Ritratto di un’attrice

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RITRATTO DI UN’ATTRICE

Titolo originale: Theatre

Commedia in tre atti e cinque quadri

di SOMERSET MAUGHAM E GUY BOLTON

Versione italiana di Enrico Raggio

PERSONAGGI

GIULIA LAMBERT

IL SIGNOR PURKISS

EVIE

MICHELE GOSSELYN

ROGER GOSSELYN

TOM FENNELL

JEVONS

DOLLY DE VRIES

LORD CARLO TEMPERLEY

AVICE CRICHTON

UN DIRETTORE DI SCENA

UN SERGENTE

UN RAGAZZO

ATTO PRIMO

QUADRO PRIMO

La stanza di soggiorno di Giulia in Hampstead.

Un'incantevole stanza in stile Regina Anna, in rosa ed oro. A destra, porte doppie conducono all'ingresso principale ed alla porta della casa, oltre che alle stanze superiori. Dopo le porte, sempre sulla parete destra, due finestre che guardano verso il giardino. Nella parete di fondo, in centro, un grande caminetto. Sulla stessa parete, a destra del caminetto, una porta con persiane che dà nel giar­dino; a sinistra, una finestra, dopo della quale la parete rientra leggermente e qui si aprono porte doppie per cui si va nella sala da pranzo. Nella parete di sinistra, una finestra e, subito al di là di essa, una porta per cui si entra nello studio. A destra del centro, un gruppo di mobili composto di un piccolo tavolo, dietro a cui è una sedia a braccioli, e di un basso sgabello, a sinistra di esso. In centro, presso il caminetto, un lungo canapè. In corrispondenza dell'angolo destro del caminetto, un tavolo rotondo e, a destra di esso, una sedia a braccioli; sul tavolo un telefono. Un'altra sedia a braccioli trovasi all'angolo sinistro del caminetto. Sotto la finestra della parete di fondo è un lungo tavolo su cui si depongono vassoi, bicchieri e bot­tiglie. Sul davanti, a sinistra, un pianoforte a coda con la tastiera verso il proscenio, innanzi a cui è uno sgabello. Un tavolo basso per caffè è al di qua del canapè, in centro. Alle finestre, drappeggi in seta pesante e tende alla veneziana. Nella stanza ci sono parecchi vasi con fiori. Le pareti sono ador­ne di fotografie di attori celebri; al di sopra del caminetto, un grande ritratto di Giulia.

 (All'alzarsi del sipario, Giulia Lambert è ada­giata sul divano e tiene in mano un copione; è in posa per una fotografia. Evie, la sua cameriera, è in piedi, alla testata del divano, reggendo uno spec­chio, pettine e spazzola, asciugamano ed altri og­getti di toletta. Il signor Purkiss, un giovane foto­grafo, è all'estremo sinistro del canapè, intento a mettere a fuoco la sua macchina e si accinge a fa ancora una fotografia a Giulia. Mentre il sipa­rio si alza, egli parla),

Purkiss                        - Magnificamente, signorina Lambert. Mantenete quella posa, è perfetta. Non movetevi. (La macchina scatta).

Giulia                          - Ora basta. (Si alza e va verso destra; posa il copione sul tavolo e siede sulla sedia in cen­tro a destra).

Purkiss                        - Avrete bisogno di molte fotografie per i giornali, signorina Lambert, se state per dare un nuovo lavoro.

Giulia                          - (prendendo il copione) Sì, ma essi vogliono fotografìe di palcoscenico. Mi è stato det­to che queste occorrono per un articolo sulla nostra vita intima.

Purkiss                        - (avvicinandosi a lei) Se non vi di­sturba, signorina Lambert, desidererei fare ancora una fotografìa in questa stanza, con voi e vostro marito.

Giulia                          - Va bene, ma fate in fretta, per favore.

Purkiss                        - (andando presso la finestra di destra) Il signor Gosselyn è ancora in giardino, non è vero?

Giulia                          - Sì. Se vedete mio figlio, ditegli per fa­vore di venir qui.

Purkiss                        - Bene. (Esce in centro a destra verso il giardino).

Giulia                          - Ci terrei tanto che ci fosse anche Roger.

Evie                            - (aiutando Giulia a deporre i gioielli) Sì, è un peccato che il signorino Roger sia diventato grande. Una volta non gli sarebbe stato possibile evitare di essere fotografato.

Giulia                          - Cosa intendi dire?

Evie                            - (togliendo gli orecchini a Giulia) Penso a quella fotografìa che vi raffigurava come l'An­gelo della maternità in procinto di cantare la nin­na-nanna al suo piccolo.

Purkiss                        - (tornando dal giardino) Ecco il signor Gosselyn. Rimanete dove siete, signorina Lambert. (Va in centro e prepara la macchina).

Michele                       - (entra in centro a destra. E' in maniche dì camicia e porta la giacca sul braccio. Ha nelle mani una racchetta da tennis ed un fucile. Sulla testa un casco coloniale bianco) Bene. « Vita al­l'aperto » dovrebbe dedicarci una pagina intera sol­tanto per illustrare le nostre attività sportive. Evie, qui, prendete gli arnesi. (Egli le porge il fucile e la racchetta e le pone sul capo il casco bianco quindi indossa la giacca. Evie esce a destra con gli « ar­nesi »).

Giulia                          - Il signor Purkiss desidera fotogra­farci insieme in questa stanza, caro.

Michele                       - (andando verso &urki$s\> compiaciuto ma cercando di non dimostrarlo) Ma volete sul serio fare una fotografìa con me, signor Purkiss?

Purkiss                        - Certo, signor Gosselyn. Voi e la si­gnorina Lambert siete la più 'bella coppia di sposi del nostro teatro.

Michele                       - La più bella e la più felice. Popo­liamo i sogni di tutti i fidanzati dei sobborghi di Londra.

Purkiss                        - (pronto con la sua macchina) Potrei prendere una fotografi di profilo?

Michele                       - (con piacere) Oh, certamente. (Si avvicina a Giulia, sì inginocchia al suo fianco ed entrambi assumono, di profilo, una posa familiare) Va bene così?

Purkiss                        - (mettendo a fuoco) Benissimo, gra­zie. (Michele comincia a muoversi) Fermi. (Esegue la fotografia) Grazie.

Giulia                          - E' un vero peccato che non ci sia Roger. Dove sarà andato a finire?

Purkiss                        - Sì, mi spiace proprio di non aver potuto fotografare l'intera famiglia.

Giulia                          - L'ho avvertito che sareste venuto.

Michele                       - Non dovevi farlo, cara. A quanto pare, Roger non ha ereditato la tua passione per la pubblicità.

Giulia                          - « La mia passione » ? (Al signor Pur­kiss) Sentitelo. Egli è il solo uomo al mondo che abbia la propria fotografìa sul tavolo da toletta.

Michele                       - (ridendo gaiamente) Cerchi di farmi apparire vanitoso, eh? (Andando verso PurJciss e affettando la maggiore noncuranza) Si tratta di una mia fotografìa, mentre gioco a golf con il Duca di Windsor, ecco tutto.

Giulia                          - Ciò che, naturalmente, esclude ogni idea di vanità.

Purkiss                        - (raccogliendo le sue cose) Bene. Ora vi lascio e così potrete continuare in pace la let­tura di quel copione. Mi spiace proprio che l'ab­biate interrotta per causa mia. (Va verso destra).

Giulia                          - Oh, niente affatto.

Purkiss                        - Posso dire che il titolo del vostro nuovo lavoro è « Lola Montez » ?

Michele                       - (recisamente) No, Non è « Lola Montez » il nostro prossimo lavoro.

Giulia                          - (con garbo sarcastico) Oh, lo credi proprio, caro?

Michele                       - (con eguale sarcastica gentilezza) Sì, dolcezza mia, ne sono convinto,

Purkiss                        - (indietreggiando verso le porte di de­stra, nervosamente) Bene... io... dirò soltanto che vi ho sorpreso mentre discutevate il nuovo lavoro, ma che il titolo è un segreto. Arrivederci, signorina Lambert. Arrivederci, signor Gosselyn. (Dopo aver inciampato nella sua marcia all'indie-tro, egli esce goffamente a destra).

Michele                       - (accompagnandolo alla porta) Arri­vederci, signor... arrivederci. (Chiude la porta e quindi torna verso il centro).

Giulia                          - (tagliente) Così, signor Michele Gos­selyn, voi credete che io non possa recitare « Lola Montez » ?

Michele                       - Oh, mio Dio, torniamo a parlare di ciò?

Giulia                          - Certo che dobbiamo riparlarne.

Michele                       - Non dico che tu non possa interpre­tare quella parte.

Giulia                          - Ti ringrazio per l'indulgente ammis­sione.

Michele                       - Non ho mai dubitato che tu sia una magnifica attrice, ma nel primo atto Lola Montez ha diciannove anni. Tu non puoi fare la parte di una ragazza di diciannove anni.

Giulia                          - Due anni fa ho recitato la scena di Giulietta al balcone.

Michele                       - Come ti compiaci dicendo: la scena di Giulietta al balcone! Non ricordi, per caso, che la parte di Romeo era sostenuta da me?

Giulia                          - Sì, e ricordo anche quello che scrisse il critico del « Times »: « Alcuni attori sono nati per indossare la marsina, mentre altri...».

Michele                       - Oh, bene, se dobbiamo cominciare a fare delle questioni personali...

Giulia                          - Chi è stato il primo? .Tu. Hai persino detto che l'interpretazione della parte che attual­mente recito - quella di una giovane donna spo­sata - è un « tour-de-force- ».

Michele                       - Intendevo con ciò fare un compli­mento.

Giulia                          - Non dire fandonie.

Michele                       - E' la verità, ti dico. Credo che nessun'altra attrice potrebbe rendere in modo così perfetto lo stato psicologico di quella donna.

Giulia                          - (rabbiosa, si alza e va all'estrema destra del canapè) Lo stato psicologico! Huh! Tu pensi che io non posso sembrare sulla scena una ragazza. Ecco quello che pensi.

Michele                       - Sta bene. E' quello che penso. E' esattamente quello che penso, se proprio vuoi in­sistere. (Va a sinistra e prende sul piano alcuni

copioni).

Giulia                          - Allora lascia che ti dica che Carlo Temperley ha dichiarato che io potrei interpretare la parte di Lola, e superbamente.

Michele                       - Non dubito che Carlo la pensi così. Quella vecchia talpa è convinto che tu potresti fare la parte di Piccola Eva e quella di Topay nella stessa commedia.

Giulia                          - Tu lo chiami « vecchia talpa » ? (Va lentamente verso destra e quindi in fondo a destra).

Michele                       - (esasperato) Oh, vieni qui, e siedi. (Siede sul canapè, tenendo in mano i copioni).

Giulia                          - Cosa vuoi?

Michele                       - (sfogliando un copione) Ora siamo d'accordo che di « Lola Montez » non si parla più.

Giulia                          - Non sono affatto di questa idea.

Michele                       - Smettiamola di litigare!

Giulia                          - Io non sto litigando. Mi difendo.

Michele                       - (porgendole i copioni) Spero che potrai trovare qualcosa di tuo gusto in questi copioni.

Giulia                          - Vorrei che Roger diventasse uno scrit­tore di teatro.

Michele                       - Già, così tutto si farebbe in famiglia.

Giulia                          - Temo, però, che non potremo aspet­tare che si sìa fatto grande.

Michele                       - E’ già uomo.

Giulia                          - Storie. E' ancora un bambino.

Michele                       - Ha diciassette anni.

Giulia                          - Prego, soltanto quindici.

Michele                       - Già, questo è quello che dici agli altri.

Giulia                          - Per gli altri egli ne ha soltanto quat­tordici.

Michele                       - Mi spiace, ma egli ha compiuto di­ciassette anni in marzo.

Giulia                          - Cosa rappresentavo quando nacque?

Michele                       - Non credo che in quel momento tu potessi recitare. Se ben ricordi ho dovuto lottare per farti abbandonare le scene due mesi prima del lieto evento. (La porta dello studio a sinistra si -apre e Roger entra). Roger - Avete da fare?

Giulia                          - Roger, caro. Ti abbiamo cercato dap­pertutto. Ti sei perduta la fotografìa per l'articolo di « Vita all'aperto ».

Roger                          - Oh, non è tremendo?

Michele                       - (dando a Roger uno sguardo d'intesa) Orribile!

Roger                          - E' andato via il fotografo?

Michele                       - (rivolgendosi a Giulia e indicando qual­cosa in un copione) Senti, questo somiglia a...

Giulia                          - (ignorandolo e tirando giù Roger sull'estremo del canapè) Ascolta, cucciolo mio, tu puoi aiutarmi a risolvere un problema. Quanti an­ni hai?

Roger                          - Diciassette.

Giulia                          - (con una rapida occhiata a Michele) Avevi ragione. (Rivolgendosi di nuovo a Roger) Non posso crederlo. Lascia che ti guardi. Michele, su, prestami ì tuoi occhiali. (Allunga la mano per prendere gli occhiali, con grande fastidio di Mi­chele) Voglio sperare che tu non abbia l'aspetto di un diciassettenne. Tutti mi darebbero della bu­giarda. (Si mette gli occhiali di Michele ed os­serva Roger).

Roger                          - Temo proprio che fu un errore per gente come voi avere un figlio. Inevitabilmente, ciò serve in qualche modo a fissare la vostra età, non ti pare?

Giulia                          - (esaminandolo attentamente) Dubito che tu abbia ragione. (Improvvisamente agitata) Di', non sono mica baffi quelli che spuntano? Oh, per amor di Dio, dimmi che non ti sei lavato a modo, stamattina!

Roger                          - Temo proprio che saranno anche grossi.

Giulia                          - (guardandolo più da vicino) E' così! Roger, ti ho chiesto ben poco finora, ma devi as­solutamente promettermi che non li lascerai crescere.

Roger                          - (ridendo) Benissimo, mamma.

Giulia                          - (restituendo gli occhiali a Michele) Stai crescendo a vista d'occhio, Roger. Dovremmo fare qualcosa in proposito.

Roger                          - La cosa migliore sarebbe che tu mi nascondessi in qualche posto, come il mostro di Glamis.

Giulia                          - Se io non ti amassi tanto ti manderei presso i miei cugini in Australia. No, dovrai sol­tanto cercare di ritardare l'inevitabile quanto più possibile. Cos'è che danno ai fantini per impedire che crescano?

Michele                       - (sollevando gli occhi dai suoi copioni) Fantini?

Giulia                          - Oh, sì. Gin. Abbiamo molto gin in casa, Michele, vero?

Roger                          - (si alza e va verso destra) Sono venuto per chiedervi se potete prestarmi la Bentley.

Michele                       - Per fare cosa?

Roger                          - Debbo andare a Regent's Park. Le Vales mi hanno invitato a giocare a tennis con loro.

Giulia                          - Chi sono le Vales?

Roger                          - Due ragazze che conobbi in occasione dell'ultimo incontro tra Eton e Harrow.

Giulia                          - Oh, mio Dio, va a donne!

Roger                          - Non so se si possano chiamare donne. Tu le hai conosciute, mamma. Non avete fatto altro che parlare di hockey, ed esse ammiravano la tua competenza in proposito.

Giulia                          - La mia competenza? Ma se non so niente di quel detestabile gioco?

Michele                       - Prendi pure la macchina, ma guar­dati bene dal guidarla sulle pianure salate dell'Utah.

Roger                          - No, andrò piano. Grazie, babbo. (Sì ac­cinge ad andare. Si ferma) A proposito, chi è quel tipo nel tuo studio? Sono capitato lì poco fa, men­tre ti cercavo.

Michele                       - E' il ragioniere che viene per conto della ditta Lawrence e Humphries.

Roger                          - Sembra un giocatore di golf in gamba, per essere un impiegato della City. Mi diceva che il suo handicap è di undici. (Si avvia per uscire a destra).

Giulia                          - Ciao, cucciolo. (Gli fa abbassare la testa e la bacia) Al tuo ritorno noi saremo anco­ra a teatro.

Roger                          - Potrò restare da loro a pranzo se mi inviteranno. Odio mangiare da solo. Ciao, mam­mina. (Manda un bacio a Giulia ed esce a destra).

Michele                       - (sempre intento a guardare i copioni) Cosa diresti di un lavoro in costume?

Giulia                          - Nessuna difficoltà purché non ci sia un'altra vergine sedotta. Converrai che la vergi­nità è al di sopra delle mie possibilità di interpre­tazione, anche come tour-de-force. (Si alza e va a destra).

Michele                       - Non capisco perché tu debba fare tante obiezioni. La Bernhardt non si offese mica quando si parlò di un tour-de-force a proposito della sua interpretazione de «L'Aiglon», a settant'anni, con una gamba sola.

Giulia                          - Bene, io non ho settant'anni, ed ho ancora due gambe. (Appoggia il piede sullo sga­bello a destra e solleva la gonna, mostrando le gambe) E non sono nemmeno brutte.

Michele                       - (senza guardare) Oh, siedi.

Giulia                          - (lasciando cadere la gonna) Non ti sei neanche voltato a guardarle.

Michele                       - Le ho viste.

Giulia                          - (con indignazione) Le hai viste. Che risposta! (Va in fondo, a destra).

Michele                       - (si alza e parla avendo quasi perduto la pazienza) So che sei meravigliosa. So che sei la migliore attrice d'Inghilterra. Ed ora, per amor di Dio, vuoi metterti a sedere?

Giulia                          - Ma tu credi che io non abbia « sex-appeal ».

Michele                       - Io non ritengo che tu sia una di quelle donne che si chiamano « provocanti ». E sono lieto che tu non lo sia.

Giulia                          - In altre parole, io non appartengo a quel tipo di donne che gli uomini desiderano con­quistare e portarsi via.

Michele                       - Non preferiresti che la prima rea­zione di un uomo fosse questa: «Che donna in­teressante! Quanto sarebbe piacevole parlarle » ?

Giulia                          - Certamente no. Preferirei essere gher­mita, messa sull'arcione e portata via a galoppo. Preferirei sentire sulla faccia il vento caldo del deserto ed un braccio d'acciaio cingermi la vita. Saprei bene avere «sex-appeal», allora. (Michele scoppia a ridere) Cos'hai da ridere? (Siede sulla sedia in centro, a destra).

Michele                       - Parli come una studentessa di liceo!

Tom                            - (la porta di sinistra si apre ed appare Tom Fennell. Egli Iva in mano un paio di fogli. Rimane esitante a sinistra) Oh, scusatemi.

Michele                       - (alzandosi ed andandogli incontro) Salve, avete qualcosa da chiedermi?

Tom                            - (avvicinandosi un poco a Michele) Sì.

Giulia                          - (interrompendo e sorridendo a Tom) E c'è qualcosa che io desidero chiedere a voi,

Tom                            - (guardandola un po' sorpreso) A me?

Giulia                          - Sì. Quale sarebbe la vostra prima rea­zione incontrandomi?

Tom                            - (un po' confuso) Io... Io temo di non ca­pir bene ciò che volete dire.

Giulia                          - Direste: « Sono una donna interes­sante con la quale sarebbe piacevole parlare», op­pure il vostro impulso sarebbe di gettarmi di tra­verso sull'arcione della vostra sella e di volare al galoppo fino alla vostra tenda nel deserto?

Tom                            - (sorridendole, un po' nervoso) Non so cosa rispondervi... Il fatto che io non ho una tenda nel deserto limita alquanto la mia scelta.

Michele                       - (ridendo) Hai avuto la tua risposta.

Giulia                          - No, non ancora. (Si alza e va verso il canapè).

Michele                       - Il signore desidera parlarmi circa i nostri conti.

Giulia                          - I nostri conti possono benissimo aspettare. (Siede sul canapè. A Tom) Venite qui e sedete. (Indica imperiosamente il canapè. Tom avanza e siede al suo fianco) Se io sono il tipo di donna cui vi fa piacere parlare, ecco la vostra oc­casione.

Michele                       - (dietro il canapè, a Tom) Ritengo abbiate capito che questa è la signorina Giulia Lambert.

Tom                            - Oh, io conosco bene la signorina Lam­bert.

Giulia                          - (compiaciuta) Mi conoscete?

Tom                            - Ho visto tutte le commedie nelle quali recitate.

Giulia                          - Davvero?

Tom                            - Non credo di averne perduta una da «Luci del Nord».

Giulia                          - Mio Dio, quella commedia si perde nella notte dei tempi! (Michele va a destra e sie­de, leggendo un manoscritto).

Tom                            - Si, mi ci ha condotto mio padre per fe­steggiare un mio compleanno.

Giulia                          - Oh, per festeggiare un vostro com­pleanno! (Guarda furtivamente Michele che sor­ride) Quale?

Tom                            - II mio quindicesimo.

Michele                       - (alzando gli occhi) Siete sicuro che non fosse il diciassettesimo? (Mentre Tom lo guarda egli ride) E' solo una facezia familiare.

Tom                            - (rivolgendosi di nuovo a Giulia) Mio pa­dre era un vostro grande ammiratore.

Giulia                          - Bene. E cosa pensava di me vostro nonno?

Tom                            - (in imbarazzo) Oh, non intendevo dire quello. Mi spiace se quanto ho detto può esservi sembrato scortese.

Giulia                          - Niente affatto. Scherzavo soltanto.

Tom                            - Il babbo mi raccontava dei vostri grandi successi quando eravate ancora una bambina.

Giulia                          - Davvero? Doveva 'essere ben gentile vostro padre. Tuttavia; immagino che io debba apparire ai vostri occhi terribilmente vecchia. Se non una madre, almeno una zìa.

Tom                            - No, no, per niente. Siete esattamente la stessa di quando vi vidi In « Luci del Nord ».

Giulia                          - Non proprio la stessa. Allora usavano gonne corte. Fin qua. (Tira su la sua, mostrando le gambe) Per fortuna allora avevo delle gambe discrete.

Tom                            - (guardando le gambe) Sono sempre bel­le, se mi permettete dì dirlo.

Giulia                          - Ditelo pure. (Da' un'occhiata a Mi­chele e gli fa una smorfia).

Tom                            - Sono certo di avere ora più anni di quanti voi ne avevate al tempo di « Luci del Nord ».

Giulia                          - Oh, caro, questo discorso è del tipo di « Tizio ha il doppio degli anni che Caio aveva quando Caio aveva l'età che oggi ha Tizio », uno di quegli orribili problemi che il mio piccino mi chiede sempre di aiutarlo a risolvere.

Michele                       - (disgustato. Quasi senza farsi udire) Il suo piccino!

Tom                            - (a Giulia) In ogni modo, le attrici non invecchiano, vero?

Giulia                          - Tuttavia, a voi non verrebbe in mente di invitarmi a ballare, come fareste se io fossi una ragazza da voi appena conosciuta, no?

Michele                       - (alzandosi) Ma, Giulia, metti in im­barazzo questo giovanotto. Egli è qui per parlare di affari.

Giulia                          - Sei tu che lo metti in imbarazzo. Noi sì andrebbe avanti splendidamente se tu non fossi qui.

Michele                       - (a Tom che si alza) Questa vi sem­brerà una casa dì matti.

Tom                            - Penso che è divertente.

Giulia                          - Vedi? E non cercare di allontanarlo da me. Non ho ancora finito. (Stende il braccio ed obbliga Tom a sedere di nuovo al suo fianco) Parlatemi di voi. (E' vicinissima a lui, mentre al­lunga la mano per prendere un porta-sigarette sul tavolo davanti al canapè) Una sigaretta?

Tom                            - No, grazie. (Ella prende una sigaretta. Quindi si accosta a lui di nuovo per riporre sul tavolo il portasigarette. Tom prende una scatola di fiammiferi ed accende la sigaretta).

Giulia                          - Siete sposato? (Michele va a sinistra del piano e si appoggia ad esso; sempre intento ai copioni).

Tom                            - No, affatto.

Giulia                          - Dove vivete? In famiglia?

Tom                            - No, ho una piccola stanza in Savile Row. E' nella casa che apparteneva a Sheridan. Al nu­mero dodici. C'è una lapide.

Giulia                          - Conosco la casa. L'ho vista molte volte. E' la casa in cui scrisse «La scuola degli scandali ».

Michele                       - Vorrei che egli fosse qui ora a scri­vere per noi un'altra commedia. (A Tom) Non cre­dete che sarebbe meglio mi diceste qual'è la que­stione delle nostre tasse?

Tom                            - (alzandosi ed avvicinandosi a Michele) Oh, sì, naturalmente. (Riferendosi ad una delle sue carte) Sto esaminando il conto delle spese e vedo elencati un paio di viaggi molto costosi da voi fatti a Parigi signor Gosselyn.

Michele                       - (intervenendo rapidamente) Oh, el­ei sono andato per vedere delle commedie. (Pren­dendo Tom per un braccio e cercando di condurlo verso sinistra) Venite nello studio ed io vi darò tutti i ragguagli.

Giulia                          - (interrompendo) Venite qui un mi­nuto, un minuto solo.

Tom                            - (voltandosi a guardarla) Chi? Io?

Giulia                          - Sì, voi. (Tom si avvicina a lei e resta in piedi presso il canapè) Mi piacerebbe vedere la camera di Sheridan, qualche giorno.

Tom                            - (sorpreso) Alludete alla mia camera?

Giulia                          - Vostra e di Sheridan. (A voce più bas­sa) Una di queste sere, andando a teatro, capiterò lì. C'è un campanello al portone con l'indicazione del vostro nome?

Tom                            - (un po' senza respiro) Oh... Oh, sì.

Giulia                          - Ed avete qualcosa per preparare il thè?

Tom                            - Sì, certamente. Ma... sarebbe meglio mi telefonaste per avvertirmi del vostro arrivo.

Giulia                          - (sollevando le sopracciglia) Andrebbe bene se io suonassi tre volte e poi aspettassi cinque minuti prima di salire?

Tom                            - Oh, io non intendevo riferirmi a cose del genere. Solo avrei piacere che tutto fosse in ordine per ricevervi. (Indietreggiando verso la porta di sinistra) Comunque, venite, spero che verrete... (Si volta e vede che Michele sta guardandolo) ...en­trambi... (Esce rapidamente a sinistra).

Michele                       - (appoggiato ai piano e scosso dal ride­re) Oh, Dio, è bellissima. E queir « entrambi »: impagabile! Vuole anche me.

Giulia                          - Dov'è il ridicolo in tutto ciò?

Michele                       - Dov'è il ridicolo? Ti sforzavi a di­mostrarmi che mi ero sbagliato a proposito di « Lo­la Montez ».

Giulia                          - Non è vero.

Michele                       - Verissimo, invece. Stavi per dirmi: « Guarda, guarda come i giovani restano affasci­nati. Io « posso » fare la parte di una sirena di diciannove anni. Se volessi, io potrei...».

Jevons                         - (entra da destra) Chiedo scusa, signo­re...

Michele                       - (annoiato per l'interruzione) Oh, co­sa c'è, Jevons?

Jevons                         - (annuncia) La signora De Vries.

Giulia                          - (si alza e parla verso l'ingresso) Dolly, tesoro...

Dolly                           - (entra da destra e va verso Giulia. Ella ha quasi la stessa età di quest'ultima. E' simpatica e straordinariamente elegante. Porta una cartella di conti) Giulia, cara. Interrompo qualcosa d'im­portante?

Michele                       - No, no. E' solo la vecchia storia. La scelta di un nuovo lavoro.

Dolly                           - (posando la sua borsa sul tavolo in centro a destra) Non c'è eccessiva premura per questo, vero?

Michele                       - Prima della chiusura della stagione, noi dovremmo già aver pronto il lavoro da rappre­sentare a settembre. Era diverso quando non ave­vamo un teatro nostro a cui provvedere.

Giulia                          - Qualche volta penso se non sia stato un errore assumere la gestione diretta del teatro.

Michele                       - (andando verso Giulia) Non dovresti dire questo. Non foss'altro per gratitudine verso Dolly che ha finanziato l'affare.

Dolly                           - Oh, niente affatto. Io ho fatto un buon affare, come dimostrano questi conti. (Indica la car­tella che ha in mano. Siede presso il tavolo in cen­tro a destra).

Michele                       - (andando verso Dolly) Per favore, datemeli. C'è il ragioniere nel mio studio. (Prende la cartella di Dolly e si avvia verso sinistra).

Dolly                           - Intanto, cosa c'è di nuovo per «Lola Montez»? (Prende il copione sul tavolo).

Giulia                          - (riferendosi a Michele) Il vecchio ra­gazzo rifiuta di accettarla.

Michele                       - (voltandosi indietro) Un momento, io non...

Dolly                           - (interrompendo) Perché?

Giulia                          - Dice che sono troppo vecchia per la parte.

Michele                       - (intervenendo) Io ho cercato di spie­gare...

Dolly                           - (interrompendo di nuovo Michele) Tu, troppo vecchia?

Michele                       - Quello che io ho esattamente detto è...

Giulia                          - (ignorando Michele e tagliando corto) Oh, sì la commedia ha per lui una parte che lo veste a pennello, ma...

Michele                       - Fermati un minuto. Io non ho det­to... (Rinunzia e si avvia verso sinistra quando Giulia di nuovo interrompe).

Giulia                          - Sembra che gli uomini non siano mai troppo vecchi. Mentre noi, povere donne, decliniamo di giorno in giorno, loro ringiovaniscono, o per lo meno le. loro facce assumono un carattere più mar­cato, più virile.

Dolly                           - (con intenzione, a Michele) Non altret­tanto si può dire per il loro morale.

Michele                       - (si volta e guarda Dolly) Lo avete detto con un tono di così profonda amarezza, come se parlaste al vostro povero marito.

Dolly                           - Sì, è strano che, mentre gli uomini sono così diversi l'uno dall'altro, i mariti si somigliano tutti.

Michele                       - Voi, Dolly, avete un profondo intuito psicologico. (Si avvia per uscire a sinistra ).

Giulia                          - Dove vai?

Michele                       - A parlare con quel ragioniere.

Giulia                          - Non dovresti chiamarlo « quel ragio­niere ». E' poco cortese.

Michele                       - Non conosco il suo nome.

Giulia                          - Cerca di saperlo. Io non posso continuare a rivolgermi a lui come al giovane della ditta Lawrence e Humphries.

Michele                       - (con impazienza) Non vedo proprio perché tu debba rivolgerti a lui, a meno che (si avvicina un po' a Giulia) tu non voglia realmente andarlo a trovare. (Giulia sorride misteriosamente ma non risponde) Se lo farai, scommetto che egli chiamerà in aiuto sua madre perché lo protegga. (Esce a sinistra. Dolly rimane in piedi seguendo Michele con lo sguardo).

Giulia                          - (guardando Dolly) Cosa c'è, Dolly?

Dolly                           - Cosa intendi dire con quel «cosa c'è? ».

Giulia                          - Mi è parso che tu fossi un po' aspra con Michele. Si è comportato male con te?

Dolly                           - (voltandosi) Affatto.

Giulia                          - Allora di che si tratta?

Dolly                           - Oh, meglio non parlarne.

Giulia                          - Smettila di continuare a dire e non dire, cara. Mi fa l'effetto che tu abbia un'arma in mano, mentre io me ne sto qui seduta turandomi le orecchie.

Dolly                           - (andando verso il divano) Sta bene. Se vuoi saperlo, sono furiosa con lui.

Giulia                          - Con Michele? Perché, cosa mai può egli averti fatto?

Dolly                           - Credo che abbia una relazione con una ragazza. (Siede sul divano) Bada, non sono sicura, ma credo che...

Giulia                          - Non lo sei, eh? Bene, io, invece, io sono, maledettamente sicura. (Dolly la guarda a bocca aperta) Ma, non voglio privarti del diverti­mento, cara. Dimmi cosa hai sentito.

Dolly                           - E' stato proprio quel giovanotto della Lawrence e Humphries. Egli mi chiese se sapevo qualcosa di una certa giacca di pelliccia per si­gnora, di cui la fattura fu pagata al botteghino.

Giulia                          - Che tipo di giacca?

Dolly                           - (un po' irritata) Cosa vuoi che importi il tipo della giacca?

Giulia                          - Era di ermellino?

Dolly                           - (con stupore) Sì, credo che fosse di ermellino.

Giulia                          - Gliel'ho vista indosso.

Dolly                           - Allora tu sai chi è questa ragazza?

Giulia                          - (come un dato di fatto) Sì. Egli se la intende con lei già da qualche tempo. In confronto agli altri uomini, Michele è abbastanza fedele.

Dolly                           - (indignata) Tu lo chiami fedele?

Giulia                          - Con lei, lo è stato.

Dolly                           - (meravigliata) Ma, Giulia, lo dici così? Non sei gelosa di quella ragazza?

Giulia                          - (calma) No.

Dolly                           - (si alza e va a destra. Quindi girando in­torno al divano guarda la porta di sinistra) Io credo che sia una cosa vergognosa. Vorrei prendere a schiaffi quella sua faccia compiacente e soddi­sfatta.

Giulia                          - Dolly, tieni proprio tanto a lui?

Dolly                           - (voltandosi per guardare Giulia) Cosa?

Giulia                          - So benissimo che tu ami Michele da molto tempo.

Dolly                           - Io amar Michele? Ma sei pazza? (Sfor­zandosi di ridete).

Giulia                          - Via, Dolly. Non sei mica venuta qui di corsa, lanciando fuoco e fiamme soltanto per me. Ecco una bella situazione per una commedia. La moglie non è gelosa, ma lo è la migliore amica di lei, dunque...

Dolly                           - (esasperata viene avanti a destra) Pos­sibile che tu non possa pensare ad altro che alle tue commedie ed ai tuoi intrecci?

Giulia                          - Sul serio, Dolly, vorrei per il tuo bene non parlarne più di questa maledetta pelliccia di ermellino, ma, per una strana e segreta ragione, non posso.

Dolly                           - (tastando il terreno) Cosa significa questo?

Giulia                          - Significa... no... non posso dirtelo.

Dolly                           - E tu non intendi fare niente perché questa relazione finisca?

Giulia                          - Se non fosse questa ragazza sarebbe qualche altra. Perché obbligare quel poveretto a comprare un'altra giacca di ermellino?

Dolly                           - Non capisco più nulla, sul serio. Nes­suna meraviglia se poi si dice che gli attori sono immorali.

Giulia                          - Gli attori sono infinitamente migliori della gente che appartiene alla tua cosiddetta buo­na società.

Dolly                           - Non conosco nessuna donna della buona società che presta il proprio marito come si preste­rebbe un libro. (Siede sullo sgabello in centro a destra).

Giulia                          - (ha deciso. Si alza. Da' un'occhiata alla porta di sinistra quindi va all'estrema destra del divano) Sta bene. Ti dirò qualche cosa di interessante. Ma, prima, devi giurarmi che non ne farai parola con nessuno.

Dolly                           - D'accordo, Di che si tratta?

Giulia                          - Noi non siamo sposati.

Dolly                           - Cosa hai detto?

Giulia                          - Michele ed io non siamo sposati.

Dolly                           - (senza fiato) Giulia! Non è vero.

Giulia                          - E' più che vero.

Dolly                           - Ma, mio Dio; tuo figlio?

Giulia                          - Oh, Roger è a posto. Egli è nato in piena legalità matrimoniale. Sono una donna di­stratta ma non fino a tal punto.

Dolly                           - Ma, hai appena detto.,.

Giulia                          - Eravamo due sposi felici quando egli nacque. Ora siamo due altrettanto felici divorziati.

Dolly                           - Divorziati? Quando avete fatto divor­zio, e dove?

Giulia                          - Due anni or sono durante il nostro giro in America. Michele se l'intendeva con una ragazzetta della compagnia. Oh, l'aveva già fatto altre volte, ed io proprio non ne potevo più, così trovai un avvocato che sapeva il fatto suo ed egli si curò di farmi avere uno di quei divorzi all'ame­ricana, senza strepiti.

Dolly                           - Ma come siete riusciti a far tacere i giornali?

Giulia                          - Il divorzio fu pronunciato in una pic­cola città del Middle West e naturalmente ci ser­vimmo dei nostri veri nomi di famiglia.

Dolly                           - E dopo ciò avete continuato a vivere insieme come se nulla fosse?

Giulia                          - Oh, non come marito e moglie. Tutto era finito. Ma ci rendemmo conto che dovevamo salvare le apparenze per il nostro lavoro comune sulla scena. Per il pubblico inglese la nostra unione è l'ideale.

Dolly                           - Suppongo che nell’intimità la vostra vita sarà un inferno.

Giulia                          - Che dici mai? La nostra è la più dolce delle intimità. Niente questioni, niente gelosie. Amo­re no, ma tanta simpatia. E' stata una vera scoper­ta. Due persone, idealmente accoppiate che vivono insieme in uno stato di beata disunione.

Dolly                           - Idealmente accoppiati? Ma tu non puoi essere...

Giulia                          - (con forza) Ecco dove t'inganni. C'è una parte di Michele che sarà sempre mia. Un mondo in cui egli è sempre sincero con me. Il tea­tro. Noi siamo compagni d'arte; una coppia. Sulla scena niente ci potrà dividere.

Dolly                           - E la tua vita sentimentale?

Giulia                          - (alzando appena le spalle) Uno o due flirts. Niente di serio.

Dolly                           - (alzandosi ed avvicinandosi a Giulia) Chissà se non hai commesso un errore. Le donne che non sono amate tendono a raggrinzire.

Giulia                          - (con le estremità delle dita stille guan-cie) Raggrinzire?

Dolly                           - Oh, non la loro pelle, cara. Le loro anime.

Jevons                         - (apre la porta di destra ed annunzia) Lord Carlo Temperley.

Carlo                           - (entra da destra. Giulia si alza per andar­gli incontro) Buon giorno, Giulia. Salve, Dolly.

Dolly                           - Hello, Carlo.

Carlo                           - (da Giulia) Ho ricevuto il vostro biglietto e sono venuto di corsa.

Giulia                          - Grazie, Carlo. E’ stato ben gentile da parte vostra. Volevo chiedervi di prendere le mie parti in una battaglia.

Carlo                           - Di buon grado, naturalmente. Contro chi dovremo combattere?

Giulia                          - Contro Michele, evidentemente. Non vuole che io reciti « Lola Montez ».

Dolly                           - Vi chiedo scusa, ma credo che sia me­glio ch'io vada ad aiutare Michele a fare i conti del teatro.

Giulia                          - Benissimo, cara. Ma non farai nessun accenno a quello che ti ho detto?

Dolly                           - (andando verso la porta dì sinistra) Non preoccuparti; non te l'ho promesso? (Con un lieve, astuto sorriso esce a sinistra).

Carlo                           - (a Giulia) Volete dirmi per quale ragione a Michele non va « Lola Montez » ?

Giulia                          - Dice che son troppo vecchia per reci­tare il primo atto.

Carlo                           - Storie.

Giulia                          - In quell'atto, Lola incontra due giovani e li seduce al punto che essi si sfidano a duello per lei. Egli sostiene che io non potrei rendere plau­sibile tutto questo.

Carlo                           - Storie, idiozie, insulsaggini.

Giulia                          - No, Carlo, poco fa era qui un giova­notto e le mie più brillanti seduzioni non sono riu­scite a vincerlo.

Carlo                           - E' probabile che il giovane sia stato influenzato dal fatto che voi siete una grande stella.

Giulia                          - Pensate che una donna possa conti­nuare ad essere una grande stella senza sex-appeal?

Carlo                           - (andando presso di lei) Giulia, non sa­rete mica preoccupata per una vostra presunta mancanza di sex-appeal?

Giulia                          - E invece, lo sono.

Carlo                           - Quello che dite è assurdo. Basta riflet­tere che tutte le sere il vostro fascino trascina all’entusiasmo centinaia di spettatori. La vostra è quella che si potrebbe chiamare una seduzione in massa.

Giulia                          - No, Carlo. Se non si è capaci di sedurre in privato non si può farlo in pubblico.

Carlo                           - Per amor di Dio, Giulia, non vi ho forse io amato per quindici anni di seguito?

Giulia                          - (dandogli colpetti sulla mano) Sì, caro, ma voi siete forse ancora sotto l'impressione di quando io facevo girare la testa agli uomini. Certo, io non credo che il sex-appeal sia tutto, ma, quando manca non si può avere neanche il resto.

Carlo                           - (confuso) «Il tutto», «il resto», ma cosa diavolo dite?

Giulia                          - Carlo, cos'è che fa di una attrice una stella?

Carlo                           - Voi siete una stella. E non sapete in virtù di che cosa lo siete diventata?

Giulia                          - No, non lo so. Ed è spaventoso, Carlo. La mia posizione nel teatro, quel teatro cui ho con­sacrato la mia vita, dipende da qualcosa di cui io ignoro la natura.

Carlo                           - Posso ricordarvi che voi siete un'attrice di gran talento?

Giulia                          - Non è questione di talento, Carlo. Cen­tinaia di donne avrebbero potuto cantare meglio di Mary Garden, ma nessuna sarebbe stata capace di far gremire un teatro come lei.

Carlo                           - Ascoltate, mia dolce, assurda Giulia, voi...

Michele                       - (entra da sinistra) Andiamo, Giulia; è tempo che tu faccia il sonnellino'. Oh, buon giorno, Carlo.

Carlo                           - (si alza) Giulia stava dicendomi che voi siete d'opinione che ella non possa recitare « Lola Montez ».

Giulia                          - (cercando di interrompere) Un mo­mento, Carlo... (Dolly entra da sinistra).

Michele                       - Sì. Di « Lola Montez » non si parla più grazie al cielo. E' questione liquidata.

Giulia                          - (esasperata) La tua impudenza non ha limiti. (Va a sedere sulla sedia in fondo a destra).

Michele                       - La mia impudenza? E cosa dovrei dire io della tua testardaggine? n

Giulia                          - Questo è il colmo!

Dolly                           - (posando la sigaretta sul tavolo da caffè nel centro) Michele dice che è l'ora del tuo sonnellino, Giulia.

Giulia                          - Non ho voglia di dormire. Se mi sdraio,  non farò che riflettere.

Dolly                           - Non hai sonno?

Giulia                          - (guardando fisso Michele) No.

Carlo                           - (in piedi, al centro, in fondo, a sinistra di I Michele) Credo, Michele, che sia un vero peccato rinunziare a quel lavoro. Sareste stato splen­dido come « Re Ludovico ».

Michele                       - Sì, lo so.

Giulia                          - Ah!

Michele                       - (le lancia un'occhiata e quindi si volta ) a Carlo) Scusatemi, Carlo, ma debbo occuparmi del sonnellino di Giulia.

Carlo                           - (andando verso destra) Vi toglierò il disturbo. Ho delle cose da fare. Arrivederci, mio paro.

Dolly                           - (in piedi a destra) Posso accompagnarvi, Carlo?

Carlo                           - No, grazie. Dopo tutto questo discorrere ì di sex-appeal debbo camminare. Quando si sono perduti i capelli occorre ancor più badare a non perdere anche la linea. Ci rivedremo a cena. (Esce a destra).

Michele                       - Via, Giulia. Non obbligarmi a portarti a letto. (A Dolly che ride) Oh, sì, mi è già capitato di farlo.

Giulia                          - Inutile minacciarmi. Non vado a letto, Ecco invece quello che farò. Riposerò qui sul divano. (Va a sedere sul divano).

Michele                       - Va bene. Hai preso le tue vitamine?

Giulia                          - Sì. (Egli comincia a fare guanto è ne­cessario per Giulia. Dispone un cuscino e si inginocchia per toglierle le pantofole).

Dolly                           - Bene, ti saluto, cara. (Fa per andare).

Giulia                          - Oh, Dolly, Michele desidera rendersi conto di come procedano le prove degli attori supplenti. Potresti accompagnarlo?

Dolly                           - Con piacere.

Michele                       - (alzandosi) Non ho detto di voler andare a quelle prove.

Giulia                          - Penso che dovresti, caro. Da qualche giorno, hai l'aspetto un po' stanco. Potrebbe facilmente capitarti, una di queste sere, di non essere in condizioni di recitare.

Michele                       - Storie! Sto perfettamente bene e non una volta in sette anni ho mancato alla rappresentazione.

Giulia                          - Non hai neppure toccato ferro dicendolo. Ma ora devi andare.

Michele                       - Prometti, allora, che cercherai di dormire.

Giulia                          - Naturalmente, caro. Mi si cominciano già a chiudere gli occhi.

Michele                       - Benissimo. (Appoggia i piedi di lei sul canapè).

Dolly                           - Desidero anch'io andare a teatro.

Giulia                          - Oh, Dolly, vuoi portare le nuove foto­grafie di Michele? L'agente di pubblicità sta tanto insistendo per averle.

Dolly                           - Dove sono?

Giulia                          - Sul tavolo, nel mio boudoir.

Dolly                           - Vado a prenderle.

Giulia                          - Una è straordinaria; quella in cui Mi­chele è ritratto con il suo nuovo smoking. Ha la virilità di un dittatore.

Dolly                           - Ne prenderò io una di quelle. (Esce a destra).

Michele                       - Perché cerchi di mandarmi via a tutti i costi con Dolly?

Giulia                          - Non vuoi essere un giovane esploratore? Non vuoi che il piccolo cuore di Dolly intoni un peana di gioia?

Michele                       - Perché poi il piccolo cuore di Dolly dovrebbe cantare solo perché io accetto di salire nella sua Rolls?

Giulia                          - Ma non sai che quella donna ti adora?

Michele                       - Non essere sciocca. (Va in fondo a sinistra, prende una coperta su una sedia, la porta sul divano e copre Giulia con essa).

Giulia                          - Vuoi dire che non te ne sei mai ac­corto? Ma se ti guarda sempre come un pitone af­famato che cerca di ipnotizzare la sua preda?

Michele                       - Stai inventando tutta questa storia per qualche tua segreta ragione.

Giulia                          - Mi preoccupo soltanto di te. Credo che un piccolo flirt con Dolly potrebbe farti bene. Sei realmente un tantino giù da qualche tempo. Credo che dipenda dalla tua relazione con quella ragazza dai capelli rossi. Ho osservato che le donne dai capelli rossi non si confanno alla tua salute.

Michele                       - Io non conosco nessuna ragazza dai capelli rossi.

Giulia                          - Oh, tutto finito? Povero caro, hai at­traversato una crisi ed io non me ne sono accorta.

Michele                       - Non è necessario che tu faccia un dramma della mia vita. Non c'è stata nessuna crisi.

Giulia                          - (un tantino sonnacchiosa) Dimmi... il signor Lawrence ed Humphries non ha più detto niente di me?

Michele                       - (prendendo una sigaretta sul tavolo di fronte al canapè ed accendendola) Perché? Nulla.

Giulia                          - (sbadigliando) Ne avrà per molto an­cora?

Michele                       - Per un'altra ora circa.

Giulia                          - (con gli occhi chiusi) Hai saputo iì suo nome?

Michele                       - Fennel, Tom Fennel. (Sospettoso) Perché vuoi saperlo?

Giulia                          - Semplice curiosità... nessun particolare motivo. (Affonda la testa nel cuscino. Michele sta a guardarla per un momento. Le sorride. Indi va in punta di piedi verso la porta di destra che dà nell'ingresso. Mentre egli l'apre si ode nell'ingresso la voce di Dolly).

Dolly                           - Non posso prenderle, Michele... sono di­vine.

Michele                       - (sulla porta. A Dolly) Ssst. Si è ap­pena addormentata. (Esce pian piano chiudendo la porta. Un istante dopo si sente chiudere la porta principale d'ingresso. Giulia salta su dal divano, va alla finestra e manda un bacio a Dolly e Michele che si allontanano. Un momento dopo la porta di destra si apre ed entra Evie).

Evie                            - (sorpresa) Il signore mi ha detto che dor­mivate e che nessuno doveva disturbarvi.

Giulia                          - Dimmi, Evie, come mi trovi?

Evie                            - Abbastanza bene, in questa luce. (Va presso il divano e raccoglie le pantofole di Giulia).

Giulia                          - Non fare dello spirito.

Evie                            - (avvicinandosi a Giulia con le pantofole) Oh, un po' nervosetta, eh?

Giulia                          - Sì, lo sono. Dimmi sinceramente, Evie: ritieni che io abbia del sex-appeal?

Evie                            - (calzando le pantofole) E chi mai vor­reste sedurre?

Giulia                          - Nessuno, in particolare, ma mi preoc­cupa il sapere se ancora ne ho. Questi maledetti inglesi sono diventati così difficili.

Evie                            - Davvero?

Giulia                          - (alzandosi ed andando verso il centro) Guarda, Evie, desidero che tu vada nello studio e dica al signor Fennell che la signorina Lambert vorrebbe parlargli.

Evie                            - Il signor Fennell?

Giulia                          - Si chiama così. Tom Fennel. E' un no­me piuttosto dolce, no? (Si avvicina al piano).

Evie                            - (sospettosa) Cosa intendete fare?

Giulia                          - (mirandosi nello specchio sul pianoforte) Qualsiasi cosa, Evie. Sto per venir fuori dal mio guscio. Da troppo tempo non sono una donna amata. E le donne che non sono amate raggrinziscono, Evie, le loro anime. (Evie le rivolge un'oc­chiata ed esce a sinistra) Ed io non sono sicura che non capiti anche alle loro facce. (Siede al piano e comincia a suonare lievemente. Dopo poche note Tom entra da sinistra. Egli si ferma presso il piano e la guarda. Giulia solleva gli occhi, lo vede e cessa di suonare) Oh, buona sera.

Tom                            - M'avete fatto chiamare? (Segnale per luci e sipario).

Giulia                          - Sì, avete detto di avermi sentita nella interpretazione di « Luci del Nord » ?

Tom                            - Certo.

Giulia                          - (girandosi sullo sgabello in modo da es­sere di fronte a lui) Ricordate la mia scena d'amore?

Tom                            - Perfettamente.

Giulia                          - Il giovane mi diceva: « Credete nell'amore fulmineo?».

Tom                            - E voi rispondevate: «No».

Giulia                          - Allora egli diceva: «E' l'unica manie­ra d'amare ».

Tom                            - E voi dicevate: « Sì ».

Giulia                          - (sorridendo compiaciuta) Ma vai ri­cordate l'intera scena, non è vero?

Tom                            - (avvicinandosi a lei) Non finiva così la scena.

Giulia                          - Non così?

Tom                            - No. Egli si piegava su voi, con il viso vici­nissimo al vostro, ed allora...

Giulia                          - (senza respiro) Allora?

Tom                            - (piegandosi su di lei) Vi prendeva tra le braccia, e vi baciava. (Ancora più vicino a lei).

Giulia                          - (si tira indietro, le mani in alto. Con finta sorpresa) Ma, signor Fennell, come osate?... Questo no... non dovete farlo! (Le luci rapidamente diminuiscono fino ad annullarsi ed il sipario cala).

QUADRO SECONDO

La medesima scena del primo quadro, di notte, al principio di luglio. Pochi minuti prima di mez­zanotte.

(Quando il sipario si alza, Roger è seduto sulla sedia a braccioli a lato del tavolo in fondo a destra, leggendo un libro. La sola luce della stanza viene da una lampada che si trova sul tavolo su cui Roger legge. Jevons entra da sinistra portando un vassoio con bottiglie di liquori, coppe per spumante, ecc.).

Jevons                         - (posando il vassoio sul tavolo in fondo a sinistra) Posso accendere le luci, signor Roger?

Roger                          - (continuando a leggere) Certamente, fate pure. (Abbassa il libro) E' l'ora in cui rientrano a casa?

Jevons                         - (guardando il suo orologio) Dovreb­bero già essere qui. Sono in ritardo di cinque mi­nuti. Avranno forse dovuto parlare al pubblico.

Roger                          - (ridendo) Conoscete bene l'orario, non è vero?

Jevons                         - Dovrei, signore. Sono in questa casa da dieci anni. (Egli preme un interruttore sulla parete di sinistra e la stanza è inondata di luce. Subito dopo si mette a rassettare la camera e du­rante la scena seguente lo si vede affaccendato a vuotare i portaceneri, ad assicurarsi che su ogni tavolo ci siano sigarette e fiammiferi).

Roger                          - (si alza portando con sé il libro e va a sedere sul divano) Bontà divina, ci siamo potuti permettere un cameriere per dieci anni?

Jevons                         - Sì, e credo che se lo permettessero anche prima. Il fatto è che vostro padre e vostra madre non sciupano il danaro come tanti altri attori.

Roger                          - - Siete sempre stato con attori; è vero, Jevons?

Jevons                         - Sì. Strano. Ho un fratello che è in casa di Sua Grazia il Duca di Bristol. Egli è sempre stato con duchi ed io sempre con attori. Egli mi invidia molto.

Roger                          - Invidia? Buon Dio, e perché?

Jevons                         - Vede, signore. I duchi non hanno prime rappresentazioni. Le loro vite sono piuttosto monotone, senza imprevisti.

Roger                          - (ride) E' vero. Scommetto che le cene in casa nostra sono molto più animate.

Jevons                         - Sono una vera festa, signore. Io adoro ascoltare quel che dice vostra madre. E come le piace osservarmi quando io dimentico la mia posizione e sorrido «Guardate Jevons», ella dice. « Egli è l'esponente del più difficile pubblico del mondo. Se riesco a far ridere lui, vuol proprio dire che sono brava». (Si avvicina al tavolo per le bi­bite, in fondo a sinistra).

Roger                          - Sapete se la mamma tornerà con il signor Fennell per la cena?

Jevons                         - Non potrei dire, signore; ma la signora mi ha detto di provvedere per il caso ci fosse qual­che invitato.

Roger                          - Spero che egli ci sia. Domani, al club, giocherò in una partita a coppie. Vorrei da lui qualche consiglio.

Jevons                         - Peccato che il signor Fennell non gio­chi con voi. Sembra che stiate molto bene insieme.

Roger                          - Sì, è proprio così. Abbiamo vinto tre partite di sèguito.

Jevons                         - (ammirando) Davvero, signore? (Si odono rumori nell'ingresso).

Roger                          - Sembra che siano qui.

Jevons                         - Sì, signore. (Va verso destra. Appena è vicino alla porta, Michele entra).

Michele                       - Buona sera, Jevons.

Jevons                         - Buona sera, signore. (Mentre Michele passa davanti a lui, Jevons gli leva la sciarpa che ha intorno al collo).

Michele                       - (a Roger) Oh, sei ancora alzato?

Roger                          - Sì, ho letto. Non mi sono accorto che fosse tanto tardi.

Jevons                         - Debbo servire il vostro whisky, si­gnore? (Va verso il tavolo delle bibite).

Michele                       - Sì, grazie. (Siede sulla sedia a sini­stra del caminetto).

Jevons                         - (mentre versa) E' andata bene la re­cita questa sera, signore? Il pubblico deve aver riso molto. Otto minuti più tardi del solito.

Michele                       - Sì, c'era un buon pubblico.

Jevons                         - (porgendogli il bicchiere) Quante chiamate?

Michele                       - Cinque. Tanto io che la signorina Lambert abbiamo dovuto parlare.

Jevons                         - (passando dietro Michele per andare a destra) Magnifico. E l'incasso, signore?

Michele                       - Dieci sterline in meno di giovedì scorso.

Jevons                         - Debbo dire che non è andata male, considerando che si tratta della duecentoventisettesima rappresentazione. (Si avvia ad uscire verso destra) Direi che è proprio soddisfacente, proprio. (Esce a destra. Roger rìde).

Michele                       - (a Roger) Perché ridi?

Roger                          - Ridevo per Jevons. Egli agisce esatta­mente come un cameriere sulla scena.

Michele                       - Intendi dire che egli è altrettanto perfetto?

Roger                          - Egli è perfetto per la casa di un gran­de attore. Strano che non versi dell'acqua al posto del wisky quando ti porge il bicchiere. (Si ode a destra il suono del campanello d'ingresso).

Michele                       - Oh, il campanello. Tua madre ha probabilmente dimenticato la chiave. (Roger va verso la porta) Bene, vai tu ad aprirle?

Roger                          - (va nell'ingresso e di là si ode la sua voce) Zia Dolly!

Dolly                           - (di fuori) Non è ancora tornato il babbo?

Roger                          - Sì, è appena arrivato. (Dolly entra se­guita da Roger. Porta un manoscritto in una car­tella rossa. Appare eccitata).

Michele                       - (andando verso di lei) Buona sera, Dolly. Che piacevole sorpresa!

Dolly                           - Non vi ho più visto a teatro ed allora sono volata qui. Michele, sono senza respiro per l'eccitazione. Vi ho portato il copione modificato di «Lola Montez». Trevelyan l'ha riscritto ed ha fatto un ottimo lavoro.

Michele                       - (prendendo il copione) Comincia sempre presentando Lola come una ragazza di di­ciannove anni?

Dolly                           - No, davvero, qui è una donna d'espe­rienza, adulta. (Andando verso il canapè) Una vera donna di mondo. Sapete, del genere di quelle di­sposte a vendersi per una giacca d'ermellino.

Roger                          - (andando verso il tavolo delle bibite, in fondo, a sinistra) Un whisky e soda, zia Dolly?

Dolly                           - No, grazie. Ma se ci fosse un po' di champagne...

Michele                       - (posando il manoscritto sul tavolo in fondo, a destra) Vai giù in cantina, Roger, e prendi una bottiglia. Bada che sia del '28. (Va dietro il divano, prende la giacca di Dolly e la depone in fondo a destra).

Dolly                           - (sedendo sul divano) Oh, se non ce n'è quassù, non vi disturbate.

Roger                          - (avviandosi a sinistra) Mammà ne vor­rà un po' anche lei, quando verrà. (Esce).

Dolly                           - Oh, Giulia cenerà qui?

Michele                       - Sì... pensavate che non venisse?

Dolly                           - Credevo che cenasse fuori in compa­gnia di quel giovane Fennell.

Michele                       - Oh, avete sentito dire anche voi che se ne va in giro con lui?

Dolly                           - (quasi con malizia) E... sì.

Michele                       - (andando a destra e sforzandosi di non dare importanza alla cosa) Naturalmente non c'è niente di serio. La Sirena. Ecco la nuova parte di Giulia. La donna esperta, di mondo, presa dal fervore di un amore giovanile. Sta dando un bel­lissimo spettacolo... almeno lo crede.

Dolly                           - Vorrei che fosse un tantino più pru­dente.

Michele                       - Cosa volete dire?

Dolly                           - Sarò sincera con voi: la gente mor­mora.

Michele                       - Quale gente?

Dolly                           - Probabilmente si comincia con quella di teatro, al club Kit-Kat. Sembra che Giulia abbia preso l'abitudine di capitare là molto tardi e che si abbandoni a qualche tenerezza con Tom Fen­nell.

Michele                       - La colpa è in gran parte mia. Le ho detto che molto difficilmente un giovane si sarebbe infiammato per lei, ed ora vuol dimostrarmi il con­trario.

Dolly                           - Povero Michele!

 Michele                      - Immagino pensiate che io sia uno sciocco.

Dolly                           - No, affatto. Penso che siete tanto caro.

Michele                       - Il vostro tono è di commiserazione.

Dolly                           - Avete risvegliato il mio istinto materno.

Michele                       - (andando verso il divano) Bene. Do­po dieci anni che ci conosciamo sono stato final­mente capace di risvegliare uno dei vostri istinti.

Dolly                           - Si ritiene generalmente che gli istinti delle donne si destino solo se stimolati.

Michele                       - La ragione ovvia a questo, mia cara Dolly, è che io vi ho sempre trovata straordinaria­mente attraente.

Dolly                           - (guardandolo ironicamente) Grazie.

Michele                       - Ve la avrei già detto prima, ma in verità sembrava che tra noi ci fosse come una bar­riera. (Ridendo lievemente) Forse è perché voi siete una milionaria.

Dolly                           - E la barriera è caduta improvvisa­mente?

Michele                       - E' curioso, sapete. Circa un mese fa il vostro atteggiamento nei miei riguardi parve mu­tare. Sembrò che abbandonaste la vostra rigidezza, che vi liberaste dai vostri corsets mentali. (Siede sul divano) Potrei giurare di aver sorpreso un lampo malizioso nei vostri occhi.

Dolly                           - Davvero? Bisognerà che stia in guardia. Mi sento in pericolo.

Michele                       - Francamente, se si fosse trattato di qualche altra dovrei considerare questo come un in­vito.

Dolly                           - Michele, voglio farvi una confessione. Per anni vi ho amato.

Michele                       - (sorpreso) Buon Dio!

Dolly                           - Vi dico ciò con molta franchezza perché stimo fuori posto la civetteria in una donna che ha superato i trentacinque anni.

Michele                       - Mia dolce, sorprendente Dolly! (Fa per abbracciarla).

Dolly                           - (schermendosi) Per favore, non cercate di baciarmi, Michele. Nulla è più umiliante dell'es­sere amati soltanto per cortesia.

Michele                       - Ma baciarvi sembra la sola adatta ri­sposta.

Dolly                           - Non "siete in obbligo di una risposta.

Michele                       - Ma, non vi aspetterete mica che io la­sci cadere ogni cosa, cavandomela, per esempio, con un: « Davvero, interessantissimo » ?

Dolly                           - (ridendo) Mio povero tesoro! Avrei do­vuto rendermi conto della situazione imbarazzante di un uomo, cui venga fatta una dichiarazione d'a­more. Egli non può dire: « Tutto ciò è così inatte­so », oppure « Non posso io essere semplicemente un fratello per voi? ».

Giulia                          - (appare improvvisamente sulla porta di destra) Bene, che simpatico quadretto! Dolly, amor mio, che piacevole idea la tua di venirci a fare una visita a mezzanotte. Come ai bei tempi. (Va verso il piano. Michele si alza e va in fondo a sini­stra presso il tavolo delle bibite).

Roger                          - (entra a sinistra portando una bottiglia di champagne) Ecco lo champagne. Ne vuoi un poco, mamma?

Giulia                          - (al piano) Non ora, mio caro; ora vo­glio soltanto un bacio. (Roger le si avvicina ese­guendo una pantomima come per baciarla, ma quando la sua faccia è a pochi centimetri da quella di lei egli bruscamente si allontana) Tutto qui? Non vuoi più baciarmi? Una volta, quando eri pic­colo, ricordo di averti estratto dal piedino uno spil­lo che ti faceva tanto male. Oggi mi pento di non averlo lasciato dov'era. (Mette cappello e guanti sul piano).

Roger                          - Speravo che avessi condotto con te Tom. (Michele versa lo champagne in una coppa e la porge a Dolly. Roger è in fondo a sinistra. Giulia è al piano).

Giulia                          - Ho condotto Tom, infatti. Ma dov'è? (Chiama verso l'ingresso) Tom, cosa diavolo state facendo?

Tom                            - (appare alla porta di destra) Stavo di­cendo al conducente del taxi di attenderci. (Egli è in abito da sera e cravatta bianca) Buona sera a tutti. (Michele torna presso il tavolo delle bibite).

Dolly                           - Buona sera.

Roger                          - (andando rapidamente incontro a Tom e stringendogli la mano) Hello, Tom.

Tom                            - Hello, Roger. Come va il golf?

Roger                          - Benissimo finché non sono sul terreno. Non sono più capace di tirare quel colpo, Tom. Do­vrete insegnarmelo idi nuovo.

Tom                            - Con piacere.

Roger                          - (a Michele) E' un vero mago; raramente il suo colpo fallisce.

Giulia                          - (avviandosi verso destra) Voi due po­tete continuare a parlar di golf mentre io vado a cambiarmi d'abito. Vieni con me, Dolly?

Michele                       - Per quale motivo devi cambiarti?

Giulia                          - Tom ed io si va a ballare.

Michele                       - Non puoi. Non questa sera.

Giulia                          - Oh, ma io devo. Tom mi conduce da Ciro.

Michele                       - (prendendo il copione sul tavolo del te­lefono) Dolly ci ha portato una commedia che ritengo ti interesserà.

Giulia                          - Nessuna commedia potrebbe interes­sarmi stasera, anche se si trattasse di Shakespeare. Ho avuto due rappresentazioni oggi.

Roger                          - Venite Tom, mentre essi disputano po­trete mostrarmi come si colpisce. (Si avvia con Tom verso la porta in centro a destra).

Tom                            - (fermandosi e rivolgendosi a Giulia) Non dimenticate, Giulia, questa è l'ultima sera dei Jitter-Bugs.

Dolly                           - (dando un'occhiata a Michele) Jitter-Bugs?

Tom                            - Sì, sono dei ballerini americani e Giulia ha grandissimo desiderio di vederli. (Dice tutto ciò direttamente a Michele indi si unisce a Roger ed entrambi escono dalla porta di fondo a destra).

Michele                       - (a Giulia con sarcasmo) Jitter-Bugs! Chi sei tu: la maggiore attrice inglese o la regina dei locali notturni?

Giulia                          - Se io sono in decadenza per l'età, come con tanta galanteria affermi, non credi che abbia diritto ad un ultimo tentativo?

Michele                       - (avvicinandosi a Giulia) Tu non puoi permetterti di fare delle pazzie come" le altre donne. Hai tutta un'armonia esteriore da salvaguardare. Questo fa parte del tuo mestiere.

Giulia                          - Mestiere! Non sai trovare una parola più appropriata? E meno proletaria?

Dolly                           - (alzandosi ed andando a sinistra) Oh, cari, voi due siete proprio divertenti.

Michele                       - Un tempo eri contenta che io diri­gessi la tua vita.

Giulia                          - Sì, pensavo che in qualche modo po­tesse entrarci anche un .po' d'amore.

Michele                       - Ora sembra che tu cerchi l'amore in altre direzioni.

Giulia                          - (andando su e giù) E se è così, non credi che ne abbia il diritto? (Comincia a togliersi l'abito).

Michele                       - (che si era voltato dalla parte di Dolly, rapidamente si gira verso Giulia) Giulia! Cosa diavolo stai facendo?

Giulia                          - (ridendo) Oh, scusatemi. Decisamente la pudicizia non è il mio forte. Suppongo che ciò dipenda dal fatto di passare la vita in camerini in cui Tom, Dick ed Harry entrano ed escono a pia­cere.

Michele                       - Tom specialmente.

Giulia                          - Non sarai mica geloso, alle volte?

Michele                       - Non essere sciocca.

Giulia                          - Hai ragione: tu sei incapace di essere geloso. (Si avvia per uscire a destra).

Michele                       - Aspetta un minuto prima di correre via. (Giulia si ferma e si volta) Immagina che io stessi per dirti che questo copione è la tua amatis­sima «Lola Montez», rifatta completamente.

Giulia                          - Davvero? Lasciami guardare. (Afferra il copione e comincia a scorrere le pagine) Che età ha ora Lola nel primo atto?

Michele                       - Ma, circa...

Giulia                          - Dal momento che tu sembri soddisfatto, suppongo che l'azione cominci quando ella è già vecchia.

Michele                       - Ha circa ventiquattro o venticinque anni, vero, Dolly?

Dolly                           - Oh, su per giù.

Giulia                          - (tenendo lo scritto molto lontano dai suoi occhi legge con difficoltà) « Galatea rimase im­mota nella sua perfezione marmorea finché... ». (Non riuscendo a leggere allunga la mano per pren­dere gli occhiali di Michele).

Michele                       - (dandole gli occhiali e mormorando) Voglia il Cielo che ti decida una buona volta a for­nirti di un paio di occhiali.

Giulia                          - (mette gli occhiali e riprende a leggere) « Galatea rimase immota nella sua perfezione marmorea finché l'amore le diede vita, ed io sono come Galatea, Rodolfo, in attesa che voi soffiate il vostro caldo alito entro il mio corpo, perché il mio morto cuore torni a palpitare ». (Prende sul tavolo una matita e sottolinea quanto ha letto. Abbassa gli occhiali) Buono. Un po' retorico, ma è buona retorica.

Dolly                           - E' una bella storia d'amore, Giulia.

Michele                       - Bene; rimettiti il vestito e dammi i miei occhiali. (Ella gli dà gli occhiali ed egli va in fondo a sinistra).

Tom                            - (entra in centro a destra) Allora, cosa avete deciso? (Viene avanti a sinistra di Giulia).

Giulia                          - (posa il copione sul tavolo in centro a destra) Sono obbligata a rimanere. Debbo leg­gere questa commedia. (Indicando a Tom il suo ve­stito sbottonato) Qua, volete far Questo per me, per favore?

Michele                       - (mentre Tom comincia ad abbottonare) Ombre della mia giovinezza! Guardate, Dolly, il caro vecchio gioco: « Venite per piacere ed aiu­tatemi ».

Giulia                          - (a Michele) Chiedere a te di abbotto­nare il vestito di una signora sarebbe come chie­dere a un ladro di aiutarti a mettergli le manette.

Dolly                           - (alzandosi ed andando a sinistra) Sareb­be meglio che tu e Michele andaste a cena; potremo occuparci dopo della commedia.

Giulia                          - No, vai tu con Michele, Dolly. Io resterò a casa a leggere il copione.

Michele                       - Non vuoi cenare?

Giulia                          - Non ora, non ho fame.

Michele                       - Eppure, mentre recitavamo l'ultimo atto, mi hai detto che morivi di faine.

Giulia                          - L'ho detto durante la scena della cena. Per amor di Dio, non sai neanche Quando recito?

Michele                       - No, non lo so. Con te non si sa mai quando reciti o parli. Andiamo, Dolly. (Dà il brac­cio a Dolly e si avvia per uscire con lei in centro a sinistra) C'era una volta un uomo che viveva su una giostra e si divertiva un mondo. Ma, dopo anni e anni, parve che qualcosa cominciasse a girare e girare anche dentro la sua testa. Ed egli diceva: « Se io non posso ogni tanto fuggire dalla mia giostra finirò male ». (Escono verso la sala da pranzo).

Giulia                          - (a Tom) Mi spiace per il nostro ballo.

Tom                            - Non importa.

Giulia                          - C'è qualcosa che non vi va?

Tom                            - Oh, sciocchezze!

Giulia                          - Immagino che siete ancora in collera per il fatto che non ho voluto venire a casa vostra.

Tom                            - Non ho il diritto di lagnarmi di niente. Voi siete stata molto gentile con me. Mi avete aiu­tato a trovare nuovi clienti per l'ufficio. Mi avete presentato a molte persone interessanti.

Giulia                          - Niente di straordinario. Si desidera che i propri amici conoscano gli altri amici.

Tom                            - (un po' amaramente) Amici! A voi nulla importa di me, assolutamente.

Giulia                          - Questo non è vero. Voi mi siete molto caro. Siete un amore. (Siede sul divano).

Tom                            - Un amore! E' tutto uno scherzo per voi, nevvero?

 Giulia                         - No, non lo è. Porse lo era, in principio. Non esattamente uno scherzo, ma una specie di gioco.

Tom                            - Può essere piacevole per voi, ma non lo è per me. (Si volta e la guarda) Ditemi, Giulia... c'è... c'è nessuna speranza per me?

Giulia                          - Speranza?

Tom                            - (quasi in collera) Non state a ripetere le mie parole. Sapete bene quello che intendo dire.

Giulia                          - Vorreste ch'io diventassi la vostra amante. E' così?

Tom                            - Detto così, può sembrare volgare, ma ciò che io intendevo...

Giulia                          - Benissimo, allora l'adorneremo. Gli metteremo abiti graziosi e legheremo con nastri i suoi capelli. Diremo che voi mi amate. Non è vero, ma lo diremo ugualmente.

Tom                            - (va a sedere a fianco di lei sul divano. Con veemenza) E' vero. Io sono pazzo di voi. Penso a voi giorno e notte. Ho portato via quattro vostre fotografie dal foyer del teatro, e ne ho ador­nato le pareti della mia camera.

Giulia                          - Non è vero.

Tom                            - (con voce un po' soffocata) Venite a ve­dere.

Giulia                          - Andare nella camera di un uomo per vedere delle fotografìe? Mi sembra di aver già sen­tito questa battuta in qualche lavoro.

Tom                            - Ditemi lealmente, Giulia: conto qualcosa per voi?

Giulia                          - Lealmente? Sì. E non c'è motivo per cui io non dovrei andare a vedere la vostra colle­zione d'arte.

Tom                            - (con ardore, prendendole le braccia) Al­lora verrete?

Giulia                          - Non ho detto questo. Ho detto che non c'è motivo per cui non dovrei. Ma debbo pensarci. (Si alza e va a destra).

Tom                            - Io non vi capisco, Giulia. Alle volte sem­brate così fredda...

Giulia                          - (in piedi al di là del tavolo in centro a destra) No, no, non sono fredda, Tom, ma... io... (dà un'occhiata al copione sul tavolo e ricorda quanto ha letto) io posso essere come Galatea che rimase immota nella sua perfezione marmorea. (Guarda rapidamente U manoscritto per ricordare) Anche l'amore non le diede vita. E come lei sono in attesa, Rodolfo... Tom... (Tom che è stato in­tento ad accendere una sigaretta presso il tavolo da caffè, si volta rapidamente verso di lei) in attesa di qualcuno, di voi, forse, perché soffiate il vostro alito caldo entro il mio corpo (Tom affascinato si alza e lentamente le si avvicina) onde il mio morto cuore torni a palpitare.

Tom                            - (sta per stringerla tra le braccia) Adorata!

Roger                          - (dal giardino) Tom...

Giulia                          - Attenzione! (Si allontana da Tom e va rapidamente a sedere sul divano).

Roger                          - (entra in centro a destra) Tom, prima di andare a letto, desidero mettermi d'accordo per quella partita di golf.

Tom                            - (confuso) Io non so se potrò essere libero, Roger.

Roger                          - Oh, via... nulla è più importante del golf.

Giulia                          - Oh, va a letto, Roger.

Roger                          - Mamma, Tom è interessato come me a questa partita. Potremmo stabilire per il prossimo sabato, Tom?

Tom                            - (senza interesse) Sì, credo che andrà bene.

Roger                          - Bene. Così avrò il tempo di esercitarmi a vibrare dei buoni colpi. (Unisce le mani e finge di agitare un bustone da golf girando completamente intorno a se stesso).

Tom                            - (a Giulia parlando in direzione di Roger) Avete sul serio l'intenzione di andare fino in fondo?

Roger                          - (che ha finito il suo giro in tempo per udi­re le ultime parole di Tom) Come?

Tom                            - (a Roger) Non parlavo a voi.

Roger                          - M'era sembrato sentir parlare di andare fino in fondo.

Giulia                          - (scoppiando in un riso isterico) Oh, Dio!

Roger                          - (guardandola sorpreso) Cos'hai da ri­dere, mamma?

Giulia                          - (ridendo senza potersi dominare) Tu, e il tuo golf!

Roger                          - (prendendo il manoscritto sul tavolo) Hai bevuto, mamma?

Giulia                          - No, ma ne sento il desiderio. Tom, ver­satemi una coppa di champagne. (Tom si avvicina al tavolo delle bibite ed esegue).

Roger                          - (guardando U copione) Mamma, credi che questa nuova stesura sia veramente buona?

Giulia                          - Tuo padre, che non l'ha letta, dice che è meravigliosa. (Tom le porge la coppa) Grazie. Bevete qualcosa anche voi.

Tom                            - Sì, volentieri. (Torna presso il tavolo).

Roger                          - (leggendo una pagina del copione) Mam­ma perché hai sottolineato questo ridicolo periodo? (Legge con aria caricaturale) « Galatea rimase im­mota nella sua perfezione marmorea finché l'amor le diede vita... ». (Giulia presa dal terrore si alza corre presso di lui e gli strappa di mano il copione) Non parlano così gli uomini nella vita reale. (Tom sì è voltato a guardarla).

Giulia                          - (con uno sforzo terribile e per riprendersi) Non vedo perché essi non dovrebbero farlo. Io, leggendo quelle parole, ho pensato come mi sareb­be dolce dirle... (guarda Tom) a qualcuno che mi stesse a cuore. (Va a sedere sul divano).

Roger                          - Bene, credo sia meglio andare a letto. Non trattenere Tom troppo a lungo, mamma: non giova al suo golf. (Si avvia a destra) Buona notte.

Giulia                          - Buona notte, caro. (Roger esce a de­stra).

Tom                            - Un gran giorno per me, questo.

Giulia                          - Andremo da Ciro domani?

Tom                            - Domani sera andrò a trovare i miei.

Giulia                          - Allora venerdì?

Tom                            - No, ho un impegno anche venerdì.

Giulia                          - Siete in collera con me?

Tom                            - No, non in collera. E' più forte di voi. Me ne rendo conto. Ma non vai la pena di andare avanti. Le finte emozioni sono la normalità per voi. Non per me.

Giulia                          - Io non fingevo.

Tom                            - Sicuramente.

Giulia                          - Vi proverò che sono sincera.

Tom                            - Come potete farlo?

Giulia                          - (alzandosi) Dimostrandovi che voi siete per me più importante di qualsiasi commedia.

Tom                            - Cosa intendete dire?

Giulia                          - (avvicinandosi al piano) Rinunzio alla lettura e vengo via con voi. (Comincia a raccogliere i suoi oggetti sul piano).

Tom                            - Lo spettacolo da Ciro sarà finito ormai.

Giulia                          - E se andassimo in un piccolo, originale locale notturno... L'Uncles?

Tom                            - L'Uncles?

Giulia                          - Potremmo fare una cenetta e ballare un po'.

Tom                            - E' vicinissimo a casa mia. (Avvicinandosi a lei).

Giulia                          - (con finta sorpresa) Davvero? La gal­leria d'arte Fennell. Chissà come mai mi è venuto in mente quel nome: l'Uncles. (Si sente di fuori il ridere di Dolly e Michele).

Tom                            - (fa un movimento per baciarla) Adorata!

Giulia                          - Sstt... Non fate rumore. Venite, presto. (Va verso la porta di destra).

Tom                            - (andando con lei ma indicando a sinistra) Non volete salutarli?

Giulia                          - No. Il taxi è sempre giù?

Tom                            - Sì.

Giulia                          - Venite. (Lo prende per mano ed escono di corsa da destra).

Michele                       - (fuori scena a sinistra nella sala da pranzo) Portate anche il mio bicchiere, per pia­cere, Dolly. (Giulia rientra in punta di piedi ed in gran fretta corre verso il divano, prende il copio­ne e alla svelta esce a destra. Nello stesso momento si vede Michele entrare dalla porta della sala da pranzo. Ha in una mano un piatto pieno, nell'altra una coscia di pollo. E' seguito da Dolly che porta due coppe di champagne. Giulia fa appena in tempo ad uscire senza esser vista da loro. Michele continua a parlare mentre entrano nella stanza) Posso ter­minare la mia cena mentre Giulia legge. (Si ferma sorpreso) Oh, bella, non c'è. (Si guarda intorno e chiama) Giulia, Giulia.

Jevons                         - (entra dall'ingresso a destra. Sulla porta) La signorina Lambert è appena uscita, signore. (Segnale per luci e sipario).

Michele                       - Uscita?

Jevons                         - Sì, signore, con il signor Fennell.

Michele                       - C'è da diventar matti.

Dolly                           - (sedendo sul divano) Ha cambiato idea.

Michele                       - (con improvvisa apprensione) Oh, va bene, Jevons.

Jevons                         - Sì, signore. Grazie, signore. (Esce a destra).

Michele                       - Non intendo sopportare ancora questa ridicola situazione. Ella non ha il diritto di agire così, ve lo dico io.

Dolly                           - Oh, via, Michele. Perché dovreste...

Michele                       - Possa essere maledetto se mi adat­terò alla parte del marito compiacente.

Dolly                           - (avvicinandosi al piano) Ma voi non siete suo marito. Chissà dove avrà messo il copione

Michele                       - (si volta verso di lei molto sorpreso) Cosa avete detto?

Dolly                           - Che voi non siete suo marito. Giulia, mi ha raccontato quanto accadde in America. (Si avvicina al piano e cerca tra i manoscritti che sono su esso).

Michele                       - Giulia vi ha detto?

Dolly                           - Sicuro. Non occorre quindi che cerchiate di salvare la situazione. Possiamo metterci a sedere e leggere tranquillamente « Lola », ammesso che si riesca a trovare il copione.

Michele                       - Giulia vi ha detto... dopo che avevamo fatto entrambi solenne giuramento...

Dolly                           - Volete sapere cosa penso, Michele? Giu­lia ha portato con sé il copione.

Michele                       - (in piedi in centro con il piatto in ma­no) Lo credete proprio? Vuol dire che si prepara realmente ad una notte di lavoro.

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

La stessa scena del primo atto.

Una sera di domenica in agosto. Dopo cena.

(All'alzarsi del sipario, il telefono squilla. Dopo un momento Evie entra dalla sala da pranzo, a destra. Si avvicina ad un tavolo, appena a destra del caminetto, su cui è il telefono e siede sulla sedia a braccioli, prendendo il ricevitore).

Evie                            - Hello. Parlo in casa del signor Fennell? Bene, sia ringraziato il Cielo; è un'ora che cerco di parlargli. E' in casa? (Michele entra da sinistra non veduto da Evie e va presso il tavolo delle bibite) Ma dov'è il signor Fennell? Chi siete voi, signorina? Oh, voi siete, eh? Be', non mi pare l'ora adatta per fare le pulizie. Oh, benissimo. Ditegli di telefonare qui. (Michele versandosi un bicchiere di acquavite lo urta con la bottiglia. Evie si accorge di lui con sorpresa. Cambia il tono della voce, con­tinuando a telefonare) Bene, ditegli che ha tele­fonato Evie. Capirà. Basta che gli diciate di chie­dere di Evie. (Rimette a posto il ricevitore e va verso la porta di destra).

Michele                       - (venendo avanti) Chiedere di Evie, eh?

Evie                            - (fermandosi) Oh, signor Gosselyn, che paura m'avete fatto. Non vi avevo sentito entrare.

Michele                       - (severo) Cos'è successo? Non riuscite a pescare il signor Fennell?

Evie                            - (vagamente) Il signor Fennell?

Michele                       - Non dite bugie. So quello che sta accadendo.

Evie                            - Niente di serio, signore.

Michele                       - E sono anche certo che non manche­rete d'informarmi in tempo, vero?

 Evie                           - Abbiate solo un po' di pazienza con lei, signore e tutto finirà bene. (Egli non risponde) Nulla conta realmente per la signorina Lambert all'infuori di voi e di suo figlio.

Dolly                           - (entra dal fondo a sinistra) Oh, siete qui? Non sapevo più cosa fosse successo di voi. (Evie esce a destra).

Michele                       - Dov'è Giulia?

Dolly                           - E' ancora a tavola con Carlo. Cos'è ca­pitato, Michele?

Michele                       - Ho sorpreso Evie che telefonava...

Dolly                           - A Tom Fennell?

Michele                       - Evidentemente Giulia ha perso l'ap­petito perché non ha sue notizie.

Dolly                           - Già, e pensare che da principio crede­vamo che fosse tutta una commedia la sua...

Michele                       - (venendo avanti) E' chiaro comunque che il giovane Fennell dimostra un ben scarso in­teresse per Giulia.

Dolly                           - Solo perché per una domenica non si è fatto vivo?

Michele                       - No, ma egli si sta servendo di Giulia per accrescere la sua clientela. Come lo prenderei a calci volentieri!

Dolly                           - Si direbbe che amate ancora Giulia.

Michele                       - No, non l'amo. L'amore non c'entra affatto, ma Giulia Lambert è una celebrità, Dolly. C’è da essere indignati nel vederla sfruttata da un impiegatuccio.

Dolly                           - Siete proprio generoso, Michele.

Michele                       - Fin da quando eravamo una coppia di giovani attori sconosciuti la carriera di Giulia è stata sempre la cosa più importante per me. E' questo un legame che non si può facilmente spez­zare, Dolly. (Guarda Dolly).

Dolly                           - (ferita, ma sorridendo coraggiosamente) Sì, temo che mai sarete capace di spezzarlo. Giulia avrà sempre per voi la precedenza su tutto.

Michele                       - (prendendola tra le braccia) No, non sarà così.

Dolly                           - Io non mi lamenterò finché potrò con­servare il mio angolino nel vostro cuore. (Depone la sigaretta).

Michele                       - Quello sarà sempre vostro. Siete stata un gran conforto per me, Dolly. (Si sente suonare il campanello della porta di casa) Suonano. (Si alza e va verso la finestra di destra).

Dolly                           - Forse è il fìgliuol prodigo che ritorna.

Michele                       - (guardando dalla finestra) Sì, avete proprio ragione. E' Fennell. C'è una ragazza con lui. (Va verso Dolly che si alza) Non desidero incon­trare quel tipo. Venite nello studio.

Dolly                           - (mentre Michele prende il suo braccio e vanno verso sinistra) Immagino che abbia con­dotta la ragazza per allontanare i vostri sospetti.

Michele                       - E' prodigioso il fiuto che avete per l'intrigo, voi donne. (Essi escono a sinistra. Poco dopo sì apre la porta di destra ed entra Jevons seguito da Tom e Avice Crichton).

Jevons                         - Oh, io credevo che il signor Gosselyn fosse qui. Deve essere appena andato via.

Tom                            - Dov'è la signorina Lambert?

Jevons                         - Nella sala da pranzo con Lord Carlo e il signorino Roger. Vado ad annunziarle che siete qui,(Si avvia per uscire a sinistra).

Tom                            - No, non la disturbate, per favore.

Jevons                         - (fermandosi) Non tarderà a venire. Mi ha detto di servire qua il caffè.

Tom                            - (ad Avice che è in piedi alla sua destra) Jevons è una autentica celebrità teatrale.

Avice                          - (con interesse) Oh!

Tom                            - Ha conosciuto i maggiori astri della scena, a cominciare da Sarah Siddons.

Avice                          - (a Jevons) Oh, davvero? (Siede sulla sedia in centro a destra).

Jevons                         - Non proprio fino a quel punto, signo­rina. Ma credo di aver servito tutti i più grandi attori sin dai tempi in cui le ribalte erano ancora illuminate a gas.

Tom                            - Ed ora state parlando ad una futura stella: la signorina Avice Crìchton.

Jevons                         - Sì, signore. (Ripetendo il nome atten­tamente) Signorina Avice Crichton. Ricorderò que­sto nome.

Tom                            - Ella è ben nota nelle città di provincia e lo diventerà altrettanto a Londra non appena ne avrà l'opportunità.

Jevons                         - Davvero? Vi auguro la migliore delle fortune, signorina.

Avice                          - Grazie, Jevons. (Jevons si inchina ed esce in centro a sinistra. Avice si rivolge a Tom) Non presentarmi alla signorina Lambert come una grande futura stella.

Tom                            - Oh, lei non ci farebbe caso.

Avice                          - Proprio?

Tom                            - La conosco molto bene.

Avice                          - Lo dici a me? Tu e lei siete lo scandalo di Londra.

Tom                            - Oh, storie.

Avice                          - Se vuoi sapere la mia opinione credo che tu ti possa chiamare fortunato di non essere finito davanti alla corte dei divorzi.

Tom                            - Non si può essere accusati per avere ac­compagnato una signora a ballare.

Avice                          - Ed è tutto quello che avete fatto, sup­pongo.

Tom                            - (avvicinandosele e chinandosi su di lei) Non pensare a ciò che è stato. Credimi, da oggi in poi non ci sarà motivo di malignare. E' tutto finito...

Avice                          - Un momento... Non allontanarti da Giu­lia Lambert prima che io abbia avuto quella parte.

Tom                            - (ridendo) Questa è magnifica!

Avice                          - Chi l'avrebbe detto che tu saresti stato un giorno in grado di aiutarmi a diventare una stella?

Tom                            - (andando vicino a lei e cingendola con le braccia) Il male è che appena sarai una grande stella non ti accorgerai neppure più di me.

Avice                          - (burlandolo) Pare invece che siano pro­prio le grandi stelle ad accorgersi di te, giovanotto.

Roger                          - (entra dal fondo a sinistra. Appena li vede) Oh, scusatemi, io...

Tom                            - (interrompe l'abbraccio e va verso il centro) Oh, buona sera, Roger. Questa è la signorina Avice Crichton. (Ad Avice) Tu mi hai sentito parlare di Roger.

Avice                          - Oh, sì. Giocate insieme a golf, vero? Piacere.

Roger                          - Siete fidanzati?

Tom                            - (sorridendo ad Avice) Lo saremo proba­bilmente qualche giorno.

Roger                          - Bene.

Avice                          - (con ansia) Per piacere, non lo dite a nessuno, proprio a nessuno.

Roger                          - (guardandoli un po' dubbioso) State tranquilla. (Si apre la porta che immette nella sala da pranzo e Giulia entra. Il vestito che indossa la fa somigliare ad una grande dama del Rinascimento. In confronto, la comune leggiadria di Avice appare ancora più insipida. E' seguita da lord Carlo il quale, come Roger, è in abito da sera ragion per cui Tom ed Avice, nei loro abiti sportivi, appaiono fuori posto).

Giulia                          - Buona sera, Tom. Abbiamo atteso tutto il giorno la vostra apparizione.

Tom                            - Buona sera, Giulia, Posso presentare la signorina Avice Crichton? La signorina Lambert. Lord Carlo Temperley. (Segue un coro di « Piacere » e « Buona sera », Carlo è a sinistra, Roger in fondo a sinistra, Tom ed Avice a destra) Ho passato la fine di settimana con i vostri amici, i Dennorant.

Giulia                          - Oh, siete dì casa nell'alta società, vero? (Entra dal fondo a sinistra, Jevons, portando un vassoio per servire il caffè e lo posa sul tavolo da­vanti a Giulia uscendo subito dopo dalla stessa par­ie. Giulia siede sul divano e si prepara a versare).

Tom                            - Sì, ed ho scoperto che è facile avvicinare i nobili quando essi sperano di ottenere una ridu­zione delle loro tasse.

Carlo                           - (ad Avice) Anche voi, signorina Crichton, siete stata in casa Dennorant?

Avice                          - No. Sono stata presso alcuni amici. Tom mi ha offerto di riaccompagnarmi in città. (A Giu­lia) Veramente, non dovevamo fermarci qui, ma io avevo tanto desiderio di conoscervi, signorina Lam­bert.

Giulia                          - (gaia) Perché poi non vi sareste dovuti fermare?

Avice                          - I nostri abiti: guardateci.

Giulia                          - Gli abiti non hanno nessuna importan­za per me. Io stessa, il più delle volte non so quello che indosso. Oh, sedete.

Avice                          - Grazie. (Siede sullo sgabello in centro a destra).

Giulia                          - Ricordo che una volta, quando reci­tavo « La via Bel Garbo », il direttore di scena bus­sò alla porta del mio camerino per avvertirmi che ero di scena. Mi precipitai in palcoscenico senza ac­corgermi che avevo dimenticato di mettermi la sottana.

Roger                          - Cosa portavi, mamma?

Giulia                          - Un paio di lunghe mutande alla prima moda vittoriana. La battuta che dovevo dire era la seguente: « Vedete, Capitano Brown, ci sono delle cose che io, troppo a lungo, vi ho tenuto nascoste». (Tutti ridono).

Avice                          - Magnifico!

Giulia                          - (versando il caffè) Chi vuole caffè? Carlo?

Carlo                           - Grazie.

Giulia                          - (porge una tazza a Roger che la porta a Carlo. Mentre versa in un'altra) Se desiderate acquavite o liquori, servitevi, per piacere.

Carlo                           - (a Roger) E' proprio vero che vai a Cambridge domani, Roger?

Roger                          - Sì, vado a fare un po' di ripetizioni pri­ma che cominci il periodo delle lezioni. (Torna dietro il divano e Giulia gli porge un'altra tazza di caffè. Carlo siede al piano e suona leggermente).

Tom                            - Giulia, devo chiedervi qualcosa. (Giulia si volta verso di lui ansiosa) Avice desidererebbe avere la parte della prima attrice giovane nella vostra nuova produzione.

Giulia                          - (ad Avice) Oh, voi siete un'attrice?

Avice                          - Sì.

Giulia                          - (a Tom) Non mi avete mai detto di avere altre amicizie nel campo del teatro.

Tom                            - Ci incontrammo anni fa durante una va­canza e poi ci siamo perduti di vista, fino all'altro ieri.

Avice                          - Per oltre un anno sono stata in compa­gnia con Cirillo Forrester.

Giulia                          - Ho sentito dire che la sua è veramente una buona compagnia.

Avice                          - Il signor Gosselyn è venuto a sentirci una volta. Fu per noi una grande emozione sapere che si trovava tra il pubblico.

Giulia                          - Sì, lo credo. E' lui che distribuisce le parti nei nostri lavori. Lo pregherò di sentirvi re­citare qualche battuta.

Avice                          - Oh, debbo far questo?

Giulia                          - Perché? Vi spiace?

Avice                          - Ma, io non ho mai...

Giulia                          - Alle mie prime armi, ero felice quando mi capitava l'occasione di una simile prova.

Tom                            - (intervenendo) Vi spiacerebbe se Avice fosse presentata ora a Michele?

Giulia                          - Dispiacermi? E perché? Sai dove si trovi tuo padre, Roger?

Roger                          - Credo sia nella sala del biliardo.

Giulia                          - (indicando Tom ed Avice) Accompa­gnali.

Roger                          - (posando la tazza sul tavolo in fondo a destra) Subito. Venite. Dobbiamo appena at­traversare il giardino. (Egli, Tom ed Avice escono dalla porta in fondo a destra).

Carlo                           - (mentre escono, smette di suonare e si rigira sullo sgabello per essere di fronte a Giulia) Mi domando per quale motivo ha detto di essere stato dai Dennorant.

Giulia                          - Cosa volete dire?

Carlo                           - Ieri era il dodici agosto.

Giulia                          - (capisce subito) Già.

Carlo                           - Giorgio Dennorant non è mai mancato all'apertura della caccia alla pernice di montagna.

Giulia                          - (agitata. Si alza) Non posso credere che Tom abbia voluto mentirmi deliberatamente. Non lo credo. (Va al telefono).

Carlo                           - Cosa volete fare? (Mentre Giulia prende il ricevitore egli si alza) Giulia, non avrei detto niente se avessi potuto appena pensare...

Giulia                          - (parlando al telefono) Hello, siete voi, Jevons? Telefonate a Camford Abbey e dite al ca­meriere di Lord Dennorant che il signor Fennell crede di aver dimenticato il sacco con i bastoni per il golf. (Depone il ricevitore).

Carlo                           - (grave) E' tanto importante per voi?

Giulia                          - (si sforza di parlare normalmente) Niente affatto. Si tratta semplicemente... di cu­riosità femminile. (Con una piccola risata) Vorrei soltanto sapere se quei due ragazzacci hanno fatto una scappata insieme. (Si gira un po' verso il fondo a destra).

Carlo                           - Posso dire una cosa, Giulia?

Giulia                          - (voltandosi indietro) Avanti.

Carlo                           - Credo che sarebbe saggio da parte vostra non interessarvi troppo a quel giovanotto.

Giulia                          - Perché? Credete che mi abbia mentito dicendo di aver passato la fine di settimana dal Dennorant? Intanto non sappiamo se ha detto una bugia, non lo sappiamo ancora. Farei volentieri con voi1 una piccola scommessa che egli ha detto la verità.

Carlo                           - Non alludevo a questo. Come sapete, a questo mondo metà dell'umanità si abbandona alla calunnia e l'altra metà ci crede.

Giulia                          - Capisco. Si mormora in giro che tra me e Tom ci sia qualcosa.

Carlo                           - Questo non sarebbe grave. Si mormora che voi l'amiate. Chi vi dice che la cosa non sia giunta all'orecchio di Michele e che egli non sia propenso a prestarvi fede?

Giulia                          - Anche se egli ci credesse non se ne curerebbe. Ecco la cruda verità, Carlo. Quando l'amore non è più nella nostra vita, si va alla ri­cerca di surrogati: futilità, danze, cene, qualunque cosa. Qualunque cosa pur di sottrarsi all'angoscia più dolorosa per una donna: la sensazione che nes­suno si curi più di voi. (Si volta verso il fondo, al centro).

Carlo                           - Giulia, mia cara... (Fa un passo verso di lei. Jevons entra in fondo a sinistra).

Giulia                          - Allora, Jevons?

Jevons                         - Il cameriere di Lord Dennorant dice che deve trattarsi di un errore. Il signor Fennell non è stato a Camford. La famiglia è in Scozia.

Giulia                          - Grazie, Jevons. (Jevons si inchina ed esce in fondo a sinistra chiudendo la porta. Giulia si volta verso Carlo) Fortuna che non ho scommes­so: avrei perduto... (Fa un debole tentativo di ridere).

Carlo                           - Il giovane Fennell è molto simpatico, ma...

Giulia                          - (sedendo sul divano) Oh, per amor di Dio, smettetela di parlare di Tom Fennell. Eviden­temente egli ha una relazione con quella ragazza. Bene, e con ciò? Mi annoia occuparmene ancora.

Carlo                           - (andando a sedere al suo fianco) Scusa­temi. Di cosa desiderate parlare?

Giulia                          - Non siete più quello di una volta. Un tempo avreste approfittato dell'occasione di trovar­vi solo con me per farmi la corte.

Carlo                           - E' vero, Giulia, ma, dopo quindici anni, un uomo ha bisogno di qualche incoraggiamento per continuare.

Giulia                          - Benissimo, vi incoraggerò. Via, tentate. Un tempo mi scongiuravate di fuggire con voi. Do­ve ce ne andremo?

Carlo                           - Temo proprio che non esista oggi un solo posto in cui la grande Giulia Lambert non sarebbe subito riconosciuta.

Giulia                          - Oh, cercate di sottrarvi, eh?

Carlo                           - No, per nulla.

Giulia                          - Era un vostro debole sospirare per me. Avanti, sospirate.

Carlo                           - (va verso il centro a destra) Non posso più sospirare: ho il fiato corto.

Giulia                          - Siete un vecchio impostore, Carlo.

Carlo                           - Cosa intendete dire?

Giulia                          - Vi piace fare delle serenate sotto il balcone di una donna purché non ci sia una scala a portata di mano.

Carlo                           - Se questo è il concetto che avete di me come amante, credo sia giunto il momento buono per andarmene. (Si avvia per uscire da destra).

Giulia                          - (alzandosi e andando verso di lui) Non ditemi, caro Carlo, che siete offeso per quello che ho detto. Ne sarei molto addolorata.

Carlo                           - No, non sono offeso, ma debbo andare.

Tom                            - (entra dal fondo a destra e va verso Giulia) Michele ricorda di aver sentito Avice e la ritiene una ottima attrice.

Giulia                          - Perché mi avete, poco fa, mentito?

Carlo                           - Giulia, se non vi spiace, io...

Tom                            - Mentito? Non capisco.

Giulia                          - Voi non siete stato in casa Dennorant.

Tom                            - Certo che ci sono stato.

Giulia                          - Dovreste consultare prima l'annuario mondano. Lord Dennorant è nelle sue brughiere in Scozia. Ieri è stato il primo giorno di caccia alla pernice di montagna. Queste cose le sa anche un fattorino d'ufficio.

Carlo                           - Debbo scappar via sul serio. Arriveder­ci, Giulia. (Le prende una mano e la dacia) Vi te­lefonerò e andremo a colazione...

Giulia                          - Benissimo. Arrivederci, Carlo.

Carlo                           - (mentre va) Salutate Michele per me. Buona notte. (Esce in fretta a destra).

Tom                            - (torvo mentre Giulia si volge di nuovo a lui) Sta bene, vi ho mentito. E allora?

Giulia                          - Avete trascorsa la fine di settimana con quella ragazza, vero?

Tom                            - Non come sospettate. Siamo stati in casa di certi suoi amici ad Henley.

Giulia                          - Ecco, probabilmente, un'altra bugia.

Tom                            - Non capisco perché dobbiate essere così severa con me. Forse non ho agito con perfetta lealtà, ma voi nemmeno siete stata sincera con me.

Giulia                          - Cosa intendete dire?

Tom                            - Il vostro non è mai stato vero amore per me, ma un semplice esperimento per vedere sino a qual punto poteva giungere il vostro fascino.

Giulia                          - Chi vi ha messo in testa un'idea simile?

Tom                            - Sareste sorpresa se vi dicessi chi è stato.

Giulia                          - Chi?

Tom                            - Vostro marito. Fu lui a consigliarmi di non prendere la cosa sul serio.

Giulia                          - E quando ve lo ha consigliato?

Tom                            - Parecchie settimane fa. Forse fu da par­te sua uno strattagemma per sbarazzarsi di me.

Giulia                          - Ebbene, voglio dirvi io qualche cosa. Non vi amo. Ho messo la migliore volontà per a-marvi, ma non ci sono riuscita.

Tom                            - Allora non avete di che lamentarvi.

Giulia                          - Proprio? Io vi ho dato la mia amicizia ed il mio affetto. L'ho fatto lealmente, deliberata­mente. In cambio vi ho soltanto chiesto di corri­spondere con eguale lealtà.

Tom                            - Non vedo cosa ci sia di tanto grave, se poco fa vi ho mentito.

Giulia                          - Vi prego di non sforzarvi a trovar scu­se. E' un episodio di poca importanza. La mia vita è ancorata a due pilastri che nessuna forza al mondo riuscirebbe a smuovere; mio marito ed io. La nostra amicizia... il nostro lavoro. Grazie a voi mi accorgo come qualsiasi altra cosa abbia ben scarso valore per me.

Tom                            - Benissimo, ma io non vedo perché non dovremmo continuare ad essere amici.

Michele                       - (entra da sinistra. Con ironia) Oh, scusate.

Tom                            - Affatto. Sto per andare.

Michele                       - Davvero? Buona notte, allora.

Giulia                          - Michele... (Si alza e va verso il cen­tro) Tom mi ha detto che hai già sentito recitare la signorina Crichton.

Michele                       - Sì.

Giulia                          - Dal canto mio la ritengo adatta per la parte della ragazza in «Lola Montez»,.

Michele                       - E, allora, perché non la scritturi?

Giulia                          - Desidero prima sapere cosa tu ne pensi.

Michele                       - Secondo me se decidi di farla recitare al tuo fianco commetteresti una vera pazzia.

Tom                            - (con forza) Perché dite così?

Michele                       - (ignorando Tom e guardando fisso Giu­lia) Io non so se quella ragazza vuole di proposito copiarti ma il suo stile è in tutto simile al tuo, e in più ella è giovane, fresca e molto graziosa.

Giulia                          - (caustica) Tante grazie. (Siede sul di­vano).

Michele                       - Comunque, essa appartiene alla tua piccola brigata; ed è ciò che conta di più, non è vero? (Va al tavolo delle bibite. Avice e Roger entrano in fondo a destra).

Avice                          - Vostro figlio mi ha mostrato il giardino alla luce dei fiammiferi. Dev'essere delizioso di giorno.

Tom                            - (rivolgendosi ad Avice) Andiamo, signo­rina, si va a casa.

Giulia                          - Un momento, signorina Crichton. De­siderereste far la parte dell'ingenua nella nostra nuova commedia?

Avice                          - Più di qualsiasi altra cosa al mondo.

Giulia                          - (indicando lo scaffale di destra) Il co­pione è lassù, Roger. Dallo alla signorina Crichton. (Roger lo prende e lo porge ad Avice).

Avice                          - (prendendolo) Allora posso tornare per leggere la parte?

Giulia                          - Non sarà necessario. Vi assegno quella sin da questo momento.

Avice                          - (senza respiro, stringendosi al petto il co­pione) E' meraviglioso! Grazie, mille volte grazie. Ed anche a voi, signor Gosselyn, sono infinitamente grata.

Michele                       - Io ho fatto ben poco...

Tom                            - (avvicinandosi ad Avice) Siete contenta che io vi abbia condotto qui stasera?

Avice                          - Certo che lo sono. Ma credo sarebbe meglio riaccompagnarmi a casa prima che io scoppi in lacrime.

Tom                            - Oh, via!... (A Giulia) Buona notte, Giulia. Soltanto adesso mi avete rivelato quale meravigliosa donna si nasconde in voi.

Michele                       - (asciutto) Tale rivelazione sarebbe accaduta prima se glielo aveste chiesto. (Siede sul divano).

Avice                          - Buona notte, e ancora grazie.

Giulia                          - Accompagnali fino alla loro macchina, Roger. (Avice, Tom e Roger vanno verso la porta di destra).

Roger                          - (mentre escono) La prossima volta che verrete a vedere il giardino avrò una torcia elet­trica. (Escono a destra).

Giulia                          - (voltandoci verso Michele) Così, tu cre­di che la signorina Avice Crichton sia capace di sop­piantarmi?

Michele                       - Ti ho detto quello che penso, per quanto la mia opinione abbia ben poco peso, dopo la preghiera che ti ha rivolto il giovane Fennell di scritturarla.

Giulia                          - Ti sbagli. E’ stata proprio la tua opi­nione a spingermi a farlo.

Michele                       - Allora perché non scegli anche gli altri attori, mentre ci sei? (Si alza e va al tavolo delle bibite).

Giulia                          - Forse potrei fare anche quello.... se dovessi.

Michele                       - Davvero? Quale attore sceglieresti per affidargli la mia parte?

Giulia                          - Oh, non c'è pericolo che si verifichi una simile eventualità. Piuttosto che cedere quella parte a un altro attore ti faresti denudare in una pub­blica piazza.

Michele                       - Sarebbe anche quello uno spettacolo. Ma, a parte gli scherzi, non essere tanto sicura di quello che dici. Sono giunto al limite della soppor­tazione.

Giulia                          - Cosa vuoi dire?

Michele                       - Non posso più aprire una porta senza incontrarmi con il tuo amico Fennell.

Giulia                          - Se si tratta solo di ciò, calmati. Tom Fennel d'ora in poi non sarà qui molto spesso.

Michele                       - Sceglierai un posto più riservato per incontrarti con lui?

Giulia                          - Non ti pare di essere un po' volgare?

Michele                       - Vorrei farti una domanda. Tu hai detto a Dolly De Vries che noi siamo divorziati. E' vero?

Giulia                          - Sì, è vero.

Michele                       - E le hai anche detto che nessun osta­colo potrebbe esserci per lei di diventare mia fi­danzata.

Giulia                          - Cosa? Secondo lei le avrei detto questo?

Michele                       - Sì.

Giulia                          - Non è vero.

Michele                       - No? Ebbene, io credo a lei.

Giulia                          - Benissimo. Credile allora. Comunque, ella sarebbe per te una compagna migliore di tutte quelle piccole insignificanti donnette con le quali ti vedo in giro.

Michele                       - A quanto vedo non ti rendi conto dell'umiliazione che prova un uomo quando sua mo­glie fa il possibile per spingerlo nel letto di un'al­tra donna.

Giulia                          - Oh, andiamo, non è proprio questo il caso. Non mi passerebbe mai per la testa di aiutare un campione di salto a passare una siepe.

Michele                       - So benissimo perché hai detto a Dolly che la via era libera. Volevi mettermi nella condi­zione di non poter reagire a questa tua ridicola av­ventura col giovane Fennell.

Giulia                          - (alzandosi) Ho io minor diritto di te di amare?

Michele                       - E lo chiami amore! Una donna ed il suo gigolò!

Giulia                          - (in collera) Non è vero!

Michele                       - Se non gli hai dato del denaro, l'hai aiutato a procacciarsi nuovi clienti. E' la stessa cosa.

Giulia                          - Certo che l'ho fatto. Perché non avrei dovuto? E' un mio amico!

Michele                       - Amico! E' il tuo amante. Non è vero, forse? (La prende per le braccia e la scuote).

Giulia                          - Questo non è affar tuo! (Gli volta le spalle).

Michele                       - Ecco un'ammissione implicita.

Giulia                          - Un momento! Prima che tu cominci a recitare la parte del marito indignato, fa il pia­cere di ricordare che io non sono tua moglie, ma una donna libera. Libera di far quel che diavolo le piace.

Michele                       - Tu vivi ancora sotto la protezione del mio nome.

Giulia                          - Ah, che frase stupida ed antiquata! E poi non è neanche la verità questa. Io non mi servo del tuo prezioso nome. Io sono Giulia Lambert e mi guadagno da vivere.

Michele                       - La gente crede che tu sia mia moglie. Per il mondo io sono oggetto di commiserazione. Un marito ingannato.

Giulia                          - Il mondo? E' un riferimento piuttosto ampio, non ti sembra? Quanta parte del mondo ti ha offerto la sua simpatia? Dolly De Vries e chi altro?

Dolly                           - (è entrata a sinistra in tempo per udire l'ultima parte del discorso. Fermandosi) Oh, scu­sate. Porse arrivo in un momento inopportuno.

Giulia                          - Affatto. Ci stiamo reciprocamente ac­cusando. Puoi entrare nel giuoco anche tu. (Siede sul divano di fronte al proscenio).

Dolly                           - Michele, si era d'accordo che nel parte­cipare a Giulia Je nostre decisioni non vi sarebbero stati rimproveri.

Giulia                          - Cosa avete da dirmi?

Dolly                           - (a Michele, sorpresa) Non glielo hai an­cora detto?

Michele                       - Non ancora.

Dolly                           - (nervosa) Oh, allora... forse è meglio che io vi lasci. (Si avvia verso sinistra).

Giulia                          - No, non scappare. Se ne avete parlato tra voi, vuol dire che la cosa riguarda anche te. (Dolly si ferma).

Michele                       - Certamente. (Guarda Dolly) Ma, forse sarebbe meglio, Dolly, se io aspettassi di rimanere solo con Giulia...

Dolly                           - (interrompendo e parlando con asprezza) No, Michele, diglielo subito e falla finita.

Michele                       - Benissimo. (A Giulia) Dolly ed io ab­biamo deciso di sposarci.

Giulia                          - Cosa? Che dici? Tu... tu non parli sul serio.

Michele                       - Assolutamente. Perché... ci sono obie­zioni da parte tua?

Giulia                          - (stupefatta) Obiezioni?... No... nessuna... (Riprendendosi rapidamente e attardando Dolly) Bene. Siete andati molto avanti, no?

Dolly                           - Se tu non mi avessi detto che Michele non significava ormai più nulla per te, io non avrei di certo...

Giulia                          - (alzandosi ed interrompendo) Un mo­mento! Io non ho mai detto che Michele non signi­ficava più nulla per me.

Dolly                           - Hai detto che continuavate a vivere as­sieme unicamente per motivi di affari...

Giulia                          - Stai dando un significato diverso alle mie parole. Se ben ricordi ti ho fatto notare quanto Michele mi fosse indispensabile come compagno d'arte. Nel teatro non possiamo vivere separati. Ab­biamo bisogno l'uno dell'altro...

Michele                       - (interrompendo, rabbioso) Non c'è niente di più irritante che dover starsene seduti ad ascoltare due donne che litigano per lo stesso uomo! (Si alza e va in fondo a destra).

Giulia                          - Hai ragione. Non c'è motivo di litigare. (Colpita da un improvviso pensiero) Vi proponete di tener segreto questo matrimonio? In che modo?

Dolly                           - Perché mai dovremmo tenerlo segreto?

Giulia                          - Ma, allora come continueremo io e Mi­chele ad essere la coppia ideale di sposi del teatro?

Dolly                           - Michele abbandona il teatro. (Si volta e si allontana di alcuni passi a sinistra).

Giulia                          - Noi abbiamo costruito una tale... (Ren­dendosi improvvisamente conto) Cosa hai detto?

Dolly                           - Michele lascia il teatro.

Giulia                          - (a Michele) Non tu... non lo credo.

Michele                       - (difendendosi) Non c'è solamente il teatro al mondo, Giulia.

Giulia                          - (stupefatta) E sei tu a dirlo!

Dolly                           - Dovresti essere capace di andare avanti senza Michele. Tu sei una buona attrice. Probabil­mente, la migliore d'Inghilterra.

Giulia                          - Grazie, per quanto potevi risparmiarti quel tuo «probabilmente».

Michele                       - Dolly ed io abbiamo discusso anche della nostra compartecipazione alla gestione del teatro Siddons.

Dolly                           - Sì, e ho fatto rilevare a Michele l'inop­portunità ch'egli se ne occupi ancora. Se rottura deve essere per lui, meglio che sia netta.

Giulia                          - Insomma, vuoi sottrarlo al teatro e alle sue influenze.

Michele                       - Dolly ed io ti offriamo le nostre quote di proprietà del teatro Siddons.

Giulia                          - (a Dolly) Così, tu mi offri un teatro in cambio. E' veramente generoso da parte tua. (Vol­gendosi a Michele) Ma tu cosa farai?

Michele                       - Per prima cosa mi concederò una lun­ga vacanza.

Dolly                           - Partiamo lunedì per una crociera.

Michele                       - Sullo yacht di Dolly.

Giulia                          - Lunedì. Huh. Lunedì si dovevano di­stribuire le parti di «Lola».

Michele                       - Puoi benissimo farlo senza di me.

Giulia                          - (affondando nel divano) Oh, non potrei. Non mi intendo affatto di affari. Non mi hai mai tenuta al corrente.

Dolly                           - I particolari non debbono preoccuparti eccessivamente. Hai Tom Fennell: egli può esserti dì grande aiuto.

Giulia                          - Hai ragione... Ma quanto sei furba!

Dolly                           - Non capisco cosa vuoi dire.

Giulia                          - No, vero? (Si alza) Tu hai spinto Mi­chele ad abbandonare il teatro, ad accettare l'idea di una rottura netta, come l'hai chiamata, pur sa­pendo che ciò significava lasciarmi sola a combat­tere proprio quando si deve varare una novità molto importante. Sei stata un'amica leale, non c'è che dire!

Michele                       - Giulia, non hai diritto di essere se­vera con Dolly.

Giulia                          - (sforzandosi di controllarsi) Chiedo scusa, non era mia intenzione offenderla, ma... (Si ferma, cercando di parlare con voce sicura. Manda giù la saliva quindi continua) Michele, tu non puoi far questo, non puoi. Tu sai cosa significhi per me, e anche per te, «Lola Montez». Sarà il nostro più grande successo.

Michele                       - Con piacere lo farei, Giulia, ma...

Giulia                          - (supplicando) Fa che essa sia il nostro congedo dal pubblico. Non mi pare che ti chieda molto. Una sola ultima fatica comune, un ultimo spettacolo.

Dolly                           - Non sarebbe l'ultimo. Appena varato penserete a una nuova commedia.

Giulia                          - (sempre a Michele) Non ti accorgi che io non ho nulla al di fuori del teatro? Roger è già grande. Io ho solo il mio lavoro. Aiutami. Aiutami a poter andare avanti da sola.

Dolly                           - Non resisto a queste scene... (Si avvia a destra verso la porta),

Giulia                          - Michele, se ho mai contato qualcosa per te, ti supplico...

Michele                       - Vorrei poterti aiutare, Giulia, ma...

Dolly                           - (sulla porta) Vieni, Michele? Questa è stata una prova tremenda per i miei nervi. (Esce).

Michele                       - (fa per andare. Si ferma. Si volta) Addio, Giulia.

Giulia                          - Sta bene, va. Va con lei. Distruggi tutto. La nostra unione, la nostra posizione.

Michele                       - Stai rendendo questo passo estrema­mente difficile per me, Giulia.

Giulia                          - Rifletti a quello che fai. Troppi ricordi ci legano. Abbiamo sofferto, lavorato assieme fin da ragazzi. Il teatro, allora, ci faceva paura, ma poi a poco a poco l'abbiamo conquistato, dominato con la nostra volontà, con la nostra passione!

Michele                       - (sulla porta a destra) Per amor di Dio, Giulia, non insistere ancora.

Giulia                          - (in un impeto di cieca rabbia) Insiste­re? Insistere?... Tu, gran salame.

Michele                       - Non potrò mai dimenticare che hai voluto rovinare anche la nostra ultima scena. (Esce).

Giulia                          - (furiosamente. Quasi parlando a se stes­sa, quasi piangendo) Sta bene. Metterò in scena « Lola Montez » da sola, e ne farò un successone, e darò la parte a Bruce Colmar. Egli farà meglio di te. (Si sente chiudere la porta d'ingresso) Le no­stre scene a due! Ti ascoltavo senza muovere ci­glio... facevo di tutto perché l'attenzione del pub­blico si concentrasse sulle tue uscite e tu potessi così avere l'applauso a scena aperta. (Singhiozzan­do. Piangendo lacrime amare) Ti proponevo di pas­sare dalla mia alla tua parte le frasi d'effetto, e tu facevi lo stesso.

Roger                          - (entra in fondo a destra) Cosa fai, mamma. Provi? (Giulia si volta per nascondere le lacrime) Oh, scusami. Cosa è accaduto, mamma?

Giulia                          - (cercando di dominarsi) Niente caro. Nervi.

Roger                          - Sono venuto per augurarti la buona notte. Partirò per Cambridge domattina.

Giulia                          - (stendendo la mano) Sentirò molto la tua mancanza.

Roger                          - Quando tornavo ad Eton sembrava che tu non ci facessi neanche caso.

Giulia                          - (sedendo in centro a destra) Eton era differente. Eri un bambino, allora, con la piccola graziosa divisa ed un buffo cappello a cilindro. Ora stai per diventare uomo e tante cose potrebbero separarci. Non so quel che farei se dovessi perderti.

Roger                          - Se dovessi morire, intendi? Daresti, al­lora, certamente una magnifica interpretazione: quella della madre affranta presso la bara del suo unico figlio.

Giulia                          - Non devi essere aspro con me, stasera, Roger caro. Io ho bisogno di te. Sei tutto quello che mi è rimasto.

Roger                          - (ridendo, ma in imbarazzo) Via, mamma, smettila.

Giulia                          - (stanca) Per favore, Roger caro...

Roger                          - (scettico) Bene, hai il babbo in ogni modo, no?

Giulia                          - (con tono duro) No, si tratta proprio di questo. E' bene che tu lo sappia. Tuo padre ed io ci separiamo.

Roger                          - Vi separate? (Con angoscia) No! (Si la­scia andare sullo sgabello a fianco alla sedia di Giulia).

Giulia                          - Sì, amore. Allora, tu vedi...

Roger                          - (rudemente) Vuoi dire che state per divorziare?

Giulia                          - (in imbarazzo) Beh... no... caro... voglio dire: siamo già divorziati.

Roger                          - Cosa? In nome di Dio, cosa stai dicendo?

Giulia                          - (smarrita) Non è il momento questo di spiegarti tutto. Accadde quando eravamo in Ame­rica.

Roger                          - (sorpreso) Vuoi dire che eravate divor­ziati, e che tu e il babbo avete continuato a vivere insieme come se nulla fosse... (Si interrompe, senza fiato).

Giulia                          - Non vivendo insieme, esattamente, caro.

Roger                          - (livido di rabbia) Avete finto di essere ancora marito e moglie? Avete recitato? Chi ti ha suggerito le parole, mamma?

Giulia                          - (in grande imbarazzo) L'abbiamo fat­to per ragioni di interesse, ma naturalmente questa non è una soluzione troppo soddisfacente per un uomo, e non lo è neppure per una donna.

Roger                          - Dio mio! Sono vissuto per tutta la vita in una atmosfera di finzione. Ed ora mi accorgo che anche la mia casa è di cartapesta, come sulla scena! Sono contento di andar via domani. (Sì alza e fa qualche passo verso il fondo).

Giulia                          - (con un grido di protesta) Roger!

Roger                          - (voltandosi) Ricordo quando ero bambino. Una sera ero in palcoscenico e ti guardavo men­tre recitavi. Si trattava di una bella scena. Tu dicevi le tue battute con tanta sincerità e le tue parole erano così commoventi che io non potei resistere e piansi. In quel momento ti sei avvicinata alla quinta dove io mi trovavo. Voltavi le spalle al pubblico e rivolgendoti al direttore di scena gli hai detto: «Che accidenti sta facendo quell'elettricista con le luci? ». Subito dopo, con lo stesso respiro, ti sei rivolta verso il pubblico, e con un grido d'angoscia hai portato a termine la tua battuta.

Giulia                          - Perché dici questo?

Roger                          - Fu allora, in quel momento, che qual­cosa mi accadde. Da quel giorno, non sono stato più capace di credere in te.

Giulia                          - Che cosa orribile hai detto!

Roger                          - Mi spiace, mamma.

Giulia                          - Roger... non mi vuoi bene?

Roger                          - (facendo un passo verso di lei) Potrei, se potessi ritrovarti. Io non sono mai sicuro che tu esista realmente, che tu non sia un insieme di tutte le parti che hai interpretato, di tutte le per­sone cui hai dato vita sulla scena. Avrei paura di seguirti in una stanza vuota per timore di non trovarvi nulla. (Una pausa. Giulia si alza e muove lentamente verso il centro. Indi si ferma voltando le spalle a Roger) Ma, forse è meglio che io vada a letto. E' tardi e debbo partir presto domattina. (Resta indeciso per un momento. Indi va verso Giulia per darle il solito bacio della buona notte. Quando le è vicino ed è per mettere le sue mani sulle spalle di lei, Giulia parla).

Giulia                          - No. Non fare uno sforzo per darmi un bacio, te ne prego!

Roger                          - (la guarda per un momento) Sta bene. Buona notte, mamma.

Giulia                          - Buona notte. (Roger si volta ed esce rapidamente a destra. Appena egli è uscito si ode la voce di Evie nell'ingresso).

Evie                            - Buona notte, signorino Roger.

Roger                          - Buona notte, Evie.

Evie                            - (entra. Si ferma vedendo Giulia) Oh! Non torna il signore stasera?

Giulia                          - No.

Evie                            - (andando verso Giulia) Mentre usciva ho sentito le vostre ultime parole. Sì riferivano al nuo­vo lavoro? (Giulia non risponde) Non gli va? (Giu­lia scuote la testa) Strano, avrei detto che egli ne fosse entusiasta quando il signor Trevelyan gli leg­geva il nuovo finale del secondo atto.

Giulia                          - Ho rovinato le mia vita, Evie.

Evie                            - (va alle spalle di Giulia e le toglie la collana) Oh, c'è stato un po' di scandalo, ma tutto andrà a posto.

Giulia                          - Ritieni che io possa metter su « Lola Montez » da sola, Evie?

Evie                            - Non vedo perché non potreste. Per me è una grande commedia. Il secondo atto ha un ma­gnifico finale. (Viene avanti a destra di Giulia) Mi par già di vedervi dominare con impeto tutta la scena. Una volta che quella parte vi sarà entrata nel sangue, voi...

Giulia                          - (scuote?ido la testa) Oh, no. Una volta avrei potuto recitare così. Ma avrei sbagliato, Evie. La vita insegna... Dio, quanto insegna! Io ora so che quando tutto crolla all'improvviso attorno a noi, non si grida, né si dà in ismanie. Si resta se­duti quietamente, con le mani in grembo, guardan­do lontano. Ecco come reciterei il finale del secondo atto, Evie. (Il sipario comincia a calare) Ecco come lo reciterei.

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

Il camerino di Giulia nel Teatro Siddona

L'insieme non è quello che si converrebbe ad una « stella ». A sinistra, in avanti, una porta che dà sul palcoscenico. Nella parete destra, verso il fondo, un'apertura ad arco, con tende, attraverso la quale si va in un'altra stanza. Un grande guar­daroba, che contiene gli abiti di Giulia, trovasi contro la parete di fondo, a destra. Un tavolo da toletta, contro la parete di destra, in avanti. Nel centro della scena una poltrona a sdraio. Al cen­tro della parete di fondo è lo scrittoio di Giulia, A sinistra dello scrittoio, presso il caminetto, una comoda sedia a braccioli. Un tavolo basso trovasi appena al di là della porta di sinistra; sul tavolo un vassoio con una bottiglia di whisky, una brocca d'acqua ed alcuni bicchieri. Ritratti in cornice di celebrità della scena adornano le pareti.

Settembre del 1938. Sono circa le 18,30.

(All'alzarsi del sipario il direttore di scena siede allo scrittoio parlando al telefono. Tom Fennell è seduto sulla poltrona e legge alcune carte, tolte dalla cartella che è al suo fianco).

Il Direttore                  - (telefonando) Vi sto dicendo quello che desidera. No, non potete parlarle in que­sto momento. Sta provando. (Impaziente) Cosa volete che gliene importi dei vostri impegni sin­dacali! Mi ha detto soltanto che dovete farle tro­var pronto l'arredamento del primo atto per sa­bato mattina. Per sabato sera e domenica mattina sono fissate due prove generali del primo atto. Non posso farci niente. Io non sono che il diret­tore di scena. Arrivederci. (Mette a posto il rice­vitore e si alza).

Tom                            - Volete dire per favore alla signorina Lambert che ho biso-gno di parlarle?

Il Direttore                  - Mi spiace, ma non posso.

Tom                            - Perché? La aspetto da oltre un'ora.

Il Direttore                  - Vogliate scusarmi, ma la signo­rina Lambert è occupata con l'autore per alcune modifiche al primo atto. E' molto importante. (Si avvia verso la porta di sinistra).

Tom                            - (irritato) Anche quello che debbo dirle è importante.

Il Direttore                  - Non posso farci niente, signore. La signorina mi ha detto che non vuole essere di­sturbata per nessuna ragione. Neanche se si trat­tasse dell'Arcivescovo di Canterbury. (Di fuori a sinistra si sentono forti colpi di martello. Mentre esce il direttore raccomanda forte) Piano, ragazzi, piano. (Esce a sinistra lasciando la porta aperta).

Evie                            - (entra da destra e ripone un vestito nel guardaroba. Mormorando) Oh, quei maledetti elettricisti! (Cessano i rumori esterni).

Tom                            - Debbo chiarire la posizione nei riguardi della banca. Ella ha superato la disponibilità e tuttavia continua a dare ordini e contrordini. Nuovi sistemi di illuminazione, una Scena girevole. E' tutta una impressionante confusione.

Evie                            - Non è il vostro compito quello di farle rilevare tutto ciò?

Tom                            - Non sono riuscito a vederla.

Evie                            - In verità, negli ultimi tempi vi siete al­lontanato da noi.

Tom                            - Ho avuto da fare. La signorina Lambert non è la mia sola cliente.

Evie                            - Ohhh!... Parlate di «clienti»? (Si sente di nuovo martellare fuori a sinistra) Oh, quei dan­nati macchinisti. Come può provare in quest'in­ferno? (Chiude la porta a sinistra. Il rumore cessa. Il telefono suona. Evie va presso lo scrittoio e ri­sponde) Hello. Oh, il signor Gunter. No, non è la signorina Lambert. E' la sua cameriera.

Tom                            - (andando verso la porta di sinistra) Dite alla signorina Lambert che io sono nel camerino della signorina Crichton.

Evie                            - (a Tom) Sta bene.

Tom                            - Ciao. (Esce a sinistra chiudendo la porta).

Evie                            - (all'indirizzo di lui) Sei un bel mascal­zone! (Al telefono) No, non dicevo a voi, signor Gunter. Sì, sì, vi ho chiamato per le scarpe della signorina Lambert. Sono troppo piccole. Dovreste saperlo, signor Gunter, che non c'è attrice al mondo capace di recitare se i piedi le dolgono. Benissimo, allora, fatele in modo che sembrino pic­cole esternamente ma che siano più larghe all'in­terno. Io non so come. Quello è affar vostro. (Posa il ricevitore. La porta a sinistra si apre ed entra il sergente. Egli è addetto alla porta d'ingresso al palcoscenico del « Siddons ». Un tipico vecchio ser­gente a riposo, familiare a tutti i frequentatori del teatro londinese. Evie lo guarda annoiata) Cosa volete? Perché non ve ne state alla porta a fare il vostro dovere?

Il Sergente                  - Ho qualcosa da mostrarvi. (Cava di tasca un pezzo di giornale gualcito) C'è un arti­colo che riguarda la signorina Lambert ed il si­gnor Gosselyn.

Evie                            - (alquanto ansiosa) Cosa dice?

Il Sergente                  - (avvicinandosi e porgendo) Ecco qua. Dice che il signor Gosselyn non è più a casa sua. (Mentre ella guarda, egli va verso destra).

Evie                            - (guardando il giornale) E' naturale che egli non ci sia. Egli sta facendo una crociera.

Il Sergente                  - E' tornato. Sono arrivati dome­nica. Dice anche questo. (Va nella stanza a destra).

Evie                            - (andando verso il guardaroba e parlando forte) A quanto pare, si parla proprio di tutto in quell'articolo. Non dice mica per caso anche che la moglie dell'artista è incinta? (Legge conti­nuando ad occuparsi delle sue faccende).

Il Sergente                  - (parlando dalla stanza interna) Scommetto che voi sapete tutto.

Evie                            - Se così fosse, mi guarderei dal parlarne con voi. Non siete capace di star zitto. (Il sergente ritorna portando una piccola bottiglia di latte. Appena Evie se ne accorge) Ehi, cos'è questo? Cosa avete in mano?

Il Sergente                  - Non vi preoccupate. La signorina Lambert mi ha dato il permesso di tenerlo nel suo frigorifero. (Andando verso la porta a sinistra) Al mio gatto piace il latte freddo.

Evie                            - Oh! Si tratta del latte per il signor gatto? (Si sente di nuovo martellare. La porta di sinistra si apre ed entra Giulia. Ella indossa un vecchio camice sopra il vestito, ha gli occhiali ed ha in mano copione e matita. E' in uno stato di grande agitazione).

Giulia                          - Ho dovuto sospendere la prova. Non posso andare avanti così. E' come recitare in una officina di calderai.

Il Direttore                  - (entra dietro di lei chiudendo la porta) Mi dispiace molto che ci sia tanto rumore, signorina Lambert; ma se volete che sia pronta per sabato quella piattaforma girevole i macchinisti debbono lavorare giorno e notte. (Si sentono- di nuovo rumori a sinistra).

Giulia                          - E gli elettricisti? Debbono continuare anche loro a fare quello spaventoso fracasso?

Il Direttore                  - E' la medesima situazione. Se volete le luci, dovete subire il frastuono. (Fa segno al sergente di uscire).

Giulia                          - Ma c'è una cosa per lo meno altret­tanto importante: che gli attori sappiano la loro parte.

Il Sergente                  - (è andato presso la porta. Si ferma e si rivolge a Giulia) Certo, signora. La recita­zione è la cosa più importante.

Giulia                          - (irritata) Cosa fate qui, sergente?

Il Sergente                  - Vedete, signora, io...

Giulia                          - No... ditemi nulla. Se c'è solo un altro problema da risolvere, se mi si rivolge ancora una altra domanda, mi metterò ad urlare.

Il Sergente                  - (calmandola) No, non vi preoc­cupate, signora. Tutto è a posto.

Giulia                          - Lo credete voi.

Il Sergente                  - Niente paura, signora. Tutto an­drà bene. E' sempre così. Vedrete. (Esce a sinistra chiudendo la porta).

Giulia                          - (al direttore) E voi, Bill, perché con­tinuate a girarmi intorno?

Il Direttore                  - Volevo avvertirvi che andiamo incontro ad una spesa enorme per lavoro straordi­nario. Ora, se voi voleste rimandare la prima di tre o quattro giorni...

Giulia                          - (getta il copione sulla poltrona con aria di sfida. Si alza) « Lola Montez » andrà in scena lunedì. Anche se dovessi rovinarmi. Anche se deve essere il più colossale fiasco che Londra ab­bia mai visto. (Volgendo il capo a destra) E, a giu­dicare da come vanno le cose, è proprio quello che ne verrà fuori.

Il Direttore                  - Benissimo, signora. Se non vi preoccupate della spesa, dirò ai ragazzi di andare avanti. (Esce a sinistra chiudendo la porta).

Giulia                          - (ad Evie che ha continuato a guardare il pezzo di giornale datole dal sergente) Cos'è quel giornale?

Evie                            - Niente d'importante. Dice soltanto che il signore è tornato dalla sua vacanza.

Giulia                          - 8e egli venisse qui e riprendesse il suo posto le calunnie finirebbero.

Evie                            - (al di là di Giulia che è presso la toletta) C'è qualche probabilità che ciò avvenga?

Giulia                          - (ignorando deliberatamente la domanda si guarda nello specchio della toletta) Oh, Si­gnore, mi sono ridotta un vero cencio. Dove dia­volo è il mio rossetto?

Evie                            - Proprio davanti a voi. Gli avete chiesto di venirvi ad aiutare?

Giulia                          - (voltandosi verso di lei con aria di sfida) Sì, l'ho fatto. Ho pregato Lord Carlo di accom­pagnarlo qui stasera. C'è forse qualche ragione per cui non avrei dovuto farlo?

Evie                            - Nessuna. Mi sono, anzi, sempre doman­data perché avete permesso che se ne andasse. Non sarei certamente io quella che mi lascerei scappare l'uomo che amo.

Giulia                          - Io non lo amo.

Evie                            - Potete darla ad intendere agli altri, ma non a me.

Giulia                          - (si alza e va verso la poltrona. Prende il copione) Evie, non senti tu la mancanza di un uomo che s'interessi a te?

Evie                            - Non si può perdere quello che non si è mai avuto.

Giulia                          - (con rimpianto) Io ci penso quando devo attraversare una strada. Il traffico mi spa­venta. Ho sempre avuto un uomo pronto a darmi il braccio. (Va a sedere allo scrittoio).

Evie                            - Quando non sarò più capace di reggermi sulle gambe comprerò una stampella. (Si sente bussare alla porta a sinistra).

Giulia                          - Chi è?

Tom                            - (di fuori) Posso entrare?

Evie                            - (come parlando a se stessa) Oh, è quel signor Fennell.

Giulia                          - Sì, lo so. (Forte) Avanti. (Evie esce a destra).

Tom                            - (entra e va a destra di Giulia) Così, avete finalmente terminato la prova?

Giulia                          - Cosa desiderate?

Tom                            - (riferendosi ad alcune carte che ha in mano) Bisogna che mi firmiate queste. Avete di nuovo superato l'importo e la banca chiede altre garan­zie,(le porge le carte ed una stilografica).

Giulia                          - Dove debbo firmare?

Tom                            - (indicando un punto) Qui.

Giulia                          - (mentre firma) Ho scritto a Lawrence ed Humphries pregandoli di affidare a qualche altro l'incarico di occuparsi dei miei affari.

Tom                            - Sì, lo so. Vorrei che non l'aveste fatto.

Giulia                          - Mi rincresce se ciò vi ha messo in imbarazzo.

Tom                            - (sedendo sulla poltrona) Non è quello... gli è che avrei voluto aiutarvi. Io so come trattare le questioni bancarie e conosco il teatro.

Giulia                          - Vi sono grata, ma Michele è tornato dalla sua vacanza.

Tom                            - Davvero?

Giulia                          - Con lui qui, non credo di aver bisogno dell'aiuto di estranei.

Tom                            - (colpito) No, naturalmente. Proprio non pensavo che egli... Oh, allora siete a posto.

Giulia                          - Perfettamente a posto.

Tom                            - (sì alza) Bene, così non sarò più in pena per voi.

Giulia                          - In pena per me?

Tom                            - Sembrate tanto stanca e preoccupata. (Egli si piega su lei. In questo momento la porta a sinistra si apre e Roger entra. Appena accortosi di lui, Tom si allontana da Giulia).

Giulia                          - (con trasporto) Roger, mio tesoro! (Si alza e fa per andargli incontro spinta dalla gioia dì rivederlo, ma è arrestata dallo sguardo glaciale del figlio).

Roger                          - Mi dispiace, vedo che hai da fare. (Sì volta e si avvia per uscire).

Giulia                          - No, no, affatto, Roger. Vieni avanti, caro.

Tom                            - Sì, io stavo per andarmene. Come va, Roger? (Roger lo guarda fisso. Tom esce a sinistra chiudendo la porta).

Roger                          - Avrei dovuto telefonare per avvertirti del mio arrivo.

Giulia                          - (con una certa timidezza provocata dall'atteggiamento freddo di lui) Non mi dai un bacio, amore? (Egli non risponde ma non si sot­trae al dado di lei. Ella continua tentando di vin­cere la propria emozione ed apparir gaia, cingen­dolo con il braccio mentre vanno presso lo scrittoio) Che diavolo d'odore sento? Spero che non andrai in giro con donne che adoperano dì questi profumi. (Siede sullo sgabello dello scrittoio tenendo le mani di lui tra le sue),

Roger                          - (ritirando le mani ed, andando verso il centro) No, si tratta solo di una lozione per ca­pelli di poco costo. Forse anche quello è un errore, con tanta roba di poco costo in famiglia. (Si volta fissandola).

Giulia                          - Sei venuto per litigare ancora con me?

Roger                          - No, sono venuto per domandarti se le storie che si raccontano in giro sono vere. Ma or­mai è inutile. Quando sono entrato ti ho trovata in sua compagnia.

Giulia                          - Tom Fennell è un estraneo per me. E' venuto per farmi firmare delle carte.

Roger                          - Il babbo ti ha lasciato per causa sua ed io non gli dò torto.

Giulia                          - Roger!

Roger                          - Oh non temere. Sono stato un piccolo figlio leale. Ho tirato un pugno sulla faccia di un compagno che sparlava di te, l'ho colpito alla ma­scella. Ma ci sono troppe mascelle in giro; non si possono rompere tutte.

Giulia                          - Vuoi dire che la gente maligna sul mio conto in tua presenza?

Roger                          - Sì, e ciò mi dà tanta pena. Dio volesse che tu non fossi celebre, e che nessuno si occu­passe dei fatti tuoi.

Giulia                          - Ascolta, Roger. Tom sta per sposare quella ragazza, Avice Crichton, ed io ho chiesto a tuo padre di venire stasera ad aiutarmi a metter su lo spettacolo.

Roger                          - Il babbo viene qui?

Giulia                          - (con patetico trionfo) Sì. Questo farà ammutolire i maldicenti, no? E ciò che è accaduto non deve poi esser stato poi tanto grave, altrimenti egli non verrebbe, vero?

Roger                          - Non so. Ma io voglio dirti una cosa. Non ritorno a Cambridge.

Giulia                          - Perché, caro? Non ti trovi bene là?

Roger                          - (con fermezza) Non voglio più saperne.

Giulia                          - Di che?

Roger                          - Di mormorii... di domande... Sono stan­co, te l'assicuro. Voglio fuggire tutto questo, ed anche te.

Giulia                          - (profondamente ferita) Roger!

Roger                          - E lo farò, te rassicuro. (Un colpo alla porta di sinistra e si sente la voce di Carlo).

Carlo                           - Possiamo entrare, Giulia?

Giulia                          - (felice, a Roger) Sono qui. Entrate! (Va ad aprire la porta. Entra Dolly seguita da Carlo).

Dolly                           - Buona sera, Giulia.

Giulia                          - Oh, ciao, Dolly. Buona sera, Carlo. (Carlo va a destra. Giulia va alla porta, guarda fuori e Quindi si rivolge a loro) Dov'è Michele?

Dolly                           - Sta facendo un bagno turco.

Giulia                          - Ci penserò io a farlo diventar magro Quando verrà qui.

Carlo                           - Oh, Roger, che sorpresa trovarti. (Si stringono la mano).

Roger                          - Come state, signore? Ciao, zia Dolly.

Dolly                           - Ciao. Io... io non sapevo che Roger fosse qui.

Roger                          - Nessuna preoccupazione. Stavo per an­darmene. (Si avvia).

Giulia                          - (presso la porta a sinistra) No, non puoi ancora andare, debbo parlarti.

Carlo                           - Forse a Roger non dispiacerà atten­dere un momento di fuori.

Roger                          - No, certamente.

Giulia                          - Perché deve uscire?

Dolly                           - Dobbiamo parlarti di cosa delicata.

Giulia                          - Di che si tratta? Siete venuti per dir­mi che Michele si rifiuta di venire ad aiutarmi?

Carlo                           - Ho fatto del mio meglio per persua­derlo, Giulia.

Giulia                          - Ed egli non vuole?

Carlo                           - Veramente, Dolly ritiene...

Giulia                          - (rivolgendosi a Dolly, con amarezza) Così, sei tu che gli impedisci di venire, vero? Avrei dovuto immaginarlo che tu avessi paura...

Carlo                           - Giulia, vostro figlio è qui.

Giulia                          - Roger può sentire tutto. (Si volta verso Roger) Sembra che la zia Dolly stia per diventare la tua matrigna.

Roger                          - Sì, ho sentito dire qualcosa anche a questo riguardo.

Giulia                          - (voltandosi di nuovo verso Dolly) A dir la verità, io non mi rendo conto del perché non siate già sposati. Cosa vi ha trattenuto?

Dolly                           - Michele ha creduto che sarebbe stato poco corretto nei tuoi riguardi render pubblica la faccenda mentre tu sei impegnata in una nuova produzione.

Carlo                           - (avvicinandosi a Giulia) Egli teme che questo incredibile vostro divorzio possa esser ca­gione di ridicolo.

Dolly                           - Io non capisco perché Roger debba essere presente a questo colloquio.

Roger                          - Perché dovrei andarmene? Almeno po­trò sapere qualcosa direttamente...

Giulia                          - Vorrei farti una domanda, Dolly. Se Michele non viene, perché sei tu qui?

Dolly                           - Per due ragioni. Primo: Carlo mi dice che sei impegnata in spese fortissime. Volevo dirti che sarei felice di aiutarti.

Giulia                          - E l'altra ragione?

Dolly                           - Chiederti di lasciare in pace Michele.

Carlo                           - (avvicinandosi a loro) Io credo che se mi lasciaste spiegare a Giulia...

Dolly                           - (senza curarsi di lui) Se io fossi già la moglie di Michele, sarebbe differente. Ma dal mo­mento che il nostro matrimonio viene ritardato per causa tua, credo che il minimo che tu "possa fare è di cercare di non guastare le nostre cose.

Giulia                          - Ascolta, mia cara. Io non mi interesso a Michele come marito. Desidero soltanto che egli sia qui per aiutarmi ad uscire dal grande imbroglio in cui mi sono cacciata.

Carlo                           - (tentando di intervenire) Mi rendo conto di ciò, Giulia, ma...

Dolly                           - (interrompendolo) C'è tanta gente com­petente che potrebbe aiutarti se non ti sentì di andare avanti da sola, ed io sono pronta a soste­nere le spese se tu credi di non poterlo fare.

Giulia                          - Non ti fideresti più di Michele se do­vesse tornare sul palcoscenico del « Siddons ». Te­mi che ciò basti a fargli ribollire il sangue; che il fascino del teatro lo soggioghi ancora.

Dolly                           - Ti stai tradendo, Giulia. Stai rivelando la vera ragione per cui vorresti Michele qui.

Carlo                           - Dolly cara... Giulia ha appena detto... (Si avvicina a Dolly).

 Dolly                          - (continuando) Quando dici che non cerchi di riprendermi Michele, io non ti credo, ec­co tutto.

Giulia                          - Invece io ho creduto in te... da quella perfetta sciocca che sono ho avuto fiducia in te...

Carlo                           - Via, Giulia...

Dolly                           - Ti chiedo di lasciare in pace Michele.

Giulia                          - Ciò vuol dire che non sei sicura di lui. Hai la sensazione che cominci a sfuggirti.

Dolly                           - Giulia, sono venuta per compiere un gesto da amico. Per offrirti il mio aiuto... Ma vedo che è inutile. Buona sera, Giulia. (Esce a sinistra).

Carlo                           - Aspettate, Dolly. Vengo con voi. (A Giulia) Non possiamo lasciare le cose così.

Giulia                          - Non me ne importa niente.

Carlo                           - Mi spiace, Giulia. Forse se io le parlo di nuovo... Comunque, proverò. (Esce a sinistra. Giulia incapace di controllarsi siede sulla poltrona annientata con la faccia tra le mani. Si sforza di trattenere le lacrime).

Roger                          - (la guarda fisso per un momento con gran dolore) Oh, mamma, io... io non sapevo... io... (Le si inginocchia vicino) Mamma.,, se andassimo al Savoy Grill a fare un buon pranzetto insieme, eh? Che ne diresti?

Giulia                          - (guardandolo vagamente attraverso le lacrime) Cosa? Roger... io... io... non posso met­ter su lo spettacolo.

Roger                          - (sforzandosi di farle animo) Bene, e con ciò? Io voglio offrirti un pranzo coi fiocchi, e berremo champagne. (Si stringe a lei. Là sua guan­cia contro quella di lei che piange amaramente) Non piangere, mamma... Non resisto a vederti pian­gere. Non reggo quando si tratta di vere lacrime. (Ella si gira nelle sue "braccia sempre con la testa abbassata e si stringe a lui convulsamente. Egli continua a confortarla) Sono contento che tu man­di al diavolo lo spettacolo. E' troppo per te... An­diamo. (A destra entra Evie e va al guardaroba. Giulia si alza e mentre Roger la cinge con un brac­cio si avvia verso la porta di destra. Appena vede Evie si allontana da Roger. Evie fa un gesto per aiutarla).

Giulia                          - Vado un momento a lavarmi il viso. (Esce a destra. Si bussa alla porta di sinistra).

Evie                            - (forte) Avanti.

Il Sergente                  - (entra a sinistra portando due botti­glie di birra) Ecco la vostra birra. Ne ho preso due bottiglie. (Evie rimette un vestito nel guarda­roba. Roger siede sulla poltrona guardando verso il fondo).

Evie                            - Grazie.

Il Sergente                  - (mettendo le bottiglie sullo scrittoio) Le aprirò per voi. (Apre la bottiglia).

Evie                            - Sì, ne berrei volentieri un sorso, se per­mettete, signor Roger.

Roger                          - Prego. (Si alza, va allo scrittoio, premiti il bicchiere che il sergente ha riempito e lo porta ad Evie).

Il Sergente                  - Posso fare qualcosa per voi, si­gnore?

Roger                          - No, grazie, sergente. Ecco, Evie. (Porge il bicchiere ad Evie e siede di nuovo sulla poltrona),

Evie                            - (prendendo il bicchiere) Grazie, signori Roger. Versatene un bicchiere anche per voi, sergente.

Il Sergente                  - (eseguendo) Vi ringrazio. La si­gnorina Lambert parlava del pranzo; non voleva che glielo portassi io dal ristorante di fronte?

Roger                          - La mamma viene a pranzo con me. Poi. andremo a casa.

Il Sergente                  - A casa? Ma lei ha la prova Stasera. E’ fissata per le otto, non è vero? (Beve un sorso).

Roger                          - Non ci saranno più prove. Mia madre non dà più la commedia.

Il Sergente                  - Cosa avete detto?

Roger                          - Pianta tutto.

Il Sergente                  - (sorridendo) Oh, no... non lo farà mai... non può.

Roger                          - Perché non può? Il teatro è suo. Non ha alcun obbligo di andare avanti se non ne ha voglia.

Il Sergente                  - Non mi riferivo a quello, signore, Quando ho detto « non può » pensavo a lei, a quel­lo che è.

Roger                          - Bene. Cos'è mia madre? Il Sergente             - E' una vera stella. (Giulia entra a destra. Non ha più il camice. Ha indossato la giacca e sta asciugandosi le mani con un asciugamano. Appena la vede U sergente indietreggia) Oh, scusa­ temi signora, io stavo proprio... (Si avvia verso porta a sinistra). L

Giulia                          - Cosa dicevate un momento fa, sergente? (Roger si alza. Evie mette il suo bicchiere sopra un piccolo scaffale, presso il guardaroba).

Il Sergente                  - Dicevo che voi, signora, avete quel­lo che solo le grandi stelle hanno. (Segnale per luci e sipario).

Giulia                          - Davvero? Ma nessuno sa cosa sia... Non è così, sergente? (Evie aggiusta una ciocca di ca­pelli di Giulia).

Il Sergente                  - Io, invece, lo so.

Evie                            - Fidatevi del sergente. Egli sa tutta.

Il Sergente                  - (modesto) So soltanto quello che voi dovete avere per essere una stella.

Giulia                          - Cosa ho?

Il Sergente                  - Avete fegato!

Giulia                          - (siede sulla poltrona) Fegato? Non ca­pisco. (Roger siede a fianco di Giulia).

Il Sergente                  - E’ così, signora. Siete una donna -di fegato. Tutto quello che fate lo fate con slancio, coraggiosamente, senza dubitare minimamente di voi stessa. Ecco perché quelli che sono veramente grandi non mollano mai. Pensate a sir Henry Irving. Morì sulla scena, morì. Una bella morte per un grande attore. La signora Hare faceva parte della compagnia, ed io le ho sentito  - (raccontare una volta quello che avvenne quella sera. Ella si trovava pres­so la porta del palcoscenico, così raccontava, quan­do sir Irving arrivò. Era pallidissimo, sembrava proprio che stesse male. Ed allora ella si avvicinò a lui con una certa ansia e gli disse: « Buona sera, Irving, non credete che dovreste tornare a casa? ». Sir Irving la guardò, sorrise, e poi disse: « Grazie, mia cara, ma io sono a casa, e sono in attesa di un gran numero di amici. Mi dispiacerebbe deluderli ».

Roger                          - (sottovoce) Bene.

Il Sergente                  - (avviandosi verso la porta a sinistra) E, adesso, è ora ch'io ritorni alla mia porta, altri­menti potrebbe darsi che la mia gattina vada fuori e si trovi poi nei guai. (Sulla porta si volta) Grazie per la birra, Evie. (Mentre egli esce le luci si affie­voliscono fino a spegnersi ed il sipario cala).

QUADRO SECONDO

La stessa scena,. Due settimane dopo, la sera del­la prima rappresentazione di «Lola Montez». Ot­tobre 1938. Parecchi grandi vasi da fiori sono nella stanza e sul tavolo a sinistra dello scrittoio sono, una sull'altra, alcune scatole per fiori.

(Quando il sipario si alza, il sergente, in uniforme e con tutte le sue medaglie, appare sulla porta di sinistra. Porta una grande scatola di fiori. Si ferma un attimo sulla soglia, guarda nella stanza verso destra e quindi chiama con voce ferma).

Il Sergente                  - Evie, Evie.

Evie                            - (appare sulla porta dietro a lui. Ella ha in mano un piccolo vassoio con il necessario per una rapida toletta: cipria, piumino, pettine, specchio, ecc. e, sul braccio, un asciugamani) Un'ottima astuzia la vostra di continuare a portarci scatole di fiori.

Il Sergente                  - Cosa volete dire?

Evie                            - (andando alla toletta) Con questo pre­testo volete informarvi di come va lo spettacolo.

Il Sergente                  - (presso lo scrittoio) E come va?

Evie                            - (in faccende presso la toletta) Molto be­ne, mi pare.

Il Sergente                  - Siete stata in palcoscenico, vero?

Evie                            - Sì, e ci sarei rimasta se non avessi, al contrario di voi, tante cose da fare.

Il Sergente                  - Da quando sono qui, non sono mai stato nervoso nelle sere di prima rappresentazione.

Evie                            - Perché dite questo? Temete di poter es­sere chiamato per parlare al pubblico?

Il Sergente                  - Non ho mai visto la signorina Lambert tanto nervosa come stasera. Quando sono venuto per augurarle buona fortuna, tremava come una foglia.

 Evie                           - Si è troppo prodigata ed i suoi nervi sono ora in pezzi.

Il Sergente                  - E' vero che è svenuta dopo la prova di ieri sera?

Evie                            - Sì, è proprio vero, ed io temevo che non fosse in grado di cavarsela stasera, ma, grazie a Dio, ha resistito. E' veramente forte e... (Si sentono vivi applausi a sinistra) Lo dico io, sentite, sentite, e... (Va verso la porta a sinistra) La signorina Lam­bert dev'essere uscita di scena.

Il Sergente                  - Le cose si mettono bene.

Evie                            - (spingendolo fuori) Andate via, ora. La signorina deve cambiarsi.

Il Sergente                  - Calma, calma, vado. Non occorre che mi spingiate.

Giulia                          - (entra, in grande eccitazione) Li senti?

Il Sergente                  - (presso la porta a sinistra) Si di­rebbe un vero successo, signora. (Gli applausi ces­sano).

Giulia                          - Sì, è un successo, un successo crescente. (Il sergente esce. Giulia va alla toletta) L'ultima scena è stata magnifica. Anche Bruce Colmar ha ripreso coraggio ed ha recitato come se avesse san­gue caldo nelle vene.

Evie                            - Cosa avete poi fatto alla fidanzata del signor Fennell?

Giulia                          - L'ha voluto lei. Ha tentato di soffiar­mi la scena. (La porta di sinistra si apre di colpo ed Avice Crichton entra come una furia).

Avice                          - Dicevano che io non avrei avuto il co­raggio di venir qui, ma io non ho paura di voi.

Giulia                          - (voltandosi) Cosa c'è?

Avice                          - Come se voi non lo sapeste. Avete ro­vinato tutta la mia scena.

Giulia                          - La vostra scena?

Avice                          - Sì, e l'avete fatto apposta. Vi siete se­duta sul divano e mi avete preso le mani e le avete tenute in modo che io non potessi muovermi. Ho dovuto dire tutta la mia parte voltando le spalle al pubblico.

Giulia                          - Sì, l'ho fatto di proposito perché mi sono accorta che avete tendenza a compiere mo­vimenti mutili. Nella nostra prima scena, non era­vate capace di star ferma, facevate dondolare la pantofola con il dito del vostro piede...

Avice                          - (interrompendo) Ma voi non potete...

Giulia                          - Lo so bene. L'ho sempre trovato il più semplice mezzuccio per distrarre l'attenzione del pubblico.

Avice                          - Non si può evitare un inconveniente come quello di una pantofola che scivola via dal piede.

Giulia                          - No, ma quando l'inconveniente accade proprio mentre un'altra attrice è nel pieno della sua parte, ci si mette in sospetto.

Evie                            - (al di là della toletta. A Giulia) Atten­zione... vi siete fatta una macchia sull'occhio.

Avice                          - (con voce soffocata) Siete molto furba,  vero?

Giulia                          - Conosco tutte le vecchie astuzie, una per una.

Evie                            - (lavorando all'acconciatura di Giulia) Volete, per piacere, star ferma un momento?

Avice                          - So perché l'avete fatto, E so altrettanto bene perché mi avete dato la parte. E dire che ave­vo creduto alla vostra generosità.

Giulia                          - Sarà meglio chiudere la porta, Evie,(Evie va a sinistra per eseguire).

Avice                          - (velenosa) Perché? Non crederete mica che sia un segreto, quello che io vi ho soffiato il vostro giovane amico. (Evie chiude la porta),

Giulia                          - Non diventiamo un po' volgari?

Avice                          - Se lo volessi, potrei esserlo molto di più.

Giulia                          - Non ne dubito affatto bimba mia, ma, quando mi ci metto, non scherzo neppure io, vero, Evie?

Evie                            - No, certamente.

Giulia                          - Ma io ho sempre pensato che noialtri attori dovremmo sforzarci di mantenere l'illusione di essere vere signore e gentiluomini, anche quan­do non siamo in un salotto.

Avice                          - Comunque, vi siete comportata in modo indegno.

Giulia                          - Non voglio perdere la calma. I nostri nervi sono tesissimi nelle sere di prima rappresen­tazione e perciò sono incline all'indulgenza. Avice      - Non occorre che ne abbiate per me.

Giulia                          - Potrei licenziarvi sui due piedi per il vostro atteggiamento indisciplinato, ma non lo fa­rò. Se desiderate rimanere qui, e se vi asterrete dal ricorrere a mezzucci, potrete essere tranquilla sul mio conto. (Avice si avvia a sinistra) Soltanto,, c'è una cosa che è bene sappiate una volta per tutte. Io, stasera, non pensavo ad alcun giovane amico. Potete tenervelo senza preoccupazioni.

Avice                          - (caustica) Grazie. (Si volta e mette la mano sulla maniglia della porta).

Giulia                          - Ma non tentate, un'altra volta, di met­tervi fra me e il pubblico. Potrei diventare una belva. (Avice esce sbattendo la porta).

Evie                            - (avvicinandosi alla poltrona e prendendo un fazzoletto rosso) Il bello è che quella ragazza non sa neppure la metà di ciò che le avete fatto. Vi ho visto io agitare questo fazzoletto. (Va al di là di Giulia lasciando sulla poltrona il fazzoletto).

Giulia                          - Tu, al mio posto, avresti fatto lo stesso.

Evie                            - Certo che l'avrei fatto, ma io non sono una signora raffinata.

Giulia                          - E neppure io la sono. Sono soltanto un'attrice molto raffinata.

Un Ragazzo                - (bussa alla porta a sinistra e grida di fuori) Signorina Lambert, per favore.

Giulia                          - (alzandosi. Ad alta voce) Sta bene; Billy. Mi spiace solo che il signor Michea Gosselyn non mi abbia sentito recitare stasera, e si sia perduta la mia scena con Avice. Egli è l'uomo che predisse che la ragazza mi avrebbe facilmente scacciata dal mio piccolo trono. (Esce a sinistra).

Evie                            - (guarda intorno alla stanza. D'un tratto si accorge che il fazzoletto rosso è rimasto sulla pol­trona) Oh, mio Dio. (Lo prende e rincorre Giu­lia chiamandola ad alta voce) Aspettate. Avete di­menticato il fazzoletto. (Esce a sinistra agitandolo).

Michele                       - (dopo qualche secondo si affaccia alla porta. Guarda dentro con circospezione. Ha giacca blu a doppio petto, pantaloni bianchi ed un ber­retto bianco da yacht. E' un po' brillo ed ha in mano un fascio di gardenie. Egli va verso lo scrit­toio, vede su di esso una bottiglia di whisky e sta per versarsene un po' allorché Evie elitra da si­nistra).

Evie                            - (non appena si accorge di Michele) Santo Cielo!

Michele                       - (cordialmente) Buona sera, Evie.

Evie                            - Che sorpresa, signore! Vi credevo in cro­ciera.

Michele                       - Esatto. Sono stato sul mare per set­timane, ed ora sono più che mai in alto mare (Ride).

Evie                            - Intendete dire che siete stufo, signore?

Michele                       - (abbassando la voce) Oh, immagino che non dovrei dirlo, qualcuno potrebbe udirmi,(Indica la stanza a destra) C'è qualcuno là? (Si avvicina di gualche passo alla porta di destra).

Evie                            - (andando verso lui) Nessuno.

Michele                       - Mi sembra di trovarmi ancora su quel benedetto yacht! Sappiate, mia cara Evie, che sopra uno yacht non si può dire una parola senza che qualcuno non stia a sentire.

Evie                            - I vostri amici sono in teatro?

Michele                       - Buon Dio, no. Sono venuto di na­scosto. Quella 'benedetta donna non me lo avrebbe permesso.

Evie                            - (sorridendo) Davvero, signore? Bene, la signorina Lambert non tarderà, signore. Siamo quasi alla fine del secondo atto.

Michele                       - Lo so. Sono rimasto a girellare là fuori aspettando che uscisse. Non desidero veder­la, e non voglio che sappia che io sono venuto. Capito?

Evie                            - (guardandolo fisso) No, signor Gosselyn, in verità non capisco proprio.

Michele                       - Allora, lasciate che io vi spieghi. (Solleva i fiori) Queste, mia cara, sono gardenie.

Evie                            - (guardandolo meravigliata) Sì, signore. Avete sentito qualche scena della commedia?

Michele                       - Sentito? Non fate la sciocca, Evie. Per cosa immaginate che io abbia portato queste gardenie? (Osserva i fiori) Temo che si siano un po' sciupate. Le ho appoggiate sul banco del bar e qualche pazzo ubriaco ci deve aver versato sopra un bicchiere di birra. (Odora i fiori) Strano pro­fumo, Evie, gardenie e birra.

Evie                            - Sì, signore. Sono certa che la signorina Lambert sarà felice di averle. (Prende le gardenie).

Michele                       - Dategliele come devoto omaggio a una grande attrice. (Si inchina) Ma non ditele che sono io il donatore.

Evie                            - Bene, signore. (Mette i fiori sulla to­letta).

Michele                       - Un'attrice meravigliosa!

Evie                            - Ha fatto tutto da sola. Voi forse crede­vate che ci fosse qualcuno ad aiutarla, come... quel giovane signor Fennell, ad esempio... (gli dà un'oc­chiata) ed invece non lo vede da mesi. (Mentre Michele le sì avvicina di qualche passo, guardan­dola) No... non l'ha veduto, sul serio.

Michele                       - (dandole per scherzo un colpetto) Siete sempre la vecchia leale bugiarda, vero? .

Evie                            - E' la verità, signore. (Michele si volta e si avvia verso la porta a sinistra) Non andate mica via, signore?

Michele                       - Debbo andare.

Evie                            - (sperando di trattenerlo) Non vorreste un whisky e soda, signore?

Michele                       - (la mano alla porta) No. (Cambian­do idea) Ebbene, sì: whisky ed acqua. Non bevo mai soda. Buon Dio, come avete potuto dimenti­carlo?

Evie                            - (va allo scrittoio e mentre gli versa da bere) Scusatemi, signore.

Michele                       - (andando a sedere sulla sedia a braccioli a sinistra dello scrittoio) Purtroppo si fa presto a dimenticare quello che siamo stati. Il pubblico di stasera, per esempio. Non si ricorda più di me. Bruce Colmar è altrettanto bravo per lui. Porse egli è realmente altrettanto bravo.

Evie                            - Oh, no, signore.

Michele                       - Sapete, ho avuto una curiosa sen­sazione stasera, stando dall'altra parte della ri­balta; quella di essere uno spirito. Solo che se fossi stato uno spirito sul serio me la sarei cavata meglio.

Evie                            - Cavata meglio, signore?

Michele                       - Beh, almeno, avrei avuto un paio di simpatici annunci mortuari. (Si sentono applausi fuori a sinistra) Cos'è?

Evie                            - (guardando a sinistra) E' finito il secon­do atto.

Michele                       - (saltando su in fretta) Oh, mio Dio, dov'è il mio cappello? (Lo cerca intorno).

Evie                            - Sulla vostra testa. (Michele corre verso la porta di destra) Non potete uscire di là. La porta è stata chiusa a chiave. (Michele va allora in fretta a sinistra ma la porta si apre e Giulia entra indie­treggiando. Si sentono fuori a sinistra presso la porta parecchie voci di persone che si congratulano con lei per il successo ed a cui ella risponde. Mi­chele si nasconde nell'altra stanza).

Giulia                          - (parlando fuori, attraverso la porta) Oh, grazie, grazie. Va molto bene, non è vero? (Si rivolge ad Evie con un gran sospiro) Ancora un giro e la corsa è vinta.

Evie                            - Volete bere qualcosa?

Giulia                          - Non bevo mai durante lo spettacolo. (Va presso il centro).

Evie                            - (seguendola) Lo so, ma voi non vi sentite bene.

Giulia                          - Vorrei che il grande signor Gosselyn avesse sentito l'applauso a scena aperta che hanno fatto al caro vecchio Bruce Colmar. Avrebbe per­duto un po' della sua presunzione.

Evie                            - Non credo che il signor Gosselyn sia molto vanitoso.

Giulia                          - Non Io conosci come lo conosco io. Egli disprezzerebbe il pubblico perché incapace di di­stinguere tra chi recita bene e chi recita male; e poi, probabilmente, andrebbe fuori a bere.

Evie                            - Ma voi vi siete pur lamentata del signor Colmar.

Giulia                          - Alle prime prove, ma dopo mi sono ri­creduta. E poi debbo farla finita con tutte le fìsime suggeritemi da quell'accidenti del signor Michele Gosselyn. (Voltando la testa verso destra) Cosa c'è?

Evie                            - Cosa c'è, dove?

Giulia                          - Sembra come se ci fosse qualcuno nell'altra stanza. (Siede alla toletta).

Evie                            - Chi mai potrebbe esserci? Del resto, se ci fosse qualcuno non potrebbe essersi nascosto che tra i vostri vestiti. (Si bussa alla porta a sinistra).

Giulia                          - (ad alta voce) Chi è?

Tom                            - (di fuori) Tom Fennell.

Giulia                          - Oh, entrate. (Tom entra).

Evie                            - (con una certa enfasi e dando un'occhiata verso destra) Oh, signor Fennell, non vi si vede da secoli.

Giulia                          - Zitta, Evie. (A Tom) Eravate in tea­tro? (Evie esce a destra),

Tom                            - Naturalmente. Ma ora vengo dal ridotto. C'è gran folla e tutti parlano di voi, Giulia! La battaglia si può ormai considerare vinta.

Giulia                          - Magnifico!

Tom                            - Non capisco cosa sia capitato ad Avice. Forse è stata presa dal panico. Comunque è stato per lei un fallimento completo.

Giulia                          - Oh, andrà meglio alle repliche. Non potete giudicare da una prima.

Tom                            - (andando alle spalle di Giulia) Che ne direste di una cena dopo lo spettacolo. Noi due soli?

Giulia                          - Mi spiace, ma debbo ricevere degli amici. Ma voi, non andate fuori con Avice?

Tom                            - No, e sono lieto che sia così. Sarebbe insopportabile dover fingere tutta la sera di aver ammirato la sua arte.

Giulia                          - Comincio a temere che voi siate uno di quegli uomini che hanno bisogno di un'atmo­sfera «stellare». Vi lusinga entrare in un ritrovo notturno con la donna del giorno.

Tom                            - Sciocchezze! Non sono il tipo che si nutre di gloria riflessa. Desidero stare con voi, di esser solo con voi. (Tenta di abbracciarla).

Giulia                          - (evitando l'abbraccio) Attento ai miei capelli.

Tom                            - Vi lascerò a patto che mi promettiate di venire più tardi con me in Savile Row.

Giulia                          - (sorride ma scuote la testa) Trovere­ste imbarazzante spiegare cosa è successo di quelle quattro fotografìe che un tempo adornavano le pa­reti della vostra camera.

Tom                            - Ammetto di essermi comportato come un pazzo, ma ormai è finita. (Si rivolge a lei) Se sol­tanto voi voleste...

Giulia                          - Credo di essere arrivata anch'io alla stessa conclusione.

Tom                            - Vedo bene che non v'importa più nulla di me.

Giulia                          - Veramente non vi ho mai preso sul serio. Era tutta una commedia. Lo stesso da parte vostra. Siete stato voi a dirmelo.

Tom                            - Mentivo. Ho capito soltanto stasera quanto forte sia il mio amore per voi. (Fa qualche passo verso di lei).

Giulia                          - Semplicemente perché sto portando al successo una commedia? Comunque è davvero lusinghiero, mio caro. Perché non la mettete per iscritto questa vostra dichiarazione d'amore? La incollerei nel mio album. (Curando la sua trucca­tura) La conserverei con gelosa cura come uno dei migliori omaggi.

Un Ragazzo                - (bussa alla porta di sinistra e chia­ma) Terzo atto. A posto. A posto per il terzo atto.

Giulia                          - (alzandosi, ad alta voce) Addio. Siete stato molto gentile venendo a farmi visita.

Tom                            - (con un sorriso amaro) Buona fortuna per il terzo atto. (Esce a sinistra. Giulia si avvia verso la porta. Si rivolta per dare a se stessa un'occhiata filiale e vede Michele che è entrato da destra. Ella lo guarda fisso).

Giulia                          - (piano) Michele!

Michele                       - Oh, sei ancora qui? Credevo fossi già andata...

Giulia                          - (felice, andando verso di lui) Sapevo che saresti tornato.

Michele                       - Ma io non sono tornato... io... io... ho fatto solo una corsa per sentire qualche scena. Ero curioso di vedere come andava ed allora ho fatto una capatina qui per lasciarti dei fiori...

Giulia                          - Oh, io credevo...

Michele                       - (scuotendo la testa) No... soltanto uno dei tuoi vecchi ammiratori venuto a rendere omaggio ad una grande artista. (Sì inchina).

Giulia                          - Non vuoi assistere al terzo atto?

Michele                       - No, scusami. Debbo prendere il treno. Gente che aspetta e tutto il resto. (Guarda in­torno alla stanza) Immagino che passerà parecchio tempo prima che io riveda il vecchio Siddons.

Giulia                          - Allora, il tuo è proprio un addio?

Michele                       - E' così... Bene... (Le si avvicina e le offre la mano) Addio, vecchia ragazza, e buona fortuna. (Si volta per uscire).

Giulia                          - (accusando un improvviso dolore) Oh!

Michele                       - (tornando subito indietro presso di lei

                                    - Cosa c'è?

Giulia                          - (non si regge e si sostiene aggrappali dosi all'orlo della poltrona) Tu... tu... va pure.,

Il Ragazzo                  - (di fuori) Terzo atto, a posto Terzo atto, a posto.

Giulia                          - (con un improvviso lamento e portando la mano al cuore) Evie! (Con pena) Oh, Dio!

Michele                       - Cos'hai? (Giulia si accascia fra braccia di Michele che l'adagia sulla poltrona chiama ad alta voce) Evie, Evie!...

Evie                            - (accorre da destra) Cos'è accaduto?

Michele                       - (in ginocchio vicino a Giulia) Pre­sto! Chiamate un dottore. E’ un attacco cardiaco

Evie                            - Macché! E' soltanto uno svenimento,(Corre allo scrittoio e versa un po' di wisky in m piccolo bicchiere).

Michele                       - (guardando Giulia) Povera cara!.-Come soffre!...

Evie                            - (tornando dietro la poltrona e portando il bicchiere di wisky) Su... aiutatemi a farle man­dar giù un po' di questo.

Michele                       - (prendendo il bicchiere) Qua, data a me. (Accosta il bicchiere alle labbra di Giulia).

Evie                            - Attenzione. Glielo verserete addosso.

Michele                       - No, non temete. Ero un po' brilli ma adesso ho completamente ripreso la padronanza dei miei nervi.

Il Ragazzo                  - (bussa forte alla porta e grida) Signorina Lambert, per favore! Terzo atto!

Evie                            - (gridando versa la porta) Di' che aspet­tino.

Michele                       - Aspettare un corno. Non è in condi­zioni di continuare.

Evie                            - (guardando Giulia) I suoi occhi si, aprono.

Michele                       - Gliene darò ancora un poco. (Ami dna di nuovo il bicchiere alle labbra di Giulia).

Giulia                          - (debolmente) Oh, mio Dio... il terzo, atto!

Michele                       - (sedendo al lato di Giulia e sorreggen­dola) Chiamate subito un dottore, Evie.

Giulia                          - (si mette a sedere. Respira con affanno) No, non voglio che si chiami un medico. M'im­pedirebbe di continuare.

Michele                       - Ma tu non puoi continuare. Sarò io a impedirlo.

Giulia                          - Billy mi ha chiamata, Evie? (Segnale per il sipario).

Evie                            - Gli ho detto di aspettare a tirar su il, sipario.

Giulia                          - Non voglio che si ritardi. Di' loro di cominciare. (Evie va a sinistra, apre la porta e m alcuni cenni per dare ordini a qualcuno che è fuori).

Michele                       - (a Giulia) Non ne vale la pena, Giu­lia. E' uno spettacolo come un altro.

Giulia                          - E' la prima volta che ti sento parlare così. (Si alza e si sforza di rimanere in piedi).

Evie                            - (rientrando) Come vi sentite, ora?

Giulia                          - (ad Evie) Un po' debole... ma se mi darai il braccio, Evie...

Michele                       - (energicamente) Tu non puoi conti­nuare la recita.

Giulia                          - (respirando con difficoltà) Sì, posso, e tu mi aiuterai. Ricordi quando restavi fra le quinte per farmi coraggio mentre recitavo una parte difficile? (Michele fa cenno di assenso) Bene. Ti prego di accompagnarmi e di restare, come al­lora, fra le quinte!... (Guarda il suo cappello) Sol­tanto, per amore di Dio, levati quel maledetto cap­pello. Va' avanti e dì che vengo subito.

Michele                       - (levandosi il cappello e andando verso la porta a sinistra) Sei una grande donna, Giu­lia, una donna meravigliosa! (Si volta. Sta per rimettersi il cappello, ricorda e si astiene. Esce).

Giulia                          - (segue lentamente Evie. D'un tratto si ferma, si rivolge a lei e le strizza l'occhio) Sono stata brava, Evie?

Evie                            - (con un misto di sorpresa e di disgusto) Dio mio!

QUADRO TERZO

Il palcoscenico del teatro Siddons. Ci sono degli scalini per scendere in platea. E' quasi la mez­zanotte.

(Quando il sipario si alza, il signor Purkìss, il fotografo del primo atto, arriva sul palcoscenico da destra. Ha la sua macchina e porta una piccola panca che ha preso fuori. Si guarda intorno e quindi mette la panca in un cerchio di luce, quasi al centro della scena).

Il Sergente                  - (entrando a destra) Siete voi che volete fare una fotografìa alla signorina Lambert?

Purkiss                        - Sì, sono io. Ditele che c'è il suo vec­chio amico, il signor Purkìss. Ho fotografato tutte le celebrità che si trovavano in teatro. Adesso è la volta della signorina Lambert.

Il Sergente                  - La signorina mi ha detto che non vuole più vedere nessuno stasera.

Purkìss                        - Sono sicuro che non mi dirà di no. Ditele che ho atteso un'ora, aspettando che i suoi amici se ne andassero.

Il Sergente                  - Essi non dovevano starle addosso in quel modo. Si è sentita male poco prima che cominciasse il terzo atto.

Purkìss                        - Davvero? Eppure sembrava fresca come una rosa, mentre faceva tutti quegli inchini per ringraziare.

Il Sergente                  - (in confidenza) Oh, si sa che per gli attori non c'è medicina migliore degli ap­plausi.

Purkìss                        - E quanti ne ha avuti, stasera! E’ stato indubbiamente il più gran successo della sua carriera.

Il Sergente                  - E' vero. H teatro Siddons non registra un successo più clamoroso. Da quando ci sono io, almeno. (Si vede venir Giulia da sinistra. E' vestita per uscire).

Purkìss                        - Oh, buona sera, signorina Lambert.

Giulia                          - Buona sera.

Il Sergente                  - Egli dice che voi lo conoscete, signora.

Giulia                          - Naturalmente. E' il signor Purkiss, non è vero?

Purkìss                        - Vorrei una sola fotografia, signorina Lambert, qui sulla scena. E' una di quelle sere che si possono chiamare storiche.

Giulia                          - Non credete che la parola « storiche » sia un tantino esagerata?

Purkìss                        - Niente affatto. E pensare che vostro marito diceva che non avrebbe mai recitato questa commedia.

Giulia                          - E, infatti, non l'ha recitata. (Michele entra da destra).

Michele                       - Oh, scusatemi. (Si volta e si accin­ge ad andar via a destra).

Giulia                          - Vieni pure avanti, caro. Ricordi il si­gnor Purkiss?

Michele                       - Oh, sì, benissimo.

Purkiss                        - (a Michele) Non vi sembra che quel signore Colmar ha recitato bene, signor...

Michele                       - Il mio nome è Michele Gosselyn. Colmar? Oh, sì, straordinario.

Giulia                          - n signor Purkiss vuole una fotografìa. Vieni e siedi al mio fianco. (Dà un colpetto sulla panca. Michele siede).

Purkiss                        - Oh, mi spiace, signorina Lambert. Dovete esser sola.

Giulia                          - (allegra. A Michele) Vedi? Sei proprio un attore disoccupato.

Michele                       - Non essere impertinente, amore. (Si alza e si allontana un po' a destra).

Purkiss                        - (mettendo a fuoco la macchina) Be­nissimo, restate così. Ottimamente. (Esegue la fo­tografia) Grazie. Bene, ora scappo. Devo portare il mio lavoro in tipografia. Saranno pubblicate sta­mattina. Arrivederci, signorina Lambert. (Si avvia. Poi si rivolge a Michele) Arrivederci, signor... signo­re. (Esce a destra).

Michele                       - (avvicinandosi a Giulia) Quali accor­di hai preso con quelli del botteghino?

Giulia                          - Il signor Graham è su in ufficio con loro.

Michele                       - Preferisci che parli io con loro per tuo conto?

Giulia                          - Vorrei che tu parlassi per conto dì entrambi.

Michele                       - (mettendo il piede sulla panca) Temo che si tratti proprio di una malattia incurabile, Giulia.

Giulia                          - Cosa?

Michele                       - Il teatro.

Giulia                          - Ne hai sentito la mancanza, allora?

Michele                       - E' stata un'agonia. E mi è anche mancata...

Giulia                          - (in attesa) Cosa?

Michele                       - (sedendo al suo fianco) Giulia, perché non continuiamo questo discorso facendo una cenetta assieme?

Giulia                          - Ricordi la nostra cena dopo la prima volta in cui recitammo insieme?

Michele                       - Fu a Portsmouth. Ed io ti chiesi di sposarmi tra una pietanza e l'altra,

Giulia                          - No, caro. Sbagli. La tua richiesta ven­ne più tardi, quando eravamo già a letto.

Michele                       - No, non è vero. Ero seduto ai piedi del tuo letto e ti parlavo, con le luci accese. Aveva­mo tenuta aperta anche la porta mettendo una Bibbia dell'albergo fra i battenti.

Giulia                          - (ridendo) Raccontala come vuoi. Non discuto.

Michele                       - Vuoi sapere una cosa?

Giulia                          - Che?

Michele                       - Credo che se tu facessi stasera le cose a modo, io potrei farti di nuovo la mia di­chiarazione.

Giulia                          - Sarebbe un'idea meravigliosa.

Michele                       - Lo pensi sul serio?

Giulia                          - Soltanto, temo di non avere una Bib­bia abbastanza grande per tenere aperta la porta.

Michele                       - Dopo tutte le chiacchiere che si sono fatte, credo che sia proprio un mio dovere quello di sposarti e far di te una donna onesta.

Evie                            - (entra a sinistra vestita per uscire) Una grande folla vi aspetta da oltre un'ora davanti alla porta del palcoscenico. Dovrete distribuire autografi per tutta la notte.

Michele                       - No, non lo farai. Uscirai dall'ingresso principale. (Si alza) Evie farà in modo che tu possa filare in un taxi e poi andrà a dire che hai lasciato il teatro.

Giulia                          - (sorridendo) E' così bello aver di nuovo un uomo che dirige!

Michele                       - Io vado a parlare con quelli dei bi­glietti. Non mi fermerò a lungo. (Va. Poi si ferma e si rivolge a Giulia) Oh, va avanti e fissa un tavolo al Berkeley nella stanza piccola.

Giulia                          - Sì, è il posto che preferisco.

Michele                       - Amore! (Le prende la mano, la bacia e poi esce a destra).

Giulia                          - (guardandolo mentre si allontana) Quell'uomo è veramente bravo nelle uscite. (Se­gnale per il sipario).

Evie                            - (avvicinandosi a Giulia) Credevo che voi voleste raggiungere la comitiva di lord Carlo.

Giulia                          - (si alza, sorride) Questa sera no, Evie, C'è qualcosa di molto più eccitante in vista.

Evie                            - Tutti i vostri amici saranno delusi, non è vero?

Giulia                          - Non sono quelli i miei veri amici, Evie, I miei veri amici sono quelli laggiù. (Si avanza ver­so la ribalta ed indica la sala. Il sergente entra da sinistra con la lampada elettrica in mano ed il berretto in testa. Egli va verso gli scalini e scende in platea) Anche quando la sala è vuota, io posso ancora vederli tutti seduti là, fila per fila. (Evie la prende per un braccio e l'aiuta a scendere gli sca­lini. Giulia va in platea).

Il Sergente                  - (al piede degli scalini li illumina con la sua lampada e l'aiuta a scendere) Vi accom­pagnerò al taxi, signora.

Giulia                          - (al sergente mentre questi l'aiuta) Grazie, sergente.

Evie                            - (tornando sul palcoscenico nella luce) Non dimenticate di prendere le vitamine. Le ho nella borsetta.

Giulia                          - (attraversando il corridoio del teatro)  Il signor Gosselyn me lo ricorderà. Egli sarà di nuo­vo la mia balia.

Evie                            - Bene.

Giulia                          - (chiamando dal fondo del corridoio) Oh, Evie, dì a Giorgio che non ho bisogno della macchina, e servitene tu per tornare a casa.

Evie                            - Grazie. (Pesca una sigaretta nella sua tasca e grida a Giulia) Oh, debbo portarvi i giorna­li domattina?

Giulia                          - (a voce alta mentre continua a percorre­re il corridoio con il sergente) I giornali? Ma certo!

Evie                            - Sta bene. Buona notte.

Giulia                          - (gridando dall'estremo della sala) 1 Buona notte, Evie. Buona notte! (Scompare nel cor­ridoio. Evie accende la sigaretta e rimane a guar­darla mentre il sipario cala lentamente).

FINE

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