Sabato, domenica e lunedì

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Una camera squallidissima

Sabato, Domenica e Lunedì

libero adattamento ispirato al film “Sabato, domenica e lunedì” di Lina Wertmuller (1990)

Personaggi

Rosa Priore

Peppino Priore, suo marito

Crocifissa, cameriera

Margherita, cameriera

Addolorata, cameriera

Zia Memè, sorella di Peppino

Attilio, suo figlio

Don Antonio Piscopo, papà di Rosa

Rocco, secondogenito

Giulianella, terzogenita

Roberto, primogenito

Maria Carolina, sua moglie

Federico, innamorato di Giulianella

Don Raffaele Priore, fratello di Peppino

Luigi Ianniello, professore

Elena Ianniello, sua moglie

Ausilia, chiromante

Dottor. Cefercola

Catiello, il sarto

Giannino, garzone

ATTO PRIMO

Ampia e linda cucina. L'arredamento è costituito da cose antiche e modernissime. Sulla parete di fondo, accanto al finestrone, sono state disposte in ordine simmetrico una diecina di antiche forme in legno di cappelli e numerosi attrezzi del mestiere. Nel medesimo punto ci sta un fornello di ferro a quattro zampe, malfermo e arrugginito, e un piccolo tavolo dal ripiano massiccio unto e bruciacchiato dall'uso. Siamo alla conclusione, di una magnifica giornata di marzo. L'ultimo sole che entra dall'ampia finestra indora le pareti e fa brillare la nutrita batteria di pentole in rame, fuori d'uso, che è li, tutta intorno, al solo fine di testimoniare l'antica tradizione e la solidità finanziaria della famiglia Priore. Presso il tavolo centrale c'è donna Rosa che sta preparando il rituale ragù. Sta legando il girello, «il pezzo d'annecchia» di cinque chilogrammi che dovrà allietare la mensa domenicale dell'indomani. La cameriera Crocifissa, gomito a gomito con la padrona affetta cipolle; ne ha già fatto un bel mucchio: ma ne deve affettare ancora. La poverina ogni tanto si asciuga le lacrime o con il dorso della mano o con l'avambraccio: ma continua stoicamente il suo lavoro. Margherita e Addolorata, le altre due cameriere, litigano fra di loro sulle faccende da sbrigare.

SCENA PRIMA

Rosa e Crocifissa; poi Margherita e Addolorata che lavorano in cucina.

ROSA   Hai fatto?

CROCIFISSA   (piagnucolando) Devo affettare queste altre due.

ROSA   E taglia, taglia…fai presto.

CROCIFISSA   Signò, ma io credo che tutta questa cipolla abbasta.

ROSA           Adesso mi vuoi insegnare come si fa il ragù? Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo. Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera; via via che ci si versa sopra il quantitativo necessario di vino bianco, la crosta si scioglie e si ottiene così quella sostanza dorata e caramellosa che si amalgama con la conserva di pomodoro e si ottiene quella salsa densa e compatta che diventa di un colore palissandro scuro quando il vero ragù è riuscito alla perfezione.

CROCIFISSA   Ma ci vuole troppo tempo.

ADDOLORATA   E chillo se dinto à sta casa nun se prepara ò ragù p’à domenica, se va contro à legge. (marcato)

ROSA   Tu te hai fà è fatte tuoie.

MARGHERITA   (a Rosa) Signò, ma stammatina à mezzogiorno, nun è venuto nisciuno à mangià?

ROSA   No, papà è andato al negozio di Rocco e avranno mangiato qualcosa fuori.

ADDOLORATA   E à signorina Giulianella?

ROSA (divertita) Ah! Quanta cose vuò sapè, è andata a Napoli con Zia Memè. (una breve pausa) Siente, fa na cosa, vamme à piglià ò tritapepe.

ADDOLORATA   E ched’è?

ROSA   (con ironia) La pepiera!.

ADDOLORATA   (con sorpresa) Ah, à pepiera!Margherita, Margherì!

MARGHERITA   Ma che vuò?(Margherita prende una caramella che ha nella tasca del camice e la mangia)

ADDOLORATA   Te staie piglianno à caramella, eh? Va a piglià à pepiera (Margherita esce. Addolorata controlla le pulizie svolte da Martirio) Ma guarda, chella disgraziata che se fire ‘e fa, secondo lei ha pulito! Io vurrià sapè addò tene à cape.(prende anche lei una caramella dal camice).

MARGHERITA   (entra e si rivolge con ironia ad Addolorata) Eh, mò te staie piglianno tu à caramella, eh?

ADDOLORATA   Ma che vuò? Tu te la sei presa prima, l’hai mangiucchiata e adesso me la prendo io e mangiucchio.

MARGHERITA  Ma che m’avive chiesto qualche cosa?

ADDOLORATA   Io?(pensandoci su) ‘O vero?

MARGHERITA   (arrabbiata che Addolorata non ricorda cosa le aveva chiesto) Ma che vulive?.

ADDOLORATA   M’è uscito d’à capa, nun me ricordo chiù.

MARGHERITA   E dummannalo à signora.

ADDOLORATA   Ma nun à vire à chella comme stà nervosa?

MARGHERITA   E chella, stà ancora chiù nervosa, se nun le purtammo chelle che c’ha cercato…Domandiamolo insieme, và!

ADDOLORATA   Signò, c’avete chiesto qualche cosa?

ROSA   (irritata) Eh, ò tritapepe! (arrabbiata, dato che le cameriere non capiscono) ‘A pepiera! Madonna, che pazienza che ce vò cù stì doie.

ADDOLORATA   Tritapepe…(a Margherita) Ma hai mai sentito dire Tritapepe?

MARGHERITA   ‘E signure diceno tritapepe, nuie gente basse dicimme à pepiera (prendono il tritapepe e lo portano a Rosa)

ROSA   Crocifì, avete finito cù stà cipolla?

CROCIFISSA   Sissignore, eccola qua!.

ROSA   Mò, passiamo alla carne per il ragù…(Ad ogni tipo di carne che nomina Rosa, le tre cameriere gliela passano per metterla in pentola) Iammuncielle…(Addolorata prende la carne e là da a Rosa) Tracchie ‘e locene…(Margherita prende la carne e la passa a Rosa) Spezzatino…(Crocifissa prende lo spezzatino e lo passa a Rosa) Funtenatica, nervetti e corazza.. e nu poc ‘e sale. (Di dentro, suona il campanello) Margherì, andate a vedè chi è.

SCENA SECONDA

Il Garzone e dette, poi Raffaele.

MARGHERITA   ‘E Giannino, ò garzone d’ò fornaio.

GIANNINO    Buongiorno.

ROSA   Buongiorno guagliò, miette ò pane ncopp’à tavola.

GIANNINO   E faciteme leggere qual è ò vuosto.

ROSA   Ah, ma allora sai leggere?

GIANNINO   No, ma per non sbagliarmi su ogni busta ce faccio nù disegno.

ROSA   Bravo!.

GIANNINO   Vuie, ve chiammate Rosa? E io ce faccio na bella Rosa (man mano fa vedere le buste del pane con sopra i disegni) Alla Signora Ianniello, ce faccio n’agnello…nu bellu piechero, e al commendator. Salvetti, ce faccio ‘e corna.

ROSA   E che c’entra?

GIANNINO   Niente, ma chillo tene à mugliera giovane!. (le quattro donne ridono spontaneamente).

ROSA   Va’ vattenne, fetentone.

GIANNINO   Buona Giornata.(esce.)

RAFFAELE   (di dentro, dal soggiorno urla una frase del suo spettacolo) Famme, tengo famme!.

ADDOLORATA   Gesù, chi è ?

ROSA   E chi po’ essere? Don Raffaele, chillo me pare l’anema in pena.

MARGHERITA   Signò se dice l’anema ò priatorio.

Raffaele entra e si dirige verso Rosa. ‘E un uomo simpatico, è il direttore della Banca di Napoli.

RAFFAELE   (alludendo al vestito di Pulcinella che ha recato con sé) Donna Rò, il solito piacere, ve lo metto qua. (lo poggia su una sedia).

ROSA   Don Rafè, voi con questo vestito di Pulcinella, siete proprio un’afflizione. Quando dovete fare questa recita domenicale, dal lunedì togliete la salute alla gente…”La maglia di lana rossa, i pedalini, il camice si deve lavare e stirare…”

RAFFAELE   Ma non recito tutte le domeniche.

ROSA   Per grazia di Dio, se no ci sarebbe da impazzire.

RAFFAELE   Ma se fosse per me l’addio al teatro lo avrei dato già da un pezzo. Sono i colleghi della Banca che non mi danno pace e hanno ragione “Se non ci sei tu, la recita non si può fare; il pubblico ti vuole; il Pulcinella chi lo sa fare…”. In verità, anche la critica parla chiaro (Trae dal portafogli diversi ritagli di giornale) Questo è il “Mattino” (Legge) “Raffaele Priore nel ruolo di Pulcinella ci ha dato un’altra prova del suo amore e del suo attaccamento al teatro classico napoletano” E poi dice..”Egli…” Egli sono io…”è senza dubbio, l’ultimo Pulcinella”.

ROSA   (nervosa)Abbiamo capito!.

RAFFAELE   Adesso me ne devo andare, perché tengo gli amici miei che mi stanno aspettando, devo correre (si avvia alla porta e si ferma vicino a Crocifissa) Guè, che bello culo che ha fatto Crocifissa…

CROCIFISSA   Gesù, chisto tene sempe genio ì pazzià.

RAFFAELE   (dall’uscio della porta) Come? Non ho capito!

ROSA   Che volete?

RAFFAELE   Avete domandato che lavoro stiamo provando?

ROSA   No!.

RAFFAELE   M’era sembrato…lo volete sapere?

ROSA   No!.

RAFFAELE   Vabbuò, buonasera!.(esce)

ROSA   (alle cameriere) Comme dice ò proverbio “Pullecenella pure ‘e fischi ‘e piglia p’àpplausi.”

Sull’uscio della porta esce Raffaele ed entra Peppino.

RAFFAELE   Guè, Peppì devo correre al teatro, ho le prove. Statte buono. (ed esce.)

PEPPINO   (pensando ad alta voce) Questo è un direttore di banca. Ma che famiglia ‘e pazze. (ed entra)

SCENA TERZA

Peppino e dette.

Entra Peppino, con un giornale “Il Mattino” in mano, resta sull’uscio della porta vedendo che Margherita spolvera il pavimento. Peppino è un uomo sulla cinquantina, prestante e di buona salute. Nulla di eccezionale: un onesto e simpatico commerciante del Rettifilo.

MARGHERITA   (ignara della presenza di Peppino) Crocifì, dopo che hai pulito la formaggiera, m’arracumanno fa n’à bella sciriata. Ah, Crocifissa! Fa tutto Crocifissa e non fa niente bene, Crocifissa. (si alza  e nota Peppino sull’uscio della porta) Uh, scusate don Peppì, buongiorno!.

PEPPINO   Buongiorno! (a parte) Stì tre befane s’appiccicano sempe. ( si siede al tavolo di fronte a Rosa e legge il suo giornale).

MARGHERITA   (con Addolorata contano le tovaglie per il pranzo della domenica) Ma allora sono dodici?

ADDOLORATA   Sono undici!.

MARGHERITA   Scusate Signò, chella Addolorata è nu poco…(fa segno per dire non c’è più con la testa).

ADDOLORATA   E già, io sono rimbambita.

MARGHERITA   Ma che c’entra, quella è l’età.

ADDOLORATA   ‘A parlato à rusella ‘e maggio! Tu tiene qualche anno in meno a me, ma si chiù rimbambita ‘e me.

ROSA   Siamo i soliti, più altri quattro!.

ADDOLORATA   Hai visto?Sono i soliti più quattro.

MARGHERITA   Ma allora sono dieci!

ADDOLORATA   Sono undici!.

ROSA   (molto adirata per il diverbio tra le due) Siamo dodici!E vedimme si à furnimme.

PEPPINO   (si rivolge a Rosa, con tono molto secco e deciso) Chi viene domani?

ROSA   (aspra)E chi viene… Viene tua nuora.

PEPPINO   Perché è nuora solamente a me?

ROSA   Mi ero dimenticata che qua si deve parlare col punto e virgola. (scandendo) “Viene nostra nuora” con nostro figlio Roberto, va bene così?

PEPPINO   (taglia corto) Si, sì va bene.

ROSA   Ha telefonato lei stamattina: “ Mammà, domani è domenica, possiamo venire a pranzo da voi?”Quella quando può evitare di mettersi in cucina a cucinare, è tutta contenta.

PEPPINO   E che significa?Andiamo tante volte noi da loro.

ROSA   Io so quello che dico. Roberto pretende il ragù che gli faceva mamma sua.. e siccome (marcato) nostra nuora non si sente all’altezza…

PEPPINO   Ma nun me fa ridere. Col da fare che tiene Roberto, adesso ha vinto un altro concorso per la costruzione di una centrale idroelettrica in Piemonte, pensa proprio alla riuscita del ragù. E po’, Maria Carolina cucina benissimo.

ROSA   (incassa e con rassegnazione) Ah. Cucina benissimo? E allora abbiamo sbagliato tutte cose, nun ne parlammo chiù. (visto che la discussione col marito prende una brutta piega, aiuta Margherita ed Addolorata con le tovaglie).

PEPPINO   E chi sarebbero gli altri?

ROSA   Il professore Ianniello con sua moglie.

PEPPINO   (contrariato) E io ò sapevo. Uno aspetta la domenica per passare una giornata in famiglia, nossignore ci vogliono i signori Ianniello a tavola.

ROSA   Ma che t’hanno fatto, vurrià sapè…

PEPPINO   Niente. Mi stanno antipatici…tutte e due, no uno si e l’altro no.

ROSA   Ma come, fino a tre o quattro mesi fa eri stesso tu che domandavi : “Ma stasera non scendono i signori Ianniello?” Per serate intere giocavi a scopa con lui. E tutto ad un tratto, ti sono diventati antipatici.

PEPPINO    Proprio così.

ROSA   Ma pecchè?

PEPPINO (evasivo) E quella l’antipatia è come la iettatura. Solamente la scienza può spiegare perché una persona porta male e un’altra ti può diventare antipatica da un momento all’altro.

ROSA    Io non ho bisogno della scienza e non sono lunatica fino al punto di dimenticare i doveri più elementari della buona creanza. I signori Ianniello abitano nello stesso palazzo nostro, siamo diventati amici e possiamo avere bisogno noi di loro e loro di noi.

PEPPINO  (seccato) E li hai invitati a pranzo qua, domani.

ROSA   La moglie si è fermata da me, anzi mi ha regalato anche un golf di lana turchese, perché una sera io dissi che il turchese mi stava bene in faccia, io le ho fatto vedere il pezzo di “annecchia” per il ragù di domani.

PEPPINO   Lei t’ha detto che ò ragù comme ò faie tu, non ò fa nisciuno, isso t’ha paragonata alla grande madre mediterranea, chelli bell’ì fesserie che dice e li hai invitati a pranzo, perché te ne sei andata in brodo di giuggiole.

ROSA   (in uno scatto improvviso, imprevedibile e violentissimo) E me ne sono andata in brodo di giuggiole e non devo dare conto a nessuno!Vuoi vedere che piglio ò piezzo d’ànnecchia, à casseruola e à cucchiaia e butto tutte cose à coppa à bascio?

PEPPINO   (gelido) Come sei cambiata. Sei diventata una scatoletta con la molla spirale à dinto, basta spustà nu gancio e te zompa ò coperchio n’faccia.

ROSA   Il coperchio tuo invece, si apre soltanto quando ti sdilinguisci a fare i complimenti a chi nun ne vale proprio à pena.

PEPPINO   (pacato) Basta Rusì, basta. Discussioni cu tè nun ne voglio fa.

ROSA   E come mai hai chiuso la bottega a quest’ora?

PEPPINO   Ma pecchè, che ora sono?

ROSA   So è cinque.

PEPPINO   ‘E rimasto il ragioniere, che è persona fidata.

ROSA   ‘A è persona fidata? E vabbuò, fa comme vuò tu.

PEPPINO   Ho sacrificato una vita là dinto. La sera, le saracinesche le facevo abbassare e le chiudevo io, e se non usciva fino all’ultimo commesso non me ne andavo. I sacrifici li ho fatti quando ne valeva la pena, ma da un po’ di tempo a questa parte, mi so accorto che à fa ò ciuccio ‘e carretta, c’è tutto da perdere e niente da guadagnare. Rocco, che in passato era un’ aiuto per me, si metteva dietro al banco, i clienti avevano simpatizzato con lui, tutte le cravatte vecchie e le camicie antiquate le faceva fuori, adesso entra in bottega c’à puzza sotto ‘o naso, il negozio per lui è antiquato, i clienti sono provinciali…Se, stà fisco, stà…parliamo quando aprirà il suo negozio in via Calabritto, l’aristocrazia stà aspettanno a isso.

ROSA   E tu per questa ragione lasci la bottega in mano agli altri?

PEPPINO   Per questa e per tante altre ragioni.

ROSA   E allora chiudi, e nun ne parlammo chiù.

PEPPINO   E io chesto faccio. Rusì, nuie tenimmo tre figli.

ROSA (ironica) Guarde nu  poco, nun ò sapevo.

SCENA QUARTA

Rocco, Federico e detti.

Entra Rocco, un simpatico ragazzo sui venticinque anni seguito dal suo amico Federico.

ROCCO   Buonasera, mammà (abbraccia la madre).

FEDERICO   Signora Rosa, buonasera.

ROSA   Buonasera.

FEDERICO   ( a Peppino) Buonasera, cavaliere.

PEPPINO   Buonasera a voi.

ROCCO   Caspita, e che profumino! Mammà, io dimane aggio invitato a Federico a pranzo, eh!

ROSA   E hai fatto buono.

ADDOLORATA    Allora siamo dodici.

MARGHERITA    C’ò signorino Federico, simme tridice.

ROSA   E facimmo n’auta tavola.

FEDERICO   No, non vi disturbate, se siete tredici, vengo un’altra volta.

ROSA   No, ma quanne maie.

ROCCO   Nossignore, tu dimane mangi qua, t’ò dico io. (a Rosa) Ha fatto chiacchiere con Giulianella.

ROSA    Ve ne ricordate sempre di sabato sera, pe v’àndussucà à domenica?

ROCCO    Mammà, Giulianella è na pazza e Federico tene ragione.

ROSA   Tu fatte ‘e fatte tuoie.

ROCCO   Mammà, Federico ha scoperto a Giulianella che faceva nu provino ‘ncopp ò teatro pe fa à cantante.

ROSA    Ah, embè?

FEDERICO    E aggio perso à capa, al pensiero di vederla ‘ncopp ‘e tavole d’ò palcoscenico.

ROSA    E pecchè? Chella Giulianella tene na bella voce.

ROCCO   Mammà, tene ragione Federico, io pure l’avessa pigliata a schiaffe, che vuò fa à sciantosa?

ROSA   (a Federico) ‘A pigliata a schiaffe? ‘E comme te permette?

FEDERICO    No, per questo è mia intenzione chiedere scusa.

ROSA    Ma guarde nu poco.

ROCCO    Papà, lunedì mi venite a trovare a via Calabritto?

PEPPINO    Per fare cosa?

ROCCO   I lavori sono a buon punto. Io credo che per la fine della settimana posso fissare la data dell’inaugurazione. Volevo nu consiglio.

PEPPINO    I lavori sono finiti, per la fine della settimana farai l’inaugurazione, e vuoi un consiglio da me? E la sera dell’inaugurazione se ne parla. (Esce per la destra).

ROCCO    (indispettito) Ma tiene mente se è giusto l’atteggiamento strafottente di mio padre. Secondo lui dovevo ammuffire in quello scavamento è Pumpei cà tene ò Rettifilo…ne parleremo fra cinque o sei mese quanno io mi sarò accaparrata la migliore clientela di Napoli, e isso come dire, se sentirà nu miezo fallito.

ROSA   (dopo una breve pausa, si mostra autoritaria) Nun te permettere manco di nominarlo a tuo padre, che ti piglio a schiaffi. (fa per inveire)

ROCCO   Mammà, ma state nu poco esageranno.(cerca di giustificarsi)

ROSA   (arrabbiata) Fuori da questa casa, zitto e vattenne.

FEDERICO   Signora Rosa, ma vostro figlio l’ha detto tanto per dire…

ROSA    Statte zitto pure tu…

ROCCO   Quanno mammà prepara ò ragù p’à domenica, è meglio salutarla.

ROSA   (fredda, ma decisa) Vatténne se no te rompo ò piatto nfaccia. ( E solleva sul serio un piatto puntandolo in direzione della testa di Rocco)

ROCCO   Scusate Mammà, ma vi ho pregato che ho scherzato. ‘E meglio che me ne vaco, se resto qua il piatto me lo tira veramente.

ROSA   Menomale, che ò sape.

ROCCO   Mammarè, ci vediamo più tardi. (Rosa non gli risponde) Ciao Federì.(Esce.)

SCENA QUINTA

Don Antonio, Federico, Rosa e Addolorata.

Entra Antonio. ‘E un vecchio signore di settantacinque anni. Reca con sé il cappello di Peppino.

ANTONIO    Addolorà, addò stà Addolorata?

ADDOLORATA   (seccata)Sto qua.

ANTONIO   Metti una paletta di carboni dentro à fornacella. (E si avvicina al fornello di ferro arrugginito.).

ADDOLORATA    (come per chiedere l’autorizzazione a Rosa) Signò?

ROSA   Papà, ma giusto ora dovete fare questo servizio? Vi mettete in mezzo e non mi fate concludere niente più.

ANTONIO   Io ci metto cinque minuti. (ad Addolorata) Metti una paletta di carboni nella fornacella.

ROSA    (ad Addolorata) Metti la paletta di carbone dove vuole lui.

FEDERICO   Don Antò, i miei rispetti.

ANTONIO     Chi è?

FEDERICO    Sono Federico Serretta, per servirla.

ANTONIO   Bravo. ( a Rosa) Ma è venuto p’accuncià ò scaldabagno?

ROSA   Ma no, è l’amico di Rocco.

ANTONIO    Donna Rò, nun perdite à pazienza, à collera ve fa male…tu quanno parle cu me tiene sempe na fella è limone mmocca.

ROSA    E vuie, pe capì na cosa ce vò a mano è Dio.

ANTONIO    E avete ragione voi.

ROSA     (a Federico) Permettete.

FEDERICO    Prego.

Rosa esce svelta seguita da Addolorata, Margherita e Crocifissa.

ANTONIO    (mette un ferro da stiro sul fornello e con una ventola soffia per attizzare il fuoco) Che brutta gente figlio mio, io sto in mezzo ai Farisei. Qua, aspettano tutti quanti la morte mia.

FEDERICO    Ma non lo dite nemmeno per scherzo.

ANTONIO    Ma si sbagliano, perché io nun moro. Io tengo à salute e à volontà di lavorare ancora. Avete sentito mia figlia? “Papà, voi per capire una cosa, ci vuole la mano di nostro Signore” Che bella educazione!. (battendo le mani sul tavolo) Questo qua dovrebbe parlare! Questo qua dovrebbe raccontare le fatiche di Antonio Piscopo.

FEDERICO    Avete cominciato proprio dal niente, è vero? Rocco lo dice sempre.

ANTONIO    (gli si illuminano gli occhi) Rucchetiello….quanto me vò bene!Io me l’aggio cresciuto. Quello è il mio ritratto simile e conforme. Sono sicuro che col negozio a via Calabritto si farà una posizione come me la feci io al Rettifilo.

FEDERICO    Voi là, avete cominciato?

ANTONIO    No, io cominciai come lavorante apprendista in una putechella a Mezzocannone, po’ arapette una bottega al Rettifilo, dove con il guadagno e il risparmio di dieci anni feci l’ingrandimento: “Piscopo Antonio, Cappelleria”, due entrate e quattro vetrine. Lo stesso negozio che l’attuale mio genero ci lavorava dentro come impiegato e che poi, quando si sposò con mia figlia, fece la trasformazione perché disse che i cappelli non si vendevano più e diventò: “Piscopo e Priore abbigliamento da uomo e cappelli”. Ma io ho conservato il tavolo e i ferri.

FEDERICO    Li avete conservati per ricordo?

ANTONIO     No, li ho conservati perché mi servono ancora. Don Federì, a Napoli mi chiamavano: il Re della paglietta. Nel novecentodieci lanciai la paglietta “Piscopo”, costava una lira e cinquanta. Teneva tre buchi cerchiati di metallo nero lucido a sinistra del capolino per far passare l’aria, e un cordoncino di seta nero che si appuntava all’occhiello della giacca, così uno non doveva correre appresso alla paglietta quando il vento te la portava via.

FEDERICO    Ingegnoso.

ANTONIO     Il giorno di Pasqua non c’era napoletano che non portava in testa la “Paglietta Piscopo”. Toledo era un mare di pagliette bianche. Adesso sto facendo una cura per i dolori, appena mi sento un poco meglio apro una bottega per conto mio.

FEDERICO    Perciò avete conservato il tavolo, i ferri e le forme.

ANTONIO     Bravo! E lancio il “cappellotto”.

FEDERICO    Oh, che bella idea!Ma in cosa consiste?

ANTONIO     No figlio mio, nun voglio dicere niente per scaramanzia, perché io da buon napoletano sono superstizioso, ve lo spiego qualche altra volta anche pecchè po’ dice mia figlia che io mi sono fissato.

FEDERICO    Come volete voi, Don Antò.

SCENA SESTA

Giulianella, Zia Memè, Attilio, Rosa, Margherita e Peppino.

Entra Giulianella, seguita da Zia Memè ed Attilio. La ragazza ha vent’anni: aperta, disinvolta e simpatica. Zia Memè entra seguita dal figlio Attilio. ‘E una donna che ha passato la sessantina, ma gli anni se li porta con disinvoltura. Attilio ha l’aria timida e incerta: ha trent’anni non esprime parere, non muove un passo senza il consiglio materno. Entra e si ferma a pochi passi dal tavolo aspettando che sua madre gli risolva il problema di certi pacchetti che ha portato con sé.

GIULIANELLA   Buonasera Mammà.

ROSA   Guè.

ZIA MEME   Buonasera.

ROSA   Che ha detto il medico?

ZIA MEME (allude al figlio) Tiene la pressione bassa e un poco di coliciste.

ATTILIO   Devo mangiare scaldato.

ZIA MEME   E a chi aspiette? Metti questi pacchetti sul tavolo.

Entra Peppino.

PEPPINO   (ad Attilio) Il medico ti ha visitato?

ATTILIO    Mi ha fatto una visita….come si dice mammà?

ZIA MEME   (mentre slega i pacchettini dei medicinali)Scrupolosa.

ATTILIO   Scrupolosa, sì. E ha detto che tengo….che tengo mammà?

ZIA MEME   Quello che tieni, tieni, la cura la devi fare.(leggendo le indicazioni dei medicinali) Questa…sì, la devi prendere a gocce dopo i pasti. Queste sono le compresse…quattro al giorno. E queste sono le iniezioni.

ATTILIO    Mammà, ma il medico ha detto che sono un poco dolorose.

ZIA MEME   Tutto sta nel come si fanno le punture.

ATTILIO   Mammà, tiene la mano delicata.

PEPPINO   (a Zia Memè, alludendo ad Attilio) A quello là pure gli fai fare la fine di tuo marito.

ZIA MEME   Mio marito aveva la….come se chiame?

MARGHERITA   ‘A stessisclerosa!(Rosa ride.)

ZIA MEME   (con aria saccente) Arteriosclerosi! Negli ultimi tempi, mentre diceva una cosa se la dimenticava. Io invece sapevo benissimo che si era rimbambito.

PEPPINO   E si capisce. Lo avevi rimbambito tu.

ZIA MEME   Peppì, parla, parla tanto chi ti risponde.

ROSA   Memè, io vurria sapè na cosa a te…ma perché ti interessi dei fatti di Giulianella? Questa cosa del provino…tu hai chiesto al fidanzato se era d’accordo?Lui non era della stessa opinione e s’hanno appiccato.

ZIA MEME   Perché il fidanzato è un’ignorante.

FEDERICO   Zia Memè, e io sto qua.

ZIA MEME   E perché non vi ho visto che state qua?O ci state o non ci state, siete ignorante lo stesso.

FEDERICO   E io vi ringrazio.

ZIA MEME   Giulianella è l’unica in questa casa che quando parla sa quello che dice perché ha studiato e s’è presa la licenza liceale. Rocco, il fratello, è mezzo analfabeta. Come suo nonno e suo padre.

PEPPINO    Io sono mezzo analfabeta?

ZIA MEME   Peppì, tu scrivi “intelligente” con due gi e “cuore” col qu.

PEPPINO   Alle volte, sotto la penna sfugge.

ZIA MEME   Ma che staie dicenno…quelli sono errori che non si fanno nemmeno in terza elementare.

PEPPINO   Perché, tu saresti la scienziata?

ZIA MEME   Un libro me lo leggo, mi coltivo. Pago una sciocchezza al mese e l’editore mi tiene aggiornata con le pubblicazioni. Così non faccio à scema quanno devo conversare con persone istruite. In questa casa invece i giornali si comprano a peso, alla fine di aprile, per conservare gli abiti d’inverno. Giulianella si vuole creare un’ avvenire indipendente. E voi (a Federico) dovreste essere contento.

FEDERICO   Ma, scusate all’avvenire della famiglia ci devo pensare io.

ZIA MEME   Ecco: “Ci devo pensare io”. Allora vi dovete sposare una donna che non pensa o che finge di non pensare, per poter dire dopo il matrimonio : “Finalmente un fesso di marito che mi mantiene l’ho trovato”. Ma compratevi “Il Gattopardo”. Rusì, la siringa dove stà?

ROSA    (indica uno stipetto) Là dentro. Però l’iniezione la vai a fare di la, perché io tengo da fare, qua.

ZIA MEME   Eh si, pecchè, si no c’arruvinammo ò ragù. (esce seguita da Attilio).

FEDERICO   (compiaciuto della notizia che sta per dare alla fidanzata)Giulianè, ho qui il risultato del tuo provino (legge) “Voce non convincente. Pronuncia decisamente dialettale”. La prova non è riuscita, leggi tu stessa.

GIULIANELLA   (dopo una breve pausa comincia a parlare con apparente freddezza) ‘E stato un tentativo, nun fa niente. Tutte le cose si sottopongono ad una prova. Due persone che si vogliono sposare, perché si fidanzano secondo te?Pè fa na prova…e allora sai che ti dico, che pure à prova nosta nun è riuscita….e ti dico anche che mi considero libera da ogni impegno preso con te. Me ne vado stà puzza ‘e cipolle mi ha fatto venire mal di testa. Buonasera, vado da Mariolina.

FEDERICO   E te ne vai senza nemmeno volgermi uno sguardo? Giulianè, io tengo le lacrime agli occhi.

GIULIANELLA    Vai dal tuo amico che t’ha dato ò risultato dù provino mio…e te fai dà nu fazzoletto. Ti saluto, Federì.(esce, Federico la insegue ed esce anche lui.)

Suona il campanello

SCENA SETTIMA

Luigi, Elena, Rosa, Peppino, Federico e le tre cameriere.

MARGHERITA   Signò, ce stanno i Signori Ianniello!.

ROSA     Falli entrare, prego.

ELENA   Buonasera.

ROSA    Buonasera.

LUIGI   Don Peppino, vi saluto.

PEPPINO   (freddo) Buonasera a voi.

LUIGI   (mostrando un pacchetto che ha recato con sé) Indovinate qua dentro che ci stà?( a sua moglie) Tu statte zitta. Voglio vedere se Donna Rosa indovina. (A donna Rosa) Indovinate.

ROSA   E che ne saccio.

LUIGI   L’altra sera che diceste? Cosa avevate piacere di mangiare?

ROSA   E chi se ricorda. Si parlò di tante pietanze.

ELENA   (al marito) E dillo tu, parla. Lo fa pure con me quando porta una cosa. LUIGI   (a Peppino) Don Peppino, illustrissimo, indovina indovinello, che ci sta nel pacchetiello?

PEPPINO   A me non piacciono gli indovinelli, non mi sono mai piaciuti. E po’ ò sapite fa buono o pullecenella!

LUIGI   Nun ve facite sentì da vostro fratello, chillo dice che è isso l’ultimo Pulcinella.

PEPPINO   Lui?Se vi vedesse adesso, si renderebbe conto che come Pulcinella, è solamente il penultimo.

LUIGI   Quello che tene ‘e bello don Peppino, è che tiene sempre la battuta pronta.

ELENA    Vabbuò, mò vò dico io che ce stà. Abbiamo comperato i polpi piccoli che piacciano tanto a Donna Rosa.

ROSA   Oh, grazie assai. Io li faccio affogati, con i capperi e le ulive.

LUIGI   Capperi e ulivi, cibo degno della grande madre, ed io suo umile servitore. Adesso se donna Rosa mi da un grembiule, se no mi sporco e mia moglie chi la sente, e in due minuti li preparo e li metto a cuocere.

MARGHERITA   E se non cucinate bene, donna Rosa vi licenzia.

LUIGI   (scherzoso) Tu stai zitta e fammi da sguattera (Margherita gli dà il grembiule) Dammi l’olio, tre spicchi d’aglio e un ciuffo di prezzemolo.

ELENA (mentre Luigi prepara i polipi con Rosa e Margherita e Peppino guarda la scena insofferente, Elena scambia saluti con Addolorata e Crocifissa che spolverano i bicchieri di vetro) Buonasera care, vi posso aiutare?

CROCIFISSA   Eh magari, signò!Accussì facimmo chiù ambresso.

ADDOLORATA   Tenete, chisto tovagliolo è pulito.

ROSA    Ma perché vi incomodate sempre, Donna Elena?

ELENA   Mi lasci fare. Andiamo a messa insieme domani?

ROSA   Io ci vado alle otto. Voi non vi svegliate a quell’ora.

ELENA   E per una volta potete venire con me alla messa delle undici.

ROSA   E quello che c’è da fare in casa, chi lo fa?Ci vediamo a pranzo.

ELENA   Vi volevo vedere addosso il golf turchese.

ROSA   E voi non venite a pranzo?

LUIGI   Io già sto pregustando il ragù di Donna Rosa da tre giorni.

ROSA   E vuol dire che il golf me lo metto per il pranzo di domani.

LUIGI   Quel golf, lo comprai io, sapete?. Non per dire, ma tengo gusto, io mi ricordai che una sera, parlando, voi diceste che il colore turchese vi piaceva assai…

PEPPINO   Uno è privo di parlare in vostra presenza che voi subito incidete il disco.

LUIGI   Non per tutti. Per donna Rosa mi getterei nel fuoco perché don Peppì, voi vi siete sposato una donna completa.

ELENA   Embè, io non sarei completa?

LUIGI    Non ti prendere collera, Elenù, tu sei completa ma tu sei la mia fanfa. Tu tiene a vitella comme à vucchella (le donne ridono, mentre Peppino insofferente ed invidioso esce.)

PEPPINO   Permettete ( e si avvia per uscire).

LUIGI   E che fate ve ne andate?

PEPPINO   Non sopporto la puzza dei polpi.

LUIGI   Uh Gesù, e m’ha chimmate puzza?

PEPPINO   E poi stasera non è serata, sono stanco e insofferente.

LUIGI   E nun ve vulite fa, manco na partitella… una scopetta a mano a mano…vi do quattro punti di vantaggio.

PEPPINO   (sbattendo la mano destra sul tavolo) Professore Ianniello!Voi siete bello e caro, e soprattutto istruito ma nonostante ciò non riuscite ad accorgervi quando una persona è disposta allo scherzo e quando no: quando è il caso di insistere e quando è meglio smettere.

ELENA   Ma Luigi, non sapeva di urtarvi fino a questo, di farvi arrabbiare.

PEPPINO   Scusate, signora Elena, oggi non è giornata.

ELENA   E se non è giornata ce ne andiamo, torniamo domani sperando che vi sia passata.

ROSA   (mortificata) Scusate.

ELENA   Niente, per carità, mio marito è sempre un po’ invadente.

LUIGI    Voi mi dovete scusà don Peppì, ma quello è carattere. A me dispiace solo che voi siete di cattivo umore.

ROSA   Margherì, accompagnate i signori Ianniello, Ci vediamo domani.

LUIGI   Allora, a domani (esce seguendo Elena, seguito a sua volta da Martirio).

Nessun commento tra Rosa e Peppino.

SCENA OTTAVA

Federico, Rosa, Peppino, Zia Memè e le tre cameriere.

FEDERICO  Donna Rò, scusate…

ROSA   (sgarbata come vorrebbe esserlo nei confronti del marito) Federì, voi ancora qua state, e vuie me facite perdere à cape a me. Se ve ne volete andare, ve ne andate, se volete restare, restate.

FEDERICO   Me ne vado.

ROSA   E la Madonna vi accompagni.

FEDERICO   Che dite Donna Rò, domani mi metto davanti alla porta della chiesa, per vedere se quando arriva Giulianella, mi saluta o no?

ROSA   Si, facite buono. Mettetevi vicino a quello che chiede l’elemosina.

FEDERICO   Buonasera. (esce)

PEPPINO   Ti sembra giusto come hai trattato quel povero giovane?

ROSA   (ironica) Uh, guardate…adesso il cavaliere Peppino Priore ha fatto scrupolo. (sinceramente risentita) Tu hai trattato il professore Ianniello comme à sporta du tarallaio.

PEPPINO   Non ti controlli più.

ROSA   (sincera) E che significa? “Non ti controlli più”?

PEPPINO   (ambiguo) Tu me capisce.

ROSA   No, non capisco. Io capisco soltanto che tutto quello che faccio in questa casa è perduto. (D’improvviso perde ogni lume di ragione e si mette a gridare come fosse presa da un attacco di isterismo) Avete capito don Peppì?Io non voglio più combattere con i figli, i parenti, la pazienza ha un limite. (battendo ripetutamente le mani sul tavolo) Qua…tutta la vita mia è qua dentro a fare la serva a servire i figli e la famiglia, comme à na vaiassa.

Le cameriere restano allibite mentre ed interviene Zia Memè.

ZIA MEME   Che è stato?

PEPPINO   E che è stato? C’amma permiso ì educà chillo grande ommo d’ò professore Ianniello.

ROSA    Ma m’hanno taglià  ‘e mane, prima che rimetta più piede in cucina. (Ed esce sbraitando).

PEPPINO   Memè, io sono l’ultimo di tutti in questa casa. Da tre mesi, dico tre mesi, Memè quella donna mi tratta comme fosse n’omme ‘e niente.

ROSA   (dall’interno) Mia figlia, sente puzza di cipolla, mio figlio mi manda in disperazione, mio marito in casa non esiste, sta mandando il negozio sotto sopra e smanea.

PEPPINO   Na vipera, è addiventata na vipera. Ma io me ne vaco, sì me ne vado e ve ne accorgerete di cosa è capace Don Peppino Priore. (Esce, urlando.)

ZIA MEME   (alle cameriere) Ecco, che succede quando c’è il marito più giovane…gli anni passano e succedono le pazzie.

CROCIFISSA   Ma nossignore! Chillo se volevano tanto bene, stevene sempe core e core, me parevane duie palummielle!

ADDOLORATA   Ma chillo don Peppino stravede p’à mugliera, cà ce stà qualche cosa sotto, pecchè nun è mai successa una cosa ’e chesta.

ZIA MEME   (sottovoce) Non ci avevo pensato….questo è malocchio!

ADDOLORATA  Non si discute, questo è malocchio.

MARGHERITA    Ma no, cà ce starà na fattura.

ZIA MEME   Io, quasi quasi, organizzo una seduta perché dobbiamo sapere…dobbiamo appurare. Io interrogo qualche spirito guida.

ADDOLORATA   Ah, dobbiamo chiamare Ausilia, chella stà in continuo contatto (fa un gesto con le dita, come per intendere che Ausilia stà in contatto con l’aldilà).

ZIA MEME   Allora, facciamo una cosa, chiama Ausilia e falla venire qua domani mattina presto, quando Rusina va in chiesa. Anzi, andiamo in camera mia e telefoniamola, su!

CROCIFISSA   Vedimmo d’à risolvere stà situazione signò, io nun me fido chiù i vedè donna Rosa in queste condizioni. Me vene na cosa dinto ò stommeco.

ZIA MEME   Hai ragione, figlia mia. Andiamo su, non disperiamo…tutto s’acconcia.

(prende le tre donne sotto il braccio e vanno nella sua camera e spengono la luce.).

Rosa entra mogia mogia e riaccende la luce. Poi si avvicina al fornello e rimette il tegame con il ragù sul fuoco. Ora va alla dispensa e trae da essa una cartata di “zita” e una grande insalatiera. Sempre lentamente, si avvicina al tavolo e si dispone a spezzare i maccheroni. Il sipario scende lentamente e allontana insieme ai singhiozzi repressi della donna e qualche frase mozza, pure quel tinnire allegro degli “zita” spezzati che la mano esperta lascia cadere nella grande stoviglia di porcellana.

FINE PRIMO ATTO

ATTO SECONDO

Camera da pranzo. Un tavolo ovale apparecchiato per dodici occupa quasi tutta la stanza. Sulla candida tovaglia di fragrante bucato, spiccano le posate d’argento, e un magnifico centro di garofani schiavoni e i piatti del variopinto servizio di porcellana. La cristalliera, al completo, di gradevole stile ottocentesco, scintilla più di ogni altro oggetto al sole che entra dall’ampio balcone e investe fin dove può la mensa domenicale. In scena ci sono Zia Memè, con le tre cameriere che aspettano Ausilia, la chiromante. Tutti gli altri si sono recati in chiesa per la messa delle 11.

SCENA PRIMA

Zia Memè, Addolorata, Crocifissa e Margherita. Poi Ausilia.

ZIA MEME   (ad Addolorata) Ma a che ora vene stà fattucchiera?

ADDOLORATA   Signò, ma p’è chi l’avete pigliata? P’à zengara che venne ì pappavalle? Ausilia è una grande amica mia, ci conosciamo da quando eravamo in fasce.

ZIA MEME   Addà essere n’à ‘nzallanuta comme à te.

MARGHERITA   Comunque, essa venì à momenti.

ZIA MEME   Speriamo che mentre chesta stà cà, nun torna nisciuno d’à messa. (suona il campanello) Eccola, Crocifissa, andate ad aprire.

CROCIFISSA   Subito. Ecco la signora Ausilia.

Entra Ausilia vestita da chiromante, con un calzino rosso e l’altro nero, reca con sé una sacca che contiene una padella, una bottiglia di olio e piombo. Zia Memè la guarda, diffidente.

AUSILIA   Buongiorno a tutti. Cara Addolorata, a quante tiempo nun ce vedimmo, comme staie?

ADDOLORATA   Eh, nun ce male; si tira avanti.

AUSILIA   Dunque, di cosa avete bisogno?

ZIA MEME   Signò, scusate, una domanda.

AUSILIA   Dicite.

ZIA MEME   Ma vuie fosseve esperta in fatture?   

AUSILIA   Ma quali fatture? Modestamente, io sono à chiù brava dinto ò mestiere mio, io saccio vedè presente, passato e futuro. Venene tutte quante addù me, vonne sapè ì fatti, ì guaie e tutte cose. Io uso piombo e olio, sono metodi antichi…che ne volete sapere voi?

ADDOLORATA   Siente Ausì, la questione da risolvere è fra marito e moglie.

MARGHERITA   So tre mesi, che non si piglianno!

ZIA MEME   Eh, brave!Mò sanno tutto loro, il perché, percome..

AUSILIA   Insomma, sono fatti di famiglia, già aggio capito tutte cose.

ZIA MEME   (adirata) Ma che avete capito? Noi volevamo sapere se c’è qualcosa sotto, quelli sono andati sempre d’accordo come due fidanzati per trent’anni, e mò tutt’assieme, so diventati cane e gatto, è subentrato un’ odio…(Ausilia, intanto prepara l’esperimento usando la padella, piombo ed olio).

AUSILIA   (urtata) Silenzio, zitte e faciteme concentrà…(entra in un suo stato di concentrazione ) Aglio, fravaglio e fattura cà nun quaglia…

ZIA MEME   Ma comme, “aglio, fravaglio e fatture cà nun quaglia”? E che vò dicere?

AUSILIA   Si signò, aglio fravaglio e fattura cà nun quaglia…(irritata) lo volete fare voi signò? Se lo volete fare voi, me ne vado io…e chella à amica vosta vò fa à professoressa!Silenzio e faciteme concentrà.( mescolando l’intruglio con un mestolo) Veco, veco, veco….eh, veco n’ommo!(contenta pensando di aver trovato la soluzione)..Ma nun ce trase. Zitte, zitte.. mò veco na femmina ma nun ce trase niente manco essa. Zitte, zitte che mò vedo chiarissimo….Gesù!E chillo è à causa ‘e nu piatto ‘e maccheroni alla siciliana cà nun se parlano!.

MARGHERITA   Maccheroni alla siciliana?

AUSILIA   Eh, con le melanzane pure, insomma è alla siciliana!

ZIA MEME   E che vuol dire, scusate?

AUSILIA   E io che ne saccio, signò sì vuie accussì ve spiegate, c’aggia fa?Aggia pure interpretà, mò?

ZIA MEME   Avesse detto, ragù…

AUSILIA   Eh, manco chesto le va bene, (a Addolorata e Margherita) l’amica vosta è na bella scassambrella, eh! Scusate, ora me ne debbo andare, ho altre visite da fare.

ZIA MEME   Addolorà, accompagna stà zengara alla porta, si no me fa spustà cà vocca.

AUSILIA   Arrivederci a tutti, e tanti auguri. (Ausilia prende le sue cose e va via e alla parola “tanti auguri”, zia Memè le incrocia le dita con un simpatico “tiè”, interpretandolo come un malaugurio).

ADDOLORATA   Cià, Ausilia statte bona. (Ausilia esce).

ZIA MEME   ( a Margherita e Addolorata) Insomma, stà scema nun à saputo a dicere niente, e io che v’aggio dato pure audienza.

ADDOLORATA   Signò, e nuie che ce putimmo fa. Piuttosto, muoviamoci a preparare che tra poco arrivene tutte quante. Eh si nun ‘e pronto, chi à sente à signora!.

MARGHERITA   Cà, ogni domenica, pare che vene Pasqua.

CROCIFISSA (meravigliata) Uh, oggi è Pasqua! E don Ciliberto nun è venuto  à benedire à casa?

MARGHERITA   Io aggio ditto, pare Pasqua, chesta capisce sempe comme vò essa!.

ADDOLORATA  Guè, guè ..stanno salendo tutte quante. Ci stanno puri i signori Ianniello e ò signorino Roberto con la moglie.

SCENA SECONDA

Rosa, Maria Carolina, Margherita, Peppino, Luigi, Elena, Zia Memè, Attilio.

ROSA  (entra togliendosi cappello e cappotto) Giulianè, Maria Carolì, fate voi gli onori di casa. (vedendo la tavola apparecchiata) Ah, ma che bella tavola, che cosa meravigliosa!

MARIA CAROLINA   Mammà, ve serve na mano?

ROSA   No, siamo pure in troppi in cucina. (va in cucina con la nuora).

LUIGI   (cordiale e festoso, dall’interno) Buona Domenica a tutti. (dà il cappotto e il cappello a Margherita). Grazie, Margherita.

MARGHERITA   Date a me.(riferendosi ad un dolce confezionato che Luigi porta in mano)

LUIGI    No, questo l’ho comprato per donna Rosa e lo devo consegnare nelle sue mani. ( reca sulla mano aperta, in equilibrio, una cassata siciliana incartata).

PEPPINO   (acido) Siete addirittura euforico.

LUIGI   La domenica mi mette allegria. Io comincio a pensare la domenica dal lunedì.

ELENA   E voi invece state di cattivo umore anche oggi. Ma il cattivo umore non vi deve far dimenticare gli amici che vi vogliono bene.

PEPPINO   Scusate, Donna Elena, scusate.

LUIGI   Ora voglio vedere se i polipi sono venuti come dico io; e voglio fare omaggio a Donna Rosa di questa cassata, il dolce che piace a lei. Una sera, parlando di dolci, donna Rosa disse che usciva pazza per la cassata alla siciliana.

PEPPINO   Voi ve ne siete ricordato e l’avete portata.

LUIGI   Si, si. Ma non ho capito, a voi dispiace che io mi ricordo le cose?

PEPPINO   No, mi dispiace che non vi ricordate delle persone.

LUIGI   E di chi mi sono dimenticato?

PEPPINO   Che donna Rosa tiene un marito e sono io e lo dicevate a me e io non vi avrei fato incomodare, perché la cassata a mia moglie la comperavo io.

LUIGI   Eh, mi volevate togliere la soddisfazione di fare un regalo a donna Rosa. A voi la cassata piace?

PEPPINO   (secco)No.

ATTILIO   A me invece la cassata piace assai, ma tengo un poco di colite non so se la posso mangiare. Sto in cura.

LUIGI   E va bene, oggi è domenica.

ZIA MEME   Un pezzettino.

ATTILIO   (a Luigi) Un pezzettino.

LUIGI   Permettete. Voglio andare a vedere i polipi che fanno. (Esce portandosi la cassata).

ZIA MEME   (ad Attilio) Tu vieni a metterti la giacca da casa, se no a tavola ti rovini il vestito buono. Così ti faccio l’iniezione.

ATTILIO   Ma me l’hai fatta stamattina.

ZIA MEME   Ti do le pillole.

ATTILIO   Me le devo prendere dopo i pasti.

ZIA MEME   Non ricordo che ti devo fare.

PEPPINO   Fagli la trapanazione del cranio, a chisto.

ZIA MEME   Questo è lo spirito domenicale di mio fratello. Vieni Attì. Permettete signora Elena. (Ed esce svelta).

ATTILIO   Peppì, voi la prendete sempre a scherzo a mammà. Mammà è pratica perché ha curato la buon’anima di papà fino all’ultimo. Fatevi fare una puntura da mammà, e vedete se sentite l’ago. I geloni a zia Rosina chi ce li ha curati, non ce li ha curati mammà? Chi se n’è accorto che voi avevate il fegato malato, non se n’è accorta mammà c’a vedette che c’avevate gli occhi gialli?Mammà legge i libri. Voi la pigliate a scherzo. (esce per raggiungere la madre).

ELENA   Povero figlio, è tanto buono. (una breve pausa)Don Peppì, voi a mio marito lo dovete prendere com’è. ‘E un poco esuberante, esagerato, cerimonioso…certe volte si rende noioso per come prende a cuore l’amicizia. Sempre appassionato con gli dei, la mitologia, è un po’ poeta. A volte è timido come un bambino, ma vi garantisco che per la vostra famiglia si farebbe uccidere. C’è rimasto male perché se ne accorto…a me lo potete dire, che avete contro di lui?

PEPPINO   (evasivo) Niente, è questione che non sto sempre del solito umore.

ELENA   (insinuante) Non vi volete confidare con me?

PEPPINO   Vi direi cose che forse già sapete e che probabilmente sanno tutti quanti.

ELENA   Io vi giuro che non so niente.

PEPPINO   E allora diamoci la mano perché vuol dire che siamo in due a non sapere niente. E dal momento che vi trovate in questo stato di grazia, perché dovrei essere proprio io a farvelo perdere?

ELENA   Continuo a non capire.

PEPPINO    Meglio così, credetemi.

SCENA TERZA

Luigi, Elena, Peppino, Margherita, Addolorata. Poi Roberto, Maria Carolina e Giulianella.

LUIGI   (dall’interno, entra con Margherita ed Addolorata) Che peccato! Niente da fare, si devono buttare. E come diavolo sarà successo.

ELENA   Ch’è stato?

LUIGI   I polipi. Ho trovato il pignatiello pieno d’acqua fino all’orlo. E non è nemmeno acqua pulita, i polipi stanno à miezo nu sacco è fetenzie: ce stanno pezzettini di carbone, fiammiferi stutati di cucina , pure un angolo di cartolina col francobollo attaccato ancora. Qua, qualcuno l’ha fatto apposta, secondo me.

PEPPINO   Io in cucina non ci ho messo piede.

LUIGI   Gesù, e vuie che c’azzeccate…ma perché siete stato voi?

PEPPINO   Io? E secondo voi, nun tengo a che pensà.

LUIGI   Non lo so, uno scherzo.

ELENA   Ma ti pare che sono scherzi da fare? Sarà stato uno sbaglio.

LUIGI    E già, forse una cameriera sbadatamente… Elena, donna Rosa stà tanto dispiaciuta per il fatto dei polipi, vai a consolarla.

ELENA   (avviandosi) Permesso (ed esce).

MARGHERITA   (Addolorata la guarda male, supponendo che sia stata lei, la responsabile dei polipi) Ma che me guarde à fa? Ma che so scema io?Guardate nu poco, essa nun ce stà cà cape e mò vò fa passà p’è scema a me.

ADDOLORATA   E che te crire, che so stata io. Io nun l’aggia manco guardate.

MARGHERITA   E manco io.

LUIGI   Vabbuò, mò nun v’arraggiate. C’è stato uno sbaglio e basta. (le cameriere escono)

Entra Roberto. Poi Maria Carolina con Giulianella.

ROBERTO   Papà, aggio portato il dolce preferito di mammà: la cassata alla siciliana.

LUIGI   Io pure l’ho portata. Ma adesso la mia passa in secondo piano; troverà certamente più saporita quella del figlio.

ROBERTO   Ma, all’ospite si dà la precedenza.

MARIA CAROLINA   Giulianè, hai torto, non insistere.

GIULIANELLA   Ma pecchè? Ch’aggio fatto? Federico non si doveva avvicinare a noi all’uscita della chiesa. Tene na faccia tosta.

MARIA CAROLINA   Giulianè, quando si è avvicinato per salutarmi, in cuor suo c’era la speranza di fare pace con te, non riusciva a mettere insieme quattro parole. Non ti dico come è rimasto quando tu gli hai voltato le spalle. Si stava mettendo a piangere in mezzo alla strada.

ROBERTO   No, chillo chiagneva proprio. L’aggio visto io. (a Giulianella) Guarde che Federico è nu buono guaglione e ti adora.

MARIA CAROLINA   Quando l’ho visto fermo sulle scale della chiesa, solo come un cane, mi è salito un nodo alla gola. Voi poi, siete conosciuti, lo sanno tutti che siete fidanzati.

GIULIANELLA   E che sperava? Che mi sarei gettata ai suoi piedi in presenza di tutti? Per oggi è meglio che passi la domenica passeggiando sotto casa mia. ‘E una bella giornata: piglia nu poco ‘e aria.

MARIA CAROLINA   Stai attenta, perché un uomo come lui difficilmente lo trovi. Vado ad aiutare mammà, vieni Robè.

ROBERTO   Eccomi. Permesso.(ed escono insieme).  

SCENA QUARTA

Raffaele, Attilio, Zia Memè, Luigi, Margherita, Maria Carolina, Peppino, Giulianella e Addolorata.

  

Raffaele entra parlando con Attilio che lo segue a distanza.

RAFFAELE   Attì, e vienetenne con me. Lo spettacolo è magnifico, quando è finito ce ne torniamo insieme.

ATTILIO   Zì Rafè, ma l’altra volta, non mi ricordo che recitavate, ma mi scocciai nu poco à verità.

RAFFAELE   Ma era una piccola parte, un lavoro drammatico e nun tenevo manco à maschera.

ATTILIO   Io voglio vedè comme facite ò Pullecenella.

RAFFAELE   Oggi lo faccio. Zì Memè, Attilio me lo porto con me.

ZIA MEME   Nun facite tarde.

RAFFAELE   Appena finita la rappresentazione, torniamo a casa. (parlando verso l’interno) ‘E pronto per me?

MARGHERITA   (dall’interno) Sì, sì.

RAFFAELE   Guè, preparate pure p’ Attilio.

MARGHERITA   Il signorino viene con voi?

RAFFAELE   Si, vene cu mè. (mostra la maschera che ha portato con sé.)

LUIGI   (indicandola) Questa è la maschera?

RAFFAELE (mostrandola con orgoglio e rispetto) Questa è una delle migliori, è stata ricavata dal cavo di Antonio Petito. Guardate. (si mette la maschera sul volto). Questa piange, ride, ironizza, implora, ama, odia…

LUIGI   Aspettate, ridete. (Raffaele atteggia il volto al riso). Avete riso?

RAFFAELE   Sì.

LUIGI   Sembrava che stavate piangendo.

RAFFAELE   Non è possibile, questa è la maschera di Petito.

LUIGI   La maschera sì, ma lui non c’è.

RAFFAELE   Certamente, nun so Petito.

Maria Carolina entra recando un piatto con una frittatina e un altro con l’insalata.

MARIA CAROLINA   Zì Rafè, è pronto per voi.

RAFFAELE   E servito da te, non potevo sperare di meglio.

Margherita, a breve distanza da Maria Carolina, entra anche lei recando le stesse pietanze. I due seggono a tavolo, l’uno accanto all’altro, e spiegano i tovaglioli.

MARGHERITA   E questo è per il signorino Attilio.

ATTILIO   (a Raffaele) A me à frittata me fa male, ma mò mammà nun ce stà…e m’à pozzo magnà, hai capito Rafè?

ZIA MEME   (fermando il gesto del figlio) Che fai? La frittata non la devi vedere nemmeno in punta di scoppetta, tanto meno l’insalata.

PEPPINO   Ma fallo mangià. Tu allora sarai contenta quando quello avrà piegato le ginocchia per la debolezza.

ZIA MEME   Peppì, fatti i fatti tuoi. (poi, a Margherita) Portagli un pezzo di mozzarella e sei ulive…sei di numero! E un bicchiere d’acqua.

MARGHERITA (recando il piatto con le pietanze indicate da Memè) E ò saccio, ò saccio…io già ò tenevo pronto. Sei olive, un pezzo di mozzarella, un bicchiere d’acqua…ecco qua!.

ATTILIO   Io sto poco bene e chesto aggia mangià, Rafè.

MARGHERITA   (annuncia a Zia Memè) ‘E venuto il dottore.

GIULIANELLA   Zia Memè, il dottore.

ZIA MEME   E aggio capito.

ADDOLORATA   (precede il dottore e lo annuncia) Ecco il dottore.

ZIA MEME   Accomodatevi, dottò.

SCENA QUINTA

Cefercola, Zia Memè, Raffaele, Luigi, Attilio,Maria Carolina, Roberto, Peppino, Rocco, Antonio, Giulianella, Rosa, Margherita e Addolorata.

Cefercola è un giovanissimo dottore, da poco laureato. ‘E serio, distinto. Reca tre libri sotto braccio.

CEFERCOLA   Signori, buongiorno. Signora Amelia, vi ho portato i libri che mi avete prestato.

ZIA MEME  ‘E sempre un piacere prestarli a voi, perché siete uno di quei pochi che li restituiscono.

RAFFAELE (alzandosi dal tavolo) Io me ne vado se no faccio tardi. Mi vado a preparare e me ne vado. Permettete

LUIGI   Prego. (Raffaele esce.)

ATTILIO   Mammà, allora mi vado a mettere il vestito nuovo un’altra volta?

ZIA MEME   Perché, devi andare al San Carlo? Così stai bene.

CEFERCOLA   Sta facendo la cura?

ZIA MEME   Ha cominciato ieri stesso.

Rosa, entra seguita da Margherita.

ROSA   I maccheroni lasciali riposare sei, sette minuti nell’insalatiera, così s’insaporiscono meglio.

TUTTI    (tranne Peppino)  Siamo pronti?

ROSA   Mettetevi a tavola, io mi vado a rinfrescare un po’ . Margherita e Addolorata portano in tavola. (Ed esce con Margherita.)

MARIA CAROLINA   E il nonno?

ROBERTO   Veramente, addò stà nonno?

PEPPINO   Ha detto che se non viene Rocco, lui non si siede a tavola.

ROBERTO  (divertito) Ognuno tene à fissazione soia.

ADDOLORATA   Io l’ho chiamato dal balcone, perché Donna Rosa mi ha dato il permesso.

Intanto tutti prendo posto a tavola, disponendosi come crederà il regista.

PEPPINO   (ad Addolorata) Chiama papà, digli che Rocco sta salendo.

ADDOLORATA   Vado subito. (Ed esce).

ROCCO   Buongiorno a tutti.

TUTTI   (lo accolgono festosamente) Buongiorno.

ANTONIO   (entra seguito da Addolorata) Rocco! E siediti vicino a me bello d’ò nonno.

ROCCO   (a Giulianella) Giulianè, posso fare cenno a Federico di salire?

GIULIANELLA   Se sale Federico, io vado a pranzo da Mariolina.

ROCCO   Nonno, mi dispiace ma vuie certe cose le dovete capire…Federico è un carissimo amico mio, non lo posso lasciare in mezzo alla strada, nelle condizioni in cui si trova.

ANTONIO   Ma perché Federico non può mangiare qua con noi?

ROCCO   Eh, ha litigato con Giulianella.

ANTONIO   (arrabbiato) Mannaggià à morte. Io non è che per orgoglio non confesso una debolezza mia, che me ne importa a me? All’età mia mi metto a fare l’educato? Ma è che mi sono scocciato di dirlo. Io aspetto tanto la domenica per mangiarmi un piatto di maccheroni, con Rucchetiello vicino a me. (Sentito, quasi commosso) Quante domeniche mi restano ancora a me?

ZIA MEME   Eh, don’Antò, dicite sempe à stessa cosa.

ANTONIO   Scherzate, scherzate…Mi sembra di sentirvi: “Povero nonno.. ti ricordi quanta rabbia che si prese quella domenica?” e lo direte ridendo perché siete sicuri che non ci sono e non vi posso rispondere. Ma può essere che mentre lo state dicendo, scivolate e vi rompete la testa. E sono stato io che dall’altro mondo, ve l’ho fatta rompere. (minaccioso) Stateve accorte.

PEPPINO   (incrocia le dita per le parole di Don Antonio ed interviene con autorità) Rocco, fai salire Federico. (A Giulianella) E tu stai al posto tuo. Come sto con i nervi oggi, ti consiglio di non fare la cretina. (Giulianella resta impietrita).

Rocco esce svelto.

SCENA SESTA

Entra Rosa; ha indossato il golf turchese e si è tutta ingioiellata.

ROSA   (a Margherita e Addolorata) Portate in tavola!

Margherita ed Addolorata escono. Tutti, meno Peppino, accolgono Rosa con una esclamazione di gioia “Oh!”. Rosa prende posto accanto a Luigi.

ROBERTO   E brava mammà!.

MARIA CAROLINA   Caspita, e che toletta!.

Entrano Margherita e Addolorata recando un’insalatiera contenente circa due chili di maccheroni.

MARGHERITA   Siete serviti. (si avvicina al tavolo e colloca la portata a sinistra di Rosa).

Tutti meno Peppino si accostano al tavolo per conquistare una posizione più comoda. I piatti fondi passando di mano in mano. Donna Rosa maneggia il mestolo con disinvoltura. La mano esperta della donna conosce l’appetito dei familiari e degli ospiti. Nessuno osa opporsi a quella saggia spartizione. La prima ad essere servita è Donna Elena: un mestolo solo. E poi è la volta di Zia Memè.

ELENA   Grazie, Donna Rosa, un mestolo solo. Poi magari me ne piglio altri due perché hanno un aspetto magnifico. Se vedo il piatto pieno non mangio più.

ZIA MEME   A me pochi Rosa, perché a me piacciono arruscatielli, di passato in padella.

ROSA   (a Peppino) Questi sono i tuoi.

Peppino si lascia servire, impassibile. L’euforia iniziale dei commensali, si calma fino a giungere ad un silenzio interrotto da Rosa.

ROSA   Papà, vi volete sedere o no?

ANTONIO   Mò che vene Rocco.

ROSA (a Luigi) Mamma mia, è proprio una fissazione cù Rocco, avite ragione vuie. Mi passate il formaggio?

LUIGI   Ecco qua.

SCENA SETTIMA

Rocco, Federico, Antonio e detti.

ROCCO   Silenzio da ragù! (con tono gioviale).

FEDERICO   Buongiorno a tutti.

TUTTI   Buongiorno.

ROCCO   Prima di tutto, un bel bacione a mammà…quant’è bella chella mammarella mia.

ROSA (lusingata ed intenerita) Eh…eh! Madonna, comme pogne stà barba. Federì, il vostro posto è vicino a Rocco. (glielo indica).

FEDERICO   Grazie.

ANTONIO   Rucchetiè, siediti a nonno, che tengo appetito.

ROCCO   Subito, nunnariè.(si siede tra Federico e Antonio).

ANTONIO   Anzi, Rucchetiè, non ti dispiacere.. tu sai che preferisco mangiare fuori al balcone…

ROCCO   Eh, ò saccio.

ANTONIO   Me ne vado là fuori. Adesso che so che stai qua sono più contento. Appena vedi che mi sto addormentando mi porti in camera mia, e mi metti sul letto, haie capito?  

ROCCO   (pronto) Si, nonno.

LUIGI   Don Antò, non ho capito avete fatto tanto per aspettare a Rocco e mò che è venuto Rocco, ve ne andate a mangiare fuori ò balcone?

ANTONIO   Solo che adesso è venuto, me ne vado fuori tranquillo. Signori, permesso. (Aiutato da Addolorata, va fuori al balcone).

ROSA   (a Peppino) E tu, non mangi?

PEPPINO   Nun tengo appetito.

LUIGI    Don Peppì, ma vuie che dicite? Bisogna fare onore al ragù di Donna Rosa, cà chisto parla.

SCENA OTTAVA

Raffaele e detti.

Raffaele vestito da Pulcinella entra saltellando e piroettando secondo l’uso classico della maschera napoletana e si ferma al centro della stanza inchinandosi a tutti.

RAFFAELE   Buon proseguimento. (l’improvvisata provoca un applauso di adesione da parte di tutti, sempre meno Peppino. ) Pulcinella Cerulo, il servo devoto di chi lo apprezza e di chi lo disprezza, di chi parrepezza e di chi lo scapezza, lascia a i piedi di questo nobile simposio insimpiosiato una lacrima grande e lunga comme à nu cucuzziello. Ma il dovere mi chiama, la turba in turbulazione mi aspetta. Il richiamo delle tavole tarlate e traballanti è più forte della fragranza di questo ragù di Donna Rosa Priore che mi sta facendo salire l’acqua alla gola e che me vene à meningite.

Sunate campane

Sparate li botte

Sciaquitto facimmo

Pè tutta la notte

E a chisti signure che m’hanno sentito

Nu vaso le manno

E nu bellu saluto.

Attì, vienetenne...(ed esce accompagnato da un applauso di tutti, meno Peppino)

ATTILIO   Vengo, vengo. Mamma mia, che odore di ragù….sei olive, mezza mozzarella, mammà io vado!

ZIA MEME   Statte accorto, à mammà!.

SCENA NONA

LUIGI   Quanto è simpatico.

MARIA CAROLINA   Lui  è veramente felice solo quando recita.

ROBERTO   Zì Rafele, c’ha sempe tenuto à passione p’ò teatro.

MARIA CAROLINA   Giulianè, mi dicesti che eri andata a fare il provino come cantante alla televisione, hai saputo niente?

ROCCO (divertito, senza punta di cattiveria) Ah! Ah! Hai fatto chisto maronn ‘e guaio, Giulianè?

ROSA   Tu la devi smettere con queste parole, haie capito? La Madonna sta fuori dai comandi tuoi.

ROCCO   No, mi è scappato, perché Maria Carolina ha toccato un brutto tasto.

MARIA CAROLINA    E perché?

GIULIANELLA   Perché il provino non è riuscito e non mi hanno voluta.

FEDERICO   (si alza in piedi) Giulianè, io ti chiedo scusa, in presenza di tutti.

GIULIANELLA   (si alza di scatto e si rivolge a Federico con tono rabbioso) Sì tenive nu poco ‘e dignità, nun te sarisse permiso ‘e venì cà, p’è fa à figura che staie facendo. Chiedo scusa a papà e a tutti, ma me ne vado in camera mia, così puoi raccontare senza imbarazzo come sono andate le cose. (Singhiozzando esce.)

FEDERICO   Ma Giulianè…

ROSA   Madonna, che carattere tene chella guagliona.

ROCCO   Ma Giulianella ti vuole bene, adesso dovranno passare un paio di giorni. Và, nun c’arruvinammo à domenica. Tu nun te preoccupà.

Segue una pausa imbarazzante.

MARIA CAROLINA   Zia Memè, è vero che state scrivendo nu libro?

ZIA MEME   Sì, e chi te l’ha detto? Mamma mia, non si può fare uno starnuto che lo vengono a sapere tutti quanti.

MARIA CAROLINA   Ma è vero che raccontate la storia dell’avvocato?

ROCCO   (sorpreso) Ah! L’avvocato che abitava ò secondo piano?

ZIA MEME   Sì. (Rocco e Roberto ridono, guardandosi negli occhi. Poi a Rocco.) E perché ridi, scemo?

ROCCO   Chillo s’era innamorato pazzo.

ZIA MEME   Sissignore. Innamorato pazzo!Ma perché, uno non si poteva innamorare di me? E io pure ero pazzo di lui. Quando mi innamorai dell’avvocato, per prima cosa lo dissi subito alla buon’anima, gli dissi: “Salvatò, è accussì, t’ai rassegnà”. E lui subito capì.

ROBERTO   Perché la buon’anima non era un cretino.

ZIA MEME   Appunto. Non era un cretino. E trovammo subito la pace nostra. Al dottore gli ho raccontato tutto perché mi sta aiutando a scrivere il romanzo. Dovrei fingere perché ci siete voi? E se non lo sapevate, lo avete saputo adesso. Oggi posso dire con certezza che la mia vita è stata una vita felice o per lo meno ho fatto tutto il possibile per farla essere felice. E sapete qual è il titolo del libro che voglio scrivere?

TUTTI ( meno Peppino)  Qual è? Qual è?

CEFERCOLA   Se permettere, la primizia la voglio dare io perché si tratta di un titolo veramente originale, vi dispiace?

ZIA MEME   No, no…

CEFERCOLA   Il titolo è questo: “Si, ma ci vuole coraggio!”.

TUTTI   Bravo!.

PEPPINO   (amareggiato) Proprio così: ci vuole coraggio, pulizia interna, purezza dei sentimenti. Invece dell’ipocrisia, la falsità, del furto continuato e dell’abuso di fiducia.

LUIGI   Cavaliè, finalmente avete aperto bocca. Da che ci siamo messi a tavola non avete detto neanche una parola.

ROSA   E ha parlato per dire sciocchezze. Margherita, Addolorata portate la carne con le patatine fritte e pò l’insalata.

PEPPINO   (alzandosi deciso)E buon appetito. (convinto, fa per lasciare la tavola).

ROBERTO   Papà?

ROSA   Non ti senti bene?

LUIGI   Cavaliè?

PEPPINO   Niente…ho detto buon proseguimento.

ELENA   E ve ne andate?

PEPPINO   Non tengo più appetito..

LUIGI   Ma voi, non avete assaggiato neanche una forchettata di maccheroni. Bisogna fare onore al ragù di donna Rosa, se no s’offende.

PEPPINO   Per donna Rosa se ho mangiato o non ho mangiato non ha importanza…l’importante che avete mangiato voi.

LUIGI   E che c’entro io?

PEPPINO   C’entrate professò…voi c’entrate sempre.

ROSA   Ma che staie dicenno?

ROBERTO   Papà vuole dire che mammà prima di tutto si preoccupa degli ospiti.

LUIGI   Questo sì. Donna rosa è una padrona di casa perfetta.

PEPPINO   (perde il controllo, offensivo e sfidante) Professò, se non parlate fate meglio, la pazienza è pazienza e la mia è arrivata al massimo.

I commensali restano allibiti.

ROSA   Ma quale pazienza? Ma che cosa stai sopportando? Perché la tua pazienza tua è arrivata al massimo?

PEPPINO   Mi capisco io.

ROSA   E no, dobbiamo capire pure noi.

PEPPINO   Lassamme stà, Rusì…lassamme stà. Ne parlammo stasera.

ROSA   E perché stasera? Che c’abbiamo i segreti noi? Parla. Io ti sento.

PEPPINO   Coi figli presenti?

ROSA   (istintivamente si mette le mani in faccia) Uh, Madonna mia!O ci stanno figli o non ci stanno, non è la stessa cosa?

PEPPINO   (non gli reggono i nervi, e decide di vuotare il sacco) Io per questa donna non esisto più, mi tratta come se fossi un servitore. La mattina quando esco di casa per andare al negozio non se ne accorge nemmeno. Quando torno a casa io la saluto, si e no mi risponde con la testa voltata dall’altra parte. Da tre mesi Donna Rosa si è cambiata nei miei confronti. Non mi parla più. Se la interrogo, appena mi risponde. Tutto quello che faccio io è fatto male, non mi posso muovere che le do fastidio. Insomma un insieme di cose che mi dicono chiaramente quanto e come navighiamo io e lei in un mare torbido e infetto.

ROSA   Addirittura…

ZIA MEME   Non esagerare, Peppino.

CEFERCOLA   Fra marito e moglie per motivi di convivenza si vengono a determinare stati d’animo simili a questo. Ma poi si parla…”Io così, tu così” e si ristabiliscono i rapporti di una volta.

ROSA   Eh no….Peppino non ha detto tutto quello che voleva dire…

PEPPINO   (ironico) L’hai capito, eh Rusì? ‘O ruospo n’cuorpo t’ò siente.

ROSA   Ognuno si tiene il rospo suo. E se il tuo ti da fastidio e ti mette in condizione di fare la figura d’ò Pullecenella che stai facendo, fallo uscire fuori, il mio me lo tengo e sta bene dove sta.

PEPPINO   Zì Memè, quanto ti stimo. Come avevi ragione poco fa, e com’è stata aperta, limpida la tua vita. Invece eccola qua mia moglie, à vedite? Tutta profumata e ingioiellata, pure l’anello di fidanzamento si è messa e il bracciale che le regalai per la nascita di Roberto… Vergogna! E con lo scialle turchese che si è fatta regalare dal professore Ianniello. Ed io qua, fesso fesso, in continua ammirazione di questa tresca schifosa. (batte con violenza la mano sul tavolo).

L’affermazione infamante di Peppino lascia tutti i commensali di stucco. Donna Rosa allibisce, non osa nemmeno opporsi a tanta crudele impudenza.

LUIGI    (dopo una lunga pausa, durante la quale mette a fuoco l’accusa del cavaliere, con tono pacato interrompe quel silenzio angoscioso) Ma voi vi rendete conto, di cosa state dicendo?

ROSA   No, tu sì pazzo! ‘E pazzo. E perché mi sono messa questo scialle.

ELENA   (dignitosamente si alza e si rivolge al marito)   Luigi, andiamo. Queste sono veramente cose assurde.

LUIGI   No, Elenù…in questo momento nun ce putimmo movere. Don Peppino in questo momento ha bisogno di parole umane che solo io posso dirgli. L’accusa è grave e l’amicizia è amicizia. Per giungere a questo significa che il cavaliere, giustamente o ingiustamente, ha sofferto, perché chissà da quanto tempo si è tenuto in corpo stù brutto rospo. (con tono molto dolce) Don Peppì, io voglio bene a voi come voglio bene a Donna Rosa, con lo stesso sentimento rispettoso che mi lega a tutti e due. Se volete credere a queste parole, che sono sincere e partono dal cuore bene, e se no…che posso farci…Non mi resta che chiedervi scusa dell’equivoco che avete preso e che involontariamente avrò provocato. E mò ce ne possiamo pure andare, iamme Elenù.(fanno per alzarsi.)

ROSA   No, voi non andate da nessuna parte. E per quale ragione dovete uscire da casa mia?P’ammore d’à Maronn prufessò, cà ce stanno ‘e figli… (Giulianella entra allibita) Giulianè, viene pure tu…Mammà toia se l’intende cù professore, accussì ha ditto papà. Rucchetiè, tu te n’eri accorto che mammà faceva amore cù professore? (rivolta al marito, arrabbiata) Tu te ne devi andare, no il professore che è una brava persona. I miei figli sanno chi sono e come la penso io invece tu no, tu non vide niente: né come ho cresciuto i figli né come ho portato avanti una cosa. Vicino a questi mobili ( e batte la mani sulla credenza) ci sta la salute di donna Rosa Priore. Ho sputato sangue su questi pavimenti ( e si curva fino a terra ) per mantenerli puliti, lucidi. Accussì ( E strofina le mani sulle mattonelle con testardaggine.)

ZIA MEME   Rusì, ma che sì pazza?

Roberto e Giulianella cercano di calmarla.

ROSA  (tremante di vergogna) Sapete, qual è stato tutto il fastidio che lui ha avuto per i figli? “’E nato Roberto” “Un bracciale”, “’E nato Rocco” “Un laccio d’oro”. E cà stà Giulianella, “Lo spillo di brillanti”.  E poi indifferenza, strafottenza, disprezzo… Nun me fido d’è vedè chiù! (E grida) Vattenne! ( Con gesto rapido si toglie il bracciale e lo getta con disprezzo ai piedi del marito) Questo è Roberto…teh! ( si toglie il laccio d’oro) Questo è Rocco!. (si toglie lo spillo) E cà stà Giulianella. Io non ho bisogno degli oggetti pe m’arricurdà c’aggio fatto ì figli cu tè, sì tu che t’ai ricurdà che li hai fatti con me. (si toglie l’anello di fidanzamento) E questo è l’anello di fidanzamento ( e lo getta ai piedi di Peppino). Ricordi l’invito che mi facesti alla casina rossa a Torre del Greco? E quello che me diceste?. (Scoppia in lacrime e chiama il figlio) Robè, bello ‘e mammà. Viene ‘a cà. (Abbraccia il figlio con insistenza e lo accarezza) Figlio mio… io e te simme vive pè miracolo. Hai capito? Pè miracolo ci troviamo al mondo.

ROBERTO   Mammà!

ROSA   (si sente mancare, si piega sulle gambe) Robè, aiutami a mammà. ( chiude gli occhi dolenti e abbandona la testa stanca sul petto del figlio.)

ROBERTO   (allarmato dà il grave annunzio intorno) Mammà è svenuta.

GIULIANELLA   (balbetta sperduta) Dottò?

CEFERCOLA   Non, vi spaventate è cosa da niente. (E si avvicina a Rosa).

ZIA MEME   Dottò, portiamola in camera sua.

CEFERCOLA   Sì, è meglio. (Maria Carolina, Roberto e Giulianella sostengono Rosa e la conducono in camera sua. Cefercola a Zia Memè) Avete una siringa?

ZIA MEME   Io so dove stà. Faccio bollire l’acqua. (Esce)

PEPPINO   (si schiaffeggia ripetutamente) Mannaggia à vita mia! Maledetta! Maledetta!

ROCCO     Papà…

Ma il padre non gli risponde. Don Peppino rimane immobile con il volto tra le mani e i gomiti sulle ginocchia.

ANTONIO   (non ha sentito niente, torna dal balcone) Rocco.

ROCCO   Nunnariè…

ANTONIO    Mi vuoi accompagnare in camera mia, comincia a fare freschetto.

ROCCO   Sì, nonno.( ed escono nonno e nipote).

ROBERTO   (a Luigi) Avete un giornale?

LUIGI   (lo scorge sul mobile della credenza) Eccolo qua. (lo prende e lo porge a Roberto.)

ROBERTO   Qui devono esserci le farmacie di turno ( mentre scorre il giornale, esce svelto.)

ELENA   ( a Giulianella, che entra piangendo) E zitta, e zitta…’e cose è niente.

Zia Memè attraversa la scena svelta, recando la vaschetta con l’acqua bollente dentro cui fare sterilizzare la siringa. Peppino è rimasto immobile nel suo doloroso avvilimento, con le mani in faccia e i gomiti in ginocchia. Cala la tela.

FINE SECONDO ATTO

ATTO TERZO

Ancora la stanza da pranzo.  Il tavolo centrale è stato rimpicciolito. Tutto intorno ad esso sono state collocate le sedie. Le prime ore dell’alba lasciano ancora dubbi sull’ esito favorevole delle condizioni atmosferiche della giornata. Il lampadario acceso è in aperto contrasto con la luce livida che traspare dai vetri del balcone chiuso. Sul tavolo c’è un libro sfogliato da un coltello, che ora segna il punto in cui è stata interrotta l’impresa, e una tazza di latte e caffé dimezzata, ancora fumante. Presso il balcone troviamo Peppino seduto di spalle al pubblico. Dopo una breve pausa entra Zia Memè che reca un bicchiere colmo di succo di arancio; quando arriva al tavolo, al posto del libro, si sofferma un attimo per sorbire in fretta due o tre sorsi del suo caffé latte.

SCENA PRIMA

Crocifissa, Peppino e Zia Memè.

PEPPINO   (chiede a sua sorella)   Che ore sono?

ZIA MEME   Le sette e dieci. La vuoi pure tu una spremuta di arancio?

PEPPINO   No, grazie Memè.

CROCIFISSA   (entrando) L’aranciata.

ZIA MEME   Il tempo di spremere l’arancio… eccola qua. Gliela porti tu( Crocifissa prende il bicchiere dalle mani di Memè ed esce.)

PEPPINO   (alludendo a sua moglie)   E la febbre?

ZIA MEME   ‘E passata. Stanotte teneva quasi trentotto ma stamattina quando mi ha chiesto l’aranciata non arrivava a trentasei. Non ti preoccupare Peppì. Il dottore prima di andarsene ieri sera ha parlato con me. La febbre la doveva avere come reazione allo scatto di nervi, ma pericoli di complicazioni non ce ne sono.

PEPPINO   Ma non ha più difficoltà nell’articolare le parole?

ZIA MEME   (con un risolino malizioso)  Certe volte si dimentica e parla naturalmente… quando stenta a parlare non lo fa in mala fede, diciamo per finzione, no. Lo fa perché ci crede veramente, come se si compiacesse del fatto che tutta la famiglia è seriamente preoccupata per lei. Pigliati una tazza di caffé, te l’ho fatto fresco.

PEPPINO   Più tardi. Che nuttata che aggio passato. E comme me sento stammatina!.

ZIA MEME   Peppì, tu tieni una salute di ferro. La tua non stanchezza fisica, ma  è mentale. Uno crede di sentirsi libero quando riesce a mettere fuori delle amarezze, quando poi le ha dette gli rimane dentro un vuoto che è più amaro delle amarezze che conteneva. Ora devi soltanto riposare perciò ho detto a Rocco che stamattina apre lui la bottega.

PEPPINO   Hai fatto buono, Memè.

SCENA SECONDA

Don Antonio, Peppino, Memè, Giulianella, Crocifissa. Poi Roberto.

Antonio entra in pantofole, con una vecchia giacca sulla lunga camicia da letto e berrettino da notte calzato fino alle orecchie.

ZIA MEME   Buongiorno Don Antò.

ANTONIO   Buongiorno. Sono passato per il salotto e ho trovato Roberto e la moglie che dormivano su due divani…hanno dormito qua?

ZIA MEME   Se li avete trovati.

ANTONIO   Già…e come mai?

ZIA MEME   Abbiamo fatto tardi ieri sera, e allora…

Segue una pausa

ANTONIO   Ma io la mattina sono sempre il primo ad alzarmi. Quando tutti dormono è proprio il momento che mi godo la casa. Vado scavando le cose che mi fa piacere di trovare, senza che nessuno ti domanda “Cercate qualcosa?Dite a me.”. Poi mi piace di vedere , in silenzio, quando fa giorno e si alza il sole. Tu dici “ E perché?” (Memè sta leggendo e non segue quello che dice Antonio). Perché quando ero giovane mi svegliavo sempre quando il sole era già uscito e non era uscito proprio perché era una brutta giornata. Stamattina per esempio, chissà se esce o no. ( si avvia verso la poltrona su cui è seduto Peppino) Io la mattina qua mi siedo per vedere come si presenta la giornata. (E scorge Peppino lì seduto) Guè Peppì…

PEPPINO   Buongiorno papà. ( si accinge a cedere il posto.)

ANTONIO   No, no…stai tanto bello là. Tu pure ti sei alzato presto?

PEPPINO   Vi ho tolto il posto di osservazione.

ANTONIO   E che fa, per una volta. Dentro ò salotto ce sta Roberto con la moglie, se no me ne andavo là. In cucina c’è nessuno? ( zia Memè sempre interessata alla lettura non ha sentito) Zia Memè?

ZIA MEME   Che volete Don Antò?

ANTONIO   (avviandosi per uscire). Niente, niente, non voglio niente. Arrangio con la finestra della cucina (ed esce.)

Entra Giulianella in vestaglia e si avvicina a Zia Memè e reclina teneramente la testa per metterla in contatto con quella di Zia Memè.

ZIA MEME   (accarezzando Giulianella con altrettanta tenerezza) Giulianè…(come per dire:sei già sveglia?) Beh?

GIULIANELLA   Non potevo dormire.

ZIA MEME   Se capisce, sei rimasta scossa anche tu. I figli restano impressionati di fronte a certi fatti. Tu però, bella d’à zia, non ti devi fissare.

GIULIANELLA   No, zia Memè, chi ci pensa. Alla fine io e Rocco ci siamo fatti un sacco di risate ieri sera, perché si è messo a fare l’imitazione di papà…io stevo murenno d’ì resate.

PEPPINO   (con amarezza) ‘E finita a risate, è finita….è vero?

GIULIANELLA   Sì papà, meglio accussì. Quello tene ragione Zì Rafele quanno dice che la nostra famiglia è da teatro comico napoletano. Mi sono svegliata con un poco d’appetito.

ZIA MEME   Bella d’à zia, ci sta tutto il pezzo di ragù di ieri che non fu portato nemmeno a tavola. Te ne mangi una fetta, à carne è meglio dù cafè. Crocifì, prendete dalla dispensa il pezzo di ragù di ieri e portatelo qui.

CROCIFISSA   Subito. (esce.)

ZIA MEME   Me ne mangio una fettina pure io. (Apparecchia con forchette e coltelli e mette sul tavolo.)

GIULIANELLA   Ma mammà, come sta?

ZIA MEME   Non tiene niente, ma bisogna dire che l’ha passata brutta e che è stata miracolata , se no se piglia collera.

ANTONIO   (tornando) Mannaggia à capa d’ò ciuccio, non si può stare nemmeno in cucina.

ZIA MEME   Don Antò, ch’è stato?

ANTONIO   (allude a Crocifissa) E quella viene, apre la dispensa…(insofferente) si muove. (Rimane sorpreso nel vedere in piedi la nipote) Giulianè, e tu pure stai sveglia?

GIULIANELLA   (abbracciandolo con trasporto) Perché, solo voi vi potete svegliare presto? (In un impeto di affetto, gli scuote la testa dicendo) Nunnariello mio!.

ANTONIO   (dopo un attimo di stordimento)   Giulianè, bella d’ò nonno, questa è una testa vecchia…non la devi strapazzare. La sera è giù una testa che ha funzionato tutta la giornata, e la mattina presto la devo tenere riposata e la devo mettere in moto piano piano.

Crocifissa entra recando il piatto di ragù e un filone di pane.

CROCIFISSA   Ecco qua. (E mette sul tavolo, ed esce.)

ROBERTO   Buongiorno.

ZIA MEME   Buongiorno, guagliò.

ANTONIO   Mò, me ne vado nel bagno. (E si avvia)

ROBERTO   Ci sta Rocco.

ANTONIO    Nel salotto ci sta tua moglie…

ZIA MEME   Ma la camera vostra non ce l’avete?

ANTONIO   Sì, la camera mia la conosco, ma uno si sveglia e resta nella camera sua?

ZIA MEME   Perché, la casa non la conoscete? (intanto affetta un pezzo di ragù per Giulianella e uno per sé.)

ANTONIO   Si capisce che la conosco, che bella scoperta. Mò me ne vado sul terrazzo.

ZIA MEME   (come per consigliarlo di non commettere imprudenze). Ma là fa freddo.

ANTONIO   E me metto ò cappotto. (Esce.)

SCENA TERZA

Margherita, Addolorata, Raffaele, Attilio, Maria Carolina, Roberto e detti.

Margherita e Addolorata entrano in vestaglia da notte. Margherita ha vegliato tutta la notte fuori la porta di donna Rosa, zia Memè le chiede informazioni, poi lei ed Addolorata conservano le posate nella credenza e i piatti.

MARGHERITA E ADDOLORATA   Buongiorno.

TUTTI   Buongiorno.

ZIA MEME   (a Margherita) Allora, che dice?

MARGHERITA   Tutto tranquillo, pare che sta riposando.

ADDOLORATA   Ma chella à signora faceva accussì, pure quanno era piccerella, quanno era na guagliona. ( e con Margherita sistemano piatti e posate).

RAFFAELE   Buongiorno.

GIULIANELLA   Buongiorno Zì Rafè

ATTILIO   Buongiorno mammà.

ZIA MEME   Siedi qua. (indica il posto accanto a lei.) Robè, mangiati una fetta di carne.

ROBERTO   No grazie, zia. Voglio andare a casa per farmi una doccia, mangio una cosetta e scappo allo studio. Chillo me stanne aspettanno, oggi è lunedì e comincia la solita tarantella della settimana. ‘A dummenica ce l’ha schiattata papà con le fesserie che ha detto.

Peppino non risponde e non batte ciglio.

ROBERTO   (accorgendosi solo ora della presenza del padre) Papà, me dispiace…

MARIA CAROLINA   (entrando, si compiace nel vedere Giulianella, zia Memè, Raffaele che tagliano tocchi di carne e mangiano di gusto) Neh, buon appetito a tutti.

I TRE    Grazie.

MARIA CAROLINA   Allora, mammà sta bene.

ADDOLORATA   Sissignore, stà bene la signora.

ROBERTO   (alla moglie) E andiamola a salutare se no faccio tardi allo studio.

MARIA CAROLINA   E sì, andiamo (Ed escono insieme)

RAFFAELE   (ha finito di mangiare la sua parte di carne al ragù e ora fa schioccare la lingua) Sentite: ma come i profumi, i motivi di canzoni, i sapori hanno la potenza di richiamare alla tua memoria luoghi, nomi di persone…stagioni, giorni della settimana. Il ragù di domenica se non è bollente allora non si dice mai “Oggi è domenica.”, quando è freddo ti ricorda immediatamente che è lunedì e che ti devi dare da fare perché comincia un’altra settimana, areto ò spurtiello d’à banca.

ZIA MEME   Addolorà, portate un bicchiere di latte al signorino.

CROCIFISSA   Subito.

ATTILIO   Me lo porti in camera di zia Rusina, la vado a salutare. (Addolorata esce.)

RAFFAELE   Vengo con te.

ZIA MEME   (al figlio) Preparati per la puntura. ( e si alza per avviarsi in camera di Rosa).

ATTILIO   Sì, mammà. Zì Rafè, la recita di ieri non mi è piaciuta proprio.

RAFFAELE   Guagliò, a te nun te piace niente.

Escono tutti e tre con Margherita.

SCENA QUARTA

Peppino e Giulianella. E poi Rocco.

PEPPINO   (alla figlia) Sicché, la nostra famiglia è da compagnia comica napoletana?

GIULIANELLA    Papà, ma voi ci pensate ancora?

PEPPINO   Sentite, voi veramente siete degli incoscienti. Qua, ieri si è rivoltata la casa. E voi stamattina mangiate, ridete, parlate di altri fatti proprio come se non fosse successo niente. Come reazione da parte dei figli si può assodare solamente che Rocco fa l’imitazione mia quando faccio il tragico, e che tu ti sei fatta un sacco di risate.

GIULIANELLA   Papà, scusate se ve lo dico, ma ultimamente vuie e mammà state addiventanno nu poco  ridicoli. Ma perché non vi dite le cose appena succedono? State insieme da tanti anni e non avete raggiunto un’intimità tale da permettervi di dire pane al pane e vino al vino, l’uno con l’altra?. Insomma, ò vulite sapè l’insofferenza di mammà nei vostri confronti da cosa ha avuto origine? Adesso ve lo dico io. Tre mesi fa, tu e mammà, andaste a mangiare a casa di Roberto, v’arricurdate?

PEPPINO    No.

GIULIANELLA   Nun, v’arricurdate. E nun ve ricordate neanche chello che Maria Carolina, ve facette p’è pranzo?

PEPPINO    E chi se ricorda, Giulianè.

GIULIANELLA   E vò dico io. Chella ve facette i maccheroni alla siciliana con le melanzane fritte.

PEPPINO    Ah, si. Maria Carolina li cucina benissimo.

GIULIANELLA   E a tavola facisteve un sacco di complimenti a Maria Carolina che non avevate mai mangiato dei maccheroni alla siciliana così buoni, e che una domenica lei doveva venire a cucinarli qua per tutti quanti noi…

PEPPINO   Sì, me ricordo.

GIULIANELLA   Mammà tornò a casa come una diavola quella sera. Si prese una tale collera che io rinunciai di venire al cinematografo con te, Rocco e il nonno e rimasi con lei in casa per non lasciarla sola. Diceva: “Come, allora io mi devo fare insegnare come si fanno i maccheroni alla siciliana da mia nuora? E se n’è mangiati due piatti per dispetto, un’ affronto così non me l’aveva mai fatto nessuno. Il mangiare che faccio io a casa pare che lo vede e lo schifa. M’avesse mai detto: Oggi ho mangiato bene, brava Rosina.” Poi disse che non ti avrebbe guardato più in faccia per la figura che le avevi fatta fare in presenza di Roberto e Maria Carolina.

PEPPINO   Tu veramente dici?

GIULIANELLA   Ve site impressionato, p’ò fatto del professore. Povero don Luigi, quello è tanto buono con tutti quanti.

PEPPINO   Insomma, nun m’ha guardato più, per il fatto dei maccheroni alla siciliana?

GIULIANELLA    Chella mammà, se facette piante ‘e morte. Guè papà, però vuie nun dicite niente a mammà, che io ve l’aggio ditto.

PEPPINO   No, no. Vieni qua.(Giulianella gli si avvicina) Damme nu bacio. (Stringe a se la figlia) Giulianè, tu non sai come mi sono sentito umiliato, come mi vergogno di avere provocato la scena disgustosa di ieri.

ROCCO   (entrando) Che c’è, fine del primo tempo: abbracci e baci?

PEPPINO  Rocco, a papà, mi vuoi fare il favore di dare una voce al professore Ianniello?

ROCCO   A quest’ora?

PEPPINO    Gli dici che lo devo pregare per una cosa urgente.

ROCCO   Va bene. Mammà, come sta?

GIULIANELLA   Meglio.( Rocco esce.)Papà, e venite dentro da mammà, venite…vi porto io.

PEPPINO   No, no. Voglio parlare prima col ragioniere.

ROCCO   (tornando) Papà, ha detto che scende subito. (traendo in disparte Giulianella) Federico sta all’angolo della strada. Io adesso esco per andare ad aprire il negozio, che gli devo dire?

GIULIANELLA   Mi vesto veloce veloce, e scendo con te. Tu però non gli dire che non vedevo l’ora di fare pace con lui.

ROCCO   E ti pare!. Questi sono segreti da mantenere tra amici.

GIULIANELLA   Siente, se glielo dici, non te guardo chiù n’faccia. Non te ne andare, perchè ci metto due minuti (Ed esce.)

PEPPINO   Il negozio al Rettifilo lo apri tu stamattina, io scendo più tardi. Quando vengo facciamo insieme una corsa al negozio tuo a Via Calabritto.

ROCCO   Oh, che piacere!. Tu hai l’occhio esperto e mi puoi dare un consiglio disinteressato.

SCENA QUINTA

Antonio, Cefercola, Margherita, Peppino, Rocco, Zia Memè, Roberto, Maria Carolina. Poi Luigi e Giulianella.

ANTONIO   (entrando)   ‘E venuto il dottore. Io scendevo dal terrazzo e lui saliva.

CEFERCOLA   Eccomi qua.

PEPPINO   Buongiorno.

ROCCO     Buongiorno, dottò.

ANTONIO   Io ritorno in terrazza, permettete dottò. Date a me, date a me (alludendo al cappello del dottore. Prende il cappello ed esce.) Permettete?

CEFERCOLA   Grazie, don Antò. Donna Rosa come sta?

ZIA MEME   (entrando)   Sta bene e parla speditamente quando si dimentica la paralisi.

ROBERTO   Papà, ce ne andiamo. Ciao Rocco.

ROCCO   Ciao.

ROBERTO   Ci vediamo domenica prossima a casa mia.

PEPPINO   No, Maria Carolina come fa a cucinare per tutti quanti? Venite voi qua.

ROBERTO   Per passare una domenica come quella di ieri?

MARIA CAROLINA   Papà, mannaggia la capa vosta. Uno aspetta tanto un giorno di festa.

MARGHERITA   ‘E venuto il professore.

PEPPINO   Fallo entrare.

MARGHERITA   Entrate, professò.

LUIGI   (con tono timido) Mi volevate cavaliè?

PEPPINO   Un momento, fatemi parlà professò…(Vede Giulianella che entra pronta per uscire) Qua sta pure Giulianella. Vieni Giulianè. (Giulianella forma gruppo con gli altri) Statemi a sentire. Il ragioniere Ianniello è un grande galantuomo e io sono un pazzo, cioè sono un uomo che da un momento all’altro è impazzito.

LUIGI   Don Peppì….

PEPPINO   Un momento, fatemi parlare professò…Voi non potete immaginare che sento qua alla gola e sul cuore.  Ho gettato fango su mia moglie, su di voi, sulla vostra signora e su tutta la mia famiglia. Io sono un uomo che non vale tre soldi e mi schiaffeggiate qua, in presenza dei figli miei, mi inginocchio e vi bacio le mani (Lacrimando.)

ZIA MEME   Dai, non essere esagerato, Peppino.

LUIGI   Voi non mi dovete nessuna scusa. Datemi la mano e non ne parliamo più.

ROBERTO   Bravo, il professore.

Luigi si avvicina a Peppino col braccio teso.

PEPPINO   Ma qui, nessuno di voi mi ride in faccia? Nessuno di voi mi prende per il bavero della giacca e mi dici quanto sono stato ridicolo?.

LUIGI    Me la volete dare questa mano o no?

PEPPINO   Ve la do con tutto il cuore.

Stretta di mano.

TUTTI   Bravo! Bene!.

PEPPINO   Ma vi debbo dire un’altra cosa che mi pesa dentro.

ROBERTO   E ve la dite fra di voi perché è tardi e devo scappare. Statte buono papà. (abbraccia e bacia Peppino) Buongiorno a tutti!Andiamo Maria Carolì. (Scambio di saluti, i due escono).

ZIA MEME   Dottò, venite da mia cognata.

CEFERCOLA   Eccomi. (Ed escono con la cameriera).

GIULIANELLA   Rocco, ‘nce ne iammo?

ROCCO   Papà, ci vediamo al Rettifilo.( Rocco e Giulianella escono parlottando fra di loro).

SCENA SESTA

Luigi e Peppino.

PEPPINO   Professò, venite qua.

LUIGI   Di che si tratta?

PEPPINO   Professò, io vi debbo baciare.

LUIGI    Ma lasciate stà, cavaliè.

PEPPINO   No, io vi devo baciare prima e poi vi dico la cosa che vi ho detto che vi devo dire.( Lo bacia su tutte e due le guance.) Professò, io ieri vi stavo sparando.

LUIGI    (smarrito)  Cavaliè, voi che dite?

PEPPINO   Proprio così. Come per una svista, una falsa ombra che piano piano prende corpo ed assume proporzioni gigantesche nella fantasia di una persona, uno finisce in galera e l’altro al camposanto.

LUIGI    Cavaliè, nun ne parlammo chiù. E poi si sta facendo tardi, devo andare all’intendenza di finanza, al comune. Devo sbrigare diverse pratiche.

PEPPINO    Però, domenica prossima la dobbiamo passare insieme. Ve ne scendete qua voi e la signora.

LUIGI   Don Peppì, lasciamo stare. Le domeniche sono pericolose. Io vado, se no faccio tardi.

PEPPINO   Allora, facciamo così. Domenica quando ci mettiamo a tavola, io vi chiamo, se siete in casa, voi e la vostra signora scendete e mangiamo insieme.

LUIGI   Bravo.

PEPPINO    Vi accompagno.

LUIGI   Grazie. (Ed escono.)

SCENA SETTIMA

Antonio, Margherita e  il sarto Catiello.

Entra Antonio  con una giacca imbastita addosso e il campione della stoffa tra le mani aspetta il sarto Catiello.

MARGHERITA   Don Antò, è venuto Catiello il sarto.

ANTONIO    Brava, fallo entrare.

MARGHERITA    Allora entrate, don Antonio ve sta aspettanno.

CATIELLO   Don Antò, buongiorno.

ANTONIO   Catiè, io a te aspettavo. Il vestito che mi hai fatto nun va buono. Guarda sta giacca, nun è la stoffa che ti feci vedere, è più chiara.

CATIELLO     Ma nossignore, vi siete impressionato.

ANTONIO   Catiè, quando ti dico una cosa, tu non la devi mettere in dubbio, hai capito?

CATIELLO    Ma non mi permetterei mai. Io sono venuto appunto a casa per servirvi.

ANTONIO   E questo è il tuo difetto, rispondi sempre a capa ‘e mbrello. Io ti sto dicendo che il campione, eccolo qua, lo tengo in mano, non corrisponde alla stoffa che hai usato per farmi il vestito. E tu mi rispondi: Sono venuto appunto a casa per servirvi.

CATIELLO   Vi pare che voi scegliete il campione e io vi faccio il vestito con una stoffa differente?

ANTONIO   E così hai fatto. Catiè, è nu poco chiù chiaro.

CATIELLO   ‘E una vostra impressione Don Antò.

ANTONIO    Allora mi sono rimbambito. Catiè, io mi tolgo la giacca e la butto dal balcone. Tu me canusce.

CATIELLO   Ma vuie, il campione lo avete lasciato in camera vostra, sul comò che sta vicino al balcone. E il sole l’ha sbiadito.

ANTONIO   Mò, mi devi fare due spacchetti dietro, all’inglese.

CATIELLO    (sorpreso) Volete i due spacchetti?

ANTONIO    Perché ti dispiace?

CATIELLO    No, ma non vi sembrano un po’ da…(fa segno col dito dietro l’orecchio, come per dire da femminelli)…da femminielli, no?

ANTONIO    A me femminiello? Io che sono stato il più grande sciupafemmine di Napoli? Sarai tu ricchione…anzi tu sei ricchione, cafone e maleducato.

CATIELLO    No, Antò…e voi state esagerando. Io tengo moglie e otto figli.

ANTONIO   E che c’entra? (arrabbiato) Catiè, m’hai sbagliato ò vestito, jà.

CATIELLO   Domani lavoro tutta la giornata e dopodomani vi porto il vestito completo. Ora me ne devo andare don Antò, ho altro lavoro da sbrigare.

ANTONIO    Vattenne Catiè, se no iamme à furnì malamente stammatina. Và, và.

CATIELLO    Arrivederci, don Antò.

ANTONIO   Aspettate, mò vi accompagno alla porta. (Catiello esce, seguito da Antonio.)

SCENA OTTAVA

Cefercola, Zia Memè, Rosa, Attilio. Poi Peppino.

Rosa, entra sorretta da Zia Memè e Cefercola, seguito da Attilio. Rosa è pettinata benissimo e tutta in perfetto ordine ma si avverte nel suo atteggiamento e nel suo parlare lento e lamentoso una lieve punta di compiacimento per il suo stato d’infermità.

ROSA   Ma non ho la forza di camminare, dottore mio.

CEFERCOLA   E vi aiutiamo noi, non vi preoccupate.

ROSA    Ci stanno mille cose da fare… e chi le fa, Madonna mia.

ZIA MEME   E che le devi fare tu? Ci siamo noi.

CEFERCOLA   Voi vi sedete e date tutte le disposizioni.

ROSA   Ma io non ce la faccio neanche a parlare. Voi non mi credete, quanto è brutto a non essere creduti.

CEFERCOLA   ‘E questione di un paio di giorni e poi riprenderete tutte le vostre energie.

ROSA    Eh, dottò…stavolta donna Rosa ha avuto una brutta botta, donna Rosa difficilmente torna ad essere quella che era.

ZIA MEME   Ma non lo dire, nemmeno per scherzo. Tu tieni sette spiriti come le gatte.

ROSA    Zia Memè, donna Rosa se ne va…(con un sorriso rassegnato)

ZIA MEME   Ma la vuoi finire o no?

CEFERCOLA    Ora sedetevi qua e riposatevi. (indica la poltrona collocata al balcone e siede aiutata da Zia Memè ed Attilio). Adesso chiamate le cameriere e date loro tutte le disposizioni che volete.

ROSA   Non mi sento dottore… non mi sento. Amè, te la vedi tu.

CEFERCOLA   (scorge Peppino che sopraggiunge)  Donna Rò, vi saluto. Buona giornata. Cavaliere, vi saluto.

PEPPINO   (entra, scorge sua moglie seduta e non ha il coraggio di guardarla) Grazie, buona giornata pure a voi.

ATTILIO   (tentando di rassicurare Peppino) No, non ti preoccupare. Tanto mammà dice che non tiene niente.

ZIA MEME   (imbarazzata) Ma che dice mammà?

ATTILIO   Ma mammà, vuie dicite che è stato un attacco di nervi perché Peppino è più giovane di zia Rosina.

ZIA MEME    Statte zitta a mammà.(urtata)

ROSA    No, ma chillo dice à verità.

ZIA MEME    Rusì, nun me fa mettere scuorno pure tu. (ad Attilio) Iamme, che mammà te fa na bella siringa.

ATTILIO    Mammà, però nun sfugate cù me. (Ed escono).

PEPPINO   (dopo una lunga pausa ha cercato di indovinare l’umore di sua moglie scrutandola trovando il modo di superare il disagio in cui si trova e le chiede con tono pacato)   Come ti senti?

ROSA    Non c’è male.

PEPPINO   Rusì, io ti devo parlare.

ROSA    E parla. Io sto qua e ti sento. Ma fai attenzione a quello che dici, perché so debole e nun me pozzo piglià chiù collera.

PEPPINO    Rusì, io tengo un nodo qua, alla gola, che solamente parlando chiaramente con te si può sciogliere e posso respirare con soddisfazione un’altra volta. Io ieri mi sono comportato come l’essere più rozzo della terra.

ROSA   Ma come hai potuto credere una cosa simile? E come hai potuto fare la scenata che hai fatto ieri?

PEPPINO   Una gelosia, Rosina mia, che non mi faceva dormire la notte. Una gelosia ossessionante, feroce. Arrivavo ad essere scortese con la clientela, perché in certi momenti tutti quelli che entravano in negozio erano tanti ragionieri. Per la strada parlavo da solo, dicevo: “Ma perché questo ridicolo si permette di fare tutte queste gentilezze a Rosina mia? Non perde occasione di mettermi in stato d’inferiorità. Appena mia moglie esprime un desiderio, lui immediatamente la accontenta. Si ricorda tutte le date, tutte le ricorrenze della mia famiglia…” . Quello si ricorda i dolci che piacciono a te, i fiori, i colori delle stoffe che preferisci. (imitando il tono civettuolo di sua moglie nell’esprimere le sue predilezioni in presenza di Luigi) “Le rose di maggio mi piacciono assai”, questo per esempio, durante una conversazione insignificante che avevamo avuto nel mese di febbraio…Neh, quello tre mesi dopo, si presenta con un mazzo di rose di maggio per te. Quello fu capace di intossicarmi il due novembre. Torno a casa e tu mi facesti vedere il pacco di torrone che aveva mandato lui. “Quanto è gentile il professore, si è ricordato che il torrone mi piace”. Io presi il pacco di torrone che avevo comperato per te e non te lo feci neanche vedere. Lo tengo ancora nel tiretto dello stipo a muro. Poi pensavo “Tutti questi desideri mia moglie li esprime quando c’è lui…allora significa che vuole provocare le premure di questo signore”. Io sono arrivato al punto che mi chiudevo nel retrobottega del negozio e mi mettevo a piangere come un bambino. Una gelosia furibonda, Rusì…che non auguro neanche al mio peggiore nemico.

ROSA   (ha seguito con attenzione tutte le parole di Peppino. Ha colto ogni sfumatura della sua gelosia e ne ha sentito un’infinta tenerezza. Ora guarda il suo uomo con dolcezza e protezione materna. Dopo un breve silenzio comincia a sorridere ed esclama) Gesù, ma non è possibile. Tutta questa gelosia per me?. (breve pausa) ‘O professore se metteva a perdere tiempo cu me? Le gentilezze che faceva a me le faceva pure in omaggio all’amicizia tua.

PEPPINO   Ma come, quando racconta una barzelletta stupida lui, tu ti fai un sacco di risate, se la racconto io…nove volte su dieci “Scusa, non ho capito, stavo distratta” o dici “Sì, sì la sapevo: l’ha raccontata Rocco l’altra sera.”

ROSA    Ma il professore è una persona estranea, si capisce che quando parla uno deve mettere attenzione a quello che dice. Ma se tu sapessi quante volte lui parla e io penso proprio a n’auta cosa. Tanto è vero che quando ha finito di parlare io non ho capito proprio niente di quello che ha detto.

PEPPINO   Rusì, io non sono pazzo. Tu nei miei confronti, da tre mesi, ti sei cambiata, fino al punto che non t’interessi più alla mia persona nemmeno per prepararmi la camicia pulita. Una volta, quando andavo al negozio la mattina, uscivo dal portone, guardavo il balcone e tu stavi affacciata per salutarmi, fino a quando giravo la strada, e da tre mesi, non ti sei affacciata più. Allora il mal’animo, lo tieni veramente con me.

ROSA   Mal’animo no. Ma m’era sembrato che tutte le cure e le attenzioni che ti facevo non venivano né riconosciute né apprezzate. E tu devi riconoscere che sei stato un poco strafottente nei miei riguardi. Ci siamo sbagliati, tu da una parte e io dall’altra. Ma da questo a dire che io me l’intendevo col professore!. Vieni qua Peppì, io sto debole e non mi posso alzare. Siediti vicino a me (Peppino siede di fronte a Rosa). Tu sei sempre stato nu pazzo.

PEPPINO   Io?

ROSA   E perciò me sì piaciuto. Ma te pare che con quello che c’è stato fra noi: sacrifici, amarezze e lotte da quando ci siamo conosciuti, e tre figli… alla vecchiaia io uscivo pazza e me mettevo c’ò professore.

PEPPINO    Ma questo lo abbiamo assodato, è stata una supposizione.

ROSA   Però, l’hai supposto e questo è brutto. Nun te permettere chiù ì pensà na cosa simile. Io ho conosciuto un solo uomo e sì tu. Tu vuoi sapere perché mi sono cambiata nei tuoi confronti,e non ti ho preparato la camicia pulita, ò fazzoletto…. T’è dispiaciuto? Ma quando la moglie prepara la camicia pulita al marito è come se continuasse a dire senza parlare: “La biancheria tua la devo toccare io sola, e tu la fai toccare solo a me pecchè me vuò bene come te voglio bene io”. Ed io non te l’ho preparata più … per dispetto. E se tu mi domandi perché, io non ti posso rispondere, la ragione può essere insignificante e importante. Non sono bella, non sono giovane, ma so femmina pur io. Io ti posso dire solamente che non ti ho preparato più la camicia per la stessa ragione che te la preparavo prima.: perché te voglio bene Peppì.

PEPPINO    (emozionato e rapito  dal tono dolcissimo con cui Rosa ha pronunciato le ultime parole) E dici che non sei bella? Tu non sai cosa sono diventati questi occhi tuoi. E perché non dovrei essere geloso? E se un altro ti vede come ti vedo io?.

ROSA    Tu sì state sempe  nu bell’ommo, pure oggi che tiene stà faccela. (e lo accarezza).

PEPPINO   Adesso tengo la stessa età d’ò professore.

ROSA   E c’è da fare il paragone? Chillo me pare ò nonno tuoio.

PEPPINO    (dopo una pausa di effusioni) Rusì, ora mi devi togliere una curiosità. Ieri, durante quel momento di rabbia, tu dicesti una cosa che mi ha lasciato impressionato. T’abbracciasti a Roberto e dicesti: “Robè, io e te siamo vivi per miracolo” Che significa?

ROSA    Non te lo ricordi l’invito a pranzo alla casina rossa a Torre del Greco?

PEPPINO     Si, me ricordo.

ROSA   Ah, te ricuorde? Io m’è ricordo meglio ‘e te. Facevamo l’amore di nascosto da cinque mesi… la sera che ci conoscemmo tu mi dicesti: “Peccato che sono impegnato”; dicesti la verità, perciò ti stimai.

PEPPINO    (ammettendo) ‘A vedova.

ROSA    ‘A vedova, ‘a vedova…

PEPPINO    Che donna tremenda, e che me faceva passà.

ROSA   Io ti dissi: “Non fa niente che c’è la vedova, stasera sto allegra e me fa piacere ‘e sta cu te”. “Ma io ho impegnata la mia parola con questa signora…Rusì, pensaci bene…io nun te pozzo spusà” dicesti tu.  Dopo cinque mesi m’invitasti a pranzo a Torre del Greco.

PEPPINO    E a tavola non sapevo come dirti che la relazione nostra doveva finire perché la vedova aveva saputo tutto e mi minacciava. Poi te lo dissi, e tu mi dicesti: “ E va bene, vuol dire che abbiamo scherzato”. A un certo punto te pigliai a mano e te diciette: “ Rusì, sai che c’è di nuovo? Tu devi essere mia moglie!”. E tu mi dicesti: “Pensaci bene, Peppì, perché adesso l’impegno l’hai preso con me”.

ROSA   (con tono pacato ma sincero) Ed ero incinta di Roberto.

PEPPINO   Tu che dice….Io ho sempre saputo che Robertino è nato di otto mesi.

ROSA    (ironica) Parto prematuro.

PEPPINO   E nun me diciste niente? E se io, per esempio, quel giorno decidevo per la vedova?

ROSA    Aprivo ò balcone e me buttavo à bascio.

PEPPINO   E ò pazzo po’ so io. Non era meglio che mi dicevi le cose come stavano: “Peppì, io sono incinta”.

ROSA    E tu mi avresti sposata solo perché avevamo fatto un figlio. E allora in questa casa tu non ti saresti accorto che io non ti preparavo più la camicia pulita, e forse non te l’avrei mai preparata.

SCENA NONA

Zia Memè, Addolorata e detti. Poi Elena.

PEPPINO   Quanto te voglio bene, Rusì.

ROSA     (ironica)E io, no.

ZIA MEME   Permesso?

PEPPINO   Viene zia Memè.

ZIA MEME   Volevo mettere a posto i piatti.

ROSA   Chiama le cameriere, me lo vedo io. (e chiama lei stessa la cameriera con tono energico che nessuno si aspetterebbe da un’ammalata) Addolorata!

ADDOLORATA   (entrando) Sto qua.

ROSA   Contiamo i piatti.

PEPPINO   Rusì, io vado al negozio. Mi sta aspettando Rocco.

ROSA   Và, và.

PEPPINO   E t’affacce?

ROSA    (condiscendente) Và, và…

PEPPINO   (improvvisamente gli viene un’idea) Uno di questi giorni, poi ti devo pregare di un favore.

ROSA   Dimmi.

PEPPINO   Mi devi fare un bel ruoto di maccheroni al forno, alla siciliana, con le melanzane. (Addolorata si mostra contenta, perché l’amica Ausilia aveva indovinato.)

ROSA   Quelli te li fai fare da Maria Carolina.

PEPPINO   E Maria Carolina sape fa i maccheroni alla siciliana?

ROSA   Come? E che ti sei dimenticato? Li fece quando ci invitò a pranzo. Tu te ne mangiasti due piatti.

PEPPINO    Sì, perché quel giorno tenevo appetito. Ma vuoi mettere i maccheroni alla siciliana che fai tu con quelli che fa Maria Carolina?

ROSA   Tu le facesti tutti quei complimenti.

PEPPINO   Si ma non erano stufati abbastanza e il sugo non era quel sugo compatto che fai tu.

ROSA   Quella po’ c’adda fa, in cucina ci vuole l’esperienza… s’arrangia, povera figlia.

PEPPINO   Io vado (ed esce.)

ADDOLORATA   (a zia Memè) Signò, avite visto?

ZIA MEME   Che cosa?

ADDOLORATA   Ce stanno ‘e maccheroni alla siciliana, Ausilia aveva indovinato.

ZIA MEME   (seccata) Ah, ma tu piense ancora a quella fattucchiera? Sarà stata una coincidenza, sicuramente. (rivolta al pubblico) Eh, brava! Ha indovinato à zengara!(Ed esce con Addolorata).

Rosa corre al balcone.

ELENA    (dall’alto) Donna Rò, come state?

ROSA   Non c’è male, grazie. State pigliando un poco d’aria?

ELENA   Aspetto che se ne va mio marito per salutarlo se no se piglia collera. E il cavaliere si è calmato? Avite fatto pace?

ROSA   Sì, sì….abbiamo fatto pace.

ELENA    Menomale và, è finito tutto.

ROSA   (con orgoglio allusivo) No signò, io credo che è cominciato adesso.

Cala il sipario

FINE

  

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