Stringiti a me, stringiti a te

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Stringiti a me, stringimi a te

di

Giuseppe Manfridi

PERSONAGGI:

RITA: 35 anni

GIANNI: 22 anni

PIPPO: 29 anni

LUCY: 25 anni

SCENA:

Alternatamente, due stanze. Quelle coincidenti di due appartamenti che si trovano esattamente l'uno sopra all'altro. Verranno distinte solo da alcuni oggetti e, forse, dalla diversa collocazione delle finestre. In entrambe, un'uscita di quinta che conduce all'ingresso e, altrove, una porta con stipiti a vista che introduce a un locale di servizio e un'altra che introduce all'interno.

Prima scena

Sopra. Lucy è rannicchiata in un angolo, per terra. Sta su una piccola stuoia gialla a rombi azzurri e scarlatti. Quasi un manufatto pellerossa. La sua cuccia. Lo sguardo, rabbioso, punta una radio accesa sul tavolo. Trasmette il primo movimento della prima sinfonia di Beethoven. Lucy, di scatto, si alza e va a cambiare sintonia. Cerca della musica leggera. Ne trova di molto chiassosa. Alza il volume. Torna al suo angolo. Si sdraia tutta su un fianco con le ginocchia al petto. Quasi per addormentarsi ai ritmi di quel frastuono. Così per un po'. Infine, alcune grida da sotto.

VOCE DI PIPPO: Oh, vogliamo stare calmi lì sopra!
E abbassa un po'!

Lucy si solleva a sedere. Una breve pausa. Si alza. Torna alla radio. Si decide ad abbassare. Una breve pausa, poi torna a manovrare la manopola della sintonia e recupera il canale precedente. Beethoven. Si scosta di poco dal tavolo. Il brano è alle sue ultime battute. Le note estinguono. La voce di Gianni riannuncia il pezzo. Lei si tappa le orecchie per non sentire. Fa delle smorfie alla radio. Da bambina. Poi, mentre Gianni continua a parlare, lei, sempre con le mani alle orecchie, comincia a girare intorno alla tavola. Più veloce, più veloce. E fa smorfie, linguacce. E lui parla di Beethoven, e di un Mozart che farà ascoltare non il giorno dopo - che è martedì, e lui il martedì non ha trasmissione - ma quello dopo ancora. Quando da sotto:

VOCE DI PIPPO: Lucy, alza la radio! Alza il volume!

Lei si ferma. Si china a tendere l'orecchio d'accosto al pavimento.

VOCE DI PIPPO: Alza, Lucy, alza!
No, anzi: porta qui la radio! Portala giù.

VOCE DI RITA: Chi è quella troia? Chi è quella troia?

Lucy non sa che fare. Alza il volume. Si sentono picchiare contro il pavimento, di sotto, colpi ripetuti e violenti.
Anche di cose che vanno in frantumi.

VOCE DI RITA: Scendi, maiale! Scendi! Hai capito o no? T'ho detto di scendere! Scendi! Scendi!

Seconda scena

Sotto. Rita è seduta. Disegna. Ai suoi piedi, tanti fogli scarabocchiati. Gianni è seduto dinnanzi a lei. Controlla qualcosa, probabilmente un uovo, che ha messo a bollire sul fuoco d'un fornellino da campo poggiato sopra al tavolo. Si arrotola una sigaretta.

RITA: Perché vieni da me, stupido? Perché vieni da me? Non ti vergogni a venire da me? No?... Invece dovresti. Sono quella che urla, io! Quella che grida! Che tiene svegli tutti... che non fa dormire. Quella che picchia con le pentole in terra, e che - che... tira la roba contro il muro, sopra in aria, e rompe tutto in casa... - che, ormai - dice - ma Dio sa cosa ci sarà rimasto di sano là dentro! Eccomi qui, mi presento: sono proprio io e, cielo benedetto, vorrei davvero saperlo - qualcuno me lo dica! - cosa ci vieni a fare tu da me? A meno che non ci provi gusto a farti ridere dietro. Ci trovi gusto?

GIANNI: Chi dice che mi ridono dietro?

RITA: Io te lo dico, ti ridono dietro.

GIANNI: Tu, ma io non li conosco quelli che mi ridono dietro. Anche se ce ne stanno, io non ne conosco.

RITA: E allora comincia: eccone una. Come esci di qui, vuoi saperlo?, sono la prima primissima a riderti dietro, e continuerò a farlo sino a quando non mi darai... (una lunga pausa) una spiegazione logica.
(Una pausa) Provo a indovinare, ma se ci arrivo me lo devi dire. Sei di qualche istituto?(Una pausa) Ne dubito. Non ne esistono. Oppure vuoi qualcosa da me.Vuoi me? Se mi vuoi, dillo che lo facciamo.
Oh, non che tu mi piaccia, ma che mi piace farlo. Mi piace e l'ho sempre fatto poco. Molto in assoluto ma poco per me. Da un po' di tempo, mai. - Ho dieci amanti/ né pochi né tanti... E poi dire che mica sono vecchia. Oh, avessi qualcuno ad alitarmi sul viso!...
Che mi dicesse qualcosa incidendomi il collo! Che mi tirasse i capelli! Mi insudiciasse, di sudore, i capelli! Sai i capelli che s'incollano come alghe sulla faccia e la fronte? Che mi odiasse per il tempo che dura! Più di me: più di quanto potrei odiarlo io. L'amore, insomma. Ma pure quello normale - che è quello dei libri, non dico di no. - Ecco, sei in crisi. Non devi. Non ti chiedo poi tanto. Solo: fa' quello che vuoi. E' tanto?... Non ti va perché ti hanno detto che sono quella che urla? Ma c'è, qui, chi fa peggio di me. Chi picchia alla porta; chi pesta coi piedi per terra; e notte e giorno fa squillare il telefono. Oh!... Sarai mica il figlio dell'amministratore, per caso? Chi sei? Io ti conosco a te. Sì, ti conosco. No, non dirmelo chi sei! voglio arrivarci da me. Ti faccio ridere? Impossibile. Sei tu che mi fai ridere. Ah, se t'ho capito: faresti un balzo da quella sedia!... Altro che no! Hai degli occhietti che si capisce tutto. (Porgendogli il disegno che stava facendo) Guarda. Ti piace? Sei tu.

GIANNI: Non sono io.

RITA: Sì che sei tu.

GIANNI: Non mi somiglia.

RITA: (Strappandogli il foglio di mano) Allora sei tu che non somigli a lui. Capito che dico? Capito che dico?

GIANNI: Sì, capito.

RITA: Decidi: ci somigli o non ci somigli?

GIANNI: (Passivamente) Un po'.

RITA: Per me sei tu.

GIANNI: E' più bello quello che mi hai fatto l'altra volta.

RITA: Dov'è?

GIANNI: Me l'hai dato perché lo portassi via.

RITA: Io te l'ho dato?

GIANNI: Tu.

RITA: E ora dov'è?

GIANNI: Nella mia stanza.

RITA: Appeso?

GIANNI: Prima voglio metterci un vetro, poi l'appendo.

RITA: Nella tua stanza che sta a casa tua?

GIANNI: Nella mia stanza di là. (Una pausa) Sì, a casa mia. (Una pausa) E tua.

RITA: Ecco. Sei sei sei... il mio papà. O no?

GIANNI: No.

RITA: Sì!

GIANNI: No.

RITA: Io gliel'ho visto al mio papà. Tu non lo sai chi sei. Te lo dico io. Vuoi che te lo dico? Se me lo fai vedere te lo dico se sei il mio papà.

GIANNI: Ma non lo sono.

RITA: (Quasi gridando) E zitto! Tu non lo sai chi sei. Debbo dirtelo io. Era tanto così: che potevo prenderlo stretto come il guinzaglio dei cani e lo portavo in giro per la casa.(Gianni singhiozza in silenzio; si nasconde il volto tra le mani) Vieni qui, vieni lì e lui veniva, sennò finiva che si faceva male con me che tiravo - allora, furbo, buono buono sempre appresso. (Pianissimo) E faceva tum-tum. Sai che vuol dire 'tum-tum'? Eh, lo sai?

GIANNI: (Per farla tacere) Lo so, lo so.

RITA: Era il sangue che veniva dal cuore. Ci sbatteva contro. Poi tornava al cuore, poi riscendeva dal cuore. Da lì, al cuore. E dal cuore, laggiù. Di'... sai perché mi chiamo Rita? Eh, lo sai?

GIANNI: Perché la nonna si chiamava Rita.

RITA: No. Perché Rita si chiamava Rita.

GIANNI: Va bene, ora basta.

RITA: E se adesso ti dico: forza, fa' quello che vuoi - tu che mi fai?

GIANNI: Basta.

RITA: Niente mi faresti. Niente. Non sei normale, tu - ti piacerebbe!

GIANNI: Va bene.

RITA: Femminuccia! Femminuccia!

GIANNI: Va bene, femminuccia.

RITA: Che c'entrava la nonna adesso? Spiegami tu cosa c'entrava dire: nonna? Lo vedi che sei una femminuccia! (Una pausa) Io sì che mi sarei meritata di averlo come quello del mio papà. Che poi si dice 'organo'. 'Organo' si dice. Perché io stavo lì sospesa, e viene questa voce che mi fa - una voce: ma vera vera vera - e mi fa: "Il braccio destro che lo vuoi di uomo o di donna?" "Di uomo." "Tutto intero di uomo?" "Tutto intero." E, tac, mi fa il braccio. "E quello sinistro: di uomo o di donna?" "Di uomo." E mi fa l'altro. Poi le gambe... e gli occhi - che, invece, ce li ho uno di donna e uno di uomo - poi i denti... ah, i denti - che me li ha fatti dire tutti uno per uno e io me li sono fatti fare quelli sopra di uomo e quelli sotto di donna. Per masticare forte, e gustare bene. E lei: tac tac tac... tutto come le dicevo io. Poi, alla fine, mi dice: "Ma visto che sei più uomo che donna, ora che stiamo per finire cosa ti ci debbo mettere lì?" "L'organo" dico io. "Già, ma di chi?" "Come: di chi? - faccio io - ...Il mio: quello che mi fai." "Ah, bella gnocca... ma io tutto quello che t'ho messo è perché l'ho preso a qualcuno." (Ride, poi con la voce grossa di un bambino) "L'hai preso a qualcuno? E a chi l'hai preso?..." "Un po' qui e un po' lì, ma per l'organo devi dirmelo tu di chi lo vuoi." E io, allora, che volevo solo quello del mio papà, non ho avuto il coraggio di chiederglielo perché lui si sarebbe dispiaciuto, a meno che non fosse morto, ma non sarebbe morto e allora non ho chiesto niente. Stupida che sono! E così m'ha fatto da donna. Per amore del mio papà. (Una pausa) Il mio problema, per me, è che non sono troppo intelligente; che non capisco sempre tutto, o cioè... se lo capisco, non lo capisco in tempo. Questo io, non so te. Te?

GIANNI: Capita di non capire sempre tutto.

RITA: Va bene, mi arrendo. Dimmelo tu chi sei.

GIANNI: Sono Gianni.

RITA: Ne conosco uno che si chiama così, sei quello?

GIANNI: Sì.

RITA: Il mio papà.

GIANNI: No.

RITA: Allora sei quello...

GIANNI: L'altro.

RITA: L'altro chi?

GIANNI: Tuo figlio.

(Una pausa, poi Rita scoppia a ridere.)

RITA: Sì, mio figlio! Beato te!... Mio figlio... Ma che, non lo sai che mio figlio è negro?

Terza scena

Sopra. Pippo armeggia con un Sony discretamente voluminoso. Cambia pile e nastrini. Lucy gli gira intorno.

LUCY: Voglio vederla, io, quella lì. Ti prego: una volta che vai - non dico stasera: una prossima volta che vai - fammela vedere.

PIPPO: Non ci penso nemmeno.

LUCY: Ti prego.

PIPPO: Piantala!

LUCY: Spiegami cosa ti costa.

PIPPO: T'ho detto di no.

LUCY: Ma perché?

PIPPO: Perché no e basta.

LUCY: Ma ci sto attenta. Scendiamo insieme e me lo dici tu se posso entrare o meno: quando non se ne accorge. Tanto basta che non faccio rumore; solo un attimo. (Silenzio) Ti prego. E' importante per me.

PIPPO: Mi figuro quanto! E' solo una fissa.

LUCY: Invece sì, è importante. Ti chiedo appena di vederla. Non voglio mica parlarci.

PIPPO: Ah, ma sei noiosa! No no e no!

LUCY: Per me è tutta una storia che vi state inventando voi! Tu e l'amico tuo. Finisce, guarda, che un giorno io vado e le suono alla porta, poi voglio proprio vedere che mi fa.

PIPPO: Sì, provaci!

LUCY: Certo che ci provo. Anche per capire un po' meglio Gianni. Detta così ti convince?

PIPPO: Tanto non verrebbe nessuno ad aprirti.

LUCY: Tu dimmi cosa ti costa!

PIPPO: Mi costa quanto può costare fare una cosa che non si vuole fare. E che non si può. E con questo, chiuso.

LUCY: Non è una risposta.

PIPPO: Lo è, eccome.

(Un rumore)

LUCY: Il telefono.

PIPPO: Finalmente. Fa' il piacere... rispondi. Di' che sto scendendo.

(Mentre lei va a rispondere, lui prende una busta di cellophan, vi mette dentro il Sony ed esce.)

LUCY: (Al telefono) Gianni... viene subito. Sì, ora; esce adesso. Tu che fai dopo la trasmissione? Mi passi a prendere? Se vieni t'aspetto. No, lui ci resta volentieri, non ti preoccupare. Occhèi, t'aspetto.

Quarta scena

Sotto. Rita è seduta. Quasi di fronte alla platea. Più indietro, Pippo. Anch'egli seduto. Sul tavolo, il Sony acceso. Sta registrando. Di fianco al Sony, un mangianastri spento.

RITA: E poi venne la sciocchezza balneare, alla quale non si volle dar rimedio. Da una che ero, divenni doppia.

PIPPO: (Timidamente) Cioè... sarebbe Gianni la sciocchezza balneare?

RITA: Ricordo i miei: più rimproverati di me perché non vollero porvi rimedio. Ma è un ricordo vago. Ero quasi pupa allora. Con il mare davanti. (Una pausa) Qui la notte non è buia. Semplicemente, a tratti, fosca. Ci passano delle luci, e fanno un po' di rumore lasciando dei piccoli ma lunghissimi segni. E' una notte che io so come guardare. Da qui. Da quella finestra che non è questa. (Indicando) Ma da quella. Che dà sul mare. E tu, bello mio, saresti un grande grandissimo stupido a insistere che questa sedia non è uno scoglio.

PIPPO: (Controllando il registratore) Accidenti alle batterie! (Accennando al mangianastri) Prima di andare avanti... potrei usare questo?...

RITA: (Senza badargli) Le gocce del mare sono insetti opachi e leggeri che ti pungono forte, dove pungono gli insetti. Alle caviglie, sui piedi, e tra le dita dei piedi, soprattutto. Di notte, terribili.

(Pippo, che ha tentato invano di azionare il mangianastri, tira fuori una penna e trascrive febbrilmente le parole di Rita su un piatto di carta che stava lì vicino.)

RITA: Vedo il mare da quella finestra che, lo so, non dà sul mare. Ma io non vedo quello che so.

PIPPO: (Più tra sé) Piano, piano!...

RITA: Spiaggia e ombrelloni. Da bambina, per me, erano il miele dei miei occhi. E le signore della sabbia, che quando arrivavo, con la ciambella azzurra, mi chiamavano tutte, come facevano i miei in casa: "Ritarella ridarella!" E il sole scendeva come un signore dal cielo. E il più piccolo bianco in mezzo alle acque, se c'era, brillava e tu lo vedevi.

PIPPO: Ma questo non c'entra. Il racconto di ieri: quelli sì che mi piaceva. Quello del corridore.

RITA: Io mi domandavo: di notte verrò qui a contare le stelle in cielo e di giorno i granelli di sabbia. Ne verranno fuori due numeri: ne farò la somma e tanto dovrebbe durare la mia estate. Ma quale sarà il più grande dei due? Un giorno pensavo quello dei granelli, un giorno quello delle stelle.

(Un colpo fortissimo di vento.)

PIPPO: Possiamo chiudere?... Fa freddo.

RITA: Un'altra Rita è tornato su quella stessa spiaggia. (Una pausa) Era il primo giorno della mia vita, dopo quelle estati. O l'ultimo di quelle. E m'accadde la storia strana di avere tanto presto - ma tanto che a dirlo o si ride o si prova vergogna - tanto presto un figlio. In televisione l'ho rivisto: e ogni tanto è lì che lo rivedo.

PIPPO: (Rinunciando a scrivere) Oh, al diavolo!

(Lei tace. Un lungo silenzio. Pippo va al telefono. Aspetta.)

PIPPO: Lucy. Gianni è da te?... Fallo scendere, io me ne vado.

(Riattacca. Prende la sua roba. Guarda Rita. La carezza sul capo. Esce.)

RITA: (Ora sola. Durante il suo monologo entrerà Gianni) Tu lo conosci a mio figlio, tu? Grande e bello. Nero. Prima tutti gli volevano bene e adesso tutti gli vogliono male. A lui. Bastardi! Ha un nome che è un nome, ma un nome che tu nemmeno te lo sogni e che ha dato pure a me. Un nome selvaggio. Straniero.
Mio figlio. Ora inutile che guardi me. Se guardi me non lo riconosci, ma io per questo ho le sue foto. E' come un Cristo in croce. Ma, Dio!, com'è lontano. Colpa mia che non gli sto vicino. Un tempo, al vento, lui poteva dirgli: seguimi - e, zum... volava, volava... la terra non s'accorgeva neppure. La polvere, appena. La lama d'un coltello dalla parte del filo, sai!... Faceva in due i pulviscoli, tanto era veloce. Le molecole, gli atomi. Se qualcosa gli stava davanti, quella cosa, per piccola o grande che fosse, non faceva in tempo a levarsi, ci credi?

Ma adesso? Adesso?... L'hai visto, al mio figliolo, cosa gli hanno fatto quella gente lì, a lui che era il migliore? Figli di cani! Bianchi e negri: son tutti una sudicia razza. Il migliore! E lo è. E tutti l'hanno detto e lo sanno. Tu l'hai sentito che tutti l'hanno detto: vero che sì? Il primo dei primi, e poi adesso è per questo che lo odiano tutti - e tutti quelli che lui non ha colpa se gli hanno fatto fare quello che, per me, lui nemmeno sapeva di fare. Sono sua madre o no? Potrò ben dirlo o no? E adesso lo vedi cos'è che fa? Ruba. Il mio cucciolo ruba. Dice un portafoglio a uno sottoterra dove passa la metro. Lui - che ha le ville di topazi e cani belli come pavoni. E ora tutti lì per riprendersi tutto. Ma si può? Ah, ci fossi io lì vicino! E sì che dovrei! In televisione l'ho visto. Ma lui nemmeno s'è accorto di me che guardavo. Allora l'ho letto. Ah, ma l'ho sentito, sì, di quando diceva che adesso gliela farà vedere a tutti quelli di questa razza schifosa com'è che davvero stanno le cose. L'ha detto, l'ha detto - e allora sì che si ride. Questi figli di cani, che adesso non lo vuole, tranne me, più nessuno e gli dicono contro, bastardi!, e si vestono e mangiano, intanto, coi soldi che hanno preso da lui. Così, almeno, per quello che ho letto. Povero amore... che bello, però, riconoscerti! Oh, figliolo... Proteggerti... Proteggerti...

(A Gianni, che le sta di fronte)

Ma tu.. cosa vuoi da me?

GIANNI: Farti quello che tu vorresti fare ai tuoi fantasmi. Sei stata bene con Pippo? (Silenzio)

Oh, mamma... quel corridore non è tuo figlio.
Ma perché devi credere d'avere per figli tutti i disgraziati della terra? Quasi è meglio, mi sa, non farti più leggere i giornali.

RITA: Pensavo a Rita.

GIANNI: Ecco, parlane una volta tanto! Sai cosa mi hanno detto che dovrei fare - gente che se ne intende?...
Ricordartela io una volta al giorno. Costi quel che costi. Finché non ti verrà normale farlo da sola. (Una pausa, poi quasi gridando) Rita, mamma! Mia sorella: morta lì dentro, in quella vasca da bagno. Lì! Tre anni fa! Lì. (Una pausa) Ti preparo da mangiare.

(Va) Ti interessa sapere qualcosa della copisteria?...
Comincia a marciare. Nel senso che comincio, più o meno, a capire quello che debbo fare. Anche merito delle ragazze che mi danno una mano. Certo che fare il datore di lavoro non è roba per me. Appena te la senti, non vedo l'ora che torni tu. Comunque, al momento, per tirare avanti la baracca posso arrangiarmi da solo. Non ci fosse la radio a togliermi tempo!...
(Intanto, senza che Gianni se ne sia accorto, Rita si è portata presso la soglia del bagno. Resta lì ferma a guardare dentro. Lui si volta, la vede) Mamma, ti prego, non entrare. Per favore, torna a sedere. Torna a sedere, ti ho detto!

(Lei torna a sedere. Lui tira fuori tegami e pentole con gran baccano. Rita parla assolutamente per sé. Gianni, occupato nelle sue cose, non le bada.)

RITA: Chiunque tu sia - ti stai stancando di me. Chiunque io sia - per te. Vero o no? E dillo. Non discuterò mai la tua età. Non l'ho mai fatto con nessuno, né mai - ho consentito a chicchessia di farlo - con me. Cosa dirti per convincermi a dirmi che vieni a fare qui? Che vuoi da me? (Un sospiro. Accende il suo mangianastri. Musica. Sulla musica, un altro sospiro) Without... Peace... M'entiende amigo?... Lissen. "Che" dovresti dirmi. "La musica o te?"

(Si alza col registratore tra le braccia conserte. Va presso lo stipite che introduce al bagno. Un silenzio. Poi urla. Scaglia dentro l'apparecchio che si frantuma. Tace.)

GIANNI: (Voltandosi di scatto) Ma perché?... Diavolo, perché? Ora sai che ne dovremo comprare un altro, sì? Manco un'ora che comincerai a dirre: dov'è? e mi toccherà di comprartene un altro. Era nuovo quello. Vallo a riaggiustare! Perché? Sono cose inconsulte. Perché le fai? Perché? (Lei piange) Tu credi che sono un pozzo senza fondo? Questo ti credi? Non lo sono. Sù, dai - torna a sedere.

(Lei scivola in terra lungo lo stipite e, così seduta sul pavimento, continua a piangere e a guardare dentro, in quinta; ovvero, in bagno.)

GIANNI: Polpetta?

RITA: Pol-pe-tta. (Un sospiro) Polpetta.

GIANNI: Occhèi, polpetta.

(Lei si asciuga le lacrime. Lui va presso un tegame poggiato sul fornello da campo.)

Quinta scena

Sopra. Rumore di doccia. Lucy ha indosso una camicetta sbottonata e solo un paio di slip. Parlando va a recuperare vari e riconoscibili indumenti di Gianni sparsi in giro. Sempre parlando li lancerà, un capo per volta, dentro la stanza da bagno.

LUCY: C'è poco da fare, i soldi sono un problema.
Per te forse no, per me sì. Tipico di chi non ce li ha. Quindi ne parlo. Visto che non posso usarli. E te lo dico. Sennò poi magari succede che si litiga senza capire nemmeno per cosa ed è per questo. Non espressamente, ma per questo. Se non ne avessi neppure tu forse sarebbe meglio. Quasi come se li avessi anch'io. Ma così finiamo per ragionare in modo troppo, troppo diverso. Anche quando non si parla di soldi. Sono terribili, i soldi... capaci di ficcarsi al centro di tutti i pensieri e di guastarli. E l'ho capito perché. L'ho capito proprio ragionandoci in questi giorni. Ragionando su di noi, Gianni. Su quello che tu chiami: il nostro qualcosa che non va. Ti sembrerà assurdo ma mi sono convinta che i soldi sono una di quelle poche cose nelle quali vai a cercarti per capire chi sei. Perché possono metterti nei guai. Dunque, anche se mi parli, che so... di dischi in un modo che non mi va, finisce che mi arrabbio. Ma non come quando mi sono arrabbiata altre volte, tipo quando mi parlavi di certi dischi che a me non piacevano mentre a te sì. Mi arrabbio perché non ho una lira, perché non guadagno una lira e sono pure più vecchia di te. E perché, uffa, non valgo un accidente di niente! (Una pausa)

Mi butterei dalla finestra. Tu e tutti i tuoi discacci! Uffa!... E spicciati, ché voglio farmi la doccia anch'io.

Sesta scena

Sotto. Rita e Pippo. Da sopra giungono le note iniziali della Prima; poi della musica leggera; poi nuovamente Beethoven. Gli stessi ascolti della prima scena.

PIPPO: A dire il vero una donna, una volta, l'ho avuta che diceva, credendoci, di volere me più di chiunque altro. Ma diceva ancora di più: che non c'era paragone. Ci credeva lei ma non io, e sono stato così tenace nel ripeterle: "Non ti credo!" che ha finito col non crederci più neanche lei. "L'hai voluto tu": se n'è andata dicendomi così, con me che le gridavo dietro: "Visto se avevo ragione a non crederti!" E lei ancora: "L'hai voluto tu." Ma allora m'è venuto di raggiungerla, di andarle davanti e di urlarle in faccia: "Dunque, dillo: non era vero!" "Lo era, ma la mia verità non era forte quanto la tua. Hai vinto tu. Lo hai voluto tu." Ed io: "La mia verità era la verità." E lei: "Adesso sì." E avrei voluto ancora continuare ad accanirmi contro di lei con i miei: "Visto! Visto!..." Ma come?... Era vero. Avevo vinto io. Quella donna lì - non pronuncerei il suo nome per tutto l'oro del mondo - è stata l'unica. (Una pausa) Il guaio è che non si impara un bel nulla vincendo a questo modo. (Togliendo le pile) Avrei dovuto ricordarmene. Domani le compero nuove. A incidere se ne vanno come l'acqua. Durano niente. Ma va bene. Poi, oggi, quasi m'andava di essere io a raccontare qualcosa di mio.

(Una pausa.)

RITA: E' il discorso più lungo che abbia mai sentito.

PIPPO: Oddio, non vorrei annoiare.

RITA: (Accennando al soffitto) Lungo e rumoroso.

PIPPO: E' mia sorella. L'ho lasciata sola stasera. E' lei che fa tutto questo baccano.

RITA: Ma lunghissimo. Com'è possibile fare discorsi tanto lunghi?

PIPPO: Non mi sembrava. Mi spiace. Poi io qui ne ascolto che... beh, altro che questi!

RITA: (Guardando in alto) Giocano, lì.

PIPPO: No, appunto, dicevo: è Lucy, mia sorella. A meno che non sia salito Gianni, ma non penso.
Capito, insomma, cosa m'è successo?...

RITA: Oh, sì. Quella signora che se n'è andata è stata cacciata via. Per questo se n'è andata.

PIPPO: Ma no, non è vero. Io ci credevo a quello che dicevo.

RITA: Troppo desiderata, troppo temuta. Ma evidentemente ci tiene più compagnia l'idea che abbiamo di noi stessi piuttosto che una persona amata. Perciò le hai detto: "Rinuncio a te che vuoi rinunciare a me." Per non rinunciare all'idea che hai di te stesso, in cui vedi lei che rinuncia a te. (Infastidita dalla musica) Oh, che fracasso!

PIPPO: (Urlando contro il soffitto) Oh... Vogliamo stare calmi là sopra! E abbassa un po'!

RITA: Io, più o meno a quest'ora venivo spogliata. A quest'ora il mio corpo si cibava. Ma come? Come?... Poi qualcuno mi ripete - un signore che viene - che qualcuno m'ha detto che avevo una colpa. Ma di che? Di che? E ha smesso. Non l'ho più visto. Più avuto. Nemmeno ricordo di quando lo vedevo. Da un istante all'altro. Per me, lui, era allo stesso tempo lui e l'idea che avevo di me stessa. Adesso, questa cosa che s'è interrotta, mi fa capire che davvero c'è stata una colpa.

PIPPO: (Azzardando piano) E' l'incidente. L'incidente che è successo.

RITA: Come quell'altra donna, che il marito non ha voluto saperne di lei, dopo quella cosa che s'è letta sul giornale. (Mani sul volto) Oh, no!

PIPPO: Sì! Sì, invece! L'incidente della piccola Rita. Ma qui è successo, qui.

RITA: Qui?

PIPPO: Sì, qui. (Sempre più appassionandosi all'idea di farla ricordare) Avanti! Siamo a un passo! Sù, uno sforzo ancora e ce la facciamo a ricordare tutto.

RITA: Oh, ma ricordo benissimo.

PIPPO: E d'un figlio...

RITA: Tu! Tu!

PIPPO: No, non io.

RITA: Sì, tu.

PIPPO: Io sono solo un amico. Lui si chiama... Gianni.

RITA: (Saltando sù) Gianni era lui! Gianni era lui!

PIPPO: Ma non quello che è andato via! Gianni c'è ancora; è qui. Basta ascoltare: da sopra... Questa voce è lui. La sua. Mia sorella lo sta ascoltando alla radio. E' lui che parla.

(Da sopra, in effetti, giunge adesso la voce di Gianni)

RITA: (Guardando in alto) E perché non scende? perché non viene?

PIPPO: (Urlando) Lucy, alza quella radio! alza il volume!

RITA: E ora non c'è più? Perché non c'è più?

PIPPO: Alza, Lucy! Alza!... No, anzi: porta qui la radio! Portala giù!

RITA: E chi è quella troia? Chi è quella troia?

PIPPO: Ma no, è mia sorella: la sua ragazza. E lui non è quello che se n'è andato. E' Gianni. E' Gianni.

(Rita comincia a correre, come invasata, per la stanza a prendere oggetti, ma veramente di tutto, che scaglia con forza contro il soffitto.)

RITA: Scendi, maiale! Scendi! Hai capito o no? T'ho detto di scendere! Scendi! Scendi!

Settima scena

Sopra. Gianni sta finendo di sistemarsi gli indumenti che Lucy gli ha lanciato in bagno nella quinta scena. Rumori di doccia.

GIANNI: Ti assumo. Tanto posso farlo. Chi me lo vieta? Teresa se ne va. Per poco, dice. Si sposa. (La doccia viene spenta) Il tempo del viaggio di nozze. Figurarsi, so benissimo come vanno queste cose. Tornerebbe per qualche mese e poi ti saluto! Tanto vale pensarci subito, no... ragion per cui, ti assumo. Se ti va. (Il ronzio di un ‘phon’) Il lavoro che c'è da fare sai cos'è. A quella ci metto mica tanto a dirglielo. Avranno mica tutti i diritti loro! Anche mia madre sarebbe d'accordo. Poi a due passi da casa... (Dalla porta del bagno gli vola addosso un asciugamano) Giuro: sarebbe d'accordo. Una soluzione ideale. Sono stufo di lasciarmele passare sotto il naso le situazioni ideali, e questa è una di quelle. Poi pensavo: che ne diresti di riprendere i lavori che voleva fare lei alle murature? Per ricavare una stanza a parte dove mettere solo le fotocopiatrici, e voi ragazze divise in altre due. Di stanze. Saveria e Lisa per le battiture in francese e in inglese, tu e Barbara dove adesso è sistemato l'archivio. C'è meno luce ma è grande.(Vola fuori una spazzola) Ascolta senza fare l'isterica! Nell'altra, invece, lo spazio è così così ma è più allegra. Io la odio, ma questo non c'entra. La odio perché ci passavo dieci ore al giorno per giornate intere, quand'ero piccolo. Ci lavorava mia madre. Aveva il permesso di portarmi. Lei mi portava e il nonno mi sopportava. Poi, quando la copisteria è diventata sua, si è trovata qualcuno per fargli tenere me.(Raccoglie la spazzola, si pettina) Perciò la odio quella stanza allegra. Comunque le ragazze, là, marciano forte. Conta, no, un buon clima nel luogo dove si lavora!... Insomma, te ne volevo almeno parlare prima di chiamare gli operai. (Il ‘phon’ viene spento. Lui guarda oltre la porta del bagno) Beh, cos'è quella faccia? (Da dentro gli viene lanciato contro il ‘phon’; lui lo schiva con un balzo) Aò!... E bastava che dicevi di no!

Ottava scena

Sotto. Rita è sola. Disegna.

RITA: Io sono più forte di te. Ma a volte tu sei più forte di me. E spesso, non c'è sopruso. A volte sì. Ma noi - non siamo mai - pari. Credimi. E' sempre così. Perciò siamo vivi. No. Perciò la vita si mostra viva. Come una cosa che vive e si muove. Che fa del tempo - l'osso di tutto. Ciò attorno a cui aderisce la carne. Col suo sangue. Le sue parti. La sua musica, a volte. Ma se tu non fossi mai, mai, più forte di me - e se io non lo consentissi - che orrore parlarti. Sentirti parlare.

(Entra Gianni con un vassoio colmo di roba da mangiare. Lo poggia sul tavolo di fianco a Rita. Prende la sua borsa a tracolla. Vi mette dentro una gran quantità di ‘compact’ che, prima di riporre, controlla uno a uno.)

Nona scena

Sopra. Pippo ha davanti a sé, sul tavolo presso il quale è seduto, un'infinità di cartuccelle spiegazzate e non pochi piatti di carta. Tutte cose che ha usato per scriverci sopra, evidentemente, durante i suoi incontri con Rita. Sta cercando di mettere un po' d'ordine in tanto marasma. Si ingegna per ricomporre sequenze, ricostruire brani organici e compiuti. Ha dei fogli bianchi dove si presume stia compilando elenchi e catalogazioni. Lucy esce e rientra dalla porta di servizio portando altre carte sgualcite che va recuperando per casa. E spesso cartacce sudice, anche mondezza, che poi lascia lì sul tavolo, vicino a tutto il resto.

PIPPO: (Senza alzare lo sguardo) Ho anche cercato di farle ricordare. Inutilmente. Sembrava fossimo lì lì. Macché. Peccato. Beh, trovato nulla?

LUCY: (Che sta già riuscendo) Io ti porto tutto quello che trovo. Guarda tu.

PIPPO: (Sempre chino sui fogli) Va così: a sprazzi. Poi appena rivede tutto bene bene... stop. Macchina indietro. Se lo allontana. Come non fosse roba sua. (Solleva lo sguardo. A Lucy, che non c'è) Fa' una cosa: cerca anche in cucina. Hai visto mai!... (E torna al suo lavoro) Confonde Gianni con quello che l'ha lasciata e parla come se l'incidente fosse capitato ad altri. (Pensando alle sue carte, quasi tra sé) E' inutile, ci manca proprio un pezzo intero. Eppure mi ricordo benissimo di averlo scritto. Mannaggia a me, che mi dimentico sempre di portarmi le pile di ricambio!... (Altro argomento) Poi a Gianni, niente... lo riconosce solo quando lo sente per radio. Cioè, che è suo figlio.

LUCY: (Tornando con altra roba) Forse qui.

PIPPO: No, quelli sono da buttare. Già li ho ricopiati (Lucy va). E il peggio è che sta sempre fissata con quel negro drogato, quello della medaglia - che prima ha vinto e poi ha fatto Dio sa che imbroglio! E se non è quello è qualcun altro. Basta che lo veda in televisione o sui giornali. La cosa buffa è che matta non mi sembra.

LUCY: (Ricomparendo) Di là ho visto dappertutto. Altre cose scritte non ci stanno.

PIPPO: Fa' la cortesia, controlla bene. Solo quello mi manca. Se lo trovo, almeno questa parte l'ho recuperata tutta. (Quando la sorella si è già allontanata) Poi me lo devi spiegare perché con Gianni siete così in rotta da un po' di tempo in qua. Cosa ti credi, sorellina? Io ci tengo a te. Ti osservo, ti spio. Non me la conti giusta. (Una pausa. Altro argomento) Sai cosa può essere? Che abbia scritto sulla parte didietro, non davanti, e che poi tu, senza farci caso, ci abbia mangiato dentro. Dico te perché io me ne sarei accorto.

(Una pausa. Rientra Lucy con il secchio della spazzatura e va a rovesciarlo sul tavolo.)

LUCY: Non lo vuoto da tre giorni. Fruga. Capace che lo ritrovi.

(Una pausa. Pippo, dopo un breve sconcerto, affonda le mani tra i rifiuti.)

PIPPO: (Tirando via un piatto di carta) E difatti... cosa ti avevo detto? eccolo qui: ci avevi mangiato dentro.

(Un suono, lievissimo alla porta. Pippo si sbriga a radunare tutte le carte e a portarle via. Lucy aspetta.)

PIPPO: (Da fuori) Il secchio, rimettilo a posto!

(Lucy esce col secchio. Pippo rientra. Va ad aprire. Fa il suo ingresso Gianni. Un breve silenzio.)

GIANNI: Ammazzala, Pippo. Non la sopporto più.

PIPPO: Come mai già qui?

GIANNI: Cos'è? Non puoi? M'avevi detto di sì.

PIPPO: No, vado vado. (Recupera una busta di cellophan e, senza dare a vedere, vi mette dentro il Sony)

GIANNI: Se non ti va...

PIPPO: Scherzi! Uscite?

GIANNI: Non penso.

PIPPO: Allora ci facciamo uno squillo fra un paio di orette. Divertitevi.

GIANNI: (Quasi inascoltato) Anche voi.

(Pippo esce. Gianni è solo. Alcuni secondi e, sulla soglia della porta interna, ricompare Lucy. I due si guardano. Si avvicinano. Si abbracciano dandosi un lungo bacio. Si toccano. Vanno sulla stuoia in terra. Continuano a baciarsi. Si separano. Restano lì seduti, uno di fianco all'altra.)

LUCY: Ho visto quella tua foto dove appari riflesso in un video di computer con un compact di Karajan tra le mani. Non mi piaceva.

GIANNI: Un po' da fanatico?

LUCY: A parte questo, è che non sei tu.

GIANNI: Uno: non ho chiesto io di farla. Due: il fotografo ha deciso tutto lui. Poi tre: neanche sapevo quale avessero scelto.

LUCY: La peggiore, mi sa.

GIANNI: Ce l'hai il giornale?

LUCY: Ce l'ho ma non te lo do. Me lo voglio tenere. A futura memoria. A quale sinfonia sei arrivato?

GIANNI: Alla Terza?

LUCY: Ancora?

GIANNI: A metà della Terza. Mica che ne trasmetto una per sera. Il ciclo è solo un tracciato di tutto un percorso che voglio fare. Sennò facile sarebbe: piglio e mando. Una volta tanto che faccio le cose seriamente!

LUCY: Non parlo più. Vedi cosa vuol dire avere ascoltatori disattenti!

(Si inginocchia poggiando l'orecchio sul pavimento)

GIANNI: Beh, cosa combinano?

LUCY: Silenzio assoluto.

GIANNI: Staranno già facendo quello che tra un po' faremo noi.

LUCY: Gesù, sei orribile! Ma come puoi parlare così? E' tua madre.

GIANNI: Lucy: ne ha bisogno. Per me, se lo fanno, va benissimo. A volte, quando non mi riconosce, vorrebbe farlo con me. Per cui mi sta benissimo, e allora perché orribile?... A tuo fratello evidentemente va. E' un amico, so chi è. A me fa stare tranquillo, e lei ne ha bisogno. Come noi abbiamo bisogno di starcene un poco per i fatti nostri. (Si china anche lui ad ascoltare) Ora parla. (Una pausa) E lui zitto. (Si solleva) Il prossimo martedì, comunque, facciamo salire loro e sotto rimaniamo noi due. Mi piace stare con te in camera mia. Non è che vada pazzo per quella casa, ma alla mia stanza ci sono affezionato. (D’improvviso appare attraversato da un pensiero che lo rapisce)

LUCY: Che hai?

GIANNI: So io, so io.

LUCY: Ma dimmi che hai.

GIANNI: Un'idea. M'è venuta adesso. Sai che?... Trasmettere ogni singolo movimento in tante direzioni d'orchestra diverse. Ma tutte diverse l'una dall'altra. Sembra facile ma non lo è. Sino ad oggi, senza averlo programmato, mi accorgo di averlo fatto naturalmente. Casualmente. Potrebbe essere bello. Trasformare il caso in metodo. In stile. Capito cosa? Suggerire letture comparate, ramificazioni storiche, rapporti interpretativi. Si può raccontare come cambia il mondo attraverso dettagli così. Oh, diavolo!... Non ci fosse la copisteria a rubarmi un mucchio di tempo! Ma a maggior ragione! Apposta lo debbo fare. E proprio perché nessuno me lo chiede. Deve essere roba mia. Fargli spazio a dispetto di tutto. Sì. Frugherò nelle nastroteche; scoverò archivi. Sentirò gente, ovunque - che mi parli solo di questo... a cui parlare solo di questo. Anche viaggiando, guarda - anche girando il mondo se sarà necessario. A costo di farvi pensare... - no, non è per te che lo dico - : comodo fregarsene così di tutto il resto! Ma troverò quello che mi serve. Deciso. Ho sempre fatto queste trasmissioni annoiandomi, ma ora che sto scoprendo la noia altrove, voglio farne degli autentici capolavori. (E si fa muto)

LUCY: Gianni, me la dici una cosa? Ma il marito di tua madre... se ne è andato così senza farsi più sentire neanche una volta dopo quello che è successo?

GIANNI: (Senza ascoltarla) Domani Furtwangler.

LUCY: Per me è stato anche questo a far precipitare la situazione.

GIANNI: (c.s.) No, no, no... non posso decidere così. O lo faccio o non lo faccio. Debbo riflettere, leggere, ascoltare. E cercare dappertutto. (Una pausa. Si volta a guardare Lucy. Ancora un silenzio)

Dicevi?... Sì, è stato anche questo a farla precipitare. (Una pausa) Non si può avere un figlio a quell'età. La natura dovrebbe adeguarsi. Invece no. Alcune sue leggi lo permettono, quando altre dicono che non è giusto. E accade che vincono le prime.

LUCY: Mi piacerebbe rivederla. Son quasi due anni, ormai. Tre. Da prima della disgrazia.

GIANNI: Impossibile, lo sai. Mai donne e mai in due davanti a lei allo stesso momento. Impossibile.

LUCY: Ma vuoi spiegarmelo, una buona volta, cosa succederebbe se, che ne so, io le comparissi davanti - oppure, che ne so, per dire... se le capitasse di vedervi insieme a te e mio fratello?

GIANNI: Non so più adesso, qualche tempo fa il finimondo.

LUCY: Cioè?

GIANNI: Crisi. Perché sovrappone, capisci?... Confonde. Sì, come se le comparisse davanti qualcosa... boh... che l'abbaglia. Poi non m'hai detto che pure tu l'hai sentita? Ecco, ricordati quello che sentivi - senza nemmeno vederla. E per rimetterla calma, manco bastava qualche ora: giornate ci volevano. So io. Preferisco evitare.

LUCY: Confonde in che senso?

GIANNI: Per lei è come se tutta l'umanità, ormai, fosse composta di due sole persone; a parte lei. Di due maschi. Quello che vede e che le sta di fronte, più suo figlio - che però non ci sarebbe mai. Le donne, invece... quelle tutte morte. Scomparse appena nate.

(Va a prendere dalla sua sacca un piccolo lettore laser. Innesta la spina in una presa lì vicino. Sempre dalla sacca tira fuori alcuni compact. Ne cerca uno di suo gradimento.)

LUCY: Che sono? Pezzi che mandi anche in trasmissione?

GIANNI: Alcuni sì, altri no. Ma da ascoltare senza impegno. In sottofondo.

LUCY: La sera, quando li mandi, come funziona? Resti lì anche tu a sentirteli per intero o te ne vai?

GIANNI: Più no che sì. Ma mi piace parlarne.

LUCY: Ti dirò... vorrei cominciare a capirne un poco pure io.

GIANNI: Dovresti almeno farti qualcosa. Non dico tanto. Un lettorino compact.

LUCY: Già, figurati quanto costano!

GIANNI: Mica vero. Sul mezzo milione già trovi roba buona.

LUCY: Prego, vuoi ripetere.

GIANNI: Dicevo che sulle cinque-seicentomila lire già trovi roba abbastanza buona.

LUCY: (Alzandosi di scatto) Ma allora sei proprio stronzo!

Decima scena

Sotto. Rita, seduta, dorme. Molti fogli scarabocchiati ai suoi piedi. Una pausa. Entra Gianni. Si ferma in un angolo della stanza a osservare la madre. Si arrotola una sigaretta. Sul tavolo sta il vassoio dell'ottava scena.

GIANNI: Chi mai volesse dire qualcosa della mia vita, dovrebbe raccontare di te e non di me. Questo è il punto della situazione. Nudo e crudo. Assente o presente, tu sei stata più me di me stesso. E lasciamo perdere l'amore. Non fa testo. Mai mettere al mondo creature condizionate. Dovevi pensarci. Oppure mettermi al mondo e rinunciare a conoscermi. Ogni tua azione ne ha mossa una mia. Metti che sbagli qualcosa: a te la colpa, a me l'errore. I fastidi dell'errore. Dico quelli che sconti nelle ore del giorno. E ti ripeto: amore a parte. Il figlio del mare, il figlio del mare... Non me ne avessi mai parlato, almeno! Ah, bella famiglia saremmo stata. Solo tu ci volevi per pensarla: con una madre più vecchia di tredici anni e una sorella più giovane di venti. Dovevi tenermi come il tuo segreto. Tenermi segreto a me stesso. E adesso ci mancava solo questo: che cominciassi a fare il tuo lavoro lasciando perdere il mio. (Una pausa, poi con forza) Beh, non si perde tempo al telefono quando si ha da fare per casa, perché certe chiacchiere finisce che le fai sulla pelle degli altri!

(Rita si scuote. Apre gli occhi. Si volta a guardarlo)

GIANNI: Io vado. Verrà Pippo stasera. Resterà un po' lui a farti compagnia, ti va?... Sù, di': "Pippo chi?" - Pippo. (Silenzio) Beh? Stavolta non me lo domandi? Meglio così.

RITA: Pippo?

GIANNI: Eh?

RITA: Chi?

GIANNI: Pippo.

RITA: Ho ascoltato tutto quello che hai detto.

GIANNI: E cosa? Sentiamo.

RITA: Oh, in sogno.

GIANNI: Fa lo stesso, sentiamo.

RITA: (D'un fiato, fissandolo) Tu non ci credi, lo so, non ci credi che lui sia l'ottimo dei bambini possibili. Possibili e passabili. Passabili e possibili. Metti in dubbio? Provaci. Dico solo, provaci. Tu provaci e vedi quello che ti succede! (Tace)

GIANNI: Questo avrei detto?

RITA: Sotto sotto, sì.

GIANNI: Non mi pare.

RITA: Poi, correzione. (Una pausa) A un certo punto suonò il telefono e io non avevo uno straccio da asciugarmi e mi toccò di rispondere così, che presi la cornetta con due dita bagnate. E non sapevo che ora fosse. Con le mani bagnate. Me le asciugai sfregandole tra le cosce parlando. Sù, guarda. Così insomma, per quanti sforzi faccia, davvero mica mi ricordo chi mi chiamò al telefono, ci credi? Capita. Solo che tornai nel bagno e Rita stava in fondo, piccola, alla vasca - seminuda sotto i panni galleggianti a risciacquare. Volta in sù, con le manucce in sù. E i capelli sollevati e fermi: sai nel coccio come fili di ferro, fermi? Così fermi. Era vera come la Madonna - ché la vidi tra le gambe dei suoi jeans a pelo d'acqua più sotto della schiuma. Accade come accade che ti suoni il telefono e tu rispondi. Accade, no? Dicono sì. Per me rideva un po'. Senza un grido. Ma con l'acqua... cioè intendo: dentro l'acqua mica si può. Non viene fuori, provaci, un bel nulla. Fosse il fuoco, tu corri corri - ma con l'acqua... dico bene o no?... A me sembra di sì. Non sei d'accordo pure tu? E' un bambino prodigio chi muore bambino. (Una pausa) Ciò non toglie che... 'viva il mio pupotto!' Evviva, evviva! E fu pupo, ma pupo pupo che se ne andò. Ora ti racconterò di lui.

(Una pausa. Gianni si arrotola una seconda sigaretta)

Non vuoi? (Silenzio) Insomma, non vuoi?

GIANNI: Qui sto. (Rita tace) E allora? Dicevi: non vuoi. Voglio. Parla. A me sta bene se parli. Più parli e meno fai. E allora? Sono tutto orecchie. E dài, non guardarmi così. Voglio. Se ti va di raccontare racconta ma non guardarmi così. (Guarda l'ora) Anzi, rettifico. Vorrei, ma non posso. Vado. (Va al telefono. Forma un numero. Aspetta) Oh... sono io. Quando vuoi puoi scendere. Me ne sto andando. Sì, adesso. Lucy ha detto che voleva venire. No, non piove. Dille di aspettarmi giù. By.

(Attacca. Prende la sua borsa ed esce)

(Una lunga pausa. Poi Rita si alza. Parlerà anche stavolta d'un fiato, quasi senza interruzioni.)

RITA: E quel lurido schifoso che dice d'essere amico suo: dove lo metti a quello? Mezzo negro e mezzo Dio sa cosa. Ripulitino e pinto. Gente così che ci sta a fare al mondo? Eh? A fregarsi la roba degli altri ci sta! Solo per questo nasce. Zitta zitta quella è gente, è gente quella che cascasse il mondo non l'ammazzi mai. Con le giacchette azzurre e la catenuccia d'oro. Ma, Dio, l'hai visto? Fango umano. Da uno così, ti giuro, ma manco con un dito mi farei toccare. Che poi, intanto, non li senti gli altri a dire in giro: "Bravo è bravo! Bravo è bravo!" Nessuno che lo può vedere e intanto s'è rubato la medaglia di mio figlio. Ma io solo questo so: che c'è una bella differenza tra migliore e bravo, e che ho un figlio, io, che chi se ne importa che è bravo, a me importa solo che sia il migliore. E lui è il migliore. Ma a niente gli serve senza me vicino. A titoli così dappertutto scritto: the best! The best! era scritto. Dappertutto. Dappertutto.

(Tace. Prende dei fogli e una penna. Corre a sedersi. Disegna. Una pausa. Entra Pippo. Ha con sé un quadernetto e il Sony nella busta di cellophan. Lei non si volta. Disegna. Pippo va al tavolo. Si siede alle spalle della donna. Tiene sulle gambe gli oggetti che ha portato con sé.)

RITA: C'era quel palazzo dove stavo bambina - che forse era questo, non so... c'era a un piano molto sopra al mio...

(Tace)

PIPPO: (Tirando fuori e accendendo sveltamente il suo apparecchio) Sì, molto sopra - e poi?

RITA: Un uomo ricco. Ma più che ricco, comunque, importante. Perché era uno nobile. Una cosa vicino ai re. Marchese, capisci? Vecchio. Malato. Malato sin da quando me lo posso ricordare. No, non io - che dico?... Malato sin da quando mia madre, lei, ricorda di averlo visto la prima volta appena andata a vivere lì. Capisci?

PIPPO: Sì, poi?

RITA: Ecco. Quest'uomo molto anziano ha un figlio molto giovane che ha una sposa più giovane di lui. Ma loro non vivevano insieme all'altro, a quel tempo lì. Lei aspetta un figlio: che sarebbe il primo. Di quell'unico figlio di quell'uomo malato. Ah... il vecchio pure ha una sposa più giovane. Ancora viva, e comunque già anziana - che l'ama. Ma di un amore vero. Di un amore che è durato negli anni. Degli altri due questo ancora non si può dire - sarai d'accordo, spero. Come non si può dire di mia madre che, anche lei, era giovane, era sposa, e stava incinta di me. Nello stesso, identico palazzo. Che sia qui, che sia lì. Nello stesso di quel Marchese, capisci? (Mostrando i fogli sui quali stava scarabocchiando) Questo, all'incirca, è il palazzo. Questo, all'incirca, il Marchese. E questa la mamma. Non ti sembra che mi somigliasse molto? Dico a te, rispondi.

PIPPO: Molto, certo. Poi?

RITA: Forse troppo?

PIPPO: Abbastanza. Poi?

RITA: Lui, nel suo letto in alto (e solleva l'indice al soffitto) sta come per morire, capisci? Ma, lui, è da tanto che stava così - ma ora, però, davvero davvero - e non lo capisce nessuno ma solo la sua sposa. E lei lo dice agli altri e gli altri le dicono: "Stia calma." "No, è vero! E' vero!" E allora i suoi desideri, di lui, per lei diventano tutto. I desideri dello sposo diventano i bisogni della sposa. E lui uno ne ha: vedere il figlio di suo figlio. Per vedere come proseguirà il suo sangue, capisci? E lotta lotta il vecchio malato, come pochi malati saprebbero lottare. Ma non per non morire: perciò lottava; ma solo per non morire troppo presto; per fare in tempo, capisci?... Ah, benedetto... che fosse possibile sembrava davvero impossibile. E la donna voleva che lui avesse ciò che voleva. Lo voleva! Lo voleva! Qui sotto ero nata io. Tre o quattro piani sotto. Ci vuol nulla con l'ascensore. Così mia madre sentì suonare alla porta. Anch'io l'avrò sentita. E chi andò ad aprire, la vide, a quella, che era venuta a chiedermi in prestito... che il figlio non capiva... che la nuora spingeva. Ma che non c'era verso, e che non c'era più tempo. Lui moriva. Sembrava molto quello che chiedeva, in verità era nulla. Non ero ancora stata battezzata. Così fu che a benedermi, per primo, fu, sulla mia fronte, lui con la sua mano. E passai da un letto all'altro, capisci?

PIPPO: No, quale letto?

RITA: Mi portarono sù. Lei lo fece. Bisognerà dirgli, però, che è un bel maschietto. Il nome conta. Il sangue prosegue nel nome. E gli disse che ero un bel maschietto. Poi, erano intanto arrivati altri con uno che era davvero un bel maschietto e che era nato lì in quel tempo intanto. Non lo fecero entrare. Non si poteva più. Perché l'anziana sposa mi aveva già accostato alle sue dita sussurrandogli: "Amore, è un bel maschietto." E non si poteva ormai più far entrare anche l'altro - lo capisci, no? Per questo, lassù, lei aveva bella che chiusa la porta a chiave. Lui mi carezzò. Mi guardò. Mi guardò: a me per ultima. "Bambina mia - mi disse - bambina mia..." Si vedeva che non potevo essere altro che quello, capisci? Ecco spiegato perché c'è ancora qualcuno che mi chama: la Marchesina. I miei due nomi. Il mio vero e questo. Mai insieme. O l'uno o l'altro. Mi dicono che, invece, mai - mai! - quel maschietto si è sentito chiamare 'marchese' o 'piccolo marchese'. O 'il marchesino'. E per questo, per me, le fiabe non mi sono mai sembrate troppo strane. Così tanto mi sentivo già, io, vicina ai re. E per questo, penso, quel bambino - che crescendo si è fatto crescere una sua strana offesa dentro - non ha mai voluto né giocare né stare con me. Vorrei rivederlo oggi. Potrei piacergli. Non mi importa che sia lui a piacermi. Questo non m'importa mai. Io voglio coloro a cui piaccio. Li voglio tutti - capisci?... Capisci?....

PIPPO: Insomma. (Un silenzio) A volte bisogna pensare un pochetto per capire il senso vero di certe cose che uno si sente dire.

RITA: Curioso: la Marchesina che prendeva l'ascensore per salire due piani sino a qui, nel palazzo dove stavo. E che più sù di qui, dopo di allora, non è salita mai. E' qualcosa, credimi, che resta, passare appena nati, così, da un letto all'altro e scambiare, appena nati, certi sguardi. Lui in qualcosa che iniziava, io in qualcosa che finiva. Un po' dei suoi occhi è rimasto nei miei. Un po' dei miei se li è portati con sé. (Si volta a guardare il piccolo registratore. Fissa la spia rossa accesa. Una pausa. Pippo è distratto da un rumore. Solleva lo sguardo come verso una finestra)

PIPPO: Ecco. Comincia a piovere.

RITA: (Piano) Perché?

PIPPO: Oh, non c'è nessun perché. Comincia a piovere. E quei due sono usciti senza niente addosso. Li avevo pure avvertiti: guardate che si mette a piovere.

(Rita si alza. Si dirige verso la finestra. O verso lo spazio in cui si dovrebbe immaginare una finestra. Sfiora con le dita il probabile vetro. Le ritrae con un piccolo scatto del polso.)

RITA: Freddo! (Sfiora di nuovo. Segue, con l'indice, il percorso di una goccia sul vetro; poi di un'altra. Rumore di pioggia sempre più forte) Come animaletti vivi. Si tuffano giù. O passeggiano veloci. Vanno a casa. Volano e si riposano. (Un lampo. Un tuono) Si gonfia l'acqua, laggiù. Si avvicina. Combatte l'acqua con l'acqua. Non c'è più cielo. (Pippo si accosta a Rita portando con sé il registratore. Giunto alle spalle della donna avvicina l'apparecchio alla testa di lei) L'onda lunga non è mai alta; ma queste vengono come mascelle dove l'acqua è succo di se stessa. Dente! Sangue! Spazzerà via la sabbia dalle spiagge. Le sedie. Le tende. E verrà qui come scendendo. Come da cime! Come da vette! Come un peso che da sé si spinga. E rovescerà tutto! Qui! Tutto! Oi, lo schianto delle vele! (E corre via, quasi pazza. Pippo la insegue, goffamente, brandendo il suo Sony per non perdere nulla di ciò che lei dice) Ritarella ridarella... se la porta via! Se la tiene giù. Ballano ballano le sue gambette nei pantaloncini vuoti che risalgono a galla. Eccoli! Oh, non più! Rieccoli! Oh, non più! E la schiuma che non resiste al nero dell'onda. Ma perché di notte? Fu di giorno che avvenne. E le sponde del mare... Oh, ma sentitelo come crolla adesso! Erano lisce pareti di neve, di marmo. Con manopole d'oro. La saponetta, come un ciotolo, stava sotto di lei. Più rosa di lei. Ah, cosa guizza? Tutto ciò che vive di mare, fugge il mare - ma tutto! Fuori o dentro, morrà comunque ucciso dal mare. E crolla. Amen. Sollevandosi crolla. Gesù! Dio! Affondiamo! Affondiamo! Diciamo tutte le nostre preghiere! Diciamole insieme! Affondiamo! Il pelo dell'acqua - ma guardate là fuori! - sovrasta le stelle. Ci abbraccia. Affondiamo! Affondiamo!

(E, d'impeto, strappa il registratore dalle mani di Pippo che non sa opporsi. Corre verso il bagno. Si inchioda presso lo stipite. Guarda oltre la soglia e lancia dentro l'apparecchio fracassandolo. Urlando scivola giù, scossa, tremante. Buio. Una breve interruzione di fine atto.)

Undicesima scena

Sopra. Lucy è rannicchiata sopra la sua stuoia. Si sta mangiando le unghie. Pippo ascolta in cuffia dal suo registratore. E' seduto a un tavolo e sta chino su dei fogli. Trascrive.

LUCY: Ti ha già chiamato stasera?(Silenzio) Oh! Ti ha già chiamato stasera?

PIPPO: (Levandosi la cuffietta) Eh?

LUCY: Ti ha già chiamato? Devi scendere?

PIPPO: (Spegnendo) Penso. Perché?

LUCY: E' martedì oggi. Non ha trasmissione. Per questo lo dico.

PIPPO: E non uscite insieme?

LUCY: Lui non si è fatto vivo, io nemmeno.

PIPPO: Va male?

LUCY: Mi piacerebbe capirlo.

PIPPO: Per capire basta spiegarsi.

LUCY: Ma per spiegarsi bisognerebbe almeno parlarsi, tu che ne pensi?

PIPPO: Addirittura sino a questo punto?

LUCY: Se aspetta me, guarda, può stare fresco.

PIPPO: Ma che è successo?

LUCY: Quell'accidenti di copisteria, è successo.

PIPPO: Anche adesso che ci lavori?

LUCY: A maggior ragione.

PIPPO: Beh, dovrà badarci se non vuole mandarla alla malora.

LUCY: Un cambiamento potevo anche aspettarmelo, ma non sino a questo punto.

PIPPO: Esageri.

LUCY: Ormai il mondo sembra che non serva ad altro che per starci a guadagnare.

PIPPO: Esageri. Io non la vedo così. (Si rimette la cuffietta e riaccende)

LUCY: Come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita!

PIPPO: Esageri.

LUCY: Non si parla che a cifre, oramai! Entrate uscite, entrate uscite.

PIPPO: Esageri, esageri. Per me c'è altro.

LUCY: Anche ci fosse, sarebbe comunque meno importante di questo.

PIPPO: (A pappagallo, trascrivendo) Esageri.

LUCY: (Quasi con un grido, per distrarlo) Oh!

PIPPO: (Salta sù, poi nuovamente spegnendo e levandosi la cuffietta) Eh? Che vuoi?

LUCY: (Come una che risponda al telefono) Pronto?!

PIPPO: Ti sento, ti sento.

LUCY: Continui a fare il copista?

PIPPO: Non faccio il copista.

LUCY: Sarà mai scrivere, quello?

PIPPO: Lo è.

LUCY: Rubare dagli altri.

PIPPO: Non rubo niente, io!

LUCY: Per me è rubare.

PIPPO: Ora intanto trascrivo. Per forza che debbo rimettere in ordine prima.

LUCY: E si vede che trascrivere è il tuo modo di scrivere.

PIPPO: Metto su carta per ordinare. Scrivere, cara mia, è ben altro.

LUCY: Pare anche a me.

PIPPO: Ma cosa parli, tu? Come ne sapessi qualcosa!

LUCY: Ne so come chiunque, almeno questo me lo concedi?

PIPPO: E si vede che non scrivo per chiunque, io!

LUCY: Ne so almeno quanto tutti quelli dai quali, bene o male, dovrai essere giudicato. Se mai ti riuscirà di combinarci qualcosa con quella roba Sì, m'hai capito... dico quelli da cui ti andrebbe di essere giudicato. Insomma, letto.

PIPPO: Ma si può sapere di che parli?

LUCY: E poi, sentiamo: a Gianni come gliela spieghi?...

A lui come glielo vai a spiegare che è tutta roba di sua madre?

PIPPO: Oh, ci siamo svegliato storti stamattina? E' roba mia, questa, altro che di sua madre! Cioè, lo sarà quando sarà finita. Tu una cosa non riesci a capire e non capirai mai: per me, lei, è come se fosse... ecco, non si dice che uno che scrive debba aprire gli occhi sul mondo, vedere le cose - conoscere la realtà? Ma è logico. Mica però tutta la realtà che ci sia! Mica tutto il mondo che ci sia! Ma quello che uno si sceglie. E già in questo scegliere, cara mia, - già qui - la scrittura è bella che iniziata.

LUCY: Comodo. Te la rigiri come ti pare.

PIPPO: Oh, ma che debbo pure rompermi la testa per spiegarti!... Già qui, ti dico! E io ho scelto lei. Ti torna, adesso?... Ho scelto il mio mondo in lei. E ora, almeno per iniziare, mi è più che sufficiente.

LUCY: Allora si vede che tutti rubano.

PIPPO: E si vede che tutti rubano!

LUCY: Significa che smetterò di leggere; ora che lo so.

PIPPO: Ma, diavolo, litighi con lui e te la riprendi con me.

LUCY: Perché? E' stato utilissimo, invece. La teoria della scelta mi ha chiarito molte cose.

PIPPO: Certo, se la guardi col paraocchi!... Perché è molto più di quanto tu non creda. Molto di più. Bello il sarcasmo da quattro soldi!... Dopo che si è scelto bisogna anche imparare a prendere; e poi di nuovo a scegliere tra quello che si è preso; e quello che rimane devi come mangiarlo, impastarlo dentro di te. E queste - fammi finire! - sono tutte cose che non ti insegna nessuno e che ti tocca imparare da solo, se c'è qualcosa che ti spinge a farlo. In me c'è e lo faccio. E lo farò sino in fondo.

LUCY: Ma vuoi sapere cos'è che si crede l'amico tuo? Che tu ci vai a letto con sua madre.

PIPPO: E si vede che è scemo.

LUCY: E' normalissimo, invece. Proprio per questo lo pensa. Anch'io lo penserei.

PIPPO: Me lo venga a dire in faccia. Me lo venga a dire e io davvero non ci metto nulla a spiegargli le cose come stanno. Anzi!

LUCY: Comunque, per conto mio te l'ho detto. Con quello che ho sentito sta' sicuro che smetterò di leggere. Esercito di ladri! - Anche dentro di te saresti capace di saccheggiare con questa filosofia. Sino a farti a pezzi.

PIPPO: E' quello che faccio. E magari, magari!, potessi farlo sino a spolparmi, a masticarmi tutto. A cacciarmi, io da me, per intero dentro un foglio. Meglio lì che qui. La smetterei, almeno, di starmene cacciato in questa vita come in fondo ad un pozzo.

LUCY: Ahia! Ricominciamo con le flagellazioni.

PIPPO: E allora dimmelo... - no, una volta per tutte adesso me lo dici: tu, e lascia stare che sei mia sorella, tu.. uno come me, ti andrebbe bene di trovartelo a letto? Ti andrebbe bene?

(Una pausa.)

LUCY: Ma vai a dare via il culo!

PIPPO: Prima le signore. (Silenzio) Allora, mi rispondi o no?

LUCY: Se proprio vuoi una risposta posso anche dartela, ma senza prescindere dal fatto che sono tua sorella. (Una pausa) Oddio, ma cosa sto dicendo?

PIPPO: Ti prego, rispondi!

LUCY: Oh, smettila!

PIPPO: In ginocchio t'imploro, rispondi!

LUCY: Ma che?

PIPPO: Rispondi! Ma non da sorella. O piuttosto che niente, va bene, anche da sorella.

LUCY: Non posso. Ma non per cattiveria. Sono innamorata. Non posso.

PIPPO: Lo vedi! Qualcosa c'è, e alla fin fine una risposta arriva ed è 'no'. E c'è sempre qualcosa che c'è, qualcosa per cui la risposta è 'no'. Io ho scelto lei perché mi ha chiesto di baciarla e mi racconta storie. Non fosse altro, l'ho scelta per questo, e, perdio, la svuoterò, la svuoterò. E scriverò qualcosa, vedrai, che tutto mi si potrà dire ma non che non sia bella. Bellissima. Ormai è solo questo che voglio.

(Si rimette la cuffietta. Riaccende) Sei stata, comunque, di una cattiveria che, ti giuro, non mi ricordavo da anni. E ora è inutile che continui a parlare perché tanto non ti sento.

(Una breve pausa.)

LUCY: (Inascoltata) Io dico che se abitassimo da un'altra parte ci comporteremmo diversamente e queste cose non succederebbero. Ci sono posti che fanno diventare pazzi. Io me ne voglio andare da qui. E uffa!... Perché non chiama? Perché non chiama?

Dodicesima scena

Sotto. Rita, sola, tiene tra le mani, acceso, il Sony di Pippo. Ben accostato alle labbra. Rumori dal bagno. Uno scarico e poi un rubinetto aperto. Sul tavolo, il vassoio intatto.

RITA: Un giorno, poi, l'evitabile accadde. L'evitabilissimo accadde. Ciò che, accaduto, si fa inesorabile e che, accadendo, fa dubitare che le nostre vite appartengano a una medesima specie. Guai a chi valica il minuto nel quale l'evitabile accade. Verrà strappato dalla faccia del mondo, costui. O costei. Io questo finirò per diventare, se già non lo sono: una nuova creatura violenta. Ah! Voglio mani! E un ventre! Un ventre! Qualcosa che non ricordo più.

(Lascia cadere il Sony in terra. Pippo, con la camicia dalle maniche rimboccate e le mani gocciolanti, corre fuori. Raccoglie il Sony. Controlla che ancora funzioni. Lo rimette tra le mani di Rita.)

PIPPO: Vicino, così. Sono un po' scariche. (E torna in bagno. Chiude l'acqua. Rientrerà dopo pochi secondi)

RITA: Ritarella ridarella, mi diceva mio padre che di fantasia ne aveva... M'hanno vista un po' strana quando ho detto che mi andava di chiamarla Rita anche a lei. Madre e figlia, Rita. Per dirle quelle cose che mi ero divertita io sentendole dire a me. Farlo con lei.

Ora è solo un esempio. Ritarella ridarella. Quante cose, mio padre, cavò dal mio nome! E io ci ridevo sempre. E le ricordo tutte le sue poesie. Io non ne saprei fare altre ma ricordo le sue. Dunque, un motivo c'era. Farla crescere ridendo. Ma a me, per quest'idea che avevo, mi vedevano strana. Madre e figlia, lo stesso nome. Madre e figlia, lo stesso nome.

(Un rumore alla porta. Pippo recupera di fretta il registratore. Lo spegne. Va a nasconderlo tra la sua roba poggiata in un angolo. Entra Gianni che, alla vista dell'amico, si arresta sulla soglia e poi arretra di qualche passo.)

GIANNI: (Piano) Beh, ancora qui?

PIPPO: (Raggiungendolo e parlando piano come l'altro) Ma hai suonato?

GIANNI: Ho suonato sì.

PIPPO: Non t'ho sentito. Aspetta fuori, ora esco.

(Gianni scompare. Anche Pippo esce. Alcuni secondi e Gianni rientra in scena.)

GIANNI: Problemi?... (Controllando) Hai lasciato tutto; non hai mangiato nulla.

RITA: Cosa?

GIANNI: Parlo del mangiare. Vuoi che metto via o tengo fuori?

RITA: Non capisco. E' difficile smettere, all'improvviso, di parlare di una cosa per parlare di un'altra. E' il pensiero che fatica. E si offende, a volte.

GIANNI: Perfetto, ma adesso lo fai apposta. Potresti rispondermi benissimo.

RITA: E' vero.

GIANNI: Allora rispondimi.

RITA: Lascia fuori.

GIANNI: E non vai a dormire?

RITA: Andrò.

GIANNI: Hai sentito la radio?

RITA: Niente.

GIANNI: Sei stata bene?

RITA: Tu c'eri, lo sai.

GIANNI: Le ragazze, giù al negozio, ti salutano tutte.

RITA: La mia fabbrica... ci stava e non c'è più.

GIANNI: Insistono a domandare quando possono venire a trovarti.

RITA: (Mettendosi a disegnare mentre Gianni prima va a prendere il solito fornellino da campo insieme a varie stoviglie, poi sistema su un tavolo una grande borsa a custodia che ha portato con sé. L'apre, dentro vi è una macchina da scrivere elettronica) Io rimprovero, a una d'altri tempi me stessa, innanzitutto questa passione folle. Inumana. Sostanziale. La gelosia, mio buon amico. Mi spiego meglio, poiché - dire gelosia non è dire ciò che s'intende. L'ansia, suprema, irriducibile, d'una sola cosa - che, in quanto una, doverla spartire è perderla. Ma di più! Di più! Solo supporre la spartizione è iniettare nel sangue, nel pensiero, l'infezione di questa perdita. Irriducibile come e più della perdita stessa. E tutto ciò, amico mio... tutto ciò, per quanto possa sembrare purissima astrazione, è una pura questione di carne. D'una carne bellissima, senza la quale la nostra non saprebbe più orientarsi in nessun luogo e in nessuna data. Di carni confuse. Che sono con noi sino al punto da assimilarsi a noi, ma che possono anche estrarsi da noi. Andarsene, privando noi dell'altro. Dell'altro che siamo noi stessi. Ad esempio: io. Io patisco un'assenza, giuro, che non so esprimere. Quasi mi sembra ignoranza, quest'assenza - o meglio ancora: questa incapacità, proprio!, di dire che sia. Assenza d'una cosa in me. D'una cosa dentro. D'una cosa - Dio mio! Dio mio! Che ho sempre! Sempre! Sempre! Avuto! Che sempre ho temuto di non avere più. Che era diventata me. E che non ho più. Dopo avere a lungo temuto di perderla, io, questa cosa qui. Oh, vieni! Vieni! Vogliamo provare? Vieni! Stringimi a te! Stringimi... Vieni!...

Tredicesima scena

Sopra. Lucy è carponi con l'orecchio sul pavimento ad ascoltare sotto. Singhiozza. Picchia i pugni per terra.

LUCY: (Gridando ma con voce soffocata) Gianni! Gianni! Torna sù! Ti prego... torna sù! Torna da me! (Afferra, con le mani a grinfia, la sua piccola stuoia. La morde, quasi per lacerarla. Poi scagliando oggetti in terra, tra i quali la radiolina, e con voce più forte, da farsi sentire fuori...) Sto male! Lo senti che sto male? Torna da me! Torna da me!

Quattordicesima scena

Sotto. Rita e Pippo. Sul tavolo: una radio e il mangianastri della donna.

PIPPO: Io vorrei sapere - è quello che, confesso, da un po' di tempo, vado cercando di capire tra me e me... ecco: se ho davvero tanta paura che chiunque altro sia... ora dico così per farmi capire, meglio di me... ecco, allora: sino a che punto arriva il gioco e da dove comincia la verità? Perché uno finisce davvero che ci si perde.

RITA: Due creature sono due soffi di vento. Due creature di fronte. Il più lieve si fa oggetto. Come foglio. Come foglia. E il più forte lo trascina.

(Una pausa.)

PIPPO: (Senza aver capito) Questo d'accordo, poi... se davvero m'ossessiona di non poter mai essere, né di essere mai stato, la cosa più importante - il centro, l'autentico centro - nella vita di un'altra persona come, invece, altre persone lo sono state per me... questo che vuol dire? Chi è che accuso?... Poi ancora: se mi basta sentire, da quelle labbra a un dato momento per me tanto importanti, un nome che non sia il mio per franare dentro, sino a dire: no, basta! E' la fine! - Non sarà, questo mio dirlo, un'invocazione della fine?... oh, è chiaro, sì?... Io parlo di donne. Perché a me sono quelle che interessano.

RITA: Come mai è tutto spento, oggi?

PIPPO: La radio?

RITA: Il tuo apparecchio che avevi ieri.

PIPPO: Oh, no... è acceso, è acceso.

RITA: E dov'è?

(Pippo le mostra il Sony che in effetti teneva acceso sulle ginocchia.)

RITA: Eh, ma è piccolo!

PIPPO: Allora? Capito quello che ho chiesto?

RITA: Vuoi qualcosa?

PIPPO: Una risposta.

RITA: Intorno a me vengono vissute storie, da altri, che io non conosco.

PIPPO: Ah, poi non ho finito!... Ecco, questo sì è uno dei pochi ragionamenti che a tratti mi consolano... accadrà pure, penso, che ci sia ogni tanto qualcuno a cui apparirò - io! io! - come... l'altro. Come quell'altro che, sempre, qualsiasi altro rappresenta per me con la sua inesauribile capacità di essere veramente amato. E la cui caratteristica è, innanzitutto, un nome. E basta. Un nome di uomo affiorato alle labbra di quella donna che per me, in quel dato momento, è il centro di tutto. A volte è sufficiente appena l'ombra di un nome.

RITA: Io, di nomi, ne conosco molti. Non so il tuo, ad esempio. O non lo so, o non lo ricordo. Se non lo ricordo è per via di una certa cosa che mi è successa e che a volte rivedo. Rivedo ma non ricordo. Quello che invece ricordo benissimo, interamente, e che non scorderò mai è l'affiancarsi delle onde; il procedere delle schiume. La stasi gigantesca delle acque. Ripeto a pappagallo che tutto ciò è il mare. Ma non per questo io lo conosco. Per altro. E ciò che si conosce è conservato in noi da una memoria priva di ogni tensione. Non si dimentica ciò che si conosce veramente. Che si introduce in noi. A me è il mare che resta. Un mare mai traversato. (Pippo poggia il registratore sul tavolo e lo spinge vicino a lei) Di poco interesse è blandire chi ami con questioni che non siano l'amore stesso. Così per il mare. Così per qualche altra cosa che, ahimè, io non ricordo più. Mi farebbe piacere, sai, tornare a quella musica di ieri.

(Un lungo silenzio. Pippo aspetta che lei riprenda a parlare. E' un'attesa inutile. Si rassegna. Spegne il registratore. Accende la radiolina. La sintonizza sulle ultime note di un Allegro di Beethoven.)

RITA: Quello che dico sembra assurdo? E a chi? Lavorare bisogna. Io esprimo concetti puri. Dove sarà mai l'assurdità? Lavorare. Piegarsi a tutto. Lei, ad esempio... tu: cosa fai per vivere?

PIPPO: Ho un impiego.

RITA: Un buon impiego? Sentiamo.

PIPPO: Per il guadagno, sì. Buono. Ma per me non è il mio lavoro. Col mio vero lavoro non guadagno nulla. Non guadagno nulla ma non fa nulla. Ho un'altra cosa che faccio e che per tutti è il mio lavoro e mi fa vivere. Così, con quello che per me non è il mio vero lavoro, posso permettermi il lusso di fare il mio vero lavoro. Cioè, quello che, per gli altri, non è un bel nulla.

RITA: Chiaro. Ricordo... Tu... Ti davo del tu, o sbaglio?

PIPPO: Esattamente.

RITA: Tu sei uno di quelli... del tipo di quelli che io ne ho conosciuti... ma sai quanti!

PIPPO: Io?

RITA: Da me. Nel mio negozio. O fabbrica. O industria. Nella mia azienda. Adesso è mio figlio che ci pensa. Bravo, mio figlio. Ci pensa lui. A tutto, lui. Per questo periodo. Poi riprendo io. Venivano con carte grosse così. E certi ragazzetti! Me ne ricordo un paio, soprattutto. Mucchi e mucchi di fogli. Scritti e corretti, scritti e corretti. Pieni di segni che per tirarli giù a macchina - io allora non avevo niente, era per il papà che lavoravo - una fatica!... E come ci tenevano! Quei due, soprattutto. E ne spendevano di soldi, eccome, per vedersi tutte le loro creazioni messe bene. E poi belle rilegate. E bordate. Incerottate con nastri intonati alle copertine. Dunque, ne avevamo: rosse - due tipi di rosse: fiamma e sangue - verdi, blu, gialle e bianche. E poi via! Felici. E io dicevo, o pensavo: su due che li spendono così, tutti questi soldi, altri venti ci vanno a donne. Eh, che bella malattia! Fai lo stesso, tu? Ti piace scrivere? Bella malattia davvero.

PIPPO: Non l'ho mai nascosto. Anzi: semmai sono gli altri che me lo vogliono far tenere nascosto.

RITA: Chi?

PIPPO: Oh, fare un elenco è impossibile. Ma tutto un certo tipo di gente che c'è.

RITA: Come me?

PIPPO: Oh, no.

RITA: Tu non saresti un figlio malvagio. Con me, tu no. Ma non lo sei, tu, mio figlio. Vero che no? Non mi sembra.

PIPPO: No.

RITA: No sicuro?

PIPPO: Sicuro.

RITA: Perché so che mio figlio - e mio figlio c'è! - non me la dice sempre la verità. A volte non gli piace che io lo riconosco e allora non si fa riconoscere. Non lo so perché. Ma gli riesce bene. Tanto che - ne sono sicura, sicura - a volte ce l'ho davanti, lui mi dice una bella bugia e io non lo riconosco. Bruttissimo. Bruttissimo.

PIPPO: Oh, no - non posso crederci.

RITA: Non voglio cose dette tanto per dire! Mai cose dette per dire! Mai! Con me, mai! Ma adesso ci torno, io: alla mia fabbrica. E' bene di tanto in tanto allentare morso e briglia - vero che è bene? Ma adesso ci torno.

PIPPO: Vorrei sentire qualcosa.

RITA: Di che?

PIPPO: Di quei racconti sul mare.

RITA: Dammi un bacio prima. Un grande bacio. Nudo, dammi un bacio. Ma un vero bacio!... Un vero bacio!...

(Pippo si alza. Una breve pausa.)

RITA: Nudo! Nudo! Toccare la cosa calda sotto la cosa fresca! Oh, carezzare... carezzare...

PIPPO: No. Un bacio solo.

RITA: Un bacio solo.

(La musica finisce. La voce di Gianni riannuncia il pezzo.)

Quindicesima scena

Sopra. Gianni e Lucy.

GIANNI: Io capisco tutto, giustifico tutto, ma non questo. Questo no. Le balle, no. Niente balle, per cortesia. Già è difficile dicendo la verità... poi neppure è la verità che pretendo io - troppa grazia... dico solo: la buona volontà di dirla.

LUCY: Perché il signorino è immacolato come un giglio.

GIANNI: Per questo sì. Puoi giurarci.

LUCY: E si vede che io lo sarò per altre cose che per me contano quanto, per te, il non dire balle. Poi quella che ho detto non è una balla.

GIANNI: Lo è: grande come una casa.

LUCY: No e no, porca miseria!

GIANNI: Quei soldi mancano.

LUCY: Dillo a chi non li sa contare quando si fa pagare i lavori.

GIANNI: C'erano dopo che è stato pagato il lavoro.

LUCY: Siamo in quattro a negozio. Ora, solo perché io e te stiamo insieme, debbo essere sempre io la colpevole di tutto.

GIANNI: Non è che devi, ma quando lo sei lo sei.

LUCY: Sentitelo! Sentitelo! Abbiamo il principale. Mi fai ridere, mi fai.

GIANNI: Nemmeno è per il furto, guarda - ma per la balla.

LUCY: Ma tu sentilo! Furbo, lui: così adesso, visto che tutto il problema è nella balla, basterebbe dirgli: va bene, sono stata io - e tutto si rimette a posto. Abbracci, baci e buonasera. Perché tanto, ormai, i soldi per lui sono l'ultima delle cose.

GIANNI: Non sono l'ultima delle cose.

LUCY: Fa il signore. Quello magnanimo con il senso della giustizia. Mentre qui c'è la pezzente che s'attacca pure agli spiccioli. E' questo che ti piacerebbe dimostrare?

GIANNI: No, solo che mi racconti un'infinità di balle. Che l'hai sempre fatto. E questa non sarebbe che l'ultima di una lunga serie. Se poi è l'ultima.

LUCY: Beh, io non te lo dico.

GIANNI: Vale più di una risposta.

(Una pausa.)

LUCY: E va bene. Sono stata io.

GIANNI: Dillo convinta.

LUCY: Sono stata io.

GIANNI: Deo gratias!

LUCY: (Cominciando a piangere) Mi servivano e basta!

GIANNI: Fa' una cosa: accompagnami in trasmissione stasera. Ti va?

LUCY: Ma porca miseria, Gianni... vuoi capirlo o no che io voglio avere la mia età, la mia età! E anche tu! Anche tu!... Cerca di avere l'età che hai.

Sedicesima scena

Sotto. Rita ascolta alla radio Gianni che sta conducendo una delle sue trasmissioni. L'espressione incantata del viso rivela che la donna riconosce il figlio in colui che parla. Il ragazzo aggredisce il microfono con insolita eccitazione. Parla della figura di Beethoven e della sua importanza in un certo momento storico. A tratti sembra quasi sproloquiare. Durante tutto ciò, Pippo - che vigilava, penna in mano, alle spalle di Rita - viene distratto da un rumore. S'allontana in quinta. Come per andare ad aprire la porta. Dopo alcuni istanti, difatti, fa il suo ingresso Lucy. Cautissima, in silenzio. Dietro di lei ricompare Pippo. E' in ansia: teme che sua sorella possa farsi sentire. Ne frena, con gesti perentori e trattenuti, i movimenti. Lucy spia, da dietro, Rita che, fronte alla platea, non può accorgersi di questa intrusione. La ragazza raccoglie da terra alcuni disegni. Li analizza. Torna a scrutare la donna seduta. Pippo non azzarda un solo movimento. Freme nell'attesa che la sorella si decida ad andarsene. Infine, l'evitabile avviene: Lucy fa rumore. Rita si gira. La vede. E' un attimo di paralisi. Si alza e va, lentissima, incontro alla giovane che arretra spaventata, come in un sogno. Rita si ferma a qualche passo da lei. Sembra quasi ammirarne la statura e le fattezze. Ancora una pausa, poi, come riconoscendola, dice:

RITA: Dove sei stata tutto questo tempo?

Diciassettesima scena

Sotto. Rita e Gianni. Gianni è seduto a un tavolino pieghevole. Sopra vi sta la macchina da scrivere elettronica. Resti di cibo sul tavolo e il solito vassoio.

GIANNI: Devo provare una nuova macchina. Ti do fastidio?

RITA: Sono le macchine della fabbrica così.

GIANNI: Bisogna cambiarle. Veramente è stato il rappresentante, quello che trattava con te, a convincermi. So che ti fidavi. Poi te lo sentivo dire già da un po' di tempo che andava fatto. Vorrei provarla. Ti do fastidio? Anche per vedere se mi ricordo come si fa. Ero bravetto.

RITA: Fai sentire.

GIANNI: Rumore non ne dovrebbe fare.

RITA: Sì, fai fai... tu basta che pensi ad altro e non a me. Ma quando viene chi so io, so io cosa debbo dirgli.

GIANNI: Chi?

RITA: Eh, so io.

GIANNI: E cosa gli dirai? (Guardandosi intorno) Hai niente da copiare? Tanto per prova.

RITA: Gli dirò... gli dirò...

GIANNI: Ecco, detta tu qualcosa. (E comincia a scrivere sulle parole dell'altra) Gli dirò, gli dirò... Poi?

RITA: Toccami qui, gli dirò. Sì, non di più, solo questo: toccami qui. Dopo, se vorrà fare dell'altro... E' quella cosa che sempre avveniva, che è sempre avvenuta - e non c'era volta che il sonno tornasse senza che quella cosa, in me, non si fosse compiuta - sentendo, dentro di me, qualcosa scavare e cavare un piacere infinito. Come io lo succhiavo il piacere infinito e si mischiava, si mischiava qualcosa tra due. Perché ha smesso tutto ciò? Perché non l'ho più? E il sangue mi circola senza spinte né onde. E come sento, però, tante bocche, da me, che mordono l'aria! Almeno tu... tu che vieni, toccami qui... almeno questo - potrò dirglielo questo? Spero proprio di sì. E non è un gran sperare, sperare di poter dire una cosa non potendola avere. Era una, quella - delle cose - del giorno - per me. - Questa cosa che adesso - non c'è. - Oi, Rita, Rita - la pappa è finita... - Non piangere, dai! - Domani l'avrai - ancor più squisita - dolcissima Rita. Ogni giorno ci vuole la pappa. Ogni giorno ci vuole la pappa.

(Tace)

GIANNI: (Tirando via il foglio dalla macchina) Visto? Mi ricordo ancora abbastanza come si fa.

(Rita si struscia. Cerca il proprio piacere. Come una vera femmina di mammifero. Da sopra si sentono colpi di oggetti sbattuti in terra. Poi delle grida soffocate, ma distinguibili.)

VOCE DI LUCY: Sto male! Lo senti che sto male? Torna da me! Torna da me!

Diciottesima scena

Sotto. Pippo mangia di gusto. Gianni serve e, a tratti, mangia anche lui.

GIANNI: Pippo, una curiosità: ma tu a mia madre dai del 'tu' o del 'lei'? Non ci ho mai fatto caso.

PIPPO: Ma sai che ci debbo pensare! 'Spè... del 'tu' - no, del 'lei', mi sembra.

GIANNI: Del 'lei'?

PIPPO: Direi di sì.

GIANNI: Ma sempre?

PIPPO: Beh, se glielo do, glielo darò sempre. O forse no, hai ragione: del 'tu'. Ma no, che mi fai dire? Certo che le do del 'lei'. Oppure sai cosa? Tendo a svicolare. Sì, m'imbarazza e allora svicolo. Ma d'istinto. Un'abitudine che ormai viene da sé.

GIANNI: Scomoda come abitudine.

PIPPO: Evidentemente non troppo, visto che non debbo fare grandi sforzi.

GIANNI: Sarà.

PIPPO: Vedrò di farci caso e ti saprò dire.

GIANNI: Senza impegno.

(Mangiano entrambi.)

PIPPO: In cucina migliori di giorno in giorno. Complimenti.

GIANNI: Non è che cucino bene, ma che compro roba buona.

PIPPO: E da quando in qua ti concedi questi lussi?

GIANNI: Da quando me li posso permettere.

(Mangiano.)

PIPPO: Oh! Ci sarà mica pericolo che si svegli e che ti trovi ancora qui?

GIANNI: Dorme. La sento quando si alza.

PIPPO: Non è che fai tardi?

GIANNI: Cos'è? Fretta di rimanere solo?

PIPPO: Per te lo dico. (Mangia)

GIANNI: Lucy?

PIPPO: Chiamala, stupido. Non aspetta altro. E' tutto il giorno che smania.

GIANNI: Pure lei potrebbe farlo lo sforzo. Zitto!

(Tende l'orecchio.)

PIPPO: Si è svegliata?

GIANNI: E zitto!

PIPPO: Sta venendo?

GIANNI: T'ho detto: zitto!

(Una pausa. I due ascoltano immobili.)

GIANNI: (Rilassandosi) Mi sembrava.

PIPPO: Per carità, non facciamo scherzi!

GIANNI: Cinque minuti e vado. Dicevo?...

PIPPO: Che potrebbe farlo anche lei lo sforzo.

GIANNI: Appunto. Potrebbe.

PIPPO: Scemenze. L'avete messa giù dura Dio sa per cosa. Andiamo, rifate la pace. Domani è martedì. Sei libero. Perché non uscite insieme?

GIANNI: Fa la pace chi ha fatto la guerra. Tra noi c'è solo qualcosa che non va.

(Una pausa.)

PIPPO: Gianni... se si sveglia e ci trova tutti e due qui non capirà più niente. Almeno va' di là. O, se preferisci, vado io.

GIANNI: M'accorgo di tutto quello che combina appena solo comincia a pensare di farlo. Fidati.(Accennando al Sony) Questo a che ti serve? (L'altro sorride brevemente) Perché ridi?

PIPPO: Perché lo porto sempre con me e non te ne sei mai accorto. Già che ci sei, ascolta. Piano, però.

(Gianni accende. Si sente la voce di Rita.)

VOCE DI RITA: Vivere senza di te - è niente. - Ricopiavo senza sforzi - dal francese e dall'inglese. - Ma più giù di lì - passava un tempo a ferrovia, - con una stazione che aveva, piccina, - ai bordi del paese. - Un paesino costiero, - che viveva d'uno strano turismo - Di transito, dicevano; - ma noi lì andavamo - col babbo e la mamma a passarcelo intero - il tredicesimo mese dell'anno. - Lì conobbi - l'uomo a cui dissi - o che mi disse: - vivere... (Una pausa) No, di' tu.

VOCE DI PIPPO: Io? E cosa c'entro io?

VOCE DI RITA: Senza di te... - vivere - è niente. (Una pausa) Ahimè, - che marea di sciocchezze! - Davvero un'alta marea.

(Un silenzio.)

GIANNI: Ma questo saresti tu quando scendi qui la sera?

PIPPO: Scccch!

VOCE DI PIPPO: (E, in sottofondo, quella di Gianni alla radio) C'è Gianni alla radio. Lo sentiamo?

(Il volume della radio viene alzato. Poi la registrazione si interrompe)

PIPPO: Hai visto? Ti faccio propaganda.

(Gianni porta avanti il nastro. Lo riaccende. Ancora sente la voce di sua madre. Va ancora avanti e riaccende: sempre la voce di sua madre.)

PIPPO: Ormai quello posso cancellarlo. Sono cose che poi trascrivo. Ne dice di incredibili. Mi danno un mucchio di idee.

GIANNI: Ti danno un mucchio di idee?...

PIPPO: Un mucchio.

GIANNI: Un mucchio?

PIPPO: Sì, davvero un mucchio.

GIANNI: Ma giusto così, ogni tanto...

PIPPO: Come ogni tanto?

GIANNI: Insomma, sarà mica per questo che stai con lei ogni volta che te lo chiedo?

PIPPO: Beh, certo... per farti un piacere, innanzitutto.

GIANNI: Debbo trovarne ancora uno, uno solo, che faccia le cose per il piacere degli altri.

PIPPO: Presente! Visto che mi costringi a rinfacciarti le mie buone intenzioni, lo faccio. (Una pausa) Era un po' che te lo volevo dire. Lucy me l'ha raccontato quello che ti sei messo in testa. Ti credi che non me l'ha detto!

GIANNI: Vogliamo essere chiari?

PIPPO: Agli ordini. Chiarissimi. Che sarei tanto bestia, io, da approfittarmi magari di tua madre solo perché - oh, diavolo... che sarei tanto bestia da approfittarmene di una che sta nelle sue condizioni. Questo a sentire te. Beh, accidenti - dico io... bell'opinione che ha degli amici! E bella stima. Comunque, guarda, nemmeno mi dispiace che adesso hai fatto arrivare il momento di spingermi a dirtelo, perché poi, sino in fondo, nemmeno ci volevo credere - ma ora è già un po' che ci credo. Allora, guarda, mettiamo i puntini sulle ‘i’ una volta per tutte e archiviamo l'argomento perché a me le cose squallide non sono mai piaciute. Oè, scemone... io tua madre la rispetto. L'ho sempre rispettata. Sei tu, razza di deficiente, che solo a farti venire certi pensieri dimostri di non avere nessun rispetto né di me, né di lei. E di lei, soprattutto. (Un silenzio) Ma guardatelo: non dice niente, lui - no. Osserva e giudica. Sa tutto lui - e mica lo convinci. Ma cosa vuoi che faccia? Che ti porti a vedere i chili di carta che già ho messo insieme a furia di passare il mio tempo con lei? Vieni sù, vieni che te li faccio vedere! E fammi parlare piano sennò finisce che sono io a svegliarla. Beh, vuoi saperlo? Le cose che s'inventa quando sta con me tu non te le puoi nemmeno immaginare. Con me lo fa, con te non so. (Una pausa) Io le voglio bene, Gianni - te lo giuro. Stai tranquillo. Se te lo dico, devi stare tranquillo.

(Una pausa.)

GIANNI: Ma Cristo d'un Dio benedetto, quella donna da tre anni - o da due, da quattro, o da quanti accidenti sono! - chiede solo di scopare con qualcuno. Scongiura! Implora! A lei vanno bene tutti, basta che non sia suo figlio. Parli come se non l'avessi mai sentita chiedere, chiedere, chiedere! E' matta? Vabbè, lo sappiamo - ma lei non lo sa a chi lo chiede. Lo chiede e basta. D'avere un pezzo di carne in corpo. Cos'è? Ti fa schifo? Ma che ci vieni a fare qui? Dimmelo: cosa? Non lo senti che piange? Che sta male? Non te lo chiede anche a te? Te lo chiederà, no!

PIPPO: Certo, poveraccia, che ha voglia. Certo che me lo chiede. Ma mica a me lo chiede. Lo chiede perché lo chiede. Anche a te lo chiede. Lo chiede perché sta così - e io dovrei essere tanto una merda da saltarle addosso solo per questo - come non potessi trovarmi una donna dove mi pare e piace - no, io no, secondo te! A me non è permesso, secondo te! eh, allora perché con lei che potrei non lo faccio? Perché, secondo te?

GIANNI: E se te lo chiede, fallo! Tu non le sei niente - fallo! Chiunque avrebbe il dovere. Perché non l'hai fatto? Chiunque. Anch'io penso di averlo - ma non è possibile e non si fa. Non con me perché sono io - ma tu?... Tu?... (Ascolta fuori) Si è svegliata! (Rapidissimo si getta a tracolla la borsa) Sciagurato idiota! (E scappa via. Ancora una pausa. Pippo va a sedersi. Preme un pulsante del Sony per riavvolgere velocemente il nastro in modo da riaverlo dall'inizio. Un rumore lo fa voltare in quinta)

PIPPO: Salve, Rita. C'è qualcosa da mangiare.

Diciannovesima scena

Sotto. Rita è in terra. Si muove in un oceano di fogli scarabocchiati. Si alza di scatto. Si siede. Si irrigidisce stringendo con forza i bordi della sedia. Trema. Crolla nuovamente in terra.
La radio, dal tavolo, trasmette canzonette brasiliane.

RITA: Tienimi ferma!... Tienimi ferma!...

(Entra Gianni. Ha tra le mani un pacchetto imbustato. Rimane per qualche istante sulla soglia con lo sguardo fisso sulla madre. Rita, gemendo, continua a ripetere: 'Tienimi ferma! Tienimi ferma!" Lui poggia il pacchetto sul tavolo e va alla cornetta del telefono. La alza. Forma un numero. Aspetta.)

GIANNI: Lucy... è già salito Pippo? Passamelo.(Aspetta.) - Oh... ma come stava quando l'hai lasciata? Dico ora, venendo via: come l'hai lasciata? E' in piena crisi. Cioè, per capirci: quando ho chiamato giù al citofono ancora stava bene?... Vabbè, lascia andare. Ti faccio sapere dopo. Ciao. (Riattacca. Ancora una pausa. S'accorge della radio accesa. Manda una samba. Rita, dimenandosi in terra, cerca di seguirne il ritmo. Gianni non ha il coraggio di muovere un dito)

RITA: Ti sembro felice, amore mio? Sinceramente: felice? Dimmelo tu, da me non lo so dire. Ma rispondimi 'sì' e, giuro, lo sarò. Rispondimi 'sì'! Rispondimi 'sì'. Ti sembro felice? Rispondimi 'sì'!

GIANNI: (Piano) Sì.

RITA: Non ti sento. Non ti sento.

GIANNI: Sì.

RITA: Oh, tienimi ferma... tienimi ferma...

(Gianni, decidendosi, va a spegnere la radio.)

GIANNI: (Quasi gridando) Sì! Sì! Sì! (La musichetta, identica, continua, ma lievissima, da sopra)

RITA: (Sollevandosi sul dorso e accorgendosi dell'improvviso silenzio) E questa nebbia improvvisa? E' nebbia. Latte in fondo all'orizzonte. Minaccia brutto. Impara a temere il vento se smette di cantare. E' perché medita qualcosa. Non sei d'accordo con me, tu passero agitato?... Più leggero d'un fiore... - basta una bava d'aprile a lacerarti. Via al riparo, tenerezza! Via al riparo!

GIANNI: Mamma, cos'hai?

RITA: (Stringendosi alle gambe del figlio) Tienimi ferma. Prometti che lo fai! Tienimi calma. Prometti.

GIANNI: Prometto.

RITA: Prometti!

GIANNI: (Chinandosi su di lei) Ma certo che sì.

RITA: Di': prometto.

GIANNI: Prometto.

RITA: Seduta! Seduta! Fammi stare seduta. (Gianni l'aiuta a sedersi) Scostati. (Lui si scosta) Se tu fossi davvero qui, come cerchi di farmi credere, ti guarderei negli occhi e li vedrei spaventati. Se tu fossi qui. Ma smettila di preoccuparti tanto. Non capisci che sono io, da me, a decidere quando stare meglio e quando stare peggio? Io da me. E dammi retta. Perché non vuoi? Ascoltami. A volte, giuro, so parlare normalmente. Regolarmente. Capire perché faccio certe cose, ad esempio. O perché non le faccio. E mettere le parole in fila per dirlo. Guardandomi bene in fondo. Capire che sono sola con uno che viene tutti i giorni qui perché ha voglia di fare una cosa che non fa mai. Io non so che sia e mio figlio non lo so dov'è. E che parlo strana: lo so. (Smaniando) Dio, sudo. Tirami via questa roba di dosso! (Gianni le sfila la camicia lasciandola a dorso nudo col solo reggipetto) Ricordarmi di ogni cosa per filo e per segno - posso benissimo. Il medico nuovo, non l'amico mio, dice "dipanare la matassa". L'altro: "far luce". "Devi far luce. Ma cosa ridi?... Cosa ridi, Ritarella ridarella?... Sempre a ridere. Beate te che ridi! qui bisogna far luce." E io dài che facevo luce - ma dentro di me, e mica glielo dicevo. Micco che sei, ti piacerebbe! (E ride) Io in testa sì che ce li avevo i pensieri normali per parlare normalmente, se avessi voluto, e per dirgli quello che voleva sentire, se davvero avessi voluto - ma a me bastava solo di pensarlo - pensarlo e basta, e allora ci mettevo come uno spazio tra quello che avevo in testa e quello che dicevo, che poi era tutta un'altra cosa. "Fallo per esercizio!" Agli ordini, signor generale! E cominciai così a parlare con le lingue che sapevo. J'avais quelque chose à faire pour la maison... celle matin. E che fa? Suona il telefono. Mi sbrigo a parlare sennò m'esce fuori l'acqua dalla vasca, dico. E per dirlo parlo, e continuo a parlare. Ecco, questo è vero come Cristo in cielo. Ho ancora - guarda: se vuoi, lo vedi - il senso della gonna che si bagna perché ci asciugo le mani contro e che mi si attacca fredda alle gambe per tutta bagnata com'è...

"Per piacere spicciati - ho l'acqua nella vasca!"... Ritarella ridarella. Eh... quando la casa incombe coi suoi mille orizzonti... Ma allora non è durato poco se è andata che s'è riempita proprio tutta tutta. Io però dopo ci ho asciugato lì per terra e nessuno l'ha visto che era uscita. Furba, io.

GIANNI: (Inginocchiandosi) In ginocchio te lo chiedo: lascia perdere, sta' zitta!

(Una pausa. Lei lo carezza sul capo. Ritira la mano.)

RITA: Avere un figlio è più che averne due. Uno vero. Se ne può avere uno a tredici anni? Eh? Per me, no. O ci ridi o ci piangi, ma non è che puoi seriamente dire: sono la madre di mio figlio. Anche se è così. E più cresce e più ci ridi o ci piangi. Fa' conto... tipo che ti regalano un libro che si mette a crescere... una bambola che si mette a crescere... un orsacchiotto che si mette a crescere. Ma in mezzo che ci sta? Tra te e lui... poi lui chi è? E dov'è?... (Una lunga pausa durante la quale si apre a un chiaro sorriso) Le tue spalle - dammele! Per il mio braccio. Sù, avanti. Riportami giù. E' importante, riportami giù. Forza, aiutami.

GIANNI: (Aiutandola a sedersi sul pavimento) Così?

RITA: Così.

GIANNI: Ma è gelido.

RITA: (Come se fosse a mollo, immersa sino alla vita) Come in mare. Come in mare d'estate sotto il sole più caldo. So, al massimo, a volte di lui sai cosa? Indovina! Che è negro; e famoso. Che è bello. E che ha bisogno di me. Ma nulla al mondo è più separato di noi. Se batto per terra, qui da dove mi trovo, attraversando questa palla di ghiacci e di fuochi mischiati, beh... l'eco dei miei pugni arriverebbe a bussare di sotto i mattoni dove poggia i suoi piedi all'altro capo del globo. Capisci cos'è stare lontani? E se mi muovo d'un passo, lui pure si muove d'un passo - e tutto resta uguale. Mai un gesto che possa avvicinarci di tanto! Ma, Domineddio, almeno mi cerca. E penso: magari lì a un soffio da lui ci sta qualche stupido oggetto... - un bicchiere, una sveglia, una penna... che non sa nemmeno goderselo, il mio figliolo. Che non gliene importa un bel nulla di lui. Qualche stupido oggetto, e non io. Di questo si vive. In mezzo a questo si vive. E lui ha bisogno di me! Sì, non sempre - ma a volte. Ora sì. (Gemendo) Che voglia che ho! Dio che voglia che ho! Qualcuno mi aiuti! Non posso rimanere così vuota! Sempre così vuota! Tienimi ferma - ma ferma! Toccatemi, Gesummaria, toccatemi! (Gianni va di fretta al pacchetto sul tavolo, ne tira fuori una scatola rosso cupo. La apre. Estrae dal suo interno un foglietto. Lo dispiega e lo legge mentre lei continua a parlare) Qualcosa dentro... - in tutti i miei vuoti! Oh, averla! In tutti i miei buchi! Per la bontà di Dio Nostro Signore lassù che ci guarda e siamo tutti suoi figli... ti voglio con tutti i miei buchi! Perché mi hai lasciato, stupido? "Sei l'ultima delle donne... assassina dei tuoi figli! Le ganasce dell'inferno si chiuderanno su di te!" Ti leccherò tutto se ritorni. Ho così voglia! Tienimi ferma! Mi scoppiano queste carni senza pace! Ho così voglia! Oh, vieni... stringiti a me... stringimi... vieni! Stringimi a te! Stringimi a te!

(Gianni le si va a chinare davanti. Armeggia con la scatola che poi, vuota, viene gettata in terra. Rosso cupo con dei segni eleganti. Controlla il foglietto. Si dà da fare, di spalle, con qualcosa che non è possibile vedere. Lo fa con difficoltà. Lei continua a ripetere le sue cose. Infine, un ronzio elettrico. Vibrante. Forse Gianni è scosso da un tremito di pianto. E da qualcos'altro. Ha tra le mani ciò che manda quel ronzio. Allunga un braccio. Il destro. Solleva la gonna di Rita. Con una lieve pressione del polso le impone di divaricare leggermente la gambe.)

Ventesima scena

Sotto. Rita e Pippo.

PIPPO: In questo palazzo ne succedono di ogni. Non per me, io mi ci diverto a constatare. E' un'attitudine. Sempre avuta. Che poi dire che mi ci diverto non è proprio esatto. Dipende da quel limite fin dove posso e dal quale, invece, debbo. A volte, per dire, è una cosa che vincola.

RITA: Che c'è lì?

PIPPO: La radio. Accendo?

RITA: Io, io.

(Rita accende.)

PIPPO: Proviamo un po' qui. (Cambia canale. Voce di Gianni)

RITA: Lui?

PIPPO: Direi proprio di sì.

RITA: Il mio bambino... il mio bambino.

Ventunesima scena

Sopra. Gianni, Pippo e Lucy. Gianni indossa il giubbotto di quando esce. Ha la sua borsa a tracolla.

GIANNI: Non c'è. Da nessuna parte. Non c'è.

PIPPO: Ma dico, ragiona. Io sono salito quando hai citofonato sotto. Che saranno passati?... Il tempo di fare due rampe - ma nemmeno due minuti.

GIANNI: E quando sei uscito tu c'era?

PIPPO: Stai scherzando? Certo che c'era.

LUCY: Hai visto per le scale?

GIANNI: Sì, niente.

LUCY: Magari è uscita dal palazzo proprio mentre la cercavi per le scale.

(Pippo si inchina ad ascoltare con l'orecchio sul pavimento. Una breve pausa. Anche Gianni si inchina. Poi anche Lucy.)

GIANNI: Per me è scomparsa. (Sollevandosi) Oh, se deve tornare torna.

PIPPO: Tornerà sì.

GIANNI: Dici?

LUCY: Dai retta: una che riesce a sparire così, tanto matta non è.

(Buio.)

Brano della trasmissione che si ascolta nella prima e nella sesta scena.

VOCE DI GIANNI: Nell'esecuzione dell'Orchestra Filarmonica di Berlino, diretta da Herbert von Karajan, abbiamo ascoltato l'Allegro con brio dalla Sinfonia n.1 di Beethoven. - Bene. Dicevo in apertura che questo vuole essere l'inizio di un lungo e appassionante viaggio che ci apprestiamo a fare insieme. L'intento è quello di proporvi, procedendo per gradi, un ascolto integrale delle nove sinfonie beethoveniane. Cosa che faremo lasciando spazio anche a confronti con altri autori e con altre opere. Si tratterà, dunque, di un viaggio suggestivo quanto impegnativo. Per alcuni di voi, forse, non privo di momenti ostici. Ma coraggio! I tesori in serbo sono tali da ripagare qualsiasi fatica. Insomma, il consiglio è: non abbandonatemi e continuate a seguirmi sera per sera. Eccezion fatta, come sapete, per il martedì - giorno in cui la nostra trasmissione, ovvero: il sottoscritto, si concede un turno di meritato riposo. Ma torniamo adesso al brano che abbiamo appena ascoltato. I più esperti avranno colto, in questo Allegro iniziale, quegli influssi mozartiani ai quali accennavo presentando il pezzo. In particolare, il modello più evidente è il Mozart della Sinfonia 'Iupiter' - della quale, peraltro, abbiamo già previsto in scaletta il primo tempo nel nostro incontro non di domani, ma di mercoledì dopodomani. Ciò non toglie comunque, che già in quest'avvio sia percepibile un criterio di unità e di vigore decisamente beethoveniani. Ricordo, a proposito, che l'anno di composizione della prima sinfonia, il milleottocento, è già di per sé una data significativa. L'inizio di un nuovo secolo. (...)

Brano della trasmissione che si ascolta nella quattordicesima scena.

VOCE DI GIANNI: Leonard Bernstein ha diretto l'Orchestra Filarmonica di Vienna nell'esecuzione dell'Andante con moto della Quinta di Beethoven. Pagina elegante e, potremmo dire, di tono quasi pacato. Soprattutto se si pensa alla perentoria veemenza con cui inizia questa sinfonia. (...)

Brano della trasmissione che si ascolta nella sedicesima scena.

VOCE DI GIANNI: Io, di volta in volta, annunciando e riannunciando i vari pezzi in programma, mi soffermo, lo sapete bene, a darvi spiegazioni - spesso terra terra ma, mi auguro, sempre utili - oppure a suggerirvi chiavi di lettura, riferimenti e via di questo passo. Ogni tanto, però, mi sembra sia giusto, cari amici, tornare a riflettere sul personaggio Beethoven non con sguardi troppo ravvicinati per riuscire, nuovamente, a osservarlo e a capirlo nel suo complesso. O almeno per tentare di farlo. Ebbene, come già ho avuto modo di dire, nella storia della musica, e non solo in quella della musica, Beethoven rappresenta una figura di uomo e d'artista assolutamente nuova. Una figura che, non a caso, si colloca a cavallo di due epoche e che, sempre non a caso, è destinata a segnare, con la sua presenza, il corso di un nuovo secolo. Nella vita, lo ripeto a costo di sembrare banale, Beethoven cercò in ogni modo e disperatamente la libertà e l'indipendenza. E questo, sì, per disposizione naturale ma anche per il clima culturale nel quale crebbe e si formò; un clima intriso dagli ideali di fratellanza e di uguaglianza che, in quegli anni, la rivoluzione francese andava dettando all'umanità. Beethoven sentì, e fu tra i primi a capirlo, che anche l'artista ha il dovere di lavorare per tutti i suoi simili. E fu senz'altro tra i primi a spezzare ogni rapporto di subordinazione con l'aristocrazia, come pure fu tra i primi a vivere del proprio lavoro e basta. In questo senso egli stabiliva dei rapporti ben precisi con gli editori pretendendo che le sue opere fossero pagate per quello che valevano. Mentre tutti i suoi predecessori, fino a Mozart e Haydn, avevano vissuto e lavorato nell'ambito di una cerchia ristretta, sovvenzionati dai loro padroni, Beethoven cercò sempre, e in ogni maniera, il contatto con un pubblico sempre più vasto. (...)

Brano della trasmissione che si ascolta nella ventesima scena.

VOCE DI GIANNI: Ed è sempre lo stesso critico che scrive: "Al primo ascolto si può dare ben di rado un giudizio preciso sulle composizioni di Beethoven." Certo è che gli organizzatori intuirono subito che qualche difficoltà di ascolto avrebbe potuto venir fuori. Così, pensate!, si arrivò al punto che la 'prima' berlinese della Nona venne preceduta da un'esecuzione al piano della stessa sinfonia; questo proprio allo scopo di renderla più comprensibile. E sapete chi fu il pianista? Addirittura Felix Mendelssohn.

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