Santa Giovanna

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(1924)

UNA CRONACA IN SEI SCENE E UN EPILOGO

di George Bernard Shaw

Unica traduzione autorizzata dall'inglese

di Paola Ojetti

Arnoldo Mondadori Editore - Milano - 1957

I PERSONAGGI

(nell'ordine della loro entrata in scena)

Roberto di Baudricourt

L'Intendente

Giovanna

Bertrando di Poulengey

La Tremouille

L'Arcivescovo

Un Paggio di Carlo

Barbablù

La Hire

Carlo

La Duchessa de la Tremouille

Dunois

Un Paggio di Dunois

Warwick

Il Cappellano

Un Paggio di Warwick

Cauchon

L'Inquisitore

Ladvenu

D'Estivet

Courcelles

Il Boia

Un Soldato

Un Signore


SCENA PRIMA

Una bella mattina di primavera, lungo il fiume Mosa, tra Lorena e Champagne, l'anno 1429 d.C, nel castello di Vaucouleurs.

Il capitano Roberto di Baudricourt, signorotto milita­re, d'aspetto energico e prestante, ma senza volontà pro­pria, maschera questo difetto con il vezzo abituale di tem­pestare violentemente contro al proprio intendente, un verme spiaccicato, scarno e spelacchiato, la cui età può variare dai diciotto ai cinquantacinque anni, essendo egli uomo che l'età non potrà mai avvizzire poiché non è mai fiorito.

I due sono in uno stanzone di pietra, pieno di sole, al primo piano del castello. Il capitano, che è seduto da­vanti a una robusta tavola di quercia, del tutto disador­na, su una sedia analoga, presenta il proprio profilo sini­stro. L'intendente è ritto, di fronte a lui, dall'altro lato della tavola, ammesso che una cosi deprecabile posizio­ne possa essere chiamata ritta. Dietro a lui è aperta una bifora duecentesca. Vicino ad essa, nell'angolo, è una tor­retta aperta da uno stretto arco che conduce a una scala a chiocciola dalla quale si scende nel cortile. Sotto la ta­vola c'è un pesante sgabello a quattro gambe e sotto la finestra c'è una cassapanca di legno.

Roberto. Niente uova! Niente uova! Per mille fulmi­ni, dimmi che cosa vuol dire niente uova!

Intendente. Signore, non è colpa mia. È un'azione di Dio.

Roberto. Bestemmi. Mi dici che non ci sono uova; e ne dài la colpa al tuo Creatore.

Intendente. Signore, la colpa non è mia. Io le uova non le so fare.

Roberto (sarcastico) Ah!  Ci scherzi.

Intendente. Nossignore, Diome ne guardi. Dobbiamo stare tutti senza uova, come voi, signore. Le galline non ne fanno.                                                                      

Roberto. Davvero? (alzandosi) Stammi bene a sentire, tu.

Intendente (umilmente) Sissignore.                                    

Roberto. Io, che cosa sono?

Intendente. Che cosa siete, signore?

Roberto (andandogli vicino) Si: che cosa sono? Sono Roberto, signore di Baudricourt e capitano di questo castello di Vaucouleurs, o sono un bovaro?

Intendente. Oh, signore, sapete bene che qua siete più importante voi del re in persona.

Roberto. Appunto. E, adesso, dimmi: lo sai, tu, chi sei?

Intendente. Ionon sono nessuno, signore, ma ho l'onore di essere il vostro intendente.

Roberto (spingendolo contro il muro, aggettivo per ag-gettivo) Tunon hai soltanto l'onore di essere il mio intendente, ma il privilegio di essere il peggiore, il più inetto, il più stupido, smoccicone, chiacchierone, sbro­dolone e cretino di tutti gli intendenti di Francia. (Tor­na, impettito, dietro al tavolone.)

Intendente (rannicchiandosi sulla cassapanca) Sissigno­re: a un grand'uomo come voi debbo proprio sembrare così.

Roberto (voltandosi) È colpa mia, vero? Eh?

Intendente (si avvicina a lui, supplichevole) Oh, signore, le mie parole più innocenti voi le stiracchiate sempre a modo vostro.

Roberto. E io ti stiracchio il collo se ti azzardi a dirmi, quando ti chiedo quante uova ci sono, che tu le uova non le sai fare.

Intendente (protestando) Oh signore, oh signore...

Roberto. No: macché oh signore, oh signore, devi dire nossignore, nossignore. Le mie tre galline berbere e la gallina nera fanno più uova di tutte le galline dello Champagne. E tu mi vieni a dire che non ci sono uova! Chi le ha rubate? Questo mi devi dire, se non vuoi che ti butti fuori a pedate, oltre le mura del mio castello, come bugiardo e spacciatore dei miei beni ai ladri. Anche il latte ieri era scarso: non dimenticarlo.

Intendente (disperato) Lo so, signore. Lo so anche trop­po bene. Non c'è latte: non ci sono uova; domani non ci sarà niente.

Roberto. Niente! Rubi tutto tu, vero?

Intendente. Nossignore: nessuno ruba nulla. Ma abbia­mo addosso il malocchio: siamo stregati.

Roberto. Ionon bevo queste frottole, Roberto di Bau­dricourt brucia le streghe e impicca i ladri. Va'. Por­tami qui, in questa stanza, prima di mezzogiorno, quat­tro dozzine di uova e dieci litri di latte, se no prega il Cielo che abbia pietà delle tue ossa! Ti insegnerò io a prendermi in giro. (Si rimette a sedere, come per con­cludere il discorso.)

Intendente. Signore, vi dico che non ci sono uova. Non ce ne saranno, neanche se mi ammazzate, fino a che la Pulzella è alla porta.

Roberto. La Pulzella? che pulzella? di che cosa stai parlando?

Intendente. Di quella ragazza che viene dalla Lorena, signore. Da Domrémy.

Roberto (alzandosi con ira tremenda) Per trentamila ful­mini! Per cinquantamila diavoli! Vuoi dire che quella ragazza, che due giorni fa ha avuto la sfacciataggine di voler essere ricevuta da me, e alla quale t'ho fatto dire che torni da suo padre ordinandogli da parte mia di darle una buona dose di legnate, è ancora qui?

Intendente. Le ho detto di andar via, signore. Non si muove.

Roberto. Non t'ho detto di dirle che se ne andasse: ti ho detto di buttarla fuori. Per eseguire i miei ordini hai a disposizione cinquanta uomini armati e una doz­zina di servi robusti e ben piantati. Hanno paura di lei?

Intendente. È così risoluta, signore.

Roberto (afferrandolo per la collottola) Risoluta! Ades­so basta, ti caccio giù dalle scale.

Intendente. Nossignore. Per carità.

Roberto. Brava. Fa la risoluta con me. È facilissimo: anche la più pezzente delle ragazze può essere risoluta.

Intendente (sempre in balia del furore di Roberto che lo tiene stretto) Oh signore, non potete liberarvi di lei buttando fuori me. (Roberto lo lascia cadere. Egli si acquatta in terra, carponi, e contempla il padrone con rassegnazione) Vedete, signore, voi siete molto più ri­soluto di me. Ma lo è anche lei.

Roberto. Sono più forte di te, imbecille.

Intendente. Nossignore; non è questo; è il vostro carat­tere che è forte, signore. Lei è più debole di noi: è una ragazzetta da nulla; ma non riusciamo a farla andar via.

Roberto. Siete un branco di sorci: avete paura di lei.

Intendente (alzandosi con cautela) Nossignore: noi ab­biamo paura di voi; ma lei ci fa coraggio. Pare pro­prio che non abbia paura di niente. Forse voi sapreste spaventarla, signore.

Roberto (torvo) Può darsi. Adesso dov'è?

Intendente. È giù nel cortile, signore; come al solito, parla coi soldati. Parla sempre coi soldati, salvo quando prega.

Roberto. Quando prega! Oh! E tu credi che preghi, cretino? Le conosco, io, le ragazze che stanno sempre a parlare coi soldati. Parlerà un pochino anche con me. (Va alla finestra e grida verso il basso, furibondo) Ehi, te, laggiù!

Voce di Giovanna (squillante, forte e brusca) Dite a me, signore?

Roberto. Sì, a te.

Voce di Giovanna. Siete voi il capitano?

Roberto. Sì, spudorata maledetta, il capitano sono io. Vieni su. (Ai soldati che sono nel cortile) Mostratele la strada, voi. E datele due sberle, se non si sbriga. (Si stacca dalla finestra e torna al suo posto dietro tavola, per sedersi in atteggiamento di giudice.)        

Intendente (bisbigliando) Vuole andar a fare il soldato anche lei. Vuole che le diate degli abiti da soldato! Vuole una corazza, signore! E la spada! Davvero!? (Sgattaiola dietro a Roberto.)                                     

                                                                           

Giovanna appare sotto l'arco della torretta. È una robusta ragazza di campagna, di diciassette o di­ciotto anni, vestita dignitosamente di rosso, con un viso fuori del comune: ha gli occhi distanti fra loro e sporgenti come spesso hanno le persone molto fan­tasiose; ha un naso lungo e di bella forma con le narici dilatate, ha il labbro superiore corto, una boc­ca carnosa e decisa, un bel mento battagliero. Viene avanti, ansiosa, fino alla tavola, felice di essere fi­nalmente arrivata alla presenza di Baudricourt, e piena di speranza sul risultato del colloquio che sta per avere. Il suo sguardo torvo non la frena né in­timorisce minimamente. La voce di lei è normal­mente cordiale e persuasiva, molto fiduciosa, molto supplichevole, molto difficile da resistere.

Giovanna (accennando un inchino) Buongiorno, signor ca­pitano. Capitano, mi dovete dare un cavallo, un'arma­tura e dei soldati, e dovete mandarmi dal Delfino. Sono ordini del mio Signore.

Roberto (indignato) Ordini del tuo signore! E chi dia­volo potrà mai essere il tuo signore? Torna da lui e digli che io non sono né un duca né un pari ai suoi ordini. Io sono il signore di Baudricourt, e gli ordini li prendo soltanto dal re.

Giovanna (rassicurandolo) Sì, signore: va bene. Il mio Signore è il Re del Cielo.

Roberto. Oh, questa ragazza è matta. (All'intendente) Perché non me lo avevi detto, stupido che sei?

Intendente. Signore, non fatela inquietare: datele quello che chiede.

Giovanna (impaziente, ma cordiale) Lo dicono tutti che sono matta, signore, prima di avermi sentito, parlare. Ma, credete, la volontà di Dio è che facciate quello che Egli mi ha ficcato in testa.

Roberto. La volontà di Dio è che ti rimandi a casa da tuo padre con l'ordine di metterti sotto chiave e di farti passare la mattana a forza di frustate. Che cosa hai da rispondere a questo?

Giovanna. Locredete voi, signore; ma v'accorgerete che sarà tutto diverso. Avevate detto che non mi volevate vedere;  invece,  eccomi qua.

Intendente (supplichevole) Sissignore. Vedete, signore.

Roberto. Stai zitto, tu.

Intendente (desolato) Sissignore.

Roberto (a Giovanna, con amaro senso di minore fidu­cia in se stesso) E tu, dunque, ti fai delle illusioni perché ti vedo?

Giovanna (con dolcezza) Sissignore.

Roberto (sente che ha perso terreno, e per cancellare l'imbarazzante e fin troppo nota sensazione batte i due pugni sulla tavola e si gonfia il petto con aria di im­portanza) Ascolta bene. Ora ti insegno io con chi hai a che fare.

Giovanna (indaffarata) Vi prego, signore. Il cavallo costa sedici franchi. È un bel mucchio di danaro; ma si può risparmiarlo sulla corazza. Posso trovare la corazza di un soldato che mi stia abbastanza bene: io sono mol­to robusta e  non ho bisogno di una bella armatura fatta su misura, come quella che portate voi. A me non servono tanti soldati: il Delfino mi darà tutto il necessario  per liberare Orléans dall'assedio.

Roberto (esterrefatto) Per liberare Orléans dall'assedio!

Giovanna (semplicemente) Sissignore: è questo che Dio mi ha ordinato di fare. Tre uomini bastano per ac­compagnarmi,  purché siano buoni e gentili con me. M'hanno  già  promesso  di venire. Polly, Jack  e... 

Roberto. Polly! Sfacciata bagascia, osi chiamare in mia presenza Polly il signor Bertrando di Poulengey?   

Giovanna.   I suoi amici lo chiamano così, signore: io

non sapevo che avesse un altro nome.  Jack...

Roberto. Suppongo tu parli del signor Giovanni di Metz.

Giovanna. Sissignore. Jack viene volentieri: è un genti­luomo tanto dabbene, e mi dà del danaro da dare ai poveri.  Io credo che vengano anche Giovanni Dioti-salvi e Dick l'Arciere e i loro servi Giovanni di Honecourt e Giuliano. Voi non avrete seccature,  signore; ho sistemato tutto io, voi non avete che da dare l'ordine.

Roberto (fissandola con intensa meraviglia) Oh, io sono maledetto!

Giovanna (imperterrita e dolcissima) Nossignore: Dio è molto misericordioso e le benedette sante Caterina e Margherita, che mi parlano tutti i giorni (Roberto sus­sulta), intercederanno per voi. Andrete in paradiso, e il vostro nome sarà ricordato per sempre perché sa­rete stato il primo ad aiutarmi.

Roberto (all'intendente, sempre molto seccato ma cam­biando tono perché crede di aver trovato una via d'usci­ta) È vero del signore di Poulengey?

Intendente (pronto) Sissignore, e anche del signore di Metz. Tutti e due vogliono andare con lei.

Roberto (pensieroso) Uff! (Va alla finestra, e strilla nel cortile) Ehi voi, mandatemi su il signore di Poulen­gey! '(Si rivolge a Giovanna) Voi fuori: e aspetta nel cortile.

Giovanna  (sorridendogli felice)  Certo,  signore.  (Esce.)

Roberto (all'intendente) Valle dietro, tu, allocco credu­lone. Stai in ascolto e tienla d'occhio. Poi la farò tornare quassù.

Intendente. Fatelo, signore, in nome di Dio. Pensate a quelle galline, le più brave di tutto lo Champagne. E...

Roberto. Pensa al mio stivale; e tieni il deretano fuori dalla sua portata.

L'intendente si ritira frettoloso e si trova, sotto l'ar-co, faccia a faccia con Bertrando di Poulengey, un linfatico cavaliere francese di circa trentasei anni, incaricato ài far rispettare la legge nel dipartimento, distratto e sognante, uso a parlare quasi soltanto se interrogato, ma lento e caparbio nella risposta: egli è, insomma, in netto contrasto con il perentorio, vo-ciante, superficialmente energico, fondamentalmente smidollato Roberto. L'intendente si scansa per la­sciarlo passare, indi scompare. Poulengey saluta, e si ferma in piedi, in attesa di ordini.           

 (giovialmente) Non è per servizio, Polly. Due parole tra amici. Siediti. (Aggancia con un piede lo sgabello che è sotto la tavola e lo tira fuori.)

Poulengey, sollevato, viene lavanti; mette lo sgabel­lo tra la tavola e la finestra e si siede, ruminando. Roberto,  seduto  di  sbieco  sul   bordo  della  tavola, comincia  a  discorrere   amichevolmente.

Stammi a sentire, Polly. Ti devo parlare come un padre.

Poulengey lo guarda per un attimo gravemente, ma non  dice niente.

Si tratta di quella ragazza che t'interessa. Sì, l'ho vista adesso. Le ho parlato. Prima di tutto, è pazza. Ma non ha importanza. In secondo luogo, non è una ra­gazza di campagna. È una borghese. Questo ha molta importanza. Conosco bene la sua classe. Suo padre è venuto qua l'anno scorso a rappresentare il suo paese in una faccenda legale: è uno dei loro notabili. Un contadino. Non è un gentiluomo di campagna: la ter­ra gli rende e gli dà da vivere. Eppure, non è un la­vorante. Né un meccanico. Può darsi abbia un cugino avvocato, o nella Chiesa. È gente che di solito conta poco socialmente, ma che è capace di dare un sacco di fastidi alle autorità. Val a dire, a me. Non dubito che a te sembri molto semplice portar via questa ra­gazza, dandole da intendere che la conduci dal Del­fino. Ma se la metti nei pasticci, rischi di cacciare me in un guaio che non finisce più, siccome sono il signore di suo padre e ho la responsabilità della sua protezione. E così, caro Polly, amici o non amici, le­vale le mani di dosso.

Poulengey (con decisione e sincerità) Potrei pensare alla Vergine Santissima nello stesso modo in cui penso a quella ragazza.

Roberto (staccandosi dalla tavola) Ma dice che te e Jack e Dick vi siete offerti di accompagnarla. Perché? Non vorrai darmi da intendere che prendi sul serio la sua pazza mania di andare dal Delfino, no?

Poulengey (lentamente) C'è qualcosa in lei. Laggiù, nel­la stanza delle guardie, sono piuttosto sboccati e senza riguardi. Ma non hanno detto una parola che le ri­cordasse di essere una donna. Davanti a lei, hanno smesso di bestemmiare. C'è qualcosa. Non so cosa. For­se vale la pena di provare.

Roberto. Oh, via,  Polly!  Cerca di ragionare.  Il buon senso non è mai stato il tuo forte, ma adesso esageri.

(Si ritira disgustato.)

Poulengey (imperterrito) A che serve il buon senso? Se avessimo un po' di buon senso ci uniremmo al Duca di Borgogna e al re inglese. Hanno la metà del terri­torio, giù giù fino alla Loira. Hanno Parigi. Hanno questo castello: sai benissimo che ci siamo dovuti ar­rendere al Duca di Bedford e che tu lo tieni soltanto sulla parola. Il Delfino è a Chinon, come un sorcio in un cantone, ma non vuol combattere. Noi non sap­piamo neanche se è il Delfino; sua madre dice che non lo è, e lei lo dovrebbe sapere. Pensa un po'! La regina nega che il proprio figlio sia legittimo!-

Roberto. Be', ha sposato la figliola al re inglese. Come puoi biasimarla?

Poulengey. Ionon biasimo nessuno. Ma grazie a lei, il Delfino è stato soppiantato e messo da parte; e noi dovremmo ricordarcene. Gli Inglesi prenderanno Orléans: il Bastardo non riuscirà a fermarli.

Roberto. Due anni fa ha battuto gl'Inglesi a Montargis.  Ero con lui.

Poulengey. Non vuol dire: oggi i suoi uomini sono ri­dotti come pecore; e lui non può far miracoli. Ti as­sicuro che oramai soltanto un miracolo può salvare il nostro fronte.

Roberto. I miracoli sono comodi, Polly. Ma presentano una sola difficoltà: e cioè che al giorno d'oggi non accadono mai.

Poulengey. Locredevo anch'io. Ma adesso non ne sono tanto sicuro. (Si alza e va, pensieroso, verso la finestra.) Comunque, questo è il momento di rivoltare tutti i sassi, dal primo all'ultimo. C'è qualcosa in quella ragazza.

Roberto. Ah, tu credi che la ragazza possa far miracoli, vero?

Poulengey.  Io credo che la ragazza sia, per se stessa, una specie di miracolo. Ad ogni modo, è l'ultima car­ta che ci rimane in mano. È meglio giocarla che but­tar per aria il gioco. (Va, senza mèta, verso la torretta.)

Roberto (vacillando) Lo credi davvero?

Poulengey (voltandosi) Che altro ci rimane da credere?

Roberto (avvicinandogli) Senti, Polly. Se fossi al mio posto, lasceresti che una ragazza come quella ti por­tasse via sedici franchi per un cavallo?

Poulengey. Il cavallo lo pago io.

Roberto. Tu!

Poulengey. Sì: voglio difendere la mia opinione.

Roberto. E vuoi giocare su una speranza fallita al suono di sedici franchi?

Poulengey. Non è un gioco.

Roberto. E che altro sarebbe?

Poulengey. È una certezza. Le sue parole e la sua ar­dente fede in Dio mi hanno messo il fuoco addosso.

Roberto (rinunciandoci) Uffa!  Sei matto quanto lei.

Poulengey (testardo) È  di qualche matto che abbiamo bisogno. Vedi come ci hanno ridotto i savi!

Roberto (la sua perplessità cancella apertamente la sua finta intransigenza) Mi pare d'esser diventato un cre­tino.  Eppure, se ti  senti così sicuro...

Poulengey.  Mi sento sicuro quel  tanto che basta per condurla a Chinon... a meno che tu me lo impedisca.

Roberto.  Non è leale.  Mi addossi ogni responsabilità.

Poulengey. La responsabilità è tua, comunque tu decida.

Roberto. Sì, è vero. Ma come devo decidere? Non sai quanto questo mi sia difficile.  (Si aggrappa a un ar­gomento dilazionante, nella inconsapevole speranza che Giovanna lo  aiuti a decidere) Credi che dovrei parlarle di nuovo?

Poulengey  (alzandosi)  Sì.   (Va alla finestra e chiama) Giovanna!

Voce di Giovanna.  Ci lascia andare, Polly?

Poulengey. Vieni su. Vieni qua. (Rivolgendosi a Roberto) Vuoi che ti lasci solo con lei?

Roberto.  No.  Rimani qui.   E  dammi  una  mano.

Poulengey si siede sulla cassapanca. Roberto torna alla sua sedia di giudice,  ma rimane in piedi per gonfiarsi con maggiore imponenza. Giovanna entra, carica di buone notizie.

Giovanna. Jack fa a metà pel cavallo.

Roberto. Bravo! (Si siede, smontato.)

Poulengey  (grave) Siediti, Giovanna.

Giovanna (ha un attimo di esitazione, guarda Roberto) Posso?

Roberto.  Obbedisci.

Giovanna fa un inchino e si siede sullo sgabello fra loro.  Roberto  nasconde  la propria perplessità  con atteggiamenti perentori.

Come  ti chiami?

Giovanna (chiacchierina) In Lorena mi chiamano sem­pre Jenny. Qui in Francia sono Giovanna. I soldati mi chiamano La Pulzella.

Roberto. E di cognome?

Giovanna. Di cognome? Che vuol dire? Mio padre, qual­che volta, si fa chiamare D'Arco; ma io non ne so nulla. Lo conoscete mio padre. È...

Roberto. Sì, sì, ricordo. Sei di Domrémy in Lorena, vero?

Giovanna. Sì, ma che importa? Parliamo tutti francese.

Roberto. Non voglio domande; voglio risposte. Quanti anni hai?

Giovanna. Diciassette: così mi dicono. Forse sono diciannove. Non ricordo.

Roberto. Che cosa intendevi quando hai detto che San­ta Caterina e Santa Margherita ti parlano tutti i giorni?

Giovanna. La verità.

Roberto. Come sono fatte?

Giovanna (improvvisamente caparbia) Su questo non vi dico niente: non me ne hanno dato il permesso.

Roberto. Ma tu le vedi per davvero? e ti parlano come ti sto parlando io?

Giovanna. No, è tutt'un'altra cosa. Non posso dirvelo: non dovete parlarmi delle voci.

Roberto. Che dici? le voci?

Giovanna.   Sento  delle  voci  che  mi  dicono  cosa  fare. Vengono da Dio.

Roberto. Vengono dalla tua fantasia.

Giovanna.  Certo. È così che ci arrivano ì messaggi di Dio.                                                            

Poulengey. Scacco matto.                                             

Roberto. Niente paura! (A Giovanna) Così Dio ti dice che devi liberare Orléans dall'assedio?

Giovanna.  E incoronare  il Delfino nella Cattedrale di Reims.

Roberto  (col fiato  mozzo)  Incoronare il Del...! Accidenti!

Giovanna. E costringere gli Inglesi a lasciare la Francia.

Roberto (sarcastico) E niente altro?

Giovanna (carina) Per adesso niente altro, grazie, signore.

Roberto. Forse credi che liberare una città dall'assedio sia facile come scacciare una mucca da un campo. Credi che a fare il soldato siano capaci tutti?

Giovanna. Non credo che possa essere molto difficile quando si ha Dio dalla nostra parte e si è pronti a mettere la propria vita nelle Sue mani. Ma tanti sol­dati sono molto semplici.

Roberto (torvo) Semplici! Hai mai visto combattere i soldati inglesi?

Giovanna. Sono uomini anche loro. Dio li ha fatti ugua­li a noi; ma ha dato loro una terra e una lingua; e non è Sua volontà che vengano sulla nostra terra e che provino a parlare la nostra lingua.

Roberto. Chi ti ha messo in testa queste sciocchezze? Non lo sai che i soldati sono sudditi del loro signore feudale e che né a loro né a te riguarda che egli sia il Duca di Borgogna o il re d'Inghilterra o il re di Francia? Che cosa c'entra la loro lingua?

Giovanna. Questa è una cosa che non capisco affatto. Siamo tutti sudditi del Re del Cielo; ed Egli ci ha dato la nostra terra e la nostra lingua e vuole che le conserviamo. Se così non fosse, sarebbe un assassinio uccidere un Inglese in battaglia; e voi, signore, cor­rereste il grave rischio del fuoco infernale. Non dovete pensare al vostro dovere verso il signore feudale, ma al vostro dovere verso Dio.                             

Poulengey. È inutile, Roberto; ti rintuzza sempre la parola in gola.

Roberto. Lodici tu, per San Dionigi! Ora vedremo. (A Giovanna) Non stiamo parlando di Dio: stiamo par­lando di cose pratiche. Ti torno a chiedere, ragazza, hai mai visto i soldati inglesi quando combattono? Li hai mai visti saccheggiare, incendiare, ridurre la cam­pagna un deserto? Hai mai sentito parlare del loro Principe Nero che era più nero del demonio in per­sona, o del padre del re inglese?

Giovanna. Non dovete aver paura, Roberto...

Roberto. Maledetta, io non ho paura. E chi ti ha per­messo di chiamarmi Roberto?

Giovanna. Siete stato chiamato così in chiesa, nel nome di nostro Signore. Tutti gli altri nomi sono di vostro padre o di vostro fratello o di chiunque altro.

Roberto. Basta!

Giovanna. Ascoltatemi, signore. A Domrémy siamo do­vuti scappare nel paese vicino per sfuggire i soldati inglesi. Tre di essi sono rimasti indietro, feriti. Li ho conosciuti molto bene, quei tre poveri goddam. Non avevano neanche la metà della forza che ho io.

Roberto. Losai perché li chiamano goddam?

Giovanna. No. Tutti li chiamano così.

Roberto. Perché chiedono sempre al loro Dio di condannare le loro anime alla perdizione. È questo che goddam vuol dire nella lingua loro. Che te ne pare?

Giovanna. Dio avrà misericordia di loro; ed essi si con­durranno come Suoi buoni figlioli quando torneranno alla terra che Egli ha creato per loro e per la quale essi sono stati creati. Ho sentito quel che raccontano sul Principe Nero. Appena ha posato il piede sulla nostra terra, il demonio gli è entrato in corpo e ne ha fatto un diavolo nero. Ma a casa sua, nei luoghi che Dio ha creato per lui, era buono. È sempre così. Se andassi in Inghilterra, contro il volere di Dio, a conquistare l'Inghilterra, e cercassi di viverci e di par­lare quella lingua, il demonio mi entrerebbe in corpo; e da vecchia rabbrividirei al ricordo delle malvagità che avrei commesso.

Roberto. Puòdarsi. Ma più demonio saresti e meglio combatteresti. È per questo che i goddam prenderan­no Orléans. E tu non li puoi fermare, né te né diecimila come te.

Giovanna. Mille come me li possono fermare. Dieci co­me me li possono fermare se Dio è dalla nostra parte. (Si alza con impeto, gli va vicino, incapace di rimanere ulteriormente calma e seduta) Voi non capite, signore. I nostri soldati sono sempre sconfitti perché combat­tono unicamente per salvarsi la pelle; e il modo più sbrigativo di salvarsi la pelle è scappare. I nostri ca­valieri pensano soltanto al danaro che guadagneranno coi riscatti: per loro non si tratta di uccidere o essere uccisi ma di pagare o essere pagati. Eppure io inse­gnerò loro a combattere perché in Francia sia fatta la volontà di Dio; e allora i poveri goddam gli si pa­reranno davanti come pecore. Voi e Polly vivrete tan­to da vedere il giorno in cui non ci sarà più un solo soldato inglese sulla terra di Francia; e allora ci sarà un solo re: non il feudale re inglese, ma il re francese voluto da Dio.

Roberto (a Poulengey) Può darsi che siano tutte fandonie, Polly; ma le truppe potrebbero berle, per quanto niente di ciò che possiamo dire sia capace di far venir loro la voglia di combattere. Anche il Delfino potrebbe berle. E se le riesce di fargli venire la voglia di combattere, le riesce di farla venire a chiunque.

Poulengey. Non vedo che male ci sia a provare. E tu? E, poi, in quella ragazza c'è qualcosa che...

Roberto (rivolgendosi a Giovanna) Adesso stammi a sen­tire; (disperato) e non interrompermi prima che abbia avuto il tempo di riflettere.

Giovanna (si butta nuovamente a sedere sullo sgabello, come una scolaretta obbediente)  Sì, signore.

Roberto. Ti ordino di andare a Chinon, scortata da questo gentiluomo e da tre suoi amici.

Giovanna (raggiante, stringendo una mano nell'altra) Oh, signore! La vostra testa è circondata di luce, co­me quella dei santi.

Poulengey. Come farà ad essere ammessa alla regale presenza?

Roberto (che si è guardato attorno, alla ricerca dell'au­reola, con una certa apprensione) Non lo so: come ha fatto ad essere ammessa alla presenza mia? Se al Del­fino riesce di non riceverla, vuol dire che è meglio di quanto creda io. (Alzandosi) Io la mando a Chinon; e può dire che ce l'ho mandata io. Poi, sia quello che sia. Io non posso fare di più.

Giovanna. E la veste? Posso avere una veste da soldato, vero, signore?

Roberto. Prendi quello che vuoi. Io me ne lavo le mani.

Giovanna (fuori di sé per il suo trionfo) Vieni, Polly. (Esce con un balzo.)

Roberto (stringendo la mano di Poulengey) Addio, ami­co mio, corro un grosso rischio. Pochi altri uomini avrebbero fatto altrettanto. Ma, come dici tu, c'è qualcosa in lei.

Poulengey. Sì, c'è qualcosa in lei. Addio. (Esce.)

Roberto, che ancora dubita molto di essere stato preso in giro da una femmina pazza e, per di più, socialmente inferiore a lui, si gratta la testa e torna indietro lentamente dalla porta.

L'intendente corre dentro con un paniere.

Intendente.  Signore, signore...

Roberto. Che c'è di nuovo?

Intendente. Le galline fanno un uovo dopo l'altro, si­gnore. Cinque dozzine di uova!

Roberto (si irrigidisce, convulso; si fa il segno della cro­ce; e formula, con labbra pallide, le parole) Dio del Cielo! (Forte, ma col fiato mozzo) L'ha mandata proprio Iddio!


SCENA SECONDA

Chinon, in Turenna. Un angolo della sala del trono, chiuso da tende per formare l'anticamera. L'Arcivescovo di Reims, cinquantenne, prelato saturo di politica, che ha dell'ecclesiasta soltanto il portamento imponente, e il Gran Ciambellano, Monsignor de la Trémouille, disgustoso otre arrogante, stanno aspettando il Delfino. A destra dei due, una porticina a muro. È il tardo po­meriggio dell'8 marzo 1429. L'Arcivescovo è in piedi, di­gnitoso, mentre il Ciambellano, che è alla sua sinistra, smania, camminando su e giù, di pessimo umore.

La Trémouille. Ma che diavolo crede di fare il Delfi­no tenendoci qua ad aspettarlo per tanto tempo? Io non so dove trovate la pazienza di star lì, ritto e im­mobile come un idolo di pietra.

Arcivescovo. Vedete, io sono arcivescovo. E un arcive­scovo è una specie di idolo. Comunque, ha da impa­rare a star calmo e a sopportare con pazienza gli scemi. Inoltre, mio caro Ciambellano, quello di farvi aspettare è uno dei regali privilegi del Delfino, non è vero?

La Trémouille. Accidenti al Delfino! con rispetto per l'Eccellenza Vostra.  Sapete quanto denaro mi deve?

Arcivescovo. Molto più di quanto ne debba a me, è certo, perché voi siete molto più ricco di me. Ma ca­pisco che egli vi deve tutto quanto vi siete potuto permettere di prestargli. Cioè quanto deve a me.

La Trémouille. Ventisette mila: è stato il suo ultimo bottino.  Ventisettemila  tondi tondi!

Arcivescovo. Dove vanno a finire? Gli abiti che porta addosso io non li darei neanche a un curato.

La Trémouille. Cena con un pollastrino o un tocco di agnello. S'è fatto prestare l'ultimo centesimo che avevo; e non si vede che cosa ne ha fatto. (Un paggio appare sulla soglia della porta) Finalmente!

Paggio. No, monsignore: non è Sua Maestà. Sta venendo il signor de Rais.

La Trémouille. Il giovane Barbablù! Perché lo annunci?

Paggio. C'è con lui il capitano La Hire. Credo sia accaduto qualcosa.

Entra Gilles de Rais, giovanotto di venticinque an­ni, molto elegante e sicuro di sé, che si diverte ad esibire, nel mezzo di una corte di uomini rasati, una barbetta riccia tinta di turchino. È deciso a rendersi simpatico, ma essendo privo di naturale allegria non è precisamente gradevole. Infatti, circa undici anni dopo, sfiderà la Chiesa e sarà accusato di trarre piacere da orrende crudeltà, e quindi impiccato. Fi­nora, però, non v'è su lui l'ombra del patibolo. Vie­ne allegramente verso l'Arcivescovo. Il paggio si ritira.

Barbablù. Eccoil vostro fedele agnellino, Arcivescovo. Bongiorno, monsignore. Sapete che cos'è accaduto a La Hire?

La Trémouille. A forza di bestemmiare si sarà fatto venire le convulsioni.

Barbablù. No: tutt'altro. Franco lo Sboccato, il solo uo­mo in tutta la Turenna che fosse capace di batterlo in bestemmie, si è sentito dire da un soldato che non do­veva adoperare quel linguaggio quando era in punto di morte.

Arcivescovo. Né in qualsiasi altro punto. Ma Franco lo Sboccato era in punto di morte?

Barbablù. Sì: è appena caduto in un pozzo e s'è annegato. La Hire è fuori di sé per la paura.                        

Entra il capitano La Hire: è un bestione da guerra,    senza modi di corte e con decisi modi da campo.

Ho raccontato tutto al Ciambellano e all'Arcivescovo. L'Arcivescovo dice che sei un uomo perso.

La Hire    (supera a gran passi Barbablù e viene a piantarsi tra l'Arcivescovo e La Trémouille) Non c'è da scher­zare. È peggio di quanto pensavamo. Non era un sol­dato, ma un angelo vestito da soldato.

Arcivescovo       

La Trémouille      (esclamano tutti e tre insieme) Un angelo!

Barbablù           

La Hire.   Sì, un angelo. È venuto fin dallo Champagne, con una mezza dozzina di uomini, attraverso un gran folto di Borgognoni, goddam, disertori, ladri e Dio sa chi; non hanno mai incontrato un'anima, salvo i con­tadini. Conosco uno dei suoi compagni: Poulengey. Di­ce che è un angelo. Se pronuncio ancora una bestem­mia, l'anima mia si danni per tutta l'eternità!

Arcivescovo. È un inizio molto pio, capitano.

Barbablù e La Trémouille ridono di lui. Il paggio torna.

Paggio. Sua Maestà.

I presenti si mettono sugli attenti, alla buona. Il Del­fino, di ventisei anni, che, da quando è morto suo pa­dre, è in effetti Re Carlo Settimo ma non è ancora stato incoronato, arriva, attraverso le tende, con un foglio in mano. È, fisicamente, un povero essere; e la moda corrente di radersi interamente e di nascondere il più piccolo ciuffo di capelli sotto il berretto o l'ac­conciatura, sia per gli uomini che per le donne, lo fa sembrare peggio di quello che è. Ha gli occhi piccoli e stretti, vicinissimi, un lungo naso all'ingiù che pen­de sullo spesso e corto labbro superiore, e l'espressione di un cucciolo avvezzo a prender calci ma incorreggi­bile e irreprimibile. Non è, tuttavia, né volgare né stupido e ha un modo di fare piuttosto ardito che gli consente di farsi valere nella conversazione. In questo momento è agitatissimo, come un bambino che abbia un giocattolo nuovo. Viene alla sinistra dell'Ar­civescovo. Barbablù e La Hire si ritirano verso le tende.

                                 

Carlo.      Ohé, Arcivescovo, lo sapete che cosa m'ha man­dato Roberto di Baudricourt da Vaucouleurs?

Arcivescovo (sprezzante) I nuovi giocattoli non m'interessano.

Carlo (indignato) Non è un giocattolo. (Imbronciato) Co­munque, posso far benissimo a meno del vostro interesse.

Arcivescovo. Vostra Altezza si offende senza alcuna ragione.

Carlo.      Grazie. Avete sempre la predica pronta, vero?

La Trémouille (brusco) Basta brontolare. Che cos'avete in mano?

Carlo.      Che ve ne importa?

La Trémouille. È affar mio sapere ciò che accade tra voi e la guarnigione di Vaucouleurs. (Strappa il foglio dalle mani del Delfino, e comincia a leggerlo con una certa difficoltà, seguendo le parole col dito e sillaban­dole ad una ad una.)

Carlo       (mortificato) Credete tutti di potermi trattare a vostro piacimento perché vi devo del danaro, e perché non sono bravo a combattere. Ma io ho sangue reale nelle vene.

Arcivescovo. Anche di questo si dubita, Altezza. Si sten­ta a riconoscere in voi il nipote di Carlo il Savio.

Carlo.      Non voglio più sentir parlare di mio nonno. Era tanto savio che ha consumato tutta la provvista di sag­gezza della nostra famiglia per cinque generazioni, e m'ha lasciato il povero scemo che sono, bistrattato e insultato da tutti voi.

Arcivescovo. Moderatevi, sire. Non sta bene dar sfogo a tanta impertinenza.

Carlo.      Un'altra predica! Grazie. È peccato che, per quan­to siate arcivescovo, i santi e gli angeli non vi vengano a trovare.

Arcivescovo. Che cosa volete dire?

Carlo.      Aha! Chiedetelo a quel prepotente lì! (Indica La Trémouille.)

La Trémouille (furibondo) State zitto. Capito?

Carlo.      Sì, ho capito. Non occorre strillare. Vi sentono in tutto il castello. Perché non andate a far due urlacci agl'Inglesi e a cacciarli via per conto mio?

La Trémouille (col pugno alzato) Piccolo...

Carlo (correndo a mettersi dietro l'Arcivescovo) Non al­zate la mano su me. È alto tradimento.

La Hire.   Fermo, Duca! Fermo!

Arcivescovo (risoluto) Via, via! così non va. Caro Ciam­bellano, vi prego! Vi prego! bisogna rispettare un cer­to ordine. (Al Delfino) E voi, sire: se non potete go­vernare il vostro regno, cercate per lo meno di governare voi stesso.

Carlo.      Un'altra predica! Grazie.

La Trémouille (porgendo il foglio all'Arcivescovo) Ecco: leggetemi questo maledetto foglio. Mi fa bollire il san­gue fino in testa: non distinguo i caratteri.

Carlo       (torna indietro e sbircia'accostandosi alla spalla sinistra di La Trémouille) Posso leggervelo io, se vole­te. So leggere, sapete?

La Trémouille (con intenso disprezzo, per niente punto dall'allusione) Sì; leggere è suppergiù la sola cosa che sappiate fare. Ce la fate, Arcivescovo?

Arcivescovo. Credevo che Baudricourt avesse più buon senso di così. Ci manda qua una contadinella mezza matta...

Carlo       (interrompendolo) No: ci manda una santa, un angelo. Che viene da me: da me, dal re, e non da voi, Arcivescovo, sacro come siete. Conosce il sangue reale meglio di voi. (Indietreggia verso le tende, tra Barbablù e La Hire.)

Arcivescovo. Non potete avere il permesso di vedere questa pazzerella.

Carlo       (voltandosi) Ma io sono il re: e la vedrò.

La Trémouille (brutalmente) Allora non le sarà con­cesso di vedere voi. Ecco!

Carlo.      Vi ripeto che la vedrò. Questa volta punto i piedi...

Barbablù (ridendo di lui) Cattivone! Che cosa direbbe il vostro saggio nonnino?

Carlo.      Questo dimostra la tua ignoranza, Barbablù. Mio nonno aveva una santa che pregava volteggiando per aria e gli diceva tutto quanto gli serviva di sapere. Il mio povero genitore aveva due santi, Marie de Maillé e il Gasco di Avignone. È di famiglia, e a me non importa niente quello che dite voi: avrò anch'io la mia santa.

Arcivescovo. Questa creatura non è una santa. Non è neanche una donna rispettabile. Non si veste da don­na. È vestita da soldato, e va in giro a cavallo per la campagna insieme ai soldati. Pensate che una perso­na siffatta possa essere ammessa alla corte di Vostra Altezza?

La Hire.   Basta. (Va verso l'Arcivescovo) Avete parlato di una ragazza con l'armatura,  come un soldato?

Arcivescovo. Così la descrive Baudricourt.

La Hire.   Ma per tutti i diavoli dell'inferno... Oh Dio, perdonatemi, che cosa dico?... per la Beatissima Vergine e per tutti i Santi, questo dev'essere l'angelo che ha colpito a morte Franco lo Sboccato perché bestemmiava.

Carlo       (trionfante) Lo vedete! Un miracolo!                  

La Hire. Potrebbe colpirci a morte tutti, se la contrariamo.  Per l'amor del Cielo, Arcivescovo, state attento a quello che fate.                                                           

Arcivescovo (severamente) Che sciocchezza! Nessuno è stato colpito a morte. Un manigoldo ubriaco, rimproverato cento volte perché bestemmiava, è caduto in un pozzo e s'è annegato. Una semplice  coincidenza.

La Hire.   Ionon so che cosa sia una coincidenza. Io so che quello è morto, e che lei gli ha detto che sarebbe morto.

Arcivescovo.  Moriremo tutti, capitano.

La Hire    (facendosi il segno della croce) Spero di no. (Si ritira dalla conversazione.)

Barbablù. È facile capire se è un angelo o no. Quando viene, mettiamoci d'accordo a fingere che io sono il Delfino, e vediamo se mi scopre.                                 

Carlo.      Sì: ci sto. Se non capisce dove sta il sangue reale non voglio aver nulla a che fare con lei.                   

Arcivescovo. Spetta alla Chiesa fare i santi: lasciate che Baudricourt pensi ai fatti suoi, e non si azzardi ad usurpare le funzioni del suo prete. Io dico che la ra­gazza non ha da essere ammessa.

Barbablù.  Ma, Arcivescovo...

Arcivescovo (con durezza) Parlo in nome della Chiesa. (Al Delfino) Osate dire che sarà ricevuta?

Carlo       (intimidito, ma imbronciato) Oh, se ne fate una questione da scomunica, si capisce che non ho più niente da aggiungere. Ma non avete letto la fine della lettera. Baudricourt dice che essa libererà Orléans dal­l'assedio e vincerà gli Inglesi per noi.

La Trémouille. Sciocchezze!

Carlo.      Bravo, la sapete liberare Orléans, voi, con tutta la vostra arroganza?

La Trémouille (come una belva) Smettete di rinfacciar­melo, capito? Ho combattuto più io di quanto abbia­te combattuto e combatterete voi. Ma non posso essere dappertutto.

Carlo.      Be', questo è vero.

Barbablù (venendo tra l''Arcivescovo e Carlo) Avete Jack Dunois alla testa delle vostre truppe di Orléans; il co­raggioso Dunois, il bellissimo Dunois, il meraviglioso e invincibile Dunois, il cocco di tutte le signore, lo splen­dido bastardo. È possibile che la contadinella possa fare quello che egli non può fare?

Carlo.      E allora perché non libera Orléans?

La Hire.   Ha il vento contrario.

Barbablù. Che noia può dargli il vento a Orléans? Non è mica sul canale.

La Hire.   È sul fiume Loira; e gl'Inglesi hanno la testa di ponte. Per sorprenderli da dietro deve imbarcare gli uomini e far loro risalire il fiume contro 'corrente. Ma non può farlo perché un ventaccio indemoniato soffia in senso contrario. È stanco di pagare i preti per­ché preghino Dio di mandargli il vento di ponente. A lui occorre un miracolo. A sentir voi quello che la ra­gazza ha fatto a Franco lo Sboccato non è stato un  miracolo. Non importa: è stata la fine di Franco. Se riesce a cambiare il vento per Dunois, può darsi che neanche questo sia un miracolo; ma potrebbe essere la fine degl'Inglesi. Che male  c'è a provarci?

Arcivescovo (ha letto la fine della lettera e si è fatto più pensieroso) È vero che Baudricourt sembra straordina­riamente impressionato.

La Hire. Baudricourt è un somaro maledetto; ma è un soldato; e se crede che ella possa battere gl'Inglesi, il resto dell'esercito penserà altrettanto.

La Trémouille (all'Arcivescovo che esita) Oh, lasciate che facciano a modo loro. Gli uomini di Dunois ab­bandoneranno Orléans suo malgrado, se qualcuno non pensa a infonder loro nuovo coraggio.

Arcivescovo. La Chiesa deve interrogare la ragazza pri­ma che si prendano decisioni. Comunque, già che Sua Altezza lo desidera, fate che sia ammessa a corte.

La Hire.   La cercherò e glielo dirò. (Esce.)

Carlo.      Vieni con me, Barbablù; sistemiamo tutto in mo­do che non sappia quale sono io. Tu fingerai di essere me. (Esce attraverso le tende.)

Barbablù. Fingere di essere quell'arnese! San Michele benedetto!  (Segue il Delfino.)

La Trémouille.  Chissà se  lo riconoscerà!

Arcivescovo. Ma certo.

La Trémouille. Perché? Come potrà fare a saperlo?

Arcivescovo. Saprà ciò che a Chinon sanno tutti: che il Delfino è, a corte, l'individuo dall'aspetto più mise­ro e dagli abiti più trasandati, e che l'uomo con la bar­ba turchina è Gilles de Rais.

La Trémouille. Non ci avevo pensato.

Arcivescovo. Non siete avvezzo ai miracoli come lo sono io. Rientra nella mia professione.

La Trémouille (perplesso e un po' scandalizzato) Ma questo non sarebbe affatto un miracolo.

Arcivescovo (calmo) Perché no?

La Trémouille. Bravo! che cos'è un miracolo?

Arcivescovo. Un miracolo, amico mio, è un avvenimen­to che crea la fede. Ecco lo scopo e la natura dei mi­racoli. Possono sembrare meravigliosi a coloro che vi assistono, e molto semplici a coloro che li compiono. Questo non ha importanza: se confermano o creano la fede sono veri miracoli.

La Trémouille. Anche se sono un inganno?

Arcivescovo. Gli inganni deludono. Un avvenimento che crea la fede non delude: e perciò non è un inganno, ma un miracolo.

La Trémouille (grattandosi il collo in segno di perples­sità) Be', visto che siete arcivescovo, dovete aver ragio­ne voi. A me sembra un po' dubbio. Ma non sono uomo di chiesa e non m'intendo di certe cose.

Arcivescovo. Non siete un uomo di chiesa; ma siete un diplomatico e un soldato. Potreste indurre i nostri cit­tadini a pagare le tasse e i nostri soldati a sacrificare la vita, se sapessero ciò che accade realmente anziché ciò che a loro sembra stia accadendo?

La Trémouille. No, per San Dionigi! Il ricco sarebbe sul rogo prima del tramonto.

Arcivescovo. Non sarebbe tanto facile dir loro la verità?

La Trémouille. Ma non ci crederebbero.

Arcivescovo. Appunto. Be', la Chiesa ha da governare gli uomini per il bene dell'anima loro, come voi avete da governarli per il bene del loro corpo. Per riuscirci, la Chiesa deve fare come fate voi: nutrirne la fede con la poesia.

La Trémouille. Poesia! Io le chiamerei frottole.

Arcivescovo. Ma avreste torto, amico mio. Le parabole descrivono avvenimenti che non sono mai accaduti, ep­pure non sono bugie. I miracoli sono spesso, per non dire sempre, semplicissimi ed innocenti sistemi median­te i quali il prete fortifica la fede del suo gregge, ep­pure non sono inganni. Quando questa ragazza rico­noscerà il Delfino tra i suoi cortigiani, io non griderò al miracolo perché saprò cos'è, e la mia fede non ne sarà accresciuta.  Ma per gli  altri, che sentiranno la scossa del soprannaturale e dimenticheranno il loro in­volucro peccaminoso nell'improvvisa sensazione della gloria di Dio, sarà un miracolo, e benedetto. E vedrete che la stessa ragazza ne sarà più colpita di tutti. E di­menticherà come ha effettivamente fatto per riconoscer­lo. E, forse, lo dimenticherete anche voi.

La Trémouille. Oh, vorrei essere tanto abile da sapere quanta parte di voi è Arcivescovo di Dio e quanta parte di voi è la più scaltra volpe di Turenna. Andiamo, non vorrei arrivar tardi a questo spasso; voglio vederlo,  miracolo o non miracolo.                                               

Arcivescovo (trattenendolo un  momento) Non crediate che sia amante delle vie traverse. Un nuovo spirito sta sorgendo negli uomini: siamo all'alba di un'epoca più vasta. Se fossi un semplice frate e non dovessi governare gli uomini, cercherei la pace dello spirito in Aristotele e in  Pitagora piuttosto che nei santi e nei loro miracoli.

La Trémouille. E chi diamine era Pitagora?

Arcivescovo. Un saggio che  riteneva la terra fosse ro­tonda e girasse attorno al sole.                                      

La Trémouille. Che razza d'imbecille! Non aveva occhi per guardare?                                                        

Escono insieme attraverso le tende, che adesso sono state tirate e scoprono tutta la profondità della sala del trono con la Corte riunita. Alla destra sono due tronetti, su una pedana. Barbablù è in piedi, in posa teatrale, sulla pedana, e recita la parte del re diver­tendosi, come gli altri cortigiani, piuttosto apertamen­te allo scherzo. Nella parete che è dietro alla pedana c'è un arco chiuso da tende; ma la porta principale,  ai fianchi della quale sono di guardia uomini armati,  è al lato opposto della stanza. I cortigiani sono nettamente divisi in due ali così da lasciare un passag­gio del tutto sgombro. Carlo è sul bordo di questo pas­saggio, nel centro della scena. La Hire è alla sua de­stra. L'Arcivescovo, alla sua sinistra, ha preso il suo posto vicino alla pedana: La Trémouille sta dall'altro lato della pedana stessa. La Duchessa de la Trémouille, che finge di essere la Regina, è sul tronetto della Consorte, circondata da un gruppo di dame di corte ritte dietro all'Arcivescovo.

Il brusio dei cortigiani è così forte che nessuno s'ac­corge che un paggio è apparso sulla porta.

Paggio.     Il Duca di... (Nessuno ascolta) Il Duca di... (Il brusio continua. Indignato per la sua impossibilità di farsi sentire, strappa l'alabarda alla guardia più vicina e la batte sul pavimento. Il brusio s'interrompe e tutti lo guardano, in silenzio) Attenzione! (Restituisce l'ala­barda alla guardia) Il Duca di Vendôme presenta a Sua Maestà Giovanna la Pulzella.

Carlo       (mettendosi un dito sul labbro) Sss! (Si nasconde dietro al cortigiano che gli sta più vicino, facendo ca­polino per vedere che cosa accade.)

Barbablù (maestosamente) Si avvicini al trono.

Giovanna, vestita da soldato, coi capelli tagliati che le pendono copiosi attorno al volto, è condotta nella sala del trono da un tremebondo e ammutolito no­biluomo, dal quale ella si stacca subito per fermarsi e guardarsi attorno nell'ansiosa ricerca del Delfino.

Duchessa (alla dama di corte più vicina) Guardate! Guardate che capelli!

(Tutte le dame scoppiano in una risata incontrollabile.)

Barbablù (sforzandosi a non ridere e agitando una mano per deprecare tanta ilarità) Sss! Sss! Signore! Signore!

Giovanna (per niente imbarazzata) Li porto così perché sono un soldato. Dov'è il Delfino?

(Una lieve risata attraversa la corte mentre ella si di­rige verso la pedana.)

Barbablù (con degnazione) Siete in presenza del Delfino.

                                    

Giovanna lo guarda per un attimo, con scetticismo, scrutandolo da capo a piedi per assicurarsi meglio. Silenzio di tomba. Tutti la guardano. Il suo volto ha un'espressione divertita.

Giovanna. Va' là, Barbablù! A me non la dài da bere. Dov'è il Delfino?

Una fragorosa risata scoppia quando Gilles, con un gesto di resa, si unisce all'ilarità comune, e balza giù dalla pedana, affiancandosi a La Trémouille. Gio­vanna, anch'ella col sorriso aperto, si volta indietro, cercando lungo la fila dei cortigiani; subito si lancia verso Carlo e lo trascina fuori per un braccio.

Giovanna (mollandolo e facendogli un piccolo inchino) Mio soave Delfinetto, sono stata mandata a te per por­tar via gl'Inglesi da Orléans e dalla Francia, e per in­coronarti re nella cattedrale di Reims, laddove sono incoronati tutti i veri re di Francia.

Carlo       (trionfante, alla Corte) L'avete visto tutti: ha rico­nosciuto il sangue reale. Chi osa dire, adesso, che io non sono figlio di mio padre? (A Giovanna) Ma se vuoi che io sia incoronato a Reims, devi parlare con l'Arcivescovo, non con me. Eccolo lì. (Egli le sta dietro.)

Giovanna (voltandosi rapidamente, sopraffatta dalla com­mozione) Oh, Monsignore! (Cade in ginocchio davanti a lui, col capo chino, senza osare di guardar in su) Mon­signore: io sono soltanto una povera ragazza di cam­pagna e voi siete colmo della benedizione e della gloria di Dio stesso; ma mi toccherete con le vostre mani, e mi darete la vostra benedizione, non è vero?

Barbablù (sottovoce a La Trémouille) La vecchia volpe arrossisce.

La Trémouille. Un altro miracolo!

Arcivescovo (commosso, le pone una mano sulla testa) Figliola: sei innamorata della religione.                      

Giovanna (trasalendo, alza gli occhi per guardarlo) Davvero? Non ci ho mai pensato. È un male?                 

Arcivescovo. Non è un male, figliola. Ma è un pericolo.

Giovanna (alzandosi, mentre un raggio di assoluta felicità le illumina il viso) Ci sono sempre pericoli, salvo in cielo. Oh, Monsignore, mi avete dato tanta forza, tan­to coraggio. Che cosa meravigliosa essere Arcivescovo!

(La Corte sorride  apertamente; anzi ridacchia lievemente.)

Arcivescovo (irrigidendosi, un po' risentito) Signori: la vostra frivolezza è redarguita dalla fede di questa fan­ciulla. Io sono, Dio mi aiuti, del tutto indegno; ma la vostra ilarità è un peccato mortale.

(I loro volti si allungano. Silenzio di tomba)

Barbablù. Monsignore: ridevamo di lei, non di voi.

Arcivescovo. Come? Non della mia indegnità ma della sua fede! Gilles de Rais: questa ragazza ha predetto che il bestemmiatore sarebbe annegato nel proprio peccato...

Giovanna (sgomenta) No!

Arcivescovo (facendola zittire con un gesto) E adesso io predico che sarete impiccati dal vostro, se imparerete quando ridere e quando pregare.

Barbablù. Monsignore: accetto il rimprovero. Mi dispia­ce. Non so dire di più. Ma se voi predite che io sarò impiccato io non sarò mai più capace di resistere alla tentazione perché dirò sempre a me stesso che tanto vale sia impiccato per una pecora che per un agnello.

(I cortigiani si divertono molto a questo. Ridacchiano ancora.)

Giovanna (scandalizzata) Sei un pelandrone, Barbablù; e hai avuto la grande sfacciataggine di rispondere all'Arcivescovo.

La Hire    (con una breve ma fragorosa risata) Ben detto, maschietta! Ben detto!

Giovanna (impaziente, all'Arcivescovo) Oh, Monsignore, non volete mandar via tutti questi sciocchi perché io possa parlare da sola con il Delfino?

La Hire    (allegramente) Non perdo quest'occasione. (Saluta; volta i tacchi e va fuori.)

Arcivescovo.  Andiamo, signori.  La Pulzella viene con la benedizione di Dio e dev'essere obbedita.

I cortigiani si ritirano, alcuni attraverso l'arco, altri dal lato opposto. L'Arcivescovo incede attraverso la porta, seguito dalla Duchessa e da La Trémouille. Quando l'Arcivescovo le passa vicino, Giovanna cade in ginocchio, e bacia con fervore il bordo della sua sottana. Egli scrolla la testa per istintivo rimprovero; riprende la veste che ella tiene fra le mani; ed esce. Ella rimane in ginocchio proprio dove deve passare la Duchessa.

Duchessa (freddamente) Posso passare, per favore?

Giovanna (alzandosi in fretta, e ritraendosi) Vi prego, signora, perdonatemi. (La Duchessa passa via. Giovanna la segue con lo sguardo; poi sussurra al Delfino) È quella la Regina?

Carlo.      No. Crede di esserlo.

Giovanna (fissando nuovamente in direzione della Du­chessa) U-u-uh! (L'esterrefatta meraviglia che essa di­mostra per la figura di quella signora mirabilmente vestita non è del tutto lusinghiera.)

La Trémouille (con sicumera) Sua Altezza voglia pren­dersi il disturbo di non burlarsi di mia moglie.

(Esce. Gli altri se ne sono già andati.)                               

Giovanna (al Delfino) Chi è quel burbero scorbutico?

Carlo.      È il Duca de la Trémouille.

Giovanna. Che mestiere fa?

Carlo.      Crede di comandare l'esercito. E quando io tro­vo un amico degno del mio affetto, lo ammazza.

Giovanna.  Perché glielo permetti?

Carlo       (va, petulante, verso il lato del trono per sfuggire al campo magnetico di lei) Come posso impedirglielo? Mi tiranneggia. Tutti mi tiranneggiano.

Giovanna. Hai paura?

Carlo.      Sì: ho paura. È inutile farmi la predica su que­sto. È facile per quegli omaccioni che portano un'ar­matura troppo pesante per me e delle spade che io stento ad alzare da terra e hanno tanti muscoli e fan­no tanti strilli e sono di tanto cattivo umore. A loro piace combattere: quasi tutti si fanno canzonare quan­do non combattono; ma io sono calmo e assennato; e non voglio ammazzare il prossimo; voglio soltanto essere lasciato in pace per potermi divertire a modo mio. Non ho mai chiesto di essere re: mi è stato im­posto. E, così, se stai per dirmi: "Figlio di San Luigi, impugna la spada dei tuoi antenati e conduci i tuoi sudditi alla vittoria", adopera quel fiato per freddare la minestra; perché io non lo posso fare. Io non sono adatto a questo; e così è finita.

Giovanna (tagliente e risoluta) Frottole! Siamo tutti così, quando si comincia. Io ti farò coraggio.

Carlo.      Ma io non voglio che mi si faccia coraggio. Io voglio dormire in un letto comodo e non vivere nel continuo terrore di essere ucciso o ferito. Fai coraggio agli altri e dà loro una bella scorpacciata di battaglie; ma lasciami stare in pace.

Giovanna. È inutile, Carlo: devi affrontare ciò che Dio ti impone di fare. Se non saprai fare di te stesso un re, sarai un mendicante: il tuo compito è quello. Vie­ni! Lascia che ti veda seduto sul trono. È tanto che aspetto di vedertici.

Carlo.      A che serve sedersi sul trono quando gli ordini li danno sempre gli altri? Comunque!  (Va a sedersi sul trono, facendo una figura pietosa) Ecco il re che vuoi tu! Guardalo finché ti pare questo povero diavolo.

Giovanna. Tunon sei ancora re, ragazzo: tu non sei che il Delfino. Non ti far menare per il naso da loro. Una bella acconciatura non riempie una zucca vuota. Io lo conosco il popolo: il vero popolo, quello che ti prepa­ra il pane; e ti posso dire che per lui nessuno è re di Francia finché l'olio santo non gli è stato versato sui capelli e non è stato consacrato e incoronato nella Cattedrale di Reims. Ti ci vogliono degli abiti nuovi, Carletto. Com'è che la regina ti trascura così?

Carlo.      Siamo troppo poveri. Tutto il danaro che riu­sciamo a racimolare se lo prende lei per metterselo addosso. E, poi, a me piace vederla vestita bene e non m'importa di come sono conciato io. Sarei brutto in qualsiasi modo.

Giovanna. Ci sono delle buone qualità in te, Carletto; ma non sono ancora qualità da re.

Carlo. Vedremo. Non sono il cretino che sembro. Tengo gli occhi aperti; e ti posso dire che un buon trattato vale dieci buone battaglie. Questi tipi bellicosi perdono nei trattati tutto quanto vincono nelle battaglie. Se riu­sciamo ad avere un trattato, è certo che gli Inglesi hanno la peggio, perché son più bravi a combattere che a pensare.

Giovanna. Se vincono gl'Inglesi, il trattato lo fanno loro; e allora Dio aiuti la povera Francia! Tu devi combat­tere, Carletto, che tu lo voglia o no. Io andrò avanti, per rincuorarti. Bisogna che prendiamo il coraggio a due mani; si, e bisogna anche pregare a due mani per averlo.                                                                  

Carlo       (scendendo dal trono e attraversando nuovamente la stanza per sfuggire l'incalzante dominio di lei) Ohi, smetti di parlare di Dio e di preghiere. Non ho pazienza con le persone che pregano sempre. Non è già tanto brutto doverlo fare nei momenti opportuni?   

Giovanna (compiangendolo) Tu, povero bimbo, non hai mai pregato in vita tua. Bisogna che te lo insegni io, tutto daccapo.                                                              

Carlo.      Ionon sono un bimbo: sono un uomo adulto e un padre; e non voglio più ricevere insegnamenti.    

Giovanna. Già, hai un figlioletto. Colui che sarà Luigi Undicesimo quando morirai tu. Non vuoi combattere per lui?

Carlo.      No, un ragazzino tremendo. Mi odia. Odia tut­ti, quel perfido egoista. Non voglio essere seccato daifiglioli. Non voglio fare il padre; e non voglio fare il figlio: tanto meno il figlio di San Luigi. Non voglio essere una delle belle cose che vi montano la testa: voglio essere quello che sono, e basta. Perché non pensate ai fatti vostri e non lasciate che io pensi ai miei?

Giovanna (di nuovo sprezzante) Badare ai tuoi fatti si­gnifica badare al tuo corpo; è il modo più sbrigativo per ammalarti. Quali sono i fatti miei? Aiutare la mamma nelle faccende di casa. Quali sono i fatti tuoi? Accarezzare cagnolini da grembo e succhiare zucchero d'orzo? Queste cose per me sono sterco. Io ti dico che noi siamo qua per badare agli affari di Dio, non ai nostri. Io ho un'ambasciata per te da parte di Dio; e tu la devi ascoltare, anche se il cuore ti crepa per il terrore che ti fa.

Carlo.      Ionon voglio ambasciate; ma mi sai dire dei se­greti? Sai fare delle cure? Sai trasformare il piombo in oro, o fare cose del genere?

Giovanna. Sotrasformare te in un re, nella Cattedrale di Reims; e questo è un miracolo che costa una certa fatica, a quel che pare.

Carlo.      Se andremo a Reims, e ci faremo incoronare, Anna vorrà dei vestiti nuovi. Non possiamo permetter­celi. Io sto bene come sto.

Giovanna. Come stai! E come credi di stare? Peggio del più povero tra i pecorai di mio padre. Tu non sei padrone legale della tua terra di Francia fino a che non sei consacrato.

Carlo.      Ma, comunque, io non sarò mai il padrone lega­le della mia terra. La consacrazione potrà pagare le mie ipoteche? Ho dato in pegno all'Arcivescovo e a quel grassone di un tiranno fino all'ultimo mio acro. Devo del danaro perfino a Barbablù.

Giovanna (con fervore) Carletto: io vengo dalla terra e mi sono fatta forte lavorando la terra; e ti dico che la terra è tua perché tu la governi con rettitudine e la-mantenga nella pace di Dio, e non perché tu la im-pegni come un'ubriacona che fa pignorare gli abiti dei suoi bambini. E io sono mandata da Dio per dirti che ti devi inginocchiare nella Cattedrale e offrire solen-nemente e per sempre il tuo regno al Signore e diven­tare il più grande re del mondo, come Suo intendente, Suo sbirro, Suo soldato e Suo servo. La stessa argilla di Francia diventerà sacra, i suoi soldati saranno i sol­dati di Dio, i duchi ribelli saranno ribelli contro Dio; gli Inglesi cadranno in ginocchio e ti supplicheranno di lasciarli tornare in pace alle loro legittime case. Vorrai tu essere un povero Giuda e tradire me e Colui che mi ha mandato?

Carlo       (finalmente tentato) Oh, se ne avessi l'ardire!

Giovanna. Ioardirò, ardirò, e ardirò di nuovo, in nome di Dio!  Sei tu con me o contro di me?

Carlo       (animatissimo) Rischierò. Ti avverto che non riu­scirò ad arrivare in fondo, ma rischierò. Vedrai. (Cor­re alla porta principale e grida) Ehi! Tornate indietro, tutti! (A Giovanna, mentre torna correndo davanti all'arco opposto) Tu, bada, stammi vicina e non per­mettere che mi saltino addosso. (Attraverso l'arco) Avan­ti, venite: tutta la Corte. (Si siede sul trono mentre tut­ti corrono a riprendere i loro posti precedenti, chiac­chierando con grande sbalordimento) E adesso ci sia­mo: ma non importa: avanti! Di' che facciano silen­zio, piccolo imbecille, hai capito?

Paggio      (come prima, strappa un'alabarda da una delle guardie e batte ripetutamente in terra) Silenzio per Sua Maestà il Re. Parla il Re. (Perentorio) Volete far si­lenzio, laggiù!  (Silenzio.)

Carlo       (alzandosi) Ho affidato il comando dell'esercito al­la Pulzella. La Pulzella ne userà come crederà. (Scende dalla pedana.)

Stupore generale. La Hire, felice, batte il guanto con­tro il cosciale d'acciaio.

La Trémouille (rivolgendosi minaccioso a Carlo) Che cosa vuol dire? L'esercito lo comando io.

Giovanna mette con prontezza la mano sulla spalla di Carlo che si ritrae istintivamente. Carlo, con un ridicolo sforzo che culmina in un gesto grottesco, fa schioccare le dita sul volto del Ciambellano.

Giovanna. Hai avuto quel che volevi, vecchio burbero scorbutico. (Improvvisamente f a lampeggiare la spada intuendo che il suo momento è arrivato) Chi viene con Dio e la Sua Pulzella? Chi viene a Orléans con me?

La Hire    (trascinato, brandisce anch'egli la spada) Con Dio e la Sua Pulzella! A Orléans!

Tutti i cavalieri (seguendo: il suo esempio con entusia­smo) A Orléans!

Giovanna, raggiante, cade in ginocchio per ringra­ziare Dio. Tutti si inginocchiano, salvo l'Arcivesco­vo, che benedice tutti con un cenno della mano, e La Trémouille che crolla, imprecando.


SCENA TERZA

Orléans, 29 aprile 1429. Dunois, giovanotto di ventisei anni, cammina su e giù per un pezzo di terra sulla riva meridionale dell'argentea Loira. Da li può osservare un lungo tratto del fiume, nelle due direzioni. Ha infilato un pennone in cima alla lancia; esso sventola secondo un forte vento di levante. In terra, è uno scudo il cui stem­ma araldico ha una fascia diagonale che va da sinistra a destra. Ha in mano il bastone del comando. È un uomo robusto, e porta la corazza con disinvoltura. Ha la fronte larga e il mento a punta; essi gli formano un viso a trian­golo equilatero, che porta i segni del servizio attivo e della responsabilità ma rivela anche l'espressione bonaria e as­sennata di chi non soffre di fisime e di sciocche illusioni. Il suo paggio è seduto in terra, coi gomiti sulle ginocchio e i pugni contro le guance, e osserva oziosamente l'acqua.

È sera. Sia l'uomo che il ragazzo sono affascinati dalla bellezza della Loira.

Dunois      (si ferma un momento per dare un'occhiata in su verso il pennone che sventola, e scrolla la testa, con stanchezza, prima di riprendere a passeggiare) Vento di ponente, vento di ponente, vento di ponente. Malafemmina: fedele quando dovresti essere volubile, vo­lubile quando dovresti essere fedele. Vento di ponente sulla Loira d'argento; che cosa fa rima con Loira? (Guarda di nuovo il pennone, e agita minacciosamente il pugno chiuso in direzione di esso) Cambia, maledet­to, cambia, ventaccio inglese, sgualdrina, cambia. Po­nente, ponente, ti dico! (Con un grugnito, riprende in silenzio a camminare, ma subito ricomincia) Vento di ponente, sgualdrina, vento cocciuto, malafemmina, fal­so quanto l'onda da cui sei nato, non vuoi mai più soffiare?

Paggio      (balzando in piedi) Guardate! Laggiù! Se ne va!

Dunois      (distratto dalle sue riflessioni: con ansia) Dove? Chi? La Pulzella?

Paggio.     No: il martiri pescatore. Pareva un razzo turchi­no. È volato in quel cespuglio.

Dunois      (rabbiosamente deluso) È tutto qui? Diavolo d'un cretino! Ho una voglia matta di mandarti a capofitto nel fiume.

Paggio      (senza spaventarsi, ché sa con chi ha a che fare) Era così allegro quel balenio azzurro! Guardate! Eccone un altro!

Dunois      (correndo ansiosamente sulla riva del fiume) Dov'è? Dov'è?

Paggio      (indicando) Oltre quelle canne.

Dunois      (felice) Lo vedo!

Ne seguono il volo fino a che l'uccello va a nascondersi.

Paggio.     Ieri m'avete fatto saltar per aria perché non ave­te fatto in tempo a vederli.

Dunois.     Sapevi che aspettavo la Pulzella e ti sei messo a strillare. La prossima volta ti darò io di che strillare.

Paggio.     Non sono belli? Come vorrei acchiapparli!

Dunois.     Se ti acchiappo mentre cerchi di prenderli in trappola, ti chiudo in una gabbia di ferro per più d'un mese, così impari che cosa vuoi dire stare in gabbia. Sei un ragazzaccio esecrabile.

Paggio      (ride e si acquatta come prima.)

Dunois      (va su e giù) Uccellino azzurro, uccellino azzur­ro, già che son amico tuo, fa' che il vento cambi orsù! No, non fa rima. Io che ognor peccai per te: va me­glio così. Però, non ha senso. (Si trova vicino al pag­gio) Ragazzaccio esecrabile! (Si distoglie da lui) Maria dal velo turchino, color di martino pescatore, non mi concedi un vento di ponente?

Voce di sentinella verso ponente. Alt! Chi va là?

Voce di Giovanna. La Pulzella.

Dunois.     Falla passare. Avanti, Pulzella! Da me!

Giovanna, con una splendida armatura, si precipita verso di lui, ardente e impetuosa. Il vento cessa; e il pennone pende, inerte, giù per la lancia ma Dunois è così preso da Giovanna che non se ne accorge.

Giovanna (apertamente) Sei tu il Bastardo di Orléans?

Dunois      (freddo ed austera, indica lo scudo) Guarda il mio stemma. Sei Giovanna la Pulzella?

Giovanna. Certo.

Dunois.     Dove sono le tue truppe?

Giovanna. Molte miglia indietro. Mi hanno ingannato. Mi hanno condotta sull'opposta riva del fiume.

Dunois.     Gliel'ho ordinato io.

Giovanna. Perché? Gl'Inglesi stanno dall'altra parte.

Dunois.     Gl'Inglesi stanno di qua e di là.

Giovanna. Ma Orléans è dall'altra parte. È di là che dob­biamo combattere gl'Inglesi. Come si fa ad attraversare il fiume?

Dunois      (torvo) C'è un ponte.

Giovanna. E allora, in nome di Dio, attraversiamo il pon­te e piombiamogli addosso.

Dunois.     Sembra semplice: ma non si può fare.

Giovanna. Chi l'ha detto?

Dunois.     Lodico io; e teste più vecchie e sagge della mia sono di quest'opinione.

Giovanna (franca) Allora quelle teste più vecchie e sagge sono stupide: ti hanno preso in giro; e adesso vogliono prendere in giro anche me, portandomi sulla riva op­posta del fiume. Non sai che l'aiuto che ti porto io non l'ha avuto mai nessun generale o nessuna città?

Dunois      (sorride con pazienza) È il tuo?

Giovanna. No: è l'aiuto e il consiglio del Re del Cielo. Quale è la strada che conduce al ponte?

Dunois.     Sei impaziente, Pulzella.

Giovanna. Ti pare che sia ora da pazienza, questa? Il nemico è alle porte e noi stiamo qui senza far nulla. Oh, perché non combatti? Dammi ascolto: ti libero io dalla paura. Io...

Dunois      (ride di cuore e fa un gesto come per mandarla via) No, no, ragazza mia, se mi liberassi dalla paura sarei un buon cavaliere da libro di fiabe, ma un pessi­mo comandante dell'esercito. Andiamo! lascia che ti insegni a fare il soldato. (La conduce sul bordo dell'ac­qua) Li vedi i due forti che sono da questa parte del ponte? quelli grandi?

Giovanna. Sì. Sono nostri o dei goddam?

Dunois.     Stai zitta, e ascoltami. Se fossi in uno di quei forti mi basterebbero dieci uomini per resistere contro un esercito. Gl'Inglesi hanno, in quei forti, più di dieci volte dieci goddam per resistere contro di noi.

Giovanna. Ma non possono resistere contro Dio. Dio non ha dato loro la terra che è sotto quei forti: essi Gliel'hanno rubata. Egli l'ha data a noi. Io prenderò quei forti.

Dunois.     Da sola?

Giovanna. I nostri uomini li prenderanno. Io li guiderò.

Dunois.     Neanche un uomo ti seguirà.

Giovanna. Non mi volterò indietro a vedere se qualcuno mi segue.

Dunois      (riconoscendo il suo valore, le batte cordialmente sulla spalla) Brava! In te c'è la stoffa del soldato. Sei innamorata della guerra.

Giovanna (stupita) To'! L'Arcivescovo m'ha detto che sono innamorata della religione.

Dunois.     Anch'io, Dio mi perdoni, sono un po' innamo­rato della guerra, che è un brutto demonio! Sono come un uomo con due mogli. Vuoi essere come una donna con due mariti?

Giovanna (risoluta) Io non prenderò mai marito. Un tale di Toul m'ha fatto causa per mancata promessa di matrimonio; ma io non gli avevo mai promesso niente. Io sono un soldato: non voglio essere considerata una donna. Io non mi voglio vestire da donna. Non mi gar­bano le cose che garbano alle donne. Sognano di aman­ti e di danaro. Io sogno di guidare una carica e di postare i grossi calibri. Voi soldati non sapete adoperare i grossi calibri: voi credete di poter vincere le battaglie col fracasso e col fumo.

Dunois      (stringendosi nelle spalle) È vero. Di solito, l'ar­tiglieria è più ingombrante che utile.

Giovanna. Certo, ragazzo: non potete adoperare i cavalli per buttar giù dei muraglioni di pietra; occorrono can­noni, e cannoni molto più grossi dei vostri.

Dunois      (sogghignando alla sua disinvoltura, e facendole eco) Giusto, maschietta; ma non c'è parete di pietra che un buon cuore e una scala robusta non sappiano superare.

Giovanna Quando arriveremo al forte, la prima ad es­sere in cima alla scala sarò io, Bastardo. Ti sfido a seguirmi.

Dunois.     Non sfidare mai un ufficiale di stato maggiore, Giovanna: solo gli ufficiali della riserva possono per­mettersi esibizioni di coraggio personale. E, poi, devi sapere che io ti accolgo come una santa, non come un soldato. Gli scavezzacolli non mi mancano, ma non possono aiutarmi.

Giovanna. Ionon sono uno scavezzacollo: io sono una serva di Dio. La mia spada è sacra: l'ho trovata dietro l'altare nella chiesa di Santa Caterina, dove Dio l'ave­va nascosta per me; e potrei non servirmene neanche per un, colpo. Ho il cuore colmo di coraggio, non di col­lera. Io guiderò; e i tuoi uomini mi seguiranno. Non posso far altro. Ma lo debbo fare; tu non mi fermerai.

Dunois.     Ogni cosa a suo tempo. I nostri uomini non pos­sono assalire quei forti, facendo una corsa attraverso il ponte. Debbono venire per acqua, e sorprendere gl'In­glesi da dietro, su questa riva.

Giovanna (affermando il proprio senso militare) Allora costruisci delle zattere e caricale di cannoni; e ordina ai tuoi uomini di venire su questa riva.

Dunois.     Le zattere sono pronte; e gli uomini sono im­barcati. Ma debbono aspettare Dio.

Giovanna. Che vuoi dire? È Dio che aspetta loro.

Dunois.     E allora che ci mandi il vento. Le mie barche debbono risalire il fiume e non possono farlo contro­vento e controcorrente. Bisogna aspettare che Dio cam­bi il vento. Vieni: ti voglio condurre in chiesa.

Giovanna. No. Amo la chiesa, ma gl'Inglesi non cede­ranno mai alle preghiere; essi capiscono solo botte e stoccate. Io non andrò in chiesa prima di averli scon­fitti.

Dunois.     Ma devi andarci: in chiesa c'è da fare per te.

Giovanna. Che cosa?

Dunois.     Devi pregare per il vento di ponente. Io ho pre­gato; e ho offerto due candelieri d'argento; ma le mie preghiere non sono state ascoltate. Forse saranno ascol­tate le tue: tu sei giovane e innocente.

Giovanna. Oh, sì, hai ragione. Io pregherò. Lo dirò a Santa Caterina: indurrà Dio a darmi il vento di po­nente. Svelto, indicami la via della chiesa.

Paggio      (sternuta con violenza) At-cci!

Giovanna. Salute a te, figliolo! Vieni, Bastardo.

Escono. Il paggio si alza per seguirli. Raccoglie lo scudo, e sta per prendere anche la lancia quando si accorge che il pennone sta adesso sventolando verso levante.

Paggio      (lascia cadere lo scudo e chiama, turbatissimo, ver­so Dunois e Giovanna) Seigneur! Seigneur! Mademoiselle!

Dunois      (corre indietro) Che c'è? Il martin pescatore? (Guarda con ansia su per il fiume.)                            

Giovanna   (raggiungendolo) Oh, un martin pescatore! Dov'è?                                                                         

Paggio.     No: il vento, il vento, il vento (indica il pennone)  è quello che m'ha fatto starnutire.

Dunois      (guardando il pennone) Il vento è cambiato. (Si fa il segno della croce) Dio ha parlato. (Si inginocchia e porge a Giovanna il bastone di comando) Comanda l'esercito del re. Io sono il tuo soldato.                      

Paggio      (guarda giù pel fiume) Le barche si sono mosse. Risalgono il fiume come niente fosse.

Dunois      (alzandosi) Ai forti. Mi hai sfidato a seguirti! Osi guidarmi?

Giovanna (scoppia in lacrime e buttando le braccia al collo di Dunois che bacia sulle due guance) Dunois, caro compagno d'armi, aiutami. I miei occhi sono ac­cecati dalle lagrime. Posa il mio piede sulla scala e dimmi:  "Avanti, Giovanna".

Dunois      (trascinandola via) Non è ora per le lacrime: alla miccia dei cannoni!

Giovanna (ardente di coraggio) Ah!

Dunois      (trascinandola via con lui) Per Dio e per San Dionigi!

Paggio      (squillante) La Pulzella! La Pulzella! Dio e la Pulzella! Evviva-a-a!

(Afferra di volo lo scudo e la lan­cia e corre via, facendo capriole, dietro a Dunois e a Giovanna, pazzo di gioia.)


SCENA QUARTA

Una tenda nel campo inglese. Un cappellano inglese, dal collo taurino, cinquantenne, è seduto su uno sgabello davanti alla tavola, intento a scrivere con molto zelo. Dall'altra parte della tavola, Warwick, un nobile, di qua-rantasei anni, è seduto su una bella poltrona e sta sfo­gliando un incunabolo. Il nobile si diverte; il cappellano si agita con represso furore. Alla sinistra del nobile, uno sgabello di cuoio, vuoto. La tavola è alla sua destra.

Warwick. Questo sì che è artigianato. Non esiste al mon­do cosa più deliziosa di un bel libro elegante, con ben proporzionate colonne di caratteri neri chiuse da bei margini accortamente decorati da illustrazioni mi­niate. Ma, al giorno d'oggi, i libri, anziché essere guar­dati, son letti. Tanto vale che essi siano le ordinazioni di lardo e crusca che scribacchiate voi.

Cappellano. Devo dire, signore mio, che prendete la no­stra situazione con molta freddezza. Proprio con molta freddezza.

Warwick (con boria) Che accade?

Cappellano. Accade, signore, che noi Inglesi siamo stati sconfitti.

Warwick. Son cose che accadono. Soltanto nei libri di storia e nelle ballate il nemico è sempre battuto.

Cappellano. Ma noi ci facciamo sconfiggere a ripetizione. Prima, Orléans...

Warwick (sbuffando) Oh, Orléans!

Cappellano. Sobene quello che state per dire, signore mio: che è stato un preciso caso di malia e stregoneria. Ma pure siamo stati sconfitti. Jargeau, Meung, Beau-gency, proprio come Orléans. E adesso siamo stati ma­cellati a Patay, e Sir John Talbot è stato fatto prigio­niero.  (Posa la penna; è quasi in lacrime)  Mi angoscia, signore; mi angoscia profondamente. Io non sop­porto di vedere i miei compatrioti sconfitti da un pugno di stranieri.

Warwick. Ah! siete un Inglese, vero?

Cappellano. Affatto, signore mio; sono un gentiluomo. Eppure, come Vossignoria, sono nato in Inghilterra; la cosa è diversa.

Warwick. Siete attaccato alla terra, eh?

Cappellano. A Vossignoria garba essere satirico a mie spese; la vostra grandezza vi concede il privilegio di esserlo impunemente. Ma Vossignoria sa bene che io non sono attaccato alla terra in modo volgare, come uno schiavo. Eppure, c'è in me un sentimento (con crescente agitazione) del quale non mi vergogno; e (al­zandosi con furia) per Dio, se le cose vanno avanti così, butto la tonaca al diavolo, prendo le armi e stran­golo quella maledetta strega con le mie stesse mani.

Warwick (ridendo di lui, con bonarietà) così farete, cap­pellano; così farete, se non possiamo far nulla di me­glio. Ma non ancora, non ancora.

Il cappellano si rimette a sedere, immusonito.

Warwick (con leggerezza) Io non darei tanto peso alla strega, però... ho fatto un pellegrinaggio in Terra San­ta; e i Poteri Celesti, per non perder credito, si guar­deranno bene dal farmi subito dei torti per opera di una strega di paese, ma il Bastardo di Orléans è una noce più dura da schiacciare; e siccome anche lui è stato in Terra Santa, gli onori scorrono tra lui e me in pari misura.

Cappellano. Non è che un Francese, mio signore.

Warwick. Un Francese! Dove avete imparato a espri­mervi in questo modo? Questi Borgognoni e Bretoni e Piccardi e Guasconi cominciano forse a chiamarsi Fran­cesi come i nostri compagni cominciano a chiamarsi Inglesi? Infatti, parlano della Francia e dell'Inghilter­ra come della loro patria. La loro patria, prego! Che cosa accadrà di me e di voi se questo modo di ragionare si diffonde?

Cappellano. Perché, signore mio? Che male ci farebbe?

Warwick. Gli uomini non possono servire due padroni. Se questa fisima del servire la patria prende piede, addio autorità dei signori feudali, e addio autorità del­la Chiesa. Val a dire, addio a voi e a me.

Cappellano. Iospero di essere un fedele servo della Chiesa; e vi sono soltanto sei cugini tra me e la baro­nia di Stogumber, che è stata creata dal Conquista­tore. Ma è questa una buona ragione perché io stia a vedere degli Inglesi che si lasciano sconfiggere da un Francese bastardo e da una strega della pidocchiosa Champagne?

Warwick. Calma, amico, calma: a suo tempo brucere­mo la strega e vinceremo il bastardo. Infatti, aspetto proprio adesso il Vescovo di Beauvais per mettermi d'accordo con lui sull'esecuzione. La fazione capeggia­ta da lei lo ha cacciato dalla sua diocesi.

Cappellano. Ma prima la dovete acchiappare, signore mio.

Warwick. O comprare, offrendo un riscatto da re.

Cappellano.  Un riscatto da  re!   Per  quella pezzente?

Warwick. Bisogna lasciare un margine. Alcuni uomini di Carlo la venderanno ai Borgognoni; i Borgognoni la venderanno a noi; e probabilmente ci saranno di mezzo tre o quattro mercanti che pretenderanno le loro senserie.

Cappellano. È mostruoso! Tutta colpa di quei manigol­di di Ebrei: si mettono sempre di mezzo quando il danaro passa da una mano all'altra. Se potessi fare a modo mio, in tutta la Cristianità non ci sarebbe un solo ebreo vivo.

Warwick. Perché no? E gli Ebrei, di solito, fruttano va­luta. Costringono a pagare; ma forniscono la mercé. Per esperienza so che coloro i quali pretendono qual­cosa senza dar niente sono invariabilmente Cristiani.

Appare un paggio.

                                 

Paggio.     Il Reverendissimo Vescovo di Beauvais, Monseigneur Cauchon.

Cauchon, quasi sessantenne, entra. Il paggio si ritira. I due Inglesi si alzano.

Warwick (con effusioni di cortesia) Mio caro Vescovo, vi sono molto grato per questa visita! Permettete che mi presenti: sono Riccardo di Beauchamp, Conte di Warwick, servo vostro.

Cauchon. La fama di Vossignoria è giunta fino a me.

Warwick. Questo reverendo prete si chiama Giovanni di Stogumber.

Cappellano (rapidamente) Giovanni Bowyer Spenser Neville di Stogumber, servo di Monsignore: Laurea­to in Teologia e Custode del Sigillo Privato di Sua Eminenza il Cardinale di Winchester.

Warwick (a Cauchon) Voi lo chiamate Cardinale d'In­ghilterra, se non sbaglio. È lo zio del nostro re.

Cauchon. Nobile Giovanni di Stogumber: sono sempre un ottimo amico di Sua Eminenza. (Porge la mano al cappellano, che gli bacia l'anello.)

Warwick. Fatemi l'onore di sedere. (Dà a Cauchon la propria sedia, mettendola a capo  tavola.)

Cauchon  accetta  il posto  d'onore  con  degnazione. Warwick prende distrattamente lo sgabello di cuoio e si siede dov'era prima. Il Cappellano torna alla propria  sedia.

Per quanto si sia tirato indietro, al secondo posto, per calcolata deferenza verso il Vescovo, Warwick assume con molta naturalezza il comando nell'ini­zio delle discussioni. Egli è sempre cordiale ed espan­sivo; ma ha mutato tono, indicando così che deve iniziare la discussione.

Ebbene, Monsignor Vescovo, voi ci trovate in un mo­mento di sfortuna. Carlo sta per essere incoronato a Reims, praticamente per mano della ragazza di Lorena; e - è inutile ingannarvi o lusingare le vostre speranze - noi non possiamo, impedirlo. Suppongo che adesso la posizione di Carlo sarà molto diversa.

Cauchon. Indubbiamente, è un colpo maestro della Pulzella.

Cappellano (nuovamente agitato) Non siamo stati scon­fitti con lealtà, Monsignore. Gl'Inglesi non sono mai sconfitti con lealtà.

Cauchon aggrotta lievemente la fronte, poi si ricompone rapidamente.

Warwick. Secondo il punto di vista del nostro amico, quella ragazza è una strega. Ritengo sarebbe dovero­so, da parte di Vossignoria Reverendissima, denun­ciarla all'Inquisizione e farla bruciare viva per questo reato.

Cauchon. Se fosse catturata nella mia diocesi, sì.

Warwick (sentendo che tutto va per il meglio) Precisa­mente. Adesso suppongo non possano esservi dubbi plausibili che essa è una strega.

Cappellano. Neanche uno. È una strega di prima risma.

Warwick (con cortese riprovazione verso chi l'ha inter­rotto) Stiamo chiedendo il parere del Vescovo, reverendo Giovanni.

Cauchon. Noi, adesso, non dobbiamo considerare sol­tanto i nostri pareri, ma i pareri - o pregiudizi, se preferite - di un tribunale francese.

Warwick (correggendolo) Di un tribunale cattolico, monsignore.

Cauchon. I tribunali cattolici sono costituiti da uomini mortali, come gli altri tribunali, per quanto sacre pos­sano essere le loro funzioni e ispirazioni. E se quegli uomini sono francesi, come vuole la moda attuale, io temo che il semplice fatto della sconfitta di un eser­cito inglese per opera di un esercito francese non basti a convincerli che sia stata compiuta una stregoneria.

Cappellano.  Come?  Neanche dopo che il famoso John Talbot in persona è stato sconfitto ed effettiva­mente fatto prigioniero da una malafemmina uscita dalle fogne della Lorena?

Cauchon. Sir John Talbot, lo sappiamo tutti, è un sol­dato di grande forza e ferocia; ma ho ancora da im­parare che sia un abile generale. E per quanto vi piac­cia dire che è stato sconfitto da questa ragazza, alcuni di noi possono essere disposti a concedere una piccola parte di merito a Dunois.

Cappellano (sprezzante) Il Bastardo di Orléans!

Cauchon. Permettete vi ricordi...

Warwick (frapponendosi) So che cosa state per dire, Monsignore. Personalmente, sono stato sconfitto da Dunois a Montargis.

Cauchon (inchinandosi) La considero una prova che il Signor Dunois è un comandante veramente abile.

Warwick. Vossignoria è il fior fiore della cortesia. Am­metto, per parte nostra, che Talbot è soltanto un ani­male da combattimento, e che forse s'è meritato d'es­ser stato preso a Patay.

Cappellano (soffiando sul fuoco) Monsignore: a Orléans quella donna ha avuto la gola trafitta da una freccia inglese ed è stata vista piangere pel dolore, come una bambina. Era una ferita mortale; eppure ha combat­tuto fino alla sera; e quando i nostri uomini, da veri Inglesi, hanno respinto tutti i suoi attacchi, ella è an­data da sola a mettersi contro al muro del nostro for­te, con una bandiera bianca in mano: allora i nostri uomini sono rimasti paralizzati e non hanno più po­tuto né sparare né colpire, mentre i Francesi piomba­vano loro addosso e li conducevano al ponte che subito scoppiava in fiamme e crollava sotto a loro, facendoli cadere nel fiume, dove sono affogati a mucchi. È stata questa l'opera del comando del vostro bastardo? o non erano quelle fiamme le fiamme dell'inferno, evocate dalla stregoneria?

Warwick. Monsignore, perdonate la veemenza del reve­rendo Giovanni; ma egli ha fatto sua la nostra causa. Dunois è un grande capitano, lo ammettiamo; ma per­ché non ha potuto far niente finché non è arrivata la strega?

Cauchon. Ionon escludo che essa abbia avuto dalla sua parte dei poteri soprannaturali. Ma i nomi scritti su quella bandiera bianca non erano i nomi di Satana e Belzebù, bensì i nomi benedetti di Nostro Signore e della Sua Santa Mamma. E il vostro comandante che è annegato... Clazda, mi pare si chiamasse...

Warwick. Glasdale. Sir William Glasdale.

Cauchon. Glasdell, grazie. Egli non era un santo; e molti nostri uomini credono che egli sia annegato per le bestemmie pronunciate contro La Pulzella.

Warwick (cominciando ad apparire molto perplesso) Be', che cosa dobbiamo dedurre da tutto questo, Monsi­gnore? Che La Pulzella vi ha convertito?

Cauchon. Se così fosse, signore, mi sarei guardato bene dall'avventurarmi fin qua, a portata della vostra mano.

Warwick (con blanda deprecazione) Oh! oh! Monsignore!

Cauchon. Se il demonio si serve di questa ragazza... e non dubito che sia vero...

Warwick (rassicurato) Ah! Avete sentito, reverendo Giovanni? Io sapevo che Vossignoria non ci avrebbe ne­gato il suo appoggio. Perdonate l'interruzione. Andate avanti.

Cauchon. Se è così, vuol dire che il demonio vede più lontano di quanto credete voi.

Warwick. Davvero? In che modo? Avete sentito, reverendo Giovanni?

Cauchon. Se il demonio volesse dannare una ragazza di campagna, credete che un'impresa tanto facile gli co­sterebbe la vincita di oltre sei battaglie? No, signore mio: qualsiasi folletto di stagno ne sarebbe capace, se la ragazza fosse dannabile. Il Principe delle Tenebre non si abbassa a compiere lavori di così poco conto. Quando colpisce, colpisce  la Chiesa Cattolica il cui regno è l'intero mondo dello spirito. Quando danna, danna le anime dell'intera razza umana. La Chiesa sta sempre in guardia contro questo spaventoso dise­gno. E io vedo questa ragazza come uno degli stru­menti di quel disegno. Ella è ispirata, ma diabolica­mente ispirata.

Cappellano. Vi ho detto che è una strega.

Cauchon (violento) Non è una strega. È un'eretica.

Cappellano. Che differenza c'è?

Cauchon. Siete prete e me lo chiedete? Voi Inglesi ave­te il cervello stranamente ottuso. Tutte queste cose, da voi chiamate stregonerie, sono suscettibili di una spie­gazione naturale. I miracoli di quella donna non fa­rebbero impressione a un coniglio: e lei stessa non pretende che siano miracoli. E che cosa provano le sue vittorie se non che ha sulle spalle una testa mi­gliore di quel bestemmiatore del vostro Glass-dell e di quel toro imbizzarrito di Talbot, e che il coraggio della fede, anche se la fede è falsa, è sempre più forte del coraggio della collera?                                          

Cappellano (che stenta a credere alle proprie orecchie) E Vossignoria paragona Sir John Talbot, tre volte Governatore d'Irlanda,  a un toro imbizzarrito!!!             

Warwick. Non starebbe bene che lo faceste voi, reverendo Giovanni, che siete ancora a sei gradini di distanza dalla baronia. Ma siccome io sono conte e Talbot è soltanto cavaliere, posso permettermi l'ardire di accettare quel raffronto. (Al Vescovo) Monsignore: so­no disposto a dare un colpo di spugna sulla questione della stregoneria. Ma, ciò nondimeno, bisogna che quella donna sia bruciata.

Cauchon. Ionon la posso bruciare. La Chiesa non può togliere la vita. E il mio primo dovere è di tentare la salvezza di quella ragazza.

Warwick. Non ne dubito. Ma ogni tanto mandate della gente sul rogo.

Cauchon. No. Quando la Chiesa taglia via dall'albero della  vita  un  eretico  ostinato  come   fosse  un  ramo secco, quell'eretico è consegnato al braccio secolare. La Chiesa non ha parte in ciò che il braccio secolare ritiene opportuno fare.

Warwick. È giusto. E in questo caso io sarò il braccio secolare. Ebbene, Monsignore, porgetemi il vostro ra­mo secco; e io provvedere a che il fuoco sia pronto per accoglierlo. Se voi rispondete della parte ecclesia­stica, io rispondo della parte secolare.

Cauchon (con rabbia soffocata) Io non posso rispondere di niente. Voi grandi nobili siete troppo propensi a trattare la Chiesa come una semplice comodità politica.

Warwick (sorridente e propiziatore) Non in Inghilterra, ve lo assicuro.

Cauchon. In Inghilterra più che altrove. No, signore mio: l'anima di questa ragazza di paese vale, davanti al trono di Dio, quanto la vostra o quella del vostro re: e il mio primo dovere è di salvarla. Io non tollero che Vossignoria sorrida come se stessi ripetendo una formula senza senso, e fosse ben inteso tra noi che io dovrò tradire quella ragazza per voi. Io non sono un vescovo politicante: per me la fede è ciò che l'onore è per voi; e se esisterà una feritoia attraverso la quale questa creatura battezzata e quindi figlia di Dio potrà sgattaiolare fino alla salvezza, io gliela indicherò.

Cappellano  (alzandosi furibondo) Siete un traditore.

Cauchon (balzando in piedi) Mentite, prete. (Tremando di rabbia) Se oserete fare ciò che ha fatto questa don­na, e cioè mettere la vostra patria al disopra della san­ta Chiesa Cattolica, andrete sul rogo con lei.

Cappellano. Monsignore: sono... sono andato oltre al mio pensiero. Io...

(Si siede  con gesto  di sottomissione.)

Warwick (che si è alzato, apprensivo) Monsignore: io vi chiedo scusa per la parola pronunciata dal reverendo Giovanni di Stogumber. In Inghilterra ha un diverso significato che in Francia. Nella vostra lingua, traditore significa fedifrago: colui che è perfido, ingannatore, infedele, sleale. Nel nostro paese indica semplicemen­te colui che non è del tutto devoto ai nostri interessi di Inglesi.

Cauchon. Mi dispiace: non avevo capito. (Si rimette in poltrona, dignitosamente.)

Warwick  (rimettendosi a sedere, con grande  sollievo) Debbo,  a mia volta,  scusarmi per avervi dato l'im­pressione di prendere troppo alla leggera l'esecuzione di quella povera ragazza. Quando si sono viste intere campagne bruciare e ribruciare come semplici risulta­ti di regole militari, viene addosso una gran pellaccia. Altrimenti, si rischia di impazzire: cosa che, del resto, potrebbe accadermi. Posso arrischiarmi a dire che an­che Vossignoria, dovendo vedere, ogni tanto, un così gran numero di eretici sul rogo, sarà costretto ad avere ciò che chiamerei una visione professionale di quanto, altrimenti, sarebbe un orrendo incidente?                  

Cauchon. Sì, è un dovere penoso; anzi, come dite voi, orrendo. Ma in confronto all'orrore dell'eresia è meno che niente. Io non penso al corpo di quella ragazza,; il quale soffrirà soltanto per alcuni istanti e che do­vrà morire comunque, in modo più o meno penoso ma alla sua anima che potrebbe soffrire per tutta l'èternità.                                                                       

Warwick. Giusto; e Dio voglia che la sua anima possa essere salvata. Ma il problema pratico consiste, a quan­to sembra, nel salvarle l'anima senza salvarle il corpo. Perché non possiamo nascondercelo, Monsignore: se il culto della Pulzella si afferma, la nostra causa è persa.

Cappellano (con la voce rotta come quella di un uomo che abbia pianto) Posso parlare, Monsignore?

Warwick. Veramente, reverendo Giovanni, preferirei di no, a meno che non possiate frenare il vostro umore.

Cappellano. È solo questo. Parlo con reticenza, ma la Pulzella è tutta inganno:  crede di essere devota. Le sue preghiere e le sue confessioni non hanno fine. Come può essere accusata di eresia se non trascura i do­veri di una fedele figliuola della Chiesa?

Cauchon (prendendo fuoco) Una fedele figliuola della Chiesa?  Il Papa  in persona,  al  colmo dell'orgoglio, non osa asserire ciò che asserisce questa donna. Ella si conduce come se fosse la Chiesa stessa. Porta a Car­lo i messaggi di Dio; e la Chiesa deve star in disparte? Lo incoronerà nella cattedrale di Reims; lei, non la Chiesa! Manda lettere al re d'Inghilterra dandogli, per suo mezzo, ordini di Dio affinché torni alla sua isola sotto pena della vendetta divina, eseguita da lei. La­sciate vi dica che la scrittura di lettere siffatte era pra­ticata dal dannatissimo  Maometto,  l'anti-Cristo.  Ha ella mai, in tutte queste manifestazioni, citato la Chie­sa? No. Non parla che di Dio e di se stessa.

Warwick. Che cosa potete aspettarvi? Un mendicante a cavallo! Le ha dato di volta il cervello.

Cauchon. Chi ne ha colpa? Il demonio. E per un fine importante. Egli diffonde quest'eresia ovunque. Quel-l'Hus, arso vivo a Costanza appena tredici anni fa, infettò con la sua eresia tutta la Boemia. Un certo McLeef, che era un prete consacrato, diffuse questa pestilenza in Inghilterra; e,  per vostra vergogna, lo avete lasciato morire nel suo letto. Di tipi siffatti ce ne sono anche in Francia: è una razza che conosco. È peggio del cancro; se non la si estirpa, la si calpesta e la si brucia, si ferma soltanto quando ha trascinato l'intero corpo della società umana al peccato e alla corruzione, alla distruzione e alla rovina. Per suo mez­zo un cammelliere arabo cacciò fuori di Gerusalemme Cristo e la sua Chiesa e a forza di saccheggi si fece strada verso occidente, come una belva feroce, fino a che a proteggere la Francia dalla dannazione non ri­masero che i Pirenei e la misericordia divina. Eppure che cosa fece questo cammelliere, in principio, oltre quello che sta facendo oggi questa ragazza? Le voci di lui venivano dall'angelo Gabriele; quelle di lei ven­gono da Santa Caterina e da Santa Margherita e dal Beato Michele. Egli si dichiarò messaggero di Dio, e scrisse in nome di Dio ai sovrani della terra. Le lettere che ella dirige loro partono ogni giorno. Adesso non è alla Madre di Dio che dobbiamo chiedere in­tercessione ma a Giovanna la Pulzella. Come sarà ri­dotto il mondo quando il cumulo del giudizio, della conoscenza e dell'esperienza della Chiesa, i suoi con­sessi di religiosi dotti e venerabili saranno gettati al fosso da qualsiasi bracciante senza cultura o da qual-siasi pastorella che il demonio può far insuperbire gon­fiandola con la mostruosa presunzione di essere diret­tamente ispirata dal cielo? Sarà un mondo di sangue, d'ira, di devastazione, in cui ognuno lotterà per la pro­pria mano: alla fine il mondo naufragherà nuovamen­te nella barbarie. Per adesso abbiamo soltanto Mao­metto e i suoi allocchi, e la Pulzella e i suoi allocchi; ma che cosa accadrà quando qualsiasi ragazza potrà credersi una Giovanna e qualsiasi uomo un Maomet­to? A pensarci rabbrividisco fino al midollo delle ossa. Per questo ho combattuto tutta la vita; e combatterò fino alla fine. Che tutti i peccati di questa donna siano perdonati, salvo questo che è un peccato contro lo Spirito Santo; e se ella non rinnegherà se stessa da­vanti al mondo, affondando il viso nella polvere, e non sottometterà alla Chiesa fino all'ultimo briciolo del­l'anima sua, andrà sul rogo appena mi cadrà tra le mani.

Warwick (impassibile) Vi sentite la forza di riuscirci, a quel che pare.

Cauchon. E voi no?

Warwich. Iosono un soldato, e non un uomo di chiesa. Come pellegrino ho visto qualcosa dei maomettani. Non erano malcreati come ero stato portato a crederli. Sot­to certi aspetti la loro condotta poteva essere favore­volmente paragonata alla nostra.

Cauchon (scontento) Lo avevo già notato. Taluni van­no in Oriente a convertire gli infedeli. E sono perver­titi dagli infedeli. Il Crociato torna saraceno più che per metà. Per non dire che tutti gl'Inglesi sono nati eretici.

Cappellano. Gl'Inglesi eretici! (Facendo appello a War­wick) Mio signore, dobbiamo tollerare questo?  Monsignore non connette. Come può essere eresia la fede di un Inglese? È una contraddizione in termini.

Cauchon. Iovi assolvo, reverendo di Stogumber, a mo­tivo della vostra invincibile ignoranza. La spessa aria del vostro paese non genera teologi.

Warwick. Monsignore, non direste così se ci udiste liti­gare su argomenti religiosi! Mi rincresce pensiate che io sia un eretico o uno stupido perché, in seguito ai miei viaggi, so che i seguaci di Maometto professano un grande rispetto per Nostro Signore e sono più pro­pensi a perdonare San Pietro per essere stato pesca­tore di quanto Vossignoria sia propensa a perdonare Maometto per essere stato cammelliere. Ma, per lo meno, procediamo su questo argomento senza bigottismo.    

Cauchon. Quando odo chiamare bigottismo lo zelo del­la Chiesa Cristiana so che cosa pensare.

Warwick. Suuno stesso argomento esistono soltanto punti di vista orientali e occidentali.

Cauchon (con amara ironia) Soltanto orientali e occidentali! Soltanto!

Warwick. Oh, Monsignor Vescovo, io non voglio con­traddirvi. Voi parlate per la Chiesa ma dovete par­lare anche per i nobili. A mio avviso, v'è contro La Pulzella un'accusa più forte di quella che voi avete esposta con tanta violenza. A dir la verità, io non ho paura che questa ragazza diventi un altro Maometto e che, per grande eresia, si sostituisca alla Chiesa. Io credo che voi esageriate questo rischio. Ma avete no­tato che nelle sue lettere ella propone a tutti i sovrani d'Europa ciò che con tanta insistenza ha preteso da Carlo, e cioè una transazione che farebbe naufragare l’intera struttura sociale del Cristianesimo?

Cauchon. Naufragare la Chiesa. L'ho detto.

Warwick  (al termine della pazienza)  Monsignore:  ve ne prego. Per un attimo toglietevi di mente la Chie­sa; e ricordate che esistono al mondo istituzioni temporali oltre che spirituali. Io rappresento, insieme ai miei pari, l'aristocrazia feudale come voi rappresentate la Chiesa. Noi siamo il potere temporale. Ebbene, non vedete che questa ragazza colpisce proprio noi?

Cauchon. Come può colpirvi se non come colpisce tutti noi, attraverso la Chiesa?

Warwick. Ella sostiene che i sovrani debbano dare i loro reami a Dio, e poi regnare come agenti di Dio.

Cauchon (indifferente) Teologicamente, è molto chiaro, signore mio. Ma per il re non avrà molta importanza, purché seguiti a regnare. È un'idea astratta: una sem­plice formula verbale.

Warwick. Tutt'altro. È un astuto sistema per soppian­tare l'aristocrazia, e fare del re un autocrate unico e assoluto. Anziché essere soltanto il primo fra i suoi pari, il re diventa il loro padrone. Per noi questo è intollerabile: per noi non esiste padrone. Nominal­mente, riceviamo le nostre terre e le nostre dignità dal re, perché deve esserci una chiave di volta dell'umana società; ma reggiamo le nostre terre con le nostre ma­ni, e le difendiamo con le nostre spade e con quelle dei nostri vassalli. Adesso, secondo la dottrina della Pulzella, il re dovrebbe prenderci le terre - le nostre terre! - e offrirle in dono a Dio; e allora Dio le da­rebbe interamente in possesso al re.

Cauchon. E dovete temere questo? Dopo tutto, il re lo fate voi. York o Lancaster in Inghilterra, Lancaster o Valois in Francia, essi regnano a piacimento vostro.

Warwick. Sì; ma solo fino a che il popolo si lascia go­vernare dai suoi signori feudali, e non vede nel re che uno spettacolo ambulante, proprietario soltanto della strada maestra che appartiene a tutti. Se il pensiero e il cuore del popolo si rivolgessero al re, e i signori diventassero agli occhi del popolo soltanto i servi del re, il re potrebbe spezzarci, piegandoci sul suo ginoc­chio, a uno a uno; e allora che cosa saremmo se non cortigiani in livrea, di guardia nei suoi saloni?

Cauchon. Anche così non avreste nulla da temere, si­gnore mio. Alcuni uomini sono nati re; e alcuni altri sono nati politicanti. Raramente sono la stessa persona. Altrimenti dove andrebbe il re a cercare i consi­glieri che debbono organizzare ed eseguire la sua politica?

Warwick (con un sorriso non troppo cordiale) Forse nella Chiesa, Monsignore.

Cauchon, con un sorriso egualmente acido, scrolla le spalle e non lo contraddice.

Abbattete i baroni; e i cardinali avranno via libera.

Cauchon (conciliante, abbandonando il tono polemico) Signore mio: se lottiamo l'uno contro l'altro non pos­siamo sconfiggere La Pulzella. Io so bene che nel mon­do esiste la Volontà del Potere. Io so che fino a quan­do essa durerà ci sarà lotta tra l'Imperatore e il Papa, tra i duchi e i cardinali politici, tra i baroni e i re. Il demonio ci divide e ci governa. Vedo che non siete amico della Chiesa: siete conte da capo a fondo, così come io sono da capo a fondo uomo di chiesa. Ma non potremmo, di fronte a un comune nemico, lasciar sprofondare queste diversità? Capisco adesso che la vostra mente non è assillata dal pensiero che questa ragazza non ha mai nominato la Chiesa ma pensa sol­tanto a Dio e a se stessa ma dal pensiero che ella non ha mai nominato la nobiltà e pensa soltanto al re e a se stessa.

Warwick. Appunto. In conclusione, queste sue due idee sono uguali. Agiscono in profondità, Monsignore. È la protesta dell'anima individuale contro gli interventi del prete o del pari tra l'uomo privato e il suo Dio. Se dovessi trovare una parola per definirla, direi che è Protestantesimo.

Cauchon (guardandolo duramente) Lo avete capito me­ravigliosamente bene, signore mio. Gratta un Inglese, e trovi un Protestante.

Warwick (atteggiandosi a modello di cortesia) Monsi­gnore, io credo che non siate del tutto privo di sim­patia per la secolare eresia della Pulzella. Lascio a voi la scelta della parola che definisca questo sentimento.

Cauchon. Mi fraintendete, signore mio. Io non ho sim­patia per la sua presunzione politica. Ma come prete ho imparato a conoscere la mente della gente del po­polo; e in essa trovo un'idea anche più pericolosa. Io posso esprimerla soltanto dicendo Francia per i Fran­cesi, Inghilterra per gl'Inglesi, Italia per gl'Italiani, Spagna per gli Spagnoli, e così via. Essa è talvolta così gretta e amara nei contadini che mi sorprende questa ragazza di campagna possa andare al di sopra dell'idea del proprio borgo per i suoi borghigiani. Ma può andarvi. E ci va. Quando minaccia di portar via gli Inglesi dal suolo di Francia pensa indubbiamente a tutta l'estensione di terra in cui si parla la lingua francese. Per lei le persone che parlano francese co­stituiscono ciò che le Sacre Scritture descrivono come una nazione. Se volete, potete chiamare Nazionalismo questo lato della sua eresia. Io non posso trovare una parola migliore per definirlo. Posso soltanto dirvi che esso è essenzialmente anticattolico e anticristiano; per­ché la Chiesa Cattolica conosce un solo reame, ed è il reame di Cristo Re. Se dividete quel reame in na­zioni, detronizzate Cristo. Detronizzate Cristo, e chi si porrà tra la nostra gola e la spada? Il mondo perirà sotto una valanga di guerra.

Warwick. Ebbene, se voi brucerete il Protestante, io brucerò il Nazionalista, per quanto, forse, non possa contare sulla compagnia del reverendo Giovanni. Egli sarà attirato dal pensiero dell'Inghilterra per gli Inglesi.

Cappellano. Certo, l'Inghilterra per gli Inglesi è un sottinteso; è una semplice legge di natura. Ma questa donna nega all'Inghilterra le sue legittime conquiste, che le sono state concesse da Dio grazie alla sua par­ticolare tendenza a governare su razze meno civiliz­zate, per il loro stesso bene. Io non capisco che cosa intenda Vossignoria quando parla di Protestanti e di Nazionalisti: siete troppo dotti e sottili per un povero prete come me. Ma io so, per semplice buon senso, che quella donna è una ribelle; e tanto mi basta. Essa si ribella contro la natura indossando abiti maschili, e combattendo. Si ribella contro la Chiesa usurpando la divina autorità del Papa. Si ribella contro Dio allean­dosi con Satana e i suoi spiriti maligni contro il nostro esercito in modo tale da rischiare la dannazione. E tutte queste ribellioni non sono che pretesti per la sua grande ribellione contro l'Inghilterra. Ciò non può es­sere tollerato. Che perisca. Che bruci. Che non infetti l'intero gregge. È giusto che una donna muoia per il popolo.

Warwick (alzandosi) Monsignore: mi sembra che siamo d'accordo.

Cauchon (alzandosi anche lui, ma per protesta) Io non posso mettere a repentaglio l'anima mia. Io sosterrò la giustizia della Chiesa. Combatterò fino all'ultimo per la salvezza di questa donna.

Warwick. Mi dispiace per quella povera figliola. Odio questi rigori. Se potrò, la risparmierò.

Cappellano (implacabile) La brucerei viva con le mie stesse mani.

Cauchon (benedicendolo) Sancta simplicitas!

SCENA QUINTA

Un ambulacro della Cattedrale di Reims, vicino alla porta della sacrestia. Sopra un pilastro la raffigurazione di una delle stazioni della Croce. L'organo suona per ac­compagnare la gente che esce dalla navata dopo l'inco­ronazione. Giovanna è inginocchiata e prega davanti alla stazione. È vestita splendidamente, ma sempre in abiti maschili. L'organo smette di suonare quando Dunois, anch'egli sontuosamente parato, entra nell'ambulacro, pro­veniente dalla sacrestia.

Dunois.     Vieni, Giovanna! Hai pregato abbastanza. Do­po quello scoppio di pianto, ti prendi un raffreddore se stai ancora qui. È tutto finito: la Cattedrale è vuota; e le strade sono gremite. Chiamano la Pulzella. Ab­biamo detto loro che sei rimasta qua sola a pregare; ma vogliono vederti di nuovo.

Giovanna. No: lascia che il re abbia tutta la gloria.

Dunois.     Ma lui guasta lo spettacolo, povero diavolo. No, Giovanna: lo hai incoronato e adesso devi compiere l'opera.

Giovanna (scrolla la testa, riluttante)

Dunois      (facendola alzare) Vieni, andiamo! Fra due ore sarà tutto finito. È meglio del ponte di Orléans, no?

Giovanna. Oh, caro Dunois, come vorrei essere ancora sul ponte di Orléans! Su quel ponte eravamo vivi!

Dunois.     Sì, è vero, ma c'erano anche dei morti tra noi.

Giovanna. Non è strano, Jack? Io sono tanto vigliacca; prima della battaglia ho una paura indicibile ma, dopo, quando non c'è più pericolo, è tanto noioso; sì, noioso, noioso, noioso!

Dunois.     Devi imparare ad essere astemia nella guerra, proprio come lo sei nel mangiare e nel bere, santarellina mia.

Giovanna. Caro Jack, io credo che tu mi voglia bene come un soldato vuol bene al suo compagno.

Dunois.     Ne hai bisogno, povera innocente figlia di Dio. Non hai molti amici a corte.

Giovanna. Com'è che tutti questi cortigiani e cavalieri e uomini di chiesa mi odiano? Che cos'ho fatto loro? Io non ho chiesto niente per me, salvo di non tassare il mio paese, perché non possiamo permetterci di pagare tasse di guerra. Ho portato loro fortuna e vittoria; ho indicato loro quel che era giusto quando facevano un sacco di stupidaggini; ho incoronato Carlo e ne ho fatto un vero re; e tutti gli onori che ha profuso sono andati a loro. Perché non mi vogliono bene?

Dunois      (canzonandola) Bam-bi-nona! Pretendi che degli stupidi ti vogliano bene perché li hai smascherati? Cre­di che dei vecchi militari rimbambiti amino gli abili giovani capitani che li soppiantano? Credi che i poli­ticanti ambiziosi amino gli arrivisti che tolgono loro le sedie di prima fila? Credi che gli arcivescovi si di­vertano a farsi cacciar via dai loro stessi altari, sia pure dai santi? Oh, se avessi tanta ambizione, anch'io sarei geloso di te!

Giovanna. Tu, qua, sei il miglior fico del bigoncio; il solo amico che abbia tra tutti questi nobili. Scommetto che tua madre era di campagna. Io tornerò alla fattoria quando avrò preso Parigi.

Dunois.     Non sono troppo sicuro che ti permetteranno di prendere Parigi.

Giovanna (sbigottita) Eh?

Dunois.     L'avrei presa io, e già da un pezzo, se avessero! ragionato un po' meglio. Credo che alcuni di loro pre­ferirebbero Parigi prendesse te. Dunque, sta' attenta.

Giovanna. Jack, il mondo è troppo cattivo per me. Se non mi finiscono i goddam e i Borgognoni, mi finiscono i Francesi. Se non fosse per le mie voci mi sarei già perduta di coraggio. È per questo che dopo l'incorona­zione sono sgattaiolata via per venir a pregare, qua, da sola. Ora ti dico una cosa, Jack. Le voci le sento nelle campane. Oggi, no: suonavano tutte, facevano troppo chiasso. Ma qui, in questo cantuccio, dove il suono delle campane viene giù dal cielo, e l'eco indu­gia, o nei prati, dove viene di lontano attraverso il si­lenzio della campagna, ci sono anche le mie voci. (L'o­rologio della cattedrale suona il quarto) Ascolta! (Ri­mane in estasi) Hai sentito? "Cara figlia di Dio": pro­prio come hai detto tu. Alla mezza diranno "Coraggio, va' avanti!". Ai tre quarti diranno "Io-sono-il-tuo-aiu-to". Ma è all'ora, quando la campana grande ripete: "Dio salverà la Francia", che Santa Margherita e San­ta Caterina e qualche volta anche il Beato Michele di­cono cose che io non posso dire prima di loro. Allora, oh, allora...

Dunois      (interrompendola con cortesia ma senza convin­zione) E così, Giovanna, possiamo sentire tutto quello che vogliamo nel rintocco della campana. Mi metti a disagio quando parli delle tue voci: penserei che sei un po' pazzerella se non avessi notato che a me dai sempre delle ragioni molto assennate per le cose che fai, seppure ti sento dire agli altri che ti limiti ad obbedire Madama Santa Caterina.

Giovanna (arrabbiata) Be', bisogna che trovi delle ragioni per te, visto che non credi nelle mie voci. Ma le voci vengono prima di tutto; e le ragioni le trovo dopo: così puoi credere a quello che preferisci.

Dunois.     Sei in collera, Giovanna?

Giovanna. Sì. (Sorride) No, non con te. Vorrei che tu fossi uno dei bambini del paese.

Dunois.     Perché?

Giovanna. Così ti cullerei un pochino.

Dunois.     Dopo tutto sei un pezzetto di donna.

Giovanna. No, neanche un pezzetto: sono un soldato e niente altro. Ma i soldati cullano sempre i bambini, quando ne hanno occasione.

Dunois.     È vero. (Ride.)

Il re Carlo, con Barbablù alla sua sinistra e La Hire alla sua destra, viene dalla sacrestia dov'è stato a spogliarsi dei paramenti. Giovanna si ritira dietro al pilastro. Dunois rimane tra Carlo e La Hire.

Be', alla fine Vostra Maestà è un re consacrato. Che ve ne pare?

Carlo.      Non ci riproverei neanche per diventare impe­ratore del sole e della luna! Il peso di quei paramenti! Quando m'hanno scaricato la corona sulla testa m'è parso di cadere in terra. E quel famoso olio santo, del quale parlano tutti, era rancido: puh! L'Arcivescovo dev'essere più morto che vivo: tutte quelle gualdrappe dovevano pesare una tonnellata: è ancora in sacrestia a farsi spogliare.

Dunois      (secco) Vostra Maestà dovrebbe portare più spesso l'armatura,  così si abituerebbe ai vestiti pesanti.

Carlo.      Già: il solito ritornello! Be', io l'armatura non la metto: combattere non è il mio mestiere. Dov'è la Pulzella?

Giovanna (venendo avanti, tra Carlo e Barbablù, e ca­dendo in ginocchio) Sire: vi ho fatto re. Il mio compito è assolto. Torno alla fattoria di mio padre.

Carlo       (stupito ma sollevato) Ah, davvero? Be', sarà una bellissima cosa.

Giovanna si alza, profondamente scoraggiata.

(Carlo continua, senza badarle) È una vita sana, quella.

Dunois.     Sì, ma noiosa.

Barbablù. Le sottane ti faranno inciampare dopo tanto tempo che non le porti.

La Hire.   Avrai nostalgia delle battaglie. È una brutta abi­tudine, ma straordinaria, e la più difficile da perdere.

Carlo       (ansioso) Eppure, non vogliamo che tu rimanga, se preferisci davvero andare a casa.

Giovanna (con amarezza) Io so bene che a nessuno di voi rincrescerà vedermi andar via.   (Volta le spalle a Carlo e si allontana da lui, per cercare la più affine compagnia di Dunois e La Hire)                                   

La Hire.   Be', io potrò bestemmiare quando ne avrò vo­glia. Ma qualche volta mi mancherai.

Giovanna. La Hire: malgrado tutti i tuoi peccati e tutte le tue bestemmie ci ritroveremo in paradiso, perché ti voglio bene come a Pitou, il mio vecchio cane pa­store. Pitou sarebbe capace di ammazzare un lupo. E tu ammazzerai i lupi inglesi finché non saranno tornati al loro paese e non saranno diventati dei buoni cani di Dio, non è vero?

La Hire.   Te ed io insieme, sì.

Giovanna. No, io reggo soltanto un anno da quando ho cominciato.

Tutti gli altri. Eh?

Giovanna. Non so come, ma lo so.

Dunois.     Che sciocchezze!

Giovanna. Jack, credi che sarai capace di cacciarli fuori?

Dunois      (calmo e convinto) Sì: li caccerò fuori. Ci hanno vinto perché credevamo che le battaglie fossero tornei e commercio di riscatti. Noi facevamo per scherzo men­tre i goddam prendevano la guerra sul serio. Ma io ho imparato la lezione e seguo il loro sistema. Non han­no messo le radici nella nostra terra. Io li ho vinti pri­ma: e li vincerò di nuovo.

Giovanna. Non sarai crudele con loro, vero, Jack?

Dunois.     Per piegare i goddam le carezze non servono. Non siamo stati noi a cominciare.

Giovanna (improvvisamente) Jack: prima che vada a casa, prendiamo Parigi.

Carlo       (terrorizzato) Oh no no. Perderemmo tutto quanto abbiamo guadagnato. Oh, smettiamola con le battaglie. Possiamo fare un ottimo trattato col Duca di Borgogna.

Giovanna. Trattato! (Batte un piede in terra, con impazienza)

Carlo.      Be', perché no, adesso che sono incoronato e unto? Oh, quell'olio!

                                 

L'Arcivescovo viene dalla sacrestia e si unisce al grup­po, mettendosi tra Carlo e Barbablù.

Arcivescovo, la Pulzella vuol ricominciare a combattere.

Arcivescovo. Perché? avevamo finito di combattere? Siamo in pace?

Carlo.      No, suppongo di no; ma contentiamoci di quello che abbiamo fatto. Facciamo un trattato. Abbiamo troppa fortuna perché duri; e adesso abbiamo l'occasione di smettere prima che cambi.

Giovanna. Fortuna! Dio ha combattuto per noi, e voi la chiamate fortuna? E volete smettere quando ci sono ancora degl'Inglesi sul sacro suolo della cara Francia!

Arcivescovo (con durezza) Pulzella: il re si è rivolto a me, non a te. Cerca di controllarti. Perdi spesso il controllo di te stessa.

Giovanna (impassibile, e piuttosto brusca) Allora parlate voi: e ditegli che se leva la mano dall'aratro va contro la volontà di Dio.

Arcivescovo. Ionon ho la dimestichezza che hai tu col nome di Dio, perché io interpreto la Sua volontà con l'autorità della Chiesa e del mio sacro ufficio. Quando sei venuta qua per la prima volta, tu rispettavi quell'autorità e non ti saresti mai permessa di parlare come parli adesso. Eri vestita con la virtù dell'umiltà e, sic­come Dio benediceva le tue imprese a causa di questa virtù, tu ti sei macchiata del peccato di superbia. La vecchia tragedia greca sta sorgendo tra noi. È il castigo del superbo.

Carlo.      Sì:  lei crede di saperne più di chiunque altro.

Giovanna (sgomenta, ma ingenuamente incapace di vedere l'effetto che produce) Ma io ne so più di quanto abbiate l'aria di saperne voi. E non sono superba: parlo soltanto quando so di aver ragione.

Barbablù      To'!

(esclamando insieme)

Carlo              Appunto!

Arcivescovo. E come sai di aver ragione?

Giovanna. Iolo so sempre. Le mie voci...

Carlo.      Oh, le tue voci, le tue voci... Perché non si fanno sentire da me, quelle voci? Il re sono io, non te.

Giovanna. Vi parlano, ma voi non le udite. Voi non siete mai stato, nei campi, la sera, ad ascoltarle. Quando suona l'Angelus vi fate il segno della croce e siete a posto; ma se pregaste col cuore e ascoltaste il fremito delle campane nell'aria dopo che hanno smesso di suo­nare, udreste le voci proprio come le odo io. (Disto­gliendosi bruscamente da lui) Ma di che voci avete bi­sogno per farvi dire quello che può dirvi anche il fab­bro: che dovete battere finché il ferro è caldo? Io vi dico che dobbiamo fare un salto a Compiègne e libe­rarla come abbiamo liberato Orléans. Allora Parigi aprirà le sue porte; e se non le aprirà, le butteremo giù noi. Che cosa vale la vostra corona senza la vostra capitale?

La Hire.   È quello che dico anch'io. Le sfonderemo come una palla incandescente sfonda una libbra di burro. Che ne dici, Bastardo?

Dunois.     Se le palle dei nostri cannoni fossero tutte calde quanto la tua testa, e ne abbiamo avute a sufficienza, conquisteremmo la terra, questo è certo. L'ostinazione e l'impeto sono buoni servi della guerra, ma cattivi padroni: ogni volta che ci siamo affidati a loro, siamo stati consegnati nelle mani degli Inglesi. Non sappiamo mai quand'è che siamo vinti: questa è la nostra grande colpa.

Giovanna. Non sapete mai quand'è che siete vittoriosi: ed è una colpa peggiore. Dovrò farvi portare il cannoc­chiale, quando siete in combattimento, per farvi con­vincere che gl'Inglesi non hanno portato via il naso a tutti noi. Se non vi avessi indotto ad attaccare, sareste ancora assediati a Orléans, voi e i vostri consigli di guerra. Dovreste sempre attaccare; e se reggete quel tanto che basta, il nemico smette prima di voi. Non sapete come iniziare una battaglia; e non sapete ser­virvi dei vostri cannoni. Io sì.

                                 

Si acquatta sul pavimento,  incrociando  le gambe. È imbronciata.

Dunois.     Io lo so quello che pensi di noi, generale Giovanna.

Giovanna. Non ci badare, Jack. Di' loro quello che pensi di me.

Dunois.     Iopenso che Dio era dalla tua parte, perché non dimentico com'è cambiato il vento, e come sono cambiati i nostri cuori quando sei venuta tu; e, sulla mia fede, non negherò mai che abbiamo vinto sotto il tuo segno. Ma, come soldato, ti devo dire che Dio non è il facchino dell'uomo, e neanche della ragazza. Se ne sei degna, può darsi che qualche volta ti strappi via dalle ganasce della morte, e ti rimetta in piedi; ma niente di più: una volta che sei in piedi hai da com­battere con tutta la tua forza e con tutta la tua astuzia. Perché Lui ha da essere leale anche col tuo nemico: non dimenticartene. Ebbene, grazie a te ci ha rimesso in piedi a Orléans; e quella gloria ci ha fatto superare alcune buone battaglie e ci ha condotti qui, all'inco­ronazione. Ma se ne approfittiamo ancora, e affidiamo a Dio il lavoro che dovremmo fare noi ci facciamo vincere; e ci sta bene!

Giovanna. Ma...

Dunois.     Zitta! Non ho finito. Non crediate, voi, che que­ste nostre vittorie siano state ottenute senza comando. Re Carlo: nel vostro proclama non avete detto una sola parola sulla parte che io ho avuto in questa cam­pagna; e io non me ne lamento; perché il popolo correrà dietro alla Pulzella e ai suoi miracoli ma non dietro alla fatica che ha fatto il Bastardo per trovarle delle trup­pe e per dar loro da mangiare. Ma io so con precisione quanto Dio ha fatto per noi attraverso la Pulzella e quanto m'ha lasciato da fare attraverso il mio buon senso; e vi dico che la vostra breve ora di miracoli è finita e che da ora in poi vince chi sa giocare meglio la partita della guerra... se ha la fortuna dalla sua parte.

Giovanna. Ah! se, se, se, se! Se i se e i ma fossero pen­tole e tegami non ci sarebbe più bisogno di calderaio. (Alzandosi con impeto) Ti avverto, Bastardo, che la tua arte di guerra non serve a nulla, perché i tuoi ca­valieri non sanno fare la guerra sul serio. Per loro la guerra è una partita, come il tennis e gli altri giochi: fanno le regole per stabilire ciò che è leale e ciò che non lo è, e accumulano le corazze su loro stessi e sui loro poveri cavalli per difendersi dalle frecce; e quando cadono non si possono rialzare e devono aspettare che i loro scudieri siano riusciti a tirarli su per trattare il prezzo del riscatto con chi li ha sbattuti giù dal cavallo. Non vedete che questo modo di vita è superato ed esau­rito? A che serve la corazza contro la polvere da sparo? E se anche servisse, credete che coloro i quali com­battono per la Francia e per Dio smetterebbero di com­merciare riscatti, dato che la metà dei vostri cavalieri vive di questi? No: combatterebbero per vincere e, pri­ma di andare in battaglia, metterebbero la loro vita, con le loro stesse mani, nelle mani di Dio, come faccio io? I popolani capiscono questo. Non possono permet­tersi le armature e non possono pagare i riscatti, ma mi hanno seguita, a petto nudo, nel fossato e su per i muraglioni. Essi difendono la mia vita o la tua, e Dio difende i giusti! Scrolla pure la testa, Jack; e Barbablù si arricci pure la barbetta caprina e storca pure il naso; ma ricordate il giorno in cui i vostri cavalieri e i vostri capitani si sono rifiutati di seguirmi per attaccare gl'In­glesi a Orléans! Avete chiuso le porte, perché non uscis­si; ma i popolani e i contadini mi hanno seguito, e hanno forzato le porte e vi hanno insegnato a combattere sul serio.

Barbablù (offeso) Non contenta di essere la Papessa Giovanna, vuoi essere anche Cesare e Alessandro.

Arcivescovo. L'orgoglio cadrà, Giovanna.

Giovanna. Oh, non importa che sia orgoglio o altro: è vero? è assennato?

La Hire.   È vero. La metà di noi ha paura di rompersi il bel nasino; e l'altra metà si avventura perché ha da pagare le sue ipoteche. Lascia che faccia a modo suo, Dunois: non sa tutto; ma ha in mano il bandolo della matassa. La guerra non è quella di una volta e spesso coloro che ne sanno meno sono quelli che ottengono di più.

Dunois.     Lo sobene. E non combatto all'antica: ho im­parato la lezione di Azincourt, di Poitiers e di Crecy. So quante vite può costare una mossa mia: e se la mossa vale quel prezzo la faccio e pago. Ma Giovanna non calcola mai il prezzo: va avanti e si affida a Dio; crede di aver Dio in tasca. Finora ha avuto il numero dalla sua; e ha vinto. Ma conosco Giovanna; e so che un giorno andrà avanti anche se ha solo dieci uomini per fare ciò che dovrebbero fare in cento. E allora s'accorgerà che Dio sta dalla parte del battaglione più grosso. Sarà presa dal nemico. E il fortunato che la catturerà, riscuoterà sedicimila sterline dal Conte di Ouareek.

Giovanna (lusingata) Sedicimila sterline! Ohé, maschiet­to, hanno offerto sedicimila sterline per me? Non è possibile che ci sia tanto danaro al mondo.

Dunois.     C'è, ed è in Inghilterra. Adesso ditemi, tutti, chi di voi alzerà un dito per salvare Giovanna il gior­no in cui gl'Inglesi l'avranno catturata? Io parlo per primo, in nome dell'esercito. Il giorno dopo quello in cui un goddam o un Borgognone l'avrà disarcionata, e non ne' sarà morto, il giorno dopo, dicevo, che ella sarà rinchiusa in una prigione e non vi sarà sbarra né chiavistello che si spalanchi sotto le dita dell'angelo di San Pietro: il giorno in cui il nemico scoprirà che ella è vulnerabile quanto me e tutt'altroché invincibile, ella non varrà per noi più della vita di un soldato qualsiasi; e io non rischierò quella vita, per quanto Giovanna mi sia cara come  compagno d'armi.

Giovanna. Non te ne voglio, Jack: hai ragione. Io non valgo la vita di un solo soldato, se Dio permette che sia sconfitta; ma la Francia potrebbe credere che valga il mio riscatto, dopo quanto Dio ha fatto per lei, attraverso me.

Carlo.      Ioti ripeto che non ho danaro; e questa incoronazione, che è stata fatta proprio per colpa tua, m'è costata l'ultimo quattrino che potevo farmi prestare.

Giovanna. La Chiesa è più ricca di voi. Io ho fiducia nella Chiesa.

Arcivescovo. Bada: ti trascineranno per le strade e ti bruceranno viva come una strega.

Giovanna (correndo da lui) Oh, Monsignore, non ditelo. È impossibile! Io una strega!

Arcivescovo. Pietro Cauchon sa il fatto suo. L'Univer­sità di Parigi ha mandato al rogo una donna perché aveva detto che quanto tu hai fatto era fatto bene, e secondo il volere di Dio.

Giovanna (esterrefatta) Ma perché? Che cosa significa? Ciò che ho fatto è proprio secondo il volere di Dio. Non potevano bruciare viva una donna perché aveva detto la verità.

Arcivescovo. L'hanno bruciata.

Giovanna. Ma voi sapete che diceva la verità. E non permettereste che bruciassero me.

Arcivescovo. Come potrei impedirlo?

Giovanna. Parlereste in nome della Chiesa. Siete un gran­de principe della Chiesa. Io andrei ovunque se la vo­stra benedizione mi proteggesse.

Arcivescovo. Ionon avrò benedizioni per te finché sarai superba e disobbediente.

Giovanna. Oh, ma perché seguitate a dire queste cose? Io non sono superba e disobbediente. Io sono una po­vera figliola, e tanto ignorante che non distinguo A da B. Come potrei essere superba? E come fate a dire che sono disobbediente se obbedisco sempre alle mie voci perché vengono da Dio?

Arcivescovo. La voce terrena di Dio è la voce della Chie­sa Militante; e tutte le voci che ti giungono sono gli echi della tua stessa volontà.          

Giovanna. Non è vero.

Arcivescovo (arrossendo con rabbia) Dài del bugiardo all'Arcivescovo nella sua Cattedrale; eppure dici di non essere superba e disobbediente.

Giovanna. Non vi ho mai dato del bugiardo. Siete stato voi a dire che le mie voci erano bugiarde. Quando mai hanno mentito? Se volete, potete non crederci; ma anche se sono soltanto gli echi del mio buon senso, non hanno sempre ragione? e i vostri consigli terreni non hanno sempre torto?

Arcivescovo (indignato) Ammonirti è tempo sprecato.

Carlo.      Siamo sempre daccapo. Lei ha ragione e tutti gli altri hanno torto.

Arcivescovo. Questo sia l'ultimo ammonimento. Se pe­risci per aver posto il tuo giudizio privato al disopra delle istruzioni dei tuoi direttori spirituali, la Chiesa ti rinnega e ti abbandona al destino che il tuo orgoglio ti ha meritato, qualunque esso sia. Il Bastardo ti ha detto che se persisti nel porre la tua presunzione mili­tare al disopra dei consigli dei tuoi comandanti...

Dunois      (frapponendosi) Per essere precisi, se ti azzardi a soccorrere la guarnigione di Compiègne senza la stessa superiorità numerica che avevi ad Orléans...

Arcivescovo. L'esercito ti rinnega, e non ti riscatta. E Sua Maestà il Re ti ha detto che il trono non ha i mezzi per riscattarti.

Carlo.      Non un soldo.

Arcivescovo. Sei sola, assolutamente sola, affidata alla tua superbia, alla tua ignoranza, alla tua caparbia pre­sunzione, all'empietà che commetti nascondendo tutti questi peccati sotto al manto della fede in Dio. Quan­do varcherai queste porte e uscirai al sole, la folla ti acclamerà. Ti porteranno i bambini e gli infermi per­ché tu li risani: ti baceranno le mani e i piedi e fa­ranno quanto è in loro, povere anime semplici, per farti girare la testa e farti impazzire nella fiducia che hai di te stessa e che ti sta conducendo alla rovina. Ma nondimeno sarai sola: essi non potranno salvarti. Noi, solo noi, possiamo pararci tra te e il rogo sul qua­le i nostri nemici hanno bruciato viva quella sciagu­rata donna di Parigi.

Giovanna (con gli occhi al cielo) Ho amici e consiglieri migliori di voi.

Arcivescovo. Vedo che sto parlando invano a un cuore incallito. Respingi la nostra protezione e sei decisa a farci rivoltare tutti contro di te. In avvenire, dunque, fai da sola; e se fallisci, Dio abbia pietà dell'anima tua.

Dunois.     È la verità, Giovanna.

Giovanna. Dove sareste tutti, adesso, se avessi ascoltato questo genere di verità? Non v'è aiuto, né consiglio in alcuno di voi. Sì: sono sola sulla terra, sono sem­pre stata sola. Mio padre ordinò ai miei fratelli di annegarmi se non rimanevo a badare alle pecore men­tre la Francia sanguinava a morte: la Francia poteva perire, purché i nostri agnelli fossero salvi. Io credevo che la Francia avesse degli amici alla corte del re di Francia; e non trovo che lupi in lotta per i brandelli del suo povero corpo dilaniato. Io credevo che Dio avesse degli amici dappertutto, poiché Egli è l'amico di tutti; e, nella mia innocenza, credevo che voi, i quali adesso mi cacciate fuori, mi avreste difeso dal male come torri incrollabili. Ma adesso sono più accorta; e nessuno è peggiore perché è più accorto. Non cre­diate di potermi spaventare dicendomi che sono sola. La Francia è sola; e Dio è solo; e che cos'è la mia solitudine di fronte alla solitudine della mia patria e del mio Dio? Adesso vedo che la solitudine di Dio è la Sua forza: che cosa sarebbe se desse retta ai vostri piccoli consigli invidiosi? Ebbene, anche per me la so­litudine sarà forza: è meglio essere soli con Dio: la Sua amicizia non tradirà, e neanche il Suo consiglio e il Suo amore. Nella Sua forza io oserò, e oserò e oserò, fino a morire. Andrò fuori, incontro al popolo, e l'amore che vedrò nei suoi occhi mi conforterà del­l'odio che vedo nei vostri. Sarete tutti contenti di ve­dermi bruciare viva; ma se io attraverserò le fiamme, le attraverserò per entrare nel loro cuore, in eterno. E adesso, Dio sia con me!

Si allontana da loro. Essi la seguono con lo sguardo fisso, cupi e silenziosi.  Poi Barbablù  si  arriccia la barba.

Barbablù. Eh già, quella donna è insopportabile. A dir la verità non m'è antipatica, ma come si fa con un caratteraccio simile?

Dunois.     Dio mi sia testimone che se ella cadesse nella Loira io mi ci butterei dentro, con tutta la corazza, per cercare di ripescarla. Ma se a Compiègne fa delle sciocchezze e si lascia prendere, bisogna che l'abbandoni alla sua sorte.

La Hire.   Allora è meglio che tu m'incateni; perché quan­do il suo spirito si innalza fino a questo punto, io mi sento capace di seguirla anche all'inferno.

Arcivescovo. Essa turba anche il mio giudizio: le sue sfuriate hanno un potere pericoloso. Ma il baratro è aperto ai suoi piedi e non potremmo distoglierla da esso, né per il bene né per il male.

Carlo.      Se per lo meno stesse buona, o andasse a casa sua!

La seguono, scoraggiati.


SCENA SESTA

Rouen, 30 maggio 1431. Un grande salone di pietra, a volta, nel castello, sistemato per un processo secondo la legge, che non era un processo fatto da giurati, ma da giudici, essendo esso giudicato dal tribunale del Ve­scovo, con la partecipazione dell'Inquisizione: vi sono quindi due tronetti, fianco a fianco, per il Vescovo e l'Inquisitore che fungono da giudici. Alcune file di se­die che si irradiano da essi, formando un angolo ottuso, sono riservate ai canonici, ai dottori in legge e in teolo­gia e ai frati domenicani che fungono da assessori. Nel­l'angolo v'è un tavolino per gli scribi, con sgabelli. Un pesante sgabello di legno rozzo è stato approntato per l'imputata. Tutto questo è stato piazzato dal lato interno del salone; l'altro lato si apre sulla corte, attraverso una fila di archi. Paraventi e tendaggi riparano il tribunale dalle intemperie.

Guardando il grande salone dal centro del lato inter­no, si vedono i tronetti dei giudici e la tavola degli scribi sulla destra. Lo sgabello dell'imputata è sulla sinistra. A destra e a sinistra, porte arcuate. È una bella ed assolata mattina di maggio.

Warwick arriva, seguito dal suo paggio, attraversa la porta arcuata che è dal lato dei giudici.

Paggio (petulante) Suppongo Vossignoria sia al corrente che noi non abbiamo niente da fare qua.  Questo è  un tribunale ecclesiastico; e noi non siamo che il braccio secolare.

Warwick. Ne sono al corrente. Piace alla tua sfaccia­taggine di trovarmi il Vescovo di Beauvais e di fargli sapere che può scambiare due parole con me prima del processo, se lo desidera?

Paggio      (andando via) Sì, mio signore.

Warwick. E cerca di condurti bene. Non chiamarlo Pio Pietro.

Paggio.     No, mio signore, sarò cortese con lui perché, quando sarà introdotta la Pulzella, il Pio Pietro dovrà beccarsi un bel pizzico di pepe rosso.

Cauchon entra dalla stessa porta, seguito da un frate domenicano e da un canonico; quest'ultimo ha in mano un incartamento.

Paggio.     Il Reverendissimo Monsignore Vescovo di Beauvais. E due altri reverendi signori.

Warwick. Fuori! e bada che nessuno ci interrompa.

Paggio.     Va bene, mio signore. (Sparisce, come una folata)

Cauchon. Auguro il buongiorno a Vossignoria.

Warwick. Buongiorno a Vostra Reverenza. Ho già avuto il piacere di incontrare i vostri amici? Non credo.

Cauchon (presentando il frate, che è alla sua destra) Questo, signore mio, è il fratello Giovanni Lemaître, dell'ordine di San Domenico. Funge da rappresentan­te del Capo Inquisitore per i reati di eresia in Francia. Fratello Giovanni: il Conte di Warwick...

Warwick. Dò il benvenuto a Vostra Reverenza. Noi, in Inghilterra, non abbiamo Inquisitore, disgraziatamen­te; per quanto ci manchi molto, specialmente in oc­casioni come questa.

L'inquisitore sorride con pazienza, e s'inchina. È un gentiluomo d'età alquanto matura, ma ha evidenti riserve di autorità e fermezza.

Cauchon (presentando il canonico, che è alla sua sini­stra) Questo gentiluomo è il canonico Giovanni d'Estivet, del Capitolo di Bayeux. Funge da Promotore.

Warwick. Promotore?

Cauchon. In procedura civile, lo chiamereste procuratore.

Warwick. Ah! procuratóre. Bene, bene. Sono molto lieto di fare la vostra conoscenza, canonico d'Estivet.

D'Estivet s'inchina. (È di giovane età media, di mo­di gentili ma, sotto la vernice,  astuto come una volpe.)

Posso chiedervi a che punto è giunta la procedura? Sono ormai trascorsi più di nove mesi da quando i Borgognoni hanno catturato la Pulzella a Compiègne. Sono quattro mesi esatti da quando io l'ho comprata dai Borgognoni per una bellissima somma, unicamen­te perché fosse consegnata alla giustizia. Sono quasi tre mesi da quando l'ho affidata a voi, Monsignor Ve­scovo, come persona sospetta di eresia. Posso accen­nare al fatto che state impiegando un tempo piuttosto esorbitante per decidere di un caso molto semplice? Questo processo non finirà mai?

Inquisitore (sorridendo) Non è ancora cominciato, signore mio.

Warwick. Non è ancora cominciato! Ma come? sono undici settimane che ve ne state occupando!

Cauchon. Non siamo stati in ozio, signore mio. Abbia mo interrogato

la Pulzella per ben quindici volte: sei in pubblico e nove in privato.

Inquisitore (sempre sorridendo pazientemente) Vedete, signore mio, io ho assistito a due soli di questi inter­rogatorii. La procedura riguardava unicamente il tri­bunale vescovile, e non il Santo Uffizio. Io ho deciso soltanto adesso di associarmi, vale a dire di associare la Santa Inquisizione al tribunale vescovile. In un primo tempo non credevo affatto che si trattasse di un caso d'eresia. Lo consideravo un caso politico e ritenevo la Pulzella un prigioniero di guerra. Ma dopo essere sta­to presente a due interrogatorii, debbo ammettere che esso mi sembra uno dei casi di eresia più gravi della mia esperienza. Adesso, quindi, tutto è regolare e que­sta mattina, intraprendiamo il processo. (Va verso i tronetti dei giudici.)

Cauchon. Subito, se la Signoria Vostra lo consente.

Warwick (graziosamente) Be', questa è una buona no­tizia, signori. Non desidero nascondervi che la nostra pazienza cominciava a compiere un certo sforzo.

Cauchon. L'ho intuito dalle minacce dei vostri soldati i quali promettevano di annegare i Francesi che par-teggiavano per la Pulzella.

Warwick. Ebbene, le loro intenzioni erano comunque amichevoli per voi, Monsignore.

Cauchon (con durezza) Spero di no. Ho stabilito che questa donna sia processata con giustizia. La giustizia della Chiesa non è una beffa, signore mio.

Inquisitore (di rimando) Non ho mai conosciuto, nella mia esperienza, interrogatorii più leali di questi. La Pulzella non ha bisogno di avvocati che la difendano: sarà giudicata dai suoi amici più fedeli, tutti ardente­mente desiderosi di salvare la sua anima dalla perdizione.

D'Estivet. Signore: io sono il Promotore e a me è spet­tato il doloroso compito di redigere l'accusa contro questa ragazza; ma, credetemi, distruggerei oggi stesso la mia accusa e mi affretterei ad assumere la difesa se non sapessi che uomini di gran lunga superiori a me in dottrina, pietà, eloquenza e forza di persuasione sono stati incaricati di ragionare con lei, di spiegarle il pericolo che corre, e la facilità con cui lo può evitare.

(Scoppia improvvisamente in eloquenza da pe­nalista, provocando l'orrore di Cauchon e dell'Inquisitore che, fin allora, lo avevano ascoltato con patro­cinante approvazione)

Taluni hanno osato dire che sia­mo mossi dall'odio; ma Dio ci è testimone della loro menzogna. L'abbiamo noi torturata? No. Abbiamo noi mai desistito dall'esortarla, dall'implorarla di avere pie­tà di se stessa, di farsi accogliere in seno alla Chiesa come figlia traviata ma non per questo meno benvo­luta? Abbiamo noi...

Cauchon (interrompendolo con secchezza) State attento, canonico. Tutto quanto dite è vero; ma se riuscite a far sì che Sua Signoria lo creda, io non risponderò del­la vostra vita e dubiterò assai della mia.

Warwick (deprecando, ma tuttavia non negando) Oh, Monsignore, siete molto duro nei confronti di noi po­veri Inglesi. Ma noi non spartiamo certamente il vo­stro pio desiderio di salvare la Pulzella: infatti vi dico chiaro e tondo che la sua morte è una necessità poli­tica che io rimpiango ma non posso evitare. Se la Chie­sa la lascia in libertà...

Cauchon (con orgoglio feroce e minaccioso) Se la Chie­sa la lascerà libera, guai a colui, fosse anche l'Impe­ratore in persona, che oserà posarle un dito addosso! La Chiesa non è soggetta a necessità politiche, signore mio!

Inquisitore (frapponendosi cortesemente) Non dovete preoccuparvi del risultato, monsignore. Avete, in que­sta faccenda, un alleato invincibile: assai più deciso di voi a farla bruciare.

Warwick. E chi sarebbe, se mi è lecito chiederlo, que­sto nostro comodissimo partigiano?

Inquisitore. La stessa Pulzella. Se non la imbavagliate, non le potete impedire di condannarsi dieci volte di seguito ogni volta che apre bocca.

D'Estivet. È verissimo, signore mio. Mi si drizzano i capelli sulla testa quando odo una così giovane crea­tura pronunciare bestemmie siffatte.

Warwick. Tuttavia fate del vostro meglio per aiutarla, se siete tanto sicuri che non servirà a nulla. (Guardan­do duramente Cauchon) Mi dispiacerebbe di dover agi­re senza la benedizione della Chiesa.

Cauchon (con un misto di cinica ammirazione e di di­sprezzo) E poi dicono che gli Inglesi sono ipocriti! Voi agite per la vostra parte anche a rischio dell'anima vostra. Non posso far a meno di ammirare tanta fe­deltà, ma non oso arrivare anch'io a questo punto. Temo la dannazione.

Warwick. Se avessimo dei timori non potremmo mai governare l'Inghilterra, Monsignore. Devo far intro­durre i vostri collaboratori?

Cauchon. Sì: Vossignoria sarebbe molto buona se vo­lesse ritirarsi e consentire alla corte di riunirsi.

                               

Warwick volta i tacchi ed esce nel cortile. Cauchon va a sedersi su uno dei tronetti da giudice; intanto D'Estivet si siede alla tavola degli scribi e studia il suo incartamento.

Cauchon (incidentalmente, sedendosi) Che lazzaroni sono i nobili inglesi!

Inquisitore (sedendo sull'altro tronetto da giudice, alla sinistra di Cauchon) Qualsiasi potere secolare rende gli uomini lazzaroni. Non sono allenati al lavoro e non hanno la Successione Apostolica. I nostri nobili non sono migliori di quelli.

Gli assessori del Vescovo entrano rapidamente nel salone, capitanati dal cappellano di Stogumber e dal canonico di Courcelles, un giovane prete di trent'anni. Gli scribi si siedono al loro tavolino, lasciando vuota una sedia di fronte a D'Estivet. Alcuni degli assessori prendono posto a sedere: altri rimangono in piedi a chiacchierare, in attesa che la procedura abbia formalmente inizio. Di Stogum­ber, scontento e caparbio, non vuoi sedersi, e nem­meno si siede il canonico che rimane alla sua destra.

Cauchon. Buongiorno, reverendo di Stogumber. (All'Inquisitore) Il cappellano del Cardinale d'Inghilterra.

Cappellano (correggendolo) Di Winchester, Monsigno­re. Devo fare una protesta, Monsignore.

Cauchon. Ne fate molte.                                               

Cappellano. Non sono senza sostegno, Monsignore. Ec­co il Reverendo di Courcelles, canonico di Parigi, che si associa alla mia protesta.

Cauchon. Ebbene, che cos'è accaduto?

Cappellano (imbronciato) Parlate voi, reverendo di Cour­celles, poiché non mi sembra di godere la fiducia di Monsignore.

(Si siede, sdegnato, vicino a Cauchon, alla sua destra.)

Courcelles. Monsignore: abbiamo dovuto penare molto per redigere l'atto di accusa contro la Pulzella, com­prendente sessantaquattro punti. Siamo stati informati soltanto adesso che i capi d'accusa sono stati ridotti di numero senza il nostro parere.

Inquisitore. Reverendo di Courcelles: il colpevole so­no io. Io sono colmo di ammirazione per lo zelo di­mostrato nei vostri sessantaquattro capi d'accusa; ma nell'accusa di un eretico, come in altre cose, il troppo stroppia. Dovete, inoltre, ricordare che i membri della corte non sono tutti sottili e profondi come voi, e che Una parte della vostra grandissima dottrina potrebbe apparire loro una grandissima sciocchezza. Ho, quin­di, pensato bene di ridurre i vostri sessantaquattro capi d'accusa a dodici...

Courcelles (fulminato) Dodici!!!

Inquisitore. Dodici basteranno benissimo, credetemi, al vostro scopo.

Cappellano. Ma alcuni dei punti più importanti sono stati ridotti quasi a zero. Per esempio, la Pulzella ha effettivamente dichiarato che le benedette Sante Mar­gherita e Caterina e il Santo Arcangelo Michele le parlavano in francese. È un punto vitale.

Inquisitore. Ritenete, indubbiamente, che avrebbero dovuto parlare in latino?

Cauchon. No: pensa che avrebbero dovuto parlare in inglese.

Cappellano. Naturalmente, Monsignore.

Inquisitore. Ebbene, siccome io credo, e tutti i pre­senti ne hanno convenuto, che queste voci della Pul­zella siano le voci degli spiriti maligni che tentano di dannarla, non sarebbe cortese per voi, reverendo di Stogumber, e per il re d'Inghilterra, sostenere che la lingua madre del demonio è l'inglese. Quindi, la­sciate andare. La questione non è del tutto omessa dai dodici articoli. Vi prego, prendete posto, signori; e procediamo.

Tutti coloro che ancora non si sono seduti, si siedono.

                                 

Cappellano. Ebbene, io protesto. Ecco tutto.

Courcelles. Mi è duro pensare che tutto il nostro la­voro potrebbe essere inutile. V'è un altro esempio della diabolica influenza che questa donna esplica sulla corte. (Prende posto sulla sua sedia che è alla destra  del  cappellano.)

Cauchon. Insinuate forse che io sono sotto l'influenza del demonio?

Courcelles. Ionon insinuo niente, Monsignore. Ma mi sembra che qua si cospiri a far passare sotto si­lenzio il fatto che la Pulzella ha rubato il cavallo del Vescovo di Senlis.

Cauchon (trattenendo a fatica il suo malumore) Que­sta non è una corte di polizia. Dobbiamo perder tempo su inezie siffatte?

Courcelles (alzandosi, scandalizzato) Monsignore: chia­mate inezia il cavallo del Vescovo?

Inquisitore (con dolcezza) Reverendo di Courcelles: la Pulzella dichiara di avere abbondantemente pagato il cavallo del Vescovo, e che se il danaro non è giun­to fino a lui, la colpa non è sua. Siccome ciò può es­sere vero, il punto è tra quelli sui quali possiamo be­nissimo assolvere la Pulzella.

Courcelles. Sì, se fosse un cavallo comune. Ma il ca­vallo del Vescovo! Come può essere assolta per que­sto? (Si rimette a sedere, sbalordito e scoraggiato.)

Inquisitore. Vi faccio osservare, col massimo rispetto, che se noi persistiamo nel processare la Pulzella per futili colpe delle quali dovremo forse dichiararla in­nocente, ella potrebbe sfuggirci sul principale capo d'accusa, e cioè l'eresia, colpa che, finora, ella sembra attribuirsi con insistenza. Vi chiedo, quindi, di non dir nulla, quando la Pulzella sarà introdotta alla no­stra presenza, di questi furti di cavalli, di queste dan­ze attorno ad alberi fatati coi bambini del paese, di queste preghiere davanti a pozzi infestati dagli spiriti e su una dozzina di altre cose che, prima del mio ar­rivo, sono state oggetto delle vostre più accurate in­dagini.  In Francia non esiste una ragazza di paese contro la quale non sia possibile provare le stesse co­se: danzano tutte attorno ad alberi visitati dagli spi­riti e pregano tutte davanti a pozzi magici. Alcune di esse ruberebbero il cavallo del Papa, se ne avessero l'occasione. L'eresia, signori, l'eresia è l'accusa che dobbiamo processare. Il mio preciso compito è di in­dividuare e di sopprimere l'eresia: io sono qui come Inquisitore, non come comune magistrato. Insistete sull'eresia, signori; e lasciate andare gli altri argomenti.

Cauchon. Possodire che abbiamo mandato a fare un'in­chiesta nel paese della ragazza; e non v'è praticamente niente di grave contro di lei.                                    

Cappellano     Niente di grave, Monsignore...

       (alzandosi e protestando

                         clamorosamente insieme)

Courcelles     Ma come! L'albero fatato non...

Cauchon (al limite della pazienza) State zitti, signori; o parlate uno alla volta.

Courcelles piomba a sedere, intimidito.

Cappellano (imbronciato, si rimette a sedere) È quel che ci ha detto la Pulzella, venerdì scorso.

Cauchon. Avreste fatto bene a seguire il suo consiglio, signore. Quando dico niente di grave, intendo dire niente che uomini dalla mente tanto aperta da poter condurre un'inchiesta possono considerare grave. Con­vengo col mio collega Inquisitore che dobbiamo proce­dere sull'accusa di eresia.

Ladvenu (un domenicano giovane ma dai fini linea­menti ascetici, seduto all'immediata destra di Cour­celles) Ma v'è qualcosa di molto nocivo nell'eresia della ragazza? Non si deve attribuirla semplicemente alla sua ingenuità? Molti santi hanno detto quanto dice Giovanna.

Inquisitore (non più dolce, ma con grande gravita) Frate Martino: se dell'eresia conosceste ciò che cono­sco io, non pensereste mai che sia cosa lieve neanche nelle sue origini più apparentemente innocue e per­fino amabili e pie. L'eresia nasce da persone che sotto ogni aspetto appaiono migliori del loro prossimo. Una ragazza garbata e pia, o un giovane che, per seguire l'ordine di Nostro Signore, abbia dato tutte le sue ricchezze ai più bisognosi, indossato l'abito della po­vertà e intrapreso una vita austera secondo la regola dell'umiltà e della carità può essere il fondatore di un'eresia capace di far naufragare sia la Chiesa che l'Impero ove non si provveda in tempo a sradicarla senza pietà. Gli annali della Santa Inquisizione sono pieni di racconti che non osiamo rendere di pubblica ragione perché vanno oltre ciò che possono credere uomini onesti e donne innocenti; eppure sono tutti nati da persone di santa ingenuità. È un fatto che ho veduto molte e molte volte. Badate bene: la donna che ricusa i proprii abiti e si veste da uomo, è come l'uomo che getti via la pelliccia e si vesta come Giovanni Battista: essi sono seguiti, inevitabilmente, co­me la notte succede al giorno, da bande di donne e uomini selvaggi che rifiutano di portare qualsiasi ge­nere di vestito. Quando delle ragazze non vogliono né maritarsi né prendere voti regolari, e degli uomini respingono il matrimonio ed esaltano la loro libidine in divine ispirazioni, allora, in modo inevitabile, come l'estate succede alla primavera, essi iniziano con la poligamia e finiscono con l'incesto. L'eresia sembra dapprima innocente e perfino lodevole; ma alla fine è un orrendo mostro di scelleratezza contro natura, tale che i più miti tra voi, vedendola all'opera come l'ho vista io, si ribellerebbero contro la misericordia con cui la Chiesa la affronta. Per due secoli il Santo Uffizio ha lottato contro queste diaboliche pazzie; e sa che esse partono sempre da persone ambiziose e ignoranti che si erigono a giudici della Chièsa e si ar­rogano il diritto di essere gli interpreti della volontà di Dio. Non dovete incorrere nel comune errore di confondere i semplici con i bugiardi e gli ipocriti. Essi credono onestamente e sinceramente che la loro dia­bolica ispirazione è divina. Bisogna quindi che stiate ben in guardia contro la vostra naturale compassione.

Voi siete tutti, lo spero, uomini misericordiosi: altri­menti come avreste potuto dedicare la vostra vita al servizio del nostro soave Redentore? Adesso vedrete davanti a voi una giovanetta, casta e pia; perché devo dirvi, signori, che le cose dette su lei dai nostri amici inglesi non hanno prove che le sostengano, mentre è ampiamente riconosciuto da molti che i suoi eccessi sono stati eccessi di religione e di carità e non sono mai attribuibili a spirito mondano e libertino. Questa ragazza non è di quelle i cui duri lineamenti denotano durezza di cuore e i cui sguardi arroventati e il cui contegno impudico le condannano prima che siano accusate. Il diabolico orgoglio che l'ha condotta nel suo attuale periglio non ha lasciato tracce sul suo volto. Per quanto strano possa sembrarvi, esso non ha lasciato tracce neanche sul suo carattere, salvo ne­gli speciali argomenti in cui ella dimostra tanta su­perbia; vedrete, quindi, un diabolico orgoglio e una naturale umiltà racchiuse nella stessa anima. State, dunque, in guardia. Dio mi guardi dal dirvi di indu­rire i vostri cuori: infatti, se la condanneremo, il suo castigo sarà tanto crudele che, se i nostri cuori ospi­tassero un solo briciolo di malizia contro di lei, non potremmo più personalmente sperare nella misericor­dia divina. Ma se odiate la crudeltà - e se qua tra noi v'è chi non la odia, io gli ordino, per la salvezza dell'anima sua, di abbandonare questo sacro tribu­nale - dicevo, se odiate la crudeltà, ricordate che niente è crudele, nelle sue conseguenze, quanto la tol­leranza dell'eresia. L'eretico, se cade nelle mani del Santo Uffizio, è al sicuro dalla violenza, è affidato a un processo leale, e non può soffrire la morte, anche se colpevole, quando il pentimento succede al pec­cato. Innumerevoli vite di eretici sono state salvate perché il Santo Uffizio le ha tolte dalle mani del po­polo, e perché il popolo le ha cedute sapendo che il Santo Uffizio le avrebbe processate. Prima che esi­stesse la Santa Inquisizione, e anche adesso, quando i suoi ufficiali non sono sul luogo, lo sciagurato so­spetto di eresia, magari per ignoranza e ingiustamente,  è lapidato, sbranato, arso vivo nella propria casa con i figli innocenti, senza processo, senza confessione, senza sepoltura se non quella che si converrebbe a un cane: atti, questi, tutti odiosi a Dio e crudelissimi ver­so l'uomo. Signori: io sono compassionevole sia per natura che per professione; e per quanto il mio ufficio possa sembrare crudele a coloro i quali non sanno quanto più crudele sarebbe non compierlo, io andrei personalmente al rogo assai più volentieri che con­dannarvi qualcuno se non sapessi quanto è giusto, necessario, profondamente misericordioso. Io vi chiedo di iniziare il processo con questa convinzione. L'ira è una cattiva consigliera: scacciate l'ira. La pietà è tal­volta una consigliera anche peggiore: scacciate la pietà. Ma non scacciate la misericordia. Ricordate soltanto che la giustizia viene anzitutto. Avete niente da dire, Monsignore, prima che si proceda al giudizio?

Cauchon. Avete parlato anche per me, e meglio di quanto avrei potuto parlare io. Non vedo come sa­rebbe possibile che un uomo saggio disapprovasse una sola parola pronunciata da voi. Ma devo aggiun­gere una cosa: le imperdonabili eresie delle quali ci avete parlato sono orrende; ma il loro orrore è simile all'orrore della morte nera: quei morituri si infuriano per un attimo e poi si placano; infatti, non v'è uomo saldo e assennato che, sotto alcun incitamento, si ri­concilii alla nudità, all'incesto, alla poligamia e simili. Ma oggi, in tutta Europa, ci troviamo di fronte a un'eresia che si diffonde tra uomini che non sono né deboli di mente né ammalati di cervello: anzi, più forte è la sua mente, più ostinato è l'eretico. Quell'e­resia non è discreditata da estremi fantastici né cor­rotta dai comuni piaceri della carne; ma anch'essa antepone il giudizio privato del mortale singolo e fuor­viato al meditato giudizio e all'esperienza della Chiesa. La poderosa struttura del Cristianesimo cattolico non sarà mai scossa da alcuni pazzi ignudi o dai peccati di Moab e di Ammone. Ma può essere tradita dall'inter­no, e trascinata alla rovina e alla desolazione della barbarie da questa astuta eresia che il comandante inglese chiama Protestantesimo.

Assessori (bisbigliando) Protestantesimo! Che cos'è? Che intende il Vescovo? È una nuova eresia? Ha det­to comandante inglese. Avete mai sentito parlare di Protestantesimo? eccetera, eccetera.

Cauchon (continuando) Questo mi ricorda una cosa. Quali provvedimenti ha preso il conte di Warwick per la difesa del braccio secolare, nel caso in cui la Pulzella si dimostri ostinata e il popolo sia mosso da pietà per lei?

Cappellano. Non abbiate timori di questo genere, Mon­signore. Il nobile conte di Warwick ha ottocento uo­mini armati alle porte. Essa non sfuggirà tra le nostre dita inglesi neanche se tutta la città si schierasse dalla sua parte.

Cauchon (disgustato) E non volete aggiungere: Dio le accordi di pentirsi e di purgare i suoi peccati?

Cappellano. Questo non mi sembra coerente, ma natu­ralmente sono d'accordo con Monsignore.

Cauchon (con una sprezzante mossa delle spalle) Si proceda.

Inquisitore. Sia introdotta l'imputata.

Ladvenu  (chiamando) L'imputata. Fatela entrare.

Giovanna, con  le  catene  alle  caviglie, è fatta  en­trare, attraverso la porta arcuata che è dietro allo sgabello   dell'imputata,  da  un  drappello  di soldati inglesi. Tra essi è il boia, con i suoi assistenti. Porta una veste nera, da paggio. La lunga prigionia e lo sforzo degli interrogatori  che hanno preceduto il processo hanno lasciato dei segni sul suo volto; ma la sua vitalità non è venuta meno; affronta la corte senza vergogna, senza rivelare un'ombra della sog­gezione  che  quella formale solennità sembra  voler incutere per il totale raggiungimento del suo scopo.

Inquisitore (con gentilezza) Siediti, Giovanna. (Giovanna si siede sullo sgabello dell'imputata) Sei molto pallida, oggi. Non ti senti bene?

Giovanna. Vi ringrazio di cuore: sto abbastanza bene. Ma il Vescovo mi ha mandato delle carpe: e mi hanno fatto male.

Cauchon. Mi dispiace. Avevo ordinato che fossero fresche.                                                                           

Giovanna. Volevate usarmi una cortesia, lo so; ma è un pesce che non va d'accordo con me. Gl'Inglesi credevano che mi voleste avvelenare...

Cauchon                 Cosa?

(insieme)

Cappellano         No, Monsignore...

Giovanna (continuando) Hanno stabilito che io devo es­sere bruciata viva come una strega; hanno mandato il loro medico a visitarmi ma gli hanno proibito di farmi un salasso perché gli sciocchi credono che una strega perde la malia quando le si toglie il sangue; e così s'è limitato a insultarmi in malo modo. Perché mi lasciate in mano agl'Inglesi? Io dovrei essere in mano alla Chiesa. E perché devo stare coi piedi in­catenati a un ceppo di legno? Avete paura che voli via?

D'Estivet (aspro) Donna: non spetta a voi interrogare la corte; ma spetta a noi interrogare voi.

Courcelles. Quando vi hanno lasciata senza catene, non avete provato a scappare saltando giù da una torre alta venti metri? Se non potete volare come volano le streghe, com'è che siete ancora viva?

Giovanna. Forse perché a quel tempo la torre non era tanto alta. È cresciuta giorno per giorno da quando avete cominciato a farmi domande su questo fatto.

D'Estivet. Perché siete saltata giù dalla torre?

Giovanna. Come fate a sapere che sono saltata giù?

D'Estivet. Siete stata trovata distesa nel fossato. Per­ché avete lasciato la torre?

Giovanna. Perché si lascia una prigione quando si può venirne fuori?

D'Estivet. Avete provato a scappare?

Giovanna. Certo che ci ho provato; e neanche per la  prima volta. Se lasciate aperta la porta della gabbia, l'uccellino vola via.

D'Estivet (alzandosi) È una confessione d'eresia. Prego la corte di prenderne nota.

Giovanna. La chiama eresia, lui! Sono un'eretica perché cerco di scappare dalla prigione?

D'Estivet.  Certo. Se siete nelle  mani della Chiesa  e vi togliete spontaneamente  dalle sue mani, disertate la Chiesa; e quest'è eresia.

Giovanna. È una bella sciocchezza. Nessuno può essere tanto sciocco da crederlo.

D'Estivet. Avete udito, Monsignore, come sono ingiu­riato da questa donna, nel pieno esercizio delle mie funzioni? (Si siede, indignato.)

Cauchon. Ti ho già avvertito, Giovanna, che queste impertinenze non ti giovano.

Giovanna. Ma non mi volete parlare con un po' di buon senso? Io sarò ragionevole se lo sarete voi.

Inquisitore (frapponendosi) Questo non è regolare. Voi  dimenticate, reverendo Promotore, che il processo non si  è formalmente iniziato. Si  potrà  interrogarla  sol­tanto dopo che avrà giurato sul Vangelo di dirci tutta la verità.

Giovanna. Me lo ripetete tutte le volte. E io vi ho detto e ridetto che vi dirò tutto quanto riguarda questo processo. Ma non posso dirvi tutta la verità: Dio non permette che sia detta tutta la verità. Se la dico, voi non la capite. Secondo un vecchio detto, chi racconta tutta la verità ha la forca sicura. Io sono stanca di questa discussione: l'abbiamo già fatta nove volte. Io ho giurato fin dove ho potuto giurare; ma di più non giuro.

Courcelles.   Monsignore, dovrebbe essere messa alla tortura.

Inquisitore.  Hai sentito, Giovanna? così capita agli ostinati. Pensaci, prima di rispondere. Le sono stati mostrati gli strumenti?

Boia.         Sono pronti, mio signore. Li ha veduti.

Giovanna. Anche se mi strappate membro a membro fino a staccarmi l'anima dal corpo, non mi cavate niente più di quel che v'ho già detto. Che altro avrei da dire che voi possiate capire? E, poi, non sopporto di sentir male; e se mi fate male io dico tutto quel che volete purché il dolore cessi. E, dopo, ritiro tutto quello che ho detto; allora, a che serve?

Ladvenu. C'è del vero. Bisogna procedere con misericordia.

Courcelles. Ma la tortura è d'uso.

Inquisitore. Non deve essere applicata a vanvera. Se l'imputato confessa spontaneamente, l'uso della tortu­ra non può essere giustificato.

Courcelles. Ma questo è insolito e irregolare. L'imputata si rifiuta di giurare.

Ladvenu   (schifato) Volete torturare quella ragazza per il solo piacere di torturarla?

Courcelles (sbalordito) Ma non è un piacere. È la legge. È l'uso. È stato sempre fatto.

Inquisitore. Ma non è esatto, reverendo, a meno che le indagini siano condotte da persone che ignorano la procedura.

Courcelles. Ma l'imputata è un'eretica. Vi assicuro che è stato sempre fatto.

Cauchon (deciso) E oggi non sarà fatto, a meno che si dimostri necessario. Basta. Non voglio si dica che ab­biamo proceduto secondo una confessione forzata. Ab­biamo mandato da questa donna i nostri migliori pre­dicatori e dottori per esortarla ed implorarla di sal­varsi l'anima e il corpo dal fuoco: adesso non man­deremo il boia ad indurla di andarci dentro.

Courcelles. Vossignoria è misericordioso, lo so. Ma grande è la responsabilità di chi si allontana dalla prassi comune.

Giovanna. Sei un bello scimunito, reverendo. La tua regola è di fare ciò che è stato fatto la volta scorsa, vero?

Courcelles (alzandosi) Sgualdrina: come osi chiamarmi scimunito?

Inquisitore.   Calma,  reverendo,  calma:   temo che fra poco sarete vendicato anche troppo crudelmente.

Courcelles   (borbotta)   Scimunito, davvero!  (Si  siede nuovamente, molto scontento.)

Inquisitore. Nel frattempo, non lasciamoci turbare dalla ruvida lingua di una pastorella.

Giovanna. No: non sono una pastorella, per quanto ab­bia badato alle pecore, come chiunque altro. So fare i lavori di casa che si addicono alle signore, e filare e tessere meglio di qualsiasi donna di Rouen.

Inquisitore. Non è il momento di vantarti, Giovanna. Sei in grave pericolo.

Giovanna. Lo so: e non sono stata punita proprio per la mia vanità? Se in battaglia, stupidamente, non mi fossi messa la cotta di maglia d'oro, quel soldato bor­gognone non mi avrebbe mai assalita alle spalle per tirarmi giù dal cavallo; e io non sarei qui.

Cappellano. Se sei tanto brava nei lavori donneschi perché non rimani a casa a farli?

Giovanna. Ci son tante altre donne che li possono fare, ma non c'è nessuno che fa quello che fo io.

Cauchon. Avanti! non perdiamo tempo per queste sciocchezze. Giovanna: bisogna che ti faccia una do­manda molto solenne. Bada bene a come mi rispondi perché sono in gioco la tua vita e la tua salvezza. Sei disposta ad accettare, per tutto quanto hai fatto, nel bene o nel male, il giudizio della Chiesa di Dio in terra? E più precisamente per quanto riguarda gli atti e le parole che in questo processo ti sono impu­tati dal Promotore qui presente, sei disposta a sotto­mettere la tua causa all'ispirata interpretazione della Chiesa Militante?

Giovanna. Iosono una fedele figliola della Chiesa. Obbedirò alla Chiesa...

Cauchon  (si china in avanti, pieno  di speranza) Davvero?

Giovanna. ... purché non mi ordini cose impossibili.

Cauchon si appoggia alla spalliera della sedia con un pesante sospiro. L'Inquisitore si morde le labbra e aggrotta la fronte. Ladvenu scrolla la testa, con pietà.

D'Estivet. Imputa alla Chiesa l'errore e la pazzia di ordinare l'impossibile.                                                

Giovanna. Se mi ordinate di dichiarare che tutto quanto ho fatto e detto, e tutte le visioni e rivelazioni che ho avuto, non venivano da Dio, mi ordinate l'impossibi­le: io non lo dichiarerò per niente al mondo. Io non rinnegherò mai ciò che Dio mi ha fatto fare; e non v'è uomo al mondo che possa impedirmi di fare ciò che Egli mi ha ordinato di fare o mi ordinerà. Ecco ciò che intendo per impossibile. E se la Chiesa mi im­ponesse di fare cosa contraria all'ordine che ho rice­vuto da Dio, non vi acconsentirei; qualsiasi cosa fosse.

Assessori (scandalizzati e indignati) Oh! La Chiesa con­traria a Dio! Ma che cosa ne dite? Questa è eresia chiara e tonda! Ha superato ogni limite... eccetera... eccetera...

D'Estivet      (chiudendo l'incartamento) Monsignore, che altro volete di più?

Cauchon. Donna: avete detto quanto basta per brucia­re dieci eretici. Non volete essere ammonita? Non volete capire?

Inquisitore. Se la Chiesa Militante vi dice che le vo­stre rivelazioni e le vostre visioni sono state mandate dal diavolo per indurvi in tentazione e dannarvi, non volete credere che la Chiesa è più saggia di voi?

Giovanna. Iocredo che Dio sia più saggio di me; ed è ai Suoi ordini che io obbedirò. Tutte le cose che voi chiamate delitti mi sono state imposte da Dio. Io dico che le ho fatte per ordine di Dio: mi è impossibile dire diversamente. Io non posso dar retta agli uomini di Chiesa che dicono il contrario: io do retta soltanto a Dio, ai cui ordini obbedirò sempre.

Ladvenu (intercedendo per lei, con ansia) Figliola, non sai quello che dici. Ti vuoi ammazzare? Ascolta. Non credi di essere soggetta alla Chiesa di Dio in terra?

Giovanna. Si. Quando mai l'ho negato?

Ladvenu. Brava. E ciò vuoi dire che sei soggetta a Sua Santità il Papa, ai cardinali, agli arcivescovi e ai vescovi che oggi Monsignore rappresenta qui, non è vero?

Giovanna. Dio ha da essere servito per primo.

D'Estivet. Allora le tue voci ti ordinano di non sotto metterti alla Chiesa Militante?

Giovanna.  Le mie voci non mi dicono di disobbedire alla Chiesa;, ma Dio ha da essere servito per primo.

Cauchon. E tu, non la Chiesa, devi esserne giudice?

Giovanna. Con quale altro giudizio posso giudicare se non col mio?

Assessori (scandalizzati) Oh!   (Sono ammutoliti)

Cauchon.  Ti sei condannata con la tua stessa bocca. Abbiamo lottato per la tua salvezza a rischio di pec­care noi stessi; ti abbiamo aperto e riaperto la porta; e tu l'hai richiusa in faccia a noi e in faccia a Dio. Osi pretendere, dopo quanto hai detto, di essere in stato di grazia?

Giovanna. Se non lo sono, possa Dio condurmi a esserlo; se lo sono, possa Dio serbarmici!

Ladvenu. È un'ottima risposta, Monsignore.

 Courcelles. Eri in stato di grazia quando hai rubato il cavallo del Vescovo?

Cauchon (alzandosi, furibondo) Oh, il diavolo si porti il cavallo del Vescovo e anche voi! Noi siamo qui per giudicare un caso di eresia; e appena arriviamo al nocciolo della questione, siamo ricacciati indietro dacretini che s'intendono solo di cavalli. (Tremando per la rabbia costringe se stesso a sedersi.)

Inquisitore. Signori, signori, aggrappandovi a questi piccoli elementi diventate i migliori avvocati della Pulzella. Non mi sorprende che Monsignore abbia perso la pazienza con voi. Che cosa dice il Promotore? Annette importanza a queste inezie?

D'Estivet. Io debbo, per ufficio, annettere importanza a qualsiasi cosa; ma se l'imputata confessa un'eresia che deve farle piombare addosso la catastrofe della scomunica, che importanza ha sapere che ella è stata colpevole anche di offese che la espongono a pene minori? Per quanto riguarda queste minori accuse, condivido l'impazienza di Monsignore. Ma, però, col massimo rispetto, debbo sottolineare la gravità di due delitti orrendi e profanatori che l'imputata non smen­tisce. Anzitutto, ella ha rapporti con spiriti maligni, ed è, quindi, urla strega. In secondo luogo, indossa abiti maschili, il che è indecente, contro natura e abominevole; e, malgrado le nostre più vive rimo­stranze e le nostre più fervide raccomandazioni, non li vuol cambiare neanche per ricevere il sacramento.

Giovanna. La benedetta Santa Caterina è dunque uno spirito maligno? E lo è anche Santa Margherita? E l'Arcangelo Michele?

Courgelles. Come sai che lo spirito che ti appare è un arcangelo? Non ti appare forse come un uomo nudo?

Giovanna. Credete che Dio non possa permettersi il lusso di vestirlo?

Gli assessori  non possono  trattenersi dal sorridere, tanto più  che la risposta è contro  Courcelles.

Ladvenu. Hai risposto bene, Giovanna.

Inquisitore. Sì, infatti ha risposto bene. Ma nessuno spirito maligno sarebbe così ingenuo da apparire a una giovanetta sotto sembianze che la scandalizzereb­bero quando ha tutta l'intenzione di farsi scambiare per un messaggero dell'Altissimo! Giovanna: la Chie­sa ti insegna che apparizioni siffatte sono demonii che desiderano la perdizione dell'anima tua. Accetti l'insegnamento della Chiesa?

Giovanna. Ioaccetto il messaggero di Dio. Come sa­rebbe possibile che un fedele, credente nella Chiesa, lo rifiutasse?

Cauchon. Sciagurata: io ti chiedo ancora, sai che cosa dici?

Inquisitore. Monsignore, lottate invano col diavolo per la   salvezza   dell'anima   di   quella   ragazza.   Essa   non vuole  essere  salvata.   E  adesso,  per  quanto  riguarda la faccenda dei vestiti da uomo.  Ti chiediamo,  per l'ultima volta: vuoi toglierti da dosso quei panni impudichi e vestirti come si conviene al tuo sesso?

Giovanna. No.

D'Estivet      (balzando su) Peccato di disobbedienza, Monsignore.

Giovanna (sgomenta) Ma le mie voci mi dicono che devo vestirmi da soldato.

Ladvenu.  Giovanna,  Giovanna:  e questo non basta a provarti che quelle voci sono voci di spiriti maligni? Puoi indicarci una buona ragione per cui un angelo di Dio dovrebbe darti un consiglio così svergognato?

Giovanna.  Oh,  sì. Come potrebbe dimostrare  maggior buon senso? Ero un soldato e vivevo tra i soldati. Sono un prigioniero custodito da soldati. Se mi vestissi da donna sarei considerata una donna;  e allora che ne sarebbe di me? Se mi vesto da soldato mi considerano un soldato e posso vivere con loro come vivevo a casa mia coi miei fratelli. È per questo che Santa Caterina mi dice di non vestirmi da donna fino a che lei non me lo permetterà.

Courcelles. E quando te lo permetterà?

Giovanna. Quando mi toglierete dalle mani degl'Inglesi. Vi ho già detto che dovrei essere in mano alla Chiesa, e non lasciata notte e giorno con quattro soldati del Conte di Warwick. Volete che viva con loro in gonnella?

Ladvenu. Monsignore, ciò che ella dice è, Dio lo sa, quan­to mai errato e scandaloso; ma v'è in esso un briciolo di buon senso terreno che può trarre in inganno una semplice ragazza di paese.

Giovanna. Se nei paesi fossimo semplici quanto lo siete voi nelle corti e nei palazzi, fra poco non ci sarebbe più grano per fare il pane.

Cauchon. Ecco, frate Martino, come ci ringrazia per aver tentato di salvarla.

Ladvenu. Giovanna, cerchiamo tutti di salvarti. Monsi­gnore cerca di salvarti. L'Inquisitore non potrebbe es­sere con la propria figliola più giusto di quanto lo è con te. Ma tu sei accecata da un terribile orgoglio e da una terribile boria.

Giovanna. Perché dite così? Io non ho detto niente di male. Io non posso capire.

Inquisitore. Il benedetto Sant'Atanasio ha scritto nel suo credo che coloro i quali non possono capire sono dannati. Non basta essere semplice. Non basta neanche essere ciò che gli esseri semplici chiamano buono. La semplicità di una mente ottenebrata non è migliore del­la semplicità di una bestia.

Giovanna.Vi è molta saggezza nella semplicità delle be­stie, lasciatemelo dire; e spesso grande follia nel giudizio dei dotti.

L'advenu. Losappiamo, Giovanna: non siamo sciocchi come ci credi tu. Cerca di resistere alla tentazione di risponderci con impertinenza. Vedi l'uomo che ti sta dietro? (Indica il boia.)

Giovanna (voltandosi e guardando il boia) Il vostro tor­turatore? Ma il Vescovo ha detto che io non devo essere torturata.

Ladvenu. Non devi essere torturata perché hai confes­sato tutto quanto è necessario alla tua condanna. Quell'uomo non è soltanto il torturatore: è anche l'esecu­tore. Esecutore: fate sentire alla Pulzella le vostre ri­sposte alle mie domande. Siete preparato per bruciare oggi stesso un eretico?

Boia.         Sì, reverendo.

Ladvenu. Il rogo è stato approntato?

Boia.         Sì. È sulla piazza del mercato. Gli Inglesi lo hanno fatto costruire troppo alto perché io possa star vicino alla condannata e facilitarle la morte. Sarà una morte crudele.

Giovanna (inorridita) Ma non mi bruciate mica adesso?

Inquisitore. Alla fine te ne sei resa conto.

Ladvenu. Ottocento soldati inglesi aspettano di condurti sulla piazza del mercato appena la sentenza di scomu­nica sarà stata pronunciata dalle labbra dei nostri giu­dici. Pochi e brevi momenti ti separano dalla tua fine.

Giovanna (guardandosi attorno nella disperata ricerca di scampo) Oh Dio!

Ladvenu. Non disperare, Giovanna. La Chiesa è misericordiosa. Puoi salvarti.

Giovanna (sperando) Sì: le mie voci m'hanno promesso che non sarò bruciata. Santa Caterina mi ha ordinato di essere ardita.

Cauchon. Donna: sei pazza? Non vedi ancora che le tue voci t'hanno ingannata?

Giovanna. Oh, no, è impossibile.

Cauchon. Impossibile! Ti hanno condotta dritta dritta alla scomunica e al rogo che ti sta aspettando.

Ladvenu (sottolineando questo punto) Hanno mantenuto una sola delle promesse che t'hanno fatto da quando sei stata portata a Compiègne? Il demonio ti ha tradito. La Chiesa ti tende le braccia.

Giovanna (disperando) Sì, è vero, è vero; le mie voci m'hanno ingannata. Sono stata presa in giro dal de­monio: la mia fede è spezzata. Ho osato e osato; ma soltanto una sciocca andrebbe nel fuoco. Dio, che m'ha dato tanto buon senso, non può volere che io ci vada.

Ladvenu. Sia lode al Signore che t'ha salvata all'unde-cima ora!

(Corre a sedersi sullo sgabello vacante che è vicino alla tavola degli scribi e afferra un foglio di carta sul quale si mette a scrivere con grande zelo.)

Cauchon. Amen!

Giovanna. Che debbo fare?

Cauchon. Devi firmare una solenne ritrattazione della tua eresia.

Giovanna. Firmare? Volete dire che devo scrivere il mio nome? Io non so scrivere.

Cauchon. Ma hai già firmato molte lettere.

Giovanna. Sì: qualcun altro mi reggeva la mano e guidava la penna. Io so fare un segno.

Cappellano (che ha ascoltato con crescente preoccupa­zione e indignazione) Monsignore: è possibile che per­mettiate a questa donna di sfuggirci?

Inquisitore. La legge deve fare il suo corso, reverendo di Stogumber. E voi conoscete la legge.

Cappellano (alzandosi, furibondo) Io so che non v'è fede in un Francese. (Tumulto, che egli zittisce) Io so ciò che ne dirà Monsignore il Cardinale di Winchester quando lo saprà. Io so che cosa farà il Conte di Warwick quando saprà che intendete tradirlo. Fuori dai cancelli ci sono ottocento uomini ai quali farò vedere che questa immonda strega sarà bruciata viva a dispetto di voi.

Assessori (intanto) Che cosa c'è? Che cos'ha detto? Ci accusa di tradimento? Passa i limiti della sopportazio­ne. Non v'è fede in un Francese! Avete udito? È un individuo intollerabile! Chi è? Sono tutti così i sacer­doti inglesi? Dev'essere pazzo, o ubriaco se... eccetera... eccetera...

Inquisitore (alzandosi) Silenzio, vi prego! Signori: vi prego, fate silenzio. Reverendo cappellano, ricordate per un attimo il vostro sacro ufficio, e ciò che siete e dove siete. Vi ordino di stare seduto.

Cappellano (incrociando le braccia, ostinato, mentre con­trae il viso in modo convulso) Io non mi siedo.

Cauchon. Reverendo Inquisitore: quell'uomo mi ha chia­mato traditore, in mia presenza, prima d'oggi.

Cappellano. Perché siete un traditore. Siete tutti traditori. Non avete fatto che supplicare in ginocchio que­sta dannata strega di ritrattare ogni cosa attraverso questo processo.

Inquisitore (rimettendosi placidamente a sedere) Se non volete sedervi, dovete stare in piedi. Ecco tutto.

Cappellano.   Io non sto in piedi.   (Si  butta subito  a sedere)

Ladvenu (alzandosi con il foglio in mano) Monsignore, ecco la formula di ritrattazione che deve firmare la Pulzella.

Cauchon. Leggetegliela.

Giovanna. State tranquillo. La firmerò.

Inquisitore. Donna: devi sapere ciò che firmi. Leggete­gliela, frate Martino. E che tutti stiano in silenzio.

Ladvenu   (legge con calma) "Io, Giovanna, comunemente chiamata la Pulzella, miserabile peccatrice, confesso di avere molto gravemente peccato nei seguenti modi. Ho preteso di ricevere delle rivelazioni da Dio, dagli an­geli e dai benedetti santi, e ho perversamente respinto gli ammonimenti della Chiesa secondo la quale si trat­tava di tentazioni per opera di demonii. Ho bestem­miato in modo inverecondo portando un abito immo­desto, contrario alla Sacra Scrittura e ai canoni della Chiesa. Mi sono, inoltre, tagliata i capelli secondo la moda maschile e, contrariamente a tutti i doveri che hanno reso il mio sesso specialmente accetto in para­diso, ho impugnato la spada, fino a provocare il versa­mento di sangue umano, incitando gli uomini ad assas­sinarsi tra loro, invocando spiriti maligni per ingannarli, e, con caparbia profanazione, ho attribuito questi pec­cati a Dio Onnipotente. Mi confesso del peccato di se­dizione, del peccato di idolatria, del peccato di disobbedienza, del peccato di orgoglio e del peccato di ere­sia. Io adesso rinnego tutti questi peccati, li abiuro, e me ne stacco, umilmente ringraziando voi, Dottori e Reverendi, che mi avete ricondotta alla verità e nella grazia di Nostro Signore. Non ripeterò mai questi er­rori, ma rimarrò in comunione con la Santa Chiesa e in obbedienza del nostro Santo Padre il Papa di Roma. Tutto questo io giuro su Dio l'Altissimo e sui Santi Vangeli, in fede di che io sottoscrivo il mio nome in calce alla presente ritrattazione."

Inquisitore. Hai capito tutto,  Giovanna?

Giovanna (distratta) È abbastanza chiaro, signore.

Inquisitore. Ed è vero?

Giovanna. Puòessere vero. Se non fosse vero, il rogo non sarebbe pronto per me sulla piazza del mercato.

Ladvenu (prende la penna e un libro e va vicino a lei, in fretta, nel timore che si comprometta nuovamente)

Vieni, figliola: lascia che ti guidi la mano. Prendi la penna.

(Ella eseguisce; e incominciano a scrivere, ser­vendosi del libro come d'uno scrittoio.)

J.O.H.A.N.N.A. Ecco. Adesso fai da sola il tuo segno.

Giovanna (fa il segno, gli restituisce la penna, tormentata dalla ribellione dell'anima contro la mente e il corpo) Ecco fatto!

Ladvenu   (ripone la penna sulla tavola e porge la ritrat­tazione a Cauchon, con un inchino) Sia lode al Signore, fratelli miei. La pecora è tornata all'ovile; e il pastore gioisce in lei più che in novantanove uomini giusti. (Torna al suo posto.)

Inquisitore (prendendo il foglio dalle mani di Cauchon) Con questo atto noi ti dichiariamo liberata dal pericolo della scomunica che finora incombeva su te. (Butta il foglio sulla tavola.)

Giovanna. Vi ringrazio.

Inquisitore. Ma poiché hai peccato con grande presun­zione contro Dio e la Santa Chiesa, e poiché devi pen­tirti dei tuoi errori in solitaria contemplazione, ed es­sere al riparo da qualsiasi tentazione di ricadervi, noi, pel bene dell'anima tua, e per importi un castigo che possa mondarti dai peccati e condurti finalmente im­macolata al trono della grazia, ti condanniamo a man­giare il pane del dolore e a bere l'acqua dell'afflizione fino al termine dei tuoi giorni terreni in perpetua prigionia.

Giovanna (alzandosi con costernazione e tremenda col­lera) Perpetua prigionia! Non posso, quindi, essere liberata?

Ladvenu   (lievemente scandalizzato) Liberata, figliola, do­po una siffatta scelleratezza? Ma che cosa stai sognando?

Giovanna. Datemi quello scritto. (Si precipita verso la tavola, afferra il foglio e lo strappa in cento pezzi) Ac­cendete il rogo: credete che lo tema quanto vivere co­me una talpa in una buca? Le mie voci avevano ragione.

Ladvenu. Giovanna! Giovanna!

Giovanna. Sì: mi hanno detto che eravate dei buffoni (la parola provoca grave offesa) e che io non dovevo dare ascolto alle vostre belle parole e fidarmi della vo­stra carità. Mi avete promesso la vita; mi avete menti­to. (Esclamazioni indignate) Credete che la vita signi­fichi soltanto non essere morti e stecchiti? Io non temo il pane e l'acqua, posso vivere a pane e acqua; quando mai ho chiesto di più? Non è fatica bere acqua se l'ac­qua è pulita. Il pane non ha dolore per me, né l'acqua afflizione. Ma escludermi dalla luce del cielo e dalla vista dei prati e dei fiori; incatenarmi i piedi perché non possa mai più cavalcare tra i soldati e arrampi­carmi su per le colline; farmi respirare le tenebre spor­che ed umide; allontanarmi da tutto ciò che mi ricon­duce all'amore di Dio mentre la vostra empietà e follia mi hanno indotta nella tentazione di odiarlo: tutto ciò è peggio della fornace della Bibbia, che fu riscal­data sette volte. Posso fare a meno del mio cavallo di battaglia; posso trascinarmi qua e là con la gonnella; posso permettere agli stendardi, alle trombe, ai cavalieri e ai soldati di passarmi accanto e di lasciarmi indietro come vi lasciano le altre donne, se ancora mi è dato di udire il sibilo del vento tra gli alberi, le allodole alla luce del sole, gli agnellini che piangono sulla salubre rugiada, e le cento volte benedette campane della chie­sa che mandano le voci dei miei angeli fino a me, sulle ali del vento. Senza queste cose io non posso vivere. E la vostra volontà di toglierle da me, o da qualsiasi altra creatura umana, mi dimostra che il vostro consi­glio è del demonio, e che il mio è di Dio.

Assessori (in subbuglio) Bestemmia! Bestemmia! È pos­seduta dal demonio. Ha detto che il nostro consiglio è del demonio. E il suo è di Dio. Mostruoso! Il diavolo è tra noi... eccetera... eccetera...

D'Estivet      (gridando, sul clamore) È un'eretica recidiva, ostinata, incorreggibile e del tutto indegna della carità che le abbiamo dimostrato. Chiedo la sua scomunica.

Cappellano (al boia) Accendete il rogo, voi! Conducetela al rogo!

Il boia e i suoi assistenti si precipitano fuori, attra­verso il cortile.

Ladvenu. Scellerata! se il tuo consiglio fosse di Dio, Egli ti avrebbe liberata!

Giovanna. Le Sue vie non sono come le vostre. Egli vuole che io attraversi il fuoco per giungere al Suo 'cuore; perché io sono la Sua creatura, e non siete degni che io viva tra voi. Quest'è l'ultima parola che vi rivolgo.

I soldati la afferrano.

Cauchon (alzandosi) Non ancora.

Essi aspettano. Silenzio di tomba. Cauchon si rivolge all'Inquisitore con uno sguardo interrogativo. L'In-quisitore annuisce affermativamente. Si alzano so­lennemente e intonano la sentenza, antifonalmente.

Decretiamo che sei un'eretica recidiva.

Inquisitore. Ripudiata dall'unità della Chiesa.

Cauchon. Staccata dal proprio corpo.

Inquisitore. Infetta dàlia lebbra dell'eresia.

Cauchon. Seguace di Satana.

Inquisitore. Dichiariamo che devi essere scomunicata.

Cauchon. E adesso noi ti scacciamo, ti segreghiamo e ti abbandoniamo al potere secolare.

Inquisitore. Ammonendo lo stesso potere secolare per­ché moderi il suo giudizio nei tuoi confronti, per quanto riguarda la morte e la spartizione dei membri. (Si rimette a sedere.)

Cauchon. E perché, nel caso che in te si riveli il vero segno del pentimento, sia concesso a frate Martino di somministrarti il sacramento della penitenza.

Cappellano. Al fuoco la strega! (Si precipita verso di lei ed aiuta i soldati a spingerla fuori.)

Giovanna è portata fuori attraverso il cortile. Gli as­sessori si alzano in disordine, e seguono i soldati, salvo Ladvenu che ha nascosto il volto tra le mani.

Cauchon (rimettendosi in piedi, senza aver avuto il tem­po di sedersi del tutto) No, no, è irregolare. Il rappre­sentante del braccio secolare dovrebbe essere qui per riceverla da noi.

Inquisitore (anch'egli nuovamente in piedi) Quell'uomo è uno stupido incorreggibile.

Cauchon. Frate Martino: vedete che tutto sia in ordine.

Ladvenu. Il mio posto è al suo fianco, Monsignore. Do­vete esercitare la vostra autorità. (Si precipita fuori.)

Cauchon. Questi Inglesi sono intrattabili: la ficcano dritta dritta nel fuoco. Guardate!

Indica verso il cortile, nel quale si vede il balenare e il guizzare delle fiamme arrossare la luce di maggio. Nel tribunale non rimangono che il Vescovo e l'Inquisitore.

(voltandosi, per andar via) Bisogna che glielo impediamo.

Inquisitore (con calma) Sì, ma senza correre, Monsignore.

Cauchon (fermandosi) Non c'è un attimo da perdere.

Inquisitore. La nostra procedura è stata assolutamente regolare. Se gli Inglesi vogliono mettersi dalla parte del torto, non spetta a noi indicar loro qual è la retta via. Un difetto di procedura potrebbe essere utile in seguito: non si sa mai. E prima finirà, meglio sarà per quella povera ragazza.

Cauchon (sollevato) È vero. Ma forse è bene che assi­stiamo alla fine di quest'orrendo spettacolo.

Inquisitore. Ci si fa l'occhio. Tutto sta nell'abitudine. Io sono avvezzo al fuoco: finisce presto. Ma è tremen­do vedere una creatura giovane e innocente schiacciata tra queste due forze poderose: la Chiesa e la Legge.

Cauchon. La dite innocente!

Inquisitore. Oh, sì, del tutto. Che ne sa, lei, della Chie­sa e della Legge? Non capiva una parola di quello che dicevamo. È l'ignorante che soffre. Venite, se no arri­viamo in ritardo per la fine.

Cauchon (andando via con lui) Non mi rincrescerebbe di arrivar tardi. Non ci sono abituato come voi.             

Stanno uscendo quando entra Warwick, e si incontrano.                                  

Warwick. Ah, disturbo. Credevo fosse tutto finito. (Fa per ritirarsi.)

Cauchon. Rimanete pure, signore. È tutto finito.

Inquisitore. L'esecuzione non dipende da noi, signore mio; ma è preferibile che assistiamo alla fine. E, così, col vostro permesso... (Si inchina, ed esce attraverso il cortile.)

Cauchon. C'è chi dubita che la vostra gente abbia osservato la forma legale, signore mio.

Warwick. Mi è stato riferito che taluni dubitano che la vostra autorità sia valida in questa città, Monsignore. Non è la vostra diocesi. Comunque, se voi rispondete di questo io rispondo del resto.

Cauchon. È a Dio che dobbiamo risponderne tutt'e due. Buongiorno, signore mio.

 Warwick. Monsignore, buongiorno.

Si guardano per un attimo, con aperta ostilità. Poi Cauchon esce, seguendo l'Inquisitore. Warwick si guarda attorno. Poiché s'accorge di essere solo, chiama i servi.

Ehi, guardie! (Silenzio) Ehi, voi! (Silenzio) Ehi! Brian, giovane briccone, dove ti sei cacciato? (Silenzio) Guar­dia! (Silenzio) Sono tutti andati a vedere il rogo acceso. Perfino quel ragazzo.

Il silenzio è interrotto da qualcuno che si lamenta e piange singhiozzando senza ritegno.

Ma che diavolo?...

Il cappellano viene avanti, dal cortile, barcollando come un demente; ha il volto fradicio di lagrime e seguita ad emettere i suoni pietosi che ha udito War­wick. Inciampa nello sgabello dell'imputata e vi si butta sopra con singhiozzi strazianti.

Warwick       (gli va vicino e gli baite affettuosamente su una spalla) Che cosa c'è, reverendo Giovanni? Che v'è accaduto?

Cappellano (aggrappandosi alle mani di Warwick) Si­gnore mio, signore mio: in nome di Cristo, pregate per la scellerata e colpevole anima mia.

Warwick       (calmandolo) Sì, sì; certo che pregherò. Calma, piano...

Cappellano (piagnucolando in modo pietoso) Non sono cattivo, signore mio.

Warwick. No, no, tutt'altro.

Cappellano. Non volevo far del male. Non sapevo come sarebbe stato.

Warwick       (con durezza) Ah! Dunque, avete veduto?

Cappellano. Non sapevo quello che facevo. Sono un im­becille e mi monto la testa. E adesso so che sarò dannato per tutta l'eternità.

Warwick. Che sciocchezze! È stato molto penoso, certo; ma non è stata colpa vostra.

Cappellano (lamentoso) Ma io l'ho permesso. Se l'avessi saputo, gliel'avrei strappata dalle mani. Voi non sa­pete, voi non avete veduto: è facile parlare quando non si sa. Ci si ubriaca di parole; ci si danna perché sembra bello buttare olio sul fiammeggiante inferno del proprio furore. Ma quando le parole si concretano, quando si vede ciò che si è fatto; quando esso ci acceca la vista, ci soffocale narici, ci strazia il cuore, allora... allora sì... (Cade in ginocchio) Oh Dio, allontanate da me questa visione! Oh Cristo, liberami dal fuoco che mi consuma! Nel pieno delle fiamme, ella ti ha gri­dato: Gesù! Gesù! Gesù! Ella è nel tuo cuore; e io sono all'inferno per sempre.

Warwick (rimettendolo bruscamente in piedi) Andiamo andiamo, buon uomo! Fatevi coraggio. Tutta la città ne parlerà. (Lo butta piuttosto sgarbatamente a sedere su una sedia che è vicino alla tavola) Se non avete il coraggio di vedere certe cose, perché non fate come me, non andate a vederle?

Cappellano (esterrefatto e sottomesso) Ha chiesto una croce. Un soldato le ha porto due zeppi legati insieme. Grazie a Dio era un Inglese! Avrei dovuto farlo io; ma non l'ho fatto: sono un vile, un pazzo, un imbecille. Ma anch'egli era Inglese.

Warwick. Che stupido! bruceranno anche lui se i preti lo pigliano.

Cappellano (scossodalle convulsioni) Molti ridevano di lei. Avrebbero riso di Cristo. Erano Francesi, signore mio: lo so che erano Francesi.

Warwick. Silenzio: sta venendo qualcuno. Dominatevi.

Ladvenu torna, attraverso il cortile, ed entra a de­stra di Warwick; ha in mano una croce episcopale presa in una chiesa. È molto serio e composto.

Ho saputo che è tutto finito, frate Martino.

Ladvenu   (enigmatico) Non lo sappiamo, signore mio. Forse è appena cominciato.

Warwick.  Che cosa vorrebbe dire, esattamente?

Ladvenu. Hopreso questa croce in una chiesa, perché potesse vederla fino alla fine: aveva solo due stecchi, che teneva contro al cuore. Quando il fuoco ha comin­ciato a crepitare attorno a noi, ed ella ha capito che se seguitavo a reggere la croce davanti a lei sarei stato bruciato anch'io, m'ha pregato di scendere e di salvarmi. Signore mio: una ragazza che poteva pensare al pericolo di un altro in un momento come quello non era ispirata dal demonio. Quando ho dovuto strappare la croce dalla sua vista, ha alzato gli occhi al cielo. E io non credo che il cielo fosse vuoto. Io credo ferma­mente che il suo Salvatore le sia apparso allora nella Sua più tenera gloria. Ella lo ha chiamato ed è morta. Questa, per lei, non è la fine, ma il principio.

177

Warwick. Temo che avrà un cattivo effetto sul popolo.

Ladvenu. Loha avuto, signore mio, su alcuni. Ho udito ridere. Perdonatemi se dico che spero e credo che fossero risate inglesi.

Cappellano (alzandosi, fuori di sé) No, non lo erano. Uno solo degl'Inglesi presenti ha disonorato la sua patria; e quello era il pazzo, era di Stogumber. (Si precipita fuori, all'impazzata, urlando) Mettetelo alla tortura. Fa­telo bruciare. Andrò a bruciare tra le sue ceneri. Non sono migliore di Giuda: mi impiccherò.

Warwick. Svelto, frate Martino: seguitelo, è capace di farsi del male. Andategli dietro, svelto!

Ladvenu corre fuori, incitato da Warwick. Il boia entra dalla porta che è dietro ai tronetti dei giudici; e Warwick, voltandosi, si trova faccia a faccia con lui.

E voi, buon uomo, chi siete?   

Boia          (con dignità) Nessuno si rivolge a me con questo ap­pellativo, signore mio. Io sono il Grande Esecutore di Rouen. È un mestiere di alta perizia. Sono venuto a dire a Vossignoria che i vostri ordini sono stati eseguiti.

Warwick. Vi chiedo perdono, Grande Esecutore; e sarà mia cura che non perdiate niente non avendo reliquie da vendere. Ho la vostra parola, non è vero, che nulla è rimasto, non un osso, non un'unghia, non un capello?

Boia.         Il suo cuore non ha voluto bruciare, monsignore; ma tutto quanto è rimasto è in fondo al fiume. Non ne udrete più parlare.

Warwick (con un sorriso forzato, pensando a quello che diceva Ladvenu) Più parlare? Oh! Chissà?


EPILOGO

Una notte del giugno 1456. Tira un vento tortissimo, a raffiche. Dopo molte giornate torride, frequenti ful­mini estivi illuminano la notte. Re. Carlo Settimo di Fran­cia, che fu il Delfino di Giovanna, ed è ora Carlo il Vit­torioso, ha cinquantun anno ed è a' letto, in uno dei suoi castelli regali. Il letto, posto su una pedana con due gra­dini, è piazzato verso un lato della stanza, così da non bloccare un'alta finestra ogivale che è nel centro. Sul bal­dacchino è ricamato lo stemma reale. Senza il baldac­chino e, i grandi guanciali, il letto potrebbe essere scam­biato per un ampio divano adattato a giaciglio con co­perte e tornaletto. Il suo occupante è quindi interamente visibile, dai piedi.

Carlo non dorme: legge a letto, o, anzi, guarda le il­lustrazioni del Boccaccio di Fouquet, con le ginocchia rialzate a fargli da leggio. Vicino al letto, alla sua sinistra,

un tavolinetto con l'immagine della Madonna illu­minata da candele di cera dipinta. Le pareti sono coper­te, dal soffitto al pavimento, da grandi tendaggi dipinti che si muovono appena si formano correnti d'aria. A prima vista, quando le pieghe dei tendaggi si aprono a causa del vento, la prevalenza dei colori giallo e rosso dà a queste pitture appese un aspetto fiammeggiante.

La porta è alla sinistra di Carlo, ma di fronte a lui, addossata all'angolo opposto al suo. Un bel campanello da guardiano, splendidamente disegnato e allegramente dipinto, è sul letto, a portata della sua mano.

Carlo volta pagina. Una campanella, in distanza, suo­na la mezza, con dolcezza. Carlo chiude il libro, con un rumore secco; lo butta in disparte; afferra il campanello e lo scrolla con energia, facendo un fragore assordante. Entra Ladvenu, di venticinque anni più vecchio, dal por­tamento strano e rigido; ha ancora fra le mani la croce di Rouen. Carlo, evidentemente, non se lo aspettava per­ché balza fuori dal letto e va a rimpiattarsi nell'angolo più distante  dalla porta.

Carlo. Chi siete? Dov'è il mio gentiluomo?  Che cosa volete?

Ladvenu   (solennemente) Vi porto notizie liete e di gran­de gioia. Rallegratevi, o Re, perché il vostro sangue è stato mondato da ogni impurità e la vostra corona non ha più macchie. La giustizia, a lungo ritardata, finalmente trionfa.

Carlo.      Ma di che cosa state parlando? Chi siete?

Ladvenu. Sono frate Martino.

Carlo.      E chi sarebbe, col permesso della vostra reverenza, questo frate Martino?

Ladvenu. Hotenuta alta questa croce mentre la Pulzel­la periva nelle fiamme. Da allora sono passati venti­cinque anni: quasi diecimila giorni. E in ognuno di questi giorni io ho pregato Dio perché alla Sua figliola fosse resa in terra la giustizia che le è stata resa in cielo. 

Carlo       (rassicurato, si siede ai piedi del letto) Ah, ora ricordo. Ho sentito parlare di voi. Avete un chiodo fisso nella testa a proposito della Pulzella. Avete partecipato all'inchiesta?

Ladvenu. Hoportato la mia testimonianza.

Carlo.      È finita?

Ladvenu. È finita.

Carlo.      Con soddisfazione?

Ladvenu. Le vie del Signore sono molto strane.

Carlo.      Perché?

Ladvenu. Al processo che ha mandato al rogo una santa come eretica e strega, è stata detta la verità; la legge è stata rispettata; la misericordia è stata dimostrata oltre ogni uso; nessun torto è stato fatto, salvo quello finale e spaventoso della sentenza menzognera e del fuoco senza pietà. All'inchiesta alla quale ho appena assistito v'era vergognoso spergiuro, corruzione corti­giana, calunnia di defunti che hanno fatto il loro dovere secondo la loro coscienza, vile evasione dall'ar­gomento principale, testimonianza costituita da futili raccontini che non avrebbero convinto il figlio di un bifolco. Eppure da questo insulto alla giustizia, da questa diffamazione della Chiesa, da quest'orgia di bu­gie e di stupidaggini la verità è balzata fuori, in pieno sole di mezzogiorno, sulla cima del colle; la candida veste dell'innocenza è stata pulita dalla fuliggine delle fascine accese; quella santa esistenza è santificata; quel cuore fedele che ha vissuto anche nelle fiamme è con­sacrato; una grande menzogna è messa a tacere per sempre; e un grande torto è stato riparato di fronte a tutti gli uomini.

Carlo.      Amico mio: poiché non possono più oltre dire che sono stato incoronato da una strega e da un'ere­tica, io non mi confonderò per sapere com'è stato fat­to il trucco. Neanche Giovanna avrebbe fatto storie per saperlo, già che alla fine era andato tutto bene; non era tipo da prendersela, io la conoscevo. La sua riabilitazione è totale? Avevo detto chiaro e tondo che non dovevano fare sciocchezze.

Ladvenu. È stato solennemente dichiarato che i suoi giu­dici erano individui corrotti, infidi, ingannevoli, maliziosi. Quattro impostori.

Carlo.      Pazienza per gli impostori: quei giudici sono morti.

Ladvenu. La sentenza che la riguarda è distrutta, inva­lidata, annullata, messa da parte come non fosse mai esistita, e non avesse valore né effetto.

Carlo.      Bene. Così, nessuno può contestare la mia consacrazione, vero?

Ladvenu. Carlomagno e lo stesso Re David non hanno avuto una incoronazione più sacrosanta!

Carlo       (alzandosi) Benissimo! Pensate a quanta importanza ha per me!

Ladvenu. Iopenso a quanta importanza ha per lei.

Carlo.      Non potete pensarci. Nessuno di noi ha mai saputo quanta importanza avevano le cose per lei. Era diversa da tutti; e deve badare a se stessa, ovunque sia;  perché io non posso badarci;  né ci potete badare voi, comunque la pensiate; non siete abbastan­za grande. Ma vi dirò una cosa: se la poteste ricon­durre alla vita, la rimanderebbero sul rogo dopo sei mesi, nonostante tutta la loro attuale adorazione. E voi le mostrereste la croce, come allora, nello stesso modo. E così (si fa il segno della croce) lasciatela ripo­sare; e voi ed io pensiamo ai casi nostri, e non ci immischiamo dei suoi.

Ladvenu. Dio mi guardi dal non spartire qualcosa di suo, o dal non farle spartire qualcosa di mio! (Si volta e va via, a grandi passi, corn'è entrato, dicendo): Da ora in poi il mio passo non attraverserà palazzi e la mia conversazione non si svolgerà con sovrani.

Carlo       (seguendolo fino alla porta, e gridandogli dietro) Buon pro ti faccia, sant'uomo! (Torna nel centro della stanza, dove si ferma e dice burlescamente a se stesso) Che bel tipo era quello! Come avrà fatto a entrare? Dov'è la mia gente? (Va con impazienza vicino al let­to e suona il campanello. Una raffica di vento entra dalla porta aperta e fa ondeggiare i tendoni delle pa­reti. Le candele si spengono. Al buio, chiama) Ehi! Ven­ga qualcuno a chiudere le finestre. Il vento fa volar via tutto! (Un fulmine estivo illumina a un tratto la finestra ogivale. Inquadrata da essa appare, contro­luce, una figura.) Chi va là? Chi è? Aiuto! All'assas­sino! (Tuono. Carlo balza nel letto e si nasconde sotto le lenzuola.)

Voce di Giovanna. Calma, Carletto, calma. Perché fai tanto chiasso? Nessuno ti sente. Stai dormendo. (La si vede confusamente, vicino al letto, illuminata da una pallida luce verdastra)

Carlo       (facendo capolino) Giovanna! Sei un fantasma, Giovanna?

Giovanna. Forse neanche questo, figliolo. Credi che una povera ragazza bruciacchiata possa avere un fanta­sma? Non sono che un sogno sognato da te. (La luce aumenta. Essi sono chiaramente visibili mentre egli si siede sul letto) Mi sembri invecchiato, figliolo.

Carlo.      Sono più vecchio.  Ma sto proprio dormendo?

Giovanna. Ti sei addormentato sul tuo stupido libro.

Carlo.      Che buffo!

Giovanna. È più buffo che io sia morta, no?

Carlo.      Ma sei proprio morta?

Giovanna. Morta quanto più si può esserlo, ragazzo mio. Sono uscita dal mio corpo.

Carlo.      Ma guarda un po'! E t'ha fatto molto male?

Giovanna. Che cosa?

Carlo.      Essere bruciata.

Giovanna. Oh, be'! Non me ne ricordo molto bene. Cre­do che in principio facesse male; ma poi s'è tutto con­fuso. E non ho avuto la testa a posto fino a che non mi sono liberata dal corpo. Ma tu non metterti a giocare col fuoco credendo di non farti male. Come sei stato, da allora?

Carlo.      Oh, non troppo male. Sai che ho comandato personalmente il mio esercito e ho vinto delle batta­glie? Sono stato giù nei fossati, fino alla vita, immerso nel fango e nel sangue. E su per le scale, mentre i sassi e la pece bollente mi piovevano addosso. Come te.

Giovanna. Ma no! Allora, Carletto, sono riuscita a fare di te un uomo?

Carlo.      Adesso sono Carlo il Vittorioso. Ho dovuto avere molto fegato perché lo avevi avuto tu. Anche Agnese, però, m'ha messo addosso  un po' di coraggio.

Giovanna.  Agnese!  Chi era Agnese?

Carlo.      Agnese Sorel. Una donna che ho amato. Sogno spesso di lei. Non avevo mai sognato di te.

Giovanna.  È morta anche lei?

Carlo.      Sì. Ma non era come te. Era bellissima.

Giovanna (ridendo di cuore) Ah-ha! Io non ero uno splen­dore, sono sempre stata rozza, un vero soldataccio. Avrei potuto benissimo essere un uomo. Peccato non lo fossi! avrei dato molto meno fastidio a tutti voi. Ma avevo la testa fra le nuvole; e mi sentivo addosso la gloria di Dio. così, uomo o donna, vi avrei seccato fino farvi alzare il naso dal fango. E adesso dimmi che cos'è accaduto da quando, furbacchioni come eravate, non avete trovato di meglio che ridurmi un mucchietto di cenere.

Carlo.      Tua madre e i tuoi fratelli sono ricorsi in tribu­nale per far rivedere il tuo processo. E i tribunali han­no dichiarato che i tuoi giudici erano corrotti, infidi, ingannevoli e maliziosi.

Giovanna. Loro no. È il branco di cretini più onesti che mai abbia bruciato un individuo migliore di loro.

Carlo.      La sentenza che ti riguarda è distrutta, invali­data, annullata:  è nulla, inesistente, senza valore né effetto.

Giovanna. Ma io sono stata bruciata lo stesso. Possono farmi resuscitare?

Carlo.      Se potessero, ci penserebbero due volte prima di farlo. Ma hanno decretato che una bellissima croce ha da essere posta lì dove stava il rogo, per perpetuare la tua memoria e implorare la tua salvezza.

Giovanna. Spetta alla memoria e alla salvezza di santi­ficare la croce, non alla croce di santificare la memo­ria e la salvezza. (Si volta, dimenticandolo) Io durerò più di quella croce. Io sarò ricordata quando tutti avranno dimenticato dov'era Rouen.

Carlo.      Sei sempre la solita presuntuosa! Io credo che potresti dirmi una parola di ringraziamento per averti fatto finalmente rendere giustizia.

Cauchon (appare alla finestra, in mezzo a loro) Bugiardo!

Carlo.      Grazie.

Giovanna. To', quello è Pietro Cauchon. Come stai, Pie­tro?  Quanta fortuna hai  avuto da quando mi hai bruciata?

Cauchon. Nessuna. Ne incolpo la giustizia dell'Uomo. Non dipende dalla giustizia di Dio.

 Giovanna. Sogni ancora la giustizia, Pietro? Guarda co­me m'ha ridotta la giustizia! Ma che ne è di te? Sei morto o vivo?                                                             

Cauchon. Morto. Disonorato. Mi hanno perseguitato ol­tre la tomba. Hanno scomunicato il mio cadavere; lo hanno riscavato e lo hanno buttato nella fossa comune.

Giovanna. Il tuo corpo morto non ha sentito la vanga e la fossa come il mio corpo vivo ha sentito il fuoco.

Cauchon. Ma ciò che hanno fatto contro di me colpisce la giustizia, distrugge la fede, mina le fondamenta della Chiesa. Quando gli innocenti sono assassinati in nome della legge e i loro torti sono riparati calunnian­do i puri di cuore, la solida terra vacilla come il mare traditore sotto  i piedi degli uomini e degli spiriti.

Giovanna. Bene, bene, Pietro, spero che nel mio ricordo gli uomini siano migliori; e non mi ricorderebbero tan­to bene se tu non mi avessi bruciata.

Cauchon. Nel mio ricordo saranno peggiori: vedranno in me il male che trionfa sul bene, la falsità sulla ve­rità, la crudeltà sulla misericordia, l'inferno sul para­diso. Il loro coraggio crescerà quando penseranno a te, e calerà quando penseranno a me. Eppure Dio mi è testimone che sono stato giusto, e misericordioso, e fedele alla mia coscienza: non avrei potuto fare diver­samente da quello che ho fatto.

Carlo       (liberandosi dai lenzuoli e mettendosi pomposa­mente a sedere sul bordo del letto) Sì, siete sempre voi uomini dabbene che combinate i guai peggiori. Guardate me! Io non sono Carlo il Buono, o Carlo il Saggio, o Carlo l'Ardito. Gli adoratori di Giovanna potrebbero anche chiamarmi Carlo il Vile perché non l'ho tirata fuori dal fuoco. Ma ho fatto meno male di tutti voi. Voi, che avete  la testa nelle nuvole, pas­sate il tempo cercando di mettere il mondo sossopra; ma io prendo il mondo com'è, e dico che la sua cima è la parte disopra; e tengo il naso molto vicino alla terra. E adesso vi chiedo, quale è il re di Francia che, nel suo piccolo, ha fatto meglio o è stato migliore individuo di me?

Giovanna. Sei proprio re di Francia, Carletto? Gli Inglesi se ne sono andati?

Dunois      (entra, attraverso i parati, alla sinistra di Giovanna, mentre, nello stesso momento, le candele si riac­cendono e illuminano allegramente la sua armatura e la sua cotta di maglia)

Io ho mantenuto la promessa: gli Inglesi se ne sono andati.

Giovanna. Dio sia lodato! adesso la bella Francia è una provincia del paradiso. Dimmi tutto della battaglia, Jack. Sei stato tu al comando? Sei stato capitano di Dio fino alla morte?

Dunois.     Ionon sono morto. Il mio corpo sta molto co­modamente dormendo nel mio letto a Châteaudun, ma il mio spirito è qua, evocato dal tuo.

Giovanna. E li hai combattuti a modo mio, Jack, vero? Non nel vecchio modo, commerciando i riscatti; nel modo della Pulzella: giocando la vita contro la mor­te, col cuore alto e umile e libero dalla malizia, la­sciando che dopo Dio contassero soltanto la Francia libera e i Francesi. Hai fatto a modo mio, Jack?

Dunois. A dir la verità, ho fatto in tutti i modi che ser­vivano a vincere. Ma il modo col quale ho vinto è sta­to sempre il tuo. Ti spetta il meglio, ragazzina. Ho scritto una bella lettera per renderti giustizia al nuovo processo. Forse non avrei mai dovuto permettere ai preti di bruciarti; ma ero occupato a combattere; e quello era un compito che spettava alla Chiesa, non a me. Era inutile che ci facessimo bruciare tutti e due, non ti pare?

Cauchon. Ecco! biasimate sempre i preti. Ma io, che sono al di là del biasimo e della lode, vi dico che il mondo non è salvato né dai suoi preti né dai suoi soldati, ma da Dio e dai Suoi Santi. La Chiesa Mili­tante ha mandato questa donna sul rogo; ma mentre ella bruciava le fiamme si scoloravano di fronte al ful­gore della Chiesa Trionfante.

L'orologio suona il terzo quarto. Una rozza voce ma­schile si fa sentire, mentre accenna un motivo im­provvisato.

                                                                                         

                                                                                       molto   cantabile

Ran-ran-rataplan

lardo ciccia e baccalà,

con giulebbe e ratafià

tran-tran-ta-tatà.

Tira sotto e fatti in là!

Un soldato inglese, di modi rozzi, entra attraverso i tendaggi e va a mettersi tra Dunois e Giovanna.

Dunois.     Quale scostumato trovatore ti ha insegnato quella canzone?

Soldato. Non è stato un trovatore. Ce la siamo fatta da noi, marciando. Non siamo né cortigiani né trovatori. È musica che esce dritta dritta dal cuore del popolo, direste voi. Ran-ran-rataplan, lardo ciccia e baccalà, polli arrosto in quantità, tran-ta-tà! Tira sotto e fatti in là! Non vuol mica dir niente, sapete? ma aiuta a marciare. Servo vostro, signore e signori. Chi chiedeva un Santo?

Giovanna. Sei un Santo, tu?

Soldato. Sì, signora, e vengo proprio dall'inferno.

Dunois.     Un Santo, e vieni dall'inferno?

Soldato. Sì, nobile capitano: ho avuto un giorno di per­messo. Tutti gli anni, ce l'ho. È il premio per la sola buona azione che ho fatto in vita mia.

Cauchon. Sciagurato! In tutti gli anni della tua vita hai compiuto una sola buona azione?

Soldato. Non ci avevo più pensato: m'era venuta spontanea ma me l'avevano messa in conto.

Carlo.      E che cos'era?

Soldato. Oh, la cosa più stupida che vi possiate immaginare. Ho...

Giovanna (lo interrompe venendo lentamente a mettersi seduta sul letto, vicina a Carlo) Ha legato insieme due stecchi e li ha dati a una poveretta che stavano bruciando viva.

Soldato. Giusto. Chi ve l'ha detto?

Giovanna. Lascia andare. La riconosceresti, se la vedessi di nuovo?

Soldato. Io, no. Ce ne sono tante di ragazze! e tutte pretendono di essere ricordate come se al mondo ce ne fosse una sola. Questa deve essere stata di prima qualità; perché, per merito suo, ho un giorno di li­cenza all'anno; e così, fino a mezzanotte in punto, io sono un Santo, ai vostri ordini, nobili signori e belle dame.

Carlo.      E dopo mezzanotte?

Soldato. Dopo mezzanotte, via nell'unico luogo adatto a tipi come me.

Giovanna (alzandosi) Torni laggiù! Tu! Tu che hai dato la croce a quella poverina!

Soldato   (per scusare la sua condotta poco adatta a un soldato) To', me l'ha chiesta; e la stavano per brucia­re. Aveva diritto a una croce quanto ce l'avevano loro; e loro di croci ne avevano a dozzine. Era il suo fune­rale, mica il loro. Che male ho fatto?

Giovanna. Soldato, io non ti sto rimproverando. Ma mi è insopportabile pensarti  in tormento.

Soldato   (allegramente) Non è un gran tormento, signora. Ero abituato a peggio.

Carlo.      Come? peggio dell'inferno?

Soldato. Quindici anni di servizio nella guerra di Francia. L'inferno è una festa, dopo quegli anni.

Giovanna alza le braccia, e va a rifugiarsi dallo sgo­mento che prova di fronte all'umanità davanti alla immagine della Vergine.

In un certo senso, ci sto bene. Sulle prime, il giorno di licenza era noioso, come una domenica di pioggia. Adesso  comincio  ad  abituarmici. Dicono che,  se li chiedo, me ne danno quanti ne voglio.

Carlo.      Com'è l'inferno?

Soldato. Non vi parrà tanto brutto, signore. È allegro. Pare di essere sempre ubriachi senza far la fatica e la spesa di bere. E c'è fior di compagnia! Imperatori, papi, re di tutte le qualità. Mi piglian in giro perché ho dato la croce a quella caterinella; ma a me non importa niente e rispondo per le rime e dico che se non ne avesse avuto più diritto di loro sarebbe dove sono loro. E così rimangono senza parole, ve lo dico io. Per tutta risposta digrignano i denti, come s'usa al­l'inferno; e così io mi metto a ridere e me ne vado cantando la mia vecchia filastrocca: Ran-ran-rataplan... Ohé! Chi bussa alla porta?

Tutti ascoltano. Si ode bussare piano piano e ripetutamente.

Carlo.      Avanti.

La porta si apre; un vecchio prete, coi capelli bian­chi, chino, con un sorriso stupido ma benevolo entra e va trotterellando verso Giovanna.

Il nuovo venuto. Scusatemi, gentili signori e signore. Non vorrei disturbarvi. Non sono che un povero e innocuo parroco inglese, ex-cappellano del Cardinale, del Mon­signore di Winchester. Sono Giovanni di Stogumber, per servirvi. (Li guarda interrogativamente) Come ave­te detto? Sono un po' sordo, purtroppo. E anche un po'... be', non ho sempre la mente a posto, dicono; ma quello è un paesetto di poche anime semplici. E io basto. Io basto, mi vogliono bene, lì; e sono anche in grado di fare un po' di bene. Ho buone relazioni, sapete, e mi favoriscono.

Giovanna. Povero vecchio Giovanni! Come mai ti sei ridotto così?

Cappellano. Iodico sempre ai miei fedeli che devono stare molto attenti. Io dico loro: "Se vedeste la cosa a cui state pensando, il vostro pensiero sarebbe molto diverso. Ne ricevereste una grande impressione. Oh, una grande impressione". E tutti dicono: "Sì, signor parroco, lo sappiamo tutti che siete un buon uomo, e che non fareste male a una mosca". Questo per me è un gran conforto. Perché io non sono crudele di natura, sapete.

Soldato. Chi ha detto che lo eravate?

Cappellano. Be', vedete, una volta io ho commesso una azione molto crudele perché non sapevo come fosse fatta la crudeltà. Non l'avevo mai vista, sapete. Que­sta è una grande verità: bisogna vedere. E allora ci si redime e ci si salva.

Cauchon. Le sofferenze di Nostro Signor Gesù Cristo non vi bastavano?

Cappellano. No. Oh, no, affatto. Le avevo vedute sui quadri, ne avevo letto nei libri, e mi avevano molto turbato, così credevo. Ma non era servito a niente: non è stato Nostro Signore che m'ha redento, ma una giovane donna che ho effettivamente visto bruciare viva. È stato spaventoso: oh, tanto spaventoso. Ma mi ha salvato. Da allora sono stato un altro uomo, per quanto, a volte, il cervello mi vada un po' fuori sesto.

Cauchon. Bisogna, dunque, che un Cristo perisca nel dolore, in ogni epoca, per salvare coloro che non hanno immaginazione?

Giovanna. Ebbene, se ho salvato tutti coloro verso i quali egli sarebbe stato crudele se non fosse stato crudele con me, non sono stata bruciata invano, vero?

Cappellano. Oh, no, non eri tu. Ho la vista cattiva, non posso distinguere i tuoi lineamenti; ma non sei lei, oh no, lei è stata ridotta in cenere; è morta e sparita, morta e sparita.

Boia          (viene fuori da dietro le cortine del letto, a destra di Carlo, lasciando il letto tra loro)

È più viva di noi, nonnino. Il suo cuore non s'è lasciato bruciare e non ha voluto affogare. Io ero maestro nella mia arte; ero più bravo del boia di Parigi e più bravo del boia di Tolosa; ma non m'è riuscito di ammazzare la Pulzella. È in piedi, e viva dappertutto.

Il conte di Warwick (salta fuori dalle cortine del letto, dall'altra parte e viene a sinistra di Giovanna)

Signora: mi congratulo per la vostra riabilitazione. Sento di dovervi delle scuse.

Giovanna. Oh, prego, non c'è di che.

Warwick       (cordialmente) Quell'esecuzione è stata soltan­to politica. Non c'era nessun rancore personale verso di voi, ve l'assicuro.

Giovanna. Non c'è cattiveria in me, signore mio.

Warwick. Locredo. Siete stata molto gentile a venirmi incontro così: segno di buona razza. Ma io devo in­sistere nel porgervi le mie più ampie scuse. La verità è che certe necessità si rivelano spesso degli errori po­litici; e questa è stata uno strafalcione madornale; per­ché il vostro spirito ci ha conquistato, signora, a di­spetto delle nostre fascine. La storia mi ricorderà in onor vostro, per quanto gli incidenti del nostro in­contro sieno stati, forse, poco fortunati.

Giovanna.  Sì, non troppo fortunati, buffoncello.

Warwick. Eppure, quando vi faranno Santa dovrete l'aureola a me, proprio come questo fortunato sovrano deve la corona a voi.

Giovanna (distogliendo lo sguardo da lui) Io non dovrò mai niente a nessuno: io devo tutto allo spirito di Dio che era in me. Ma figuratevi se sarò mai Santa! Che cosa direbbero Santa Caterina e Santa Margherita se questa contadinotta si andasse ad appollaiare lassù vicino a loro!

Un signore dall'aspetto clericale, con lo stiffelius e la tuba, vestito secondo la moda del 1920, appare improvvisamente di fronte a loro, nell'angolo che è alla loro destra. Tutti lo fissano. Poi scoppiano in una risata incontrollabile.

Signore.   Perché tanta ilarità, signori?

Warwick. Mi rallegro con voi per aver inventato un abito straordinariamente comico.

Signore.   Non capisco: voi siete tutti in costume, e io sono vestito come si deve.

Dunois.     Qualsiasi abito è un costume, non è vero? salvo la pelle che abbiamo addosso per natura.

Signore.   Scusate: io son venuto per un motivo molto serio e non posso intavolare discussioni frivole. (Tira fuori un foglio e assume un aspetto secco e ufficiale) Sono stato inviato ad annunciarvi che Giovanna d'Ar­co, in precedenza conosciuta come la Pulzella, è stata oggetto di un'inchiesta istruita dal Vescovo di Orléans...

Giovanna (interrompendolo) To'! si ricordano ancora di me a Orléans.

Signore    (con enfasi, per indicare l'indignazione che pro­va per essere stato interrotto) ... dal Vescovo di Or­léans allo scopo di far canonizzare la suddetta Giovanna d'Arco...

Giovanna (interrompendolo nuovamente) Ma io non ho mai avuto queste pretese.

Signore    (c. s.) La Chiesa ha esaurientemente esaminato tale richiesta e, con regolare processo, avendo elevato la convenuta Giovanna successivamente al rango di Venerabile e di Beata...

Giovanna (con una risatina) Io Venerabile!

Signore.   ...l'ha finalmente dichiarata in possesso di eroiche virtù e privilegiata da rivelazioni private e ha chiamato la Venerabile e Beata Giovanna nella co­munione della Chiesa Trionfante come Santa Giovanna!

Giovanna (rapita) Santa Giovanna!

Signore.   Ogni tredicesimo giorno di maggio, ricorrendo l'anniversario della morte della già citata benedettis­sima figliola di Dio, sarà celebrata, in ogni chiesa cat­tolica, fino alla fine dei tempi, uno speciale ufficio in commemorazione di lei; si autorizza altresì che le sia dedicata una speciale cappella e che la sua immagine sia posta sull'altare in ognuna delle chiese succitate. È inoltre lecito e lodevole che i fedeli si inginocchino per invocare con le preghiere l'intercessione di lei presso il Trono della Misericordia.

Giovanna. Oh, no. È alla Santa che spetta inginocchiarsi. (Cade  in ginocchio, rapita.)

Signore    (riponendo il foglio e ritirandosi vicino al boia) Dalla Basilica Vaticana addì 16 di maggio dell'an­no 1920.

Dunois      (facendo rialzare Giovanna) Mezz'ora per bru­ciarti, Santa mia cara, e quattro secoli per capire la verità sul tuo conto!

Cappellano. Signore: io sono stato cappellano del Car­dinale di Winchester. Lo chiamano sempre Cardinale d'Inghilterra. Sarebbe un grande conforto per me e per il mio Signore vedere nella Cattedrale di Winche­ster una bella statua della Pulzella. Credete che ce la metteranno?

Signore.   Siccome quell'edificio è temporaneamente in ma-no dell'eresia anglicana, io non posso risponderne.

Oltre la finestra si scorge una visione della statua che è nella Cattedrale di Winchester.

Cappellano. Oh, guardate, guardate! quella è Winchester!

Giovanna.  E quella sarei io?  Io stavo più dritta sulle gambe!

La visione svanisce.

Signore. Le autorità temporali di Francia mi hanno chie­sto di far osservare che il moltiplicarsi delle pubbliche statue in onore della Pulzella minaccia di ostruire il traffico stradale. Soddisfo tale richiesta in segno di cortesia verso le suddette autorità ma per conto della Chiesa debbo far osservare che il cavallo della Pul­zella non ostruisce il traffico più di qualsiasi altro cavallo.

Giovanna. Oh, son proprio contenta che non si siano scordati del mio cavallo.

Appare una visione della statua che è davanti alla Cattedrale di Reims.

                                

È mia anche quella buffa figurina laggiù?

Carlo.      Quella è la Cattedrale di Reims in cui hai fatto incoronare me. Devi essere proprio tu.

Giovanna. Chi m'ha spezzato la spada? La mia spada non è stata mai spezzata. È la spada della Francia.

Dunois. Non ci badare. Le spade si riaggiustano. La tua anima è intatta; e tu sei l'anima della Francia.

La visione svanisce. L'Arcivescovo e l'inquisitore sono adesso visibili alla destra e alla sinistra di Cauchon.

Giovanna. La mia spada non ha finito di conquistare: è una spada che non ha mai colpito. Per quanto gli uomini abbiano distrutto il mio corpo, nella mia anima ho veduto Dio.

Cauchon (inginocchiandosi davanti a lei) Le fanciulle che sono nei campi ti adorano, perché tu hai insegnato loro ad alzare gli occhi; e adesso vedono che non v'è nulla tra esse e il cielo.

Dunois      (inginocchiandosi davanti a lei) I soldati moren­ti ti adorano, perché tu sei uno scudo di gloria tra essi e il giudizio.

Arcivescovo (inginocchiandosi davanti a lei) I principi della Chiesa ti adorano perché tu hai redento la fede che il loro amore terreno aveva trascinato nel fango.

Warwick       (inginocchiandosi davanti a lei) Gli astuti con­siglieri ti adorano perché tu hai tagliato i nodi che tenevano imbrigliata l'anima loro.

Cappellano (inginocchiandosi davanti a lei) I vecchi scioc­chi ti adorano dal letto di morte perché i peccati che hanno commesso contro di te si sono trasformati in benedizioni.

Inquisitore (inginocchiandosi davanti a lei) I giudici, nella cecità e nella schiavitù della legge, ti adorano perché tu hai rivendicato la visione e la libertà dell'anima vivente.

Soldato   (inginocchiandosi davanti a lei) Gli scellerati che sono all'inferno ti adorano perché tu hai mostrato loro che il fuoco non spento è un fuoco sacro.

Boia          (inginocchiandosi davanti a lei) I torturatori e i boia ti adorano perché tu hai dimostrato che le loro mani non sono colpevoli della morte dell'anima.

Carlo       (inginocchiandosi davanti a lei) Gli uomini senza ambizione ti adorano perché ti sei addossata gli eroici fardelli che erano troppo pesanti per loro.

Giovanna. Il dolore ricade su me quando tutti gli uomi­ni mi adorano! Vi invito a ricordare che sono una Santa e che i Santi possono fare miracoli. E adesso ditemi: devo risorgere dalla morte e tornare a voi, viva?

Una improvvisa oscurità cancella le pareti della ca­mera mentre tutti i presenti si alzano in piedi, co­sternati. Soltanto le loro figure e il letto rimangono visibili.

Giovanna. Ma come? Devo bruciare di nuovo? Nessuno di voi è pronto a ricevermi?

Cauchon. L'eretico è sempre meglio sia morto. E gli oc­chi mortali non sanno distinguere il Santo dall'eretico. Risparmiali.  (Se ne va com'è  venuto.)

Dunois.     Perdonaci, Giovanna; non siamo ancora degni di te. Io torno al mio letto. (Anch'egli se ne va.)

Warwick. Siamo sinceramente pentiti del nostro piccolo errore; ma le necessità politiche, per quanto talvolta erronee, sono ancora perentorie; quindi, se avrete la cortesia di scusarmi...   (Si  allontana  con  discrezione.)

Arcivescovo. Il tuo ritorno non farebbe di me l'uomo che una volta mi hai creduto. Posso, al massimo, dirti che, per quanto non abbia l'ardire di benedirti, spero di poter un giorno avere la tua benedizione. Per adesso, tuttavia... (Se ne va.)

Inquisitore. Ioche sono tra i morti, quel giorno dichia­rai che tu eri innocente. Ma non so come sarebbe pos­sibile, date le attuali circostanze, destituire l'Inquisizione. E quindi... (Se ne va.)

Cappellano. Oh, non tornate, non dovete tornare. Io voglio morire in pace. Oh Signore, dài anche a noi giorni di pace!  (Esce.)

Signore.   Il recente processo di canonizzazione non ha con­templato la possibilità della vostra resurrezione. Devo tornare a Roma per ulteriori istruzioni. (Si inchina formalmente, e si ritira.)

Boia.         Come specialista della mia professione, debbo pren­dere in considerazione gli interessi della categoria. E, del resto, il mio primo dovere è nei confronti di mia moglie e dei miei figli. Bisogna che ci pensi sopra. (Esce.)

Carlo.      Povera vecchia Giovanna! Sono tutti scappati via, salvo quel manigoldo che a mezzanotte deve tornare all'inferno. E che altro posso fare se non seguire l'esem­pio di Jack Dunois, e tornarmene a letto anch'io? (Eseguisce.)

Giovanna (con tristezza) Buona notte, Carletto.

Carlo       (borbottando, tra i guanciali) 'notte! (Si addor­menta. Le  tenebre,  avvolgono il letto.)

Giovanna (al soldato) E tu, unico mio fedele? Quale consolazione arrechi a Santa Giovanna?

Soldato. Be', che cosa hanno risolto questi re, capitani, vescovi, avvocati e compagnia? Ti lasciano giù in un fosso, a dissanguarti; e alla fine li ritrovi laggiù dove sto io a scontare le arie che si sono dati. Ma io dico una cosa: hai diritto alle tue idee, quanto quelli han­no diritto alle loro, e magari di più. (Sta per iniziare una conferenza sull'argomento) Sai, è proprio vero. Se...

(Da una lontana campanella si ode, con dolcezza, il primo rintocco della mezzanotte)

Scusami: un appuntamento urgente...  (Esce in punta di piedi.)

Gli ultimi raggi di luce che sono rimasti si raccol­gono in una luce radiosa che scende su  Giovanna. L'ora seguita a suonare.

Giovanna. Oh Dio, Creatore di questa stupenda terra, dimmi, quando mai sarà pronta per ricevere i Tuoi Santi? Quando, mio Signore, quando?

F I N E

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