Romeo e Giulietta

SHAKE5.DOC

WILLIAM SHAKESPEARE

ROMEO E GIULIETTA

Tragedia in un prologo e 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: THE MOST EXCELLENT AND LAMENTABLE TRAGEDY OF ROMEO AND JULIET


NOTE PRELIMINARI

1)Il testo inglese adottato per la traduzione quello delledizione dellopera completa di Shakespeare curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare - The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960, pp. XXXII-1370) con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare la pi recente edizione dellOxford Shakespeare curata da G. Welles & G. Taylor per la Clarendon Press (New York, U.S.A., 1994, pp. XLXIX - 1274; questultima comprende anche I due nobili cugini (The Two Noble Kinsmen) che manca nellAlexander.

2)Alcune didascalie sono state aggiunte dal traduttore di sua iniziativa per la migliore comprensione dellazione scenica alla lettura, cui questa traduzione essenzialmente ordinata ed intesa. Si lasciata comunque invariata allinizio e alla fine della scena, o allentrata ed uscita dei personaggi nel corso della stessa scena, la rituale indicazione Entra/ Entrano (Enter) e Esce/ Escono (Exit/ Exeunt), avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata/uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferisce si trovino gi in scena allapertura di questa, o vi restino alla chiusura.

3)Il metro lendecasillabo sciolto, intercalato da settenari; altro metro si usato per rendere citazioni, proverbi, canzoni, strambotti, bagattelle ecc., ogni qualvolta sia stato richiesto, in accordo col testo, uno stacco di stile.

4)I nomi dei personaggi sono resi nella forma italiana.

5)Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzioni precedenti dalle quali ha preso anche in prestito, oltre allinterpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, di tutto dando opportuno credito in nota.


PERSONAGGI

Il CORO

Il PRINCIPE DELLA SCALA

signore di Verona

PARIDE

giovane nobile di Verona, parente del principe

MONTECCHI

capi di famiglie in contesa tra loro

CAPULETI

ROMEO

figlio del Montecchi

BENVOLIO

nipote del Montecchi, cugino di Romeo

MERCUZIO

parente del principe e amico di Romeo

TEBALDO

nipote di Monna Capuleti

FRATE LORENZO

francescani

FRATE GIOVANNI

BALDASSARE

servitore di Romeo

SANSONE

GREGORIO

servitori del Capuleti

PIETRO

ABRAMO

servitore del Montecchi

MONNA CAPULETI

moglie del Capuleti e madre di Giulietta

GIULIETTA

figlia del Capuleti

La NUTRICE di Giulietta

Lo ZIO dei Capuleti

MONNA MONTECCHI

moglie di Montecchi e madre di Romeo

Uno SPEZIALE

Tre Musici - Il Paggio di Paride - Un altro Paggio - Un Ufficiale

Cittadini di Verona - Parenti delle due famiglie - Maschere - Guardie - Vigili - Persone del seguito

SCENA: a Verona, per la maggior parte del dramma;

a Mantova nella I scena del V atto


PROLOGO

Entra il CORO

CORO -

Nella bella Verona,

dove noi collochiam la nostra scena,

due famiglie di pari nobilt;

ferocemente luna allaltra oppone

da vecchia ruggine nuova contesa,

onde sangue civile va macchiando

mani civili. Dai fatali lombi

di questi due nemici ha preso vita

una coppia di amanti

da maligna fortuna contrastati([1])

la cui sorte pietosa e turbinosa

porr, con la lor morte,

una pietra sullodio dei parenti.

Del loro amore la pietosa storia,

al cui terribil corso porr fine

la loro morte, e dei lor genitori

lostinata rabbiosa inimicizia

cui porr fine la morte dei figli:

questo quanto su questo palcoscenico

vi rappresenteremo per due ore.

E se ad esso prestar vorrete orecchio

pazientemente, noi faremo in modo,

con le risorse del nostro mestiere,

di sopperire alle manchevolezze

dellangustia di questa nostra scena.([2])


ATTO PRIMO

SCENA I - Verona, una piazza davanti alla casa dei Capuleti

Entrano SANSONE e GREGORIO con spada e scudo

SANSONE -

E che! Siam tipi da portar carbone,

noialtri?

GREGORIO -

Ah, certo no!

Noi paghiamo a misura di carbone!([3])

SANSONE -

E se ci salta poi la mosca al naso

tiriamo fuori questa.

(Indica la spada al suo fianco)

GREGORIO -

Che scoperta!

come se dicessi: Finch vivo

tiro fuori il mio collo dal collare.([4])

SANSONE -

Io, se mi smuovo, le scarico brutte.

GREGORIO -

S, soltanto che a smuoverti e a menare

ci metti qualche tempo.

SANSONE -

Basta chio veda un cane di Montecchi.

Mi basta quello per farmi scattare.

GREGORIO -

Gi, ma scattare muoversi;

rimanere ben saldi sulle gambe,

quello coraggio. Se tu scatti, scappi.

SANSONE -

No, so scattare pure stando fermo:

mi basta dincontrarmi con un cane

di quella gente l. Fa che lincontro,

sia maschio o femmina, io prendo il muro.([5])

GREGORIO -

Con questo fai vedere che sei stroppio;

perch al muro ci va sempre il pi debole.

SANSONE -

Questo vero; per questo che le donne

che sono i vasi pi deboli e fragili,([6])

vanno sempre appoggiate spalle al muro.

Perci io sai che faccio?

Caccio dal muro i servi dei Montecchi

e ci appoggio le serve.

GREGORIO -

Qui per

ci sar da vedersela fra uomini,

padroni e servi.

SANSONE -

Per me fa lo stesso.

Mi mostrer tiranno:

combattuto che avr coi loro uomini,

sar gentile con le loro donne

Taglio loro la testa.

GREGORIO -

Ma che dici!

Vuoi tagliare la testa alle ragazze?

SANSONE -

La testa Insomma far loro la festa.

Prendila come vuoi.([7])

GREGORIO -

Non sono io,

sono esse che se la devon prendere

nel senso che vuoi tu.

SANSONE -

E puoi star certo

che fintanto che mi sto ritto in piedi,

quelle mi sentiranno. Lo san tutte

che bel tocco di carne il sottoscritto.

GREGORIO -

E buon per te che non sei nato pesce,

perch saresti nato stoccafisso

Piuttosto tira fuori quellarnese,

che arriva gente di Casa Montecchi.

Entrano ABRAMO e BALDASSARRE

SANSONE -

Io la mia lama lho belle snudata.

Attacca tu per primo. Io ti spalleggio.

GREGORIO -

Spalleggio che vuoi dire?

Mi rivolgi le spalle e te ne scappi?

SANSONE -

No, non temere.

GREGORIO -

Eh, di te ho paura.

SANSONE -

Restiamo dalla parte della legge,

lascia che siano loro a cominciare.

GREGORIO -

Io gli passo davanti,

e gli faccio gli occhiacci del dispetto.

E la prendano pure come vogliono.

SANSONE -

La prenderanno come avranno il fegato.

Io gli faccio gli occhiacci,

mi mordo il pollice in faccia a loro,

e lo faccio schioccare, ch un insulto.([8])

E se la prendon male, tanto meglio.

(Fa il gesto di mordersi il pollice)

ABRAMO -

Per noi ti mordi il pollice, compare?

SANSONE -

Io s, mi mordo il pollice.

ABRAMO -

Ti sto chiedendo s verso di noi

che te lo mordi. Rispondimi a tono.

SANSONE -

(A Gregorio, a parte)

Se rispondo di s, sto nella legge? ([9])

GREGORIO -

(A Sansone, a parte)

No.

SANSONE -

No, compare. Se mi mordo il pollice,

non per voi. Per mi mordo il pollice.

Ma non vorrete mica attaccar briga?

ABRAMO -

Briga, noi? No.

SANSONE -

Ma se naveste luzzolo,

io sono a vostra piena discrezione.

Il mio padrone vale quanto il vostro.

ABRAMO -

Ma non di pi.

SANSONE -

Daccordo.

GREGORIO -

(A Sansone, a parte)

Di di pi,

sta venendo un parente del padrone.

SANSONE -

Vale di pi, sissignore!

ABRAMO -

Tu menti!

SANSONE -

Fuori le spade, se siete degli uomini!

Gregorio, pronto con il tuo fendente.

(Si battono)

Entra BENVOLIO

BENVOLIO -

Fermi, insensati, fermi! Gi le spade!

Idioti! Non sapete quel che fate!

(Sintromette, e con la propria spada fa abbassare a terra quelle dei contendenti)

Entra TEBALDO e saccosta a Benvolio, sussurrando

TEBALDO -

Sei bravo, eh?, Benvolio, a trar la spada

in mezzo a questi timidi cerbiatti!

Vltati, e guarda in faccia la tua morte.

BENVOLIO -

Sto solo a metter pace tra costoro.

Perci rinfodera, o almeno adoprala

a darmi mano a rappacificarli.

TEBALDO -

Che! Tu parli di pace spada in pugno?

Questa parola pace io la odio

come linferno, i tuoi Montecchi e te!

A te, vigliacco, in guardia! Fatti sotto!

Si battono. Entrano parecchie persone delle due famiglie e si accende una zuffa generale; poi sopraggiungono dei cittadini armati di mazze

CITTADINI -

Mazze ferrate! Picche! Partigiane!

Datevi addosso, ammazzatevi tutti!

Capuleti, Montecchi, morte a tutti!

Entra il vecchio CAPULETI, uscendo di casa,

in vestaglia, con MONNA CAPULETI

CAPULETI -

Che diavolo di pandemonio questo?

Qua il mio spadone!

MONNA CAPULETI -

S, la tua stampella!

Una stampella dategli, piuttosto!

Perch chiedi una spada, che vuoi farci?

CAPULETI -

Il mio spadone! C il Montecchi, il vecchio,

che viene a provocarmi, spada in pugno!

Entrano il vecchio MONTECCHI con MONNA MONTECCHI

MONTECCHI -

Vile dun Capuleti!

(Fa per slanciarsi, spada in pugno, contro il Capuleti, ma la moglie lo trattiene)

E non tenermi!

Lasciami andare!

MONNA MONTECCHI -

Non farai un passo,

per andarti a scontrar con un nemico.

Entra il PRINCIPE SCALIGERO col suo seguito

PRINCIPE -

Sudditi ribellanti,

nemici della pace,

profanatori delle vostre spade

con sangue cittadino! Non mascoltano!

Oh, dico a voi, non uomini, ma bestie,

che spegnete la perniciosa rabbia

che vinfiamma nelle vermiglie polle

sgorganti dalle vostre vene! Fermi!

Da quelle vostre mani insanguinate,

gettate a terra, a pena di tortura,

i maltemprati acciai,

ed ascoltate la vostra condanna

dalle labbra dello sdegnato Principe.

Tu, vecchio Capuleti, e tu, Montecchi,

avete gi tre volte disturbato

la bella quiete delle nostre strade

con zuffe sorte da parole al vento,

e costretto anche i vecchi cittadini

di Verona a gettar laustere vesti

per tornare a impugnar le vecchie picche,

ormai coperte di ruggine in pace,

per separare il vostro antico odio.

Se disturbate ancor le nostre strade,

saran le vostre vite, ve lo giuro,

a pagar la rottura della pace.

Per questa volta, tutti gli altri a casa.

Tu, Capuleti, vieni via con me,

e tu, Montecchi, questo pomeriggio

trvati nella vecchia Villafranca

dov la nostra Corte di Giustizia,

per conoscer le loro decisioni

sul seguito da dare a questo caso.

Ora via tutti: a pena capitale,

ordino a tutti di sgombrare il campo!

(Escono il Principe col seguito, Capuleti,

Monna Capuleti, Tebaldo e gli altri)

Restano il vecchio MONTECCHI, MONNA MONTECCHI e BENVOLIO

MONTECCHI -

Di un po, nipote, chi ha rinfocolato

questannosa querela?

Tu eri qui quando hanno cominciato?

BENVOLIO -

Quandio sono arrivato era gi in corso

tra i loro e i vostri una dannata rissa.

Per cercare di separarli ho tratto

la mia spada, ma in quello stesso istante

sopraggiunto irruente Tebaldo,

spada in pugno, e fiatandomi agli orecchi

baldanzosi propositi di sfida,

comincia a sventagliarsela sul capo

fendendo laria che, non vulnerabile,

fischiava, come a beffarsi di lui.

Mentre ci scambiavamo colpo a colpo,

e la gente accorreva da ogni parte,

e la zuffa cresceva e singrossava,

giunto il Principe, che ci ha divisi.

MONNA MONTECCHI -

Romeo dov? Lhai visto stamattina?

Sono proprio contenta

che non si sia trovato in questa rissa.

BENVOLIO -

Signora, vi dir: questa stamattina,

poco prima che il sole saffacciasse

allindorata finestra doriente,

un certo turbamento dello spirito

maveva spinto a uscir fuori di casa;

e proprio l, sotto quel bosco daceri([10])

che sorge ad ovest della citt,

m occorso di vedere vostro figlio

che vagava anche lui s di buonora.

Gli sono andato incontro, ma lui, subito,

come s accorto della mia presenza,

scomparso nel fondo del boschetto.

Io, misurando dalla sua tristezza

la mia che anchessa cercava sollievo

dove meno rischiasse desser vista

essendo gi di peso anche a me stesso,

ho proseguito nel mio stato danimo,

senza curarmi di seguire il suo,

volentieri schivando dincontrare

chi volentieri da me sinvolava.

MONNA MONTECCHI -

Lhan gi notato l molte mattine

a far pi rorida, con le sue lagrime,

la recente rugiada mattutina,

e ad addensar le nuvole del cielo

collumor dei profondi suoi sospiri.

Poi, come il primo rallegrante raggio

dallestreme regioni delloriente

prende a scostare dal letto dAurora

le fumose cortine della notte,

quellintristito povero mio figlio,

furtivo, quasi schivo della luce,

corre a casa, si rimprigiona in camera,

e l, sbarrate tutte le finestre,

ed escludendo dalla sua persona

la benefica luce del mattino,

si riproduce, ad arte, unaltra notte.

Questo umor tetro gli sar fatale

se non laiuti qualche buon consiglio

a rimuoverne la segreta causa.

BENVOLIO -

E quella causa voi, nobile zio,

la conoscete?

MONTECCHI -

No, non la conosco,

n ho modo di conoscerla da lui.

BENVOLIO -

Avete gi provato a interrogarlo?

MONTECCHI -

Ci ho provato, e comio molti altri amici.

Ma il solo confidente del suo male,

lui stesso non so quanto sincero;

e tanto chiuso in s, tanto segreto,

tanto profondamente impenetrabile,

tanto restio a lasciarsi sondare,

da somigliare al bocciolo dun fiore

che, morsicato da un maligno verme,

esita a schiudere i soavi petali

allalitar dellaria e offrire al sole

lolezzante fiorita sua vaghezza.

Potessimo saper da dove viene

il suo male, faremmo volentieri

quanto necessitasse per curarlo.

Entra, dal fondo, ROMEO

BENVOLIO -

Ma eccolo. Mettetevi in disparte:

mi deve dir lui stesso, di sua bocca,

che cos che lambascia,

o deve dirmi mille volte No!

Vi prego, allontanatevi.

MONTECCHI -

Spero che tu sia tanto fortunato

da ottenere a quattrocchi, qui, da lui,

una schietta apertura. Andiamo, cara.

(Escono il Montecchi e Monna Montecchi)

BENVOLIO -

(A Romeo che intanto s avvicinato)

Buon mattino, cugino.

ROMEO -

Cos giovane ancora questo giorno?

BENVOLIO -

Sono appena le nove.

ROMEO -

Ah, lore tristi

come son lunghe alluomo! Era mio padre

quello che se n andato cos in fretta?

BENVOLIO -

Tuo padre, s Ma quale interna pena

fa tanto lunghe lore di Romeo?

ROMEO -

La pena di non posseder per s

la cosa che gliele farebbe brevi.

BENVOLIO -

Innamorato?

ROMEO -

Fuori

BENVOLIO -

Dallamore?

ROMEO -

No, dalle grazie di colei che amo.

BENVOLIO -

Ah, perch Amore, s bello alla vista,

si deve dimostrar cos tiranno

e crudele alla prova!

ROMEO -

Ahim, bendato,

Amore, e deve scernere senzocchi

le vie che vanno dritte alle sue voglie

Beh, dove si va a pranzo oggi?

(Vedendo sangue in terra)

Ohil!

Che zuffa ci sar mai stata qui?

Per inutile che me lo dici,

ho tutto udito. Centra molto lodio,

in tutto questo, ma ancor pi lamore.

O amor litigioso! Odio amoroso!

O tutto prima creato dal nulla!

O vana seriet! Vanit seria!

O caos informe di splendide forme!

O plumbea piuma! Lucida caligine!

Gelido fuoco! Inferma sanit!

Sonno insonne, che quel che non !

Questo lamore chio mi sento dentro,

senza nulla sentire che sia amore.

Non ridi?

BENVOLIO -

No, cugino. Se mai, piango.

ROMEO -

E di che, cuor gentile?

BENVOLIO -

Del tuo cuore,

cos gentile e cos pien dambascia.

ROMEO -

la crudele legge dellamore.

Gi le pene del mio pesano troppo

sul mio cuore, e tu vuoi chesso trabocchi

collaggiungervi il peso delle tue:

giacch questaffettuosa tua premura

altro non fa che aggiunger nuova ambascia

a quella che mopprime, ch gi troppa.

Lamore vaporosa nebbiolina

formata dai sospiri;

se si dissolve, fuoco che sfavilla

scintillando negli occhi degli amanti;

s ostacolato, un mare alimentato

dalle lacrime degli stessi amanti.

Che altro pi? Una follia segreta,

unacritudine che mozza il fiato,

una dolcezza che ti tira su.

Addio, cugino.

(Fa per andarsene)

BENVOLIO -

Aspetta, taccompagno.

Mi fai torto a piantarmi cos in asso.

ROMEO -

Oh, ho smarrito me stesso

Non son io il Romeo che vedi qui.

Romeo altrove.

BENVOLIO -

Dimmi, seriamente,

chi quella di cui sei innamorato?

ROMEO -

Seriamente, perch? Devo esser triste

per dirtelo, piangendo?([11])

BENVOLIO -

Senza piangere,

ma seriamente, dimmi, chi che ami?

ROMEO -

Puoi domandare ad un malato grave

di fare seriamente testamento?

La tua una domanda posta male,

per uno che si sente tanto male.([12])

Seriamente, cugino, amo una donna.

BENVOLIO -

Avevo allora ben colto nel segno

nel supporre che sei innamorato.

ROMEO -

Infatti. Sei un bravo tiratore.

E la donna che amo una bellezza.

BENVOLIO -

Un bel bersaglio subito centrato,

caro il mio bel cugino!

ROMEO -

Questo, per, non lhai centrato affatto:

la freccia di Cupido non la tocca!

Ella ha il segno di Diana,

e, ben protetta dentro la corazza

della sua castit, rimane indenne

dalla quadrella del fragile arco

del fanciullo Cupido.

Sfugge allassedio di frasi damore,

schiva lincontro dinvadenti sguardi,

e non apre il suo grembo manco alloro

che pur si dice che seduce i santi.

Oh, ricca di belt,

povera solo in questo: morta lei,

morir insieme con la sua bellezza

il magazzino della sua ricchezza.

BENVOLIO -

Ha fatto forse voto

di mantenersi casta finch vive?

ROMEO -

Credo proprio di s: ed un risparmio

che si risolver in un grande sperpero,

perch belt che si muoia di fame

per causa della stessa sua astinenza

preclude alla belt ogni speranza

di riprodursi. Oh, ella troppo bella

e saggia, troppo saggiamente bella

per meritarsi la beatitudine

gettando me nella disperazione!

S votata a non mai innamorarsi,

ed io per causa di questo voto

vivo, ma sono morto;

son vivo sol per dirti che son morto.

BENVOLIO -

Dammi retta, non ci pensare pi.

ROMEO -

Oh, insegnalo tu alla mia mente

come pu trattenersi dal pensare!

BENVOLIO -

Restituendo libert ai tuoi occhi;

volgendoli a mirare altre bellezze.

ROMEO -

Sarebbe come richiamar di pi

in causa quella sua, cos squisita.

Quelle nere felici mascherine

che baciano la fronte a belle dame

danno agli sguardi nostri lillusione

che dietro quella loro nera sagoma

ci celino chiss quali bellezze.

Chi colpito da cecit improvvisa

non pu dimenticar senza dolore

il perduto tesoro della vista.

Mettimi avanti agli occhi una bellezza

quanto tu vuoi perfetta:

agli occhi miei sar soltanto un foglio

su cui legger il nome di colei

ch ancor pi bella. No, cugino, no,

tu non sarai capace dinsegnarmi

a non pensar pi a lei. Addio, Benvolio.

BENVOLIO -

Eppure io tinsegner questarte,

o morir con la coscienza in debito.

(Escono)

SCENA II - Verona, una via

Entra il vecchio CAPULETI, PARIDE e un SERVO

CAPULETI -

Il Montecchi ha sul capo, come me,

la minaccia dallalto dun castigo;

anziani come siamo, tra noi due

non dovrebbe perci esser difficile

trovare il modo di vivere in pace.

PARIDE -

Dunonorevole reputazione

siete entrambi. E davvero gran peccato

che abbiate seguitato tanto a lungo

a vivere in codesta inimicizia

Ma, signore, di grazia,

quale risposta date alla mia offerta?

CAPULETI -

Non posso che ripetervi il gi detto:

la mia figliola ancora nuova al mondo,

non ha compiuti i suoi quattordici anni;

lasciamo ancora che appassisca in lei

il rigoglio di altre due estati,

prima che la si possa dir matura

per essere una sposa.

PARIDE -

Fanciulle ancor pi giovani di lei

son diventate gi madri felici.

CAPULETI -

Quelle che vanno spose tanto presto

sono votate a perdere anche presto

il frescor giovanile. Caro Paride,

la terra s inghiottita fino ad oggi

tutte le mie speranze,

lultima lei Intanto corteggiatela,

e cercate di conquistarne il cuore.

Il solo mio volere

non che parte del suo gradimento:

sella v consenziente, il mio consenso

e la voce che molto cordialmente

laccorder si troveranno insieme

nel raggio della sua spontanea scelta.

Questa sera terr qui in casa mia,

com vetusta usanza di famiglia,

un festino; e ad esso ho convitato

un certo numero di buoni amici;

ci sarete anche voi, gradito ospite.

Ebbene, sotto il mio modesto tetto

questa notte potrete contemplare

stelle che solcano le vie terrene

illuminando il buio della notte.

E potrete godere in casa mia

in mezzo a freschi boccili di femmine

il piacere che dato di gustare

a lieta giovinezza, quando Aprile,

vestito gi della sua gaia veste,

alle calcagna degli ultimi sprazzi

del zoppicante e freddoloso inverno.

Potrete intrattenervi con ciascuna,

tutte osservarle, e far la vostra scelta

su quella che, secondo il vostro gusto,

per merito sovrasti tutte laltre.

Riguardandole meglio tutte quante,

la mia pu star nel novero a far numero,

ma nel merito priva dogni pregio.

Su, venite con me.

(Al Servo)

E tu, compare,

mettiti in giro, senza perder tempo,

per le belle contrade di Verona

e vammi alla ricerca della gente

il cui nome segnato in questa lista;

farai sapere a ciascuno di loro

che la mia casa ed il mio benvenuto

attendono la loro compiacenza.

(Escono il vecchio Capuleti e Paride)

SERVO -

Andare a ricercar tutta la gente

il cui nome segnato in questa lista

Sta scritto, in verit, che il calzolaio

deve sapere trafficar col metro,

il sarto con la forma delle scarpe,

il pescatore con tinte e pennelli,

il pittore con lamo; e cos io:

ecco che mi si manda a ricercare

gente il cui nome scritto in questo foglio,

quando non so nemmeno quali nomi

vha scritto chi lha scritto,

per via che non ho mai imparato a leggere.([13])

Mi ci vuole qualcuno ch istruito.

Eccolo, infatti, pare, ed a buon punto.

Entrano BENVOLIO e ROMEO

BENVOLIO -

Fuoco consuma fuoco, caro mio.

Il dolore degli altri scema il tuo.

Se a ruotare in un senso

ti viene il capogiro, va allinverso

sempre girando, e vedrai che ti passa.

Disperato dolor trova sua cura

nellaltrui pena. Date un nuovo tossico

allocchio infetto, ed il tossico vecchio

cesser dal produrre altra infezione.([14])

ROMEO -

Eh, gi, pure la foglia di piantaggine

un buon rimedio.([15])

BENVOLIO -

Rimedio a che cosa?

ROMEO -

Al tuo stinco, dovessi mai spezzartelo.

BENVOLIO -

Ma che dici, sei matto?

ROMEO -

Matto, no,

ma come un matto incatenato, s,

stretto, in prigione, privato del cibo,

frustrato, tormentato

(Vede il Servo dei Capuleti)

Ol, buon uomo,

buona giornata a te.

SERVO -

E buona pure a voi la faccia Iddio.

Di grazia, signor mio, sapete leggere?

ROMEO -

S, la mia malasorte

nel grande libro della mia miseria.

SERVO -

Magari questo pure senza libro

lavrete appreso Ma sapete leggere

tutto quel che vi viene sotto gli occhi?

ROMEO -

S, certo, se conosco lalfabeto

e la lingua nei quali stato scritto.

SERVO -

Questo parlare da persona onesta.

Allora state allegro. Vi saluto.

ROMEO -

No, resta, amico, questo lo so leggere.

(Gli prende dalle mani il foglio e legge)

Signor([16]) Martino, con signora e figlie;

Conte Anselmo e vezzose sue sorelle;

la bella dama vedova Vitruvio;

signor Piacenzio e graziose nipoti;

zio Capuleti con signora e figli;

la mia bella nipote Rosalina;

Livia; il signor Valenzio e suo cugino;

Tebaldo; Lucio e la briosa Elena.

Una bella brigata. E dove vanno?

SERVO -

Su.

ROMEO -

Dove, su?

SERVO -

Di sopra, a casa nostra.

ROMEO -

Nella casa di chi?

SERVO -

Del mio padrone.

ROMEO -

Gi, te lavrei dovuto chieder prima.

SERVO -

Senza che lo chiediate, ve lo dico:

il mio padrone il ricco Capuleti;

e se non siete di casa Montecchi

potete favorire pure voi

a bere un goccio. State allegro, addio.

(Esce)

BENVOLIO -

A codesto festino,

che i Capuleti danno tutti gli anni

per unantica usanza di famiglia,

va a cenare([17]) la bella Rosalina,

la tua passione, insieme alle pi belle

e le pi vagheggiate di Verona.

Andiamoci, e l dentro potrai fare,

con occhio spassionato il paragone

tra laspetto di lei e di qualcuna

che io tindicher; e ci scommetto

che al paragone il tuo leggiadro cigno

ti sembrer una povera cornacchia.

ROMEO -

Se la pia devozione del mio occhio

dovesse indurmi a proclamare vera

una tal madornale falsit,

che le mie lacrime si faccian fiamme,

e, come eretiche allautodaf,

brucino queste loro trasparenze([18])

che, tante volte annegate nel pianto,

mai furono capaci di morire!

Una pi bella dellamore mio?

Sulla terra lonniveggente sole

da quando questo mondo ebbe principio

non vide donna che le stesse a pari.

BENVOLIO -

Eh, tu lhai sempre vista tanto bella

perch non lhai mai vista insieme ad altre,

e sopra la bilancia dei tuoi occhi

s controbilanciata da se stessa.

Ma nelle tue bilance di cristallo

se metti sopra un piatto la tua donna

e sopra un altro alcunaltra di quelle

che vedrai splendere a questo festino,

colei chora ti sembra la pi bella

ti parr appena degna dattenzione.

ROMEO -

Verr con te alla festa,

non per vedere queste tue belt,

ma solo per bearmi a contemplare

il fulgore di quella che so io.

(Escono)

SCENA III - Verona, una stanza in casa Capuleti

Entrano MONNA CAPULETI e la NUTRICE

MONNA CAPULETI -

Balia, dov mia figlia?

Cercala e dille di venir da me.

NUTRICE -

Glielho gi detto di venire, diamine!,

quant vero, signora, chero vergine

a dodici anni

(Chiamando)

Ebbene, farfalletta!

Agnellino! Ma dove s cacciata?

Dio ne guardi! Dov questa figliola?

Giulietta, dove sei?

GIULIETTA -

(Da dentro)

Che c? Chi chiama?

NUTRICE -

Tua madre.

GIULIETTA -

(Entrando)

Sono qua, signora madre.

Desiderate?

MONNA CAPULETI -

Ebbene, ho da parlarti.

Nutrice, lasciaci sole un momento.

Abbiamo da discorrere in segreto.

Anzi, no resta Adesso che ci penso,

nutrice, meglio che tu sia presente.

Tu sai la bella et di questa figlia.

NUTRICE -

Come no: ve la posso precisare

senza sbagliare nemmeno di unora.

MONNA CAPULETI -

vicina ai quattordici.

NUTRICE -

Quattordici,

ci scommetto quattordici miei denti

- anche se, a mio dolore, devo ammettere

che me ne son rimasti solo quattro -([19])

ancora non li compie: il primo agosto.

Quanto manca da oggi al primo agosto? ([20])

MONNA CAPULETI -

Due settimane, o qualcosa di pi.

NUTRICE -

Sia pi sia meno, quando il primo agosto

verr sul calendario, quella notte

Giulietta compir quattordici anni.

Susanna mia e lei - conceda Iddio

la pace a tutte lanime cristiane -

erano duna et. Susanna mia

ora con Dio (per me era troppo buona),

ma la notte davanti al primo agosto

Giulietta compir quattordici anni.

Me lo ricordo bene, per la Vergine!

Sono undici anni dal gran terremoto;

e fu quel giorno che la divezzai:

me lo ricordo come fosse adesso.

Mero cosparsa dassenzio i capezzoli,

e me ne stavo ben seduta al sole

poggiata al muro della colombaia.

Voi eravate col padrone a Mantova

(eh, la testa mi serve ancora bene!)

ma, dicevo, quandella assapor

lamaro dellassenzio sul capezzolo,

bisognava veder la pazzerella

quante bizze mi fece con la poppa!

Fu in quel momento che la colombaia

si scosse tutta, come a dirmi: Muoviti!;

ma non fu necessario, vassicuro,

che alcuno mimponesse di scappare.

Da allora son passati undici anni,

perch lei si reggeva gi da sola,

anzi, che dico, Croce del Signore,

correva e zampettava dappertutto

Infatti il giorno prima, nel cadere,

sera fatta un bel bozzo sulla fronte

e mio marito (che Dio labbia in pace:

quello era veramente un cuorcontento!)

nel sollevarla e mettersela in collo,

Che fai - disse - mi caschi ventre a terra?

Va l che quando avrai messo giudizio,

ti piacer di cadere allindietro,

vero, Giulietta? E quella birichina,

perbacco, smise di piagnucolare

e disse: S. Ma guarda un po, alle volte,

come uno scherzo ti viene a pennello!

Per me, dovessi campare millanni,

non potr mai scordare quella scena

Vero, Giulietta? - le domanda lui

e quella pazzerella, allimprovviso,

smette di piangere e risponde: S!

MONNA CAPULETI -

S, per basta, adesso; fa silenzio.

NUTRICE -

S, signora, sto zitta ed in silenzio

E tuttavia mi viene ancor da ridere

se ripenso al momento in cui, di colpo,

smise di piangere per dire: S;

e aveva in fronte, vassicuro, un bozzo

grosso come un fagiolo di galletto:

un brutto colpo, e lei piangeva forte.

Come! Mi cadi con la pancia in gi?

- fa mia marito - Quando sarai grande

saprai bene cadere pancia in su,

vero, Giulietta?. E quella, allimprovviso,

si calma tutta e gli risponde: S.

GIULIETTA -

Bene. Per, ti prego, ora, Nutrice,

di calmarti anche tu.

NUTRICE -

Basta, ho finito.

Giulietta, che il Signore tabbia in grazia,

tu sei stata la bimba pi graziosa

chio abbia avuta attaccata alle poppe.

Vivessi tanto da vederti sposa,

non avrei pi alcun altro desiderio.

MONNA CAPULETI -

Venivo appunto a toccar, per la Vergine,

questo argomento: come maritarla.([21])

Giulietta, figlia mia, dimmi, che pensi

riguardo al fatto di prender marito?

GIULIETTA -

un onore che io nemmeno sogno.

NUTRICE -

Ecco, appunto, un onore, hai detto bene!

Non fossi stata solo la tua balia,

direi che insieme al latte della poppa

hai succhiato da me pure il giudizio.

MONNA CAPULETI -

Eppure giunto il tempo, figlia mia,

che pensi a maritarti. Qui a Verona,

ragazze dottima reputazione

pi giovani di te, sono gi madri;

io stessa, allet tua, se ben ricordo,

ero tua madre gi, quando tu, invece,

pensi dessere ancora una bambina.

A farla breve: c il nobile Paride

che ci ha test richiesta la tua mano.

NUTRICE -

Che uomo, quello l, ragazza mia!

Uno che tutto il mondo cos bello,

che pare un figurino!

MONNA CAPULETI -

Un pi bel fiore

non produce lestate di Verona.

NUTRICE -

vero: un fiore duomo, proprio un fiore!

MONNA CAPULETI -

(A Giulietta)

Che dici: senti di poterlo amare

quel gentiluomo? Lo vedrai stanotte,

alla festa, da noi: cerca di leggere

quel ch scritto nel libro del suo volto,

e scopri in esso tutta la delizia

che la bellezza ha scritto di sua mano;

osserva come tutti i lineamenti

sono armonicamente coniugati

s che ciascuno presta gioia allaltro;

e tutto quel che in questo bel volume

ti rimanesse oscuro, puoi trovarlo

negli occhi suoi, come una nota a margine.([22])

Questo prezioso volume damore,

questo amatore ancora non legato,

ha sol bisogno duna legatura

per diventare ancora pi leggiadro.([23])

Il pesce vive in mare; il mare bello;

ed assai merito del bello esterno

far risaltare il bello che sta dentro.([24])

Il libro che contiene unaurea storia

e la tien chiusa con fermagli doro

rende partecipe del suo splendore

pi dun occhio. Se tu lo farai tuo,

sarai partecipe dun tal possesso,

senza, per ci, diminuir te stessa.

NUTRICE -

Diminuir se stessa? Ma che dite!

Ingrossarsi, piuttosto: accanto agli uomini

le femmine diventano pi grosse!

MONNA CAPULETI -

Insomma, figlia mia, a parlar corto:

ti senti, o no, di poter corrispondere

sinceramente allamore di Paride?

GIULIETTA -

Vedr di farmelo piacere, madre,

se vedere pu suscitar piacere;

ma non spinger locchio

pi in l di quanto il vostro buon consenso

non dia loro il permesso di volare.

Entra un SERVO

SERVO -

Signora, sono giunti gli invitati,

il desinare in tavola,

chiedon di voi e di madamigella,

reclamata a gran voce la Nutrice

dalla dispensa. Noi siamo agli estremi.

Io debbo ritornar di l a servire.

Vi scongiuro, seguitemi. Ma presto!

(Esce il Servo)

MONNA CAPULETI -

Ti seguiamo. Giulietta, il Conte aspetta.

NUTRICE -

Va, figliola, e fa in modo che saggiungano

felici notti ai tuoi felici giorni.

(Escono)

SCENA IV - Verona, una strada

Entrano ROMEO, MERCUZIO, BENVOLIO, con altri cinque o sei, tutti mascherati, alcuni con torce. ROMEO mascherato da pellegrino

ROMEO -

Allora, sha da far questo discorso

di scuse, o sentra senza chieder scusa?

BENVOLIO -

Certe prolissit son fuori moda.

Non c nessun Cupido in mezzo a noi,

con sciarpa a mo di benda agli occhi ed arco

di legno tinto alla maniera tartara([25])

da mettere paura alle signore

come se fosse uno spaventapasseri;

n noi si vuole entrare recitando

timidamente, col suggeritore,

un prologo mandato appena a mente.

Usino pure, a giudicar di noi,

la misura che far lor pi comodo;

noi ci limiteremo a misurare

quattro passi di danza, e ce ne andiamo.([26])

ROMEO -

A me date una torcia, niente danze:

non son fatto per simili volteggi.

Col buio dentro, porto almeno un lume.([27])

MERCUZIO -

No, no, devi ballare, caro mio.

ROMEO -

Ah, questo no, credetemi, non posso.

Voi avete scarpini adatti al ballo

dotati di solette leggerissime;

io porto invece unanima di piombo

che mi tiene cos inchiodato a terra,

da impedirmi di fare alcuna mossa.

MERCUZIO -

Dal momento che sei innamorato,

fatti prestare lali da Cupido,

e vola sopra la comune altezza.([28])

ROMEO -

Le ferite prodotte dal suo strale

sono troppo impietose per librarmi

a volo sulle sue penne leggere;

e mi trovo s stretto dai suoi lacci,

da non poter levarmi un solo palmo

al disopra del mio male damore:

e affondo sotto il suo grave fardello.

MERCUZIO -

Per per annegarti nellamore

dovresti caricarlo del tuo peso:

un po troppo, direi,

per una coserella tanto tenera.([29])

ROMEO -

Che! Lamore una coserella tenera?

Pi ruvida, pi aspra, pi violenta

non ce n alcuna E punge come spina.

MERCUZIO -

Se lamore s ruvido con te

siilo tu altrettanto con lamore,

e rendigli puntura per puntura:

alla fine vedrai che lavrai vinta

Basta, datemi adesso un qualche astuccio([30])

dove poter nascondere la faccia.

(Mettendosi la maschera)

Ecco: una maschera su unaltra maschera.

Che importa adesso se un occhio indiscreto

scopre che sono brutto? Sul mio viso

c questo brutto ceffo ringrugnito

che arrossir per me.

BENVOLIO -

Su, bussa ed entra;

e appena dentro, forza con le gambe.([31])

ROMEO -

Allora me la date questa torcia?

Lascio agli spensierati gingilloni

di titillare coi loro calcagni

le insensibili stuoie; quanto a me,

mi sto col vecchio proverbio del nonno:

Reggo il moccolo e me ne sto a guardare;

la selvaggina mai fu cos bella,

ma la caccia per me ormai finita.

MERCUZIO -

Toh, sentitelo! Il sorcio s infognato,

come direbbe il capo degli sbirri.

Ma se pure ti fossi impantanato

fino agli orecchi, penseremo noi

a trarti fuori da cotesta melma,

o, a dirla con rispetto, dallamore.

Andiamo, decidiamoci, se no,

queste torce faranno luce al giorno.

ROMEO -

Esagerato!

MERCUZIO -

Esagerato un corno!

Dico che a stare a traccheggiar qui fuori,

noi sprechiamo le luci delle fiaccole

come a tenerle accese in pieno giorno.

Cerca di prendere nel senso buono

quel che diciamo, ch il pensare nostro

ha fatto stanza almeno cinque volte

nella buona intenzione di noi tutti,

prima di star per una volta sola

in ciascuno dei nostri cinque sensi.([32])

ROMEO -

Lintenzione dandare a questa festa

buona, ma non da senno andarci.

MERCUZIO -

E perch mai?

ROMEO -

Stanotte ho fatto un sogno.

MERCUZIO -

Anchio.

ROMEO -

Davvero. E che cosa hai sognato?

MERCUZIO -

Che quei che sognano spesso soggiacciono

ROMEO -

Che soggiacciono! Giacciono. A dormire.

Sognando cose vere.([33])

MERCUZIO -

Ah, ho capito:

da te c stata la regina Mab.([34])

ROMEO -

Regina Mab? Chi diavolo costei?

MERCUZIO -

La mammana del regno delle fate;([35])

e si presenta sempre in una forma

non pi grossa duna pietruzza dagata

al dito indice di un assessore;([36])

viaggia su un equipaggio trainato

da una muta di piccoli esserini,

e si posa sul naso di chi dorme;

i raggi delle ruote di quel traino

sono formati da zampe di ragno,

il mantice dallali di locuste,

le briglie da sottili filamenti

desili ragnatele; i pettorali

dai rugiadosi raggi della luna;

la frusta ha il manico dosso di grillo

e la sferza dun filo sottilissimo;

il cocchiere, a cassetta, un moscerino

tutto grigio-vestito, non pi grande

della met duno di quei vermetti

che si tolgono fuori con lo spillo

dal dito duna pigra fanciulletta;

il cocchio un guscio cavo di nocciola

lavorato cos da uno scoiattolo

falegname o da qualche vecchio tarlo;

son essi i carrozzieri delle fate

luno e laltro, da tempo immemorabile.

In questo arnese, Mab va cavalcando,

la notte, pei cervelli degli amanti,

e allora questi sognano damore;

o per le rotule dei cortigiani

che sognan subito salamelecchi;

o sulle dita duomini di legge

che sognan subito laute parcelle;

talvolta sulle labbra delle dame,

e queste sognano desser baciate,

e spesso sulle loro labbra Mab

irritata dai loro fiati guasti

pei troppi dolci, lascia delle pustole.

Talvolta anche galoppa su pel naso

dun sollecitatore di favori

a pagamento, e quello, allora, in sogno,

sente lodore duna petizione;

talvolta va a solleticare il naso

col crine dun porcello della decima,([37])

ad un prevosto e quello allora sogna

un altro benefizio parrocchiale.

Talora passa con il suo equipaggio

sul collo dun soldato militare,

e allora questi sogna a tutto spiano

di tagliar gargarozzi di nemici,

brecce, imboscate, lame di Toledo,

brindisi con bicchieri senza fondo;

poi, dimprovviso, gli rulla allorecchio

il tamburo e lui salta su di botto,

si sveglia, e dopo avere smoccolato

per la paura un paio di bestemmie,

se ne ricade gi, morto di sonno.

quella stessa Mab che nella notte

intreccia le criniere dei cavalli

e fa dei loro crini sbarruffati,

unti e bisunti, dei magici nodi

che a districarli portano disgrazia.

lei la maga che quando le vergini

giacciono a letto con la pancia allaria,

le preme perch imparino a portare

e le fa donne di buon portamento.

lei che

ROMEO -

Basta, via, Mercuzio, basta!

Stai parlando del nulla!

MERCUZIO -

S, di sogni,

che sono i figli dun cervello pigro,

fatti solo di vana fantasia,

che sono inconsistenti come laria,

pi incostanti del vento, che ora scherza

col grembo gelido del settentrione,

ed ora, allimprovviso, in tutta furia,

se ne va via sbuffando e volge il volto

alle stillanti rugiade del sud.

BENVOLIO -

Ho paura che il sogno di cui parli

ci stia soffiando fuori di noi stessi:

perch la cena devesser finita,

e noi arriveremo troppo tardi.

ROMEO -

Temo invece che sar troppo presto;

perch il mio spirito mi fa presago

di eventi ancor sospesi nelle stelle

che avranno il lor funesto appuntamento

in questa festa, e segneranno il termine

duna vita spregiata, com quella

chio chiudo in petto, e che un crudel destino

sembra aver condannato fin da ora

ad immatura ed impietosa morte.

Ma Colui che governa la mia rotta

da nocchiero, diriga la mia vela.

Avanti, allegramente!

BENVOLIO -

Via il tamburo!([38])

(Escono)

SCENA V - Verona, la casa dei Capuleti

Musici che attendono

Entrano alcuni SERVI di mensa

1 SERVO -

Dov andato Pignatta?

Che sta a fare, che non ci d una mano

a sparecchiar la tavola? Gi, lui,

sostituire un piatto Non sia mai!

Lui grattare un tagliere Non sia mai!

2 SERVO -

Quando la pulizia deve risiedere

nelle mani di una persona o due

che per giunta non se le son lavate,

una schifezza!

1 SERVO -

Via quegli sgabelli!

Quella credenza spostala di l.

Bada allargenteria

E tu, sii bravo, mettimi da parte

un pezzettino di quel marzapane;

e, se non ti dispiace, di al portiere

che mandi su Susanna Mola e Nelly.

Ehi, Antonio, Pignatta!

3 SERVO -

Eccoci pronti.

1 SERVO -

Pignatta, in sala chiedono di te,

tutti ti cercano, tutti ti vogliono,

sei la persona pi desiderata!

3 SERVO -

Non si pu star di qua e di l ad un tempo.

2 SERVO -

Fate cuore, ragazzi! State allegri!

Chi campa pi di tutti, piglia tutto!

(Si ritirano nel fondo)

Entrano, da una parte, il CAPULETO, con GIULIETTA, TEBALDO e la NUTRICE, e si fanno incontro agli invitati, che entrano dalla parte opposta

CAPULETO -

Signori, benvenuti in casa mia!

Le dame senza calli ai lor piedini

faranno un giro di danza con noi.

Ah, ah, mie belle dame, e chi di voi

si potr rifiutare di ballare?

Giuro che quella che fa la ritrosa

qualche calletto ai piedi deve averlo.

Ci ho colto bene, vero? Avanti, avanti!

Benvenuti! Ho conosciuto anchio

il tempo quando nascondevo il viso

dietro lo schermo duna mascherina,

e sussurravo a qualche bella dama,

allorecchio, galanti paroline

Ma quel tempo lontano, strapassato.

Voi siete i benvenuti, miei signori!

Andiamo, suonatori, un po di musica.

(Musica e danza)

Sala, sala, signori! Fate largo!

E voi, ragazze, via coi vostri passi!

(Ai servi)

Pi luce, giovanotti! Via quei tavoli,

e andate a spegnere il fuoco al camino,

che laria divenuta troppo calda.

Ma bravi, questa festa improvvisata

sta riuscendo bene Vieni, siedi,

siediti qua, cugino Capuleti;

per me e per te la stagione del ballo

passata da un pezzo. Quanto tempo

da che ci siamo ritrovati insieme

lultima volta ad una mascherata?

SECONDO CAPULETI -

Madonna Santa! Saranno trentanni.

CAPULETO -

Che dici! No, non mi pare poi tanto!

Dal giorno delle nozze di Lucenzio.

Alta o bassa che venga Pentecoste

(in quel giorno ci siamo mascherati)

saranno tuttal pi venticinquanni.

SECONDO CAPULETI -

Di pi, di pi: ne ha gi di pi suo figlio,

che sta sui trenta.

CAPULETO -

Che mi vai contando!

Se si trovava ancor sotto tutela

due anni fa

ROMEO -

(A un servo, indicando Giulietta)

Chi quella damina

laggi, che con il tocco di sua mano

fa ricca quella del suo cavaliere?

SERVO -

Mi dispiace, signore, non lo so.

(Si allontana il servo)

ROMEO -

Oh, chella insegna perfino alle torce

come splendere di pi viva luce!

Par che sul buio volto della notte

ella brilli come una gemma rara

pendente dallorecchio duna Etiope.

Bellezza troppo ricca per usarne,

troppo cara e preziosa per la terra!

Ella spicca fra queste sue compagne

come spicca una nivea colomba

in mezzo ad uno stormo di cornacchie.

Finito questo ballo,

osserver dove sandr a posare

e, toccando la sua, far beata

questa mia rozza mano

Ha mai amato il mio cuore finora?

Se dice s, occhi miei, sbugiardatelo,

perchio non ho mai visto

vera belt prima di questa notte.

(Romeo, pur parlando a se stesso, ha parlato a voce alta e Tebaldo, passandogli vicino, lha sentito)

TEBALDO -

Alla voce, costui pare un Montecchi.

Non mi sbaglio.

(Ad un servo)

Ragazzo, la mia spada!

Come! Il furfante ardisce venir qui,

coperto da una maschera grottesca,

a farsi beffa della nostra festa?

Ebbene, per lamore del mio sangue

e per lonore della mia famiglia,

non credo di commettere peccato

a stenderlo qui morto, con un colpo.

CAPULETO -

Che c che tagita tanto, nipote?

TEBALDO -

Questi un Montecchi, zio, nostro nemico;

un furfante, venuto qui a dispetto,

per beffarsi di questa nostra festa.

CAPULETO -

Il giovane Romeo?

TEBALDO -

S, proprio lui,

quel furfante del giovane Romeo.

CAPULETO -

Calma, nipote mio. Lascialo stare.

Si conduce da vero gentiluomo;

e, per vero, Verona vanta in lui

un giovane virtuoso e di bei modi;

n io permetterei che in casa mia,

per tutto loro di questa citt,

gli sia recata alcuna umiliazione.

Perci sta calmo. Non te ne occupare.

un ordine, e se tu vuoi rispettarlo,

fa buona cera, smetti laria truce,

che non saddice proprio ad una festa.

TEBALDO -

Saddice, invece, eccome,

quando tra gli ospiti c un tal furfante!

Non lo sopporto.

CAPULETO -

E devi sopportarlo,

invece, giovanotto! Devi, ho detto!

Chi il padrone, qui, sei tu o io?

Non lo sopporta, lui! Ti guardi Iddio

dal creare una rissa tra i miei ospiti!

Vuole alzare la cresta, come il gallo!

Vuol far, come si dice, la bravata!

TEBALDO -

Ma, zio, una vergogna!

CAPULETO -

Ovvia! Ovvia!

Ragazzo prepotente! E che! Scherziamo?

uno scherzo che pu costarti caro.

So quel che dico: tu vuoi contrariarmi.

Hai scelto proprio il momento, perdio!

(Ai danzatori)

Bene, bravi figlioli!

(A Tebaldo)

Un insolente,

ecco che cosa sei. Va e sta buono,

altrimenti

(Ai servi)

Pi luce, fate luce

(A Tebaldo)

E vergognati: e se non fai giudizio,

bada che son qua io

(Ai danzatori)

Su, su, ragazzi,

qui ci vuole un po pi danimazione!

TEBALDO -

Questa pazienza imposta con la forza,

che si scontra con lira pi sfrenata,

mi fa fremere tutto. Me ne vado.

Per questa sfacciata intromissione

che par che attiri qui tanta dolcezza

si muter in amarissimo fiele!

(Esce)

ROMEO -

(A Giulietta, prendendole la mano)

Se con indegna mano

profano questa tua santa reliquia

( il peccato di tutti i cuori pii),

queste mie labbra, piene di rossore,

al pari di contriti pellegrini,

son pronte a render morbido quel tocco

con un tenero bacio.

GIULIETTA -

Pellegrino,

alla tua mano tu fai troppo torto,

ch nel gesto gentile essa ha mostrato

la buona devozione che si deve.

Anche i santi hanno mani, e i pellegrini

le possono toccare, e palma a palma

il modo di baciar dei pii palmieri.([39])

ROMEO -

Santi e palmieri non han dunque labbra?

GIULIETTA -

S, pellegrino, ma quelle son labbra

chessi debbono usar per la preghiera.

ROMEO -

E allora, cara santa, che le labbra

facciano anchesse quel che fan le mani:

esse sono in preghiera innanzi a te,

ascoltale, se non vuoi che la fede

volga in disperazione.

GIULIETTA -

I santi, pur se accolgono

i voti di chi prega, non si muovono.

ROMEO -

E allora non ti muovere

fin chio raccolga dalle labbra tue

laccoglimento della mia preghiera.

(La bacia)

Ecco, dalle tue labbra ora le mie

purgate son cos del lor peccato.

GIULIETTA -

Ma allora sulle mie resta il peccato

di cui si son purgate quelle tue!

ROMEO -

O colpa dolcemente rinfacciata!

Il mio peccato succhiato da te!

E rendimelo, allora, il mio peccato.

(La bacia ancora)

GIULIETTA -

Sai baciare nel pi perfetto stile.

NUTRICE -

( stata ad osservare da lontano, poi savvicina)

Tua madre vuol parlarti, padroncina.

ROMEO -

Chi sua madre?

NUTRICE -

Ebbene, giovanotto,

la padrona qui di questa casa;

una buona signora, saggia e onesta;

e la figliola, quella damigella

con cui discorrevate poco fa,

glielho allattata ed allevata io.

E quelluomo che sapr fare tanto

da prenderla per moglie, giuraddio,

ne avr dei bei sonanti quattrinelli!

(Si allontana con Giulietta)

ROMEO -

(Tra s)

Ella una Capuleti! Ah, duro prezzo

chio sar tratto a pagare per questo!

Do in pegno la mia vita a una nemica!

BENVOLIO -

Usciamo, adesso, via!

Il meglio della festa labbiam visto.

ROMEO -

Ho paura che sia proprio cos.

Pi stiamo e pi ne va della mia pace.

CAPULETO -

No, no, signori miei, non ve ne andate!

Abbiamo preparato uno spuntino

per stare ancora un poco in allegria

Volete proprio andare? Grazie a tutti,

allora, grazie, nobili signori,

e buona notte.

(Ai servi)

Recate altre torce!

Allora andiamo, si va tutti a letto.

Oh, perbacco, s fatto molto tardi!

Me ne vado a dormire dritto dritto.

(Escono tutti tranne GIULIETTA e la NUTRICE)

GIULIETTA -

(Indicando uno degli ospiti che sta uscendo)

Vien qua, nutrice. Chi quel signore?

NUTRICE -

il figlio erede del vecchio Tiberio.

GIULIETTA -

E laltro che sta uscendo dalla porta?

NUTRICE -

Mi sembra s, il giovane Petruccio.

GIULIETTA -

E quellaltro che esce dietro a lui,

e non ha mai ballato?

NUTRICE -

Non lo so.

GIULIETTA -

Va a domandargli il nome. Se sposato,

la tomba sar il mio letto di nozze.

NUTRICE -

Il suo nome Romeo, ed un Montecchi,

unico figlio del pi gran nemico

di tua famiglia.

GIULIETTA -

O unico mio amore,

scaturito dallunico mio odio!

O sconosciuto, troppo presto visto

e troppo tardi, ahim, riconosciuto

per quel che eri.([40]) O amore prodigioso,

chio debba amare un odiato nemico!

NUTRICE -

Che ? Che vai dicendo?

GIULIETTA -

Nulla, nulla.([41])

Son versi da me appresi poco fa

da uno che ballava insieme a me.

VOCE DI DENTRO -

Giulietta!

NUTRICE -

Ecco, veniamo. Su, Giulietta.

A nanna. Sono andati tutti via.

(Escono)

ATTO SECONDO

Entra il CORO

CORO -

Ormai la vecchia fiamma di Romeo

sul letto di morte, e un nuovo amore

aspira a coglierne la successione.

La bella per la quale trepidava,

e dichiarava di voler morire,

confrontata alla tenera Giulietta

pi non appare bella agli occhi suoi.

Ora Romeo ama ed riamato:

stregati, luno e laltra, dallincanto

dei loro sguardi, chaltro egli non pu

se non che sospirare da lontano

per colei ch supposta sua nemica;

e lei rubar la dolce esca damore

dalle punte di paurosi ami.

Egli essendo tenuto per nemico,

non pu assolutamente avvicinarla

per sospirarle i voti che gli amanti

si sogliono scambiare.

Ed ella, al par di lui innamorata,

assai meno di lui ha mezzi e modo

dincontrarsi col suo giovane amante

in qualche luogo. Ma la lor passione

presta loro la forza, il tempo e i mezzi

per potersi comunque avvicinare,

e stemperare con dolcezze estreme

lestreme loro pene.

(Esce il Coro)

SCENA I - Verona, sentiero lungo il muro che cinge

lorto dei Capuleti. Notte

Entra ROMEO correndo; allimprovviso si ferma.

ROMEO -

Come posso procedere pi innanzi,

se il mio cuore l dentro?

Su, tornatene indietro, terra inerte,

e riprendi il tuo centro! ([42])

(Sarrampica sul muro, lo scala e salta al di l, nellorto dei Capuleti)

Entrano BENVOLIO e MERCUZIO

BENVOLIO -

(Chiamando)

Ol, Romeo, cugino, dove sei?

MERCUZIO -

furbo, quello; ritornato a casa,

e s schiaffato a letto, credi a me.

BENVOLIO -

Macch, lho visto correre di qua

e scavalcare il muro di questorto.

Dagli voce anche tu, mio buon Mercuzio.

MERCUZIO -

Anzi, lo evocher come uno spirito.

(Come facendo il negromante)

Romeo! Capricciosone! Testa pazza!

Passione! Innamorato! Fatti vivo,

almeno sotto forma dun sospiro.

Rispondi solo con due versi in rima,

o grida solo Ahim!,

sussurra solo bella o colombella,

rivolgi una gentile paroletta

allindirizzo di comare Venere,

chiama con un qualunque soprannome

il suo figlio bendato,

magari chiamalo Cupido-Adamo,([43])

che scocc cos bene la sua freccia

per far innamorare il re Coftua

della mendica verginella([44]) Bah!

Non sente, non risponde, non si muove

La scimmia morta, ed io debbo evocarla:

pei fulgidi occhi della Rosalina,

per la sua bella fronte alta e spaziosa,

per le sue labbra rosso-porporine,

per il suo bel piedino,

per le sue snelle, ben tornite gambe,

per le sue chiappe, che son tutte un fremito,

con i loro mirabili dintorni,

ti scongiuro, Romeo, di comparire

innanzi a noi nel tuo vero sembiante.

BENVOLIO -

Se tha udito, lhai fatto andar in bestia.([45])

MERCUZIO -

Non questo che pu mandarlo in bestia.

Ci andrebbe, invece, se con gli scongiuri,

facessi comparire un qualche spirito

da non so qual bizzarra provenienza

nel cerchio magico della sua bella,

e lo lasciassi l, ritto impalato,

fintanto chella non fosse riuscita

a sua volta, coi debiti scongiuri,

a piegarlo e forzarlo a ritirarsi.

Questo s lo farebbe indispettire.

Ma adesso, questa mia invocazione

leale ed onestamente intesa:

lo scongiuro perch si faccia vivo

in nome della sua innamorata.

BENVOLIO -

Devessersi nascosto tra quegli alberi

per intonarsi con lumida notte.

Lamore cieco, e il buio gli si addice.

MERCUZIO -

Se cieco, non pu cogliere la mira.

Star invece seduto sotto un nespolo

ad augurarsi che la sua ragazza

sia magari quel genere di frutto

che le fanciulle, quando voglion ridere

chiamano appunto nespolo. Oh, Romeo,

se davvero ella fosse sella fosse

una eccetera aperta, e tu una pera

di Poperin!([46]) Buona notte, Romeo:

io vado alla mia branda: questo prato

un letto troppo freddo per dormirci.

Benvolio, ce ne andiamo?

BENVOLIO -

Andiamo, andiamo. Tanto tutto inutile

andare alla ricerca di qualcuno

che ha deciso di non farsi trovare.

(Escono)

SCENA II - Verona, il verziere dei Capuleti

Entra ROMEO

ROMEO -

Si ride delle cicatrici altrui

chi non ebbe a soffrir giammai ferita

GIULIETTA appare a una finestra

Oh, quale luce vedo sprigionarsi

lass, dal vano di quella finestra?

loriente, lass, e Giulietta il sole!

Sorgi, bel sole, e linvidiosa luna

gi pallida di rabbia ed ammalata

uccidi, perch tu, che sei sua ancella,([47])

sei di gran lunga di lei pi splendente.

Non restare sua ancella, se invidiosa

essa di te; la verginal sua veste

s fatta ormai dun color verde scialbo

e non lindossano altre che le sciocche.

Gettala via! Oh, s, la mia donna,

lamore mio. Ah, sella lo sapesse!

Ella mi parla, senza dir parola.

Come mai? il suo occhio

che mi discorre, ed io risponder.

Oh, ma che sto dicendo Presuntuoso

chio sono! Non a me, chella discorre.

Due luminose stelle,

tra le pi fulgide del firmamento

avendo da sbrigar qualcosa altrove,

si son partite dalle loro sfere

e han pregato i suoi occhi di brillarvi

fino al loro ritorno E se quegli occhi

fossero invece al posto delle stelle,

e quelle stelle infisse alla sua fronte?

Allora s, la luce del suo viso

farebbe impallidire quelle stelle,

come il sole la luce duna lampada;

e tanto brillerebbero i suoi occhi

su pei campi del cielo, che gli uccelli

si metterebbero tutti a cantare

credendo fosse finita la notte.

Guarda comella poggia la sua gota

a quella mano Un guanto vorrei essere,

su quella mano, e toccar quella guancia!

GIULIETTA -

(Come avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)

Ahim!

ROMEO -

(Tra s)

Dice qualcosa Parla ancora,

angelo luminoso, sei s bella,

e da lass tu spandi sul mio capo

tanta luce stanotte

quanta pi non potrebbe riversare

sulle pupille volte verso il cielo

degli sguardi stupiti di mortali

un alato celeste messaggero

che, cavalcando sopra pigre nuvole,

veleggiasse per linfinito azzurro!

GIULIETTA -

Romeo, Romeo! Perch sei tu Romeo?

Ah, rinnega tuo padre!

Ricusa il tuo casato!

O, se proprio non vuoi, giurami amore,

ed io non sar pi una Capuleti!

ROMEO -

(Sempre tra s)

Che faccio, resto zitto ad ascoltarla,

oppure le rispondo?

GIULIETTA -

Il tuo nome soltanto m nemico;

ma tu saresti tu, sempre Romeo

per me, quandanche non fosti un Montecchi.

Che infatti Montecchi?

Non una mano, n un piede, n un braccio,

n una faccia, n nessunaltra parte

che possa dirsi appartenere a un uomo.

Ah, perch tu non porti un altro nome!

Ma poi, che cos un nome?

Forse che quella che chiamiamo rosa

cesserebbe davere il suo profumo

se la chiamassimo con altro nome?

Cos sanche Romeo

non si dovesse pi chiamar Romeo,

chi pu dire che non conserverebbe

la cara perfezione ch la sua?

Rinuncia dunque, Romeo, al tuo nome,

che non parte della tua persona,

e in cambio prenditi tutta la mia.

ROMEO -

(Forte)

Io ti prendo in parola!

Dora in avanti tu chiamami Amore,

ed io sar per te non pi Romeo,

perch mavrai cos ribattezzato.

GIULIETTA -

Oh, qual uomo sei tu,

che protetto dal buio della notte,

vieni a inciampar cos sui miei pensieri?

ROMEO -

Dirtelo con un nome,

non saprei; il mio nome, cara santa,

odioso a me perch nemico a te.

Lo straccerei, se lo portassi scritto.

GIULIETTA -

Lorecchio mio non ha bevuto ancora

cento parole dalla voce tua,

che ne conosco il suono:

non sei Romeo tu, ed un Montecchi?

ROMEO -

No, nessuno dei due, bella fanciulla,

se nessuno dei due a te gradito.

GIULIETTA -

Ma come hai fatto a penetrar qui dentro?

Dimmi come, e perch. Erti e scoscesi

sono i muri dellorto da scalare,

e se alcuno dei miei ti sorprendesse,

sapendo chi sei, tucciderebbe.

ROMEO -

Ho scavalcato il muro

sovra lali leggere dellamore;

amor non teme ostacoli di pietra,

e tutto quello che amore pu fare

trova sempre lardire di tentare.

Perci i parenti tuoi

non rappresentano per me un ostacolo.

GIULIETTA -

Ma se ti trovan qui, ti uccideranno!

ROMEO -

Ahim, c pi pericolo per me

negli occhi tuoi che in cento loro spade:

basta che tu mi guardi con dolcezza,

perchio mi senta come corazzato

contro lodio di tutti i tuoi parenti.

GIULIETTA -

Io non vorrei per per nulla al mondo

che alcun di loro ti trovasse qui.

ROMEO -

La notte mi nasconde col suo manto

alla lor vista; ma se tu non mami,

che mi trovino pure e che mi prendano:

assai meglio per me finir la vita

desiderando invano lamor tuo.

GIULIETTA -

Come hai fatto a venire fino qui?

Chi tha guidato?

ROMEO -

Amore per il primo

ha guidato i miei passi. stato lui

a prestarmi consiglio nel trovarlo;

io gli ho prestato in cambio solo gli occhi.

Io non sono un nocchiero,

ma se tu fossi lontana da qui

quanto la pi deserta delle spiagge

bagnata dalloceano pi remoto,

io correrei qualsiasi avventura

per cercar s preziosa mercanzia.

GIULIETTA -

Sai che la notte copre la mia faccia

della sua nera maschera,

lavresti vista arrossare, se no,

per ci che mhai sentito dir pocanzi.

Ah, vorrei tanto mantener la forma,

rinnegar quel che ho detto!

Ma addio ormai inutili riguardi!

Tu mami? So che mi rispondi S,

ed io ti prender sulla parola;

ma non giurare, no, perch se giuri,

potresti poi dimostrarti spergiuro.

Agli spergiuri degli amanti - dicono -

ride anche Giove. O gentile Romeo,

se mami, dimmelo con lealt;

se credi chio mi sia lasciata vincere

troppo presto, far lo sguardo truce

e, incattivita, ti respinger,

perch tu sia costretto a supplicarmi

Ma no, non lo farei, per nulla al mondo!

In verit, leggiadro mio Montecchi,

io di te sono tanto innamorata,

da farti pur giudicar leggerezza

il mio comportamento; per credimi,

mio gentil cavaliere, che, alla prova,

io sapr dimostrarmi pi fedele

di quelle che di me sono pi esperte

nellarte di apparire pi ritrose.

E pi ritrosa - devo confessarlo -

sarei stata, se tu, subitamente,

prima chio stessa me ne fossi accorta,

non mavessi sorpresa

a confessar lardente mia passione

a me stessa. Perdonami perci,

e non voler chiamare leggerezza

la mia condiscendenza,

come tavr potuto suggerire

il buio della notte.

ROMEO -

Mia signora,

per questa sacra luna che inargenta

le cime di questi alberi, ti giuro

GIULIETTA -

Ah, Romeo, non giurare sulla luna,

questa incostante che muta di faccia

ogni mese nel suo rotondo andare,

ch lamor tuo potrebbe al par di lei

dimostrarsi volubile e mutevole.

ROMEO -

Su che vuoi tu chio giuri?

GIULIETTA -

Non giurare;

o, se ti piace, giura su te stesso,

su codesta graziosa tua persona,

lidolo della mia venerazione,

e tanto baster perchio ti creda.

ROMEO -

Se lamor del mio cuore

GIULIETTA -

Non giurare,

ho detto: bench tu sia la mia gioia,

gioia non mi riesce di trovare

nellimpegno scambiatoci stanotte:

troppo improvviso, troppo irriflessivo,

rapido, come il fulmine, che passa

prima che uno possa dir Lampeggia!.

Buona notte, dolcezza.

Questo bocciolo damore, schiudendosi

allalito fecondo dellestate,

potr, al nostro prossimo incontrarci,

dimostrarsi un bel fiore profumato.

Buona notte. La pace ed il riposo

discendano soavi sul tuo cuore,

come soave tutto nel mio petto.

ROMEO -

Oh, vuoi lasciarmi cos insoddisfatto?

GIULIETTA -

Insoddisfatto? E qual soddisfazione

pensavi tu daver da me stasera?

ROMEO -

Sentirmi ricambiar dalla tua bocca

il mio voto damore.

GIULIETTA -

Te lho dato,

ancor prima che tu me lo chiedessi;

se pur vorrei che fosse ancor da dare.

ROMEO -

Vorresti ritirarlo? E perch, amore?

GIULIETTA -

Per potermi mostrare generosa,

e dartelo di nuovo, a piene mani.

Io non desidero che quel che ho.

La mia voglia di dare come il mare,

sconfinata, e profondo come il mare

lamor mio: pi ne concedo a te,

pi ne possiedo io stessa,

perch infiniti sono luna e laltro.

(La voce della Nutrice dallinterno, che chiama: Giulietta!)

Sento voci da dentro casa Addio,

addio, mio caro amore! Vengo, balia!

Dolce Montecchi, restami fedele.

Aspetta ancora un po, ritorno subito.

(Si ritira)

ROMEO -

O notte, notte di benedizioni!

Un sogno, temo, nientaltro che un sogno

questo: troppo dolce e lusinghiero

per essere realt!

GIULIETTA riappare improvvisamente in alto

GIULIETTA -

Ancora tre parole, Romeo caro,

e poi la buonanotte, per davvero.

Se onesto lamoroso tuo proposito

e lintenzione tua di sposarmi,

mandami a dir domani, per qualcuno

chio mander da te, il luogo e lora

in cui vuoi celebrare il sacro rito

ed io son pronta a mettere ai tuoi piedi,

tutti i miei beni, ed a seguire te

sempre e dovunque, come mio signore

NUTRICE -

(Da dentro)

Madamigella!

GIULIETTA -

Vengo, vengo subito!

(A Romeo)

ma se diversa lintenzione tua,

ti scongiuro

NUTRICE -

(Da dentro)

Giulietta!

GIULIETTA -

Sto venendo!

smetti di corteggiarmi ed abbandonami

al mio dolore. Mander domani

ROMEO -

Cos possa salvarsi la mia anima

GIULIETTA -

Ancora buona notte, mille volte!

(Si ritira)

ROMEO -

Mala notte, puoi dire, mille volte,

se mi viene a mancare la tua luce!

Lamore corre ad incontrar lamore

con la gioia con cui gli scolaretti

fuggon dai loro libri; ma lamore

che deve separarsi dallamore

ha il volto triste degli scolaretti

quando tornano a scuola

(Si trae indietro lentamente)

GIULIETTA appare di nuovo alla finestra

GIULIETTA -

Pssst! Romeo!

Oh, avere il sibilo dun falconiere

per poter richiamar questo terzuolo! ([48])

Ma la clausura roca,

ha voce fioca e non pu parlar alto;

altrimenti vorrei gridar s forte

da squarciar lantro ove riposa Eco([49])

e soverchiare laerea sua voce,

s da farla pi fioca della mia,

a forza di chiamar: Romeo! Romeo!

ROMEO -

(Tornando indietro)

la stessa mia anima che invoca

cos il nome mio.

Come soavi suonan nella notte

le voci degli amanti:

sommessa musicalit dargento

dolcissima allorecchio che lascolta

GIULIETTA -

Romeo!

ROMEO -

Cara

GIULIETTA -

A che ora domattina

posso mandar da te?

ROMEO -

Verso le nove.

GIULIETTA -

Non mancher. Mi parranno ventanni

fino allora Perch tho richiamato?

Che sciocca! Non me lo ricordo pi!

ROMEO -

Lascia allora chio resti qui con te

fino a tanto che ti ritorni in mente.

GIULIETTA -

E cos io, per farti rimanere

ancora un poco, torner a scordarmelo,

ricordandomi solo di una cosa:

quanto m dolce la tua compagnia.

ROMEO -

E io ci rester, perch dimentica

tu resti ancora, dimentico io stesso

daver altra dimora fuor che questa.

GIULIETTA -

Ormai quasi lalba;

vorrei che tu gi fossi via da qui,

non pi lungi per delluccellino

che la bimbetta lascia saltellare

lontan dalla sua mano,

ma lo tiene legato alla catena

come suo prigioniero, e, in una stratta,

dun fil di seta lo riporta a s,

simile ad una amante

gelosa di quel po di libert.

ROMEO -

Quel prigioniero vorrei esser io.

GIULIETTA -

E cos vorrei io, dolcezza mia,

anche se finirei col soffocarti

per le troppe carezze Buona notte!

Separarci un dolore cos dolce

che non mi stancherei, amore mio,

di dirti buona notte fino a giorno.

(Si ritira)

ROMEO -

Siano dimora al sonno gli occhi tuoi,

alla pace il tuo cuore. Sonno e pace

vorrei essere io, pel tuo riposo.

Ora da qui raggiunger la cella

del mio fidato padre confessore

a domandargli la sua assistenza

e confidargli questa mia fortuna.

(Esce)

SCENA III - La cella di Frate Lorenzo

Entra FRATE LORENZO con un paniere

FRATE LORENZO -

Sullaccigliata fronte della notte

ride gi lalba, col suo grigio sguardo

variegando le nubi delloriente

con variopinte lamine di luce,

e la chiazzata tenebra si sfiocca

col suo passo ubriaco, vacillando,

sul sentiero del giorno che savanza

sulle infuocate ruote di Titano.([50])

Prima che il sole, col fulgente cocchio

si faccia avanti a rallegrare il giorno

e seccar la rugiada della notte,

dovr riempire derbe velenose

e fiori dallumore portentoso

questo cesto. Di tutta la natura

la terra madre ed anche sepoltura;

e noi vediamo, da quel grembo usciti,

rampolli dogni specie sugger vita

dal suo seno materno: molti eccelsi

per diverse virt, nessuno privo,

anche se luno dallaltro diverso.

Oh, grande e varia linterna virt

dellerbe, delle piante e delle pietre,

nelle lor naturali qualit,

e niente cos vile sulla terra

da non rendere ad essa, in contraccambio,

qualche particolare beneficio;

cos come non v cosa s docile

che, distratta dal natural suo impiego,

non dirazzi dalla sua vera origine

e si corrompa, e degradi in abuso.

La virt stessa si converte in vizio,

ed il vizio talora si nobilita

col compimento duna bella azione.

Nellesile epitelio che riveste

la corolla di questo fragil fiore

stanno insieme un umore velenoso

ed una propriet medicinale:

a odorarlo, tinebria; ad ingerirlo

tuccide, con il cuore, tutti i sensi.

Due sovrani di questo stesso tipo,

tra lor nemici, son sempre accampati,

cos come nellerbe, anche nelluomo:

la Grazia, e la brutale Volont.

La pianta in cui predomina il peggiore

di questi due potenti, divorata

assai presto dal cancro della morte.

Entra ROMEO

ROMEO -

Buond, Frate Lorenzo!

FRATE LORENZO -

Benedicite!

Qual voce mattutina mi saluta

cos dolce? Figliolo, se al tuo letto

dici buongiorno cos di buonora,

devi avere qualcosa per il capo.

Gli affanni son di solito di guardia

alla porta degli occhi degli anziani,

e dove sono di vigilia loro

difficile che savvicini il sonno;

ma l dove distende le sue membra

lintatta giovent, sgombra di mente,

regnano normalmente sogni doro.

Perci la tua comparsa di buonora

mi dice che tha tratto gi dal letto

un qualche affanno; e se cos non ,

allora ci vuol poco a indovinare:

Romeo stanotte non andato a letto.

ROMEO -

Questultima supposizione vera;

ma il mio riposo stato dei pi dolci.

FRATE LORENZO -

Dio perdoni il peccato! Rosalina?

ROMEO -

Con Rosalina, padre santo? No.

Quel nome, con le sue pene damore,

io lho scordato.

FRATE LORENZO -

Bravo il mio figliolo!

E allora, dove diamine sei stato?

ROMEO -

Senza aspettar che una seconda volta

tu me lo chieda, te lo dico subito:

stanotte sono stato ad una festa,

in casa dun nemico, e l, dun tratto,

qualcuno mha ferito,

che ferito rimasto anche da me.

Per tutti e due ora il rimedio

soltanto riposto, Fra Lorenzo,

in te e nella tua santa medicina.

Io non serbo rancori, padre santo,

perch, vedi, con questa mia preghiera

intercedo altres pel mio nemico.

FRATE LORENZO -

Sii pi chiaro, figliolo, e vieni al punto.

Confessione che parla per enigmi,

non pu ottenere chiara assoluzione.

ROMEO -

Allora, in chiaro, sappi che il mio cuore

ha riposto lamore suo pi tenero

nella figlia del ricco Capuleto;

e come il mio in lei il suo in me;

e tutto combinato tra noi due,

manca soltanto quanto spetta a te

nellunirci in un santo matrimonio.

Quando, e dove, ed in quali circostanze

noi ci siamo incontrati e dichiarati,

e ci siamo scambiati i nostri voti,

te lo dir pi tardi; ora mi preme

dottener subito da te una cosa:

che tu acconsenta a sposarci oggi stesso.

FRATE LORENZO -

San Francesco! Che voltafaccia questo?

E Rosalina, lhai belle scordata?

Sembrava che per lei volessi struggerti.

Com vero che non nel cuore ha sede

lamor dei giovani, ma sol negli occhi!

Gesummaria, che mare dacqua salsa

ha bagnato le pallide tue guance

per Rosalina! Quanta salamoia

sprecata a saporire una passione

che non devi nemmeno pi assaggiare!

Ancora non ha dissipato il sole

nellaria lalito dei tuoi sospiri;

ancor risuonano i tuoi vecchi gemiti

dentro le stagionate orecchie mie

Guarda, qui sulla gota t rimasta

la traccia dunantica lagrimuccia

che non s ancora asciugata del tutto:

se tu eri te stesso, e quelle pene

erano tue, tu stesso e quelle pene

eravate per Rosalina. E adesso?

Tutto cambiato? Allora veramente

puoi ripeter con me quel certo adagio:

Possono ben cader le donne in fallo,

se nelluomo s debole il cervello.

ROMEO -

Tu, pel fatto che amassi Rosalina

mhai spesso biasimato, tuttavia.

FRATE LORENZO -

Perch ti conducevi come un folle,

figliolo, ma non gi perch lamassi.

ROMEO -

e mhai anche esortato a seppellirlo,

quellamore

FRATE LORENZO -

Ma non dentro una fossa

dove calarne uno e trarne un altro.

ROMEO -

Ti prego, adesso, non mi redarguire:

quella che amo adesso mi ricambia

grazia per grazia, amore per amore.

Laltra non lo faceva.

FRATE LORENZO -

Oh, quella ben sapeva che il tuo amore

non compitava, leggeva a memoria.([51])

Ma andiamo pure, vagheggino, andiamo,

seguimi. C comunque una ragione

per la quale minduco ad aiutarti:

ed il pensiero che codesta unione

possa riuscire s provvidenziale

da convertire in affetto sincero

la bile delle due vostre famiglie.

ROMEO -

E dunque andiamo, chio sto sulle spine!

FRATE LORENZO -

Prudenza e calma! Chi va troppo in fretta

finisce poi con linciampare e cade.

(Escono)

SCENA IV- Verona, una strada

Entrano BENVOLIO e MERCUZIO

MERCUZIO -

Dove diavolo si sar cacciato

questo Romeo? rientrato stanotte?

BENVOLIO -

A casa di suo padre no di certo.

Ho parlato con uno dei suoi servi.

MERCUZIO -

Eh, quella zitellona palliduccia,

dal cuore secco, quella Rosalina

gli d tali tormenti che il meschino

perder certamente la ragione.

BENVOLIO -

Il nipote del vecchio Capuleto,

Tebaldo, so che ha mandato una lettera

a casa di suo padre.

MERCUZIO -

Un cartello di sfida, ci scommetto.

BENVOLIO -

Romeo sapr rispondergli a dovere.

MERCUZIO -

Chiunque sa rispondere a una lettera:

basta che sappia scrivere.

BENVOLIO -

Rispondergli, intendo, per le rime:

voglio intendere sfida contro sfida.

MERCUZIO -

Ah, povero Romeo! Morto com,

trafitto il cuore da nera pupilla

di candida fanciulla, rintronato

ambo gli orecchi da canzon damore,

spaccato il cuore in due da una quadrella

dellarciere bendato questo luomo

che dovrebbe scontrarsi con Tebaldo?

BENVOLIO -

Evvia, che sar mai questo Tebaldo!

MERCUZIO -

Qualcosa pi del principe dei gatti,([52])

te lassicuro. Oh, egli il coraggioso

gran capitano dei salamelecchi.([53])

Si batte come tu canti un corale,

con contrappunto: tiene il tempo, il ritmo,

la misura, le pause: e uno, e due,

ed alla terza te lo schiaffa in petto.

il vero macellaio specialista

dei bottoni di seta dei corsetti,

un duellista, un cavalier di razza,

pronto alla prima offesa e alla seconda.([54])

Ah, limmortale affondo! Il suo rovescio!

Il suo toccato([55])

BENVOLIO -

Il suo che cosa?

MERCUZIO -

Il canchero

di questi scriteriati balbuzienti,

smancerose anticaglie svaporate,

questi novelli fini dicitori:

Ges, una buona lama! Un bel fustone!

Una puttana veramente emerita!.

Insomma, nonno,([56]) non deplorevole

che noi sabbia a sentirci infastiditi

da questi zanzaroni forestieri,

da questi spacciatori di etichette,

questi pardonnez-moi, tanto fanatici

del pi recente grido della moda

da non poter nemmeno star seduti

comodamente su una vecchia panca?([57])

Uh, i lor bons e i loro bans, che ridere! ([58])

Entra ROMEO

BENVOLIO -

Oh, eccolo, Romeo! Ecco Romeo!

MERCUZIO -

E senza il Ro, come unaringa secca!([59])

O carne, carne, ti sei fatta pesce!

Ora s dato a sguazzar tra le rime,

alluso di Petrarca: Monna Laura

appetto alla sua donna era una sguattera

(ebbe per migliore spasimante,

a celebrarla in rima, quella l);

Didone al paragone una sciattona,

Cleopatra niente meglio di una zingara,

Elena ed Ero due vili bagasce,

Tisbe, magari, col suo occhio verde,

ma non da starci a perder troppo tempo

Signor Romeo, bonjour!, alla francese,

in onor delle tue braghe francesi!

Stanotte ci hai mollato la patacca.

ROMEO -

Buongiorno a tutti e due Quale patacca?

MERCUZIO -

Eh, piantandoci in asso, s, mollandoci.([60])

Rendo lidea?

ROMEO -

Pardon, mio buon Mercuzio:

ma era una faccenda importantissima;

e in casi come questo consentito

di derogare alle buone maniere.

MERCUZIO -

Vuoi dire che in un caso come il tuo

uno deve mostrare le sue chiappe? ([61])

ROMEO -

S, per chinarsi e domandare scusa.

MERCUZIO -

Lhai rivoltata con molta finezza.

ROMEO -

E tu lhai gentilmente interpretata.

MERCUZIO -

Io, della gentilezza, son la punta.

ROMEO -

Punta per fiore.

MERCUZIO -

Bravo, esattamente.

ROMEO -

Quand cos, se punta vuol dir fiore,

i miei scarpini sono ben fioriti.([62])

MERCUZIO -

Spiritoso! Va avanti con lo scherzo

finch non lavrai tutto consumato

il tuo scarpino, ch quando la suola

sar consunta, ti rester solo

da consumar la tua spiritosaggine.

ROMEO -

O spirito con una sola suola,

e singolare solo perch singolo! ([63])

MERCUZIO -

Caro Benvolio, vieni tu a dividerci,

maccorgo che il mio spirito svanisce.

ROMEO -

E porta frusta e sproni, sproni e frusta,

o avr partita vinta!

MERCUZIO -

Non dar retta!

Se si mette il mio spirito col tuo

a far la corsa delloca selvatica,([64])

per me finita; ch doca selvatica

ce n di pi in un solo dei tuoi sensi

che in tutti e cinque i miei, luno sullaltro.

Mavevi dunque preso a fare loca?

ROMEO -

E quando mai hai fatto insieme a me

questa corsa, se non per fare loca?

MERCUZIO -

Meriteresti un bel morso allorecchio

per questa tua battuta.

ROMEO -

No, non mordere,

oca mia buona, non ne avresti i denti.([65])

MERCUZIO -

Il tuo spirito molto agro-dolciastro,

una salsa piuttosto piccantina.

ROMEO -

E allora non forse ben servita

per condimento ad unoca frollata?

MERCUZIO -

Uh, questa veramente una facezia

di pelle di capretto; stretta un pollice,

ma stirandola si fa larga un braccio.

ROMEO -

E allora te la stiro fino al punto

da raggiungere la parola largo,

che aggiunta a oca la dimostrazione

che sei unoca grande, in lungo e in largo.

MERCUZIO -

Beh, che ne dici, non meglio questo

desercizio, che spasimar damore?

Adesso sei ritornato socievole,

adesso sei Romeo, sei tu, quel tu

charte e natura insieme han fabbricato;

perch quel mocciosetto dellamore

assomiglia ad un povero imbecille

che corre a perdifiato a destra e a manca

allaffannosa ricerca dun buco

in cui nascondere il suo gingillino.

ROMEO -

Taglia! Fermati qui!

MERCUZIO -

Vuoi che tagli il discorso a contropelo?([66])

ROMEO -

Se no, chi sa che coda ci faresti,

a questo tuo discorso.

MERCUZIO -

No, ti sbagli, lavrei tagliata l,

perch alla coda cero gi arrivato

e non avevo proprio alcuna voglia

doccupare pi a lungo largomento.([67])

Entra la NUTRICE, velata di bianco;

dietro a lei PIETRO

ROMEO -

Che bellarnese!

MERCUZIO -

Una vela! Una vela!

BENVOLIO -

Due, due una camicia e una gonnella!

NUTRICE -

Pietro!

PIETRO -

Son qua.

NUTRICE -

Il mio ventaglio, Pietro.

MERCUZIO -

S, Pietro, per nasconderle la faccia,

il ventaglio ce nha una pi bella.

NUTRICE -

Dio vi dia il buon giorno, gentiluomini.

MERCUZIO -

E a voi la buona sera, bella dama.

NUTRICE -

forse lora di dir buona sera?

MERCUZIO -

N pi n meno, posso assicurarvelo;

loscena mano della meridiana

ha messo lasta sopra mezzogiorno.([68])

NUTRICE -

Alla larga! Che razza duomo siete?

MERCUZIO -

Uno che Dio, signora, ha fabbricato

perch si rovinasse da se stesso.

NUTRICE -

Perch si rovinasse da se stesso,

ha detto? Eh, perbacco, ha detto bene!

Signori, c qualcuno tra di voi

che sa dirmi ove posso rintracciare

il giovane Romeo?

ROMEO -

Io posso dirvelo;

ma il giovane Romeo che voi cercate

quando sar che lavrete trovato

sar sicuramente meno giovane

di quando avete iniziato a cercarlo.

Di quel nome il pi giovane son io,

in mancanza di peggio.

NUTRICE -

Dite bene.

MERCUZIO -

Ah, s? Il peggio e il bene son tuttuno?

Oh, bella! Ma che senno! Che saggezza!

NUTRICE -

(A Romeo)

Se davvero voi siete lui, signore,

desidero parlarvi in confidenza.

BENVOLIO -

Vuoi vedere che se lo invita a cena?

MERCUZIO -

Uh, uh!([69]) Una ruffiana, una ruffiana!

ROMEO -

Chhai scovato?

MERCUZIO -

Una lepre no di certo;

casomai una lepre da impastare

per il pasticcio magro di Quaresima

che sa alquanto di rancido e stantio

prima ancora che te lo mandi gi.

(Canta)

Una lepre vecchia e vizza

sar buona da mangiare

di Quaresima, ma puzza,

serve solo a digiunare.

Romeo, vieni con noi?

Si va a pranzare a casa di tuo padre.

ROMEO -

Andate avanti, vi raggiungo dopo.

MERCUZIO -

(Alla Nutrice)

Addio, antica dama

(Allontanandosi canta)

Dama, dama.

(Escono Mercuzio e Benvolio)

NUTRICE -

Ditemi voi, signore, salvognuno,

che razza di sfacciato rigattiere

quello l, s pieno di sconcezze?

ROMEO -

un gentiluomo cos fatto, balia,

che si compiace di parlarsi addosso,

e in un minuto infila tante chiacchiere

quanto nemmeno lui sarebbe in grado

di starle ad ascoltare per un mese.

NUTRICE -

Se crede di poter sparlar di me,

sapr ben io fargli abbassar la cresta,

fossanche pi forzuto di com

e di venti altri bulli come lui;

e se non ce la faccio da me sola,

trovo chi potr farcela per me.

Ignobile canaglia! Farabutto!

E che! Mha preso per una sgualdrina,

o per qualcuno della sua combriccola?

(A Pietro)

E tu che fai? Stai l, fermo, impalato,

e lasci che un qualunque screanzato

possa svillaneggiarmi a suo talento?

PIETRO -

Io, che qualcuno vi svillaneggiasse

non lho visto; se mai lavessi visto,

questa mia spada, ve lo garantisco,

sarebbe uscita subito dal fodero.

A tirar fuori larma sono svelto

quanto un altro, se la querela giusta,

e se la legge sta dalla mia parte.

NUTRICE -

Dio sa se non mi sento tutta un fremito,

a vedermi trattata in questo modo

Ma che razza dignobile furfante!

Signore, prego, ho da dirvi qualcosa.

Come vi ho detto, la mia padroncina

mha mandato a cercarvi.

Tengo in serbo quel che ha detto

a me chio vi dicessi, perch prima

vi debbo dire io, da parte mia,

che, se per caso la vostra intenzione

sia di menarla, come si suol dire,

al paradiso degli scervellati,

sarebbe proprio, come si suol dire,

la pi perfida delle vigliaccate;

perch la damigella molto giovane,

e se con lei giocaste di doppiezza,

sarebbe una solenne canagliata

ai danni duna vera gentildonna,

unazione davvero riprovevole.

ROMEO -

Balia, alla tua signora padroncina,

tu puoi raccomandarmi, te lo giuro.

NUTRICE -

Cuor doro! Certo, che glielo dir!

Signore Iddio, come sar felice!

ROMEO -

Che cosa le dirai, se non mascolti?

NUTRICE -

Le dir, se ho saputo bene intendere,

che mavete giurato, mio signore,

un impegno da vero gentiluomo.

ROMEO -

Dille se pu trovare qualche scusa,

stasera, per recarsi a confessare

da Fra Lorenzo; e l, nella sua cella,

si trover confessata e sposata.

Toh, prendi questo, per il tuo disturbo.

(Le porge una borsa)

NUTRICE -

No, signore, no, no! Nemmeno un soldo!

ROMEO -

Su, prendilo.

NUTRICE -

(Prendendo la borsa)

Stasera, avete detto?

Bene, state tranquillo. Ci sar.

(Fa per andarsene)

ROMEO -

Aspetta, buona balia: in capo a unora,

dietro il muro di cinta del convento,

fatti trovare da un mio servitore;

lui ti consegner una scala a corda

che, nel segreto poi di questa notte,

dovr aiutarmi a salire su in alto,

al sommo della mia felicit.

Mi raccomando a te; siimi fedele,

ed io sapr come ricompensarti.

Salutami la tua padrona. Addio.

NUTRICE -

Ora, Dio da lass ti benedica,

figliola mia([70]) Signore, unaltra cosa.

ROMEO -

Che dice ancora la mia cara balia?

NUTRICE -

Quel vostro servo persona sicura?

Perch c un detto - lavrete sentito -

che se son due a sapere un segreto

questo pu esser solo mantenuto

se uno di quei due vien fatto fuori.

ROMEO -

Sta tranquilla, il mio uomo a tutta prova,

come lacciaio, te lo garantisco.

NUTRICE -

Bene, signore. E la mia padroncina

la pi deliziosa damigella

Mio Dio, laveste vista quando ancora

era una fringuellina tutta lingua!

Oh, c in citt un signore, un certo Paride,

cui non parrebbe vero

di poterla abbordare([71]) con successo;

ma lei, anima santa, pi che quello,

vedrebbe meglio un rospo, dico un rospo.

Talvolta mi diverto a stuzzicarla

dicendole che Paride il suo uomo,

ma lei, solo a sentirlo nominare,

diventa pallida come uno straccio,

vassicuro Romeo e Rosmarino

non cominciano con la stessa lettera?

ROMEO -

S, nutrice, con erre. E che, con ci?

NUTRICE -

Burlona! Quello il nome del suo cane.

Erre poi sta per no, unaltra lettera

Ma lei su Rosmarino e su di voi

ci ha imbastito dei motti graziosissimi

che a sentirli vi spassereste un mondo.

ROMEO -

Addio. Salutami la padroncina.

NUTRICE -

S, mille volte.

(Esce Romeo)

Pietro!

PIETRO -

Sono qua.

NUTRICE -

Toh, il mio ventaglio e avviati, andiamo, presto.

(Escono)

SCENA V - Verona, lorto dei Capuleti

Entra GIULIETTA

GIULIETTA -

Eran le nove appena, quand uscita

Maveva detto chentro una mezzora,

al pi tardi, sarebbe ritornata.

Forse non riuscita a rintracciarlo

No, non pu essere Oh, quella zoppa!

A fare i messaggeri dellamore

dovremmo poter mettere i pensieri,

che corron dieci volte pi del sole

quando rapido caccia coi suoi raggi

lombre dallaccigliate erte colline.

Per questo, Amore trainato in volo

da colombe, e Cupido ha due alucce

che corrono veloci come il vento.

Il sole al culmine del suo percorso,

tre ore, dalle nove a mezzogiorno,

e questa balia ancora non mi torna!

Avesse in corpo anchessa le passioni

e il sangue caldo della giovent,

sarebbe rapida come una palla;([72])

e sarebbero allor le mie parole

a lanciarla al mio amore, e quelle sue

a farla rimbalzar veloce a me.

Ma i vecchi a volte sono gente morta,

inerti, gravi, lividi e pesanti

come piombo

Entrano la NUTRICE e PIETRO

Ma eccola, Deograzia!

Balia mia dolce, allora, che mi dici?

Lhai trovato? Licenzia questo servo.

NUTRICE -

(A Pietro)

Va, aspettami al cancello.

GIULIETTA -

Presto, presto,

cara, buona nutrice, dimmi tutto!

Oh, Signore! Cos quellaria triste?

Anche se le notizie sono tristi,

dammele almeno con la faccia lieta;

se buone, non sciupar la loro musica

suonandola con quella cera arcigna.

NUTRICE -

Sono sfinita. Fammi prender fiato.

Ah, che dolore allossa! Che trottata!

GIULIETTA -

Se tu potessi avere le mie ossa,

ed io le tue notizie Suvvia, parla!

Parla, ti prego, dolce mia nutrice!

NUTRICE -

Gesummaria, che maledetta furia!

Non puoi proprio aspettare un solo istante?

GIULIETTA -

Come puoi dire desser senza fiato

se ti rimane ancora tanto fiato

per dire che ne sei rimasta senza?

La scusa che tu dai a questi indugi

pi lunga di quello chhai da dirmi,

e che ti scusi di non poter dire.

Rispondi almeno con un s o un no:

se le notizie son buone o cattive.

Per i dettagli posso anche aspettare.

Fammi contenta: son buone o cattive?

NUTRICE -

Ebbene, hai fatto una meschina scelta;

tu non lo sai come si sceglie un uomo.

Romeo! Ah, non lui che fa per te;

anche se quel suo viso, chi lo nega?,

certamente pi bello degli altri,

la sua gamba tornita senza pari,

e mani e piedi e tutto il resto beh!,

sebbene ci sia poco da ridire,

tuttavia, s, beh!, sono senza confronto.

Non sar proprio un fior di cortesia;

- questo s, lo posso garantire -

gentile e docile come un agnello

Va, va, fanciulla mia, per la tua strada!

E servi Dio! S gi pranzato qui?

GIULIETTA -

No, non ancora Per tutto questo

io lo sapevo gi. Ma il matrimonio

Che tha detto del nostro matrimonio?

Che ne pensa?

NUTRICE -

Oh, Dio, che mal di testa!

Che male al capo! Me lo sento battere,

come volesse farsi in mille pezzi!

E la schiena, qui dietro! Oh, la mia schiena!

Con che cuore mhai sguinzagliato in giro

ad acchiapparmi davvero la morte

a trottare su e gi per la citt!

GIULIETTA -

Mi duole assai che non ti senti bene.

Ma dimmi, dolce, dolce mia nutrice,

dimmi che cosa dice lamor mio.

NUTRICE -

Lamor tuo, da compito gentiluomo,

cortese, buono, bello e - garantisco -

anche virtuoso Ma dov tua madre?

GIULIETTA -

Dov mia madre? E dove vuoi che sia?

In casa! Che maniera stravagante

di darmi una risposta: Lamor tuo,

dice, da quel compito gentiluomo,

dov tua madre

NUTRICE -

Eh, Vergine Santa!

Prendi fuoco cos? E dopo allora?

Vergine Santa! questo il cataplasma

che mappresti pel mio dolore alle ossa?

Dora in avanti, cara, le ambasciate

te le farai da te!

GIULIETTA -

Eh, quante storie!

Insomma, avanti, che dice Romeo?

NUTRICE -

Il permesso dandarti a confessare

ce lhai per oggi?

GIULIETTA -

S.

NUTRICE -

E allora, presto:

corri alla cella di Frate Lorenzo:

l dentro c un marito che taspetta

per far di te sua moglie Ecco, lo vedi?

Ecco che quel tuo sangue ruffianello

gi tinonda le gote una notizia,

e subito si fanno di scarlatto.

Va subito alla chiesa; io son costretta

a raggiungerti per unaltra strada

per provvedermi duna certa scala

con la quale il tuo amore, appena buio,

dovr salire al nido dun fringuello.

Io, pel momento, faccio il portapesi

che sfacchina per te; ma appena notte,

quel peso lo dovrai portare tu.

Vado a metter qualcosa sotto i denti.

Tu affrettati alla cella.

GIULIETTA -

Alla mia gioia!

Alla suprema mia felicit!

Buona, cara nutrice! Arrivederci!

(Escono)

SCENA VI - La cella di Frate Lorenzo

Entrano FRATE LORENZO e ROMEO

FRATE LORENZO -

Il cielo arrida a questo atto sacrale,

s che lore future, a suo castigo,

non abbiano a recarci alcun dolore.

ROMEO -

Amen, padre Lorenzo, cos sia!

Ma qualunque dolore me ne venga,

non potr bilanciar limmenso gaudio

dun solo istante della sua presenza.

Congiungi tu, con le parole sante,

le nostre mani, e poi venga la Morte,

la gran divoratrice dellamore,

a far di noi tutto quello che vuole.

A me basta poterla chiamar mia.

FRATE LORENZO -

Codesti subitanei piacimenti

hanno altrettanta subitanea fine,

e come fuoco o polvere da sparo

sestinguono nel lor trionfo stesso,

si consumano al loro primo bacio.

Miele pi dolce si fa pi stucchevole

proprio per leccessiva sua dolcezza,

e toglie la sua voglia al primo assaggio.

Perci sii moderato nellamare.

Lamor che vuol durare fa cos.

Chi ha fretta arriva sempre troppo tardi,

come chi sincammina troppo adagio.

Entra GIULIETTA

Ecco la sposa Oh, s leggero piede

potrebbe camminare eternamente

su quella soglia, senza consumarla.

Un amante potrebbe navigare

sul tenue filo duna ragnatela

fluttuante alla brezza dellestate,

s leggera lumana vanit.([73])

GIULIETTA -

Buona sera al mio santo confessore.

FRATE LORENZO -

Romeo ti dir grazie anche per me,

figliola.

GIULIETTA -

Ed io lo stesso dico a lui,

perch i suoi grazie non siano di troppo.

ROMEO -

Ah, Giulietta, se la tua gioia al colmo

come la mia, e se meglio di me

sai esaltarla, effondi tu nellaria

il dolce effluvio della tua parola,

e il linguaggio di quella ricca musica

renda lidea dellinfinito gaudio

che entrambi riceviamo, lun dallaltro,

in questo nostro dolcissimo incontro.

GIULIETTA -

Quando il pensiero ricco

di fatti pi che di sole parole,

pu sfoggiare la sua intima essenza([74])

senza bisogno daltri abbellimenti.

Solo chi povero pu calcolare

quanto possiede; ma lamore mio

giunto a tale eccesso di ricchezza,

che ormai non saprei pi tenere il conto

della met di tanto mio tesoro.

FRATE LORENZO -

Venite, su, sbrighiamoci, alla svelta;

perch soli, voi due, non vi dispiaccia,

non potete restare, fino a tanto

che Santa chiesa non vabbia congiunti.

(Escono)

ATTO TERZO

SCENA I - Verona, una piazza

Entrano MERCUZIO, BENVOLIO, un paggio e alcuni servi

BENVOLIO -

Ti prego, buon Mercuzio, andiamo a casa.

Fa molto caldo oggi, e i Capuleti

sono in giro: dovessimo incontrarli,

non potremo evitare dazzuffarci.

Il sangue, in questi giorni di calura,

fa il matto e bolle pi del necessario.

MERCUZIO -

Tu mi somigli a un di quei compari

che, come sono entrati in una bettola,

ti sbattono la spada sopra un tavolo,

gridandole: Dio voglia, non sia mai,

chabbia a usar di te!; e poco dopo,

al secondo bicchiere, come niente,

ci infilzano lo stesso taverniere.([75])

BENVOLIO -

Davvero chio somiglio a un tal compare?

MERCUZIO -

Va, va, che con quel tuo caratterino,

quando tarrabbi sei cos focoso

che non ce n leguale in tutta Italia:

pronto a farti eccitare dalla collera,

e andare in collera per eccitarti.

BENVOLIO -

E avanti, poi, che altro?

MERCUZIO -

Che se ad esser cos come sei tu,

foste in due, ci vedremmo presto privi

dentrambi perch vi sopprimereste

luno con laltro. Perch tu sei uno

che attaccheresti lite con chiunque,

sol perch la sua barba

ha un pelo in meno o in pi di quella tua;

o con chi fosse intento a schiacciar nocchie,

perch quello il colore dei tuoi occhi.

Qual occhio, fuor che il tuo,

saprebbe scorgere in quello un pretesto

per questionare e menare la mani?

La tua testa stipata come un uovo

di querele, ed a forza di litigi

s imputridita come un uovo marcio.

Hai preso a male un povero cristiano

che tossiva per strada,

col pretesto che quel suo scarracchiare

svegliava quella bestia del tuo cane

che dormiva sdraiato sotto il sole.

E non hai questionato con quel sarto,

perch portava la sua giubba nuova

prima di Pasqua? E ancora con un altro

perch allacciava le sue scarpe nuove

con vecchie striglie? E adesso proprio tu

pretendi di venirmi ad insegnare

come fare per non attaccar briga?

BENVOLIO -

Sio fossi litigioso come te,

chiunque comprerebbe tutto il feudo

della mia vita per unora e un quarto

di quella sua.

MERCUZIO -

Il feudo. Oh, sempliciotto!([76])

BENVOLIO -

Per la mia testa, ecco i Capuleti!

MERCUZIO -

Chi se ne frega, per i miei calcagni!

Entra TEBALDO con altri

TEBALDO -

(Ai suoi)

Statemi a fianco, che adesso li affronto.

(A Mercuzio e Benvolio)

Messeri, buona sera.

Avrei da dire ad uno di voi due

una parola.

MERCUZIO -

Una sola? A uno solo?

Evvia, aggiungici qualche altra cosa

Facciamo una parola e una stoccata.

TEBALDO -

E perch no? Sarei pronto anche a questo

qualora me ne offriste voi il destro.

MERCUZIO -

Non potresti pigliartelo da te,

senza aspettare che ti venga offerto?

TEBALDO -

Mercuzio, tu daccordo con Romeo

MERCUZIO -

Accordo Che! Siam forse menestrelli?

Bada che a prenderci per menestrelli,

da noi non sentirai che stonature.

(Mostra la spada)

Ecco larchetto del mio violoncello;

questo che ti far ben ballare.

Sentirai che armonie!

BENVOLIO -

Non qui, per;

qui siamo in pubblico, in mezzo alla gente.

O si va altrove, in un luogo appartato,

a ragionar con calma, o separiamoci:

qui tutti gli occhi stanno su di noi.

MERCUZIO -

Gli occhi furono fatti per guardare.

Che gurdino. Da qui io non mi muovo.

per fare i comodacci di nessuno!

Entra ROMEO

TEBALDO -

(A Mercuzio, indicando Romeo che entra)

Sta bene. Pace a voi. Ho qui il mio uomo.

MERCUZIO -

Il tuo uomo? Impiccato vorrei essere,

segli porta la stessa tua livrea!([77])

Scendi in lizza, e vedrai che lui ti segue:

solo in tal senso vostra signoria,

potr chiamarlo uno del suo seguito.

TEBALDO -

Romeo, per il gran bene che ti voglio,

il men che possa dirti: sei un vile!

ROMEO -

Tebaldo, la ragione che io ho

di voler bene a te mi fa comprimere

in me tutta la rabbia che vaccende

codesto tuo saluto.

Non son un vile, e perci ti saluto.

Ben maccorgo che tu non mi conosci.

(Fa per andarsene)

TEBALDO -

Non cos, ragazzo,

che ripari le offese che mhai fatto.

Torna indietro, perci, mano alla spada,

statti in guardia e difenditi!

(Mette mano alla spada)

ROMEO -

(Senza scomporsi)

Ti dichiaro che non tho mai offeso,

anzi, taggiungo che mi sei pi caro

di quanto puoi continuare a credere,

finch non avrai modo di conoscere

la ragione per cui ti voglio bene.

E con questo, mio caro Capuleti

- nome chio tengo caro come il mio -

tieniti soddisfatto.

MERCUZIO -

O sommissione,

pacata, mite, ignobile, servile!

Ah, questa lama la canceller!([78])

(Snuda la spada)

Tebaldo, acchiappasorci,

che ne dici di far due passi insieme?

TEBALDO -

Che cosa vuoi da me?

MERCUZIO -

Nientaltro, patentato re dei gatti,([79])

che una sola delle tue nove vite,([80])

per prendermici qualche libert;

poi, a seconda che mavrai trattato,

provveder a sfogarmi e a picchiar sodo

su ciascuna delle otto che ti restano.

Ti decidi a tirare per gli orecchi([81])

dal suo guscio peloso quella spada?

Fa presto, prima che non sia la mia

a sibilare ai tuoi.

TEBALDO -

Ai tuoi comandi.

(Estrae anche lui la spada)

ROMEO -

Mercuzio, caro, metti gi quellarma!

MERCUZIO -

(Non badandogli, a Tebaldo)

Forza, messere, il tuo famoso affondo!

(Si battono)

ROMEO -

Benvolio, snuda, e abbassa con la tua

le loro spade. Bisogna dividerli.

Signori, andiamo, Tebaldo, Mercuzio,

per carit, evitate questo scandalo!

Il Principe ha vietato espressamente

le risse per le vie della citt.

Tebaldo, ferma!

(Mentre sinterpone tra i due, Tebaldo, passando sotto il suo braccio, colpisce Mercuzio e scappa con tutti i suoi)

Ohim, mio buon Mercuzio!

MERCUZIO -

Accidenti alle vostre due famiglie!

Sono ferito Ohim, sono spacciato!

E lui se l squagliata? Senza niente?

ROMEO -

Oh, sei ferito bene!

MERCUZIO -

Solo un graffio

solo un graffio ma tanto quanto basta,

per la Madonna! Il mio paggio dov?

Corri, corri, furfante,

vammi a chiamare un medico, fa presto.

ROMEO -

Coraggio, la ferita non grave.

MERCUZIO -

Oh, no, non profonda come un pozzo

n larga come un portale di chiesa,

ma baster, non c bisogno daltro:

domandate di me domani a giorno,

e vi diranno che sono una tomba.([82])

Sono cotto a dovere e cucinato

per questo mondo, ve lo garantisco.

Accidenti alle vostre due famiglie!

Sangue di Cristo, un cane, un sorcio, un gatto

graffiare a morte un uomo! Un fanfarone,

un manigoldo, un fiore di canaglia

che duella, un-due-tre, col libro in mano!

(A Romeo)

Tu, per che diavolo ti sei frapposto?

Il colpo che mha inferto la ferita

passato al disotto del tuo braccio.

ROMEO -

Credevo di far bene

MERCUZIO -

Ahim, Benvolio,

aiutami ad entrare in qualche casa,

o verr meno qui Maledizione

alle vostre dannate due famiglie!

Hanno fatto di me carne per vermi!

La botta ormai lho presa, e pure forte

Ah, maledette le vostre famiglie!

(Benvolio esce trascinandosi Mercuzio)

ROMEO -

E cos questo fior di gentiluomo,

un parente assai prossimo del Principe,

e amico a me assai caro,

s buscato quella mortal ferita

per difendere me lonore mio

macchiato dallinsulto di Tebaldo

Tebaldo, che da unora mio cugino

Dolce Giulietta! La bellezza tua

mha effeminato al punto da infiacchire

nel mio petto lacciaio del coraggio!

Rientra BENVOLIO

BENVOLIO -

O Romeo, Romeo, Mercuzio morto!

Quel valoroso spirito

che innanzi alla sua ora ha dispregiato

il mondo di quaggi, se n volato

a raggiunger le nuvole su in cielo.

ROMEO -

Sopra ben altri giorni graver

il nero auspicio annunciato da questo:

esso solo linizio di sciagure

cui altri giorni metteranno fine.

Rientra TEBALDO

BENVOLIO -

Ecco ancora Tebaldo, furibondo.

ROMEO -

Vivo, trionfante, lui. Mercuzio ucciso

Rispettosa mollezza, vola in cielo!

Ora mia sola guida sia la furia

dallo sguardo infocato. Ora, Tebaldo,

ti devi rimangiare quel tuo vile

che mhai gridato in faccia poco fa.

Lanima di Mercuzio aleggia ancora

poco distante sulle nostre teste,

aspettando che tu vada a raggiungerla.

E adesso, o tu, o io, o tutti e due,

lo seguiremo.

TEBALDO -

Allora tocca a te,

che gli sei stato compagno quaggi,

maledetto ragazzo, di seguirlo.

ROMEO -

(Estraendo la spada)

Lo faremo decidere da questa.

(Si battono. Tebaldo cade colpito a morte)

BENVOLIO -

Romeo, vattene, scappa!

I cittadini son tutti in subbuglio,

Tebaldo ucciso! Non star l impalato!

Il Principe ti condanner a morte

se ti prendono. Via, mettiti in salvo!

ROMEO -

Ah, chio son lo zimbello della sorte!

BENVOLIO -

Che fai, perch traccheggi? Presto, scappa!

(Romeo esce di corsa)

Entra una folla di CITTADINI

1 CITTADINO -

Da che parte fuggito lassassino?

2 CITTADINO -

Tebaldo, lassassino di Mercuzio!

Dov andato?

BENVOLIO -

Tebaldo l per terra.

1 CITTADINO -

(Sollevando il corpo di Tebaldo)

Su, signore, devi venir con me

per ordine del Principe. Obbedisci.

Entrano il PRINCIPE col seguito, il MONTECCHI e il CAPULETO con le rispettive mogli, ed altri del seguito

PRINCIPE -

Dove son quei ribaldi istigatori

chhanno acceso per primi questa rissa?

BENVOLIO -

Nobile principe, posso io scoprirti

tutto lo sciagurato svolgimento

di questa infausta tragica contesa.

L vedi steso a terra

luomo - ucciso dal giovane Romeo -,

che aveva prima ucciso il tuo parente,

il valente Mercuzio.

MONNA CAPULETI -

Ma Tebaldo!

Tebaldo, mio nipote,

figlio di mio fratello! lui! O Principe!

O nipote! O mio sposo! Ahim, versato

il sangue di quel mio caro congiunto!

Principe, se sei giusto, al nostro sangue

devi aggiungere il sangue dei Montecchi!

Ah, Tebaldo, nipote mio carissimo!

PRINCIPE -

Benvolio, avanti, chi lha incominciata

questa violenta rissa?

BENVOLIO -

Fu Tebaldo,

qui ucciso dalla mano di Romeo;

Romeo gli rispondeva con le buone,

e lesortava, anzi, a ben riflettere

sulla futilit di quella rissa.

Ma bench tutto ci gli fosse detto

con pacatezza, con tranquillo sguardo

e con ginocchia umilmente piegate,

non ci fu verso di ridurre in calma

la scatenata furia di Tebaldo;

sordo a qualsiasi pacifico accento,

egli sferra, col suo puntuto acciaio,

un colpo in pieno petto al buon Mercuzio;

che, non meno infocato,

oppone allaltra la sua punta mortale

e con marziale piglio di disprezzo,

con una mano svia la fredda morte,

con laltra la ricaccia su Tebaldo,

che riesce a schivarla con destrezza.

Romeo gridava forte ai contendenti:

Amici, fermi! Fermi! Separatevi!

e lagile suo braccio, ancor pi rapido

della sua lingua, abbassava dun colpo

le fatali lor punte e, con un salto,

veniva ad interporsi fra quei due;

e fu proprio a quel punto,

che una brutta stoccata di Tebaldo,

passata sotto il braccio di Romeo,

tolse la vita al valido Mercuzio.

Tebaldo, a quella vista, scappa via,

ma torna subito contro Romeo,

che solo allora prende a vagheggiare

lidea della vendetta, e come un lampo,

l savventano luno contro allaltro

s che ancor prima chio trovassi il tempo

di snudare la spada per dividerli,

lanimoso Tebaldo era gi ucciso;

e, come cade, Romeo fugge via.

Questa la pura verit, signore.

Muoia Benvolio, se non cos.

MONNA CAPULETI -

Costui un prossimano dei Montecchi

e laffetto gli fa contare il falso.

Eran, dei loro, almeno una ventina

a prender parte a questa sporca rissa,

e tutti e venti insieme a malapena

son riusciti a far fuori uno dei nostri.

Io ti domando un atto di giustizia,

Principe, e tu non devi ricusarmelo.

Romeo lassassino di Tebaldo:

Romeo non deve rimanere vivo.

PRINCIPE -

Romeo ha ucciso chi uccise Mercuzio.

Chi pagher per questo caro sangue?

MONTECCHI -

Non gi Romeo, per,

ch di Mercuzio, egli era amico, Principe,

e la sua colpa non ebbe altro effetto

se non quello cui anche la tua legge

sarebbe giunta: la morte a Tebaldo,

come condanna di quel suo delitto.

PRINCIPE -

Ed proprio a cagion di quella colpa,

ch una offesa alla legge dello Stato,

che noi lo condanniamo:

sia bandito da questo nostro Stato,

con effetto immediato!

Io son ora colpito di persona

dai frutti delle vostre inimicizie,

perch si versa a fiotti anche il mio sangue

a causa della vostra aspra contesa.

Ma vimporr unammenda s pesante,

che dovrete pentirvi amaramente

davermi procurato una tal perdita.

Rester sordo a ragioni ed a scuse

n varranno preghiere e piagnistei

a riscattar gli abusi della legge.

Ve li potete quindi risparmiare.

Che Romeo lasci subito Verona.

Se si far trovare ancora qui,

sar lultima ora di sua vita.

Si porti via, frattanto, quel cadavere

e sobbedisca alla volont nostra.

La piet che perdona agli assassini

si fa assassina anchessa, loro correa.

(Escono tutti)

SCENA II - Lorto dei Capuleti

Entra GIULIETTA

GIULIETTA -

Galoppate veloci, o voi corsieri

dai garretti di fuoco, galoppate

allalloggio di Febo;([83]) un bravo auriga

come Fetonte avrebbe gi frustato

il vostro ardore a raggiunger loccaso,

per ristender pi presto su di noi

il manto della nebulosa notte.

E tu, notte, tu pronuba agli amori,

ammantaci della tua nera veste,

s che possan le palpebre del giorno

chiudersi finalmente sulla terra

e il mio Romeo possa balzare qui,

tra le mie braccia, da nessuno visto,

e da nessuno udito.

Per celebrare i riti dellamore

gli amanti vedon bene anche di notte,

illuminati dalla lor bellezza;

perch se vero che lamore cieco,

il buio della notte il suo elemento.

Scendi, o notte solenne, tu, matrona

sobria matrona mia nero-vestita,

ad insegnarmi come devo perdere

una partita vinta, la cui posta

son due verginit incontaminate.

Nascondi sotto il tuo nero mantello

lindomabil mio sangue

che sento palpitar sulle mie guance,

s che lamore mio, fattosi ardito,

e vinto ogni residuo pudore,

veda nellatto del sincero amplesso

nientaltro che pudica castit.

Oh, vieni, o notte, e portami con te

il mio Romeo, giorno della mia notte,

che spiccher sulle tue ali nere

pi candido di neve mo caduta

sovra il dorso dun corvo!

Vieni, amorosa ed accigliata notte,

e dammi il mio Romeo;

e quandegli morr, tu, notte, prendilo

e ritaglialo in mille pezzettini

da farne tante piccole stelline:

far s bella la faccia del cielo,

che tutto il mondo non avr pi occhi

che per te, notte, e non far pi omaggio

dadorazione al risplendente sole.

Oh, qual ricca dimora dellamore,

ho io comprato, e ancor non la possiedo!

Cos come, venduta alla mia volta,

non son goduta da chi mi ha comprato.

Questa luce del giorno m tediosa

come la notte prima della festa

al garzoncello chha il vestito nuovo

ed tutto impaziente dindossarlo

Oh, ecco finalmente la mia balia,

con notizie per me; qualunque bocca

pronunci solo di Romeo il nome,

parla per me con celestiale eloquio.

Entra la NUTRICE con delle corde

Oh, balia, che notizie? Che ti porti?

Le corde che Romeo ti mand a prendere?

NUTRICE -

S, s, le corde.

(Le butta a terra con un gesto di disperazione)

GIULIETTA -

Oh, Dio! Ma che notizie?

Perch ti torci le mani in quel modo?

NUTRICE -

Ah, dannazione! morto, morto, morto!

Che rovina, Giulietta! Che rovina!

Ah, giorno maledetto! Se n andato,

ucciso morto!

GIULIETTA -

Oh, Dio, come pu il cielo

esser cos maligno?

NUTRICE -

Il cielo no,

ma Romeo s Oh, Romeo, Romeo!

Chi mai lavrebbe creduto! Romeo

GIULIETTA -

Ma che demonio sei, per torturarmi

in questo modo? Nelloscuro inferno

ruggir dovrebbe una tortura simile!

Romeo che cosa? Di, s forse ucciso?

Nutrice, dimmi solamente s,

e quella nuda sillaba, quel s

sar per me veleno

pi potente del micidiale sguardo

del basilisco;([84]) io non sar pi io,

se sar s, se son chiusi quegli occhi

per cui tu debba rispondermi:s.

S stato ucciso, insomma, dimmi s,

e se no, dimmi no: queste due sillabe

decideran di tutta la mia gioia

o di tutta la mia disperazione

NUTRICE -

Ho visto la ferita Dio ne scampi!,

con questi occhi, sul suo robusto petto.

Ah, che impressione! Quel povero corpo

insanguinato, livido, cinereo,

tutto un grumo di sangue Che piet!

Sono svenuta

GIULIETTA -

Ah, spezzati, cuor mio!

Spezzati, misero resto di me!

In prigione, miei occhi!

Mai pi vedrete voi la libert!

E tu, mio corpo, che sei terra vile,

torna alla terra, e l resta per sempre

a gravar con Romeo dun solo peso

la stessa bara!

NUTRICE -

O Tebaldo! Tebaldo!

Il mio migliore amico, il pi cortese,

il pi degno, onorato gentiluomo!

Ohim, non fossi mai tanto vissuta

da doverti vedere adesso morto!

GIULIETTA -

Qual mai tempesta questa che imperversa

intorno a me con s contrari venti?

Trucidato Romeo Morto Tebaldo

Il mio cugino, di tutti il pi caro,

e il mio signore, ancor di lui pi caro?

E allora suona, terribile tromba,

annunzia pure lora del Giudizio!

Chi pu pi vivere su questa terra,

se ne sono scomparsi questi due?

NUTRICE -

Morto solo Tebaldo;

Romeo stato condannato al bando.

stato lui a ucciderlo, e per questo

messo al bando.

GIULIETTA -

Oh, Dio Signore!

La mano di Romeo, ha dunque sparso

il sangue di Tebaldo?

NUTRICE -

S, Giulietta,

stato lui, ah!, giorno di sventura!

stato lui!

GIULIETTA -

O cuore di serpente,

nascosto dietro la faccia dun fiore!

O bel tiranno! O angelo-demonio!

O nero corvo in piume di colomba!

Lupo famelico in veste dagnello!

Vil materia in immagine divina!

Tutto il contrario di quello che sembri!

O Natura, che cosa non puoi fare

tu dellinferno, se dai ricettacolo

allo spirito duno dei suoi diavoli

nel paradiso mortale dun corpo

cos leggiadro! Ci fu mai volume

che contenesse tanta vil materia

e che fosse s bene rilegato?

Pu dunque la perfidia avere stanza

in cos ricca e splendida dimora?

NUTRICE -

Negli uomini non c pi lealt,

non c pi fede, pi onest: spergiuri

son tutti, ipocriti, falsi, bugiardi.

(Chiamando il suo servo)

Ah, dov Pietro? Dammi un po dassenzio

Tutti questi dolori, queste pene,

queste tribolazioni a non finire,

mi fanno vecchia. Vergogna a Romeo!

GIULIETTA -

E a te si secchi in bocca la linguaccia,

che ha pronunciato questo malaugurio!

Lui non nato per subir vergogna.

La vergogna ha vergogna

dalbergar sul suo viso; quello un trono

sul quale pu ben coronarsi Onore

come sovrano dellintero mondo.

Come ho potuto tanto imbestialirmi

da inveire cos contro di lui!

NUTRICE -

Non vorrai mica metterti a dir bene

di colui che tha ucciso tuo cugino?

GIULIETTA -

Dovrei forse dir male di colui

ch mio marito? Caro mio signore!

Ah, quale lingua potr mai blandire

con tenerezza il nome tuo, se io

che son tua moglie solo da tre ore,

lho tanto vilipeso? Ma perch

hai ucciso, cattivo!, mio cugino?

Vero , per, che quellaltro cattivo

avrebbe ucciso te, che sei mio sposo!

E dunque, indietro, indietro, sciocche lacrime!

Tornate alla nativa vostra fonte:

le vostre stille son tributo al duolo,

e voi le offrite adesso per errore

alla letizia, perch mio marito,

che Tebaldo voleva ucciso, vive;

ed morto Tebaldo,

che lo voleva ucciso. Tutto questo

Non per me motivo di conforto?

Ed allora, perch piangere, mio cuore?

Ahim, c una parola

pi amara della morte di Tebaldo,

che muccide. Vorrei cacciarla via

dalla mente, ma lei ci grava sopra

come sulle colpevoli coscienze

il rimorso di turpi malefatte.

Tebaldo morto e Romeo bandito!

Quel bandito, quellunica parola:

bandito, val per me mille Tebaldi,

la cui morte sarebbe, gi da sola,

un dolore bastante; e se il dolore

trova conforto a non essere solo,

ed ha bisogno daccoppiarsi ad altri,

perch quando la balia mannunci:

Tibaldo morto, non vaggiunse ancora:

anche tuo padre, oppure: anche tua madre,

o tutti e due? Mavrebbe suscitato

i lamenti che levan tutti gli altri.([85])

Ma lannuncio che ha fatto retroguardia

a quello della morte di Tibaldo:

Romeo messo al bando quella frase,

a pronunciarla li racchiude tutti,

padre, madre, Tebaldo, me, Romeo,

assassinati tutti, tutti morti!

Romeo bandito No, non c confine

n limite, n fine, n misura

nella morte ch in questa sola frase;

n c frase che suoni pi funerea.

Dov mio padre, Nutrice? E mia madre?

NUTRICE -

Tutti e due a levare alti lamenti

sul corpo di Tebaldo.

Vuoi andare da loro? Taccompagno.

GIULIETTA -

Lavino essi, con le loro lacrime,

le sue ferite; verser le mie,

quando le loro si saran seccate,

per piangere lesilio di Romeo.

Raccogli quelle corde Poverette!

Siete state ingannate come me!

Perch Romeo, proscritto, se ne va.

Voleva far di voi la via maestra

al mio letto di sposa;

ma io morir vergine, e vedova

Venite, corde, ed anche tu, Nutrice:

io mincammino al mio letto di sposa

dove a coglier la mia verginit

pi non sar Romeo, bens la Morte.

NUTRICE -

Va sola, affrettati in camera tua;

trover io Romeo, per confortarti.

So dovegli si trova. Ascolta bene:

il tuo Romeo stanotte sar qui.

Sta nella cella di Frate Lorenzo,

nascosto. Vado subito da lui.

GIULIETTA -

Oh, trovalo! Consegna questanello

al mio fido e devoto cavaliere,

e digli di venir subito qui,

a prendersi da me lultimo addio.

(Escono)

SCENA III - La cella di Frate Lorenzo

Entra FRATE LORENZO, poi ROMEO

FRATE LORENZO -

Vieni fuori, Romeo, su, vieni fuori,

timoroso ragazzo: lafflizione

s innamorata della tua persona,

e tu ti sei sposata la sventura.

ROMEO -

(Uscendo da una segreta)

Che nuove, padre? Che ha deciso il Principe?

Qual dolore, chio non conosca ancora,

brama venire a stringermi la mano?

FRATE LORENZO -

Troppo usato a s amara compagnia

il mio caro figliolo.

Ti riporto il decreto di condanna

pronunciato a tuo carico dal Principe.

ROMEO -

E di quanto pi mite, tal condanna,

di quella del Giudizio Universale?

FRATE LORENZO -

Un pi mite giudizio, in verit,

scaturito per te dal suo labbro:

non la morte del corpo, ma il suo bando.

ROMEO -

Ah, il bando! Per piet, chiamalo Morte!

C pi terrore nel volto del bando

che in quello della morte.

Non dir bando, perci, di pure morte!([86])

FRATE LORENZO -

Sei soltanto bandito da Verona.

Fattene una ragione: il mondo grande!

ROMEO -

Non c mondo per me, Frate Lorenzo,

aldil delle mura di Verona:

c solo purgatorio, c tortura,

lo stesso inferno; bandito da qui,

come fossi bandito dal mondo;

e lesilio dal mondo vuol dir morte.

E quindi dire esilio dire morte,

con altro termine, falso ed improprio;

e tu, a chiamar esilio la mia morte,

mi mozzi il capo con unascia doro,

e sorridi del colpo che muccide.

FRATE LORENZO -

O peccato mortale!

O vile, grossolana ingratitudine!

La nostra legge commina la morte

pel tuo delitto, e il Principe, benevolo,

prende amorevolmente la tua parte,

getta la legge in un canto, e converte

la macabra parola morte in bando,

e tu non sei capace dapprezzare

questo prezioso gesto di clemenza!

ROMEO -

Questa per me tortura, non clemenza!

Il paradiso qui, dov Giulietta;

ed ogni cane, gatto, topo, tutto,

anche la cosa pi insignificante,

tutto qui vive in cielo, in paradiso,

perch pu gettar gli occhi su di lei,

mentre Romeo non pu. C pi riguardo,

dignitoso rispetto, cortesia,

per la mosca che infesta una carogna,

che per Romeo; la mosca pu posarsi

su quella meraviglia di candore

ch la preziosa mano di Giulietta,

e rubarsi una gioia celestiale

solo a posarsi sovra quelle labbra

che nel loro candore di vestale

arrossiscono come dun peccato

dei loro baci, e Romeo non lo pu;

le mosche s, perchesse sono libere,

lui no, perch bandito!

E tu ti ostini a dire che lesilio

non per me la morte?

Non hai tu qui un infuso di veleni,

un coltello affilato o un altro mezzo

che procuri una morte repentina,

ma non s ignominiosa, per uccidermi,

anzich dirmi chero messo al bando?

Bandito: frate, questa una parola

che adoprano i dannati dellinferno,

e la riecheggia un urlo di dolore.

Come hai potuto sentirti il coraggio,

essendo un sacerdote, un confessore,

uno che assolve gli altri dal peccato,

e che pur si professa amico mio,

di torturarmi con quella parola?

FRATE LORENZO -

Stolto e pazzo che sei, stammi a sentire.

ROMEO -

Che! Sentirti parlare ancor desilio?

FRATE LORENZO -

No, voglio offrirti invece una corazza

che ti difenda da quella parola:

il dolce latte dellavversit,

quella filosofia che d conforto

anche a chi va bandito, come te.

ROMEO -

E dagli col bandito! Alla malora!

Che simpicchi, la tua filosofia!

A meno che la tua filosofia

non sappia ricrearmi una Giulietta,

o sappia trapiantare una citt,

o revocare leditto del Principe,

non serve a nulla, non parlarne pi!

FRATE LORENZO -

Vedo bene che i pazzi

non hanno proprio orecchi per intendere.

ROMEO -

E come lo potrebbero, se i savi

non hanno proprio occhi per vedere?

FRATE LORENZO -

Parliamo insieme della situazione.

ROMEO -

Che vuoi parlare, di ci che non senti!

Fossi tu giovane ed innamorato,

come me, di Giulietta, a lei sposato

solo da unora, e avessi ucciso tu

Tebaldo, e fossi stato tu bandito

pazzo damore, da questa Verona,

allora s, che potresti parlare,

e strapparti i capelli disperato,

e gettarti per terra, ecco cos,

per prender la misura della fossa,

che vorresti scavare.

(Si getta a terra. Bussano alla porta)

FRATE LORENZO -

Alzati, via!

Qualcuno bussa. Buon Romeo, nasconditi.

(Romeo rimane disteso a terra)

ROMEO -

No, salvo che i sospiri del mio cuore

non mi nascondano, come una nebbia,

agli sguardi di quelli che mi cercano.

(Bussano ancora)

FRATE LORENZO -

Senti, bussano ancora Chi va l?

Alzati, su, Romeo! Ti prenderanno.

(Bussano ancora)

Un momento!

(A Romeo)

Su, corri nel mio studio

(Rispondendo a chi bussa)

Eccomi, vengo! Mio Dio, che pazzia!

(Bussano ancora)

Vengo, vengo Chi bussa cos forte?

Chi siete? Che cercate? Chi vi manda?

NUTRICE -

(Da dentro)

Aprite, finalmente, e lo saprete!

Vengo da parte di Monna Giulietta.

FRATE LORENZO -

Ah, benvenuta, allora!

(Apre la porta)

Entra la NUTRICE

NUTRICE -

Padre santo,

ditemi, frate santo, dove sta

il signore della mia padroncina?

Dov Romeo?

FRATE LORENZO -

Eccolo l, per terra,

ubriaco delle sue stesse lacrime.

NUTRICE -

Come la mia bambina: tale e quale,

anche lui nelle stesse condizioni.

O qual pietosa simpatia di pena!

O caso miserando! Lei, lo stesso,

cos piangendo, cos singhiozzando,

singhiozzando e piangendo([87])

(A Romeo)

Ma su, alzatevi,

alzatevi, suvvia, se siete un uomo!

Per amor di Giulietta, ritto in piedi!

Perch dovete abbandonarvi entrambi

ad un s disperato abbattimento?([88])

ROMEO -

Nutrice

NUTRICE -

Andiamo, andiamo, signor mio,

solo la morte la fine di tutto.

ROMEO -

Parlavi di Giulietta Come sta?

Non mi crede ella un famoso assassino,

pensando che ho potuto insudiciare,

ora, linfanzia della nostra gioia

con un sangue ch anche un poco il suo?

Dov? Che fa la mia sposa segreta?

Che dice di un cos stroncato amore?

NUTRICE -

Oh, lei non dice nulla, monsignore;

non fa altro che piangere e poi piangere;

e si butta sul letto, e si rialza,

ora chiama Tebaldo, ora Romeo,

e piange, e si ributta gi di nuovo.

ROMEO -

Come se quel mio nome,

sparato dalla bocca dun cannone

lavesse uccisa, alla stessa maniera

che la dannata mano di quel nome([89])

ha ucciso suo cugino Dimmi, frate,

in qual dannata parte del mio corpo

questo mio nome sta di casa? Dimmelo,

s chio possa distruggere, annientare

quellodiosa dimora

(Trae la spada e fa per uccidersi,

il Frate gli trattiene il braccio)

FRATE LORENZO -

Fermo! Fermo!

Trattieni quella mano disperata!

Sei tu un uomo? La tua forma esteriore

proclama che lo sei, ma le tue lacrime

sono di femminuccia,

e codesti tuoi atti da selvaggio

sono la furia matta duna bestia.

Femmina sei, sotto sembianza duomo!

Bestia in sembianza delluna e dellaltro!

Mhai deluso. Per il mio sacro ordine,

tu mhai deluso. Sul mio sacro ordine

ti giuro che credevo fosse in te

pi salda tempra. Hai ucciso Tebaldo?

E adesso vuoi finirla con te stesso,

e uccidere colei ch la tua sposa

e vive solo perch vivi tu,

compiendo un gesto dodio su di te,

che ti darebbe eterna dannazione?

Perch ruggire di disperazione

sul tuo nome, sul cielo, sulla terra?

Se nome e cielo e terra,

si son composti in te in un sol momento,

dalla nascita, tu in un sol momento

vorresti perderli? Eh, via, vergognati!

Tu fai torto alla bella tua persona,

al tuo amore, al tuo senno, al tuo giudizio,

perch di questi doni, onde sei ricco,

tu, come un usuraio, non ti servi

nella maniera che tabbellirebbe

e laspetto, e lo spirito, e lamore.

Il nobil tratto della tua persona

non pi dunimmagine di cera

se dissociato dalle qualit

che fanno luomo. Il tuo voto damore

non pi dun inutile spergiuro

se lamore giurato tu luccidi.

Lingegno di cui certo sei dotato

e che ti fa degno ornamento al corpo

e allinterno sentire, male usato,

e dalluno e dallaltro ha preso fuoco,

come la polvere della fiaschetta

dun marmittone alle sue prime armi,

dalla miccia della tua maldestrezza

e tu ti sei lasciato dilaniare

dallarma stessa chera a tua difesa.

Su, uomo, alzati! La tua Giulietta,

per amor della quale poco fa

eri quasi sul punto di morire,

viva, e questo pu farti felice.

Tebaldo, vero, ti voleva uccidere,

ma vero pure che tu lhai ucciso;

ed anche in ci puoi dirti fortunato.

La legge, che poteva darti morte,

ti si mostrata amica,

e ha convertito in temporaneo esilio

la tua morte e puoi esserne contento.

Sta piovendo, in sostanza, sul tuo capo

una pioggia di benedizioni.

Fortuna, come vedi, ti corteggia,

nel suo pi dovizioso abbigliamento,

e tu, come una rozza villanella,

screanzata e scontrosa, arricci il naso

col broncio, alla fortuna ed allamore.

Bada, Romeo, che chi fa come te

finisce male. Va, dallamor tuo,

come daccordo, sali alla sua camera,

ed effondile tutto il tuo conforto.

Cerca soltanto di non trattenerti

oltre lorario in cui passa la ronda,

o non saprai pi uscire di citt

per prendere la strada verso Mantova;

l che fisserai la tua dimora,

finch non troveremo il buon momento

per render pubblico il tuo matrimonio,

implorare dal Principe il perdono,

riconciliarti con i tuoi nemici,

e farti richiamare dallesilio

con un corteggio di felicit

mille doppi pi grande del dolore

choggi accompagna questa tua partenza.

Tu va avanti, Nutrice.

Saluta a nome mio la tua padrona

e raccomandale che questa notte

mandi a letto pi presto i suoi famigli,

che, del resto, vi saran ben disposti

coi dispiaceri che tutti han sofferto.

Romeo ti seguir.

NUTRICE -

Signore Iddio,

sarei rimasta qui tutta la notte

ad ascoltar tanto saggio parlare

Eh, listruzione, che gran bella cosa!

(A Romeo)

Signore, annuncer alla padroncina

che state per venire.

ROMEO -

Brava, s.

E dille ancora, alla dolcezza mia,

che si prepari a farmi un gran rabbuffo.

NUTRICE -

(Gli d lanello di Giulietta)

Ecco, signore, vi do questanello,

chella mha detto di darvi, signore.

Ma sbrigatevi, che si fa assai tardi!

(Esce)

ROMEO -

Oh, questo dono mi ravviva in cuore

un senso di conforto e di speranza!

FRATE LORENZO -

Va, ora, buona notte; attendi bene

per che la tua sorte a ci legata:

o riesci ad uscir dalla citt

prima dellora che monti la guardia,

o parti al far del giorno, travestito.

Starai a Mantova. Di tanto in tanto

io prender contatto col tuo servo

s chegli possa tenerti informato

se qui accada qualcosa in tuo favore.

Dammi la mano. tardi. Stammi bene.

ROMEO -

Se il richiamo duna suprema gioia

non mi spingesse prepotentemente

a lasciarti, sarebbe gran dolore

accomiatarmi da te cos in fretta,

Frate Lorenzo. Addio.

(Escono)

SCENA IV - Stanza in casa Capuleti

Entrano CAPULETO, MONNA CAPULETI e PARIDE

CAPULETO -

Che volete, signore, qui le cose

sono corse cos sinistramente,

che non abbiamo avuto proprio il tempo

di dirne una parola a nostra figlia.

Vi dir: era molto affezionata

al cugino Tebaldo, come anchio.

Purtroppo, siamo nati per morire

molto tardi, ormai. Non scender.

Non fosse che per trattenermi qui con voi,

anchio starei da una buonora a letto.

PARIDE -

Capisco. Son momenti di cordoglio,

non certo adatti a discorsi di nozze.

Madonna, buona notte;

e ricordatemi alla vostra figlia.

MONNA CAPULETI -

Lo far; e domani di buonora

sapr come la pensa;

stanotte tutta immersa nel dolore.

CAPULETO -

Comunque posso anticiparvi io stesso,

signor Paride, la formale offerta

dellamor suo, sicuro come sono

chella si lascer guidar da me

sotto tutti gli aspetti. Intanto, moglie,

prima di coricarti, va da lei

ed informala della profferta

damore fatta da mio figlio Paride,

ed avvertila - stammi bene attenta -

che mercold venturo No, un momento:

che giorno oggi?

PARIDE -

Luned, signore.

CAPULETO -

Luned luned vediamo un po

No, allora troppo presto. Gioved.

Le dirai dunque che gioved prossimo

ella andr sposa a questo nobil conte.

(A Paride)

Sarete pronto, voi?

Non vi torna gradita questa fretta?

Gran festa non faremo: uno-due amici,

una cosa fra noi, in gran riserbo;

perch, vedete, essendo s recente

la morte di Tebaldo, mio nipote,

si potrebbe pensare dalla gente

che non ce ne importasse, se ci dessimo

ad una festa troppo rumorosa.

Una mezza dozzina dinvitati,

ed tutto. Ma voi che ne pensate

di gioved venturo? Vi sta bene?

PARIDE -

Vorrei che gioved fosse domani,

mio signore.

CAPULETO -

Daccordo. Andate pure.

Allora siamo intesi: gioved.

Intanto, tu, prima dandare a letto,

moglie, va da Giulietta, a prepararla

per questo giorno del suo matrimonio.

Di nuovo, arrivederci, monsignore!

(Gridando alla servit)

Fatemi luce fino alla mia camera,

avanti a me, cos cos tardi

che fra poco potremo dir che presto!([90])

(Esce)

SCENA V - Lorto dei Capuleti

ROMEO e GIULIETTA sono in alto, sul balcone

GIULIETTA -

Vuoi gi partire? Lalba ancor lontana.

Era dellusignolo,

non dellallodola,([91]) il cinguettio

che ha ferito pocanzi il trepidante

cavo del tuo orecchio. Un usignolo,

credimi, amore; lui che canta, a notte,

laggi sullalbero di melograno.

ROMEO -

No, cara, era laraldo del mattino,

lallodola; non era lusignolo.

Guarda, amor mio, quante strisce di luce

maligne sfrangiano le rade nuvole

che si dissolvono laggi alloriente.

Le faci della notte sono spente

e gi saffaccia il luminoso giorno,

quasi in punta di piedi,

sugli alti picchi brumosi dei monti.

Debbo andarmene e seguitare a vivere,

o restare e morire.

GIULIETTA -

Quel barlume laggi

non ancora la luce del mattino.

Io la conosco bene: una meteora

che il sole irradia e rende luminosa

perch ti sia torciere questa notte

a illuminarti la strada per Mantova.

E per resta. Non devi partire.

ROMEO -

Oh, che marrestino pure, muccidano!

S cos che tu vuoi, io son felice!

Son pronto a dir con te che quel grigiore

laggi non lo sguardo del mattino,

ma soltanto un riflesso smorto e pallido

della faccia di Cinzia;([92])

e a negare con te che sia lallodola,

a martellar gli archivolti del cielo

con le sue note, sopra il nostro capo.

Lansia di rimanere

pi forte di quella di partire.

O morte, vieni, e sii la benvenuta!

Cos vuole Giulietta, e cos sia!

Sei soddisfatta adesso, anima mia?

Parliamo pure. Non ancora giorno.

GIULIETTA -

giorno, invece, giorno! Ahim, fa presto!

Va! lallodola quella che canta,

ora, con quel suo verso fuori tono,

sforzandolo con aspre dissonanze.

Dicono che lallodola

sa modulare in dolci variazioni

le note del suo canto; questa no,

perch in luogo di dividere le note

in armonia, divide noi.([93]) Lallodola,

dicono pure, ha scambiato i suoi occhi,

col ripugnante rospo.([94])

Che si siano scambiate anche le voci?

Perch questa, che va destando il giorno,

ci strappa trepidanti dalle braccia

luno dellaltro, e mi ti porta via.

Vattene, va, si fa sempre pi chiaro.

ROMEO -

Sempre pi chiaro in cielo,

sempre pi buio dentro i nostri cuori.

Entra la NUTRICE, affacciandosi e subito ritirandosi

NUTRICE -

Madonna.

GIULIETTA -

S?

NUTRICE -

La signora tua madre

sta venendo di qua, nella tua stanza.

giorno. Sii prudente. Fa attenzione.

GIULIETTA -

E tu, balcone, lascia entrare il giorno,

e uscire la mia vita.

ROMEO -

Addio! Addio!

Ancora un ultimo bacio, e poi scendo.

(Si baciano. Romeo scende)

GIULIETTA -

E cos te ne vai, amore mio,

mio signore, mio sposo, mio amico,

mio tutto! Voglio avere tue notizie

ogni giorno dellora, s, dellora,

ci sono molti giorni in un minuto

Ahim, a contare il tempo in questo modo,

chi sa quanti anni avr

prima di rivedere il mio Romeo!

ROMEO -

Amore, addio! Non perder occasione,

che ti possa recare il mio saluto.

GIULIETTA -

Oh, pensi che ci rivedremo ancora?

ROMEO -

Ne son sicuro. E tutte queste pene

ci serviranno allora da argomento

per dolci conversari.

GIULIETTA -

Oh, Dio! Romeo,

quale triste presagio ho in fondo allanima!

A vederti l in basso,

ho limpressione come di vederti

al fondo dun sepolcro

O minganna la vista, o tu sei pallido.

ROMEO -

E pallida tu appari agli occhi miei,

amore mio. Questamarezza acerba

si beve il nostro sangue. Addio! Addio!

(Esce)

GIULIETTA -

O Fortuna, Fortuna!

Se incostante tu sei, come ti dicono,

che pu importare a te del mio Romeo,

che a tutti noto per la sua costanza?

Ma tu mantieniti sempre incostante,

Fortuna, cos chio possa sperare

che non lo terrai teco troppo a lungo,

e presto lo rimanderai da me.

MONNA CAPULETI -

(Da dentro)

Ehi, oh, figliola Sei ancora in piedi?

GIULIETTA -

Chi mi chiama? La mia signora madre?

E non ancora a letto, cos tardi?

Oppure s gi alzata Cos presto?

Che insolita ragione dovr avere

per venire da me a questora insolita?

Entra MONNA CAPULETI

MONNA CAPULETI -

Ebbene, come va ora Giulietta?

GIULIETTA -

Non molto bene, direi, madre mia.

MONNA CAPULETI -

Piangi ancora per tuo cugino morto?

Non crederai di trarlo dalla tomba

con le tue lacrime; e se pure fosse,

mai lo potresti richiamare in vita.

E dunque, datti pace, figlia mia!

Il duolo segno di profondo affetto

se contenuto; ma quando eccessivo,

mostra piuttosto poca forza danimo.

GIULIETTA -

Lasciate tuttavia chio possa piangere

per una perdita tanto sentita.

MONNA CAPULETI -

Cos facendo sentirai la perdita,

non lamico perduto per cui piangi.

GIULIETTA -

Se sento tanto lamico perduto,

io non posso che piangerlo per sempre.

MONNA CAPULETI -

Ma tu non piangi tanto, figlia mia,

per la sua morte, quanto perch sai

ch ancora vivo il vile che lha ucciso.

GIULIETTA -

Di che vile parlate?

MONNA CAPULETI -

Di Romeo.

GIULIETTA -

Fra un vile e lui ci corron molte miglia.

Dio gli perdoni! Io lho perdonato

con tutto il cuore; eppure non c uomo

che mi laceri il cuore pi di lui.

MONNA CAPULETI -

Perch sai che quellempio traditore

ancora in vita.

GIULIETTA -

vero, madre mia,

ed anche perch so che ben lontano

dalla portata di queste mie mani.

Oh, potessio da sola vendicare,

a modo mio, la morte di Tebaldo!

MONNA CAPULETI -

Vendicarci sapremo, non temere;

perci non piangere, non c ragione.

Da una persona che risiede a Mantova,

dove quel rinnegato vive al bando,

gli far preparare una pozione

cos inconsueta da spedirlo subito

a tener compagnia al tuo Tebaldo.

E cos spero sarai soddisfatta.

GIULIETTA -

Ah, soddisfatta non lo sar mai

con Romeo, fino a che non lavr visto

morto, tanto il mio cuore torturato

per un parente.([95]) Se voi, madre mia,

riusciste a trovare la persona

che sia disposta a portargli il veleno,

io stessa penserei a prepararlo,

s che tosto che labbia trangugiato,

Romeo si possa addormentare in pace.

Oh, quanto non ripugna a questo cuore

udirne solo pronunciare il nome

e non poter far nulla per raggiungerlo,

a sfogare lamor per mio cugino

sul corpo di colui che me lha ucciso!

MONNA CAPULETI -

Tu trova i mezzi, e io trover luomo.

Ora per son qui, ragazza mia,

per darti pi piacevoli notizie.

GIULIETTA -

E ben venga il piacere, madre mia,

in un momento triste come questo!

Che notizie, di grazia, mia signora?

MONNA CAPULETI -

Dunque, dunque, bambina,

tu hai un padre tanto premuroso

che a sollevarti dalla tua tristezza,

tha preparato cos, allimprovviso,

una giornata di felicit,

che non taspetti, e che nemmeno io stessa

avevo mai saputo prevedere.

GIULIETTA -

Viene proprio a buon punto. Che giornata?

MONNA CAPULETI -

Ecco, figliola: questo gioved,

di buon mattino, il giovin conte Paride,

quel degno, valoroso gentiluomo,

sar felice di farti sua sposa

nella cappella di San Pietro

GIULIETTA -

Ah, no!

Per la sacra cappella di San Pietro,

per lo stesso San Pietro, non pu essere

chei possa farmi l sposa felice!

Ma non capisco tutta questa fretta:

chio debba maritarmi prima ancora

che colui che devesser mio marito

sia mai venuto a parlarmi damore!

Vi prego, ditelo al mio signor padre:

io di sposarmi non ho alcuna voglia,

e che quando lavr,

giuro, sar magari con Romeo,

che pur sapete quanto lo aborrisca,

piuttosto che con Paride

Bella notizia, mavete recata!

Entra il vecchio CAPULETI con la NUTRICE

CAPULETO -

Quando tramonta il sole,

la terra stilla lacrime di guazza;

ma piove a catinelle,

per il tramonto del povero figlio

di mio cognato!([96]) E che, ragazza mia!

Saresti diventata una grondaia?

Ancora sciolta in lacrime cos?

In quella tua minuta personcina

mi pare di veder raffigurati

una barca, con mare e vento insieme:

negli occhi, che potrei chiamare il mare,

c il flusso ed il riflusso delle lacrime;

il tuo corpo la barca,

veleggiante su e gi per londa salsa,

i tuoi sospiri il vento

che si scontra infuriato con le lacrime,

e queste a loro volta con il vento.

Se qui non interviene una bonaccia,

la tempesta ti travolger tutta

Ebbene, moglie mia, lhai messa a parte

di quanto abbiamo deciso per lei?

MONNA CAPULETI -

S, signore, lho fatto.

Ti ringrazia, ma non ne vuol sapere.

Finir per sposare la sua tomba,

la sciocchina!

CAPULETO -

Un momento. Dammi il tempo.

Il tempo di capire, moglie mia!

Come sarebbe: Non ne vuol sapere?

E non ci dice grazie?

La nostra scelta non la inorgoglisce?

Dovrebbe reputarsi fortunata,

indegna e immeritevole com,

che riusciamo a darle per marito

un s nobile e degno cavaliere!

GIULIETTA -

Inorgoglirmi della vostra scelta,

no, ma mi sento a voi riconoscente

daverlo fatto. Sentirmi orgogliosa

di qualcosa che aborro, non potrei;

per quanto possa riuscirmi grata

qualcosa che, se pur da me aborrita,

mi vien comunque fatta per amore.

CAPULETO -

Perbacco, che sofismi, santerella!

Che vuol dire orgogliosa s e no,

vi sono grata e non vi sono grata?

Cocchina mia, risparmiati i tuoi grazie

e conserva per te le tue superbie;

pensa a tenere in forma i tuoi garretti

che ti conducano al fianco di Paride

difilato alla chiesa di San Pietro,

o ti ci traggo io sopra un graticcio.([97])

Vattene via, clorotica carogna!([98])

Fuori, donnucola faccia-di-sego!

MONNA CAPULETI -

Evvia! Non sarai mica uscito matto?

GIULIETTA -

Padre mio, ve ne supplico in ginocchio,

ascoltatemi senza spazientirvi,

mentre vi dico solo una parola.

CAPULETO -

Impiccati, piuttosto, sgualdrinella!

Sciagurata ribelle! Ascolta bene:

o tu ti rechi in chiesa gioved,

o non mi comparire pi davanti!

E basta, non parlare, non discutere,

che gi mi sento prudere le mani!

E noi che abbiam creduto, moglie mia,

dessere stati poco favoriti

dalla grazia di Dio,

perch ci ha dato solo questa figlia!

Ora maccorgo come anche questuna

ci sia di troppo, e che laverla avuta

sia stata solo una maledizione!

Che si tolga dai piedi, miserabile!

NUTRICE -

La benedica invece Dio ch in cielo!

Avete torto a trattarla cos,

signore mio.

CAPULETO -

Oh, eccola anche lei,

Donna Saggezza! Tien la lingua a posto,

tu, Madama Prudenza,

o vattene a ciarlar con le comari!

NUTRICE -

Gesummaria, che avr detto di male?

CAPULETO -

Che Dio ti danni!

NUTRICE -

Non si pu parlare?

CAPULETO -

Devi star zitta, sciocca borbottona.

Vattene a sciorinar le tue sentenze

con le comari, tra un bicchiere e laltro,

allosteria. Qui non ce n bisogno.

MONNA CAPULETI -

Mi pare che ti stai scaldando troppo.

CAPULETO -

Ma ci esco pazzo, per la Santa Pisside!

Il mio solo pensiero, giorno e notte,

ogni ora ed ogni istante, nel lavoro,

nel gioco, sempre, solo, in compagnia,

stato di vederla maritata;

ed ora che le abbiamo procurato

un signore di nobile prosapia,

bene in sostanze, giovane, educato,

di maniere squisite e, come dicono,

imbottito deccelse qualit,

quante si possano desiderare

in un uomo, la povera sciocchina

che non buona ad altro che a frignare,

questa piagnucolosa bamboccetta,

cui la fortuna reca questo dono,

risponde: Non ho voglia di sposarmi,

Io non so amare, Sono troppo giovane,

Vi prego di scusarmi e via di seguito!

S, s, vedrai come sapr scusarti

se mi ricuserai questo partito!

A brucar lerba andrai, dove ti pare,

a casa mia tu non ci resti pi.

Pensaci: non son solito scherzare.

Pensaci: gioved non lontano.

Mano sul cuore, medita e rifletti:

se pensi ancora dessere mia figlia,

io ti dar per moglie a questo amico;

altrimenti va pure ad impiccarti,

ad elemosinare per la strada,

a crepare di fame e di miseria,

perch, sulla mia anima,

ti disconoscer come mia figlia,

e nulla avrai di quello che possiedo.

Tho parlato sul serio. Ora rifletti.

Son fermo a mantenere la parola.

(Esce)

GIULIETTA -

Non c lass piet, fra quelle nuvole,

che veda nel profondo la mia pena?

O dolce madre mia, non mi scacciate!

Vogliate rinviare queste nozze

di un mese, di una sola settimana;

o preparatemi il letto nuziale

dentro la stessa tomba di Tebaldo.

MONNA CAPULETI -

Non mi dire pi nulla. Non rispondo.

Fa come vuoi, perch con te ho finito.

(Esce)

GIULIETTA -

Oh, Dio, nutrice mia, dimmelo tu,

come si pu impedire tutto questo?

Il mio sposo quaggi, su questa terra,

ma la fede che gli ho giurato in cielo.

Come pu quella fede

tornare sulla terra,

se non sar il mio sposo

a rendermela lui stesso dal cielo,

abbandonata che avr questa terra?([99])

Confortami, consigliami, nutrice.

Ahim, com possibile

che il cielo tenda tutte queste insidie

a unumile creatura come me?

Che dici? Sai trovare una parola

che mi riporti almeno un po di gioia?

Nutrice mia, dammi un po di conforto.

NUTRICE -

Eccola, la parola di conforto:

Romeo, si sa, bandito da Verona,

ed io scommetto il mondo contro nulla,

che non oser mai tornare qui

a reclamarti; e se pure lo osasse,

dovr farlo comunque di nascosto.

Cos stando le cose, figlia mia,

credo che sia per te miglior partito

sposare il conte Paride. un bel giovane!

Romeo, al suo confronto, uno straccetto.

Non ha laquila un occhio cos verde,([100])

cos vivace e bello come Paride!

Che il diavolo si prenda la mia anima,

sio non penso che questo matrimonio,

figliola mia, sia per te gran ventura,

di gran lunga migliore del tuo primo;

e, se pur non lo fosse,

vero che lattuale tuo marito

non morto, ma come se lo fosse,

ch, bench vivo, non ti serve a nulla.

GIULIETTA -

Parli col cuore?

NUTRICE -

Col cuore e con lanima;

e maledetti siano luno e laltra,

se non vero.

GIULIETTA -

Cos voglia Iddio.([101])

NUTRICE -

Che vuoi intendere con ci, figliola?

GIULIETTA -

Che mhai ben consigliata e confortata.

Va dentro e di alla mia signora madre

che, dispiaciuta daver dato cruccio

a mio padre, io vo da Fra Lorenzo

per confessarmi e per esserne assolta.

NUTRICE -

Oh, brava! Vado subito, perbacco!

Ecco una cosa fatta con giudizio.

(Esce)

GIULIETTA -

Vecchia dannata, schifoso demonio!

Io non so sella faccia pi peccato

a voler far di me una tal fedifraga,

o a coprir di dileggio il mio signore,

con quella stessa lingua con la quale

me lha esaltato diecimila volte,

ponendolo al di l dogni confronto.

Vattene pure, consigliera mia!

Tu ed il cuore mio, da questo istante,

non avete pi nulla di comune.

Andr a trovare il frate,

per sentire da lui quale rimedio

sappia mai suggerirmi a tutto questo.

Se mi verr a mancare ogni altro mezzo,

uno in potere mio ce lho: la morte!

(Esce)

ATTO QUARTO

SCENA I - La cella di Frate Lorenzo

Entrano FRATE LORENZO e PARIDE

FRATE LORENZO -

Gioved, dite? Non c molto tempo.

PARIDE -

Questa la volont del Capuleto,

il mio futuro suocero, e per me,

non avrei n motivo dindugiare,

n di frenare questa sua premura.

FRATE LORENZO -

Mavete confessato, tuttavia,

di non sapere quale sentimento

ha per voi la ragazza; e un tal procedere

non mi sembra normale. Non mi piace.

PARIDE -

Ma lei non fa che lacrimare e piangere

la morte di Tebaldo, suo cugino,

e perci non ho avuto molto tempo

per corteggiarla e parlarle damore;

e Venere, si sa, non pu sorridere

in una casa dentro cui si piange.

Ora, frate, si d che il padre suo

stimi che alla salute della figlia

sia pernicioso chella resti immersa

cos profondamente nel cordoglio;

sicch nella paterna sua saggezza

vuole affrettare lora delle nozze,

per arginarle londa delle lacrime,

che sarebbe da lei allontanata,

se non restasse sola con se stessa

a macerarsi con il suo dolore.

Ora sapete perch tanta fretta.

FRATE LORENZO -

(Tra s)

Cos non conoscessi la ragione

per cui dovrebbe invece esser frenata!

Entra GIULIETTA

PARIDE -

Felice dincontrarvi,

mia signora e mia sposa!

GIULIETTA -

Cos potr forse essere, signore,

se sposa potr essere.

PARIDE -

Perch?

Cos potr, mia cara, anzi dovr

essere appunto gioved mattina.

GIULIETTA -

Sar quel che ha da essere, s, certo.

Sacra massima questa: non c dubbio.

PARIDE -

Siete venuta qui per confessarvi

da questo santo padre?

GIULIETTA -

Darvi risposta a una tale domanda,

sarebbe come confessarmi a voi.

PARIDE -

Non gli nasconderete che mi amate.

GIULIETTA -

Voglio piuttosto confessare a voi

di amare lui.

PARIDE -

E a lui di amare me,

ne son certo.

GIULIETTA -

Se mai dovessi farlo,

la cosa avrebbe certo pi valore,

voi assente, che non a voi dinanzi.

PARIDE -

Il tuo volto, mia povera creatura,

sciupato dal troppo lacrimare.

GIULIETTA -

Un bel meschino vanto, per le lacrime;

ch il mio viso era gi abbastanza brutto

avanti di subire il loro oltraggio.

PARIDE -

E tu gli rechi, con le tue parole,

un oltraggio maggiore delle lacrime.

GIULIETTA -

Dire la verit, non calunnia;

e, dopo tutto, questo volto mio.

PARIDE -

No, esso mio, e tu lhai calunniato.

GIULIETTA -

Forse avete ragione a dir cos,

perch infatti non appartiene a me.

(A Frate Lorenzo)

Padre santo, vi vien comodo adesso,

per confessarmi, o volete chio torni

allora di compieta?

FRATE LORENZO -

Adesso, adesso, angustiata figliola.

(A Paride)

Monsignore, con vostro beneplacito,

dobbiamo restar soli per un po.

PARIDE -

Dio mi guardi dallesser di disturbo

alle pratiche della divozione.

Giulietta, gioved, di buon mattino

verr a svegliarti. Fino a quel momento

accetta un casto bacio. Arrivederci.

(Esce)

GIULIETTA -

Frate Lorenzo, ah!, chiudi quella porta,

e dopo vieni a piangere con me!

Non v speranza pi, non v rimedio,

nessuno che mi possa dare aiuto!

FRATE LORENZO -

Ah, Giulietta, conosco la tua pena;

mi strazia pi di quanto le mie forze

sappian tenere. Ho udito: gioved

tu devi andare sposa a questo conte,

non c santo che possa ritardarlo.

GIULIETTA -

Ah, non mi dire, frate, che lo sai,

e non sai cosa fare ad impedirlo!

Se nella tua saggezza

non riesci di darmi alcun soccorso,

non ti resta che riconoscer giusta

la mia risoluzione, e questa lama

vi porr subito rimedio, adesso.

Dio ha legato il cuore di Romeo

a quello mio, e tu le nostre mani:

ebbene, prima che questa mia mano

che suggellasti a quella di Romeo

sia suggello dun altro matrimonio,

e prima che un infame tradimento

rivolga il cuore mio verso un altruomo,

questo coltello dar morte a entrambi.([102])

Perci mi dia la tua lunga esperienza

qualche pronto consiglio; se no, guarda,

questo pugnale la far da arbitro

fra me e lestreme mie tribolazioni,

e sapr lui risolvere dun colpo

quello che la tua et e la tua scienza

saranno stati incapaci di addurre

ad una degna e giusta conclusione.

Parlami, senza remore;

ch remora([103]) io non avr a morire,

se offrirmi non sapr la tua parola

nessun altro possibile rimedio.

FRATE LORENZO -

Calma, calma, figliola;

un filo di speranza io lintravvedo,

ma tale che richieder da te

una messa ad effetto disperata,

cos com disperato levento

che vogliam prevenire.

Per se tu hai forza e volont

di procurarti morte da te stessa,

piuttosto che sposare il conte Paride,

forse potrai sentirti anche disposta,

per scacciare da te quella vergogna,

ad esporre te stessa ad una prova

che con la morte ha molta somiglianza.

E dunque, se ti senti un tal coraggio,

io sono qui ad offrirti il mio rimedio.

GIULIETTA -

Oh, piuttosto che andare sposa a Paride,

dimmi anche di precipitarmi gi

da quella torre, o dandarmene sola

per le strade battute dai ladroni;

o dappiattarmi in un nido di serpi,

o di restare, legata in catene,

con degli orsi ruggenti;

o di rimaner chiusa nottetempo

in un ossario pieno zeppo dossa

tutte sinistramente scricchiolanti,

di stinchi umani marci imputriditi,

di teschi sganasciati ed ingialliti;

o di calarmi in fondo duna fossa

appena mo scavata, e ricoprirmi

dello stesso sudario di quel morto:

tutte cose che, a udirle raccontare,

mhan sempre fatto morire di brividi,

e che adesso son pronta ad affrontare

senza paura, senza esitazione,

pur di restare la sposa illibata

dellunico dolcissimo amor mio.

FRATE LORENZO -

Allora senti: adesso torna a casa,

cerca di darti unaria spensierata,

e accetta di sposare il conte Paride.

Domani, mercold, la vigilia:

domani notte devi fare in modo

di restar a dormire sola in camera,

senza tenerti con te la nutrice.

Toh, prendi questa fiala; e appena a letto,

bevi il liquido in essa contenuto;

ti sentirai fluire nelle vene

subito un freddo umore soporifero;

il polso perder il normale ritmo,

cessando a poco a poco di pulsare.

Non rester calore, n respiro

a dar segno che sei ancora in vita.

Il roseo sulle labbra e sulle gote

si stinger fino a farsi pallore,

come color di cenere; le palpebre

sabbasseranno, come quando morte

cala a chiudere il giorno della vita.

Le membra, prive dogni movimento,

irrigidite, gelide, indurite,

prenderanno laspetto della morte;

ed in questa mortal rigidit,

che sar solamente artificiale,

tu resterai per quarantadue ore,

dopodich tornerai a svegliarti

come da un sonno placido e tranquillo.

Ma quando, allalba, giunger lo sposo

per farti alzare, ti creder morta;

allora, com duso nel paese,

vestita dei tuoi abiti pi belli,

e distesa scoperta nella bara,

sarai portata nellantica cripta

dove giacciono tutti i Capuleti.

Intanto, prima che tu sia ridesta,

Romeo, saputo del nostro disegno

da un mio messaggio, sar giunto qui

ad attender con me il tuo risveglio,

e nella stessa notte di domani

potr condurti a Mantova con lui.

Cos, se nessun ticchio subitaneo,

se nessun panico da femminuccia

la vinceranno sopra il tuo coraggio

allatto di eseguire questo piano,

tu ti potrai sottrarre alla vergogna

che ti minaccia.

GIULIETTA -

Dammi, dammi qua!

Oh, non parlarmi, padre, di paura!

FRATE LORENZO -

Ecco, prendi. Ora va. Rimani ferma

e serena nella tua decisione.

Io mando in fretta un mio fratello a Mantova

con una lettera per tuo marito.

GIULIETTA -

Amore, dammi forza; la tua forza

sar il mio aiuto. Caro padre, addio!

(Escono)

SCENA II - Stanza in casa Capuleti

Entrano CAPULETO, MONNA CAPULETI, la NUTRICE e due SERVI

CAPULETO -

(A un servo, porgendogli un foglio)

Vammi a invitare tutte le persone

che sono scritte qui.

(Esce il 1 servo - Al 2 servo)

E tu, messere,

vammi a cercare venti buoni cuochi.

2 SERVO -

Non ne avrai uno che non sia perfetto;

perchio, signore, li esamino prima:

guardo se sanno leccarsi le dita.

CAPULETO -

E con questo che provi?

2 SERVO -

Eh, monsignore,

non provetto cuoco di mestiere,

quello che non si sa leccar le dita;

perci chi non si sa leccar le dita

con me non verr mai a lavorare.

CAPULETO -

Bravo. Va, adesso. Ho paura che in casa

non avremo provviste sufficienti

(Alla Nutrice)

Mia figlia andata poi da Fra Lorenzo?

NUTRICE -

S, certo.

CAPULETO -

Beh, pu darsi che le giovi.

Che creatura ostinata, dispettosa!

Entra GIULIETTA

NUTRICE -

Eccola qua che torna. Confessata:

guardate che aria allegra.

CAPULETO -

Dunque, dunque,

dove stata la nostra testadura?

GIULIETTA -

Dove ho imparato come ravvedermi

del peccato daperta ribellione

a voi ed alle vostre volont;

il buon Frate Lorenzo mha ordinato

dinginocchiarmi qui, davanti a voi,

e domandarvi un paterno perdono.

Vogliate perdonarmi, vi scongiuro!

Dora innanzi mi lascer guidare

solo da voi.

CAPULETO -

(Alla moglie)

Manda a chiamare il conte.

Anzi, vacci tu stessa di persona,

digli che voglio che questo legame

venga annodato domattina presto.

GIULIETTA -

Lho gi incontrato io, il giovin conte,

era alla cella di Frate Lorenzo,

e gli ho dato la prova daffezione

che potevo, e che l si conveniva

entro i limiti della pudicizia.

CAPULETO -

Ah, son contento. Brava. Molto bene.

Alzati, su. Cos doveva andare.

Voglio vedere il conte, eh, s, perbacco.

Vacci, ho detto, e conducimelo qui.

Ed ora, lo dichiaro avanti a Dio,

tutta Verona devessere grata

a questo santo e venerando frate!

GIULIETTA -

Nutrice, vuoi venir nella mia camera

ad aiutarmi a sceglier gli ornamenti

pi adatti al mio vestito di domani?

MONNA CAPULETI -

Ma fino a gioved c ancora tempo.

CAPULETO -

No, no, nutrice, va pure con lei,

perch domani stesso si va in chiesa.

(Escono Giulietta e la Nutrice)

MONNA CAPULETI -

Piuttosto, siamo a corto di provviste.

E ormai quasi notte.

CAPULETO -

Macch, moglie!

Ora ci penso io a darmi attorno,

e vedrai che sar tutto per bene.

Va da Giulietta, e aiutala a vestirsi.

Io, stanotte, a dormire non ci vado.

Tu lascia fare a me; per una volta

far io da massaia in questa casa

Ehi, gente, oh! Com, son tutti fuori?

Ebbene, vado io dal conte Paride,

a dirgli di disporsi per domani.

Mi sento il cuore assai pi sollevato,

ora che quella bimba capricciosa

ha cos messo la testa a partito.

(Esce)

SCENA III - La camera da letto di Giulietta

Entrano GIULIETTA e la NUTRICE

GIULIETTA -

S, quello l il vestito pi adatto

Ma ti prego, nutrice, sii gentile,

stanotte proprio vorrei restar sola;

ho gran bisogno di raccoglimento

per pregar molto e commuovere il cielo

perch sorrida benigno al mio stato,

ch cos contrariato, come sai,

e pieno di peccato.

Entra MONNA CAPULETI

MONNA CAPULETI -

Ebbene, donne,

siete occupate, eh? Volete aiuto?

GIULIETTA -

No, grazie, madre. Abbiamo scelto tutto

quanto era necessario e conveniente

pel mio abbigliamento di domani.

Perci, se non vi spiace, madre mia,

consentite che io, per questa notte,

rimanga sola, e che la mia nutrice

resti con voi, perch sicuramente,

avrete da sbrigare molte cose

per un evento cos improvvisato.

MONNA CAPULETI -

Va bene, buona notte, figlia mia.

Mettiti a letto; ce navrai bisogno.

(Escono Monna Capuleti e la Nutrice)

GIULIETTA -

Addio! Dio sa quando ci rivedremo

Sento scorrermi per le vene un tremito

di paura, non so, che mi d il senso

di raggelarmi il calor della vita

Le richiamo, per sollevarmi un po

Nutrice! Gi, ma che farebbe, qui?

Per recitar la mia macabra scena

devo agire da sola Vieni, o fiala!

E se per caso, poi, questa mistura

non dovesse produrmi alcun effetto?

Dovr sposarmi domattina? No!

Ci sar sempre questo ad impedirlo!

(Prende un pugnale e se lo pone accanto)

Tu resta qui E se fosse un veleno

che il frate mha somministrato apposta,

astutamente, per farmi morire,

e non sentirsi lui disonorato

per queste nozze, essendo stato lui

a maritarmi prima con Romeo?

Ho paura che sia proprio cos

Eppure, no, a pensarci, non pu essere

s dimostrato sempre un tal santuomo

Ma che succeder, Vergine Santa,

se, messami a giacer nella mia tomba,

mi dovesse accadere di svegliarmi

avanti che Romeo venga a salvarmi?

Ah, che dubbio terribile mai questo!

Non potr rimanere soffocata

in quella tetra sotterranea volta,

attraverso la cui fetida bocca

non entra un filo daria salutare,

e, prima ancor che giunga il mio Romeo,

l morire asfissiata? E se sto viva,

non pu darsi che la notturna tenebra

e lorrido pensiero della morte

e il terrore del luogo - quella cripta

antico sotterraneo ricettacolo

dove lossa di tutti gli avi miei

per secoli si sono ammonticchiate;

dove Tebaldo, ancora sanguinante,

che pocanzi era verde sulla terra,

simputridisce gi nel suo sudario

e dove a una certora della notte,

come dicono, appaiono gli spiriti

ohi! ohi! se mi svegliassi innanzi tempo,

che potrebbe succedere di me,

in mezzo a quel nauseabondo lezzo

ed a stridii che paion di mandragole

quando sono divelte dalla terra,

e che fanno impazzire chi li ascolta?([104])

Oh, Dio, se mi svegliassi in quel momento,

circondata da tutti quegli orrori,

non rischierei duscire fuor di senno,

da mettermi a giocare, come pazza,

con lossa dei miei avi?

Ed a strappar dal suo lenzuolo funebre

il martoriato corpo di Tebaldo?

E in questo eccesso di pazzia furiosa

brandire un osso di qualche antenato,

e con quellosso, a guisa duna clava,

farmi schizzar le spente mie cervella?

Oh, ecco, ecco, chio vedo lo spettro

di mio cugino che insegue Romeo

che lha infilzato No, ferma, Tebaldo!

Eccomi a te, Romeo. Lo bevo a te.

(Ingerisce il contenuto della fiala

e cade riversa sul letto)

SCENA IV - La sala grande di casa Capuleti

Entrano MONNA CAPULETI e la NUTRICE

MONNA CAPULETI -

Tieni Nutrice, prendi queste chiavi

e va di l a cercar delle altre spezie.

NUTRICE -

In cucina, per la pasticceria,

chiedono datteri e mele cotogne.

Entra CAPULETO

CAPULETO -

Muovetevi! Muovetevi! Due volte

ha gi cantato il gallo. La campana

del coprifuoco ha suonato:([105]) son le tre.

Tu, mia buona Angelica,([106])

provvedi per le torte e gli sfornati,

e non badare a spese.

NUTRICE -

Andatevene a letto voi, piuttosto,

smettete di rubar laltrui mestiere:

se ancor restate in piedi tutta notte

domattina vi sentirete male.

CAPULETO -

Mi sentir benissimo, al contrario.

Per men gravi ragioni,

son stato in piedi notti sopra notti,

al mio tempo, e non son mai stato male.

MONNA CAPULETI -

Eh, certo, che sei stato un gran gattone([107])

ai tempi tuoi! Ma adesso ci son io

a badar che non fai certe nottate!

(Escono Monna Capuleti e la Nutrice)

CAPULETO -

Ora c lei, Madama La Gelosa!

Entrano SERVI con spiedi, legna e canestri

Che cos quella roba, giovanotto?

1 SERVO -

roba per il cuoco, monsignore;

ma a che serva, non so.

CAPULETO -

Presto, sbrighiamoci.

(Esce il 1 Servo)

Tu, amico, va a cercare della legna,

ben secca e stagionata. Chiama Pietro,

ti dir lui dove potrai trovarla.

2 SERVO -

Ho anchio, signore, un capo sulle spalle

capace di trovare legna secca

senza bisogno di seccare Pietro.

CAPULETO -

Toh, sentilo, il faceto birboncello!

Ti chiameremo allora coccia secca!

Oh, ma qui si fa giorno,

e fra non molto il Conte sar qui

coi musicanti, come aveva detto

(Musica di dentro)

Eccoli, infatti, arrivano!

Nutrice! Moglie! Ol, moglie, nutrice!

Entra la NUTRICE

(Alla Nutrice)

Va a svegliare Giulietta,

e aiutala a vestirsi e ad abbigliarsi.

Io vado intanto a intrattenere Paride.

Ma vedi di sbrigarti. Presto! Presto!

Lo sposo gi venuto. Presto, dico!

(Escono)

SCENA V - La camera di Giulietta

Giulietta distesa sul letto

Entra la NUTRICE

NUTRICE -

Padroncina! Padrona! Su, Giulietta!

Perbacco, se la dorme della grossa!

Sveglia, agnellino mio, madamigella!

Ah, dormigliona! Sveglia, dico, amore!

Signora, cuore mio, signora sposa!

Come sarebbe perch non rispondi?

Ho capito, vuoi farti la provvista.

Vuoi dormire per una settimana;

perch stanotte, te lo garantisco,

il conte gi riposa sullidea

di farti riposare molto poco.

Dio mi perdoni, Vergine Santissima,

certi pensieri Ma che sonno duro!

Per debbo svegliarla, ad ogni costo.

Madamigella, su, madamigella!

S, s, fatti trovare ancora a letto

dal conte Paride, vedrai che sveglia

ti dar lui allora, e che spavento!

Oh, no! Ma come mai! Tutta vestita?

Ti sei vestita, e poi di nuovo a letto?

Eh, ma bisogna proprio che ti svegli.

Signora, su signora, su, signora!

Oh, Dio! Oh, Dio! Aiuto! Aiuto! Aiuto!

La mia padrona morta! Oh, che disgrazia!

Oh, non fossi mai nata! Ohil, voialtri!

Dellassenzio! Signore mio! Signora!

Entra MONNA CAPULETI

MONNA CAPULETI -

Che sono queste grida?

NUTRICE -

Oh, che disgrazia!

MONNA CAPULETI -

Che c, che stato?

NUTRICE -

Guardate! Guardate!

O giorno maledetto!

MONNA CAPULETI -

Oh, me infelice!

Misera me! bambina mia! Mia vita!

Torna in vita, riapri gli occhi, guardami,

o chio muoio con te! Soccorso! Aiuto!

Chiamate aiuto!

Entra il CAPULETO

CAPULETO -

Che vergogna questa?

Fate scender Giulietta. Il suo signore

gi arrivato.

NUTRICE -

Ma Giulietta morta!

CAPULETO -

Lasciate che la veda Oh, Dio! Gi fredda.

Fermo il polso, le membra irrigidite,

la vita e queste labbra son disgiunte

da un pezzo; scesa su di lei la morte,

come una brina fuori di stagione

sul fiorellino pi dolce del campo.

NUTRICE -

Oh, sciagurato giorno!

MONNA CAPULETI -

Ah, che dolore!

La morte, che me lha portata via

per farmi urlare, mi lega la lingua

e non mi fa parlare. Ah, che dolore!

Entrano FRATE LORENZO e PARIDE, con musici

FRATE LORENZO -

Allora pronta la nostra sposina

per recarsi in cappella?

CAPULETO -

Pronta, s,

Frate Lorenzo, ahim,

ma per non fare di l pi ritorno!

(A Paride)

Figlio, la notte avanti alle tue nozze

la Morte s giaciuta con tua moglie.

Eccola l distesa: un vago fiore

deflorato dal suo funesto amplesso.

la morte il mio genero, oramai,

essa il mio erede: ha sposato mia figlia;

e a lei dovr lasciare, in morte mia,

sostanze, vita, beni: tutto suo.

PARIDE -

Ho dunque atteso tanto questo giorno

perch moffrisse un simile spettacolo?

MONNA CAPULETI -

Oh, giorno maledetto, sciagurato,

odioso, abominevole! O momento

il pi atroce che il tempo abbia mai visto

nel corso delleterno suo cammino!

Io non avevo che questa creatura,

povera, sola, adorata bambina,

unica cosa al mondo della quale

potessi compiacermi e consolarmi,

e la morte crudele lha strappata

agli occhi miei!

NUTRICE -

O giorno di sventura,

il pi tristo ch'io abbia mai vissuto!

O giorno, giorno, detestato giorno!

Mai vidi giorno pi nero di questo.

O disgraziato, disgraziato giorno!

PARIDE -

Tradito, divorziato, contrastato,

coperto di disprezzo, assassinato!

Morte esecrabile, tu mhai tradito,

rovinato per sempre, crudelissima!

O amore! O vita! No, non c pi vita,

e sol riposto nella morte amore!([108])

CAPULETO -

Oppresso, disprezzato, torturato,

odiato, ucciso! O sorte sciagurata,

hai voluto distruggere cos

la nostra festa! Figlia, figlia mia!

Anima, pi che figlia, anima mia!

Morta! La mia bambina non c pi,

e con lei sepolta ogni mia gioia!

FRATE LORENZO -

Pace, pace, signori!

Non si curano i mali coi lamenti.([109])

Il cielo e voi aveste parte insieme

a far questa fanciulla,

ed ora il cielo lha tutta per s;

ed meglio per lei che sia cos:

voi non potreste togliere alla morte

la parte vostra, il ciel serba la sua,

e la mantiene nella vita eterna.

Non era vostra somma aspirazione

il vederla salir sempre pi in alto,

e trovar nella sua elevazione

il vostro paradiso sulla terra?

Ed ora che salita tanto in alto,

oltre le nubi, al vero paradiso,

voi piangete? Se questo lamor vostro

per vostra figlia, un amore distorto

perch impazzisce a saperla felice.

Ben maritata non quella donna

che vive a lungo in stato maritale;

meglio sposata quella

che morte coglie ancor giovane sposa.

Asciugate perci le vostre lacrime

e cospargete questa bella salma

di rosmarino,([110]) e portatela in chiesa,

vestita delle sue pi belle vesti,

com luso; ch se pur la natura,

sensibile com, ci spinga al pianto,

le lacrime che muove la natura

son motivo di riso alla ragione.

CAPULETO -

Tutti i preparativi da noi fatti

per la festa, distratti dal lor fine,

servano adesso a un tetro funerale;

siano i nostri strumenti musicali

meste campane; sia funerea pompa

la nuziale allegria; nenie di morte

siano i nostri imenei; servano i fiori

della sposa ad ornarne il cataletto:

ogni cosa si muti nel suo opposto.

FRATE LORENZO -

Vogliate ritirarvi, ora, signore;

e voi con lui, signora; ed anche voi,

signor Paride; ognuno si prepari

a scortar questa salma alla sua tomba.

I cieli gi vi guardano accigliati

per qualche vostra colpa; state attenti

a non accrescere il loro dispetto

ribellandovi al loro alto volere.

(Escono Capuleto, Monna Capuleti, Paride e Frate Lorenzo - La Nutrice e i Musici cospargono di fiori il letto di Giulietta e ne tirano le cortine del baldacchino)

1 MUSICO -

Beh, possiamo riporre gli strumenti

e andarcene.

NUTRICE -

S, certo, brava gente,

ah!, riponeteli, s, riponeteli,

perch potete vederlo voi stessi

che miserevole vicenda questa,

che ci ha lasciato un vuoto doloroso.

(Esce)

1 MUSICO -

(Indicando il suo stomaco)

S, ma al vuoto si pu porre rimedio.([111])

Entra PIETRO

PIETRO -

Musici, oh!, non ve ne andate, musici!

Suonate, per favore, Cuor contento,

se mi volete dare un po di vita,

suonate Cuor contento, per favore!([112])

1 MUSICO -

Cuor contento? Perch?

PIETRO -

Oh, musicanti,

perch il cuore mi suona Cuore in pianto;

perci suonatemi un motivo allegro,

per confortarmi.

1 MUSICO -

Ma nemmen per sogno!

Non questo il momento di far musica.

PIETRO -

Non volete suonare, allora?

1 MUSICO -

No!

PIETRO -

E allora ve lo suono io.

1 MUSICO -

Che cosa?

PIETRO -

Non denaro sonante, certamente;

ma vi suoner in faccia uno sberleffo:

quello di menestrelli strimpelloni.

1 MUSICO -

E io a voi quello di zerbinotto.([113])

PIETRO -

E io far suonare la mia daga

di zerbinotto sopra la tua zucca,

e senza pause, ed a battute piene

ti do del re e del fa. Prendine nota!

1 MUSICO -

Sei tu che devi prenderla, la nota,

se dici che ci dai del re e del fa.([114])

2 MUSICO -

Metti via quella daga, per favore,

e tira fuori invece un po di spirito.

PIETRO -

Allora state in guardia, col mio spirito,

se rimetto nel fodero la daga:

uno spirito duro come il ferro.

Rispondete da uomini ai suoi colpi:

Quando un dolore ti ferisce il cuore,

e dolorose nenie opprimon lanima,

la musica col suo suono dargento

Ecco: perch col suo suono dargento?

Come rispondi tu, Simon Cantino?([115])

1 MUSICO -

Chiaro: perch largento ha un dolce suono.

PIETRO -

Buona! E tu che rispondi, Ugo Ribeca?

2 MUSICO -

Dico vediamo un po: suono dargento,

perch i musici suonan per largento.

PIETRO -

Buona anche questa! Sentiamo ora te,

Giacomino dellAnima, che dici?

3 MUSICO -

In coscienza, non so proprio che dire.

PIETRO -

Ah, scusami! Tu sei quello che canta!

Vuol dire che rispondo io per te.

Si dice musica dal suon dargento

per via che i musici, in generale,

non sentono suonar monete doro,

E allor la musica dal suon dargento

fa loro subito il cuor contento.

(Esce)

1 MUSICO -

Che mariuolo pestifero costui!

2 MUSICO -

Impiccatelo, pezzo di furfante!

Andiamo, adesso, passiamo di l,

aspetteremo che venga la gente

che dovr prender parte al funerale,([116])

e resteremo qui pel desinare.

(Escono)

ATTO QUINTO

SCENA I - Mantova, una strada

Entra ROMEO

ROMEO -

Se debbo prestar fede

alle illusorie realt del sonno,

i miei sogni mi fanno presagire

qualche felice nuova a breve termine.

Il tiranno signore del mio cuore([117])

se ne sta assiso allegro sul suo trono,

e da stamane un insolito spirito

mi tien sospeso in giocondi pensieri.

Ho sognato come sio fossi morto,

e la mia donna venisse da me

- strano sogno, che fa pensare un morto! -

e infondere, coi baci,

un tal soffio di vita alle mie labbra,

chio risorgevo e mi sentivo un Cesare.

Ah, com dolce il possesso damore,

sanche sol la sua ombra

s ricca di gioia apportatrice!

Entra BALDASSARRE

Oh, ecco le notizie da Verona!

Hai lettere dal frate, Baldassarre?

Che fa mia moglie? Sta bene mio padre?

Ebbene, come sta la mia Giulietta?

Te lo chiedo per la seconda volta,

perch sella sta bene,

non c nulla per me che vada male.

BALDASSARRE -

Allora ella sta bene, e non c nulla

che vada male. Il corpo suo riposa

nel sepolcreto della sua famiglia,([118])

e quello che di lei era immortale

vive cogli angeli. Lho vista io stesso

distesa nella cripta sotterranea

dei Capuleti, e son partito subito

per venirvelo a dire. Oh, perdonatemi

se vi reco un annuncio s ferale,

ma siete stato voi a incaricarmene.

ROMEO -

Ah, davvero cos?

E allora, stelle, stanotte vi sfido!

Baldassarre, tu sai dovio dimoro;

cercami inchiostro e carta,

e vammi a noleggiare due cavalli.([119])

Voglio partire subito stanotte.

BALDASSARRE -

Calmatevi, signore, vi scongiuro.

Siete pallido in viso, stralunato,

e mi fate temer qualche altro guaio.

ROMEO -

Che! Che! Tinganni. Lasciami qui solo,

e fa quel che tho detto. Fra Lorenzo

non tha dato per me nessun messaggio?

BALDASSARRE -

No, nessuno, signore.

ROMEO -

Non importa.

Va subito e noleggiami i cavalli.

Io ti raggiunger immediatamente.

(Esce Baldassarre)

Giulietta, giacer con te stanotte.

Vediamo come procurarci il mezzo.

O perdizione, come tu sei lesta

a entrare nei pensieri

dun uomo in preda alla disperazione!

Mi viene appunto in mente

che dovrebbe abitare qui nei pressi

uno speziale; tempo fa lho visto

che, vestito di stracci e torvo in viso,

saggirava qui intorno, allampanato,

ridotto pelle e ossa dalla fame,

a coglier semplici ed erbe diverse.

Dentro la squallida sua botteguccia

era appesa una grossa tartaruga

accanto a un coccodrillo imbalsamato,

e pelli di diversi brutti pesci;

e tuttintorno, su degli scaffali,

unaccozzaglia di scatole vuote,

vasi di terracotta color verde,

vesciche enfiate e sementi ammuffite,

spaghi e pasticche di rosa canina

rinsecche e tutte forate dai tarli;

il tutto sparso qua e l alla meglio,

come messo a far mostra.

Davanti a tal miseria, mi son detto:

se uno abbisognasse dun veleno,

la cui vendita a Mantova vietata,

anzi punita fino con la morte,

qui vive un miserabile pitocco

che glielo venderebbe Quel pensiero

precorreva lattuale mio bisogno:

perch adesso questuomo,

bisognoso com da parte sua,

deve vendermi proprio quel veleno.

Dovrebbe abitar qui, se ben ricordo.

Ma oggi festa, e la bottega chiusa.

(Chiama)

Ehi, ho, speziale!

Entra lo SPEZIALE, uscendo da casa

SPEZIALE -

Chi grida cos?

ROMEO -

Senti, bravuomo. Vedo che sei povero.

Ho qui quaranta ducati per te:

procurami una dose di veleno,

ma qualcosa deffetto cos rapido

che si diffonda subito nel sangue

e chi lo assuma, stanco di campare,

cada subito, l, morto stecchito,

e il corpo gli si svuoti del suo fiato

con la violenza e la rapidit

con cui esce la polvere da sparo,

accesa, dalla bocca dun cannone

seminator di morte.

SPEZIALE -

Quella droga, signore, io ce lho,

e micidiale. Ma la legge a Mantova

punisce con la morte chi la vende.

ROMEO -

E tu, tu hai paura di morire,

miserabile e nudo come sei?

Sulle tue guance si legge la fame,

negli occhi tagonizza la miseria

ed il bisogno; porti appesi al collo

visibilmente il disprezzo del prossimo

e la pi misera pezzenteria;

il mondo non t amico,

n ti fu mai amica la sua legge;

il mondo non ha legge

che faccia ricco uno come te.

Allora, perch vuoi restare povero?

Infrangila, la legge, e prendi questo!

(Gli porge il borsello coi denari)

SPEZIALE -

(Prendendo il denaro)

la mia povert che vacconsente,

non la mia volont.

ROMEO -

Ed io pago di te la povert,

non gi la volont. Dammi il veleno.

SPEZIALE -

(Porgendogli una fiala)

Ecco: versatelo in qualunque liquido,

e bevetelo tutto, fino in fondo:

aveste pur la forza di venti uomini,

vi spedir di colpo allaltro mondo.

ROMEO -

E questo il tuo denaro, ch veleno

ancor peggiore allanima delluomo,

perch commette, in questo sozzo mondo,

pi delitti di quei poveri intrugli

che a te non permesso di spacciare.

Perci son io che vendo a te veleno,

non tu a me. E con ci ti saluto.

Addio. Comprati roba da mangiare

e rimettiti in carne come puoi

(Esce lo Speziale)

Ora, veleno, per me non veleno

ma cordiale, alla tomba di Giulietta:

andiamo, l che mi dovrai servire.

(Esce)

SCENA II - La cella di Frate Lorenzo

Entra FRATE GIOVANNI

FRATE GIOVANNI -

(Chiamando)

Frate di San Francesco! Ohil, fratello!

FRATE LORENZO -

Questa la voce di Fratel Giovanni

(Vedendolo)

Ben tornato da Mantova, fratello.

Che tha detto Romeo? O se lha scritto

quanto ha da dirmi, dov la sua lettera?

FRATE GIOVANNI -

Per avere una compagnia nel viaggio,

mero messo a cercare un confratello,

un fraticello scalzo del nostro ordine

che assiste gli ammalati qui in citt,

e alla fine lavevo rintracciato,

quandecco che le guardie sanitarie,

sospettando che noi si fosse usciti

da una casa infestata dalla peste,

ci hanno chiuso le porte di citt,

e non ci hanno permesso pi di uscire.

E l rimasto il mio viaggio per Mantova.

FRATE LORENZO -

E allora la mia lettera a Romeo,

chi la port?

FRATE GIOVANNI -

Nessuno. Eccola qui.

io non ho pi potuto n mandargliela,

n trovar messo che te la portasse,

tanta era la paura del contagio

in ciascuno di loro.

FRATE LORENZO -

Oh, sorte avversa!

Questa lettera, pel sacro mio ordine!,

non era cosa di poca importanza,

ma gravida di serie conseguenze,

ed averne mancato la consegna

pu esser causa di grossi guai!

Va, corri a procurarti un grimaldello,

e portamelo qui, nella mia cella,

ma subito, per.

FRATE GIOVANNI -

Vado, fratello:

vado di corsa, e te lo porto subito.

(Esce)

FRATE LORENZO -

Ora devo dirigermi da solo

al sepolcreto, dove fra tre ore

dovr destarsi la bella Giulietta;

e chi sa come mi maledir

perch non ho informato il suo Romeo

di tutto quello che sta succedendo!

Scriver subito di nuovo a Mantova,

e terr lei con me, nella mia cella,

fintanto che Romeo non sia arrivato

Povera morta viva,

racchiusa nel sarcofago di un morto!

(Esce)

SCENA III - Un cimitero col monumento sepolcrale

dei Capuleti. Notte

Entra PARIDE col suo PAGGIO, che reca fiori e una torcia accesa

PARIDE -

Ragazzo, dammi adesso quella torcia,

e tieniti a distanza; anzi, no, spegnila,

ch non vorrei che alcuno mi vedesse.

Vatti a stender laggi, sotto quei tassi

con lorecchio poggiato bene a terra,

e bada a percepire tutti i passi

che senti rimbombare sul terreno

malfermo per lo sterro delle fosse,

e se senti qualcosa, fammi un fischio.

Dammi quei fiori e fa quel che tho detto.

PAGGIO -

(Tra s)

Trovarmi solo, in questo cimitero

Ho paura Facciamoci coraggio!

(Si allontana)

PARIDE -

O profumato fiore, daltri fiori

ecco, io cospargo il tuo letto di sposa

Oh, struggimento! tutto pietra e polvere

questo tuo baldacchino!

Ma ogni notte verr qui ad aspergerlo

di dolce acqua, e se acqua non avr,

delle lagrime distilleranno

le mie lamentazioni.

Lesequie chio celebrer per te

saranno di cospargere ogni notte

di lacrime e di fiori il tuo sepolcro.

(Sode il fischio del Paggio)

Il fischio del ragazzo

Segnala lappressarsi di qualcosa.

Qual piede maledetto pu aggirarsi

stanotte in questi luoghi a disturbare

il funebre tributo del mio amore?

Che! Il lume di una torcia?

Per poco, notte, tienimi nascosto.

(Si ritrae)

Entrano ROMEO e BALDASSARRE;

questi ha in mano una torcia, un piccone e altri arnesi

ROMEO -

Dammi il piccone e quel ferro ritorto.

Toh, prendi questa lettera:

la porterai domani, appena giorno,

al mio signore e padre. Dammi il lume.

Per la tua vita, tieniti a questordine:

qualunque cosa, adesso,

taccada di vedere o di sentire,

non ti muovere, resta dove sei,

non ti venisse in mente dinterrompermi

in tutto quello che mi vedi fare.

La ragione per cui mi caler

in quel letto di morte,

sar in parte per contemplare il volto

della mia donna, per lultima volta,

ma soprattutto per trle dal dito

un anello prezioso, un certo anello

che mi serve ad un uso assai importante.

Ed ora va, allontanati; e sta attento

che se ti colgo che mi torni indietro,

sospettoso, a spiare le mie mosse,

giuraddio, ti riduco a pezzettini,

e spargo le tue membra dappertutto

dentro questo vorace cimitero!

Bada che lora e le mie decisioni

son feroci, tremende, inesorabili,

pi che non siano quelle duna tigre

affamata o dun mare burrascoso.

BALDASSARRE -

Vado, vado, non vi disturber.

ROMEO -

Bravo, solo cos

mavrai mostrato di volermi bene.

Tieni, prenditi questo. Vivi e prospera.

(Gli d una borsa)

BALDASSARRE -

(Tra s)

Quel suo sguardo per mi fa paura,

e delle sue intenzioni non mi fido.

Rester qui nascosto, nei dintorni.

(Si ritira)

ROMEO -

Odiosa fauce, grembo della morte,

del pi dolce boccone della terra

satollo, le tue putride mascelle

io di forza spalanco, e daltro cibo

a tuo dispetto vengo a impinguarti.

(Spezza col piccone la porta del sepolcro)

PARIDE -

(A parte)

Ma questi quel borioso del Montecchi;

colui ch messo al bando,

lassassino del giovane Tebaldo,

il cugino di lei, dellamor mio;

ed stato quellassassinio il colpo

cui pare che non abbia resistito

quella bella creatura, e se n morta

Sicuramente qui per profanare

con qualche atto nefando ed oltraggioso

questi poveri morti. Io larresto!

(Si fa avanti)

Interrompi questempia tua fatica,

vigliacco dun Montecchi! La vendetta

pu dunque crescere([120]) oltre la morte?

Io tarresto, furfante fuori legge.

Tordino di seguirmi; e tu obbedisci

perch devi morire.

ROMEO -

E per morire sono qui venuto.

Mio caro giovanotto,

non provocare un uomo disperato;

va via, meglio per te, lasciami solo;

pensa a tutti costoro che son morti,

e lidea di seguirli ti spaventi.

Ti scongiuro, non far che sul mio capo

saggiunga, costringendomi alla furia,

altro peccato. Va, va via di qua!

Io ti tengo pi caro di me stesso,

te lo giuro sul cielo, perch armato

contro me stesso son venuto qui.

Non rimanere, va! Vivi, e racconta

che stata la merc dun forsennato

a risparmiarti.

PARIDE -

Sdegno i tuoi scongiuri,

e qui tarresto come traditore.

ROMEO -

Vuoi proprio provocarmi? Allora, in guardia!

Difenditi, ragazzo!

(Si battono)

PAGGIO -

(Venendo avanti)

Oh, Dio! Si battono!

Si battono. Vado a chiamar le guardie.

(Esce)

PARIDE -

(Cadendo colpito)

Oh, son ferito! Shai piet di me,

scoperchia questa tomba,

mettimi gi a giacere con Giulietta!

(Muore)

ROMEO -

Lo far Ma chio veda questa faccia

(Sinchina sul cadavere)

pi da presso Il parente di Mercuzio,

il Conte Paride!

Che mi diceva il mio servo per via,

mentre cavalcavamo a questa volta

che l per l la mia mente turbata

non mi fece capire troppo bene?

Credo proprio dicesse che Giulietta

sarebbe andata sposa a questo Paride

O non ha detto questo? Avr sognato?

O son io che son pazzo a pensar questo,

sentendolo parlare di Giulietta?

Dammi la mano, tu, che, come me,

fosti segnato nellamaro libro

della sventura! Ti seppellir

in una tomba splendida Una tomba?

(Scoperchia la tomba, scopre il corpo di Giulietta)

Che dico, no! Una cupola di luce,

giovane ucciso, perch in questo luogo

giace Giulietta, e la bellezza sua

di questa oscura cripta fa una sala

perennemente illuminata a festa!

Morto, mettiti dunque l a giacere,

per la mano dun uomo ch gi morto.([121])

(Depone il corpo di Paride nella tomba,

poi si ferma a mirare quello di Giulietta)

Com vero che gli uomini, morendo,

hanno un fugace tratto di letizia:

uno sprazzo, che quelli che li vegliano

soglion chiamare il lampo della morte.

Oh, ma possio chiamare questo tuo

soltanto un lampo? Amore mio, mia sposa!

La morte che ha succhiato tutto il miele

del tuo fiato, non ha ancor trionfato

di tua belt, non tha ancor conquistata!

Ancor sulle tue labbra e le tue guance

risplende rosea la gloriosa insegna

della bellezza tua: su te la Morte

non ha issato il suo pallido vessillo

Tebaldo, tu che te ne stai l in fondo

nel tuo bianco lenzuolo insanguinato,

qual maggiore tributo posso renderti

che spezzare con questa stessa mano

che ha spezzato la tua giovane vita

quella delluomo che ti fu nemico?

Perdonami, cugino! O mia Giulietta,

perch sei tanto bella ancora, cara?

Debbo creder che palpita damore

limmateriale spettro della Morte?

E che quellaborrito, scarno mostro

ti mantenga per s qui, nella tenebra,

perch vuol far di te la propria amante?

Per tema, io resto qui con te, in eterno;

e pi non lascer questa dimora

della notte, qui, qui, voglio restare

insieme ai vermi, tue fedeli ancelle,

qui fisser leterno mio riposo,

qui scroller dalla mia carne stanca

il tristo giogo delle avverse stelle.

Occhi, miratela unultima volta!

Braccia, carpitele lestremo amplesso!

E voi, mie labbra, porte del respiro,

suggellate con un pudico bacio

un contratto dacquisto senza termine

con leterna grossista ch la Morte!

Vieni, amarissima mia scorta, vieni,

mia disgustosa guida. E tu, Romeo,

disperato nocchiero, ora il tuo barco

affranto e tormentato dai marosi

scaglia contro quegli appuntiti ronchi

a sconquassarsi Ecco, a te, amor mio!

(Beve la pozione)

O fidato speziale! Le tue droghe

sono davvero rapide deffetto

Cos, in un bacio, io muoio

(Bacia Giulietta, si accascia e muore)

Entra, dallaltra parte del cimitero, FRATE LORENZO, con una lanterna, una leva e una vanga

FRATE LORENZO -

San Francesco massista! Quante volte

stanotte questi vecchi piedi miei

si sono incespicati nelle tombe!

Chi l?

BALDASSARRE -

Un amico che ben ti conosce.

FRATE LORENZO -

(Riconoscendo Baldassarre)

Che Dio ti benedica! Dimmi un po,

che cos quella fiaccola laggi

che presta invano la sua luce ai vermi

e ai teschi vuoti docchi? A veder bene

arde nella cappella Capuleti.

BALDASSARRE -

S, padre santo, e l il mio padrone,

uno cui voi volete molto bene.

FRATE LORENZO -

Chi ?

BALDASSARRE -

Romeo.

FRATE LORENZO -

Da quanto tempo l?

BALDASSARRE -

Sar pi di mezzora.

FRATE LORENZO -

Andiamo insieme verso quella cripta.

BALDASSARRE -

No, padre, io non oso.

Il mio padrone non sa che sto qua,

ci sto contro suo ordine;

mha minacciato perfino di morte

se avesse visto che fossi rimasto

a spiar quello che intendeva fare.

FRATE LORENZO -

Allora resta qui. Ci andr da solo.

Mi sta arrivando una grande paura.

Oh, temo qualche cosa dassai brutto!

BALDASSARRE -

Mentre dormivo sotto questo tasso,

ho visto come in sogno il mio padrone

battersi con un altro, e luccideva.

FRATE LORENZO -

(Avvicinandosi al sepolcreto)

Romeo! Ahim, ahim, che sangue questo,

sulla soglia di pietra del sepolcro?

Che sono queste spade insanguinate,

abbandonate, l, sul pavimento,

in questo luogo di pace?

(Entra nel sepolcreto)

Oh, Romeo!

Oh, com tutto pallido! E questaltro?

Come! Anche Paride? Intriso di sangue?

Ah, quale sciagurato contrattempo

reo di questa sorte sciagurata!

La ragazza si muove

GIULIETTA si sveglia e sorge in piedi

GIULIETTA -

Oh, Fra Lorenzo!

Che conforto vedervi! E il mio signore?

Dov? Ricordo bene adesso il luogo

dove dovevo trovarmi per lui

e mi trovo Ma il mio Romeo dov?

(Rumori da dentro)

FRATE LORENZO -

Sento qualche rumore Vieni fuori,

figliola mia, da quel nido di morte,

di contagio e di sonno innaturale.

Un potere, cui non possiamo opporci

perch a noi superiore,

ha contrastato il nostro piano. Vieni.

Tuo marito l, morto sul tuo petto;

e Paride con lui. Andiamo, vieni.

Penser io a procurarti asilo

fra una comunit di pie sorelle.

Non indugiarti a far domande adesso,

sta venendo il guardiano. Vieni, andiamo,

Giulietta, non mi far trovare qui.

GIULIETTA -

Va, va Va pure, tu: io resto qui.

(Esce Frate Lorenzo)

E questa che cos? Tra le sue dita

stringe una fiala il mio fedele amore?

(Prende la fiala dalla mano di Romeo)

Veleno! stato questo la sua fine.

Cattivo! Lhai bevuto fino in fondo,

senza lasciarmene una goccia amica

che mavrebbe aiutato!

Bacer le tue labbra: c rimasto

forse un po di veleno, a darmi morte

come per un balsamico ristoro.

(Lo bacia)

Come son calde ancora le tue labbra!

(La voce di un guardiano, da dentro)

GUARDIANO -

Facci strada, ragazzo. Da che parte?

GIULIETTA -

Ah, dei rumori Allora non c tempo!

(Vede il pugnale di Romeo, lo sfodera)

Pugnale benedetto! Ecco il tuo fodero

(Si colpisce al petto)

qui dentro arrugginisci,([122]) e dammi morte!

(Cade sul corpo di Romeo e muore)

Entra il PAGGIO di Paride con alcune GUARDIE

PAGGIO -

Quello il luogo; dove arde quella torcia.

1a GUARDIA -

Diamine, qui per terra c del sangue.

Andate attorno per il cimitero,

e chiunque trovate, ammanettatelo.

(Escono alcune guardie)

Oh, pietoso spettacolo!

Qui giace ucciso il conte e qui Giulietta,

tutta intrisa di sangue, ancora calda

appena morta ed erano due giorni

chera stata sepolta in questa cripta.

Bisogna subito avvertire il Principe!

Qualcuno corra a casa Capuleti!

Qualche altro dai Montecchi!

Altri si diano a cercare qua intorno.

(Escono altre guardie)

Noi vediamo il terreno sopra il quale

son caduti questi pietosi frutti,

ma il terreno([123]) sul quale maturarono

queste commiserevoli sventure

non ci sar mai dato di scoprirlo,

senza conoscerne le circostanze.

Rientrano alcune GUARDIE con BALDASSARRE

2a GUARDIA -

Ecco, questo il valletto di Romeo.

Labbiam trovato qui, nel cimitero.

1a GUARDIA -

Trattenetelo fin che giunga il Principe.

Entra unaltra GUARDIA con FRATE LORENZO

3a GUARDIA -

Qui abbiamo un frate: non fa che tremare,

piangere disperato e sospirare.

Gli abbiamo sequestrato questi arnesi,

una leva di ferro ed una zappa,

mentre usciva di qua dal cimitero.

1a GUARDIA -

grave indizio: fermate anche il frate.

Entra il PRINCIPE col seguito

PRINCIPE -

Qual malanno s alzato cos presto

da strapparci al riposo mattutino?

Entrano il VECCHIO CAPULETO,

MONNA CAPULETI e altri

CAPULETO -

Che diavolo sar mai capitato

da farli urlare cos per la strada?

MONNA CAPULETI -

Son tutti riversati per le strade,

e gridano: Romeo, Giulietta, Paride,

e tutti corrono, con gran clamore,

verso il nostro sepolcro di famiglia.

PRINCIPE -

(A una Guardia)

Che sono queste grida di terrore

che fanno trasalire i nostri orecchi?

1a GUARDIA -

Mio sovrano, l giace il conte Paride

assassinato; e Romeo, morto anchesso;

e Giulietta, che pure era gi morta,

appena uccisa adesso, ancora calda

PRINCIPE -

Cercate, investigate, interrogate,

e sappiate spiegarci da che viene

questa terribile carneficina.

1a GUARDIA -

Qui c un frate con luomo di Romeo,

ed avevano in mano gli strumenti

adatti a scoperchiare queste tombe.

CAPULETO -

Oh, cielo! Moglie, vedi come sanguina

la nostra creatura! Questa daga

(Estrae il pugnale dal petto di Giulietta)

ha sbagliato bersaglio perch, guarda:

il suo fodero vuoto, eccolo l,

sul dorso del Montecchi per errore

ch andata a porsi in seno a nostra figlia.

MONNA CAPULETI -

Ahim, questo spettacolo di morte

una campana, che rintocca funebre

alla vecchiaia mia la via al sepolcro.

Entra il MONTECCHI con altri

PRINCIPE -

Vieni, Montecchi: alzato innanzi tempo

per contemplare il tuo figlio ed erede

coricato per sempre, innanzi tempo.

MONTECCHI -

Ahim, mia moglie morta questa notte,

mio signore e sovrano.

La pena per lesilio di suo figlio

le ha fermato il respiro.

Quale altra disgrazia ancor congiura

contro la mia vecchiaia?

PRINCIPE -

(Indicandogli il corpo di Romeo)

Eccola, guarda!

MONTECCHI -

(Al corpo di Romeo)

Oh, screanzato figlio!

Che maniere son queste?

Precedere tuo padre nella tomba!

PRINCIPE -

Sigilla ancora per un po la bocca

al dolore, finch sia fatta luce

su queste circostanze poco chiare,

e ne siano accertate la cagione

loccasione ed il loro accadimento.

Dopo sar io stesso per il primo

a prender parte a questo tuo cordoglio

e ad esserti compagno nel compianto

fino alla morte. Ma per ora frenati,

e fa che la sventura per un poco

sia schiava della tua sopportazione.

(Alle guardie)

Fate venire avanti gli indiziati.

FRATE LORENZO -

Il maggiore di tutti sono io:

il pi sospetto, quanto il men capace

di perpetrare un tale orrendo crimine.

Ma lora e il luogo son contro di me.

Eccomi dunque pronto ad accusarmi

e a discolparmi di quello che in me

sia degno di condanna e di discolpa.

PRINCIPE -

Ebbene avanti, di quello che sai.

FRATE LORENZO -

Brevemente, perch il mio fiato corto

per tediarvi con un racconto lungo.

Dunque, Romeo, che qui vedete morto,

era lo sposo di quella Giulietta,

e lei, l morta, di Romeo la sposa.

Li congiunsi io stesso in matrimonio.

Ma il giorno delle lor segrete nozze

fu lultimo del giovane Tebaldo;

e limmatura fine di costui

provoc il bando del novello sposo

da Verona; e per lui, non per Tebaldo

Giulietta stata tutto il tempo a piangere.

(Al Capuleti)

Voi, per rimuover da lei lassedio

di quel dolore, lavete promessa,

e lavreste voluta maritare

contro sua volont al Conte Paride.

Ella venne da me tutta sconvolta

a scongiurarmi di trovarle un mezzo

che potesse sottrarla in qualche modo

a questo suo secondo matrimonio;

altrimenti, mi disse, ellera pronta

ad uccidersi l, nella mia cella.

Le diedi allora - confortato in questo

dalla mia esperienza -, una pozione

che potesse servirle da narcotico,

ed ebbe infatti leffetto voluto,

perch diede al suo stato soporifero

la somiglianza di morte reale.

Intanto scrissi subito a Romeo,

sollecitandolo a venire qui

in quella stessa sciagurata notte,

per aiutarmi a trarla dalla tomba,

in cui sera precariamente posta,

al cessar dellazione del narcotico.

occorso, invece, per nostra disgrazia,

che la persona da me incaricata

di recare il messaggio, Fra Giovanni,

fosse fermato qui da un incidente,

e ritornasse solo ieri notte

da me, a riconsegnarmi quella lettera.

Sicch son qui venuto tutto solo

al previsto momento del risveglio

per trarla fuori dal suo sepolcreto

con lintenzione di occultarla meco

nella mia cella, fin che avessi avessi avuto

il destro davviarla come meglio

al suo Romeo. Ma giunto in questo luogo,

qualche minuto prima del risveglio,

ho trovato giacenti a terra, morti,

il nobil Paride e il fido Romeo.

Intanto la ragazza si destava,

ed io la supplicai di venir via

e sopportar con pia rassegnazione

la volont del cielo; in quellistante,

un rumore mi fece allontanare,

per subita paura, dalla tomba,

ed ella, in preda alla disperazione,

si rifiut di venir via con me,

e, come pare, si tolse la vita.

Questo tutto chio so. La sua nutrice

sa del suo matrimonio clandestino.

Ora, se per mia colpa in tutto questo,

potuto accader qualche sciagura,

si sacrifichi la mia vecchia vita

al pi severo rigor della legge:

sar solo un anticipo di ore

alla sua naturale conclusione.

PRINCIPE -

Ti abbiamo sempre conosciuto tutti,

frate, per un santuomo, quale sei.

Ma dov quel valletto di Romeo?

Che cosa ci pu dire lui di ci?

BALDASSARRE -

Questo: ho recato io al mio padrone

lannuncio della morte di Giulietta;

ed egli part subito da Mantova,

cavalcando, diretto a questo luogo;

s, dico, a questo stesso sepolcreto.

Qui mi ordin di portare a suo padre,

lindomani mattina, questa lettera;

poi, prima di calarsi in questa cripta,

mi minacci di morte, addirittura,

se non mi fossi allontanato subito

e non lavessi lasciato l solo.

PRINCIPE -

Dammi la lettera. La voglio leggere.

Ed il paggio di Paride dov?

Il PAGGIO si fa avanti

Ragazzo, che faceva in questi luoghi

il tuo signor padrone?

PAGGIO -

Era venuto a cospargere fiori

sulla tomba della sua donna amata,

e mordin di starmene a distanza;

ci chio feci. Ma dopo poco tempo,

venne un uomo con una torcia n mano

ad aprire la tomba. Il mio padrone

subito gli si avventa con la spada,

ed io son corso a chiamare le guardie.

PRINCIPE -

(Che intanto la letto la lettera di Romeo al padre)

Questa lettera rende ampia ragione

a quanto ha detto il frate

sulla storia del loro matrimonio,

ed accenna altres alla notizia

della morte di lei; e qui egli scrive

anche come abbia fatto a procurarsi

un veleno da un povero speziale

e come sia venuto a questa tomba

con la ferma intenzione di morire

e di giacersi al fianco di Giulietta

Ebbene, dove son questi nemici?

Capuleti! Montecchi! Ecco, vedete

da qual flagello colpito il vostro odio.

Il cielo s servito dellamore

per uccidere a ognuno di voi due

le rispettive gioie.

Ed io, per aver troppo chiuso gli occhi

sulle vostre contese, son privato

di violenza di due cari parenti.

Siamo puniti tutti!

CAPULETO -

(Al Montecchi)

O fratello Montecchi, qua la mano.

E sia questa la dote di mia figlia,

ch davvero di pi non posso chiedere.

MONTECCHI -

Ma di pi possio darti: un monumento

che a lei far innalzare, doro fino,

cos che alcuna immagine nel mondo,

finch duri la fama di Verona

sia tenuta da tutti in maggior pregio

di quella della pura ed innocente

e fedele Giulietta.

CAPULETO -

Ed in non meno ricco simulacro

star Romeo accanto alla sua sposa:

povere vittime sacrificali

entrambi dellinimicizia nostra.

PRINCIPE -

Una ben triste pace

quella che ci reca questo giorno.

Questoggi il sole, in segno di dolore,

non mostrer il suo volto, sulla terra.

Ed ora andiamo via da questo luogo,

per ragionare ancora tra di noi

di tutti questi tristi accadimenti.

Per essi, alcuni avranno il mio perdono,

altri la loro giusta punizione;([124])

ch mai vicenda fu pi dolorosa

di questa di Giulietta e di Romeo.

FINE


([1]) star-crossed: contrastati da (maligna) stella.

([2]) Il testo ha semplicemente: what here you shall miss, dove here si riferisce allangustia degli spazi e dei mezzi della rappresentazione scenica, che non pu raffigurare fisicamente tutto il corso degli eventi.

([3]) Con questa scena in apertura del dramma, e con tutta una sequenza di quibbles, giochi di parole e doppi sensi, affidata al dialogo tra questi due personaggi secondari, Shakespeare crea subito latmosfera di rugginosa rivalit e grossolana gradasseria che dar luogo tra poco allo scontro armato.

Sansone, servo dei Capuleti, uscendo da casa dice al collega: Well not carry coal, letteralm. Non porteremo carbone, frase idiomatica per Non sopporteremo provocazioni (pensa gi allo scontro con gli uomini dei Montecchi). La frase in italiano non ha senso, ma s dovuta rendere cos, come han fatto tutti gli altri curatori. Il Carcano (Hoepli, 1875) ripreso dal Chiarini (Sansoni, Firenze, 1939) traduce: Pagheremo a misura di carbone. Non ha molto senso nemmeno questa, ma labbiamo adottata, in mancanza di meglio.

([4]) Gregorio risponde: No, for then we should be colliers. Colliers facchini; ma Sansone intende choler, collera, e risponde: Se montiamo in collera, sfoderiamo. Laltro prende a sua volta choler per collar, collare, il sottogola che aveva il costume dellepoca, e dice: Se dici Quando siamo nel collare sfoderiamo il collo, non dici niente di nuovo, perch cosa del tutto naturale che il collo stia nel collare.

([5]) I will take the wall: to take the wall (of a person) frase idiomatica per prendere la destra (la posizione del pi importante camminando) o prendersi il privilegio di camminare lungo il muro, come nella parte pi sicura e pulita della strada. (Si ricordi il Fate luogo! del giovane Lodovico, il futuro Fra Cristoforo dei Promessi Sposi).

([6]) being the weaker vessel: vessel, vaso, termine di risonanza biblica, per la cui dottrina il corpo il vaso contenitore dellanima.

([7]) Sansone il tipo del soldato smargiasso di stampo plautino cui si addice il linguaggio scurrile: qui gioca coi termini maid, vergine, head, testa e la parola composta dai due: maidenhead, verginit (I will cut the heads of the maids, or their maidenheads, Taglier le teste alle vergini o le loro verginit). Si cercato di rendere alla meglio il bisticcio prendendo a prestito dal Lodovici lassonanza testa/ festa.

([8]) Il gesto di mettersi il pollice in bocca (to bite the tumb) e farlo schioccare era considerato grave insulto.

([9]) Is the law on our side?, letteralm.: la legge dalla nostra parte?.

([10]) Il testo ha: The grove of sycamore; ma il sicomoro albero africano, e non pu crescere alle porte di Verona. La geografia, si sa, non era il forte di Shakespeare.

([11]) In questo scambio tra Benvolio e Romeo c un gioco di doppi sensi impossibile a rendere. Benvolio ha chiesto: Dimmi, seriamente (Tell me in sadness), dove sadness sta per seriet; Romeo la prende per laltro significato di tristezza e risponde come se Benvolio gli avesse detto: Dimmi, con tristezza.

([12]) Continua il bisticcio di parole tra i due, questa volta sul doppio senso di ill, che Romeo usa prima come avverbio nel senso di a sproposito, poi come aggettivo, nel senso di malato, infermo (A word ill urged to one that is so ill).

([13]) Tutto questo discorso del servo analfabeta, incapace di leggere i nomi della lista che gli ha dato il padrone (il quale strano che ignori questa deficienza del servo) un esempio di quella melensa, ma spesso sentenziosa, comicit che Shakespeare si diverte a dare a personaggi minori con levidente scopo di spezzare la seriet del dramma e strappare al pubblico una risata.

([14]) Benvolio, per contrasto a Romeo e agli altri giovani della vicenda, irruenti e sempre pronti ad attaccar briga, il giovane posato e giudizioso, pacifico e prodigo di buoni consigli.

([15]) Romeo fa dellamara ironia: la piantaggine unerba detta anche palatana serve a fare impacchi e a lenire dolori superficiali.

([16]) In italiano nel testo, cos come i due Signor successivi (siamo in Italia).

([17]) Il festino consisteva in una cena, seguita da un ballo in maschera. Se la Rosalina cui si accenna qui, e che indicata dal Capuleti nella lista degli invitati come mia nipote, la stessa di cui parler Frate Lorenzo nella 3a scena del II atto, essa la cugina di Giulietta. Nessuno se nera accorto?

([18]) These transparent heretics: questi eretici trasparenti, i cristallini (la parte per il tutto: gli occhi). Gli eretici venivano mandati al rogo (autodaf).

([19]) Qui nel testo c un bisticcio, intraducibile, tra il fourteen, quattordici dei denti, e il four e teen, dove teen non pi suffisso per dieci, ma dolore.

([20]) Lammas Eve: la vigilia del 1o agosto la chiesa dInghilterra celebrava la festa del raccolto: pagnotte di pane, fatte col grano del primo raccolto, venivano consacrate.

([21]) Marry, that marry is the very theme / I came to talk of: altro bisticcio dimpossibile resa in italiano. Il primo Marry linteriezione esclamativa per la Vergine Maria, il secondo maritare, maritarsi, prender marito.

([22]) Testo: And what obscurd in this fair volume lies / written in the margent of his eyes. Per la madre di Giulietta, Paride un libro nel quale la fanciulla invitata a leggere: donde limmagine del margine bianco nel quale si scrivono le chiose a commento del testo. Questo margine sono, figurativamente, gli occhi di Paride, che, secondo la gentildonna Montecchi, potranno dire alla fanciulla tutto quello che non hanno potuto laspetto e le parole.

([23]) Prosegue il traslato Paride-libro: Monna Capuleti dice che il giovane Paride un libro damore non ancora rilegato, che diverr pi bello una volta legato (altra metafora) in matrimonio con la figlia.

([24]) And it is much pride for fair without the fair within to hide: frase di significato oscuro (il Pope definisce ridicolo tutto questo sproloquio della madre di Giulietta), il cui senso pi probabile sembra questo: una cosa bella di fuori si abbellisce di pi con quel che di bello contiene dentro; il pesce, di per s bello, diviene pi bello per la bellezza del mare, suo contenitore.

([25]) I Tartari di Gengis Khan usavano dipingere il legno dei loro archi con diversi colori.

([26]) Well measure them a measure and be gone: bisticcio sul doppio senso di measure, che vale metro, misura, e la danza misura, di ritmo lento, detta anche pavana in voga alla corte di Elisabetta. (cfr. per lo stesso uso, in Tanto trambusto per nulla, II, 1, 62-63: the wedding, mannerly modest, as a measure: le nozze, misurate e contenute come la pavana).

([27]) Doppio quibble sulle parole heavy e light. ROMEO dice: Pesante come sono(Being but heavy) porter il leggero (I will bear the light); ma heavy significa anche col cuore pesante, triste, e light, sostantivo, luce (la luce della torcia che egli chiede di portare).

([28]) Testo: Borrow Cupids wings / And soar with them a common bound: passo oscuro, variamente interpretato. Il Baldini intende common bound per sorte comune, comune destino. Pu darsi che Mercuzio usi bound per legame e dica, pi argutamente: Fatti prestare le ali da Cupido e, alla sua barba, con quelle salta oltre il legame che egli timpone. Ma quel che Shakespeare abbia voluto intendere con questa frase, non lo sapremo mai.

([29]) Lallusione di Mercuzio fin troppo evidente, se si sostituisce il tuo amore con la tua donna.

([30]) Cio una maschera. La mascherata alla fine del banchetto serale era duso nellInghilterra elisabettiana. Le maschere, abbigliate nei modi pi stravaganti, entravano in sala e partecipavano alle danze coi commensali.

([31]) Per ballare. Ma il senso della frase controverso. Il Carcano intende: Ciascuno badi alle sue gambe; il Rusconi: Ciascuno sia pronto a darsela a gambe; altri: Ognuno si raccomandi alle sue gambe eccetera.

([32]) Circonlocuzione leziosa e artificiosa per dire: Cerca di capire le nostre buone intenzioni. Sta in esse il senso che i nostri scherzi forse nascondono.

([33]) Qui c il solito quibble sul doppio senso della parola lie, verbo, che significa giacere (a letto), e mentire; MERCUZIO dice di aver sognato che i sognatori spesso mentiscono (dreamers often lie). ROMEO prende lie per stanno a letto e risponde: S, stanno a letto a dormire, e a sognar cose vere (In bed asleep, while do dream things true).

([34]) Mercuzio come la Nutrice un personaggio creato di peso da Shakespeare. Dalle fonti ha tratto forse solo il nome: il Marcuccio della novellistica italiana. Questi giovani della buona borghesia elisabettiana dei quali egli un ritratto allievi di buoni retori, erano, in certo modo, dei retori essi stessi, sempre inclini ad esprimere i loro sentimenti nella forma leziosa e artificiosa del parlare eufuistico.

([35]) La Regina Mab , secondo la leggenda, la fata dei sogni, colei che ha il potere di far partorire i sogni dalla mente degli uomini. Perci detta fata-levatrice: levatrice del parto onirico.

([36]) Al tempo di Shakespeare era il cittadino eletto alla carica di vice-sindaco (il padre del poeta lo era stato).

([37]) With a tithe-pigs tail: la decima (tithe) era uno dei benefici ecclesiastici dovuti dai cittadini per il mantenimento della parrocchia, che al tempo di Shakespeare aveva anche giurisdizione amministrativa; consisteva nella consegna della decima parte del prodotto agricolo. Era integrata dalla congrua, da parte dello Stato, qualora il suo gettito non fosse sufficiente ad assicurare il funzionamento della parrocchia.

([38]) Non c nessun tamburo, come molti hanno inteso. Strike drum espressione del gergo teatrale, con la quale uno degli attori, al termine duna scena, si rivolgeva al regista (Stage Manager) per avvertirlo che era il momento di mutare scena.

([39]) Palmieri (palmers) erano chiamati i pellegrini che si recavano in Terrasanta. Chiamansi palmieri in quanto vanno oltremare, l onde molte volte recano la palma (Dante, Vita Nova, XI).

([40]) Non nel testo.

([41]) Non nel testo.

([42]) Turn back, dull earth, and find thy centre out: Romeo paragona qui se stesso al pianeta Terra che, secondo il sistema tolemaico, al centro delluniverso; e il suo scostarsi dal luogo dov Giulietta, un tralignare della Terra dal suo luogo naturale, rompendo larmonia delluniverso.

([43]) Allusione ad Adam Bell, leggendario arciere, assai popolare per la sua bravura, celebrato in ballate popolari (cfr. anche Tanto trambusto per nulla, I, 1, 224: and he that hits me, let him clappd on the shoulder and calld Adam

e a chi sar s bravo da colpirmi,

date una bella pacca sulla spalla

e proclamatelo novello Adamo)

([44]) Allusione ad una leggenda popolare secondo cui Coftua, un re africano, sinnamor duna mendicante chiamata Penelope e la spos. La ragazza, il giorno delle nozze, tra la meraviglia di tutti, assunse i modi e lincedere duna gran dama.

([45]) Benvolio, al contrario di Mercuzio, sa che Romeo della Rosalina non pi innamorato.

([46]) Poperin pear: Poperin era una zona delle Fiandre, presso Ypres, dove pare crescesse un tipo di pera assai grossa e oblunga, quasi un cetriolo, che gli inglesi importavano. Limmagine, piuttosto scurrile, quella della pera grossa e puntuta che entra tra i lobi della nespola aperta. E alla nespola erano paragonate ironicamente le zitelle, perch quel frutto, per essere gustato, ha bisogno di stagionatura tra la paglia, and it is eaten only when decayed.

([47]) Giulietta, come tutte le fanciulle vergini, sacerdotessa di Diana, la dea della luna; ma della luna essa secondo Romeo pi bella e luminosa, perci la luna la invidia.

([48]) This tassel-gentle: Tassel-gentle era il nome che si dava al falco maschio (tercel male hawk) nellantica falconeria. Il nome terziolo, dal latino tertiolius, deriva probabilmente dal fatto che il falco maschio era di un terzo pi piccolo della femmina; o forse perch esso uno dei tre della nidiata, due dei quali sono femmine.

([49]) Eco, la ninfa figlia dellaria (donde laggettivo airy che Giulietta d alla sua voce), condannata da Giunone a ripetere le ultime parole dei discorsi che le si rivolgevano. Innamorata di Narciso ma da questi non ricambiata, se ne and a vivere in orridi antri, finch le sue ossa non si mutarono in pietra, e di lei non rimase nullaltro vivo che la voce.

([50]) Trovo Titans fiery wheels su tutti i testi; ma si tratta verosimilmente di Titone (Tithonus), il marito di Eos, lAurora. Le infuocate ruote son quelle del carro di Eos, che, trainato da cavalli bianchi e rossi, apre le porte del giorno. (Cfr. Omero, Iliade (V. Monti), XI, 1-2:

Dal croceo letto di Titon lAurora

sorgea la terra illuminando e il cielo;

e anche Bandello, Canzoniere:

Allorch di Titon la bella Aurora

esce partendo dallalbergo fora;

anche: Lorenzo il Magnifico, Selve damore, II, 19-20:

Oh, che bellalba! O Titon vecchio, allora

abbiti senza invidia la tua Aurora!).

([51]) O, she knew well/Thy love did read by rote, that could not spell: senso: era un amore da libro, non da cuore.

([52]) Allusione al Gatto Tebaldo (in antico francese Tibert, inglese Tybalt) dellantica favola francese Le Renard.

([53]) The courageous captain of compliments: qui compliments usato in senso ironico di gesto di dare gentilmente qualcosa che fa male, la finta della scherma che d la stoccata.

([54]) Dei vari gradi delloffesa, la causa dello scontro duellistico secondo il codice cavalleresco, Shakespeare dar una dettagliata spiegazione, in chiave satirica, per bocca del personaggio Petraccia (Touchstone) nella 4a scena del V atto di Come vi piaccia, vv. 52-69.

([55]) Ah, the immortal passando! The punto reverso! The hay!. Mercuzio continua a far sfoggio del gergo della duellistica del tempo: il passando il colpo di spada dato spingendo il corpo in avanti (affondo); il punto reverso la stoccata con mossa del braccio allindietro (rovescio); Hay! la tipica esclamazione del duellante che ha toccato lavversario.

([56]) Grandsire: Benvolio, nel dramma, rappresenta la ragione calma e serena, lindole seria e pacata del vecchio.

([57]) Qui c un tipico quibble shakespeariano, che scoraggia qualsiasi traduttore. MERCUZIO, parlando dei giovani infanatichiti della moda francese - dei quali tutta la sua tirata una satira -, dice: These who stand so much on the new form, that they cannot seat at ease on the old bench, e si riferisce al nuovo vezzo degli zerbinotti inglesi dindossare, alla moda francese, delle braghe (forms) tanto larghe e gonfie, da non poter star seduti a loro agio su una comune panchina. Lo spirito della battuta sta nel doppio significato della parola form, che vale modo, e panca.

([58]) Bon, bon il tipico intercalare francese, del quale i giovani dandies elisabettiani facevano uso e abuso, come delle braghe, del pardonnez-moi e di altri modi oltre-Manica.

([59]) uno dei giochi di parole pi indiavolati. MERCUZIO, giocando sulla stessa parola Romeo, dopo che Benvolio ha pronunciato due volte questo nome, nel veder giungere il giovane amante tutto sparuto e pallido per linsonne nottata, dice che Romeo arriva senza il suo RO (without his roe); ma non dice RO, dice roe, che ha la stessa pronuncia, ma che significa linsieme delle uova di un pesce: e un pesce senza le uova un pesce secco; donde limmagine dellaringa disseccata. Ma se si toglie RO a Romeo resta me-o, e, per metatesi, o-me, che vale Ohim, il lamento di chi ha una pena al cuore.

([60]) Altro fulminante pun di Mercuzio, basato sul doppio significato di slip, che vale scomparsa, scomparire allimprovviso, ma anche moneta falsa di ottone ricoperta doro o dargento, quel che si dice una patacca. Egli dice a Romeo: You gave us a counterfeit fairly last night, Tu ci hai dato una bella fregatura la notte scorsa; ma la frase vale egualmente: Tu ci hai mollato una moneta falsa, una patacca. Al che Romeo: Quale patacca?, e Mercuzio: Eclissandoti improvvisamente, oppure: La patacca, la patacca!.

([61]) Chiappe per terga: se ne deve andare insalutato ospite?

([62]) Qui il bisticcio basato sul doppio significato di pink, che vale arnese a punta con cui si pratica un foro, e fiore in generale (garofano in particolare).

([63]) Continua il botta-e-risposta tra i due: qui si gioca su sole, che come sostantivo vale suola, e come aggettivo vale unico, solo e anche single, senza compagnia.

([64]) If your wits run the wild-goose chase: Wild-goose chase era chiamata la corsa sfrenata di due cavalli, con cavaliere in sella, legati da una lunga cavezza, in cui luno era costretto a seguire laltro, come questo prendesse la testa. Il nome preso dal volo delle anatre selvatiche, che seguono in volo lanatra pilota. Il cavaliere che prendeva la testa cercava di cacciarsi nel terreno pi accidentato, dove laltro avesse pi difficolt a seguirlo. La metafora di Mercuzio la corsa sfrenata alla ricerca di frizzi e arguzie.

([65]) Non avresti i denti non nel testo.

([66]) Against the hair, contro il verso del pelo, cio contro il verso giusto del discorso; o anche, come intende qualcuno (Chiarini), contro il mio carattere.

([67]) Lintreccio di omofonia e di doppi sensi su cui gioca qui il testo inglese pu solo essere annotato. Mercuzio dice: Tu vuoi chio tagli il mio racconto (my tale) contropelo; Romeo ripete il tale, ma in modo che il pubblico intenda tail, coda; Mercuzio dice: doccupare pi a lungo il mio arnese (argument), e Romeo usa gear (sinonimo di argument) per indicare la Nutrice che arriva. Un rovello, che fa sempre chiedere come facesse lo spettatore elisabettiano a capirlo a volo dalla voce di un attore!

([68]) Il sottinteso senso lubrico nei termini usati da Mercuzio (oscena, asta, mezzogiorno) evidente. da immaginare che Mercuzio, nel dir questo, metta le mani addosso alla donna (come nel film di Zeffirelli); donde la sua reazione.

([69]) So, ho!: unesclamazione del gergo venatorio, del cacciatore che avverte di aver scovato la lepre. Sul motivo della lepre sono intonate le due battute successive e lo strambotto cantato da Mercuzio.

([70]) Figliola mia non nel testo, ma si capisce che linvocazione della Nutrice a Giulietta.

([71]) That would fain lay knife aboard: vedo quasi ovunque tradotto: si batterebbe volentieri per lei, che farebbe ridere un inglese, perch non affatto il senso di questa frase. To lay knife aboard frase idiomatica che significa semplicemente farsi avanti, o anche installarsi, che nel caso di specie, entrare nelle grazie, conquistare.

([72]) Il testo ha semplicemente as a ball, ma per il pubblico dellepoca non vera altra palla in movimento se non quella associata al gioco del tennis; come del resto fanno capire le successive parole di Giulietta.

([73]) Traduce linglese vanity nel senso, che ha anche il termine italiano, di incorporeit, mancanza di consistenza materiale (come in Dante, Inferno, VI, vv. 35-36:

e ponavam le piante

sopra lor vanit che par persona).

Frate Lorenzo parla di Giulietta innamorata, leggera perch trasformata dallamore in cosa tutta eterea, quasi immateriale.

([74]) Conceit more rich in matter than in words/ Bags of his substance, not of his ornament: circonlocuzione piuttosto artificiosa, e piuttosto incongrua sulla bocca di una fanciulla come Giulietta, per far dire a questa, in risposta a Romeo, che ogni parola non sarebbe bastante a dire la sua felicit, di tanto ne ricco il suo pensiero (conceit: per luso di questo termine nello stesso senso in Shakespeare, v. Il Mercante di Venezia, I, 1, 92: of wisdom, gravity, profound conceit:

di saggezza

di seriet, di pensare profondo).

([75]) Draws it on the drawer: il bisticcio tra draws (tira fuori la spada) e drawer (colui che caccia il vino dalla botte, il taverniere) cos risolto in italiano dal Carcano, alla sua maniera: lo trattan poi contro il trattore stesso).

([76]) O simple!: Mercuzio gioca sul doppio senso di simple. Benvolio gli ha detto che, se fosse litigioso come lui, chiunque, per il corrispettivo di un quarto dora, potrebbe comprarsi lintero feudo (the fee-simple) della sua vita; Mercuzio prende al volo quel simple, che vale anche sempliciotto.

([77]) Cio: segli fosse un tuo servo. Tebaldo ha detto: Here comes my man, ecco luomo che cerco, nel vedere giungere Romeo; ma my man significa anche il mio servo, e cos lo intende Mercuzio. I famigli delle case nobili si distinguevano per la foggia della livrea.

([78]) Il testo ha: Ah, la stoccata (in italiano) carries it away, Ah, la stoccata lo spazzer via!.

([79]) Tebaldo il nome del gatto della favola (v. sopra la nota n.52).

([80]) Era credenza popolare che i gatti avessero nove spiriti.

([81]) Cio afferrandola per lelsa, il cui guardamano era fatto a forma di orecchio.

([82]) And you should find me a grave man: la frase gioca sul doppio significato di grave, aggettivo, che vale grave, serio, e grave, sostantivo, che vale tomba.

([83]) Febo il sole e il suo alloggio lorizzonte oltre il quale esso dispare in un emisfero. Fetonte il mitico auriga del suo carro, suo figlio, che volle guidare i suoi cavalli, ma, incauto, non seppe reggerli, e nella pazza corsa, precipit sulla terra, nellEridano (il Po).

([84]) Il paragone con il basilisco - il favoloso mostro dagli occhi di fuoco che inceneriva chiunque guardasse - come strumento di morte frequente in Shakespeare.

([85]) Which modern lamentation would have moved: modern sta qui, come altrove in Shakespeare, per ordinario, comune a tutti (cfr. Come vi piaccia, II, 7, 156: modern istances; Tutto bene, V, 3, 214: modern graces).

([86]) Di pure morte! non nel testo, che ha semplicemente: Do not say banishment.

([87]) Queste esclamazioni sono da alcuni curatori attribuite a Frate Lorenzo.

([88]) Into so deep an O?: dentro un O cos profondo?; O - il nostro Oh! - unesclamazione di dolore: il verso sta per la causa che lo produce.

([89]) as that names cursed hand: cio, la mano di colui che porta quel nome.

([90]) Cio sar giorno.

([91]) Lallodola, come lo stesso Romeo dice pi sotto, chiamata luccello del mattino, il messaggero dellalba, perch il primo a cantare al primo crepuscolo del giorno.

([92]) Cio della luna. Cinzia, nella mitologia greca, il nome di Artemide (la Diana/Ecate dei Romani), la dea della luna, come il fratello, Apollo, il dio del sole.

([93]) Some say the lark makes sweet division/This doth not so, for she divideth us: quibble con la parola division che, come termine musicale vale variazione, elaborazione di un tema musicale, e come verbo (to divide) vale dividere, separare.

([94]) Era credenza popolare che negli occhi del rospo ci fosse un fondo di dolcezza, che non invece in quelli dellallodola; onde si diceva che se li fossero scambiati.

([95]) Il linguaggio ambiguo, esitante, contorto di Giulietta vuol rendere lo stato danimo della ragazza, di fronte alla madre e allidea, che questa le fa balenare, di Romeo avvelenato da un sicario di lei. Ella dice: Non sar soddisfatta finch non vedr Romeo morto, ma pronuncia quel morto con esitazione, s che, nella recitazione, la parola si leghi con la frase che segue, e tutto lo strano discorso suoni: Non sar soddisfatta finch non vedr Romeo morto il mio povero cuore per la perdita di un congiunto; e per congiunto ella non intende Tebaldo, suo cugino, ma Romeo, suo marito.

([96]) Cio: il tramonto di Tebaldo (la sua morte) sta provocando in te un acquazzone di lacrime, mentre quello del sole non provoca sulla terra che stille di rugiada.

([97]) On a hurdle: Hurdle si chiamava una specie di veicolo senza ruote, di solito una piattaforma fatta di rami intrecciati, sul quale venivano trascinati per le strade i condannati a morte.

([98]) green-sickness carrion: green-sickness la malattia, clorosi, che colpisce generalmente le femmine in et pubere, e d loro un grigio pallore.

([99]) la parafrasi del dogma cattolico dellindissolubilit del matrimonio, indissolubile se non con la morte del coniuge (Quos Deus conjunxit, homo non separet).

([100]) Locchio color verde-erba - si dice che Alessandro Magno ne avesse uno - era considerato attributo di estrema bellezza nelluomo come nella donna.

([101]) Cio che siano maledetti.

([102]) Cio il cuore e la mano.

([103]) Be not so long to speak, I long to die: bisticcio su long, che nella prima proposizione laggettivo lungo, nella seconda, il verbo non vedere lora.

([104]) Era antica credenza che la mandragola nascesse dalla putrefazione di cadaveri di malfattori giustiziati e che, divelta, emettesse uno stridio cos sinistro da far impazzire la gente che lo udisse.

([105]) The curfew bell hath rung: the curfew-bell era, precisamente, la campana che annunciava, la sera, lora del coprifuoco e al mattino la fine di questo.

([106]) Good Angelica: questo nome, che non compare pi, ha fatto sbizzarrire i commentatori. Secondo alcuni, si tratta di una delle domestiche; il che del tutto normale. Secondo altri si tratta invece del nome della stessa Monna Capuleti. Se cos fosse, per, sarebbe stato pi logico che la battuta seguente fosse stata messa in bocca alla Capuleti, non alla Nutrice; anche perch pi in tono con le battute successive.

([107]) You have been a mouse-hunt: sei stato un cacciatore di topi. I topi li caccia il gatto, normalmente di notte; e anche noi diciamo gattone ad un cacciator di gonnelle.

([108]) Alcuni testi omettono questa battuta di Paride siccome goffamente interpolata.

([109]) Confusions cure lives not in these confusions: il bisticcio di confusion che vale male e lamento, si cercato di risolverlo cos. Letteralmente : La cura della disperazione (male mentale) non risiede in codesti lamenti.

([110]) Il rosmarino era usato, per la sua forte e piacevole fragranza, nei funerali come nei matrimoni.

([111]) Qui c un diabolico bisticcio con la parola case. La NUTRICE dice: This a pitiful case, Questo un caso pietoso; il MUSICO prende case per scatola, contenitore, recipiente vuoto da riempire, quindi anche stomaco, e risponde: The case may be amended, Il vuoto pu esser rimediato; usando si noti il verbo to amend nel senso di ripristinare, usato in tal senso solo in architettura. S cercato di mantenere il bisticcio usando col Quasimodo il verso che ci ha lasciato un vuoto doloroso.

([112]) Hearts ease: si tratta come nota il Chiarini di un motivo popolare dellepoca, che si ritrova nella raccolta di canti popolari inglesi di William Chappell (Popular music of the olden times, a collection of the ancient songs, ballades and dance tunes, illustrative of the national music of England 1880).

([113]) Serving-creature: non servo, come intendono molti, ma servente (damerino).

([114]) Qui c un gioco, piuttosto melenso, sui vari sensi di note, to note, nota, notare, prender nota, e anche mettere in musica, che non val la pena di notare.

([115]) Cantino, Ribeca, Anima son tutti termini musicali. Shakespeare si diverte spesso (vedi i poliziotti di Tanto strepito per nulla; Sir Andrea e Sir Tobia nella Dodicesima notte, ecc. ecc.) ad affibbiare ai personaggi coi quali vuol far ridere il pubblico, cognomi e nomi attinenti al lor mestiere o alle loro connotazioni fisiche. Trattandosi di musici, i nomi son tratti dal vocabolario musicale: Cantino (Catling) la corda pi sottile del liuto e degli strumenti a corda; Ribeca (Rebeck) lo strumento ad arco tipico dei menestrelli; Anima (Sound-post) il piccolo cilindro di legno inserito verticalmente fra la tavola armonica e il fondo degli strumenti a corda, con la funzione di sostenere la pressione delle corde sul ponticello.

([116]) Well in here, tarry for the mourners: mourners non sono, come intendono alcuni (Baldini) i piagnoni o le lagrimanti a pagamento (non cerano n al tempo di Giulietta n a quello di Shakespeare), ma semplicemente: coloro che devono attendere alla cerimonia del funerale.

Tutto questo dialogo tra il melenso Pietro e i musicanti, in chiave comico-burlesca, il solito espediente di Shakespeare che, da buon drammaturgo, introduce sempre, a sollievo dello spettatore, nei momenti pi drammatici della vicenda, un intermezzo comico, pi o meno sapido, in bocca a personaggi minori.

([117]) My bosoms lord, parafrasi per lamore.

([118]) In Capels monument: Capel contrazione di Capulet, Capuleti.

([119]) Il testo non ha due (Hire posthorses dice Romeo); ma si sa che il servo parte con lui, se lo ritroviamo poi con lui nel sepolcro dei Capuleti.

([120]) Can vengeance be pursued further than death?, letteralm.: Pu la vendetta esser perseguita oltre la morte?; ma il crescere suggerito al traduttore dal dantesco:

Se tu non vieni a crescer la vendetta

di Montaperti.

(Inferno, XXXII, 81-82)

([121]) Romeo parla di se stesso come di un uomo gi morto (a dead man), perch in procinto di uccidersi.

([122]) There rust and let me die: alcuni testi hanno rest (rimani, riposa) in luogo di rust, arrugginisci.

([123]) We see the ground whereon these woes do lie;/But the true ground of all these piteous woes: Shakespeare non rinuncia, nemmeno nei momenti pi tragici, al gioco dei doppi sensi. Qui il bisticcio su ground che vale terreno, suolo, ma anche motivo, cagione. Il traslato del frutto preso in prestito dal Lodovici.

([124]) Ha dato motivo di ricerca storica il voler conoscere quali punizioni siano state inflitte ai responsabili della tragedia. Nelle fonti italiane da cui Shakespeare trasse la trama (Masuccio Salernitano: Il Novellino, novella XLIII; Luigi da Porto: Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti, con la loro pietosa morte intervenuta nella citt di Verona, nel tempo del Signor Bartolomeo della Scala; Matteo Bandello: Novelle) non v traccia. verosimile che il poeta si sia rifatto in ci al poema di Arthur Brooke, The tragical historye of Romeus and Juliet, written first in Italian by Bandell, and now in English by A. B., dove si trova che la Nutrice punita dal Principe con lesilio, per aver tenuto nascosto il matrimonio; lo speziale impiccato; il servo di Romeo scagionato perch obbed solo a un ordine del padrone; Frate Lorenzo inviato in un eremo. Del perdono concesso a questi personaggi cenno anche nella novella del Bandello, dove si accenna appena al perdono concesso ai frati e a Pietro).

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