Saro e la rosa

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SARO E LA ROSA

francesco silvestri

SARO  E  LA  ROSA

ovvero

favola d'amore tra due uomini in un

secolo di Storia

                                                

Copyright - Tutti i diritti riservati all'Autore - Pos. S.I.A.E. 53220

PERSONAGGI (in ordine di apparizione):

SARO

TITINA (Proprietaria del "Salone Graziella")

DONNA UBRIACA

CAMERIERE

UOMO ANZIANO (Bombolone)

FILOMENA

DONNA GRASSA (Maria Antonietta/Zio Alfredo)

EDOARDO, Marchese de La Ville di anni 19

ANTONIO SALVO di anni 29

FRIDA

MARCHESA de La Ville

NINA de La Ville

GERARCA FASCISTA

GIOVANE UFFICIALE FASCISTA

MAITRESSE

AVVENTORI DEL BORDELLO

PRIMA PROSTITUTA

SECONDA PROSTITUTA (MARIA)

TERZA PROSTITUTA

QUARTA PROSTITUTA

QUINTA PROSTITUTA

SESTA PROSTITUTA

FIGLIA DI EDOARDO

FIGLIO DI ANTONIO

EDOARDO, Marchese de La Ville di anni 79

ANTONIO SALVO di anni 89

VOCI:  FIGLIO DI ANTONIO BAMBINO

            FIGLIA DI EDOARDO BAMBINA

            ANNUNCIATRICE RADIOFONICA

            SARO BAMBINO

  

PROLOGO

Napoli, gennaio 1980

 

Su un lontanissimo vocìo di strada, strombazzare di clacson e motorini, musiche radiofoniche e televisive, si fa luce a proscenio dove, seduto su una sedia a dondolo, un uomo di bell’aspetto, sui trent’anni, è intento nella lettura di un quaderno dalla copertina nera; di quelli, per intenderci, in commercio fino ai primi anni ‘7O.

Sparsi sul pavimento, intorno alla sedia, decine e decine  di altri quaderni identici al primo.

Tutto dà a pensare che l’uomo si trovi in quella posizione da molte ore.

La sedia cigola sotto il lento ed estenuante dondolio.

Lacrime ricacciate in gola tentano di riaffiorare agli occhi.

L'uomo legge.

UOMO –  “Fra qualche istante si desterà, aprirà i suoi grandi occhi neri e, subito, il suo sguardo…, il suo sguardo, per mia fortuna, ancora innamorato, mi cercherà. E forse, forse sarà soltanto allora che io troverò il coraggio e la forza interiore di chiederglielo.

Se lui accetterà, la favola, la nostra favola d’amore, durata più di sessant’anni, avrà raggiunto davvero la sua meritata e radiosa… fine”.

     L’uomo chiude il quaderno e lo lascia cadere a lato. Si stropiccia gli occhi. E’ stanchissimo. Si guarda attorno. Osserva i quaderni. Poggia la testa sullo schienale e si dondola con improvvisa foga.

UOMO - (Silenzio repentino. Raccatta velocemente i quaderni e li dispone in ordine cronologico)  192O… 1921… 22… 23… (Mormora) 37… 38… 194O… 41… 45... 1946... (Continua fino ad arrivare al 1980; poi, siede poggiando la pila di quaderni sulle ginocchia. Legge dal primo)

“Napoli, 8 gennaio 192O.

Affido queste righe al tempo; che possa fare giustizia della immane felicità principiata nei fumosi locali di un tabarin”.

Una musica si fa largo lentamente ma con forza crescente fra le parole dell'uomo. Da questo momento, quella del giovane, diventerà la nostra "Voce narrante".

VOCE NARRANTE – “...principiata nei fumosi locali di un tabarin. Ero giovane, allora. Io, Edoardo, Marchese de La Ville...”.

    

Il buio lo avvolge e l’atmosfera, da contemporanea che era, si trasforma in quella di una favola. Ma non in una di quelle favole popolate da Re e Principesse, bensì in quella della favolistica città di Napoli degli inizi del Novecento dove tutto era ancora possibile.

 

PARTE PRIMA

1920 - 1925

SCENA PRIMA

Napoli, 8 gennaio 192O. 

Interno di un modesto ma decoroso e barocco tabarin. Atmosfera fumosa. Molti tavoli vuoti. Su un piccolo palcoscenico situato sul fondo al centro, Titina, esuberante e appariscente entreneuse di mezza età, nonché  proprietaria del locale, canta con grazia e trasporto fumando una sigaretta.

Gli astanti sono fermi, immobili come in una foto d'altri tempi.

TITINA – E chianu chianu

te vengo a cercare,

p’’e vicule, ‘a sera,

te vengo a cercà.

E chianu chianu

me sento ‘e tremmare,

'sta voce me manca

pe’  dirte…:

E va, e va, ammore va.

Va trova a chi cerca e a chi truvarrà.

E va, e va, ammore va.

Va trova a chi cerca e a chi truv…

        (Tossisce forte e spegne la sigaretta)

     Mannaggia a me e a quanno pigliaje ‘o vizio ‘e fumà!

La musica si trasforma in una “volgare” tarantella. Il tabarin si rianima. Titina riprende a cantare con svogliatezza aggirandosi per i tavoli.

Una Donna ubriaca balla con il capo reclinato sulla spalla di un giovanotto molto distinto.

Una coppia di anziani, lui piccolo e macilento, il quale, chissà perché, tenta di nascondersi il volto tra le mani, lei florida e arcigna, siede a un tavolo mentre, affianco al palcoscenico del locale, una Donna obesa mangia avidamente dei cioccolatini.

Un Cameriere, sornione e sfacciato, con modi da scugnizzo, serve ai tavoli.

 

TITINA – E forte forte

stu core te chiamma,

ti cerca, ti abbraccia,

ti vuole più qua.

E forte forte

sto corpo ti brama,

sta vocca ti chiama,

sta carnaaa…

E vieni, e vieni,

e fatti più qua.

  Tu chello che vuo’, je t’’o pozzo dà.

     (Continua improvvisando un modesto ballo).

DONNA UBRIACA - (con accento e cadenza non napoletani) Volevo continuare a stare in paese… eppure venni a vivere in città... Mi abituai... Poi dovetti trasferirmi... e mi abituai anche a quello... Ma da quando sono qui ho perso l’abitudine ad abituarmi...

 CAMERIERE  - (cantando) “E vieni, e vieni e fatti più qua / tu quello che vuoi / te lo posso dar!”. (Recitato) Subito pronto... Arrivo! (Alla Donna grassa che sembra si stia strozzando a causa di un cioccolatino ingoiato male) E statevi attenta, signora bella, che così potete pure schiattare! (La Donna grassa beve, poi ride sguaiatamente).

UOMO ANZIANO - (alla moglie, in tono supplichevole) Hai visto abbastanza... Ce ne vogliamo andare?

FILOMENA - (seccata e astiosa) Noi non ci alziamo fino a quando non avremo toccato il fondo! Io devo ancora capire che cosa ci trovi a venire qua tutte le sere! Tutte le sante sere! Tu ti credi di farmi fessa a me?! E ti sbagli, Filippo! Ti sbagli!

                   UOMO ANZIANO - Ma Filomena...

FILOMENA - (inviperita) E non chiamarmi per nome che sto in incognito! Anzi, vuo’ sape’ 'na cosa: nun me chiammà proprio!

DONNA UBRIACA - (come sopra) Avevo un fidanzato che mi ha spinta a fare la vita... Poi è andato via camminando in equilibrio su un binario del treno... Ma intanto, io, alla vita di chi fa la vita ci avevo già fatto l’abitudine...

CAMERIERE  - (alla Donna anziana) Desiderate altro?

FILOMENA - Ancora un bicchiere di acqua e anice!

CAMERIERE - Ai comandi! (Fa per allontanarsi).

FILOMENA - (al Cameriere) Ue’! Più anice... che acqua!

CAMERIERE - Certamente! (Si allontana canticchiando).

UOMO ANZIANO - (alla donna) Ma è il quarto...

FILOMENA - Zitto tu, degenerato!

DONNA UBRIACA - Mi ero abituata anche alla guerra, e adesso che è finita mi ci sto già abituando... (Quasi piangendo) Ma allora per quale accidenti di motivo non riesco ancora ad abituarmi al cognac... (Guarda in viso il  giovane con cui sta ballando) E tu chi sei? (L'uomo, come destatosi all'improvviso, esce barcollando) Ma no, non dirmelo, tanto fra un po’ mi sarò abituata anche a te...

TITINA - (avvicinandosi all’uomo anziano) Bombolone?! Tu stai qua? E chi ti aveva riconosciuto. Ti sei nascosto nell’ombra?! (Alla Donna grassa) Maria Antonietta?! Maria Antonie’, hai visto?! C’è venuto a trovare Bombolone...

DONNA GRASSA - (applaude) Bravo... Bravo...

TITINA - Bombolo’, che d’è? Stasera mi hai tradita? Hai preferito un’altra a me?! Cattivo cattivo cattivo... (Alla Donna anziana) E tu comme te chiamme?

UOMO ANZIANO - La... la signora qui... qui presente è m... m... mia moglie...

TITINA - (dopo un istante, velocemente) Scusate tanto, vi ho scambiato per qualcun altro. (Si allontana. Tossisce. Spegne stizzita l’ennesima sigaretta) Mannaggia a me e a quanno pigliaje 'o vizio 'e fumà!

CAMERIERE  - (posando il bicchiere d’acqua e anice sul tavolo della coppia di anziani) E così… siete serviti! (Va via ridendo).

FILOMENA - (dopo un silenzio)  Già! Siamo proprio serviti! (Guarda il marito, poi davanti a sé; quindi, ancora il marito. Infine, sbotta in una prorompente risata a cui si accodano tutti i presenti) Bombolone... Ah ah... Bombolone... (E’ alticcia) Bombolone...

                   UOMO ANZIANO - Ma Filomena...

FILOMENA - (improvvisamente seria) Zitto! E chiamami Flo'! (Beve d’un fiato).

                   DONNA GRASSA - (applaude) Bravo... bravo... (Continua).

CAMERIERE  - (con un salto è sul palcoscenico e si rivolge  al pubblico)

Signore e signori, un attimo d’attenzione:

è giunto il momento della grande attrazione.

Nell’anno Venti del capovolgimento,

fra un po’ staremo a lutto, me lo sento.

(Titina tossisce forte).

DONNA GRASSA - (applaude) Bravo... bravo...

FILOMENA - (ormai ubriaca) Filippo…, voglio andare a casa...

UOMO ANZIANO - Subito Filomena... (Si alzano).

FILOMENA - (sensuale) E chiamami Flo'…, Bombolone! (Fa per baciare il marito sulle labbra mentre questi tenta di trascinarla via).

CAMERIERE - (come continuando)

E per convincervi che io qui dico il vero,

lo giuro sul mio onore: arriva l’uomo nero.

Con tanto di pastrano e...

(Si interrompe vedendo entrare di corsa il Marchese Edoardo. L’attore che interpreta questo ruolo è lo stesso del “Prologo”).

EDOARDO - (si scontra inavvertitamente con la coppia di anziani che sta guadagnando l’uscita) Oh..., perdonatemi…

(I due escono barcollando senza prestare particolare attenzione al giovane).

TITINA - (avvicinandosi ad Edoardo ed alzando la voce per farsi sentire) Marchesino... pure stasera! Quale onore! E che piacere! (Lo accompagna ad un tavolo libero dove il giovane si libera del mantello che indossava adagiandolo sulla sedia libera al suo fianco. Poggia il cappello sul tavolino) Godetevi lo spettacolo. Siamo al vostro pezzo preferito. Io torno subito. (Si allontana ancheggiando vezzosa).

CAMERIERE  - (sottovoce, alle quinte del palchetto) E’ arrivato il Marchese...

VOCE DI ANTONIO - (dalle quinte) Mannaggia a chi saccio je! Uè, vedi come te lo dico: se Titina abbìa a sfottere, io, ccà, stasera, scasso tutte cose!

CAMERIERE  - (tra i denti, tentando di sorridere) Statte zitto ca se sente...

                   TITINA - (cantando con intenzione)

“Dolcezza amore mio

sei tornato tu da me".

VOCE DI ANTONIO - 'A siente?!

TITINA -  "Un giorno è così lungo,

troppo lungo senza ‘e te”.

VOCE DI ANTONIO - Je 'a rompo ‘e corne...

CAMERIERE  - (repentino, al pubblico)

Arriva l’uomo nero, in vero, vi dicevo,

con tanto di pastrano, è ovvio: tutto nero.

In redingote e ghette, con tuba e caramella,

lo dicono i ruffiani che l’uomo nero è bello.

E passi per i guanti, la giacca ed il paltò

ma la camicia nera io non la metterò.

E dato che ormai si sa che il nero è sempre calvo,

meglio di me saprà cantare...

Antonio Salvo!

(Silenzio. Nessuno sembra avergli prestato attenzione. Con rassegnazione, al pubblico presente)

E grazie! (Scende dal palco).

                    DONNA GRASSA - (applaude) Bravo... bravo.

Rullo di tamburi. Il sipario del Tabarin si apre su Antonio. Il giovane indossa un costume di scena che gli permette con facilità di interpretare tre ruoli: la “Figlia”, la “Madre” e il “Padre”.

                   TITINA - (con una sigaretta tra le labbra) Brava... brava...

ANTONIO - (tra i denti, a Titina) E vide si ‘a fernesce…(Canta).

Figlia:   Quando indosso un capo bianco

     io mi sento come il sol.

     Quando indosso un capo rosso

     io mi sento tutta ardor.

     ma se vedo un capo nero,

     santo cielo, quale orror,

     sia di seta o di chiffon

     io poi mai lo indosserò.

    Madre:  O bambina mia adorata

                  pensa bene a quel che fai.

                  Questi bei merletti neri

                  son di moda e tu lo sai.

    Padre:   Le camicie soprattutto

                  (figlia mia non fare guai.)

                  se son nere son di culto

                  e poi sono chic assai.

      Figlia:   Caro padre, cara madre

    io or ve lo dirò

    le camicie nere no

    io non me le metterò.

     

    Faciteve ‘e fatte vuoste

    e lassateme sciatà.

    E parbleu e che oppressione,

    nun ce ’a faccio a respirà.

    Questo nero che mi invecchia,

    quant’è brutto, nun ‘o vedite?

    La camicia nera, poi,

    io non me la metterò.

DONNA GRASSA - (applaude e mangia) Bravo... bravo...

TITINA - (siede al fianco di Edoardo sotto lo sguardo vigile e stizzito di Antonio) Eh ..., solo i nobili come voi sanno apprezzare la vera arte... E’ bravo, eh? E comme ce sta bello chillu vestito... Guardate, guardate... pare proprio ‘na femmena... Zitti, zitti, la seconda parte! Brava... brava...

ANTONIO - (ormai inviperito)

Padre:   Oh mon Dieu e fai silenzio

                    queste cose non le dir,

                    anche i muri hanno le orecchie

                    e ti possono sentir.

Madre:  Santa Madre degli scalzi

              (bimba tu mi fai morir)

              metti almeno un cappellino

              con le piume per coprir.

Figlia:   Se è nero non lo voglio

             mi imbruttisce, tutto qui!

             Fosse pura una veletta

             coi ricami...

  Interrompe il canto guardando fisso Titina che ha ripreso a parlare ad alta voce con Edoardo.

    La musica continua, imperterrita, di sottofondo per poi rallentare di ritmo e sfumare disastrosamente in pochi secondi.

TITINA - Me lo sono cresciuto. Non faccio per dire, ma ha fatto proprio una bella riuscita. Alto, moro... Cu 'nu paio d’uocchie tante. Forse è un poco secco, eh? Magro! Voi che dite? Il fatto è che si è sciupato negli ultimi tempi. Sapete, la guerra... (Velocemente) Io, quand’era più ragazzo, gli davo tutte le mattine l’uovo sbattuto, e poi, subito dopo, andavo a controllare come stava il muscolo. (Edoardo la guarda con indifferenza stando molto più attento alle reazioni stizzite di Antonio) Uè..., che avete capito? Il muscolo delle braccia! (Ride) Madonna, Signor Marche’, come siete spiritoso... Io, poi, vi pare a voi che mi permettevo davanti a un Nobile... (Si accorge dello strano silenzio che proviene dal palco. Ad Antonio) San Biagio dei Librai e comme sta appezzato. Ma manco 'na meza parola se po’ dicere cchiù ccà dinto?!

ANTONIO - (riprende a cantare con astio senza interpretare alcun personaggio)

Faciteve ‘e fatte vuoste

e lassateme sciatà.

E Maronna e che oppressione

nun ce ‘a faccio a respirà.

Questo "posto" che mi invecchia

quant’è brutto, n’’o vedite?

La camicia nera, poi,

io non me la metterò.

La camicia nera, poi,

me fa schifo anziché no! (La musica cessa)

E ghiammo a vede’!

(Si libera velocemente del costume e scende dal palco).

                   DONNA GRASSA - Bravo... bravo...

ANTONIO - (a Titina) Aizete ‘a lloco e vattenne!

TITINA - (fingendosi risentita) Antonio, e che modi sono? Non vedi che sto ragionando col “Marcheso”?

ANTONIO - (fa il verso di un gatto in attacco) Ffssss...

TITINA - (colpita, dopo un tempo) Quanto si’ brutto! (Tempo. Poi, con acrimonia) Era meglio si t’accidevo ‘o juorne ca te truvaje ‘mmiezo ‘a via.  (Si allontana).

ANTONIO - (a Edoardo) Ve l’avevo detto di non venire più!

EDOARDO - (tenero e sorridente ma anche leggermente imbarazzato) Passavo e...

ANTONIO - (interrompendolo) Il “Margherita”, quello è posto per voi? Gente perbene... Palchetti riservati... Artisti veri! Camerieri francesi...

                   CAMERIERE  - Uè, che tenisse…

ANTONIO - (al Cameriere, senza guardarlo) Arrassate! (A Edoardo) Non il "Salone Graziella", che fa senso soltanto a nominarlo... (Sembra intenerirsi) Se qualcuno vi vede entrare qua dentro e vi riconosce, voi passate un guaio.

EDOARDO - No... Nessuno avrebbe il coraggio di riferirlo.

ANTONIO - Uhmm... Fortunati voi nobili.

EDOARDO - La Storia ci ha concesso dei privilegi.

ANTONIO - (dopo un tempo) Ma tenete sempre la battuta pronta?

EDOARDO - (sempre più imbarazzato) Scusami... (Libera velocemente del mantello la sedia al suo fianco) Accomodati.

ANTONIO - (interdetto ma fiero) Grazie, preferisco sta’ allerta! Aggia crescere.

EDOARDO - (divertito) Ancora?

ANTONIO - (ora è lui in imbarazzo. Siede stizzito) Ma si può sapere voi che volete da me? Io di solito, mi siedo ai tavoli dei vecchi bavosi. Quelli che ti guardano dal culo del bicchiere mentre bevono... Quelli che mangiano il "consommè" senza il condimento perché, tanto, il grasso gli cola dai capelli... Quelli che si fanno i gargarismi col bergamotto p’accummiglia’ ‘o fieto ‘e merda ca teneno ‘mmocca… Sono molto richiesto da quella categoria. Voi, invece, siete giovane... Tenete, sì e no…, quanti? Due... tre… Cinque, dieci anni meno di me...? E che saranno mai dieci anni di meno?! (In altro tono) E siete pure un bel ragazzo... Ma che ghiate truvanno?

EDOARDO - (teneramente) Niente... Proprio niente! Dedicarsi del tempo... Scambiare quattro chiacchiere...

Alle loro spalle la Donna grassa ride sguaiatamente.

ANTONIO - (con rabbia crescente) E no...! Basta! Accussì nun se po’ ghi’ annanze! (Si pone di fronte alla Donna grassa) Ma che tieni ‘a rirere?

DONNA GRASSA - Bravo... Bravo...

ANTONIO - Oh! Aferniscela!

TITINA - Uè ..., e lass’’a jre! Che t’ha fatto?

ANTONIO - (a Titina) Tu è meglio che te staje zitta pecché si dici sulo n’ata parola, a me, ccà ddinto, nun me vide cchiù!

TITINA - E vattenne... Vattenne! Jesce a parte ‘e fora...

CAMERIERE – E’ abbìata la quadriglia!

TITINA - (a Edoardo, cercando la sua complicità) Che ingrato! A me! A me che l’aggio crisciuto comme a ‘na mamma... L’ove sbattute tutte e matine... Pure in tempo ‘e carestia, ‘e meglio piezze ‘e carne ce devo a isso...

ANTONIO - (allontanandola da Edoardo) E chella steva ‘ngrassanno ‘o puorco per i suoi affari illeciti.

CAMERIERE  - Gran catena...

TITINA - Oh! Statte accorto a come parli! Qua si fa tutto alla luce del giorno.

ANTONIO - E a quella delle lampade a petrolio d’’a parte e coppa!

CAMERIERE  - Ballanzé ...

TITINA - Chella luce llà, a te nun t’ha mai fatto schifo! E’ overo o no?

ANTONIO - Sempre!

TITINA - Che angioletto!

CAMERIERE  - Changez la femme...

TITINA - Zuzzuso! Bada bene, si jesce ‘a chella porta tu ‘a me non vide cchiù nu sordo... Non un centesimo...

ANTONIO - E capirai! Io, poi, mi stavo facendo la villa a Posillipo cu chilli quattro pidocchi ca me deva!

DONNA UBRIACA - E smettila che ci stanno i clienti...

ANTONIO - Ma quali clienti? Quali clienti? Qua dentro non si vede un’anima dall’anteguerra e chesta va truvanne  ‘e clienti...

CAMERIERE  - Cotillon!

ANTONIO - (repentino, a Edoardo) Allora, signor Marchese, mò volete ancora che mi siedo vicino a voi?

EDOARDO - (sincero) Sì! Lo voglio!

ANTONIO - (resta interdetto per un istante ma, poi, la risata isterica della Donna grassa lo scuote) Uè, e tu la vuoi finire? La devi smettere, zio Alfredo, hê capito? E lievete sta parrucca ‘a capa ca fai ridere sulamente... (Gli strappa la parrucca e la scaglia lontano. La Donna grassa, ovvero l’uomo grasso vestito da donna, ha uno spasimo) M’hê scucciato... Tu, 'a resata toja, sti ciucculatini ca fanno schifo... (L’uomo grasso comincia a gonfiarsi) E mò basta... Basta! È finita la pacchia.

TITINA - (seguendo con lo sguardo il corpo dell’uomo grasso che, lentamente, si libra in volo sulle teste sbigottite degli astanti) Gesù Gesù Gesù... Uh, Gesù Gesù... (Continua).

ANTONIO - Sono dieci anni che ti mantengo, zio Alfredo. Dieci anni! ‘A quann’ero criaturo. Ma pure la tarantella tene nu finale, o no? (Imita, scimmiottandola per rabbia, la voce delle zio) "Toni’, bello d’’o zio, aggio visto nu pare e scarpe cu o tacchetto dint’a nu magazzino a Tuledo. Pare ca l’hanno fatte apposta pe’ me...". "Toni’, ‘e cazette ‘e seta... Toni’, chillu toupè..., o vestetiello bianco... ‘O russetto...". Embè, Zi' Alfre', si tu nun si’ cchiù cazzo ‘e te truvà a ‘n ommo ca t’accatta 'sti ccose, è meglio ca schiatti!

TITINA - (urlando) Gesù, chillo schiatta overamente...

 

Antonio esce dal locale. Edoardo lo segue divertito dopo aver lanciato un ultimo sguardo al patetico tentativo di Titina e del Cameriere di riportare a terra l’uomo grasso.

TITINA - Gesù... Gesù ... Alfredo... Musica! Fate musica... Alfredo... Alfredo...

 

SCENA SECONDA

Un minuto dopo, all'aperto.

Antonio entra in scena di corsa. Si ferma. Ha un brivido di freddo.

Alle sue spalle, non visto, appare Edoardo. Tarda ad avvicinarsi all’uomo.

ANTONIO – (a sé stesso) Mannaggia la morte nera, mannaggia! Che bella uscita di scena che hai fatto, eh Totò? Plateale! Mancava solo l’applauso, mancava. E mò? Mò addò te ne vai? (Ha un attimo di sconforto. Edoardo gli si approssima e fa per coprirgli le spalle con il mantello. Antonio, avvertendo una presenza, si scansa) Ah, ma allora è vizio!

EDOARDO – Mettiti questo.

ANTONIO - E so’ dduje mise ca me state arreto-arreto.

EDOARDO - Fa freddo.

ANTONIO - Voi mi fate mancare l'aria!

EDOARDO - Copriti almeno le…

ANTONIO – (tremando) Sto bene così!

EDOARDO – (dopo una pausa e con estrema tenerezza) Per favore.

ANTONIO – (sbuffa, prende il mantello dalle mani del Marchese e, con visibile difficoltà, lo indossa) Giusto cinque minuti. Il tempo di prendere un po’ di calore.

EDOARDO – Va bene. (Antonio lo guarda. Stizzito dai modi sempre rassicuranti di Edoardo, tenta di togliersi il mantello. Prontamente) Non sono passati i cinque minuti. (Antonio si calma) Sai dove andare?

ANTONIO – E certo, mica sono solo al mondo?!

EDOARDO – Bene.

ANTONIO – (veloce) Sentite, Signor Marche’, fatemi un grosso piacere: smettetela di dire sempre “bene” perché qua qualcosa che va bene non ci sta, capito? Non-ci-sta! (Edoardo sorride senza farsi notare) Se proprio volete parlare e dire qualcosa, dite: …male! Va male!

EDOARDO – D’accordo.

ANTONIO - Oh!

EDOARDO – (senza dargli tregua) Dove andrai a stare?

ANTONIO – Quando?

EDOARDO – Stanotte.

ANTONIO – (ride) Stanotte! Sveglia! Sveglia, Marchesino, sveglia! Sono le tre del mattino, la notte è già passata. Una bella passeggiata sul lungomare e arriva il momento che il sole si mette a fare finalmente il suo mestiere. E pò… E po’ Dio ce penza.

EDOARDO – Anch’io vado verso il lungomare. Ho la carrozza qui di fronte, potremmo…

ANTONIO – Grazie, preferisco farmela a piedi. (Si toglie il mantello e lo restituisce al giovane. Lunga pausa).

EDOARDO – (rassegnato) Va… (Antonio lo fulmina con lo sguardo. Prontamente) Male! Va male! (Altra lunga pausa).

ANTONIO – (sbuffa di nuovo; è stanco e avvilito ma tenta di non darlo a vedere. Si agita per la scena, poi, risolutivo) Mettetevi in testa una cosa: io non vi voglio! (Si riprende il mantello dalle mani di Edoardo).

EDOARDO – Va male.

ANTONIO – Non mi piacete.

EDOARDO –  (calcandogli il proprio cappello sulla testa) Va male.

ANTONIO – Siete troppo giovane per me.

EDOARDO –  Va male.

ANTONIO – Non ci sono abituato e non mi voglio abituare!

EDOARDO – Va male.

ANTONIO – (altra pausa) Solo per questa notte.

EDOARDO – Va malissimo!

ANTONIO – Andiamo. (Fanno per avviarsi da parti opposte) A piedi!

EDOARDO – (sorride e lo raggiunge) Va…

ANTONIO - (ancora una volta, Antonio lo fulmina con lo sguardo e di nuovo fa per uscire) Ma… Ma voi… come vi chiamate? (Si fa buio su di loro).

 

 VOCE NARRANTE – “E dopo neppure trecento metri, notai che barcollava dalla stanchezza, dal freddo, dalla tensione… Allora simulai un malore, e lui mi disse: 'Già siete stanco? Tutti così voi nobili. Pappemolli non abituati alla fatica. Chiamatela, su, chiamatela, la carrozza'. E io sorrisi”.

 

SCENA TERZA

Antonio ed Edoardo entrano nella camera da letto di quest’ultimo. Il giovane Marchese libera Antonio del mantello e del cappello, i quali, magicamente, vanno a riporsi da soli su un attaccapanni.

EDOARDO - (fa luce nella stanza) Da che parte preferisci dormire?

ANTONIO - (tremando più per l’imbarazzo che per il freddo) Fa lo stesso… (Come a riprendere un discorso interrotto) Peggio della galera… Nu stanzino senza luce con un letto al centro… E me la chiamava “casa”!

EDOARDO - (abbandona una camicia da notte sul letto) Puoi indossare questa…

ANTONIO - (immobile, soprappensiero) Zoccola!

EDOARDO - Cosa?

ANTONIO - (ha fatto una gaffe…, forse) Niente… (Notando che Edoardo si è seduto sulla sponda sinistra del letto, indica, con un cenno del capo, la destra) Io di là non mi trovo.

EDOARDO - (sorride e si sposta) Va b… D’accordo. “Va d’accordo”!.

ANTONIO - Domani vado a prendere le cose mie e mi cerco una stanza. E pure un’altra scrittura, perché io senza il teatro non ci so stare! (Tra sé) Uno, poi, a dodici anni, che po’ capì?! Si stava crescendo il pollo, chella granda zoccola! (Nota la camicia da notte sul letto) E’ troppo leggera… Io poi sento freddo… (Edoardo si alza e ne cerca un'altra) Voglio imparare a vivere da solo. Da solo! Così, la notte, quando dormo a vocca aperta e faccio rummore, assai rummore, tanto che la gente se mette ‘e mmane ‘ncopp’’e recchie pe’ nun me senti’, nessuno mi può venire più a scocciare! (Con intenzione) Ah, perché guardate che io russo! Forte!

EDOARDO - (porgendogli una camicia da notte invernale) Ho il sonno pesante… (Antonio, dopo un tempo, la afferra stizzito. Entrambi si danno le spalle per spogliarsi).

ANTONIO - E mi sbatto pure sano sano! Dongo cavece, pugni, capàte… Chi dorme affianco a me, ‘a matina appriesso me chiamma “moto perpetuo”. A chillu puveriello non lo faccio chiudere occhio tutta la santa nottata… Avete presente i capitoni quando gli state per tagliare la testa?

EDOARDO - (infilandosi sotto le coperte con indosso soltanto la biancheria intima)  N… No…

ANTONIO - E che pure aroppe ca l’avite fatto piezze piezze se sbattono ancora?

EDOARDO - Nemmeno.

ANTONIO - Ecco, io so' tale e quale.  

EDOARDO - A me basta un angolino…

ANTONIO - (si decide, con finta e misurata malavoglia a raggiungere Edoardo) Guai! Guai si nun tengo nu bicchiere d’acqua ‘ncopp’’o comodino! Addivento smaniuso. E le sigarette? Prima di addormentarmi me ne devo fumare sempre una. A voi dà fastidio?!

EDOARDO - (sincero) No...

ANTONIO - (dopo un tempo) Bene! E da domani, quando starò solo io, in casa mia, me ne voglio fumare dieci! Una appresso all’altra, una appresso all’altra...  Anzi, sapite che faccio?, me ‘mparo a fuma’ ‘o sigario! Accussì, oltre ai polmoni degli altri, appuzzolentisco pure la stanza. (Silenzio. Notando la serafica tranquillità, apparente, di Edoardo, incalza) E ci ho sempre i piedi gelati! E ‘o piacere mio è metterli sopra a quelli di “quelli” che dormono nel letto con me. (Alcune gocce di sudore gli imperlano la fronte. Ha caldo e si fa vento con una mano).

EDOARDO - (rannicchiato e tremante) In casa mi chiamano “il braciere” perché ho sempre caldo.

ANTONIO - Pure ‘o mese ‘e Gennaio?

EDOARDO - Sempre!

ANTONIO - Che ciorta! E magari siete pure romantico?!

EDOARDO - Perché?

ANTONIO - (altra gaffe) Così… "Chi è freddo è innamorato e chi è caldo sta malato". O è tutto il contrario?

EDOARDO - Comunque, lo sono... Un po’ ...

ANTONIO - Madonna e che calore… Ah, mi dimenticavo... Parlo! Durante il sonno me faccio ‘e meglie chiacchierate. E che parlantina! M’appiccico, allucco, spacco tutte cose…, faccio pipì negli armadi!

EDOARDO - Qui vi sono soltanto cassettiere e stìpi.

ANTONIO - (dopo un tempo) E io la faccio pure lì dentro, così, si conserva meglio! (Edoardo ride piano) Ma non sentite caldo?

EDOARDO - No... Anzi...

ANTONIO - Io sto facendo ‘e fumienti ccà sotto... Eh, certo... Non avete voluto mettervi niente, nemmeno il cappello… Tutto a me mi avete dato, tutto a me...  “Ma che bella serata... fresca ma non fredda...”, ed eccovi qua! Io, invece, ve l’avevo detto che... Ma non è che tenete la febbre? (Gli pone una mano sulla fronte. Edoardo, a quel primo, tenero contatto, chiude gli occhi e sorride beato) No... State ghiacciato... Se mi dite dove sta, vi piglio un’altra coperta.

EDOARDO - Non ne ho bisogno, grazie. Vuoi il bicchiere d’acqua?

ANTONIO - Il bicchiere d’acqua? Ah... No... Quando mai... (Edoardo ha un brivido) Uè? Ma voi state tremando... Datemi le mani. (Edoardo, prontamente, gliele porge) Questo è perché vi chiamano “il braciere”, eh?

EDOARDO - E questo è perché tu hai sempre freddo...

ANTONIO - (sorride e pone le mani di Edoardo sotto le proprie ascelle; stringe forte) Va meglio?

EDOARDO - (sorridendo) Sì...

ANTONIO - E datemi pure i piedi, va’. (Edoardo avvicina i piedi. Antonio ha un brivido di freddo. Il Marchese fa per scostarsi) No, no... lasciateli. (Breve pausa) Come vi sentite?

EDOARDO - Benissimo...

ANTONIO - Domani mattina, appena vi alzate, ci pigliamo un bel bicchiere di latte bollente, ci andiamo a fare un grande bagno caldo e, poi, ci impizziamo un’altra volta sotto le coperte. E nun date audienza ‘e tisane, ‘e decotti, ‘e pillole, e a tutte chelli schifezze ca... (I loro sguardi si sono dolcemente incrociati) Ooh..?!  Ma tu che vvuo’ ‘a me?

    Edoardo gli sorride e lo abbraccia con amore ponendo la propria testa sul petto del giovane. Antonio, inebetito, non sa come rispondere a quell’abbraccio.

 – Dio mio, aiutami, ti prego. Gli sento battere forte il cuore.

 – E adesso?

 – Imbarazzo? Emozione? Amore?

 – E adesso che faccio?

 – Perché quest’uomo mi piace così tanto?

 – Come glielo dico?

 – Non è bello.

 – E’ bellissimo…

 – Ha già il volto scavato dalla vita…

 – Maronna mia, aiutami tu.

 – E’ bellissimo.

 – Mi sta guardando.

 – I suoi occhi…

 – Che occhi che tiene…

 – Buoni. Sinceri.

 – Se il mare avesse gli occhi, sarebbero come questi qua.

 – Credo di amarti, Antonio.

 – E mò come glielo dico?

 – Sto per baciarti, Antonio…

 – Come glielo dico che…

 – Dolce Antonio…

  - …che io non so baciare?!

 

SCENA QUARTA

Napoli, 9 gennaio 1920. E’ da poco trascorsa l’alba.

Casa di Edoardo. Salotto. Sul fondo, un ampio balcone-veranda. A destra, un tavolo su cui trovano posto alcune piante. Si ode il canto di una donna che, lentamente, viene illuminata. E’ Frida che canta volgendo le spalle al balcone. Frida è cieca.

Una donna anziana, la signora Marchesa, è intenta ad osservare un coccio di terracotta colmo di terra.

 

MARCHESA – (mentre la fedele Frida gorgheggia una romanza) Vedi, Frida? Vedi? Cosa ti dicevo? Continua, continua… Ancora! Ancora! (Si unisce al canto).

FRIDA - E se cantassimo "Oh Madonna Immacolata, Tu che sei l’Incoronata"?

MARCHESA - Oh, no…I canti liturgici non giovano alla campanula “vulgaris”. Troppe... troppe “O”. “Dooo… minum...”. No… La campanula ha bisogno di “A”. (Frida esegue dei gorgheggi con la vocale “A”) Eterne... Ariose... In modo che le sue foglie crescano ampie. Necessita anche delle “E” (Frida esegue) per far splendere i colori dei suoi petali. Scintille della notte. Bagliori nel velato buio. Certo, anche delle “I” (Frida continua ingenua e divertita il suo gioco) per formarsi vigorosa, elevarsi dritta come uno spadino, eretta come una Dea. (Frida gorgheggia usando la “O”) Non dico che la “O” non abbisogni in assoluto, anzi, è bene, qui e là, infarcire il canto con delle “O” per non viziarla troppo, altrimenti cresce capricciosa, eccentrica. E non è certo questo il carattere che meglio si addice alla morigerata campanula.

FRIDA - E la “U”?

MARCHESA - (con civetteria) Occorre! La “U”, occorre. Un tocco di malizia non guasta mai. (Frida continua ad eseguire vocalizzi) Vedi, Frida? Vedi...?! Un piccolo germoglio fende la terra. Piano piano piano... Una vita sta nascendo. Lo vedi, Frida?

FRIDA - (sorridente, dopo un silenzio) No... Non vedo... Però lo so che è vero. (La Marchesa sorride) Mi state guardando?

MARCHESA - Sì.

FRIDA - E mi sorridete?

MARCHESA - Sì…

FRIDA - (accenna una risata. Poi, repentina)  E se provassimo… col silenzio?

MARCHESA – Col silenzio…

FRIDA – Il silenzio…

MARCHESA – E’ un suono.

FRIDA – Una melodia.

MARCHESA – Qui, Frida, qui. Vieni alla luce. (Si accovacciano in un angolo della vetrata) Shhh… Ecco il silenzio… (Silenzio).

     Entra di soppiatto Antonio; evidentemente è sgattaiolato in punta di piedi dalla camera di Edoardo. Ha ancora da infilare la camicia nei pantoloni e le scarpe ai piedi. Tenta di non fare alcun rumore, e vi riesce. Non nota le due donne mentre le due donne notano lui e assumono nuovamente la posizione eretta.

MARCHESA – (sussurrando e accompagnando la parola con un lieve cenno del capo) Signore.

ANTONIO – (si volta per lo spavento ma non emette alcun suono; poi si adegua al sussurro) Signora…

FRIDA – (c.s.) Signorino…

ANTONIO – (c.s.) Signorina…

MARCHESA – (c.s.) Buongiorno.

FRIDA – (c.s.) Buongiorno.

ANTONIO – (c.s.) Buon…giorno… (E fa per avviarsi all’uscita).

MARCHESA – Signore?!

ANTONIO – Sentite, io non sono un ladro. E’ che ieri sera, no?, mi sono appiccicato con Titina e me ne sono andato dal locale, così vostro figlio, gentilmente, mi ha… 

MARCHESA – (sempre sussurrando) Grazie!

ANTONIO – (dopo una lunga pausa, interdetto) Prego… Per… che cosa?

MARCHESA – Per il silenzio.

EDOARDO – (entra in scena quasi correndo alla ricerca di Antonio. Lo vede e si tranquillizza.  Si intuisce che sotto la vestaglia è ancora nudo. A voce alta) Mamma, lui è…

ANTONIO, MARCHESA E FRIDA – (all’unisono)  Shhh… (Si guardano e ridono).

EDOARDO – (si unisce alla risata) Lui è  Antonio.

MARCHESA – Oh, il musicista…?!

FRIDA – L’uomo delle canzoni! (E gli corre incontro per toccargli i capelli. Antonio sorride frastornato e lascia fare).

ANTONIO – Beh, non sono proprio canzoni…

MARCHESA – Sai, Edoardo, questo giovane ha rispettato il nostro silenzio. Ed io l’ho ringraziato.

ANTONIO – E io l’ho pregata… Cioè, io ho detto “prego”. (Edoardo, passandogli davanti, tenta di accarezzarlo. Antonio si scansa a tempo e gli sussurra) Vatti a vestire subito! (Il giovane sorride. Frida segue Edoardo e prende a toccargli i capelli).

MARCHESA – Signor Antonio, stavolta sono io a pregarla: mi insegni una canzone. Una canzone perfetta. (Frida ritorna spedita da Antonio).

ANTONIO – Ma io…

MARCHESA – La… prego! (Silenzio).

FRIDA – (Corre felice da Edoardo e gli prende la testa tra le mani) Signorino! Signorino Edoardo, guardatemi! E’ “sì”! E’ “sì”! (E indica ridendo Antonio).

 EDOARDO – (sorridendo) Lo so, Frida. Lo so! (Ancora silenzio. Tutti guardano Antonio).

ANTONIO – (imbarazzato) Che ho fatto?

MARCHESA – La canzone… Per favore.

ANTONIO – Ah…, sì… Ce n’è una ma… non ci ho messo ancora le parole.

MARCHESA – Non importa.

ANTONIO – E va bene!  Fa così…

Antonio canta il “TEMA DI SARO” usando al posto delle parole le sillabe “La-la-la”. Lentamente, tutti si uniscono al canto. L’uomo corregge gli altri nelle intonazioni e nella melodia  in un crescendo magico e gioioso.

Edoardo è come incantato da Antonio.

Un’ombra femminile, attraversa la vetrata alle loro spalle ed esce.

Mentre il gruppo continua a cantare, l’ombra ha raggiunto un angolo della scena dove si fa luce su di lei.

E’ Nina, sorella di Edoardo, e ci troviamo nella sua camera. La donna siede immobile, poi canta un motivetto dell’epoca, dapprima piano, poi sempre più forte, sempre più forte, tanto da terminare il canto, trasformatosi ormai in rabbioso, a squarciagola.

Anche la musica di questo motivetto ha sopraffatto quella dell’improvvisato e magico coro.

VOCE NARRANTE - "…e così ebbe inizio la vita. Benedetta delizia da consumare in fretta prima che i delitti del mondo la conducano via. E in fretta il tempo avanzò.

Radioso!". 

SCENA QUINTA

Napoli, 1922.

Camera da letto di Edoardo e… Antonio. Alle loro spalle, la solita, enorme vetrata che inquadra una splendida giornata di sole primaverile.

Edoardo è intento a scrivere su un quaderno dalla copertina nera.

Antonio siede al suo fianco.

ANTONIO - Tre posti. Comoda!

EDOARDO – Comoda?

ANTONIO – Va beh…, spaziosa.

EDOARDO – Ma come “spaziosa”, Anto’?

ANTONIO - Spaziosa quel tanto che basta! E con sei litri…

EDOARDO - Ingoiamo polvere e gas per cento chilometri.

ANTONIO - (dopo un tempo) Io devo ancora capire com’è che a te ti fanno schifo le comodità.

EDOARDO - Non tutte! E poi, a volte, le comodità sono scomode.

ANTONIO - La verità è che vi state facendo vecchio, Signor Marchese. (Edoardo ride) Uno mica pretende la “Bugatti”  ma, che saccio?, almeno una “Temperino”... Piccola…, aggraziatella…

EDOARDO - Esattamente come la nostra carrozza.

ANTONIO – (lottano gioiosamente) Eh, la carrozza...! Qua, invece di andare avanti, torniamo indietro.  Vuoi che papà ti compra un velocipede?

EDOARDO – No, meglio un monopattino.

ANTONIO - Spiritoso...

EDOARDO - (divertito, si libera della stretta di Antonio e torna a scrivere) Aspetta, aspetta… “E Antonio ribatté: Spiritoso”.

ANTONIO – Mò perché mi metti pure a me sul quaderno? E poi, scusa Edoa’, ma si può sapere che stai scrivendo?

EDOARDO – (imbarazzato) Niente...

ANTONIO - Niente? E tu passi le mezze giornate intere a non scrivere niente? Inchiostro e pennini si consumano come acqua fresca in questa casa e tu non scrivi niente?

EDOARDO – (c.s.) Proprio così!

ANTONIO - (offeso) Si’ proprio nu fetente... (Edoardo tenta di fare pace e… vi riesce) Io, però, le mie canzoni te le faccio sentire, perché tu non mi fai leggere le cose che scrivi?

EDOARDO – Perché… Perché sono soltanto sciocchezze.

ANTONIO – (serio) Schiocchezze, eh?

EDOARDO – Sì, cose senza senso. Poesiole… Aforismi… Epigrammi…

VOCE NARRANTE – "Aspetta, Antonio, aspetta…".

ANTONIO – Edoa’? 

VOCE NARRANTE – "E’ roba tua".

ANTONIO - Guardami negli occhi! (I due si guardano).

VOCE NARRANTE – "Un giorno ti farò leggere tutto".

ANTONIO - Io queste parole che dici…

VOCE NARRANTE – (scandendo la parola) "Aspettami!".

ANTONIO - Afo… Epirammi… non le conosco. (Edoardo sorride) Da te voglio sapere soltanto una cosa, e non c’è bisogno che me lo giuri perché tanto lo capisco da me se mi stai dicendo la verità o no: quello che scrivi…, mi deve preoccupare?

EDOARDO – In che senso?

ANTONIO – (con grande pazienza) Mi devo preoccupare che le cose che stai scrivendo sono… per un’altra persona?

EDOARDO – (abbracciandolo forte e ridendo) Mai! Mai ti devi preoccupare, Antonio, mai! (Antonio, con leggera titubanza, finalmente risponde all’abbraccio. Edoardo, repentino, gli afferra la mano e lo conduce a sedere)  Allora: “l’aforisma è una massima che esprime in forma sintetica un pensiero morale”.

ANTONIO – (annuisce) Ah! Interessante! Se ci avessi capito qualcosa. (Edoardo scoppia a ridere e lo getta sul letto riprendendo a giocare con le braccia, il corpo ma, soprattutto, con le labbra del suo compagno ) E mò che ridi a fa’? Edoa’? Edoardo…?

EDOARDO – Dimmelo!

ANTONIO – No!

EDOARDO – Dimmelo, se no ti mangio!

ANTONIO – No e no!

EDOARDO – Dimmelo, ti prego, dimmelo, dimmelo…

Le voci di Frida e della Marchesa si avvicinano. Le loro ombre gioiose attraversano lentamente la vetrata dall'esterno.

Edoardo e Antonio si pongono, silenziosi e divertiti, in ascolto.

FRIDA - (regge tra le mani un coccio di terracotta e ride) Piove!

MARCHESA - Ancora?

FRIDA - Ancora!

MARCHESA - E cosa piove?

FRIDA - Piume! Sembrano piume di cigno.

MARCHESA - (sincera) Uhm… Poco male... Oh, ma allora, domani, pioveranno spine di pesce! Che guaio!

FRIDA - Vi ricordate quando le galline impararono a volare e fecero piovere uova su tutta la città?

MARCHESA - (ride) Ah! Che giornata… La gente non sapeva più come scansarle...

FRIDA - Così! All’improvviso...

MARCHESA - Il giorno prima c’era stato il sole…

FRIDA - Non un granello di specchi venne giù...

MARCHESA - Come preavviso.

FRIDA - Nemmeno il tempo...

MARCHESA  - …di aprire l’ombrello.

FRIDA - Al volo tentavano di prenderle…

MARCHESA - Per poi al mercato andarle a rivendere…

FRIDA - Ma per uno solo che ne acchiappavano...

MARCHESA - Al suolo altre mille si spiaccicavano...

FRIDA - E su nel cielo le galline sghignazzavano...

MARCHESA - E laggiù in terra gli scugnizzi scorazzavano.

Che affari, l’indomani, di stoffa i commercianti!

FRIDA - A rifarsi il guardaroba tutti quanti.

MARCHESA - Ma un temporale di farina repentino scoppiò…

FRIDA - E detto fatto, in un baleno, la città si trasformo’,

     manco a dirlo, pensa un po’ tu che ciorta...

MARCHESA - In una soffice, candida e splendida...

ANTONIO, EDOARDO, FRIDA e la MARCHESA - (tutti insieme) Torta!

 Le due donne entrano nella camera dei giovani sorridendo.

MARCHESA - Antonio?! Ho bisogno di “O”. Ho bisogno di un'altra canzone perfetta…

EDOARDO - (tentando di abbracciare Antonio) “O sole mio…”. (Ride. Antonio si divincola dall'abbraccio, imbarazzato, com'è, dalla presenza della madre del suo compagno).

MARCHESA - Per carità! Con questa nascono tutte spampanate...

FRIDA - Certi petali grossi come fette di zucca... (Antonio si avvicina alle donne. Frida gli va incontro e gli pettina i capelli. Il giovane sorride).

MARCHESA - Le ho recise immediatamente. Invece, lo sai Antonio?, quella canzone che mi hai insegnato l’altro giorno ha del miracoloso. Le campanule fioriscono davanti ai miei occhi. In due anni, grazie a te, il mio giardino è come rinato.

ANTONIO - Molto spesso il successo di una canzone non dipende dalla sua bellezza ma dalla voce che la interpreta. (La Marchesa sorride imbarazzata).

EDOARDO - (scrivendo) “E a chi sarebbe destinata la melodia perfetta, Signora Madre?”.

FRIDA - (repentina) Non lo dite, Signora, non lo dite!

MARCHESA - No, non lo dico.

FRIDA - (scoppia a ridere) Ditelo! Ditelo, per piacere, ditelo.

MARCHESA - Frida?!

FRIDA - (accarezzando i capelli di Edoardo) Sono qui.

MARCHESA - Lo dico! (Sorride) Sono vent’anni che coltivo rose e... ancora ho vergogna di confessare il perché. Non vergogna di voi, no...

FRIDA - No... né del perché ...

MARCHESA - Anzi, ne vado fiera. E’ soltanto che a loro dedico ciò che di più prezioso mi ha donato la  vita: il tempo!

EDOARDO - "Il tempo…".

MARCHESA - Il mio tempo. Nel silenzio e nel buio degli...

EDOARDO - (sempre scrivendo) “...e nel buio degli anni, il tempo trascorre nell’attesa della scadenza”.

MARCHESA - E tu, vecchia rimbambita, lo regali così? Regali il tuo tempo alle migliaia di rose a cui hai dato la vita e che oggi, morte e avvizzite, nascondi tra le pagine dei libri o nelle lenzuola, avvolte in un fazzoletto di trine o nei bianchi...

FRIDA - …nei bianchi merletti dei ricordi? Che celi nei cassetti, nelle...

MARCHESA - …nelle scatole di latta, nei calamai? Persino il ...

EDOARDO - (c.s.) “Persino il solco del tuo...”. (Continua di sottofondo).

MARCHESA - …il solco del tuo seno ne è stracolmo. (Pausa) Sì. Regalo a loro il mio prezioso tempo, perché le proprie creature vanno ben seppellite.

FRIDA - Con dignità.

MARCHESA - E gioia. Le vedi crescere come un'idea, e il tempo parco della vita le rinvigorisce e le trasforma in luce.

FRIDA - Ditelo, Signora, ditelo.

MARCHESA - (sorride. Antonio è letteralmente affascinato dalle parole della donna) Lo dico! (E solleva il coccio di terracotta stringendolo in grembo)  Da questa carne nascerà il frutto del mio tempo. Da questo lembo di terra nascerà una vita. La mia! Quella degli ultimi miei vent’anni... (Frida scioglie i capelli all’anziana Marchesa e li pettina. Edoardo scrive sussurrando le parole che la madre proferisce) Ecco, vecchia, prendi una rosa, piano, piano, una rosa rossa, lentamente apri la gemma, sorridi vecchia, aprila, prima che raggiunga il suo completo sviluppo, così, no, no, non approverà, tuo marito non approverà, nasconditi vecchia, in segreto, con delicatezza, sorridi, asporta ogni stame, uno ad uno, con garbo, piano, sorridi, chiamano!, nasconditi, non approverà, dopo, poi, dopo, ricopri lo stimma con il polline di un altro fiore, il polline di un fiore estraneo, sorridi, bagnati le mani, e, a goccia a goccia, inonda la terra, un altro fiore, un’altra rosa, un… innesto! (Antonio sussulta)

EDOARDO - Un innesto!

MARCHESA - Piano, senza fretta, con dolcezza, gialla, rossa, rosa gialla...

Ed eccola lì la rosa, o meglio: la sua idea.

Non spunta dalla terra del vaso.

Semplicemente… appare.

 

FRIDA - Cosa è nato, Signora? Cosa è nato?

MARCHESA - Rosso, giallo, arancio, continua, innesta colori e colori, e tempo e tempo...

FRIDA - Cosa è nato, Signora? Me lo dica. Cosa è nato?

MARCHESA – E’ bianca, Frida, è bianca, il cucciolo di fiore è nato bianco, ora so cosa voglio. Aspergi il fiore con le tue mani, vecchia, lascia che il mondo getti via il suo tempo, nasconditi, continua, continua in segreto, tu sai cosa vuoi: una rosa, una rosa colore del cielo.

FRIDA - Una rosa...

MARCHESA - …colore del cielo.

EDOARDO - "Colore del cielo… Ariosa, viziata…". (Continua).

FRIDA - …colore del cielo.  (Continua).

MARCHESA - Ariosa, viziata, regina capricciosa, vanesia e maliziosa, gentile e amorosa… I petali di cielo contornati dal colore della notte, nostro figlio, nostra figlia, il frutto del tempo trascorso in vent’anni, nascerà, nascerà dopo vent’anni, una rosa, una rosa… colore del cielo...

FRIDA - …colore del cielo.

NINA - (entrando)  Madre! (Silenzio. La rosa color del cielo… svanisce) E’ l’ora delle vostre medicine!

 

 

SCENA SESTA

     La scena mostra stralci di dialoghi avvenuti in luoghi, momenti e anni diversi. E’ la presenza di Nina a dare una soluzione di continuità all’andamento degli incontri.

NINA - (si rivolge alla madre con superiorità e ironia) Le vostre spalle sono curve come ruote, le vostre gambe non reggono più il peso della vecchiaia, eppure… tenete ancora la forza di essere ridicola.

MARCHESA - Io?

NINA - Penso sia venuto il momento di riposarvi un poco, Signora Madre. La vostra malattia non vi permette più di fare certe pazzarìe. Vi dovete dedicare a cose più importanti di quello che, ormai, è diventato il segreto di Pulcinella: la rosa, la rosa color del cielo! Bisogna far quadrare i conti delle nostre terre, far fruttare quei pochi investimenti che, grazie a Dio, in questi anni di sofferenze, ci sono risultati utili; fare piazza pulita, invece, della inutile servitù che ci circonda; fare...

MARCHESA - Fare testamento in favore della mia primogenita...

NINA - (pausa) Voi non state bene. La vostra malattia...

MARCHESA - E quale sarebbe questa mia malattia, Nina? Ah, ho capito... La vecchiaia... Ma anche le tue spalle sono curve come ruote di carro, anche le tue gambe sembra non reggano più il peso degli anni. Sei più vecchia di me, figlia mia.

NINA - (ride) Ma come parlate? Da dove le pigliate queste frasi epiche? Chi ve le insegna, vorrei sapere? Io non vi capisco, Signora Madre! Fate finta di essere svampita... Sempre con la testa chissà dove... Anche mio padre tentava disperatamente di capire. Ci perdeva le notti. Ed è in una di quelle che è morto.

                   MARCHESA - Ognuno reagisce agli eventi come può.

NINA - (in altro tono) E voi, all’evento di quell’uomo nel letto di vostro figlio, come reagite?

FRIDA - Non dite queste brutte cose, sorella mia!

NINA - (si rivolge a Frida con astio; parla fiatando, quasi sottovoce) Io non tengo sorelle! E’ chiaro? E non ti permetto  di inchiavicare il ricordo della buonanima di mio padre, “mio” padre!, come stai facendo in vita con quella povera vecchia.

FRIDA - Non ho mai chiamato "Madre" vostra madre e "Padre" vostro padre.

NINA - E perché avresti dovuto? Ah... soltanto perché si’ figlia ‘e  na zoccola ‘e serva che uscì incinta in questa casa sgravando una segnata da Dio come te? Una cieca! Eh, no... No! Può essere stato chiunque... Ché, mio padre, era l’unico uomo qua dentro? No! Un tempo ci stavano stallieri, sguatteri, gente che serviva ai tavoli, gente che metteva a posto i giardini, gente che puliva la terra dove camminavamo, gente con cui la tua razza si è sempre portata. E’ per pietà che la Signora Marchesa…

FRIDA - E’ per bontà che…

NINA - Pietà! (Pausa) Ma adesso basta. Ho capito il tuo gioco. Le filastrocche..., il pane che vola…, i piatti che parlano…, la pioggia che si trasforma in... in non so che canchero di cosa! Tu la vuoi fare uscire pazza, è vero? Eh, no. Non te lo permetto! Basta, mangiare e dormire a sbafo. Io ti faccio rinchiudere in uno di quegli ospizi per "segnati", sempe si nun t’accido primma, così vallo a chiedere a uno storpio, o a un muto, o a nu cecato comme a te che cosa sta piovendo oggi!

FRIDA - Era bello nostro padre?

NINA - (al colmo dell’ira) Smettila! (Sta per darle uno schiaffo ma Frida si scansa in tempo).

ANTONIO - (entrando) Volevate vedermi?

NINA - (si rivolge ad Antonio con fare di sfida ma con molta calma ed ironia) Ah…, signor Antonio… Come sta?

ANTONIO -  Bene, grazie signorina.

NINA – (sorridente) In una casa così grande… ci si incontra poco.

ANTONIO – Eh, sì…

NINA -  Complimenti per la vostra eleganza.

ANTONIO – (si guarda) Veramente, è roba che Edoardo voleva buttare e…

NINA – (sorriso ancora più ampio) Sempre generoso mio fratello.

ANTONIO – (dopo un tempo) Già.

NINA – Vi dovrà pesare molto.

ANTONIO – Che cosa?

NINA - Beh, un uomo come voi, abituato all’autonomia, dovrà pur sentire il peso di dipendere dagli altri, no? Il peso di non poter acquistare nulla di proprio.

ANTONIO – E chi ve lo ha detto, scusate, che io…

NINA – Però…, a tale proposito, potrei tornarvi di aiuto io.

ANTONIO – Sì? E come?

NINA – Che so…, elargendovi una congrua… “buonuscita”. (Silenzio) Ovviamente lascio a voi stabilire la cifra.

                   ANTONIO - Cosa?

NINA - (dopo un tempo e in altro tono) Mi hai capito benissimo. Quanto vuoi... per andartene?!

ANTONIO - (offeso) Ma perché, vi risulta che qualche volta ho accettato soldi da un componente della vostra famiglia?

NINA - No, non mi risulta. Ma non mi risulta nemmeno che tu abbia un lavoro, e che le spese necessarie al tuo sostentamento e mantenimento provengano da te medesimo

ANTONIO - Tengo ancora qualcosa da parte. Mi mantengo e mi “sostengo” da me, senza essere di peso a nessuno.

NINA - (dopo una pausa) Quest’aria da bravo ragazzo, vergine e martire, proprio nun fa pe’ te! Da quanto tempo stai… “durando”  qua dentro? Tre anni, è vero? E quanto pensi di durare ancora? Mio fratello Edoardo è volubile... Si stanca presto... Anzi, è già tanto che con te... Tre anni! (Ride) A quel povero Luigi lo fece sbattere d’amore per soli tre giorni!

ANTONIO - E poi, dopo quei tre giorni, il povero Luigi ve lo siete sbattuto voi consolandolo molto bene!

MARCHESA - (continuando il precedente dialogo con la figlia) Rifare i letti o rassettare le camere rientra nelle mansioni di quella “inutile servitù che ci circonda” di cui parli. Da parte mia non ho mai praticato tali abitudini. Il fatto che tu dici, a me non risulta. E mi meraviglierebbe molto sapere che tu abbia appurato il contrario, dato che i tuoi appartamenti sono situati nell’ala opposta a quella di Edoardo. A meno che... A meno che non lo spii, Nina.

NINA - (a Edoardo, con dolcezza e amore) Edoa’, partiamo! Ce ne andiamo nella casa in Francia. Io e te! Da soli! Come quand’eravamo ragazzi... Ci togliamo questi brutti pensieri che ci sono venuti in testa e torniamo a essere quelli di prima... A ridere... A giocare… ‘E lassammo a tutti quanti ccà ddinto…

EDOARDO - Con te non mi diverto più, Nina.

NINA - (dopo un tempo) E’… perché… non abbiamo avuto più tempo di stare assieme, ecco… Ma mò, tutto cambia... Io e te…

EDOARDO - E Antonio!

FRIDA - Di che colore siete? La Signora vi chiama “Nina nerina”. E’ vero che siete nera? (Nina ride sguaiatamente) Non ho mai toccato la vostra faccia. Non so che forma avete.

NINA - (ad Antonio) Se credete di offendermi, signore, avete sbagliato palazzo. Anche perché so che prima di entrare... “in casa” eravate un professionista dell’argomento.

ANTONIO - Adesso siete voi, signorina, che avete proprio sbagliato palazzo: io non mi offendo…

MARCHESA -  Sei diventata volgare, Nina.

ANTONIO -  Né mi altero, né però mi permetto di intromettermi nei fatti vostri come vi pregherei di fare con i miei.

NINA - (a Frida) E mai la toccherai la mia faccia. Mai! Tu sei una serpe. ‘Na mucia sorda! Chiano chiano te ne vai ma po’ ‘mpizzi, ‘mpizzi, ‘mpizzi e fai ‘o pertuso. Ma io resterò liscia. Senza i buchi delle tue dita sulla mia carne!

MARCHESA - Non capisco come sia potuto accadere.

NINA – (alla madre) Trovo molto più volgare il vostro comportamento nei confronti di Edoardo che non le mie parole. Non è volgare, forse, allevare un uomo allo stesso modo di come si coltivano i fiori? E trattarlo pure come tale!  Nu povero...

EDOARDO - Non ti permetto di usare questo tono.

NINA - (a Edoardo, accorata) Mi devi credere… E’ un vizio... Esce quasi tutte le notti…

EDOARDO - Lo so…

NINA -  Lo vedo dalla finestra della mia stanza...

EDOARDO - Lo so...

NINA - E rientra la mattina presto in punta di piedi.

EDOARDO - Lo so bene.

NINA -  E’ un vizio!

EDOARDO - Cerca lavoro nei locali notturni... Una scrittura. Povero… (E zittisce).

NINA - (ad Antonio, ironica) Povero… amore! Un cucciolo affrancato dalle nequizie del mondo... Avvolto beatamente nell’immunità di queste mura. (Cattiva) Ma nei muri ci sono le finestre, ed io posso aprirle come e quando voglio. Ti senti al sicuro qua dentro, eh? E fai male! Io ti denuncio!

(A Edoardo) Non puoi parlare così... Tu sei il mio bambolotto…Il fratellino del cuore… Ti ricordi, ti ricordi, Edoa’, che gli abbiamo fatto passare a quelli che dicevano di volerti bene? Io ti ho aiutato sempre. Ti coprivo… Ti levavo di torno quelli che ti scocciavano... E adesso?

(Alla Marchesa) State allevando altre due piante; ddoje streppegne: una storpia e una marchetta. Che riuscita vi possono fare? Che colori possono avere? Avete sbagliato semi. Avete usato semmenza ammuffita, semmenza che non tiene bisogno di acqua ma di sputazzate, e mò ditemi pure che so’ volgare sì, di sputazzate in faccia, perché, tanto, i fiori che dà puzzano come quelli marciti do’ campusanto.

(A Frida) Dove andrai a finire tu appena la vecchia muore! Quanti anni può campare? Cinque? Dieci? Forse di più, vista la tempra con cui ha atterrato mio padre. E tu ne camperai altrettanti. Perché appena la vecchia…“se ne va”, tu pure avrai finito di vegetare. Ma mentre a lei auguro di spirare dolcemente, del tuo decesso me ne voglio occupare io, personalmente.

(Ad Antonio) Con queste mani firmerò la denuncia. Dirò che hai trasformato questa casa in un bordello di lusso a tuo uso e piacere. Delitto contro la razza!

(A Edoardo) I tempi stanno cambiando, Edoardo. Tiratene fuori, tiratene fuori…

(Ad Antonio) Al confino ti voglio vedere. Imbottito di olio di ricino.

(Alla Madre) E, invece, non avete seminato proprio niente. Niente!

(A Frida) Pochi anni ancora e tutto cambierà.

Edoardo, la Marchesa, Antonio e Frida escono.

Vi sentite sicuri... Coperti! E non sapete ascoltare il vento che sta cambiando. Tutte le finestre voglio aprire. Aria! Aria! E’ solo questione di tempo. Bisogna sapere aspettare. Pure vent’anni se necessario. E io aspetterò. Perché almeno questo… l’ho imparato a fare!

Aria!

 

SCENA SETTIMA

Tabarin, 1924.

Uno stanco applauso segna l’apparizione del Cameriere vestito e truccato da fascista di mezza età. Una musichetta lo accompagna nell’ esecuzione della "macchietta" che segue.

CAMERIERE  - Eh, cari amici, io benché cinquantenario, la mia vita è un rilorgio, un cornometro. Io mi arzo alle sette di quarziasi matina, entro in bagno e mi fermo in esso trenta minuti di precisione; indi mi estraggo sfogliando la corrispondenza che mi viene da fuori e dall’esterno. Poi faccio colezione, monto la mia “O-EMME” e, fino a mezzogiorno, ninni parlammone più. (Alcune risate si levano dal pubblico) La sera mi congedo qualche divertimento. Eh sì, a me mi piace il tiatro. L’altra sera sono andato al Carro di Vespri. Davano una bella rapprisintazione: "Il barbiere di Roma", dove ci stava lui che si allombrava perché la capocchia che si voleva affacciare al balcone sito in piazza Venezio era senza capelli e pirciò senza pili. (Risate) All’uscita del tiatro ho incontrato la Baronessa con le sue tre figlie: la minorata, la mezzana e l’adultera...

    Grandi risate. Entra nel tabarin un “vero” Gerarca fascista seguito da un giovane Ufficiale in divisa nera. Il Cameriere è impaurito. Titina, con un gesto, lo invita a continuare. I due fascisti siedono.

Il Cameriere riprende a recitare tremando dalla paura.

    Poi mi piace viaggiare. La settimana scorsa mi muovevo sulla linea Roma-Genova. Mentre eravamo sotto un tunnel, la signora che era affianco a me, forse per la troppa moventività del treno, forse per la troppa caldività, plaffete… si svenì. La signora! No la linea! (Silenzio) Fortuna che viaggio sempre con il termometro pieno di caffè. 'Nce ne feci ingozzare una sorzata e quando la madama riaprì gli occhi 'nci dissi: “Signora, perché usate il bisturi negli occhi? Potreste guastarvi lo sguardo della vista e incorrere in qualche congiuntura…”.

    Il Gerarca, nel silenzio generale, ride falsamente battendo le mani. Deboli risate del pubblico si uniscono alle sue. Il Cameriere sembra riprendersi e sorride a Titina. La donna abbassa lo sguardo preoccupata.

    E perché non mi sposo? E’ perché non mi piacciono i bambini. Cioè, non è che non mi piacciono i bambini ma se volessi un figlio lo volessi femmina perché le femminucce sono più attaccate al padre. I maschietti, invece, sono più... mammiferi.

     Il pubblico esplode in una fragorosa risata. I fascisti si alzano di scatto. Il loro tavolo e le loro sedie si frantumano senza che nessuno li tocchi. Stessa sorte capita agli altri tavoli. Urla. Rumori di gente che fugge via. I due afferrano il Cameriere lo trascinano dietro il sipario.

Silenzio, estenuante silenzio rotto soltanto dall'infantile piagnucolio sommesso di Zio Alfredo.

I due riappaiono ed abbandonano il locale.

 

                    TITINA - (canta a squarciagola agitando un fazzoletto nero)

“Giovinezza giovinezza

primavera di bellezza.

Giovinezza giovinezza...”.

Il pianto rompe lentamente la sua voce.

Il Cameriere sposta il sipario e crolla al suolo pesto e con il costume di scena a brandelli. Tenta di parlare ma nessun suono esce dalla sua gola.

Titina si soffia il naso con il fazzoletto nero.

 

SCENA OTTAVA

Napoli, 1925.

Camera da letto.

Edoardo, in pigiama, è alla vetrata intento a guardare fuori.

EDOARDO – (felice) Bravo, amore mio. Hai visto che ce l’hai fatta. Dopo aver tanto insistito… Devi convincerti che le tue canzoni sono bellissime. Adatte ai nostri tempi. E dimmi: cos’è questa scrittura? Ti porterà in giro molto? No, non pensare a me, non pensare a me… Ah, due mesi… Bene. Tanto passerranno presto. Viviamo insieme da cinque anni, cosa vuoi che siano due mesi. (Siede sul letto vuoto) Dio, Anto’, quanto ti amo. (Sorride) E quanto ti desidero. (Divertendosi) Eppure, dopo un po’, la passione dovrebbe scemare. Appagarsi. Calmarsi, almeno! E, invece, io… (Salta sul letto) Giochiamo, amore. Giochiamo ancora! Giochiamo ancora a fare l’amore, amore! Giochiam… (Un rumore dabbasso lo riporta alla vetrata. Di corsa, torna al letto, si infila sotto le coperte e finge di dormire. Poco dopo, entra Antonio. Affranto. Siede sulla sponda del letto e guarda Edoardo).

ANTONIO – (in un sussurro) Quanto si’ bello…

EDOARDO – (mugugna e finge di destarsi) Antonio…?

ANTONIO – Shh… Sono qui… Dormi, dormi… (Si spoglia ed infila un pigiama).

EDOARDO – (fingendosi assonnato) Com’è andata?

ANTONIO – Bene, bene, dormi…

EDOARDO – No, dimmi, voglio sapere.

ANTONIO – (a fatica) Tengo un appuntamento per domani…

EDOARDO – Bravo, amore mio.

VOCE DI ANTONIO – Non è vero, Edoa’, non è vero…

ANTONIO – Devo solo firmare il contratto.

VOCE EDOARDO – Lo so, Antonio.

EDOARDO – Per quanti giorni?

ANTONIO –  Quindici serate soltanto, ma…

VOCE DI ANTONIO – Dormi, teso’, per piacere, dormi…

ANTONIO – Ma almeno è un inizio.

VOCE DI EDOARDO -  Lo so che non è vero.

EDOARDO – Sono felice.

VOCE ANTONIO – Pe’ piacere, Edoa’…

ANTONIO – Dormi, adesso, dormi, che è tardi…

VOCE  DI EDOARDO - Non è vero… Ma chi se ne importa… Tanto, queste…, non sono bugie. (Un po’ di silenzio).

EDOARDO – (accucciandosi al fianco del suo uomo) Antonio?

ANTONIO – Che c’è?

EDOARDO – (dopo un silenzio imbarazzato) Dimmelo.

ANTONIO – Edoa’…

EDOARDO – Dimmelo!

ANTONIO – Non ricominciare.

EDOARDO – Ti prego, dimmelo!

ANTONIO – Non è serata, Edoa’…

EDOARDO – (serissimo) Dimmelo…, ti scongiuro!

ANTONIO – (si mette a sedere ed accende la lanterna sul proprio comodino) Ma che vuoi che ti dico? Tu che vuoi sentirti dire da me? Che ti amo? Ed è poco, Edoa’. E’ poco! (Si leva dal letto e cammina per la stanza) Se mi tagli le vene e fai così, non esce sangue, esce Edoardo. Queste gambe qua, quando camminano, non fanno ciak-ciak-ciak…, fanno Edoardo Edoardo Edoardo… E questi occhi, li vedi questi occhi?, questi occhi non riescono più a guardare le cose: i muri, il sole, il mare… Vedono solo Edoardo Edoardo Edoardo, dalla mattina alla sera, dalla sera alla notte, dalla notte alla mattina appresso… Edoardo Edoardo Edoardo… (Urla) Edoardo! (Si calma a fatica).

     Tutti i giorni così… Da cinque anni! E uno poi spera di calmarsi. Di trovare un equilibrio, di… Niente! E allora tremi. E tieni paura. Paura che un giorno… (Con rinnovata foga, indicando le proprie labbra) Io queste non le so usare. Tu sì. Tu scrivi! E proprio tu vuoi sentirti dire da me che ti amo? (Dopo un tempo, veloce) E va bene, Edoardo, ti amo! Contento? (Con infinita tenerezza) Ma è poco, guaglione mio. E’ poco. (Siede. Edoardo gli si avvicina ma sa che non è il caso, adesso, tentare di abbracciarlo) E non mi fissare così pecché mò… pecché mò memetto troppo scuorno… Pe' piacere.   (Silenzio).

EDOARDO – (timidamente) Che… Che vuol dire… “scuorno”?

ANTONIO – (sorride) Vergogna. “Mi metto troppo vergogna”.

EDOARDO – (annuisce) Uhmm… E… “cerase”?

ANTONIO – (lo guarda) Ciliegie.

EDOARDO – Ciliegie… “Pastenacche"?

ANTONIO – (non capisce dove Edoardo voglia andare a parare) Carote…

EDOARDO - “’Antrasatta”?

ANTONIO – All’improvviso…

EDOARDO – “Ti amo”?

ANTONIO – (pausa. In un sussurro) Te voglio bbene…

EDOARDO – Come?

ANTONIO –  Te voglio bbene.

EDOARDO – “Te voglio bbene”. E detto così… non è poco. (Si sorridono. Repentinamente, Edoardo corre via) Prendi la lanterna e vieni con me!

ANTONIO – (frastornato, esegue) Edoardo? Edoà, addo vai a chest’ora? Edoardo?

VOCE NARRANTE - "Le parole di mia madre avevano solcato la mente di Antonio in maniera indelebile. Può la logica tornare d'aiuto alla follia? Posso io far comprendere quanto la paura degli accadimenti del mondo influenzi la nascita di un'idea? E che questa si sviluppi in un solco formato dalle parole della mia stessa madre? Posso, infine, spiegare con parole…, parole miserrime, miserrime per loro stessa natura, la felicità provata nell'annegare e morire d'amore in quel solco?".

SCENA NONA

Pochi istanti dopo.

Sotterranei della villa. Antonio avanza nel buio reggendo una lanterna.

ANTONIO - Ed... Edoardo... ? Edoa’, guarda che se mi fai mettere paura te riengo ‘e mazzate.

EDOARDO - Sono qui...

ANTONIO -  Oj’?! Addo’ stai? Nun te veco...

EDOARDO - Antonio... Qui... ! (Antonio segue la voce).

ANTONIO - (si incontrano. Edoardo è seduto a terra. Antonio gli si accuccia accanto divertito) Non mi sapevi aspettare, no? Ma tu guarda se uno deve fare un incontro nelle segrete del castello... E, secondo te, è pure romantico... Me parimme "La sepolta viva".

EDOARDO - Quando c’è la luna piena, a mezzanotte precisa, da quella finestrella lì, penetra una luce che colpisce esattamente il punto in cui siamo seduti. E stanotte c’è luna piena.

ANTONIO - E pure vampiri, pipistrelli, lupi mannari...

EDOARDO - (ride. Pausa) Qui sono seppelliti tutti i nostri avi...

ANTONIO - (finge di alzarsi) Io me ne vado...

EDOARDO - (un raggio di luna lo illumina) Ecco la luce... Spegni! Spegni la lanterna. (Antonio, inebetito, esegue).

ANTONIO - Che bello...

EDOARDO - Da ragazzo ci venivo spesso... Per nascondermi. Una volta, addirittura, ci passai la notte. E fu così che scoprii... (Osserva, rigirandosela nelle proprie, una mano di Antonio) Questa luce cambia colore alle cose... E anche le forme sembrano mutare... (Antonio se lo stringe al cuore) Che hai?

ANTONIO - (sorride) Niente... Sto bene.

EDOARDO - Anch’io. Quando morirò…

ANTONIO - Edoa'…?

EDOARDO - Anto', quando morirò…

ANTONIO - Uffa…

EDOARDO -  Voglio essere seppellito qui...

ANTONIO - Va bene…

EDOARDO - (stringe forte Antonio) Così, una volta al mese, potrò ricordare questo momento. (Pausa. Anche Antonio contraccambia con forza l'abbraccio) Hai freddo?

ANTONIO - No... (Edoardo alza un braccio e fa filtrare la luce attraverso le proprie dita) Edoa’…?!

EDOARDO - Uhm…?

ANTONIO - No...

EDOARDO - Di’ ...

ANTONIO - Niente...

EDOARDO - Va bene.

ANTONIO - E’ che...

EDOARDO - Cosa?

ANTONIO - Pensavo...

EDOARDO - Sì?

ANTONIO - Ce la cresciamo pure noi una rosa?

EDOARDO - Perché no? Se ti fa piacere...

ANTONIO - Ma una rosa che non è una rosa, pure se è un fiore...

EDOARDO - (scherzando) “Cos’è quella cosa che odora di rosa ma rosa non è? Sai dire...”.

ANTONIO - (continuando senza ascoltarlo) Una rosa di carne. Un figlio! Un figlio nostro. Tuo e mio soltanto!

EDOARDO - Non è questa la risposta all’indovinello.

ANTONIO - (improvvisamente serio, si libera dell’abbraccio di Edoardo) Hai ragione... Non è questa la risposta...

EDOARDO - (colpito) Antonio... ma dici sul serio? Un figlio? (Antonio annuisce) Nostro? (Antonio annuisce ancora. Edoardo ride senza malizia e gli prende le mani) Un figlio...? E come?

ANTONIO - (il volto gli si illumina) Carne... grembi di terra... Innesti! Così ce lo fottiamo a questo mondo... Sì, Edoa’...?  Sì?

EDOARDO - (inebetito ma felice) Sì... Sì... Ma come?

 

SCENA DECIMA

Interno casa di tolleranza, 1925.

Su una base percussiva fa il suo ingresso un gruppo di uomini e di donne costituito da prostitute di un bordello di lusso che conducono i loro clienti sul sofà o a bere qualcosa. Sul ritmo ossessivo delle percussioni, le donne pronunciano sillabe e frasi senza senso che esplicitano i loro stati d’animo: una è arrabbiata, l’altra è divertita, un’altra ancora è triste e malinconica. I clienti eseguono un controcanto. Pur essendo in abiti succinti, nessuna donna mostra atteggiamenti volgari; sono consce di “appartenere” ad una “casa” di prima categoria. Entra in scena la Maitresse. E’ una donna dagli attributi femminili molto pronunciati. Sembra non camminare ma, piuttosto, scorrere sul pavimento, scivolare su esso. I suoi toni sono secchi ma gioviali.

MAITRESSE - Vit, vit, vit ...! Miei cari e teneri amici anche stasera è giunto il momento di salutarci e di dirvi: “Arrivederci”.

PRIMO UOMO - Ma come? Così presto?

MAITRESSE - (ride) Oh, signor Principe, siete instancabile... Tre volte vi siete accompagnato in camera, stasera. Con ben tre ragazze diverse... Suvvia, siate buoni... Abbiamo bisogno di riposo per presentarci domattina al vostro cospetto più belle e più fresche che pría! (Voci di scontento e di malumore si levano dai clienti che, però, si approssimano all’uscita) Ecco, così, bravi... Attenti ai gradini... Le ragazze di Madame Changhette vi salutano; baciano tutti dove più vi aggrada, e vi ricordano che da domani esse saranno ancora qui, ai vostri esclusivi comandi, disponibili ad ogni vostro più recondito desiderio. Grazie..., grazie per averci preferite. Buon riposo, Cavaliere...

Inoltre, già dalle prime luci dell’alba, due nuove... “cortigiane” sostituiranno quelle che, purtroppo, ahimè, da stanotte, ci lasceranno, chiamate in altri lidi, altri piaceri, altri impegni. Nuova linfa, quindi, in casa di Madame Changhette! Per vostro esclusivo diletto... Arrivederci... Arrivederci...

(Pausa. Madame è sola con tre donne. Seria) Bene! Avvisate le altre e preparatevi in tempo. (Le ragazze fanno per uscire ma la voce della Maitresse richiama la loro attenzione) Ma...

Non un ricciolo scomposto.

Non le unghie mal limate.

Non le ciglia mal dipinte.

Non il fianco senza busto.

Niente sbavi sul rossetto.

Denti candidi e puliti.

Modi dolci, molto miti.

E scollato sia il corpetto!

(Pausa) Andate! Ah, ragazze…! (Sorridente) Buona fortuna.

Le ragazze rispondono imbarazzate al sorriso ed escono mentre Edoardo e Antonio, in frac nero, cilindro e mascherina sul volto, fanno il loro ingresso

MAITRESSE - Benvenuti, signori. Ancora qualche istante e potrete fare, senza alcun tema, la vostra  scelta. Come suol dirsi nelle migliori famiglie, le ragazze sono andate ad incipriare per l’ultima volta il loro garbato nasino costantemente lucido.

(A Edoardo) Il cappello, Signore. Potrebbe sciuparsi. (Edoardo è tremendamente imbarazzato e, infatti, fa cadere il cappello. Lo raccatta) Nell’attesa, gradirei ricapitolare quanto già concordato durante il nostro precedente incontro. Non nego che in prima istanza le richieste di lor signori risultarono, al mio pur avvezzo udito, alquanto eccentriche, ma, ad un secondo approccio, soppesando bene i fatti, la mia modesta, seppur ampia, persona giunse alla conclusione che in un’epoca siffatta la velocità degli accadimenti deve risultare direttamente proporzionale all’adattamento  della razza umana ad essa, e che  le “argomentazioni” prodotte da lor signori avevano necessario bisogno di tale velocità.

Caramella, Monsieur?

    (Antonio guarda stupito la donna che gli porge una caramella ma, subito dopo, inizia a tossire. Prende la caramella. Madame Changuette sembra anticipare ogni loro emozione) Ma torniamo diligentemente a noi.

    Punto primo: le vostre rispettive e rispettabili signore, dopo ampia ed esauriente indagine da parte vostra, si sono rivelate, dite, poco abilitate alla filiazione, incapaci di generare, assolutamente inette a ciò che inerisce alla riproduzione. In altre parole: sono sterili!

Salute! (Porge un fazzoletto a Edoardo. Il giovane starnutisce e prende il fazzoletto) Acquistare bambini al mercato nero sconveniva ad entrambi... Mele che all’apparenza sembrano buone e saporite ma che, al primo morso, avrebbero potuto mostrare il verme. Troppo rischioso! Giustamente! Ve ne do atto. Quale migliore strategia, dunque, di quella che avete testé intrapreso per dare alla luce un erede? Nessuna, rispondo! Le ragazze di Madame Changhette sono il fior fiore della beltà. E così discorrendo siamo giunti al punto secondo.

    Punto secondo: la rosa delle potenziali partorienti è stata da me medesima effettuata su un campione di ben trentatré Veneri; tante, infatti, ne conta la mia rispettabile casa. La scelta è caduta su sei ragazze. Non che le altre non fossero degne di presentarsi al vostro cospetto ma ho preferito escludere le “bizzarre”, quelle del tipo “La maschera e il volto” e, anche, le cosiddette… “particolari”!

(Edoardo suda copiosamente) Eppure non fa molto caldo, Signore.

    Punto terzo: la vita a cui le prescelte daranno…“vita", sarà immediatamente allontanata dalla puerpera e consegnata a lor signori. Il pericolo di un morboso e controproducente attaccamento filiale è sempre in agguato, bene è, quindi, stroncarlo... al nascere.

    Resta inteso, altresì, che la direzione declina ogni responsabilità su eventuali manufatti avariati o difettosi o… chissà che altro. D’altro canto però, i padri si impegnano a far nascere il piccolo nell’amore, nell’agiatezza, nella serenità; parole vuote, vacue, senza alcun senso, del resto, per le loro disgraziate madri ma... tant’è!

    Punto quarto: mi impegno formalmente ad allontanare dal lavoro le favorite per l’intera durata della gestazione, provvedendo di persona al loro sostentamento, mostrando sollecitudine verso ogni lor seppur minima ambascia, angustiandomi, premurandomi in mille attenzioni. In altre parole: mi prenderò la briga di accudirle.

    Certo... tenere a riposo... due ragazze… per quasi un anno... (Veloce) Vero è che potrebbero continuare a lavorare almeno fino al quinto mese... Non sempre, ecco, la pancia, ecco, è evidente, ecco; ed anche di più: sapeste, infatti, quanti uomini pagherebbero il triplo pur di giacere con...

(Edoardo estrae un mazzetto di banconote da una tasca. Silenzio. La donna si scopre il seno e separa le mammelle dal centro come fossero due ante di uno stipo. Ripone i soldi all’interno di esse, le richiude e le ricopre soddisfatta) Ma noi non cederemo! Anzi, sapremo ben governare i nostri istinti.

    Quinto ed ultimo punto: attendiamo vostre notizie, Signori, giacché i vostri nomi sconosciuti sono a me e tali rimarranno nella storia.

(Improvvisamente seria) Vi prego, però, di una cortesia: non giudicate né me né quelle che tra un istante sfileranno qui dinnanzi poiché noi non lo facciamo di voi.  

    Alé, vit!

Una musica invade la scena. Entra la prima ragazza e sfila davanti ai tre.

Meglio è sempre cominciar dal meglio, ed io qui vi offro il meglio del meglio.

Modello Turbamento!

Raro esempio di architettura umana. Vi invito ad osservare lo stile corinzio delle sue volute, i fusti, i capitelli, le architravi, le guglie, i baldacchini, i chiostri e le facciate di siffatta 92 - 5O - 9O.

Su per la scala a chiocciola

goder si puote ancora.

Se pria non si scolora,

si è presi per la gola.

Riscontrata assenza di lebbra, otite, pazzia morale, paralisi e tigna!

(Entra la seconda ragazza)

Modello Romantico!

Turbamenti adolescenziali di un’acquasantiera. Cupole e navate in sobrio stile ecclesiastico. Calici d’oro. Turiboli e aspersori d’argento di sobria fattezza.

Tiare e zimarre nascondon la carne.

Presbiteri e ceri nascondon… piaceri. (La ragazza esce)

Modello leggermente incline alla nevrastenia ma accertata assenza di imbarazzo gastrico, infarto miocardico, vaiuolo e tifo petecchiale.

(La terza ragazza fa il suo ingresso)

Modello Garçon!

Balocco da diporto. Piacevole trastullo ricreativo con cui spassarvi e gingillarvi tra le coltri nelle fredde serate d’inverno.

Voi il punto accuserete e le carte taglierete.

Mescolate, le guardate, la rivincita le date.

Sono carte da lisciare, invitare, impattare.

Ma con lei voi mai potrete né scartare né barare.

(La terza ragazza esce ed entra la quarta)

Modello Déco!

Squisita cavalla da monta. Saura da maneggio e da... maneggiare. La barbozza e la ganascia contengono ben trentadue denti in perfetto stato di conservazione, tali da reggere il morso e la cavezza di qualunque fantino. Animale facile da domare in ogni andatura: ambio, trotto, galoppo, salto, passata, capriola, corvetta, piroetta ed altre che delego alla fantasia… del domatore circense.

Pur essendo un esemplare “recalcitrante”, che spesso mostra di mordere il freno, è sano… come una cavalla.

(La ragazza va via per far posto ad un’altra)

Quinto modello: stile Cabriolet, seppur di fattura americana!

Cofano tondeggiante, paraurti ben sodi, telaio e motore in materiale indefettibile. Fari che nella notte possono illuminare il cammino ma anche... abbagliare la vista. Decappottabile ed aerodinamica, si fornisce qui con comando e cruscotto in ambra e rivestimenti in vera pelle.

Sportiva al volante stantuffa i pistoni.

Ben solida e andante attraversa i cicloni.

Del cambio tu azioni con grazia la leva,

per poi parcheggiarla in un bosco... di sera.

(La ragazza si allontana per far posto alla sesta prostituta)

Col meglio, di certo, principiare si deve ma anche concluder col meglio va bene. Ecco, quindi, l’ultimo fiore del mio giardino: Modello Mediterraneo!

Siffatta beltà, Signori miei, ne sono certa, può evocare in voi giustificati istinti da... beccaio, macellatore, scannatore. Come si potrebbe, del resto, resistere alla vista di così tanta... tanta... carne?!

Ariste, filetti, prosciutti, rognoni, cosciotti, costate, lombate e frattaglie, corate e cannella su cui operare con denti e... ventri affilatissimi. Desideri sanguinolenti, senza alcun dubbio, ma... legittimi.

Questo modello risulta, secondo le ultime analisi mediche, il più sano fra quelli testé mostrati, a parte una lieve predisposizione alla foruncolosi e all’idrofobia.

(La sesta ragazza, anziché uscire, si dirige a proscenio. Dalla parte opposta, entra la seconda prostituta. Entrambe siedono sulla sponda di un letto)

Questo è quanto, amabili Signori. Alla bottega dell’amore, null’altro ho più da offrire.

Fait vos jeux, monsieur. Fait vos jeux!

E scompare.

Edoardo si dirige verso la seconda ragazza mentre Antonio si avvicina alla sesta. Nell'incrociare Antonio, Edoardo abbassa lo sguardo.

Anche le altre prostitute entrano in scena.

PROSTITUTE - (cantano)

Femmene e lampare

comme a luce ‘ncopp’’o mare

comme ‘ e rezze d’’e ruffiani

ccà ‘a currente va luntano.

SESTA RAGAZZA - (ad Antonio, fiera e per nulla intimidita) Volete che mi spoglio, signore?

EDOARDO - (alla seconda ragazza) No! Non ancora...

Cammina su e giù per la stanza.

La donna che è con Antonio inizia a togliersi lentamente gli indumenti mentre l’altra, la seconda, osserva il pavimento a testa bassa.

ANTONIO - (allunga alla propria donna alcune banconote) Tieni! La Madama ti darà ben poco. Nascondili, sono tuoi.

SESTA RAGAZZA - (prende i soldi e li ripone in seno) Grazie...

ANTONIO – (spogliandosi) Come ti chiami?

SESTA RAGAZZA - Il mio nome non l’ho mai detto a nessuno. Datemene uno voi. Uno qualunque...

SECONDA RAGAZZA - (a Edoardo) Maria! Maria, mi chiamo... La Signora dice che è una fortuna quella di stare qua con voi... Così mi sistemo e...

PROSTITUTE - Femmene buciarde

 triglie, spigole e ddoje sarde

 po’ si l’onda t’accappotta

 cu la varca tu vai sotto.

SECONDA RAGAZZA - (a Edoardo) Volete bere qualcosa?

EDOARDO - Sì ... (La ragazza gli versa da bere).

SESTA RAGAZZA - (ad Antonio) Lo volete maschio o femmina?

ANTONIO - E’ uguale, purché il mio amico faccia il contrario!

SESTA RAGAZZA - Eh?

ANTONIO - Se lui fa il maschio, io devo fare la femmina. Se, invece, il maschio nasce da me, la femmina deve essere opera sua.

SESTA RAGAZZA - Ho capito... ‘O masculillo e ‘a femmenella… Così crescono assieme come due fratelli...

ANTONIO - No! (Pausa) Anzi... Non si dovranno incontrare mai... Per vent’anni... Poi, un giorno... (Silenzio).

SESTA RAGAZZA - Non vi capisco...

SECONDA RAGAZZA - (a Edoardo) Signori’...?

ANTONIO - (alla propria donna) Basta mò...

SECONDA RAGAZZA - (c.s.) Signorino…?

ANTONIO - (c.s.) Cominciamo!

SECONDA RAGAZZA - Si è fatto tardi! Che facciamo?

EDOARDO - (sedendosi) Nulla! Ce ne stiamo qui seduti ed aspettiamo.

 PROSTITUTE - So’ carne ‘e maciello

 sti femmene

 ca quanno s'accostano

 int’’o scuro per amar

 te guardano, te sfottono,

 te vonno ‘mbriacà.

 Dice ca po’ nun torna e torna.

 Dice ca po’ nun torna e torna.

 Dice ca po’ nun torna e turnarrà.

SCENA UNDICESIMA

 

VOCE NARRANTE – “Frequentammo quella casa per circa un mese. Vi entravamo da una porticina laterale seminascosta in un vicolo cieco, e ne uscivamo dopo neppure un’ora. Dal canto mio, avevo intrapreso una strana amicizia con quella donna...”.

 MARIA - Sedici a ventuno… e mi dovete già tre lire... Spaccate!  

VOCE NARRANTE – “Avevo intrapreso una strana amicizia con quella donna. Un’amicizia..., un’intesa, forse, fatta di silenzi, almeno da parte mia. Mai, dico mai, l’idea di sfiorarla mi sfiorò”.

 

MARIA - (sbadiglia) Che sonno... Vi dispiace se mi addormento, signor Marchese? E’ strano: ormai non faccio più niente dalla mattina alla sera eppure tengo più sonno di prima... Svegliatemi quando ve ne andate, eh? Così vi saluto... (Sbadiglia e si addormenta).

VOCE NARRANTE – “Mai, dico, mai, l’idea di sfiorarla mi sfiorò. E Antonio? Avrei dovuto dirglielo... Ma come? Stranamente avevo paura a farlo. Eppure, proprio il giorno in cui ricevemmo la notizia che la sua… “donna” aspettava un bambino, mi decisi. Dolce Antonio. Pazzo amore mio...”.

SCENA DODICESIMA

Un mese dopo.

Camera da letto di Edoardo e Antonio.

Dalla finestra socchiusa, una luce proietta nella stanza l’ombra di un fascio littorio.

Sul fondo, al posto della vetrata, un ampio armadio a circa dodici ante.

Antonio entra ed esce dall’armadio usando tali ante a mo’ di porte e trascinando con sé vestiti, camicie, ecc. e gettando tutto sul letto.

Canta felice.

ANTONIO -  Si ‘na mano tremma ammore va.

Si nun scarfa ‘o sole ammore va.

Guardanno ll’uocchie tuoje,

Sunnanno ‘a vocca toia… 

(Entra Edoardo e, sempre cantando, lo va ad abbracciare)

Sento ‘o mare ca m’affonna ‘o core. 

EDIOARDO – (si versa da bere) Che stai combinando?

ANTONIO – (epico e divertito) Cambio di stagione! E non solo di quello. (Riprende a cantare e va nell’armadio).

EDOARDO – (si getta sul letto,esausto, facendo volare tutti i vestiti) Vieni qui…

ANTONIO – (dall’interno) Un attimo… (Esce) Togliti immediatamente dai panni stirati.

EDOARDO – Vieni subito qui!

ANTONIO – (ride e lo raggiunge) Edoa’ ma che ti piglia? E’ un mese che andiamo avanti così. Due volte al giorno sfiancherebbero pure un coniglio.

EDOARDO – A me no.

ANTONIO – E neppure a me. Anche perché la prima non vale. Ma tu tieni proprio le sustole, fratello mio. ‘E fucun’’e panza.

EDOARDO – Sì… (E lo abbraccia).

ANTONIO – Guarda che non ho ancora fatto il rito!

EDOARDO –  Uffa… (E si alza).

ANTONIO – (quasi scusandosi)  E chi ha avuto tempo?

EDOARDO – Non sopporto di sentire il puzzo di quel pessimo profumo addosso a te. (E va di nuovo a bere).

ANTONIO – Due minuti ancora, Signor Marchese, e la vostra virile metà andrà rigorosamente a strigliarsi ben bene per mondarsi di qualunque olezzo o umore estraneo, indi sarà pronto a presentarsi al vostro cospetto candido e pulito.

EDOARDO – (ripete) Sì, pulito!

ANTONIO - Ma prima…, guarda cos’ho trovato? (Mostra un completino per bambini).

EDOARDO – (sorride) Era il mio.

ANTONIO – Dovrei essere proprio scemo per non accorgermene: c’è la “E” di Edoardo ricamata davanti grossa così. (Sospira) Ah…, fra nove mesi ci sarà da comprarne un bel po’ di questa roba. (Edoardo, che sta per portare il bicchiere alle labbra, ferma il gesto a mezz’aria e guarda Antonio sbigottito. In un crescendo esultante) Sì, Edoa’… Sì! Ce l’ho fatta! Nove mesi e cominciamo…

EDOARDO – Io no.

ANTONIO – (con tenerezza, dopo un tempo) E va beh, che vuol dire? E poi, chi ti dà fretta?

EDOARDO – Io non l’ho mai fatto.

ANTONIO – (inebetito) Perché?

EDOARDO – Perché… Perché è assurdo!

ANTONIO – (riprende a cantare)

Si ‘na mano tremma ammore va.

Si nun scarfa ‘o sole ammore va… (Continua).

EDOARDO -  E’ tutto assurdo, Anto’. Le persone non sono fiori... Non si può credere, e tu non puoi farlo veramente, di far crescere due bambini di sesso opposto soltanto per farli accoppiare fra vent’anni, così da far nascere una rosa... nostra! Non sarebbe una rosa, Antonio. E neppure un figlio… Almeno non nostro... Il grado di parentela che ci legherebbe a... a quel fiore umano non sarebbe certo quello di genitori. Sei d’accordo anche tu, no? Nelle sue vene scorrerebbe anche il nostro sangue, è vero, ma... E smettila di cantare e ascoltami!

ANTONIO - ‘O cardillo canta p’arraggia o p’ammore... Io per nessuno dei due... (Riprende a cantare con più foga).

EDOARDO - E’ solo una favola... E poi chi ci dice che nascerebbero proprio di sesso opposto? E se fossero, invece, due femmine... O due maschi, eh Antonio? Ti prego, ti prego, ragiona...

ANTONIO - Zitto! Statevi zitto, signor Marchese, perché voi non avete capito proprio niente. L’importante, nella vita, è sapersi vivere le cose, perché le cose in sé non hanno alcuna importanza.

Nasceranno due bambini,

uno maschio e uno donna.

Separati nella cònnola,

si uniranno nei destini.

E’ una favola, l’avete detto stesso voi, e nelle favole tutto va per il verso giusto, tranne quando ci si mette il cattivo per lo mezzo. (Tentando di abbracciarlo) E qui cattivi non ce ne stanno, vero Edoa’?  

EDOARDO - (dopo una pausa) Tu mi stai prendendo in giro... Non puoi credere di trascorrere vent’anni della nostra vita in attesa di un figlio. Un figlio che sarebbe figlio dei nostri rispettivi figli. Tu stai scherzando, perché se dicessi sul serio, il cattivo, in questa favola, ci sarebbe: sei tu! (Intenerendosi) E’ vero che scherzi? Eh, Antonio? Dimmi la verità... (Lo afferra per i polsi).

ANTONIO - (urlando e liberandosi della stretta) Lieveme ‘e mane ‘a cuollo... (Tenta di riprendere a cantare ma l’emozione glielo impedisce) E’ ‘o vero ca Titina me truvaje miez’a na via... O meglio: in un angolo, dint’’a munnezza! Mi avevano avvolto in un lenzuolino di cotone tutto merletti e pizzi. Bianco. E va trova chi è stato che m’ha lassato là. Forse sono il figlio illegittimo di un nobile, di un uomo importante, o l’ennesimo e insostenibile parto di una serva. Se non ci fosse stata tua madre, pure Frida avrebbe fatto la stessa fine, chi lo sa?! Ma lei, per fortuna, una mamma l’ha trovata, seppure adottiva. Invece fuje Titina a truva’ a me, il tredici giugno, giorno di Sant’Antonio. “Pienza che furtuna, picceri’: se ti trovavo ieri ti dovevo chiamare Basilde, e se invece ti avessi trovato domani il tuo nome sarebbe stato consacrato a Sant’Eliseo profeta”. E fortunato forse lo sono stato veramente... (Torna a guardare Edoardo) Me lo stai chiedendo con gli occhi... Non lo so! Non lo so se sono pazzo! Je saccio sulamente che è bello tene’ a te…, l’unica cosa che tengo e che ho mai tenuto. Una casa? Oggetti personali? Un posto dove andare a sbattere la testa quanno te vuo’ mettere a chiagnere...? E che sono? Mai tenuti! Solo te..., e nemmeno per intero. Come tua mamma… Lei non ha mai avuto figli, mariti, ricchezze… Solo fiori. E' vergine, tua madre. Come me! (Piange) Ma io un pensiero lo voglio... Un pensiero lungo...

EDOARDO - (gli si avvicina con dolcezza) Antonio...? Anto’...?!

ANTONIO - Una di quelle idee che ti consumano la vita e ca nun te fanno penza’ a chello ca nun tieni... e che nun ‘e mai tenuto... E io lo volevo tenere con te questo pensiero... Dedicargli del tempo. Quanto so’ fesso... Ma come è possibile? In un momento come questo tu vaje ‘a penza’ a sti cose? A un figlio? Ma hai visto fuori che sta succedendo? Sì! Ho visto! Ed è proprio per questo che voglio tene’ stu penziero! Nessuno ci può dire niente perché nessuno sa niente! Noi? Quando mai? Tutto legale! Privilegi che vi concede la Storia... A voi!  E a me? Canta Totò! Canta! (E’ sconvolto. I pensieri gli si mischiano sulle labbra) “Si ‘na mano tremma ammore va…”.

EDOARDO - Antonio...?

ANTONIO - Canta ca sulo chello sai fa’... (Piange a singhiozzi) Nun aggia penza’, nun aggia penza’ cchiù...

EDOARDO -  (Corre ad abbracciarlo e comincia a bere, letteralmente, le lacrime del suo uomo) No, Antonio, no. Pensa! Continua a pensare. Un pensiero lungo, lungo, lungo... Fagli fare il giro del mondo a questo pensiero, sette volte, otto volte... Canta e pensa, amore mio. Adesso facciamo nascere le prime rose e poi aspettiamo. E pure la morte deve aspettare tutto il tempo che vogliamo noi. (I suoi modi somigliano in maniera impressionante a quelli di Antonio) E se viene prima che abbiamo finito, diciamo che siamo impegnati e che, purtroppo, non la possiamo seguire. Ma tu pensa, Anto’. Continua a pensare. Così ce lo fottiamo a questo mondo. Ma a chi crede di far paura? (Indica l’ombra del fascio littorio).

ANTONIO - (distrutto) A me... A me, fa paura, Edoa’... A me...

Edoardo afferra frettolosamente la propria giacca, bacia il proprio compagno sulle labbra e corre via lasciando Antonio a dondolarsi da solo sul letto sfatto e ingombro.

 

SCENA TREDICESIMA

Esterno Castello de La Ville.

Edoardo fa per allontanarsi ma viene trattenuto da Nina.

La donna indossa un ampio vestito che, a causa del forte vento che investe entrambi, si gonfia a dismisura. A volte, lei stessa sembra sollevarsi dal suolo.

                   NINA -  Edoa’...?!

EDOARDO - (felice e sorridente) Lasciami andare, Nina.

NINA - Dove?

EDOARDO - Non sono fatti tuoi. Lasciami andare.

NINA - Un momento solo, per favore, stammi a sentire. Quello là ti sta plagiando. Si sta pigliando tutto il sangue tuo. Vuole allontanarti da me. E’ vero, credimi! Tu lo devi cacciare via, fuori da questa casa. Deve tornare dint’’a munnezza addo’ steva. E noi, tornare ad essere quelli di prima. Come quand’eravamo piccoli. (Edoardo fa per allontanarsi ma Nina gli si para davanti) Ma ti ricordi...

EDOARDO - Sono finiti i tempi dei giochi, Nina.

NINA - No, non sono finiti... Possono sempre tornare... e noi ci inventeremo nuovi giochi... Caccialo via, Edoa’, caccialo via... Quell’uomo è un brutto male!

EDOARDO - (quasi esultante) E io sono all’ultimo stadio ed ho deciso di morire così! 

NINA - (gli si para nuovamente davanti con fare aggressivo) Sono tua sorella maggiore e ti ordino di buttarlo fuori!

EDOARDO - (sorridendo con sarcasmo) Questo è un gioco che non sentivo più da tanto tempo. Me lo ordini! Come mi ordinavi di entrare nel tuo letto, sorellina?

NINA - (spaventata) No, non è vero!

EDOARDO - (infervorandosi lentamente) Ah! Il tuo bambolotto non poteva restare nella culla, lontano da te... Avevi freddo... Ma era lui a tremare, dalla paura... Quel modo di bussare alla mia porta... sei piccoli colpi... battuti a coppie... tum tum... tum tum... tum tum... Fai finta di dormire, Edoa’, fai finta di dormire... tum tum... tum tum... Non aprire, non aprire... Apri! Sono l’Angelo! E’ un ordine! E a testa bassa, il bambolotto ti seguiva lentamente... Shh... non facciamo rumore... Sto bene, sorellina, sto bene... No! C’hai una brutta malattia... Vieni qua... Io sono l’Angelo che ti farà guarire... E ogni volta la tua bambola aveva una malattia diversa, una malattia inguaribile, una malattia che solo l’Angelo con la sua spada poteva debellare... Una… bua! Ma la cura era sempre la stessa... Una carezza alla bua... Un bacio alla bua... Una carezza alla bua... Un bacio… Mi fai male, mi fai male... Un bacio alla bua… Bisogna cercare il male, così, dopo, il mio bambolotto non sentirà più dolore... Mi fate male, signora... Zitto, zitto! Lascia fare al dottore. Il dottore deve toccare il male... L’Angelo deve guarire... Deve arrivarci lentamente... fino in fondo... fino alla radice del morbo... sul picco della vergogna... Non gridare, sta’ zitto, non gridare... Tappami la bocca, sorellina, mi fai male... Non gridare, bambolotto... Non ...

NINA - (sconvolta; con un filo esilissimo di voce) Ricchione...

EDOARDO - (lunga pausa durante la quale il giovane riprende il controllo di sé e sorride) Non puoi dire queste cose… sottovoce, sorellina... Parla più forte. Non sento.

NINA - Ricchione...

EDOARDO - Già va meglio. Ancora un piccolo sforzo, su... Più fiato... E più chiaro, soprattutto.

NINA - Ricchione. Ricchione.

EDOARDO - (alzando la voce) Più forte...

NINA - (fa altrettanto) Ricchione!

EDOARDO - Sì... Sì... Più forte...

NINA - (urlando) Ricchione! Ricchione! Ricchione!

EDOARDO - (c.s.) Sì! Sì! Sì! (Le lacera il vestito e si porta verso il fondo, a lato del palco del tabarin).

NINA - (accasciandosi e piangendo) Ricchione...

Il siparietto si apre scoprendo la Maitresse.

MAITRESSE - Bentornato, Signore! La strada la conosce. Si accomodi.

Edoardo va verso la seconda ragazza sdraiata sul letto che lo guarda stupita.

Si illumina l’altro lato del proscenio dove Antonio è intento a fissare il vuoto.

La Maitresse inizia a girare vorticosamente su se stessa mentre Edoardo si sfila la giacca e la camicia restando a torso nudo.

NINA - (in un lamento) Edoardo... Edoardo…

  

 

PARTE SECONDA

1935 - 1946

SCENA QUATTORDICESIMA

Napoli, 1935.

Un ritmo lento e ossessivo si leva dal buio.

VOCE DI BAMBINO - Tata..., quando viene papà? Quando...? Perché non posso uscire? E mamma? Il Signore l’ha voluta vicino a sé...?! E papà...?

VOCE DI BAMBINA - Quando viene papà? Dov’è la bambola che mi ha regalato? Tata… dove hai messo la mia bambola? Tata, sei tu la mia mamma? Tata...? Tata...?

    Da ogni dove si leva un coro di voci.

CORO -  Amba Aradan...

Amba Aradan...

Ambarabà Ciccì, Coccò...

Amba Alagi...

Amba Alagi...

Faccetta nera…

Bella abissina...

Amba Aradan... (Continua in sottofondo).

     Nina fronteggia a testa bassa un sorridente Gerarca, lo stesso che qualche anno prima distrusse il Salone Graziella nonché la vita del Cameriere.

    Edoardo legge o scrive sui suoi quaderni.

    Antonio parla ad un’invisibile balia.

EDOARDO – “La nostra vita si era trasformata in una favola. E nelle favole tutto procede per il verso giusto. I cattivi erano stati sconfitti e la ‘ragione’, se così possiamo definire la febbre che colpì entrambi, aveva trionfato. Nacquero due bambini: il mio, femmina, quello di Antonio, ovviamente...”.

ANTONIO - Come sta il bambino? Uhmm… E ha chiamato il dottore?  Ne sono felice... No! Meglio di no! Ho fretta e... e poi non è il caso. Davvero? E voi cosa gli rispondete? Bene! Vi ho già detto che... Faccia il suo mestiere, Tata, e non si dia troppo pensiero.

Il Gerarca accarezza una spalla di Nina. Un fremito percorre il corpo della donna.

Frida si aggira tra i personaggi come un fantasma. Sorride.

Il ritmo incalza. Sembra il preludio di un fastoso numero.

EDOARDO - (c.s.) “Trascorsero dieci anni felici... Il verso giusto... Tutto come fosse già scritto...”. (Smette repentinamente di scrivere e guarda in direzione dell'entrata. Si alza in piedi di scatto) Cosa volete?

MARIA - (è la Seconda Prostituta del Bordello di Madame Changuette. Entra in scena scrutando attentamente il volto di Edoardo; annuisce e gli sorride mesta) Siete voi?

EDOARDO - Io non vi conosco, signora. Chi vi ha fatto entrare?

MARIA - (mette una mascherina sugli occhi) Siete voi…! Siete voi…! Sono undici anni che vi cerco… (Tenta di sorridere e si toglie la maschera) Ed è da stamattina che aspetto che qualcuno si dimentichi il portone aperto per… Perdonatemi… Vi rubo solo un minuto… Voglio vedere la mia bambina, anche per un momento soltanto, da lontano… La vostra signora non me ne può volere per questo.

EDOARDO - Non capisco quello che dite…! Davvero! Bambina? Qui non ci sono bambini… Ed io non ho "signora"!

MARIA - (sorride) Lo so… Lo so, mi sono informata…

EDOARDO - Informata?

MARIA - A me non mi importa perché l'avete voluta, io voglio soltanto vederla. Vi prego, vi scongiuro, da lontano, per un attimo…

EDOARDO - (nervosissimo) Impossibile, signora… Vostra… Vostra figlia è morta!

ANTONIO - Il suo precettore mi informa quotidianamente sui suoi sviluppi... Dice che il bambino è molto intelligente... Tenga, gli dia questo giocattolo... Cosa? Preferisce leggere... (Con disappunto) D’accordo... Provvederò a portargli dei libri adatti alla sua formazione. Ma non lo faccia stancare troppo. E la notte lo copra bene... Deve stare al caldo... Arrivederci. (Fa per allontanarsi) Come? (Sorride).

Nina ed il gerarca si accarezzano con crescente lascivia.

EDOARDO - L'ho venduta… Poco dopo la nascita…

ANTONIO - Gli piace cantare?

EDOARDO - Erano altri tempi e noi…

ANTONIO - Bene!

EDOARDO - Noi navigavamo in pessime acque…

ANTONIO - Molto bene!

MARIA - Non è vero…

EDOARDO - Venduta! Esattamente come voi avete fatto a me!

ANTONIO - E perché dovrebbe dispiacermi?

MARIA - Non è vero!

ANTONIO - Anzi…: mi faccia un favore, Tata…

EDOARDO - Sì che lo è!

ANTONIO - Gli insegni questa canzone…

EDOARDO - E con lei altre!

ANTONIO - (canta sovrapponendo ritmicamente la sua canzone al coro di "Ambaradan")

"Si 'na mano tremma ammore va…" (Continua).

EDOARDO - Che fine abbia fatto, non lo so. Forse un fissato di magia nera… O forse un esperimento… in Germania… (Al colmo) Non lo so! E mi sono sempre disinteressato della faccenda come sarebbe stato meglio che aveste fatto voi!

MARIA - Mai! Mai!

EDOARDO - E male faceste!

MARIA - No… (Piange).

EDOARDO - (sta per piangere anche lui ma per altri motivi) Volete soldi? Sì? Soldi?

MARIA - No, no…

EDOARDO - Bene, ve ne darò quanti volete ma non qui! Andate via, adesso! Via!

Il coro ha raggiunto lentamente, ma con forza crescente, il parossismo.

Antonio ha terminato la sua canzone.

Nina sta per lanciare un lungo e prolungato grido di piacere.

MARIA - (urla) Assassino! Assassino…! (E fugge via).

Edoardo scoppia in lacrime.

Antonio si avvicina al suo compagno.

EDOARDO - (gettandosi, piangendo, tra le braccia di Antonio)

Antonio!

Nina urla.

Silenzio repentino.

FRIDA - (senza mai perdere la sua freschezza) Nessuno ha visto da quale portone sia uscita… L'automobile era in corsa… Un istante e tutto era finito… Dicono che fosse una donna sola… Senza figli… Senza nessuno al mondo… Una donna gracile, minuta, romantica, con dei grandi occhi grigi… Aveva una mascherina nera con sé… Nessuno la conosceva… Nessuno ha visto da quale portone sia uscita… Un istante… e tutto era finito…

Amen!

 

 

SCENA QUINDICESIMA

Tabarin 1939.

TITINA - (applaude con svogliatezza) Bravo...! Bravo, Antonio...! Veramente bravo...! E tu vulisse turna’ a canta’ cu chesta canzone? Bravo... (In altro tono) Già me l’hanno scassato ‘na vota ‘o locale, nun vulesse fa’ ‘a siconda edizione. Certo, la voce è sempre la stessa... Anzi, è migliorata, forse... Ma è il repertorio che non va... Oggi sono di moda le macchiette..., le canzoni d’amore..., i duetti... Tu ‘e tieni ‘sti cose? Sì?

Allora, per me, puoi riprendere servizio pure domani, e del passato “ninni parlammone piu`”!

(Tossisce e spegne la sigaretta. Poi, già pregustando i futuri incassi)

Café chantant, tabarin, varietà,

passa ‘o tiempo e stammo ccà.

Café chantant, tabarin, varietà

‘o tiempo passa e stammo ccà.

SCENA SEDICESIMA

Napoli, 1939.

Una lunga tavola imbandita intorno alla quale siedono tutti gli ospiti del Castello de La Ville ad esclusione di Frida.

GERARCA - (enfatico e spocchioso, odioso eppur simpatico. Come potrebbe, d’altronde, non risultare parzialmente simpatico uno che parla come se stesse declamando una poesia di Gozzano?) Ma bene, ma bene, gli dissi. Venite! Venite e godete di quello che il cielo vi manda. Se poco, è pur poco, lo so, ma d’arte o non d’arte, chi mai giudicare potrà? Feci bene? (Nina gli sorride e fa per rispondere ma l’uomo incalza) Benissimo, dissi a me stesso pensando un pensiero che poi non volò. (La Marchesa, Edoardo e Antonio hanno tutta l’aria di annoiarsi per questa cena che, evidentemente,  è opera di Nina) Ma... ! (Sorride sornione) Ma l’arte, mi dissi, può mai sconfinare? Può mai patrizzare? Potrà essere, un giorno, affrancata da quelle conventicole di sodomiti, perdonate l’espressione, che la inzaccherano, la infangano, la macchiano, la ingiuriano, la svergognano? No, signori! Mai! Ben netta e arginata è la linea di trincea che disgiunge l’arte da coloro che la praticano. Questo è il mio pensiero e così è! (Entra a tempo Frida con un vassoio tra le mani) Oh... Celeste visione! Giacché anche al cibo adattare si può. Il pensiero, s’intende!  (Frida versa il cibo nei piatti) Responsabile, è vero, è colui che l’opera crea, ma l’opera in sé esiste a se stante. Or mi sovviene, perdonate se scantono, che anche qui, nascosto in questa splendida…“famiglia” (sorride con intenzione) si cela un... un “artista”. (Ride e scruta di sottecchi Antonio, visibilmente nervoso) So molto sul vostro conto signor... signor... (Finge di non ricordarne il nome, e nessuno, per motivi diversi, sembra intenzionato a rammentarglielo. Si rassegna) Antonio, se non erro, vero? Ma poco a quanto credo voi stesso abbiate vissuto, poiché so che la vita da... “artista” risulta alquanto eccentrica, almeno agli occhi di coloro che, come noi, miseri e meschini, non hanno ricevuto il dono dell’illuminazione delle Muse. (Il falso sorriso gli si smorza lentamente sulle labbra; il tono si fa crudo) Una vita particolare, ambigua, fuori misura, diciamo! A noi, gente comune, è precluso l’accesso al camerino di un “artista”, se non per una fugace e futile visita, ove, dicono, ne avvengono di cotte e di crude, o di tutti i colori, a voi la scelta dell’espressione che più vi aggrada. Ma, signor Antonio...

FRIDA - Per favore... (Silenzio) Una domanda... Mi state guardando?

GERARCA - (inebetito) Sì...

FRIDA - Tutti?

GERARCA - Sì... Tutti...

FRIDA - Chi può intendere intenda: no! Non si può! (Ride con gioia ed esce).

MARCHESA - (come liberata) Oh, ed io che pensavo di annoiarmi. (Ride).

EDOARDO - (sottovoce ad Antonio) Non mangiare! Non toccare nulla! (Sorride. Nina è impietrita. Il Gerarca e Antonio sono frastornati).

NINA - Mamma...?!

MARCHESA - Shh... Nina, ti prego, non interrompere i bei conversari di questo simpatico giovanotto.

NINA - Non...

MARCHESA - (al Gerarca) Diceva?

GERARCA - Cosa... diceva?

MARCHESA - Lei...! Prima...!

GERARCA - Ella! Cosa diceva?

MARCHESA - Io...? Nulla! Ah..., Frida?!

GERARCA - Sì! Ella!

MARCHESA - Non so. A volte mi risulta difficoltoso comprendere le sue parole. (Sorridente) Buon appetito!

NINA - No!

GERARCA - Cosa...?

MARCHESA - (in altro tono) Che giorno è oggi?

EDOARDO - Martedì!

MARCHESA - Appunto! Oggi è il primo martedì del mese di dicembre e, come ogni anno, in questa data, noi sacrifichiamo il nostro cibo in onore della ricorrenza natalizia che da qui a poco sopraggiungerà. E siccome mia figlia è molto devota, all’espressione “buon appetito” ha avuto... come dire?

EDOARDO - Un sussulto?

MARCHESA - N... Non proprio...

FRIDA - (entrando a tempo e poggiando una bottiglia d'acqua sul tavolo) Fastidio? (Esce).

MARCHESA - Quasi...

GERARCA - Nausea?

MARCHESA - Ecco, bravo! Nausea! Lei sì che ci sa fare con le parole. Ma la prego... Mangi, mangi pure.

GERARCA - Quand’è così... Buon appetito.

MARCHESA - A lei!

GERARCA - (dopo un tempo, senza toccare cibo) A voi!

MARCHESA - (breve pausa) L’ho appena detto: oggi l’intera famiglia osserva il digiuno. Un fioretto, insomma. Ma lei favorisca senza complimenti.

GERARCA - (dopo un tempo, con durezza) Ma voi!

MARCHESA - (imbarazzata) Se... Se le dà fastidio la vista dei nostri piatti sulla tavola, possiamo sparecchiare in maniera che lei...

GERARCA - Voi, Signora! Voi! Il "lei", come vi dovrebbe risultare, è stato formalmente abolito e indi proibito da ogni pubblicazione dello Stato.

MARCHESA - (dopo un tempo, ride sommessamente) Davvero...? No, non mi risultava affatto. Sa, leggiamo così poco. Ed ancor meno frequentiamo il mondo. Oh, ma se lei vuole usare il “voi” faccia, faccia pure, a noi non dà alcun fastidio. Vero Edoardo?

EDOARDO - Assolutamente!

MARCHESA - Visto?! Prego... Assaggi... Assaggi questo consomé.

GERARCA - (rassegnato) Beh...! Se insistete...

(Mangia avidamente ma senza accostare il cibo alla bocca giacché è quest’ultimo ad avvicinarsi ad essa.  Infatti, le posate, i piatti, i bicchieri, fanno a gara a chi deve dargli da mangiare. Un cucchiaio raccatta del brodo e si approssima all’uomo che sembra gradire molto il sapore di questa pietanza. Il servizievole tovagliolo asciuga le umide labbra del Gerarca. Una brocca versa del vino in un bicchiere; questo raggiunge il volto dell’uomo e rimane a mezz’aria in attesa di essere svuotato)

                        Uhmm... Squisito... Squisito... E questi pezzetti di carne sono...

MARCHESA - Squisiti?

GERARCA - Sì, ma anche...

MARCHESA - Dolciastri?

GERARCA - Appunto! Così piccoli...

MARCHESA – E’ la specialità di Frida.

GERARCA - Frida...?!

MARCHESA - (indicando l'uscita) Ella!

GERARCA - Ah...! (Si rifionda sul cibo, o meglio: è il cibo a rifiondarsi su di lui).

MARCHESA - Un tipo di carne che proviene... dal basso.

EDOARDO - (prontamente) Dal sud! Mia madre intende dire “dal sud”. (Bisbiglia qualcosa in un orecchio ad Antonio).

MARCHESA - Ne abbiamo la cantina piena... Come, d’altronde, quasi tutti in questa città.

ANTONIO - (con un moto di schifo allontana il proprio piatto) Bleah... (Ride).

MARCHESA - (unendosi parcamente alla risata di Antonio) Per alcuni versi, si potrebbe anche dire che ne siamo “invasi”.

NINA - (repentina al Gerarca) Di cosa stavate parlando?

GERARCA - (candido) Di carne!

NINA - (cattiva) Prima!

GERARCA - Parlavo...

NINA - (guarda Antonio con astio) Di arte… e artisti!

GERARCA - Ah, sì! Di quelle conventicole di debosciati sodomiti che impestano, contagiandola, l’arte suprema. (Parla a bocca piena) Laddove puro e semplice dovrebbe l’atto essere, pletorico e retorico, astruso e concitato in quel sito si trasforma. E’ giusto ciò che dico? Certo che lo è! (Vedendo avvicinarsi un vassoio colmo di carne) Sì, grazie, ne gradisco. (Un mestolo riempie il piatto di cibo) Ebbi modo di asserire tutto ciò al "Minculpop". Un uomo, di cui, evidentemente, non posso fare il nome, alto funzionario di quel Ministero, un uomo che, pur essendo regolarmente sposato e con prole numerosa a carico, pagava l’ingente tassa sul celibato, quell’uomo mi disse: “Bravo!”. “Ponza!, - risposi - Tremiti!”.

MARCHESA - Veneziana!

GERARCA - Prego?

MARCHESA -  E’ lo stesso tipo di carne cucinato alla veneziana.

GERARCA - Sublime! (Continua a parlare con la bocca piena) La delazione, l’ammonizione ed il confino: questa è la medicina per chi trasgredisce, poiché è Dio che lo vuole!

MARCHESA - E noi lo accontenteremo! (Un altro vassoio si avvicina all’uomo).

GERARCA - Grazie ma... giusto per assaggiare. Sono pieno come un otre... Scovare gli elementi testé descritti è il mio mestiere. Leggermente amara quest’insalata...

MARCHESA - Non ne cresce più come un tempo...

GERARCA - Insoliti, anomali, barbari, anormali, atipici, irregolari, singolari e plurali, di questi io mi occupo. In altre parole: la mia missione è quella di scovare gli “inutili”. (Emette una contenuta, quanto inopportuna, eruttazione. Frida entra portando sulla tavola un cesto colmo di frutta fresca).

MARCHESA - Gradisce della frutta?

FRIDA - Chi può intendere intenda: sì! Si può!

MARCHESA - (prende una mela dal tavolo) Bene! (Edoardo riempie di frutta il piatto di Antonio ed il proprio).

ANTONIO - Ma...?

EDOARDO – Shh… Si può! Si può! (Mangia).

GERARCA - (alla Marchesa) Ella...?!

MARCHESA - (sbrigativa) Non so.

GERARCA - Bah...! (Fa per servirsi della frutta. Gli occhi di tutti gli si puntano addosso ma l’uomo non se ne avvede. Ritrae la mano ferma a mezz’aria su un grappolo d’uva) No! Meglio di no... La frutta a fine pasto produce spesso degli effetti sgradevoli.

MARCHESA - Bravo! Lei ha fatto benissimo. Io, ad esempio...

NINA - Basta! (Si alza al colmo dell’ira pur sforzandosi disperatamente di contenersi.) Mò basta! (La voce le si incrina) Ma come...? (Indica il Gerarca) Io e lui, no?!... (Indica Edoardo e Antonio) Mentre loro due...? (Afferra i capelli dei due giovani e ne avvicina violentemente i volti)  Non è possibile... (Piange) Non è questo il modo... (Si guarda attorno disperata) Che schifo... (Le parole le esplodono in gola. Vorrebbe urlare) Schifo... Schifo... (Si getta sul cibo e mangia avidamente imbrattandosi il volto. Il Gerarca si scosta inorridito) Schifo... Schifo… (Continua urlando).

MARCHESA - (alzandosi) Nina!

FRIDA - (Entrando) No! Nina nerina, Nina nerina… (Continua).

EDOARDO - (tenta di impedirle di mangiare) Nina... Nina... (Una spinta della sorella lo fa cadere. Antonio gli presta soccorso).

NINA - (al colmo dell’isteria, ficca la testa in una zuppiera) E’ schifo... Schifo...

MARCHESA - Nina! Nina! (Con impeto, rovescia un bicchiere d’acqua sul volto della figlia. Silenzio. Con dolcezza) Nina... (Nina fa per parlare. Singhiozza ed esce lentamente di scena).

GERARCA - (lunga pausa) Se permettete, vorrei raggiungere... (Fa per andare in direzione di Nina ma un improvviso mal di pancia lo inchioda alla sedia).

MARCHESA - Ha fatto bene a sedersi: non lo avrei permesso. (Agli altri) Vi prego lasciatemi sola con il signore. (Edoardo, Antonio e Frida escono) Lei è una persona molto gentile..., e la ringrazio per la delicatezza con la quale ha affrontato l’argomento. I suoi giri di parole non mi hanno certo ingannata. Lei ha scoperto tutto! Bravo. Veramente bravo. Un segreto nascosto negli anni, svelato così, in pochi minuti... Che persona intelligente... Capisce, adesso, perché non usciamo quasi mai? Perché ci rincattucciamo nella nostra dimora al riparo dagli sguardi indagatori della gente? (L’uomo si lamenta per il dolore ma presta molta attenzione alle parole della donna) E’ atroce doverlo ammettere, soprattutto per me, che sono sua madre…

GERARCA -  (riferendosi a Edoardo) Eh, già!

MARCHESA - Mia figlia è pazza!

GERARCA - (alzandosi di scatto. I due prendono a girare intorno al tavolo in senso opposto) Eh…?

MARCHESA - Poverina! (Nell'attraversare lo spazio, l'abito dell'anziana donna cambia gradatamente colore: da bianco che era, si trasforma in nero) Non può badare a se stessa... Non può restare da sola in camera... Non può...

GERARCA - Ma davvero...?

MARCHESA - Oh..., con quanto tatto lei mi ha fatto intendere che sapeva...

GERARCA - Voi, signora! Voi!

MARCHESA - “Anormali... Insoliti... Inutili...”. Grazie! Sentitamente grazie! Capirà che in una situazione siffatta ognuno di noi assume atteggiamenti che il cielo non gli ha certo donato. Come quelli del povero signor Antonio. Mia figlia le ha detto che è un artista, vero? No! Non è vero! A lei piace credere questo. In realtà quel giovin signore è... è... La prego non mi faccia continuare...

GERARCA - (allo stremo delle forze) Continuate... Continuate...

MARCHESA - Come potrei abbandonare nelle sue piccole, folli mani i pochi averi che la vita, nella sua magnanimità, mi ha concesso di serbare? Ed è per questa ragione che lascerò ogni bene al mio secondogenito, Edoardo.

GERARCA - (colpito) Ah!

MARCHESA - (con intenzione) Sì! (Nuovamente finta) Oh, certo, a Nina non dovrà mancare nulla. Un vitalizio, seppur minimo, le è dovuto; un tetto sotto cui dar fine alla propria esistenza non si nega neppure al peggiore dei nemici... (Secca) Ma sarà Edoardo ad amministrare... l’amministrabile. A pagare tasse e... silenzi altrui! (Con falsa enfasi) La vita è sofferenza.

GERARCA - Infatti... Se permettete, io...

MARCHESA - Permetto. Stavolta permetto!

GERARCA - (dopo un tempo, allontanandosi) Perdonatemi... (Riferendosi al cibo) Ma... che cos’era?

MARCHESA - (svampita) Oh... La cucina non è mai stata il mio forte. Non riesco a distinguere una bistecca di vitello da una semplice fettina, che so?, di topo. Sono così maldestra...

GERARCA - (saluta alla fascista) Signora...!

MARCHESA - (tende anch’ella il braccio ma, poi, saluta agitando la mano) Addio! (L’uomo esce contorcendosi dal dolore. Lunghissimo silenzio. Due lacrime le solcano il viso)  Nina... Nina… Piccola figlia mia...

FRIDA - (entra ridendo e gridando dalla gioia) Signora… Signora, venite, presto! E' nata! E' nata!

In un'altra stanza, in un altro dove, c'è qualcuno, forse una donna sconfitta, che, cantando una bislacca canzoncina dell'epoca, sta facendo a pezzi l'intero suo corredo di nozze.

                            SCENA DICIASSETTESIMA

Napoli, 1941

Camera da letto di Edoardo e Antonio.

Il petto di Edoardo è scosso da una forte tosse.

ANTONIO – Mannaggia, mannaggia… E me lo sono scelto pure malaticcio, me lo sono scelto.

EDOARDO – Tu non hai scelto proprio nessuno. Sono io che l’ho fatto.

ANTONIO – E’ vero. Anche se…

EDOARDO – Cosa “anche se”?

ANTONIO – Edoa’, ma secondo te io non ti avevo già adocchiato fin dal primo giorno?

EDOARDO – E per due mesi mi hai fatto sorbire macchiette e cognac di pessima marca?

ANTONIO – Che c’entra? Quella era una prova che dovevi superare.

EDOARDO – (ride) E meno male che non m’è pesato per niente superarla… Ma tu perché ci hai messo così tanto?

ANTONIO – Lo sai…

EDOARDO – Lo so. (Antonio lo guarda e, con un gesto, lo spinge a parlare) Per… paura.

ANTONIO – Ecco! E anche questo è detto! (Silenzio).

EDOARDO – Antonio…?

ANTONIO – Uhmm…?

EDOARDO - Antonio, senti…

ANTONIO – Oioioi… Riconosco questo tono di voce. Stiamo per entrare in uno di quei nostri discorsi serissimi…

EDOARDO – (sorride) Sì…, per favore.

ANTONIO – (gli sorride innamorato)  Maquale favore? Ti credi che a me non mi faccia piacere? Jà, forza! Comincia!

EDOARDO – Anto’, io… io non sto bene…, e tu lo sai. Ci sono nato così, non posso farci nulla. Il mio stato di salute mi porterà ad andarmene prima di te.

ANTONIO – Questo non è detto. Può sempre cadermi un vaso in testa.

EDOARDO – E in quel caso morirei ancor prima del tempo.

ANTONIO – (dopo un pensiero onesto) Giusto!

EDOARDO – Tu, adesso, sei un artista affermato. Incidi dischi, fai tournée… E tutto questo è quello che abbiamo sempre desiderato; anch’io, credimi…

ANTONIO – Ti credo…

EDOARDO – Anch’io l’ho sempre desiderato. Per te.

ANTONIO – (divertito) Per me? Ma se ti ha sempre fatto comodo tenermi lontano dai piedi per chissà quale trastola amorosa con… (Edoardo gli sorride. Antonio zittisce e alza le braccia in segno di resa) Sto scherzando…

EDOARDO – (serissimo) Antonio…, io non voglio…, non voglio per nessuna ragione al mondo, neppure per causa mia, o…, forse, soprattutto per causa mia, che tu rinunci a quello che, con le tue sole forze, sei riuscito faticosamente a conquistarti. Tu, ora, sei un uomo libero, economicamente indipendente… (Sorride con amore) Anche se autonomo lo sei sempre stato. Non hai mai voluto una lira da me. (In altro tono) Amore mio, sentimi bene: se solo tu rinunci ad una, ad una soltanto delle cose che sei riuscito ad ottenere, io ti giuro, ti giuro su ciò che ho di più caro al mondo, che tu non mi rivedrai mai più. (Lungo silenzio).

ANTONIO – (dopo un sonoro sospiro) Finito?

EDOARDO – (in un sussurro) Sì…

ANTONIO – Bene. (Pausa) Tocca a me, adesso?!

EDOARDO – Sì, ma solo per ripetere quello che ho appena detto!

ANTONIO – Infatti…! Infatti pure io volevo parlarti di questo argomento Edoa’, e ti assicuro che la tua malattia non c’entra proprio niente. (Pausa) Sto per firmare un contratto che mi porterà in America per sei mesi.

EDOARDO – (felice) Davvero? Perché non…

ANTONIO – Shh… Mò parlo io. Più un altro contratto per incidere dodici, e dico dodici, brani nuovi. Pe’ mò, ne tengo solo otto ma piano piano… E’ questo il sogno degli artisti come me, no? Dal Salone Graziella… all’America! E, come hai detto tu, sono riuscito a conquistarmi questo sogno “faticosamente”. (Dopo un tempo, serissimo e quasi con durezza) E io a questo sogno non ci voglio rinunciare, Edoa’!

EDOARDO – (sincero) Fai bene!

ANTONIO – Per nessuna ragione al mondo!

EDOARDO – E’ giusto!

ANTONIO – Neanche per la tua malattia!

EDOARDO – (felice) Sì, sì, sì…

ANTONIO – Ecco! Quello che avevo da dire te l’ho detto! E, così, anch’io ho finito. (Lungo silenzio. Antonio sembra imbarazzato mentre Edoardo lo guarda sorridente) Tu mi hai sentito bene, Edoa’?

EDOARDO – Sì.

ANTONIO – Hai “capito” bene?

EDOARDO – Sì, Antonio, e sono felice.

ANTONIO – Era proprio quello che tu volevi sentirti dire da me? (Edoardo annuisce commosso. Antonio riprende a parlare con estrema durezza) Uhmm! Mò: piglia tutte queste parole che ti ho detto e buttale a mare, buttale dentro al cesso, buttale dove vuoi tu. Il contratto per l’America l’ho stracciato quindici giorni fa, quello per le canzoni, stamattina. Pure se almeno una sono riuscito a inciderla.

Io, Signor Marche’, “un” sogno tengo, un sogno soltanto: e siete voi! Io, “una” famiglia tengo, Edoa’, e sei tu, più nostro figlio, quando arriverà. Ma tu ti credi veramente che a me mi importa delle canzoni…, del successo…? (Sorride ironico) Una volta ti dissi: “Io senza il teatro non ci so stare”. E non è vero, Edoa’, non è vero. Io senza di te non ci so stare. Ma quale autonomia, conquista, sogni…? Io mi sento libero soltanto quando ci stai tu, mettitelo bene in testa. E la tua vita, Edoa’, la tua vita… "malata", io me la tirerò finché posso. Io ti farò campare fino a cent’anni Edoardo, Marchese de La Ville,  e per una sola ragione, per un solo semplice motivo: egoismo! Il mio, ovviamente!

E adesso sei tu che mi devi stare a sentire bene: se intendi togliermi l’unico, l’unico e solo sogno della vita mia…, ti giuro, stavolta ti giuro io su quello che tengo di più caro al mondo, Edoa’, e cioè te, che sarai tu a non vedermi mai più!

Lunghissimo silenzio. Edoardo cammina per la stanza agitato e nervoso. Antonio lo osserva fare.

EDOARDO – (quasi con rabbia ma anche con una punta di felicità nella voce) Ma tieni sempre la battuta pronta?

ANTONIO – (con un inchino) Ho avuto un grande maestro! (E ridono. Improvvisa, la voce di Frida). 

FRIDA - (entra ridendo e gridando dalla gioia) Signora… Signora, venite, presto! E' nata! E' nata!

 

SCENA DICIOTTESIMA

Napoli, 1941.

Fervono i preparativi per la riapertura del "Completamente rinnovato, Cinema-Teatro Graziella". Irrompe in scena Titina. Ha tra le labbra la solita sigaretta.

TITINA - Ma vuje state ancora a chesto? E ve vulite movere, o no? Guardate, guardate... Quelle mancano due ore alla riapertura del glorioso "Cinema- Teatro Graziella" e chisti vruoccole se grattano ‘a panza int’’a cucina!

Piano, non rompete niente. E muovete, muovete... Aiza ‘e piere.

Mi raccomando: il fascio...!

Al centro deve stare!

E guai a voi se qualcuno entra nel camerino del signor Antonio; sta riposando e non deve essere disturbato. Anzi, tu, fa’ na cosa, vai a vedere se tiene bisogno di qualcosa.

(Pausa) No! Lascia stare. Ci vado io personalmente.

(Si avvia all’uscita) Ma lo volete capire o no che questa sera ci sta la Radio?! La Radio! Fetenti... (Nuovamente fa per uscire) Ah, n’ata cosa: chiudite bona ‘a porta d’a cammera ‘e Don Alfredo...

(Notando gli sguardi interrogativi dei lacchè) Maria Antonietta! Che a quello meno lo vedono e meglio è! Che fetienti... Che fetienti...

 

SCENA DICIANNOVESIMA

Napoli, 1941.

Interno camera da letto della Signora Marchesa. L’anziana donna siede con in grembo il solito coccio di terracotta in cui è sbocciata una rosa. Ma il colore di questo fiore non è quello del cielo, e i petali non sono bordati dal colore della notte. Frida è in piedi alle sue spalle. Sorride.

FRIDA - (esultante) Cosa è nato, Signora? Cosa è nato?

MARCHESA - (dopo una lunga pausa) Una rosa, Frida... Una rosa...

FRIDA - Colore del cielo?

MARCHESA - Colore del cielo.

FRIDA - Di che cielo, Signora? Di che cielo?

MARCHESA - Senza nubi, a primavera...

FRIDA - Senza mai più acqua nera...

MARCHESA - Aria fragile e pulita...

FRIDA - Con i suoni... Udite! Udite!

MARCHESA - Chiari, limpidi e rotondi...

FRIDA - I peccati ora son mondi...

MARCHESA - Liscia, tenera, odorosa...

FRIDA - Troppo bella è questa...

MARCHESA - (dopo una lunga pausa) Rosa...! (Sorridono. Altra pausa).

FRIDA - Adesso dovete morire, Signora? (La Marchesa annuisce mesta) State dicendo sì?

MARCHESA - Sì, Frida... Sto dicendo sì.

FRIDA - Posso venire con te? (L’anziana donna distoglie lo sguardo dalla rosa) Posso seguirti, Signora?

MARCHESA - Se… Se ti fa piacere, figlia mia...

FRIDA - (la solleva amorevolmente) Dammi la mano. (La Marchesa abbandona il vaso di terracotta) Andiamo via... Andiamo via, mamma...

SCENA VENTESIMA

EDOARDO – (Legge) Una delle mie ricorrenti e fastidiosissime febbricole mi aveva costretto a letto malgrado, quella sera, ci fosse la riapertura del rinnovato Cinema – Teatro “Graziella” dove Antonio era tornato ad essere la star.

Ero felice perché il testo del brano di apertura, “Viavai”, aveva voluto che glielo scrivessi io.

“Anni fa”, - mi disse – “io ho scritto una canzone per te. Tieni, questa è la musica di quella nuova. Stavolta mettici tu le parole”.

Meraviglioso Antonio.

Ero felice, dicevo, ma anche eccitato. Cercai mia madre e Frida per condividere con loro questa emozione.

Dapprincipio le chiamai soltanto, urlando, poi, sempre più forte, i loro nomi, cercandole stanza per stanza, solaio per solaio, cantina per cantina, fino a spingermi alla nostra piccola discesa a mare dove, d’estate, eravamo soliti prendere bagni di sole e di acqua.

Fu lì che le vidi galleggiare esanimi a trenta metri dalla riva, abbracciate, immobili, con i loro vestiti perennemente chiari che immersi nel mare sembravano formare il bocciolo di una rosa. Una rosa colore del cielo, i cui petali, per un clemente e iniquo scherzo della luce serale, risultavano contornati dalle tinte della notte. 

Piansi, vomitando le mie stesse parole:…

Un’esplosione di luci, colori, musica, paillettes, fondalini..., insomma: un’intera scenografia da varietà invade il palco del Teatro Graziella. Entrano in scena i ballerini seguiti da Antonio. Uno scroscio di applausi e di "bravo" si leva dalla platea. Titina osserva compiaciuta ed emozionata.

ANTONIO - (canta) Vita vai

                                Disperatamente vai…

                                Illusoriamente vai

                                Nel silenzio del tempo vai…

                            Vita vai

Ostinatamente vai

Senza sbalzi e passi fai

Il tuo eterno viavai. Viavai ….viavai…

Vita vai

Inseguendo il tuo viavai

Né misteri o scopi hai

Lentamente tu scorri e vai

Vita vai

Con costanza avanzi e vai

Né segreti o giochi fai

Se non il tuo viavai. Viavai…Viavai…

Ma poi

Un giorno domani

Ci saran sorprese

E poi

Sorprese ancora

Domani

Dal tuo stesso viavai

Durante l'esecuzione del brano di Antonio, Nina ha estirpato la rosa con le nude mani e l'ha seppellita con la terra contenuta nello stesso coccio di terracotta, poggiandolo, poi, capovolto, sul terreno a mo' di pietra tombale. Eppure, malgrado il sorriso che attraversa il suo volto, la mano che ha strappato la rosa ora sanguina copiosamente.

Improvvisa, la sirena del coprifuoco mette fine ad ogni cosa.

 

VOCE NARRANTE - E poi…, lontano e liberatorio, giunse il suono del coprifuoco. Le lacrime vennero subitaneamente risucchiate dai miei stessi occhi, e un solo nome risuonò nella mia gola (perdonami, mamma; perdonami se puoi):…

EDOARDO -  Antonio!

E corre via alla ricerca del suo uomo.

Nina, silenziosamente si allontana.

I clienti fuggono da ogni parte.

Titina tenta di trattenerli, poi, urlando, sputa contro i rombi degli aerei in volo.

Impazzisce…, forse.

Antonio, solo, al centro del piccolo palco dell' ex tabarin, sorride e nel dare l'addio con lo sguardo al "Salone Graziella", solleva il bavero della giacca.

Edoardo entra correndo nel Salone..

E i due si sorridono.

 

 

SCENA VENTUNESIMA

Napoli, 1946.

Due diverse camere da letto ciascuna con lettino singolo.

In una di queste, il figlio di Antonio, un bel ragazzo con gli occhiali, legge un libro; nell’altra, la figlia di Edoardo, bellissima nella sua impressionante somiglianza con la madre, pettina i lunghi capelli mentre ascolta la radio e sfoglia una rivista di cinema..

VOCE RADIOFONICA - E adesso, dalla splendida voce di Antonio Salvo, ascoltiamo "Ammore va".

Dalla radio si levano le note della canzone già sentita in altri tempi.

Entrano Antonio e Edoardo e si dirigono verso i rispettivi figli.

RAGAZZA - Avanti! (Alla vista del padre, la ragazza spegne la radio mentre il ragazzo si leva in piedi di scatto) Papà! (Si getta tra le braccia di Edoardo).

ANTONIO - (al figlio) Buongiorno...

RAGAZZO - Buongiorno babbo

ANTONIO - Posso sedermi? (Senza attendere risposta, siede).

RAGAZZA - (conducendo il padre a sedere) Qui, vicino a me... Come state?

ANTONIO - Bene, a quanto vedo.

RAGAZZO - Il dottore dice che passerà presto...

ANTONIO - Una forma influenzale...

EDOARDO - Sei bellissima...

RAGAZZA - (sorride) Usciamo?

ANTONIO - No, no… E' cattivo tempo...

RAGAZZO - Già ...

ANTONIO - Piove da due giorni...

RAGAZZO - Infatti...

ANTONIO - Ma domani tornerà il sole.

EDOARDO - No... Sono stanco...

RAGAZZA - Volete stendervi?

RAGAZZO - (mostra il libro al padre) Greco antico.

ANTONIO - Uhmm... Deve essere difficile.  (Un silenzio molto teso) La Tata vi ha consegnato il regalo che ho portato ieri?

RAGAZZA - (felice) No! (Chiama ed esce) Tata?!

EDOARDO – (imbarazzato e impaurito) Deve averlo nascosto in attesa della mia visita.

RAGAZZO - Grazie del pensiero.

ANTONIO - (pausa) Non lo aprite?

RAGAZZO - Lo farò quando... (La ragazza rientra con  un  pacco).

ANTONIO - (interrompendolo) Non lo aprite? (Silenzio. Il ragazzo prende il pacco e lo apre contemporaneamente alla figlia di Edoardo. I giovani restano inebetiti a guardarne il contenuto).

EDOARDO - Non... Non sapevo come dirtelo...

ANTONIO - A nulla varrebbe qualunque cosa voi diciate!

EDOARDO – E’ un ragazzo in gamba...

ANTONIO - Molto bella...

EDOARDO – Con i piedi per terra…

ANTONIO - E di buona famiglia.

EDOARDO - Colto...

ANTONIO - Educata...

I ragazzi estraggono dalle scatole i rispettivi regali: un abito da sposa e uno da cerimonia.

EDOARDO – E’ per domenica prossima.

ANTONIO – I documenti sono già pronti.  

EDOARDO – Addio.

 Antonio ed Edoardo vanno via.

I due giovani restano immobili per alcuni istanti, poi la ragazza lascia cadere l’abito da sposa e lo calpesta. Il ragazzo, invece, abbandona l’abito sul letto e prende a sbottonarsi la camicia. Poi, in un impeto d’ira, raccatta il libro che stava leggendo e lo strappa.

VOCE DI BAMBINO - Tata...? Tata, quando torna dal viaggio, papà? Chi è mamma? Chi è ...?

VOCE DI BAMBINA - Tata..? Dov’è papa? Quando torna? Tata... sei tu la mia mamma? Sei tu...?

E si vestono da sposi.

Entrambi di bianco.

SCENA VENTIDUESIMA

Napoli, 1946.

Riapertura del locale “Graziella’s – Adults Only  XXX”.

L’apparizione di Titina, ormai ottuagenaria, è preceduta dalla sua fastidiosa tosse.

I due ragazzi, intanto, entrambi, con intenzioni diverse eppure con la stessa anima spaccata in quattro, intonano, a tratti, i primi due righi della canzone “VIAVAI” vestendosi da sposi.

 

TITINA -

Tickets… Tickets… Come on, Joe, come on…

The war is end… ‘E girl… ‘O show…

Tickets… Tickets… ‘A guerra nun ce sta.

Fernuta è ‘a guerra! Comincia il varietà!

Ce stanno pure ll’angeli ca volano.

‘O ciuccio parla e ‘o diavolo sta ccà.

‘E Iluce mò s’appicciano e se stutano.

E ‘a musica stunata, stunata sunarrà.

Tickets... Tickets... faciteve cchiù accà.

Trasite... Trasite... Comincia il varietà.

‘E femmene so’ annure, senza vesti,

senza nu muorzo cchiù ‘e dignità.

Sti femmene so’ brutte, brutte assai,

ma vuje parite ‘e nun ve ‘n’addunà.

Tickets... Tickets... Faciteve cchiù accà.

Trasite... Trasite... Comincia il varietà.

‘E purcarie? ‘E purcarie so’ ammesse. Comme no!

‘E purcarie so’ ammesse dint’’o cesso.

Nell’urdema filera meglio ancora.

Si vuje vulite, ‘a sulo o in compagnia,

qualunque cosa! Ma l’aita pavà.

Tickets... Tickets... Faciteve cchiù accà.

Trasite... Trasite... Comincia il varietà.

Purtateve a marenna da la casa.

‘E noccioline, ‘a birra, ‘a ‘mpustarella.

Chiavatancelle ‘nfaccia si vulite.

Ca sulo ‘e sorde vuje ce avita dà.

I due ragazzi, ormai pronti, si avviano verso il fondo dove raggiungono la sommità di una torta nera. Lì, si guardano, sorridono, si piacciono…

Tickets,,, Tickets ... Come on , Joe, come on ...

The war is end... ‘E girls, ‘o show...

Tickets... Tickets... Faciteve cchiù accà...

Trasite... Trasite...! Comincia il varietà!

E Titina muore.

SCENA VENTITREESIMA

Un lungo silenzio attanaglia la scena. 

ANTONIO - Dillo! (Pausa) Lo tieni sulla punta della lingua... Jà, dillo! (Pausa) Lo faccio io? E va bene...: “che cattiveria!”. E’ questo che stai pensando, eh? “Cattivi...”. Noi! Forse sì...

EDOARDO - Avremmo potuto dirglielo prima... Combinare le cose in modo tale da farli incontrare…, conoscere quasi per caso...

ANTONIO – Sì… Anche a rischio di compromettere vent’anni di attesa...

EDOARDO – (subitaneamente) No… Forse no. (E sorride) Non siamo stati cattivi.

ANTONIO – (unendosi a quel sorriso) Non siamo stati cattivi, Edoa’, perché mò possiamo cominciare ad amarli veramente. Recuperare tutto il tempo perduto. Comportarci da “nonni” sapendo che siamo “padri”. E queste cose non le sto dicendo così, tanto per dire. Ci credo veramente Edoa’. (Pausa. Edoardo allunga timidamente una mano. Antonio la stringe forte tra le proprie) E poi, vuo’ sape’ ‘na cosa? Io credo pure che quei due ragazzi sono nati per stare assieme. Si vorranno bene... Saranno felici. Noi abbiamo soltanto accelerato i tempi... Ma tu hai visto ‘ncopp’all’altare comme se guardavano? Sono entrati nella chiesa con uno sguardo truce... quello sì, cattivo! E po’, hanno accumminciato a se “fittià”..., a scrutarsi. E quanno ‘o prevete ha ditto: “Vuoi tu…”, il “Sì” è uscito fuori con chiarezza! Sincero! E se so’ squagliati comm’’a ddoje pere cotte. (Sorridono) Stamme a senti’ a me: saranno felici. E mò, a noi non resta che aspettare, con serenità.

EDOARDO - Non siamo fatti per la serenità, Antonio. Forse non riusciremmo neanche a sopportarne il peso.

ANTONIO - Uhmm…? E noi proviamoci lo stesso. Domani mattina andiamo al mercato e vediamo se qualcuno ci vende mezzo chilo di serenità.

EDOARDO - E la cuciniamo con la cipolla...

ANTONIO - A fuoco lento lento... Tanto a chi dobbiamo dare conto?! Abbiamo aspettato tanto tempo, mò vuo’ vede’, un anno in più, uno in meno...

Ma tu ci pensi, Edoa’? Ancora pochi mesi e la nostra favola...

EDOARDO - Come lo chiameremo?

ANTONIO - (dopo una pausa; interdetto) Non ci ho mai pensato... Che strano... Tutto  questo tempo... e io non ci ho mai pensato...

EDOARDO - Io sì! Io ci ho pensato spesso.

ANTONIO - E perché non me l’hai mai detto?

EDOARDO - Non lo so... Mi sembrava… ridicolo parlarne... Però ci ho pensato... Tanto! Nostro figlio, Anto'... Tuo e mio soltanto...

ANTONIO - (commosso) Edoa’...

EDOARDO - Se il frutto dei nostri due fiori nascesse femmina, lo chiameremo Rosa.

ANTONIO - Sì... Sì, Rosa…

EDOARDO - Se maschio, invece, sempre una rosa sarebbe ma, mischiando un po’ le lettere, ...Saro!

ANTONIO - Saro...! Saro o Rosa...! Sì, sì, sì...

EDOARDO - (al colmo della felicità) Sono contento che ti piacciano. (E fa per dare un bacio sulle labbra al suo compagno).

ANTONIO – (si scansa guardandosi attorno) Edoa’…!

EDOARDO – (come a dire: E smettila) Antonio…!

INTERMEZZO 

1955

SCENA VENTIQUATTRESIMA

Napoli, 1955. Casa de La Ville.

VOCE DI SARO BAMBINO – Nonno? Dov’è nonno Antonio?

EDOARDO – (entrando e sedendosi a terra come a porsi di fronte a un bambino) Al lavoro, Saro. Lo spettacolo finisce tardi.

VOCE DI SARO BAMBINO – Lo posso aspettare sveglio?

EDOARDO – No, devi andare a letto.

VOCE DI SARO BAMBINO – Ti prego, nonno.

EDOARDO – Saro…

VOCE DI SARO BAMBINO – Ti prego, ti prego, faccio il bravo.

EDOARDO – Adesso ti racconto una storia e poi vai a nanna. Allora:…

VOCE DI SARO BAMBINO – Nonno? Dove sono mamma e papà?

EDOARDO – (pausa) Lo sai.

VOCE DI SARO BAMBINO – Dimmelo un’altra volta.

EDOARDO – Lo sai già.

VOCE DI SARO BAMBINO – Per piacere…

EDOARDO – (con molta fatica) Una notte… di qualche tempo fa…, tu rimanesti a dormire qui, da nonno Antonio e nonno Edoardo. E Gesù, quella notte, decise di volere accanto a sé la tua mamma e il tuo papà.

VOCE DI SARO BAMBINO – Cattivo Gesù!

EDOARDO – (non sa cosa rispondere) C’era una volta…

VOCE DI SARO BAMBINO – Cattivo e brutto!

EDOARDO – (insistendo teneramente) C’era una volta un paese…

VOCE DI SARO BAMBINO – Un… Un paese…

EDOARDO – C’era una volta un paese incantato…

VOCE DI SARO BAMBINO – Incantato…

EDOARDO - …dove, sul suo unico monte, spiccavano le torri di un grande castello magico.

VOCE DI SARO BAMBINO – Castello magico… (Antonio entra in punta di piedi e sorride).

EDOARDO – Questo paese incantato era governato da un principe.

VOCE DI SARO BAMBINO – Che viveva nel castello.

EDOARDO – (ride) Un bel giorno, questo Principe si innamorò di un bellissimo ragaz…

ANTONIO – (prontamente) Edoa’?!

VOCE DI SARO BAMBINO – Nonno?!

ANTONIO – (senza mai distogliere lo sguardo da Edoardo) Ciao Saruccio.

VOCE DI SARO BAMBINO – Ce l’ho fatta ad aspettarti sveglio, hai visto?! Vieni qua. Nonno Edo mi sta raccontando una favola. Vieni! (Antonio si avvicina e si pone, in piedi, di fronte al suo compagno). Allora…? Di chi si innamorò il Principe?

EDOARDO – (sempre guardando Antonio) Di… Di un…

ANTONIO – (in un sussurro) Edoa’…

EDOARDO – (sta per piangere) Di un bellissimo…

ANTONIO – (c.s.) Ti prego, Edoa’, non lo fare…

EDOARDO – (piange) Di un bellissimo… uccello canterino… dalle piume nere…

VOCE DI SARO BAMBINO – Nonno…?

EDOARDO - …venate d’oro…

VOCE DI SARO BAMBINO –  Perché piangi?

EDOARDO – Questo uccello era… era…

VOCE DI SARO BAMBINO – Nonno…? Nonno Edo…? Perché stai piangendo? Che ho fatto? (E anche il piccolo Saro si unisce al pianto infantile del nonno).

ANTONIO – No, no, no… No, Saro, no… Non piangere, piccerillo mio. Mò nonno Edo e nonno Totò ti insegnano un gioco. Guarda! (Va da Edoardo e compie il loro ricorrente gesto d’amore che consiste nell’unire le fronti mentre si accarezzano il volto con le mani. Antonio, così facendo, ne approfitta per liberare il proprio compagno dalle lacrime). Guarda Sarù!

VOCE DI SARO BAMBINO – E… E che vuol dire?

ANTONIO – Vuol dire: ti voglio bene. Vuol dire…: ti sto dando un bacio. Vuol dire che quando lo fai, tu ami quella persona. E questa è una cosa che si può fare pure in mezzo alla strada… Senza che nessuno ti può dire niente.

VOCE DI SARO BAMBINO –  Che vuol dire che lo ami?

ANTONIO – (senza mai distogliere lo sguardo dai candidi occhi di Edoardo) Vuol dire… Vuol dire dedicarsi del tempo… Guardare di più negli occhi una persona… Guardarla meglio… E poi vuol dire… pensarla sempre… Ma sempre sempre sempre, anche quando devi far finta che non lo stai facendo… (Si riprende) E mò è meglio che la finiamo qua perché se si mette a piangere pure Nonno Antonio ‘sta stanza addeventa ‘nu lavenaro…

EDOARDO – Andiamo a dormire, Saro…

VOCE DI SARO BAMBINO –  Ciao nonno Totò…

ANTONIO – Ciao, Sarù, buonanotte.

VOCE DI SARO BAMBINO – (la voce si allontana) Nonni…? Nonni…, siete l’amore… Nonni…?  Nonni?!

 

Edoardo, prima di allontanarsi, compie nuovamente il gesto d’amore al suo compagno.

E sui due, cala lentissimamente il buio.

 

PARTE TERZA

6, 7 e 8 gennaio 1980

 

SCENA VENTICINQUESIMA

Napoli, 6 gennaio 1980. Camera da letto di Edoardo e Antonio.

VOCE NARRANTE –  “Fra qualche istante si desterà, aprirà i suoi grandi occhi neri e, subito, il suo sguardo, il suo sguardo, per mia fortuna, ancora innamorato, mi cercherà. E forse, forse sarà soltanto allora che io troverò il coraggio e la forza interiore di chiederglielo.

Se lui accetterà, la favola, la nostra favola d’amore, durata più di sessant’anni, avrà raggiunto davvero la sua meritata e radiosa… fine”.

 

Edoardo de La Ville, di anni 79, è adagiato sul letto in una posa stanca e malata. Su una poltrona al suo fianco siede Antonio Salvo, di anni 89, tenendogli una mano. Si sono entrambi appisolati. E’ l’alba. 

Edoardo apre gli occhi e sorride al suo uomo addormentato. Poi tenta di avvicinarsi alla mano di Antonio per baciargliela. Questo gesto sveglia l’anziano chansonnier.

ANTONIO – (stropicciandosi le palpebre con la mano libera) Sono qui.

EDOARDO – (tornando pesantemente a stendersi con un sorriso) Lo so. (E guarda intensamente Antonio).

ANTONIO – (gli sorride) Tu tieni questa abilità di chiedermi le cose con gli occhi… (Sospira)  Li ho letti, li ho letti, sì. (Pausa) E li ho pure spediti. (Edoardo sorride).

EDOARDO – Antonio…? Io… ti ho mai chiesto nulla?

ANTONIO – (ci pensa) Sì… Una volta.

EDOARDO – (sorpreso) Quando?

ANTONIO – Quando mi chiedesti che cosa volevo per cena. (Edoardo fa per ridere ma il dolore è troppo forte) No. No, Edoa’. Tu non hai mai avuto il tempo di chiedermi niente. L’ho sempre fatto prima io.

EDOARDO – (ancora sorridente) E adesso è venuto il momento di pareggiare i conti.

ANTONIO – (divertito) Ah!

EDOARDO – Una volta e per tutte. Il favore che ti chiedo vale per tutti quelli che tu credi siano stati i favori che ti ho fatto io.

ANTONIO – (divertendosi) Ah, ma allora, non erano…

EDOARDO – Uccidimi Anto’. Uccidimi tu. Non farmi aspettare… (E non sa più che dire).

Antonio si libera con dolcezza della stretta di mano di Edoardo e si avvia all’ampia vetrata. Non una lacrima, non un pensiero triste.

Lentamente, un sorriso si stampa sul suo volto, ed è con quel sorriso che ritorna a guardare il suo compagno.

ANTONIO – Va bene. (Edoardo sospira felice e si unisce al sorriso) Ma prima… posso darti un bacio?

EDOARDO – Sì…

ANTONIO – Uno dei nostri baci veri?

EDOARDO – Sì, sì, sì… Quanti ne vuoi, Anto’.

Antonio si stende al fianco di Edoardo, Marchese de La Ville, e, lentamente, senza fargli troppo male lo gira verso di sé. Lo bacia sulle labbra dapprima con infinita dolcezza, poi con passione crescente.

Edoardo tenta un sorriso. Antonio lo stringe più forte a sé.

Edoardo tenta di indurlo a spostarsi. Antonio gli prende la testa fra le mani.

Edoardo tenta di allontanarlo da sé. Antonio stringe e preme più forte sulle labbra il volto della sua vera vita.

Ed è allora, soltanto allora, che il vecchio più giovane di dieci anni comprende, e stavolta è lui a stringere più forte a sé la sua unica vita, aggrappandosi al corpo del suo uomo fino a che… Fino a che!

Il vecchio più vecchio di dieci anni, adagia il corpo di Edoardo al suo fianco e lo ricompone in una posa naturale, come se stesse riposando.

ANTONIO – (guarda Edoardo negli occhi ancora aperti, e che tali rimarranno  fin nella tomba) Non ti preoccupare, cuore mio. Questo respiro che mi hai dato è l’ultimo regalo che mi fai, perché fra un po’… te lo restituisco.

   

Si allontana e parla lentamente ad un ipotetico interlocutore.

   

Noce! La base e i laterali li voglio in noce. Forti! Eterni!

Il coperchio, invece, dev’essere di cristallo, con una cerniera a un lato per poterlo aprire. E con una chiusura talmente ermetica che non deve passare neppure un filo d’aria.

Sì, ha capito bene: cristallo!

Eh…, che ci volete fare, le ultime volontà vanno rispettate.

E chi vi ha detto che sono quelle del defunto? Le ultime volontà in generale, perché anche quelle dei vivi vanno rispettate. Soprattutto se sono le mie!

Vi ho, forse, fatto questioni di prezzo? E allora?

E poi la voglio grande: lunga due metri e larga almeno un metro e mezzo.

No, non è una matrimoniale, faccia poco lo spirit…

(Pausa. Sorride) Eh già, questa volta tenete ragione voi: sembrerà quella della Bella Addormentata… Soltanto che dentro…, dentro ci sarà un Principe. Un vero Principe!

Va a sedere al tavolino di un bar.

 

Zitto, zitto, nasce il bimbo... Guarda, cresce... Nasce il bimbo... Cu ‘o vellicolo cchiù fora... Ma che ammore... Ma che ammore... Edoa’, tu ‘o vide buono? Assumiglia a te o a me...? Gnicchi gnacchi, biberon... Pannolini e cucchiaini... Addo’ vaje? Mò te ne vaje? Chi s’’o cresce, dimmi a me? Quant’è bello... Quant’è bello... Ma ch’ammore... E comm’è doce... E’ d’’o nuosto, ‘o ssaje o no? E’ d’’o nuosto, e basta mò! ‘O lattuccio, ‘a caramella... Cresce, guarda, cresce, cresce... Nonno, nonno, ninna ò… Pate, pate, ninna à... Ninna nonno... Nonno e ninna… Addo’ vaje? Mò te ne vaje? E ‘a pappella chi ce ’a dà...? Zitti, zitti, dorme ‘o ninno... Ninno nonno, nonno ninno... E’ d’’o nuosto, ‘o saje o no...? E’ d’’o nuosto e basta mò!

 

Si fa luce su tutta la scena e scorgiamo l’uomo del prologo, la Voce Narrante, il sosia del Marchese Edoardo da giovane, in altre parole: Saro, che guarda suo nonno Antonio con fare di sfida.

SARO - (getta ai piedi di Antonio i quaderni dalla copertina nera) Perché cazzo me li hai mandati?

ANTONIO - Saro...? ‘A quantu tiempo... Che d’è? Nun me dai manco nu bacio? (Saro indica i quaderni) I quaderni di tuo nonno? (Ne raccatta uno)  Ti appartengono... Sono tuoi... E poi, a chi altri avrei dovuto mandarli? Siamo rimasti solo noi... (Breve pausa) E’ una bella storia, eh?

SARO - (ci pensa) No!

ANTONIO - Uhmm...? A me pareva bella. (Gira lentamente una pagina del quaderno e legge) "Spiritos…". (Un groppo in gola gli impone il silenzio) Sì, forse è un poco... (Pausa) Saro...? Ma tu veramente ti sei  creduto questo fatto? Tu overamente hê penzato ca tutto chello ca ce sta scritto ccà ‘ncoppo è overo? (Ride).

SARO - Non ci trovo niente da ridere!

ANTONIO - Ah…, per questo stai tutto allampanato?! (Continua a ridere) Ma nun è overo niente...

SARO - Non dirmi fesserie, tanto non ti credo. (Antonio non riesce a trattenersi) Nonno!

ANTONIO - Scusami... Scusami, Sarù…,  ma è troppo comico...

SARO - Vi siete comportati come... come due animali... Due bestie!

ANTONIO - (smette di ridere. Silenzio. In un crescendo di rabbia) Non ti permetto di parlare così di Edoardo! (Tenta di colpire il giovane con il bastone ma perde l’equilibrio e cade).

SARO - (accorrendo) Nonno...

ANTONIO - (allontanandolo) Vattenne! Ce la faccio da solo. (Infatti riesce a sollevarsi e a sedere) Di me non me ne importa niente... Tu a me mi puoi dire tutto quello che vuoi... (Duro) Ma a Edoardo no!

Primo, perché non c’è più, e non sta bene parlare di chi non c’è più! Secondo, perché era buono... Puro! Comm’a nu bicchiere d’acqua ‘ncopp’’o comodino primma ‘e t’addurmi’…E llievete chella resatella ‘a faccia o si no, viecchio e bbuono, m’ajzo e te sgommo ‘e sanghe! Tanto, tu già la sai la verità. Ci siamo co…

SARO – Vi siete  siamo conosciuti il giorno del fidanzamento ufficiale dei miei genitori.

ANTONIO - Non lo…

SARO – Non lo avevi mai visto prima, lo so.

ANTONIO – Te lo giuro, Saro!  (In altro tono) Te lo giuro… sulla vita mia! Ci piacemmo... Ma no comme pienze tu! E mi offrì di andare a vivere in un’ala abbandonata del suo castello insieme a tuo padre, tua madre... e te!   

    Io accettai. Ma i tuoi genitori no! Volevano essere liberi, indipendenti, starsene p’’e fatte lloro... E morirono…

SARO – E morirono abbracciati dentro al sonno sotto le macerie di un quartino pericolante preso in affitto, lo so, nonno!.

ANTONIO - (urlando con commozione) Tu ti sei salvato perché stavi con noi... Con i nonni! (Tenta di calmarsi ma vi riesce a malapena) Siamo stati maledetti… Quando una storia nasce bene non può finire allo stesso modo. E' comme a quanno 'nu criaturo nasce bruttulillo, stai sicuro che dopo pochi mesi è 'o cchiù bello 'e tutt''o rione. E viceversa. Stringemmo amicizia, e quella tragedia ci ha stretti ancora di più. Che d'è, un male? E' peccato? (Di nuovo fuori di sé) Che canchero ne saccio pecché ha scritto ‘sta storia. E’ una favola, l’ha ditto isso stesso. Io che c’entro? ‘A vuo’ appiccia’? ‘A vuo’ straccia’? E stacciala! Stracciala, comme facette tuo padre con tutti i suoi libri ‘o juorno d’’o matrimonio. L’intera biblioteca rumpette, a muorze, a cavece, a pugni... Per poi, però, attenzione…, per poi, nei mesi a venire, ricomprarsi ogni volume, uno ad uno; ‘a ‘copp’’e bancarelle s’’e ghieva scartanno... ‘O vuo’ fa’ pure tu? E fallo, Saro, fallo! Anzi, facimmelo assieme! Stracciammo... Stracciammo...! (Afferra un quaderno e fa per romperlo).

SARO - (si precipita a togliere il quaderno dalle mani del nonno) No! No... (Raccatta i quaderni, li stringe al petto, siede a terra e piange).

ANTONIO - (sorride e gli accarezza i capelli) Saro... Saro... Nun chiagnere piccerillo mio... ‘A vita è ‘na canzone... Di durata variabile... In media, tre minuti. Ma chi lo può dire? Manco il maestro che la scrive a volte sa quanto dura...

SARO - (tra i singhiozzi) Saro... Io mi chiamo Saro...

ANTONIO - Saro, ti chiami, Saro… Ed è pure un bel nome...

SARO – Saro… Saro… (Cerca il suo nome sui quaderni e, con gioia, lo trova scritto più e più volte).

ANTONIO - Saro è un nome bellissimo…

(Qualcosa accade.

Un ricordo improvviso, una musica lontana, un'apparizione, un… Non si sa.

Ma qualcosa accade).

Zitto... Zitto... Vattenne mò... S’è fatto tardi... Puortatella ‘a casa chesta storia. E fanne chello che vuo’ tu...

SARO - (si solleva e asciuga le lacrime) Ci vediamo domani.

ANTONIO - Sì... Domani... Ah, Saro… Quanto manca?

SARO – (sorride) Ci siamo quasi, ormai.

ANTONIO – Uhmm… E come lo chiamerete.

SARO -  Se femmina, abbiamo pensato di chiamarla… Rosa, se maschio… Antonio.

ANTONIO – (sorride e ripete) Antonio… (Pausa) Saro? Senti…, un’ultima cosa…, ma non ti offendere però, adesso i nomi…”normali” non vanno più di moda… Sarebbe meglio un nome… più antico… Che so…?

SARO – (sorride) Edoardo? (Antonio annuisce senza riuscire a profferire più parola) Va bene.... Si chiamerà Edoardo.

ANTONIO – (in un sussurro) Grazie…

SARO - (fa per uscire poi torna sui suoi passi e compie su Antonio il famoso gesto d’amore visto in altri tempi ed altri luoghi) Ciao nonno.

 

E il vecchio chansonnier rimasto solo, si dirige nelle segrete del castello de La Ville dove scorgiamo una grande bara dal coperchio di cristallo.

Sembra davvero una di quelle descritte nelle favole.

ANTONIO – “Lo giuro... sulla vita mia...”. (Sorride) E che me n’aggia fa’ cchiù d’a vita mia? Ma te pare giusto chello ch’hê fatto? Eh, ridi tu, ridi... Scrivere tutte chelli ccose... Io? E che c’entro io? Le ho soltanto recapitate al destinatario... (Sorride) Quanto si’ bello...

(Si spoglia dei suoi abiti e indossa un pigiama) 

Edoa’, io ti ho sempre raccontato tutto della mia vita, non ti ho mai nascosto niente. Eppure ci sta una cosa che non ti ho mai detto. E se te l’ho detta, non te l’ho mai detta bene.

(Sorride) “Napoli, 8 gennaio 1920”: …ti amo. “Napoli, 8 gennaio 1921”: ti amo. “1922”: ti amo.  ’23: ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo… (Continua scoperchiando la bara con estrema cautela e coricandosi al fianco del suo compagno che conserva ancora gli occhi aperti) Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ti amo…

Oggi, 8 gennaio 1980, mezzanotte meno un minuto, ti amo ancora. Sessanta volte ti amo, Edoa’! E te lo dico adesso perché… perché adesso non ho più paura. Non tengo più paura di niente, Signor Marchese.

Ti ricordi, core mio, ti ricordi quando dicesti: “E pure la morte deve aspettare tutto il tempo che vogliamo noi. E se viene prima che abbiamo finito le diciamo che siamo impegnati e che, purtroppo, non la possiamo seguire”… Ecco, Edoa’…, mò abbiamo proprio finito. Ce lo siamo cresciuti proprio bene, eh amo’? Ma quanto si’ bello!   

(Una luce, in tutto simile a quella della luna che li trovò seduti negli stessi sotterranei anni ed anni prima, li bagna con dolcezza)

Tie’, pigliati il tuo respiro. Te lo restituisco.

E pigliati pure il mio.

Per piacere.

Chiuse il coperchio di cristallo e lo baciò per tutta la notte.

Tutta la notte. Tutta la notte. Fino a che...

Fino a che!

                    

Lentamente, le note di  “Ammore va” invadono la storia.

VOCE NARRANTE – Ma li avete mai visti due uomini baciarsi?

Avete mai, mai visto veramente due uomini vecchi baciarsi?

E ancora: avete visto mai, mai al mondo, un morto baciare un vivo?

Io sì!

Io l’ho fatto!

Ed è stato bello, signori.

Bello!

 

                                                                fine

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