(Escono)

SCENA IV

Un accampamento nel Galles

Entrano il Conte di SALISBURY e un CAPITANO gallese

CAPITANO -

Lord Salisbury, son già dieci giorni

che a stento stiamo a trattenere qui

un certo numero di gente in armi,

e del re ancora nessuna notizia.

Perciò ci scioglieremo. Vi saluto.

SALISBURY -

Aspettiamo, aspettiamo ancora un giorno,

fedel gallese, il re ripone in te

tutta la sua fiducia. Ancora un giorno!

CAPITANO -

Qui son tutti convinti

che il re è morto. Non aspetteremo.

I verdi allori ormai su questa terra

sono tutti avvizziti,

le meteore atterriscono le stelle

fisse nel cielo; pallida, la luna

getta sguardi sanguigni sulla terra,

e profeti dal volto scheletrito

van sussurrando tremende catastrofi;

i ricchi han tutti facce ammusonite,

i malfattori danzano ed esultano:

gli uni perché pervasi dal terrore

di perder tutto quello di cui godono,

gli altri per l’allettante prospettiva

di profittar dell’ira e della guerra.

Sono i tipici segni annunciatori

della caduta e la morte di re.(59)

Addio signore, i nostri cittadini

han preso tutti il volo,

certi che il loro re Riccardo è morto.

(Esce)

SALISBURY -

Ah, Riccardo, ch’io guardo alla tua gloria

con gli occhi d’una mente addolorata,

come una stella che dalla sua sfera

precipita su questa vile terra!

Il sole cala basso sull’occaso

e piange nel veder l’approssimarsi

di tempeste, sciagure, sedizioni.

Gli amici t’hanno tutti abbandonato

per correre a dar mano ai tuoi nemici,

e la fortuna ti sta tutta contro.(60)

(Esce)


ATTO TERZO

SCENA I

Il campo di Bolingbroke davanti a Bristol

Entrano BOLINGBROKE, YORK, NORTHUMBERLAND; soldati conducono prigionieri BUSHY e GREEN

BOLINGBROKE -

Conduceteli qui, davanti a me.

Bushy e Green, io non voglio tormentare

l’anime vostre - che dovran ben presto

separarsi dai corpi - incrudelendo

contro le vostre vite perniciose

e infami. Non sarebbe carità.

Eppure per aver monde le mani

del vostro sangue, avanti a questi uomini

convien ch’io dica alcuni dei motivi

che vi fan meritevoli di morte.

Voi siete responsabili in comune

d’aver corrotto e pervertito un principe,

un sovrano regale, un gentiluomo,

per nobiltà di nascita e lineamenti,

e avete fatto di lui un bastardo,

sfigurando la limpida sua vita.

Con le immonde vostre ore di lascivia

avete cagionato, virtualmente,

un divorzio tra lui e la regina,

rotto l’uso del talamo regale,

e macchiata la venustà del viso

d’una radiosa, splendida regina

con le lacrime scorse dai suoi occhi

a causa delle vostre turpi pratiche.

Io stesso, nato principe regale,

vicino al re nel sangue e nell’affetto

- almeno fino a tanto che voi due

non mi metteste in falsa e odiosa luce -

fui obbligato a piegare la testa

sotto il peso delle calunnie vostre,

e ad andar per il mondo,

a sospirare a nuvole straniere

il mio alito inglese

mangiando il pane amaro dell’esilio,

mentre voi facevate osceno strame

dei miei dominii, abbattevate i boschi,

sradicavate dalle mie finestre

gli stemmi di famiglia,

cancellavate ovunque la mia impresa,(61)

facendo che di me nessuna traccia

di me restasse se non l’altrui stima

ed il mio sangue. Tutto questo ed altro,

assai più che due volte tutto questo,

vi condanna. Portateli al patibolo,

lasciateli alle mani del carnefice.

BUSHY -

Vien più gradito a me

il colpo della scure del carnefice

che all’Inghilterra Bolingbroke. Addio.

GREEN -

Il Cielo prenderà le nostre anime,

e dannerà all’inferno l’ingiustizia.

BOLINGBROKE -

Northumberland, vogliate provvedere

a che sian giustiziati, senza indugio.

(Escono Northumberland coi soldati e coi due prigionieri)

(A York)

Mi dicevate, zio, che la regina

è a casa vostra. Nel nome di Dio,

che sia trattata come si conviene.

Ditele che le mando il mio saluto

e abbiate cura che le sian trasmessi

i miei migliori e più devoti ossequi.

YORK -

Ho appunto già spedito un gentiluomo

del mio seguito con una mia lettera

che le ricorda tutto il tuo riguardo.

BOLINGBROKE -

Grazie, gentile zio.

Signori, avanti, ad affrontar Glendower

e i suoi complici. Un altro sforzo ancora,

e poi sarà la festa!

(Escono)

SCENA II

La costa del Galles

Rulli di tamburi e squilli di tromba.

Entrano RE RICCARDO, il VESCOVO DI CARLISLE, AUMERLE e soldati

RICCARDO -

È quello che si vede laggiù in fondo

il Castello di Barkloughly?

AULERLE -

Sì, mio signore. Non ha vostra grazia

sollievo all’aria, dopo il tramestio

del mare grosso?

RICCARDO -

Oh, sì, mi piace molto.

E mi viene da piangere

per la gioia di stare nuovamente

coi piedi sul mio regno. Cara terra,

ti saluto col gesto della mano

sebbene ti feriscan dei ribelli

con gli zoccoli dei loro cavalli.

Come una madre stata troppo tempo

lungi dal suo bambino, al rivederlo

gioca con lui tra lacrime e sospiri,

colmo il cuore d’immensa tenerezza,

così pur io, piangendo e sorridendo,

ti saluto, mia terra, e t’accarezzo

col tocco delle mie mani regali.(62)

Non fornire, gentile terra mia,

nutrimento al nemico del tuo re,

né confortare con le tue dolcezze

l’ingordigia dei suoi sensi bestiali;

ma fa che siano intralcio al traditore

suo piede che con passo usurpatore

ti calpesta, i tuoi ragni

tumidi di veleno, e i traballanti

tardigradi tuoi rospi.

Offri pungenti ortiche ai miei nemici

e se colgano un fiore dal tuo grembo

metti a guardia, ti prego di quel fiore,

una vipera occulta che col tocco

mortale della biforcuta lingua

dia lor subita morte.

Non ridete di questo mio scongiuro

a cose prive d’anima,(63) signori.

Questo suolo avrà sensi ed intelletto,

queste pietre saran tanti soldati

prima che il loro legittimo re

sia scrollato o vacilli sotto l’urto

d’una vile obbrobriosa sedizione.

CARLISLE -

Non dovete temere, mio signore:

l’alto Potere che v’ha fatto re

può conservarvi re, malgrado tutto.

E i mezzi che offre il cielo per difenderci

van sempre accolti, giammai rifiutati;

se il ciel vuole una cosa

e noi non siam disposti ad accettarla

è come rifiutare la sua offerta

dei mezzi di soccorso e di salvezza.

AUMERLE -

Ei vuol significare, mio signore,

che noi ce ne restiamo troppo inerti

su quel che s’ha da fare, mentre Bolingbroke

profitta della nostra negligenza

per rafforzarsi d’uomini e di mezzi.

RICCARDO -

Sconfortante cugino!

Non sai che quando l’occhio indagatore

del cielo(64) si nasconde dietro al globo

a illuminare il sottostante mondo(65)

quaggiù si sfrenano spavaldamente

orde di ladri e d’altri malfattori

protetti dal favore della notte

a compiere omicidi e ruberie,

ma quando, uscendo dalle prode australi

della terrestre sfera esso risorge

a infiammar l’orgogliose cime a oriente,

sfavillando i suoi raggi tutt’intorno

a illuminare ogni buco del crimine,

allora gli assassinii, i tradimenti,

gli esecrati delitti d’ogni specie,

una volta che il manto della notte

sia stato tolto dalle loro spalle

appaiono alla vista spogli e nudi,

e tremanti alla vista di se stessi?

Così quando quel ladro traditore

di Bolingbroke, che in tutto questo tempo

ha fatto i suoi bagordi nella notte

mentre noi eravamo cogli antipodi,(66)

ci vedrà sorgere ancora ad oriente

sul nostro trono, allora i suoi delitti

gli appariranno nel rossor del viso;

e, non potendo sostener lo sguardo

del giorno, sarà còlto da tremore,

sgomentato dalla sua stessa colpa.

Tutta l’acqua del burrascoso mare

non lava il sacro crisma dell’unzione

dalla fronte d’un consacrato re.

Né vale umano fiato a dir parola

che deponga chi fu scelto da Dio

ad esser suo vicario sulla terra.

Per ciascun uomo costretto da Bolingbroke

a sollevar il suo perverso acciaio

contro la nostra dorata corona,

Iddio Signore, per il suo Riccardo

ha reclutato, al soldo celestiale,

un angelo della gloriosa schiera.

E quando gli angeli scendono in campo,

i deboli mortali han da soccombere,

ché sempre il cielo vigila sul giusto.

Entra SALISBURY

Salute a voi, signore.

Quanto ancora è lontano il vostro esercito?

SALISBURY -

Lontano, più o meno,

ma lo sconforto muove la mia lingua

e mi fa dir parole disperate.

L’aver tu ritardato d’un sol giorno

ha oscurato, ho paura, mio signore,

i tuoi giorni radiosi sulla terra.

Oh, se potessi richiamare indietro

il giorno che fu ieri,

e comandare al tempo di arretrare,

e poter riavere, come ieri,

dodicimila uomini

pronti a combattere; ma oggi, oggi,

troppo tardivo sciagurato giorno,

distrugge la tua gioia, i tuoi amici,

le tue fortune, la tua potestà;

perché tutti i gallesi,

dando credito a chi ti dice morto,

sono passati a Bolingbroke,

e si sono dispersi, o son fuggiti.

AUMERLE -

Animo, Sire! Fatevi coraggio!

Perché è impallidita vostra grazia?

RICCARDO -

Ancora poco fa,

sulla mia guancia trionfava il sangue

di ventimila uomini...

e son fuggiti. Fino a che altrettanto

non torni a rifluirvi,

non ha forse ragione la mia faccia

d’apparirti così pallida e smorta?

Tutti quelli che vogliono scamparla

fuggono dal mio fianco, perché il tempo

ha gettato una macchia sul mio orgoglio.

AUMERLE -

Coraggio, Sire! Pensate a chi siete!

RICCARDO -

È vero, ho perso coscienza di me.

Svegliati, trasognata maestà! Tu dormi.

E che! Non sono il re? E questo nome

non vale forse ventimila uomini?

Su, àrmati, mio nome!

Armati! Un meschinello di tuo suddito

tenta colpire la tua grande gloria.

Non ve ne state lì con gli occhi bassi,

favoriti d’un re! Non siamo in alto?

E dunque in alto i cuori!

So che zio York ha forze sufficienti

per servire all’impresa...

Entra Sir STEPHEN SCROOP

Ma chi viene?

SCROOP -

Felicità e salute al mio sovrano,

più di quanto gli annunci la mia voce

affannata.

RICCARDO -

Il mio orecchio è aperto

ed il mio cuore preparato a tutto.

Il peggio che tu possa rivelarmi

non sarà che una perdita terrena.

È perduto il mio regno?

Ebbene il regno era la mia croce.

Quale perdita è mai

venire scaricati di una croce?

Bolingbroke si vuol far come noi grande?

Non sarà mai più grande.

Se serve Dio, anche noi lo serviamo,

e in questo siamo pari, lui ed io.

Sono in rivolta alcuni nostri sudditi?

A questo non abbiamo alcun riparo:

rompon, prima che a noi, la fede a Dio.

Annunciami sciagure, distruzione,

rovina, decadenza dal mio regno...

La morte è sempre il peggio

ed essa saprà sceglier la sua ora.

SCROOP -

Ho piacere a vedere vostra altezza

così ben corazzata

a ricever notizie di sventura.

Simile ad uno di quei temporali

che si scatenano fuori stagione,

e fanno straripar gli argentei fiumi

e sommerger le rive,

quasi il mondo si sciolga tutto in lacrime,

tale straripa, traboccando gli argini,

l’ira gonfia di Bolingbroke,

coprendo la sgomenta vostra terra

di lampi di corrusco, duro acciaio,

e di cuori di questo ancor più duri.

Contro la tua maestà

hanno ferrato i lor canuti crani

esili vecchi dalla barba bianca;

ragazzi imberbi e di femminea voce

si rinforzano di far la voce grossa

e insaccano le lor femminee membra

dentro pesanti rigide armature,

contro la tua corona.

Perfino i pregatori a pagamento(67)

hanno imparato a tender i loro archi

d’infausto tasso,(68) contro il tuo regime.

Perfin le donne, all’aspo solo aduse,

hanno imbracciato picche arrugginite

contro il tuo soglio. I giovani ed i vecchi

sono in rivolta e tutto va assai peggio

di quanto io sappia dire con parole.

RICCARDO -

Oh, l’hai detta fin troppo bene, invece,

una sì brutta storia!

Dov’è il conte di Wiltshire? Dov’è Bagot?

E Bushy? E Green?... Dov’erano costoro

per lasciar che un nemico insidioso

misurasse con passo indisturbato

il nostro territorio in lungo e in largo?

Se prevarremo, con la loro testa

pagheranno per questo. Sono certo

che han fatto pace con Enrico Bolingbroke.

SCROOP -

Pace con lui, sì, certo, mio signore.

RICCARDO -

Ah, scellerati, vipere, dannati,

senza speranza più di redenzione!

Cagnacci pronti a far festa a chiunque!

Serpenti riscaldati col mio sangue,

che m’hanno morso il cuore!

Tutti e tre Giuda, e ciascuno dei tre

tre volte peggio! Hanno fatto la pace?

Per questa infamia, il tenebroso inferno,

faccia guerra alle lor anime perse!

SCROOP -

Il più tenero amore, cambiando natura,

si converte nell’odio più mortale;

come vedo, ma le maledizioni

testé scagliate sulle loro anime,

potete rimangiarvele, signore:

perché quelli la pace l’hanno fatta

colle lor teste, non con le lor mani.

Quelli che avete or ora maledetto

han ricevuto la peggior ferita

che morte possa infliggere ad un uomo;

e il loro posto è al fondo d’una fossa.

AUMERLE -

Come! Bushy, Green morti?

E anche morto il conte di Wiltshire?

SCROOP -

Tutti han lasciato le lor teste mozze

a Bristol, mio signore.

AUMERLE -

Dov’è il duca mio padre con le truppe?

RICCARDO -

Ormai più non m’importa di saperlo.

Nessun più mi parli di conforto.

Di tombe è tempo di parlare, adesso,

di epitaffi, di vermi e di nient’altro;

sia nostra carta ormai solo la polvere

della terra, e scriviamoci "dolore".

Non ci resta che sceglierci il notaio

a cui dettare i nostri testamenti.

Anzi, nemmeno questo: un re deposto

lascia solo il suo corpo, steso a terra:

le nostre proprietà, le nostre vite

tutto è ora di Bolingbroke;

nulla c’è più che possiamo dir nostro

tranne la morte, e quel pugno di terra

che servirà da calco e da coperchio

alle tristi ossa nostre. Per l’amor di Dio,

sediamo in terra(69) a raccontarci storie

della morte di re... e come alcuni

furon deposti, ed altri uccisi in guerra,

altri perseguitati dai fantasmi

di quelli ch’essi avevano deposto;

alcuni avvelenati dalle mogli,

altri uccisi nel sonno:

tutti scomparsi per morte violenta...

Perché nel cerchio di quella corona

che d’un re cinge le mortali tempie

Madonna Morte tiene la sua corte,

e lì siede, grottesca commediante,

a farsi scherno della sua maestà,

a sogghignar a tutta la sua pompa,

concedendogli un alito di vita,

una piccola parte sulla scena,

perch’egli possa, in veste di monarca,

signoreggiare, incutere timore

col fulminante sguardo;

infondendogli boria e vanità,

come se questa frale nostra carne

che ci cinge la vita come un muro

fosse fatta di bronzo inespugnabile;

e, dopo averci così lusingato,

arriva lei e, con un spillino,

perfora, tic, il muro, ed addio re!...

Signori, gente, copritevi il capo,

e non beffate con solenni inchini

uno ch’è forma sol di carne e sangue.

Gettate via rispetto, tradizione,

cerimoniale e bassa sudditanza!

Fino ad oggi m’avete mal compreso

scambiandomi per quello che non sono;

mentr’io vivo di pane come voi,

ho i bisogni che avete tutti voi,

assaporo il dolore come voi,

necessito di amici come voi.

Se dunque son soggetto a tutto questo,

come potete voi chiamarmi re?

CARLISLE -

Signore, il saggio non si siede mai

a lacrimare sulle sue sciagure;

pensa piuttosto a prevenirle in tempo.

La paura che abbiamo del nemico,

indebolisce in noi la resistenza,

e dà al nemico quella maggior forza

che gli vien dalla nostra debolezza.

Ed è così che il nostro vaneggiare

ci si ritorce contro a nostro danno.

Temete, e non potrete che soccombere:

se invece combattete,

nulla di peggio vi potrà accadere;

morire combattendo,

è la morte che vince sulla morte;

morir nella paura di morire,

rende alla morte un ben servile omaggio.

AUMERLE -

Mio padre ha un esercito;

raggiungetelo e fate insieme a lui

un sol corpo di queste sparse membra.

RICCARDO -

Giusto richiamo il tuo! Borioso Bolingbroke,

ti verrò a rendere colpo per colpo,

e sarà il giorno del nostro destino!

Questo attacco febbrile di paura

m’è passato; ed è impresa da poco

riconquistare il proprio. Parla, Scroop,

dov’è mio zio York con le sue truppe?

Parla dolce, se pure dal tuo aspetto

traspare l’amarezza.

SCROOP -

Dall’aspetto del cielo, monsignore,

si giudica del tempo che farà.

Così dall’occhio mio smarrito e cupo

potete anticiparvi da voi stesso

le più gravi notizie

che la mia lingua ha ancora da annunciarvi;

ed io a dirvi il peggio a brano a brano,

non farei altro che il torturatore.

Dunque ecco tutto: il Duca vostro zio

è passato da Bolingbroke, signore;

tutte le vostre roccaforti a nord

si sono arrese; al sud, i vostri nobili

sono accorsi da lui, armi e bagagli.

RICCARDO -

Basta, hai detto abbastanza!

(Ad Aumerle)

E tu, cugino,

maledetto, che m’hai testé stornato

dal sentiero della disperazione

che avevo sì dolcemente imboccato!

Che dici adesso? Quale altro conforto

dici che ci rimane?... Per il cielo,

chiunque ormai mi parli di conforto

s’avrà il mio odio eterno! Andiamo, andiamo!

Al castello di Flint!(70) E là rinchiuso

io voglio consumare la mia angoscia:

un re ridotto schiavo del dolore!

Congedate le mie residue truppe:

che se ne tornino ad arar la terra

che almeno dà speranza d’un raccolto:

io, speranza di frutti, non ne ho più.

E dunque che nessuno apra più bocca

ad esortarmi di cambiare idea,

perché sarebbe vano ogni consiglio.

AUMERLE -

Una parola ancora, mio sovrano.

RICCARDO -

Cugino, mi fa doppiamente torto

chi voglia ancor tentare di ferirmi

con le lusinghe della propria lingua.

Mettete i miei seguaci in libertà.

Che lascino la notte di Riccardo

per il radioso mattino di Bolingbroke!

(Escono)

SCENA III

Entrano, con tamburi e bandiere, BOLINGBROKE, YORK, NORTHUMBERLAND, con soldati.

BOLINGBROKE -

Dunque, secondo quanto è scritto qui,

i gallesi si son tutti sbandati,

e incontro al re, sbarcato qui da presso

su questa costa, è andato solo Salisbury

con un manipolo di fedelissimi.

NORTHUMBERLAND -

Mi pare una notizia confortante.

Riccardo dunque è qui poco lontano,

a nascondersi il capo.

YORK -

Lord Northumberland,

per voi Riccardo è ancora "Re Riccardo"!

Fareste meglio a chiamarlo così.

Infausti tempi quelli in cui un re

si vede stretto a nascondersi il capo.

NORTHUMBERLAND -

Vostra grazia mi deve aver frainteso:

ho omesso il titolo per brevità.

YORK -

C’è stato un tempo in cui se aveste usata

anche con lui la vostra brevità,

sarebbe stato anch’egli tanto breve

con voi, da raccorciare il vostro corpo

di tutta la lunghezza della testa,

per aver voi accorciato il suo titolo.

BOLINGBROKE -

Non prendete le cose pel malverso

più di quanto dovreste, caro zio.

YORK -

E tu, mio buon nipote,

non intendere più di quanto devi,

che non abbia a fraintendere anche il cielo

che sta sul nostro capo.

BOLINGBROKE -

Lo so, zio,

ed io non vado contro i suoi disegni.

Entra Enrico PERCY

Oh, ma chi vedo qui! Salute, Enrico!

Dunque, s’arrende o no, questo castello?

PERCY -

È guardato dagli uomini del re,

che ne sbarran l’accesso, monsignore.

BOLINGBROKE -

Del re?... Là dentro non c’è nessun re!

PERCY -

Uno ce n’è, signore: è Re Riccardo,

che dentro quelle mura ha preso alloggio;

e son con lui Lord Aumerle, Lord Salisbury,

Sir Stephen Scroop ed un alto prelato

del quale non potei sapere il nome.

NORTHUMBERLAND -

Probabilmente il vescovo di Carlisle.(71)

BOLINGBROKE -

Northumberland, andate con l’araldo

ai piedi del rupestre contrafforte

dell’antico castello,

e con lo squillo d’una bronzea tromba

mandate nelle sue dirute orecchie

il segnale d’invito a parlamento,

accompagnato da queste parole:

"Enrico Bolingbroke, inginocchiato,

"bacia la mano a Riccardo suo re,

"e rivolge all’augusta sua persona

"i sensi della sua sottomissione

"e della sua sincera fedeltà.

"Egli è pronto a deporre ai piedi suoi

"armi ed armati, a patto che il suo bando

"si revochi, e gli sian rese le terre

"libere e senza vincoli di sorta.

"Diversamente, si vedrà costretto

"ad usare il vantaggio della forza

"ed a bagnare questa estiva polvere

"col sangue che sarà versato a pioggia

"dalle ferite degli inglesi uccisi.

"Ma quanto sia lontano dal suo animo

"di far che un tal rossigno temporale

"abbia a inondare il fresco grembo verde

"della terra del biondo re Riccardo(72)

"Enrico Bolingbroke lo vuol provare

"rendendo a lui il suo devoto omaggio"

Andate e proclamate quest’annuncio.

Noi proseguiamo la nostra avanzata

sull’erboso tappeto della piana.

(Northumberland, con un trombettiere,

avanza fin sotto le mura del castello)

Marciamo senza fragor di tamburi,

ch’essi possano scorger da lontano,

dagli spalti diruti del castello,

lo scintillio delle nostre armature.

Mi pare come se Riccardo ed io

dovessimo scontrarci

con la stessa terribile veemenza

degli elementi del fuoco e dell’acqua

allor che il loro cozzo rimbombante

squarcia del ciel l’annuvolata faccia.

Sia egli il fuoco, io l’arrendevol acqua,

sia sua la rabbia, mentr’io non su di lui,

ma sulla terra pioverò benigna.

In marcia, dunque, andiamo ad osservare

con che piglio ci accoglie Re Riccardo.

Tromba a parlamento - Risposta dal castello.

Appaiono sugli spalti RE RICCARDO, il VESCOVO DI CARLISLE, AUMERLE, SCROOP, SALISBURY

PERCY -

Guardate, toh, Re Riccardo in persona

che appare di lassù simile al sole

quando si leva, rosso di corruccio,

dall’infuocato portale d’oriente

e s’accorge che le invidiose nuvole

s’accingono a offuscare il suo splendore

e a macchiare la luminosa traccia

del suo pellegrinaggio ad occidente.

YORK -

Eppure ha sempre l’aspetto d’un re.

Guarda il suo occhio, com’è luminoso,

come quello d’un’aquila,

e dardeggia imperiosa maestà.

Ah, che pena, che sì bella visione

debba patire d’essere offuscata

dalla macchia della cattiva sorte!

RICCARDO –

(A Northumberland)

Siamo stupiti; a lungo abbiamo atteso,

che flettessi il ginocchio innanzi a noi,

in atto di timore e riverenza,

credendoci il legittimo tuo re.

Se è vero che lo siamo, qual motivo

fa tanto ardite quelle tue giunture

da non renderci il doveroso ossequio?

Se poi credi che non lo siamo più,

additaci la mano

con la quale la volontà di Dio

ci dispensò da questo ministero;

ma noi sappiamo che nessuna mano

di sangue e d’ossa può tenere in pugno

il sacro nostro scettro

se non in forza d’un’usurpazione

profanatrice, o d’una ruberia.

Se pur tu pensi che, sul tuo esempio,

tutti han da noi strappato le loro anime,

lasciandoci impotenti e senza amici,

sappi, però, che Dio Onnipotente,

mio signore e padrone,

va reclutando per me tra le sue nuvole

interi eserciti di pestilenze

ed esse colpiranno i vostri figli

non ancor nati, e neppur concepiti,

di voi che osate alzar contro il mio capo

le vostre mani d’umili vassalli

per attentare alla regal maestà

ed alla gloria della mia corona.

Fa’ sapere pertanto a Enrico Bolingbroke,

perché immagino sia laggiù in attesa,

ch’ogni suo passo su questa mia terra

è un tradimento, gravido di rischi.

Egli viene ad aprire il testamento

vermiglio(73) d’una guerra sanguinosa;

ma prima che potrà godersi in pace

l’agognata corona sul suo capo,

la "corona"(74) di diecimila teste

sanguinolente di figli di madre

avrà ridotto secco ed avvizzito

il bel fiore del volto d’Inghilterra,

e tinto di vermiglia indignazione

il virgineo pallor della sua pace,

ed irrorato l’erba dei suoi pascoli

di devoto e fedele sangue inglese.

NORTHUMBERLAND -

Non voglia il Re dei cieli

che s’abbatta sul re nostro signore

una sì barbara civil contesa!

Il tuo nobil cugino Enrico Bolingbroke

ti bacia supplice l’augusta mano

e ti giura, sull’onorata tomba

che serra l’ossa del vostro grande avo;

sulla regalità del vostro sangue,

comune all’uno e all’altro, scaturigine

da una stessa purissima sorgente;

sulla mano del suo sepolto padre,

l’ardimentoso Gaunt;

sul suo stesso valore e sul suo onore

- giuramento che tutti gli altri assomma -,

ch’altro scopo non ha, venendo qui,

che reclamar gli aviti suoi diritti

e chiedere in ginocchio a Vostra altezza

la revoca immediata del suo bando;

che tutto ciò una volta garantitogli

dalla sovrana vostra autorità,

consegnerà alla ruggine

tutte le sue sfolgoranti armature,

alle lor stalle i bardati destrieri,

ed il suo cuore al leale servizio

della vostra maestà. Giura da principe,

che tutto questo è giusto e sacrosanto,

ed io, da gentiluomo, lo confermo.

RICCARDO -

Northumberland, così risponde il re:

gli dirai: il suo nobil cugino

è benvenuto, ed ogni suo diritto

troverà incontrastato accoglimento.

Con tutto il garbo di cui sei capace

da’ al suo nobile orecchio il mio saluto.

(Northumberland si ritira)

(Ad Aumerle)

Cugino, ci abbassiamo, non è vero,

a mostrarci così condiscendenti

e ad esprimerci in così dolci termini?

Che dici, richiamiamo qui Northumberland,

e mandiamo una sfida al traditore,

per poi morire?

AUMERLE -

No, mio buon sovrano.

Combattiamo a parole di dolcezza,

fin che il tempo ci porti degli amici,

e con essi il soccorso delle spade.

RICCARDO -

Ahimè, mio Dio, che proprio questa lingua

che pronunciò il verdetto dell’esilio

contro quel tracotante traditore

si debba trovar ora a ritrattarlo,

ed anche con parole di lusinga!

Oh, foss’io grande come la mia ambascia

o più piccolo del mio nome!... Ahimè,

poter dimenticar chi sono stato,

o poter cancellarmi dalla mente

quell’io che ora sono costretto ad essere!

Orgoglioso mio cuore, ti fai gonfio?

Ed io ti lascio libero di battere;

tanto i nostri nemici sono liberi

di batterci ambedue, sia me che te.

AUMERLE -

Ecco Northumberland che torna, Sire;

ci porterà la risposta di Bolingbroke.

RICCARDO -

Che cosa dovrà fare adesso il re?

Chinare il capo? Ebbene, lo farà.

Farsi deporre? Si rassegnerà.

Devo perdere il titolo di re?

Vada anche quello, nel nome di Dio!

I miei splendidi ori

per un filo di grani di rosario;

la mia ricca dimora

per un’umile cella da eremita;

la mia veste fastosa

per un saio di frate zoccolante;

i miei sfarzosi calici

per una rozza ciotola di legno;

il mio scettro da re,

per un umil bordone da palmiere;(75)

la massa dei miei sudditi

per un paio di statue di santi;

ed il mio vasto regno,

per un’oscura, minuscola fossa!...

O meglio, no: mi farò seppellire

sotto il selciato d’una via maestra,

una di quelle strade più battute,

dove i piedi dei sudditi, ad ogni ora,

calpestino la testa al loro re:

perché se adesso, mentre sono vivo,

mi calpestano il cuore,

perché non devon calpestarmi il cranio,

una volta sepolto?...

(Ad Aumerle che si asciuga una lacrima)

Tu piangi, mio sensibile cugino.

Ma con le dileggiate nostre lacrime

faremo strame delle messi estive,

tanto da provocar la carestia

su questa terra di gente ribelle;

o potremo magari divertirci,

burlandoci di tutti i nostri guai,

a gareggiar tra noi a chi è più bravo

a versar lacrime. Così, ad esempio:

farle cadere sullo stesso punto,

per terra, fino a scavare due fosse,

e su di noi, lì seppelliti, scritto:

"In questo luogo giaccion due cugini

che si scavarono da sé la tomba

con le lacrime uscite dai loro occhi".

Un tal dolore non farebbe colpo?

Eh, ma m’accorgo di parlare a vanvera

e tu ridi di me... Mio Lord Northumberland,

potentissimo principe,

che dice allora il nostro Enrico Bolingbroke?

La sua maestà concederà a Riccardo

la licenza di vivere,

finché Riccardo muoia di sua morte?

Fategli un bell’inchino,

e Bolingbroke a voi dirà di sì.

NORTHUMBERLAND -

V’aspetta di persona, monsignore,

giù nella bassa corte,

per parlarvi. Degnatevi di scendere.

RICCARDO -

Scenderò, scenderò,

come un Fetone tutto sfavillante,

ma incapace di trattenere le briglie

a una pariglia di cavalli brocchi.

Giù nella bassa corte: già, la corte

dove i re si riducon tanto in basso

da accorrere solleciti all’appello

dei traditori a render loro omaggio!

Giù nella bassa corte?

Sì, giù corte, giù re! Perché lassù

dove dovrebbero cantar le allodole

ormai non stridono che le civette!

(Si ritira con gli altri dagli spalti)

BOLINGBROKE -

(A Northumberland)

Che dice sua maestà?

NORTHUMBERLAND -

Dolore e ambascia lo fanno parlare

come uno che farnetica. Ma eccolo.

Entra RE RICCARDO, uscendo dal Castello col seguito

BOLINGBROKE -

Fate largo, e mostrate a sua maestà

il dovuto rispetto...

(Inginocchiandosi a Riccardo)

Mio grazioso sovrano...

RICCARDO -

Bel cugino,

tu umilii il principesco tuo ginocchio

e lasci insuperbir la bassa terra

nel permettere ad essa di baciarlo.

Avrei più caro che fosse il mio cuore

a sentire il tuo affetto,

non il mio occhio a vedere questo ossequio

ch’esso non può gradire.

(Rialzandolo)

Su, su, cugino, che il tuo cuore è su,

lo so. Sta in alto almeno fino qui,

(Si tocca la fronte)

anche se il tuo ginocchio tocca terra.

BOLINGBROKE -

(Alzandosi)

Vengo soltanto a chieder quel che è mio.

RICCARDO -

Il tuo è tuo, e tuo son pure io,

e tuo è tutto.

BOLINGBROKE -

Voi sarete mio,

mio signore, per quanto i miei servigi

abbiano a meritarmi il vostro affetto.

RICCARDO -

Tu meriti già molto.

Sono ben meritevoli di avere,

quelli che sanno il modo più deciso

per ottenere.

(A York)

Zio, le vostre mani.

(Gli prende le mani)

Asciugatevi gli occhi, via le lacrime!

Le lacrime son mostra d’affezione,

ma non rimedio a ciò che le produce.

(A Bolingbroke)

Io sono troppo giovane, cugino,

per essere tuo padre,

mentre tu sei maturo quanto basta

per essere mio erede.

E quel che brami io te lo darò,

ed anche volentieri;

dobbiamo fare ciò che forza vuole,

e forza vuole che si vada a Londra.

Non è così, cugino?

BOLINGBROKE -

Sì, signore.

RICCARDO -

Se per te è sì, non posso io dire "no".

(Escono)

SCENA IV

Il giardino del Duca di York

Entra la REGINA con due DAME

REGINA -

Che gioco inventeremo, qui in giardino,

per divagare la mente

dall’ansioso pensiero che l’opprime?

DAMA -

Si può giocare alle bocce, signora.

REGINA -

Questo gioco mi fa tornare in mente

che la mia vita è cosparsa d’intoppi,(76)

e che la mia fortuna va sbilenca,

correndo obliqua, come contro un peso.(77)

DAMA -

Si può danzare, allora.

REGINA -

No, nemmeno;

le mie gambe non trovano diletto

in nessuna misura, (78) quando il cuore

non conosce misura nella pena.

Perciò, fanciulla cara, niente danza.

Pensa a qualche altro gioco.

DAMA -

Ci raccontiamo qualche storia, allora?

REGINA -

Triste o gioiosa?

DAMA -

L’uno e l’altro genere.

REGINA -

No, nessuno dei due, ragazza mia;

perché quelle che parlano di gioia,

poiché di questa son del tutto priva,

tanto più mi ricordan la mia pena,

mentre quelle che parlan di dolore,

poiché solo dolore m’è rimasto

servirebbero solo ad aggravarlo.

Quello che ho già non voglio raddoppiarlo,

quel che mi manca, non voglio compiangerlo.

DAMA -

Signora, allora canterò. Va bene?

REGINA -

Son felice che tu n’abbia motivo;

ma più gradito sarebbe al mio cuore,

se ti mettessi a piangere.

DAMA -

Posso anche piangere, se vi fa bene.

REGINA -

E io, se mi facesse ben piangere,

canterei, senza mai chiedere in prestito

da te una sola lacrima...

Entra un GIARDINIERE con due SERVITORI

Ma zitta!

Vengono i giardinieri.

Entriamo sotto l’ombra di questi alberi.

La mia miseria contro qualche spillo

che quelli parleranno di politica:

ne parlan tutti, quando nello Stato

s’annuncia qualche grosso cambiamento.

Un malanno precede sempre un altro.

(La regina e le dame si ritirano sotto gli alberi)

GIARDINIERE -

(A uno dei suoi uomini)

Va’, lega i rami di quell’albicocco

che come tanti indocili monelli

fanno piegar la schiena al loro padre

con tutto il peso della lor grandezza.

Metti un puntello a quei rami pendenti.

(Ad un altro)

E tu va’ a fare il boia agli altri rami

che svettano, cresciuti troppo in fretta,

taglia loro la testa,

che non spicchino troppo in mezzo agli altri

di questa nostra piccola repubblica.

Sotto il nostro governo, tutti eguali!

E mentre voi v’occupate di questo,

io vado a sradicare quelle erbacce

che succhiano la forza del terreno

senza dare alcun frutto, e fanno ostacolo

al crescere di fiori salutari.

PRIMO SERVO -

Perché dovrebbe poi toccare a noi,

nel breve spazio d’una staccionata,

mantener legge e ordine e misura,

quasi a esibire questo nostro fondo

come un modello di governo d’ordine,

quando il nostro giardino acqua-cintato,(79)

questa intera Inghilterra, voglio dire,

rigurgita d’erbacce, e i suoi bei fiori

son soffocati, e le siepi arruffate,

le belle aiuole tutte in gran disordine,

e le buone erbe sommerse dai bruchi?

GIARDINIERE -

Zitto. Colui che questa primavera

caotica ha permesso, è giunto anch’egli

al suo spogliante autunno. Le malerbe

cresciute sotto il largo suo fogliame

e che sembrava che lo proteggessero

mentre lo divoravano, strappate

sono state con le radici e tutto

da Bolingbroke, intendo il conte di Wiltshire,

e Bushy e Green.

PRIMO SERVO -

E che! Son tutti morti?

GIARDINIERE -

Morti; ed Enrico Bolingbroke

ha catturato il re dissipatore.

Che peccato non abbia egli curata

la sua terra, e non l’abbia coltivata

come noi questo piccolo verziere.

Noi, quand’è la stagione,

facciamo un’incisione alla corteccia

ch’è la pelle degli alberi da frutto

perché il troppo rigoglio della linfa,

che sarebbe per essi come il sangue,

può danneggiar la vita della pianta

per troppo nutrimento.

Avesse fatto lui così con gli uomini

grandi ed in crescita del suo reame,

quelli potevan seguitare a vivere

fino a dar frutti d’opere leali,

ed egli assaporarli. I rami inutili

noi li tagliamo perché vivan gli altri

che portan frutti. Avesse ei così fatto,

avrebbe ancora in testa la corona

che lo sperpero in ozio di tante ore

ha trascinato in totale rovina.

PRIMO SERVO -

Che vuoi dire, che il re sarà deposto?

GIARDINIERE -

Spodestato l’è già; che sia deposto

è probabile. Sono giunte ieri

a un caro amico del Duca di York

lettere con notizie disastrose.

REGINA -

(Uscendo dal nascondiglio)

Ah, son compressa a morte!

Soffoco dalla voglia di parlare!

(Al giardiniere)

Tu, ch’hai l’aria d’un vecchio padre Adamo

ordinato a curar questo verziere,

come osa la tua rozza e goffa lingua

dar voce a sì sgradevoli notizie?

Quale Eva, qual serpe ti ha tentato

a presagir la caduta dell’uomo

una seconda volta maledetto?

Perché dài per deposto Re Riccardo?

Osi tu, che sei poco più del fango,

predir la sua caduta?

Come ti sei imbattuto, dove, quando

in queste ciance? Parla, miserabile!

GIARDINIERE -

Perdonatemi. Provo poca gioia

a diffonder notizie come questa,

mia signora, ma quel che dico è vero.

Re Riccardo si trova già costretto

nella possente morsa di Bolingbroke.

Le lor fortune adesso si misurano

sulla stessa bilancia:

ma ormai sul piatto del signore vostro

non c’è che lui, con altre nullità

che gli fan calo al peso,

mentre sul piatto del potente Bolingbroke

ci sono tutti i pari d’Inghilterra

e ciò fa tracollare la bilancia

da questa parte. Affrettatevi a Londra,

vedrete che è così com’io vi dico;

e non è più di quanto sanno tutti.

REGINA -

O sventura, che sì veloce hai il piede,

il tuo messaggio non era per me?

E perché son io l’ultima a saperlo?

Ah, forse hai tu pensato

di servirmi per ultima ch’io serbi

più a lungo in petto tutta la mia pena.

Mie dame, andiamo ad incontrare a Londra

il re di Londra nella sua afflizione.

Misera me, per questo sarei nata?

Per ornare col mio volto attristato

il trionfo del vittorioso Bolingbroke?

Giardiniere, per queste dolorose

notizie che m’hai detto,

farò rivolgere preghiere a Dio

perché non faccia più crescer germoglio

da quante piante tu possa innestare.

(Esce con le dame)

GIARDINIERE -

Sventurata regina! Se valesse

questo scongiuro a non volgere in peggio

la sorte che t’attende,

pesi pur esso sulla mia perizia.

Ella ha lasciato cadere una lacrima

in questo punto; e qui voglio piantare

un bel ceppo di ruta,

l’amarissima erba della grazia.

E ruta si vedrà spuntare tra poco

in questo luogo, in segno di pietà,

a ricordo d’una regina in lacrime.(80)

(Escono)


ATTO QUARTO

SCENA I

L’aula del Parlamento a Westminster

Entrano, come per una seduta del Parlamento, BOLINGBROKE, AUMERLE, NORTHUMBERLAND, PERCY, FITZWATER, SURREY, il VESCOVO DI CARLISLE e l’ABATE DI WESTMINSTER

BOLINGBROKE -

Fate entrare Bagot.

Entra BAGOT con ufficiali

Ora, Bagot,

parla libero e di’ quello che sai

sull’uccisione del nobile Gloucester:

chi la tramò col re,

chi fu di quella morte prematura

il sanguinario vero esecutore.

BAGOT -

Mettetemi a confronto con Lord Aumerle.

BOLINGBROKE -

(Ad Aumerle)

Cugino, degnati di farti avanti,

e venire a confronto con quest’uomo.

BAGOT -

So che la tracotante vostra lingua,

Lord Aumerle, non degna di smentita

ciò che una volta ha detto.

Ma la notte in cui si tramò tra noi

la morte di Lord Gloucester, son sicuro

d’avervi udito dire queste frasi:

"Non è forse il mio braccio tanto lungo

da portarsi giù giù fino a Calais

dalla tranquilla corte d’Inghilterra

per agguantar la testa di mio zio?"

E v’udii anche dire, son sicuro,

tra molti altri discorsi, quella notte,

che avreste volentieri rinunciato

a un’offerta di centomila scudi,

pur di non far tornare Enrico Bolingbroke

sul suolo d’Inghilterra;

ed anche aggiungere che la sua morte

sarebbe una fortuna per la patria.

AUMERLE -

Quale risposta, principi e signori,

dovrò io dare a questo miserabile?

Dovrò disonorare le mie stelle(81)

al punto da dovergli dar con l’armi

da pari a pari un severo castigo?

Mi sarà forza farlo,

se l’onor mio non vuol restar macchiato

dalla nefanda accusa ch’ei mi muove.

Ecco il mio pegno,(82) sigillo di morte

che di mia man ti bolla per l’inferno.

(Gli getta in terra il segno di sfida)

Dichiaro che tu menti per la gola,

e proverò col sangue del tuo cuore,

per quanto indegno d’imbrattare il filo

di questa spada mia di cavaliere,

che è falso, tutto falso quanto hai detto.

(Bagot s’inchina e raccoglie il pegno,

ma Bolingbroke gli grida)

BOLINGBROKE -

Fermati, non raccoglierlo, Bagot!

AUMERLE -

Tranne uno,(83) di tutta quest’accolita

vorrei fosse il migliore a provocarmi.

FITZWATER -

Se proprio il tuo valore tiene tanto

all’uguaglianza di rango, Lord Aumerle,

ecco il mio pegno contro il tuo: ti sfido.

(Getta a terra il suo pegno di sfida)

Giuro per questo sole luminoso

che mi ti fa stanare dove sei,(84)

d’averti udito dire, e menar vanto,

d’esser stato tu la causa prima

dell’assassinio del nobile Gloucester.

E se pur lo negassi mille volte,

io ti dico che menti, e son pronto

a ricacciarti questa tua menzogna

nel cuore, là dov’essa è generata.

AUMERLE -

Vile, tu non vivrai fino a quel giorno!

FITZWATER -

Ah, per l’anima mia!

Vorrei che fosse subito quell’ora!

AUMERLE -

Questa menzogna, Fitzwater,

ti condanna all’inferno.

PERCY -

Tu menti, Aumerle:

l’onore suo in quest’accusa è integro

quanto tu sei sleale nel negarla.

E che tale tu sia, ecco il mio pegno,

(Gli getta anche lui il pegno di sfida)

a dimostrartelo sulle tue carni,

fino all’ultimo anelito di vita.

Raccoglilo, se osi.

AUMERLE -

E se non oso,

mi vadano in cancrena le due mani

per non brandire più vindice acciaio

sull’elmo lucido del mio nemico.

(Raccoglie il pegno di sfida di Percy)

UN ALTRO LORD -

E la terra riceva pure il mio,

spergiuro Aumerle, ed a raccoglierlo

io ti sprono, con tutte le smentite

che possan rintronar, da un sole all’altro,(85)

il cavo del tuo orecchio traditore.

Eccoti il pegno del mio onore, Aumerle,

(Getta anch’egli a terra il pegno)

e raccogli la sfida, se hai coraggio.

AUMERLE -

Non ce n’è più che vogliano sfidarmi?

Perdio, son pronto a battermi con tutti!

Ho mille anime in corpo

per rispondere ad altri diecimila.

SURREY -

(Ironico)

Ah, sì, ricordo bene, Lord Fitzwater,

quella volta che Aumerle e voi

discorrevate insieme...

FITZWATER -

È vero, infatti,

c’eravate anche voi, ricordo bene,

e mi potete far da testimonio

che quanto affermo è pura verità.

SURREY -

Falso, falso, per quanto è vero Iddio!

FITZWATER -

Surrey, tu menti!

SURREY -

Infame ragazzaccio!

Questa smentita tua

peserà tanto sopra la mia spada,

che renderà vendetta per vendetta,

rivalsa su rivalsa,

fino a che tu, maestro di menzogne,

non giacerai con esse sottoterra,

inerte come il teschio di tuo padre.

Ed a prova di ciò, questo è il mio pegno,

e raccogli la sfida se hai coraggio.

(Butta anch’egli a terra il suo pegno di sfida)

FITZWATER -

Sciocco! Sproni un cavallo già al galoppo!

Non credo che m’occorra più coraggio

di quanto me n’occorre per mangiare,

e bere, e respirare, e stare in vita,

per affrontare uno come te,

magari in mezzo a una landa selvaggia,

e là sputargli addosso,

gridandogli: "Tu menti, menti, menti!"

Ecco qua la mia polizza di credito

che t’assicura una buona lezione.

Come è vero ch’io voglio progredire

in questo rinnovato nostro regno,

così è vero che Aumerle è colpevole

di ciò di cui l’accuso. C’è di più:

dal duca di Norfolk, ora in esilio,

ho pure udito che fosti tu, Aumerle,

a spedire a Calais due tuoi sicari

per far assassinare il nobil duca.

AUMERLE -

Non c’è tra voi un onesto cristiano(86)

che voglia farmi credito d’un pegno(87)

perch'io possa lanciar da qui a Norfolk

la mia sfida, e provargli ch’è un bugiardo?

Ecco, per ora butto a terra questo:(88)

mi proverà con l’armi l’onor suo

se mai sia richiamato dall’esilio.

BOLINGBROKE -

Tutte queste contese

rimangano in sospeso, come impegni,

finché Norfolk non sarà richiamato.

Lo sarà, infatti. E benché mio nemico,

sarà reintegrato nei dominii

e nelle signorie che sono sue.

Decideremo dunque al suo ritorno

la sua prova dell’armi contro Aumerle.

CARLISLE -

Quel giorno, allora, non si vedrà mai.

L’esiliato Norfolk ha combattuto

per la gloria di Cristo a più riprese

contro pagani turchi e saraceni

sotto l’insegna della santa croce;

poi, stanco dello sforzo della guerra,

si ritirò in Italia, e lì, a Venezia,

alla terra di quel dolce paese

affidò il corpo, e l’anima sua pura

al suo gran capitano Gesù Cristo,

sotto le cui bandiere

aveva così a lungo combattuto.

BOLINGBROKE -

Che, vescovo! Norfolk è dunque morto?

CARLISLE -

Morto, com’io son vivo, monsignore.

BOLINGBROKE -

Guidi l’anima sua la dolce pace

nel grembo del buon vecchio padre Abramo.

Quanto alle vostre sfide, miei signori,

per ora restino tutte sospese:

fisserò io le date delle prove.

Entra YORK

YORK -

Grande Duca di Lancaster,

io vengo a te da parte di Riccardo,

senza più penne, che ben volentieri

ti adotta come suo diretto erede,

e rimette nella regal tua mano

il suo augusto scettro.

Ascendi dunque al trono d’Inghilterra

come suo successore, e vivi a lungo,

Enrico, quarto re di questo nome.(89)

BOLINGBROKE -

E nel nome di Dio Onnipotente,

io m’accingo a salire al regal seggio.

CARLISLE -

Dio non lo voglia!... Di tutti il più umile

in mezzo a tanta regal compagnia,

io son però colui che più s’addice

di parlare e di dir la verità.

Dio volesse che alcuno dei presenti

in questo nobilissimo consesso

trovasse in sé abbastanza nobiltà

per levarsi, sereno ed imparziale,

a giudice del nobile Riccardo:

quella sua nobiltà gli detterebbe

di astenersi da un tale empio sopruso.

Ma a qual suddito è dato

di pronunziar sentenza sul suo re?

E di quanti son qui

chi non è suddito di re Riccardo?

Nemmeno i ladri sono giudicati

senz’essere ascoltati,

per manifesta che sia la lor colpa.

Ed un re, ch’è l’immagine vivente

della maestà di Dio Onnipotente,

il suo primo soldato sulla terra,

il suo luogotenente, il suo vicario

unto dall’olio santo, incoronato,

da tanti anni insediato nel trono,

come può, dico, venir giudicato

dal subalterno accento d’un suo suddito,

e in sua assenza?... Dio Onnipotente,

non permettere che in cristiana terra

anime battezzate faccian mostra

d’una sì empia, odiosa, oscena azione!

Io parlo a sudditi, io stesso suddito,

sì arditamente per il mio sovrano

perché mi sento ispirato da Dio.

Questo Enrico, che voi chiamate re,

è un turpe traditore del suo re

ch’è anche re dell’orgoglioso Hereford.

E se a questo darete la corona,

questa è la predizione ch’io vi faccio:

sangue inglese concimerà la terra

per questa turpe azione, e gemeranno

per tale crimine le età future.

La pace andrà a dormire il proprio sonno

tra i turchi e gl’infedeli,

e in questa terra già nido di pace

una serie di guerre tumultuose

metterà contro fratelli a fratelli,

e famiglie a famiglie d’un sol sangue.(90)

Qui siederanno allora la rivolta,

lo scompiglio, l’orrore, la paura,

e faranno di questa terra un Golgota,

campo dei teschi degli inglesi uccisi.

Oh, se solleverete questa casa

contro quest’altra casa,

sarà la più funesta spaccatura

che mai colpì questa dannata terra.

Impeditelo, non lo permettete!

Fate del tutto perché non accada,

che i vostri figli ed i figli dei figli

non vi gridino la maledizione!

NORTHUMBERLAND -

Bella perorazione, monsignore!

E noi, in compenso di tanta fatica,

vi arrestiamo per alto tradimento.

A voi, signor Abate di Westminster

l’incarico di prenderlo in custodia

fino al dì del processo.

Signori, ora vogliate compiacervi

di accoglier la richiesta dei Comuni.(91)

BOLINGBROKE -

Voglio che sia condotto qui Riccardo

a confermar la sua abdicazione

avanti a tutti,

che non rimanga più alcun sospetto.

YORK -

Vado a prenderlo ed a scortarlo qui.

(Esce)

BOLINGBROKE -

Signori, che qui siete sotto arresto,

procuratevi una malleveria

che v’assista nel giorno del processo.

Poco dobbiamo noi al vostro affetto

così come ben poco affidamento

abbiamo sempre fatto su di voi.

Rientra YORK con RE RICCARDO e ufficiali che recano la corona e lo scettro

RICCARDO -

Ahimè, vedermi tratto avanti a un re

prima d’aver rimosso dalla mente

i pensieri del tempo mio di regno!...

Io non conosco l’arte di adulare,

di formular mielate piaggerie,

di chinare la schiena ed i ginocchi:

sia dato almeno il tempo alla mia pena

d’iniziarsi a una tal sottomissione.

Eppure le sembianze di questi uomini

me le ricordo bene. Erano i miei.

Gli stessi che gridavan: "Viva il re!"

Giuda fece lo stesso con il Cristo;

solo che dei suoi dodici seguaci

tutti egli ebbe fedeli, meno uno:

con me, nessuno su dodicimila!

"Dio salvi il re!"... Nessuno dice "amen"?

Tocca a me far da prete e da sacrista?

Amen, allora! Che Dio salvi il re!

Il re non son più io? Amen lo stesso,

se per tale mi tiene ancora il Cielo!

Per qual bisogna sono qui chiamato?

YORK -

Per ripetere in pubblico

l’offerta che di sua libera scelta

vostra maestà ha già fatto

di rinunciare al titolo di re

in favore del Duca Enrico Bolingbroke.

RICCARDO -

(A un ufficiale)

Datemi la corona.

(L’ufficiale gli porge la corona)

(A Bolingbroke)

Ecco, cugino,

afferrala: la mano mia di qua,

la tua di là... Questa corona d’oro

ora somiglia ad un profondo pozzo

con due secchi che scendono giù a turno:

uno vuoto, che dondola nel vuoto,

l’altro, non visto, in fondo, colmo d’acqua.

Il secchio che va giù, pieno di lacrime,

son io, che delle mie profonde pene

m’abbevero; tu sei quello che sale.

BOLINGBROKE -

Vi credevo disposto alla rinuncia.

RICCARDO -

Alla corona, sì; ma le mie pene

restano e resteranno sempre mie.

Voi potete spogliarmi dei miei titoli,

della mia maestà, delle mie glorie:

delle mie pene, no, perché di queste

ancora e sempre sarò io il re.

BOLINGBROKE -

Con la corona, voi cedete a me

una parte di queste vostre cure.

RICCARDO -

Quelle cure che tu t’accolli, in alto,

non m’alleviano delle mie qui in basso.

La mia cura è la perdita di cure,

ora che ogni altra cura se n’è andata;

la tua cura è l’acquisto di altre cure

che tanta cura hai messo a perseguire.

Io mi tengo anche quelle che ti cedo;

restano ancor con me,

se pur s’attengono alla corona.

BOLINGBROKE -

Siete d’accordo a ceder la corona?

RICCARDO -

Sì, no; no, sì... Perch’io non son più nulla,

non debbo dire né sì e né no,

perciò no, no: io mi rassegno a te.(92)

Attento ora a come mi disfaccio:

mi tolgo via dal capo questo peso,

dalla mia mano questo scettro incomodo,

dal mio cuore l’orgoglio del potere.

Con le mie stesse lacrime

mi lavo l’olio della sacra unzione.

Di mia mano consegno la corona.

Con la mia stessa lingua

rinnego il mio potere sconsacrato.

Con il mio fiato sciolgo i giuramenti,

rimetto a tutti i voti di lealtà,

ripudio fasto e dignità regale,

rinuncio ai miei castelli, alle mie rendite,

revoco atti, statuti, decreti.

Voglia Dio perdonare i violatori

di tutti i giuramenti fatti a me,

e mantenere quelli fatti a te

inviolati; concedere a me

che ormai non ho più nulla

di non avere a dolermi di nulla;

a te, che tutto ormai hai conseguito,

di tutto rallegrarti.

Possa tu vivere e sedere a lungo

sul trono di Riccardo,

e Riccardo giacere quanto prima

supino al fondo di terragna fossa.

"Dio salvi Enrico re!",

dice lo spodestato re Riccardo,

"e a lui mandi molti anni

di radiose giornate". Che più resta?

NORTHUMBERLAND -

Nient’altro, solo che leggiate in pubblico

questa sequela di nefandi crimini

da voi commessi e dai seguaci vostri

contro lo Stato e il bene del paese

affinché, per la vostra confessione,

possano tutti giudicare giusti

i motivi per cui siete deposto.

RICCARDO -

Devo proprio? Disfare innanzi a tutti

il groviglio delle mie debolezze?

Mio gentile Northumberland,

se tutti i torti da te perpetrati

si trovassero scritti in un registro,

li leggeresti tu, senza vergogna,

dinnanzi a così inclito consesso?

Supponiamo che tu potessi farlo:

tu potresti trovare in quell’elenco

un paragrafo atroce

sulla deposizione d’un sovrano

e la rottura del ferreo legame

d’un sacro giuramento, e quel paragrafo

vedresti tinto d’una macchia nera

e condannato nel libro del Cielo.

Anzi, voi tutti qui,

che avete gli occhi fissi su di me,

che abbaio su me stesso

come un cane tenuto alla catena,

pur se alcuno tra voi, come Pilato,

dentro di sé se ne lavi le mani

e al di fuori fa mostra di pietà,

voi tutti qui, come tanti Pilati,

m’avete abbandonato alla mia croce;

e non c’è acqua che tal colpa lavi.

NORTHUMBERLAND -

Via, monsignore, non perdiamo tempo.

Leggete dunque questo documento.

RICCARDO -

Gli occhi mi si riempiono di lacrime,

non posso leggere; ma l’umor salso

non me li rende ciechi fino al punto

ch’io non possa discernere qui attorno

un assortito branco di felloni.

Anzi, se volgo gli occhi su di me,

mi scopro d’essere uno come loro,

per aver consentito alla mia anima

di spogliare di tutta la sua pompa

il corpo d’un sovrano consacrato,

di avvilirne la gloria,

di abbassarne ad un’umil sudditanza

l’orgogliosa maestà,

la potestà al livello d’un bifolco.

NORTHUMBERLAND -

Mio signore...

RICCARDO -

No, no, né tuo signore,

né d’alcun altro, borioso insolente!

Io non ho nessun nome, nessun titolo,

e non ho più nemmeno il nome mio

che mi fu imposto al fonte di battesimo.(93)

Ah, che giorno terribile è mai questo,

che io, con tanti inverni sulle spalle,

non sappia più con che nome chiamarmi!

Oh, fossi un re per gioco, un re di neve,

e dissolvermi in mille gocce d’acqua

al calore del sole di Bolingbroke!

(A Bolingbroke)

O tu, buon re, gran re - seppur non grande

nella bontà - se ancor la mia parola

è moneta che ha corso in Inghilterra,

fammi portare subito uno specchio(94)

ch’io vi possa vedere la mia faccia

com’è, dopo che in essa la maestà

ha fatto bancarotta.

BOLINGBROKE -

Vada qualcuno a prendere uno specchio.

(Esce uno del seguito)

NORTHUMBERLAND -

Intanto, nell’attesa dello specchio,

mio signore, leggete questa carta.

RICCARDO -

Demonio! Vuoi già darmi il tuo tormento

avanti ch’io precipiti all’inferno!

BOLINGBROKE -

Lascia stare, Northumberland, desisti.

NORTHUMBERLAND -

Ma i Comuni non s’accontenteranno.

RICCARDO -

I Comuni saranno soddisfatti

perch’io leggerò loro quanto basta,

quando avrò sotto gli occhi il vero libro

dove son scritti tutti i miei peccati,

vale a dire me stesso.

(Rientra l’uomo con lo specchio,

Riccardo glielo strappa dalle mani)

Qua quello specchio! È qua ch’io voglio leggere.

(Guardandosi allo specchio)

Come! Non più scavata di così

la mia faccia? Con tanti colpi inferti,

non vi lasciò il dolor più grossa traccia?

Ah, specchio adulatore, tu m’inganni

come facevano i miei cortigiani

nella felice stagion del mio regno.

Era questa la faccia che, ogni giorno,

provvedeva per diecimila uomini

sotto il tetto della sua stessa casa?

La stessa che, radiosa come un sole,

costringeva chiunque la guardasse

ad abbassar le palpebre?

Che s’è allietata di tante follie

per abbassarsi infine avanti a Bolingbroke?

Fragile gloria splende in questa faccia,

fragile com’è fragile la gloria!

(Scaglia lo specchio a terra)

Eccoti frantumato in mille pezzi!

Annota, re votato ormai al silenzio,(95)

la morale di tutto questo scherzo:

con qual rapidità

il dolore ha distrutto la mia faccia.

BOLINGBROKE -

(Indicando lo specchio in frantumi)

Quella era l’ombra della vostra faccia

e a distruggerla, come avete fatto,

è stata l’ombra del vostro dolore.(96)

RICCARDO -

L’ombra del mio dolore... Sì, ripetilo...

Ah, sì, vediamo, è vero, è proprio vero!

Il mio dolore infatti è tutto dentro

e queste forme esterne

sono soltanto ombre della pena

che non si vede e che cresce in silenzio

all’interno dell’animo straziato.

È là l’essenza vera del dolore;

e grazie, o re, alla tua munificenza

che mi fornisce non solo le cause

dei miei lamenti, ma m’insegna il modo

anche di lamentare quelle cause.

Ti chiedo solo una grazia, e poi vado,

non ti disturbo più. Posso ottenerla?

BOLINGBROKE -

Senz’altro. Ditela, gentil cugino.

RICCARDO -

"Gentil cugino"... Sono più d’un re!

Quand’ero re, i miei adulatori

non erano che sudditi;

ed ora che son divenuto suddito,

ho come adulatore un re. Ma allora,

quale bisogno ho io di supplicare

per una grazia, se son così grande?

BOLINGBROKE -

Chiedete, ad ogni modo.

RICCARDO -

Ed otterrò?

BOLINGBROKE -

Ma certo!

RICCARDO -

Allora lasciami andar via.

BOLINGBROKE -

Dove?

RICCARDO -

Dove vorrai, purché lontano

il più possibile dalla tua vista.

BOLINGBROKE -

(A quelli del seguito)

Allora accompagnatelo alla Torre!

RICCARDO -

Oh, bene: "accompagnatelo!"

Potevi dir "rubatelo", piuttosto,

perché qui siete tutti quanti ladri,(97)

voi che con tanta rapida destrezza

salite perché un vero re discende.

(Esce scortato da alcune guardie e da alcuni pari)

BOLINGBROKE -

Stabiliamo che mercoldì venturo

abbia solennemente luogo il rito

dell’incoronazione...

Signori, preparatevi.

(Escono tutti meno il Vescovo di Carlisle,

l’abate di Westminster e Lord Aumerle)

WESTMINSTER -

Doloroso spettacolo!

CARLISLE -

E foriero di chi sa che sciagure.

I figli che non sono ancora nati

dovran sentire nelle loro carni

le trafitture di questa giornata!

AUMERLE -

Sacri prelati, ma non c’è alcun piano

per cancellare da questo paese

l’onta di questa perniciosa macchia?

WESTMINSTER -

Signore, prima ch’io vi possa dire

liberamente il mio pensiero in merito,

voglio che mi facciate giuramento

non solo di tener sepolti in voi

i miei piani segreti, ma altresì

di dichiaravi pronto a porre in atto

qualunque cosa io possa progettare.

Vedo le vostre fronti corrucciate,

specchio dei vostri cuori esacerbati,

i vostri occhi offuscati dalle lacrime...

Venite a cena da me questa sera:

vi esporrò un piano che aprirà la via

a giorni più felici per noi tutti.

(Escono)


ATTO QUINTO

SCENA I

Londra, una via che mena alla Torre.

Entra la REGINA con alcune DAME.

REGINA -

Ecco, da qui deve passare il Re;

questa è la via che conduce alla Torre,

questa funesta Torre,

fatta erigere un dì da Giulio Cesare,(98)

e dentro le cui viscere di pietra

è condannato a viver prigioniero

lo spodestato sposo mio signore,

per volontà del tracotante Bolingbroke.

Ecco, sediamoci un momento qui,

se ancora questa sediziosa terra

sa offrire un lembo in cui possa sostare

la moglie del legittimo suo re.

Entra RICCARDO scortato da una guardia

Eccolo là, guardate...

- anzi, no, non guardate, non guardate -

come appassisce la mia bella rosa!...

Ma sì, levate gli occhi su di lui,

sì che possiate sciogliervi in rugiada

dalla pietà e ridare a quella rosa

la freschezza di amorose lacrime...(99)

(Avvicinandosi a Riccardo)

O tu, modello di quella ruina

in cui rifulse tutta la grandezza

di Troia antica, atlante dell’onore,

tomba di re Riccardo non più re!

Tu, bellissimo ostello,

perché dovresti dare ricettacolo

nel tuo interno all’attristata ambascia,

mentre il trionfo è diventato l’ospite

d’uno spaccio di birra?

RICCARDO -

Non ti fare alleata del dolore,

cara, ad accelerare la mia fine.

Cerca di abituarti, anima bella,

a pensare al trascorso nostro stato

come ad un dolce sogno,

pure se la cruda realtà al risveglio

non ci mostra che questo.

Dolcezza mia, io son compagno d’armi

d’un destino beffardo, a lui legato

sarò fino alla morte. Torna in Francia,

e trova asilo in qualche monastero:

una vita vissuta santamente,

quando saremo in un diverso mondo,

ci farà conquistar quella corona

che ci hanno in questo strappato dal capo

l’ore da noi vissute nel profano.

REGINA -

E che! Tanto malato e indebolito

nell’anima e nel corpo è il mio Riccardo?

Bolingbroke ha deposto il tuo intelletto?

È penetrato al fondo del tuo cuore?

Il leone morente, a non far altro,

avventa l’unghia al suolo e lo ferisce,

rabbioso di sentirsi sopraffatto;

e tu, come un contrito scolaretto,

accetti docilmente il tuo castigo,

baci la sferza e, avanti all’altrui collera,

vai strisciando con vile umiliazione?

Tu, il leone, tu, il re degli animali?

RICCARDO -

Hai detto bene: re degli animali!

Se non fossero stati tutti bestie,

sarei ancora un re felice d’uomini.

Ma tu, cara, che già fosti regina,

prepàrati a partire per la Francia.

Fa’ conto ch’io sia morto,

e di ricever l’ultimo mio addio,

come fosse dal mio letto di morte.

Nelle tediose tue notti d’inverno

siediti accanto al fuoco,

in mezzo alla tua vecchia brava gente,

fatti da loro raccontare storie

di tempi dolorosi ormai lontani;

e prima di dir loro "buona notte",

per ricambiarli delle lor tristezze

racconta la mia storia lamentevole,

e tutti se n’andranno a letto in lacrime;

giacché perfino gli inerti tizzoni

ai tristi accenti delle tue parole

avranno un empito di compassione

e spegneran la brace con il pianto;

e qual per lutto si volgerà in cenere

quale in nero carbone

nell’ascoltare come fu deposto

un legittimo re.

Entra NORTHUMBERLAND con una scorta

NORTHUMBERLAND -

Bolingbroke ha mutato idea, signore:

non alla Torre voi dovete andare,

ma al castello di Pomfret (100).

S’è disposto, signora, anche per voi:

che partiate senz’altro per la Francia.

RICCARDO -

Tu sei stato, Northumberland, la scala

per la quale il prevaricante Bolingbroke

ora sale al mio trono;

ma il tempo non sarà molto più vecchio

di molte ore da questa in cui ti parlo

che questo turpe, immondo tuo peccato,

giunto al suo punto di suppurazione

scoppierà marcio come un gran bubbone.

Quand’anche egli divida il suo potere

con te, metà e metà,

tu penserai che aver quella metà

è misero compenso per l’aiuto

che gli hai prestato a conquistarlo tutto;

lui, dal suo canto, penserà che tu,

da quell’esperto che ti sei mostrato

nell’arte d’insediare re illegittimi,

saprai trovare il modo anche per lui,

per poco ch’egli te ne dia lo spunto,

di farlo stramazzare a capofitto

dall’usurpato trono.

L’amore tra due uomini malvagi

si converte in reciproca paura,

e la paura si converte in odio,

e l’odio getta entrambi, o l’uno d’essi,

in pericolo e meritata morte.

NORTHUMBERLAND -

Bene, ricada pure la mia colpa

sul mio capo, e facciamola finita!

Ora ditevi addio e separatevi,

perché dovete separarvi e subito.

RICCARDO -

Eccomi doppiamente divorziato.

Empia genia, voi violate così

una duplice sacrosanta unione:

quella tra me e la mia corona, prima,

e poi tra me e la donna ch’è mia sposa!

Vieni, mia sposa, il vincolo giurato

che ci ha tenuti uniti fino ad oggi

sciogliamo con un bacio,

anche se con un bacio esso fu stretto.

(Si baciano)

Ora puoi separarci, Lord Northumberland:

io, verso settentrione,

dove malaria e brividi di freddo

fanno il clima malsano;

mia moglie in Francia, donde era passata

in Inghilterra in fasto di regina,

adorna e bella come il dolce maggio,(101)

e dove adesso è da voi rinviata

come il giorno dei morti

o come il giorno più breve dell’anno.

REGINA -

E dobbiam separarci? Esser divisi?

RICCARDO -

Sì, purtroppo, amor mio,

mano da mano, ahimè, cuore da cuore.

REGINA -

(A Northumberland)

Esiliateci entrambi,

e mandate in esilio il re con me.

NORTHUMBERLAND -

Sarebbe certamente un po’ più umano,

ma assai meno politico, signora.

REGINA -

Lasciate, allora, ch’io vada con lui.

RICCARDO -

Così piangendo insieme,

faremo in due un unico dolore.

Piangi tu per me in Francia,

io per te qui. Molto meglio lontani,

se vicini non si può stare insieme.

Va’, misura i tuoi passi

coi tuoi sospiri; io farò dei miei

la stessa cosa con i miei lamenti.

REGINA -

E più lunghi saranno i miei ed i tuoi

quanto più lungo ci sarà il cammino.

RICCARDO -

Io gemerò due volte ad ogni passo,

il mio cammino essendo assai più breve;

lo allungherà l’angoscia del mio cuore

con il suo peso... Su, anima mia,

non stiamo a corteggiar troppo il dolore;

perché, sposandolo, è di tal lentezza

che sarà poi fatica liberarcene (102).

Chiudiamoci la bocca con un bacio,

così...

(Si baciano)

... e separiamoci in silenzio..

Ti do così il mio cuore, e prendo il tuo.

REGINA -

No, quello mio ridammelo.

Non è giusto ch’io prenda su di me

di tenermi il tuo cuore per ucciderlo.

(Si baciano ancora)

Ecco, così me lo sono ripreso.

Ed ora va’, ch’io possa ancora ucciderlo

ma con un gemito.

RICCARDO -

Con questi indugi

facciamo del dolore un gioco frivolo.

Ancora addio. Dica il dolore il resto.

SCENA II

Il palazzo del Duca di York

Entrano il DUCA e la DUCHESSA di YORK

DUCHESSA -

M’avevate promesso, mio signore,

quando il pianto vi fe’ troncare il filo

della storia dei nostri due cugini

al lor ritorno a Londra,

che m’avreste poi raccontato il seguito.

YORK -

Dov’è che l’interruppi?

DUCHESSA -

A quel triste momento, mio signore,

che da mani villane ed incivili

si buttava sul capo a Re Riccardo

dalle finestre cenere e rifiuti.

YORK -

Allora, come vi dicevo, il Duca,

il grande Bolingbroke, montato in sella

ad un destriero ch’era tutto fuoco,

e pareva anche lui tutto compreso

dell’alterigia del suo cavaliere,

con andatura lenta e maestosa

teneva il passo, mentre mille voci

gli gridavano: "Dio ti salvi, Bolingbroke!"

Avreste detto che anche le finestre

fossero tutte un grido, tanti gli occhi

di giovani e di vecchi tripudianti

che dardeggiavano dai davanzali,

tutti desiderosi di lanciarsi

su quella faccia; e che gli stessi muri

tutti ornati con fantasie dipinte

gridasser tutti insieme: "Benvenuto!

Gesù ti benedica, Enrico Bolingbroke!"

mentr’egli, a testa nuda,

ed or di qua ed or di là voltandosi,

a loro si chinava giù del collo

di quel suo scalpitante palafreno

dicendo: "Grazie, grazie, cittadini!",

e così sempre facendo, passava oltre.

DUCHESSA -

Ah, povero Riccardo!

E lui, frattanto, come procedeva?

YORK -

Come a teatro, quando esce di scena

l’attore favorito, tutti gli occhi

danno appena uno sguardo noncurante

su quello ch’entra dopo, già pensando

di restare annoiati alle sue chiacchiere,

così, e con fare ancora più sprezzante,

sogguardavano il nobile Riccardo

gli occhi di tutti. Nessuno tra loro,

che gridasse anche a lui un: "Dio ti salvi",

nessuna lingua che, con lieto accento,

gli volesse gridare un " bentornato";

anzi, sopra il suo capo consacrato

gli buttavano cenere,

ch’egli, con mite smorfia di dolore,

si scuoteva di dosso rassegnato,

combattuto fra lacrime e sorriso

- segni d’interna angoscia e tolleranza -

talché se tutti i cuori ch’eran lì,

se Dio, per qualche suo alto disegno,

non li avesse induriti come acciaio,

avrebbero dovuto intenerirsi,

ché a quella vista la stessa barbarie

avrebbe avuto un moto di pietà.

Ma in queste cose ha la sua mano il cielo

ed alla sua suprema volontà

noi dobbiamo inchinarci rassegnati.

A Bolingbroke abbiamo ora giurato

fedele sudditanza: il suo potere

io riconosco e la sua dignità.

Entra AUMERLE

DUCHESSA -

Ecco mio figlio Aumerle.

YORK -

Fu Aumerle,

questo titolo ormai egli ha perduto

per la sua amicizia con Riccardo.

Dovrete d’ora in poi chiamarlo Rutland (103),

mia signora. Mi son fatto garante

in Parlamento della sua lealtà

e costanza di fede al nuovo re.

DUCHESSA -

Salute, figlio mio. Quali violette

ornano il manto della giovinetta

primavera?

AUMERLE -

Lo ignoro, madre mia,

né me ne importa molto.

Dio sa se m’è del tutto indifferente

esser uno e nessuno di quel numero.

YORK -

Bravo, ma bada a comportarti bene

in questa nostra nuova primavera,

che non ti càpiti d’esser falciato

prima che nasca il fiore dal tuo boccio.

Che notizie da Oxford?

Quelle giostre e tornei avranno luogo?

AUMERLE -

Ch’io sappia, mio signore, puntualmente.

YORK -

Ci sarai anche tu, per quanto so.

AUMERLE -

Ne ho intenzione, se Dio non lo vieta.

YORK -

Ma cos’è quel sigillo

che vedo penderti fuori dal petto?

E che! Impallidisci?... Andiamo, su,

fammi vedere che c’è in quella scritta.

AUMERLE -

È nulla, mio signore...

YORK -

Se è nulla, poco importa chi la vede.

Mi voglio sincerare. Fa’ vedere.

AUMERLE -

Supplico vostra grazia di scusarmi.

È cosa che non ha molta importanza,

che per qualche ragione

vorrei non fosse vista da nessuno.

YORK -

E ch’io, tuo padre, per qualche ragione

voglio vedere. Ho paura, ho paura...

DUCHESSA -

Di che cosa dovresti aver paura?

Si tratterà di qualche obbligazione

per procurarsi un bell’abbigliamento

da indossare per i festeggiamenti.

YORK -

Obbligazione verso se medesimo?

Che ci fa lui con un’obbligazione

a se stesso? Non esser sciocca, moglie.

Ragazzo, fammi veder quello scritto.

AUMERLE -

Vi scongiuro, scusatemi. Non posso.

YORK -

Ed io voglio vedere che cos’è.

Fa’ vedere, ti dico.

Gli strappa il cartiglio sigillato(104) dal petto,

lo legge e subito esclama:

Oh, tradimento!

Infame tradimento! Traditore!

vile furfante!

DUCHESSA -

Che c’è, mio signore?

YORK -

(Chiamando)

Ehi, là, oh, oh! Non c’è nessuno in casa?

Entra un servo

Sellatemi il cavallo! Dio, pietà,

qual perfidia dev’esserci qui sotto!

DUCHESSA -

Si può sapere che c’è, mio signore?

YORK -

Sellatemi il cavallo! Gli stivali!

(Esce il servo)

Ribaldo! Sul mio onore, la mia vita,

sulla mia gola, vado a denunciarlo!

DUCHESSA -

Si può sapere, insomma, che è successo?

YORK -

Zitta, femmina sciocca!

DUCHESSA -

Zitta un corno!

Voglio sapere. Che è successo, Aumerle?

AUMERLE -

Madre mia, state calma.

Niente di più di quanto può rispondere

la mia povera vita.

DIUCHESSA -

La tua vita!

YORK -

I miei stivali, dico! Andrò dal re.

Entra un servo con gli stivali

DUCHESSA -

(Cercando di impedire al servo che dia gli stivali al marito)

Picchia quest’uomo, Aumerle!

Povero mio ragazzo, sei intontito...

(Al servo)

Via di qua, tu, canaglia!

E non venirmi più davanti agli occhi.

(Strappa gli stivali dalle mani del servo, che esce)

YORK -

Dammi quegli stivali.

DUCHESSA -

Insomma, York, che cosa intendi fare?

Non vuoi saperne di tener celata

la trasgressione del tuo proprio sangue?

Abbiam forse altri figli?

O non siam più ormai in età di averne?

Non è stata la mia fecondità

ingoiata dal tempo?

E vuoi strappare tu alla mia vecchiaia

questo bel figlio mio,

e privarmi del bel nome di madre?

Non è simile a te? Non è tuo sangue?

YORK -

Insensata, demente d’una femmina!

Vuoi tu coprir questa losca congiura?

(Mostrandole il cartiglio strappato al figlio)

Qui sono una dozzina che han giurato

a mani giunte e messo per iscritto

d’assassinare il re alla festa d’Oxford.

DUCHESSA -

Lui non sarà del numero.

Lo tratterremo qui. Chi può incolparlo?

YORK -

Va’, va’, insensata donna!

Fosse anche venti volte figlio mio,

correrei ugualmente a denunciarlo.

DUCHESSA -

Avessi urlato tu per questo figlio

com’io nel partorirlo,

ti mostreresti adesso più pietoso.

Ah, sì, ora capisco quel che pensi:

tu sospetti ch’io sia stata infedele

al tuo letto, e che lui non sia tuo figlio.

Mio caro York, dolce marito mio,

allontana da te questo pensiero;

somiglia a te come può uomo a uomo;

non a me, né ad alcuno di mia razza.

Ma io lo amo.

YORK -

Togliti di mezzo,

femmina scervellata e petulante!

(Esce precipitosamente)

DUCHESSA -

Corrigli dietro, Aumerle.

Galoppa a tutto sprone

e va’ dal re a chiedergli perdono,

prima che giunga lui ad accusarti.

Io ti seguo. Con tutto che son vecchia,

so cavalcare almeno come York;

e non rialzerò le mie ginocchia

davanti a Bolingbroke, se prima questi

non t’abbia perdonato. Corri, va’!

(Escono)

SCENA III

Il castello di Windsor

Entrano BOLINGBROKE, in paramento da re, PERCY e altri nobili

BOLINGBROKE -

Possibile che non ci sia nessuno

che sappia darmi una qualche notizia

di quello scioperato di mio figlio?

Tre interi mesi che non lo rivedo.

Se un flagello m’incombe, quello è lui (105)!

Vorrei, signori, che alcuno di voi

potesse andarne in cerca e rintracciarlo.

Cercate in tutta Londra,

specie nei bassifondi e le taverne,

perché è là ch’egli bazzica, mi dicono,

con compagnacci rotti a tutti i vizi,

addirittura quelli che, di notte,

si dice che s’appostino nei vicoli

per rapinar le guardie ed i passanti;

e lui, viziato e debole novizio,

si fa un punto d’onore a dare mano

ad una sì dissoluta congrega.

PERCY -

Mio signore, saranno ora due giorni,

ho visto io il principe,

e gli ho parlato di questi tornei

che si terranno ad Oxford.

BOLINGBROKE -

E che cosa v’ha detto, il bellimbusto?

PERCY -

M’ha risposto che andava al lupanare

e che, sfilato un guanto dalla mano

della più bassa pulzella del posto,

se lo sarebbe infilato sull’elmo

a testimone dei di lei favori,

e con quel guanto di puttana in testa

si sarebbe sentito di sfidare

e scavallare il miglior cavaliere.

BOLINGBROKE -

Altrettanto vizioso che smargiasso!

E tuttavia attraverso questi vizi

scorgo qualche favilla di speranza

d’una vita migliore

che l’età può far ben maturare.

Ma chi vedo arrivare?

Entra AUMERLE stravolto

AUMERLE -

Dov’è il re?

BOLINGBROKE -

Che mai vorrà questo nostro cugino

che arriva qui con gli occhi stralunati

e con lo sguardo fisso da demente?

AUMERLE -

Dio salvi Vostra Grazia!

Vengo qui a chiedere a vostra maestà

di concedermi un breve abboccamento,

segretamente.

BOLINGBROKE -

Bene, voi signori,

per favore lasciateci un momento.

(Escono Percy e gli altri nobili)

AUMERLE -

Le mie ginocchia mettan le radici

per sempre qui, incollata al palato

mi rimanga la lingua, mio signore,

s’io m’alzerò o pronuncerò parola,

prima d’esser stato perdonato.

BOLINGBROKE -

Per una colpa solo intenzionale

o per azione diggià perpetrata?

Nel primo caso, per grave che sia,

non esito a concederti il perdono,

per acquistarne affetto e gratitudine.

AUMERLE -

Permettete ch’io chiuda quella porta

a chiave, che nessuno possa entrare

prima ch’abbia finito di parlarvi.

BOLINGBROKE -

Va bene, chiudi pure.

Come Aumerle ha chiuso, si sente bussare alla porta, e la voce del DUCA DI YORK che grida da fuori:

YORK -

Attento, Sire! Statti bene in guardia!

Davanti a te, costà, c’è un traditore!

BOLINGBROKE -

(Mettendo mano alla spada)

Ribaldo! Ti sistemo io, adesso!

AUMERLE -

No, ferma quella tua vindice mano!

Non hai nessun motivo di temere.

YORK -

(Da fuori)

Apri, re credulone e temerario!

O mi costringi per amor di suddito,

a parlarti con modi irriverenti!(106)

Apri la porta, o ch’io la mando in pezzi!

BOLINGBROKE -

(Apre la porta e lascia entrare York, poi la richiude a chiave)

Che c’è, zio? Dite, riprendete fiato.

Parlate: che pericolo c’incombe,

perché possiamo armarci ad affrontarlo?

YORK -

Toh, leggi qua, ed apprendi da te stesso

il tradimento: l’affannosa corsa

mi toglie il fiato per dirtelo a voce.

AUMERLE -

Ricorda, mentre leggi, la promessa

che m’hai fatta testé. Io son pentito.

Fa’ come se il mio nome non figuri

in calce a quello scritto; il cuore mio

non è più complice della mia mano.

YORK -

Lo è stato, sciagurato,

prima che la tua mano lo firmasse.

Gliel’ho strappato di mano, signore:

adesso è la paura, non l’affetto

la causa della sua resipiscenza.

Dimentica d’avergli perdonato,

che la clemenza non ti si riveli

come un serpente che ti morda il cuore.

BOLINGBROKE -

Congiura odiosa, grave ed ambiziosa!

O tu, leale e fedel genitore

d’un figlio traditore,

tu, chiara, pura, immacolata polla

donde s’è originato questo rivolo

che poi s’è aperto il corso deviando

per limacciosi, torbidi meandri;

la piena straripante del tuo bene

s’è convertita in male,

ma la bontà che alberga nel tuo cuore

saprà scusare questa brutta macchia

del tuo traviato figlio.

YORK -

No, signore,

costringerei così la mia virtù

a fare da ruffiana al di lui vizio,

ed egli andrà spacciando il nome mio

pel mondo insieme con la sua vergogna,

come fan certi figli spendaccioni,

che scialacquano tutto il patrimonio

raggranellato dal padre frugale.

No, no, l’onore mio tornerà a vivere

il giorno che morrà tanto disdoro;

o questa vita mia si giacerà

nella vergogna del suo disonore.

Uccidi me, se salvi a lui la vita.

Facendogli la grazia del respiro,

tu lasci in vita un bieco traditore,

e metti a morte un tuo fedele suddito.

(Bussano alla porta)

DUCHESSA -

(Da dentro)

Oh, mio signore, lasciatemi entrare!

Per l’amore di Dio, fatemi entrare!

BOLINGBROKE -

Qual supplicante con sì acuta voce

manda da fuori queste ansiose grida?

DUCHESSA -

(Da fuori)

Una donna, tua zia, possente re!

Son io, debbo parlarti, abbi pietà!

Apri. Viene da te per mendicare

una che non ha steso mai la mano.

BOLINGBROKE -

Sta’ a vedere che questa nostra scena

da tanto seria e tragica qual era

si muta ne "La Mendicante e il Re"!(107)

(A Aumerle)

Apri, pericoloso mio cugino,

falla entrare; tua madre viene qui

certamente, capisco, ad intercedere

presso di me per il tuo odioso crimine.

YORK -

Se tu perdoni chiunque interceda,

chi sa quanti altri orribili misfatti

la tua clemenza farà prosperare.

Quest’arto è infetto: una volta amputato,

tutto il resto del corpo resta sano;

risparmiato, corrompe tutto il corpo.

(Aumerle apre la porta)

Entra la DUCHESSA

DUCHESSA -

Non date ascolto a questo cuor di pietra,

Sire. L’amore che non ama i suoi

non è capace d’amar nessun altro.

YORK -

Che fai tu qui, femmina scervellata?

Vogliono forse quei tuoi vizzi seni

allevare di nuovo un traditore?

DUCHESSA -

Dolce York, sii paziente.

E tu mio buon sovrano, dammi ascolto.

(S’inginocchia)

BOLINGBROKE -

(Sollevandola)

Su, su, mia cara zia.

DUCHESSA -

No, ti supplico,

non ancora: starò davanti a te

a trascinarmi in ginocchio in eterno,

e non vorrò veder giorno felice

finché non m’avrai imposto tu la gioia

di concedere il tuo perdono a Rutland,

a questo mio colpevole figliolo.

AUMERLE -

Mi unisco alla preghiera di mia madre,

e piego insieme a lei i miei ginocchi.

(S’inginocchia)

YORK -

E contro l’una e l’altro io piego i miei

che ti sono fedeli, innanzi a te.

(S’inginocchia anch’egli)

Se accorderai la grazia a questi due,

ti verrà male.

DUCHESSA -

Supplica sul serio?

Guardalo in faccia: nemmeno una lacrima.

Le sue preghiere sono sol per finta;

le sue parole vengon dalla bocca,

le nostre ci prorompono dal cuore.

Egli ti prega senza convinzione,

sperando di non essere esaudito:

non ti preghiamo col cuore e con l’anima,

con tutti noi. Le sue ginocchia stanche,

lo so, non vedon l’ora di rialzarsi:

le nostre resterebbero piegate

fino a mettere le radici in terra.

Le sue preghiere sono ipocrisia;

le nostre piene di sincero zelo

e di profonda, sincera onestà.

Esse soverchiano d’assai le sue;

fa che incontrino dunque quella grazia

che attende chi con vera fede prega.

BOLINGBROKE -

Bene, alzatevi adesso, cara zia.

DUCHESSA -

Non: "alzatevi"; di’ prima: "perdono"!

Foss’io la tua nutrice,

e dovessi insegnarti a sillabare,

"perdono" è la parola

che dovresti imparare a pronunciare

per prima. Mai ho tanto sospirato

d’udire pronunciare una parola!

Pronunciala, mio Sire, di’: "perdono",

e ad insegnartelo sia la pietà;

è una parola breve,

ma più che breve, è una parola dolce;

e nessuna parola sta sì bene

sulla bocca d’un re, come "perdono".

YORK -

Dilla in francese, o re: "pardonnez-moi".

DUCHESSA -

Ah, crudele marito cuordipietra!

Tu vuoi mutar "perdono" in "non perdono",(108)

mettere addirittura la parola

contro se stessa!...(109) No, niente francese!

Di’: "perdono", mio re,

come si dice dalle parti nostre;

perché questo francese a doppio taglio

noi non lo comprendiamo...

Ah, gli occhi tuoi accennano a parlare:

presta loro la lingua,

e intanto appòggiati l’orecchio al cuore,

sì che pietà, sentendolo trafitto

dalle preghiere nostre e dai lamenti,

possa spinger la lingua a pronunciarla,

quella parola.

BOLINGBROKE -

Su, su, zia, alzatevi.

DUCHESSA -

Io non ti chiedo di dirmi di alzarmi:

ti chiedo solo di dirmi: "perdono".

Tutto quello che voglio è il tuo perdono.

BOLINGBROKE -

Ebbene, gli perdono.

E così spero mi perdoni Iddio.

DUCHESSA -

(Alzandosi)

Oh felice successo d’una supplica!

Son tutta ancor gelata di paura.

Ripetilo: due volte dir: "perdono"

non vuole dir perdonare due volte,

ma rafforzare il perdono già dato.

BOLINGBROKE -

Gli ho perdonato, via, con tutto il cuore.

DUCHESSA -

Un dio in terra, ecco cosa sei!

BOLINGBROKE -

Quanto agli altri, però, di quella cricca,

il nostro fido cognato e l’Abate,(110)

sentiranno abbaiarsi alle calcagna

molto presto la loro distruzione.

Buon zio, provvedi ad inviare a Oxford,

o dovunque si siano rintanati,

forze adeguate: non c’è luogo al mondo

dov’io, lo giuro, non saprò raggiungerli.

Arrivederci, zio. Cugino, adieu.

Tua madre ha ben pregato. Ora sta a te

di dimostrarti un suddito fedele.

DUCHESSA -

Vieni, vecchio bambino di tua madre.

Or non mi resta che pregare Iddio

che faccia di te un uomo tutto nuovo.

(Escono, Re Enrico da una parte, York, la Duchessa di York e Aumerle da un’altra)

SCENA IV

La stessa

Entra Sir Pierce EXTON con un SERVO

EXTON -

Hai sentito quello che ha detto il re?

"Possibile che non ci sia un amico

che voglia liberarmi da quest’incubo

in carne e ossa?" Non disse così?

SERVO -

Esattamente, son le sue parole.

EXTON -

Ha detto proprio: "... non ci sia un amico",

ha insistito due volte. Vero o no?

SERVO -

È vero, sì.

EXTON -

E mentre lo diceva,

guardava me negli occhi, fissamente,

come a dire: "Vorrei che fossi tu

l’uomo disposto a liberarmi il cuore

da tal paura", alludendo a Riccardo,

che sta rinchiuso a Pomfret.

Su, su, ho capito: son io quell’amico

che lo libererà da quel tormento.

(Escono)

SCENA V

Pomfret, un torrione del castello

Entra RE RICCARDO

RICCARDO -

Da qualche tempo vado comparando

il carcere in cui vivo e il mondo esterno;

ma, pensando che il mondo è popolato

e qui dentro non c’è anima viva

all’infuori di me, non ci riesco.

Ma a forza di picchiare su quel chiodo,

dovrò spuntarla. Mi figurerò

come se la mia mente sia la femmina

e il mio spirito il maschio,

e far che messi insieme diano vita

a una generazione di pensieri

che daran vita a loro volta ad altri,

e questi ad altri ancora, e tutti insieme

vengano a popolare il microcosmo

dei miei diversi umori,

come diversa è la gente del mondo;

perché nessun pensiero è soddisfatto.

Quelli della miglior generazione,

come i pensieri delle cose sacre,

si mischiano agli scrupoli, alle ubbie,

fino a mettere Verbo contro Verbo,

come, ad esempio, questo: (111)

"Sinite parvulos venire ad me",

e l’altro: "È più difficile ad un ricco

entrare in Paradiso che a un cammello

attraversare la cruna d’un ago."

I pensieri inclinati all’ambizione

tramano inverosimili ardimenti,

come quello ch’io possa aprirmi un varco

con solo ausilio di queste unghie fragili,

attraverso le costole di pietra

di questo duro mondo ch’è il mio carcere;

e, come l’unghie non sono da tanto,

essi s’estinguono nel loro orgoglio.

I pensieri ispirati a tolleranza

trovan motivo d’autolusingarsi

ch’essi non sono i primi ad esser schiavi

della fortuna, né saranno gli ultimi,

similemente a sciocchi mendicanti

che, messi in ceppi, trovano rifugio

a quell’umiliazione nel pensiero

che molti sono a seder come loro,

e molti ancora saranno; e in quest’idea

trovan qualche sollievo,

trasferendo la propria malasorte

sopra chi ne ha sofferto un’altra simile.

Ed io così mi recito, da solo,

la parte di diversi personaggi,

nessuno soddisfatto del suo stato.

A volte sono un re,

ma subito l’idea del tradimento

mi fa desiderar d’essere un povero,

e tal divengo; ma subito dopo

l’opprimente miseria mi convince

che re è meglio. E re io ridivento

subito dopo, ma poi, ma poi...

penso d’essere stato spodestato

da Bolingbroke, e là non so più nulla.

(Musica da dentro).

Della musica! Qui?... Ma andate a tempo!

Anche la dolce musica è sgradevole

se chi suona non tiene bene il tempo

e non osserva bene la misura.

Così è della musica del vivere.

Ed io ho qui tal finezza d’orecchio

da avvertire se c’è una stonatura

in una corda o non si tiene il tempo;

mentre a tener l’accordo del mio regno

mai m’accadde d’aver sì buon orecchio

da accorgermi le volte che io stesso

andavo fuori tempo.

Ho fatto del mio tempo il peggior uso,

il tempo fa mal uso ora di me.

Il tempo ha fatto di me l’orologio

che ne misura il corso: i miei pensieri

sono i minuti, e a forza di sospiri

accompagnano il loro scorrimento

sul quadrante dei miei occhi veglianti;

ed il mio dito, come una lancetta,

li terge di continuo dalle lacrime,

mentre segnano il battere delle ore

i fragorosi, altissimi lamenti

che batton la campana del mio cuore,

così come sospiri e pianti e gemiti

scandiscono minuti e quarti ed ore. (112)

Ma il mio tempo trascorre di carriera

per la gioia dell’orgoglioso Bolingbroke,

mentr’io me ne sto qui, stupidamente,

a fargli da pupazzo all’orologio...

Ma questa musica mi fa impazzire.

Fatela smettere! Ché se la musica

ha ricondotto i pazzi alla ragione,

con me, sembra che fa impazzire i savi.

Benedizione scenda, in ogni modo,

su chi me ne fa dono,

perché è segno d’amore, e per Riccardo

è un prezioso gioiello, molto raro,

in un mondo tutt’odio come questo.

Entra uno STALLIERE

STALLIERE -

Iddio ti salvi, principe reale!

RICCARDO -

Ti ringrazio, mio nobile signore.

Quello che val di meno fra noi due

è valutato dieci soldi in più

di quel che vale in realtà.(113) Chi sei?

E come hai fatto a penetrar qui dentro

dove non giunge mai anima viva

fuor del muso cagnazzo

incaricato di portarmi il cibo

per mantenere in vita la disgrazia?

STALLIERE -

Ero un tuo umile mozzo di stalla

quando eri re, e, in viaggio verso York,

ho avuto modo, in mezzo a unagran folla,

di riguardare finalmente in faccia

colui ch’era già stato il mio padrone.

Ah, che stretta di cuore,

nel rimirare per le vie di Londra,

il dì dell’incoronazione, Bolingbroke

in sella al nostro roano d’Arabia,

che tante volte tu hai cavalcato

ed io con tanta cura governato!

RICCARDO -

Ah, cavalcava quel roano berbero?

E dimmi, buon amico, quel cavallo

come si comportò con lui in sella?

STALLIERE -

Trotterellava in modo sì superbo,

che il terreno pareva tutto suo.

RICCARDO -

Superbo di portare in groppa Bolingbroke?

E dire che quel brocco

ha mangiato dalla regal mia mano

il suo foraggio; e questa stessa mano

l’ha fatto insuperbire di carezze!

Perché non ha inciampato

sgroppandolo e sbattendolo per terra

- ché una caduta deve pur toccare

alla superbia - e non ha rotto il collo

al borioso che ne usurpò la monta?

Perdonami, cavallo! Non è giusto

ch’io me la debba prendere con te

che sei stato creato da natura

per esser sottoposto e per portare.

Io, non nato cavallo, tuttavia

porto su me la soma come un asino,

speronato, piagato, flagellato

dal superbo caracollante Bolingbroke.

Entra un CARCERIERE con il cibo

CARCERIERE -

(Allo stalliere)

Amico, sgombra, qui non puoi restare.

RICCARDO -

(Allo stalliere)

Se mi vuoi bene, lasciami, va’ via.

STALLIERE -

Quel che non osa dirti la mia lingua,

te lo dica il mio cuore.

(Esce)

CARCERIERE -

Monsignore, volete mandar giù?

RICCARDO -

Come al solito, assaggia prima tu.

CARCERIERE -

Monsignore, non mi ci arrischio più.

Poc’anzi è giunto qui

dalla parte del re sir Pierce Exton,

e m’ha ordinato di non farlo più.

RICCARDO -

Che il diavolo si porti Enrico Lancaster

e te con lui! La mia pazienza è al limite!

Io sono stufo, stufo!

(Picchia il carceriere)

CARCERIERE -

Aiuto! Aiuto!

Irrompe EXTON con alcuni armati

RICCARDO -

Ehi là, che c’è? Che intenzioni di morte

ha questo rude assalto?...

(Strappa l’arma dalle mani di un sicario

e con quella in mano gli si avventa)

Scellerato!

La tua mano mi tende lo strumento

della tua morte!

(Lo uccide, e s’avventa subito su un altro)

Ed anche tu, carogna,

vatti a trovare il tuo posto all’inferno!

(Uccide anche questo, ma Exton è su di lui,

e lo ferisce a morte. Riccardo cade.)

Bruci nel fuoco eterno la tua mano

che fa crollar così la mia persona!

Con questo tuo violento braccio, Exton,

hai macchiato del sangue del suo re

questa terra ch’è sua... Anima mia,

va’ in alto, involati, la tua dimora

è lassù, mentre greve del suo peso

quaggiù sprofonda la mia carne… e muore.

(Muore)

EXTON -

Ricolmo di valore

non meno che di principesco sangue!

Io li ho versati entrambi. Questa azione

fosse almeno accaduta a fin di bene.

Perché il diavolo, che m’aveva detto:

"Fai bene a farla", già mi fa sapere

ch’è scritta nei registri dell’inferno.

Questo re morto porterò al re vivo.

Trascinate via gli altri,

date lor sepoltura nei dintorni.

(Escono)

SCENA VI

Il castello di Windsor

Entrano BOLINGBROKE, YORK e nobili

BOLINGBROKE -

Caro zio York, dall’ultime notizie,

i ribelli hanno messo a ferro e a fuoco

la nostra Cicester, nel Gloucestershire.

Ma le stesse notizie non ci dicono

se siano stati catturati o uccisi.

Entra NORTHUMBERLAND

Salve, Northumberland, che nuove porti?

NORTHUMBERLAND -

Prima di tutto, auguri d’ogni bene

alla tua consacrata maestà;

quindi l’annuncio che ho spedito a Londra

le teste dei seguenti congiurati:

Lord Salisbury, Spencer, Blunt e Kent.

Le circostanze della lor cattura

son tutte dettagliate in questo scritto.

(Gli porge un foglio)

BOLINGBROKE -

Grazie per quanto hai fatto, caro Percy:

ed a questo tuo merito

aggiungeremo idonei compensi.

Entra FITZWATER

FITZWATER -

Sire, ho spedito da Oxford a Londra

le teste mozze di Brocas e Seely,

due della banda di quei traditori

che avevan complottato per tentare

ad Oxford la tua fine scellerata.

BOLINGBROKE -

Fitzwater, non sarà dimenticata

codesta tua fatica. So già bene

quanto nobile ed alto sia il tuo merito.

Entrano PERCY e il vescovo di CARLISLE

PERCY -

Il gran cospiratore,

l’Abate di Westminster, sopraffatto

dai rimorsi e da squallida amarezza,

ha reso il corpo in seno a Madre Terra.

Ma c’è qui, vivo, il Vescovo di Carlisle

per udire la tua real condanna

e subire il castigo del suo orgoglio.

BOLINGBROKE -

Questa, Carlisle, è la tua condanna:

scegliti un sito remoto, un pio eremo,

più di quello che hai, e vivi là

felicemente il resto di tua vita.

Così come sarai vissuto in pace,

morir potrai lontano dalle contese.

Che, se pur sempre fosti a me nemico,

ho visto in te rilucere

alte scintille di grandezza d’animo.

Entra EXTON con uomini recanti una bara

EXTON -

Grande maestà, racchiuso in questa bara

io ti presento, spento, il tuo timore.

Là dentro giace, privo di respiro,

il tuo grande nemico, il più potente,

Riccardo di Bordeaux. Te l’ho portato.

BOLINGBROKE -

Exton, non ti ringrazio.

Con la tua mano fatale hai commesso

un misfatto che chiamerà vergogna

sul tuo capo e su tutta l’Inghilterra.

EXTON -

Ebbi, signore, dalla vostra bocca

quest’ordine.

BOLINGBROKE -

Non amano il veleno

quelli che del veleno hanno bisogno.

Così io te. Seppure la sua morte

desiderassi, odio il suo assassino,

amo lui vittima dell’assassinio.

A compenso di questa tua fatica

tieniti il rimorso della tua coscienza,

ma nessuna parola di consenso

da parte mia, né favore di principe.

Va’, con Caino a fianco per compagno,

errando per la tenebra notturna

e non mostrare più la faccia al giorno.

(Escono Exton e gli uomini con la bara)

Signori, v’assicuro,

la mia anima è piena di dolore

nel pensar che doveva sprizzar sangue

a irrorare la via della mia crescita.

Associatevi dunque al mio compianto

e vestiamoci tutti di gramaglie.

Farò pellegrinaggio in Terrasanta

per lavare la mia mano colpevole

da questo sangue. Fatemi ora seguito

in un mesto corteo. Fatemi grazia

d’unirvi al mio cordoglio,

piangiamo insieme, dietro questa bara,

un uomo morto prematuramente.

FINE


(1) In realtà, l’accusa è storicamente infondata, e nel dramma la figura di Norfolk sarà riabilitata. Ma simili denunce di slealtà verso il sovrano avevano regolare corso nell'Inghilterra del tempo. "Così rilassati erano i costumi tra la nobiltà, insieme coi principii d’onore e di delicatezza, che Enrico duca di Hereford, primo conte di Derby e figlio del Duca di Lancaster, non arrossì di accusare il duca di Norfolk di avergli in privato tenuto discorsi ingiuriosi contro il monarca. Norfolk gli diede una smentita e lo sfidò al duello". (L. Galibert & C. Pellé, "Storia d’Inghilterra", vol. 1, pag. 380, Venezia, Antonelli, 1845).

(2) "... my right drawn sword": ".. con la mia spada tratta secondo legge" ("right" sta per "rightly"), cioè in un duello autorizzato e condotto secondo le regole della cavalleria.

(3) Enrico Bolingbroke, in quanto figlio di Giovanni di Gaunt, è cugino carnale del re, e non avrebbe potuto accettare di battersi in duello con uno come Mowbray che, se pur nobile duca, è di rango inferiore.

(4) In segno di sfida, al tempo di Shakespeare, si gettava in terra un guanto; ma al tempo di Riccardo II - due secoli prima - si gettava anche a terra il cappuccio o il copricapo in genere. E che qui si tratti del cappuccio, lo si arguisce dalla battuta di Aumerle (IV, 1, 83): "Some honest Christian trust me with a gage", dove "gage" non può essere un guanto, che è doppio, ma un oggetto singolo.

(5) Il rito dell'investitura di cavaliere voleva che il re toccasse, col lato piatto della spada, la spalla dell’investito.

(6) La tenzone avrà luogo a cavallo, coi combattenti armati di spada e di lancia.

(7) "Noble" si chiamò la moneta coniata da Edoardo III, d’oro, del valore corrente di 10 scellini.

(8) Cioè dell’altro fratello di Giovanni di Gaunt, zio comune di Riccardo II e di Enrico Bolingbroke, Tomaso di Woodstock, ucciso nel 1397. Si legga, per la metrica, "Glo-ster".

(9) Cioè Isabella, figlia di Carlo VI di Francia, che Riccardo II aveva sposato in seconde nozze dopo la morte della prima moglie Anna di Boemia. Isabella, al momento delle nozze, aveva otto anni. Il matrimonio venne celebrato prima in Francia, per procura, in una località presso Calais; poi nell’ottobre dello stesso anno (1396) a Westminster.

(10) Testo: "Even in the best blood chambered in his bosom" = "nel sangue migliore albergato nel suo petto", cioè fino al cuore.

(11) "Lord Marshall": era l’alto funzionario della corte incaricato di organizzare e presiedere le cerimonie, i banchetti e le contese cavalleresche.

(12) In realtà i figli legittimi di Edoardo III erano cinque (v. schema genealogico allegato e note della mia traduzione dell’Enrico VI - Seconda parte).

(13)  Nella religione anglicana il re è l’unto del Signore, e suo vicario in terra.

(14) "Unpeopled offices": "offices" è la stanza, o la serie di stanze della casa patrizia dove alloggia il personale di servizio. L’italiano non ha un vocabolo corrispondente, donde la necessità di renderlo con un giro di frase.

(15) "The summons of the appelant’s trumpet": gli squilli di adunata della tromba dello sfidante.

(16) Il Dover-Wilson ("The Essential Shakespeare", Cambridge, 1932) immagina così la disposizione di questa scena sul palcoscenico: "Da un lato, una piattaforma con il trono per il re, riccamente addobbato, e i seggi per i membri della corte; alle due estremità della lizza, una sedia per ciascuno dei contendenti; di faccia, la folla degli spettatori, gli araldi e gli altri di servizio."

(17) È da immaginare che nel dire questa parole Riccardo scenda dal suo seggio sul terreno della lizza e vada ad abbracciare Bolingbroke, restandovi fino al termine della successiva battuta di questi, e poi tornando al suo posto lentamente quando Bolingbroke si rivolge al Lord Maresciallo.

(18) "His warder": è il bastone del comando, una mazza di foggia diversa, usata come simbolo della funzione sovrana o di quella di alti dignitari del regno, ma anche come strumento per dare il segnale d’inizio o di cessazione in tornei, scontri armati ecc.

(19) L’elsa della spada dei guerrieri cristiani era fatta a forma di croce: giurando su di essa, s’invocava a testimone il Cielo.

(20) Il testo ha: "So far as mine enemy", ma è lezione dubbia.

(21) "A journeyman to grief": "journeyman" è l’operaio che dopo aver servito come apprendista ("apprendice") in un mestiere si qualifica per lavorare con diritto a una paga giornaliera. Bolingbroke, vuol intendere ch’egli sarà legato al dolore per sei anni, come gli apprendisti erano legati al "master" per il tempo che serviva loro a diventare "journeman".

(22) Quello che Riccardo ha osservato lo dirà tra poco: che il cugino Bolingbroke intenderebbe usurpargli il trono.

(23) "In reversion": "reversione" è termine giuridico che significa "ritorno di beni e diritti a chi li possedeva in precedenza. Riccardo sospetta che suo cugino Bolingbroke aspiri a ritogliergli il trono per diritto di reversione, come discendente di Enrico III. Come poi avverrà.

(24) Cioè di trovarlo già morto.

(25) Allude, naturalmente, alla vanesia e lussuriosa compagnia dei Bushy, Bagot e Green di cui il re si è circondato.

(26) "Gaunt" in inglese significa "smunto", ma anche, in senso figurato, "lugubre", "sinistro"; su questo doppio senso e sull’assonanza con "gauntlet", il guanto di ferro e cuoio delle armature, Shakespeare farà qui giocare il personaggio nel suo colloquio con il re; ma il bisticcio ("Gaunt I am for the greve, gaunt as a grave") sarà, purtroppo, intraducibile.

(27) Intendi: "Tu, uccidendo mio figlio, uccidi il mio nome, perché ne impedisci la perpetuazione attraverso la discendenza".

(28) "Reduce dalla sua spedizione (in Scozia), Riccardo, travolto dal suo amore per i piaceri, non diede la sua confidenza se non a coloro che seppero procacciargliene, e si attorniò di giovani dissoluti e dissipatori... Il fato e l’insolenza dei favoriti del re non tardarono a suscitargli contro la generale scontentezza" (L. Galibert & C. Pellé, op. cit., I, 378).

(29) Cioè Edoardo III, l’iniziatore della guerra dei cento anni (v. grafico genealogico).

(30) L’immagine del pellicano femmina, che si becca il petto fino ad uccidersi per farne uscire sangue con cui nutrire i suoi piccoli fa parte della favolistica del medioevo. Ce n’è un accenno anche nel "Re Lear" (These pelican daughters", II, 4, 74).

(31) Gaunt accusa Riccardo di aver causato la morte di Tomaso Woodstock, duca di Gloucester, altro figlio di Edoardo III; delitto del quale Enrico Bolingbroke ha accusato, come si è visto, Tomaso Mowbray, duca di Norfolk.

(32) L’Edoardo cui accenna qui Gaunt è il duca di York, figlio di Edmondo di Langley. Egli è, oltre all’esiliato Enrico Bolingbroke, l’unico Plantageneto coetaneo di Riccardo (è di quattro anni più grande) e l’unico principe reale di cui egli possa pensar di sbarazzarsi. L’aggiunta "tuo cugino" è del traduttore.

(33) Alcuni autori vedono in questa frase di Riccardo un accenno al fatto che in Irlanda - come in Sardegna - non esistano serpenti velenosi. Una credenza popolare voleva che l’isola ne fosse stata liberata dal suo patrono, San Patrizio.

(34) Bolingbroke, in esilio a Parigi, avrebbe voluto sposare la cugina del re di Francia; ma Riccardo, con l’accusa di tradimento, aveva posto il veto al matrimonio.

(35) In realtà York (Edmondo Langley) non è l’ultimo, ma il penultimo dei cinque figli legittimi di Edoardo III: l’ultimo si chiama Tomaso di Woodstock.

(36) Testo: "And deny his offered homage": la legge feudale imponeva al vassallo, prima di entrare in possesso del feudo concessogli dal re, di rendere a questi omaggio. Riccardo nel negare a Enrico Bolingbroke di fargli questo atto di sottomissione, gli negherebbe il diritto di ereditare il feudo paterno, come Duca di Lancaster.

(37) Testo: "But by bad courses may be understood/ That their events can never fall out good": "ma è possibile comprendere dal cattivo corso delle cose che i loro esiti non possono mai essere buoni".

(38) Il Conte di Wiltshire, come ci farà sapere più sotto Ross, è colui che dovrà prendere in affitto i domini reali.

(39) "As blanks": "blank" è detta ogni obbligazione firmata in bianco da una persona, e della quale il beneficiario decide l’ammontare.

(40) "... as benevolences": "benevolences" erano dette le somme di denaro, mascherate da contribuzione volontaria, richieste dal sovrano ai sudditi senza l’autorizzazione del Parlamento.

(41) "And yet we strike not": "strike" ha qui il senso di "tap the cask", che è frase idiomatica del gergo marinaresco, per indicare l’operazione che i marinai fanno nel togliere dall’interno dello scafo l’acqua entrata con la forza dei marosi, o per una falla.

(42) "L’Arden Shakespeare" cita, come esempio di "perspective" (il "trompe-l’oeil" francese), il ritratto di Edoardo VI nella "National Gallery" di Londra, che, visto di prospetto, presentava una caricatura del soggetto, guardata da sotto in su diventava un ritratto normale.

(43) "Hath broken his staff": "staff" è il bastone, di legno o di avorio, portato da alti funzionari della corona come segno della loro dignità.

(44) "Resign’d his stewardship": "stewardship" era la carica del "Lord of the king’s Household", cioè dell’amministratore dei beni della corona e capo del governo della casa reale (antico siniscalco, "senascallus Angliae").

(45) Intendi: "del mio dolore senza nome, che non era ancora venuto alla luce, tu fai da levatrice recandomi la notizia dello sbarco di Bolingbroke: questo era l’evento inconsciamente temuto dal mio animo, e la causa della mia tristezza."

(46) Che cosa siano queste "insegne di guerra"("signs of war") la critica si è affannata ad arguire. Forse York ha indosso un’armatura, di cui la regina indica la gorgiera; o forse, nella sua carica di reggente del regno porta al collo un qualche emblema indicante che la nazione è in stato di guerra.

(47) Si capisce che l’anello porta inciso l’emblema gentilizio della casa York e deve servire per far riconoscere dalla duchessa di Gloucester - che lo conosce - l’identità del servo.

(48) I testi hanno "Bristow" (dal celtico "Brycstow", "sito presso il ponte"), che era l’antica denominazione di quella che è oggi Bristol.

(49) Per la metrica, si legga "Wilt-sciaire".

(50) Per la metrica, si legga: "Glo-ster-sciair".

(51) "Costwold Hills" è la catena di monti che, attraversando la contea di Gloucester, va dal fiume Avon a Bath, nel Somerset, per circa 80 miglia.

(52) Il Duca di York, s’intende.

(53) "The exchequer of the poor": l’"exchequer"("scacchiere"), così chiamato dal tavolo coperto di un panno diviso in tanti quadrati, come quello degli scacchi, era il luogo dove in origine i contabili tenevano i conti delle pubbliche entrate; sotto i re normanni ebbe anche funzioni giudiziarie; in seguito si chiamò così - e ancora si chiama - la Tesoreria di Stato vera e propria.

(54) Bolingbroke rivendica il titolo di duca di Lancaster, che era di suo padre.

(55) Così era chiamato Edoardo principe di Galles, primo figlio di Edoardo III. L’accenno è alla spedizione di Francia, da lui comandata, per riaffermare il possesso della corona inglese sui territori d’Aquitania, apportati come dote ad Enrico II dalla moglie Eleonora d’Aquitania, figlia del re di Francia.

(56) L’allusione è ai favoriti del re.

(57) "And chase them to te bay": letteralm. "e li avrebbe condotti in porto". "To chase the bay" (o semplicemente "to bay") è locuzione del gergo marinesco (cfr. "Sogno d’una notte di mezza estate" IV, 1, 110: "When in a wood of Crete they’d bay’d the bear").

(58) Intendi: "dell’irrimediabile, è inutile andar cercando rimedi". Il vecchio York ha capito l’inarrestabilità dell’avanzata al trono di Bolingbroke.

(59) Questo capitano Gallese è lo stesso personaggio che Shakespeare farà entrare in scena nell’"Enrico IV" col nome di Own Glendower, e che in quel dramma è presentato come un mago. Ciò spiega, forse, il suo funesto vaticinio, con l’interpretazione dei segni celesti. È il comandante in capo delle forze gallesi: più sotto Bolingbroke dice: "Andiamo ad affrontare Glendower".

(60) Testo: "And crossly to the good all fortune goes": "e la fortuna va tutta di traverso al (tuo) bene".

(61) L’impresa, o stemma gentilizio, è il simbolico disegno che figura negli stemmi nobiliari, consistente in una figura o in un motto. Quello che figurava sull’impresa di Bolingbroke era "Souverain".

(62) Il Dover-Wilson (op. cit.) annota queste parole di Riccardo con questa didascalia: "Egli siede su un monticciolo e accarezza l’erba con la mano". Il rito del seder per terra e raccontarsi le proprie sventure è ripreso da Shakespeare nel IV atto del "Riccardo III".

(63) "Mock not my senseless conjuration, lords": "senseless" riferito a persone vale "insensibile", "incapace di percepire"; riferito, come qui, a cose, ha il senso di "privo della facoltà di percepire".

(64) "... the searching eye of heaven", cioè il sole.

(65) "... the lower world", cioè le regioni dell’altro emisfero.

(66) L’Irlanda, in verità, non è certo agli antipodi dell’Inghilterra; ma Riccardo, che ravvisa se stesso nel sole, simbolo della regalità, vede il suo passaggio in Irlanda come il passaggio del sole all’altro emisfero, così come ha visto il suo ritorno in Inghilterra come il risorgere del sole da oriente.

(67) "Beadsmen": si chiamavano le persone che a pagamento, o per obbligo di lascito testamentario, pregavano per l’anima di un’altra, normalmente del proprio benefattore.

(68) "Of double-fatal yew": il tasso è "due volte infausto" perché è l’albero che nei cimiteri inglesi ha la presenza che nei nostri ha il cipresso, e perché del suo legno si facevano gli archi che recano morte.

(69) V. la nota 62.

(70) La fortezza fatta costruire a Flint da Edoardo I nel XIII sec., e dove Riccardo si arrenderà a Bolingbroke, trovando ivi stesso la morte (1399).

(71) Leggasi, per la metrica, "Car-lail".

(72) Riccardo II, secondo la descrizione fattane da un cappellano francese contemporaneo, e riportata dal Dover - Wilson, era biondiccio di capelli e di carnagione bianco - rosata.

(73) Il testo ha "purple testament", "testamento purpureo" (il colore del sangue).

(74) "But ere the crown he looks for live in peace/ Ten thousand bloody crowns of mother’s sons...": è il solito gioco di doppi sensi, frequente in Shakespeare, sul duplice significato di "crown" che vale "corona" (serto regale) ma anche "zucca", "cranio".

(75) "My sceptre for a palmer’s walking staff": "palmer" (da "palm", "palma") era chiamato il pellegrino che tornava dai luoghi di Terrasanta e che, a ricordo delle visite a quei luoghi santi, riportava un ramo o solo una foglia di palma della Palestina. Il termine ha poi indicato "pellegrino" in generale.

(76) "Is full of rubs": "rub" è termine del gioco del "bowling" che si giocava su un prato verde ("bowling green") e indica tutto ciò che può impedire a una boccia, che scorra su un piano, di proseguire la corsa impressale dal giocatore, senza deviare. Per metafora, ogni ostacolo fisico.

(77) "My fortune runs against the bias": nello stesso senso, cfr. "Amleto", II, 1, 65, "With windlasses and with assays of bias".

(78) "Measure", nel senso di "misura (del tempo)", è ogni passo di danza.

(79) "Sas-walled",  "al quale il mare fa da vallo protettore".

(80) "Rue even for ruth here shortly shall be seen/ In the remembrance of a weeping queen": gioco di assonanze fra "rue", "ruta" e "ruth", "compassione", "pietà".

(81) "My fair stairs": "le mie benigne stelle", le stelle sotto il cui influsso io son nato nobile: dunque la nobiltà della mia nascita".

(82) V. la nota 4.

(83) Si capisce che quell’uno è Bolingbroke.

(84) Le funzioni del sole nello scoprire, illuminandoli nei suoi raggi, i luoghi oscuri dove, con favore della tenebra notturna, si nasconde il crimine, è esaltata da Riccardo nella scena seconda dell’atto terzo. Fitzwater giura sul sole, quasi a invocarlo di scoprire a tutti il nascondiglio che, nel buio della coscienza di Aumerle, questi cela il suo delitto.

(85) Cioè di continuo, nelle 24 ore, da un’alba all’altra.

(86) Aumerle chiede ai presenti di prestargli un cappuccio perché il suo lo ha già gettato a terra per sfidare Bagot.

(87) Su questo v. la nota 4.

(88) Che cosa butti a terra qui Aumerle, non si sa. O qualcuno dei presenti gli ha dato in prestito il proprio cappuccio, come da lui richiesto, o Aumerle s’è ripreso da terra il suo, gettatovi per la sfida a Bagot, visto che a questi Bolingbroke aveva impedito di raccoglierlo.

(89) L’annuncio di York è fatto, naturalmente, per il pubblico, perché Bolingbroke conosce già la decisione di Riccardo: egli ha già condotto Riccardo a Londra (con la loro partenza per Londra si chiude la scena 3ª dell’atto precedente), l’ha accusato davanti alla camera dei comuni, e ha fatto votare da questa una mozione unanime che ne chiede la deposizione; Riccardo, in seguito a ciò, e temendo per la vita, s’è lasciato strappare una dichiarazione - quella appunto recata ora dal Duca di York - con la quale, riconoscendosi indegno di portare la corona, indica al suffragio della nazione il suo "buon cugino" Enrico di Lancaster.

(90) È la predizione della guerra delle due rose. Questo intervento del vescovo Carlisle, che qui Shakespeare introduce ad accentuare la drammaticità della scena della rinuncia di Riccardo a favore di colui che sarà Enrico IV, è così narrata dagli storici L. Galibert e C. Pellé (op. cit., I, pagg. 381-382): " In mezzo a tante bassezze e spergiuri, solo il venerabile Vescovo di Carlisle mostrò un cuore nobile e pieno di coraggio: alzossi per rammentare i diritti imprescrittibili del suo signore, l’illegittimità di tutti gli atti del parlamento... ma appena ebbe pronunciato il suo discorso fu preso e mandato in prigione nell’abbazia di Sant’Albano."

(91) Cioè la richiesta del parlamento a Bolingbroke di accettare la successione di Riccardo.

(92) "Ay, no; no, ay; for I must nothing be;/Therefore no, no, for I resign to thee": proposizione involuta come il pensiero del personaggio che la pronuncia, e il cui senso può esser questo: "Il mio sì e il mio no non valgono più nulla; perciò ti dico no, ma nel dirtelo ti cedo la corona, che è sì".

(93) "No, not that name was given me at the font": allusione, secondo alcuni, alla voce che correva a quel tempo (senza peraltro alcun riscontro storico) secondo cui Riccardo non fosse figlio di Edoardo "Il Principe Nero", ma fosse un bastardo e il nome impostogli al battesimo non fosse Riccardo, ma Giovanni ("John").

(94) "Let it command a mirror hither straight...": letteralm.: "Consenti ad essa (alla parola/moneta) di ordinare che sia portato qui subito un specchio".

(95) "Silent king": forse un presentimento in Riccardo del suo prossimo imprigionamento (nelle prigioni inglesi vigeva il cosiddetto "Silent system" che imponeva ai reclusi il silenzio assoluto; o forse un riferimento al silenzio che - come dirà più sotto - caratterizza la vera essenza del dolore.

(96) Discorso piuttosto contorto, anche nel testo. Intendi: "Così come lo specchio non è che l’ombra dell’oggetto che riflette, non la realtà di esso, l’ombra della tua faccia addolorata era anch’essa un dolore - ombra, dolore solo apparente e non reale.

(97) S’è cercato di mantenere, in qualche modo, il gioco dei doppi sensi. Bolingbroke dice: "Covey him to te Tower", "accompagnatelo" alla Torre; ma "convey" ha anche il significato di "rubare", e "conveyers" sono detti i ladri che operano con la massima destrezza, "sulla punta delle dita".

(98) Un riferimento a Giulio Cesare come leggendario iniziatore della Torre di Londra durante la spedizione in Britannia (55-54 a. C.) si trova anche nel "Riccardo III", II, 1, 84-86.

(99) Questa battuta della regina è indicata dall’Arden (op. cit.) con la didascalia "Tra sé", anzi "A se stessa"; che appare verosimile, sembrando un po’ forzato che la regina possa pronunciare questa frase rivolta alle sue dame.

(100) Il castello di Pomfret (o Pontefraet), nella Contea di York, lo stesso dove nel "Riccardo III", saranno chiuse, per essere giustiziate, le vittime di questo re: i Lords Rivers, Grey, Vaughan e Hastings.

(101) Isabella, figlia di Carlo VII, re di Francia, sposata da Riccardo II in secondo nozze nel 1396, dopo la morte della prima moglie Anna di Boemia, all’epoca del matrimonio, celebrato in Francia presso Calais, non aveva che otto anni; essa pertanto, alla deposizione di Riccardo (1399) ne ha solo undici. Ma al poeta la verità storica non è ostacolo a immaginare questa scena d’amore, che, evidentemente, presuppone una più matura regina.

(102) "... since wedding it, there is such lenth in grief": prosegue la metafora del corteggiamento introdotta dal precedente "in wooing sorrow".

(103) Prima di esser fatto Duca di Aumerle da Riccardo, il figlio del Duca di York era soltanto Conte di Rutland, che è titolo nobiliare inferiore.

(104) Che cosa sia questo oggetto che il padre ha indicato prima come "That seal that hangs without thy bosom", "quel sigillo che pende al di fuori del tuo petto" non si capisce bene: forse un cartiglio arrotolato e sigillato con ceralacca. Il lettore immagini quello che vuole.

(105) Il personaggio di cui si parla, che non ha parte nel dramma, ma che sarà il protagonista dell’"Enrico V" e avrà anche una parte cospicua nell’"Enrico IV", è il Principe di Galles, primogenito di Enrico Bolingbroke. Di lui così si legge nella citata "Storia d’Inghilterra" di L. Galibert e C. Pellé (I, pag. 305): "Questo giovane principe, nato con temperamento focoso, condannato all’inattività politica, davasi a tutti gli eccessi della dissolutezza, sì che vedevasi, accompagnato da giovani libertini, correr le vie e le strade maestre, attaccare i contadini, derubarli e divertirsi del loro spavento e delle loro doglianze; se veniva arrestato un suo compagno di piaceri, non arrossiva di andarlo a reclamare e a difendere pubblicamente". Uno di questi "compagni di piaceri" sarà Sir John Falstaff.

(106) "Shall I, for love, speak treason to thy face?": "to speak treason" è espressione idiomatica che significa "esprimersi in modo irriverente verso un’autorità civile, religiosa, verso una istituzione, ecc."

(107) "The Beggar and the King", era il titolo di una ballata popolare che narra la leggenda del re Cofetua il quale sposa la figlia di un mendicante.

(108) L’espressione francese "pardonnez-moi" è usata spesso come un "no" di cortesia ("Perdonate, ma non posso"). La regina è francese.

(109) Il testo ha: "Dost thou teach pardon to destroy?", letteralm.: "insegni tu al perdono come distruggere il perdono", che è espressione abbastanza incomprensibile anche in inglese. Ho preso di peso, per il senso, l'endecasillabo suggeritomi dal Lodovici.

(110) Il cognato di Bolingbroke, che questi dice ironicamente "fido", è il Conte di Kent, marito della sorella Isabella; l’Abate è l’Abate di Westminster: entrambi membri della congiura contro Bolingbroke, insieme con i conti di Rutland e di Hudginton, e Lord Spencer.

(111) È l’esortazione evangelica di Gesù: "Lasciate che i pargoli vengano a me".

(112) È quasi inutile notare che al tempo di Riccardo II (fine sec. XIV) non esistevano orologi che battessero ore e minuti; ciò nulla toglie alla suggestione poetica di questo suo monologo.

(113) È una delle molte battute basate sui doppi sensi delle parole, che Shakespeare introduce abilmente all’improvviso per rompere e alleggerire la tensione drammatica della vicenda. Qui il gioco sta in quel "reale" della battuta dello stalliere ("Hail, royal Prince!) e nel "nobile" della risposta di Riccardo ("Thanks noble peer"): "reale" e "nobile" erano due monete d’argento di scarso valore; la prima, corrente in Spagna ("real de la plata") valeva poco più dell’altro, corrente in Inghilterra (di circa l0 pence). Riccardo vuol dire che lui, "reale" è valutato dieci soldi di troppo, sentendosi pari allo stalliere.

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