S’a ne va ben semmo… arroinæ…

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                                              Cod. SIAE 912496 A

                                                           

 commedia in genovese -due atti e due quadri

                                                                    di

                                                     ENRICO SCARAVELLI          

                                                     

Personaggi:

Giovanni CASANOVA                padron de casa

Marisa CASANOVA                    sêu moggé

Vincenzo GRATTA                      ex onorevole

Gioconda SCHIFANOIA            moggé do Gratta

Anselmo PONTEGGI          impresäio edile

Mario SOLFEGGI                         professò de mûxica

Gennaro NIELLO                          pittô

Irina TIMOSHENKO                    colf

Carlo SPOTORNO                        postin

Fritz Klepper                                  violinista

Cesira TAROCCHI                       cartomante

In te ‘na villa a Ciàvai ai giorni nostri

S’A NE VA BEN… SEMMO ARROINÆ

ATTO PRIMO

In una villa a Chiavari. Salotto signorile con divano, cristalliera,libreria, tavolo  con sedie. Quadri di pregio alla parete, porta sul fondale affiancata da una finestra dalla quale si vede il mare. Un arco di fronte alla porta che immette all’esterna. A sinistra dell’arco si va alle camere mentre a destra di va ai servizi ed alla cucina. Fiori su un tavolino. Il salotto, conosciuto come salotto letterario, è frequentato da poeti, musicisti, letterati (o presunti tali). Alcune riviste su un tavolino.

 

SCENA I

(Marisa – Anselmo – on. Gratta – Gioconda – Prof. Solfeggi – Gennaro – Fritz - Irina)

(A sipario chiuso si ode la finale di un brano del minuetto di Luigi Boccherini che cessa a sipario aperto. I personaggi in scena, elegantemente vestiti, seduti, sorseggeranno il the. Fritz, che ha appena terminato il brano col violino, sta ricevendo gli applausi dei convenuti, ai quali fa un inchino, ringraziando)

Fritz           :- (in piedi, violino in mano) “Grazie, troppo buoni…. Danke”

Marisa        :- (fa gli onori di casa) “Caro Fritz, il vostro talento ha ben meritato il riconoscimento a primo violino all’Opera di Vienna”

Fritz            :- “Danke… Grazie!... Ma ora solo <ex> primo violino…”

Marisa        :- “Cöse o ne dïxe comme esperto, o nostro professò Solfeggi de questa esecuzion?”

Solfeggi       :- (compiaciuto) “L’ho sentïo in te ‘n concerto a-o Cantero[1] e mi che insegno o violin a-o Conservatörio Paganini, posso dì che l’amigo Fritz..”

Gennaro      :- “ <l’Amico Fritz>, di Mascagni?”

Anselmo     :- “Spiritoso”

Solfeggi       :- “…o l’è pin de talento e o l’ha tanta senscibilitæ d’espresciòn… Complimenti”

Fritz            :- “Danke herr professor”

Marisa        :- “Si accomodi Herr Fritz intanto che la mia domestica, Irina, preparerà il the alla russa, col <samovar>”

Gioconda    :- “E cöse o saieiva?”                                                                            

Fritz            :- “Apparecchio per preparare the” (messo al sicuro lo strumento, siede)

Solfeggi       :- “Cöse o ne dïxe da nostra situazion italiann-a l’esimio imprenditò, Ponteggi?... I vostri cantieri edili nascian sempre comme funzi?”

Anselmo     :- “Ahimemì… scià l’ha tuccòu ‘n tasto dolente… E banche lèxinan i prestiti e diffiçilmente concedan e fideiûssiòin. O Comûne, a Region,

 o Stato no pagan e mi no so comme pagà o materiale e i operai…” (a Gratta) “Onorevole Gratta… no se peu fa quarcösa pe’ fa tià feua i dinæ che o Statoo deve a-e aziende, ai cantieri… Insomma chi va a finì che seremmo büttega”

Gratta         :- “Ma mì no son ciù onorevole… anche se continuan a ciammäme in ‘sto moddo”

Gennaro      :- “È stato tromb… “

Gioconda    :- (interrompe risentita) “Comme saieiva a dï?”

Gennaro      :- “Stavo per dire che è stato tromb-ettista da giovane nella banda dei tramvieri… dico bene onorevole?”

Gratta         :- (seccato) “Ma sì, tanti anni fa…suonavo la cornetta”

Gennaro      :- (con comica allusione rivolto a Gioconda) “Appunto: la cornetta!

Marisa        :- (sedendosi accanto a Gioconda) “Ma se no pagan i travaggi che son stæti fæti pé e Istitûzioìn comme poemmo fiäse a arvì nêuve aziende?. Mæ maio o s’e indebitou con e banche pe’ continuà l’attivitæ, con interesci da strossin e se o no l’incascia l’azienda a va in malöa e riscc-emmo o fallimento, a bancarotta… “ (preoccupata)…a miseia…”

Anselmo     :- “Scià vedià ch’andià tütto ben”

Marisa        :- (preoccupata e scettica) “Speremmo”

Irina            :- (giovane colf ucraina, con abiti da cameriera, entra con vassoio e sette tazze con the zucchero, eventuali pasticcini. Posa sul tavolo e guarda Marisa come a chiedere se doveva servire)

Marisa        :- “Grazie Irina, vai pure di la che servo io i miei ospiti”

Irina            :- ”Come desidera signora” (ritorna in cucina)

Marisa        :- (provvede a versare il the nelle tazze iniziando da Gratta) “Onorevole Gratta, Scià gradieiva ‘n po’ de limon in to thé?”

Gratta         :- “No grassie, foscia mæ moggé…” (alla moglie) “Gioconda ti ghe vêu  ûn po de limon?”

Gioconda    :- (cerca di darsi un tono da saccente ma appare quasi sempre imbranata, fuori

                        luogo, con gaffe madornali) “No grassie…”(sottovoce al marito) “Ti o sæ che o limon o me strenze l’intestin”

Marisa        :- “Ti vïu mettighe ‘na stissa de læte?”

Gioconda    :- “Ninte, grassie. Ghe metto solo ‘n pittin de sûccao” (si serve con cinque cucchiaini di zucchero che il pubblico vede. Marisa, con comicità, come assistesse ad una partita di tennis, sposta ogni volta il capo dalla zuccheriera alla tazza)

Marisa        :- (salace) “Veddo co te piäxe ciûttosto amäo” (intanto serve Fritz)

Gioconda    :- “Çerco de tegnime pe’ via do diabete” (beve il the)

Marisa        :- “Ancon da sæ”

Anselmo     :- “Complimenti Scià Marisa pe’ comme scià sa organizzà ogni settemann-a queste giornæ, questi puìdisnà dedichæ ä coltûa, a l’arte…”

Solfeggi       :- “… e anche ä <mûxica seria>, quella classica, operistica…” (si volge a Fritz come a cercare consenso) “Diggo ben Herr Fritz?”

Fritz            :- “Natürlich!”  (sorbendo il the fa un’espressione schifata; depone la tazza e tossisce)

Gennaro      :-  (che parlerà con accento napoletano) “Non ci scordiamo delle belle canzoni napoletane conosciute in tutto o monno” (sorseggia il the e anche lui, con espressione schifata depone la tazza e gli scappa un...) “Bèèh...” (sottovoce, tra sé) “Che schifezza!”

Gioconda    :- (che vuole essere tutta <trilli> e parla con voce quasi infantile) “Scià l’ha ra-xon Meistro Gennaro…”

Gennaro      :- (con l’espressione schifata,accennando alla tazza del the)  “Per…il the?”

Gioconda    :- “E cansoin napulitann-e…”(cercando di darsi arie da intenditrice) “Mi quande sento cantà <O sole mio> , <O sordatto innamorato> …<vitti ‘na crozza>…”

Gennaro      :- (tra un colpo di tosse e l’altro) “Quella… siciliana è”

Gioconda    :- “… e ben, con quelle melodie me sento quarcösa remesciase drento de mi…”

Gratta         :- (rapido) “Vanni in bagno se ti senti o remescio, primma che…”

Gioconda    :- (seccata per l’interruzione) “Ma cöse gh’intra” (riprendendo un’espressione romantica, estatica) ”Stavo dixendo che a senti queste melodie me sento tûtta… reumatica”

Gennaro     :- “Caspiterina, questa non l’avevo ancora sentita”

Gratta                  :-(sottovoce alla moglie) “Romantica Gioconda… romantica immagino!”

Gioconda    :- “Voeivo dì: <romantica>… me son ingambà in to dïlo”

Gennaro      :- “Succede…  un lapsus”

Gioconda    :- “No, no… o lapis o no gh’intra…l’è che ea sorviapenscieo”

Marisa        :- (serve Anselmo)

Anselmo     :- “Grassie… pe’ mi senza sûccao” (sorseggia. Sbruffa e tossisce)

Marisa        :- (ad Anselmo) “Gh’è andæto o the pe’ traverso?... Scià se o güste adäxo, co l’è ‘na bontæ”

Anselmo     :- “Scià dïxe?... Alloa, se scià permette… a servo mi” (vuota in una tazza il the… Poi prende lo zucchero) “Quanto sûccao?”

Marisa        :- “Solo un cûgiarìn… “ (compiaciuta) “Ma ammia ‘n po che anchêu son stæta servia da ‘n’ospite. Grassie”

Anselmo     :- “Scià me ringrassià doppo… se l’è o cäxo,”

Marisa        :- (manda giù un sorso poi, comicamente rimane di stucco, in piedi, occhi sbarrati, impalata)

Gratta         :- (che si accingeva a bere, vista la situazione, posa di scatto la tazza come se scottasse e l’allontana da sé)

Gennaro      :- (si alza premuroso, passa una mano davanti agli occhi di Marisa, le toglie la tazza e la fa sedere)

Marisa        :- (siede come un automa, poi si alza di scatto e lancia un urlo) “Aaahhh!”

Tutti           :- (al grido di Marisa scattano spaventati)

Gioconda    :- “A me fa vegnì ‘n corpo!”

Gratta         :- “No creddo… T’hæ bevüo sta porcaia sensa manco sillà…”

Marisa        :- (isterica chiama la cameriera) “Irina!”

Irina            :- (entra) “Bisogno di me signora?”

Marisa        :- (prende una tazza, versa il the, mette un cucchiaino di zucchero e impone alla donna di berlo) “È giusto che anche tu beva il the che hai preparato”

Irina            :- “Signora molto gentile con Irina; spassiba[2]” (beve mentre tutti attendono la reazione. Beve ancora  mentre gli altri attendono l’esito) “Dobre… karasciò… buono” (finito di bere, prende la sua tazzina e la porta in cucina)

Anselmo     :- “Ma cös’a l’ha? O stêumego de færo?” (mentre tutti si interrogano con lo sguardo proviene dalla cucina l’urlo di Irina e si ode il tonfo di lei a terra e il rumore di stoviglia che si rompe)

Tutti           :- (con soddisfazione affatto nascosta hanno pronunciano il <volevo ben dire> con un) “Éh…!”

Gennaro e Marisa:- (vanno lestamente in cucina)

Anselmo     :- “Quello o no l’éa the…a l’éa ‘na porcàia gramma e stantïa comme s’ëscimo collòu da muffa”

Gioconda    :- “Mi n’ho sentïo ninte” (al marito) “E ti?”

Gratta         :- (con ironia, non avendo bevuto il the) “Manco mì”

Gioconda    :- “Visto?”

Solfeggi       :- “O creddo ben! O no l’ha bevûo!”

Gioconda    :- “Che razza d’ommi…No san manco reze ‘n the!”

Gennaro      :- (rientra mentre tutti lo guardano aspettando di sapere) “Ha avuto dei conati di stomaco e… si è liberata”

Gioconda    :- “Che razza di donne!”

Anselmo     :- “Gh’ammanca solo <che razza di bambini> e poi semmo a posto”

Gioconda    :- (in piedi, si porta una mano allo stomaco, si scuote con comicità… si porta una mano alla bocca e scappa fuori di scena uscendo a destra)

Gratta         :- “Che razza de moggé!”

Marisa        :- (rientra mostrando un qual certo imbarazzo) “No so comme segge sûccesso… ve domando scûsa ma… no me saieiva mai immaginòu che l’Irina, abituà a fa o the comme in rûscia, con o <samovar> a preparesse o the piggiòu in ta scattoa sbaglià”

Gratta         :- “Sbaglià?”

Marisa        :- “Gh’éa ‘na scattòua dovve ‘na votta gh’éa o the, con tanto de vignetta disegnà, che ho addeuviòu pe’ mettighe de bustinn-e de veleno pe’ i ratti. Ho controllou a scattoa e gh’ea ancon  ûn po’ de the in mëzo a e bûstinn-e de quello veleno…ormai scheite e che no son ciù periculuse”

Gioconda    :- (rientra massaggiandosi lo stomaco e andandosi a sedere) “Ma t’hae attentòu ä nostra vitta!”

Marisa        :- “Ammia che l’ho bevûo mi ascì… Son desolà… ma tranquilli…o malessere o l’è passeggero…” 

Anselmo     :- “Eh za…a n’e andæta ancon ben… Gh’è mancou poco pe’ arroinäse”

Solfeggi       :- “Semmo arroinæ perché a situazion sociale a l’è gramma… Se no se ne guagna no se spende!”

Gennaro      :- (scherzando) “Ma l’onorevole Gratta la soluzione vincente potrebbe darcela…”

Gratta         :- “Ah, scì? E in che mainéa?”

Gennaro      :- “Ma nel …gratta… e vinci”

Gratta         :- “Spiritoso o nostro napulitan… Ciûttosto come van i so …” (con pressapochismo) “…quaddri; se vendan?”

Gennaro      :- “C’è crisi… La gente non tiene denaro… e siccome i quadri non se li può mangiare, preferisce comprarsi il pane…Gente viziosa. Chissà dove andremo a finire con sto schifo… questa noia…”

Gioconda    :- (recitando) “Scià dïva de mì?”

Gennaro      :- “Veramente non ci pensavo manco nu poco”

Gioconda    :- “Ma ho sentïo dî <Schifanoia>…”

Gennaro      :- “E che vuol dire…”

Marisa        :- “Schifanoia o l’è o cognomme da Scià Gioconda…”

Gioconda    :- “Cognomme da fantinn-a s’intende… Da majà fasso…”

Anselmo     :- (intervenendo con sfottò e mimando col gesto della mano)) “Gratta!”

Marisa        :- (ad evitare battute salaci interviene cambiando discorso) “Professò Solfeggi, ho sacciûo che scià l’ha pûbblicòu ûn libbro.. Cöse o tratta?”

Solfeggi       :- (soddisfatto della domanda, si dà importanza)“Veramente ho solo consegnòu e bozze a l’editò…O l’è ûn trattato in sci melodrammi mûsichæ da Verdi, Rossini, Donizetti e in scié discûssioìn con Mozart a propoxito do Salieri… Ghe faiò savei”

Fritz            :- “Vostro Salieri era geloso di successi musicali di nostro Mozart”

Marisa        :-(suona un campanello per chiamare la domestica)

SCENA II

(Marisa – Anselmo -  Gratta – Gioconda – Solfeggi – Gennaro – Irina - Fritz)

Irina            :- (entra dalla cucina)“La signora desidera?”

Marisa        :- “Va meglio?”

Irina            :- “Sì, grazie… Prego mi scusare ma io non sapevo che the fosse…”

Gennaro      :- (galante, mentre si siede) “Tutto e bene quel che finisce bene signorina”

Marisa        :- “Irina, porta via le tazze ed il resto”

Irina            :- “Subito signora” (raccoglie tazze, piattini, zuccheriera, cucchiaini, cabaret e nel far questo si china col sedere verso Gennaro che si agita)

Gennaro      :-(compiaciuto, guardando ostentatamente il <lato b> di Irina) “Caspiterina signora Marisa… avete cambiato donna di servizio…in meglio!”

Anselmo     :- “E scià se n’è accorto dä targa?”

Marisa        :- “Quella de primma a s’è ammaottïa e-a mae màjo gh’han conseggiòu questa Irina…a ne vegne da l’Ucraina… A l’è in pröva primma de mettila in regola”

Anselmo     :- (a Irina) “Gavorise gli vi pa italianski bàrisgnà?”[3]

Irina            :- “Dà, Ja pani maju”[4]

Solfeggi       :- (sorpreso) “Ei accappìo o nostro imprenditò?... Scià parla rûscio?”

Anselmo     :- “Gh’ho domandòu se a scignorinn-a a parla italian e a m’ha risposto de scì. Son stæto a Odessa, ca l’è gemellà con Zena, pe’ contatti con imprenditoì do posto e pe’ partecipà a ‘na gara d’appalto ca riguarda a costrûzion d’en nêuo stadio da ballòn e ho imparòu quarche parolla”

Irina            :- (raccolto quanto le è stato ordinato, si ritira)

Gioconda    :-(a Marisa, insinuante) “Ma dimme ‘n po’… dovve a dorme quella li?”

Gennaro      :- (ironico) “In un letto…. suppongo”

Marisa        :- “Tranquilla, a no dorme da tì!”

Gioconda    :- (rivolta a Gennaro) “Questi foresti che vegnan a portà via o travaggio ai nostri… Mi i mandieiva tûtti a-o so pàise”

Gennaro      :- “Che? Al paese mio?.... Ci mancherebbe altro… Ci sono già dei giovani industriali che…”

Solfeggi       :- (interrompendo) “Giovani industriali?”

Gennaro      :- “Nel senso che si <industriano> a cercare un lavoro e la signora Gioconda vorrebbe mandarli tutti a Napoli?!”

Gratta         :- “Ma mæ moggé a l’intendeiva dï <a-o loro pàise>”

Fritz            :-“Manca lavoro… Io anche non lavoro… Risparmi finiti, finiti concerti, vedo futuro nero!”

Gioconda    :- “Neigro e comme! No se pêu circolà pe’ a stradda senza che quarchedûn o domande a limoxina… Barboin che dorman pë tæra e ch’ar-roinn-an a repûtazion da nostra çittæ, o panoramma. Gh’orrieiva ‘na lézze ch’a proibisse ‘ste cöse”

Gennaro      :- “Io penso piuttosto che ci vorrebbe una legge che desse lavoro a tutti quelli che ne hanno bisogno e probabilmente non ci sarebbero nè accattoni, né barboni”

Gratta         :- “Discorsci, discorsci… ç’est l’argent qui fait la guerre”

Solfeggi       :- “Ab imo pectore”

Gioconda    :- (secca)  “Eh?”

Gratta         :- “Ç’est a dire que: <le sue parole vanno dritte al cuore”

Anselmo     :- “Scià Marisa comm’o sta so màjo, o Giovanni?... L’ûrtima votta che l’ho visto o no me pàiva tanto… scià me scûse, senza offeisa nevvea… no tanto a posto con a testa”

Gratta         :- “O troppo stress o porta de conseguenze pericolose, bezêugna cûräse, staccà ‘n po’ a spinn-a ogni tanto,  se no se va in cìmbali”

Marisa        :-(mesta, preoccupata) “O psicologo o l’ha dïto che o sta attraversando ûn momento diffiçile, comme se drento de le vivessan due personalitæ”

Gioconda    :- “Alloa l’è comme se ti t’avesci duì màj!”

Anselmo     :- “Comme il dottor Jekkill e mister Hyde?”

Gioconda    :- (al marito) “Vincenso, i conoscemmo questi duì?”

Gratta         :- “Gioconda… lascia perde”

Marisa        :- (a Gioconda) “Oh, pe’ a caitæ … me ghe n’accresce za de ûn de majo… gh’ammanchieva aveine anche ‘n’ätro”

Gennaro      :- (a Gioconda, con ironia)“Coraggio signora… chissà che anche a lei non capiti di avere un marito doppio”

Gratta         :- (seccato) “Grassie! E mi, perché questo o capite, dovieiva andà fêua de testa comme o Giovanni?“ (accorgendosi di aver fatto una gaffe, si scusa con Marisa) “Oh… domando scûsa… a m’è scappà sensa riflette”

Gennaro      :- (sorridendo)“Scherzavo s’intende; però sarebbe una bella esperienza”

Marisa        :- “O psicologo o m’ha dïto de assecondälo quande ghe pä d’ëse o sêu antenato, perché cosci o s’appaxenta e o sta tranquillo”

Anselmo     :- “Baccere… a faccenda a l’è seria e comme o cûra  i sêu affari con questo problema de salûte?”

Gioconda    :- (insinuando) “M’han vosciô dî co l’è… comme se dïxe…” (al marito) “…aggiûttime a dï... comme se dixe quande ûn o no paga o dovûo?”

Gratta         :- (con aria assente) “Insolvente”

Gioconda    :- (a Marisa, soddisfatta di metterla in difficoltà) “Ecco! Quella röba lì!”

Marisa        :- (scocciata) “T’han vosciûo dì…E ti, natûralmente t’è toccou sta a sentì… Ho appen-a-a dïto mi di debiti bancari quindi, quelli che <t’han  vo- sciû dì..> han scoverto l’ûmiditæ in to pozzo”

Gioconda    :- “O pissicologo o sa de queste.. insolvense? Magara questa situazion a ghe dà adosso”

Anselmo     :- (come parlasse tra sé, ma evidentemente a favore di Marisa) “Non ti curar di lor ma guarda e passa…”

Gioconda    :- “Cöse o vêu dì?”

Anselmo     :- (allargando le braccia come a dire <datti una calmata>) “Ma o l’è Dante Alighieri…il sommo poeta”    

Gennaro      :- “…guarda e passa …” (a Gioconda) “…che arriva o spazzino e ti ramazza”

Gioconda    :- “Eh?”

Gennaro      :- (mimando Anselmo e indicando sè stesso) “Ma è Gennaro Niello…il sommo pittore… che sarebbe il sottoscritto”

Gratta         :- (cerca di richiamarla) “Gioconda… vegnite a-assettà…”

Gioconda    :- “No posso manco sentì a mæ amïga Marisa?”

Gratta         :- “Perché? A l’è riûscia a parlà?”

Gioconda    :- “Ah, voiätri ommi sei tûtti pægi”

Solfeggi       :- “Comme scià fa a saveilo?”

Marisa        :- (imbarazzata, a Gioconda) “Beh… quarche serio problema o gh’è… e Ditte se riforniscian da noiätri pe’ fa i travaggi,  i committenti no pagan perché a loro votta i Enti no i pagan e se créan de carense… Insomma a nostra votta no riûscimmo a ëse paghæ…Ma aggi pazienza, n’emmo za parlòu e poi… poi son cöse nostre che in quarche mainéa risolviëmo!”

Solfeggi       :- “Ma quande o no l’è le… sci insomma, quande l’è o credde d’ëse l’ä-tro, comm’o fa a dirigge a so azienda?”

Marisa        :- “Ghe pensa o so commercialista, o dottor Strozzini”

Gennaro      :- “Ogni nome una garanzia!”

Anselmo     :- “E quande se svilûppa questa doppia personalitæ, chi gh’è pä d’ëse?”

Marisa        :- “Giacomo Casanova”

Gennaro      :- “Addirittura!”

Gioconda    :- (interessata) “Casanova?  Ma Casanova o l’è za lé”

Gratta         :- “Gioconda, lé o l’è Giovanni Casanova, l’ätro o l’è Giacomo Casanova… T’h֮æ visto anche o film a-o cine”

Fritz            :- “Le tombeur de femme!”

Gioconda    :- “Cöse? O l’ha famme e o va in scé tombe? Ma o l’è ûn mostro…ûn zombi!”

Marisa        :- “Ammia Gioconda… dagghe cianin!”

Solfeggi       :- “Ah, ah, ah… questa a l’è nêuva…”

Gratta         :- “Gioconda…Giacomo Casanova… o venezian…”

Gioconda    :- “Venezian? Comme mæ moæ”

Gennaro     :- “…era nu sciupafemmene…”

Gioconda    :- “Ah…o saieiva quello ceigadonne che ti m’h֮ae dïto?”

Gratta         :- (con sopportazione scandendo come colpi di tamburo le parole) “Scì, quello… Giovanni… Giacomo Casanova”

Anselmo     :- (declamando) ”Le donne i cavalier l’arte e l’amore…”

Gioconda    :- “Questa l’ha dïto Pippo Baudo!”

Gratta         :- (mentre gli altri fanno scena per la infelice uscita di Gioconda) “Assettite Gioconda… o l’è l’Ariosto…”

Gioconda    :- “Ma no esse ridicolo, quande mai da l’arrosto ghe sciorte  ‘na frase comme questa?... Non son mïga abbertoelà…”

Marisa        :- (ironica) “Nooo! Nisciûn o mette in dûbbio”

Gioconda    :- (al marito… tutta pimpante) “Pensa ‘n po’ Vincenso…se ti o fisci ti ascì ûn con a doppia personalitæ…ti me faiesci a corte…” (vede un ventaglio sul tavolino, l’apre, cammina sculettando ed assume un comico atteggiamento romantico)“….e mi …”

Gratta         :-“E ti… t’andiesci drïta a-o manicomio”(sottovoce) “Gioconda datte ‘na regolà”

Marisa        :- “A mi invece, quande ghe piggia ‘sta mattàia, o no m’ammïa manco in to muro”

Solfeggi       :- “E oua dovv’o l’è?”

Marisa        :- “O l’ha piggiòu ûn sedativo e o dorme”(pausa) ”Ma cangemmo discorso e se credei, parlemmo do tema d’anchêu, comme scrïto in sciò biggetto de invito: <il degrado dei costumi a giorni nostri>… Chi veu commensà?”

Anselmo     :- “Segondo mi o degraddo di costummi o ne vegne anche dä mancansa de moralitæ… “

Solfeggi       :- “…dä mancanza de rispetto e de coltûa… dalla non conoscenza della nostra storia”

Gennaro      :- “È o vero… Anche il linguaggio è in degrado… Si parla a sigle dal cellulare e non si parla nemmeno correttamente l’italiano… In televisione poi si parlano addosso gridando, incappando in svarioni colossali… si sentono pronunciare parolacce e non insegnano ad apprezzare le opere d’arte molte delle quali sono accatastate nei sotterranei dei musei e nem-meno catalogati”

Fritz            :- “Come a Vienna… mancano soldi per restauri e per nuovi musei”

Solfeggi       :- “Ma diggo mi… Reperti antighi vegnan sottræti dai tombaroli e vendûi de badda; a ‘sto punto me domando perché o Ministero interessou o no mette a l’asta di reperti minori, con tanto de certificato d’autenticitæ. Intrieivan de palanche che levemmo a quelli che grattan; tanto de reperti antighi sottotæra se n’attreuva de longo”

Gratta         :- “L’idea a no l’è nêuva… Se mi fisse ancon a-o Parlamento…”

Marisa        :- “Onorevole Gratta…speremmo a-e proscime…”

Anselmo     :- “Onorevole, scià gh’ha za de preferenze”

Gennaro      :- “Sì…gratta e vinci!”

Gratta         :- “Ma ritornando ai so quaddri, ho sentîo che scià l’ha fæto ‘na mostra…”

Gioconda    :- “Ûnn-a mostra? E dovve?”

Gennaro      :- “Si tranquillizzi signò… non è la moglie del mostro”  (a Gratta) ”Sì, alla Galleria Mazzini e qualche quadro è stato venduto, ma soprattutto sul giornale è uscita una buona critica”

Marisa        :- “Speremmo ca dagghe bon früto”

Gioconda    :- “Perché?” (con sottigliezza) “Gh’è chi l’accatta?”

Gennaro      :- (con flemmatica presa in giro) “Signora Schifanoia, qualche intenditore c’è ancora fortunatamente…”(restituendo la sottigliezza) “… certo a lei non interesserebbero i miei dipinti… E lei commendator Anselmo, il suo lavoro procede bene?”

Anselmo     :- “A prospettiva a no l’è rosea… Se no ne fan credito i nostri operai e tecnici, no riçeivan a loro votta quanto dovûo e quindi no accattan, no spendan e-e ditte che fabbrican se trêuvan costreite a licenzià e a serrà i battenti perché no vendan”

Marisa        :- (apprensiva) “Speremmo de no finì coscì anche noiätri”

Fritz            :- “Essere circolo…” (cercando il termine esatto) “..come dire voi..? Ah, ecco… <circolo vizioso>”

Anselmo     :- “Scià l’ha dïtoben”

Gioconda    :- “Ün nêuvo circolo de vizi eh?... E poi parlæ de moralitæ”

Gratta         :.- “Gioconda… piggite ‘na rivista e lëzi, cosci no ti stralabbi”

Gioconda    :- “Intanto mi proibieiva de dimandà a limoxina a tûtti quelli foresti che ti te l’attrêuvi a ogni passo” (con stizza)“Che vaggan a travaggià, no?!”

Marisa        :- “Ti dixi ch’attrovieivan o travaggio?”

Gioconda    :- “Pêuan fa i badanti, servì in te case, in te campagne…”

Marisa        :- “Alloa tì ti o piggiesi ûn de loiätri pe’… pe’ levà ‘n po’ de degraddo..” (facendo rilevare)  “<ambientale>?”

Gioconda    :-(presa di contropiede) “…Levà… Ma cöse gh’intro mi… deve pensaghe o Governo”

Gratta         :- “O Governo o l’ha tante de quelle rogne…Ma me pä che l’argomento o ne sgûgge d’in te man… Professò Solfeggi cöse scià ne dïxe?”

Solfeggi       :- “Cöse scià vêu mai che ghe digghe. Se sta svilûppando ‘na situazion ca no me dà fidûccia”

Fritz            :- (piuttosto scocciato) “Chiedo scusa…ma  s’è fatto tardi e devo andare… Danke signora Marisa di invito…Auf  Wiedersehen, arrivederci”

TUTTI        :- (salutano, ritornando poi a colloquiare tra di loro)

Marisa        :- “L’accompagno”

Fritz            :- (giunto all’uscita, dà la mano a Marisa ed esce)

SCENA III

(Marisa – Anselmo – Gratta – Gioconda – Solfeggi – Giovanni)

Giovanni     :- (appare improvvisamente in scena con passo maestoso, vestito dell’epoca del 1720, tricorno sul capo, giacca a colori vistosi e ricamata, pantaloni aderenti scuri . Stivaletti di pelle scura. Xabò sul petto)

Tutti           :-(colti da stupore, si lasciano fuggire un’esclamazione) “Oh…!!!”

Giovanni     :- (dopo aver squadrato i presenti) “Lor signori chi sono? Come mai nella mia modesta dimora?”

Solfeggi       :- “Ma… o l’è a sciò Casanova?”

Gioconda    :- “O va a’n ballo mascheròu?”

Marisa        :-  (affranta, le si avvicina)  “Ma …Giovanni… cäo… questo vestì, questo costûmme ch’emmo accattòu pe’ o Carlevà de Venessia anni fa… comme mai ti l’è misso?... Gh’è tempo…”

Giovanni     :-(si toglie il tricorno e fa un saluto con lo stesso inchinandosi alla spagnolesca)“Gentile Pulzella non ho l’onore di conoscerla e mi chiedo, poffarbacco, com’è possibile dal momento che la trovo fra le mura della mia casa in Campiello”

Gratta         :-(sottovoce a Marisa)“L’assecondi, non lo contraddica…”

Marisa        :-(fa a sua volta un inchino)“Cavaliere non si rammenta del suo invito?”

Giovanni     :- “Chiedo venia ma… in questo momento mi sfugge… Mi punge vaghezza di aver commesso un errore imperdonabile”

Gennaro      :- “Cos’è che le punge?”

Giovanni     :- (dopo avergli dato uno sguardo di commiserazione) “Vaghezza giovanotto… vaghezza”

Marisa        :- “Messer Casanova…Lei ha moglie?”

Giovanni     :- “Moglie… mogli? Sì… non mie però ed è arduo il percorso”

Marisa        :- (infastidita) “No gh’è dïxe ninte o nomme de Marisa?”

Giovanni     :-(riflette)“Marisa…Marisa...In effetti questo nome non mi giunge nuovo”

Marisa        :- “Ancon da sæ”

Giovanni     :- “Sarebbe lei?”

Marisa        :- “Già!”

Giovanni     :- (a Marisa)”Vedo che ella tiene in casa mia diversi uomini  a mia insaputa”

Gioconda    :-  “Io non sono affatto un uomo”

Marisa        :- “Ma Giovanni… ti o sæ chi son… ti i conosci ti ascì…”

Giovanni     :- “Ma ella parla genovese, se non vado errato… Conosco questa parlata perché nel mio vagabondare sono stato anche in questa città dove sento di essere attratto… ma in questo momento non mi sovviene il motivo”

Marisa        :- (sconfortata) “E anemmo ben!”

Solfeggi       :- ”Cavalier Casanova…”

Giovanni     :- (a Solfeggi)“Mi dica buon uomo”

Solfeggi       :- (irritato) “Buon uomo a mì?” (sempre più agitato) “Sono Mario Solfeggi, professino di violone…”

Giovanni     :- “Come?”

Anselmo     :- “S’è gh’è ingheuggeito a lengua”

Solfeggi       :- “Volevo dire: Professore di Violino, insegnante al liceo Paganini di Genova e non <buon uomo>... Ma ammia ‘n po’”

Gioconda    :- “Scià no se a pigge professò… o l’è ..l’ätro.. o so doppio ch’o parla”

Gennaro      :- (gli squilla il cellulare e lo cerca nelle tasche)

Giovanni     :-(ha un sussulto e prende le mani di Marisa) “Cielo!... Suo marito!?” (agitato si guarda attorno)“Dove posso occultarmi… Non vorrei incappare in un altro duello ed essere arrestato dagli sbirri del Doge” (altro squillo dal cellulare di Gennaro)

Gennaro      :- (affannato e agitato) “Trompo chi l’arpa”

Anselmo e Gioconda:- “Eh?!”

Gennaro      :- “Cosa? Ah, sì… volevo dire <pronto chi parla>” (tenta di spiegarsi in genovese) “Mi si è <ingoggiata la lengua pure ammé” (si allontana in fondo alla sala per parlare)

Giovanni     :-(agitato, tenendo sempre e mani di Marisa)“Madonna…”

Marisa        :- “Non si spaventi Don Giovanni, non è il caso di invocare la Madonna”

Giovanni     :- “Ma mi rivolgevo a lei Madonna Marisa…si allontani da queste perso- ne… da quel tizio che parla addirittura dentro ad un carillon”

Gioconda    :-(che si sente ignorata, batte sulla spalla di Giovanni, parlando veneziano)“Sior Giovanni, posso domandarghe par piasèr se lü l’è sta veramente serà con i piombi in prison dabon?”

Gratta         :- “Gioconda no te impelagà in te cöse che no ti sæ e che t’ho cuntòu mi dandote quarche lessiòn…”

Giovanni     :- “Ah, la siora la xè venesiana?”

Gioconda    :- “Par parte de mare”

Giovanni     :- “Vedala siora… siora?”

Gioconda    :- “Gioconda”

Giovanni     :- “Ah…xè un nome masa importante immortalà dal genio de Leonardo ... Comunque ghe dirò che non so stà imprisonà con i piombi, ma néla prison dei Piombi... e son anca scapà par fortuna… Ma adèso se la permete gh’ò da parlà con Madonna Marisa”

Gioconda    :- “Che esageròu… adreitûa <Madonna>… Gh’è za a cantante americana ca se fa ciamma coscì…”

Marisa        :- (al marito) “Scià vegne de de là con mi Cavalier Casanova, che ghe offro ‘na tassinn-a de ‘n the speciale ch’o l’è ‘na bontæ”

Giovanni     :- (galante) “A cotal signora non si può che ubbidire… Signori…” (si toglie il cappello, saluta spagnolescamente i presenti) “I miei omaggi”  (esce con Marisa)

Anselmo     :- “S’a ghe dà o the ch’a n’ha dæto a noiätri o va a finì a-o pronto soccorso!”

SCENA IV

(Anselmo – Gratta – Gioconda – Solfeggi – Marisa – Irina - Gennaro)

Gennaro      :-(passeggiando) “E così abbiamo visto con i nostri occhi questa doppia personalità del signor Casanova… Certo ch’è nu bello guaio”

Gioconda    :- “S’a l’ha portòu in ta so stanzia penso che se ne poemmo anche andà”

Gratta         :- “Ma sempre queste insinuazioìn t’hæ da fa?”

Gioconda    :- “Ma mi no insinuo ‘n bello ninte… No veddo ätro moddo de…”

Solfeggi       :- “Speremmo co se ripigge fïto; <Conditio sine qua non>”

Gioconda    :- “No veddo cöse gh’intra o <condimento>”

Gennaro      :- “Nessun condimento signora, si tratta solo una condizione, senza la quale Don Giovanni sarebbe ancora qua”

Gratta         :-(seccato a Gennaro)“O ringrassio meistro ma stavo pe’ spiegaghelo mì <cum grano salis>”

Gioconda    :- “O saveivo!”

Anselmo     :- “Cöse?”

Gioconda    :- “Che il grano sarebbe salito… No fa ätro che aumentà tütto!”

Gratta         :- “Gioconda… <cum grano salis> vêu dï de ‘na notizia da piggià cö e molle… che bezêugna verificäla… No fa vedde che ti sæquello che no ti sæ”

Gennaro      :- “Mo, se non viene la signora direi di chiamare Irina e di andarcene”

Anselmo     :- “<Mutatis mutandi>”

Gioconda    :- (sta per dire la sua interrotta subitamente dal marito)

Gratta         :- “Ferma Gioconda! No dï ninte se no ghe sciorte ‘n’ätro sguaròn”

Gioconda    :- “Ma mi voeivo solo dï che n’accapiscio cöse gh’intran e miande... Quande son da cangià se cangian sensa sparala come ‘na sentenza”

Gratta         :- “Appunto! No gh’intran pe’ ninte… l’è comme dï <cangià e cöse tanto pe’ cangiäle> e comme ti veddi l’è tûtta ‘n’ätra cösa”

Solfeggi       :- “No se sentan ciù questi incisi latin… se sentan de parolasse e basta”

Gennaro      :- “I tempi e i costumi cambiano: <o tempora o more>”

Gioconda    :-“<Il tempo delle more>! Ciæo!”

Gratta         :- “Scì, e poi venià <o tempo di merelli!”(scoraggiato) “Rinunzio”

Irina            :- (entra ed ai presenti, con accento dell’est) “Signora Casanova dice che appena marito dorme lei viene e chiede scusa a voi”

Anselmo     :- “Spassiba Irina… Grazie… come è di cognome?

Irina            :- “Timoshenko”

Anselmo     :- “Ah, parente del generale Timoshenko?”

Irina            :- “Zio di nonno”

Solfeggi       :- “Chi saieiva questo generale Timoshenko?”

Anselmo     :- “Ûn generale ch’o l’ha sconfitto i tedeschi”

Marisa        :- (entra)“Domando scûsa ma purtroppo, com’éi visto…coscì stan e cöse”

Gennaro      :- “Come sta?”

Marisa        :- “Gh’ho fæto beive ‘n the con due pasticche de <tabor> e ...”

Gioconda    :- (interrompendo) “Anche a le? … e no l’è sûccesso ninte?”

Marisa        :- (con sopportazione) “O l’ea o the giûsto e no quello de primma. No te despiäxe spero…Stavo dixendo che con e pastiglie o s’è addormîo de corpo”

Gioconda    :-“Te diò che n’accapiscio o perché, ma me ven cuaè de dormì mi ascì”

Marisa        :- “Mi e l’Irina l’emmo portòu in letto e speremmo che quande o s’adde-scia o segge rinsavìo”

Solfeggi       :- “Scià Marisa… penso che segge o momento de levà o destûrbo…M’è acciappòu l’abbiocco”

Gratta         :- (fa il baciamano a Marisa) “A riveise Scià  Marisa e speremmo che tûtto se risolve pe’ o mëgio”

Gioconda    :- (subdola) “Scì, andemmo che pe’ anchêu ti n’è avûo assæ”

Marisa        :- “V’accompagno ä porta” (escono tutti gli ospiti) “Con quell’aççidente de the me ven l’abbiocco anche a mi. Daggo n’euggià a mæ majo” (visibilmente preoccupata) “Anche questa doveiva sûccede… doppia personalitæ… Quæ dë due s’è impelagou con i usurai? Mæ maio Giovanni Casanova, o-u sêu antenato Giacomo Giovanni Casanova?” (suonano alla porta)

SCENA V

(Marisa – Irina - Gino)

Irina            :- (dal fondale si vede Irina che da destra va a sinistra ad aprire la porta) “Sì?...”

Carlo          -  (fuori scena) “Buongiorno… raccomandata per il signor Casanova Giovanni. C’è da firmare”

Irina            :- “Momento prego” (rientra ed a Marisa) “Signora… c’è raccomandata”

Marisa        :- “Raccomandata? Fallo entrare”

Irina            :- (esce di scena e si sente che dice) “Pajalusta paslj….Prego, entrare”

Carlo          :- (entra accompagnato da Irina) “Bongiorno scignoa… gh’è questa raccomandà“ (la porge)

Marisa        :- “Quarche tascia da pagà?”

Carlo          :- “Pêu ëse… a ne  vegne da <equitalia>”

Marisa        :- “Oh Segnò… n’ätra grann-a de segûo!”

Carlo          :- (porge libretto da firmare e la biro; ritira la busta) “ ’na firma chì pe’ piaxei”

Marisa        :- (firma e riprende la busta)

Carlo          :- (che evidentemente si aspettava una mancia, tarda ad uscire)

Irina            :- “Finito  postino?... Prego accompagno alla porta”

Gino           :- (tra sé) “Ciù son ricchi e ciù son spilorci!”

Marisa        :- (nel frattempo aveva aperto la busta, data una scorsa e poi lancia un grido disperato) “Noooo!”

Carlo ed Irina:- (al grido di Marisa si voltano e Carlo fa appena in tempo a sorreggere la donna svenuta e ad adagiarla, con l’aiuto di Irina, sul divano)

SI CHIUDE IL SIPARIO

FINE DEL PRIMO ATTO

ATTO SECONDO

PRIMO QUADRO

(A sipario chiuso inizia un brano della canzone “Zena, sentime ‘n momento”(brevemente sottoindicata. Mentre sta finendo il canto, si apre il sipario. Si vede una piazzetta con lampione e vicino c’è una panca sulla quale dorme un clochard avvolto in una copertina. Di fronte, tra le case c’è un bidone (o due) della spazzatura. Siamo a Genova)

(brano del canto)

T’hae mai visto ‘n vëgetto in bicicletta,

oppûre  a pë e cicche in gïo a çercà,

a-o mercòu a ravattà in te ‘na cascetta

 pe’ attrovà ‘n po’ da mangià tra-o marso e o bon…

No piäxe queste cöse e fan pensà…

Comme saiemo noiätri a quell’etae…

(si apre il sipario)                          

Zena te vêuggio ben

 ma sentime ‘n momento

l’è brûtto che i nostri vëgi devan patî…

SCENA I

(Marisa – Fritz)

Marisa

Marisa        :- “Gh’ea chi se dava de äie, faxendo finta d’ësse modesto…Se discüteiva de politica, de economia…”

Fritz            :- (additando la propria situazione) “Noi… facciamo tanta economia…”

Marisa        :- “… e se parlava anche de arte…”

Fritz            :- (triste) “…di musica… Mozart, Mähler, dei crescendi Rossiniani, della virtuosismo di Paganini col suo <Trillo del diavolo>. Ah, ah, ah… Ricordo the in tazza che, adesso posso dire, sembrava acqua sporca”

Marisa        :- “Irina aveva confuso bustine di the con bustine di veleno per topi. Per rimediare aveva aggiunto della cammomilla… Era abbastanza schifoso, diciamolo pure”

Fritz            :- (triste) “Già… e adesso nostro salotto qua…Siamo due… come si dice…barboni?”

Marisa        :- “Due senza fissa dimora… Semmo duì barboìn! Due clochard… Cäo Fritz, no l’è tanto a famme ca me rosiggia drento quante o despiaxei d’attrovame in mëzo a stradda, vedendo a gente ca se scansa dä puïa di piggiase quarche maottïa, come s’avescimo a rogna e penso a tûtti quelli che, comme noiätri, avian ben avüo ‘n’ätra vitta primma, ‘na proppia stöia primma d’andà in sbandellon[5] , ‘na proppia dignitæ… Mïga tûtti son alcoolizzæ o droghæ… Però a pensäghe ben anche mi primma de dagghe de naso, a pensavo pægio…” (mentre parlano passa qualche raro passante che li ignora)

Fritz            :- “Ma come possibile che tu, benestante, tuo marito imprenditore, ora ridotta così?”

Marisa        :- “A quante pare o commercialista o l’aveiva attrovou o scistema de dimostrà che mæ maio o l’éa <nullatenente> e…”

Fritz           :- (interrompendo) “Soldat?”

Marisa        :- “No; <nullatenente> vuol dire che non aveva lavoro né proprietà, e-o dottor Strozzini o s’èa dæto da fa pe’ imposessäse de l’azienda de mæ màjo… ‘na fortûnn-a che o Giovanni o s’è fæto da o ninte… A quella mainéa o saieiva diventòu veramente <nullatenente>, comme semmo oua noiätri duì”

Fritz            :- “Come stato possibile questo?”

Marisa        :- “Mi credeivo che fïsse tûtto in regola… no eo a-o corrente di mastrüzzi do commercialista Strozzini con l’onorevole Gratta co l’imprestava i dinæ a usura…”

Fritz            :- “Lui?... Lui signor Gratta, amico di suo marito e di lei… salotto letterario…è stato onorevole…”

Marisa        :- “E oua o l’è disonorevole… Cäo amïgo, i dinæ van con i dinæ”

Fritz            :- “Confucio diceva bene:< Un fiume non s’ingrossa di acqua chiara>”

Marisa        :- “Oua tûtti quelli che frequentavan o mæ salotto a Ciavài, son svanìi”

Fritz            :- “Opportunisti… “

Marisa        :- “Ti gh’è arrestòu solo ti…” (con sospetto)“Ma se no l’éa pe’ quello che t’è accapittòu, foscia no avieiva avûo amïgo manco tì”

Fritz            :- “Non so cosa dire.. onestamente penso che ti avrei aiutata…Sono rimasto senza lavoro, ho suonato violino per strada poi una notte me l’hanno rubato…Ma tu… tu non donna clochard…”

Marisa        :- “No m’ou saieiva mai assêunnou… Il fatto è che siamo qui, miseri, barboni con un passato che pensavamo durasse sempre e invece…Mæ maio in ûnn-a clinica psichiatrica e mi dalle stelle alla stalla… in sciè o lastrego. No me son sentïa de fa ‘sta vitta a Ciavai dov’eo conosciûa e son vegnûa a Zena, armeno chi no me conoscian”                                                         

SCENA II

(Marisa-Fritz- Gratta – Gioconda – Anselmo-Solfeggi- Gennaro – Giovanni - Irina)

                        (attraversano la via da sinistra a destra ed altri da destra a sinistra, personaggi che frequentavano il salotto letterario di Marisa. Tutti eleganti accentuano il contrasto con l’abbigliamento dei due barboni. Marisa e Fritz vedono e sentono parlare queste persone le quali però non vedono i due barboni, come se non ci fossero)

Gioconda    :- (al marito On.le Gratta) “Vincenzo… t’hæ ciù avûo notissie da Marisa?”

Gratta         :- “L’è passou tanto de quello tempo… e doppo che son andæti in fallimento no se son ciù visti”

Gioconda    :- “Ti dixi che se n’accorzian che ti e o commercialista Strozzini ei incastròu o Casanova  piggiandove a sêu azienda?”

Gratta         :- “No perché gh’emmo fæto firmà o passaggio de proprietæ primma co l’andesse in clinica psichiatrica”

Gioconda    :- “Ah, ah… ti t’òu ricordi vestïo a quella mainea?”

Gratta         :- “E m’òu ricordo scì. Però tì ti poeivi anche avansà de mettite in mëzo”

Gioconda    :- (riprendendo il cammino per uscire di scena) “Me son demoà faxendolo parlà in venesian… Però tì, ti gh’è misso ben ben do têu pe’ mandälo in fallimento… ûn po de gancio scì…”

Gratta         :- “Mi ho solo impegnòu de palanche cö notaro Strozzini co l’ha e moen in pasta in diverse aziende, con ‘n bon guägno…” (fuori di scena)

Marisa        :-(a Fritz, stupita) “Fritz…t’hæ nutòu?..Han fæto mostra de no veddine..”

Frtiz            :- (con aria di chi riflette) “Strano… Forse noi vedere loro e loro non qui… ma solo in nostra mente?”

Giovanni     :- (in abito del ‘700, col bastone da passeggio attraversa la scena. Sosta per portarsi il dorso della mano alla narice, annusando del probabile tabacco)

Marisa        :- (ha un sussulto e le si avvicina, poi a bassa voce) “Giovanni… Giovanni son mì, a Marisa…”

Giovanni     :- (ha un attimo di indecisione, come se avesse sentito una voce)

Marisa        :- “Giovanni, ti me veddi?”

Giovanni     :- “Che strana sensazione… È come se avessi sentito mia moglie che mi chiamava…” (riflettendo) “Moglie?... Senz’altro moglie di qualcun altro e non mia…”

Marisa        :- “Ah… brûtto anghæzo che no t’è ätro… a l’è coscì eh?”

Giovanni     :- (tra sé) “Forse stanotte ho esagerato…” (in veneziano) “…ma quando èl xe ‘rivà improvvisamente so marïo, el sior Trevisan… me son calà zò dal balcòn e me son trovà su la gondola de Braghin … manco mal ch’el  m’ha compagnà a casa…”

Marisa        :- “Pelandron de’n pelandron… t’hæ accappîo Fritz? O l’è…”(cercando l’aggettivo giusto) “Comm’o l’ha dïto o Gennaro?...Ah, scì…<nu sciupafemmene>” (pensando, poi tra sé) “Con mi no de segûo”

Fritz            :- “Ma credo che tutto in nostra mente Frau Marisa”

Gennaro      :- (passa dalla piazzetta chiacchierando con Irina, facendo un po’ il galletto) “Signorina Irina che piacere averla incontrata.. si vede che è il destino”

Irina            :- “Cosa c’entra <intestino>… lei non bene?”

Fritz            :- (si azzarda a chiamare) “Maestro… Maestro Gennaro…”

Gennaro      :- (si ferma, si guarda attorno e naturalmente, anche se presenti, non vede i due)

Irina            :- “Perso qualcosa?”

Gennaro      :- (agitato) “Sentito qualcosa?”

Irina            :- “Da male intestino?”

Gennaro      :- “No! Quello no!... Sentito come voce di Fritz che chiamava me…ma qui non c’è nessuno”

Irina            :- “Povera signora Casanova… Diventata povera e licenziare me… Ora io rabota… lavoro da signor Solfeggi”

Gennaro      :- “L’accompagno, vuole?”

Irina            :- (frizzante) “Perché no?.. Davai..”[6] (escono di scena)

Marisa        :- “Fritz… Sarà vero o… stiamo sognando?”

Fritz            :- “Io sento fame… allora noi vivi…Facciamo cattivi pensieri forse questa è punizione per nostro egoismo?”

Marisa        :- “Egoismo?... Ma se semmo duì despiæ… quale o l’è o nostro egoismo?... Assettemmose e contime de ti, coscì no sentimmo o stêumego co mogogna… Parlami di tua moglie”          

Fritz            :- “Lei di ricca famiglia… sposato me perché a Lotte piaceva dire a sue amiche che io ero primo violino all’Operà di Vienna…e io innamorato di Lotte. Poi finanziamenti di Stato per Operà non più… io fatto qualche concerto in giro, poi in Italia con alti e bassi e alla fine non più soldi, non più casa, non più aiuto di amica Marisa e ... non più violino”

Marisa        :- “E la tua Frau?”

Fritz            :- “Meine Frau ha chiesto separazione perché diceva che non davo soldi in casa…”

Marisa        :- “Aveva… un altro uomo?”

Fritz            :- “Forse… Ma Tribunale detto a me di pagare assegni per mantenimento di lei… Ma non potevo nemmeno mantenere me stesso e così… eccomi qua”

Marisa        :- “No t’è mai vegnûo a cuæ de ritornà a Vienna?”

Frtiz            :- “Sì ma io…Vergogna… poi non ho più violino… e a mia età nessuno dà lavoro… dicono colpa di crisi…”

Marisa        :- (salace)“Ti dïxi che gh’è da crisi?” (accenna ai propri abbigliamenti)“Ma se semmo vestïi ä modda:.. Ä modda di barboìn s’intende”

Fritz            :-  (indicando il giornale)“Hai comprato Feitung… giornale?”

Marisa        :- “Figûremmose! S’avesse avûo e palanche pe’ o giornale me saieiva piggià ‘n caffè”

Marisa        :- (dà una scorsa al giornale) “O l’è d’avantei ma e notissie son sempre pægie…. Cotellæ, pirati della strada, bûtteghe serræ, crisi, operai licensiæ…” (amaramenteironica) “Za… crisi… a mi a m’è accapittà de botto in sciè o zembo da ‘n giorno a l’ätro… Alla sera ricca e il mattino dopo… pinn-a de debiti… Ti o sæ ti ascì Fritz, ch’ho vendûo tûtto quello che mae majo o l’aveiva accattòu pe’ allentà i debiti, ma no saveivo che fissan tanti comme ‘na finanziaria do Governo…”

Fritz            :- (si alza, si stiracchia, si guarda …l’abbigliamento e con la stessa ironia) “Non credo crisi… Io vestito alla moda e tu sempre stesso look” (ridono)

Marisa        :-(legge e poi con sfottò) “Fritz… son preoccupà de questa notissia…”

Fritz            :- “Fa leggere” (prende il giornale e legge dove Marisa fa segno col dito) “La regina Elisabetta costretta a diminuire l’appannaggio…” (a Marisa) “Cosa è <appannaggio>… tanta panna?”

Marisa        :- “O l’è ûn compenso fisso… svanziche che lo Stato versa alla Regina per il mantenimento della Monarchia, per le spese di rappresentanza e pe’…”(amara) “…pe’ pagà quarche çentanà de personn-e che travaggian in ti sêu palassi e via andare“(con pungente ironia) “…  cosci son preoccupà… No vorriæ attrovamela chì a ravattà in ti bidoìn da rûmenta e a fäne concorrenza…”

Fritz            :-(sorridendo)“Per carità… i bidoni sono nostra banca “

Marisa        :- “Oh, anche questo meschinetto… O l’ha accattòu ‘n’atro zûgòu de balon da o sudamerica… meschin… solo çinquanta milioni de Euri…Oh, bella questa: L’ha accattòu l’indûstriale co l’ho mandòu in cascia integraziòn 400 operari per <esubero>, perché o no ghe a faxeiva a tià avanti con a fabbrica”

Fritz            :- “Ha ragione, non aveva più soldi… Ma sono contento per calciatore, forse arriverà fine mese poverino… Così poveri sempre più poveri, ricchi sempre più ricchi”

Marisa        :- “E questa?” (legge) “Vecchietta derubata alla Posta dopo che aveva ritirato la sua misera pensione” (presa da una malinconica rabbia, grida la sua disperazione, guardandosi attorno) ”Zena! Comme ti pêu permette che sûccedan ‘ste cöse in casa nostra… Come ti pêu permette che de personn-e disperæ seggian costreite a ravattà in ti biduin da rûmenta a çercà tra o marso e o bon… Dimme perché i nostri vëgi ch’an dæto tûtto, che se son tiæ sciù e maneghe doppo a guæra, ch’an dæto dignitæ ä nostra Italia, oua s’attreuvan costreiti a-aggiûttà i nostri zoveni senza travaggio. Zena, scrollite… pe’ ti a ëse vëgia l’è comme t’avesci ‘n blasòn… ma pe’ i ätri a l’è disperazion” (mentre Marisa si appoggia silenziosa al palo della luce e si sente il brano finale della canzone:”Zena, sentime ‘n momento laddove dice…)

Zena te vêuggio ben, dài

pensa ai nostri vëgi

perché ti t’è vëgia comme lö,

pe’ ti ëse vëgia o l’è comme ‘n blasòn,

pe’ loiätri a lè

disperazion

noiätri che semmo figgi da Sûperba

no femmo ciù ‘ste cöse

sotto a Lanterna….

Fritz            :- “Coraggio Marisa… speriamo che le cose poi vanno meglio”

Marisa        :- (siede affranta sulla panchina) ”Cuntime de tì… E nostre stöie son comme ‘n’ondà de despiæ de chi vive…se questo o l’è ûn vive, ‘na vitta de diseredæ e chi no gh’ha questi problemi a çerca de arrancà pe’ tià avanti, faxendo oege da mercante pe’ no sentì ‘na veitæ ca dà fastiddio…”  

Fritz            :- “Preferisco non parlare di mie cose… io rassegnato…” (triste e pensoso)“Strana la vita… prima grande musicista… primo violino Opera di Vien-na e poi… primo cretino che opera in strada…”

Marisa        :- “Parli bene italiano… da quanti anni t’è chì?”

Fritz            :- “Venti anni, capisco abbastanza bene anche genovese ha suono musicale come veneto, ma dimmi di te. Da tuo modo di fare e di parlare si ca-pisce che tu sei stata ben altra persona prima”

Marisa        :- (sospiro ) ”Cäo amïgo… Squæxi tûtti quelli che son pe’ a stradda comme noiätri son stæte primma ätre personn-e, con ‘na vitta diversa. Poi e avverscitæ da vitta, dovûe in parte anche a sbagli nostri e in gran parte ä societæ ch’a n’ha emarginòu, me son attrovà a dimandà a caitæ… e ogni votta che me caccian ‘na monnæa… me verghêugno…Comme vorriæ che tûtto questo o fïsse solo ‘n sêunno,  poeime adesciä e ringrassià o Segnô d’aveime ridæto speransa…”

Fritz            :- “Magari Frau Marisa, magari anch’io potessi avere il rispetto, la riconoscenza e sentire ancora applausi che davano a me piacere per suono di mio violino. Finché sei considerato tutti sono amici, quando cadi… ami-ci spariti…”

Marisa        :- “È l’egoismo… uno vuole avere più dell’altro ma pensiamo alle cose belle…” (si guarda l’abbigliamento) “A l’è ‘na parolla…”

Fritz            :- “Ma sì Frau Marisa… cose belle pensare… Noi vivi e testa a posto…”

Marisa        :- (colta da assillante pensiero) “Testa a posto?...O mæ Giovanni… a raccomandà de l’equitalia…Fritz semmo vivi o semmo morti?... Damme ‘n spellinsigon pe’ dïme che son viva”

Fritz            :- “Cosa è.. spellin… quello che hai detto?”

Marisa        :- “Un pizzicotto al braccio, voglio sapere se sono viva, se sto sognando”

Fritz            :- “Allora faccio” (le pizzica un braccio)

Marisa        :- “Ahia! Bel…Che spellinzigon…”

FINE DEL PRIMO QUADRO

(si lasciano le luci spente in sala e, se necessario, si chiude il sipario)

                       (Si ode nel frattempo musica classica suonata dal violino o parte di concerto)

                                 

                         (QUADRO SECONDO)

SCENA III

(Marisa – Irina – Carlo)

(ritorna la scena del primo atto. Marisa è adagiata sul divano accudita da Irina che le fa annusare dell’aceto, e dal postino)

Marisa        :- Ahi!” (scatta a sedere, massaggiandosi il braccio)

Irina           :- “Signora… signora Casanova….”

Marisa        :- “…’sidoro che spellinzigòn… troppo forte Fritz … de segûo me vegnà ‘n negròn…” (stupita si guarda attorno) “Ma…dovve son?... Cöse l’è successo?”

Irina           :- “Lei svanita…”

Carlo          :- (correggendola) “Svenuta”

Irina           :- “Si, svenuta e poi parlato tanto, ma non capito bene”

Marisa        :- (massaggiandosi il braccio) “O l’è  stæto le postin a damme ûn spellinsigòn?”

Carlo          :- (seccato) “Eh scì, oua me metto a dà anche di spellinzigoìn a-e donne“

Irina           :- “Passato sotto naso aceto per svegliare lei… Meglio adesso?”

Carlo          :-  “Scignoa… sciù … coraggio…”

Marisa        :- (lentamente si riprende) “E Fritz… dovv’o l’è?”

Carlo          :- “Torna ‘sto Fritz? E chi o l’è?”

Irina           :- “Signor Fritz uscito … non qui…”

Marisa        :- (si tocca la fronte, si guarda attorno smarrita, si guarda il vestito) “Ma… com-me son vestïa?…”

Irina           :- (scambio di occhiate perplesse tra Irina e Carlo) “Vestita bene come solito signora Marisa… Vuole tazza di the?”

Marisa        :- “The?... No, no…pe’ caitæ…!” (perplessa) “Ma comme l’è poscibile che poco fa eo ‘na barb… “ (vede la lettera di equitalia e la legge) <da verifiche incrociate con enti ed aziende per l’acquisto di materiale ferroso per l’edilizia, di decine di migliaia di quintali di prodotti cementiferi, sabbia, ghiaia, materiali per ponteggi con le ditte da valutarsi peculiarmente nell’ordine di cui all’allegato a) e la rivendita di detto materiale ad imprese costruttrici, la S.V. è stata denunciata alle competenti autorità per evasione fiscale, per l’ammontare di 15 milioni di Euro dovuti all’Era-rio.

 Sua dichiarazione di <nullatenenza> non veritiera. A titolo cautelativo e su mandato del Tribunale competente, vengono pertanto confiscati gli appartamenti segnati nell’allegato b) e bloccati i suoi conti correnti. Potrà tuttavia usufruire del prelievo massimo, presso una sola banca, di 1.500 euro per il sostentamento mensile.

                   Avverso tale provvedimento potrà essere inoltrato ricorso…presso… > “Me sento mä”

Carlo          :- “E no scignoa, scià no svegne torna che mi ho d’andà… Semmai scià svegnà quande me ne son andæto”

Marisa        :- “Ma comme l’è sûccesso tûtto st’inghippo? Poco fa eo… “ (stupita) “…a Zena  vestîa comme ‘na…e oua son chi… e o Fritz…”

Carlo          :- “E a ridagghela con ‘sto Fritz?”

Marisa        :- “Me sento mancà”

Carlo          :- “Torna? No femmo de schersci… Voscià primma scià l’aspëta che me ne vadde e poi scià svegne con tûtte e comoditæ e l’ascistenza de questa bella zovena” (la sostiene mentre sta accennando ad alzarsi. Poi la molla per parlare con Irina)

Marisa        :- (non sentendosi più sostenuta, cade a sedere sul divano con comicità)

Carlo             :- (a Irina compiaciuto e galante) “Scignorinn-a, comme scia se ciamma?”

Irina           :- “Non capire genovese”

Carlo          :- “Foresta?” (prende intanto per mano Marisa per aiutarla ad alzarsi)

Irina           :- “No, mio nome non è Foresta, mi chiamo Irina”

Carlo          :- (compiaciuto, lascia la stretta a Marisa che, perplessa, ricade comicamente a sedere) “Rumena?”

Irina           :- “No, ucraina… ma lei come di nome?”

Carlo          :- “Carlo, Carlo il postino che ti vorrebbe a lui vicino” (cerca di avvicinarsi il più possibile)

Irina           :- “Ma lei appena visto me… Non conoscere me”

Carlo          :- “Ma l’ommo o l’è ‘n cacciòu… l’uomo è cacciatore”

Irina           :- “E lei andare a sparare da altra parte. Pani maiu…? Capito?”

Marisa        :- (salace) “Postin…o scià m’aggiûtta a issäme o aspëto che scià porte via a santiscima coscì svegno comodamente…cöse scià ne dïxe de “ (accennando ad Irina) “mollà l’ormezzo?” 

Carlo          :- “Ho accappìo, vaddo” (l’aiuta ad alzarsi) “Gh’ho de ätre raccomandæ da consegnà, ma spero che no svegnan tûtti se no a giornà a no finisce ciù”

Marisa        :- “Scià no se a pigge. O ringrassio do so aggiûtto.. Scià staghe ben”

Carlo          :- “Alegri”(esce)

Marisa        :- “T’accappiæ che allegria…Irina sai dov’è il signor Casanova?”

Irina           :-  “In clinica per accertamenti signora”

Marisa        :- “Ma alloa…” (si alza traballante e viene prontamente sorretta dalla colf)

Irina           :-“Chiamo dottore?”

Marisa        :- “Vediamo prima se mi passa… Ne parliamo più tardi”

SCENA IV

(Marisa – Irina – Giovanni)

(suonano alla porta ed Irina va ad aprire).

Irina           :- “Oh, signor Giovanni... dobri den…buongiorno”

Giovanni    :-  (vestito normale. Ha con sé una cartella che posa su una sedia. Si comporta come se nulla fosse accaduto) “Ciao Marisa… tütto ben?”

Marisa        :- (agitata) “Comme saieiva a dì <tûtto ben>?”

Giovanni    :- (prende dalla cartella un fascicolo che pone sul tavolo e ad Irina) “Irina, mi fai un caffè? Ti o piggi ti ascì Marisa o ti vêu ûn the?”

Marisa        :- “Famme o piaxei, no parläne ciù de the che n’ho avûo a sæ” (a Irina) “Un caffè anche per me!” (si avvicina al marito che intanto s’è seduto, controlla dei documenti e con voce indagatrice) “E dimme ‘n po’…No l’è sûccesso ninte in te queste ûrtime giornæ? Ninte de strano… ninte de grave?”

Giovanni    :- “Ti te senti ben?”

Marisa        :- “No-o so ancon se me sento ben o se me son sento mä… se son ancon in casa mæ o se son a ravattà in ti bidoìn da rûmenta…” (con  calma repressa) “Dimme ti… T’è Giovanni Casanova, che ti parli comme se ti fïsci mæ màjo, o t’è  invece Giacomo Casanova sciortïo dä naftalinn-a? In te questo cäxo ti pêu anche andà coscì no ti me invescighi con ‘ste mattàie!”

Giovanni    :- “Saià ben ciammà o mëgo, ti stralabbi”

Irina           :- (entra col vassoio e le tazzine di caffè che posa sul tavolo assieme allo zucchero) “Metto zucchero?”

Giovanni    :- “Ci penso io, grazie”

Irina           :- “Signora sta meglio ora?”

Giovanni    :- “Perché… ti t’è sentïa poco ben?”

Marisa        :- “Senti chi parla…”

Irina           :- “Prima visto lei signor Giovanni, vestito con costume di Venezia … Poi arrivata raccomandata e dopo lettura signora svanita..”

Marisa        :- “Torna? Svenuta, Irina e non <svanita>”

Irina           :- “Anche <svanita> perché parlare di barboni con signor Fritz, di bidoni per mangiare… non capito bene io…”

Giovanni    :- (premuroso, si alza e la prende per la mano facendola sedere al tavolo a prendere il caffè) “Assettite e sciorbimmose ‘n bon caffè intanto che ti me conti… Tranquilla moggé… anche mì gh’ho da contäte…”

Marisa        :- (Mette lo zucchero nel caffè. rimescola e guarda Irina)

Irina           :- “Bisogno di me?”

Marisa        :- “No… pe’ oua no… s’ho bezêugno de ti te ciammo… vanni”

Irina           :- (va in cucina)

Marisa        :- (sorseggia il caffè col marito e racconta) “Tûtto l’è commençòu da quande ti ti t’è vestîo comme o tê  u antenato Giacomo Casanova…”

Giovanni    :- (sorridendo) “Stavo ben però vestïo con quello costûmme ch’emmo accattòu a-o carlevà de Venessia… M’arregordo che ti t’aveivi ‘na perûcca ca pàiva a cupola de San Pé…” (finisce di bere il caffè)

Marisa        :- (stupita) “Ti te o ricordi?... Ma se t’èi cö çervello da ‘n’ätra parte, tanto l’è véa che me son dïta: a quello li <o cian de däto o s’appixonn-a> [7]e ti m’hæ fæto patì”

Giovanni    :- “Me despiäxe moggé, ma aveivo di sospetti che quarchedun o pittava in to nostro tondo…No me tornavan i conti tra e fattûe e-e bollette de accompagnamento… e sciccomme tûtta a parte commerciale a l’éa in te moen do Strozzini, con ûn soccio conosciuo comme personn-a a moddo… e che pe’ oua no te fasso o nomme perché ti gh’arrestiesci mä…”

Marisa        :- “Manco mi fasso o momme de… l’onorevole Gratta…”

Giovanni    :- (sobbalzando meravigliato) “Ma… ma ti…comme ti fæ a saveilo?”

Marisa        :-“Comme fasso a saveilo? No te o so dî. Doppo avei lezûo l’avviso de l’equitalia  me son sentìa mancà e de botto me son asseunnà d’ëse diventà ‘na barbonn-a, a Zena. Penso che no segge façile creddime, ma l’è comme se quarchedûn de lasciû me voesse mette in scié l’avviso… Pensa che intanto ch’éo barbonnn-a con o Fritz , me son passæ davanti, sensa veddime, comme se fisse ‘na fantaxima, quelli che frequentavan e nostre riunioìn letterarie. L’ea comme ‘na previxon de quello che poeiva sûccede se fiscimo andæti in rovinn-a. O Gratta con o Strozzini, che in to sêunno me son passæ davanti, parlavan soddisfæti d’ëssise impadronìi da nostra azienda…Finn-a o Fritz o s’éa mäveggiòu””

Giovanni    :- “O violinista?”

Marisa        :- “Scì, anche l’è o l’ea diventòu ûn barbon… Foscia, quarchedûn de lasciû o voeiva mettine in guardia… T’è finn-a passou ti vestïo da Giacomo Casanova…” (salace) “T’avieiva dæto ‘na pessà… T’ho ciammòu e lì pe’ li ho avûo l’impresciòn che ti m’avesci sentïo….”

Giovanni    :- “Te diòu che ho avûo ûn momento che me päiva finn-a d’ëse ‘na banderolla… comme se ti me ciammesci… Me son finn-a ammiòu in gïo ma no gh’ea nisciûn”

Marisa        :- (redarguendolo bonariamente) “Ma dimme ti, gh’ea proppio bezêugno de fa o nescio e famme credde che in ti gh’ean due personalitae? A momenti andavo feua de testa mì e pendavéi”

Giovanni    :- “Te diòu che ho visto o costûmme de Don Giovanni in to guardavì e ho pensòu de fa quello personaggio. S’ësse avûo ûn vestì da præve avieiva fæto o præve. Ma ritornando a quelli che ne voeivan fregà, son riûscìo, faxendo o svampìo, a sentì quello che me voeivan fa firmà approfittando do momento che pàivo, dimmoghe, ascemellòu”

 Marisa       :- (interrompendo)  “…che te pàiva?”

Giovanni    :- “…saieiva stæto façile convinsime de firmà a cession di affari da nostra azienda. Ma mì, de tûtto questo ho informòu a Guardia de Finanza, che, a quante m’han dïto, a stava za indagando in scié quello bello generin do Strozzini pe’ atre stöie scimili. T’hæ accappïo dov’eivimo capitæ?”

Marisa        :- “E comme l’è andæta che t’hæ piggiòu lé comme têu commercialista?”

Giovanni    :- “Me l’ha sûggerio o Gratta”

Marisa        :- “Ah… Ma che bravo… ean in combriccola eh?”

Giovanni    :- “A Guardia de Finanza a l’ha installòu de videocamere speciali in te l’uffizio do commercialista. Pensa che l’onorevole Gratta o dava da intende d’ëse passòu pe’ cäxo pe’ pratiche sêu, da o momento che o dottor Strozzini o l’ea anche o so commercialista e che pe’ amicissia con mi o l’accettava de fa da testimonio ä transasiòn che me voeivan fa firmà, pe’ evità, a loro moddo de dï, o sequestro de l’azienda da parte de l’equital-ia”

Marisa        :- “Ma t’hæ firmòu?”

Giovanni    :- Gh’ho dito che saieiva passòu doman mattin”

Marisa        :- (ironica) “Che brava personn-a l’onorevole!... S’a va ben o l’ha sposòu a Gioconda perché a l’ha ereditòu dai sêu ‘na mûggia de dinæ e de proprietæ”

Giovanni    :- “De segûo no pe’ a sêu intelligenza”

Marisa        :- “Cöse t’han dïto i dui belli generin?”

Giovanni    :- “Ancon no san che son stæti incastræ, pe’ tentato raggiro e truffa e ätro ancon… no san ninte de quello che bogge in ta pignatta e ti vediæ che o Gratta o faià mostra de ninte con noiätri. Intanto me creddan sempre sfasòu e se sentian a-o segûo… No san che…”

Marisa        :- “E no, eh? No fa o doppio Giovanni; quëta”

Giovanni    :- ”Ma oua ti sæ che no l’è vea e ti, a ’sto punto, ti devi reçità a tö parte, cäxo mai o Gratta o vegnisse a incensà o têu salotto letterario…”

Marisa        :- “A mæ parte a l’è quella de däghe ‘na pessà <laddove non batte il sole!”>

Govanni     :- “Dài, oa gh’emmo o cotello da-ö manego e se demoemo, comme o gatto cö ratto”

Marisa        :- “Però ti me o poeivi dï anche primma che no t’éi o Don Giovanni e tûtto ‘sto raväxo de diventà ‘na barbonn-a no saieiva sûccesso. Me a son piggià finn-a con Zena ca no difendeiva i nostri vëgi… Ma alloa a raccomandà da l’equitalia?”

Giovanni    :- “I dui truffatoì...”

Marisa        :- “O Strozzini e o Gratta…”

Giovanni    :- “…aveivan mandòu ‘na denunzia… dimmoghe anonima, contra de mi <per evasione fiscale>. Sciccomme i uffizi pûbblici son lesti comme lû-masse, no aveivan ancon piggiòu atto di rapporti da Guardia de Finanza e han dæto corso ä l’evasion fiscale che a l’è stæta poi bloccà. Capito signora Marisa Casanova?”

Marisa        :- “E oua cöse ghe sûccedià?”

Giovanni    :- “Comme t’ho dïto saian denunziæ e segondo e norme de lezze ghe sequestrian tûtte e proprietæ bloccandoghe i conti correnti bancari in atteisa che o tribûnale  o valûte i fæti…”

Marisa        :- “Alloa semmo a posto… Speremmo d’ësse ancon vivi a quell’epoca, vista a velocitæ da giûstissia”

Giovanni    :- “Alegra moggé ch’emmo òa nostra azienda”

Marisa        :- (contenta) “E conservòu o travaggio ai nostri dipendenti che no dovian andà a ravattà in ti bidoìn da rümenta”

Giovanni    :- “M’ha dïto l’Irina che éi bevûo o the e ve sei sentìi mä”

Marisa        :- “Poi te contiò… Emmo riscc-iòu a lavanda gastrica” (dubbiosa)  “Ma dimme ‘n po’, semmo segûi che t’hæ ‘na personalitæ solo perché se t’è anche o Giovanni Casanova no so se ghe a fasso con duì mandrilli comme voiätri”

Giovanni    :- “Tranquilla… son sempre o Giovanni… Son stæto a-o zeugo con quella bezûga da Gioconda, ca credeiva de fa a fûrba”

Marisa        :- “Alloa o Gratta e a Gioconda ti pensi che i vedemmo ancon?  Anchæu saieiva o giorno do salotto letterario”

Giovanni    :- “Da o momento che ancon no san che vegnà depoxitòu presso o tribûnale tûtto l’incartamento, e videoripreise…Foscia fra ‘n pä de giorni…”

Marisa        :- (con frenesia pensando a mettere in difficoltà Gratta e Gioconda) “Aspëta mi che ghe preparo o via vattene. Fasso vegnì quella cartomante: <Madam Cesira>, ghe sûggeriscio quello ca deve, dimmoghe scrovì in te carte e veddighe sbascià a loro presunziòn”

Giovanni    :- “No mettili in guardia, stanni in sciò vago m’arraccomando. Se çercan de mi ti ghe dïxi che son sotta osservasiòn ä Clinica Neurologica” (si alza, sistema la documentazione nella cartella)

Marisa        :- “E oua dovve Ti væ?”

Giovanni    :- (sottovoce, abbassandosi verso la moglie) “Vaddo de däto a pösame. No dïlo ä Irina che son sciù, maniman ghe scappa dïto, Ciao”

Marisa        :- “Bon ripöso” (si alza e va al telefono: compone un numero) “Pronto… Cesira t’è tì?” (pausa) “Senti, ti pêu vegni da chi ‘an po’ da mì con e têu carte?” (pausa) “Scì o solito salotto e a solita gente” (pausa) “Comme mai? Te scrivo tûtto in te ‘n biggetto quello che devi scrovì in te carte e a chi…” (pausa) “Perché no te o diggo a vöxe? Ma perché se t’arrivesci doppo i ospiti no porrieiva parläte… armeno ti fæ finta de ninte, ti dæ n’êuggià a-o biggetto e ti spari!” (pausa) “Son due personn-e i bersagli, ti l’è visti ‘na votta chi da mi” (pausa) “Ma scì, l’è pe’ fasse due gösciæ de rïe. Grassie, alloa a fra poco. Ciao” (posa il ricevitore e si frega le mani soddisfatta)

SCENA V

(Marisa –  Irina – Gennaro –Cesira)

(suonano alla porta e Irina va ad aprire)

Irina           :- (con voce suadente) “Oh.. lei signor Gennaro… prego”

Gennaro     :- “Irina…Siete come nu raggio e sole!” (ha il cappello o una coppola in testa)

Irina           :- “Ma oggi nuvolo, non sole”

Gennaro     :- “Buongiorno signora Marisa… Vostro marito s’è ripreso?”

Marisa        :- “Abbastanza… Ma son ottimista”

Gennaro     :- “E fate bbene… Bisogna sperare sempre nella vita” (guarda intenzionalmente Irina) “Sperare sempre…”

Irina           :- (fa scena apprezzando l’attenzione del pittore ed esce di scena sculettando)

Marisa       :- (a Gennaro) “Co s’accomode Meistro, anche se chi ciù che raggi de sô gh’è quarche nûvia… Pe’ a solita riûnion spero che vegnan comme a-o solito… Ma scià s’accomode”

Gennaro    :- “Grazie, son comodo. Sono passato per avere notizie di vostro marito e per aver conferma se oggi c’è la solita chiacchierata fra amici”

Marisa       :- “… e magari vedde comm’a sta Irina…”

Irina          :- (che non vedeva l’ora di stare accanto a Gennaro) “La signora ha chiamato?”

Marisa       :- “Che rapida… No, non ti ho chiamata”

Irina          :- (lanciando occhiate a Gennaro) “Sentito nome Irina…”    

Gennaro    :- (ricambia l’occhiata)“Sono anche venuto a vedere se ho lasciato per caso la mia berretta qua”

Irina          :- “Ma signor Gennaro, guardato in sua testa?”

Marisa       :- “Non si sa mai che sia lì”

Gennaro    :- (passa la mano sul capo) ”Ihhh… ma guarda dov’era andata a finire…”

Marisa       :- “Ma scià no me dià mïga che scià io l’ha vista!”

Gennaro    :- “Ecché? Non tengo mica gli occhi in ta capa”

Irina           :- (si avvia alla cucina quando suonano alla porta. Cambia direzione e va ad aprire)

Cesira        :- (vestita a colori sgargianti, borsa contenente le carte-possibilmente tarocchi. Voce allegra e squillante) “Ciao Marisa! Finarmente se vedemmo”

Marisa       :- “Cesira… che sorpreisa e che piaxei veddite”

Irina e Gennaro:- (chiacchierano appartati)

Marisa       :- (sottovoce, dopo averle passato un foglio) “Chi ti gh’è i nommi e-i appunti de quello che ti devi lëzze in te carte. L’infioritûa a l’è tûtta a têu”

Cesira        :- (dà uno sguardo al foglio) “Ah! Proppio questi duì? Penso ch’a saià ‘na demoa”  

Marisa       :- “Pe i ätri, fanni ti…tanto pe’ no fa vedde ûn solo bersaglio”

Cesira        :- (dandosi un atteggiamento pseudo professionale) “I ätri… saiàn e carte a decidde”

Marisa       :- (che non crede alla cartomanzia) “Ah… senz’ätro decidian e carte. Ma assetite e lëzi o papè che t’ho dæto” (suonano alla porta. Vedendo che Irina non si muove) “Meistro Gennaro, scià veu dï a quella figgia ch’han seunnòu e magara s’a va a-arvi?”

SCENA VI

(Marisa – Irina – Gennaro – Cesira –Anselmo - Solfeggi –Gioconda – Gratta – Fritz)

Irina          :- (si affretta andando ad aprire) “Scusare… non sentito…” (apre a Gratta e Gioconda. Tiene la porta aperta perché vede arrivare Anselmo e Solfeggi)

Gioconda  :- (entra col marito e saluta con esagerata enfasi, allarga le braccia per salutare Marisa) “Ciao amiga cäa … tûtto ben?...Scignorìa a tûtti”

Gratta       :- “L’è sempre ‘n piaxei vegni a troväve”

Marisa       :- (sorniona) “Me l’immagino…”

Solfeggi     :- (entra con Anselmo e va a salutare Marisa) “Scià Marisa… semmo torna chi a destûrbà”

Marisa       :- “Ma scià se figûre… l’è ‘n piaxei” (scambio di saluti con Gennaro)

Anselmo     :- (a sua volta saluta Marisa e poi Gennaro) “Comm’o sta o Giovanni?”
Marisa        :- “O se cûra… speremmo ben”      

Gratta       :- (con untuoso atteggiamento) “E so majo o l’è sempre…. asbrioso?”

Marisa       :- (con esagerazione ostentata) “No ghe diggo comme. Ûn terremotto… incontentabile… ‘na cosa mai vista!” (a Gioconda, sottovoce) “Me tocchià mettighe do bromüro in to caffè a questa valanga d’ommo”

Gioconda  :- (invidiosa) “Vincenso… ti porriesci armeno ëse ‘na slavinn-a…”

Marisa       :- “Irina… puoi anche andare di là”

Irina          :- (a malincuore esce. Nel frattempo scambio di saluti anche con gli ultimi entrati)

Marisa       : “Conoscei a mæ amiga Cesira Tarocchi véa?” (solito scambio di saluti fra tutti) “A l’vegnûa a trovame… a l’è anche ‘na brava cartomante…”

Gioconda  :- “Interessante… passiemo mëza giornà sensa andà a çercà quei fisolofi morti…”

Gratta       :- (alla moglie) “Ti voeivi dï <filosofi> e no fisolofi”

Gioconda  :-“Scì, voeivo di quelli lì. No so o perché ma me ven da inversà e parolle”

Solfeggi     :- “Anche quella a l’è ‘n’arte”

Gioconda  :- (compiaciuta e con aria da Diva) “Ognuno di noi ha una virtù nascosta”

Anselmo    :- “Complimenti Gioconda”

Gioconda  :- (a Cesira) “Scià ne fa e carte?”

Cesira        :- “Ma no so se l’ho in ta borsa… Non pensavo che poeivan servì” (finge di trovarle per caso) “Oh, ghe son” (le posa sul tavolo)

Irina           :- (suonano alla porta  e va ad aprire. É Fritz, Richiude la porta e ritorna in cucina)

Fritz           :- “Buongiorno… sono in ritardo?”

Marisa       :- “Salve Fritz. Sempre in tempo… Co s’assette vixin a o Gennaro. Oggi la mia amica Cesira …“ (scambio di saluti con inchino o gesto) “…ci predice l’avvenire col gioco dei tarocchi”

Solfeggi     :- “Tema: <Le carte nel loro uso diverso>”

Anselmo    :- “Tema interessante”

Gioconda  :- (presa da entusiasmo) “Bene. Son cuiusa de savei comme l’andià a finì…”

Marisa       :- “Cöse?”

Gratta       :- “… o voto amministrativo per o Comune de Ciavai che ghe saià o meise che vegne… vea che ti voeivi dï coscì moggé?”

Gioconda  :- “Ti dïxi?”

Gratta       :- (le lancia una sguardo fulminante) “Diggo… O diggo perché primma che intrescimo n’aveivimo parlòu”

Gioconda  :- “Meno male che mæ màjo o s’arregorda tûtto… S’o no ghe fisse lé…”

Gennaro    :- “Signora Cesira in che modo e per cosa fa il gioco delle carte?”

Cesira        :- “Con i tarocchi e per passatempo…Marisa, cöse ti ne dïxi se tûtti s’assettan e preparo a zêugo?”

Marisa       :- “T’hæ raxon. Pimma però mettemmo a toàgia adatta”(prende da un cassetto una tovaglia tutta svariatamente colorata e la pone sl tavolo)

Gioconda  :- “Che toagia pirotecnica… dovve ti l’hæ piggià?”

Marisa       :- (con sfottò) “In farmacia!”

Gioconda  :- “In farmacia?... Vincenso, comme cangia o mondo”

Gratta       :- “Ma no ti veddi ca scherza?

Anselmo    :- “No l’è miga poi dito… I farmacisti oua vendan scarpe, çente e primma o poi vendian anche toàge… pirotecniche”

Cesira        :- “Semmo tûtti a posto?”

Gennaro    :- (guardando Marisa) “Mancherebbe Irina”

Marisa       :- “E va ben…co-a ciamme… ma ca no prepare de the”

Gennaro    :- (si alza contento) “Scusate ma siamo quattro uomini e tre femmine… con Irina arriviamo ad almeno quattro femmine” (va in cucina e rientra seguito da Irina che va a prendere posto accanto a Gennaro)

Solfeggi     :- “Par condicio”

Gioconda  :- “Coss’o pä?”

Anselmo    :- “Condicio!”

Cesira        :-“Sbascemmo a lûxe e creemo l’atmosfera”

Marisa       :- (va a spegnere una luce, lasciando una penombra adatta alla richiesta)

Gennaro    :- (scherzando) “<Vecchia Romagna etichetta nera>”

Cesira        :- “Ninte siottäie!”(aveva nel frattempo mescolate le carte. Tavolo rotondo o no, Cesira è di fronte al pubblico, alla sua destra Gioconda ed alla sua sinistra Gratta. Di fianco a Gratta Irina e Gennaro, poi Fritz. di fianco a Gioconda Anselmo, Marisa, Solfeggi) “Onorevole Gratta scià vêu coppà?”

                                                         

                                                                                   Cesira

                                                             Gioconda                                Gratta

                                                                Anselmo                          Irina

                                                                Marisa                              Gennaro

                                                               Solfeggi                                             Fritz

                 

Gratta       :- (smazza le carte)

Cesira        :- (le mette una per una davanti ai partecipanti, alzandosi se non ci arriva. Fa tre giri quindi ognuno ha tre carte davanti. Posa le carte rimaste e con ieratica scena, dice) “Mettei a man sinistra, quella do cheu de dato a-e vostre tre carte” (tutti eseguono il gesto in silenzio) ”Oua pensæ a quello che voesci realizà”

Gennaro e Irina: - (si scambiano uno sguardo affettuoso)

Cesira        :- “Passemmo ä lettûa da primma carta commençando da l’onorevole Gratta” (procederà durante la lettura delle carte, ad una sua interpretazione, dando colore alla scena. Prende la prima carta la guarda e si mostra preoccupata guardando seria Gratta. Poi con voce profonda) “Carta nûmero quattro <El cielo> ca riguarda <appropriazione, furto, spoliazione>”

Gratta       :-“Comme inizio no gh’ò mä, ancon da sæ che a-e carte mi ni ghe creddo”

Cesira        :- “O l’è solo ûn zêugo. No l’è dito che a mæ valûtaziòn a segge poi giû-sta”

Gioconda  :- “O creddo ben”

Cesira        :- “Però gh’ho sempre fæto centro!... Passemmo ä scià Gratta” (prende una carta e come farà fino a gioco finito, la guarda, guarda ancora la carta e scrolla la testa)

Gioconda  :- (che comincia ad agitarsi) “E allòa?”

Cesira        :- (con voce ferale) “Carta nûmero trei <Las Plantas>, vale a dï <cattivi propoxiti, fäse insinuazioìn, calûnnia e ätro ancon…>”

Marisa       :- (sullo stesso tono) “Äia de fissûa… äia de seportûa…”

Gioconda  :- (stizzita) “Grassie!”

Marisa       :- “De ninte; figûrite”

Cesira        :- “Passiamo alla signorina… comme a se ciamma?”

Gennaro    :- (premuroso) “Irina”

Irina          :- (guarda soddisfatta Gennaro)

Cesira        :- “Carta nûmero eutto: Irina esprime virtù e dolcezza… Piggemmo a carta da padronn-a de casa… Ecco chi: Carta nûmero neuve: La Giustizia! Pe ti Marisa se prospettan di problemi finanziari che però se risolvian a têu vanaggio”

Marisa       :- “Speremmo ben”      

Cesira        :- “A carta do Gennaro cöss’a dïxe?  Carta numero çinque: “Eilalà! Viägi e feliçitæ. Complimenti”

Gennaro    :- “Speriamo bene signora Tarocchi”

Cesira        :- “Professô Solfeggi, scià m’allunga a primma carta?”  (la ruiceve) “Grassie. Dunca, carta nûmero quatorze: El diablo…”

Solfeggi     :- “Adreitûa?”

Cesira        :- “Tranquillo professò, vuê dï che gh’è quarche peccòu, ‘n po de indifferensa… insomma scià pensa ai faeti so e no a quelli di ätri”

Solfeggi     :- “Me pä che scià l’àgge centròu a situaziòn”

Marisa       :- “Me sovvegne ûn dïto zeneize ch’o dïxe: <No pä cösa véa ma e böxie dûan da Denà a San Stéa>” O l’è ‘n dï contadin d0vve ‘Denà’ sta pe’ Natale”

Cesira        :- “O nostro amïgo violinista o me passa a carta?” (la riceve e ringrazia) “Bene Herr Fritz! Carta numero 11 . La Fuerza”

Fritz          :- “Ma io… non tanto forte”

Cesira        :- “Vuol dire bravura, grandezza d’animo, valore morale”

Marisa       :- “E o se o merita”

Cesira        : “Emmo finîo o primmo gïo. Piggemmo a segonda carta de l’onorevole Gratta” (solita scena nei suoi confronti)“Carta nûimero dixeutto: El Ermitaño, l’eremita: Onorevole, scià la cuppòu mä perché sta carta veu dï: <impostô perfido, e complice con ätri…>”

Gioconda  :- (con voce tremante, al marito) “Vincenso… Me vegne cuæ d’andà a piggià ‘na bocconà d’äia…”

Gennaro    :- “Ma è solo un gioco di carte signò… e niente cchiù”

Marisa       :- “Da o dïto a-o fæto ghe passa ‘n gran træto”

Cesira        :- “Scià Gioconda… posso andà avanti con a so segonda carta?”

Gioconda  :- “Oh, pe mì, tanto comm’o dïxe o meistro Gennaro, o l’è solo ûn zêugo”

Cesira        :- (prendendo la carta) “Numero dixineuve: ahimemì…”

Gratta       :- “Ma ca digghe o belle o brûtte son sempre carte e no bezêugna dagghe a mente”

Cesira        :- (guardando la reazione di Gioconda) “Dieci di bastoni:< Impostura, calunnia, inganno!”

Solfeggi     :- “Da zûgà in scià rêua de Turin!”

Gioconda  :- (comincia ad aver la tremarella) “Vincenzo… Ciantemmola li… Solo a noiätri vegnan carte brütte?”

Gratta       :- “Mì me demòo invece perché intanto l’avvegnì nö sa nisciûn”

Anselmo    :- “L’è véa… Però a votte l’avvegnì o dipende da cöse emmo semenòu in to nostro recente passou”

Gennaro    :- “Se abbiamo seminato bene potremmo avere del bene e se no… ci pigliamo quello che ci meritiamo”

Irina          :- “Gennaro… tu seminato bene spero”

Gennaro    :- “Lo spero pur’io Irina…”

Cesira        :- “Piggemmo a segonda carta da Marisa: carta nûmero sezze… Marisa, t’hæ quarche causa in sospeiso?”

Marisa       :- “No, che mi sacce, perché?”

Cesira        :. “Perché a carta a dïxe: <”Causa vinta da tì e da têu màjo>”

Gioconda  :- “Ma no poemmo ciantala li e parlà de ätre cose comm’emmo sempre fæto?”

Gratta       :- “Con tûtto o rispetto ma no me demòo  ciù”

Marisa       :- “Comme ve fa piaxei… Cesira, lëzi solo a terza carta de l’onorevole e seremmo a sedûta”

Cesira        :- “Onorevole?”

Gratta       :- “Scì, scì… scià pigge püre a carta, tanto, pe’ quello ca cunta…”

Cesira        :- “Questa no a capiscio”

Irina          :- “Cosa succede?”

Anselmo    . “O Giovanni o l’è rinsavïo?”

Marisa       :- “Spero de sci…se conosce o ben quande o s’è perso. Ma spero che tûtto vadde pe’ o mëgio… Cösse a dïxe a carta de l’onorevole?”

Cesira        :- “Re de picche: Onorevole se e carte dixan o vëo scia l’avià de grann-e pesanti assemme a’n so soccio.. <con n’òmmo de lezze, ûn magistrato e con pignoramenti giûdiziari>”

Gratta       :- (si alza inviperirito e sbotta) “Ma cöse ve säta in mente? Comme ve permettei de insinuà in scie de mi e mæ moggé basandove in scie de carte? Mi son ûnn’òmmo da ben e voiätri no savei comportave da personn-e comme se deve”

Cesira        :- “Ma onorevole… son solo carte, a vitta a l’è ‘n’ätra cösa…”

Marisa       :- “Onorevole Gratta, scia se calme… se scià no l’ha fæto ninte de mâ no veddo o perché de questa agitaziòn…”

SCENA VII

(detti – Giovanni)

Giovanni   :- (Ben vestito, con cartella entra salutando con uno squillante) “Buongiorno a tutti”

Marisa       :- (mentre tutti si alzano e salutano, va incontro al marito) “Oh, Giovanni, comme ti stæ oua?”

Giovanni   :- “Oua? Ma mi son sempre stæto ben”

Gioconda  :- “Balle… Me pä proppio de no… O l’aveiva due personalitæ e o stralabbiava”

Giovanni   :- “Ma anche sêu majo o l’ha due personalitæ, finna-a Voscià scià se comporta in due mainée”

Gioconda  :- (reagendo) “Comme saieiva a dï?”

Gratta       :- (alla moglie) “No dagghe a mente… o no sta ben,  o l’è stæto in clinica psichiatrica e…”

Giovanni   :- “..e o l’ha scoverto i vostri imbroggi d’accordio con o commercialista Strozzini!”

Tutti          :- (fanno scena. Stupore, incredulità, apprensione, bisbiglio)

Marisa       :- “Tombola!”

Gratta       :- “ ’Na denunsia pe’ calûnnia no ghe a leva nisciûn… Primma de dà de l’imbroggion bezêugna aveighe e prêuve”

Giovanni   :- (posa sul tavolo la borse, estrae un registratore con delle cuffie e le porge al Gratta) “Scià mette e cuffie a-e oege e scià me digghe se scià conosce questa vöxe” (accende il registratore)

Gratta       :- (cercando di dimostrare sicuezza, prende in malo modo le cuffie e ascolta. È agitatissmo, toglie le cuffie e cerca ancora una via d’uscita) “E cöse scià vêu dimostrà con questo?”

Giovanni   :- “Scignori, vêuggio dimostrà che quest’ommo integerrimo, questo nostro ex rappresentante in Parlamento, d’accordio con o so soccio dottor Strozzini, o l’ha çercou de impossessäse da mæ azienda çercando de imbroggiäme e de famme firmà a cessiòn ca m’avieiva lasciòu in braghe de téia e con tanti debiti”

Tutti          :- (brusio, commenti a piacere, incredulità)

Gioconda  :- “Vincenso!”

Gratta       :- “Täxi scimmia!”

Gioconda :- (siede affranta, singhiozzando)

Marisa       :- (a Gioconda) “E tì ti te faxeivi mæ amïga e ti sciusciavi in to fêugo pe’ mandame... “ (a Fritz) “a ravattà in ti bidoin da rûmenta” 

Fritz          :- “Anch’io avuto questa sensazione”

Gratta       :- (furibondo sentendosi incastrato) “Vegni Gioconda… gh’emmo dæto troppo lûstro in ‘sta casa con a nostra presenza…” (a Giovanni) “O mæ avvocato o dimostrià che a registrazion a l’è stæta alterà e che, doppo tütto o l’ea  solo ‘n scherzo”

Anselmo    :- “Chi l’avieiva mai dïto”

Gennaro    :- “Min… chi l’avesse mai direbbe…”

Solfeggi     :- “Chi va pe’ mincionnà resta mincionnòu”

Giovanni   :- “Sciò Gratta, primma che scià se ne vadde ghe fasso savei che a guardia de Finanza a no s’è fià da sola registrazion, ma a l’ha anche o nastro da telecamera installà in to stûddio do so soccio Strozzini… scià ghe o digghe a-o so avvocato… e scià no l’àgge sprescia de sciortì perché davanti a-o portego l’aspëtan i fratelli Branca”

Gennaro    :- “I fratelli Branca? E chi sono?”

Cesira        :- “I carabiné!”

Gioconda  :- “Vincenso… speremmo ca ne vadde ben”

Gratta       :- (agitato) “Ma cöse ti dïxi…” (si alza agitatissimo) “Ma no ti te rendi conto che, s’a ne va ben… semmo arroinæ??!!”

                                                      MUSICA DI CHIUSURA

F I N E


[1] Cantero – noto teatro di Chiavari

[2] Spassiba - Grazie

[3] Parla italiano signorina?

[4] Sì, io lo parlo

[5] Sbandellou – sciamannato. Male in arnese

[6] Davai - Avanti

[7] O cian de däto a s’appixonn-a – il cervello gli vaneggia (o cian de däto sarebbe la testa)

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