Rossana Parla con Dio

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ROSSANA

PARLA CON DIO

Una commedia di

Corrado Vallerotti

Per contatti

corradovallerotti@yahoo.it

http://corradovallerotti.oneminutesite.it

Tel. 347.7224307

PERSONAGGI

IL MAESTRO

ROSSANA

LA VICINA

La scena si svolge a casa del Maestro. Un mobile con uno stereo. Un tavolo con delle sedie, un tavolino con un telefono. A destra la porta d’ingresso, a sinistra una porta che conduce nelle altre camere.

ATTO UNICO

PRIMO QUADRO

All’apertura del sipario si sente una musica a volume molto alto, il “Fidelio” di Beethoven. Il maestro, di spalle al pubblico, dirige una immaginaria orchestra.

Dopo un po’ si sentono dei colpi alla porta, il Maestro non ci fa caso. I colpi continuano sempre più forti.

ROSSANA: (Da fuori). C’è nessuno? Per favore aprite. Per favore. Ehi. Ho bisogno

                    d’aiuto. Vi supplico, aprite la porta. Per favore. Ho la macchina rotta.

                   (Il Maestro stizzito va ad aprire. Entra Rossana). La ringrazio. (La

musica alta le dà fastidio, rende difficile sentire). Mi si è rotta la macchina. Ha detto qualcosa? Non riesco a sentire bene con la musica

così alta. (Il Maestro va a spegnere la musica). Grazie. Così va meglio.

Spero di non disturbare. E’ che mi si è rotta la macchina poco lontano da

qua. E con questo buio. Poi ho visto la luce di casa sua e mi sono permessa di venire a bussare. Spero di non disturbare.

MAESTRO: Lo sa che cosa ha interrotto?

ROSSANA: Spero nulla di importante. E’ che come le dicevo mi si è rotta la

macchina e non sapevo come fare.

MAESTRO: Ed ha pensato bene di venire qui. A casa mia.

ROSSANA: Non ne ho visto altre.

MAESTRO: Infatti non ce ne sono.

ROSSANA: Sono stata fortunata allora a vedere le luci delle sue finestre da lontano.

MAESTRO: Purtroppo avevo dimenticato di chiudere le tende.

ROSSANA: Per fortuna.

MAESTRO: Per lei.

ROSSANA: Mi scusi, io non volevo crearle dei fastidi. Se ho interrotto qualcosa di

 importante ne sono davvero mortificata.

MAESTRO: Ha interrotto l’esecuzione del Fidelio.

ROSSANA: Il Fidelio?

MAESTRO: Beethoven. Lo conosce?

ROSSANA: Sì. Il musicista.

MAESTRO: Il musicista. Tutto qui?

ROSSANA: Come?

MAESTRO: Me lo liquida in questo modo? Il musicista.

ROSSANA: E compositore. Tedesco.

MAESTRO: Brava.

ROSSANA: Mi dispiace molto di averla interrotta.

MAESTRO: Ma se probabilmente non sa nemmeno di cosa stiamo parlando.

ROSSANA: Del Fidelio. L’ha detto lei.

MAESTRO: E’ stato l’unico lavoro teatrale del maestro di Bonn.

ROSSANA: Sicuramente un grande successo.

MAESTRO: Sbagliato. Fu un fiasco clamoroso. Probabilmente a causa della sua

                     eccessiva lunghezza.

ROSSANA: Certo.

MAESTRO: Ed ora vorrei finire di ascoltarlo per cui non la trattengo oltre.

ROSSANA: E’ che mi si è rotta la macchina.

MAESTRO: Chiami un meccanico, penserà mica che gliela possa riparare io?

ROSSANA: No, certo. E’ solo che non ho un cellulare. E poi non conosco nessun

                     meccanico in questa zona. Non sono di qua.

MAESTRO: E quindi?

ROSSANA: Le volevo chiedere se cortesemente mi poteva permettere di telefonare

                     da qua.

MAESTRO: Va bene, ma faccia in fretta.

ROSSANA: Grazie. Ha per caso una guida del telefono?

MAESTRO: E’ in quel tavolino. Nel cassettino in alto.

ROSSANA: Grazie ancora. Faccio in fretta e poi me ne vado immediatamente.

MAESTRO: Lo spero.

ROSSANA: La ringrazio ancora per l’ospitalità.

MAESTRO: Mi sta prendendo in giro?

ROSSANA: Non ne ho assolutamente l’intenzione.

MAESTRO: E che cos’è allora quel suo accenno alla mia ospitalità?

ROSSANA: Forse mi ha fraintesa. Le sono grata per avermi fatto entrare in casa e

per avermi permesso di telefonare. Glielo giuro.

MAESTRO: Allora faccia in fretta e poi se ne vada.

ROSSANA: Va bene. Come si chiama questa località?

MAESTRO: Perchè lo vuole sapere?

ROSSANA: Per cercarla sulla guida del telefono.

MAESTRO: Lasci stare.

ROSSANA: Ma non c’è altro modo.

MAESTRO: (Le si avvicina e le strappa la guida di mano gettandola lontano). Le

                     ho detto di lasciare stare.

ROSSANA: Mi scusi.

MAESTRO: E la smetta di scusarsi, non lo sopporto.

ROSSANA: Mi scu... Va bene.

MAESTRO: Non c’è nessun meccanico qui vicino. E poi comunque a quest’ora non

                    troverà nessuno che venga ad aiutarla.

ROSSANA: E quindi?

MAESTRO: Dovrà passare la notte in macchina.

ROSSANA: Come in macchina?

MAESTRO: Non c’è nemmeno nessun albergo qui vicino e non può certo dormire

                    fuori, fa freddo. Domani mattina la troverebbero congelata.

ROSSANA: Mi scusi ma...

MAESTRO: Le ho detto...

ROSSANA: E’ vero, ha ragione, mi scusi. No, cioè non mi scusi.

MAESTRO: Io quello che potevo fare l’ho fatto.

ROSSANA: Certo, la ringrazio.

MAESTRO: Buonasera. Conosce la strada.

ROSSANA: Buonasera. E scusi ancora per il disturbo. (Si avvia ma prima di

raggiungere la porta si ferma). Senta...

MAESTRO: Cos’altro vuole?

ROSSANA: Mi chiedevo se lei davvero avrebbe il coraggio di lasciarmi dormire in

                   macchina.

MAESTRO: Non vedo altre soluzioni.

ROSSANA: Come sarebbe a dire che non vede altre soluzioni?

MAESTRO: Senta, ho da fare. Non mi faccia perdere altro tempo.

ROSSANA: Ma lei è...

MAESTRO: Sì?

ROSSANA: Ma non ha un briciolo di cuore?

MAESTRO: Cosa c’entra adesso il mio cuore?

ROSSANA: Non può trattarmi così.

MAESTRO: Mi stia bene a sentire: non sono stato io a venire a cercare lei ma è stata

                    lei a venire a cercare me ed a chiedermi di telefonare. Io gliel’ho

 permesso. Se poi non l’ha fatto non è per colpa mia.

ROSSANA: Ma se non ha nemmeno saputo dirmi il nome di questa località di merda.

                   Come facevo a telefonare se non so dove cercare il numero? Non posso

                   mettermi lì a farli a caso e dire di seguire le stelle per venirmi a

recuperare.

MAESTRO: Sarò ripetitivo ma quello è un problema suo.

ROSSANA: Lo so che è un problema mio, e non le sto nemmeno chiedendo di

risolvermelo. Soltanto speravo avesse un po’ di cuore.

MAESTRO: Le ho anche aperto la porta.

ROSSANA: Lei vive qui da solo?

MAESTRO: Sì.

ROSSANA: Non avevo dubbi.

MAESTRO: Non creda. Vivo qui da solo per mia scelta.

ROSSANA: Una sua scelta?

MAESTRO: Il mondo mi fa schifo. E mi fa schifo tutto ciò che lo abita.

ROSSANA: Non le sembra di essere un tantino esagerato?

MAESTRO: Per niente.

ROSSANA: Non è possibile che non le piaccia niente di ciò che c’è al mondo.

MAESTRO: Non ho detto che non mi piace niente, ho detto che non mi piace

 nessuno.

ROSSANA: Ed è scappato.

MAESTRO: No, Mi sono ritirato.

ROSSANA: Più o meno è la stessa cosa.

MAESTRO: Se lo dice lei.

ROSSANA: E perchè le fa schifo il mondo? O meglio, tutti coloro che lo abitano?

MAESTRO: Perchè fanno troppe domande. Come lei. La prego di andarsene.

ROSSANA: Non mi potrebbe ospitare per questa notte?

MAESTRO: No.

ROSSANA: Le prometto che non le farò domande.

MAESTRO: Prima le ho chiesto di smetterla di scusarsi e lei ha continuato a farlo,

 immagino quindi che se le permettessi di rimanere qua continuerebbe

 anche a fare domande.

ROSSANA: Mi scuso soltanto perchè sono una persona educata.

MAESTRO: Bene, adesso allora sia lei a scusare me e se ne vada.

ROSSANA: Ma perchè? E’ buio e io non so dove andare.

MAESTRO: Se restava a casa sua non avrebbe avuto di questi problemi.

ROSSANA: Le giuro che non la disturberò. Domani mattina appena farà chiaro

sparirò dalla sua vita per sempre.

MAESTRO: La pregherei di sparire questa sera.

ROSSANA: Non può essere così crudele.

MAESTRO: Non è questione di essere crudele.

ROSSANA: Non può almeno per una sera smettere di odiare il mondo e, non dico di

                   amarlo, ma almeno sopportarne una sua piccola particella?

MAESTRO: E la piccola particella sarebbe lei.

ROSSANA: Sì.

MAESTRO: Le ripeto che non è possibile. E poi non saprei dove sistemarla, non ho

                    una camera degli ospiti.

ROSSANA: Non ce n’è bisogno. Io posso anche dormire per terra.

MAESTRO: Ma non dica sciocchezze.

ROSSANA: Sarà sempre meglio che dormire in macchina.

MAESTRO: Non credo.

ROSSANA: E’ sufficiente che lei mi dia una coperta ed io mi metterò in un angolo.

                   Non dirò una parola. Lei non si accorgerà nemmeno della mia presenza.

MAESTRO: Sulla sua macchina sarà sicuramente più comoda.

ROSSANA: Fuori è buio. Non riuscirei neanche più a trovarla adesso la mia

macchina.

MAESTRO: Non avrebbe dovuto allontanarsi quando le si è rotta.

ROSSANA: Ma io ho visto le luci delle finestre di una casa, e la credevo abitata da

                   essere umani che avrebbero potuto aiutarmi, non pensavo certo che fosse

                   abitata da un mostro come lei.

MAESTRO: Ha finito?

ROSSANA: Sì. Mi scusi.

MAESTRO: La smetta di scusarsi, gliel’ho già detto.

ROSSANA: Va bene. (Il maestro la osserva a lungo).

MAESTRO: Domani mattina voglio che se ne vada appena sorgerà il sole.

ROSSANA: La ringrazio tanto. Non ho parole.

MAESTRO: E allora non dica niente.

ROSSANA: Va bene.

MAESTRO: Può scegliersi l’angolo che vuole.

ROSSANA: L’angolo?

MAESTRO: L’ha detto lei che andava bene un angolo qualsiasi. Questa camera ne ha

 quattro. Si scelga quello che vuole.

ROSSANA: Davvero gentile.

MAESTRO: Non faccia del facile sarcasmo. Non ho una camera degli ospiti ed ho un

                    solo letto, quindi le alternative sono due: dormire con me o scegliersi un

                    qualsiasi angolo di questa stanza e dormire qui.

ROSSANA: In tal caso preferisco la seconda ipotesi.

MAESTRO: Non avevo dubbi. La preferisco anch’io. Odio dormire al fianco di altre

                    persone che poi magari di notte russano.

ROSSANA: Io non russo.

MAESTRO: Parlavo in generale, non riferito a lei.

ROSSANA: Perchè? Le è già capitato altre volte di ospitare qualcuno per la notte?

MAESTRO: No.

ROSSANA: Non avevo dubbi.

MAESTRO: Se vuole una coperta gliela vado a prendere.

ROSSANA: Se non le è di troppo disturbo.

MAESTRO: Non più di quanto lo sia ospitarla. (Il Maestro esce. Rossana lo osserva

andare, poi si guarda un po’ in giro, apre la borsa e ne estrae un

                    cellulare. Fa un numero. Di tanto in tanto controlla che il Maestro non

                   stia tornando).

ROSSANA: Pronto? Sono io. Sì, sono a casa sua. Sono riuscita a convincerlo a farmi

                   passare la notte qui. E’ peggio di quanto pensassi. Sì, non ti preoccupare.

                   Mi conosci. Vedrai che avremo tutto quello che ci serve. Ma adesso ti

devo salutare, potrebbe tornare da un momento all’altro. Guai se

scoprisse che ho un cellulare. Non ti preoccupare. Farò attenzione. Ciao.

(Riattacca. Si avvicina ai dischi. Ne prende uno, lo osserva. Dopo

 qualche istante rientra il Maestro con una coperta).

MAESTRO: Che cosa sta facendo?

ROSSANA: Niente. Guardavo solo i suoi dischi.

MAESTRO: Li posi.

ROSSANA: Va bene, ma non facevo niente di male.

MAESTRO: Non tocchi niente.

ROSSANA: Certo. Non volevo.

MAESTRO: Eccole la coperta.

ROSSANA: Grazie.

MAESTRO: Le auguro la buona notte.

ROSSANA: Aspetti. Che stupida, non mi sono neanche presentata.

MAESTRO: Non è necessario.                                                                               

ROSSANA: Io mi chiamo Rossana.

MAESTRO: Bene. Si è presentata.

ROSSANA: E lei? Non mi dice il suo nome?

MAESTRO: E’ così importante?

ROSSANA: Così potrò chiamarla con il suo nome domani mattina quando la saluterò

                     e me ne andrò.

MAESTRO: Non credo che ci vedremo domani mattina. Lei se ne andrà all’alba e io

                    a quell’ora starò sicuramente ancora dormendo.

ROSSANA: Ma perchè fa così? Cosa le ha fatto il mondo?

MAESTRO: Non mi ha fatto niente.

ROSSANA: Allora cosa ha fatto lei al mondo?

MAESTRO: L’ho salutato. Così come si saluta una persona importuna. Come sto

                    salutando lei.

ROSSANA: Prima di andarsi a chiudere nella sua tana. Per il suo letargo. Infinito.

MAESTRO: Non sono un animale.

ROSSANA: Ma si comporta come tale.

MAESTRO: Sono piuttosto un asceta. Un uomo che ha conosciuto gli orrori e le

 ipocrisie del mondo in cui viveva ed ha scelto di rinunciarvi.

ROSSANA: Scappando.

MAESTRO: Le ho già detto che è stato un ritiro, non una fuga.

ROSSANA: E io le ho risposto che secondo me sono la stessa cosa.

MAESTRO: Perchè no? La metta pure come vuole. Per lei è una fuga, per me è un

                    ritiro. Per lei sono la stessa cosa, per me no. La fuga è uno scappare per

 non dover affrontare un nemico troppo forte e contro il quale non si ha

 alcuna possibilità di vittoria, il ritiro è il decidere di non combattere

 contro un nemico per il quale non si prova alcun rispetto perchè lo si

 ritiene troppo inferiore. Se poi per lei sono la stessa cosa, tant’è, non

 me ne importa niente.

ROSSANA: Dunque lei si ritiene superiore al mondo? Dio forse? Che dall’alto dei

                   cieli osserva e giudica i mortali?

MAESTRO: Quello che mi ritengo di essere non ha alcuna importanza. So soltanto

                      che lei con tutte le sue chiacchiere sta cominciando ad infastidirmi.

ROSSANA: Non era mia intenzione.

MAESTRO: Le auguro una buona notte. (Si allontana).

ROSSANA: Grazie Maestro. (Il Maestro si blocca).

MAESTRO: Perchè mi ha chiamato così?

ROSSANA: Visto che non mi ha voluto dire il suo nome ho dovuto cercare qualcosa

                   di alternativo.

MAESTRO: La smetta.

ROSSANA: O forse preferisce che la chiami Dio?

MAESTRO: Non mi prenda in giro.

ROSSANA: Non mi permetterei mai.

MAESTRO: Lei non ha usato quel termine per caso.

ROSSANA: Forse no. Forse mi sono ricordata che era così che la chiamavano un

tempo, molti anni fa.

MAESTRO: Non so a che cosa si riferisce.

ROSSANA: E allora perchè si è fermato di colpo quando l’ho chiamata così?

MAESTRO: Perchè è una maniera inusuale di rivolgersi ad una persona.

ROSSANA: Non mi prenda in giro, Maestro. Io so chi è lei.

MAESTRO: Uau.

ROSSANA: E so anche perchè la chiamavano così.

MAESTRO: Si sbaglia.

ROSSANA: Ah sì? Io ricordo quell’esecuzione del Fidelio, quella che stava

ascoltando quando sono arrivata. La ricordo molto bene.

MAESTRO: Le dico che si sbaglia.

ROSSANA: Lei crede?

MAESTRO: E’ solo una vecchia registrazione che ho trovato tempo fa su una

 bancarella e che ho acquistato per curiosità.

ROSSANA: Ma guarda caso quell’orchestra... la dirigeva lei.

MAESTRO: Che cosa è venuta a fare qua?

ROSSANA: Gliel’ho detto. Mi si è rotta la macchina.

MAESTRO: Non le credo.

ROSSANA: Se vuole può andare a controllare. E’ sotto, parcheggiata nella piazzola

                   che c’è pochi metri prima dell’incrocio con la stradina che porta qua. E’

                   da lì che ho visto le luci delle sue finestre.

MAESTRO: Rossana, se non ricordo male, vero?

ROSSANA: Ha buona memoria.

MAESTRO: Io non credo ad una sola parola di quello che lei dice.

ROSSANA: Perchè?

MAESTRO: Quando è arrivata sembrava non sapere che fosse il Fidelio quello

                     che stavo ascoltando, e poi improvvisamente mi dice che

                     quell’esecuzione la dirigevo io.

ROSSANA: Chi le ha detto che non la conoscevo? In realtà più semplicemente non

                   ne ricordavo il titolo. Solo quello.

MAESTRO: Dovrei crederle?

ROSSANA: Non è obbligato a farlo.

MAESTRO: La cosa mi conforta.

ROSSANA: Perchè è sparito dal mondo senza più far avere a nessuno sue notizie? E

                   proprio nel momento in cui la sua fama era al massimo? Perchè per tanti

                   anni si è fatto negare a chiunque, anche a chi le voleva bene? Perchè si

                   è fatto dimenticare e poi è venuto a nascondersi qui, in questo posto

                   dimenticato da Dio e dagli uomini?

MAESTRO: Ha finito?

ROSSANA: Io sì. Adesso tocca a lei.

MAESTRO: Cos’è? Un gioco?

ROSSANA: Decida lei.

MAESTRO: Le auguro la buona notte. Spero che il pavimento non sia troppo duro

 e che possa riposare bene. Domani mattina dovrà alzarsi molto presto ed

 avrà una giornata pesante. Trovare un meccanico non sarà facile.

ROSSANA: Ce la farò. Posso per lo meno usare il suo bagno o è troppo anche

questo?

MAESTRO: Da quella parte. La porta in fondo.

ROSSANA: Grazie.

MAESTRO: Se cerca gli asciugamani puliti c’è un armadietto bianco di fianco al

 lavandino. Ne prenda uno.

ROSSANA: A cosa devo questo slancio di generosità?

MAESTRO: Non vorrei che andasse in giro a sgocciolare sul pavimento. E’ pulito.

 (Esce. Il Maestro afferra la borsa di Rossana e comincia a rovistare al

suo interno, finchè trova il cellulare. Lo rimette dentro ma prima che

          riesca a posare la borsa, la ragazza rientra). Non ci sono soldi.

MAESTRO: Io me ne frego dei soldi.

ROSSANA: Allora cosa cercava?

MAESTRO: La verità.

ROSSANA: In una borsa?

MAESTRO: Lei dovrebbe sapere meglio di me che nelle borse delle donne si trova

                    di tutto.

ROSSANA: Anche la verità quindi?

MAESTRO: Perchè no?

ROSSANA: E l’ha trovata?

MAESTRO: Lei ha mentito un’altra volta.

ROSSANA: Io?

MAESTRO: Ha detto di non avere un telefono ma non è vero.

ROSSANA: Comunque sappia che è molto maleducato frugare nelle borse degli altri.

                   Anche se quello che vuole cercare è la verità.

MAESTRO: Non ho mai detto di essere educato.

ROSSANA: Era sufficiente parlarmi. Chiedere. Con le parole si evitano molti

malintesi.

MAESTRO: Chi è lei?

ROSSANA: Gliel’ho detto, mi chiamo Rossana.

MAESTRO: Non le ho chiesto come si chiama, voglio sapere chi è lei e che cosa è

                    venuta a fare qui.

ROSSANA: Prima mi dia la borsa.

MAESTRO: Non me lo faccia ripetere un’altra volta.

ROSSANA: Mi si è rotta la macchina ed avevo bisogno di aiuto.

MAESTRO: La smetta di prendermi in giro.

ROSSANA: Sulla strada sotto non c’era campo, per cui sono venuta a chiedere aiuto

                   qui. Lei mi ha accolto in maniera molto aggressiva per cui ho preferito

                   dirle che non avevo il telefono perchè altrimenti temevo che si sarebbe

                   rifiutato di aiutarmi e magari mi avrebbe detto che in cima alla collina il

                   campo c’era e mi avrebbe mandata lassù a telefonare.

MAESTRO: Non serviva andare in cima alla collina. Il campo c’è anche qui.

ROSSANA: Mi scusi se non le ho detto la verità, ma l’ho fatto solo per timore.

MAESTRO: Continua a mentire. Lei mi conosce e non è arrivata a casa mia per caso.

                    Lei sapeva benissimo cosa faceva e chi avrebbe incontrato qui.

ROSSANA: E se anche fosse?

MAESTRO: Lei mi ha ingannato.

ROSSANA: Io ricordo il suo ultimo concerto. Ricordo l’auditorium pieno, ricordo

                   l’orchestra e di come lei la conduceva con piglio sicuro, tenendo tutto

                   stretto tra le sue dita. Ricordo le sue spalle autoritarie, il movimento

armonioso delle sue braccia, ricordo il lungo applauso della platea, tutti

in piedi ad acclamare il Maestro.

MAESTRO: Sono ricordi lontani ormai.

ROSSANA: Ricordo la luce che c’era nei suoi occhi nel momento in cui si voltò a

                   ricevere l’applauso, ricordo le goccioline di sudore che imperlavano la

                   sua fronte, ma ricordo anche che non c’era un sorriso sul suo viso, le sue

                   labbra rimasero ferme, immobili, come paralizzate da qualcosa che c’era

                   dentro di lei.

MAESTRO: Ha una memoria invidiabile.

ROSSANA: La osservai bene.  

MAESTRO: Perchè?

ROSSANA: Perchè ero innamorata di lei.

MAESTRO: Ma se non mi conosceva nemmeno.

ROSSANA: Al contrario. Io la conoscevo benissimo, l’avevo vista tante volte in

concerto, sapevo quasi tutto di lei. Fino a quel giorno. Semmai era lei a

non conoscere me, ma la cosa non mi preoccupava.

MAESTRO: La solita infatuazione adolescenziale per i personaggi famosi.

ROSSANA: No, non era quello. Se fosse stata la solita infatuazione adolescenziale

per i personaggi famosi nel momento stesso in cui lei da un giorno

all’altro scomparve dalle scene sarebbe dovuta passare, o per lo meno

spostarsi su qualche altra star, ma non fu così. Io non la dimenticai mai e

il giorno che seppi quasi per caso che lei era venuto a rifugiarsi qua, lontano dal mondo, rifuggendo qualsiasi contatto con tutti gli altri esseri

umani, decisi di venirla a cercare e di riuscire, con una scusa qualsiasi, ad avvicinarla.

MAESTRO: E qual’è il motivo di tanta abnegazione?

ROSSANA: Farle una domanda.

MAESTRO: Una domanda? Lei avrebbe fatto tutto questo solo per farmi una

 domanda?

ROSSANA: Sì.

MAESTRO: Ben sapendo che tanto io non le risponderò?

ROSSANA: Era un rischio da correre.

MAESTRO: E sentiamo, quale sarebbe questa domanda?

ROSSANA: Un mese dopo il suo ultimo concerto lei sarebbe dovuto partire per una

                   lunga tournée mondiale, avrebbe dovuto suonare negli Stati Uniti, in

                   Giappone, nei migliori teatri europei. Non lo fece. Sparì, semplicemente,

                   fece perdere le sue tracce, e la tournée fu annullata. Perchè?

MAESTRO: Odio gli aerei.

ROSSANA: Adesso è lei che sta mentendo.

MAESTRO: Non ne avevo voglia. La musica mi stava stancando.

ROSSANA: Continua a mentire.

MAESTRO: Se è così sicura che io stia mentendo me la dica lei la verità.

ROSSANA: Non la conosco. Ma conosco benissimo un uomo quando mente.

MAESTRO: E’ anche una psicologa?

ROSSANA: No, niente di tutto questo. Sono solo una donna.

MAESTRO: Tutto qui?

ROSSANA: Una donna... innamorata.

MAESTRO: Di una fantasia.

ROSSANA: Di una fantasia, di un sogno, chiamiamolo come vogliamo.

MAESTRO: E quindi non è vero che la sua macchina è rotta.

ROSSANA: Sta cercando di cambiare discorso.

MAESTRO: Assolutamente no. Sto solo pensando che a questo punto non c’è più

                    alcuna ragione per cui lei debba fermarsi qui per la notte.

ROSSANA: Perchè non mi vuole permettere di rimanere qui?

MAESTRO: Non c’è motivo. Non lo voglio e basta.

ROSSANA: Va bene. Me ne andrò. Ma solo se lei risponderà alla mia domanda.

MAESTRO: E se non lo volessi fare?

ROSSANA: Dovrà buttarmi fuori con la forza.

MAESTRO: Non pensi che non ne abbia il coraggio.

ROSSANA: Mi difenderò.

MAESTRO: Lei è molto cocciuta.

ROSSANA: Perchè ha lasciato tutto?

MAESTRO: Non me lo ricordo.

ROSSANA: Perchè?

MAESTRO: Deve per forza esserci un motivo?

ROSSANA: Qualsiasi nostra azione è dettata o dal cuore o dal cervello. Amore o

                   razionalità.

MAESTRO: Io credo nell’irrazionale, nell’istinto che ci spinge a fare una cosa senza

                    che per forza debba esserci un motivo.

ROSSANA: Non le credo.

MAESTRO: Non me ne frega niente di quello che crede lei.

ROSSANA: Mi risponda.

MAESTRO: Se ne vada.

ROSSANA: Mi basta quello e poi me ne andrò.

MAESTRO: E così importante per lei saperlo?

ROSSANA: Sì.

MAESTRO: Mi dispiace molto darle una delusione ma ci sono cose che devono

                    restare tali ed avvenimenti che non devono essere dissotterrati. (Si

                    avvicina alla porta di casa. Si sente un tuono). E’ stato un piacere fare

                    la sua conoscenza. Addio.

ROSSANA: Almeno mi dia un ombrello. Ha iniziato a piovere.

MAESTRO: Temo dovrà bagnarsi allora.

ROSSANA: Ma che uomo è lei? Cosa batte in quel petto?

MAESTRO: A volte me lo chiedo anch’io.

ROSSANA: E sono certa che non ha mai trovato una risposta a quella domanda.

MAESTRO: Sono sopravvissuto ugualmente.

ROSSANA: Per favore. Andrò via domattina.

MAESTRO: Non insista. Mi sta infastidendo.

ROSSANA: Per favore. (Un altro tuono).

MAESTRO: All’alba.

ROSSANA: All’alba. (Si avvicina al Maestro. Lo bacia. Lui rimane immobile, il

                   bacio ha in un attimo distrutto tutte le sue certezze). Grazie.

MAESTRO: Non ringrazi me, ringrazi... il temporale.

ROSSANA: Che ha lavato via la pietra che rivestiva il suo cuore?

MAESTRO: Che ha lavato via... la possibilità che lei se ne potesse andare.

ROSSANA: Non è stato il temporale.

MAESTRO: Non si illuda.

ROSSANA: E’ bella questa casa. Nonostante tutto è accogliente.

MAESTRO: Visto che è tutto il mio mondo ho cercato di renderlo il più possibile

                    confortevole.

ROSSANA: Come passa le sue giornate?

MAESTRO: Ancora domande?

ROSSANA: Innoque. Solo per fare conversazione.

MAESTRO: E se non ne avessi voglia?

ROSSANA: Allora?

MAESTRO: Facendo le cose che amo: leggo, faccio lunghe passeggiate, scrivo.

ROSSANA: Ha dimenticato di dire una cosa.

MAESTRO: Che cosa?

ROSSANA: Ascolto musica.

MAESTRO: Perchè pensa che me lo sia dimenticato?

ROSSANA: Perchè è stata tutta la sua vita per così tanti anni che mi sembra

 impossibile che ora lei non la frequenti più.

MAESTRO: E invece è proprio così.

ROSSANA: Mi prende in giro?

MAESTRO: Preferisco una lunga camminata all’aria aperta tra i boschi, e godermi

                    la musica che sa offrirmi la natura. Le assicuro che è molto più

 appagante.

ROSSANA: Più di Beethoven? Del Fidelio?

MAESTRO: Più di ogni altra cosa al mondo.

ROSSANA: Anche più del calore di un’altra persona?

MAESTRO: Di quello ho imparato a farne a meno. Ci si abitua a tutto e le assicuro

                    che a volte è più facile di quanto uno potrebbe pensare.

ROSSANA: E quindi lei non parla mai con nessuno? Da quanto tempo non divide la

                   sua tavola con un’altra persona?

MAESTRO: C’è un uomo che abita a un quarto d’ora di macchina da qua. Ha una

                      moglie e una figlia. Sono loro che vanno in paese a farmi la spesa e

                      pensano alle mie piccole necessità. E quando vengono su passiamo un

                      po’ di tempo insieme.

ROSSANA: Le sue piccole necessità?

MAESTRO: Non quella a cui sta pensando lei. Mi comprano il mangiare, qualche

                    libro, i giornali, e poi me li portano. La moglie è un’ottima cuoca, ogni

                    tanto mi fa un minestrone, un arrosto. Oppure mi stira la biancheria. In

                    ogni caso sono perfettamente autosufficiente.

ROSSANA: E tutti quei dischi?

MAESTRO: Complementi d’arredamento. E’ così che li chiamano mi sembra.

ROSSANA: E non li ascolta mai?

MAESTRO: Ormai li conosco a memoria.

ROSSANA: Però qualche volta...

MAESTRO: Raramente.

ROSSANA: E ieri sera?

MAESTRO: Un caso.

ROSSANA: Sa, ogni volta che un grande artista lascia le scene o muore, mi capita di

                   pensare a quanti capolavori ci ha lasciato, ma soprattutto a quanti

capolavori non nasceranno mai perchè non ha fatto in tempo a lasciarceli.

MAESTRO: Forse si lasciano le scene proprio perchè non si ha più niente da dire.

ROSSANA: Può essere. A volte.

MAESTRO: E lei?

ROSSANA: Io cosa?

MAESTRO: Lei che cosa ha da dire?

ROSSANA: Io nulla. Non sono un’artista. E non ho mai fatto capolavori. Anche se

                   sono appena riuscita in un’impresa incredibile.

MAESTRO: Quale?

ROSSANA: Mi ha fatto una domanda. Per la prima volta da quando sono arrivata ha

                   mostrato un minimo interesse nei miei confronti.

MAESTRO: Non si illuda. Non è interesse. E’ conversazione.

ROSSANA: Ma prima non mi aveva detto di non averne voglia?

MAESTRO: Potrei avere cambiato idea.

ROSSANA: Ed è il secondo mio successo. Sono riuscita a farle venire voglia di

conversare con me.

MAESTRO: Se vuole possiamo smettere anche subito.

ROSSANA: No. Continuiamo. Mi ha chiesto cosa ho da dire? Non lo so cosa ho da

                   dire, forse niente, o forse cose talmente grosse che non riesco nemmeno

                   a pensarle.

MAESTRO: Me ne dica una.

ROSSANA: Vorrei entrare nei suoi pensieri.

MAESTRO: E’ un posto molto meno interessante di quanto potrebbe credere.

ROSSANA: Non penso. Almeno non per me. C’è troppa bellezza nella mente degli

                   uomini innamorati.

MAESTRO: Innamorati?

ROSSANA: Non necessariamente di un’altra persona. Ci si può innamorare anche

dell’amore.

MAESTRO: Lei crede in quello che dice?

ROSSANA: Ciecamente.

MAESTRO: Aspetti di crescere poi ne riparleremo.

ROSSANA: So che è così e nessuno potrà mai farmi cambiare idea. Nemmeno lei.

                   Soprattutto dopo aver visto la luce dei suoi occhi quella sera.

MAESTRO: A voltre succedono cose nella vita più grandi di noi. Talmente grandi

 che non possiamo fare altro che rimanere a guardarle impotenti.

ROSSANA: Lo vede? Anche adesso c’è amore nei suoi occhi.

MAESTRO: Si sbaglia. Non è amore. E’ odio.

ROSSANA: L’odio è l’altra faccia dell’amore.

MAESTRO: The dark side of the moon. Il lato oscuro della luna. Quello che non

                    vediamo ma sappiamo che c’è.

ROSSANA: E qual è il suo lato oscuro della luna?

MAESTRO: Non riesce proprio a non essere curiosa.

ROSSANA: Quando mi ricapiterà di parlare con il maestro?

MAESTRO: Chi lo sa?

ROSSANA: Non mi ha detto mai più.

MAESTRO: No. Non gliel’ho detto. Ciò non significa che non lo pensi.

ROSSANA: Però non l’ha detto. Sto facendo progressi.

MAESTRO: Rossana.

ROSSANA: Uau. Ha pronunciato anche il mio nome.

MAESTRO: E’ tardi. Credo sia bene che io vada a dormire. Domani arriverà presto... ROSSANA: E io me ne dovrò andare all’alba, prima che lei si alzi.

MAESTRO: Sarebbe meglio.

ROSSANA: Se è questo che desidera lo farò.

MAESTRO: Comunque nella camera di là c’è un divano. Non è particolarmente

 confortevole ma è meglio che dormire in un angolo di questa stanza.

ROSSANA: Ci starò benissimo.

MAESTRO: E per domani mattina in cucina c’è del latte. Ci sono anche delle fette

 biscottate e della marmellata fatta in casa. Se vorrà...

ROSSANA: Grazie.

MAESTRO: Se domani mattina dovesse vedere una donna girare per casa non si

 spaventi. E’ la mia vicina. Domani è giorno di minestrone e credo verrà

 presto perchè poi scende in paese per il mercato. Di solito viene, posa e

 se ne va, non si ferma molto e non fa domande.

ROSSANA: Ha imparato bene la lezione.

MAESTRO: Da queste parti la gente è molto riservata.

ROSSANA: Come posso sdebitarmi?

MAESTRO: Non ce n’è bisogno. Va bene così.

ROSSANA: Potremmo almeno fare colazione insieme. Io non parlerò se non vuole.

Tanto al mattino appena sveglia sono sempre molto silenziosa. Ho il risveglio muscolare piuttosto lento. E anche quello cerebrale.

MAESTRO: Io mi alzo tardi. Come tutti gli artisti.

ROSSANA: Allora avrò tempo di prepararle io la colazione. Farle trovare il caffè             fatto, il latte caldo.

MAESTRO: Se lo desidera.

ROSSANA: Grazie. (Il maestro si allontana). Maestro!

MAESTRO: Sì?

ROSSANA: Buonanotte. (Il maestro esce. Rossana comincia a prepararsi poi prende

                   il suo telefonino. Fa un numero). Sono io. E’ andata. La prima parte del

                   piano ha funzionato. Mi ha permesso di dormire qua.

SECONDO QUADRO

Rossana entra dalla cucina, ha in mano le coperte piegate, le posa, si avvicina ancora ad osservare i cd. Sente un rumore alla porta d’ingresso, dopo pochi secondi entra la vicina di casa con in mano dei giornali e una pentola. Si guardano. Rimangono entrambe interdette per alcuni secondi.

VICINA: Mi scusi, non credevo...

ROSSANA: No, scusi lei, mi stavo preparando per andarmene.

VICINA: Ma lui c’è?

ROSSANA: Credo stia ancora dormendo. Mi ha ospitata per la notte.

VICINA: Lui?

ROSSANA: Sono una sua amica.

VICINA: Non credo mi abbia mai parlato di lei.

ROSSANA: No, non lo credo nemmeno io. Ma faccia pure quello che deve fare, non

                    faccia caso a me.

VICINA: Con permesso. (La vicina di casa esce verso la cucina, Rossana finisce di

      prepararsi, dopo qualche istante la vicina rientra senza la pentola). Ho     

     fatto.

ROSSANA: Anch’io.

VICINA: Glielo ha preparato lei il tavolo per la colazione?

ROSSANA: Sì, glielo avevo promesso ieri sera.

VICINA: Lei probabilmente possiede qualche potere magico.

ROSSANA: Perchè?

VICINA: Credo sia la prima persona che viene ospitata in questa casa.

ROSSANA: Sono stata fortunata allora.

VICINA: Già. Quindi immagino sia sua la macchina che c’è giù all’inizio della

               strada.

ROSSANA: Sì, è la mia. Ho avuto un piccolo guasto.

VICINA: Mi dispiace. Ha già chiamato un meccanico?

ROSSANA: Non ancora.

VICINA: Se vuole lo faccio io.

ROSSANA: No, non si disturbi.

VICINA: Come vuole. Lascio qui i suoi giornali.

ROSSANA: Lo conosce da tanto?

VICINA: Lui? Da quando è venuto a vivere qui.

ROSSANA: Strano vero? Un uomo come lui che decide di venire a ritirarsi in un

                   posto come questo.

VICINA: Perchè? E’ un posto bellissimo per chi vuole stare tranquillo.

ROSSANA: Certo, ma uno come lui?

VICINA: Cosa intende per uno come lui?

ROSSANA: Un uomo della sua fama.

VICINA: La fama non è tutto nella vita. Esistono anche altre cose.

ROSSANA: Può darsi.

VICINA: Anche lei mi diceva di conoscerlo?

ROSSANA: Sì. Beh, lo conobbi molti anni fa.

VICINA: Doveva essere una bambina.

ROSSANA: Più o meno.

VICINA: Certo è una curiosa coincidenza rompere la macchina proprio a poche

               centinaia di metri dalla sua casa.

ROSSANA: Le rotture delle macchine non si fanno annunciare prima.

VICINA: Certo che no. Ma è anche molto curioso il fatto che lei stesse girando in

               macchina per queste strade. Sono piuttosto fuori mano per una gita fuori

               porta.

ROSSANA: Con questo che cosa vorrebbe insinuare?

VICINA: Assolutamente nulla.

ROSSANA: Mi sembra il suo cane da guardia, se mi passa il termine.

VICINA: Mi scusi se le sono sembrata un po’ invadente. Non era assolutamente mia

               intenzione.

ROSSANA: Se vuole sapere la verità stavo venendo da lui quando mi si è rotta la

                   macchina. Vuole saperne anche il motivo?

VICINA: Non credo siano affari miei.

ROSSANA: Non ho niente da nascondere.

VICINA: Nemmeno lui.

ROSSANA: Su questo non ne sarei così sicura.

VICINA: Sono molti anni che da buona vicina di casa vengo ad aiutarlo in tante

      piccole incombenze quotidiane e le posso dire con certezza che non ho

      mai trovato tesori sepolti in giardino.

ROSSANA: Questo no di certo. Può darsi che i tesori non siano sepolti in giardino.

VICINA: Non ci sono nemmeno casseforti dietro i quadri.

ROSSANA: Sa, ci sono tesori che si possono nascondere in ben altri posti, molto più

                   sicuri. Non intendo ovviamente tesori economici, quanto piuttosto tesori

                   dell’anima.

VICINA: Se quelli ci sono li tiene davvero ben nascosti. La socievolezza e

      l’amabilità non sono di sicuro le sue doti migliori. Con questo non voglio

      dire che sia una persona cattiva, tutt’altro, però non è certo la persona che

      si inviterebbe per allietare una cena fra amici.

ROSSANA: Le ha mai suonato qualcosa?

VICINA: No.

ROSSANA: Lei gli ha mai chiesto di suonarle qualcosa?

VICINA: Nemmeno.

ROSSANA: Perchè?

VICINA: Perchè tanto non lo farebbe. Anzi, credo che da quando è qua non abbia

               più suonato neanche quando è solo, o quando è triste, o quando d’inverno

               i fantasmi si fanno più vicini.

ROSSANA: I fantasmi?

VICINA: L’inverno è lungo qui.

ROSSANA: E i suoi dischi?

VICINI: Quelli qualche volta li ascolta, sempre a volume molto alto, ma è come

              se non li sentisse. Li lascia andare mentre fa altro e non presta loro quasi

              nessuna attenzione.

ROSSANA: Ieri sera, quando sono arrivata, prima di bussare, ho sbirciato da una

          finestra: stava ascoltando uno dei suoi cd e fingeva di dirigere una

         orchestra immaginaria.

VICINA: Non l’ho mai visto fare niente di simile.

ROSSANA: Glielo assicuro.

VICINA: E poi comunque non sarebbero affari miei e non devono neanche essere

               affari suoi. Soprattutto se dice di essere una sua amica.

ROSSANA: Cosa vuole dire?

VICINA: Semplicemente che se non vuole più sentir parlare di musica è bene

               rispettare questa sua decisione.

ROSSANA: Ma non è giusto.

VICINA: Perchè?

ROSSANA: Perchè era tutta la sua vita.

VICINA: Era. Forse oggi non lo è più. Si dimentichi della musica e si dimentichi

               anche quello che è stato. Oggi è una persona del tutto diversa.

ROSSANA: Cosa gli ha fatto la musica?

VICINA: Cosa gli vuole fare lei piuttosto?

ROSSANA: Io?

VICINA: Mi scusi. Non volevo dire questo. E’ che cerco solo di proteggerlo.

ROSSANA: Non voglio fargli del male, ne stia pur certa.

VICINA: Lo spero.

ROSSANA: E poi sto andando via.

VICINA: Bene. Vado anch’io allora. Se lo dovesse vedere prima di andarsene gli

               dica che gli ho lasciato un minestrone in cucina. Deve soltanto riscaldarlo.

                E qui ci sono i giornali.

ROSSANA: Glielo dirò.

VICINA: E con lui faccia come ha fatto il mondo.

ROSSANA: Cioè?

VICINA: Lo dimentichi. E’ quello che vuole.

ROSSANA: Me ne ricorderò.

VICINA: Magari non sarà giusto ma è l’unico modo per evitare che qualcuno si

               possa fare male. Arrivederci.

ROSSANA: Arrivederci. (La vicina esce di casa. Rossana prende la sua borsa.

                     Entra il Maestro).

ROSSANA: Buongiorno. Dormito bene?

MAESTRO: Ancora qui?

ROSSANA: Sì, grazie, ho dormito bene anch’io.

MAESTRO: Come?

ROSSANA: Ho risposto alla domanda che mi avrebbe dovuto fare. Mi avrebbe

                    dovuto dire “Sì, grazie. E lei?”

MAESTRO: L’ho sentita parlare prima.

ROSSANA: E ovviamente è rimasto nascosto finchè non ha più sentito le voci. E’

                   venuta la sua vicina. Le ha lasciato la minestra. L’ha messa in

                   cucina. E qui ci sono i giornali.

MAESTRO: Chissà che faccia ha fatto quando l’ha vista.

ROSSANA: In effetti. Credo non fosse molto abituata a vedersi davanti della gente

                   entrando in questa casa.

MAESTRO: Ha preso tutto?

ROSSANA: C’era poco da prendere. Solo la borsa.

MAESTRO: Faccia attenzione a non dimenticare niente.

ROSSANA: Altrimenti sarei obbligata a bussarle di nuovo alla porta e a portare altro

                   scompiglio nella sua solitudine.

MAESTRO: Non sarebbe un disturbo.

ROSSANA: Sicuro?

MAESTRO: Sicuro. Ho già telefonato al carro attrezzi, verrà a recuperare la sua

                     macchina. Potrà portere anche lei al primo paese.

ROSSANA: Non l’ho sentite scendere.

MAESTRO: C’è un telefono anche di sopra.

ROSSANA: Grazie.

MAESTRO: Se non riusciranno ad aggiustarla subito lì troverà un modo per tornare a

 casa e magari venire poi a riprenderla con calma.

ROSSANA: Molto gentile.

MAESTRO: Ha mangiato a sufficienza?

ROSSANA: Sì, grazie.

MAESTRO: Vuole ancora del caffè?

ROSSANA: Va bene così.

MAESTRO: Allora se non c’è altro che io possa fare per lei.

ROSSANA: Ha già fatto fin troppo.

MAESTRO: La ringrazio. Stia bene.

ROSSANA: No, grazie, non vorrei disturbare.

MAESTRO: Come?

ROSSANA: Ho risposto alla cosa che mi avrebbe dovuto dire adesso: “se vuole

                   restare ancora un po’ per me sarebbe un piacere”.

MAESTRO: E’ molto brava a inventarsi i dialoghi. Dovrebbe scrivere per il teatro.

                    Peccato che la realtà sia un tantino diversa.

ROSSANA: Dunque non me lo vuole dire il perchè.

MAESTRO: Perchè mi sono accorto che non è da gentiluomini lasciare una donna

                    in difficoltà.

ROSSANA: Come?

MAESTRO: Ho risposto al suo perchè, immagino che si riferisse al perchè le ho

                    chiamato un carro attrezzi.

ROSSANA: Non faccia finta di non capire.

MAESTRO: Potrei chiederglielo anch’io il perchè.

ROSSANA: A me?

MAESTRO: Il perchè delle bugie che mi ha raccontato ieri sera.

ROSSANA: Bugie?

MAESTRO: Il telefonino. Non ricorda?

ROSSANA: Gliel’ho spiegato.

MAESTRO: Sono molto spiacente di dirglielo ma io non ho creduto ad una sola

 parola di ciò che mi ha raccontato.

ROSSANA: Ma è la verità.

MAESTRO: Sarà.

ROSSANA: E quindi lei, che rifugge il mondo, mi avrebbe ospitato in casa sua pur

                  non credendomi? Dunque esistono i miracoli.

MAESTRO: Mi ha chiamato Dio, non ricorda? E se non fa i miracoli Dio chi vuole

                    che li faccia?

ROSSANA: Io le ho raccontato tutta la verità.

MAESTRO: Anche del... suo amore per me?

ROSSANA: Anche del mio amore per lei.

MAESTRO: Ed allora in nome di questo suo fantomatico amore per me le chiedo di

                    non insistere. Non le posso rispondere.

ROSSANA: Come vuole. Non insisto. Me ne andrò col dubbio.

MAESTRO: Si dimentichi di avermi incontrato. Sono sicuro che è la cosa migliore.

                    Per entrambi.

ROSSANA: E lei crede sia possibile?

MAESTRO: Possibile o no è giusto che sia così.

ROSSANA: Non la dimenticai allora, quando neppure ebbi modo di parlarle, si

                   figuri oggi.

MAESTRO: Oggi è diverso. Lei allora si innamorò dell’artista. Oggi ha di fronte

                    soltanto l’uomo e il paragone è impietoso.

ROSSANA: E’ impietoso perchè lei lo vuole rendere tale.

MAESTRO: E’ impietoso perchè è impietoso.

ROSSANA: Non per me.

MAESTRO: Ma ragioni, per favore.

ROSSANA: E lei che non vuole ragionare, è lei che si ostina a credere che il mondo

                   abbia apprezzato soltanto il suo essere artista, soltanto l’astratto che c’era

                   in lei.

MAESTRO: Mi dica che non è vero.

ROSSANA: Non è vero.

MAESTRO: Storie.

ROSSANA: Non ci si può innamorare soltanto dei fantasmi.

MAESTRO: Sì, quando il fantasma è la sola essenza che esista.

ROSSANA: Ma non è il suo caso. Possibile che non riesca a metterselo in testa?

MAESTRO: Cos’altro può interessare di me se non la mia arte che non c’è più?

 Anche lei. L’unico dubbio che vuole svelare prima di andarsene è lo

stesso: “perchè si è ritirato dalle scene?”. Le interessa solo quello.

ROSSANA: Non è vero. E credo di averglielo dimostrato aprendo la mia anima di

                   fronte alla sua durezza.

MAESTRO: Ma mi faccia il piacere.

ROSSANA: Non mi vuole proprio credere?

MAESTRO: Allora perchè non mi ha chiesto altro prima di andarsene?

ROSSANA: Perchè per trovare il tesoro bisogna prima abbattere le mura che lo

                   proteggono. E’ il solo modo. Finchè esiste un muro che ci divide dal

                   tesoro, lo possiamo solo immaginare. E il suo muro è quello. Finchè non

                   si deciderà a guardarsi una buona volta dentro non troverà che arida

pietra.

MAESTRO: E’ così sicura che dentro ci sia un tesoro?

ROSSANA: Sì, ne sono certa.

MAESTRO: Peccato che non abbia gli strumenti per abbatterlo quel muro.

ROSSANA: Me li dia lei.

MAESTRO: Nemmeno io li ho.

ROSSANA: O forse ha soltanto paura a tirarli fuori.

MAESTRO: Si sta facendo tardi. Non vorrà fare aspettare il meccanico. Ormai sarà

                    qui a momenti.

ROSSANA: Sì, ha ragione.

MAESTRO: E’ stato davvero un privilegio per me averla conosciuta.

ROSSANA: Anche per me.

MAESTRO: E mi scusi per ieri sera.

ROSSANA: Quale onore. Lei che si scusa con me.

MAESTRO: La smetta di prendermi in giro.

ROSSANA: Non mi permetterei mai di prenderla in giro. Mi sorprende solo il

                   suo cambiamento nel giro di dodici ore.

MAESTRO: Non cerchi di vedermi migliore di quanto sono.

ROSSANA: Ma perchè ogni volta che cerco di dirle una cosa carina lei si ritrae

                   immediatamente come un riccio?

MAESTRO: Quante volte glielo devo dire che non le credo?

ROSSANA: Lei è un orso. Mi crede adesso?

MAESTRO: Adesso sì.

ROSSANA: Bene. Certo è strano. Siamo sempre più pronti a credere a chi parla male

                   di noi che non a chi ne parla bene.

MAESTRO: Forse perchè gli insulti sono più sinceri. E spesso fanno molto meno

 male delle lodi.

ROSSANA: Io preferisco soffrire per una lode che gioire per la sincerità di un

insulto.

MAESTRO: Contenta lei.

ROSSANA: Per quello quindi non c’era felicità quella sera nei suoi occhi? Per quello

tutti quegli applausi le passavano attraverso?

MAESTRO: No.

ROSSANA: No cosa?

MAESTRO: Non era per quello.

ROSSANA: Non era per quello. E allora per che cos’era?

MAESTRO: Non faccia aspettare il meccanico.

ROSSANA: Per che cos’era?

MAESTRO: Se lo farà spazientire se ne andrà e la sua macchina rimarrà lì.

ROSSANA: Per che cos’era?

MAESTRO: La notte fuori fa freddo. Non pensi di poter di nuovo trovare rifugio a

                    casa mia.

ROSSANA: Addio Maestro.

MAESTRO: Aspetti. Le voglio lasciare una cosa. (Va Verso i dischi. Ne trova uno e

                    lo porta a Rossana).

ROSSANA: Per me?

MAESTRO: Come ricordo di questo incontro.

ROSSANA: Non posso accettare.

MAESTRO: La prego.

ROSSANA: No, davvero. E’ troppo.

MAESTRO: Mi permetto di insistere.

ROSSANA: La registrazione di quell’ultima esecuzione del Fidelio.

MAESTRO: A me non serve più.

ROSSANA: Come fa a non servirle più?

MAESTRO: La conosco a memoria e poi l’ho già ascoltata così tante volte.

ROSSANA: Ma è un reperto. Un disco rarissimo. Fu stampato in pochissime copie.

MAESTRO: E lei lo conservi come tale. Forse un giorno avrà un grande valore.

ROSSANA: Ce l’ha già un grande valore.

MAESTRO: Non credo.

ROSSANA: Forse non economico ma certamente affettivo.

MAESTRO: Bisogna guardare avanti, non restare legati al passato.

ROSSANA: Non so come ringraziarla.

MAESTRO: E allora non lo faccia.

ROSSANA: Posso darle un bacio?

MAESTRO: Va bene. (Gli dà un bacio sulla guancia).

ROSSANA: Il Fidelio.

MAESTRO: Che lei ieri sera non conosceva.

ROSSANA: Non è vero.

MAESTRO: Farò finta di crederle.

ROSSANA: Glielo giuro.

MAESTRO: Va bene. Non insisto.

ROSSANA: Però manca ancora una cosa.

MAESTRO: Che cosa?

ROSSANA: Mi piacerebbe che me lo firmasse.

MAESTRO: Non le sembra di chiedere troppo?

ROSSANA: Non può immaginare quanto sarebbe importante per me.

MAESTRO: Non so neanche se ho una penna.

ROSSANA: Bugia.

MAESTRO: E va bene. Aspetti qui. Ne vado a cercare una (Il Maestro esce. Rossana

                    si avvicina ai dischi e ne mette su uno. Parte la sonata “Al chiaro di

luna”. Poco dopo rientra il Maestro). Che cosa sta facendo?

ROSSANA: Mi scusi. Volevo soltanto...

MAESTRO: Non poteva aspettare di essere a casa per ascoltarlo?

ROSSANA: Lo tolgo subito.

MAESTRO: No, adesso lo lasci. Non fa niente.

ROSSANA: Io non pensavo di fare niente di male.

MAESTRO: E’ così legata al Fidelio?

ROSSANA: Come dice?

MAESTRO: Le ho chiesto se non riesce proprio a star lontana dal Fidelio. (Rossana

                    rimane un attimo interdetta).

ROSSANA: Mi piacciono molto... queste prime note.

MAESTRO: Mi dia la copertina.

ROSSANA: Ecco.

MAESTRO: Ma... il disco è qui dentro.

ROSSANA: Sì.

MAESTRO: Spenga tutto.

ROSSANA: Io...

MAESTRO: Le ho detto di spegnere tutto. Subito.

ROSSANA: Va bene. (Spegne).

MAESTRO: E se ne vada. Esca da questa casa.

ROSSANA: Mi dispiace tanto.

MAESTRO: Immediatamente!

ROSSANA: Va bene.

MAESTRO: Si prenda il suo disco. Aspetti. (Glielo firma) Vuole anche una dedica

                    o va bene così?

ROSSANA: Va bene così.

MAESTRO: Addio, Rossana.

ROSSANA: Senta...

MAESTRO: Ma lei è una piaga. Sono due giorni che appena arriva vicino alla porta

                    mi dice “senta” e ritorna indietro.

ROSSANA: Io sono davvero mortificata. Non volevo.

MAESTRO: Che cosa non voleva? Che cosa ha fatto di male? Mi è semplicemente

                    entrata in casa e in una notte mi ha capovolto l’esistenza. Tutto quello

                    che ho fatto o che non ho fatto in questi anni è andato in fumo in un

                    istante. Si ricordi che il Maestro è morto. Per sempre e per tutti. Morto.

ROSSANA: Il Maestro non è morto.

MAESTRO: La finisca.

ROSSANA: Per me non è morto.

MAESTRO: Ma chi è lei? Lei non è nulla.

ROSSANA: E’ vero. Io non sono nulla. E lei è il tutto. Ma il tutto non potrebbe

esistere se non ci fosse il nulla e io sono quel nulla che si è innamorato del tutto.

MAESTRO: Sciocchezze.

ROSSANA: Certo. Come vuole lei. Sciocchezze.

MAESTRO: E io non ho tempo per le sciocchezze.

ROSSANA: Già. Tutto il suo tempo lo deve dedicare a inacidire il suo animo. A farsi

                   del male. E poi magari anche a compatirsi per il male che si è fatto.

MAESTRO: Ma cosa vuole capire lei.

ROSSANA: Niente. Non voglio capire niente. Niente più di quello che ho già capito.

                   Continui a scappare, Maestro. Questo lo sa fare bene.

MAESTRO: Il meccanico la starà già aspettando da un pezzo. Vada.

ROSSANA: Certo, vado.

MAESTRO: E’ stato un piacere.

ROSSANA: La sua non è sordità, vero?

MAESTRO: Non sono Beethoven.

ROSSANA: E allora?

MAESTRO: Amusia.

ROSSANA: Amusia?

MAESTRO: Non ne ha mai sentito parlare?

ROSSANA: No.

MAESTRO: Incapacità di sentire la musica.

ROSSANA: Vuol dire che...

MAESTRO: Non riesco più a distinguere le note, l’altezza dei suoni, la loro durata.

                    La musica per me non è più altro che rumore. A volte addirittura un po’

                    fastidioso.

ROSSANA: Ma ieri sera...

MAESTRO: Lo so. Quando lei è arrivata stavo ascoltando il Fidelio. O meglio, lei ha

                    pensato che lo stessi ascoltando, e forse non si è sbagliata, era proprio

                    così. Ma io lo stavo ascoltando nella mia testa, nota dopo nota, tutto. Io

                    ascoltavo dentro di me quell’esecuzione del Fidelio, quella che lei

 ricorda benissimo, e che anch’io ricordo molto bene. A memoria.

ROSSANA: Ma è terribile.

MAESTRO: Non è vero, non era poi venuta così male.

ROSSANA: No, io intendevo...

MAESTRO: Lo so cosa intendeva, ma un po’ di umorismo, per carità.

ROSSANA: Ma come è successo?

MAESTRO: Non lo so. Forse una cosa ereditaria, che era dentro di me da chissà

                    quanto tempo, o forse un trauma. Chi può dirlo.

ROSSANA: E quindi è per questo che lei ha abbandonato la sua carriera.

MAESTRO: Acuta osservazione. Mi spiega come avrei potuto ancora dirigere una

                    orchestra?

ROSSANA: Ma perchè non dirlo? Perchè fuggire in quel modo?

MAESTRO: Lei pensa che il mondo avrebbe capito?

ROSSANA: Il mondo è molto meno brutto di quanto lei immagina.

MAESTRO: Davvero? E cosa avrebbe fatto il mondo? Per alcuni giorni mi avrebbe

                    compatito, avrei ricevuto attestati di solidarietà da tutte le parti, e poi a

                    poco a poco mi avrebbe rimosso, dimenticato, gettato via come uno

                    straccio usato non appena fosse arrivato un degno sostituto. Un nuovo

                    idolo. Un’icona in cui specchiarsi. E io sarei diventato qualcosa da

                    ricordare solo in una qualche commemorazione postuma. Un trofeo da

                    spolverare e tirare fuori per dimostrare il buon cuore di qualcun altro

che avrebbe solo mirato a farsi bello con le mie spoglie. No. Tutto  questo non fa per me. Meglio sparire. Lasciare il mondo a chiedersi il

perchè e non riuscire a trovare una risposta.

ROSSANA: Io non credevo...

MAESTRO: Nessuno credeva.

ROSSANA: Ma non si può curare?

MAESTRO: Non lo so e non mi interessa. Ormai non mi interessa più.

ROSSANA: Io ho un amico dottore...

MAESTRO: L’abbiamo tutti un amico dottore. Tutti quelli con cui parli hanno

 sempre un amico dottore, o un amico avvocato, o un amico notaio, o

 un amico Dio in grado di risolvere tutti i problemi. Se fosse

 vero forse avremmo un mondo migliore.

ROSSANA: Ma solo per un consulto.

MAESTRO: Non ha un amico politico? Che magari mi regali delle orecchie nuove a

                    mia insaputa? Mi sveglio un mattino e paf. Due belle orecchie nuove di

                    zecca. Anzi, no: un cervello nuovo. Delle nuove terminazioni nervose,

                    anche perchè sembra proprio che il mio problema non venga dalle

                    orecchie. Loro il lavoro lo fanno benissimo. E’ che poi durante il

                    trasporto verso la testa succede qualcosa, e arriva tutto a destinazione

                    piuttosto avariato.

ROSSANA: Ma non è giusto.

MAESTRO: Giusto o sbagliato è così e basta.

ROSSANA: Io non posso prenderlo questo disco. Glielo restituisco.

MAESTRO: Non dica sciocchezze.

ROSSANA: Davvero, non posso.

MAESTRO: Ormai è anche autografato.

ROSSANA: Non importa. La prego di riprenderlo.

MAESTRO: Tanto io non posso ascoltarlo. Posso mettere qualsiasi altro disco e fare

                    finta che sia il Fidelio. Non cambia niente.

ROSSANA: Per lei forse no, ma cambia per me.

MAESTRO: Che cosa può cambiare? Se non che questo disco assume un valore

                    seppur simbolico nettamente superiore? L’ultima incisione prima della

                    morte.

ROSSANA: La smetta di parlare così.

MAESTRO: Intendevo artistica, ovviamente.

ROSSANA: Non posso starla a sentire.

MAESTRO: E allora se ne vada.

ROSSANA: E’ facile per lei.

MAESTRO: Lo è di più per lei che può tornare alla sua normalità portandosi

 finalmente dietro la risposta che cercava. O per lo meno che mi ha

 detto che stava cercando.

ROSSANA: Non è così.

MAESTRO: Ah no?

ROSSANA: No. Lei non può capire.

MAESTRO: E allora me lo spieghi.

ROSSANA: La prego, non mi chieda niente.

MAESTRO: Non mi chieda niente.

ROSSANA: Mi faccia la cortesia di riprendersi questo disco.

MAESTRO: E va bene. Se è questo che desidera. (Lo riprende). Me lo ascolterò

                    questa sera con tranquillità. Non appena se ne sarà andata.

ROSSANA: La smetta di prendermi in giro.

MAESTRO: Dovrò anche cancellare l’autografo. Autoautografarmi un disco mi

 sembra proprio un delirio di onnipotenza.

ROSSANA: Vorrei non essere mai venuta qua.

MAESTRO: Ah sì? E come mai?

ROSSANA: Era meglio ricordarla com’era. Un Dio.

MAESTRO: Invece ha assistito alla caduta degli dei.

ROSSANA: Lei non può capire.

MAESTRO: Che cosa non posso capire?

ROSSANA: Lasci stare.

MAESTRO: Non è buona educazione dire a qualcuno che non può capire e poi non

                    voler dargli spiegazioni per sollevarlo da questa sua condizione di

                    ignoranza.

ROSSANA: Addio.

MAESTRO: Allora? Cosa facciamo con il disco?

ROSSANA: Non facciamo niente.

MAESTRO: Come preferisce. Mi permetta almeno di darle un bacio d’addio.

ROSSANA: Va bene.

MAESTRO: Veloce veloce. Non dobbiamo abusare della pazienza del meccanico che

                    a quest’ora la starà aspettando da parecchio.

ROSSANA: No, è vero. (Il Maestro la afferra e la bacia. E’ un lungo bacio

appassionato. Rossana inizialmente cede al bacio poi dopo un po’ lo

respinge). Ma che cosa fa?

MAESTRO: Soltanto quello che lei si aspettava da ieri sera.

ROSSANA: Ma per chi mi ha presa?

MAESTRO: Non è forse così?

ROSSANA: La smetta.

MAESTRO: Allora forse il suo grande amore per la star non era così grande.

ROSSANA: Ma cosa c’entra.

MAESTRO: Di solito è così, no? Quando pensiamo ai nostri idoli li pensiamo sempre

                    in posizione orizzontale.

ROSSANA: Ma si può essere così cafoni?

MAESTRO: Allora forse non ero davvero il suo idolo.

ROSSANA: Stare lontano dal mondo per così tanto tempo l’ha resa un uomo

spregevole.

MAESTRO: Chissà che non fosse il contrario: mi sono ritirato dal mondo perchè

                    sapevo di essere spregevole.

ROSSANA: No.

MAESTRO: (Con tono rassegnato). O magari è solo un modo per mandarla via.

 Portandosi dietro un brutto ricordo di me.

ROSSANA: In modo che mi passi l’eventuale tentazione di tornare?

MAESTRO: In modo che se non dovesse più tornare io non debba rimpiangerla.

ROSSANA: Fuggendo ancora?

MAESTRO: No, al contrario. Facendo fuggire lei correndole dietro.

ROSSANA: Mi rendo conto che è quasi impossibile capire cosa le passa per la testa.

MAESTRO: Per fortuna.

ROSSANA: Questo lo dice lei.

MAESTRO: E lei no?

ROSSANA: No. Io no.

MAESTRO: Non lo so nemmeno io che cosa mi passa per la testa. Forse tutta la mia

                    vita o forse niente del tutto.

ROSSANA: O forse un po’ questo e un po’ quello.

MAESTRO: Buona fortuna, Rossana.

ROSSANA: Buona fortuna, Maestro. (Rossana inizia ad allontanarsi).

MAESTRO: Rossana.

ROSSANA: Sì?

MAESTRO: Se un giorno volesse tornare... (Rossana esce).

TERZO QUADRO

In scena la vicina di casa che sta sistemando alcune cose. Poco dopo entra il Maestro, agitatissimo. E’ una furia. Ha una rivista in mano. La strappa e poi la butta per terra. Si avvicina ai dischi. Ne afferra un paio li guarda e poi li butta  via.

VICINA: Ho appena finito di mettere a posto.

MAESTRO: Mi scusi.

VICINA: Non mi sembra poi una cosa così grave.

MAESTRO: Non le sembra una cosa grave?

VICINA: No.

MAESTRO: Lei non può capire.

VICINA: Io capisco fin troppo bene. (Raccoglie i cd).

MAESTRO: Se vuole può anche gettarli.

VICINA: La smetta.

MAESTRO: E’ tutto finito. Tutto il mio lavoro, tutti i miei sforzi, tutti questi anni

                    passati a costruire un qualcosa...

VICINA: Un muro.

MAESTRO: Quello che è. Distrutti in un minuto.

VICINA: E’ solo questione di qualche giorno poi vedrà che tutto tornerà come prima.

MAESTRO: Non è così semplice.

VICINA: Oggi le cose vanno veloci.

MAESTRO: Non tutte. E soprattutto non quelle che girano qui dentro (Si indica la

                    testa).

VICINA: Si dia il tempo di farsi sbollire la rabbia poi vedrà che mi darà ragione.

MAESTRO: Se ha finito può anche andare a casa.

VICINA: Grazie.

MAESTRO: Come?

VICINA: Mi liquida così?

MAESTRO: Mi scusi, ma oggi non è giornata. Ho soltanto voglia di restare solo.

VICINA: E’ la cosa peggiore che potrebbe fare.

MAESTRO: Almeno evito di dire cose che non penso.

VICINA: Che vuole, io ci sono abituata.

MAESTRO: A sentirsi trattare male?

VICINA: Sì.

MAESTRO: Suo marito è così terribile?

VICINA: Sta scherzando mi auguro.

MAESTRO: Certo che sto scherzando, non sono così stupido.

VICINA: Non l’ho mai considerata uno stupido, anzi.

MAESTRO: Però uno pieno di sé, sì.

VICINA: Nemmeno. Posso dirle ciò che penso?

MAESTRO: Non ne è obbligata.

VICINA: Non importa, lo farò lo stesso.

MAESTRO: E allora me lo canti, così non riuscirò a sentirla.

VICINA: Sempre gentile.

MAESTRO: Mi scusi.

VICINA: La smetta di torturarsi.

MAESTRO: E’ lei che mi sta torturando.

VICINA: Io sono contenta di quanto è successo.

MAESTRO: Contenta?

VICINA: Ero stufa di vederla sotterrarsi da vivo. Forse in questo modo finalmente

               troverà la forza di uscire da quella porta.

MAESTRO: Per andare dove?

VICINA: Non lo so. Ma qualsiasi posto è meglio di questa tomba.

MAESTRO: Punti di vista.

VICINA: La smetta di punirsi per qualcosa di cui non ha colpa e ringrazi quella

               donna che l’ha messa di fronte alla sua vita. Era l’ora.

MAESTRO: La smetta.

VICINA: Sta arrivando qualcuno. Sento il rumore di una macchina.

MAESTRO: Sarà suo marito che viene a prenderla.

VICINA: Non credo (Và verso la porta). Eccola.

MAESTRO: Chi?

VICINA: Quella ragazza. Sta tornando.

MAESTRO: Non la voglio vedere.

VICINA: E invece lo farà. Ci vediamo giovedì.

MAESTRO: Dove va?

VICINA: Vi lascio soli.

MAESTRO: Non è indispensabile.

VICINA: Forse no. Ma non ho voglia di stare ad ascoltare le sue patetiche scuse

      alle quali nemmeno lei crede.

MAESTRO: Non sono patetiche scuse.

VICINA: Ah no? Meglio così, allora. Arrivederci. (Esce. Dopo qualche istante dalla

                porta di ingresso entra Rossana. Restano per un lungo momento ad

                osservarsi, in silenzio, quasi fosse un duello).

ROSSANA: Era aperto. Ho pensato di entrare.

MAESTRO: Ha di nuovo rotto la macchina?

ROSSANA: No.

MAESTRO: E allora mi dica cosa è venuta a fare di nuovo qui.

ROSSANA: Spiegarle.

MAESTRO: Non c’è niente da spiegare.

ROSSANA: C’è tutto da spiegare.

MAESTRO: E allora diciamo che io non ho assolutamente voglia di stare ad

                    ascoltare le sue spiegazioni.

ROSSANA: Che lo voglia o no lo dovrà fare. Glielo chiedo per favore.

MAESTRO: L’unico favore che può farmi è di uscire da questa casa.

ROSSANA: La scongiuro.

MAESTRO: Ho detto di andarsene.

ROSSANA: Altrimenti? Chiamerà la polizia? Mi picchierà?

MAESTRO: Potrei anche farlo. Lei è in casa mia. Entrata contro la mia volontà.

                    Potrebbe essere una ladra.

ROSSANA: Non sono una ladra.

MAESTRO: Che faccia tosta. La volta scorsa non è venuta qua per rubare?

ROSSANA: No.

MAESTRO: Però mi sembra che l’abbia fatto. E anche molto bene. Se ne vada via,

 non voglio vedere la sua faccia mai più.

ROSSANA: Io ho fatto soltanto il mio lavoro.

MAESTRO: Gran bel lavoro. 

ROSSANA: Si metta nei miei panni.

MAESTRO: Dunque il suo lavoro consiste nell’entrare furtivamente nella vita della

 gente e sconvolgerla?

ROSSANA: No. Il mio lavoro consiste nel cercare la verità.

MAESTRO: Detto così sembra anche bello.

ROSSANA: Non lo so se sia bello o meno ma è quello.

MAESTRO: Cercare la verità. E poi? Una volta che l’ha trovata? Usarla?

ROSSANA: Raccontarla.

MAESTRO: Non crede siano sinonimi?

ROSSANA: No.

MAESTRO: Raccontarla. A tutti quegli stronzi che vogliono sentirla. A tutti quei

                    morti che per sentirsi vivi devono abbeverarsi del sangue della gente.

ROSSANA: Io li chiamo semplicemente lettori.

MAESTRO: Lettori?

ROSSANA: Sì.

MAESTRO: Per i lettori esistono i libri.

ROSSANA: Tanto non riuscirà a farmi sentire in colpa per quello che ho fatto.

MAESTRO: Io non voglio farla sentire in colpa. Non me ne frega niente di farla

                    sentire in colpa.

ROSSANA: Ho fatto quello che dovevo, quello per cui vengo pagata.

MAESTRO: E quindi la pagano anche per questo?

ROSSANA: Sì.

MAESTRO: Me ne compiaccio.

ROSSANA: In ciò che ho scritto non c’è una sola riga inventata.

MAESTRO: Non dico questo. (Va a riprendere il giornale precedentemente fatto a

                    pezzi). Tutta la mia storia. Da quell’ultimo concerto in avanti. Tutto qua

                    sopra. Ciò che io le avevo confidato perchè la credevo una automobilista

                    in panne. Perchè la credevo... non lo so nemmeno io. Forse una voce

 amica. Dopo tanto tempo a parlare con la mia immagine allo specchio.

 E invece la sola cosa che interessava a lei era carpire i miei segreti più

 nascosti per raccontarli al mondo. E poi si stupisce se ritengo di

 essere stato tradito da lei.

ROSSANA: No, non me ne stupisco.

MAESTRO: Ah no?

ROSSANA: Io lo so di averla tradita. E so benissimo che non avrei dovuto.

MAESTRO: Il fatto che ne sia consapevole è già una gran cosa.

ROSSANA: Lei perchè crede che io sia venuta qua oggi?

MAESTRO: Non lo so. Forse le mancava ancora qualche informazione.

ROSSANA: La smetta.

MAESTRO: Io dovrei smetterla?

ROSSANA: Parla così solo per cercare di ferirmi.

MAESTRO: E quindi adesso la vittima starebbe diventando lei?

ROSSANA: Io non sono una vittima. Ma nemmeno il carnefice che crede.

MAESTRO: Chiedo scusa allora.

ROSSANA: Il mio giornale si occupa di gossip, di quelle notizie o non notizie che

                   tanto piacciono alla gente, pettegolezzi, illazioni, segreti delle persone

                   famose, di quelle che loro vorrebbero essere e che non potranno mai. E

                   si nutrono delle piccole tragedie delle persone importanti. Quando

leggono che una star ha dei problemi o dei drammi, possono sentirsi vivi,

                   diventano improvvisamente capaci di sopportare anche i loro piccoli o

                   grandi travagli quotidiani.

MAESTRO: Mal comune mezzo gaudio.

ROSSANA: Può definirlo come vuole.

MAESTRO: Il suo lavoro è dunque quello di nutrirli di tutto il marcio che riesce a

                    trovare.

ROSSANA: No. Li nutro di vita.

MAESTRO: E doveva proprio nutrirli con la mia vita?

ROSSANA: La gente non l’ha dimenticata. E forse molti volevano sapere i veri

                   motivi della sua scomparsa.

MAESTRO: Se avessi voluto rivelarli non pensa che non avrei aspettato lei?

ROSSANA: Non crede che il fatto di interessarsi a lei possa anche essere una forma

                   di amore?

MAESTRO: Suo o della gente?

ROSSANA: Della gente. E anche mio.

MAESTRO: Anche suo? Beh, non ha scelto il modo più bello per dimostrarlo questo

                    amore.

ROSSANA: Lo so. Ed è per questo che sono tornata. Per scusarmi.

MAESTRO: Me ne infischio delle sue scuse.

ROSSANA: Lo so. Ma sentivo di dovergliele porgere ugualmente.

MAESTRO: Ora tutti sanno.

ROSSANA: E con questo?

MAESTRO: Potranno compatirmi.

ROSSANA: O amarla come un essere umano. Non più soltanto come un’icona.

MAESTRO: Io non voglio essere amato.

ROSSANA: L’amusia non è un delitto o una cosa di cui vergognarsi.

MAESTRO: Stia zitta.

ROSSANA: No. Non sto zitta.

MAESTRO: Va bene. Ma io non sono obbligato a starla a sentire. (Mette su un disco

                    a volume molto alto. Rossana lo spegne).

ROSSANA: Non faccia il bambino.

MAESTRO: Ho voglia di musica.

ROSSANA: Tanto non riesce a sentirla. (Una pausa. Il Maestro si accascia su una

                   poltrona).

MAESTRO: Ha ragione. Non riesco a sentirla.

ROSSANA: E invece può sentire me. E’ vero. Volevo fare uno scoop. La prima

                   giornalista a riuscire ad intervistare il Maestro dopo il suo misterioso

                   ritiro dalle scene. Sapevo che ne sarebbe potuto uscire un grandissimo

                   articolo. Scoprire gli oscuri motivi per cui un uomo all’apice della sua

                   carriera aveva deciso di ritirarsi completamente dal mondo. Per me

                   poteva essere la svolta nella carriera. Il servizio che avrebbe potuto farmi

                   prendere in considerazione da testate molto importanti. E allora sono

                   venuta qua, sono riuscita ad intrufolarmi in casa sua, a poco a poco sono

                   riuscita a guadagnarmi la sua fiducia. All’inizio lei voleva cacciarmi, poi

                    farmi dormire per terra, ma all’improvviso il suo atteggiamento verso di

me è cambiato. Non creda che io le abbia raccontato solo delle balle. A

quel suo ultimo concerto c’ero davvero, la mia passione nei suoi

confronti è sempre stata reale.

Così lei si è aperto e mi ha raccontato molte cose, tra cui il motivo per cui aveva abbandonato le scene. A me non è sembrato vero. Avevo il

materiale che mi serviva. Però è successa una cosa strana. Mi sono resa

conto che sapere quelle cose, che potere finalmente scrivere il mio

articolo, non mi stava più dando alcuna soddisfazione. Non provavo

quell’eccitazione che avevo creduto di poter provare e che avevo provato

fino a qualche ora prima.

Forse è perchè davanti a me non avevo più il Maestro, non avevo più Dio, ma avevo soltanto un uomo. Un uomo con tutto ciò che di umano

lo compone. L’orgoglio, la paura, le emozioni, i turbamenti, e perchè no,

forse anche l’innamoramento.

Così per un attimo ho pensato che queste cose fossero molto più importanti di tutto il resto, compreso il mio stupido articolo. E poi me ne

sono andata. Solo che, lo sa come succede. Appena svanisce la magia

si torna nella propria vita, e la mia vita mi ha portata a scrivere quello

che ho scritto. L’articolo è uscito e non c’è più stato modo di fermare

niente. Come una valanga che si porta dietro tutto.

MAESTRO: E con questo cosa sta cercando di dirmi?

ROSSANA: Non l’ha ancora capito?

MAESTRO: Sono soltanto un uomo.

ROSSANA: Secondo lei perchè sarei tornata oggi?

MAESTRO: Non lo so e non mi interessa saperlo.

ROSSANA: Ma perchè per una volta non lascia che sia il suo cuore a parlare?

MAESTRO: Non vedo perchè dovrei.

ROSSANA: Perchè si sta buttando via.

MAESTRO: Meglio no? Così fra qualche anno potrà tornare e scrivere un altro

                    articolo. Ormai conosce la strada.

ROSSANA: Non voglio scrivere un articolo su un vecchio rancoroso.

MAESTRO: Non ho altro da offrirle.

ROSSANA: Non è vero.

MAESTRO: E poi il mio cuore a lei non ha niente da dire.

ROSSANA: Va bene. Allora lascerò che sia il mio di cuore a parlare.

MAESTRO: L’importante è che sia meno loquace di lei.

ROSSANA: Lo sarà, non si preoccupi.

MAESTRO: Dunque?

ROSSANA: Io oggi sono qua perchè mi sono innamorata di lei.

MAESTRO: E con questo?

ROSSANA: Ma possibile che niente la scalfisca?

MAESTRO: Che cosa vuole fare? Venire a vivere qua? Lontana da tutto? dal mondo,

                   dal suo mondo? Insieme ad un rancoroso che non avrebbe niente da

                   offrirle se non la sua rabbia?

ROSSANA: Perchè no?

MAESTRO: E quanto potrebbe durare questa sua infatuazione? Un giorno, un mese,

                   un anno?

ROSSANA: Non lo so e non mi importa.

MAESTRO: Ma a me sì.

ROSSANA: Nessuno lo può sapere. Forse un giorno o una vita intera.

MAESTRO: C’è un po’ di diversità, non crede?

ROSSANA: Ma un solo modo per scoprirlo.

MAESTRO: La compatisco.

ROSSANA: E’ tutto qui quello che sa dirmi?

MAESTRO: Non vedo cosa ci sia d’altro.

ROSSANA: Ha ragione.

MAESTRO: Quest’articolo è un modo strano per dimostrare il suo amore.

ROSSANA: Lo so. Non si immagina quanto rimpianga di averlo scritto.

MAESTRO: Avrebbe dovuto pensarci prima.

ROSSANA: Mi perdoni.

MAESTRO: Bene. Se non ha altro da aggiungere...

ROSSANA: E lei?

MAESTRO: Che cosa?

ROSSANA: Prima le ho detto che mi sono innamorata di lei, e adesso le ho chiesto

           “e lei”?

MAESTRO: L’amore è una bella musica. Peccato che, come lei ha scritto, io non sia

                    in grado di ascoltarla.

ROSSANA: Ho capito. Non la disturberò più.

MAESTRO: Addio Rossana.

ROSSANA: Le costa così tanto, vero, dirmi che anche lei è innamorato di me?

MAESTRO: Sarebbe una menzogna.

ROSSANA: No, è una menzogna quello che sta cercando di farsi credere.

MAESTRO: Io non sto cercando di farmi credere niente.

ROSSANA: Come vuole. Spero che questo momento non diventi il più grande

                   rimpianto della sua vita. Ancora più di quell’ultimo concerto. Ancora

                   più del Fidelio. Addio. (Rossana comincia ad allontanarsi).

MAESTRO: Rossana. (Lei si ferma e si volta).

ROSSANA: Sì?

MAESTRO: (Una pausa). Niente.

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