Salomè seconda
SALOME SECONDA
di
Paolo Puppa
Lavargli i capelli. Lavargli i capelli, innanzitutto. Non facile andare avanti con quest'odore, per me. Tutta la grande taverna invasa. Anche se tengo le finestre spalancate verso il lago e le stelle, tutto inutile, anche se apro le porte che immettono sulle lavanderie vicine. Da un po' di giorni, il tanfo arriva anche nel salone d'ingresso e mi sa che arriver fra poco alle camere da letto, persino alla sala rettangolare delle feste, al tavolo grande di Ceroli, quello di legno e di vetro, che riflette meglio la luna! Enormi topi, nutriti da sacchi di immondizie, sacchi pieni di carne putrefatte. Ecco, i suoi capelli sono come topi su carni morte. E' stato un regalo del mio padrino, per alzare l'atmosfera un po' depressa degli ultimi mesi. In compenso, ho perso l'appetito. Io come gli altri. Mia madre svuota intere boccette di lavanda intorno, ma dalla botola, oltre agli urli disumani di lui, salgono a ondate continue i fumi del suo corpo. Dei suoi escrementi, anche. Dai capelli soprattutto. Come se i capelli filtrassero e moltiplicassero tutti i fetori. Eppure non mi pare il caso di chiuderla, la botola. Ho fatto perfino togliere il coperchio. Il coperchio non c' pi. Sissignore, voglio sentire bene tutti i suoni che il suo corpo, scuro di sangue e di ferite, questo viluppo di stracci e di sterco, manda a offendere le nostre feste. Ogni tanto, passano a vederlo i nostri vicini. La moglie dell'architetto, quello che ha avuto gi tre avvisi di garanzia, ne vuole uno anche lei. Tanto per non restare indietro nell'"up to date". Mia madre, che pretende sempre tutto inamidato e in ordine, un po' in difficolt con questo "dono" del generale. Da mia madre ho ereditato i suoi strani impulsi a migliorare lo stato fisico dei servi. Ma lui, lo vorrei pulito per altri motivi. Intanto, mi odia e mi disprezza. Si chiama Amman, credo, almeno cos c'era scritto sulle carte sequestrate, assieme a disegni e mappe misteriose. Si preparava, assieme ad altri, a fare qualche nuova strage. Magari da noi. Ma lui, comunque, non mi desidera affatto. Se anche lo trascinassi tra i miei cuscini, tra i copertoi di lana coi colori di Mondrian, tra le pellicce di leopardo stese a terra ai piedi del letto, se mi mostrassi senza la mia biancheria, sciogliendo le trecce e distendendomi nelle pose pi febbrili e morbide, lo vedrei immobile, accigliato contro la villa, contro il mio mondo. Sempre a imprecare, a maledire, a parlare di questo folle Dio che non ama le donne e il lusso. Su di lui, certo, a quest'ora, stanno ormai vermi e scarafaggi. La sua testa pare quella della medusa. Ma gli occhi sono neri come la notte, lo vedo da qua, appena lo illumino colle torce e lui allora impreca e grida "Allah akbah!". Ogni parola inizia colla a, come il suo nome. Le sue braccia, intanto, muscolose, ancora tanto giovani, nonostante le piaghe e le ferite, guizzano nell'ombra, e si sporgono verso la botola. Vorrebbe, certo, afferrarmi, tagliarmi la gola, oppure costringermi a coprire il capo coi loro orribili cenci, col burka come lo chiamano. Non hanno mai abbracciato una donna, quelle braccia, non sanno l'amore e le carezze. Con me, con me dovrebbe imparare tutto. "Ma non lo puoi fare con me, caro mio", questo gli sussurro mentre urla, appena mi sente sopra di lui, senza guardarmi. Togliermi la faccia, impedirmi di vedere il mio riflesso negli specchi e nelle fontane? Non lo potrei permettere. Questo proprio no. La mia bocca morbida, rafforzata solo da poche punture, a rendere pi sinuoso e a forma di bocciolo il movimento delle labbra quando si incontrano. Il collo dalla pelle di latte grazie a creme continue, e il petto alto e sodo, sostenuto dal silicone, a provocare lo sguardo dei maschi, a renderlo ancor ancor pi disarmato e devastato davanti alla sua pienezza. L'altra sera, mi sono legata, con una doppia corda, alla colonna vicina alla botola. Un cameriere albanese mi reggeva le caviglie altrimenti potevo cadere gi. Con tutto il busto sono penetrata dentro il buio e l'odore spaventoso che sale dal fondo, per sillabargli brevi e inutili frasi d'amore. Il fatto che non voglio nessun altro che non sia lui. Ero tutta eccitata, perch avevo bevuto parecchi bicchieri di fragolino bianco, pensando alle sue braccia. Mi ero persino toccata un po', mentre la carne grassa e repellente del mio padrino, del generale dico, mi sfiorava coi suoi occhi molli e diabetici. Stavo china sull'abisso della botola, l'albanese mi tratteneva le caviglie. Quello s che mi desiderava. L'albanese s che mi invocava. Sentivo le sue mani forti, che quasi mi supplicavano di dargli qualcosa di mio. Finir, prima o poi, col concedergli qualcosa di me, ma s, magari pensando al mio bel talebano. Intanto il mio padrino, dall'altra parte della sala, mi supplicava di danzare, di fare almeno qualche movimento in onore del prigioniero, ma venendogli vicino. Era il suo regalo per me, in fondo, il talebano. Mia madre, alle spalle del vecchio, la faccia sempre congestionata dall'ansia e dai mille pensieri che la attraversano, scuoteva il capo. Ma io volevo star sola con Amman, senza che nessuno mi distraesse. S, anche a costo di cascargli sulla testa. Purch i capelli glieli avessero lavati prima. E bene, anche. Ma se quello non accetta di amarmi, se quello non mi sta nemmeno ad ascoltare? Dove se n' andata la mia celebra collera? Che ne del mio orgoglio? S, lo so bene che si tratta di un puntiglio, di un puntiglio di ragazza viziata, so bene che non otterr nulla da questa storia. Ma lui deve, prima o dopo, alzare la testa verso la luce della sala, e cos mi scorger in tutta la mia freschezza, godr da di sotto la mia pelle bianca, le mie labbra dischiuse a fender l'aria con baci, la mia voglia di lui a trascinarlo nella mia stanza. Se no, se no, non so ancora, ma qualcosa far per quegli occhi neri come la notte. Anche quella volta, lui non mi degnava di uno sguardo, ma continuava a urlare, a sbattere contro le pareti, a invocare Allah, perch mi incinerisse. "Allah non esiste", ripetevo divertita e esasperata allo stesso tempo, "Allah non esiste, caro il mio bel morettino". Non un morettino, per, per essere precisi. Ha la pelle araba, abbronzata dal deserto, e livida ormai per i digiuni e il sudiciume. Ma quando hanno svestito il suo corpo alto e magro, quando gli hanno strappato tuniche e copricapo, e le tante sciarpe, e cinture, e calzari, quando l'ho visto nudo e inerme, coi riccioli che gli pendevano sul petto, a ricongiungersi colla barba interminabile, ho provato subito l'impulso a lavarlo, come fosse un bambino malato. A raderlo tutto. E' il regalo del mio padrino americano, di Irod. Mia madre, Erodiade, prima se la faceva con un russo, un funzionario dell'ambasciata a Roma, che passava tutti i week end qua, a Pordenone. Poi, ha incontrato questo generale texano che stazionava ad Aviano. Aviano vicina alla nostra villa di Cordenons. Cos stato semplice per il vecchio traslocare da noi, e s' sistemato ufficialmente in un loft, ossia la bella soffitta, con tanto di ascensore, da cui si vede il mare. Ma Irod ama me, ovviamente. E mi cerca collo sguardo tutte le mattine,, mentre cul cucchiaio toglie la polpa dal melone, che deve essere poco dolce, se no guai col diabete. Io sono stanca, stanca degli amanti di mia madre, stanca di prolungare la loro sosta nella nostra villa, inseguendo il miraggio del mio corpo. Per fortuna, c' stata la storia delle torri, e poi questa guerra bizzarra. Almeno ci si distrae un po'. Adesso si dorme male, con tutti gli aerei che volano sfiorando quasi i nostri alberi. Ma per me, non cambia niente, tanto sono insonne. L'altra notte, mia madre, che s' accorta forse della predilezione di Irod per le mie vestagliette aperte (lui pretende io porti sempre queste vestagliette, appena arriva), s' messa a imprecare nel suo stentato inglese che stanca di lui, e che la guerra solo una questione di petrolio, "tutto per sto porco petrolio, this dirty oil". Questo era il suo pensiero, e poi ha dichiarato, in preda alla gelosia, che era sicura che i veleni, quelle cose l, come l'antrace, ma s insomma, erano loro, gli americani a spargerli nel mondo, per sostenere le case farmaceutiche in crisi. E Irod allora s' messo a ridere come un matto, e di gusto. Ma Erodiade era arrabbiata, non scherzava per niente. L'ho capito perch a un certo punto s' messa a piagnucolare col suo italiano intinto nel veneto acquoso di questa zona. Ma il regalo che m'ha fatto, il talebano prigioniero (qualcosa devono pure ottenere da questa guerra che combattono da mesi e mesi) ha scombussolato la mia vita. Prima c'erano le feste collo spinello, le corse colla mia ferrari di notte senza tenere il volante, a sentire i morsi dei rami sulla mia faccia, il buio della corsa, prima c'erano le angosce e i pensieri strani di farla finita. Anche la guerra mi fa comodo, per certi versi. Se questo Bin, il padrone del mio Amman, riesce davvero a trovare la bombetta, zac, tutto finito e non se ne parla pi. Basta, perch s' vissuto anche troppo. No? Per ora c' lui, come diversivo, il mio bel talibano. Pare che ormai molti americani se li portino a casa, prigionieri. Li danno per missing, e invece se li trascinano come trofei in famiglia. Cosa ne facciano, non chiaro. Ma questo qua, era uno dei capi, credo. Dunque, ha pi valore, costato di pi. Ho sfogliato foto di guerra. Quando loro sono a cavallo, su per le montagne, il fucile a tracolla, il mantello che vola in alto come una farfalla, il copricapo che li rende ancor pi nobili, ebbene s, cos diverso dai miei palestrati, dai miei aspiranti sposi, col loro cellulare e col p.c. portatile, la gazzetta sportiva o il sole ventiquattro ore, nel migliore dei casi, sotto il braccio. Ne ho ben tre di consulenti finanziari, che vestono allo stesso modo, e hanno la faccia vuota come un bidet ripulito, nutrita di vitamine e di integratori. La pelle rossa per lampade e carota, la cravatta quasi sul collo, tant' grande, e le mani che faticano a star ferme, non appena li saluto. No, l'immagine del mio talebano, del mio Amman (chiss perch mi vien l'uzzola di chiamarlo Johannes), tanto pi austera e misteriosa. Abitava terre lontane, quattro vecchie mura sospese su deserti e valli con poca acqua, nessuna piscina da loro, nessuna serra con pompe irriganti che mandano di continuo i loro miti zampilli. No, solo un'infinita, brutale, esaltante desolazione. Bambini luridi che piangono, e lui magari era cos, solo qualche anno fa, e vecchie e giovani donne annullate ed eguagliate dal burka, mentre sfiorano le porte cadenti delle case bombardate, a cercare qualcosa. Oh, essere anche se per poco, magari una settimana, una delle schiave di costoro, del mio talebano, del mio Johannes, una del suo clan! Esaltarmi ad essere trattata come una lurida serva, assieme alle altre, essere scelta magari il luned. Il luned sarebbe il mio giorno. Tocca a me, di luned. Ovviamente, si accorger, tolte bende e stracci, della differenza della mia pelle, del mio odore, del mio sguardo di fuoco. Oh, che sogno languido! Per una settimana abbruttirmi sotto di lui. Non averlo gi nella botola, tanto non so che farmene, tanto non sa che farsene della strana signorina che lo spia dall'alto. No, essere in groppa al suo cavallo, che pare Lawrence d'Arabia, e stargli dietro, stringerlo mentre mi porta tra le dune, come l'eroina del T nel deserto. "If you like, Salom, I'll kill him", m'ha spiegato Irod, ieri sera mentre l'ho scorto nel parco che faceva gli esercizi addominali, per restare in forma. Ma ha poco da smagrire quello, coi cabernet e i pinot ghiacciati che Erodiade gli fa trovare pronti al suo arrivo, ad ogni tramonto. Quando s'alza la luna, Irod gi bello ubriaco. Mi ha spiegato, in ogni caso, che questi doni si possono benissimo far fuori, come si divertono a fare ogni tanto negli States, durante i rallys, tanto nessuno sapr mai niente. Ma questo talibano non come l'operaio kosovaro che si buttato gi dal ponteggiouna settimana fa, di prima mattina, per amore dei miei occhi. Continuava a fissarmi con una voglia terribile, l'ho capito subito, e io allora ho risposto. Avevo bisogno di un diversivo. Lo guardavo, sorridevo, e ho visto quel ragazzo che se ne stava a torso nudo, impegnato a sostituire tegole del tetto senza cintura, perch Erodiade non vuole imprese edili "rompiballe. E l'operaietto che non aveva mai visto una donna nuda, s, ero nuda in terrazza a prendere il sole, lanciava sguardi supplichevoli, quasi un lamento dai suoi occhi, usciva. Era divertente, era eccitante. Iopensavo al mio talibano di sotto, che si girava nella botola e ogni volta lanciava maledizioni al nostro mondo, e intanto lasciavo che il kosovaro colle mani piene di tegole mi divorasse da lontano. Poi, alla fine, com'era naturale, ha dovuto precipitare in basso. E' morto all'istante. Peccato, perch aveva una bella faccia, col naso schiacciato da pugile. La religione di Amman e dell'operaio, paiono eguali. Solo questione di intensit d'odio. Stasera, per, qualcosa dovr pure organizzare. Perch cos non vado avanti. La noia ricomincia. E se mi annoio, io, sono capace di tutto. Altro che far cascare uno stupido muratore. Attento Johannes, che la mia pazienza non eterna. Se mi metto a danzare, se c' la luna piena poi, se comincio a danzare, non so come andr a finire per te.
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