SELVATICA
monologo teatrale di GIULIANO MANGANO
Ancora non mi sono abituata. Gli amici mi annoiano. E non vedo lora di appartarmi. Sar che non sono buona di stare in compagnia. Che mi chiamano selvatica. E non a torto. Sar che almeno le ferie voglio godermele in pace. Tranquilla. Lontana dal frastuono della gente. Dalle loro chiacchiere inutili. Inopportune. Ma lerrore di questanno, certo, non lo ripeto pi.
" Vedrai " mi hanno detto. Ma tutto s risolto, ancora una volta, nel caos e nel disordine. A mio svantaggio.
Daccordo, il paese meravigliosamente isolato. Sperduto tra le montagne. Addirittura ai confini della Svizzera. Un tempo rifugio sicuro di banditi - dicono. Ma con ci? Ho dovuto sapermi adattare e prendere in affitto una camera a quattro.
Non che le mie compagne, intendiamoci, mi diano eccessivamente fastidio. Ma, come dire?, sono sempre, per me, delle intruse. Ospiti inattese e non gradite. Fortuna che poi, di giorno, me ne scappo via. E allora dimentico ogni contrattempo. Finalmente libera. Selvatica, appunto.
Ma la sera, " facciamo questo, facciamo quello ... andianmo a ballare di qui, andiamo a ballare di l ", e cos via: la sera un tormento. Che mi lascino prender fiato, almeno qualche volta. E inmvece no. Ogni giorno nasce una novit.
Il Luciano ha comprato un nuovo long playng. Il Mario compie gli anni. Roby ci ha invitate a cena. Eccetera.
Inutile ripetere come di sera mi ritrovi spaesata in mezzo a tanta confusione.
Dunque, di giorno lascio il paese.
Mi sono trovata un posticino riparato dalla presenza indiscreta degli altri. E non mi stato nemmeno difficile. Lho scovato quasi per caso una mattina che il sole picchiava forte e avevo bisogno di un riparo allombra.
Vi ho fatto la mia dimora, in modo che nessuno venga a disturbare. Perch il luogo non dista pi dunora di cammino dal paese e qualcuno potrebbe scoprirlo.
Non lontano a circa venti metri, un torrente precipita a valle. Fragorosamente. E tuttintorno silenzio. O meglio, la voce della natura.
Romantica? No. Rifiuto decisamente questo termine da telenovela. Piuttosto introversa. Scontrosa. Amante unicamente di me stessa. In una parola: selvatica.
Ora, non vorrei fare unautodifesa. Ma mi sembrano molto pi romantiche di me quelle amiche - chiamiamole cos - che pretendono di star sempre accollate ad un uomo, stile ultimo romanzo rosa. Diamine, non le posso soffrire. La vita, per loro, pare finire in una sala cinematografica, in un giradischi ad alta fedelt, o in un metro quadro dautomobile. Di lusso naturalmente.
Cattiva? Forse. Ma intendiamoci, unicamente perch pretendono che anchio conduca unesistenza del genere. Ho saputo persino che qualcuno ha affermato che piuttosto che condurre una vita come la mia si sparerebbe. Beato lui! A me piace questo modo di vivere: non sopporto la presenza degli altri. Che volete: sono fatta cos.
Del resto, guardiamoci un po meglio allo specchio, noi donne. E non si tratta di lanciare accuse contro nessuno. Non sono fenmminista. Voglio semplicmente scoprire il nostro vero volto: come siamo. Senza falsit. O sottintesi. Non dunque pi romantica quelleducazione che fin da piccole ci costringono a subire? Quelle bambole che ci mettono fra le mani fin dai primi mesi della nostra vita?
Per crescere meglio, si afferma. Ma meglio come? Come ha detto la televisione, diamine!
Insomma, a costo di ripetermi, il mio amore per la solitudine, la pace,il silenzio non di sicuro affettazione romantica. E la mia stessa esistenza. Non so se mi spiego.
*** ***
" Dove diavolo vai? " Nino mi rincorre con i suoi passi corti e veloci. " Si pu sapere dove ti nascondi? "
Adesso mi ha raggiunto e cammina al mio fianco.
Non mostro troppo piacere della sua compagnia. E glielo faccio capire. Apertamente. Ma lui continua a tenermi dietro. In maniera decisa. Come un cane da caccia. Non molla la preda.
Allora mi fermo e gli punto lindice sul petto.
Tragicamente:" Dove vdo io tu non mi puoi seguire."
Scoppia a ridere, grattandosi la testa.
" Ma va ... " sogghigna. E mi precede sul sentiero che conduce al mio rifugio. Spedito.
E impossibile, penso, che conosca il mio rifugio.
A meno che mi abbia scoperta senza che io me ne sia accorta.
Pu darsi. Dubito.
" Sono tre anni che faccio le ferie qui, sai? " dice intuendo i miei pensieri. E indica proprio il mio posto.
Ne sono delusa. Amareggiata.
" Beh! " prosegue leggendomi la delusione sul viso " comunque lo sappiamo solo tu ed io ".
E come per dar maggior conferma alle sue affermazioni mi mostra una pietra con inciso il suo nome. "
N-i-n-o " pronuncia sillabando " Solo il mio nome. Vedi? Nessun altro stato qui".
Al momento non penso che pu averlo inciso il giorno prima. Ma ci serve a calmarmi.
Temporaneamente.
*** ***
" Speriamo che il tempo tenga " ed lunica frase pronunciata da Nino in tutta la mattina. Per il resto, come se non ci fosse. Allora mi accorgo che Nino appartiene alla mia razza. Di quelli a cui piace star soli e non si intromettono negli affari degli altri. La sua discrezione nei miei confronti rasenta la villania. Ma non siamo ad una festa di societ. E mi va bene cos.
Adesso che ci siamo abituati insieme senza darci fastidio, possiamo permetterci qualche parola. Glielo dico mentre strappo nervosamente lerba. Ride senza rispondere.
Ecco luomo che riuscirei a tollerare se dovessi maritarmi.
Mi dico. E penso con amarezza al tempo sprecato con Gianni e con gli altri che mi sono ritrovata a frequentare.
" Comunque sbagli" interrompe i miei pensieri, abbassando gli occhi come per timidezza.
" La societ societ " afferma " e bisogna stare al gioco. Sottomettersi. "
" Sottomettersi come? "
Parla per enigmi e non riesco a capire. " Spiegati" gli rispondo dubbiosa.
Ma lui si distende sullerba e non mi ascolta pi.
O forse non mi ha mai ascoltato. Ed era solo un colloquio con se stesso quello che finora ha sostenuto.
Bisogna stare al gioco. Penso. Ma quando il gioco pi forte di noi? Allora?
" Daltra parte " riprende " solo unobbedienza formale che ti viene richiesta. Possono toglierti le corna che hai in capo, ma non le idee. "
" Quali corna? " mi preoccupo di ribattere.
" Non ti ricordi la favola dello stambecco sognatore?"
" No " ribatto." Non ne ho mai udito parlare. "
" Ascolta, dunque.
*** ***
Cera una volta uno stambecco che pensava in modo diverso dagli altri. Ma soprattutto sognava. Infatti, non piacendogli la vita che conduceva, voleva provare altre emozioni, altre esperienze, e passava i suoi giorni sempre immerso nei pi strani e svariati pensieri: nonch nei sogni pi astrusi e letali. Per questo lo chiamavano lo stambecco sognatore.
Un giorno, stanco della vita che conduceva, "monotona e priva di libert ", cos affermava, decise di andarsene via dal branco. I pi vecchi lo rimproveravano, profetizzandogli sventure infinte e guai mortali.
" Guarda " gli ribadivano " che poi te ne pentirai. Da solo nel bosco troverai i lupi che ti assaliranno e ti uccideranno."
" E io li prender a cornate," ribatteva lo stambecco sognatore.
" S, a cornate! " dichiaravano i vecchi. " Vedrai che le corna tue non serviranno a nulla. La forza del lupo tale che prima te le strapper dalla testa le tue corna, e poi ti uccider."
" Pu darsi." rispondeva lo stambecco, sicuro di s. " Ma io desidero essere libero, andarmene dal branco, agire come voglio io, secondo i miei ideali, la mia volont.
Il lupo mi potr togliere tutte le corna che ho in testa, ma le idee no, quelle rimangono mie e nessuno me le strapper: nemmeno il pericolo della morte. "Certo che una volta allontanotosi dal branco lo stambecco si sent un altro. Finalmente libero! Si diceva.
Finalmente respiro, cammino, rido, scherzo, salto, gioco, come voglio io. Non ho nessun vecchio alle mie spalle che mi ordina ci che devo eseguire. Non ho nessun compagno che mi impedisce di agire secondo le mie idee, i miei pensieri. Che bello!
E venne la sera, come puoi bene immaginare. Il vento sembrava urlare pi forte del solito. Ed insieme con la voce del vento arriv lululato dei lupi. Lo stambecco sognatore, che incominciava ad avere un po di paura per quella improvvisa solitudine che si ritrovava ad affrontare, si rifugi presso una grotta, credendosi finalmente al sicuro.
Ma non fu cos.
Ben presto lululato dei lupi si fece sentire pi da vicino, fino a quando non vide apparire proprio sulla soglia della grotta il muso terribile dun lupo.
Mi difender, pensava lo stambecco. Pagher cara la mia pelle, se mi vorr. E gli vennero in mente le parole dei vecchi del suo branco.
" Avevano ragione?" Si domandava il sognatore.
" Certo che no! " si rispondeva. " E vero: sono di fronte ad un lupo terribile. Sto per morire. Ma ho potuto costatare lebbrezza della libert. Che i lupi mi tolgano pure tutte le corna che ho in testa. Di certo non riusciranno a togliermi le idee: le mie idee: per le quali ho vissuto, per le quali ora sto morendo."
*** ***
" Capisco. " rispondo a Nino finalmente risollevata " Ed appunto per questo che non voglio stare al gioco di nessuno. Non mi sottometter a nessuno. A costo di perdere tutto ci che mi pi caro, proprio come quello stambecco, intrepido davanti alle sue idee, davanti alla libert. "
" E sbagli "
" Che ti passa per la mente, Nino? " mi innervosisco " Come puoi permetterti di rimproverarmi o di darmi dei consigli? Non sono ancora la tua donna, non appartengo al tuo branco, io."
" Non si tratta di appartenza a un branco o meno.
E il complesso delle azioni in genere. Delle mie. Delle tue. Di quelle altrui. La societ le giudica, non te ne sei accorta?"
" E con ci? Lo sbaglio, dove sta lo sbaglio?"
" Ti perdi in mille analisi, in mille idee, in mille situazioni. E invece ci che conta essere se stessi."
" Vorresti forse dire che non sono me stessa? Ma se esattamente quello che voglio fare. Appartarmi per riprendermi lesistenza che gli altri mi rubano. Sono una selvatica, no?"
" Esatto. Ma questo tuo rifugio, voglio dire, non vale nulla. E un castello in aria. Non per nulla protetto dallarrivo dei lupi."
" Mi so ben difender io!"
" No. Faresti la fine di quello stambecco ideale."
" Inutile discutere." Gli rinfaccio " Ora parleresti per unintera giornata. E non ti sopporto pi."
Gli volto le spalle indispettita, non so se per la sua sfrontatezza, per quella sua favola assurda, o per la mia delusione. Non lascolto pi, ormai.
Ma Nino prosegue, come se nulla fosse.
" Visto che non puoi fare a meno della gente, inutile scappare. E poi essere chiamata selvatica certo non giova. Soprattutto se in realt non lo sei. "" Non dire sciocchezze, caro" E accentuo ironicamente quel caro.
" Non sei per nulla selvatica, perch quando te ne fuggi via dagli amici, hai la certezza che poi al tuo ritorno li ritroverai tutti a braccia aperte a riceverti ... Altro che selvatica ... Sei ..."
" Basta. Non ti sopporto pi. Le prediche, caro, le ascolto la domenica in chiesa, se ho voglia dascoltarle.
E ne ho gi fin sopra i capelli."
Prendo le mie cose e me ne torno in paese.
E pensare che mi sono detta: della mia razza, se avessi un marito lo vorrei come Nino. Dio me ne scampi. Mi sento pi delusa di prima. E mi pento davergli confidato i miei segreti, fatto conoscere parte di me stessa, del mio mondo: le mie aspirazioni, i miei ideali.
Mentre scendo verso labitato lo vedo dietro a me, che mi segue a breve distanza.
Bella razza damico ho trovato, penso.
Ma quando mi volto per rimproverarlo, almeno con lo sguardo, per dichiarargli tutto il mio disprezzo, allora vedo che abbozza un sorriso. Non riesco a portargli rancore.
Il broncio mio si trasforma in una smorfia. Lui sorride apertamente, ora, e gioca con le fronde dei rami che gli intralciano il cammino.
" Perch non hai fatto lavvocato? " gli urlo la prima fase che mi capita: e sciocca.
Ma un tuono improvviso copre la mia rabbia. Mi ha sentito? Corre verso di me e prendendomi la mano mi trascina al suo fianco, veloce.
" Presto " dice. E devo fare attenzione dove mettere i piedi, se non voglio inciampare dalla fretta.
Arriviamo in paese stravolti. E appena in tempo. Che piove come Dio la manda.
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