Stringiamoci a corte

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Massimo Valori

STRINGIAMOCI

A CORTE

Versione 1.02, originale: pag. 2

Versione 1.02a, adattata per le scuole: pag. 15

Nota dell’Autore

Fin da quando l’ho diffusa su Internet,“Stringiamoci a corte” ha destato un grandissimo interesse, soprattutto da parte degli insegnanti delle scuole, che vi vedevano un modo originale per celebrare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Quasi tutti però riscontravano lo stesso problema: quest’opera ha 4 personaggi e gli alunni di una classe di un qualsiasi ordine e grado sono molti di più.

D’altra parte, “Stringiamoci a corte” nacque come corto teatrale, e un corto - il più delle volte - è tale anche nel numero dei personaggi.

Ma le richieste sono state così pressanti che mi sono deciso a trarne anche una versione “ad uso scolastico”.

Spero con questo di essere venuto incontro alle aspettative di tutti quelli che mi hanno contattato per mettere in scena “Stringiamoci a corte” nelle scuole.

Buona lettura, e (speriamo) buon lavoro!


Massimo Valori


Massimo Valori - Stringiamoci a corte

Massimo Valori

STRINGIAMOCI

A CORTE

ATTO UNICO

Scritto espressamente

per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia

Versione 1.02

Personaggi:

Pamela

Cristina

Daouda

Emilia

OPERA TUTELATA SIAE – TUTTI I DIRITTI RISERVATI


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Scena completamente vuota.

SCENA 1. Pamela e Cristina


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Pamela.(lunatica, scontrosa; entra, un po’ ingobbita, tenendosi la parte inferiore della schiena e zoppicando leggermente: si è appenainfortunata; piuttosto alterata)

Cristina.(gentile, premurosa; ha il cellulare in tasca; segue Pamela portando una sedia)Ma vieni qua, vieni qua, dovestai andando…

Pamela. Cri lasciami stare. Lasciami stare, guarda, che è meglio!

Cristina. Pamela… Ma mettiti a sedere, almeno, vieni qui!(pone la sedia e aiuta Pamela a sedersi)

Pamela.(si siede, molto lentamente; si tocca la parte dolorante più volte durante il dialogo)Piano.. Pia… Ahia… Oddiooddio oddio… Pensare che domani sera dovevo uscire con Paolino, porco giuda… Ahia…

Cristina. Dove ti fa male?

Pamela. Qua… Qua… Accidenti a te e quel cassettone di quella cretina… Cristina. Non parlare così!

Pamela. Cretina, cretine tutt’e due siete! Anzi, guarda, la più cretina sono io… Ahia…

Cristina. Guarda, sorellina, che “la svanita” era un’antenata nostra, era la nonna della nonna dellanonna.

Pamela. Uh, che pizza, co’ ‘sta filastrocca, la nonna della nonna della nonna… Era una che avevaperso la durlindana, quindi era una cretina. E tu pure! E io che ti vengo dietro peggio ancora! Guarda qua… Ahia…

Cristina. Non è colpa sua se il cassettone è così pesante… Pamela. Perché? Era suo o no?

Cristina. Era suo, e allora? Che vuol dire? Mica l’ha fatto lei. E poi nemmeno si sarebbeimmaginata dove sarebbe andato a finire.

Pamela. Mi son fatta male, mi sono… Porca di quella vacca schifa!

Cristina. Fammi vedere…

Pamela. Ma cosa vuoi vedere, cosa vuoi vedere… Non si vede mica niente… Però si sente…Ahia…

Cristina. Aspetta, forse ce l’ho io una soluzione…(trae il cellulare dalla tasca; si mette a cercare un numero)

Pamela. Mi ci vorrà la fisioterapia…

Cristina. Ti sembrerà incredibile, ma… È proprio quello che sto cercando… Sì, mi ricordavobene… Chiamo subito, aspetta. (esegue)

Pamela. Diglielo, forse è uno strappo… M’è successo mentre stavamo tirando su per le scale uncassettone di fine Ottocento che pesava un accidente…

Cristina. Ma tanto ti ci faccio parlare…(al telefono)Pronto?… Ciao!… Come sapevi che ero io, haiancora il mio numero?… No no, meglio, già pensavo a come fare per farti ricordare chi ero… Senti, ho qui Pamela, mia sorella, si è fatta male, alla schiena…

Pamela. In fondo, qua…

Cristina.(c.s.)Stavamo spostando un peso…


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Pamela. Un cassettone di una scema della Belle Epoque…

Cristina.(c.s.)Sì, un cassettone, qui a casa nostra, abbiamo preso un appartamento in affitto everremo a stare qui… No, ancora no, questo è il primo mobile che portiamo… Eh, piano piano vedremo di tirarlo su, tanto siamo io e lei, non siamo di grandi pretese, quando c’è dove mettere un po’ di roba e due letti… Sì, era da tanto tempo che volevamo…

Pamela. No, ma fai pure la storia della tua vita, tanto io sto una meraviglia…

Cristina.(c.s.)Ti racconto dopo quando ci vediamo, eh? Ti passo mia sorella, così ti dice lei comesi sente. (consegna il cellulare a Pamela) Tieni, spiegaglielo tu a lui…

Pamela.(copre il cellulare per non farsi sentire)Come “a lui”? È un uomo?

Cristina. E allora? Mica che “fisioterapista” perché finisce con la “a” deve essere una femmina! Pamela. Ma c’è da fidarsi?

Cristina. E dài, Pamela… Io vado a finire di tirar dentro il cassettone, non possiamo lasciarlo ametà pianerottolo… (esce)

Pamela. Te lo sposti da sola, eh? Io col cavolo!

Cristina.(d.d.)Sopravviverò!

Pamela.(al telefono)Pronto… Salve, sono Pamela, la sorella di Cristina… Eh, no, è andata così, cheio stavo salendo le scale co’ ‘sto cassettone del kaiser… Non perché era tedesco, ho detto kaiser per non dire… Ecco… E insomma agli ultimi tre scalini ho sentito… Eh… Esattamente… Proprio, davvero!… Ma come fa a saperlo?… Accidenti… È proprio vero, a ognuno il suo mestiere… Eh, magari, però io ne avrei bisogno oggi, perché domani sera avevo un appuntamento… Subito? Ma non so se posso venire subito da lei… Lei?… Viene qui?… Ora?… Con lo scooter?… Via delle Eriche 37… Ma… Scusi una domanda, ma è in ferie lei?… Non lavora?… Ma di dove è lei scusi?… Come?… Pronto… Pronto… (conclude la telefonata)

Cristina.(rientra a tempo, con una busta in mano)Pamela, se sapessi…

Pamela.(piuttosto arrabbiata)Ma a chi caspita hai telefonato?

Cristina.(prende il cellulare dalle mani di Pamela, e ricontrolla)A lui, a Daouda…(pr. daudà)

Pamela. Daouda??…

Cristina. È un fisioterapista, sì!

Pamela. E di dov’è?

Cristina. Mi pare che sia… Senegalese…

Pamela. Cristina! Ma ti sembra che abbia la faccia di una che si fa mettere le mani addosso da unsenegalese?

Cristina. Guarda che è bravo…

Pamela. Bravo, ma senegalese!

Cristina. E allora? Che differenza fa?

Pamela. Fa molta differenza!

Cristina. Non ne fa per niente, invece! Marco con un colpo ritornò subito a posto!

Pamela. Ma cosa me ne frega di Marco! Io sono Pamela!

Cristina. Okay, brava la mia Pamela. Allora guarda: ti ridò il cellulare, così lo chiami e gli dici“guarda Daouda, non venire perché sei senegalese”. (porge il cellulare a Pamela)


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Pamela.(guarda il cellulare, ma non lo prende; breve pausa; si rassegna; riprende tono)E comunque viene ora con loscooter, qui, subito!

Cristina. E meglio di così, che vorresti?

Pamela. Sarà anche senza lavoro!

Cristina. No, non “sarà”. È senza lavoro, te lo dico io.

Pamela. Ma allora sei cretina, per davvero!

Cristina. Non vuol dir niente, e poi dovresti essere contenta. Altrimenti non poteva veniresubito, o saremmo dovute andare noi da lui.

Pamela. Guarda, proprio perché mi fa un male cane… Ahia… Ma siamo sicuri che è bravo? Omi manderà sulla sedia a rotelle?

Cristina. Marco in un colpo…

Pamela. T’ho già detto che non me ne frega, a me, dei colpi di Marco! Cristina. Insomma! Vuoi che lasci mia sorella nelle mani di un incapace?

Pamela.(più pacata)Se arrivi a pensare di far portare a due disgraziate un cassettone di tre quintaliper le scale di un palazzo…

Cristina. Primo piano. Due rampe di scale.

Pamela. È il primo mobile che portiamo qui dentro, guarda che casino! Quando porteremo lacucina? Che ti verrà in mente, il forno della pizzeria Vesuvio?

Cristina. E finiscila, sei sempre a lamentarti! Guarda piuttosto, guarda che cos’è uscito dalcassettone! Pamela! (raggiante, le mostra la busta)

Pamela. Una busta? Era in un cassetto?

Cristina. No, era nascosta! Mentre lo tiravo, m’è venuto via un pezzetto e… Pamela. E brava Cri! L’hai rotto!

Cristina. Non l’ho rotto, maledizione! Fammi finire di parlare! È una parte di una cornice cheviene via, dietro c’era una fessura, e dentro c’era questa busta! I cassettoni di una volta ce li avevano nascondigli così. Che facciamo, la apriamo?

(bussano)

Cristina. ‘Ccidenti! Già arrivato?(si avvia per andare ad aprire)

Pamela. Questo Dalida(pr. dalidà)è meglio del 118…

Cristina.(corregge Pamela)Daouda!(esce)

Pamela. Speriamo che non ci voglia davvero, il 118… Ma che le mani dei senegalesi sarannoadatte per la fisioterapia? Ma porca pupazza… Non è mia sorella la cretina, sono io!…


SCENA 2. Dette e Daouda


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Cristina.(rientra)Eccola qua! Pame, è arrivato Daouda!

Daouda.(entra; parla un buon italiano, con le classiche inflessioni degli Africani; vestito molto casual; ha un mazzo di fiori inmano: un fiore bianco, uno rosso e delle foglie, verdi; sorridente) Buongiorno Pame!

Pamela. Pamela!


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Daouda. Oh, chiedo scusa, avevo capito… Pamela, allora?(le tende la mano)Io sono Daouda.

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Pamela.(osserva la mano; esita un po’, poi gliela stringe)Piacere.

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Daouda.(mostra i fiori)Questo è per voi. Un omaggio per la vostra nuova casa.

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Cristina.(prende i fiori)Ma che gentile… Guarda, Pamela… Visto?

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Pamela. Ho visto, ho visto. Sono fiori.

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Cristina. Ma ti sei messo a spendere, Daouda… Non dovevi…

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Daouda. Beh, a dire il vero li ho presi in un’aiuola mentre stavo venendo qui…

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Cristina.(sorridendo)Ma dài! Li hai rubati?

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Daouda.(sorride anche lui)Ce n’erano tanti…

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Pamela. Ecco. Ci mancherebbe solo una denuncia per furto, stamattina.

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Daouda. Pensavo di farvi piacere.

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Cristina. Ma certo che ci fa piacere… È un po’ nervosa, sai, con l’infortunio…

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Daouda. Okay. Vediamo.

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Pamela.(non si muove)

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Cristina. Pamela, fagli vedere dove ti fa male!

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Pamela.(contrariata, solleva un lembo degli indumenti per mostrare la parte inferiore della schiena; si muove piano, è sofferente)

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Daouda. Piano, piano. Non sforzarti. Vediamo…(le tocca la parte)Fa male qua?

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Pamela. E certo che mi fa male!

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Daouda.(c.s.)E qua?

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Pamela. Sì, ahia!

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Daouda.(c.s.)E qua?

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Pamela. No, lì… No.

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Daouda. Bisognerebbe sdraiarla. Non c’è un letto?

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Cristina. No, niente letto.

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Daouda.(a Cristina)Ok. Allora aiutami ad alzarla.

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Pamela. Che alzi, oh!

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Daouda. Non ti faremo male.(a Cristina)Prendila sotto il braccio e tirala su.

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Cristina.(Cristina appoggia i fiori per terra; i fiori dovranno trovarsi nell’area che nella scena successiva sarà in luce; poi esegue)

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Daouda.(solleva Pamela insieme a Cristina)Appoggiati a noi, Pamela, stai rilassata.

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Pamela. Ahia…

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Daouda. Rilassata, rilassata… Ecco… Così…(alzano Pamela in piedi; a Cristina)La tengo io, tu gira la

sedia con la spalliera verso di te.

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Cristina.(gira la sedia di 90 gradi, in modo tale che la spalliera sia rivolta verso la parete e la seduta verso Pamela)Così?

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Daouda. Adesso torna dov’eri, la giriamo e la rimettiamo giù…(Cristina esegue)No, da quest’altra

parte… Ecco… Piano… Rilassata, ti teniamo noi… (la mettono a sedere sulla sedia, ma al contrario, in modo che

Pamela appoggi le braccia sulla spalliera; quindi alla fine Pamela si troverà di fianco rispetto al proscenio) Ecco fatto. Male?

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Pamela. No.


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Non devo farti nessun male,

110 -  Daouda.

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(si inginocchia dietro a Pamela, mettendosi anche lui di fianco rispetto al proscenio; solleva gli indumenti e inizia a massaggiare la parte, delicatamente; continuerà il massaggio anche nelle prossime battute)

capito Pamela? Se senti male, dimmelo subito. D’accordo?

111 -  Cristina. Pame, hai capito?

112 -  Pamela. Sì, ho capito, mica sono ritardata.

113 -  Daouda. Il dolore fa sempre arrabbiare un po’. Vedrai che adesso starai meglio.

114 -  Pamela. Speriamo.

(breve pausa)

115 -  Daouda. E dimmi un po’ com’è che ti sei fatta male?

116 -  Pamela. Spostando il cassettone.

117 -  Daouda. Del kaiser?

118 -  Pamela. Del kaiser.

119 -  Cristina. Perché “del kaiser”?

120 -  Pamela. Cri, cassettone del…

121 - Cristina. Ho capito, ho capito.(breve pausa)Ma a proposito del cassettone, che scema… C’era labusta… Pamela, io la apro. Eh?

122 -  Pamela. E aprila.

123 -  Cristina.(esegue)C’è… Una lettera per davvero, Pamela… Oddio… Non ci crederai mai…

124 -  Pamela. Prova a dirmelo, prima.

125 - Cristina. È una lettera di lei, della “svanita”. Emilia, si chiamava, è proprio lei! La nonna dellanonna di nonna!

126 -  Pamela. Wow. Chissà che goduria, a leggerla.

127 -  Cristina. È datata. 17 Marzo 1917!… Ma ci pensi, Pame, una lettera di quasi cento anni fa!

128 -  Pamela. E se erano le ultime notizie, hai voglia… Facci sentire, che dice?

SCENA 3. Detti ed Emilia

(si abbassano le luci, resta solo un’area centrale illuminata, che includerà anche i fiori che Cristina ha lasciato per terra)


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Cristina.(osserva la lettera, come se la stesse leggendo mentalmente)

Pamela.(ascolterà)

Daouda.(ascolterà; continuerà il massaggio, ma verso la fine della battuta di Emilia si interromperà, assorto ad ascoltare)

Emilia.(75 anni, vestita come ai primi del Novecento; entra lentamente, è triste, tiene gli occhi bassi; ha in mano un telegramma;entra nell’area illuminata; prima di iniziare a parlare cambia espressione, diventa tranquilla, quasi sorridendo) E pensare acom’ero contenta, quel giorno. Era il mio diciannovesimo compleanno. Anch’io sono nata il 17 marzo. Quel giorno… Non riuscivo a distinguere, in cuor mio era come se dappertutto si facesse festa per i miei 19 anni. Invece erano tutti a festeggiare… L’Italia. Il regno d’Italia. Lo zio Giuseppe da quel giorno… Finché è rimasto in vita, pover’uomo… Per tutti i compleanni mi


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diceva “auguri a te, Emilia, e all’Italia tutta!” E io ero orgogliosa di poter condividere il mio compleanno con quello dell’Italia. Per i 50 anni del Regno, io ne ho fatti 69. E oggi… (cambia tono, sirattrista) Oggi ne faccio 75… Ma questo è il peggior compleanno della mia vita. 17 marzo 1917.Troppi 17, forse, per essere un buon giorno, questo. Il peggior compleanno della mia vita. Orlando, il mio nipotino… Eccolo qui, su questo pezzo di carta. Ha dato la vita per la patria, sul San Michele, sul Carso. Aveva un terzo dei miei anni, e 25 anni sono pochi, troppo pochi per morire… (in crescendo, turbandosi pian piano fino all’esasperazione) A questo dunque è servita, l’unità d’Italia? A questo hanno portato tutti i festeggiamenti, tutte le bandiere per le strade, tutti gli auguri di mio zio Giuseppe, a questo hanno portato? Ma non ne erano già morti abbastanza in tutte le battaglie che hanno fatto, non c’era già stato abbastanza sangue, non ha insegnato niente a nessuno tutto questo? Sono stati così stolti, così stupidi da farlo ancora, da mandare a morire dei ragazzi su un monte sperduto che nessuno conosce, costringerli ad ammazzare altri ragazzi come loro per non farsi ammazzare loro stessi? A questo, a questo dunque serve essere una nazione, un regno, un paese, a questo serve essere l’Italia, a far la guerra contro qualcun altro, a far nascere e crescere i propri figli e poi mandarli a finire la loro vita in una trincea, con le pallottole, le granate, i gas, i fili spinati?… No, no… Non è questo il mondo in cui volevo vivere, no. Non la voglio quest’Italia, non la voglio. Non lo voglio un regno che uccide i propri figli. Se non fossi troppo vecchia… Fuggirei, lontano, andrei da qualche altra parte. Ma non posso, non posso. Sparirò, ecco. Svanirò nel nulla, non la voglio una lapide per me in un cimitero di questo regno, no. Svanisco, sparisco, farò in modo che nessuno sappia nulla di me, di Emilia che era nata il 17 marzo. Non ci saranno delle spoglie da inumare nella terra di questo regno, questo non è il mio regno. Andrò al ponte del Dirupo Buio, e poco dopo sarà finita. Lascio solo questa lettera, nascosta, chissà se qualcuno la troverà mai. Ma me no, nessuno mi troverà, la corrente del fiume dal ponte del Dirupo Buio è troppo forte. Non voglio quest’Italia, non voglio nemmeno respirare la sua aria, non voglio vedere il suo cielo, Dio, Dio, non t’ho mai chiesto niente, concedimi due ali per andarmene via, per andarmene per sempre, per sempre! Dammele, ti prego, fammene dono! E se non me le darai… Se non me le darai, pazienza. Volerò senza. Senza. (esce, sconvolta, ma lentamente com’era entrata)

SCENA 4. Cristina, Pamela e Daouda

(le luci tornano normali)


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Cristina. Allora è per questo che la chiamavano “Svanita”… Non perché fosse ammattita, era…Sparita…

Pamela. Sta’ a vedere che cretina non era per davvero.(a Daouda che non la sta massaggiando)Oh, Dalida!

Forza un po’!

Daouda.(ricomincia il massaggio a Pamela)Daouda.

Cristina. Mamma mia… Dal ponte del Dirupo Buio… Io lo so dov’è quel posto, ci sono andatauna volta, è proprio un dirupo buio, e in fondo c’è davvero un fiume che scorre veloce… Allora… Allora si è suicidata?

Pamela. Se fai due più due, Cri…

Cristina. Povera donna.(breve pausa)Che delusione dev’essere stata. Dico, una che c’era quandofecero l’Italia, che si ricordava anche di quando non esisteva nemmeno, che vide nascere tutto, la nazione, la capitale, l’inno, il tricolore… Perché in quei momenti lì… Nessuno pensava che di Italia si sarebbe potuto anche morire…

Pamela. C’era, la fregatura. La fregatura c’è sempre. Italiani, armiamoci e partite! E poi, untelegramma, due discorsi e chi s’è visto s’è visto.


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Daouda. Ma tu la vita alla tua nazione gliela dai comunque.

Pamela. Toh… Abbiamo il fisioterapista patriottico!

Daouda. Il Senegal è giovane come paese, abbiamo avuto l’indipendenza nel 1960. Non c’è maisuccesso a noi di… Morire di Senegal…

Pamela. Mai dire mai, Dalida…

Daouda. Ma io credo che la mia vita al Senegal gliela do ugualmente.

Pamela. Questa poi! Se sei in Italia!

Daouda. Ma non sono mica italiano. Sono senegalese.

Pamela. Ma va?…

Daouda. Intendo dire, io sono qui per lavorare, imparare un mestiere e mettere da parte un po’di soldi per poter iniziare un’attività nel mio paese. Io non voglio mica restare qui. Il vostro è un bellissimo paese, ma il mio Senegal è casa mia. È la che io voglio ritornare. Anche se sono qui, io vivo per me, per la mia famiglia, ma anche per il mio paese. Quindi la mia vita è un po’ anche sua, no?

Pamela. Vai a dirglielo a quello lì che morì sul Carso, vai. Quanti anni hai tu?

Daouda. Ventinove.

Pamela. Pensa se il tuo Senegal batteva cassa quando avevi 25 anni. Che bello schifo, eh, Dalida?

Cristina.(per sdrammatizzare, raccoglie i fiori per terra)Ehm… Per questi fiori… Mi sembra che di là ci fosseun vaso, guarda che combinazione… Lo vado a prendere… (esce)


SCENA 5. Daouda e Pamela

(breve pausa)


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Daouda. Essere cittadino di un paese per avere e basta è troppo facile. Bisogna anche dare,qualche volta.

Pamela. Ma di guerre ne ha fatte, ‘sto Senegal?

Daouda. No.

Pamela. Ma come, laggiù nell’Africa nera, siete sempre a far casino… Daouda. Il Senegal è un’isola felice. Pamela. Un’isola?…

Daouda. È un modo di dire, non è un’isola.

Pamela. Ah. No, perché sai, io a geografia… Da che parte è il Senegal? Daouda. Si affaccia, sul mare, fra la Mauritania e la Guinea, a ovest del Mali. Pamela. Cioè, no, guardando la cartina, a sinistra, a destra…

Daouda. È nella parte occidentale del continente, quella rotonda, hai presente?

Pamela. Non siete vicino a quelli che fecero vedere anche alla televisione, quelle due razze… No,come dicevano, non razze…

Daouda. Etnie?


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Pamela. Ecco, bravo! Però, ne sai di cose tu, eh? Hai studiato?

Daouda. Io sono laureato, in medicina. Specializzato in ortopedia.

Pamela. E fai i massaggi?

Daouda. Li facevo, ho cominciato qui in Italia. E comunque, non massaggi di bellezza, facevoquesti massaggi, fisioterapia. Poi lo studio dove lavoravo ha avuto bisogno di licenziare e…

Pamela. E addio Dalida.

Daouda. Daouda.

Pamela. Però, insomma, mi pare che te la cavi bene.

Daouda. Grazie.

Pamela. E insomma, dicevamo, tu allora non stai dov’era quel fiume pieno di morti…

Daouda. No no. In Senegal nei fiumi scorre l’acqua. Poca, magari…

Pamela. E perché non sei rimasto là?

Daouda. Perché là è peggio che qui.

Pamela. Bel senegalese che sei, scusa. Ma non faresti meglio a risolvere i problemi invece dievitarli e venire qui da noi?

Daouda. Io non voglio meno bene al mio paese di quanto glie ne vuoi tu. Ma in Senegal non sipuò fare niente, non ci sono i mezzi. T’ho detto che io sono venuto qua non per restare, ma per accumulare qualcosa per iniziare una mia attività.

Pamela. Mah.

Daouda. Tu pensi di essere una brava italiana?

Pamela. Tutto sommato… Sì, penso di sì.

Daouda. Cosa senti quando vedi la tua bandiera?

Pamela. Mi fa venire in mente la Nazionale, di calcio. Quando tutti cantano l’inno…(canta)“Fratelli d’Italia / l’Italia s’è desta…” (parla) È l’inno di Mameli, lo conosci?

Daouda. Sì, quello che tutti sbagliate quando lo cantate.

Pamela. Chi? Oh, piano con le offese, eh? Io l’inno lo conosco, mica come quelli che fanno laranlaran, cosa credi?

Daouda. Okay. Dimmi come fa.

Pamela. Vuoi che ti canti l’inno?

Daouda. Come vuoi, puoi anche dirmi solo le parole.

Pamela. “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Dov’è la vittoria, leporga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò”.

Daouda. E poi?

Pamela. Lo ridice.

Daouda. E dopo come fa?

Pamela. “Stringiamoci a corte”…

Daouda. Visto? Cosa ti dicevo?

Pamela. Che?

Daouda. Hai sbagliato.


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Pamela. Questa è bella. Un senegalese vorrebbe insegnarmi l’inno di Mameli.

Daouda. Non è “stringiamoci a corte”. È “stringiamci a coorte”.

Pamela. Stri?…

Daouda. “Stringiamci a coorte”. La coorte era un’unità militare romana. “Stringiamoci a corte”non vuol dire niente.

Pamela. Ma sei sicuro?

Daouda. Ebbi in cura per tre mesi un professore d’Italiano. Mi pagava con le lezioni, me lo disselui.

Pamela. Ma guarda te… “Stringiamci a coorte”… Daouda. “Siam pronti alla morte”.

Pamela. Eh… Alla morte non si è mai pronti, Dalida.

Daouda. Beh, uno deve essere consapevole di essere pronto, ma non pensarci. Se si pensa amorire non si vive.

Pamela. Caspita, oltre che patriottico sei anche filosofo! Bella. “Se si pensa a morire non si vive.”Ma… Ha senso morire per queste cose? Dico, anche tutti quelli che sono morti per farla, quest’Italia, tutti quelli che ci rimisero la vita a vent’anni…

Daouda. Come Mameli…

Pamela. Ecco, appunto. Ma non sono tutte vite sprecate? Ma non si poteva restare come s’era,ognuno il suo pezzetto, invece di fare tutto un insieme? L’avrai visto anche tu, anche qui ci sono le cose… Le etnie… Ti pare che un milanese sia uguale a un palermitano? O un sardo a uno di Trieste? Separati, si doveva stare. Ogni popolo un paese.

Daouda. Una nazione si identifica in un popolo.

Pamela. Ecco, bravo Dalida.

Daouda. Sai chi diceva a questo modo?

Pamela. Chi?

Daouda. Hitler. Lui lo diceva. E secondo me è una grande cavolata, e non solo perché l’ha dettolui. Io penso che una nazione è grande quando è la fusione di tante cose, di tanti popoli. Ma proprio voi, tutte le cose meravigliose che avete dato al mondo, non sono frutto della vostra diversità, delle vostre mille facce? Qui in Italia sono venuti tutti, i barbari, i nordici, i francesi, gli austriaci, i tedeschi, gli americani… Ma nessuno vi ha mai sottomessi, e siete riusciti sempre a prendere il meglio di quel che vi veniva portato. Questa è la grandezza dell’Italia, sta qui. E voi non volete rendervene conto.

Pamela. E adesso venite voi, gli albanesi, i filippini, i cinesi…

Daouda. È diverso. Almeno, io parlo per me, non so perché gli altri vengono qui. Per me èdiverso, io non sono venuto qui per conquistare. Sono venuto qui per imparare.

Pamela. Imparare?

Daouda. Imparare, sì.

Pamela. E hai imparato?

Daouda. Beh, qualcosa… Guarda: adesso ti prendo le braccia e le porto in alto…(esegue)Sentimale?

Pamela. No.


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sta bene)

Massimo Valori - Stringiamoci a corte

223 - Daouda.Bene. Ferma e rilassata, adesso. Ferma e… Rilassata… (dà uno strattone secco alle braccia diPamela)

224 -  Pamela. Ah!…(lieve espressione di dolore, che subito si tramuta in sorpresa, e poi in sollievo)Ma… Dalida…

225 -  Daouda. Daouda! Adesso ti faccio un disegnino.

226 - Pamela.(muove le braccia, si muove sulla sedia; non sente più dolore, si alza)M’è passato! Cavolo… Accidenti, m’èpassato tutto! Dalida… No, no… Daouda…

227 -  Daouda. Ecco.

228 -  Pamela. Oh, se sbaglio l’inno di Mameli, posso sbagliare anche il nome tuo, no? Com’era?

229 -  Daouda. “Stringiamci a coorte”.

230 -  Pamela. “Stringiamci”… È uno scioglilingua. Oh, però… Daouda! Non sento più niente, bravo!

231 -  Daouda. T’ho detto che sono qui per imparare.

SCENA 6. Detti e Cristina

232 -  Cristina.(rientra, con un vaso, coi fiori dentro; lo mette per terra, un po’ distante dagli altri due; non si accorge subito che Pamela ora

Ecco qua, l’ho dovuto pulire un po’… Bello però, no? Quando il cassettone sarà a posto lo metteremo lì.

233 -  Pamela.(si dimena, contenta)Cri! Guarda un po’… Eh?

234 -  Cristina. Ma… Stai bene?

235 -  Pamela. Come a Marco, no? Un colpo, e via! Fantastico!

236 -  Daouda. Però adesso non esagerare, eh? Basta cassettoni del kaiser, per oggi.

237 -  Pamela. No no, basta. Niente, oggi non voglio far più niente. Che ore sono?

238 -  Cristina. Le undici.

239 - Pamela.Perché non andiamo a fare un giro da qualche parte? Andiamo a cercare un po’ di fresco, fa un caldo della miseria!

240 -  Cristina. Ma sì, tanto ormai qui quel che c’era da fare l’abbiamo fatto.

241 -  Daouda. Bene, allora io…(si avvia per uscire)

242 - Pamela.(pronuncia questa battuta in contemporanea con quella di Cristina)Ci sarà ancora quel ponte sul DirupoBuio?

243 -  Cristina.(c.s.)Perché non andiamo al Dirupo Buio…

244 -  Pamela. Come?

245 -  Cristina. Che hai detto?

246 -  Daouda.(ride)Siete proprio buffe, ragazze.

247 -  Pamela. Andiamoci, no? Tu ci sei stata, hai detto, ti ricordi dov’è?

248 -  Cristina. Sì, credo… Ci saranno… Una, due ore di strada… Almeno, se mi ricordo bene dove…

249 -  Pamela. E vabbè, casomai chiediamo! Quanti caspita di dirupi bui vuoi che ci siano?

250 -  Cristina. È quasi montagna, lì, il fresco ci dovrebbe essere.

251 -  Pamela. E allora che aspettiamo? Dalida!

252 -  Daouda. Da…

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Massimo Valori - Stringiamoci a corte

253 -  Pamela.(subito)Daouda, Daouda. Hai altri clienti per oggi?

254 -  Daouda.(ride)No.

255 - Pamela. E allora, se vuoi… Vieni con noi. Così posso sdebitarmi. Ti offro il pranzo. Non soancora cosa, ma qualcosa da mangiare troveremo.

256 -  Daouda. Con voi?… Ma sì, perché no… Grazie, Pamela, vengo volentieri.

257 -  Pamela. Puoi chiamarmi Pame.

258 -  Daouda. E tu… Puoi chiamarmi Dalida.(ride)

259 -  Cristina. Senti, dov’è che hai preso quei fiori, lì…

260 -  Daouda. Qua vicino, in un giardino.

261 -  Cristina. Ce n’erano degli altri?

262 -  Daouda. Sì, perché?

263 -  Cristina. Pensavo che sarebbe stato bello… Portarne qualcuno a…

264 -  Pamela. Ma vuoi andare a rubarli?

265 -  Cristina. E che vuoi che sia, li ha presi lui o no? E poi ci vado io, non preoccuparti, tu.

266 -  Pamela. E vorresti portarli… A nonna Emilia?

267 -  Cristina.(si stupisce per aver sentito Pamela chiamarla a quel modo)A nonna Emilia?… Sì, a nonna Emilia.

268 -  Daouda. È un bel pensiero. Lei lo apprezzerà.

269 -  Pamela. Mah. Non lo so mica. Bianco, rosso… E verde. Il tricolore, proprio a lei…

270 - Cristina. No, io penso che ne sarà contenta, invece. Anche se prese la decisione che prese, iocredo che in cuor suo la speranza… Non fosse (marca la parola) “svanita”, no, per niente.

271 -  Pamela. E chi te l’ha detto?

272 -  Cristina. Perché altrimenti…(mostra la lettera)Non avrebbe scritto questa.(la poserà sulla sedia)

273 -  Pamela. Sì, forse hai ragione.

(breve pausa)

274 -  Pamela. Oh, truppa! Muoviamoci. Se no arriviamo tardi per il pranzo.

275 -  Cristina. Sì, andiamo.

276 - Pamela.(prende a braccetto Cristina da una parte e Daouda dall’altra; inizia a cantare; si dirigono verso l’uscita)“Stringiamcia coorte”…

277 -  Cristina.(tutti si fermano)  Eh?

278 -  Pamela. “Stringiamci a coorte”. È l’inno di Mameli!

279 -  Cristina. E chi te l’ha detto?

280 - Pamela. Chi me l’ha detto?(cenno d’intesa con Daouda)Fatti male alla schiena anche tu, Cri! Sai quante cose s’imparano?... (sorride; riprende a cantare; si dirigono verso l’uscita) “Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!”


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SCENA 7. Detti d.d., poi Emilia


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Tutti.(escono cantando, finiranno di cantare già d.d.)“Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, siam prontialla morte, l’Italia chiamò! Sì!…”

Emilia.(rientra, mentre ancora gli altri stanno cantando d.d., guardando dalla parte dove sono usciti; si sofferma, sorride)

(luci come alla Scena 3)


283 - Emilia.(si avvicina alla sedia, prende la lettera, la osserva, guarda ancora dalla parte dove sono usciti, poi la posa nuovamentedov’era; si avvicina al vaso di fiori, lo prende, guarda i fiori, sorride ancora; lentamente, col vaso in mano, esce)

FINE della COMMEDIA


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Stringiamoci a corte

Massimo Valori

STRINGIAMOCI

A CORTE

ATTO UNICO

Scritto espressamente

per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia

Versione 1.02a

ADATTATA PER LE SCUOLE

Personaggi:

Pamela

Cristina

Daouda

Alcune ragazze

Coro dei ragazzi

Varie comparse

OPERA TUTELATA SIAE – TUTTI I DIRITTI RISERVATI


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Stringiamoci a corte

Scena completamente vuota. Dovrebbe esserci un doppio sipario, il principale sul proscenio e uno a metà profondità che cela il Coro dei ragazzi. All’inizio il secondo sipario è quindi chiuso; il primo può aprirsi o essere già aperto, a piacere.

SCENA 1. Pamela e Cristina


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Pamela.(lunatica, scontrosa; entra, un po’ ingobbita, tenendosi la parte inferiore della schiena e zoppicando leggermente: si è appenainfortunata; piuttosto alterata)

Cristina.(gentile, premurosa; ha il cellulare in tasca; segue Pamela portando una sedia)Ma vieni qua, vieni qua, dovestai andando…

Pamela. Cri lasciami stare. Lasciami stare, guarda, che è meglio!

Cristina. Pamela… Ma mettiti a sedere, almeno, vieni qui!(pone la sedia e aiuta Pamela a sedersi)

Pamela.(si siede, molto lentamente; si tocca la parte dolorante più volte durante il dialogo)Piano.. Pia… Ahia… Oddiooddio oddio… Pensare che domani sera dovevo uscire con Paolino, porco giuda… Ahia…

Cristina. Dove ti fa male?

Pamela. Qua… Qua… Accidenti a te e quel cassettone di quella cretina… Cristina. Non parlare così!

Pamela. Cretina, cretine tutt’e due siete! Anzi, guarda, la più cretina sono io… Ahia…

Cristina. Guarda, sorellina, che “la svanita” era un’antenata nostra, era la nonna della nonna dellanonna.

Pamela. Uh, che pizza, co’ ‘sta filastrocca, la nonna della nonna della nonna… Era una che avevaperso la durlindana, quindi era una cretina. E tu pure! E io che ti vengo dietro peggio ancora! Guarda qua… Ahia…

Cristina. Non è colpa sua se il cassettone è così pesante… Pamela. Perché? Era suo o no?

Cristina. Era suo, e allora? Che vuol dire? Mica l’ha fatto lei. E poi nemmeno si sarebbeimmaginata dove sarebbe andato a finire.

Pamela. Mi son fatta male, mi sono… Porca di quella vacca schifa!

Cristina. Fammi vedere…

Pamela. Ma cosa vuoi vedere, cosa vuoi vedere… Non si vede mica niente… Però si sente…Ahia…

Cristina. Aspetta, forse ce l’ho io una soluzione…(trae il cellulare dalla tasca; si mette a cercare un numero)

Pamela. Mi ci vorrà la fisioterapia…

Cristina. Ti sembrerà incredibile, ma… È proprio quello che sto cercando… Sì, mi ricordavobene… Chiamo subito, aspetta. (esegue)

Pamela. Diglielo, forse è uno strappo… M’è successo mentre stavamo tirando su per le scale uncassettone di fine Ottocento che pesava un accidente…

Cristina. Ma tanto ti ci faccio parlare…(al telefono)Pronto?… Ciao!… Come sapevi che ero io, haiancora il mio numero?… No no, meglio, già pensavo a come fare per farti ricordare chi ero… Senti, ho qui Pamela, mia sorella, si è fatta male, alla schiena…

Pamela. In fondo, qua…


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Cristina.(c.s.)Stavamo spostando un peso…

Pamela. Un cassettone di una scema della Belle Epoque…

Cristina.(c.s.)Sì, un cassettone, qui a casa nostra, abbiamo preso un appartamento in affitto everremo a stare qui… No, ancora no, questo è il primo mobile che portiamo… Eh, piano piano vedremo di tirarlo su, tanto siamo io e lei, non siamo di grandi pretese, quando c’è dove mettere un po’ di roba e due letti… Sì, era da tanto tempo che volevamo…

Pamela. No, ma fai pure la storia della tua vita, tanto io sto una meraviglia…

Cristina.(c.s.)Ti racconto dopo quando ci vediamo, eh? Ti passo mia sorella, così ti dice lei comesi sente. (consegna il cellulare a Pamela) Tieni, spiegaglielo tu a lui…

Pamela.(copre il cellulare per non farsi sentire)Come “a lui”? È un uomo?

Cristina. E allora? Mica che “fisioterapista” perché finisce con la “a” deve essere una femmina! Pamela. Ma c’è da fidarsi?

Cristina. E dài, Pamela… Io vado a finire di tirar dentro il cassettone, non possiamo lasciarlo ametà pianerottolo… (esce)

Pamela. Te lo sposti da sola, eh? Io col cavolo!

Cristina.(d.d.)Sopravviverò!

Pamela.(al telefono)Pronto… Salve, sono Pamela, la sorella di Cristina… Eh, no, è andata così, cheio stavo salendo le scale co’ ‘sto cassettone del kaiser… Non perché era tedesco, ho detto kaiser per non dire… Ecco… E insomma agli ultimi tre scalini ho sentito… Eh… Esattamente… Proprio, davvero!… Ma come fa a saperlo?… Accidenti… È proprio vero, a ognuno il suo mestiere… Eh, magari, però io ne avrei bisogno oggi, perché domani sera avevo un appuntamento… Subito? Ma non so se posso venire subito da lei… Lei?… Viene qui?… Ora?… Con lo scooter?… Via delle Eriche 37… Ma… Scusi una domanda, ma è in ferie lei?… Non lavora?… Ma di dove è lei scusi?… Come?… Pronto… Pronto… (conclude la telefonata)

Cristina.(rientra a tempo, con una busta in mano)Pamela, se sapessi…

Pamela.(piuttosto arrabbiata)Ma a chi caspita hai telefonato?

Cristina.(prende il cellulare dalle mani di Pamela, e ricontrolla)A lui, a Daouda…(pr. daudà)

Pamela. Daouda??…

Cristina. È un fisioterapista, sì!

Pamela. E di dov’è?

Cristina. Mi pare che sia… Senegalese…

Pamela. Cristina! Ma ti sembra che abbia la faccia di una che si fa mettere le mani addosso da unsenegalese?

Cristina. Guarda che è bravo…

Pamela. Bravo, ma senegalese!

Cristina. E allora? Che differenza fa?

Pamela. Fa molta differenza!

Cristina. Non ne fa per niente, invece! Marco con un colpo ritornò subito a posto!

Pamela. Ma cosa me ne frega di Marco! Io sono Pamela!

Cristina. Okay, brava la mia Pamela. Allora guarda: ti ridò il cellulare, così lo chiami e gli dici“guarda Daouda, non venire perché sei senegalese”. (porge il cellulare a Pamela)


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Pamela.(guarda il cellulare, ma non lo prende; breve pausa; si rassegna; riprende tono)E comunque viene ora con loscooter, qui, subito!

Cristina. E meglio di così, che vorresti?

Pamela. Sarà anche senza lavoro!

Cristina. No, non “sarà”. È senza lavoro, te lo dico io.

Pamela. Ma allora sei cretina, per davvero!

Cristina. Non vuol dir niente, e poi dovresti essere contenta. Altrimenti non poteva veniresubito, o saremmo dovute andare noi da lui.

Pamela. Guarda, proprio perché mi fa un male cane… Ahia… Ma siamo sicuri che è bravo? Omi manderà sulla sedia a rotelle?

Cristina. Marco in un colpo…

Pamela. T’ho già detto che non me ne frega, a me, dei colpi di Marco! Cristina. Insomma! Vuoi che lasci mia sorella nelle mani di un incapace?

Pamela.(più pacata)Se arrivi a pensare di far portare a due disgraziate un cassettone di tre quintaliper le scale di un palazzo…

Cristina. Primo piano. Due rampe di scale.

Pamela. È il primo mobile che portiamo qui dentro, guarda che casino! Quando porteremo lacucina? Che ti verrà in mente, il forno della pizzeria Vesuvio?

Cristina. E finiscila, sei sempre a lamentarti! Guarda piuttosto, guarda che cos’è uscito dalcassettone! Pamela! (raggiante, le mostra la busta)

Pamela. Una busta? Era in un cassetto?

Cristina. No, era nascosta! Mentre lo tiravo, m’è venuto via un pezzetto e… Pamela. E brava Cri! L’hai rotto!

Cristina. Non l’ho rotto, maledizione! Fammi finire di parlare! È una parte di una cornice cheviene via, dietro c’era una fessura, e dentro c’era questa busta! I cassettoni di una volta ce li avevano nascondigli così. Che facciamo, la apriamo?

Bussano.

Cristina. ‘Ccidenti! Già arrivato?(si avvia per andare ad aprire)

Pamela. Questo Dalida(pr. dalidà)è meglio del 118…

Cristina.(corregge Pamela)Daouda!(esce)

Pamela. Speriamo che non ci voglia davvero, il 118… Ma che le mani dei senegalesi sarannoadatte per la fisioterapia? Ma porca pupazza… Non è mia sorella la cretina, sono io!…


SCENA 2. Dette e Daouda


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Cristina.(rientra)Eccola qua! Pame, è arrivato Daouda!

Daouda.(entra; parla un buon italiano, con le classiche inflessioni degli Africani; vestito molto casual; ha un mazzo di fiori inmano: un fiore bianco, uno rosso e delle foglie, verdi; sorridente) Buongiorno Pame!

Pamela. Pamela!


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Daouda. Oh, chiedo scusa, avevo capito… Pamela, allora?(le tende la mano)Io sono Daouda.

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Pamela.(osserva la mano; esita un po’, poi gliela stringe)Piacere.

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Daouda.(mostra i fiori)Questo è per voi. Un omaggio per la vostra nuova casa.

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Cristina.(prende i fiori)Ma che gentile… Guarda, Pamela… Visto?

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Pamela. Ho visto, ho visto. Sono fiori.

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Cristina. Ma ti sei messo a spendere, Daouda… Non dovevi…

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Daouda. Beh, a dire il vero li ho presi in un’aiuola mentre stavo venendo qui…

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Cristina.(sorridendo)Ma dài! Li hai rubati?

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Daouda.(sorride anche lui)Ce n’erano tanti…

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Pamela. Ecco. Ci mancherebbe solo una denuncia per furto, stamattina.

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Daouda. Pensavo di farvi piacere.

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Cristina. Ma certo che ci fa piacere… È un po’ nervosa, sai, con l’infortunio…

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Daouda. Okay. Vediamo.

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Pamela.(non si muove)

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Cristina. Pamela, fagli vedere dove ti fa male!

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Pamela.(contrariata, solleva un lembo degli indumenti per mostrare la parte inferiore della schiena; si muove piano, è sofferente)

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Daouda. Piano, piano. Non sforzarti. Vediamo…(le tocca la parte)Fa male qua?

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Pamela. E certo che mi fa male!

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Daouda.(c.s.)E qua?

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Pamela. Sì, ahia!

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Daouda.(c.s.)E qua?

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Pamela. No, lì… No.

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Daouda. Bisognerebbe sdraiarla. Non c’è un letto?

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Cristina. No, niente letto.

383

Daouda.(a Cristina)Ok. Allora aiutami ad alzarla.

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Pamela. Che alzi, oh!

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Daouda. Non ti faremo male.(a Cristina)Prendila sotto il braccio e tirala su.

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Cristina.(Cristina appoggia i fiori per terra; i fiori dovranno trovarsi nell’area che nella scena successiva sarà in luce; poi esegue)

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Daouda.(solleva Pamela insieme a Cristina)Appoggiati a noi, Pamela, stai rilassata.

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Pamela. Ahia…

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Daouda. Rilassata, rilassata… Ecco… Così…(alzano Pamela in piedi; a Cristina)La tengo io, tu gira la

sedia con la spalliera verso di te.

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Cristina.(gira la sedia di 90 gradi, in modo tale che la spalliera sia rivolta verso la parete e la seduta verso Pamela)Così?

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Daouda. Adesso torna dov’eri, la giriamo e la rimettiamo giù…(Cristina esegue)No, da quest’altra

parte… Ecco… Piano… Rilassata, ti teniamo noi… (la mettono a sedere sulla sedia, ma al contrario, in modo che

Pamela appoggi le braccia sulla spalliera; quindi alla fine Pamela si troverà di fianco rispetto al proscenio) Ecco fatto. Male?

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Pamela. No.


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393 -  Daouda.(si inginocchia dietro a Pamela, mettendosi anche lui di fianco rispetto al proscenio; solleva gli indumenti e inizia amassaggiare la parte, delicatamente; continuerà il massaggio anche nelle prossime battute) Non devo farti nessun male,


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capito Pamela? Se senti male, dimmelo subito. D’accordo?

Cristina. Pame, hai capito?

Pamela. Sì, ho capito, mica sono ritardata.

Daouda. Il dolore fa sempre arrabbiare un po’. Vedrai che adesso starai meglio.

Pamela. Speriamo.

Breve pausa.

Daouda. E dimmi un po’ com’è che ti sei fatta male?

Pamela. Spostando il cassettone.

Daouda. Del kaiser?

Pamela. Del kaiser.

Cristina. Perché “del kaiser”?

Pamela. Cri, cassettone del…

Cristina. Ho capito, ho capito.(breve pausa)Ma a proposito del cassettone, che scema… C’era labusta… Pamela, io la apro. Eh?

Pamela. E aprila.

Cristina.(esegue)C’è… Una lettera per davvero, Pamela… Oddio… Non ci crederai mai… Pamela. Prova a dirmelo, prima.

Cristina. È una lettera di lei, della “svanita”. Emilia, si chiamava, è proprio lei! La nonna dellanonna di nonna!

Pamela. Wow. Chissà che goduria, a leggerla.

Cristina. È datata. 17 Marzo 1917!… Ma ci pensi, Pame, una lettera di quasi cento anni fa! Pamela. E se erano le ultime notizie, hai voglia… Facci sentire, che dice?


SCENA 3. Detti, le Ragazze e il Coro dei ragazzi

Si abbassano le luci, resta solo un’area centrale illuminata, che includerà anche i fiori che Cristina ha lasciato per terra; entrano le Ragazze e si dispongono nell’area illuminata; vestite con una tunica chiara, senza fronzoli, con i capelli sciolti, scalze.


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Cristina.(osserva la lettera, come se la stesse leggendo mentalmente)

Pamela.(ascolterà)

Daouda.(ascolterà; continuerà il massaggio, ma verso la fine della battuta di Emilia si interromperà, assorto ad ascoltare)

Ragazza.(tranquilla, quasi sorridendo)E pensare a com’ero contenta, quel giorno. Era il miodiciannovesimo compleanno. Anch’io sono nata il 17 marzo.

Ragazza.(c.s.)Quel giorno… Non riuscivo a distinguere, in cuor mio era come se dappertutto sifacesse festa per i miei 19 anni. Invece erano tutti a festeggiare… L’Italia. Il regno d’Italia.

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Si apre il secondo sipario; i ragazzi del Coro sono vestiti in maniera uniforme, reggono un libretto nelle mani giunte che però non guarderanno mai, canteranno guardando davanti a loro, fieri; per tutta la durata dell’Inno, a piacere, possono attraversare la scena delle comparse con le bandiere tricolori, vestite come nel 1861, preferibilmente di basso ceto sociale.

Coro dei ragazzi.(cantano)

Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta

Dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa

Dov’è la Vittoria, le porga la chioma

Ché schiava di Roma Iddio la creò.

Si chiude il secondo sipario.

(Le prossime battute delle Ragazze dovrebbero essere pronunciate ognuna da una ragazza diversa. Rispetto all’originale sono state così scomposte in base a un senso determinato, ma se è necessario possono essere anche riunite o scomposte ancora a loro volta.)

Ragazza.(tranquilla, quasi sorridendo)Lo zio Giuseppe da quel giorno… Finché è rimasto in vita,pover’uomo… Per tutti i compleanni mi diceva “auguri a te, Emilia, e all’Italia tutta!” E io ero orgogliosa di poter condividere il mio compleanno con quello dell’Italia.

Ragazza.(tranquilla, quasi sorridendo)Per i 50 anni del Regno, io ne ho fatti 69. E oggi…(cambia tono, sirattrista) Oggi ne faccio 75… Ma questo è il peggior compleanno della mia vita.

Ragazza.(triste)17 marzo 1917. Troppi 17, forse, per essere un buon giorno, questo. Il peggiorcompleanno della mia vita.

Ragazza.(c.s.)Orlando, il mio nipotino… Eccolo qui, su questo pezzo di carta. Ha dato la vitaper la patria, sul San Michele, sul Carso. Aveva un terzo dei miei anni, e 25 anni sono pochi, troppo pochi per morire…

Ragazza.(in crescendo, turbandosi pian piano nelle battute dopo, fino all’esasperazione)A questo dunque è servita,l’unità d’Italia? A questo hanno portato tutti i festeggiamenti, tutte le bandiere per le strade, tutti gli auguri di mio zio Giuseppe, a questo hanno portato?

Ragazza.(vedi sopra)Ma non ne erano già morti abbastanza in tutte le battaglie che hanno fatto,non c’era già stato abbastanza sangue, non ha insegnato niente a nessuno tutto questo? Sono stati così stolti, così stupidi da farlo ancora, da mandare a morire dei ragazzi su un monte sperduto che nessuno conosce, costringerli ad ammazzare altri ragazzi come loro per non farsi ammazzare loro stessi?

Ragazza.(vedi sopra)A questo, a questo dunque serve essere una nazione, un regno, un paese, aquesto serve essere l’Italia, a far la guerra contro qualcun altro, a far nascere e crescere i propri figli e poi mandarli a finire la loro vita in una trincea, con le pallottole, le granate, i gas, i fili spinati?…

Ragazza.(triste, rassegnata)No, no… Non è questo il mondo in cui volevo vivere, no. Non la voglioquest’Italia, non la voglio. Non lo voglio un regno che uccide i propri figli.

Ragazza.(c.s.)Se non fossi troppo vecchia… Fuggirei, lontano, andrei da qualche altra parte. Manon posso, non posso.

Ragazza.(c.s.)Sparirò, ecco. Svanirò nel nulla, non la voglio una lapide per me in un cimitero di


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questo regno, no. Svanisco, sparisco, farò in modo che nessuno sappia nulla di me, di Emilia che era nata il 17 marzo.

Ragazza.(c.s.)Non ci saranno delle spoglie da inumare nella terra di questo regno, questo non è ilmio regno.

Ragazza.(c.s.)Andrò al ponte del Dirupo Buio, e poco dopo sarà finita. Lascio solo questalettera, nascosta, chissà se qualcuno la troverà mai. Ma me no, nessuno mi troverà, la corrente del fiume dal ponte del Dirupo Buio è troppo forte.

Ragazza.(c.s.)Non voglio quest’Italia, non voglio nemmeno respirare la sua aria, non vogliovedere il suo cielo, Dio, Dio, non t’ho mai chiesto niente, concedimi due ali per andarmene via, per andarmene per sempre, per sempre! Dammele, ti prego, fammene dono! E se non me le darai… Se non me le darai, pazienza. Volerò senza. Senza.

Escono le Ragazze e il Coro dei ragazzi.


SCENA 4. Cristina, Pamela e Daouda

Le luci tornano normali.


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Cristina. Allora è per questo che la chiamavano “Svanita”… Non perché fosse ammattita, era…Sparita…

Pamela. Sta’ a vedere che cretina non era per davvero.(a Daouda che non la sta massaggiando)Oh, Dalida!

Forza un po’!

Daouda.(ricomincia il massaggio a Pamela)Daouda.

Cristina. Mamma mia… Dal ponte del Dirupo Buio… Io lo so dov’è quel posto, ci sono andatauna volta, è proprio un dirupo buio, e in fondo c’è davvero un fiume che scorre veloce… Allora… Allora si è suicidata?

Pamela. Se fai due più due, Cri…

Cristina. Povera donna.(breve pausa)Che delusione dev’essere stata. Dico, una che c’era quandofecero l’Italia, che si ricordava anche di quando non esisteva nemmeno, che vide nascere tutto, la nazione, la capitale, l’inno, il tricolore… Perché in quei momenti lì… Nessuno pensava che di Italia si sarebbe potuto anche morire…

Pamela. C’era, la fregatura. La fregatura c’è sempre. Italiani, armiamoci e partite! E poi, untelegramma, due discorsi e chi s’è visto s’è visto.

Daouda. Ma tu la vita alla tua nazione gliela dai comunque.

Pamela. Toh… Abbiamo il fisioterapista patriottico!

Daouda. Il Senegal è giovane come paese, abbiamo avuto l’indipendenza nel 1960. Non c’è maisuccesso a noi di… Morire di Senegal…

Pamela. Mai dire mai, Dalida…

Daouda. Ma io credo che la mia vita al Senegal gliela do ugualmente.

Pamela. Questa poi! Se sei in Italia!

Daouda. Ma non sono mica italiano. Sono senegalese.

Pamela. Ma va?…


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Daouda. Intendo dire, io sono qui per lavorare, imparare un mestiere e mettere da parte un po’di soldi per poter iniziare un’attività nel mio paese. Io non voglio mica restare qui. Il vostro è un bellissimo paese, ma il mio Senegal è casa mia. È la che io voglio ritornare. Anche se sono qui, io vivo per me, per la mia famiglia, ma anche per il mio paese. Quindi la mia vita è un po’ anche sua, no?

Pamela. Vai a dirglielo a quello lì che morì sul Carso, vai. Quanti anni hai tu?

Daouda. Ventinove.

Pamela. Pensa se il tuo Senegal batteva cassa quando avevi 25 anni. Che bello schifo, eh, Dalida?

Cristina.(per sdrammatizzare, raccoglie i fiori per terra)Ehm… Per questi fiori… Mi sembra che di là ci fosseun vaso, guarda che combinazione… Lo vado a prendere… (esce)


SCENA 5. Daouda e Pamela

Breve pausa.


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Daouda. Essere cittadino di un paese per avere e basta è troppo facile. Bisogna anche dare,qualche volta.

Pamela. Ma di guerre ne ha fatte, ‘sto Senegal?

Daouda. No.

Pamela. Ma come, laggiù nell’Africa nera, siete sempre a far casino… Daouda. Il Senegal è un’isola felice. Pamela. Un’isola?…

Daouda. È un modo di dire, non è un’isola.

Pamela. Ah. No, perché sai, io a geografia… Da che parte è il Senegal? Daouda. Si affaccia, sul mare, fra la Mauritania e la Guinea, a ovest del Mali. Pamela. Cioè, no, guardando la cartina, a sinistra, a destra…

Daouda. È nella parte occidentale del continente, quella rotonda, hai presente?

Pamela. Non siete vicino a quelli che fecero vedere anche alla televisione, quelle due razze… No,come dicevano, non razze…

Daouda. Etnie?

Pamela. Ecco, bravo! Però, ne sai di cose tu, eh? Hai studiato?

Daouda. Io sono laureato, in medicina. Specializzato in ortopedia.

Pamela. E fai i massaggi?

Daouda. Li facevo, ho cominciato qui in Italia. E comunque, non massaggi di bellezza, facevoquesti massaggi, fisioterapia. Poi lo studio dove lavoravo ha avuto bisogno di licenziare e…

Pamela. E addio Dalida.

Daouda. Daouda.

Pamela. Però, insomma, mi pare che te la cavi bene.

Daouda. Grazie.


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Pamela. E insomma, dicevamo, tu allora non stai dov’era quel fiume pieno di morti…

Daouda. No no. In Senegal nei fiumi scorre l’acqua. Poca, magari…

Pamela. E perché non sei rimasto là?

Daouda. Perché là è peggio che qui.

Pamela. Bel senegalese che sei, scusa. Ma non faresti meglio a risolvere i problemi invece dievitarli e venire qui da noi?

Daouda. Io non voglio meno bene al mio paese di quanto glie ne vuoi tu. Ma in Senegal non sipuò fare niente, non ci sono i mezzi. T’ho detto che io sono venuto qua non per restare, ma per accumulare qualcosa per iniziare una mia attività.

Pamela. Mah.

Daouda. Tu pensi di essere una brava italiana?

Pamela. Tutto sommato… Sì, penso di sì.

Daouda. Cosa senti quando vedi la tua bandiera?

Pamela. Mi fa venire in mente la Nazionale, di calcio. Quando tutti cantano l’inno…(canta)“Fratelli d’Italia / l’Italia s’è desta…” (parla) È l’inno di Mameli, lo conosci?

Daouda. Sì, quello che tutti sbagliate quando lo cantate.

Pamela. Chi? Oh, piano con le offese, eh? Io l’inno lo conosco, mica come quelli che fanno laranlaran, cosa credi?

Daouda. Okay. Dimmi come fa.

Pamela. Vuoi che ti canti l’inno?

Daouda. Come vuoi, puoi anche dirmi solo le parole.

Pamela. “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Dov’è la vittoria, leporga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò”.

Daouda. E poi?

Pamela. Lo ridice.

Daouda. E dopo come fa?

Pamela. “Stringiamoci a corte”…

Daouda. Visto? Cosa ti dicevo?

Pamela. Che?

Daouda. Hai sbagliato.

Pamela. Questa è bella. Un senegalese vorrebbe insegnarmi l’inno di Mameli.

Daouda. Non è “stringiamoci a corte”. È “stringiamci a coorte”.

Pamela. Stri?…

Daouda. “Stringiamci a coorte”. La coorte era un’unità militare romana. “Stringiamoci a corte”non vuol dire niente.

Pamela. Ma sei sicuro?

Daouda. Ebbi in cura per tre mesi un professore d’Italiano. Mi pagava con le lezioni, me lo disselui.

Pamela. Ma guarda te… “Stringiamci a coorte”…


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Daouda. “Siam pronti alla morte”.

Pamela. Eh… Alla morte non si è mai pronti, Dalida.

Daouda. Beh, uno deve essere consapevole di essere pronto, ma non pensarci. Se si pensa amorire non si vive.

Pamela. Caspita, oltre che patriottico sei anche filosofo! Bella. “Se si pensa a morire non si vive.”Ma… Ha senso morire per queste cose? Dico, anche tutti quelli che sono morti per farla, quest’Italia, tutti quelli che ci rimisero la vita a vent’anni…

Daouda. Come Mameli…

Pamela. Ecco, appunto. Ma non sono tutte vite sprecate? Ma non si poteva restare come s’era,ognuno il suo pezzetto, invece di fare tutto un insieme? L’avrai visto anche tu, anche qui ci sono le cose… Le etnie… Ti pare che un milanese sia uguale a un palermitano? O un sardo a uno di Trieste? Separati, si doveva stare. Ogni popolo un paese.

Daouda. Una nazione si identifica in un popolo.

Pamela. Ecco, bravo Dalida.

Daouda. Sai chi diceva a questo modo?

Pamela. Chi?

Daouda. Hitler. Lui lo diceva. E secondo me è una grande cavolata, e non solo perché l’ha dettolui. Io penso che una nazione è grande quando è la fusione di tante cose, di tanti popoli. Ma proprio voi, tutte le cose meravigliose che avete dato al mondo, non sono frutto della vostra diversità, delle vostre mille facce? Qui in Italia sono venuti tutti, i barbari, i nordici, i francesi, gli austriaci, i tedeschi, gli americani… Ma nessuno vi ha mai sottomessi, e siete riusciti sempre a prendere il meglio di quel che vi veniva portato. Questa è la grandezza dell’Italia, sta qui. E voi non volete rendervene conto.

Pamela. E adesso venite voi, gli albanesi, i filippini, i cinesi…

Daouda. È diverso. Almeno, io parlo per me, non so perché gli altri vengono qui. Per me èdiverso, io non sono venuto qui per conquistare. Sono venuto qui per imparare.

Pamela. Imparare?

Daouda. Imparare, sì.

Pamela. E hai imparato?

Daouda. Beh, qualcosa… Guarda: adesso ti prendo le braccia e le porto in alto…(esegue)Sentimale?

Pamela. No.

Daouda. Bene. Ferma e rilassata, adesso. Ferma e… Rilassata…(dà uno strattone secco alle braccia diPamela)

Pamela. Ah!…(lieve espressione di dolore, che subito si tramuta in sorpresa, e poi in sollievo)Ma… Dalida…

Daouda. Daouda! Adesso ti faccio un disegnino.

Pamela.(muove le braccia, si muove sulla sedia; non sente più dolore, si alza)M’è passato! Cavolo… Accidenti, m’èpassato tutto! Dalida… No, no… Daouda…

Daouda. Ecco.

Pamela. Oh, se sbaglio l’inno di Mameli, posso sbagliare anche il nome tuo, no? Com’era? Daouda. “Stringiamci a coorte”.


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sta bene)

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Pamela. “Stringiamci”… È uno scioglilingua. Oh, però… Daouda! Non sento più niente, bravo! Daouda. T’ho detto che sono qui per imparare.


SCENA 6. Detti e Cristina

529 -  Cristina.(rientra, con un vaso, coi fiori dentro; lo mette per terra, un po’ distante dagli altri due; non si accorge subito che Pamela ora

Ecco qua, l’ho dovuto pulire un po’… Bello però, no? Quando il cassettone sarà a posto lo metteremo lì.

530 -  Pamela.(si dimena, contenta)Cri! Guarda un po’… Eh?

531 -  Cristina. Ma… Stai bene?

532 -  Pamela. Come a Marco, no? Un colpo, e via! Fantastico!

533 -  Daouda. Però adesso non esagerare, eh? Basta cassettoni del kaiser, per oggi.

534 -  Pamela. No no, basta. Niente, oggi non voglio far più niente. Che ore sono?

535 -  Cristina. Le undici.

536 - Pamela.Perché non andiamo a fare un giro da qualche parte? Andiamo a cercare un po’ di fresco, fa un caldo della miseria!

537 -  Cristina. Ma sì, tanto ormai qui quel che c’era da fare l’abbiamo fatto.

538 -  Daouda. Bene, allora io…(si avvia per uscire)

539 - Pamela.(pronuncia questa battuta in contemporanea con quella di Cristina)Ci sarà ancora quel ponte sul DirupoBuio?

540 -  Cristina.(c.s.)Perché non andiamo al Dirupo Buio…

541 -  Pamela. Come?

542 -  Cristina. Che hai detto?

543 -  Daouda.(ride)Siete proprio buffe, ragazze.

544 -  Pamela. Andiamoci, no? Tu ci sei stata, hai detto, ti ricordi dov’è?

545 -  Cristina. Sì, credo… Ci saranno… Una, due ore di strada… Almeno, se mi ricordo bene dove…

546 -  Pamela. E vabbè, casomai chiediamo! Quanti caspita di dirupi bui vuoi che ci siano?

547 -  Cristina. È quasi montagna, lì, il fresco ci dovrebbe essere.

548 -  Pamela. E allora che aspettiamo? Dalida!

549 -  Daouda. Da…

550 -  Pamela.(subito)Daouda, Daouda. Hai altri clienti per oggi?

551 -  Daouda.(ride)No.

552 - Pamela. E allora, se vuoi… Vieni con noi. Così posso sdebitarmi. Ti offro il pranzo. Non soancora cosa, ma qualcosa da mangiare troveremo.

553 -  Daouda. Con voi?… Ma sì, perché no… Grazie, Pamela, vengo volentieri.

554 -  Pamela. Puoi chiamarmi Pame.

555 -  Daouda. E tu… Puoi chiamarmi Dalida.(ride)

556 -  Cristina. Senti, dov’è che hai preso quei fiori, lì…

557 -  Daouda. Qua vicino, in un giardino.

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Cristina. Ce n’erano degli altri?

Daouda. Sì, perché?

Cristina. Pensavo che sarebbe stato bello… Portarne qualcuno a… Pamela. Ma vuoi andare a rubarli?

Cristina. E che vuoi che sia, li ha presi lui o no? E poi ci vado io, non preoccuparti, tu. Pamela. E vorresti portarli… A nonna Emilia?

Cristina.(si stupisce per aver sentito Pamela chiamarla a quel modo)A nonna Emilia?… Sì, a nonna Emilia.

Daouda. È un bel pensiero. Lei lo apprezzerà.

Pamela. Mah. Non lo so mica. Bianco, rosso… E verde. Il tricolore, proprio a lei…

Cristina. No, io penso che ne sarà contenta, invece. Anche se prese la decisione che prese, iocredo che in cuor suo la speranza… Non fosse (marca la parola) “svanita”, no, per niente.

Pamela. E chi te l’ha detto?

Cristina. Perché altrimenti…(mostra la lettera)Non avrebbe scritto questa.(la poserà sulla sedia) Pamela. Sì, forse hai ragione.

Breve pausa.

Pamela. Oh, truppa! Muoviamoci. Se no arriviamo tardi per il pranzo.

Cristina. Sì, andiamo.

Pamela.(prende a braccetto Cristina da una parte e Daouda dall’altra; inizia a cantare; si dirigono verso l’uscita)“Stringiamcia coorte”…

Cristina.(tutti si fermano)  Eh?

Pamela. “Stringiamci a coorte”. È l’inno di Mameli!

Cristina. E chi te l’ha detto?

Pamela. Chi me l’ha detto?(cenno d’intesa con Daouda)Fatti male alla schiena anche tu, Cri! Sai quantecose s’imparano?... (sorride; riprende a cantare; si dirigono verso l’uscita) “Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò!”


SCENA 7. Detti d.d., il coro dei Ragazzi, poi una Ragazza

578 - Tutti.(escono cantando, finiranno di cantare già d.d.)“Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, siam prontialla morte, l’Italia chiamò! Sì!…”

579 - Coro dei Ragazzi.(ricomincia a cantare l’Inno, canterà la continuazione della parte cantata prima - cioè da quando si ripete“Fratelli d’Italia” fino a “l’Italia chiamò” - , però stavolta a bocca chiusa; inizierà a cantare subito, mentre il secondo sipario è ancora chiuso)


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Luci come alla Scena 3. Si apre il secondo sipario.

580 - Una Ragazza.(rientra, guardando dalla parte dove sono usciti Cristina, Pamela e Daouda; si sofferma, sorride; si avvicina allasedia, prende la lettera, la osserva, guarda ancora dalla parte dove sono usciti, poi la posa nuovamente dov’era; si avvicina al vaso di fiori, lo prende, guarda i fiori, sorride ancora; lentamente, col vaso in mano, esce)

Mentre il Coro dei ragazzi sta per terminare l’inno a bocca chiusa, si chiude il sipario principale.

FINE della COMMEDIA


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