Squallore

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Squallore

Il martirio di Santa Genoveffa

di Alberto Campora

PERSONAGGI

FLAVIO BARTOLOMEO ADALGISO DE LEONI

Conte della Maddalena, nobile decaduto di mezz'età. Cavaliere

dell'ordine degli ultimi hidalghi genovesi.

LEONARDO ALFONSO MARIA GUTIEREZ DE GALDEANO DE PERETTI

Duca di Masone, altro nobile decaduto. Cavaliere dell'ordine degli ultimi

hidalghi genovesi.

ARISTIDE

Anziano maggiordomo.

DOMINGO SUERTE DE GUIDIS

Presunto intellettuale e sedicente regista teatrale, in realtà un volgare

bugiardo.

DORA BALTEA DE LA RIPARIA

Sedicente stella del teatro.

GENOVEFFA DE VILLIERS

Deliziosa damigella francese.

AMELIA DE ROBURENT VILLIERS

Baronessa francese e perfida matrigna di Genoveffa de Villiers.

VOCE NARRANTE

Apre e chiude la tragedia.

AMBIENTAZIONE

L'azione si svolge in un salone di un vecchio stabile nel centro storico di Genova. I muri del salone sono

sporchi e con l'intonaco che va a pezzi. Qua e là, sui muri ci sono i resti di una vecchia tappezzeria ormai

scollata e logora. Al centro della scena c'è un tavolo che ha visto tempi migliori ed alcune sedie, ognuna

diversa dalle altre. Sul fondo della scena ci sono diversi cartoni pieni di cianfrusaglie ed enormi sacchi della

spazzatura sventrati da cui escono i rifiuti.

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Nonostante quest'aria di abbandono e degrado, sul tavolo vi sono un grosso candelabro d'argento, delle

stoviglie di porcellana, un suntuoso calice d'oro e delle enormi ed antiche posate d'argento.

NOTA

La scena 1 del I atto e la scena 14 del II atto sono facoltative e le ho inserite per far si che, qualora sia

necessario addolcire un po’ il dramma per un eventuale pubblico di persone troppo buone e sensibili per

apprezzare la crudeltà trionfante di questo dramma, i crimini dei protagonisti dell’opera non rimangano

impuniti. Pertanto spetterà al regista e/o alla compagnia teatrale che desiderasse mettere in scena

quest’opera decidere se inserire queste due scene supplementari ed il personaggio della voce narrante, il

tutto in funzione della loro sensibilità e della sensibilità del loro pubblico.

I° Atto

SCENA 1

La scena è buia. Un faro illumina una donna vestita di nero, che tiene in mano un teschio e passeggia

lentamente sul bordo del palco.

VOCE NARRANTE:

Questa è la tragica storia di un uomo squallido, povero più nell'anima che

nelle finanze ed appartenente ad un antico ordine segreto di pochi iniziati

che si cela nella vecchia Genova.

Questa è una tragedia dello squallore umano.

Una tragedia ambientata a Genova, ma che potrebbe essere ambientata

ovunque vi siano uomini che vivono al di fuori del loro tempo e prigionieri

di un concetto dell'onore deviato.

La donna esce lentamente di scena ed il faretto si spegne. Poi, poco a poco si accendono tutte le luci di

scena e si ode il lamento straziante di un violino.

SCENA 2

Seduto al tavolo, con aria distinta e vestito da sera, c'è il conte Flavio Bartolomeo Adalgiso De Leoni. Senza

scomporsi, il nobiluomo prende un piccolo campanellino e lo suona.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide!

Entra in scena un vecchio domestico, con l'abito rattoppato in più punti, ma dall'aspetto austero e dagli

impeccabili modi di un maggiordomo inglese.

ARISTIDE:

Milord, mi avete chiamato?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Si, caro. Hai fatto la spesa?

ARISTIDE:

Certamente Milord.

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Aristide esce di scena e ricompare trascinando a fatica due enormi sacchi della spazzatura. Senza che il suo

padrone muova un solo dito per aiutarlo, il maggiordomo trascina i sacchi vicino a quelli già presenti.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cos'abbiamo di buono per cena?

ARISTIDE:

Perdonatemi Milord, non ho ancora controllato.

Aristide tira fuori dal taschino una molletta e se la mette sul naso.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide, cos'è questa novità?

ARISTIDE:

Milord, siate clemente con me. Ultimamente faccio fatica a sopportare

l'odore dell'immondizia.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Hai perfettamente ragione!

Di questi tempi, non si sa più cosa si può trovare nella spazzatura.

Certi volgari plebei possiedono e poi gettano nell'immondizia le cose più

strane e disgustose.

Ma non perdere tempo, anche tu sei soltanto un volgare rappresentante

del volgo e non fare lo schizzinoso.

Aristide, rassegnato, apre un sacco dell'immondizia ed inizia a controllarne il contenuto. Attraverso le sue

mani passano svariate schifezze. Tra queste diverse scatolette metalliche ormai vuote. Finalmente, Aristide

trova qualcosa di utile. Alza al cielo trionfante tre carote sporche e rovinate.

ARISTIDE:

Milord, abbiamo tre carote stitiche, mezze marce e rosicchiate dai topi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ottimo!

La verdura di stagione non può farmi che bene.

Ora che abbiamo il contorno, cerca qualcosa di più sostanzioso.

Non vorrai forse che mi ammali per mancanza di carne o altre fonti di

preziose proteine?

ARISTIDE:

No, Milord.

Aristide riprende a vagliare il contenuto del sacco dell'immondizia. Dopo un po’, alza trionfante una scatoletta

metallica.

ARISTIDE:

Milord, che ne dite di mezza scatola di cibo per cani?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ottima!

Un cibo nutriente e gustoso nonché una pietanza adatta alle carote.

Aristide prende la scatoletta e le carote ed esce di scena. Torna dopo pochi istanti, portando con solennità un

piatto di squisita porcellana in cui sono stati disposti i preziosi rifiuti.

ARISTIDE:

(solenne)Milord, la cena è servita.

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FLAVIO BARTOLOMEO:

Ottimo lavoro!

Aristide serve il suo padrone. Il quale con classe inizia a sezionare le carote con le sue preziose posate

d'argento.

ARISTIDE:

Milord, posso farvi una domanda?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Certo!

ARISTIDE:

Anziché mangiare rifiuti, non sarebbe più sensato vendere le vostre

porcellane, l'argenteria ed i quadri?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(disgustato) Giammai!

Aristide, questa domanda evidenzia perfettamente le differenze sociali

che intercorrono tra noi.

Tu, che sei un volgare rappresentante del volgo, preferisci il cibo

abbondante alla classe ed alla dignità, mentre io, che sono un distinto

gentiluomo, preferisco la classe e le buone maniere all'abbondanza.

ARISTIDE:

Ciò non toglie che mangiate avanzi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Sarà pur vero che mangio immondizia, ma lo faccio con posate d'argento

e con somma classe.

Caro Aristide, un gentiluomo può perdere tutto fuorché la classe.

La povertà è un male passeggero, mentre la mancanza di classe è un

male oscuro ed incurabile di cui vergognarsi.

Uno di quei mali imbarazzanti che costringono un vero gentiluomo a

preferire il suicidio alla perdita della rispettabilità.

ARISTIDE:

Milord, ma voi avete già avuto dei mali imbarazzanti eppure non vi siete

suicidato.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(sorpreso) Quali?

ARISTIDE:

La sifilide, lo scolo ed un'altra mezza dozzina di malattie veneree.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(severo) Aristide, sii serio!

Quelle non sono malattie imbarazzanti, sono semplicemente le piccole

ferite di guerra che ogni buon seduttore deve poter esibire a controprova

delle sue campagne amorose.

Sono semplicemente il prezzo del successo.

E poi, visto che sono guarito da tutti questi piccoli mali insignificanti, non

vi è nulla di imbarazzante.

ARISTIDE:

Milord, mi permetto di ricordarvi che avete contagiato vostra sorella con

la sifilide e quando la poveretta è deceduta tutti hanno saputo del vostro

incesto.

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FLAVIO BARTOLOMEO:

(severo) Aristide, hai mai visto una famiglia antica come la nostra senza

almeno una turpe storia di incesto?

ARISTIDE:

No, milord.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Esatto!

Proprio per colmare questa terribile lacuna che ci avrebbe screditati di

fronte agli amici ed alla buona società, benché provassi un'estrema

ripugnanza per la cara defunta, mi sono visto costretto a sedurla ed a

contagiarla.

ARISTIDE:

Perdonatemi milord, nella mia volgare ignoranza avevo creduto che

l'aveste fatto soltanto per rimanere l'unico erede dei beni di vostra zia la

granduchessa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Basta con queste sciocchezze! Ho sete, portami un po’ d'acqua di fonte.

ARISTIDE:

Milord, non abbiamo acqua di fonte. Abbiamo soltanto l'acqua che rubo

dai rubinetti pubblici della città.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Esatto! Acqua di fonte … Di fonte pubblica.

Aristide esce di scena e torna con una caraffa e serve da bere al suo padrone.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide, questa sera abbiamo ospiti.

Cerca se nell'immondizia c'è qualcosa da bere.

Non sia mai detto che non offro nulla di pregiato ai miei ospiti.

ARISTIDE:

Milord, mi sono permesso di provvedere a tutto ciò oggi pomeriggio.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Bravo!

Cosa hai comprato?

ARISTIDE:

Dopo aver chiesto l'elemosina per mezzo pomeriggio davanti alla chiesa

dell'angolo, con il ricavato, ho comprato un cartoncino di vino bianco da

poco.

Diciamo quello che, se le cose andassero meglio e la signora

granduchessa, vostra zia, si decidesse a morire ed a farvi ereditare,

userei come veleno per topi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ottima scelta!

Ma come faremo a servirlo ai miei ospiti?

ARISTIDE:

Ho provveduto a metterlo in frigo ed a portarlo quasi al congelamento, in

modo che quando verrà servito sarà impossibile apprezzarne il gusto e

mi sono procurato due bottiglie vuote dei vini pregiati che beve vostro

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cugino, il marchese.

Servirò il vino con quelle bottiglie e nessuno riuscirà a capire se è buono

o se fa schifo.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Perfetto!

Vedo che hai finalmente imparato come salvare le apparenze anche nel

momento del bisogno.

Suonano alla porta d'ingresso. Aristide esce di scena.

SCENA 3

Compare in scena Leonardo Alfonso Maria Gutierez De Galdeano De Peretti, duca di Masone. Flavio

Bartolomeo si alza a va incontro all’amico, i due nobiluomini si abbracciano e si scambiano un bacio ambiguo

sulle labbra. Dopodiché Flavio Bartolomeo torna a sedersi ed a consumare la sua cena. Leonardo Alfonso va

a sedersi vicino all'amico.

LEONARDO ALFONSO:

Amico mio, come vanno le cose?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non c'è male.

Come vedi ho appena finito di cenare.

LEONARDO ALFONSO:

(guardando gli avanzi della cena dell'amico) Carote marce e cibo per cani

(sconsolato) Ah, se anche il mio maggiordomo fosse abile come il tuo nel

procurarmi cibo.

Pensa che questa sera mi sono dovuto accontentare di succhiare una

lisca di pesce e bere latte rancido.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non mi dire niente …

Per noi veri gentiluomini in questa società degenerata non c'è più spazio.

Da quando impera l'idea folle e surreale che si deve lavorare per

mantenere uno stile di vita decoroso per noi hidalghi non c'è più spazio.

LEONARDO ALFONSO:

(disgustato) Lavorare? Che orrore!

Non oso nemmeno immaginare una perversione simile.

Nella mia famiglia nessuno ha mai lavorato ad eccezione di quel

degenerato di mio padre, ma come ben sai era malato di mente.

Ci ho messo anni ha ridare lustro al casato insozzato dal discredito

gettato su di noi da quel pervertito. Appena è morto ho licenziato i suoi

operai, chiuso le sue fabbriche e dilapidato tutto il suo patrimonio al

casinò.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ottima scelta!

Mai conservare denaro di provenienza illecita, come quello derivante dal

lavoro.

LEONARDO ALFONSO:

D'altronde, se non l'avessi fatto, sarei stato cacciato dalla società dei veri

hidalghi genovesi, e costretto a mescolarmi al volgo genovese e

diventare un lavoratore attaccato al vile denaro come loro.

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Potevo rinunciare alla nostra casta esclusiva, che raduna gli ultimi

hidalghi spagnoli rimasti a Genova dopo il passaggio di Carlo V, per una

volgare montagna di denaro?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Assolutamente no!

L'antica nobiltà ispanica che ci contraddistingue non è in vendita.

Permettimi di farti un piccolo appunto, il buon re Carlo era Carlo V per i

tedeschi, per noi ispanici era semplicemente Carlo I.

LEONARDO ALFONSO:

Nel dubbio, chiamiamolo semplicemente re Carlo.

(sospirando) Ah, come dimenticare che i nostri nobili antenati erano

grandi ufficiali del suo nobile esercito nelle lotte per l'Italia.

Aristide entra con un vassoio su cui vi sono, un cestello del ghiaccio con le bottiglie di vino taroccato e diversi

calici.

ARISTIDE:

(sarcastico) Eh si!

Come dimenticare …

Chiedetelo al buon re Carlo, che si premurò di abbandonare, pardon

dimenticare, quegli inetti a Genova e di corrompere il doge affinché glieli

tenesse lontano, dando loro finti incarichi di prestigio a Genova.

LEONARDO ALFONSO:

(inorridito) Don Flavio, se il mio maggiordomo osasse dire una cosa

simile mi premurerei di bastonarlo personalmente davanti ai miei ospiti.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Don Leonardo, sono magnanimo e ti concedo, quale mio ospite, la

precedenza.

Leonardo Alfonso si alza di scatto e con il suo bastone da passeggio dà due randellate al maggiordomo

ribelle.

LEONARDO ALFONSO:

(porgendo il bastone all'amico) Don Flavio, tocca a te.

Anche Flavio Bartolomeo dà due randellate sulla schiena al povero Aristide.

ARISTIDE:

(sconsolato verso il pubblico) Tutto sommato mi è andata bene, il padre

di don Flavio usava la mazza ferrata.

Aristide esce di scena.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Caro don Leonardo, cosa ne dici di andare a darci una rinfrescata prima

che arrivino i nostri ospiti?

LEONARDO ALFONSO:

Ottima idea!

I due amici escono di scena.

SCENA 4

7

Entrano in scena Domingo Suerte de Guidis, un uomo di mezz'età, e Dora Baltea de la Riparia, una donna di

poco meno di trent'anni, con degli occhialini sottili e l'aspetto intellettualoide.

DORA:

Maestro, siete sicuro che è veramente necessario aiutare questo

stravagante nobile decaduto?

DOMINGO:

Certo cara!

Il conte della Maddalena è un personaggio eccentrico, di uno squallore

senza precedenti, ma è legato al bel mondo teatrale di Genova e pertanto

è necessario entrare nelle sue grazie.

Sii gentile con lui ed i suoi amici, recita la parte che ti ho assegnato e

tutto andrà bene.

DORA:

(protestando timidamente) Ma il conte ed il suo entourage sono

personaggi troppo squallidi per me.

DOMINGO:

Non essere clemente, non sono soltanto squallidi, sono il cancro che da

secoli insozza la società e che andrebbe debellato, ma ci sono utili.

DORA:

Maestro, ma a cosa può servirci un uomo poverissimo?

DOMINGO:

A nulla cara, ma grazie al nostro aiuto il conte tornerà ricchissimo e la

prima cosa che farà sarà finanziare il mio, pardon il nostro, nuovo

spettacolo.

DORA:

Come fate ad esserne così sicuro?

E se poi il conte non ci aiutasse?

DOMINGO:

Sciocchina, il conte è un vero mecenate e soprattutto un dilapidatore di

capitali, non potrà esimersi dal finanziare il mio spettacolo.

Sa benissimo che sono un genio incompreso e nulla è più invitante per lui

che il finanziare una causa persa.

DORA:

(preoccupata) Una causa persa?

DOMINGO:

Certo!

Il conte deve credere che anche questo spettacolo sarà un fallimento,

altrimenti non lo finanzierebbe.

Non rivelargli per nessun motivo al mondo che in realtà sarà il più grande

successo della storia del teatro.

DORA:

Non potrebbe essere altrimenti!

(sognante) Il mondo finalmente capirà il vostro genio e voi farete di me

una stella di prima grandezza.

DOMINGO:

Certamente!

La tua grandezza oscurerà persino il ricordo della Duse.

8

Entrano in scena Flavio Bartolomeo e Leonardo Alfonso.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Caro don Leonardo, permettimi di presentarti il celebre regista ed

intellettuale Domingo Suerte de Guidis e la sua allieva, la sublime Dora

Baltea de la Riparia.

Leonardo Alfonso si avvicina a Dora e le bacia la mano.

LEONARDO ALFONSO:

Signorina sono estasiato dalla gioia di conoscervi.

Permettetemi di presentarmi, sono Leonardo Alfonso Maria Gutierez de

Galdeano de Peretti, duca di Masone.

DORA:

Sono molto onorata di conoscervi.

LEONARDO ALFONSO:

Siete fidanzata?

DORA:

Certamente!

LEONARDO ALFONSO:

Non fa nulla, non sono geloso. Anzi preferisco che siate fidanzata, la

gioia di adornare il capo di un altro di un simpatico paio di robuste corna

mi ha sempre divertito.

DORA:

Non credo che il maestro de Guidis, che è il mio fidanzato, ne sarà

entusiasta.

LEONARDO ALFONSO:

De Guidis, siete fortunato che le regole della buona creanza mi

impediscano di sfidarvi a duello in casa del mio caro amico don Flavio,

nostro gentilissimo ospite.

DOMINGO:

Avete ragione, sono certo che la vostra spada mi farebbe a fette in men

che non si dica.

Tuttavia, mi permetto di segnalarvi l'inutilità di un duello.

Non posso sentirmi offeso dal fatto che la mia fidanzata divida il suo

talamo con voi oltre che con me, per me è un onore dividere le sue grazie

con voi.

DORA:

(indignata) Maestro siete impazzito?

DOMINGO:

(severo) Taci!

(mieloso) Pensa alla tua carriera ed alla Duse.

DORA:

Se dite che è utile, cederò alla corte del duca.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(leggermente spazientito) Signori, vi prego di piantarla con i soliti

cerimoniali e di iniziare a prepararci al vero scopo della vostra visita.

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LEONARDO ALFONSO:

Certo!

Caro don Flavio, hai ragione.

Illustraci il tuo piano e noi faremo del nostro meglio per darti una mano.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Tra non molto arriverà la baronessa Amelia de Roburent Villiers, una

nobildonna francese che è matrigna e tutrice della deliziosa Genoveffa de

Villiers.

LEONARDO ALFONSO:

Deliziosa?

E' fidanzata?

FLAVIO BARTOLOMEO:

No, non è ancora fidanzata.

Almeno per ora …

Voi mi aiuterete proprio a procurarle un fidanzato degno di lei.

LEONARDO ALFONSO:

(inorridito) Amico mio, ti sei forse innamorato?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Giammai!

(quasi offeso) Non sia mai detta una simile eresia su di me.

La povera Genoveffa per quanto mi riguarda è deliziosa soltanto in virtù

della sua ricca dote e del fatto che è una delle eredi del ricchissimo

barone de Villiers.

LEONARDO ALFONSO:

Per un attimo avevo temuto che il plebeo demone dell'amore ti avesse

contagiato.

(dubbioso) Ma sei veramente certo di volerti sposare solo per denaro?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Certo!

Se non mi credi, non appena Genoveffa sarà mia moglie ti concederò di

farne la tua amante.

LEONARDO ALFONSO:

Ci conto!

Diventare l'amante di tua moglie sarà il modo per suggellare

definitivamente la nostra amicizia fraterna.

I due amici si scambiano un ambiguo bacio sulla bocca.

FLAVIO BARTOLOMEO:

In quanto a te, caro Domingo, mi servi a giustificare la mia si fa per dire

temporanea mancanza di fondi con la baronessa.

Sono l'unico che ha capito il tuo genio e ho speso tutta la mia fortuna per

finanziare il tuo spettacolo.

Uno spettacolo che sarà un vero successo ed appena debutterà mi

restituirà la ricchezza.

Chiaramente non appena avrò la dote della povera Genoveffa mi

premurerò di finanziare realmente il tuo spettacolo.

DORA:

(eccitata) Signor conte ed io cosa devo fare?

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FLAVIO BARTOLOMEO:

(baciandole la mano) Cara, voi sarete, anzi siete, la musa ispiratrice del

grande Domingo Suerte de Guidis, la stella del suo nuovo spettacolo.

DOMINGO:

Conte avete ragione, diamo in pasto alla baronessa il talento luminoso di

Dora e sono certo che ella, da vera intenditrice, vi supplicherà di farla

partecipare ai finanziamenti dello spettacolo.

DORA:

Maestro, cosa devo fare per impressionare la baronessa con il mio

talento?

DOMINGO:

Vai di là e cambiati.

Mettiti il vestito della scena numero sette della nostra commedia.

DORA:

(indignata) Ma è un vestito da battona!

Maestro, siete impazzito?

DOMINGO:

No sciocchina.

(con tono mieloso e falso) La baronessa è francese e come ben saprai i

francesi sono più disinibiti di noi, per impressionarla non basterà il tuo

talento artistico, quindi ricorriamo alle grazie che madre natura ti ha

donato.

La baronessa rimarrà entusiasta da questa attrice tanto brillante quanto

bella.

DORA:

Se lo dite voi …

Dove posso andare a cambiarmi?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Andate di là e chiedete al nostro buon Aristide di aiutarvi.

Dora esce di scena.

SCENA 5

I due amici si apprestano a canzonare in modo ironico il sedicente regista.

LEONARDO ALFONSO:

Quella Dora è veramente una ragazza deliziosa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Si, una bellezza inquietante ed intellettuale.

FLAVIO BARTOLOMEO & LEONARDO ALFONSO:

Vecchio puttaniere, dove hai trovato quella troia?

DOMINGO:

Dalle parti di Ovada, nell'alto Monferrato.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cosa le hai raccontato?

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DOMINGO:

Le solite menzogne di rito.

"Sei una grande attrice", "Farò di te una stella del teatro", "Ho tante cose

da insegnarti", e così via.

LEONARDO ALFONSO:

E si è bevuta tutte queste putride menzogne ormai superate?

DOMINGO:

Certamente!

Nessuno sa raccontare palle come me.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Si, il grande regista incompreso.

Quello che ha fatto grandi corsi nelle più prestigiose accademie di arte

drammatica italiane.

Quello che ha insegnato a recitare al grande Ermete Zacconi, alla divina

Eleonora Duse e così via.

Peccato che erano tutti già morti da un bel pezzo quando sei venuto al

mondo.

LEONARDO ALFONSO:

Nessuno ha ancora notato che, ogni volta che enunci il tuo prestigioso

curriculum teatrale, hai studiato in una diversa accademia e che i grandi

attori che hai conosciuto cambiano di volta in volta, a seconda delle

esigenze?

FLAVIO BARTOLOMEO:

E nessuno ti ha mai chiesto come mai uno come te, che hai fatto tutti

questi corsi e ha insegnato a tutti questi mostri sacri del teatro, faccia il

regista dilettante in una piccola compagnia ridicola in provincia?

LEONARDO ALFONSO:

Don Flavio, che dici?

Ti stai forse dimenticando che il nostro buon Domingo è un grande genio

incompreso?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Oh, povero me …

Per un attimo mi sono dimenticato che Domingo ha insegnato a

Shakespeare come si scrive una tragedia.

DOMINGO:

Ridete pure di me, ma sono anni ed anni che truffo il prossimo ed a

differenza di voi mi sono arricchito.

LEONARDO ALFONSO:

Dici che nessuno si è ancora accorto che la missione di padre Tolomeo,

tuo inesistente fratello, a cui devolvi gli incassi degli spettacoli, a seconda

delle tue necessità si sposta da un paese africano all'altro.

(sarcastico) Un vero miracolo.

DOMINGO:

Prima che me ne dimentichi, giusto perché voi lo sappiate e non mi

tradiate, ora finanzio anche la fondazione del buon Geroboamo, un altro

fratello, che sostiene diversi movimenti pacifisti nei paesi del terzo

mondo.

LEONARDO ALFONSO:

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Ma Geroboamo è morto da almeno vent'anni.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ed era tutto fuorché un pacifista, visto che è morto facendo il mercenario

in un paese africano.

DOMINGO:

Amici miei, questi sono dettagli che è giusto che i miei amabili imbecilli,

pardon spettatori e finanziatori, non sappiano mai.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Se non fosse che il nostro dovere morale ci impone di truffare e

maltrattare il volgo, ti avremo già denunciato da anni.

LEONARDO ALFONSO:

Dimmi vecchio porco, la tua nuova musa ha veramente del talento?

DOMINGO:

Forse …

Non saprei dirlo nemmeno io.

L'ho portata via ad un altro regista da strapazzo che le aveva fatto fare

l'attrice protagonista in una commedia.

LEONARDO ALFONSO:

Una commedia fallimentare e tu sei apparso al momento giusto come il

suo salvatore che le dava una seconda possibilità?

DOMINGO:

No, un successo clamoroso.

LEONARDO ALFONSO:

Come hai fatto a convincerla a mollare il regista che le aveva dato il

successo?

DOMINGO:

Non vi è nulla di più semplice per me.

Mi è bastato convincerla che il successo dello spettacolo era dipeso

soltanto da lei e non dal suo regista, che aveva bisogno di crescere

artisticamente per diventare una vera attrice e forse la più grande attrice

di tutti i tempi.

Ovviamente l'unico regista con un curriculum tale da poterla aiutare a

crescere artisticamente sono io.

FLAVIO BARTOLOMEO:

In pratica, l'ambizione di questa scellerata le ha fatto mollare un regista

certo ed una carriera da attrice protagonista per il grandioso e dorato

nulla che le puoi offrire tu.

Cosa farai quando capirà che come regista non vali nulla?

DOMINGO:

Non avete notato che è molto carina?

Quindi farò come sempre, la farò portare in tourné dal mio amico Rakim il

turco e sparirà, diventando la stella assoluta di qualche ignoto bordello in

qualche sperduto paese del terzo mondo.

LEONARDO ALFONSO:

Ma quella sventurata si chiama davvero Dora Baltea de la Riparia?

DOMINGO:

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No, è un nome d'arte che le ho imposto io.

Entra in scena Dora. E' vestita con una minigonna molto corta, una maglietta scollata ed indossa delle

vistose scarpette dal tacco a spillo.

LEONARDO ALFONSO:

(mentendo spudoratamente) Dora, siete semplicemente deliziosa.

DORA:

Dite davvero?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Certamente, nessuna gentildonna è mai stata così elegante.

Siamo orgogliosi di avervi con noi e speriamo che la vostra innata classe,

il vostro talento, la vostra bellezza, addolciscano il carattere ruvido della

baronessa quel tanto che basta per indurla a cedermi la mano della

figliastra.

SCENA 6

Entra in scena Aristide.

ARISTIDE:

Milord, la baronessa de Villiers chiede di vedervi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Falla passare.

Aristide esce di scena e dopo pochi istanti entra una donna di mezz'età, dall'aspetto severo e lo sguardo

crudele. Flavio Bartolomeo si precipita a baciarle la mano.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cara baronessa, sono lieto di potervi finalmente accogliere nella mia

umile dimora.

DE VILLIERS:

(guardandosi intorno) Molto umile a quanto mi è dato di constatare.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cara baronessa, sto attraversando un periodo di magra e ho dovuto

rinunciare a parecchi agi.

Tuttavia la mia è soltanto una situazione transitoria, presto gli stessi

investimenti che mi hanno rovinato provvederanno a restituirmi ricchezza

e prestigio.

DE VILLIERS:

(dubbiosa) Se lo dite voi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Permettetemi di presentarvi il mio amico fraterno Don Leonardo, duca di

Masone.

Leonardo Alfonso bacia la mano alla donna.

LEONARDO ALFONSO:

I miei omaggi baronessa.

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FLAVIO BARTOLOMEO:

Il grande regista ed intellettuale Domingo Suerte de Guidis, anche egli

rampollo di un'antica famiglia spagnola trapiantata a Genova ai tempi di

re Carlo.

Domingo bacia la mano alla baronessa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Infine, ho l'onore di presentarvi la celebre Dora Baltea de la Riparia, diva

del teatro e musa del grande de Guidis.

La baronessa gira intorno a Dora fissandola con disprezzo.

DE VILLIERS:

Caro conte della Maddalena, non sapete che ad un gentiluomo non si

addicono certe pessime frequentazioni nel mondo del teatro, come ad

esempio le giovani attricette.

Spero che quando vi fidanzerete con la mia Genoveffa cesserete di

frequentare certi ambienti notoriamente corrotti.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Certamente!

Non appena la deliziosa Genoveffa entrerà nella mia vita non avrò altro

scopo che dedicarmi a lei e dimenticherò tutti i trastulli della mia attuale

vita da scapolo.

LEONARDO ALFONSO:

Baronessa vi prego di perdonare il conte, la sua amicizia e l'ammirazione

che prova per il maestro de Guidis lo hanno costretto ad invitare anche la

sua discutibile musa ed amante.

DORA:

(mollando un ceffone a Leonardo) Mascalzone!

E pensare che mi avevate fatto credere di essere un gentiluomo.

LEONARDO ALFONSO:

Dora, soltanto la galanteria che il mio lignaggio mi impone mi aveva

impedito di offendervi.

Un cavaliere dell'ordine degli ultimi hidalghi genovesi non può mai

mancare di rispetto ad una donzella, anche se questa non è nulla di più

che una prostituta.

DORA:

(furente) Qua l'unica prostituta sarà la baronessa e tutti voi non siete altro

che dei ruffiani che sperate di entrare nelle sue grazie e siete disposti a

tutto pur di farlo.

DE VILLIERS:

Santo cielo!

Trattata da prostituta da una volgare meretrice di umili natali.

Mi sento mancare.

Leonardo Alfonso si precipita a sorreggere la baronessa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(autoritario) Aristide!

Il fido domestico compare in scena.

15

ARISTIDE:

Milord, avete chiamato?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(indicando Dora) Aristide, bastona questa volgare meretrice che ha osato

introdursi in casa mia per offendere la più illustre tra le mie ospiti.

DORA:

Aristide, non oserete tanto?

Aristide afferra Dora per i capelli e la trascina verso l'uscita di scena.

ARISTIDE:

Milord, permettetemi di bastonarla lontano dagli occhi sensibili della

baronessa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ottima idea!

Ancora una volta, oltre che un impeccabile maggiordomo, ti dimostri una

persona dalla squisita sensibilità.

DORA:

Maestro …

Aiuto!

DOMINGO:

Cara, ti salverò io.

Domingo insegue fuori scena Aristide che trascina via Dora.

SCENA 7

La baronessa si riprende.

LEONARDO ALFONSO:

(in tono sconsolato) Baronessa avete visto?

DE VILLIERS:

Cosa duca?

LEONARDO ALFONSO:

Il maestro de Guidis!

Ormai è completamente folle, è saturo d'amore per quella volgare

meretrice e le ha persino affidato la parte della protagonista nel suo

nuovo spettacolo.

Flavio Bartolomeo si siede al tavolo e si prende la testa tra le mani, mimando un'aria sconvolta e lacrimevole.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(in tono disperato) E' la mia rovina!

DE VILLIERS:

Suvvia, caro conte la pazzia del maestro di Guidis non può sconvolgervi

più di tanto.

Spero che non sarete così sensibile da soffrire per le disgrazie altrui?

16

Flavio Bartolomeo prende un fazzoletto e, dopo esserselo messo sotto il naso, inizia a singhiozzare come un

bambino.

LEONARDO ALFONSO:

Baronessa non siate offensiva con il povero don Flavio.

Non è di certo così sensibile, il suo dramma è un altro ben peggiore.

DE VILLIERS:

(inorridita) Santo cielo, conte non sarete anche voi folle d'amore per

quella prostituta?

Flavio Bartolomeo continua a singhiozzare.

LEONARDO ALFONSO:

Baronessa, il povero don Flavio odia con tutte le sue forze quella donna

che è la sua rovina.

Don Flavio, da sempre ammiratore del maestro de Guidis, e certo dalla

validità del copione che il maestro voleva portare in scena, ha investito

una fortuna per finanziare il suo vecchio amico.

Un investimento sicuro … (in tono grave) almeno finché non è comparsa

Dora Baltea de la Riparia ed il maestro ha perso la testa.

Con una donna come quella nel ruolo della protagonista lo spettacolo è

compromesso e sicuramente don Flavio sarà rovinato.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(disperato) Rovinato ed indegno della mia dolce Genoveffa.

DE VILLIERS:

(in tono quasi materno) Suvvia, non siate ridicolo, voi non sarete mai

indegno della mia piccola Genoveffa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(disperato) Guardatemi!

Il maestro mi ha rovinato!

Non ho più nulla da offrire a Genoveffa se non una vita povera ed infelice.

La baronessa si avvicina al conte e lo abbraccia in modo materno.

DE VILLIERS:

Caro conte, non è il vostro denaro a contare, ciò che più conta sono i

vostri nobili sentimenti per la piccola Genoveffa ed il blasone del vostro

casato.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Siete molto gentile e nobile d'animo, ma come farò a dare una vita

dignitosa a Genoveffa?

DE VILLIERS:

Non sono né gentile né d'animo buono, sono soltanto pratica.

La dote di Genoveffa è tale da rendervi più che ricco e garantirvi un

tenore di vita principesco.

E non dimenticate che la dote è soltanto l'anticipo delle ricchezze che

Genoveffa vi porterà.

La nostra cara bambina è destinata ad ereditare il patrimonio del mio

adorato marito il barone, che è uno degli uomini più ricchi d'Europa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Volete dirmi che, nonostante le mie disavventure finanziare, mi date la

vostra benedizione e mi concedete la mano della deliziosa Genoveffa?

17

DE VILLIERS:

Certamente, caro conte!

Flavio Bartolomeo abbraccia la baronessa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Baronessa, voi siete una seconda madre per me!

Compare in scena Aristide che brandisce un robusto randello grondante di sangue.

ARISTIDE:

Milord, perdonatemi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cosa è accaduto?

ARISTIDE:

Stavo eseguendo i vostri ordini, e mentre bastonavo quella poco di buono

dell'amante del maestro de Guidis, quella piccola vipera si è ribellata e mi

ha morso.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Tutto qui?

ARISTIDE:

No milord.

Accecato dalla rabbia temo di averla bastonata un po’ più del dovuto e

che la signorina Dora Baltea de la Riparia non potrà più calcare i

palcoscenici per un certo tempo …

LEONARDO ALFONSO:

Un'ottima notizia! Propongo un brindisi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide, servi da bere.

Il maggiordomo serve da bere.

DE VILLIERS:

Caro conte, come vedete tutto si aggiusta sempre.

Il maestro sarà costretto a cercare una nuova attrice ed il vostro

spettacolo sarà salvo.

I nobilastri bevono con gusto un calice dell'immondo vino taroccato da Aristide, mentre questo esce di scena

con il suo bastone insanguinato.

DE VILLIERS:

Conte avete ancora il viso segnato dalle lacrime e ciò non sta bene per

un gentiluomo del vostro rango, andatevi a rinfrescare un pochino.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Subito!

Ma non vi mancherò di rispetto assentandomi per qualche minuto?

DE VILLIERS:

Assolutamente no!

Non voglio che, quando arriverà, Genoveffa vi veda in questo stato.

Rendetevi presentabile per lei.

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LEONARDO ALFONSO:

La baronessa ha ragione, caro don Flavio non puoi presentarti in questo

stato alla tua fidanzata.

Ed a pensarci bene, nemmeno io. Credo che verrò a darmi una

rinfrescata anche io.

I due uomini escono di scena.

SCENA 8

Mentre la baronessa sorseggia un altro calice di vino, compare in scena Domingo. Il quale si avvicina alla

donna e si serve un calice di vino.

DOMINGO:

Cara baronessa, credo che noi dovremo affrontare un certo discorsetto.

DE VILLIERS:

Quale discorsetto?

DOMINGO:

Un discorsetto di natura economica.

Diciamo che, in cambio di un'adeguata ricompensa, potrei fornirle

informazioni utili a non sprecare la dote della deliziosa Genoveffa.

Dote che potrebbe essere usata per maritarla con qualcuno di migliore

del conte della Maddalena.

DE VILLIERS:

Non credo che vi sia qualcuno di più indicato del conte per la mia piccola

Genoveffa.

DOMINGO:

Voi non sapete chi è il conte.

DE VILLIERS:

Vi sbagliate!

So benissimo chi è il conte e so anche chi siete voi.

Proprio per questo mi sono liberata del conte e del duca con una scusa

patetica.

DOMINGO:

Mi attendevate?

DE VILLIERS:

Certamente!

Dopo la vostra commedia ed il sacrificio della vostra insignificante

prostituta, pardon amante, ero certa che oltre a battere cassa con il conte

sareste venuto a battere cassa anche con me ed a propormi i vostri

servigi.

DOMINGO:

Intendete rifiutarli?

DE VILLIERS:

Assolutamente no!

DOMINGO:

Posso iniziare a servirvi rivelandovi le vere intenzioni del conte della

19

Maddalena nei confronti di vostra figliastra?

DE VILLIERS:

No!

So benissimo che il conte è uno spiantato e che vuole la piccola

Genoveffa soltanto per impadronirsi della sua dote.

DOMINGO:

Lo sapevate e vi siete prestata ugualmente a tutta questa messa in

scena?

DE VILLIERS:

Certamente!

Anche se come messa in scena faceva decisamente pena, ma d'altro

canto non c'era da aspettarsi di meglio da voi, il peggior regista mai

esistito, e da un pessimo attore come il conte.

Pensate che è giunto persino a definire deliziosa la povera Genoveffa

senza nemmeno averla mai vista.

Se l'avesse vista saprebbe che è una ragazza bruttina e tremendamente

timida.

DOMINGO:

Sono pronto ad offrirvi i miei servigi per impedire il matrimonio.

DE VILLIERS:

Chi vi ha detto che sono contraria al matrimonio?

DOMINGO:

Non potete dare vostra figliastra al conte.

DE VILLIERS:

E se invece fosse proprio ciò che voglio?

Intendo liberarmi di quella noiosissima fanciulla quanto prima ed il conte

fa proprio al caso mio.

DOMINGO:

In tal caso, non solo non vi serve il mio aiuto, ma temo persino di aver

perso la faccia nel proporvelo.

DE VILLIERS:

Errore! Voi mi servite, anche se non nel modo che credete.

DOMINGO:

In cosa posso servirvi?

La baronessa apre la sua borsetta e tira fuori uno stiletto.

DE VILLIERS:

Prendete questo.

DOMINGO:

Chi devo uccidere?

DE VILLIERS:

Genoveffa!

Se la fanciulla rimarrà incinta voi dovrete ucciderla.

DOMINGO:

20

Perché?

DE VILLIERS:

In modo che il testamento di mio marito non cambi a favore di un

improbabile nipotino.

DOMINGO:

Diabolica!

DE VILLIERS:

Ho cambiato idea.

DOMINGO:

(spiazzato) Non devo più ucciderla?

DE VILLIERS:

(compiaciuta dalla nuova idea) No, mutilatela!

Qualche tempo dopo il matrimonio, mascheratevi ed aggreditela,

pugnalatela in modo tale da renderle definitivamente impossibile una

gravidanza.

Se lo farete, saprò ricompensarvi in modo adeguato.

DOMINGO:

Considerate Genoveffa già sterile.

DE VILLIERS:

Conto su di voi.

Si odono le voci di Flavio Bartolomeo e Leonardo Alfonso. Domingo nasconde lo stiletto nella giacca.

SCENA 9

Entrano in scena Flavio Bartolomeo e Leonardo Alfonso.

DOMINGO:

Oh caro don Flavio, capiti proprio a proposito.

Stavo spiegando alla baronessa di quanto noi siamo più intimi di quanto

non dessimo a vedere dinanzi a Dora e che siamo amici sin dall'infanzia

e che sei la persona migliore di questo mondo.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ne sono lusingato.

DOMINGO:

Non essere modesto, la piccola Genoveffa non potrebbe sposare un

uomo migliore di te.

LEONARDO ALFONSO:

Per una volta sono pienamente d'accordo con il maestro.

DE VILLIERS:

Sono certa che un uomo che ha così tanti amici pronti a garantire sulla

sua rispettabilità sarà un ottimo marito ed un buon padre per i miei

nipotini.

DOMINGO:

(sorridendole) Baronessa, ne sono convinto anche io.

21

Domingo guarda l'orologio da polso.

DOMINGO:

Amici, si è fatto tardi ed un impegno irrinunciabile mi attende.

Spero che vorrete avere la cortesia di perdonarmi se mi vedo costretto ad

abbandonare la vostra piacevole compagnia.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Se alla baronessa non arreca nessun disturbo per me non è un

problema.

DE VILLIERS:

No, nessun disturbo.

Anzi coglierò l'occasione per uscire anche io ed andare a prendere la

vostra fidanzata.

Credo che sia ora che i nostri due piccioncini si incontrino.

La baronessa e Domingo escono di scena.

SCENA 10

FLAVIO BARTOLOMEO:

Finalmente ci siamo liberati di quell'impiastro di Domingo.

LEONARDO ALFONSO:

Puoi ben dirlo!

Non lo sopporto, la sua sola vista mi irrita.

Ti darebbe fastidio se dopo che avrà cessato di esserti utile lo

assassinassi?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Assolutamente no, purché tu abbia la cortesia di dargli una morte lenta

ed il più dolorosa possibile.

LEONARDO ALFONSO:

Al momento opportuno lo farò rapire dal mio maggiordomo e poi nelle

mie cantine lo torturerò per almeno una settimana.

Sai che uno dei miei avi era inquisitore?

Credo che sia mio dovere mantenere le tradizioni di famiglia e

rispolverare il lato crudele della mia persona.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cosa buona e giusta! In tal caso mi sento obbligato ad insistere perché tu

mi faccia partecipare al supplizio del maestro.

LEONARDO ALFONSO:

Non potrei mai rifiutarti un simile diletto.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ora basta pensare al diletto e veniamo alle cose serie.

Parliamo di Genoveffa.

LEONARDO ALFONSO:

La mia futura amante?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Spero che tu non sia troppo possessivo e che ti stuferai di lei alquanto

22

presto come fai di solito con le tue amanti.

LEONARDO ALFONSO:

Certamente!

Non sia mai detto che io possa intrattenere convegni carnali con la stessa

donna per più di un mese.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cosa lodevole!

Anche perché la povera Genoveffa dovrà morire quanto prima.

Ti va di partecipare al suo decesso?

LEONARDO ALFONSO:

Mi riterrei mortalmente offeso se tu mi escludessi da tale diletto.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Una volta messe le mie mani sulla sua dote ed essere diventato suo

erede, quale marito, e pertanto erede del barone de Villiers, la vita della

nostra deliziosa fanciulla diverrà inutile.

LEONARDO ALFONSO:

Spada, pistola o veleno?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Suicidio!

LEONARDO ALFONSO:

Ottima scelta!

Come metteremo in atto una messinscena credibile per un suicidio?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ma è banale.

La poveretta, diverrà la tua amante e verrete sorpresi durante uno dei

vostri convegni carnali da padre Pinuccio, che ha la lingua più svelta di

Genova.

Tutti sapranno della mia sventura coniugale.

Tu simulerai un pentimento ed io ti perdonerò in nome dell'antica

amicizia, mentre la povera Genoveffa, travolta dai sensi di colpa, si

ucciderà.

LEONARDO ALFONSO:

Magnifico!

Uno scandalo ed un suicidio.

Essere coinvolti in una storia simile non farà che accrescere il mio

prestigio.

Inoltre, tu anziché venire messo alla berlina verrai compatito per la grave

perdita ed ammirato per la tua capacità di perdonare l'amico pentito.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Se il barone de Villiers e mia zia, la granduchessa, morissero di infarto o

crepacuore per lo scandalo, lasciandomi ricchissimo, sarebbe tutto

ancora più delizioso, ma non chiedo tanto alla buona sorte.

SCENA 11

Ricompare in scena la baronessa. Con lei vi è una deliziosa giovane appena maggiorenne. L'andatura

incerta della fanciulla denota una grande timidezza, ma sicuramente Genoveffa è tutt'altro che bruttina come

sosteneva la matrigna.

23

DE VILLIERS:

Cara Genoveffa ti presento il duca di Masone.

La ragazza fa un piccolo inchino e Leonardo Alfonso si precipita a baciarle la mano.

DE VILLIERS:

E questo delizioso gentiluomo, piccola mia, non è altri che il conte Flavio

Bartolomeo Adalgiso de Leoni, l'uomo che tra pochi giorni sposerai.

Flavio Bartolomeo le bacia la mano. Genoveffa non sa cosa fare, oltre che timidissima è spaventata dall'idea

di un matrimonio con un uomo sconosciuto e parecchio più anziano di lei.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Oh mia cara Genoveffa, finalmente posso ammirare le vostre grazie dopo

avervi tanto ammirata nei servizi fotografici delle riviste mondane.

Riviste ignobili che vi hanno mancato di rispetto, nessuna delle foto

pubblicate vi rende giustizia.

LEONARDO ALFONSO:

Cara Genoveffa, don Flavio ha ragione.

In quanto suo miglior amico e testimone di nozze non posso fare a meno

di complimentarmi con lui per la sua fortuna amorosa, sono certo che

sarete una sposa deliziosa.

GENOVEFFA:

(timidissima) Vi ringrazio signori.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Signori?

Mia dolce promessa vi supplico con tutto il cuore di iniziare a darci del tu.

DE VILLIERS:

Mi sembra una cosa giusta. Genoveffa, d'ora in poi dovrai sempre dare

del tu al tuo fidanzato.

GENOVEFFA:

Si, madre.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cara, posso permettermi di farti visitare quella che presto sarà la tua

nuova dimora?

GENOVEFFA:

Con piacere.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Temo che troverai le stanze un po’ trasandate, ma potrai constatare

quanto è grande il mio palazzo.

Purtroppo il disordine non dipende da me, sto attraversando un periodo

finanziariamente sfortunato a causa di un investimento che tarda a dare i

suoi frutti.

LEONARDO ALFONSO:

Genoveffa non dargli retta, il buon don Flavio è troppo gentile ed è troppo

affezionato ad Aristide per accusarlo di tutto questo disordine.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Effettivamente Aristide, che è stato dapprima il maggiordomo di mio

24

nonno, poi di mio padre ed infine il mio, anche se è un domestico fa

ormai quasi parte della famiglia e provo riluttanza nell'accusarlo di tutto

questo disordine.

LEONARDO ALFONSO:

Purtroppo il povero Aristide ha perso la testa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Genoveffa, seguimi.

Flavio Bartolomeo prende a braccetto la ragazza ed escono di scena.

LEONARDO ALFONSO:

Cara baronessa, devo dire che il buon don Flavio e la piccola Genoveffa

fanno una bella coppia.

DE VILLIERS:

Avete ragione!

Sono sicura che un uomo maturo sia la cosa più giusta per una ragazza

inesperta ed ingenua come Genoveffa.

LEONARDO ALFONSO:

Parole sagge baronessa.

Mai dare un fiore delicato ed incontaminato come la vostra adorabile

figliastra ad un giovinastro, lasciate che si occupi di lei chi ha l'esperienza

necessaria e che sappia muoversi con tatto e senza la fretta del furore

ormonale giovanile.

DE VILLIERS:

Sono certa che il conte della Maddalena ormai non ricordi neppure cosa

sia il furore ormonale.

Per questo ho scelto lui e non un vecchio satiro come voi.

LEONARDO ALFONSO:

Cosa intendete dire?

DE VILLIERS:

Sapete benissimo cosa intendo.

Con il conte della Maddalena sono certa che la piccola Genoveffa non

corre alcun pericolo, mentre sono sicura che se la dessi ad uno scellerato

come voi in capo a due mesi al massimo sarebbe già incinta.

LEONARDO ALFONSO:

Mi ritenete veramente un insensibile.

Credete che non sappia che sia sconveniente ingravidare subito la

propria moglie, correndo il rischio che, se il nascituro decidesse di

nascere prima del tempo, si mormori su un possibile matrimonio

riparatore, mettendo in imbarazzo la rispettabilità del casato?

No, vi assicuro che le uniche volte che ho voluto mettere alla prova i miei

lombi per verificarne le capacità riproduttive ho sedotto cameriere ed altre

popolane, prendendomi sempre cura di non riconoscere mai il frutto

bastardo della mia lussuria.

DE VILLIERS:

E nel caso in cui un tribunale vi obbligasse a riconoscere le vostre colpe?

LEONARDO ALFONSO:

Devo confessare che qualche volta è accaduto, ma non vi è nulla di più

divertente di un infanticidio per risolvere questi casi sfortunati.

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DE VILLIERS:

Che uomo impavido!

Temo di avervi sottovalutato.

(con fare languido) Che ne direste di scaldare le mie notti genovesi in

attesa del matrimonio?

LEONARDO ALFONSO:

Per me sarà un vero piacere adornare lo stemma dei de Villiers di un

paio di vigorose corna.

Rientrano in scena Flavio Bartolomeo e Genoveffa.

DE VILLIERS:

Cara sei stata bene con il conte?

GENOVEFFA:

Si madre.

E' un uomo così affascinante, che conosce un sacco di cose.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non merito tutti questi complimenti.

GENOVEFFA:

(timidamente) Ti sbagli.

DE VILLIERS:

Temo che si sia fatto tardi e che potrete continuare a conoscervi domani.

Genoveffa è ora di andare.

Le due dame, dopo aver ricevuto il baciamano dai due gentiluomini, escono di scena.

SCENA 12

Flavio Bartolomeo e Leonardo Alfonso, finiscono la bottiglia servendosi un ultimo drink.

LEONARDO ALFONSO:

Caro don Flavio, temo che dovrai dare una brusca accelerata ai tuoi

propositi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cosa intendi dire?

LEONARDO ALFONSO:

Non fare il finto tonto con me. Il pericolo è gravissimo.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Temo che tu abbia ragione.

LEONARDO ALFONSO:

La piccola Genoveffa deve morire quanto prima sia possibile.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Si, è troppo deliziosa.

LEONARDO ALFONSO:

Deliziosa e troppo pericolosa.

26

La sua timidezza e la sua ingenuità potrebbero spingerti a commettere

imprudenze sentimentali o peggio ancora farti innamorare.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Hai ragione, la piccola deve morire prima che io possa correre il serio

pericolo di innamorarmene.

Leonardo Alfonso alza il calice al cielo.

LEONARDO ALFONSO:

Alla morte di Genoveffa!

FLAVIO BARTOLOMEO:

(alzando anch'egli il calice) Alla morte di Genoveffa!

E che sia una morte dolorosa, giacché una morte priva di dolore sarebbe

indegna di una fanciulla.

LEONARDO ALFONSO:

Si, vergogna e dolore sono quanto è più indicato per far dapprima sfiorire

e poi perire una fanciulla innocente.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Le fanciulle sono così sensuali nel momento del doloroso trapasso che è

quasi un peccato lasciarle vivere troppo a lungo.

I due gentiluomini finiscono di bere e poi escono di scena. Si spegne la luce.

SCENA 13

Si accende la luce. Aristide entra in scena con un vassoio su cui vi sono diverse paste, dei calici ed un

secchiello del ghiaccio con una bottiglia in fresco. Il maggiordomo posa il vassoio sul tavolo e si appresta a

riordinare le sedie intorno al tavolo. In quell'istante entra in scena con fare furtivo Flavio Bartolomeo. Il conte

è visibilmente terrorizzato, ha la camicia fuori dai calzoni ed è spettinato. Aristide lo fissa sorpreso.

ARISTIDE:

Milord, che vi è successo?

Flavio Bartolomeo si siede su una sedia e si prende la testa tra le mani.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide, sono rovinato!

ARISTIDE:

Non è una novità, milord.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ho dovuto sgusciare tra i vicoli come una serpe pur di non farmi vedere

da nessuno mentre rientravo a casa in anticipo per darti disposizioni sul

mio ritorno.

ARISTIDE:

Milord, questo pomeriggio è passato don Leonardo a chiedere quando

voi e la vostra deliziosa consorte sareste tornati dal viaggio di nozze.

Devo avvertirlo del vostro ritorno?

FLAVIO BARTOLOMEO:

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(disperato) No!

Assolutamente no!

ARISTIDE:

Non capisco, ero certo che rivedere il vostro fraterno amico dopo un

mese di viaggi intorno al mondo vi avrebbe reso felice.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide, il mio fraterno amico è proprio l'ultima persona che vorrei vedere

e soprattutto che vorrei che incontrasse mia moglie.

ARISTIDE:

Milord, spiegatemi cosa è successo.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Servimi da bere.

Aristide riempie uno dei calici e lo porge al suo padrone, che lo beve in un colpo solo.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide, spranga porte e finestre del mio palazzo e non far sapere a

nessuno che Genoveffa ed io siamo tornati.

ARISTIDE:

(sorpreso) Devo sprangare porte e finestre come per un grave lutto?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Esatto!

ARISTIDE:

(preoccupato) Devo supporre che è accaduta una cosa gravissima.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(drammatico) E' accaduta la peggiore tra le disgrazie che mi potessero

accadere.

ARISTIDE:

(mettendosi una mano davanti alla bocca per nascondere l'espressione

sorpresa) Non vi sarete per caso innamorato?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(disperato) No!

Non pronunciare quella parola sacrilega!

(fa nervosamente qualche passo per la stanza in preda alla rabbia ed al

terrore, poi si volta verso il fido domestico) Si, mi sono innamorato di mia

moglie.

ARISTIDE:

Che errore!

Un gentiluomo si può innamorare di chiunque fuorché della propria

moglie.

Sipario

II° Atto

28

SCENA 1

Seduti al tavolo, con davanti una bottiglia ed un bicchiere vi sono Flavio Bartolomeo e Leonardo Alfonso.

LEONARDO ALFONSO:

Caro don Flavio, posso capire il tuo stato d'animo e la tua gelosia, ma

una promessa è una promessa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(disperato) Ma quando ti ho proposto lo scellerato patto non ero in me.

LEONARDO ALFONSO:

Ah no!

Un gentiluomo mantiene sempre la parola data, pertanto sei costretto dal

tuo rango e dal tuo onore di hidalgo a concedermi tua moglie come

amante.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ciò che mi chiedi è impossibile.

LEONARDO ALFONSO:

Vuoi che i nostri confratelli dell'ordine sappiano che ti rifiuti di mantenere

una promessa facile facile come quella di darmi tua moglie come amante

soltanto perché ne sei innamorato?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Certo!

LEONARDO ALFONSO:

Ma sei completamente impazzito?

Non pensi alla vergogna che getterai sul tuo casato?

Non soltanto non manterresti la parola data, ma cosa inammissibile per

un gentiluomo, e soprattutto per un hidalgo che si rispetti, ti saresti

innamorato di tua moglie.

(solenne) No, non posso farti questo!

L'amicizia che mi lega a te sin dai tempi dell'infanzia mi impone di

divenire l'amante di Genoveffa e di insistere affinché tu, per salvare

almeno parte dell'onore, la faccia morire come stabilito a suo tempo.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non posso!

Amo quella donna e tra le sue dolci braccia ho trovato quella felicità

assoluta che credevo potesse esistere soltanto nei romanzi.

LEONARDO ALFONSO:

Santo cielo!

Don Flavio non dire sciocchezze!

Hai soltanto commesso l'imprudenza di dormire troppe notti consecutive

con la stessa donna e ne stai subendo i postumi.

E' un po’ come quando ci si assuefa ad un vino e si inizia ad amare

soltanto quello, basta che tu abbia l'accortezza di assaggiare un altro vino

per comprendere che tu ami tutti i vini e non soltanto uno in particolare.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cosa intendi dire?

LEONARDO ALFONSO:

Amico mio, per il tuo bene, tradisci immediatamente tua moglie.

Questa notte stessa recati nel più malfamato tra i postriboli di Genova e

29

giaci con quante più meretrici puoi.

Domattina ti renderai conto da solo che Genoveffa è soltanto una delle

tante e sarai tu stesso a supplicarmi di saziarne gli ardori femminili in

modo da sollevarti da tale spiacevole incombenza.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Spiacevole incombenza?

Ma è la cosa più deliziosa che un uomo possa desiderare.

LEONARDO ALFONSO:

Ahimè, il dramma della follia!

Amico mio, soddisfare gli ardori femminili è una cosa piacevole, nonché

un dovere, purché tali ardori non siano quelli della propria consorte e

qualsiasi gentiluomo sa queste regole di base del buon vivere.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Caro don Leonardo, perché dovrei cambiare vita, uccidendo mia moglie,

quando sono già l'uomo più felice del mondo?

La dote di Genoveffa mi ha restituito alla ricchezza ed il suo amore mi ha

reso un uomo felice.

LEONARDO ALFONSO:

(inorridito) Un uomo felice?

L'uomo non nasce per la felicità, ma per dibattersi nell'infelicità, con la

differenza che noi hidalghi rendiamo la nostra infelicità più sopportabile

accrescendo quella del volgo.

La felicità è il primo sintomo della pazzia.

Dovrò chiamare un valente medico che sappia prendersi cura di te.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Se questa è la malattia, che il male mi divori fino a consumarmi del tutto!

LEONARDO ALFONSO:

Ma non pensi a cosa penserebbero di te don Rodrigo Maria Mendoza,

detto il bello, e don Luis Napoleon Duarte de Tobias, il gran bastardo

imperiale, forse discendente illegittimo del duca di Lerma?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non vorrai mica far sapere della mia caduta di stile al gran maestro degli

hidalghi genovesi ed al suo ciambellano?

Non puoi dir loro che mi sono sposato per amore e farla finita,

dimenticando tutto il resto?

LEONARDO ALFONSO:

Giammai!

Un hidalgo deve mantenere la parola data e mantenere sempre un

comportamento consono alla nostra casta e tu non sei esente da questi

obblighi.

Flavio Bartolomeo appoggia i gomiti sul tavolo e si prende la testa tra le mani.

LEONARDO ALFONSO:

Ricordati che l'espulsione dall'ordine è dietro l'angolo e sono certo che la

granduchessa, tu zia, ti diserederebbe.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(solenne) Non posso perdere l'onore!

Anche se ciò mi costerà l'amore e mi renderà infelice, sono un hidalgo

che si rispetti.

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LEONARDO ALFONSO:

Finalmente parli da uomo.

Non vedo l'ora di giacere con tua moglie e poi di assistere alla sua fine.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(disperato) La mia povera Genoveffa …

(tornando in se) Che vergogna, dolore e disperazione la portino presto al

suicidio!

LEONARDO ALFONSO:

Finalmente ti riconosco!

Ti concederò qualche ora di tempo prima di sedurre Genoveffa.

Andrò a casa e mi farò flagellare dal mio maggiordomo, come ben sai

ormai per eccitarmi ho bisogno di emozioni forti.

Non potendo ancora versare sangue altrui, ne verserò un pochetto del

mio.

Leonardo Alfonso esce di scena senza nemmeno salutare.

SCENA 2

Flavio Bartolomeo suona un campanellino. Compare in scena Aristide.

ARISTIDE:

Milord, cosa posso fare per voi?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Sono disperato.

ARISTIDE:

Milord, la disperazione degli amorosi sensi ed il desiderio mortificato

durante le ore diurne vi renderanno ancor più vigoroso questa notte e

sono certo che la contessina ne sarà lusingata.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(alzandosi disperato) Ma quali amorosi sensi?

Aristide, io amo disperatamente quella donna.

ARISTIDE:

Siete un uomo fortunato, a pochi gentiluomini capita la ventura di amare

la propria consorte e la maggior parte dei vostri pari divide il resto della

vita con una donna che detesta.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(sognante) Dividere il resto della vita …

(tornando in se) Quale sogno!

Quale gioia!

Ma io non sono così fortunato, Genoveffa deve morire.

ARISTIDE:

(preoccupato) La contessa ha contratto un brutto male?

FLAVIO BARTOLOMEO:

No, la contessa sta benissimo, sono io che sto male.

L'amo disperatamente, ma devo ucciderla.

ARISTIDE:

31

Perché dovete ucciderla?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(disperato) Ne va del mio onore.

(solenne) Aristide, un uomo può affrontare qualsiasi cosa, la povertà, la

malattia, la sconfitta, la morte della donna amata, ma mai e poi mai la

perdita dell'onore.

(risoluto) Pertanto dovrò far morire la donna che amo.

ARISTIDE:

Milord, permettetemi di prendermi la libertà di consigliarvi, visto che vi ho

visto bambino e vi amo come un figlio.

Rinunciate all'onore e vivete soltanto per la vostra felicità.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Giammai!

L'onore per un hidalgo è tutto!

ARISTIDE:

Che delusione!

Vi credevo un uomo stravagante, ma pur sempre un uomo prima che un

hidalgo, ma ora mi rendo conto che siete soltanto un hidalgo.

Aristide esce di scena disgustato. Flavio Bartolomeo, una volta rimasto solo, si abbandona ad un pianto

sconsolato.

SCENA 3

Ricompare in scena Aristide, che non può fare a meno di osservare il suo padrone in lacrime con un

sentimento misto di commozione e rabbia.

ARISTIDE:

Milord, ricomponetevi, di là c'è vostra suocera che chiede udienza.

Flavio Bartolomeo si ricompone velocemente.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cosa vuole quella vecchia arpia?

ARISTIDE:

Non ne ho la più pallida idea. Cosa devo fare?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Falla passare.

Aristide esce di scena e dopo poco compare la baronessa de Villiers. Flavio Bartolomeo si precipita a farle il

baciamano.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cara suocera a cosa devo la vostra inaspettata ma gradita visita?

DE VILLIERS:

La cara Genoveffa mi dice cose meravigliose di voi ed ero curiosa di

vedervi.

(compiaciuta) Vedo che, nonostante le meraviglie che si dice facciate a

letto, non avete un aspetto sciupato.

Temo di avervi sottovalutato come amante.

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FLAVIO BARTOLOMEO:

Vi sbagliate cara baronessa.

Non sono io a fare meraviglie ma la piccola Genoveffa che ha risvegliato

nel mio cuore l'amore e certi ardori che non credevo di poter più provare

dai tempi dell'adolescenza.

DE VILLIERS:

Devo supporre che la vostra unione sta procedendo a gonfie vele.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Anche meglio di così, baronessa.

Visto che siete mia suocera credo di non dover esser limitato dal pudore

e dalla decenza nel dirvi che, cosa disdicevole per un gentiluomo, amo

mia moglie.

DE VILLIERS:

(inorridita) Santo cielo, siete impazzito!

(severa) Ad una moglie si devono rispetto, tradimenti discreti, un buon

nome e tante altre piccole inezie, ma non l'amore.

L'amore riservatelo alle vostre amanti.

Non umiliatela così tanto da amarla, una moglie che si rispetti va odiata.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Baronessa, i tempi sono cambiati e credo che non vi sia nulla di

sconveniente nell'amare la propria consorte.

DE VILLIERS:

Basta con questi discorsi osceni!

Riacquistate quanto prima possibile la vostra dignità o sarò costretta a

trovare alla piccola Genoveffa un altro marito.

Un marito rispettoso che la odi come le buone maniere ed il matrimonio

impongono da sempre.

(fa una breve pausa) Conte della Maddalena, in realtà sono qui per

chiedervi un favore.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Chiedete ed avrete.

DE VILLIERS:

Visto che a Genova non dispongo di una dimora ma vivo in albergo, mi

sono permessa di dare appuntamento al vostro amico il regista qui.

Posso abusare della vostra ospitalità?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Certamente! Posso attenderlo con voi o preferite un incontro privato?

DE VILLIERS:

Preferirei un incontro privato.

Devo accordarmi con il maestro per allestire uno spettacolo a sorpresa

per il compleanno di Genoveffa e sono certa che il vostro amore vi

impedirebbe di mantenere il segreto necessario affinché la sorpresa sia

tale.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Allora mi congedo. Fate come se foste a casa vostra.

Flavio Bartolomeo esce di scena. Dopo pochi istanti compare Domingo.

DE VILLIERS:

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(severa) Vi stavo aspettando!

Siete in ritardo!

DOMINGO:

(baciandole la mano) Stavo aspettando che quell'idiota di vostro genero

uscisse.

DE VILLIERS:

Sapete perché vi ho fatto convocare?

DOMINGO:

(tirando fuori dalla giacca uno stiletto) Certamente!

Suppongo che sia giunta l'ora che mi premuri di rendere vostra figliastra

sterile.

DE VILLIERS:

Sbagliato!

Le cose si stanno mettendo peggio di quanto pensassi.

Ero certa che il conte fosse corrotto quanto me e che ambisse soltanto

alle ricchezze di Genoveffa e che l'avrebbe uccisa quanto prima.

DOMINGO:

Effettivamente tutto ciò è possibile con quell'infame.

DE VILLIERS:

Voi eravate la mia arma di riserva qualora il conte avesse voluto un figlio

prima di uccidere Genoveffa.

Anche se devo confidarvi che contavo sul fatto che foste inutile.

Ma quel miserabile, quel debosciato senza speranza, mi ha

profondamente delusa.

(disgustata) Si è innamorato di Genoveffa.

DOMINGO:

(disgustato) Santo cielo, ha perso il lume della ragione!

DE VILLIERS:

Esatto!

Pertanto non mi rimanete che voi.

DOMINGO:

Baronessa non vi deluderò. Chiedete ed avrete.

DE VILLIERS:

Uccidete quanto prima Genoveffa.

DOMINGO:

(solenne) Genoveffa non vedrà l'alba di domani!

DE VILLIERS:

Conto su di voi.

La baronessa esce di scena.

SCENA 4

Compare all'improvviso Leonardo Alfonso. Che si avvicina a Domingo e gli strappa via dalle mani lo stiletto.

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LEONARDO ALFONSO:

(osservando l'arma) Che bello stiletto!

Di ottima fattura!

Dove lo hai rubato?

DOMINGO:

Non lo ho rubato, mi è stato donato.

LEONARDO ALFONSO:

(giocando con lo stiletto e provando dei colpi a vuoto) Un'arma indicata

per un omicidio a tradimento.

DOMINGO:

Non ho mai ucciso nessuno a tradimento.

LEONARDO ALFONSO:

Menti sapendo di mentire e certo di non esser creduto.

DOMINGO:

Cosa vuoi da me?

LEONARDO ALFONSO:

(sempre giocando con lo stiletto) Non trovi che sia un'arma perfetta per

uccidere una donna?

DOMINGO:

(sorpreso) Una donna?

LEONARDO ALFONSO:

Si!

Una donna … oppure un traditore.

Leonardo Alfonso pugnala Domingo.

DOMINGO:

(crollando a terra) Perché?

LEONARDO ALFONSO:

Non ho potuto fare a meno di ascoltare il tuo colloquio con la baronessa.

DOMINGO:

(con un filo di voce) Perché mi hai fermato?

Anche tu ami Genoveffa?

LEONARDO ALFONSO:

Non diciamo sciocchezze!

Non potevo permetterti di rubarmi il divertimento di uccidere Genoveffa.

La vita di quella sventurata mi appartiene di diritto.

DOMINGO:

(patetico) Ah … Muoio!

Leonardo Alfonso gli sferra un calcio.

LEONARDO ALFONSO:

Non fare una sceneggiata!

Il colpo che ti ho inferto non è mortale.

Tra poco perderai i sensi, ma non morirai, il mio chirurgo personale ti

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salverà.

DOMINGO:

Ti ringrazio per la tua clemenza.

LEONARDO ALFONSO:

(scoppia a ridere) Quale clemenza?

Ti trascinerò via con me, ti farò medicare e ti rinchiuderò nelle segrete del

mio palazzo, dove ti torturerò a morte.

DOMINGO:

Uccidimi qui e facciamola finita.

LEONARDO ALFONSO:

Mai e poi mai!

Non uccido mai i miei nemici, faccio in modo che morire diventi il loro più

grande sogno inappagato.

Tra qualche giorno, quando sarai una massa di carne informe, in preda ai

più terrificanti dolori che si possa immaginare, supplicherai la morte e con

somma gioia te la negherò.

Leonardo Alfonso tira fuori dalla giacca un fazzoletto, pulisce prima la lama dello stiletto e poi le poche tracce

di sangue che vi sono sul pavimento. Dopodiché ripone lo stiletto in una tasca della giacca e prende

Domingo per i piedi, trascinandolo fuori scena.

SCENA 5

Compare in scena Genoveffa.

GENOVEFFA:

(parlando da sola) Che strano, Flavio mi ha detto di accogliere don

Leonardo ed intrattenerlo fino al suo ritorno, ma non c'è alcuna traccia di

don Leonardo.

In quell'istante ricompare don Leonardo, che si precipita a baciarle la mano.

LEONARDO ALFONSO:

Genoveffa, siete più bella di un angelo. La vostra presenza ha ridato la

luce a questa casa.

GENOVEFFA:

(facendosi timida) Don Leonardo vi prego di non farmi simili complimenti.

Anche se siete il migliore amico, quasi un fratello, di mio marito, non è

bene che vi permettiate simili confidenze con me.

LEONARDO ALFONSO:

(cingendola per la vita) Genoveffa, strappiamo via il nero velo della

menzogna ed apriamo i nostri cuori alla luce della verità.

GENOVEFFA:

(liberandosi dallo sgradito abbraccio) Cosa intendete dire?

LEONARDO ALFONSO:

Cara, vi desidero!

Vi desidero sin dal primo istante che vi ho vista e sarete mia!

GENOVEFFA:

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(sconvolta) Siete impazzito?

LEONARDO ALFONSO:

Si! Pazzo di desiderio!

Genoveffa, inorridita, lo schiaffeggia.

GENOVEFFA:

Duca, ricomponetevi e chiedetemi scusa!

Se lo farete e mi prometterete di non ripetere mai più simili oltraggi sarò

così buona da non farne parola con mio marito e salvare la vostra

amicizia.

LEONARDO ALFONSO:

Tacete demone della lussuria!

Vi desidero e farò tutto quanto è in mio potere per avervi.

Genoveffa lo schiaffeggia nuovamente.

GENOVEFFA:

Duca, avete bevuto e non siete in voi.

LEONARDO ALFONSO:

No!

Non tocco una goccia d'alcool da ore.

Ho semplicemente versato il sangue di un piccolo infame e ciò ha

infiammato i miei sensi ed ora mi vedo obbligato a placarli.

Genoveffa tenta di allontanarsi. Leonardo Alfonso la afferra e la tira a se, baciandola.

GENOVEFFA:

Mostro!

LEONARDO ALFONSO:

Si, sono proprio un mostro.

Leonardo Alfonso tira fuori lo stiletto dalla giacca e lacera la camicetta della ragazza. (l'ideale sarebbe che

l'attrice che interpreta Genoveffa rimanesse a seno nudo, ma se la compagnia teatrale è formata da dilettanti

e/o persone timide sarà compito del regista trovare il modo di far sembrare il più nuda possibile un'attrice che

avrà comunque una camicetta lacerata addosso)

LEONARDO ALFONSO:

(puntando lo stiletto alla gola della ragazza) Ora sarete mia!

Genoveffa fugge fuori scena urlando. Leonardo Alfonso la insegue. Si spengono le luci e si odono urla

femminili e pianti isterici.

SCENA 6

Si riaccendono le luci. Flavio Bartolomeo trascina per i capelli la povera Genoveffa, che ha le vesti strappate,

i capelli arruffati e singhiozza a più non posso.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Puttana!

(drammatico) Proprio tu, colei a cui avevo consegnato le chiavi del mio

povero cuore, mi hai tradito.

Non soltanto mi hai tradito, ma lo hai pure fatto con il mio migliore amico,

37

nonché testimone delle nostre nozze.

GENOVEFFA:

(singhiozzando) Flavio non ti ho tradito, quel bruto mi ha violentata!

FLAVIO BARTOLOMEO:

Taci!

Non scaricare la tua colpa su quell'innocente.

So benissimo che la lussuriosa sei tu.

Chissà per quanto tempo ancora mi avresti tradito se non ti avessi colta

sul fatto?

Donna crudele e senza cuore!

GENOVEFFA:

(disperata) Anziché accusarmi di colpe non mie, vendicami.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Vendicarti?

Stolta non crederai realmente che crederò alla tua versione dei fatti?

Leonardo Alfonso è al di sopra di ogni sospetto.

Sei tu, oscena e lubrica tentatrice, che lo hai indotto alla colpa!

Genoveffa si accascia in terra e si mette a singhiozzare ancor più disperata.

FLAVIO BARTOLOMEO:

So tutto!

Hai indotto il povero don Leonardo a bere e poi lo hai sedotto.

GENOVEFFA:

(disperata) Marito mio, quel bruto ti ha ingannato.

E' venuto qua, con uno stiletto mi ha lacerato le vesti e poi, nonostante i

miei vani tentativi di resistenza, mi ha stuprata.

(rabbiosa) Non scorgi forse su di me i segni della violenza?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(duro) Scorgo soltanto i segni della colpa!

Il povero don Leonardo mi ha raccontato tutto e, pentito, mi ha supplicato

di perdonare la sua debolezza e soprattutto la tua lussuria.

GENOVEFFA:

(furente) Miserabile bugiardo!

FLAVIO BARTOLOMEO:

Taci, donna indegna!

Ora chiederai scusa a quel pover uomo a cui hai tentato di far perdere la

mia amicizia.

(Alzando la voce) Don Leonardo, entra pure.

Genoveffa, ormai priva di forze, crolla del tutto. Leonardo Alfonso entra in scena trionfante, si accorge che

Genoveffa ha il viso a terra e non può vederlo e se la ride. Si avvicina all'amico e si scambiano un sorriso

complice.

LEONARDO ALFONSO:

(patetico, quasi in lacrime) Amico mio, ti supplico perdonami!

Non ero in me!

Quella donna mi ha indotto a macchiarmi della peggiore tra le colpe

possibili nei confronti del mio migliore amico.

GENOVEFFA:

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(rialzando il capo) Bastardo!

Bugiardo!

LEONARDO ALFONSO:

(porgendo lo stiletto a Flavio Bartolomeo) Amico mio, se non credi alle

mie parole, prenditi la mia vita.

(patetico oltre i limiti della decenza) Senza la tua amicizia la mia inutile

vita non ha più senso.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(abbracciando l'amico e baciandolo in modo abbastanza ambiguo sulle

labbra) Amico mio!

So benissimo che il tuo cuore è puro e che l'unica colpevole di tutta

questa storia è questa donna lussuriosa.

GENOVEFFA:

(disperata) Marito mio, anche tu mi tradisci e pugnali al cuore la mia virtù

oltraggiata?

LEONARDO ALFONSO:

(gettandosi in ginocchio e con tono patetico) Amico mio, ti supplico di

essere buono e di perdonare questa donna.

Sono certo che la sua colpa è dettata soltanto dal ribollire del suo giovane

sangue e dalla cattiva educazione impartitale dalla sua esecrabile

famiglia.

(quasi disperato) Perdonala e dimentica tutto!

Dimostra ancora una volta il tuo buon cuore.

(fa una piccola pausa) Se la tua rabbia necessita di una vittima, punisci

me e non lei.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(fingendosi commosso) Che nobiltà d'animo!

(voltandosi verso la moglie) Genoveffa, impara da lui.

GENOVEFFA:

(singhiozzando) Mio dio, quale umiliazione!

Perché sono sottoposta a tutte questo?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(severo) Genoveffa, chiedi perdono al povero don Leonardo.

Leonardo Alfonso, che è alle spalle della fanciulla e non può essere visto da lei, sogghigna come un pazzo.

GENOVEFFA:

(indignata ed offesa) Mai!

Flavio Bartolomeo le molla un ceffone.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Chiedi perdono al povero don Leonardo.

Genoveffa tentenna, Flavio Bartolomeo le molla un altro ceffone.

GENOVEFFA:

(rabbiosa e travolta dalle lacrime più disperate) Perdonatemi …

LEONARDO ALFONSO:

(dubbioso) Non attenterete più alla mia virtù, mettendo in pericolo la mia

amicizia con don Flavio?

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GENOVEFFA:

Bastardo!

Flavio Bartolomeo dà un altro ceffone alla moglie.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Amico mio, stai pur certo che questa degenerata non attenterà mai più

alla tua virtù.

Questa sera conoscerà la frusta ed imparerà a rispettare suo marito ed i

suoi amici.

LEONARDO ALFONSO:

Se mi assicuri una punizione esemplare per questa donna di malaffare,

mi ritengo più che soddisfatto così e la perdonerò.

GENOVEFFA:

Miserabile, la verità verrà a galla e la pagherete!

FLAVIO BARTOLOMEO:

(dandole l'ennesimo ceffone) Vai nella tua stanza e non uscire fino a

quando non verrò a punirti.

Genoveffa si alza e singhiozzando esce di scena.

SCENA 7

I due miserabili si mettono a sghignazzare selvaggiamente e si abbracciano.

LEONARDO ALFONSO:

Don Flavio sei stato grande.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Devo ammettere che questa sceneggiata mi è costata non poca fatica,

(patetico) amo quella donna, (solenne) ma l'onore è l'onore e lei dovrà

essere divorata dal dolore e dalla vergogna prima di morire.

LEONARDO ALFONSO:

Parole sante!

Ogni giorno verrò ad abusare di lei e tu ti ostinerai a non credere ai suoi

patetici piagnistei e la punirai severamente.

Tra qualche giorno il dolore, l'umiliazione e la vergogna avranno fatto il

loro corso e potrai liberartene.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Amico mio, chiedo sin d'ora il tuo aiuto.

LEONARDO ALFONSO:

Cosa posso fare per te?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Se in questi giorni l'amore dovesse prevalere sui miei propositi, farmi

tentennare o dubitare della bontà delle mie azioni, stammi vicino,

confortami e ricordami quanto sia più prezioso l'onore della felicità

coniugale.

(patetico) Aiutami, questa prova è molto difficile per me.

LEONARDO ALFONSO:

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Non temere, ti sarò vicino.

I due amici si abbracciano ancora una volta, poi Leonardo Alfonso esce di scena.

SCENA 8

Flavio Bartolomeo si siede vicino al tavolo e si prende la testa tra le mani.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(disperato) Mio dio, quale immane dolore?

(con voce stridula e patetica) Perché un gentiluomo deve essere

combattuto tra amore ed onore?

Compare in scena Aristide.

ARISTIDE:

Milord, vi ho udito gridare e dalla stanza della contessa proviene il

terrificante suono di un pianto disperato, cosa è accaduto?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Nulla, caro Aristide.

ARISTIDE:

Perdonatemi, avevo pensato che potevate aver bisogno del mio aiuto.

Aristide accenna ad andarsene.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide, fermati. Tu che hai sempre una risposta per qualsiasi domanda,

dimmi perché esiste l'amore.

ARISTIDE:

Milord, temo che l'amore sia una di quelle cose così inspiegabili che

nessuno ha una risposta alla sua domanda.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ma l'amore è sempre una sofferenza come lo è per me?

ARISTIDE:

No, milord. Vi sono persone per le quali le pene d'amore sono dolci.

Credo che a far pendere il piatto della bilancia tra "dolci pene d'amor" e

"insopportabile strazio dell'anima" sia il conseguimento dell'obbiettivo.

Se l'oggetto del nostro penare cede alle nostre lusinghe le pene che si

sono affrontate diventano più dolci e rendono più intenso il momento del

piacere.

Invece se l'oggetto del nostro penare ci rifiuta, le pene d'amor diventano

orrende sofferenze che sono state soltanto il preludio di un'ulteriore e

forse maggior pena.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Quale saggezza!

ARISTIDE:

Milord, temo di dover deludere e ricordarvi che voi non state patendo i

dolci tormenti dell'innamoramento, in quanto l'oggetto del vostro desiderio

è già vostra moglie e pertanto il vostro desiderio non è inappagato.

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FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide, non esistono solo le pene dell'innamoramento, esistono anche

quelle del distacco.

(solenne) L'onore mi impone di immolare la dolce Genoveffa e sto

soffrendo le pene dell'imminente distacco.

ARISTIDE:

Milord, voi state patendo le pene dell'idiozia.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(indignato) Come osi?

ARISTIDE:

Smettetela di fare il buffone, correte da vostra moglie, chiedetele perdono

e vivete felice con lei.

Il vostro desiderio di ucciderla è solo il capriccio di un gentiluomo viziato

ed immaturo.

Amatela e sarete felice.

FLAVIO BARTOLOMEO:

L'onore non è soltanto un capriccio, per un gentiluomo è tutto!

(sconsolato) E poi ormai è troppo tardi.

ARISTIDE:

Troppo tardi?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Si, il martirio di Genoveffa ha già avuto inizio.

ARISTIDE:

Milord, siete soltanto un miserabile.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(indignato) Come osi impudente?

ARISTIDE:

Rassegno le mie dimissioni e non voglio mai più aver nulla a che fare con

voi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Vattene cane!

Assumerò un altro maggiordomo.

Aristide esce di scena.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(furente) Ci mancava soltanto la rivolta della servitù.

(patetico) Ma so io chi è il colpevole di tutta questa tragedia.

(pausa) Si, è tutta colpa sua.

(pausa) Se non mi innamoravo di lei, ucciderla non sarebbe così penoso.

(furente) Puttana!

Una puttana dai modi gentili e dall'aspetto di un angelo che ha rubato il

mio cuore.

Andrò a fustigarla senza pietà, tutto quest'amore mi strazia ed è giusto

che lei subisca le conseguenze per ciò che mi ha fatto.

(disperato) Dio mio, quanto l'amo!

Flavio Bartolomeo esce di scena. Si spengono le luci e si odono strazianti urla femminili ed un pianto

lacerante.

42

SCENA 9

Si riaccendono le luci. Entra in scena Genoveffa, che continuando a singhiozzare va a sedersi, si prende la

testa tra le mani e fissa il vuoto, senza dire una sola parola. (accompagnare l'ingresso in scena e poi lo

sguardo assente e disperato della ragazza con un pezzo di violino il più lagnoso e patetico possibile)

GENOVEFFA:

(singhiozzando) Perché? Perché?

Compare in scena Leonardo Alfonso.

LEONARDO ALFONSO:

Perché lo meritate!

Siete nata per soffrire ed io sarò il vostro aguzzino.

Genoveffa si alza e va verso il fondo della scena. Si chiude a riccio con le braccia strette intorno al corpo, nel

vano tentativo di difendersi.

GENOVEFFA:

Ancora voi, uomo maledetto da dio e dagli uomini.

Andatevene!

LEONARDO ALFONSO:

(divertito) Andarmene?

Perché dovrei lasciarvi da sola e non abusare ancora una volta di voi?

GENOVEFFA:

Urlerò e mio marito verrà a difendermi.

LEONARDO ALFONSO:

Perché dovrebbe credervi?

Mi basterà dire che mi avete nuovamente sedotto.

D'altronde è noto che siete una donna dagli insaziabili appetiti sessuali e

che siete sempre disponibile a tradire il vostro povero coniuge.

GENOVEFFA:

Miserabile!

Stavolta verrete colto sul fatto e mio marito, prima di chiedermi scusa e

restituirmi il suo cuore, vi passerà da parte a parte con una delle spade

della sua collezione.

LEONARDO ALFONSO:

Sbagliato!

GENOVEFFA:

(con un tono incerto tra rabbia e terrore) Cosa intendete dire?

LEONARDO ALFONSO:

Vostro marito è uscito ed in questa casa vi siamo soltanto noi.

Nessun orecchio udirà mai le vostre urla, tranne naturalmente il mio che

ne trarrà diletto.

Leonardo Alfonso prende la ragazza per i capelli e, mentre lei si sgola a più non posso, la trascina fuori

scena. Dopo una breve pausa si odono nuove urla e pianti fuori scena.

SCENA 10

43

Entrano in scena Leonardo Alfonso e Flavio Bartolomeo. Quest'ultimo porta con se un bottiglia di vino, un

calice ed una boccetta.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Amico mio, non ce la faccio più!

L'amore per quella donna mi strazia, pertanto ho deciso di accelerare la

sua prematura dipartita, dovrà morire oggi stesso.

LEONARDO ALFONSO:

Non posso che trovarmi d'accordo con te.

La sua voce è troppo squillante e le sue urla sono così penetranti da

infastidirmi mentre la brutalizzo. Sono una persona sensibile e tutto

quell'urlare mi turba.

Ahimè, perché gli agnelli sacrificali non sanno soffrire in silenzio?

Non sarebbe meglio un viso contorto e deturpato dal dolore ma muto che

un volto teso nell'insopportabile sforzo di urlare la propria sofferenza?

Certa gente non sa veramente soffrire, anche nel momento del dolore la

classe ed il contegno sono tutto.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Sei un vero maestro di stile.

LEONARDO ALFONSO:

No, sono soltanto una persona dotata di un minimo di contegno.

Prendi ad esempio quel debosciato di Domingo, il sedicente genio

incompreso, non ho mai visto una persona priva di classe come lui.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Cosa ha fatto?

LEONARDO ALFONSO:

Non immaginerai mai la sua impudenza.

Quel miserabile ha osato morire subito, appena ho iniziato a torturarlo,

senza nemmeno patire quel minimo atto a trasformare la sua inutile

morte in un martirio.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Santo cielo!

Ti ha così privato di ogni diletto nel macellare le sue informi carni con le

tenaglie.

LEONARDO ALFONSO:

Esatto!

Speriamo che almeno tua moglie ci conceda la grazia di morire con un

minimo di dignità.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non temere, mi premurerò di indurla a morire con orgoglio.

LEONARDO ALFONSO:

Bravo! E' il tuo dovere di buon marito.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Consigliami tu che sei un maestro di bon ton, devo assentarmi e lasciarla

morire in solitudine o assisterla?

LEONARDO ALFONSO:

Non vi è ombra di dubbio, il tuo dovere di marito non soltanto ti impone di

assistere al suo decesso, ma se è possibile di tenerla per mano.

44

E soprattutto, se fosse necessario intervenire per salvare il suo onore, di

tapparle la bocca con una mano amorevole affinché non gridi e non dia

scandalo.

Mi raccomando aiutala a morire con dignità.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Hai ragione!

La amo troppo per permetterle di morire senza dignità.

LEONARDO ALFONSO:

Ora ti lascio.

Vado nelle cucine, chiamami quando tutto sarà finito.

FLAVIO BARTOLOMEO:

No …

Ti prego non allontanarti troppo.

Amo quella donna e sento che senza il tuo occhio vigile che veglia su di

me, sarei incapace di farla morire.

E poi … dopo il suo decesso avrò sicuramente bisogno di conforto e chi

potrebbe confortarmi meglio di te?

LEONARDO ALFONSO:

Questa debolezza mi ripugna, ma ti capisco.

Gli dei sono sempre stati clementi con me e non hanno mai fatto vacillare

il mio cuore, ma il terrore di innamorarmi mi ha sempre straziato e non

oso nemmeno immaginare l'orda di sentimenti indegni che ti divora.

Si, credo che il mio dovere di amico mi imponga di esserti vicino nel

momento del riscatto e della rinascita.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Si, nasconditi dietro una tenda ed assisti a tutto.

Stammi vicino.

Leonardo Alfonso va a nascondersi dietro una tenda. Flavio Bartolomeo esce di scena.

SCENA 11

Flavio Bartolomeo torna in scena trascinando per i capelli la povera Genoveffa.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Traditrice!

Così hai di nuovo sedotto il povero Don Leonardo, che ora travolto dai

sensi di colpa medita il suicidio e, come ultimo desiderio, mi ha pregato di

concedergli il mio perdono.

GENOVEFFA:

(disperata) Marito mio, non oserai credere nuovamente alle sue parole?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non ti ho nuovamente sorpresa a letto con lui?

GENOVEFFA:

No, non mi hai nuovamente sorpresa a letto con lui, mi hai nuovamente

trovata picchiata e violentata.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non dire sciocchezze!

Il buon don Leonardo è un signore e non abuserebbe mai di una

45

fanciulla. Il demone lussurioso sei tu.

GENOVEFFA:

(furente) Se non mi vendicherai chiederò il divorzio.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Vendicarti?

Certo che il furente demone della vendetta mieterà le sue vittime, ma

colui che deve essere vendicato sono soltanto io.

(rabbioso) Traditrice infame!

GENOVEFFA:

Esigo le tue scuse e che lavi nel sangue l'onta che il tuo amico mi ha

arrecato.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Sangue?

Se il sangue scorrerà sarà il tuo.

(si siede sconsolato) Ahimè, avevo sperato che la frusta ti donasse

giudizio e temperanza e, contro i miei dettami morali e la mia sensibilità,

per la prima volta ho battuto una donna, ma quella violenza contro la mia

morale è stata vana.

Nemmeno batterti a sangue sembra in grado di salvare il nostro

matrimonio.

GENOVEFFA:

Sei completamente folle!

FLAVIO BARTOLOMEO:

Taci cagna lasciva! Ahimè, il matrimonio è fallito, salviamo almeno

l'onore.

GENOVEFFA:

Non dire sciocchezze!

Quale onore devi salvare?

Se tu volessi salvare almeno l'onore avresti già ucciso don Leonardo.

Tu non sai nemmeno cos'è l'onore.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Taci scellerata!

Tu hai gettato discredito sul nobilissimo casato dei De Leoni della

Maddalena e persino su quello dei De Villiers.

I miei e persino i tuoi avi chiedono che tu sia punita per le tue colpe.

Non mi rimane che ripudiarti, sfregiarti con il vetriolo affinché nessuno

possa più desiderarti, mutilarti in modo che tu non possa generare figli

illegittimi e poi decidere se chiuderti in un convento o peggio ancora

rimandarti a tuo padre, che morirà di crepacuore per lo scandalo.

GENOVEFFA:

Mio padre vi farà uccidere tutti!

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non credo proprio.

Temo che il suo povero cuore non sopporterà quest'oltraggio e che

morirà travolto dalla vergogna.

E qualora sopravvivesse, sarebbe costretto ad ucciderti con le sue mani

per salvare l'onore del casato.

GENOVEFFA:

46

Sei completamente pazzo!

Parli come un hidalgo folle del periodo rinascimentale.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Sono un hidalgo e ne vado fiero!

GENOVEFFA:

Mi avevi detto di amarmi oltre ogni cosa, mi avevi forse mentito?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(sconsolato) Ahimè no!

(disperato) E' proprio il mio amore sincero per te a spingermi a cercare

una soluzione diversa dal ripudio e dalla rovina dei nostri casati per uscire

da questa storia.

GENOVEFFA:

Cosa intendi dire?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(patetico) Ti amo troppo e devo salvaguardare il tuo onore ormai

compromesso e darti una via d'uscita dignitosa da tutta questa

situazione.

GENOVEFFA:

Basta!

Non ne posso più di queste idiozie!

Se non mi vendicherai, tornerò da mio padre e ci penserà lui a

vendicarmi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non credo che sia possibile.

La baronessa De Villiers lo metterà al corrente della tua sfrenata lussuria

e dei tuoi tradimenti.

(quasi paterno) Credimi, io ti amo e ti fornirò la soluzione più dignitosa

per uscire da tutta questa situazione.

GENOVEFFA:

Di cosa parli?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Vedi la bottiglia e la boccetta sul tavolo?

GENOVEFFA:

Certo!

Cosa sono?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Sono il vino che ti verserai ed il veleno con cui lo correggerai.

La vergogna ed il pentimento ti porteranno al suicidio e l'onore sarà salvo.

Ti redimerai a tal punto che non potrai più sopportare la tua colpa e ti

sacrificherai per salvare il tuo e soprattutto il mio onore.

(solenne) Che donna eccezionale!

Che nobiltà d'animo!

Credo che persino il povero don Leonardo sarà costretto a perdonarti

dopo un simile gesto.

GENOVEFFA:

Sei folle?

Me ne vado!

47

Genoveffa tenta di andarsene, ma Flavio Bartolomeo le sbarra la strada.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Donna crudele, a tal punto mi odi?

GENOVEFFA:

Sei tu che mi odi!

Sei tu che mi vuoi morta!

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ti voglio morta soltanto perché ti amo.

Anzi no, ti voglio morta per poterti amare per sempre.

Genoveffa si siede sconsolata al tavolo.

GENOVEFFA:

Perché Dio mi odia a tal punto?

FLAVIO BARTOLOMEO:

(prendendole una mano affettuosamente) Sii una donna degna del tuo

rango, una donna degna di essere amata in eterno, versati da bere e

restituiscimi l'onore.

GENOVEFFA:

Sei folle, sorseggia tu l'amaro veleno del tuo delirante onore.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(allontanandosi ed inginocchiandosi sul bordo del palco, dinanzi al

pubblico, e dandole le spalle, con un tono lacrimoso) Amore mio, ti

renderò tutto più facile, non guarderò il momento in cui berrai l'amaro

calice.

Non guarderò finché non avrai bevuto.

Ti risparmierò l'umiliazione di assistere ai tuoi momenti di tentennamento,

mi volterò soltanto per vederti morire con dignità.

Flavio Bartolomeo si china a terra e singhiozza senza ritegno. Prima che Genoveffa possa dire qualsiasi cosa

compare Leonardo Alfonso, che la prende alle spalle, con una mano le tappa la bocca e con l'altra versa

prima il vino e poi il veleno nel calice. Poi sogghignando la costringe a bere. Mentre Genoveffa si alza e

barcolla in preda agli spasmi della morte, Leonardo Alfonso torna dietro alla tenda. Genoveffa cade a terra

rumorosamente.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(girandosi appena sente il tonfo) Amore mio, lo sapevo che eri una gran

donna.

Flavio Bartolomeo le va vicino, si inginocchia e la tiene tra le braccia.

GENOVEFFA:

(sofferente) Mmm….

Genoveffa geme senza riuscire ad articolare una sola parola sensata. Flavio Bartolomeo le tappa la bocca

con una mano, tenendola sempre stretta.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Amore mio, non temere sono qua con te, non durerà a lungo.

Ti adoro!

Sapevo che l'avresti fatto.

Per fortuna sono qua vicino ad impedirti di gridare e perdere così la

solenne dignità di una morte discreta.

48

Genoveffa reclina il capo. E' morta.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Che donna eccezionale!

LEONARDO ALFONSO:

(uscendo dal suo nascondiglio) Una morte tanto toccante quanto

dignitosa.

(abbraccia Flavio Bartolomeo, senza che questi molli il cadavere della

moglie) Amico mio, avevi una moglie eccezionale.

Quasi quasi ti invidio.

Ah … come vorrei essere io il vedovo di una donna simile.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Amico mio, non so se sono davvero degno di una donna che si è

realmente tolta la vita per me.

LEONARDO ALFONSO:

(baciandolo) Lo sei! Lo sei!

Dio mio, come ti invidio!

Ma ora ti lascio, a goderti solo questo momento toccante.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ti ringrazio, sei un vero amico.

Leonardo Alfonso esce di scena fischiettando.

SCENA 12

Flavio Bartolomeo depone a terra il cadavere della moglie, poi si mette a camminare in tondo intorno ad

esso.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Mio dio, cosa ho fatto?

Ho ucciso la donna che amo!

Flavio Bartolomeo abbraccia e bacia il cadavere.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Sono soltanto un miserabile.

Genoveffa era il dono che il cielo mi aveva mandato per cambiare vita,

cessare di essere uno scellerato ed essere redento dall'amore.

(disperato) Perché? Perché?

Perché lo ho fatto?

Si alza in piedi risoluto.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Mi ucciderò, così raggiungerò la mia dolce Genoveffa e starò per sempre

con lei.

Si avvicina al tavolo, riempie il calice di vino e poi di veleno. Lo alza al cielo e poi lo porta alle labbra. Ma non

lo beve.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(sconsolato) Non ne ho il coraggio.

Il veleno mi terrorizza.

49

E … se mi impicassi?

Mmm … non so fare il nodo scorsoio.

Prende il campanello sul tavolo e lo suona ripetutamente.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide! Aristide!

Compare in scena Aristide. In mano ha una valigia.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Aristide uccidimi!

ARISTIDE:

Milord, non posso.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Come sarebbe a dire con puoi?

Non sono capace a suicidarmi, quindi ti ordino di uccidermi.

ARISTIDE:

Milord, non lavoro più per voi e me ne sto andando.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Vigliacco!

(disperato) Uccidimi!

E' un ordine!

ARISTIDE:

Milord, uccidetevi da solo.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non posso!

Sono un buono a nulla! Sono solo un vigliacco!

Non saprei mai morire con dignità.

ARISTIDE:

Prendete esempio dalla contessina.

Sono certo che l'avete indotta ad un suicidio più che dignitoso.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Vigliacco uccidimi!

(si butta in ginocchio davanti ad Aristide) Ti supplico, uccidimi!

ARISTIDE:

Milord, credo che sia più crudele lasciarvi vivere, avrete tutto il tempo

necessario per pentirvi della salvezza del vostro onore non una ma

migliaia di volte.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(sempre in ginocchio ed in lacrime) Ti supplico, uccidimi …

Aristide se ne va senza nemmeno salutare il suo ex-datore di lavoro. Flavio Bartolomeo torna ad

inginocchiarsi a fianco del cadavere ed ad abbracciarlo.

SCENA 13

50

Compare in scena Leonardo Alfonso.

LEONARDO ALFONSO:

Amico mio, siamo stati fregati!

FLAVIO BARTOLOMEO:

Taci scellerato!

Guarda cosa mi hai fatto fare.

Ma ti perdono.

LEONARDO ALFONSO:

Basta con queste sciocchezze sentimentali!

Torna in te!

Ho due notizie che sconvolgeranno la tua vita.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Non ho più una vita.

Visto che sono troppo vigliacco ed incapace di suicidarmi ed espiare le

mie colpe, ho deciso che mi rinchiuderò in un monastero, vivrò in

penitenza e pregherò fino all'ultimo dei miei giorni per la mia povera

Genoveffa.

(con enfasi) La mia santa Genoveffa.

LEONARDO ALFONSO:

Lascia il dolore coniugale alla plebe e torna in te.

Siamo stati fregati da quella scellerata della baronessa De Villiers.

La vecchia aveva previsto tutto ed aveva fatto mettere una postilla nel

contratto di matrimonio in cui vi è scritto che se Genoveffa moriva prima

che fossero trascorsi almeno sei mesi dalla data del matrimonio avresti

dovuto restituire la dote e non saresti mai stato considerato come uno dei

suoi eredi.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ne sono felice.

Un monaco che espia le sue colpe non ha bisogno di ricchezze, la

povertà mi sarà di conforto.

LEONARDO ALFONSO:

Temo proprio di doverti deludere.

Tu non sei povero.

Tua zia la granduchessa è finalmente morta e sei ricchissimo.

FLAVIO BARTOLOMEO:

Stupendo!

Vorrà dire che potrò aprire orfanotrofi, ricoveri per barboni, case per

ragazze perdute e canili intitolati alla mia Genoveffa.

LEONARDO ALFONSO:

(ironico) E magari ci scappa pure un bel mausoleo per la cara defunta?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Ottima idea!

Le farò costruire la più grande e spettacolare tra le tombe del cimitero

monumentale di Staglieno e poi spenderò il mio denaro e la mia influenza

per farla canonizzare.

(ormai completamente folle) Non credi che la mia povera Genoveffa

sarebbe un'ottima santa?

LEONARDO ALFONSO:

51

Santo cielo! Sei impazzito!

FLAVIO BARTOLOMEO:

No, la colpa ed il delitto saranno la mia croce ed espierò le mie colpe.

La mia povera Genoveffa era la santa inviatami dal cielo per redimermi, il

suo martirio è stato utile per aprire il mio cuore e fare di me un uomo

nuovo.

(levando le braccia al cielo) Sia sempre lodata la mia adorata piccola

santa Genoveffa.

LEONARDO ALFONSO:

Che schifo!

(indignato dà un calcio a Flavio Bartolomeo, facendolo ruzzolare sul

pavimento) E pensare che mi sono sforzato di fare di te un vero hidalgo.

(sconsolato) Perché ho sprecato così il mio tempo prezioso?

FLAVIO BARTOLOMEO:

Amico mio, lascia che la luce del pentimento ti illumini e vivrai meglio

anche tu.

LEONARDO ALFONSO:

Mi fai schifo!

D'ora in poi negherò di averti mai conosciuto e sono certo che anche gli

altri hidalghi faranno altrettanto.

Addio miserabile.

Leonardo Alfonso esce di scena. Flavio Bartolomeo abbraccia e bacia l'amato cadavere.

FLAVIO BARTOLOMEO:

(piagnucolando) La mia piccola santa …

La mia piccola santa …

SCENA 14

Mentre Flavio Bartolomeo, ormai reso folle dal dolore, continua ad abbracciare e baciare il cadavere sul

fondo della scena e le luci si fanno più tenui compare la voce narrante, che passeggia sul bordo del palco,

accarezzando un teschio e pronta ad arringare il pubblico.

VOCE NARRANTE:

Così si chiude la tragedia di Flavio Bartolomeo Adalgiso De Leoni, conte

della Maddalena.

Tuttavia, sono certa che i nostri amabili spettatori vorranno sapere cosa

ne è stato degli scellerati protagonisti di questa tragedia dopo questi

orribili fatti.

Il conte della Maddalena, per un po’ di tempo riuscì a nascondere la sua

follia ed a far edificare realmente un mausoleo per la povera Genoveffa.

Fece anche diverse opere di bene, intitolandole sempre alla moglie

defunta.

Ma il tarlo della follia lo divorò e lo spinse ai più feroci eccessi del

fanatismo religioso, spingendolo alle più terribili pratiche penitenziali, che

lo portarono a mutilarsi il corpo e la mente più volte.

Dopo il folle tentativo di comprare il favore di alcuni vescovi per far

canonizzare la povera Genoveffa, venne rinchiuso in un manicomio fino

alla fine dei sui giorni.

In quanto al suo migliore amico, il prode don Leonardo Alfonso Maria

Gutierez De Galdeano De Peretti, duca di Masone, dapprima si vendicò

della follia dell'amico assassinando la scellerata baronessa De Villiers.

Ovviamente dopo averla sedotta e rapinata di gran parte dei suoi averi.

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Poi giocò e perse il frutto dei suoi delitti in un casinò.

Infine, completamente ubriaco si infilò in un cassonetto della spazzatura

per dormire al riparo della pioggia.

Il giorno seguente il trita rifiuti della discarica comunale fece giustizia,

macinandolo come il rifiuto umano che era sempre stato.

La voce narrante esce di scena. Flavio Bartolomeo continua a baciare il cadavere. Le luci si spengono tutte,

tranne quelle che illuminano il folle.

FLAVIO BARTOLOMEO:

La mia piccola santa …

La mia piccola santa …

Le luci si spengono del tutto.

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