Svet – La luce splende nelle tenebre

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Lev Nikolaevic Tolstoj

Lev Nikolaevic Tolstoj

Svet

La luce splende nelle tenebre

versione italiana di

DANILO MACRÌ

PERSONAGGI

NIKOLAJ IVANOVIČ SARYNCEV

MAR'JA IVANOVNA SARYNCEVA, sua moglie

STEPA E VANJA, figli di Saryncev

LJUBA, MISSI E KATJA, figlie di Sanyncev

MITROFAN ERMILOVIČ, insegnante di Vanja

LA GOVERNANTE DEI SARYNCEV

LA NJANJA DEI SARYNCEV

ALEKSANDRA IVANOVNA KOCHOVCEVA, sorella di Mar'ja Ivanovna

PETER SEMENOVIČ KOCHOVCEV, suo marito

LIZAN'KA, la loro figlia

LA PRINCIPESSA ČEREMŠANOVA

BORIS, TONJA E UNA RAGAZZINA, figli della Čeremšanova

VASILIJ NIKANOROVIČ, un giovane prete

ALEKSANDR MICHAJLOVIČ STARKOVSKIJ, fidanzato di Ljuba

PADRE GERASIM, un prete

UN NOTAIO

IVAN ZJABREV, un contadino (mužik)

MALAŠKA, sua figlia (con un bambino in fasce)

UNA CONTADINA (baba), sua moglie

ERMIL, un contadino

UN ALTRO CONTADINO

SEVAST'JAN, un contadino

PETR, un contadino

UNA CONTADINA, sua moglie

UNA GUARDIA

CONTADINI CON LE FALCI, CONTADINE CON RASTRELLI

UN FALEGNAME

UN GENERALE

L'AIUTANTE DEL GENERALE

UN COLONNELLO

UNO SCRIVANO DELL'ESERCITO

UNA SENTINELLA

DUE SOLDATI DI SCORTA

UN UFFICIALE DELLA GENDARMERIA

IL SUO SCRIVANO

UN CAPPELLANO

IL PRIMARIO DI UN OSPEDALE MILITARE - REPARTO MALATTIE MENTALI

UN GIOVANE DOTTORE DELLO STESSO REPARTO

GUARDIANI DEL REPARTO

UN UFFICIALE MALATO

UN PIANISTA

UNA CONTESSA

ALEKSANDR PETROVIČ

UN DOMESTICO DEI SARYNCEV

STUDENTI E DAME

COPPIE DANZANTI

                               ATTO PRIMO

(La scena rappresenta la terrazza coperta di una ricca casa di campagna. Davanti alla terrazza aiuole, lawn-tennis e croquet-ground, su cui giocano bambini con la governante. Seduti in terrazza: Mar’ja Ivanovna Sarynceva, qua­rant'anni, bella ed elegante. Sua sorella, Aleksandra Iva­na Kochovceva, quarantacinque anni, grassa risoluta estupdla, e suo marito, Petr Semenovič Kochovcev, in abito estivo e col pince-nez, grasso anche lui, ma più che grasso: sfasciato. Davanti a loro una tavola imbandita: samovar e caffè. Bevono il caffè e Petr Semenovič fuma)

SCENA PRIMA  (Mar’ja Ivanovna, Aleksandra Ivanovna e Petr Semenovič)

ALEKSANDRA IVANOVNA   Se tu non fossi mia sorella, ma la so­rella di un'altra, e se Nikolaj Ivanovic non fosse tuo ma­rito, ma solo un conoscente, questa cosa io l'avrei trovata molto simpati-ca. Originale. E magari, mi sarei messa an­ch'io a dargli sempre ragione. J'aurais trouvé tout qa très gentil. Ma quando vedo che è tuo marito, che si mette a fare spropositi, per dire le cose come stan-no, allora te lo devo dire, quello che penso. E lo dirò anche a lui. A tuo marito. Je lui dirai son fait, au cher Nikolaj Ivanovič. Non ho paura di nessuno.

MAR'JA IVANOVNA    Sei libera di dire quello che vuoi, e a chi vuoi. Non me la prendo mica. Lo vedo da me, quello che succede. Soltanto, non penso che sia una cosa così grave.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Bene, non pensi. Però io ti dico che se continui a lasciar correre in questo modo, non ci vuole niente che vi ritrovate a chiedere l'elemosina, du train que cela va.

PETR SEMENOVIČ     Ma dai, chiedere l’elemosina. Con tutto quello che hanno

   ALEKSANDRA IVANOVNA    L'elemosina, mio caro. Non mi interrompere, per favore. A sentire te, tutto quello che fanno gli uomini, va sempre: bene.

PETR SEMENOVIČ     Io non so, dico solo una cosa.

   ALEKSANDRA IVANOVNA    Tu non lo sai mai, quello che dici, pe ché quando voialtri signori uomini cominciate a dare i numeri, il n'y a pas de raison que ça finisse. Dico soltanto che al tuo posto non l'avrei permesso. J'aurais mis bon ordre à toutes ces lubiès. Ma che storia è questa? Il marito il capofamiglia, e non si occupa più di niente. Ha lasciato perdere tutto e dà via tutto a piene mani, et fait le géné­reux à droite et à gauche. Io lo so, come va a finire. Nous en savons quelque chose.

   PETR SEMENOVIČ     (A Mar’ja Ivanovna)   Me lo potete spiegare un po' bene, Marie, che roba è questa nuova filosofia? I li­berali, d'accordo: lo zemstvo, la costituzione, le scuole, le biblioteche e tout ce qui s'en suit. Questo riesco a capirlo. I socialisti, d'accordo: les grèves, la giornata di otto ore. E anche qui, riesco a capire. Ma questa, che roba è? Fatemi capire bene.

MAR'JA IVANOVNA      Ma non ve ne ha parlato, ieri?

    PETR SEMENOVIČ      Lo confesso. Non ho capito niente. Il Vange­lo, il discorso della montagna, e la chiesa che non serve... E poi come si fa a pregare? E mica solo pregare...

   MAR'JA IVANOVNA      Ecco, è questo il punto. Lui demolisce tutto, ma al posto di quello che c'era non ci mette più niente.

PETR SEMENOVIČ     Ma quando è cominciato?

    MAR'JA IVANOVNA       L'anno scorso, dopo che se n'è andata sua sorella. Le voleva molto bene e questa morte per lui è stata un colpo terribile. Era cupo, parlava sempre di morte. Poi si è ammalato anche lui, ma questo lo sapete. Dopo il tifo, era già cambiato completamente.

ALEKSANDRA IVANOVNA      Però ancora in primavera era venuto da noi a Mosca. Era gentile. Giocava a vint. Il était très gentil et comme tout le monde.

MAR'JA IVANOVNA       Era già un'altra persona.

PETR SEMENOVIČ       Ma cosa faceva di così strano

MAR'JA IVANOVNA       La famiglia, come se non ci fosse. E la testa piena di Vangelo. Una vera idée fixe. Per giorni interi a leg­gere. E le notti a non dormire. Di nuovo giù dal letto, a leg­gere. A prendere appunti. A sottolineare... Poi è venuta l'ora dei vescovi, degli starec... ci andava di continuo, dai signori monaci e dai signori vescovi, a chieder lumi su Dio.

ALEKSANDRA IVANOVNA        Sta a vedere che si è messo anche a di­giunare.

MAR'JA IVANOVNA         Dopo che ci siamo sposati, da quel giorno, io non l'ho mai più visto digiunare. Fino a poco fa. E sono venticinque anni. Ora se n'è andato una volta a digiunare in un monastero, e subito dopo il digiuno ha deciso che di­giunare non serve a niente. E andare in chiesa non serve a niente.

ALEKSANDRA IVANOVNA        Dico, la coerenza qui, valla a trovare.

    MAR'JA IVANOVNA          Ma sì. Ancora un mese fa, era lì in quel mo­nastero, e non saltava una messa e non perdeva un di­giuno, poi di colpo queste cose non servono più a niente. E ti sembra uno con cui si può parlare?

    ALEKSANDRA IVANOVNA        A parlare con lui, non ho mai avuto problemi. Perché dovrei averne ora?

    PETR SEMENOVIČ          Va bene. Però tutto questo, non è ancora la cosa più importante...

    ALEKSANDRA IVANOVNA         A sentire te di importante non c'è niente. Gli uomini, non hanno proprio religione.

PETR SEMENOVIČ               Ma lasciami parlare. Io dico solo che alla fi­ne la questione è un'altra. Se manda al diavolo la chiesa, che cosa se ne fa poi del Vangelo?

    MAR'JA IVANOVNA             Se ne fa questo, che bisogna vivere come sta scritto, come dice il discorso della montagna, e dare via tutto.

ALEKSANDRA IVANOVNA         Mezze misure, mai. Non ne vogliamo.

PETR SEMENOVIČ                 E come si fa a vivere, se dai via tutto?

    ALEKSANDRA IVANOVNA          Ma perché, dove l'ha trovato, nel di­scorso della montagna, che bisogna fare lo shake hands con i domestici? Là dice beati gli umili, ma di fare lo shake hands non ne parla per niente.

    MAR'JA IVANOVNA              Lui è uno che si innamora. Non ci vuole molto a capirlo. Si è sempre innamorato di qualcosa. E la musica. E la caccia. E le scuole... Si innamora. Ma non è che saperlo mi sia di grande aiuto.

PETR SEMENOVIČ                  Ma ora perché se n'è andato in città?

    MAR'JA IVANOVNA              Non me l'ha detto, ma lo so. È andato per la questione degli alberi. I contadini hanno tagliato degli alberi nel nostro bosco.

PETR SEMENOVIČ                  Quel bosco di abeti che non finiva più?

    MAR'JA IVANOVNA              Quello. Rischiano il carcere, e di dover ti­rar fuori dei soldi. Oggi c'è l'ultima udienza, me l'ha detto lui. È per questo che è andato là, ne sono sicura.

    ALEKSANDRA IVANOVNA          Lui li perdona, e domani loro vengono qua. A tagliare alberi nel parco.

    MAR'JA IVANOVNA               Ci siamo quasi. I rami dei meli, quanti ne sono rimasti? Se li portano via. E l'erba dei prati, ci cam­minano sopra. La calpestano. Lui perdona sempre.

PETR SEMENOVIČ                   Fantastico.

      ALEKSANDRA IVANOVNA             Ecco perché dico che non si può la­sciar correre in questo mo-do. Se continua così ancora per un po', tout y passera. Per conto mio come madre tu sei obbligata a prendre tes mésures.

MAR'JA IVANOVNA                 Ma cosa posso fare?

ALEKSANDRA IVANOVNA             Come cosa? Dire ferma, basta, spie­gargli che così non si può andare avanti. Hai dei figli. Che esempio è per loro?

MAR'JA IVANOVNA                  È una cosa che mi opprime, questo è chiaro. Ma continuo a sop-portare, e spero che passi. Come sono passati gli amori di una volta.

ALEKSANDRA IVANOVNA              Sarà anche vero, ma aide-toi, et dieu t'aidera. Bisogna fargli capire che non c'è solo lui, e che in questo modo non si può vivere.

MAR'JA IVANOVNA                   La cosa peggiore di tutte, è che non si oc­cupa più dei suoi figli. E io devo decidere tutto da sola. Ma io da una parte ne ho uno che prende ancora il latte, e dal­l'altra quelli grandi, maschi e femmine... sono in un'età in cui hanno bisogno di qualcuno che li segua, che li guidi... e ci sono sempre solo io. Prima era un padre così tenero, così premuroso. Ora se lo senti, una cosa vale l'altra. Ieri gli dico: Vanja non studia, sarà bocciato di nuovo. E lui: da quel liceo, molto meglio che se ne vada una volta per tutte.

PETR SEMENOVIČ              Ma per andare dove?

 MAR'JA IVANOVNA           Da nessuna parte. È proprio questo che fa star male, che non c'è mai niente che vada bene, ma che cosa si deve fare, lui non lo dice.

PETR SEMENOVIČ               Questo è strano.

ALEKSANDRA IVANOVNA        Si può sapere cosa c'è di strano? È il vostro solito modo di stare al mondo, criticare tutto e non fare mai niente.

 MAR'JA IVANOVNA              Prendi Stepa. Ora ha finito di studiare, è il momento che si scelga una carriera. E il padre non gli dice niente. Lui voleva entrare in un ministero, in qualche uf­ficio, e Nikolaj Ivanovič, l'unica cosa che ha detto, ma chi te lo fa fare. Voleva farsi prendere nella guardia a cavallo, e Nikolaj Ivanovič si è messo di traverso, diamo i numeri? Più sbagliata di così non ce n'è. E lui Stepa cosa poteva dire? Ci sarà pure qualcosa che posso fare, no? Non posso mica andare nei campi. E a questo punto Nikolaj Ivanovič ha detto perché no? Molto meglio nei campi che in giro per quei corridoi. E allora uno si chiede: conclusione? Che cosa deve fare? E lui, Stepa, viene a chiederlo a me. Perché io sono quella che deve sempre decidere tutto. Ma le decisioni vere sono tutte nelle sue mani.

     ALEKSANDRA IVANOVNA       Tutte queste belle cosette   sarà il caso che tu le dica anche al signor Nikolaj Ivanovic. E senza tanti complimenti.

     MAR'JA IVANOVNA         Lo devo fare. Bisogna che gli dica: par­liamo.

   ALEKSANDRA IVANOVNA             E un'altra cosa che gli devi dire senza tante parole, è che così tu non ce la puoi fare. Che tu la tua parte la fai, e che lui deve fare la sua. E se no, che ceda tutto a te.

MAR'JA IVANOVNA          No, di arrivare a questo non me la sento.

    ALEKSANDRA IVANOVNA              Glielo dico io, se vuoi. Je lui dirai son fait.

(Entra un giovane prete, agitato e a disagio, con un libric­cino in mano. Stringe la mano a tutti)

SCENA SECONDA  (Gli stessi e il giovane prete)

    IL PRETE             Ero venuto da Nikolaj Ivanovic, come dire, a por­tare un piccolo libro.

MAR'JA IVANOVNA             È andato in città. Sarà qui tra poco.

    ALEKSANDRA IVANOVNA          E cos'è questo piccolo libro che avete preso?

    IL PRETE               Questo, come dire. È del signor Renan. «La vita di Gesù».

    PETR SEMENOVIČ           Ma dimmi te. Che piccoli libri, che vi met­tete a leggere.

    IL PRETE (Si agita. Si accende una sigaretta)              Me l'ha dato da leggere Nikolaj Ivanovič.

    ALEKSANDRA IVANOVNA  (Sprezzante)             Ve l'ha dato da leggere Nikolaj Ivanovič. E ora che l'avete letto, siete d'accordo con Nikolaj Ivanovič e col signor Renan?

     IL PRETE             Non sono d'accordo, certo che no. Se, come si dice, mi trovassi d'accordo, non sarei, come si suol dire, un ser­vitore della chiesa.

     ALEKSANDKA IVANOVNA             Ma se voi, come si suol dire, siete un servo fedele della chiesa, come mai non fate opera di per­suasione su Nikolaj Ivanovič?

     IL PRETE          Su questi argomenti, si può dire che ognuno ha le proprie idee, e Nikolaj Ivanovič si può dire che è nel giu­sto quando sostiene molte cose. Però sulla questione prin­cipale si sbaglia. Si può dire che si sbaglia sul conto della chiesa.

     ALEKSANDRA IVANOVNA (Sprezzante)              Eda dove viene fuori che Nikolaj Ivanovič è nel giusto, quando sostiene le sue molte cose? Fatemi capire. È nel giusto, se prende il di­scorso della montagna e dice che si deve dividere con gli altri tutto quello che si ha, e la propria famiglia ridurla a chiedere l'elemosina?

     IL PRETE                La chiesa, come dire, si presume che la famiglia la tenga per sacra. E i padri della chiesa, si presume che alla famiglia non abbiano mai fatto mancare la propria bene­dizione. Ma la più alta perfezione esige, come dire, che si rinunci ai beni di questa terra.

ALEKSANDRA IVANOVNA          Sì, questa è la vita dei santi. Ma ai co­muni mortali credo che si chieda semplicemente di com­portarsi da buoni cristiani.

IL PRETE                Nessuno può sapere a cosa è chiamato.

      ALEKSANDRA IVANOVNA           Sì. Quanto a voi, inutile dire che siete sposato.

IL PRETE                 Come no.

ALEKSANDRA IVANOVNA            E avete dei bambini.

IL PRETE                  Due.

      ALEKSANDRA IVANOVNA         Per cui la rinuncia ai beni di questa terra voi non la fate. Come si spiega? Vedo che vi fumate anche le papirose.

      IL PRETE                  Per la mia debolezza, si può dire. Per la mia inde­gnità.

      ALEKSANDRA IVANOVNA      Mi sembra evidente che invece di far ragionare Nikolaj Ivanovič, voi lo sostenete. Questo è male. Ve lo dico chiaro e tondo.

SCENA TERZA  (Gli stessi e la njanja)

      NJANJA (Entra)                  Non ci sentite più? Nikoluška piange. Fa­temi questo favore, venite a da-re il latte.

MAR'JA IVANOVNA       Vengo, vengo. (Si alza ed esce)

 SCENA QUARTA  (Gli stessi meno la njanja e Mar’ja Ivanovna)

    ALEKSANDRA IVANOVNA      Mia sorella mi fa stare in pena. Ma sul serio. Lo vedo, è sfinita. Non è mica uno scherzo, mandare avanti una casa. Sette figli, uno che prende ancora il latte, e come se non bastasse questa specie di fantasie. Ma qui c'è qualcosa che non va. (Si tocca la testa) Lo chiedo a voi: come è fatta, questa nuova religione che avete trovato?

IL PRETE                Non comprendo. Come dire...

    ALEKSANDRA IVANOVNA         Finitela di fare il furbo con me, per fa­vore. Quello che vi do-mando lo capite benissimo.

IL PRETE                Ma voi, se permettete...

    ALEKSANDRA IVANOVNA         Quello che vi domando è questo: ma come è fatta una fede da cui risulta che a tutti i contadini bisogna stringere la mano, e lasciare che ti taglino un bo­sco intero, e distribuire soldi per la vodka, e abbandonare al suo destino la tua famiglia?

IL PRETE                Di questo io non ne so nulla.

    ALEKSANDRA IVANOVNA          Dice che il cristianesimo è questo. Voi siete un prete ortodosso, quindi lo dovete sapere, e lo do­vete dire, se è questo che ordina il cristianesimo. Di aprire la porta ai ladri.

IL PRETE                Per quel che ne so io...

    ALEKSANDRA IVANOVNA      Se no, perché siete un prete e portate i capelli lunghi e la sottana?

      IL PRETE                 Queste cose, Aleksandra Ivanovna, non le doman­dano a noi...

      ALEKSANDRA IVANOVNA      Come non ve lo domandano? Ve lo domando io. Ieri mi spiega che lo dice il Vangelo: dà a chi ha bisogno. Sì, ma questo in che senso lo si deve inten­dere?

      IL PRETE                  Ma, credo in un senso molto semplice. Come di­cono le parole.

      ALEKSANDRA IVANOVNA       E invece io penso non come dicono le parole, ma come ci hanno insegnato. Che quello che uno ha, lo ha stabilito Dio.

IL PRETE                   Certamente. Tuttavia...

    ALEKSANDRA IVANOVNA       Siete dalla sua parte, si vede subito. E me l'avevano anche detto. Questo però è male, ve lo dico chiaro e tondo. Se si mettesse una maestra, o un ragazzino qualsiasi, a dirgli sempre sì sì sì... Ma nella posizione in cui vi trovate voi, avete una responsabilità. E dovete anche capire quale.

IL PRETE                  È quello che cerco di fare.

     ALEKSANDRA IVANOVNA       Ma che religione sarà mai, se uno non va in chiesa e non ricono-sce i sacramenti? E voi, invece di farlo ragionare, leggete con lui Renan e interpretate di te­sta vostra il Vangelo.

     IL PRETE (Agitato)          Non posso rispondere. Io, come dire, sono turbato, Devo tacere.

ALEKSANDRA IVANOVNA       Se io fossi un vescovo, guai. Ve l'avrei insegnato io, a leggere Renan e a fumare le papirose...

PETER SEMENOVIČ                      Mais cessez au nom du ciel. De quel droit?

      ALEKSANDRA IVANOVNA        Cosa fai, mi insegni le buone ma­niere? Per favore. Sono sicura che il padre non ce l'ha con me. Perché io sono una che parla chiaro. Era peggio se mi tenevo dentro il rancore. Dico bene?

IL PRETE                          Scusatemi, se mi sono espresso male. Scusate.

(Silenzio pieno di imbarazzo. Il prete si mette da parte, apre il libro e legge. Entrano Ljuba e Lizan'ka. Ljuba è figlia di Mar'ja Ivanovna. È una ragazza di vent'anni, bella e piena di vita. Lizan'ka non ha molti anni di più, è figlia di. Alexun­dra Ivanovna. Hanno tutte e due un fazzoletto in testa e un canestro in mano. Vanno per funghi. Salutano: Ljuba lo zio e la zia, Lizan'ka il padre e la madre. Salutano anche il prete)

SCENA QUINTA  (Gli stessi, Ljuba e Lizan'ka)

LJUBA                 Ma la mamma dov'è?

ALEKSANDRA IVANOVNA        È appena andata a dare il latte.

    PETR SEMENOVIČ                      Vedete di portarne un bel po'. C'era ora una bambina, che ne aveva trovato di quelli bianchi. Così bel­li, mai visti. Verrei anch'io, ma fa caldo.

LIZAN'KA            E vieni, papà.

ALEKSANDRA IVANOVNA        Vai, vai. Se no, cosa diventi, grasso?

PETR SEMENOVIČ              Quasi quasi... Prendo solo le sigarette. (Esce)

SCENA SESTA  (Gli stessi meno Petr Semenovič)

ALEKSANDRA IVANOVNA            Dove sono tutti gli altri giovani?

      LJUBA                    Stepa è andato alla stazione. In bicicletta. Mitrofan Ermilovic è andato con papà. I piccoli giocano a croquet. E Vanja è sulla porta, sa solo lui cosa combina con i cani.

     ALEKSANDRA IVANOVNA             Come è andata a finire, Stepa ha de­ciso qualcosa?

LJUBA                     Sì, è andato a portare la domanda. Per farsi prendere come volontario. Ieri ha risposto  molto male a papà.

   ALEKSANDRA IVANOVNA             Lo si può anche capire: è una fatica. Il n'ya pas de patience qui tienne. Un giovane deve comin­ciare a vivere e si sente dire: va' a lavorare la terra.

LJUBA                Non è quello che ha detto papà. Lui ha detto...

     ALEKSANDRA IVANOVNA             Quello che ha detto, che cosa cam­bia? La questione è che Stepa deve pensare al suo futuro, e tutto quello che gli viene in mente, non va mai bene. Ma guarda. Eccolo qua.

     (Entra Stepa in bicicletta)

SCENA SETTIMA  (Gli stessi e Stepa)

     ALEKSANDRA IVANOVNA               Quand on parle du soleil, on en voit les rayons. Parlavamo di te. Ljuba dice che hai detto qual­che parola di troppo a tuo padre.

     STEPA                Niente di particolare. Lui mi ha detto come la vede lui, e io gli ho detto come la vedo io. Non è colpa mia se le nostre opinioni non si incontrano. Ljuba non capisce mai niente, e vuole giudicare tutto.

ALEKSANDRA IVANOVNA             Morale della favola, che cosa avete deciso?

    STEPA                Che cosa ha deciso papà, io non lo so. Temo che non lo sappia molto bene neanche lui. Io una decisione l'ho presa. Entro come volontario nella cavalleria della guar­dia. Qui in casa per ogni questione vengono fuori diffi­coltà straordinarie, non si è ancora capito bene quali. Ma è tutto molto semplice. Ho finito di studiare. Devo fare il soldato. Fare il soldato nell'esercito, con ufficiali con l'a­lito che sa di vino e la volgarità come regola, non è una cosa simpatica. Entro nella guardia, dove almeno ho qual­che amico.

   ALEKSANDRA IVANOVNA              Fai bene, ma papà perché non è d'ac­cordo?

    STEPA               Papà? Che vuoi che ti dica, di papà. Ora come ora se ne sta sotto la sua idée fixe come sotto una luna, e non vede niente, se non quello che vuol vedere. A sentire lui, prestare servizio militare è prestarsi a un'infamia, la più grande che ci sia. Pertanto, non si deve fare il soldato. Per­tanto, soldi non me ne darà.

    LIZAN'KA               Ma no, Stepa, non ha detto questo. Io c'ero. Ila detto che se non si può evitare, di andare sotto le armi, al­lora bisogna andare quando ti chiamano, e che se ci vai da volontario è come dire che l'hai scelto.

    STEPA                       Però sono io, che devo fare il soldato, non lui. Lui l'ha già fatto.

    LIZAN'KA                 Sì, ma lui dice che i soldi, non è che non te li vuol dare. Ma che non può farsi complice di un'azione contra­ria alle sue idee.

    STEPA                         Qui le idee non c'entrano niente. Devo fare il soldato. Tutto qua.

LIZAN'KA                  Ho solo detto quello che ho sentito.

    STEPA                          Lo so. Tu ti ritrovi sempre d'accordo con papà. Lo sa­pete anche voi, zia. Liza è in tutto e per tutto dalla parte di papà.

LIZAN'KA                    Se una cosa è giusta...

    ALEKSANDRA IVANOVNA       Ma sì, che lo so. Dove trovi la stupi­dità, trovi sempre anche Liza. Lei la sente col naso, la stu­pidità. Elle flaire cela de loin.

SCENA OTTAVA

(Gli stessi e Vanja. Vanja irrompe con i cani che lo seguono. Ha una camicia rossa e un telegramma in mano)

VANJA  (A Ljuba)       Indovina chi arriva.

    LJUBA                          Indovinare è inutile. Dammi il telegramma. (Tende la mano. Vanja non glielo dà)

      VANJA                         Non te lo do e non te lo dico. È uno, che quando sai chi è diventi rossa.

LJUBA                          Stupidaggini. Di chi è il telegramma?

     VANJA                          Guarda che diventa rossa. Guarda che diventa rossa. Zia Alina, vero che di-venta rossa?

LJUBA                            Ma che stupidaggini. Di chi è?  Zia Alina, Di chi è?  

ALEKSANDRA IVANOVNA        Della Čeremšanova.

LJUBA                            Ah.

VANJA                           Proprio così: ah. E perché diventi rossa?

    LJUBA                             Zia, me lo fate vedere il telegramma (Legge) «Arri­viamo con il postale. Siamo in tre. Čeremšanov». Vuol dire la principessa, Boris e Tonja. E con questo? Sono molto contenta.

      VANJA                           Molto contenta. Ora sì che ci siamo. Guarda, Stepa. Come è diventata rossa.

    STEPA                               Ma la smetti? E dai e dai e dai... Sempre la stessa cosa.

   VANJA                               La stessa sì. Perché anche tu stai dietro a Tonja. A questo punto mi sa che dovete tirare a sorte, perché il fra­tello con la sorella, e la sorella col fratello, non si può.

    STEPA                                Ma la smetti di raccontare storie? E gli altri li devi la­sciare in pace. Quante volte te lo devo dire?

    LIZAN'KA                          Ma se arrivano col postale, sono qui da un mo­mento all'altro.

     LJUBA                               Anche questo è vero. Allora per funghi non ci an­diamo più.

(Entra Petr Semenovié con le sigarette)

SCENA NONA  (Gli stessi e Petr Semenovič)

LJUBA                               Zio Petja, non andiamo più.

PETR SEMENOVIČ     E come mai?

    LJUBA                              Ci sono i Čeremšanov. Pochi minuti e sono qua. Noi intanto che facciamo? Una partita a tennis. È l'unica. Stepa, vieni?

STEPA                              Perché no.

    LJUBA                               Io e Vanja contro te e Lizan'ka. Va bene? Vado a pren­dere le palle e porto i bambini. (Esce)

SCENA DECIMA  (Gli stessi meno Ljuba)

PETR SEMENOVIČ     Ci sono rimasto solo io, ad andare per funghi.  

IL PRETE (Fa per andarsene)             Riverisco.

    ALEKSANDRA IVANOVNA       No, aspettate, padre. Mi è rimasta la voglia di parlare ancora un po' con voi. Poi arriva anche Nikolaj Ivanovič.

    IL PRETE (Si siede e si accende un'altra sigaretta)                  Sarà ma­gari una cosa lunga?

     ALEKSANDRA IVANOVNA         Ma no. Sento qua che arriva qual­cuno. Sarà lui.

     PETR SEMENOVIČ                         Ma quale Čeremšanova è? Non sarà mica quella che è nata Golicyna?

     ALEKSANDRA IVANOVNA           Proprio lei. La Čeremšanova che vi­veva a Roma con la zia.

     PETR SEMENOVIČ                           Ma allora sono davvero contento di riveder­la. Non ci siamo più visti dai tempi di Roma, quando can­tava i duetti con me. Cantava che era un amore. Ora se non sbaglio ha due figli.

ALEKSANDRA IVANOVNA           Vengono qui anche loro.

     PETR SEMENOVIČ                            Non lo sapevo, che erano così intimi con i Saryncev.

     ALEKSANDRA IVANOVNA             Intimi no, si sono ritrovati insieme al­l'estero l'anno scorso. Per conto mio la princesse a des vues sur Louba pour son fils. C’est une fine mouche, elle flaire une jolie dot.

PETR SEMENOVIČ                             Ma erano ricchi anche i Čeremšanov.

     ALEKSANDRA IVANOVNA              Erano. Il principe è ancora vivo, ma ha dilapidato tutto e beve. Si sveglia che è già ubriaco. Lei ha presentato una supplica a sua altezza reale, ha messo in salvo qualche briciola e lo ha lasciato. In compenso ha tirato su i figli in modo eccellente. Il faut lui rendre cette justice. La figlia è una musicista di una bravura straordi­naria. Il figlio ha finito l'univer-sità. Il est très charmant. Però Maša credo che non sarà molto contenta. In questo momento degli ospiti non ci volevano proprio. Ma ecco che arriva Nicolas.

(Entra Nikolaj Ivanovic)

SCENA UNDICESIMA  (Gli stessi e Nikolaj Ivanovič)

     NIKOLAJ IVAVOVIČ                   Alina, Petr Semenovič. Buon giorno. (Al prete) Ah, Vasilij Nika-norovic! (Lo saluta)

      ALEKSANDRA IVANOVNA     C'è ancora del caffè. Ne vuoi? È un po' freddo, ma si può riscaldare. (Suona)

NIKOLAJ IVAVOVIČ                   No grazie. Ho già mangiato. E Maša dov'è?

ALEKSANDRA IVANOVNA      Allatta.

NIKOLAJ IVAVOVIČ                    Sta bene?

    ALEKSANDRA IVANOVNA       Non c'è male. E allora. Ilai sbrigato le tue cose?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ                    Le ho sbrigate. Ma sì, a pensarci bene, se c'è del tè o del caffè, me lo puoi dare. (Al prete) Ah, avete riportato il libro. L'avete letto? Per strada non ho fatto che pensare a voi.

(Entra un servitore. Saluta. Nikolaj Ivanovic gli stringe la mano. Aleksandra Ivanovna si stringe nelle spalle e scam­bia un'occhiata con il marito)

SCENA DODICESIMA  (Gli stessi e il servitore)

ALEKSANDRA IVANOVNA      Riscaldate il samovar, per favore.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ                    Non c'è bisogno, Alina. Non ne ho voglia, e se me ne viene vo-glia, lo bevo così com'è.

SCENA TREDICESIMA   (Gli stessi e Missi)

     MISSI (Vede il padre e arriva di corsa: gli salta al collo)        Vieni con me, papà.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ   (La coccola)      Ora. Ora vengo. Fammi man­giare qualcosa. Tu vai a giocare, che io arrivo.

SCENA QUATTORDICESIMA   (Gli stessi meno Missi)

     ALEKSANDRA IVANOVNA       E allora, li hanno incriminati i conta­dini? (Nikolaj Ivanovič si siede al tavolo. Beve il tè avi­damente e mangia) E allora, li hanno incriminati?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ                Sì, li hanno incriminati, ma sono stati loro per primi a confessare. (Al prete) Pensavo che Renan per voi fosse poco convincente...

ALEKSANDRA IVANOVNA    Ma tu ti sei opposto.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Risentito)      È evidente, che mi sono oppo­sto. (Al prete) La questione che vi trovate davanti non sta né in Cristo, quanto è Dio e quanto no, né nella storia del cristianesimo. Sta nella chiesa...

     ALEKSANDRA IVANOVNA    Come a dire, è naturale: loro confes­sano, et vous leur avez donné un démenti. Non è che li hanno rubati. Se li sono presi.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Prima si rivolge al prete, poi si volta con aria risoluta verso Aleksandra Ivanovna) Alina, amore mio. Non mi perseguitare con le tue allusioni e le tue iro­nie.

ALEKSANDRA IVANOVNA     Me ne guardo bene...

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Se vuoi che te lo spieghi, perché non posso portare in processo quei contadini per gli alberi che hanno tagliato, che erano quelli di cui non potevano fare a meno...

     ALEKSANDRA IVANOVNA       Penso che non possano fare a meno neanche di questo samovar.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Ma se vuoi saperlo sul serio perché non posso tollerare che finiscano in prigione e siano rovinati, solo per aver tagliato dieci alberi in un bosco che viene considerato mio...

ALEKSANDRA IVANOVNA       Lo considerano tuo tutti.

PETR SEMENOVIČ                  Ci siamo. Di nuovo discussioni. Meglio che me ne vada nel parco con i cani. (Esce dalla terrazza)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Ma anche se lo considero mio. È una cosa che non c'è verso che io possa fare, ma supponiamo che io dica il bosco è mio. Sono allora novecento desj  atine di bo­sco che abbiamo. Una desjatina sono più o meno cinque­cento alberi. Fanno quindi quattrocentocinquantamila al­beri, dico bene? Ne hanno tagliato dieci. Uno su quaran­tacinquemila. Ora. Siamo sicuri che sia una buona ra­gione per strappare degli uomini alla loro famiglia e met­terli in una prigione? Ne siamo sicuri?

    STEPA                                           Già. Però se non si viene puniti per uno solo su qua­rantacinquemila, poi ci vuol niente che su quarantacin­quemila ti ritrovi tagliati anche tutti gli altri quaranta­quattromila poi novecento poi novanta e poi nove.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Lo dicevo soltanto per la zia. Ma la verità è che io su questo bosco non ho nessun diritto. La terra ap­partiene a tutti, che è come dire che non può appartenere a nessuno. E noi per questa terra non abbiamo fatto nes­suna fatica.

    STEPA                                            Non è vero. I tuoi risparmi, sono questa la tua fatica. E il bosco poi l'hai custodito.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               E in che modo me li sono procurati questi risparmi? E non c'ero mica io, a montare la guardia al bo­sco... Ma hai voglia... non è una cosa che si può dimo­strare, se un uomo non prova vergogna nel calpestare un altro uomo.

STEPA                                           Qui nessuno calpesta nessuno.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               E se uno non si vergogna di non lavorare, e di impadronirsi del lavoro degli altri, siamo allo stesso identico punto di prima: non è una cosa che si può dimo­strare. E tutta l'economia politica che hai studiato all'uni­versità, serve precisamente a questo, a giustificare la con­dizione in cui ci troviamo.

      STEPA                                           È vero il contrario. La scienza demolisce ogni idea preconcetta.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               In ogni caso, per me questo ha poca im­portanza. Per me quello che conta è una cosa che so. So che se fossi stato al posto di Efim, avrei fatto la stessa iden­tica cosa che ha fatto lui. E se dopo averla fatta mi aves­sero messo in prigione, sarei disperato. Perciò, dal mo­mento che con gli altri mi voglio comportare come vorrei che gli altri si comportassero con me, io non lo posso ac­cusare. E faccio quello che posso perché torni libero.

PETR SEMENOVIČ                   Ma se uno fa così, non può possedere nulla.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Altro che lavorare. Conviene molto di più rubare.

      STEPA                                             Agli argomenti tu non rispondi mai. Io dico che se uno ha fatto dei risparmi, poi li usa. È suo diritto.

(Insieme)

NIKOLAJ IVAVOVIČ(Con un sorriso)              Calma. Non so a chi ri­spondere.

(A Petr .Semenotiic) hai detto bene. Non può possedere nulla.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Se non si può possedere nulla, non ti puoi tenere nemmeno i vestiti, li devi dare via. E non ti puoi tenere nemmeno il pane di ieri, devi dare via tutto. È come dire che non si può vivere.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Hai detto bene. Non si può vivere. Non si può vivere nel modo in cui viviamo noi.

      STEPA                                            Vale a dire, si deve morire. Conclusione, questa dot­trina non serve per la vita.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               No. Ci è stata data soltanto per la vita. È vero, bisogna dare via tutto. Non è che uno dice diamo via il bosco, e salviamo l'anima... un bosco di cui non sap­piamo cosa fare, che non abbiamo mai visto... No. È vero, Devi dividere anche il tuo vestito. Devi dividere anche il tuo pane.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Anche quello dei tuoi figli?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Sì. Anche quello dei tuoi figli. E non solo il pane. Bisogna donare anche se stessi. Ci voleva dire solo questo, Cristo. Usa tutte le forze che hai per fare dono di te.

STEPA                                         E morire.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Se muori per il tuo prossimo, fai una cosa molto ben fatta, sia per te che per gli altri, ma la questione vera è cosa siamo. Si dà il caso che un uomo non è solo spirito. Ha carne e spirito. La carne lo trascina a vivere solo per sé, ma lo spirito con la sua luce lo trascina da un'altra parte, a vivere per Dio e per gli altri, e la vita che ne viene fuori per tutti è una vita che non è solo da ani­mali. E meno da animali è, meglio è. La cosa migliore che possiamo fare è tentare di consacrare la vita a Dio, o avere una vita che ci si avvicini. Perché tanto la carne non ha bi­sogno che la si aiuti, a prendersi cura di sé, e la sua bot­tega la manda avanti da sola.

      STEPA                                         Ma perché accontentarsi di una via di mezzo? Se la vita che si deve fare è quella, non resta che spogliarsi di tutto. E morire.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Fai così, e sarà un bel giorno. Cerca di farlo, e vedrai come vanno bene le cose per te e per gli al­tri.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Non mi sembra né chiaro né semplice. C'est tiré par les cheveux.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               E io cosa ci posso fare? Sono di quelle cose che non si possono spie-gare con le parole. E basta anche parlare. Basta.

    STEPA                                            Su questo siamo tutti d'accordo: basta. Capirò un'al­tra volta. (Esce)

SCENA QUINDICESIMA   (Gli stessi meno Stepa)

      NIKOLAJ IVAVOVIČ (Si rivolge al prete)      Eallora, questo libro?, Che impressione vi ha fatto?

      IL PRETE (Emozionato)               Come dire. La parte storica è abba­stanza elaborata. Manca magari quella forza per cui uno dice: ecco, mi ha convinto... ecco, le cose stavano così. Perché magari i ma-teriali sono troppo scarsi. O perché magari con gli strumenti degli storici non si può dimo­strare né che Cristo è Dio né che non lo è. C'è un'unica prova, di cui non si può dubitare...

(Durante la conversazione, escono prima le signore, poi Petr Semenovič, e il prete e Nikolaj Ivanovič riman-gono soli)

NIKOLAJ IVAVOVIČ               E sarebbe la chiesa.

    IL PRETE              La chiesa, inutile dirlo. E magari la testimonianza di uomini a cui si può credere. Che ne so, i santi. Si potrà pur credere, ai santi.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               È' chiaro che avremmo fatto un bel passo avanti, se esistesse la chiesa che dite voi, un ordine infal­libile, in cui poter credere. Sarebbe persino desiderabile che ci fosse. Ma il fatto che sia desiderabile, non dimostra che ci sia.

     IL PRETE               Immagino che dimostri precisamente questo. È una cosa che si fa fatica anche solo a concepire, no? Il si­gnore che fa una legge e poi lascia aperta la porta ai frain­tendimenti, ai travisamenti... Anche se qualcuno può dire di no, la doveva istituire, una custode per le sue verità, una custode in virtù della quale le sue verità fossero al ri­paro dai travisamenti.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Bel ragionamento. Avevate le vostre verità e una cosa da dimostra-re, che sono verità. Ve le siete perse per strada. Ora avete la custode delle verità e nasce un'al­tra questione: è davvero lei? O non è lei?

     IL PRETE                  Qui magari però, la questione è anche un'altra. Che bisogna credere.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Credere, si deve credere. Non si può vivere senza una fede. Ma credere non a quello che mi dicono gli altri, ma a quello che siete portato a credere dal corso stesso dei vostri pensieri, dalla vostra ragione... La fede in Dio. Nella vita eterna. La vita vera.

   IL PRETE                  La ragione può ingannare, ognuno di noi ha una ra­gione sua personale.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Si accalora)       Ma questo è un sacrilegio, che disonora Dio. Per conoscere la verità Dio ci ha dato uno strumento, sacro. L'unico che può fare di noi una vera comunità. E noi non gli crediamo?

     IL PRETE                  Si fa un po' di fatica, ad avere questa fede nella ra­gione, visto che magari, prendi una ragione, prendine un'altra, ogni tanto si indovina qualche divergenza.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Ma quali divergenze. Che due per due fa quattro, che non devi fare agli altri, quello che non vuoi che facciano a te, che tutto ha una causa e così via, non ce n'è uno che non dica va bene, perché sono tutte verità che non litigano con la nostra ragione. Ma sul fatto che Dio si è rivelato a Mosè sul monte Sinai, o che Budda è volato via su un raggio di sole, o che Mao-metto se ne n'è volato in cielo, e Cristo è volato anche lui da quelle parti... È su fatti di questo tipo, e altri analoghi, che noi tutti ci dividiamo.

    IL PRETE                 No. Noi, tutti noi che siamo nella verità, non ci di­vidiamo. Tutti noi siamo uniti in una sola fede in Dio. In Cristo.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               E invece uniti non lo siamo per niente, cia­scuno è andato per la sua strada. Ma poi, perché dovrei credere più a voi che a un lama tibetano? Solo perché sono nato qui? Nella vostra fede?

        (Di nuovo una discussione sul campo da tennis) - Out. - No, non è out.

        VANJA             Per me lo era.

(Durante la conversazione, i servitori risistemano la tavola. Ancora tè e caffè)

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Voi dite: la chiesa assicura l'unione. È vero il contrario. La chiesa ha sempre portato con sé una disu­nione estrema. «Quante volte vi ho voluto riunire, come una chioc-cia i pulcini...».

IL PRETE            Era così prima di Cristo. Ma poi Cristo ci ha riuniti.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Cristo sì. Lui ha unito gli uomini. Ma noi abbiamo riportato la disunione, perché l'abbiamo inteso alla rovescia. Cristo le demoliva, le chiese.

     IL PRETE             Però poi si trova anche: «Di' alla chiesa». Come lo spiegate?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Qui non discutiamo di parole - anche se poi queste parole sulla chiesa non è che dicano qualcosa di preciso. Discutiamo dello spirito con cui si dicono, le parole, lo spirito che anima una dottrina. La dottrina di Cristo è universale. Racchiude in sé tutte le fedi e non am­mette niente che riporti a un qui e ora, né che Cristo sia risorto, né che sia Dio, e neppure i sacra-      menti. Niente di tutto ciò che divide.

      IL PRETE             Ma questa sarà magari la vostra interpretazione della dottrina cristiana, ma la dottrina cristiana è tutta fondata sul fatto che lui è Dio, e che è risorto.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Ecco. È questo il lato terribile delle chiese. È per questo che divido-no. Perché affermano di essere in possesso della piena, indiscutibile e infallibile verità. «Si rivelò a noi e allo Spirito Santo». Questa cosa è cominciata subito, sin dalla prima riunione degli apostoli. È da quel preciso momento, che hanno cominciato a sostenere che si trovavano in possesso della pie-na ed esclusiva verità. Se dico che c'è un Dio, che viene prima del mondo, sono tutti d'accordo con me. E intorno a questo Dio, ci ritro­viamo uniti. Ma se dico che c'è un Dio che si chiama Brahma, o uno che sta in Israele, o uno che poi sono tre... questo è un Dio che ci divide. Gli uomini tendono a far vita in comune, per cui si inventano di continuo il modo di creare dei legami, ma non prendono mai sul serio il modo più sicuro di ritrovarsi uniti, servirsi del comune de­siderio di trovare la veri-tà. E come se in un edificio enorme, in cui la luce scende dall'alto e al centro, tutti mettessero tutto il loro impegno a radunarsi negli angoli, per gruppi, invece di andare tutti quanti dove c'è la luce. A quel punto, senza stare a pensare a quello che ci può unire, ci sarebbe qualcosa che ci unisce.

    IL PRETE             E il popolo come si fa? Se devi indicare la strada al popolo, si presume che ci voglia una verità chiara. Che non si discute.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               È proprio questo che sgomenta. Tocca a cia­scuno di noi, salvare la sua anima. E compiere dentro di sé l'opera di Dio. E noi, ci preoccupiamo molto di salvare ed edu-care gli altri uomini. E cos'è che gli insegniamo? Se ci si pensa, fa venire i brividi. Insegniamo ora, alla fine del di­ciannovesimo secolo, che in sei giorni Dio ha creato il inon­do, poi ha mandato giù il diluvio, e le bestie le ha fatte ac­comodare tutte quante nel posto tal dei tali... e tutte le scem­piaggini, e tutte le porcherie del Vecchio Testamento. E poi ancora che l'ha ordinato Cristo, di tenere a batte-simo con l'acqua. E di bersi quest'altra assurdità indecente, che i pec­cati si lavano: si espiano. E se no, non ti salvi. E che poi lui, Cristo, se n'è volato in cielo. E siede là, in un cielo che non c'è, alla destra del padre. Noi ci abbiamo fatto l'abitudine, ma continua a pesare su di noi come un incubo. Un bambi­no, con la sua mente limpida, aperta al bene e alla verità, ce lo viene a chiedere, ma il mondo che cos'è? Come è fatto E noi invece di dire ecco: vedi? e aprire la sua mente a quel­la semplice legge di amore e verità che ci viene da lontano, cominciamo con cura a riempire la sua testa di assurdità in­decenti di ogni specie, e ci mettiamo sopra un timbro, quel­lo di Dio. E Dio diventa un incubo. Davanti a questo crimi­ne che cosa sono i criminali? Niente. E questo crimine ri­cade su di noi. Su di voi, con la vostra chiesa. Scusatemi.

     IL PRETE            Sì, magari se uno la dottrina di Cristo la considera in questo modo, diciamo razionalistico, è facile che arrivi a queste conclusioni. Magari sì.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               In questo modo o in un altro, il risultato non cambia.

(Pausa. Entra Aleksandra Ivanovna)

SCENA SEDICESIMA  (Gli stessi e Aleksandra Ivanovna. Il prete si congeda)

     ALEKSANDRA IVANOVNA    Addio, padre. Vi confonde le idee, non lo state a sentire.

      IL PRETE               No, vi dovete confrontare anche voi, con le sacre scritture. È una cosa troppo importante. Qualche volta magari ce ne dimentichiamo. (Esce)

SCENA DICIASSETTESIMA   (Gli stessi meno il prete)

   ALEKSANDRA IVANOVNA    Tu per questo ragazzo pietà non ne hai. Davvero Nicolas. Sarà an-che un prete, ma quanti anni ha? Forti convinzioni non ne può avere. Non sa ancora bene dove po-sare i piedi.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               E devo lasciare che consumi i suoi passi, e si scavi la sua tana nel-l'errore? No, e perché? Èuna per­sona buona. E sincera.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Ma che fine può fare se dà retta a te?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Non deve dar retta a me. Ma se riuscisse a scorgere la verità, sareb-be un bene. Sarebbe un bene per lui, e sarebbe un bene per tutti.

    ALEKSANDRA IVANOVNA    Se fosse questo gran bene, ti ascolte­rebbero tutti. Per il momento, mi pare che non ti ascolti nessuno, e tua moglie meno di tutti. E non ti ascolterà mai.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               E a te chi te l'ha detto?

    ALEKSANDRA IVANOVNA    Se ci tieni, gliela devi spiegare proprio bene questa cosa. Lei non lo capirà mai, come io non lo capirò mai, e il mondo intero non lo capirà mai, perché ci si debba preoccupare per gli estranei, e dimenticarsi dei propri figli. Spiegala bene, a Maša, questa cosa.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Io sono sicuro che Maša capirà. E poi, scu­sami Alina, ma se non ci fosse il richiamo di certe voci, voci di estranei, che hanno molta presa su di lei, e che la condiziona-no, lei mi avrebbe capito. E la mia strada, sa­rebbe la nostra strada.

     ALEKSANDRA IVANOVNA    E dov'è che porta? A diseredare i pro­pri figli per ingrassare Efim l'ubriacone et compagnie? Da lei, questo mai. Poi ce l'avrai con me, ma te lo devo dire, scusami.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Non ce l'ho con te. Anzi, al contrario, sono molto contento, che tu mi abbia detto tutto quello che hai in testa. E se mi sfidi, mi dai anche un'occasione: l'occa­sione di farle capire una buona volta come vedo le cose. Poco fa ci pensavo, per strada. Ora è il momento che le parli. E vedrai che dirà che la pensa come me. Perché lei è buona. Intelligente e buona.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Se permetti, a me viene da dubitare.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               E io dubbi non ne ho. Non è mica una mia fantasia. È semplicemen-te quello che sapevamo da sem­pre, e che Cristo ci ha rivelato.

     ALEKSANDRA IVANOVNA    Secondo te Cristo ha rivelato una cosa. Secondo me un'altra.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Un'altra cosa non può essere.

(Un grido sul campo da tennis)

LJUBA                  Out.

VANJA                 Noi non abbiamo visto niente.

LIZAN'KA           L'ho vista. È caduta là.

LJUBA                  Out out out.

VANJA                 Non è vero.

LJUBA                  In primo luogo, dire «non è vero» è da maleducati.

VANJA                 Secondo me è non dire la verità che è da maleducati.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Aspetta. Non metterti subito a ribattere. Ascoltami.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Come vuoi. Ti ascolto.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               È vero o no, che tutti quanti possiamo mo­rire da un momento all'altro? E poi finire o nel nulla, o da­vanti a Dio. Il quale Dio cos'è che ci chiede? Ci chiede, di vivere secondo la sua volontà.

ALEKSANDRA IVANOVNA    E con questo?

      NIKOLAJ IVAVOVIČ               E con questo, che altro posso fare in que­sta vita, se non quello che esige da me quel giudice su­premo che trovo dentro la mia anima, e che poi è la co­scienza. È Dio. E la coscienza mi chiede, Dio mi chiede, di considerare tutti uguali. Di amare tutti. Di servire tutti.

ALEKSANDRA IVANOVNA    Anche i tuoi figli.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ               È naturale, anche i miei figli. Purché io faccia tutto quello che mi or-dina la mia coscienza. La cosa più importante è capire che la mia vita è la mia vita, ma non mi ap-partiene, e la tua vita è la tua vita, ma non ti ap­partiene, sono di Dio. Vengono da un Dio, che ci chiede di fare la sua volontà. E la sua volontà...

ALEKSANDRA IVANOVNA    E tu Maša speri di convincerla?

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Ne sono sicuro.

ALEKSANDRA IVANOVNA    E poi, non vedremo più Maša che tira su i figli come si deve, ve-dremo una Maša che non se ne occupa più... No. Questo mai.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Non lo capirà solo lei. Lo capirai anche tu, che non c'è altro da fare.

ALEKSANDRA IVANOVNA Questo mai.

(Entra Mar'ja Ivanovna)

SCENA DICIOTTESIMA  (Gli stessi e Mar’ja Ivanovna)

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Come stai Maša? Non ti ho mica svegliato questa mattina?

MAR'JA IVANOVNA               No, ero già sveglia. Com'è andata:' Tutto bene, il viaggio?

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Sì. Tutto molto bene.

MAR'JA IVANOVNA               Perché bevi sempre tutto freddo? A propo­sito, abbiamo ospiti. Bisogna preparare. Sai chi arriva? La Čeremšanova. Con il figlio e con la figlia.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Niente da dire. Se li vedi volentieri, io sono molto contento.

MAR'JA IVANOVNA                Le voglio bene. A lei e ai ragazzi. Solo che ora, capita un pochino nel momento sbagliato.

ALEKSANDRA IVANOVNA (Si alza)     Ora ti metti lì, e parlate. Io me ne vado a vedere la partita. (Esce)

SCENA DICIANNOVESIMA  (Gli stessi meno Aleksandra Ivanovna. Silenzio. Poi Nikolaj Ivanovč e Mar’ja Ivanovna eominciano a parlare insieme)

     MAR'JA IVANOVNA                Non è tanto il momento, perché noi ci dob­biamo mettere a parlare di tante cose.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Lo dicevo ad Alina. Poco fa.

MAR'JA IVANOVNA                Che cosa?

NIKOLAJ IVAVOVIČ                No, parla tu.

      MAR'JA IVANOVNA                 Ecco, io ti volevo parlare di Stepa. Qualche decisione bisogna prenderla. Povero Stepa. Sembra un'a­nima in pena. Si chiede che cosa ne sarà della sua vita. E lo viene a chiedere a me. Ma non sono io che posso deci­dere.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ               Ma cosa c'è da decidere? Può decidere per i fatti suoi.

    MAR'JA IVANOVNA                Come se non sapessi quello che vuole fare. Vuole farsi prendere co-me volontario nella guardia e non lo può fare, se tu non gli dai il tuo consenso scritto. E poi si deve mantenere. Ma tu non gli dai niente. (Si agita)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Maša, per amor di Dio, non ti agitare. E ascoltami. Che io dia, che io non dia, che cosa vuoi che importi? Andare sotto le armi senza che te l'abbiano chie­sto, per come la vedo io è comportarsi da mentecatti, da idioti, quello che ci si aspetta da un barbaro. Sempre se supponiamo che non la veda, tutta l'infamia con cui si vuole mischiare. Se invece lo fa per calcolo, allora è lui, che si comporta da mascalzone.

    MAR'JA IVANOVNA                 Ora per te ci sono solo mentecatti e bar­bari. Però lui deve vivere. Tu la tua vita l'hai avuta.

NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Si scalda)     Me l'hanno data da vivere quando non capivo ancora niente. E nessuno mi aveva detto niente. E poi non si tratta di me. Ma di lui.

      MAR'JA IVANOVNA                 Come non si tratta di te? Sei tu, che non gli dai i soldi.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ               Non gli posso dare quello che non mi ap­partiene.

MAR'JA IVANOVNA                Ma come non ti appartiene?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Le fatiche degli altri uomini non mi appar­tengono. Per dare del denaro a lui, devo prenderlo agli al­tri. Non ne ho il diritto, non posso. Fino a quando sarò respon-sabile della proprietà, c'è solo un modo in cui ne posso disporre, come mi ordina la mia coscienza. Non lo posso dare il denaro della fatica, la fatica di contadini che lavorano con le loro ultime forze, per le baldorie degli us­sari della guardia. Toglietemi la proprietà, e allora non ne sarò più responsa-bile.

     MAR'JA IVANOVNA                Questa è una cosa che non voglio fare, e non sono capace di fare. Lo sai benissimo. Ma a me tocca tirarli su quando sono nati, e dargli il latte, e metterne al mondo degli altri. Neanche le bestie.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Maša, tesoro. Ma non lo vedi, qual è il no­stro problema? È un altro. Quando ti sei messa a parlare, mi sono messo a parlare anch'io, e pensavo le racconto tutto, le dico tutto. Ma non ci si riesce. Noi viviamo in­sieme e non ci capiamo. A volte è come se lo facessimo ap­posta, a non capirci.

      MAR'JA IVANOVNA                Se c'è una cosa che voglio, è capire. Ma non capisco, non ti capisco. Non capisco che cosa ti è successo.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ                Ma tu lo devi fare, questo lavoro di capire. Anche se ora non c'è il tempo. Ma Dio solo sa quando ci sarà il tempo. Devi capire non tanto me, quanto te stessa. Devi capire la tua vita. Non si può vivere in questo modo, senza sapere perché si sta al mondo.

      MAR'JA IVANOVNA                 Prima con me vivevi così. E si stava molto bene. (Nota un'espres-sione indispettita) Va bene, va bene. Ti ascolto.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Anche io vivevo così? Sì, anche io vivevo così. Senza chiedermi una sola volta come mai ero vivo. Ma è venuto il momento che mi sono detto che orrore. Uno non ci pensa, che male c'è? Viviamo del lavoro degli altri e li obblighiamo a lavorare per noi, mettiamo al mondo dei figli e li tiriamo su perché continuino a fare la stessa cosa. Poi però verrà la vecchiaia, e la morte, e io mi chiederò: ma perché ho fatto questa vita? Per mettere al mondo dei parassiti come me? E soprattutto non è per niente divertente, vivere in questo modo. Può darsi che sembri qualco-sa, quando hai ancora in corpo tanta di quella energia che non sai dove metterla. Come Vanja.

MAR'JA IVANOVNA                Eppure vivono così tutti.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               E sono tutti infelici.

MAR'JA IVANOVNA                 Ma per niente.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ                Io almeno, ho visto che ero disperata­mente infelice, e che di te e dei miei figli ne facevo degli infelici. E mi sono chiesto: ma possibile che sia per questo che Dio ci ha creato? E non appena me lo sono chiesto, la risposta è venuta subito. No. E mi sono chiesto: ma al-lora, per cosa ci ha creato Dio?

(Entra un domestico)

SCENA VENTESIMA  (Gli stessi e il domestico)

MAR'JA IVANOVNA  (Non ascolta il marito e si rivolge al do­mestico)       Portate la panna bollita. (Esce il domestico)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               La risposta l'ho trovata nel Vangelo. Noi non siamo lo scopo della nostra vita. Per niente. E questo me lo sono trovato davanti, chiaro come una rivelazione, un giorno che mi ero messo a pensare alla parabola della vigna. Te la ricordi?

MAR'JA IVANOVNA                Me la ricordo, sì. Quella degli operai.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Perché io non lo so spiegare, ma questa è la parabola che mi ha fatto vedere più chiaramente di tutto il resto dove stava il mio errore. Gli operai della vi­gna pensavano che la vigna, era la loro vigna. E io pensavo che la mia vita, era la mia vita. E tutto si copriva di te-ne­bre. Ma ieri, soltanto ieri, ho capito che la mia vita non mi appartiene, e che sono stato mandato nel mondo per com­piere l'opera di Dio.

MAR'JA IVANOVNA                Che scoperta. Lo sanno tutti.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ                Se lo sapete, ragione di più. Noi non pos­siamo continuare a vivere come viviamo. Non soltanto non facciamo mai quello che vuole Dio. Facciamo esatta­mente il contrario. Facciamo quello che lui non vuole.

    MAR'JA IVANOVNA                Ma cosa facciamo, che lui non vuole? Vi­viamo senza far del male a nessuno.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ               Noi non facciamo del male a nessuno? Come non facciamo del male a nessuno? Eccoli qua, gli operai della vigna.

    MAR'JA IVANOVNA                La conosco anch'io quella parabola. Va a fi­nire che dà a tutti in parti uguali.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ (Dopo un attimo di silenzio)        No. Non è il modo giusto di dirlo. Ma c'è una cosa, Maša. Pensa a que­sto, che la vita è soltanto una, e noi possiamo o farne l'uso che ne fanno i santi, o fare come quelli che la sprecano.

    MAR'JA IVANOVNA                Io non ce l'ho il tempo per mettermi a pen­sare, e per mettermi a fare dei ragionamenti. Io la notte non dormo, devo dare il latte, e poi devo mandare avanti la casa, e tu invece di aiutarmi mi vieni a parlare di cose che non capisco.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Maša.

MAR'JA IVANOVNA                E ora ci mancavano anche questi ospiti.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               No. Noi alla fine ci metteremo d'accordo. (La bacia) No?

MAR'JA IVANOVNA                Sì, però tu torna quello di prima.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Non ne sono capace. Ma senti. Ascoltami.

(Si sentono dei sonagli e il rumore di una carrozza che si avvicina)

      MAR'JA IVANOVNA                Ora non c'è più tempo. Sono arrivati. Gli vado incontro.

       (Esce dietro l'angolo della casa. Escono da quella parte anche Stepa e Ljuba)

      VANJA   (Scavalca una panca)     La partita non è finita. Dob­biamo finire la partita. Ljuba! Cosa fate?

LJUBA  (Seria)                               Per favore. Fare lo stupido, basta.

(Aleksandra Ivanovna, suo marito e Lizan'ka entrano in terrazza. Nikolaj Ivanovič cammina immerso nei pensieri)

SCENA VENTUNESIMA  (Nikolaj Ivanovič, Aleksandra Ivanovna, Petr Semenovič e Lizan'ka)

ALEKSANDRA IVANOVNA  Come è andata? L'hai convinta?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ               Alina. Quello che capita tra me e lei, non è che capita tutti i giorni. È una cosa seria. Meglio tenerseli per sé, gli scherzi. Io non convinco nessuno. È la vita, che convince. È la verità, che convince. È Dio, che convince. E lei non può che lasciarsi convincere. Se non oggi, do­mani. Se non domani... Il tempo, è questo il problema. Non hanno mai tempo, tutti quanti. Chi è arrivato poi?

      PETR SEMENOVIČ                 I Čeremšanov. Catiche Čeremšanova, che io non vedevo da diciotto anni. L'ultima volta che ci siamo vi­sti è quella volta che abbiamo cantato insieme «Là ci da­rem la mano». (Canta)

    ALEKSANDRA IVANOVNA  (Al marito)    Per favore, non fare quello che aiuta gli altri a cambiare discorso e non metterti in te­sta che io e Nicolas stiamo litigando. E sono sincera. (A Nikolaj Ivanovič) Io non rido neanche un po'. Mi era solo venuto da pensare che strano, Nikolaj che vuole convin­cere Maša, e Maša che vuole convincere Nikolaj. Nello stesso identico momento.

NIKOLAJ IVAVOVIČ               Va bene. D'accordo. Eccoli che arrivano. Per favore, di' a Mašsa che sono in camera mia. (Esce)

Sipario

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA  (Mar;ja Ivanovna, Petr Semenovič e la principessa)

      PETR SEMENOVIČ                 Eh sì, principessa. Sembra ieri, che voi can­tavate Rosina e io... E io ora non vado più bene neanche per Don Basilio...

      LA PRINCIPESSA                      Ora potrebbero cantare i nostri figli. Ma sono cambiati i tempi.

     PETR SEMENOVIČ                  L'età del positivismo... Però la vostra princi­pessina suona molto bene sul serio. Ma che fine hanno fat­to? Possibile che dormano ancora?

     MAR'JA IVANOVNA                Ieri sera se ne sono andati a cavallo al chiaro di luna. Sono tornati molto tardi. Io davo il latte e li ho sentiti.

     PETR SEMENOVIČ                  E la mia dolce meta? Quando torna? Avete mandato qualcuno, a prenderla?

     MAR'JA IVANOVNA                Sono partiti per tempo. A momenti sarà qui.

     LA PRINCIPESSA                       Ma veramente Aleksandra Ivanovna si è messa in viaggio soltanto per portare qui questo padre Ge­rasim?

      MAR'JA IVANOVNA                 Sì. Le è venuta questa idea ieri, e ha preso il volo subito.

LA PRINCIPESSA                       Quelle énergie! Je l'admire.

PETR SEMENOVIČ                  Oh, pour ceci ce n'est pas ce qui nous manque... (Tira fuori un sigaro) Tutto considerato, me ne va­do a fumare. Porto a spasso i cani nel parco, mentre la no­stra gioventù si decide a scendere dal letto. (Esce)

SCENA SECONDA  (Mar’ja Ivanovna e la principessa)

     LA PRINCIPESSA                      Io non lo so, cara Mar'ja Ivanovna, ma mi sem­bra che ve la prendete troppo a cuore. Io lo capisco. Ha un modo di vedere le cose così spirituale. Va bene, dividerà un po' del suo con i poveri, e con questo? Se pensa ai poveri uno non smette mica di pensare a se stesso. Anche troppo.

    MAR'JA IVANOVNA                Se si limitasse a questo. Ma voi non lo co­noscete. Non sapete tutto. Questo non è aiutare i poveri, questa è una rivoluzione totale, la distruzione di tutto.

    LA PRINCIPESSA                       Non vorrei intromettermi nella vostra vita di famiglia, ma se permettete...

    MAR'JA IVANOVNA                 Ma no, vi considero come una di noi, spe­cialmente ora.

    LA PRINCIPESSA                       Io vi darei questo consiglio, di esporgli aper­tamente e col cuore in mano le vostre esigenze, e di tro­vare un accordo con lui, quali sono i limiti che non si de­vono supe-rare...

    MAR'JA IVANOVNA (Agitata)   Qui non ci sono limiti. Vuole dare via tutto. Vuole che ora, alla mia età, io diventi una cuoca. O una lavandaia.

    LA PRINCIPESSA                      Ma che storia impossibile è? Sembra uscita da una favola.

    MAR'JA IVANOVNA  (Prende una lettera)          Siamo sole, e sono contenta di dirvi tutto. Ieri mi ha scritto questa lettera. Ve la leggo.

    LA PRINCIPESSA                     Come sarebbe, vivete sotto lo stesso tetto e vi scrive una lettera? È ben strano.

 

    MAR'JA IVANOVNA                No, questo lo capisco. Quando parla si agita molto. Da un po' di tempo in qua, ho paura che gli succeda qualcosa.

LA PRINCIPESSA                       Ma cos'è che scrive?

    MAR'JA IVANOVNA                  Ecco qua (Legge) «Tumi rimproveri di es­sere uno che demolisce soltanto, la vita di prima rasa al suo­lo, e in cambio? Niente di nuovo. Uno che non sa dire come vuole sistemare la sua famiglia. Quando noi ci mettiamo a parlare, ci agitiamo subito, e così ti scri-vo. Perché non pos­so continuare a vivere la mia vita di prima, te l'ho già rac­contato molte volte. E con una lettera non ti posso convin­cere che non è questo il modo in cui si deve vivere, che si deve vivere da cristiani. Tu puoi fare due cose, una delle due: o credi nella verità e mi segui liberamente, o credi in me e ti metti nelle mie mani, e mi segui perché ti fidi». (Smette di leggere) Non posso fare nessuna delle due. No, io non cre­do che si deve vivere come dice lui. E sono in pena per miei figli, non posso fidarmi ciecamente di lui. (Legge) «Ecco il mio piano. Tutte le nostre terre, le daremo ai contadini, per noi terremo cinquanta desjatine e tutto il giardino, l'orto, e quel prato che si allaga con la piena. Cercheremo di lavora­re anche noi, ma non lo prenderemo come un obbligo, né per noi né per i nostri figli. Dopotutto, quello che ci tenia­mo ci può rendere circa cinquecento rubli».

LA PRINCIPESSA                      Sette figli e cinquecento rubli! Non si può.

     MAR'JA IVANOVNA                 Però qui il piano lo spiega, come si fa. Si dà via la casa, così poi ci fanno una scuola, e noi andiamo a vivere nell'isbà del giardiniere. In due camere.

     LA PRINCIPESSA                       Sì, c'è qualcosa di morboso. Comincio a pen­sarlo anch'io. Ma voi cosa gli avete risposto?

MAR'JA IVANOVNA                Gli ho detto che non posso, che se fossi sola lo seguirei in capo al mondo, ma con i bambini no... Ma pensate solo a Nikolen'ka, che prende ancora il latte. Io però dico che non si può, rovinare tutto così. È per que­sto, che mi sono sposata? Io non ho più le forze, sono già vecchia. Ho messo al mondo nove figli. E li ho allattati...

     LA PRINCIPESSA                       Sì. Non lo avrei mai pensato, che le cose fos­sero arrivate sino a questo punto.

MAR'JA IVANOVNA               E invece siamo a questo punto, e non so che cosa deve ancora capitare. Ieri ha condonato l'affitto ai contadini di Dmitrovka. E la terra gliela vuole dare una volta per tutte.

     LA PRINCIPESSA                    Questo penso che non lo dovete permettere. Avete l'obbligo di tute-lare i vostri figli. Se non se la sente di possedere una proprietà, che la ceda a voi.

MAR'JA IVANOVNA               No, questo non lo voglio.

    LA PRINCIPESSA                      Dovete farlo per i vostri figli. Che la metta a vostro nome, la pro-prietà.

    MAR'JA IVANOVNA                È quello che gli ha detto Saša, mia sorella. Lui dice che non ne ha il diritto, che la terra è di quelli che ci la­vorano, e che si sente in obbligo di restituirla ai contadini.

    LA PRINCIPESSA                       Sì, vedo che la situazione è molto più seria di quello che pensavo.

MAR'JA IVANOVNA                 E il prete. Il prete è dalla sua parte.      

LA PRINCIPESSA                        Sì, ieri l'ho notato.

    MAR'JA IVANOVNA               Ora c'è questa novità, che mia sorella è an­data a Mosca. Un po' voleva parlare con un notaio, ma più che altro l'idea era di portar qui padre Gerasim, per ve­dere se lo convince.

    LA PRINCIPESSA                      Sì, io penso una cosa, che cristianesimo non vuol dire rovinare la propria famiglia.

    MAR'JA IVANOVNA                 Ma lui non crederà nemmeno a padre Ge­rasim. Non lo smuove nessuno. Sapete che quando parla, mi manca la forza di ribattere? La cosa terribile, è che poi mi viene il sospetto che abbia ragione.

LA PRINCIPESSA                      Perché lo amate.

     MAR'JA IVANOVNA                Non lo so perché. Ma non ne posso più. Or­mai tutto mi si presenta come una domanda a cui non si può rispondere, e che non se ne va. Poi uno dice: il cri­stianesimo.

(Entra la njanja)

SCENA TERZA  (Le stesse e la njanja)

MJANJA                                      Fate la cortesia, Nikolen'ka chiama, si è svegliato.

      MAR'JA IVANOVNA               Subito. Io sono preoccupata, e a lui viene il mal di pancia. Vengo subito.

(Da un'altra porta entra Nikolaj Ivanovič con un foglio in mano)

SCENA QUARTA  (Ma’ja Ivanovna, la principessa e Nikolaj Ivanovič)

NIKOLAJ IVAVOVIČ              Non si può. Non si può e non si può.

MAR'JA IVANOVNA                Ma cosa c'è ora?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ              C'è che per uno dei nostri abeti, va a sa­pere quale, mettono Petr in prigione.

MAR'JA IVANOVNA               E come?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Così. Lui l'albero l'ha tagliato. Poi l'hanno portato davanti al giudice di pace. Poi il giudice l'ha con­dannato a tre mesi di prigione... È venuta sua moglie.

      MAR'JA IVANOVNA               Ma non sarà, magari, che non si può fare? Che è proibito?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ora, è proibito. Però si può fare una cosa: non avere un bosco. E io un bosco non lo avrò più. Ma in­tanto cosa devo fare? Vado a vedere se per caso si può ri­mediare a quello che abbiamo fatto. (Va sul terrazzo e s'incrocia con Boris e Ljuba)

SCENA QUINTA  (Gli stessi, Boris e Ljuba)

LJUBA         Buon giorno, papà. (Lo bacia) Dove te ne vai?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Vengo ora dal villaggio, e ci torno di nuovo. Là in questo momento trascinano in prigione un uomo che ha fame, perché lui...

LJUBA         Sarà Petr.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Sì, Petr. (Esce)

SCENA SESTA  (Gli stessi, meno Nikolaj Ivanovič)

LJUBA (Si siede davanti al samovar)      Caffè o tè?

BORIS       Fa lo stesso.

LJUBA       Sempre la medesima storia. Non se ne vede la fine.

    BORIS        Non lo capisco. Lo so, il popolo è in miseria, è igno­rante, e lo si deve aiutare. Ma incoraggiare i ladri non è il modo.

LJUBA        E il modo qual è?

    BORIS         Con tutto quello che fai. Con tutto quello che sai, se lo metti al suo servizio. Ma la tua vita, quella non la puoi sacrificare.

    LJUBA          Però papà dice che questo è precisamente quello che si deve fare.

    BORIS          Non capisco. Si può servire la causa del popolo senza rovinare la propria vita. Che è quello che voglio fare io. Se soltanto tu...

LJUBA          Io voglio quello che vuoi tu. E non ho paura di nulla.

BORIS         E questi orecchini ~ E questo abito?

    LJUBA         Gli orecchini si possono vendere. E il vestito può an­che non essere come questo, non divento mica con la gobba...

    BORIS         Avrei voglia di parlare ancora un po' con lui. Cosa dici, gli darò fastidio, se vado a cercarlo al villaggio?

    LJUBA         Per niente. Ormai ti vuole bene, lo vedo. Ieri non fa­ceva che rivolgersi a te.

BORIS   Finisce di bere il caffè)    E allora vado.

LJUBA          Va bene, vai. Io vado a svegliare Lizan'ka e Tonja. (Si separano)

Sipario

CAMBIA LA SCENA  (Una strada. Per terra accanto a un'isbà Ivan Zjabrev, con addosso una pelle di montone)

SCENA PRIMA  (Ivan Zjabrev da solo)

IVAN      Malaška!

(Dall'isbà esce una ragazzina minuscola con un piccolo bambino in braccio. Il piccolo grida)

SCENA SECONDA  (Ivan Zjabrev e Malaška col piccolo)

IVAN      Acqua. Devo bere. (Malaška entra nell'isbà, si sente il bambino che strilla. Porta fuori un mestolo d'acqua)      Lo picchi sempre, e lui grida. Lo dirò alla mamma.

MALAŠKA        Dillo alla mamma. Grida perché ha fame.

IVAN  (Beve)      Potevi chiedere del latte ai Demkin.

    MALAŠKA         Ci sono andata. Latte non ce n'è. E in casa non c’è nessuno.

    IVAN           Ma perché non viene, la morte. Han suonato l'ora di pranzo? O me lo sono sognato?

MALAŠKA    E sai quant'è che l'han suonata. Toh, guarda. Il pa­drone che viene qua.

(Entra Nikolaj Ivanovič)

SCENA TERZA  (Gli stessi e Nikolaj Ivanovič)

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Perché ti sei messo qui fuori?

IVAN    Ci sono le mosche, là dentro. E fa caldo.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Perché, senti caldo?

IVAN    È come un fuoco che ho in corpo. Mi brucia tutto.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             E Petr dov'è, in casa?

    IVAN     Ma quale casa, a quest'ora. È andato nei campi. Per i covoni.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             E allora perché mi avevano detto che l'a­vevano messo in prigione?

IVAN    Come no. La guardia è andata a prenderlo nei campi.

(Arriva una contadina incinta, con un covone di avena e un rastrello. E subito percuote Malaška sulla nuca)

SCENA QUARTA  (Gli stessi e la contadina)

     LA CONTADINA    Perché hai lasciato da solo il piccolo? Senti come grida. Buona solo a correre per strada.

     MALAŠKA  (Scoppia a piangere)       Sono appena uscita. Papà chiedeva da bere.

     LA CONTADINA     Ora te le prendi. (Vede il padrone) Buon­giorno, batjuška Nikolaj Ivanovč. Questi sono la mia ro­vina. Sono sfinita. Sono da sola e devo fare tutto. L'ultimo che lavorava, lo portano in prigione. Questo scansafatiche invece, se ne sta lì sdraiato.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ma cosa dici? È malato.

      LA CONTADINA      Lui è malato, e io invece non lo sono, malata? Se c'è da lavorare, è malato. Ma se c'è da far baldoria, non è più malato. E se mi deve strappare le trecce, non lo è, malato. Che crepi come un cane. A me che me ne im­porta?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Stai lontana dal peccato!

    LA CONTADINA       Lo so, che è peccato. Ma non me lo voglio te­nere nel cuore. Io porto questo peso (la pancia), e lavoro per due. Gli altri han già falciato e legato tutto. Noi ab­biamo ancora due oc'minniki da falciare. Poi si deve le­gare, ma non si può, bisogna tornare a casa, per star die­tro a questi bambini.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ti prenderò qualcuno per mietere l'avena. E anche per legarla.

     LA CONTADINA     Legare non è niente, a legare ci penso io, ba­sta che me la corichino per terra al più presto. Ma voi che dite, Nikolaj Ivanovič, morirà? Gli tocca? Sta malissimo.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Non lo so. Di sicuro, sta molto male. Penso di portarlo in ospedale.

      LA CONTADINA      Oh mio Dio. (Comincia a piangere) Non lo portare via, lascia che muoia qui. (Al marito) Cosa dici tu?

IVAN     Voglio andare in ospedale. Sto peggio di un cane qui.

      LA CONTADINA     Non lo so, non lo so. Non ci sono più nella te­sta. Malaška, prepara da man-giare.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Che cosa avete da mangiare?

    LA CONTADINA      Patate. E pane. Altro da mangiare qui non ne trovi.

(Entra nell'isbà. Si sente un maiale grugnire. E il bambino che grida)

SCENA QUINTA  (Gli stessi, meno la contadina)

IVAN    (Geme)       Dio mio. Potessi morire.

(Entra Boris)

SCENA SESTA  (Gli stessi e Boris)

BORIS      Posso esservi utile?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Qui non si può essere utili agli altri in nulla. È un male che dura da troppo tempo. Qui si può es­sere utili solo a se stessi. Si ha modo di vedere da dove viene la nostra felicità. Su cosa la costruiamo. Ecco una fa­miglia: cinque figli, la moglie che aspetta, il marito che è malato, e da mangiare niente, a parte le patate. E questo è il momento in cui si decide, se l'anno che viene ci si potrà sfamare oppure no. E aiutare non si può. Che aiuto si può dare? Ora prendo a que-sta donna uno che l'aiuti. Ma que­sto che l'aiuta chi è? È anche lui uno che ha lasciato la sua terra, l'hanno portato via il vino e la miseria.

BORIS       Se le cose stanno così, scusatemi, che ci fate qua?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Vengo a scoprire qual è il mio posto nel mondo. Vengo a scoprire chi ci tiene in ordine il giardino. Chi tira su le nostre case e fa gli abiti che portiamo. Chi ci dà da man-giare e ci veste la mattina.

(Arrivano contadini con le falci, e contadine con i rastrelli. Salutano)

SCENA SETTIMA  (Gli stessi, i contadinie le contadine)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Ne ferma uno)       Ermil, non te la faresti una giornata a tagliare per loro?

      ERMIL   (Scuote la testa)   Se dipendesse da me, con tutto il cuore, ma ora non si può proprio. Non ho ancora portato via la mia. Lo vedi, corriamo a prenderla. Ma perché, c'è Ivan che muore?

                 UN ALTRO CONTADINO     Non ce la può fare zio Sevast'jan? Zio Sevast'jan, ti prendono per una giornata a tagliare.

     SEVAST'JAN     Fattela tu. Quello che fai oggi lo mangi tutto l'anno.

(Escono)

SCENA OTTAVA  (Gli stessi meno contadini e contadine)

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Questi che vedi vivono tutti di stenti, a pane e acqua, e sono malati, molte volte vecchi. Prendi quel vecchio. Ha l'ernia che lo fa penare, ma lavora dalle quattro del mattino alle dieci di sera ed è più morto che vivo. E noi? Sul serio, una volta che si è capito questo, si può vivere sereni e pensare di essere dei cristiani? Ma nemmeno cristiani, semplicemente di non essere degli animali.

BORIS      Ma che cosa si può fare?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Non prender parte a questo male, non es­sere uno che la terra la pos-siede, non riempirsi la pancia con le loro fatiche. Ma come far stare in piedi tutto questo, non lo so. Il punto è uno solo... almeno, per me è stato così. Io vivevo, e non capivo come mai vivevo. Non capivo che sono figlio di Dio, che siamo tutti figli di Dio e fratelli. Ma quando ho capito questo, quando ho capito che tutti hanno lo stesso diritto di vivere, tutta la mia vita si è ca­povolta. D'altra parte non ve lo posso spiegare ora. Vi dico una cosa sola: prima ero cieco, come i ciechi che ho in casa, e ora gli occhi mi si sono aperti. E non posso non ve­dere. E dal momento che vedo, non posso continuare a vi­vere in questo modo. Ma ne parliamo un'altra volta. Ora qui si deve veder di fare, quel che si riesce a fare.

(Entrano la guardia, Petr, sua moglie e un ragazzo)

SCENA NONA  (Gli stessi, la guardia, Petr, sua moglie e un ragazzo)

     PETR  (Cade ai piedi di Nikolaj Ivanovič)   Perdonami, per amor di Dio. Ora non mi resta che morire. Che fine farà la mia donna? Ma se tu dai la tua parola per me... C'è solo la tua parola che mi salva.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Vado, scrivo. (Alla guardia) Ma ora non si può lasciarlo andare?

LA GUARDIA    L'ordine è di consegnarlo al comando.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             E allora mettiti in marcia. Sì, prenderò qualcuno, farò tutto quello che si può. Farò tutto da solo. Però come si fa, a vivere in questo modo? (Esce)

Sipario

CAMBIA LA SCENA   (Sempre in campagna)

SCENA PRIMA  (Tonja è seduta al pianoforte. Termina una sonata di Schu­mann. In piedi accanto al pianoforte Stepa, seduti: Ljuba, Boris, Lizan'ka, Mitrofan Ermilovič e il prete. Quando smette di suonare tutti, tranne Boris, hanno l'aria di esseree rimastii commossi)

LJUBA      L'andante, che incanto.

STEPA      No, lo scherzo. Ma tutto è un incanto.

LIZAN'KA     Molto molto molto bene.

    STEPA     Non lo avrei mai pensato che eravate l'artista che siete. Così suonano i maestri. È chiaro.

    Per voi difficoltà non ce ne sono più, e pensate solo a quello che esprimete, e quello che esprimete, è meravigliosamente fine.

   

    LJUBA       E pieno di nobiltà.

    TONJA       No,  io sento che non è ancora  quello che vorrei… Manca ancora molto.

    LIZAN’KA       Che cosa ci può essere di meglio? Era meraviglioso.

    LJUBA           Schumann è bravo,  però nonostante tutto Chopin tocca di più l’anima.

    SPEPA           C’è più poesia.

    TONJA           Paragoni non se ne possono fare.

    LJUBA             Il suo prélude, te lo ricordi?

    TONJA           Quello di George Sand? (Suona le prime note)

    LJUBA            Non, non questo. E’ molto bello. Ma è consumato dall’uso. No, suonami l’altro, per favore. (Tonia accenna a suonare, poi si interrompe)  No, quello in rè mineur.

 

    TONJA          Ah, questo. Questo è stupendo. C’è qualcosa di primitivo. Di prima della creazione del mondo.

    SPEPA (Ride)        È lui, è lui… Forza, suonate, fatelo per noi. No, invece no. Non suonate. Siete stanca. Abbiamo passato una mattinata stupenda e dobbiamo dire grazie a voi.

     TONJA  (Si alza e guarda dalla finestra)     Di nuovo i contadini.

     

     LJUBA      È proprio per questo che la musica è preziosa. Io lo capisco Saul. Non ho un diavolo che mi tormenta, ma lo capisco. Non c’è nessuna arte che può far dimenticare tutto come la musica.

     (Si avvicina alla finestra)  Chi cercate?

      I CONTADINI           Ci hanno mandato da Nicolaj Ivanovič.

      LIUBA          Non c’è. Lo dovete aspettare.

     TONJA          E sposi un uomo che non capisce niente di musica.

      LJUBA           Io non ci credo.

     BORIS        (Distrattamente)     La musica… No, la musica mi piace, o meglio, non è vero che non    mi piace. Ma preferisco qualcosa di un po’ più semplice, le canzoni, mi piacciono.

 

     TONJA        Ma possibile che non lo senti, che questa sonata è incantevole?

     BORIS         Più che altro, non è una cosa importante, e se c’è qualcuno che le attribuisce importanza, mi dispiace un po’. Per la sua vita.

      (Sul tavolo ci sono dei confetti. Ne mangiano tutti)

     

     LIZAN’KA         È proprio una gran bella cosa, che ti sei fidanzato e mangiamo i confetti.

     BORIS             Non è colpa mia. È stata la mamma.

     TONJA          E ha fatto molto bene.

     LJUBA            Noi vogliamo bene alla musica perché ci entra dentro senza chiedere il permesso, ci prende e ci porta via dalla realtà. Prima, era tutto di una luce buia, poi tu hai incominciato a suonare, e di colpo è cambiata la luce. Sul serio, è cambiata la luce.

    LIZAN’KA         I valzer di Chopin sono consunti per l’uso, e nonostante tutto…

   TONJA            Questo… (Suona)

   (Entra Nicolaj Ivanovič, saluta Tonja, Stepa, Lizan’ka, Ljuba, Mitrofan Ermilovič e il prete)

  

    SCENA SECONDA   (Gli stessi e Nicolaj Ivanovič)

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Dov’è la mamma?

     LJUBA       Nella stanza dei bambini, mi sembra. (Stepa chiama un servo) Papà, Tonja suona in un modo stupendo. Ma tu dov'eri?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Al villaggio.

(Entra un domestico)

SCENA TERZA  (Gli stessi e il domestico)

STEPA     Porta un altro samovar.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Saluta il servo e gli stringe la mano)       Buongiorno!

(Il servo si confonde ed esce. Nikolaj Ivanovič esce)

SCENA QUARTA  (Gli stessi meno il domestico e Nikolaj Ivanvič)

      STEPA      Povero Afanasij! Si confonde sempre terribilmente. Però non capisco. Come se fossimo in colpa per qualcosa.

SCENA QUINTA  (Gli stessi e Nikolaj Ivanvič)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Torna nella stanza)           Stavo per tornar­mene in camera mia, senza dirvi quello che provo. E que­sto penso che non sia bello. (A Tonja) Voi siete un'ospite, se quello che dirò vi offende, scusatemi. Ma non posso fare a meno di dirlo. Ljuba, tu dici che la principessina suona bene. Tutti quanti voi qui, e non so, quanti sarete? Sette o otto, uomini e donne giovani e sani, avete finito di dormire alle dieci. Avete bevuto, avete mangiato, e non avete an­cora finito di mangiare. Suonate. Discutete di musica. Ma in quel posto là, da cui sono appena tornato con Boris Aleksan-drovič, si sono alzati alle tre del mattino, e qual­cuno a dormire proprio non c'è andato, la notte se l'è pas­sata al pascolo, con i cavalli. E tutti, anche i vecchi e i ma­lati, e quelli che non stanno più in piedi, e i bambini, e le donne con un bambino di pochi mesi, o fra pochi mesi - tutti lavorano fino a che rimane ancora un poco di forza, perché poi qui noi si possa consumare il frutto del loro la­voro. E non è tutto. In questo momento uno di loro, l'u­nico e ultimo a lavorare nella sua famiglia, viene trasci­nato in prigione perché questa primavera ha tagliato un abete, in un bosco cosiddetto mio. Uno dei centomila abeti che crescono in quel bosco. E noi qui, lavati e vestiti, dopo aver lasciato nelle camere il nostro sporco alla cura dei servi, mangiamo. Beviamo. Discutiamo di Schumann e Chopin, quale dei due ci commuove di più e scaccia di più la nostra noia. Pensavo questo, mentre vi passavo ac­canto. E ve l'ho detto. Ma pensateci un attimo. Veramente si può vivere in questo mo-do? (Rimane in piedi agitato)

LIZAN'KA        È vero. È vero.

LJUBA        Se si pensa a questo, non si può più vivere.

    STEPA        Perché? Non vedo perché non si può parlare di Schu­mann, se il popolo è in miseria. Una cosa non esclude l'al­tra. Se le persone...

    NIKOLAJ IVAVOVIČ(Con rabbia)    Se uno non ha il cuore, se ha un'anima di legno...

STEPA    Va bene. Non dico più una parola.

    TONJA    È un problema terribile. È il problema della nostra epoca. Ma non si deve aver paura. La realtà, si deve avere la forza di andare a toccarla col naso, e vedere che viso ha. Così poi, il proble-ma lo si potrà risolvere.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ     Manca il tempo, per mettersi ad aspettare che qualcuno faccia sparire il problema con misure di ca­rattere generale. Se non muori ora, muori domani. Come posso conti-nuare a vivere, senza sentire dentro di me la discordia che c'è fra gli uomini? 

    BORIS     È chiaro che di rimedio ce n'è uno solo: non pren­dervi parte.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ     Bene. Se vi ho offeso, scusatemi. Non po­tevo fare a meno di dire quello che sento. (Esce)

SCENA SESTA  (Gli stessi meno Nikolaj Ivanovič)

     STEPA      Come si fa a non prendervi parte? È tutta la nostra vita, che è legata a quello che ci sta intorno.

     BORIS      È per questo che lui dice che bisogna, prima di tutto non avere proprietà, e poi cambiar-la tutta, la propria vita. Vivere per servire, e non per farsi servire.

     TONJA      Bene. Vedo che sei completamente passato dalla parte di Nikolaj Ivanovič.

     BOKIS        Sì. Ho capito per la prima volta. E dopo quello che ho visto al villaggio.. .Bisogna sol-tanto levarsi quella specie di occhiali attraverso i quali guardiamo la vita del popolo, e capire che cosa tiene insieme i nostri attimi di felicità e le loro sofferenze, ed è finita.

      MITROFAN ERMILOVIČ        D'accordo. Soltanto che il rimedio per tutto questo non sta nel rovi-nare la propria vita.

      STEPA      È sorprendente. Io e Mitrofan Ermilovič stiamo, lui al polo nord, io al polo sud. Eppure arriviamo alla stessa con­clusione. Queste sono anche le mie parole: non rovinare la propria vita.

      BORIS        Non si fa fatica a capire perché. Volete tutti e due vi­vere una vita piacevole. E desidera-te un ordine che ve la garantisca, questa vita piacevole. Voi (A Stepa) volete mantenere l'ordine at-tuale, Mitrofan Ermilovič ne vuole uno nuovo.

(Ljuba e Tonja bisbigliano. Tonja va al piano e suona un notturno di Chopin. Smettono tutti di parlare)

STEPA          Benissimo. Questo risolve tutto.

BORIS             No. Lo copre solo di nebbia. E lo sposta più in là.

 (Mentre Tonja suona, entrano piano Ma’ja Ivanovna e la principessa, e si siedono ad ascoltare. Prima che il notturno sia finito, si sentono dei sonagli)

SCENA SETTIMA  (Gli stessi, Mar’ja Ivanovna e la principessa)

LJUBA     Questa è la zia.

(Le va incontro. Anche Ma’ja Ivanovna. Continua la mu­sica. Entra Aleksandra Ivanovna e padre Gerasim, ha sul petto la croce pettorale ortodossa, entra anche un notaio. Si alzano tutti)

SCENA OTTAVA  (Gli stessi, Aleksandra Ivanovna, padre Gerasim e il notaio)

GERASIM     Vi prego di continuare. Era gradevole.

(La principessa si avvicina per la benedizione. Così pure il prete)

    ALEKSANDRA IVANOVNA     Mi ero detta lo devo fare, e l'ho fatto. Ho trovato in casa padre Gerasim e l'ho convinto a passare di qua, mentre va a Kursk. La mia parte l'ho fatta. E que­sto è il notaio. Le carte le ha pronte. C'è solo da mettere la firma.

     MAR'JA IVANOVNA      Non avrete voglia di far colazione, per caso?

(Il notaio posa le carte sul tavolo e poi esce)

SCENA NONA  (Gli stessi meno il notaio)

MAR'JA IVANOVNA     Sono molto grata a padre Gerasim.

     GERASIM     Che si deve fare. Non era precisamente sulla mia strada, ma per spirito cristiano mi sono sentito in dovere di venirvi a trovare.

(Aleksandra Ivanovna parla sottovoce ai giovani. Che poi si mettono d'accordo fra di loro ed escono sul terrazzo, tutti tranne Boris. Anche il prete fa per uscire)

SCENA DECIMA  (Mar’ja Ivanovna, Aleksandra Ivanovna, la principessa, padre Gerasim, il prete e Boris)

      GERASIM     No, perché? Fermatevi con noi. Voi, come pastore e padre spirituale, potete esserci utile e trarne giova­mento. Rimanete, se Mar'ja Ivanovna non ha niente in contrario.

      MAR'JA IVANOVNA     No. Voglio bene a padre Vasilij come a uno della mia famiglia. Mi sono consigliata anche con lui. Ma lui ha troppo poca autorità. È troppo giovane.

GERASIM     Senza alcun dubbio. Senza alcun dubbio.

    ALEKSANDRA IVANOVNA  (Si avvicina)     Non c'è niente da fare, padre Gerasim, ci siete solo voi che ci potete aiutare. A far sentir ragioni a uno che non sente ragioni. È un uomo in­telligente, colto, ma voi lo sapete, la cultura può solo fare danni. Su di lui sono scese le tenebre. Una specie di eclissi. Ora si è messo a sostenere che secondo la legge di Cristo un uomo non deve possedere nul-la. Ma come si può?

    GERASIM     La tentazione, la superbia della mente, il libero ar­bitrio. I padri della chiesa l'hanno chiarito quanto basta questo problema. Ma tutto questo come è avvenuto?

    MAR'JA IVANOVNA     Se vi devo raccontare tutto, quando ci siamo sposati era completamente indifferente alla reli­gione. Gli anni migliori, i primi vent'anni, li abbiamo vis­suti così. E li abbiamo vissuti benissimo. Poi, ha comin­ciato a pensare. Può darsi che l'abbia contagiato la sorella. Oppure quello che ha letto. Fatto sta che ha cominciato a pensare e a leggere il Vangelo, e all'improvviso è diventato estremamente religioso. Andava in chiesa. A trovare i mo­naci... Ma poi da un momento all'altro anche tutto questo l'ha lasciato perdere e ha cambiato da cima a fondo la sua vita. Ha co-minciato a farsi le cose da solo. Non permette ai domestici di servirlo. E ora, soprattutto distribuisce le terre. Ieri un bosco. L'ha dato via, con tutto il terreno. Io ho paura. Ho sette figli. Gli dovete par-lare. Gli vado a chie­dere, se vi vuole vedere. (Esce)

SCENA UNDICESIMA  (Gli stessi, meno Ma’ja Ivanovna)

    GERASIM     Al giorno d'oggi sono molti quelli che si mettono a non osservare più. Ma com'è la questione di questa pro­prietà? È sua o della moglie?

LA PRINCIPESSA     Sua. È proprio questo il guaio.

GERASIM     E che grado ha?

 

    LA PRINCIPESSA      Non molto alto. Capitano di cavalleria, mi sembra. È stato militare.

    GERASIM      Sono in molti a perdersi per strada in questo modo. C'era una certa signora, a Odessa, con l'infatuazione dello spiritismo. E aveva cominciato a fare molte cose deplore­voli. Ma nonostante tutto Dio l'aiutò a tornare in seno alla chiesa. 

    LA PRINCIPESSA     Mio figlio si deve sposare con sua figlia. Cer­cate di capirmi: questa è la que-stione principale. Io ho dato il mio consenso, ma la ragazza è abituata al lusso. Una dote la deve portare. Se no, per mio figlio che peso di­venta? E non dimenticate che lui è uno che lavora, un gio­vane straordinario, ma quanto deve lavorare?

(Entrano Mar’ja Ivanovna e Nikolaj Ivanovič)

SCENA DODICESIMA  (Gli stessi, Mar’ja Ivanovna e Nikolaj Ivanovič)

     NIKOLAJ IVAVOVIČ      Buon giorno, principessa. Buon giorno... Scusate, com'è il vostro nome e patronimico?

GERASIM     Non desiderate la benedizione?

NIKOLAJ IVAVOVIČ       No, non la desidero.

     GERASIM    Gerasim Fedorov. Molto piacere. (Un servo porta la colazione e del vino) Fa bel tempo. Per la raccolta del grano è quello che ci vuole.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ         Suppongo che siate venuto su invito di Aleksandra Ivanovna, per distogliermi dai miei errori e ri­portarmi sulla retta via. Se le cose stanno in questo modo, è inutile che ci giriamo intorno. Mettiamoci subito al la­voro. Io non lo nego. Non sono d'accordo con la dottrina della chiesa. Lo ero prima. Poi le mie idee sono cambiate. Ma desidero con tutta l'anima di essere nella verità, e se voi me la fate vedere l'accetterò subito.

     GERASIM      Dite di non credere alla dottrina della chiesa. Ma come fate a dirlo? Se non si crede alla chiesa, in cosa si può credere?

      NIKOLAJ IVAVOVIČ         In Dio e nella sua legge. Ci è stata data nel Vangelo.

GERASIM      La chiesa insegna proprio questa legge.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ           Se fosse questo quello che insegna, crede­rei in lei. Ma insegna proprio il contrario.

    GERASIM      La chiesa non può insegnare il contrario, perché è il Signore in persona che l'ha isti-tuita. È detto: «A voi do l'autorità... e le porte dell'inferno non avranno il soprav­vento su di lei».

    NIKOLAJ IVAVOVIČ           Non è mica detto in questo senso. Ma an­che se riconoscessi che Cristo ha fondato una chiesa, che cosa mi dimostra che questa chiesa è la vostra?

    GERASIM        Le sue parole. È detto: «Dove due o tre di voi si riu­niranno in mio nome...».

    NIKOLAJ IVAVOVIČ           Anche questo non c'entra niente e non di­mostra niente.

    GERASIM        Ma come si fa a non riconoscere la chiesa? Solo lei dispone della grazia.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ           Io non l'ho ripudiata finché non mi sono persuaso che quello che sostiene è tutto il contrario del cristianesimo.

    GERASIM        La chiesa non si può sbagliare, perché la verità è soltanto nella chiesa. Cadono in errore quelli che si sono allontanati da lei, ma la chiesa è santa.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ          Ve l'ho già detto. Questo non lo voglio ri­conoscere. E non voglio perché nel Vangelo è detto: li co­noscerete dalle loro opere, li conoscerete dai loro frutti. Io ho cono-sciuto una chiesa che benedice il giuramento. L'o­micidio. Le forche.

    GERASIM      La chiesa riconosce e consacra le autorità costi­tuite da Dio.

(Durante questo dialogo entrano a poco a poco Stepa, Ljuba, Lizan'ka, Tonja, Boris, Aleksandra Ivanovna, si si­stemano qua e là e si mettono ad ascoltare)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ         Io so solo che nel Vangelo è detto: non uc­cidere. Di più: non essere in collera. Ma la chiesa benedice gli eserciti. Nel Vangelo è detto: non giurare. Ma la chiesa acconsente al giuramento. Nel Vangelo è detto...

    GERASIM           Permettete, quando Pilato dice: «Ti scongiuro per il Dio che vive», Cristo, quando dice: «Sono io», lo ammette che si può giurare.

NIKOLAJ IVAVOVIČ          Ma cosa dite. Questo è ridicolo.

GERASIM           Ecco perché la chiesa non consente ai singoli di in­terpretare il Vangelo: perché non cadano in errore. La chiesa si prende cura delle proprie creature come una ma­dre, e l'inter-pretazione la dispensa tenendo conto delle loro forze. No, fatemi finire. La chiesa non impone ai suoi figli pesi superiori alle loro forze, ma esige che si osservino i comandamenti: ama, non ucci-dere, non rubare, non for­nicare.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ         Sì, non uccidere me. E non rubare a me, quello che io ho rubato agli altri. Tutti noi il popolo lo ab­biamo derubato, gli abbiamo rubato la terra, e poi ab­biamo istituito una legge - la legge che dice: non rubare. E la chiesa benedice tutto questo.

    GERASIM      È la tentazione. È la superbia della mente che parla in voi. Bisogna dominarla, la su-perbia della propria mente.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ         Lasciamo stare. Io vi chiedo una cosa: come mi devo comportare, secondo la dottrina cristiana, se conosco il mio peccato? Io sono uno che ha rapinato il popolo. Io sono uno che, con la terra, lo ha ridotto in ser­vitù. Come mi devo comportare? Devo continuare a te­nermela, la terra, e a ricavare qualcosa dal lavoro di gente che ha fame, per farne poi questo uso? (Indica il servo che porta la colazione e il vino) Odevo restituirla, la terra, a quelli a cui l'hanno tolta i miei avi?

     GERASIM      Vi dovete comportare come è tenuto a comportarsi un figlio della chiesa. Avete una famiglia. Dei figli. Dovete rispettare i vostri obblighi e allevarli decorosamente e con la dignità do-vuta al loro rango.

NIKOLAJ IVAVOVIČ          Perché?

      GERASIM      Perché è Dio che vi ha messo in questa condizione. E se volete far del bene, fate del bene e date una parte, delle vostre proprietà. E visitate i poveri.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ          È detto, ed è detto a un giovane ricco, che per un ricco le porte del regno dei cieli non si possono aprire. Come mai?

GERASIM      È detto, se vuoi essere perfetto.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ         E se io voglio esserlo? Il Vangelo dice: siate perfetti come il padre vostro che è nei cieli.

GERASIM      Bisogna anche cercar di capire a che scopo è detto.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ          Io cerco anche di capire che cosa dice il di­scorso della montagna. Mi sembra semplice. Mi sembra chiaro.

GERASIM      La superbia della mente.

NIKOLAJ IVAVOVIČ          Ma quale superbia. Lo dice il Vangelo. Quello che è nascosto ai sa-pienti, è chiaro ai bambini.

GERASIN      È chiaro agli umili. Non ai superbi.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ          Chi è superbo qui? Io che mi considero un uomo come tutti, e che pertanto deve vivere del suo lavoro come tutti, povero come i miei fratelli. O invece quelli che si ritengono uomini straordinari: preti che conoscono tutta la verità. Che non si possono sbagliare mai. E che in­terpretano le parole di Cristo a modo loro?

    GERASIM  (Risentito)       Perdonate, Nikolaj Ivanovič, io non sono venuto per decidere qui con voi chi ha ragione e chi ha torto, né per sentire una predica. Sono venuto su pre­ghiera di Aleksandra Ivanovna per intrattenermi un po' con voi. Voi sapete tutto meglio di me, e perciò è meglio che io sospenda questa conversazione. Soltanto, vi sup­plico per l'ultima volta: in nome di Dio, ripensateci. Voi vi sbagliate profondamente, e vi rovinate. (Si alza)

MAR'JA IVANOVNA     Volete mangiare qualcosa?

GERASlN      Vi ringrazio. (Esce con Aleksandra Ivanovna)

SCENA TREDICESIMA  (Mar’ja Ivanovna, la principessa, Nikolaj Ivanovič, il prete e Boris)

MAR'JA IVANOVNA  (Al prete)      E allora? come è andata?

IL PRETE        È andata che secondo me Nikolaj Ivanovič ha detto delle cose giuste, e padre Gera-sim non aveva argomenti.

    LA PRINCIPESSA    Non ha avuto modo di parlare e soprattutto non gli è piaciuto che si facesse una specie di torneo. Tutti che ascoltavano. Si è allontanato per la sua modestia.

  

    BORIS        Di modestia io ne ho vista poca. E tutto quello che di­ceva sapeva di falso. Era del tutto        

    evidente, che non aveva niente da dire.

    LA PRINCIPESSA      Vedo proprio che tu, con le tue eterne in­quietudini, ora cominci a trovarti completamente d'ac­cordo con Nikolaj Ivanovič. Se la vedi così, non ti devi spo­sare.

    BORIS         Dico solo che quello che è vero è vero. E non posso non dirlo.

    LA PRINCIPESSA        Tu sei uno che di queste cose non ne può parlare.

BORIS         Perché?

    LA PRINCIPESSA      Perché sei povero. Non hai niente, da dare agli altri. E poi tutta questa storia, non sono fatti nostri. (Esce. Dopo di lei escono anche gli altri, tranne Nikolaj Ivanovič e Ma’ ja Ivanovna)

SCENA QUATTORDICESIMA  (Nikolaj Ivanovič  e Mar’ja Ivanovna)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Sta seduto e pensa. Poi sorride dei pro­pri pensieri)   Maša, ma perché? Perché hai fatto venire questo patetico uomo con i pensieri in disordine? Perché questa donna che parla a voce alta e questo prete pren­dono parte alla nostra vita più intima? Possibile che le no­stre faccende non ce le possiamo sistemare da soli?

     MAR'JA IVANOVNA     Ma cosa devo fare, se tu decidi di lasciare i tuoi figli senza niente? Non posso mica dirmi sopporta con calma. Lo sai, che non sono interessata. Per me, non ho bisogno di nulla.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Lo so, lo so. Ti credo. Ma lo sai qual è il guaio? Il guaio è che tu non credi né alla verità - io lo so. La verità tu la vedi. Ma non hai ancora deciso di crederci - e allora non credi né alla verità, né a me. Però credi a tutta questa folla che abbiamo intorno. Credi alla princi­pessa. E a tutti gli altri.

    MAR'JA IVANOVIVA     Io credo in te. Ho sempre creduto in te. Ma quando tu vuoi mettere i tuoi figli su una strada...

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Quando dico che non mi credi, parlo di questo. Ma tu pensi che non abbia lottato con me stesso? Che non abbia avuto paura? Ma poi, mi sono convinto che è una cosa che non solo si può fare, ma si deve fare, che è l'unica cosa che si deve fare. E per i nostri figli è un bene. Tu dici sempre che se non ci fossero i figli mi seguiresti. Io dico un'altra cosa. Se non ci fosse-ro i figli, potremmo con­tinuare a vivere come viviamo. Faremmo solo il nostro male. E invece noi facciamo anche il loro.

    MAR'JA IVANOVIVA     Bene. Che cosa devo fare, se non riesco a capire?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             E io, che cosa devo fare? Lo so bene per­ché avete fatto venire quel-l'uomo patetico, vestito a festa con la sua sottana e la croce, e perché Alina ha portato qui un notaio. Voi volete che passi la proprietà a te. Non posso. Lo sai, ti ho amata per vent'anni della nostra vita, ti amo e ti voglio bene. È per questo che non ti posso met­tere la firma. Se devo mettere una firma, la metto per quelli che la proprietà se la son vista portar via. I conta­dini. Per cui non posso. La devo restituire a loro. Sono contento che c'è un notaio. Questa cosa la devo proprio fare.

      MAR'JA IVANOVIVA     È una cosa cattiva, cattiva... Ma perché?  Se pensi che è peccato, dalla a me. (Piange) Tiprego.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Non sai quello che dici. Se la do a te, poi non ci posso rimanere con te, me ne devo andare. Non posso continuare a vivere qui e vedere che non sono più io. Che è in tuo nome, che si spremono i contadini come limoni e li si mette in prigione. Scegli.

     MAR'JA IVANOVIVA     Ma come fai a essere così spietato? Che cristianesimo è? Questa è malva-gità. Non posso vivere come vuoi tu. Non posso levare ai miei figli per dare a uno qualsiasi. E tu mi vuoi lasciare per questo. Va bene, la­sciami. Vedo che non mi ami più. E so anche perché.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Va bene. Firmo. Però Maša, tu mi chiedi troppo. (Si avvicina al tavolo, firma) L'hai voluto tu. Questa non è una vita che posso fare. (Esce)

Sipario

ATTO TERZO

(L'azione si svolge a Mosca. Una grande stanza con un banco da falegname, un tavolo con delle carte, uno scaffale con dei libri, uno specchio e un quadro. La stanza è piena di assi di legno)

SCENA PRIMA  (Nikolaj Ivanovič e un falegname. Nikolaj Ivanovič con un grembiule lavora al banco. Pialla un asse)

NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Mostra un asse)                Vado bene così?

IL FALEGNAME       Non troppo. Ci vuole più coraggio, tutto qua.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             È vero, più coraggio, non sarebbe male. Ma non mi riesce ancora.

     IL FALEGNAME       Ma cosa se ne fa poi vostra grazia del mestiere di falegname? Di noialtri qua ne hanno scodellati mai tanti, che si fa fatica a trovare una scodella.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Si rimette a lavorare)     Mi vergogno a vi­vere senza far niente...

     IL FALEGNAME     È quello che vi tocca. Dio vi ha dato una pro­prietà.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             È proprio questo il punto. Io credo che Dio non ci abbia dato proprio un bel niente. Sono gli uomini che prendi, arraffa... e l'hanno tolto ai propri fratelli.

    IL FALEGNAME   (Perplesso)      Così va il mondo. Ma saperlo non vi serve a nulla.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Capisco. Vi sembra strano vedere che in una casa come questa, dove c'è tanto superfluo, c'è uno come me, che si vuole guadagnare da vivere.

    IL FALEGNAME  (Ride)        No, perché? I signori, è regolare. Vo­gliono provare tutto. Ecco, ora passate la pialla.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Voi non ci crederete, riderete, però vi dico che prima vivevo in questo modo, e non mi vergognavo. Ma ora credo a quello che dice Cristo, che siamo tutti fra­telli, e mi vergogno, di vivere in questo modo.

     IL FALEGNAME       Se c'è questo problema della vergogna, date via tutto.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ   È quello che volevo fare, ma non ci sono riuscito. Ho lasciato tutto a mia moglie.

IL FALEGNAME       È più forte di voi. Vi ci inchioda l'abitudine.

DIETRO LA PORTA UNA VOCE       «Papà, si può?».

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Si può, si può. Sempre, si può.

SCENA SECONDA  (Gli stessi e Ljuba)

LJUBA   (Entra)          Buon giorno, Jakov.

IL FALEGNAME       Che Dio vi conservi, signorina.

    LJUBA     Boris è partito per il reggimento. Io ho paura che una volta che è là faccia qualcosa. O dica qualcosa. Cosa pensi?

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Cosa vuoi che pensi. Farà quello che si sente di fare.

      LJUBA     Questa è una cosa terribile. Aveva già così poco. E ora si rovina del tutto. Così, di colpo.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ha fatto bene, a non venire da me. Lui lo sa. Non gli posso dire nien-te di diverso da quello che sa già lui per primo. È stato lui a dirmelo, che vedeva solo una strada davanti a sé: le dimissioni. Perché aveva capito due cose. Che non esiste attività più violenta crimi-nale e ot­tusa di questa - alla fine che scopo ha? uno solo: ucci­dere... E che non esiste niente di più vile e di più umi­liante, che sottomettersi in tutto e per tutto e ciecamente al primo venuto, solo per-ché è più alto in grado. Tutto que­sto, lui lo sa.

    LJUBA     Ho paura proprio di questo. Che lo sappia. E che vo­glia fare qualcosa.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Lo deciderà la sua coscienza, e quel Dio che è in lui. Se fosse venuto da me, gli avrei dato solo un consiglio: una cosa la devi fare, solo se è tutto il tuo essere che ti chie-de di farla. Ma se te lo chiedono solo i tuoi ra­gionamenti, non fare nulla. Se no, non c'è niente di peg­gio. Prendi me. Io volevo fare come ordina Cristo: lasciare il padre, la moglie, i figli, e seguirlo. E me n'ero quasi an­dato. E come è andata a finire? È andata a finire che sono tornato, e vivo con voi in città, nel lusso. Perché volevo fare una cosa al di sopra delle mie forze. E ne è venuta fuori questa mia situazione umiliante, assurda. Io voglio vivere semplicemente. Voglio lavorare. Ma in questo am­biente, con i servi che ti aprono le porte e servitori per tutta la casa, ne viene fuori un non so che di lezioso. E ora Jakov Nikanorovič, lo vedo, ride di me...

    IL FALEGNAME      Di cosa volete che rida. Voi mi pagate. Mi date il mio piccolo tè. Vi devo rin-graziare.

LJUBA      Mi chiedo, se non è il caso che vada da lui.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Bambina mia, lo so, che è una cosa che ti opprime, e che hai paura, anche se non c'è niente di cui aver paura. Io sono un uomo che la vita l'ha capita. Non esistono le sventure. Tutto quello che sembra una sven­tura, serve solo a riscaldare il cuore. I giorni del lutto, per l'anima sono giorni di festa. Ma tu cerca di capire solo una cosa: che un uomo, che si è messo per questa strada, prima o poi ha davanti a sé una scelta. E ci sono delle si­tuazioni in cui la bilancia del bene e del male pende ora da una parte, e ora dall'altra, ma di poco, come se fosse inde­cisa. E qui si compie la più grande opera di Dio. E qui, un altro che interviene fa una cosa pericolosa e in-quietante, e che è solo un tormento in più. È come dire che c'è un uomo che fa degli sforzi terribili per trascinare un peso. Se lo tocchi con un dito gli puoi spezzare la schiena.

LJUBA      Ma perché si deve soffrire?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             E la donna che diventa madre dice: ma perché si deve soffrire? Niente viene al mondo senza do­lore. E anche nella vita dello spirito, è lo stesso. Ti dico solo una cosa. Boris è un vero cristiano, e per questo è un uomo libero. E se tu non puoi ancora essere come lui, se non puoi credere in Dio come lui, lo puoi fare attraverso di lui. Credi in lui e credi in Dio.

MAR'JA IVANOVNA  (Da dietro la porta)      Si può?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Sempre si può. Guarda che serata che c'è ora da me.

SCENA TERZA  (Gli stessi e Mar’ja Ivanovna)

      MAR'JA IVANOVNA        È venuto il nostro prete, il nostro Vasilij Nikanorovič. Sta per andare dal vescovo, ha rinunciato alla parrocchia.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Che cos'è questa storia?

      MAR'JA IVANOVNA        Èqui. Ljuba, lo vai a chiamare? Ti vuole vedere.

(Ljuba esce)

SCENA QUARTA  (Gli stessi meno Ljuba)

      MAR'JA IVANOVNA        E poi, ti volevo parlare di Vanja. Si com­porta in un modo... Da mettersi le mani nei capelli. E quanto a studiare, non lo promuovono nemmeno per so­gno. Ho provato a parlargli. Ma risponde male.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Maša, tu lo sai. Io non ho in grande simpa­tia tutta questa vostra ma-niera di vivere. E anche la loro educazione. Per me è una questione penosa. Ho il diritto di stare a guardare, mentre si rovinano sotto ai miei oc­chi?

     MAR'JA IVANOVNA       Qui ci vuole qualcos'altro. Qualcosa di pre­ciso. A te cosa viene in mente?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Di preciso, non lo so. Dico solo una cosa, la prima: ci si deve liberare, da tutto questo lusso. Cor­rompe.

    MAR'JA IVANOVNA        Per farne dei contadini? Non lo posso ac­cettare.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Quand'è così, non venirmi a fare do­mande. Quello che ti lascia l'a-maro in bocca, non è che ca­pita per caso. E questo, è il suo sapore.

(Entra il prete. Lui e Nikolaj Ivanovič si baciano)

SCENA QUINTA  (Gli stessi, il prete e Ljuba)

NIKOLAJ IVAVOVIČ             L'avete fatta finita? Sul serio?

IL PRETE        Non ce la facevo più.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Così presto, non me l'aspettavo.

    IL PRETE        Non si può. Nel nostro mestiere non si può, far finta di niente. Devi confessare, dare la comunione, e quando cominci a pensare che tutto questo non ha niente a che vedere con la verità...

NIKOLAJ IVAVOVIČ             E ora?

    IL PRETE        Ora, vado dal vescovo. Mi devono esaminare. Ho paura che mi deporteranno alle Soloveckij. Pensavo di scappare all'estero, e volevo chiedere il vostro aiuto, poi ho cambiato idea. Io ho un'anima da poco. Ho solo una cosa in testa, mia moglie.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Lei dov'è?

    IL PRETE        È andata da suo padre. Sua madre, era da noi, e ha portato via il bambino. Queste sono cose che fanno male. Avrei voluto tanto che... (Si interrompe. Trattiene le la­crime)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Che Dio vi aiuti. Come si fa, vi fermate da noi?

SCENA SESTA  (Gli stessi e la principessa)

    LA PRINCIPESSA  (Irrompe nella stanza)       Non vedevano l'ora, tutti quanti. È andato a dire di no, e l'hanno messo agli ar­resti. Ci sono andata subito, ma non mi hanno lasciato passare. Nikolaj Ivanovič, andateci voi.

LJUBA    Èandato a dire di no. Ma voi come fate a saperlo?

    LA PRINCIPESSA      Ci sono stata di persona. Mi ha raccontato tutto Vasilij Andreevič. Lui fa parte dell'apparato. Tempo di arrivare lì dentro, e aveva già dichiarato che il soldato no, non lo voleva fare, e che giurare no, non voleva giu­rare. Sicuro. Tutto quello che gli ha insegnato Nikolaj Iva­novič.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Principessa. Lo pensate davvero che que­ste sono cose che si possono insegnare?

    LA PRINCIPESSA       Io non lo so. Io so soltanto che il cristiane­simo, non è questa cosa qui. O magari no... E il cristiane­simo è questo. Ditemelo almeno voi, padre.

IL PRETE        Non lo sono più padre.

    LA PRINCIPESSA      Va bene, fa lo stesso. Tale e quale, anche voi. Si vede che vi fa comodo. No, io questa cosa non ve la la­scio passare così. Ma che cristianesimo maledetto è? Un cristianesimo che consuma le persone... E poi le annienta. Io lo odio, questo vostro cristianesimo. Voi vi ci trovate bene, perché sapete che non vi può toccare nessuno. Ma io avevo solo un figlio. E voi l'avete rovinato.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Calmatevi, principessa.

    LA PRINCIPESSA        Siete voi. Siete voi, che l'avete rovinato. Voi l'avete rovinato, voi ora lo do-vete salvare. Muovetevi. An­date a convincerlo, che la smetta con queste stupidaggini. Queste cose le possono fare i ricchi. Noi no.

LJUBA (Piange)       Papà, che cosa possiamo fare?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Vado. Può darsi che serva a qualcosa. (Si toglie il grembiule)

    LA PRINCIPESSA  (Lo aiuta a rivestirsi)      Non mi hanno fatto passare. Ma ora ci andiamo insieme. E ora vediamo se non ci riesco.

(Escono)

Sipario

CAMBIA LA SCENA

Un ufficio. Uno scrivano, seduto. Una sentinella che cam­mina avanti e indietro davanti a una porta sul lato opposto. Entra un generale con un aiutante. Lo scrivano si alza di scatto, il soldato fa il saluto)

SCENA PRIMA  (Il generale, l'aiutante e lo scrivano)

IL GENERALE        Il colonnello dov'è

LO SCRIVANO      È andato dalla recluta, Vostra eccellenza.

Ah. Bene. Pregatelo di venire qua da me.

LO SCRIVANO      Agli ordini, Vostra eccellenza.

     IL GENERALE         Questa che ricopiate, non sarà mica la deposi­zione della recluta?

LO SCRIVANO       Signorsì.

IL GENERALE         Date qua.

(Lo scrivano consegna le carte ed esce)

 

SCENA SECONDA  (Gli stessi meno lo scrivano)

IL GENERALE  (Porge le carte all'aiutante)      Leggete, prego.

     L'AIUTANTE  (Legge) «Aiquesiti a me posti sui seguenti punti: 1) per quale motivo mi rifiuto di prestare giuramento, 2) per quale motivo mi rifiuto di mettere in atto quanto mi è stato chiesto dal governo, e 3) cosa mi abbia indotto a pro­nunciare parole oltraggiose non solo per chi esercita il me­stiere delle armi, ma anche nei confronti della autorità su­prema, rispondo. Alprimo quesito: mi ri-fiuto di prestare giuramento, perché seguo la dottrina di Cristo. Dalla dot­trina cristiana il giura-mento è apertamente e recisamente proibito. Vedi sia Matteo V, 33-38, che l'epistola di Gia­como V,12».

IL GENERALE     E discutono anche. Interpretano.

    L'AIUTANTE (Continua a leggere)    « È detto nel Vangelo: "non giurate mai. Ma le vostre parole siano: sì, sì, no, no. Le al­tre parole vengono dal maligno". E nell'epistola di Gia­como: "Prima di tutto, fratelli miei, non giurate né sul cielo, né sulla terra, e in nessun altro modo. Usate solo que­ste parole: sì, sì e no, no, se non volete cadere in danna­zione". E non basta che nel Vangelo si prescriva con una tale precisione di non giurare. Se anche così non fosse, non potrei lo stesso giurare di com-piere la volontà degli uomini, perché secondo la legge che Cristo ci ha dato, devo sempre compiere la volontà di Dio. E la volontà di Dio può anche non essere in armonia con la volontà degli uomi-ni».

    IL GENERALE      E discutono anche. Se davano retta a me, non c'era niente di tutto questo.

    L'AIUTANTE (Legge)    «Alsecondo quesito. Mi rifiuto di esau­dire le richieste degli uomini che chiamano se stessi go­verno, perché...».

IL GENERALE      Che insolenza!

    L'AIUTANTE         «... perché queste richieste sono malvagie e cri­minali. Da me si esige che entri nell'esercito, e mi prepari e mi addestri a uccidere. Ma questo mi è proibito sia dal Vecchio che dal Nuovo Testamento. E soprattutto dalla mia coscienza. Alterzo quesito...».

(Entrano il colonnello e lo scrivano. Il generale stringe la mano al colonnello)

SCENA TERZA  (Gli stessi, il colonnello e lo scrivano)

IL COLONNELLO     Leggete la deposizione?

     IL GENERALE    Esatto. Qui ci sono parole tanto insolenti da non avere scusanti. Forza, continuate.

    L'AIUTANTE      «Al terzo quesito: che cosa mi ha indotto a pro­ferire in questi uffici parole oltrag-giose, rispondo che mi ha indotto il desiderio di servire Dio, e di smascherare una frode, che si compie in suo nome. Questo desiderio spero di conservarlo sino al giorno della mia morte. E per­tanto... ».

    IL GENERALE      E Bene, basta. Non si possono ascoltare in eterno tutte queste chiacchiere. Qui la questione è una sola. Estirpare. E far sì che non corrompa gli altri. (Al colon­nello) Gliavete parlato?

    IL COLONNELLO     Non ho fatto che parlargli. Ho fatto appello alla sua coscienza. Ho cercato di convincerlo che per lui si mette male, e non ne ricaverà niente. E ho chiamato in causa la sua fami-glia. Era molto turbato, ma continuava a ripetere i suoi argomenti.

    IL GENERALE      Parole al vento, le vostre. Noi siamo soldati. E un soldato non discute, esegue. Fatelo venire qua.

(L'aiutante e lo scrivano escono)

SCENA QUARTA  (Il generale e il colonnello)

    IL GENERALE (Si siede)               Nossignore, colonnello. Non ci siamo. Con signorini di questo tipo, non è questo il modo di trattare. Qui ci vogliono misure drastiche. C'è una can­crena? Si taglia. Se no, una pecora con la rogna, tutte le pecore con la rogna. Qui non si possono far troppe cerimo-nie. È un principe, ha una madre, ha una fidanzata... non ci riguarda, tutto questo non ci riguarda. Davanti a noi è un soldato. E noi dobbiamo eseguire quello che è stato deciso molto più in alto di noi.

    IL COLONNELLO      Mi limito a osservare che con i modi della persuasione è più facile insinuare qualche dubbio.

    IL GENERALE     Per niente. Con una volontà di ferro. Unica­mente con una volontà di ferro. Ne ho avuti io, di questa specie, ne ho avuti. Si deve sentire la nullità che è. Si deve sentire come un gra-nello di sabbia sotto la ruota del carro. Un carro che lui non può fermare.

IL COLONNELLO      Vero, si può provare anche questa strada.

    IL GENERALE (Comincia a scaldarsi)            Non c'è niente da pro­vare. Io non devo provare niente. Sono quarantaquattro anni che servo il mio sovrano, tutta la mia vita l'ho consa­crata a questo servi-zio, e di punto in bianco viene un ra­gazzino a farmi la lezione? E mi tocca rimettermi a stu­diare i te-sti sacri? Vada a fare il filosofo con i preti. Con me la questione è una sola: o è un soldato o è un car-cerato. E non c'è altro da dire.

(Entra Boris con due soldati di scorta, dietro di lui l'aiu­tante e lo scrivano)

SCENA QUINTA  (Gli stessi, Boris con i due soldati di scorta, l'aiutante e lo scrivano)

IL GENERALE(Indica col dito)          Mettetelo qui.

BORIS      Me non mi mettono da nessuna parte. Sto in piedi o mi siedo dove mi pare. Perché io della vostra autorità su di me...

    IL GENERALE      Silenzio! Non riconosci la mia autorità? Ti co­stringerò a riconoscerla.

BORIS  (Si siede su una sedia)       Fate male a gridare.

IL GENERALE      Tiratelo su. Mettetelo là.

(I soldatii sollevano di peso Boris)

     BORIS      Questo lo potete fare. E potete anche uccidermi. Ma non mi potete costringere a ubbi-dirvi.

IL GENERALE      Silenzio, ho detto! Ascolta quello che ti dico.

      BORIS      Non ne ho proprio voglia di ascoltare quello che dici tu. Tu.

      IL GENERALE      Ma questo è pazzo. Bisogna portarlo in ospe­dale. In osservazione. Non c'è altro da fare.

    IL COLONNELLO      C'era l'ordine di farlo interrogare al comando della gendarmeria.

    IL GENERALE      E il problema qual è? Mandatecelo. Ma vestito da soldato.

IL COLONNELLO      Non si lascia vestire.

   

    IL GENERALE   (A Boris)     Ascoltate quello che vi dico. Quello che ne sarà di voi, non cambia cer-to la mia vita. Ma ve lo con­siglio per voi stesso: tornate sulle vostre decisioni. Finire­te in qualche fortezza, e di voi non si saprà più nulla, spa­rito... E non ne avrete ricavato niente per nessuno. Lasciate perdere. Sì, lo so. Vi sono venuti i cinque minuti. Anche a me sono venuti i cinque minuti. (Batte con la mano sulla sua spalla) Ora prendete e andate a giurare. E lasciate per­dere queste matta-ne. (All'aiutante) Ilpadre è qui? (A Bo­ris) Eallora. Che si fa? (Boris tace) Come mai non rispon­dete? Ma in fondo, è la cosa migliore che potete fare. Con­tro la forza, la ragione non vale. Questi vostri pensieri ve li tenete per voi, e rimanete sotto le armi. Noi non è che vi costringiamo. E allora. Che cosa abbiamo deciso?

BORIS      Non ho più niente da dire. Ho già detto tutto.

    IL GENERALE      Voi qua scrivete che nel Vangelo c'è il versetto tal dei tali, il tal'altro... Di queste cose i preti se ne inten­dono. Fatevi due chiacchiere col nostro padre e poi pen­sateci sopra. È la cosa migliore che si può fare. Addio. Spero di rivedervi quando vi potrò dire: bravo. È il nostro zar, che servi sotto le armi. Mandategli il padre. (Esce, dopo di lui escono anche il colonnello e l'aiutante)

SCENA SESTA  (Boris, lo scrivano e i soldati)

    BORIS  (Allo scrivano e ai soldati)      Lo avete visto come par­lano? Loro sono i primi a saperlo, che vi imbrogliano. Non lasciatevi incantare. Lasciate cadere per terra i fucili. An­datevene via. E anche se vi frustano a morte in una com­pagnia di disciplina, sempre meglio che fare i servi di que­sti impo-stori.

    LO SCRIVANO         Come no. E poi magari ci troviamo che non ci sono più i militari? Un mondo senza militari non sta in piedi.

    BORIS      Non sono queste le domande che ci dobbiamo fare. Noi ci dobbiamo chiedere cosa vuole da noi Dio. E Dio vuole che noi...

     UNO DEI SOLDATI      E come la mettiamo quando dice: « I soldati di Cristo»...

    BORIS      Non lo dice da nessuna parte. Se lo sono inventato gli impostori.

      IL SOLDATO     Come è possibile? I vescovi se ne sarebbero ac­corti.

(Entra un ufficiale della gendarmeria con uno scrivano)

SCENA SETTIMA  (Gli stessi, l'ufficiale della gendarmeria e lo scrivano)

    UFFICIALE GENDARMERIA (Allo scrivano)     Èqui che è tratte­nuta la recluta principe Čeremšanov?

LO SCRIVANO       Signorsì. Eccolo.

    UFFICIALE GENDARMERIA          Prego, venite qui. Siete voi il prin­cipe Boris Aleksandrovic Čeremšanov, che si è rifiutato di prestare giuramento?

BORIS     In persona.

     UFFICIALE GENDARMERIA (Si siede e indica il posto davanti a sé)      Prego, sedetevi.

      BORIS     Io penso che la nostra conversazione sarà completa­mente inutile.

    UFFICIALE GENDARMERIA        Io penso di no. Almeno per voi inu­tile non lo sarà. Vi prego di considerare la questione. Vengo informato che voi vi rifiutate di giurare e di fareil soldato. Esiste pertanto l'eventualità, che voi apparteniate a un partito rivoluzionario. E questo è precisamente il punto su cui io devo fare qualche piccola indagine. Se c'è qualche fondamento, ci vedremo costretti a portarvi via dall'esercito e a mettervi in una prigione. O a mandarvi in esilio. Dipende tutto da quanto. Rivoluzionario sì, ma quanto? Se invece la cosa non vi riguarda, vi lasceremo alle autorità militari. Vi prego di considerare che io con voi mi esprimo sinceramente. Spero che per ricambiare voi userete nei nostri confronti un comportamento ispi­rato alla fiducia.

    BORIS      Fiducia in uomini che portano la divisa che avete in­dosso, in primo luogo non ne posso avere. E in secondo luogo per le mansioni che dovete sbrigare voi, io rispetto non ne provo. Mi fan-no solo schifo. Detto questo, non è che mi rifiuti di rispondere alle vostre domande. Che cosa volete sapere?

    UFFICIALE GENDARMERIA     Per cominciare, prego: il vostro nome, condizione e fede religiosa.

    BORIS     Queste cose le sapete già tutte. Non intendo rispon­dere. C'è un unica questione che per me è molto impor­tante: io non sono un cosiddetto ortodosso.

UFFICIALE GENDARMERIA      Di che fede, allora.

BORIS     Una risposta precisa non ce l'ho.

UFFICIALE GENDARMERIA      E una meno precisa?

BORIS      Come volete. Cristiano. Testo sacro, il discorso della montagna.

    UFFICIALE GENDARMERIA (Allo scrivano)        Scrivete. (A Boris) Però, in ogni caso lo ammettete di appartenere a uno stato? A una classe?

BORIS      No, non lo ammetto. Ammetto di essere un uomo. E un servo di Dio.

UFFICIALE GENDARMERIA     Fate parte dello Stato russo. E non lo volete riconoscere. Come mai?

BORIS      Perché non riconosco nessuno Stato.

UFFICIALE GENDARMERIA        Non riconosco. Che significa? Ne de­siderate la distruzione?

BORIS      Non ci sono dubbi, che la desidero. E lavoro per que­sto.

UFFICIALE GENDARMERIA (Allo scrivano)    Scrivete. (   A Boris)    E questo lavoro, per quali vie?

    BORIS       Le frodi, le smaschero. Le menzogne, le smaschero. E diffondo la verità. Poco fa, quando siete entrato, io dicevo a questi soldati che la devono smettere di credere all'im­broglio, in cui sono stati attirati.

   UFFICIALE GENDARMERIA      Ma a parte quest'opera di denuncia, di persuasione... vi risulta che ci sono anche mezzi di qualche altro tipo?

     BORIS      No. Non mi risulta. Mi risulta soltanto che ogni vio­lenza è il più grande dei peccati. E non solo la violenza. Ma anche dissimulare, non agire alla luce del sole...

    UFFICIALE GENDARMERIA(Allo scrivano)    Scrivete. Bene. Ora se permettete qualche domanda sulle vostre conoscenze. Ivačenkov lo conoscete?

BORIS      No.

UFFICIALE GENDARMERIA      E Klejn?

BORIS      Ne ho sentito parlare. Ma non l'ho mai incontrato.

(Entra un prete)

SCENA OTTAVA  (Gli stessi e il prete)

     UFFICIALE GENDARMERIA         Penso di aver finito. Le mie conclu­sioni, per come vi vedo io... Non pericoloso. Non di nostra competenza. Vi auguro di tornare libero al più presto. I miei rispetti. (Gli stringe la mano)

     BORIS      Vi vorrei dire una cosa. Mi dovete scusare, ma ve la devo dire. Perché vi siete scelto questo lavoro infame e che avvelena il cuore? Io vi consiglierei di lasciarlo.

     UFFICIALE GENDARMERIA  (Sorride)       Grazie per il consiglio. Ma ho i miei motivi. I miei ri-spetti. Padre, vi cedo il posto. (Esce con lo scrivano)

SCENA NONA  (Gli stessi, meno l'ufficiale della gendarmeria e il suo scri­vano)

    IL PRETE       Ma come mai procurate tanti dispiaceri alle nostre autorità, e non volete compiere il vostro dovere di cri­stiano, che è quello di servire lo zar e la patria?

BORIS  (Sorride)        Io lo voglioproprio compiere il mio dovere di cristiano. È per questo che non voglio fare il soldato.

    IL PRETE         Ma perché non lo volete? È detto: «Da' la vita per il prossimo tuo» per cui un vero cristiano...

    BORIS      Vero: da' la tua vita. Non: toglila a un altro. Io non vo­glio fare niente di diverso. La mia vita, eccola qua.

IL PRETE        Voi volete giudicare, giovanotto, e non ne siete in grado. Ma Giovanni Battista, quando disse ai soldati...

BORIS (Sorride)            Questo prova soltanto che anche a quei tempi i soldati rubavano. E non gliel'aveva ordinato lui.

IL PRETE        E invece perché non volete giurare?

BORIS      Lo sapete. È proibito dal Vangelo.

    IL PRETE        Quando mai. Se no, come la mettiamo? Quando Pi­lato diceva: «Ti scongiuro in nome del Dio che vive, sei tu Cristo?» il nostro signore Gesù Cristo lo dice a chiare let­tere: «Quel Cristo sono io». Il che significa che il giura­mento non è proibito.

BORIS      Possibile che non vi vergognate? Alla vostra età.

    IL PRETE        Non vi ostinate, date retta a me. Non tocca a noi ri­fare il mondo. Ora voi vi decidete a giurare, e le acque si calmano. E cosa è peccato, e cosa non lo è, lasciate che sia la chiesa a stabi-lirlo.

     BORIS      Come dire voi. Ma possibile che non vi faccia orrore? Prendere su di voi tutti questi peccati?

      IL PRETE        Ma quale peccato? Sono stato educato in una fede devo dire salda, e ho passato trent'anni a fare il prete. In me non ci può essere peccato.

    BORIS       E chi se lo prende il peccato, che fate voi, quando in­gannate così tanti uomini? Che cos'hanno in testa, eh? E chi ce l'ha messo? (Indica la sentinella)

IL PRETE        Queste cose non ci mettiamo a giudicarle insieme a voi, giovanotto. A noi si addice ubbidire ai superiori.

    BORIS       Lasciatemi da solo. Uno come voi mi fa pena. Uno come voi, lo confesso, anche solo starlo a sentire mi fa ve­nir la nausea. Se eravate come quel generale, ancora an­cora. Ma voi venite qua con la croce, con il Vangelo e in nome di Cristo. Per convincermi a rinnegare Cristo. An­date via. (Si agita) Andate via, lasciatemi stare, Andate via. Portatemi in un posto dove non veda più nessuno. Sono stanco. Stanco da morire.

IL PRETE         Se la mettete in questo modo, addio.

(Entra l'aiutante)

SCENA DECIMA  (Gli stessi e l'aiutante. Boris seduto in fondo)

L'AIUTANTE      A che punto siamo?

     IL PRETE             C'è un fondo di grande caparbietà. E poca disci­plina.

     L'AIUTANTE      Il che vuol dire che non è disposto a giurare, e a fare il soldato?

IL PRETE             Mai e poi mai.

L'AIUTANTE      In tal caso, bisogna portarlo in ospedale.

    IL PRETE         E trattarlo come un malato. Certo, è la soluzione che conviene di più. Se no è un esempio che può mettere in testa strane idee.

    L'AIUTANTE      In osservazione. Reparto malati di mente. L'or­dine è questo.

IL PRETE          Si capisce. I miei rispetti. (Esce)

SCENA UNDICESIMA  (Gli stessi meno il prete)

    L'AIUTANTE (Si avvicina a Boris)       Prego. Mi è stato ordinato di portarvi via.

BORIS      E dove?

    L'AIUTANTE      Ora come ora, in ospedale. Starete più tranquillo e avrete tutto il tempo di pensar-ci su.

    BORIS       Ci ho pensato su anche prima e da un bel po'. Ma che importa. Andiamo pure.

(Escono)

Sipario

CAMBIA LA SCENA

(Sala d'attesa in unn ospedale)

SCENA PRIMA  (Due medici, uno anziano e uno giovane, un ufficiale ma­lato in vestaglia. Guardiani in camice)

     L’UFFICIALE MALATO    Vi dico che mi rovinate ancora di più. Ci sono stati dei momenti, che mi sentivo già sano come uno che non è mai stato malato.

    IL DOTTORE VECCHIO   Non vi agitate. Sono d'accordo. Vi di­mettiamo. Ma poi? Lo sapete voi per primo, la libertà per voi è un pericolo. Altro discorso, se sapessi che c'è qual­cuno che si prende cura di voi.

    L’UFFICIALE MALATO     Voi pensate che mi metto di nuovo a bere? No, ormai ho imparato. Ma ogni giorno in più che passo qui dentro mi porta più vicino alla tomba. Voi fate il contrario di quel-lo che dovete fare. (Si scalda) Voisiete una persona crudele. Voi vi divertite.

      IL DOTTORE VECCHIO         Calmatevi. (Fa cenno ai guardiani, che si avvicinano da (lietro)

     L’UFFICIALE MALATO     Voi vi trovate proprio bene a ragionare da uomini liberi. Ma che bei ra-gionamenti pensate che ven­gano fuori, a noi qui fra i matti? (A un guardiano) Cos'haida avvicinarti? Vattene!

IL DOTTORE VECCHIO      Vi prego di calmarvi.

    L’UFFICIALE MALATO        E io vi prego, esigo, che mi lasciate andar via di qua. (Lancia un urlo e si scaglia. Ma i guardiani lo afferrano. Una lotta, e intanto lo portano via)

SCENA SECONDA  (Il dottore vecchio e il dottore giovane)

ILDOTTORE GIOVANE        Ha ripreso un'altra volta. C'è mancato poco, e vi metteva le mani addosso.

    IL DOTTORE VECCHIO       Alcolizzato e in più... Non c'è proprio niente da fare. Anche se biso-gna dire che un miglioramen­to c'è.

(Entra l'aiutante)

SCENA TERZA  (Gli stessi e l'aiutante)

L'AIUTANTE      Buongiorno.

IL DOTTORE VECCHIO      Buon giorno.

    L'AIUTANTE        Vi ho portato un caso interessante. Un certo principe Čeremšanov. Deve partire soldato, e si rifiuta. Perché il Vangelo dice che non si può. Lo portano dai gen­darmi, e quelli sco-prono che non sono competenti. Perché qui di sovversivo non c'è niente. Ci si mette anche un prete, a vedere se gli cambia la testa con i suoi argomenti. E anche qui, niente da fare.

    IL DOTTORE VECCHIO (Ride)     E come sempre, finiscono qua. In ultima istanza. Va bene, che si accomodi.

(Il dottore giovane esce)

SCENA QUARTA (Gli stessi meno il dottore giovane)

    L'AIUTANTE        Dicono che sia un giovane molto istruito. E la fi­danzata è ricca. C'è da rimanere a bocca aperta. Non fac­cio fatica ad ammettere che il suo vero posto è questo.

IL DOTTORE VECCHIO       Eh, sì. Una mania...

(Portano dentro Boris)

SCENA QUINTA (Gli stessi e Boris)

 IL DOTTORE VECCHIO          Benvenuto. Prego, sedetevi. Noi adesso faremo una piccola con-versazione. Ci dovete lasciare soli. (L'aiutante esce)

SCENA SESTA  (Gli stessi, meno l'aiutante)

    BORIS       Se mi dovete rinchiudere da qualche parte, vi pre­gherei se è possibile di rinchiudermi al più presto. E di farmi avere un attimo di tregua.

    IL DOTTORE VECCHIO        Abbiate pazienza. Per noi è indispensa­bile osservare le regole. Solo qualche domanda. Come vi sentite? Che cos'è che vi fa stare male?

    BORIS       Niente. Sono perfettamente sano.

    IL DOTTORE VECCHIO         Però non vi comportate come tutti gli altri.

BORIS       Mi comporto come mi ordina la mia coscienza.

    IL DOTTORE VECCHIO        Per dirne una, vi siete rifiutato di fare il servizio militare. Come lo motivate?

BORIS       Sono un cristiano. Non posso uccidere.

IL DOTTORE VECCHIO         Ma la patria dai nemici la si deve difen­dere. E quelli che turbano l'ordine li si deve fermare, prima che facciano del male.

    BORIS       La patria non c'è nessuno che l'assale. E a turbare l'ordine ce n'è molti di più fra quelli che ci governano, che fra quelli che il governo opprime con la forza.

IL DOTTORE VECCHIO        Che intendete dire con queste parole?

    BORIS       Intendo dire questo. Che, per esempio, la fonte prin­cipale dei nostri guai, la vodka, viene venduta dal governo. E che c'è poi una religione che nasce dalle menzogne e che campa di frodi, e chi è che la diffonde? Il governo. E quest'altra roba qua, la chiamata alle armi, a cui esigono che mi pieghi, e che è un gran bel modo di prendere degli uomini e farne dei depravati. È il gover-no, che lo esige come un obbligo.

    IL DOTTORE VECCHIO       Per cui secondo voi non c'è bisogno né di un governo né di uno stato?

    BORIS       Questo non lo so. Un cosa so per certa. Che dove c'è il male non ci devo essere io.

    IL DOTTORE VECCHIO         E il mondo? Dove va a finire? Ce l'a­vranno data anche per questo la ragione, no? Per vedere un pochino più in là.

    BORIS       Ci è stata data anche per vedere che un ordine sociale non si conserva con la forza, ma facendo del bene, e che se una persona si rifiuta di prender parte al male, in que­sto non c'è niente di pericoloso.

    IL DOTTORE VECCHIO         Ora, una piccola visita. Fate la cortesia. Sdraiatevi. (Comincia a pal-parlo) Fa male qui?

BORIS       No.

IL DOTTORE VECCHIO      E qui?

BORIS       No.

    IL DOTTORE VECCHIO        Respirate. Trattenete il respiro. Grazie. Ora, se non vi spiace. (Prende un metro e gli misura la fronte, il naso) Ora, da bravo, tenete gli occhi chiusi e fate qualche passo.

BORIS       E non vi vergognate di quello che fate?

IL DOTTORE VECCHIO      Sarebbe a dire?

    BORIS       Queste sono tutte stupidaggini. Voi lo sapete che io sono sano. E che mi hanno mandato qui perché mi rifiuto di mettermi a fare del male con loro. E che se gli dici la ve­rità, non sanno cosa rispondere, ed è per questo che fanno finta di considerarmi un alienato, e voi gli date una mano. Mascalzoni è dire poco. È una di quelle porcherie da an­darsi a nascondere per la vergogna. Fatela finita.

    IL DOTTORE VECCHIO       Mi sembra di capire che di fare quei due passi non ne avete voglia.

    BORIS       No. Non ne ho voglia. Mi potete torturare come vi pare, ma lo dovete fare voi. Io non collaboro. (Si accalora) Lasciatemi in pace.

(Il dottore preme il campanello. Entrano due guardiani)

SCENA SETTIMA  (Gli stessi e i guardiani)

    IL DOTTORE VECCHIO       Calmatevi. Vedo che avete i nervi scossi. E passare nel vostro repar-to? Che ne dite?

(Entra il dottore giovane)

SCENA OTTAVA  (Gli stessi e il dottore giovane)

IL DOTTORE GIOVANE      Ci sono delle visite per Čeremšanov.

BORIS   E chi sono?

IL DOTTORE GIOVANE       Saryncev e sua figlia.

BORIS      Li vorrei vedere.

      IL DOTTORE VECCHIO         Fate come a casa vostra. Li potete rice­vere qua.

      (Esce. Dietro di lui il dottore giovane e i guar­diani)

(Entrano Nikolaj Ivanovič e Ljuba. La principessa compare sulla soglia: «Entrate voi. Io entro dopo»)

SCENA NONA  (Boris, Nikolaj Ivanovič  e Ljuba)

    LJUBA (Si avvicina subito a lui, gli prende il capo fra le mani e lo bacia)       Povero Boris.

    BORIS      No, non ti devi preoccupare. Mi sento così bene. Sono così contento. E i pensieri così lontani... Buongiorno! (Si bacia con Nikolaj Ivanovič)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ        Sono venuto qui da te a dirti soltanto una cosa, la più importante: pri-mo, che in situazioni come questa è peggio dover tornare indietro di molti passi, che di pochi. E poi, che questo è uno di quei casi in cui ci si deve comportare come dice il Vangelo, non mettersi a pensare prima farò questo e dirò questo... « E quando vi porteranno davanti a quelli che governa-no, non pensate a quello che direte. Lo spirito di Dio parlerà in voi». E que­sto vuol dire che non devi fare una cosa perché hai pen­sato che la devi fare. Ma perché senti con tutto il tuo es­sere, che non ti puoi comportare in un altro modo.

     BORIS       È quello che ho fatto io. Chi ci pensava, a dire mi ri­fiuto? Ma quando ho visto tutta quella falsità, gli specchi con le leggi, le carte, la polizia, gli impiegati con la siga­retta in mano, non ho potuto fare a meno di dire quello che ho detto. Lì per lì è stato terribile. Ma solo prima di comin-ciare. Poi è stato semplice. Persino allegro.

(Ljuba si siede e piange)

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Però la cosa più importante è che non devi fare nulla, se lo fai solo per guadagnarti la stima di qual­cuno, e solo per sentirti dire sono contento di te da una persona a cui tieni. Per quanto mi riguarda, non ci penso un attimo a dirtelo: se tu ora vai a giurare, e diventi un sol­dato, io ti vorrò bene e ti stimerò non meno, ma più di prima, perché non conta quello che capita fra gli uomini e nel mondo, ma quello che avviene nell'anima.

     BORIS     È evidente. Se cambiano le anime, cambia anche il mondo.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ecco. Io ti ho parlato. C'è qui tua madre. È avvilita. No, molto più che avvilita. Se puoi fare quello che ti chiede, fallo. Questo te lo volevo dire.

(Nel corridoio si sentono urla folli e strazianti. Irrompe un malato, dietro di lui i guardiani e lo trascinano via)

LJUBA        È terribile. E tu starai qui. (Piange)

     BORIS         Non è questo che mi fa paura. Ora non ho più paura di niente. Sto così bene. C'è solo una cosa che mi fa paura: come la prendi tu. Mi devi aiutare. Ma sono sicuro che mi aiuterai.

LJUBA         Ma lo pensi davvero che posso essere contenta?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Essere contenti no, come si fa. Neanche io sono contento. Lo vedo e mi fa star male, e darei non so che cosa per essere al suo posto, ma da una parte sono in pena e dal-l'altra so anche che questo è un bene.

LJUBA          Sarà anche un bene. Ma quand'è che lo fanno uscire?

BORIS          Non lo sa nessuno. Al futuro io non ci penso. Il pre­sente è così bello. E tu lo puoi ren-dere ancora più bello.

(Entra la principessa)

SCENA DECIMA  (Gli stessi e la principessa)

    LA PRINCIPESSA        Non posso più aspettare. (A Nikolaj Ivano­vič) Ci siete riuscito o no? L'avete convinto? Accetta? Bo­rečka, tesoro mio. Tu non lo puoi capire come mi sento ora. Ho vissuto solo per te, per trent'anni. Ti ho cresciuto, ed ero contenta di vederti crescere. E quando tutto era pronto, quando c'era solo da raccogliere, di colpo si deve rinunciare a tutto. Il carcere. Il disonore. No, que-sto no. Borečka.

BORIS       Mamma. Ascolta.

    LA PRINCIPESSA      Voi perché non dite nulla? Siete voi, che l'a­vete rovinato. E ora siete voi che lo dovete convincere. Ma voi siete quello del bene, bravo... Ljuba, parlagli tu.

LJUBA       E cosa posso dire?

    BORIS    Mamma. Cerca di capire che ci sono delle cose che non si possono fare, ma che non si possono fare davvero, come quando si dice: volare? Non si può. E il soldato per me è così. Non posso.

    LA PRINCIPESSA      È una tua fantasia, che non puoi. Assurdo. Soldati lo sono stati tutti. Soldati ce ne saranno sempre. Voi due, tu e Nikolaj Ivanovič, vi siete inventati un cristia­nesimo che solo Dio sa cos'è. Questo non è cristianesimo. Questa è il diavolo mascherato da Cristo, per portare il do­lore nel mondo.

BORIS        Sono tutte cose che dice il Vangelo.

     LA PRINCIPESSA      Non dice niente. E se lo dice, dice una cosa stupida. Tesoro mio, Borečka, devi avere pietà di me. (Gli butta le braccia al collo e piange). In tutta la mia vita c'è stato solo dolore. C'era un unico barlume di gioia, e tu me lo togli e in cambio, mi dai questo calvario. Borečka. Per­ché non hai pietà di me?

      BORIS         Mamma. Questa è una cosa che mi opprime. E anche molto. Ma non è che vi posso raccontare.

     LA PRINCIPESSA       Allora non dire più tutti quei no, di' che ci devi pensare.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Di' che ci devi pensare, e pensaci.

    BORIS          Va bene. Ma anche voi, mamma, dovete avere pietà di me. Anche per me le cose non sono facili. (Si sentono di nuovo delle urla strazianti nel corridoio) Iosto dove stan­no i matti, e ci vuole proprio poco, a perdere la ragione.

SCENA UNDICESIMA  (Gli stessi e il dottore vecchio)

    IL DOTTORE VECCHIO  (Mentre entra)       Signora, questo può avere conseguenze molto sgrade-voli. Vostro figlio si trova in uno stato di sovreccitazione. Ritengo che la visita debba essere inter-rotta. Nei giorni di visita, giovedì e domenica, siete pregati, per favore, entro le ore dodici.

    LA PRINCIPESSA        Ma va bene, va bene, me ne vado. Borečka, me ne vado. Tu pensaci, e ricor-dati: un po' di pietà, per me. Fai in modo che giovedì quando ci incontriamo non ci sia che da esse-re contenti. (Lo bacia)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Gli stringe la mano)        E quando ti metti a pensare, per prima cosa pensa che domani muori, che ne sei sicuro. Vedrai che in questo modo decidere è facile. Addio.

BORIS  (Si avvicina a Ljuba)        Etu che cosa mi dici?

    LJUBA        Io non sono capace di mentire. Io non lo capisco, per­ché devi far star male te e tutti gli altri. Non lo capisco. Che altro vuoi che possa dire? (Piange ed esce)

SCENA DODICESIMA  (Boris da solo)

     BORIS        Non è mica facile. Non lo è per niente, facile. Signore, mi devi aiutare. (Si mette a pregare)

(Entrano dei guardiani con un pigiama)

SCENA TREDICESIMA   (Boris e i guardiani)

UN GUARDIANO       Prego. Vi dovete cambiare. (Boris si cambia)

Sipario

ATTO QUARTO

(A Mosca. È passato un anno dal terzo atto. Una sala in casa Saryncev in cui tutto è pronto per una serata di danze col pianoforte. I domestici posano dei flori davanti al piano. Entrano Ma’ ja Ivanovna, che indossa un abito di seta molto elegante, e Aleksandra Ivanovna)

SCENA PRIMA  (Mar’ja Ivanovna, Aleksandra Ivanovna e i domestici)

      MAR'JA IVANOVNA       Ma quale ballo, dai. Non è un ballo, questo, è soltanto una piccola serata, une sauterie, come si diceva una volta, per adolescent. Non li posso mica spedire sem­pre a elemosinare un valzer da qualche altra parte. Non c'è una sola casa in cui non si sia potuto ballare. E i Makov poi? Hanno messo in piedi uno spettacolo. Dovevo ricam­biare.

      ALEKSANDRA IVANOVNA      Ho paura che a Nicolas questo non faccia molto piacere.

      MAR'JA IVANOVNA       Ci possiamo fare qualcosa? (A un dome­stico) Posate qui. Lo sa solo Dio, quanta poca voglia ho di andarmi a cercare i suoi dispiaceri. Ma tutto sommato mi sembra che negli ultimi tempi non sia più così esigente.

      ALEKSANDRA IVANOVNA        Oh no. Soltanto che ora se le tiene dentro. Quando se n'è tornato in camera dopo pranzo, non l'ho mai visto così scuro.

      MAR'JA IVANOVNA        Se anche fosse, che cosa ci possiamo fare? Ci possiamo fare qualcosa? Devono pur vivere tutti quanti. Sono sette. E se non si divertono a casa loro, lo sa solo Dio che cosa possono combinare. E ora almeno sono molto contenta per Ljuba.

      ALEKSANDRA IVANOVNA       E questa proposta di matrimonio, quanto ci vuole?

      MAR'JA IVANOVNA        È come se l'avesse fatta. Lui le ha parlato. E lei ha detto di sì.

ALEKSANDRA IVANOVNA       Per lui sarà un altro bel colpo.

MAR'JA IVANOVNA         Ma lo sa. Come fa a non saperlo?

      ALEKSANDRA IVANOVNA        Che sia uno che gli piace, non lo si può dire.

      MAR'JA IVANOVNA  (Ai domestici)           La frutta mettetela sulla credenza. Chi? Aleksandr Michajlovič? Per forza non gli piace, è la negazione di tutte le sue teorie: un uomo di mondo at-traente, simpatico e buono. Altro che quel terri­bile incubo, quel Boris Čeremšanov. Che fine avrà fatto?

     ALEKSANDRA IVANOVNA        Lizan'ka c'è andata a trovarlo. Se ne sta sempre là. Dicono che si è ridotto a uno scheletro. A sentire i dottori, ci sono poche speranze. Se non muore, rimarrà chiuso per sempre nei suoi deliri.

      MAR'JA IVANOVNA         Lo vedi? Le sue idee, ecco la prima vittima. Muore da idiota, senza un perché. Una fine così, non gliel'avrei mai augurata.

(Entra un pianista)

SCENA SECONDA (Gli stessi e il pianista)

MAR'JA IVANOVNA(Al pianista)           Siete qui per le danze?

IL PIANISTA        Sono quello che suona il piano.

      MAR'JA IVANOVNA        Prego, sedetevi. Ci sarà da aspettare un po­chino. Non è che per caso vo-lete del tè?

IL PIANISTA       No, grazie. (Va vicino al piano)

      MAR'JA IVANOVNA          No, non gliel'avrei mai augurato, di fare questa fine. A Boris avevo finito per volergli bene. Però per Ljuba non era un buon partito. Specialmente dopo che si era in-namorato delle idee di Nikolaj Ivanovič.

      ALEKSANDRA IVANOVNA        Però la forza delle sue convinzioni ha qualcosaa di prodigioso. Se uno pensa quello che deve su­bire... Gli dicono di continuo che se non si piega non sanno ancora bene, o lo lasciano dove si trova, o lo por­tano in fortezza. E lui sempre la stessa risposta. Lizan'ka dice che le sembrava di buon umore, e persino allegro.

      MAR'JA IVANOVNA          Come pensi che siano fatti i fanatici? Ah, eccolo qua. Che arriva. Aleksandr Michajlovič.

(Entra in frac il brillante Aleksandr Michajlovič Starkovskij)

SCENA TERZA  (Gli stessi e Starkovskij)

STARKOVSKIJ        Sono arrivato troppo presto. (Bacia la mano a tutt'e due)

MAR'JA IVANOVNA        Ancora meglio.

      STARKOVSKIJ          E Ljubov’ Nikolaevna? Questa sera aveva de­ciso di mettersi a danzare e la terra sotto i piedi non sen­tirla più. E recuperare il tempo perduto. Mi sono impe­gnato a darle una mano.

MAR'JA IVANOVNA        È di là che sistema il cotillon.

STARKOVSKIJ     E se la vado ad aiutare? Mi è consentito?

MAR'JA IVANOVNA        Non si può che dire bravo.

(Starkovskij si avvia. Mente esce incontra Ljuba che entra, con in mano un cuscino, stelle e nastri)

SCENA QUARTA  (Gli stessi e Ljuba)

LJUBA  (In abito da sera, non un décolleté)      Eccovi qua. Siete   quello che ci vuole. Datemi una mano. In salotto ci sono ancora due cuscini, portate tutto qua. Poi ci salutiamo.

STARKOVSKIJ     Volo. (Esce)

SCENA QUINTA  (Mar'ja Ivanovna, Aleksandra Ivanvna e Ljuba)

     MAR'JA IVANOVNA (A Ljuba)            Senti, Ljuba. Ora fra un po' con tutti i conoscenti che ci sa-ranno qua, ci sarà quello che al­lude, un altro che fa domande... Lo possiamo annunciare?

      LJUBA      No mamma, no. E perché? Lascia che domandino. Poi papà ci rimane male.

      MAR'JA IVANOVNA         Ma cosa credi, lo sa. O se non lo sa lo indo­vina. E prima o poi qualcuno glielo deve dire. Per conto mio è meglio fare l'annuncio stasera. Se no c'est le secret de la comédie.

      LJUBA           No, No, mamma. Per favore. Significa avvelenarmi tutta la serata. Non mi sembra il caso.

MAR'JA IVANOVNA        Va bene. Come vuoi.

       LJUBA          Facciamo così: quando la serata è finita, prima di an­dare a cena.

(Entra Starkovskij)

SCENA SESTA  (Gli stessi e Starkovskij)

LJUBA          Ce l'avete fatta?

MAR'JA IVANOVNA         Vado a vedere cosa combina Nataša. (Esce con Aleksandra Ivanovna)

SCENA SETTIMA  (Ljuba e Starkovskij)

     STARKOVSKIJ (Porta tre cuscini e li sostiene col mento, ma a metà strada gli scivolano per terra)

     Ljubov' Nikolaevna, non li toccate. Li raccolgo io. Qui vi siete messa a fare tutto voi. Ma qualche ordine bisogna saperlo dare. Vanja, dove sei finito?

SCENA OTTAVA  (Gli stessi e Vanja)

    VANJA (Ne porta ancora)        Ora c'è tutto. Ljuba, lo sai che ab­biamo fatto una scommessa, io e Aleksandr Michajlovič? Quello dei due che vince di più al cotillon.

    STARKOVSKIJ          Avrai pochi problemi, conosci tutti e hai già vinto qualcosa prima ancora di cominciare. Io le fanciulle le devo ancora incantare, e di ricever premi casomai se ne parla dopo. Come dire quaranta punti di handicap.

    VANJA       Però in compenso tu hai la fidanzata. Io sono solo un ragazzino.

     STARKOVSKIJ         La fidanzata per il momento anche io sono senza. E me la cavo meno bene di un ragazzino.

     LJUBA       Vanja, per favore vai in camera mia e portami la colla e il cuscinetto con gli spilli. Sono sull'étagère. (Vanja esce) Ma per amor di dio non metterti a rompere tutto quello che trovi.

VANJA       Rompo tutto! (Si mette a correre)

SCENA NONA  (Ljuba e Starkovskij)

     STARKOVSKIJ  (Le prende la mano)          Ljuba. Posso? Sono così felice. (Le bacia la mano) La ma-zurka è mia. Ma a me non basta. Nella mazurka non si fa in tempo a parlare. E io ho bisogno di parlare. Lo posso dire ai miei? Per telegrafo, che mi hanno detto di sì. E che sono felice.

LJUBA      Sì. Questa sera.

    STARKOVSKIJ         Ditemi solo una cosa: come la prenderà Nikolaj Ivanovič? Ne avete parlato con lui, no? Dovete averne par­lato.

      LJUBA        Non l'ho ancora fatto. Lo devo fare. La prenderà come prende di questi tempi tutto quello che ha a che fare con la famiglia. Dirà: fai come credi. Ma lo dirà con l'amaro in bocca.

STARKOVSKIJ         Perché non sono Čeremšanov? Perché sono un kamer-junker a corte e un maresciallo della nobiltà?

      LJUBA       Sì. Ma io ora non so più lottare con me stessa. Il tempo in cui ingannavo me per accon-tentare lui se n'è an­dato. Se non faccio quello che vuole, non è perché gli vo­glio meno bene. Ma per-ché non posso mentire. E questo lo dice lui per primo. Io ho troppa voglia di vivere.

      STARKOVSKIJ          E questa è l'unica verità che conta: vivere. Ma e lui? Čeremšanov?

    LJUBA (Turbata)        Non dobbiamo parlare di lui. Perché a me viene subito voglia di parlarne ma-le, e di parlarne male proprio ora, che sta lì a patire le sue pene. E so anche che c'è un motivo: è per-ché mi sento in colpa. C'è solo una cosa, di cui sono sicura, che l'amore esiste. E secondo me esiste anche il vero amore. E io, di questo vero amore, non l'ho mai amato.

STARKOVSKIJ        Ljuba, ma è vero?

LJUBA         Voi volete che vi dica che siete voi, che amo di questo vero amore. Ma non lo dirò. Pos-so dire che vi amo.

STARKOVSKIJ          Che vi amo, con il voi?

      LJUBA        Posso dire che ti amo. E che ti amo di un amore di­verso. Ma anche questo non ci siamo, non è ancora il vero amore. Quello di prima non lo era. Questo di ora non lo è. Magari, se uno li mescola...

      STARKOVSKIJ          No, io sono contento del mio (le bacia la mano) Ljuba.

      LJUBA (Lo allontana)   No. Prepariamo il cotillon. Ecco, sono già qui che arrivano.

(Entra la principessa con Tonja e una ragazzina)

 

 SCENA DECIMA  (Gli stessi, la principessa, Tonja e la ragazzina)

LJUBA        La mamma arriva subito.

LA PRINCIPESSA     Siamo le prime?

    STARKOVSKIJ        A qualcuno tocca. Io avevo proposto di nomi­nare prima arrivata una dama di cartapesta.

(Entrano Stepa e poi Vanja, con le cose che è stato spedito a prendere)

SCENA UNDICESIMA  (Gli stessi, Stepa e Vanja)

STEPA       Ieri pensavo di vedervi dagli Italiani.

TONJA      Siamo state dalla zia. A cucire per i poveri.

 (Entrano studenti e dame, Mar'ja Ivanovna e una contessa)

SCENA DODICESIMA  (Gli stessi, Mar'ja Ivanovna, la contessa, gli studenti e le dame)

LA CONTESSA       Nikolaj Ivanovič non lo vedremo?

MAR'JA IVANOVNA      No. Alle feste non partecipa mai.

STARKOVSKIJ       Prego. La quadriglia. (Batte le mani)

(Prendono posizione. Cominciano a ballare)

     ALEKSANDRA IVANOVNA  (Si avvicina a Mar’ja Ivanovna)      Se ne vuole andare. Prima era da Boris Aleksandrovič. Al ri­torno ha visto il ballo e ora siamo in piena tempesta. Mi sono messa vici-no alla porta e li ho sentiti che parlavano, lui e Aleksandr Petrovic.

MAR'JA IVANOVNA        Ma cos'è questa storia?

STARKOVSKIJ         Rond des dames! Les cavaliers en avant!

      ALEKSANDRA IVANOVNA         Ha deciso che qui non può più vivere. Vuole andarsene via.

MAR'JA IVANOVNA         Quest'uomo è un tormento. (Esce)

 CAMBIA LA SCENA

(La stanza di Nikolaj Ivanovič. Si sente la musica in sot­tofondo. Ha indosso il cappotto, e in mano una lettera che depone sul tavolo. Insieme a lui Aleksandr Petrovič, vestito di stracci)

SCENA PRIMA  (Nikolaj Ivanovič e Aleksandr Petrovič)

     ALEKSANDR PETROVIČ           State tranquillo, se ci andiamo a piedi, da qui al Caucaso ci arri-viamo senza spendere niente. Poi là ci si arrangia.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             No, arriviamo in treno fino a Tula. E poi continuiamo a piedi. Bene. È tutto pronto. (Mette la let­tera al centro del tavolo ed esce. Si trova di fronte Mar’ja Ivanovna)

SCENA SECONDA  (Nikolaj Ivanovč, Aleksandr Petrovič e Mar'ja Ivanovna)

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Perché sei venuta qui?

      MAR'JA IVANOVNA           Come, perché. Per non lasciarti fare una cattiveria. Trovami una ra-gione per tutto questo. Trova­mene una sola.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Vuoi che te ne trovi una? Perché io non posso continuare a vivere in questo modo. È una vita ver­gognosa, da depravati. Non la sopporto più.

    MAR'JA IVANOVNA          Qui c'è solo una cosa di cui ci si deve ver­gognare. E sono le tue parole. La mia vita, l'ho data a te e ai nostri figli. Tutta quanta. E ora si scopre che era la vita di una depra-vata. (Vede Aleksandr Petrovč)  Renvoyez au moins cet homme. Je ne veux pas qu'il soit témoin de cette conversation.

ALEKSANDR PETROVIČ      Muà camprì. Tuscè muà sparir.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Aspettatemi di là, Aleksandr Petrovič, vengo subito.

(Aleksandr Petrovč esce)

SCENA TERZA  (Nikolaj Ivanovčc e Mar’ja Ivanovna)

     MAR'JA IVANOVNA        Ma che cosa può avere in comune con te una persona come quella? Ti senti più vicino a lui che a tua moglie? Ma come fai? Io questo non lo riesco a capire. E poi dove te ne vuoi andare?

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Io ti avevo lasciato questa lettera. Non me la sentivo di parlare, mi pesava troppo. Ma ora se vuoi cer­cherò di dirtelo con calma.

     MAR'JA IVANOVNA            No. Non riesco a capire. Una moglie che ti ha dato tutto. Ma tu la odi, vuoi vedere che sta male. Ci sarà un motivo. Fammi capire. È per i balli a cui non sono stata? Per gli abiti eleganti che non mi sono messa? Per­ché facevo la civetta? Perché la facevo troppo poco? La mia vita se n'è andata tutta per questa famiglia. Il latte, l'hanno preso tutti da me. E li ho tirati su io. E quest'anno che è passato, l'ultimo, non c'è una cosa, una, a cui non abbia dovuto pensare io. Non solo i figli, tutto quanto. Tutto il peso su di me.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ  (La interrompe)           Un momento. Tutto que­sto peso te lo sei preso su di te, perché non volevi vivere come dicevo io.

      MAR'JA IVANOVNA         Sì, un momento. Si poteva fare come volevi tu? No. Chiedilo a chi vuoi. Chiedilo al mondo intero. Dei tuoi figli ne volevi fare degli ignoranti. E di me volevi fare una serva. Una che lava e cucina, lava e cucina, tutto da sola.

NIKOLAJ IVAVOVIČ         Questo non l'ho mai voluto.

    MAR'JA IVANOVNA          Fa lo stesso, poco ci manca. Tu sei cri­stiano, vuoi fare il bene, dici di amare gli uomini. Ma allora perché metti in croce la donna che ti ha dato tutta la sua vita?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Cosa vuoi che ti metta in croce. Sei la donna che ho amato e che amo. Detto questo...

    MAR'JA IVANOVNA        Mi abbandoni, te ne vai, e non mi metti in croce? Cosa diranno tutti? Una delle due: o che io sono una moglie cattiva, o che tu sei matto.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Sarò anche matto, ma io in questo modo non ci posso vivere.

    MAR'JA IVANOVNA        Ma cosa ci sarà di terribile se in tutto l'in­verno solo per una volta ho dato una serata... e una volta soltanto, proprio perché avevo paura che non l'avresti presa bene. E sai che serata - chiedilo a Manja e a Varvara Vasil'evna, me lo dicevano tutte, che non si poteva farne a meno, che era indispensabile. E ora questo diventa un de­litto. E per questo la mia pena è il disonore. E non soltanto il disonore. Ora c'è una cosa più importante, che tu non mi ami più. In compenso ami il mondo intero, anche un ubriacone, anche Aleksandr Petrovič. Però io continuo ad amarti. Non posso vivere, senza di te. Ma perché? Ma per­ché? (Piange)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Però tu non vuoi capire la mia vita, la vita della mia anima.

    MAR'JA IVANOVNA        Io la vorrei capire. Ma non ne sono capace. Vedo che questo tuo cristianesimo ha fatto di te un uomo che odia la sua famiglia, e me. Ma perché non lo riesco a capire.

NIKOLAJ IVAVOVIČ           Qualcun altro però ci riesce a capire.

    MAR'JA IVANOVNA            Chi? Aleksandr Petrovič? Quello che con una mano mette via il dena-ro e con l'altra te ne chiede an­cora?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Lui è uno, poi ce ne sono altri, c'è Tonja, c'è Vasilij Nikanorovič. Ma per me è la stessa cosa. Se non mi capisce nessuno che cosa cambia? Niente.

    MAR'JA IVANOVNA          Vasilij Nikanorovič  si è pentito e se n'è tor­nato di nuovo dalle sue anime. E Tonja in questo momento è lì che balla e fa la civetta con Stepa.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Mi dispiace. Però questo non può far sì che il nero diventi bianco. E non può cambiare la mia vita. Maša. Tu non hai bisogno di me. Lasciami andare. Ho cer­cato di far parte della vostra vita, e di dare una vita a que­sta vita, di portarvi in dono quello che per me nella vita è tutto. Non è stato possibile. Il risultato è soltanto uno, che tormento voi e tormento me stesso. E non soltanto mi tor­mento, ma tutto quello che faccio mi si sgretola fra le mani. Chiunque, a co-minciare da Aleksandr Petrovič, ha il diritto di dirmi, e magari lo dice anche, che sono un imposto-re, che parlo ma non faccio, che predico la povertà evangelica e poi vivo nel lusso, con la scusa che i soldi sono di mia moglie.

    MAR'JA IVANOVNA          Ti vergogni per quello che pensano gli al­tri? Possibile che non riesci a sentirti al di sopra di tutto questo?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Non mi vergogno. Ma è una vergogna. Ro­vino l'opera di Dio.

     MAR'JA IVANOVNA         Eri tu a dirlo una volta, che l'opera di Dio si compie anche se noi ci opponiamo. Ma ora il problema non è questo. Dimmi che cosa vuoi da me. Melo vuoi dire?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Credevo di avertelo detto.

      MAR'JA IVANOVNA          Ma Nicolas, lo sai, è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Pensa-ci un attimo. Ljuba ora si sposa. Vanja all'università. Miša e Katja che vanno a scuola. Come si fa a dire smettiamo?

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             E invece la parte che tocca a me quale sa­rebbe?

      MAR'JA IVANOVNA          Fare quello che predichi: amare e soppor­tare. È così difficile? Devi solo sopportarci, e non sparire dalla nostra vita. Che cos'è che ti tormenta?

(Entra di corsa Vanja)

SCENA QUARTA  (Gli stessi e Vanja)

VANJA       Mamma, ti chiamano.

MAR'JA IVANOVNA        Di' che non posso. Vai, vai.

VANJA      Tu però vieni. (Esce)

SCENA QUINTA  (Nikolaj Itianovič e Mar’ja Ivanovna)

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Tu non vuoi capire come sono fatto. Non mi vuoi capire.

MAR'JA IVANOVNA          Non è che non voglio. Non ci riesco.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             No, non vuoi capire, e la strada che hai preso tu e quella che ho preso io ci portano sempre più lontano uno dall'altra. Ma se quando pensi a me non ti di­strai, se ti metti solo per un attimo nei miei pensieri, al­lora vedrai che ci riesci a capirmi. Ma insomma, qual è la prima cosa che si deve dire? Che la vita che facciamo qui è interamente corrotta. Se uso questa parola tu te la prendi. Ma come la devo chiamare una vita che è intera­mente fondata sulla rapina? Il denaro di cui vivete è il de­naro che viene dalla terra. E la terra voi l'avete rubata al popolo. E per giunta poi vedo che i miei figli questa vita li corrompe. «Guai a chi semina scandalo in seno a que-sti piccoli», e io i miei figli me li vedo passare davanti come anime morte e depravate. Io non lo posso sopportare che ci siano delle persone adulte, quei servi, tirati a lucido nelle loro marsine, che si mettono a servire me e tutti quanti noi. Ogni volta che ci mettiamo a tavola per me è una tortura.

    MAR'JA IVANOVNA            Ma le cose sono sempre andate così. Non siamo mica solo noi. Vivono così anche all'estero. Vivono così in tutto il mondo.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Io non posso. Da quando ho capito che siamo tutti fratelli, questa cosa non la posso più vedere senza che mi stringa il cuore.

    MAR'JA IVANOVNA        È una pena che ti cerchi da solo. Con la fantasia si può fare tutto.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Si scalda)           Ecco cosa mi fa stare male, avere davanti una persona che non vuole capire. Prendi un giorno a caso, prendi oggi. Questa mattina passo dalla casa Ržanov, in mezzo a tutti quei miserabili, e cosa vedo? Vedo che un bambino è morto di fame, semplicemente di fame. Vedo un ragazzo alcolizzato. Vedo una lavandaia ti­sica che si trascina con la biancheria da sciacquare. Poi torno a casa e un domestico con la cravatta bianca mi apre la porta. Vedo che mio figlio, un ragazzino, pretende da questo domestico che gli porti un bicchiere d'acqua. E vedo un esercito di servi che lavora per noi. Poi vado da Boris, un uomo che difende la verità con la propria vita, e vedo che quest'uomo saldo forte e puro lo stanno por­tando di proposito alla follia e alla morte per potersene li­berare. Sanno bene quanto me che ha il cuore malato, e ogni occasione è buona per provocarlo e trascinarlo tra i matti furiosi. E se questa non è una cosa terribile, c'è qual­cosa che lo è? Per finire poi torno a casa e scopro che mia figlia, l'unica in tutta la famiglia a capire non me, ma la ve­rità - scopro che questa figlia in un colpo solo e di buon grado ha sputato sulla verità e su un fidanzato a cui aveva promesso il suo amore. E sposa uno che nella vita ha solo uno scopo: fare il servo. E sa fare solo una cosa: mentire.

MAR'JA IVANOVNA         Bell'esempio di carità cristiana.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Va bene, ho fatto male, a usare queste pa­role, ho fatto male. Mea culpa. Ma voglio soltanto che tu veda le cose da dove le vedo io. Dico soltanto che lei ha voltato le spalle alla verità.

    MAR'JA IVANOVNA         Tu dici: la verità. Ma gli altri, la maggio­ranza, dicono: l'errore. Prendi Vasilij Nikanorovič.  Si è convinto che era tutto un errore ed è tornato alla chiesa.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ma questo non è possibile.

    MAR'JA IVANOVNA       Ha scritto a Lizan'ka, ti farà vedere la let­tera. A quanto pare era tutto molto precario. E anche Tonja, stesso discorso. Per non parlare di Aleksandr Pe­trovič, lui va in cerca di una cosa sola, il suo tornaconto.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Con rabbia)           Tutto come vuoi tu, ma per me non cambia niente. Cerca solo di capirmi. Io mi ostino a dare alla verità il peso che spetta alla verità. E quello che vedo mi fa star male. Entro in casa e vedo un gran bell'a­bete, un ballo, rubli che se ne vanno a centinaia, e tutto questo mentre c'è gente che muore di fame. Io non posso continuare vivere così. Abbi pietà di me, non ce la faccio più. Lasciami andare. Addio.

    MAR'JA IVANOVNA             Se tu te ne vai, me ne vado via anch'io con te. E se non posso venire con te, me ne vado sotto il treno che prendi tu. E che se ne vadano tutti al diavolo. Anche Miša. Anche Katja. Mio Dio. Mio Dio. Io sto male, sto male. Ma perché? Perché? (Piange)

      NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Sulla soglia)       Aleksandr Petrovič, tornate a casa. Non parto più. Va bene, rimango. (Si sveste)

      MAR'JA IVANOVNA(Lo abbraccia)           Quanto pensi che ci ri­mane da vivere? Non possiamo rovinare tutto proprio ora, dopo che abbiamo passato insieme ventotto anni. Serate non ne darò più. Ma tu non mi punire.

SCENA SESTA   (Gli stessi, Vanja e Katja)

VANJA E KATJA (Entrano di corsa)           Mamma, vieni subito.

      MAR'JA IVANOVNA        Vengo, vengo. Lo vedi come va a finire? Tu perdoni me, e io perdono te. (Esce)

SCENA SETTIMA

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Una bambina, nient'altro che una bam­bina. Oppure una donna scaltra. Sì. Una bambina. Ma una bambina furba. Va bene, va bene. Si vede che tu non mi vuoi avere come operaio nella tua opera. Mi vuoi umiliare. Vuoi che tutti mi possano segnare a dito: lo vedi quello Lo vedi? Quello è uno che parla, ma non fa. Sia come vuoi tu. Quello che ti serve, lo sai meglio di tutti. Umile con Dio, matto con gli uomini. Ma salire fin là, se solo si po­tesse salire fin là. Dove sta lui.

(Entra Lizan'ka)

SCENA OTTAVA  (Nikolaj Ivanovič e Lizan'ka)

      LIZAN'KA      Vi ho portato una lettera di Vasilij Nikanorovič. L'ha scritta a me, ma mi prega di farvela vedere.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Per cui era tutto vero?

LIZAN'KA     Tutto. La leggo?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Avanti, leggila.

      LIZAN'KA  (Legge)           « Scrivo a voi, ma vi prego di far avere que­ste righe a Nikolaj Ivanovič. Mi rammarico molto di quel­l'errore che mi ha portato ad allontanarmi dalla nostra santa chiesa or-todossa, e mi rallegro infinitamente di es­sere tornato nel suo seno. Auguro la stessa cosa a voi e a Nikolaj Ivanovič. Vi prego di perdonarmi».

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Povero prete, lo hanno torturato. Ma in ogni caso, tutto questo ha il sapore di un incubo.

      LIZAN'KA       C'è un'altra cosa che vi devo dire. La principessa è qui. È arrivata e la prima cosa che ha fatto è stata salire su di sopra e venire da me, con un'aria che agitata è dire poco. Dice che vi vuole vedere assolutamente, è appena stata a trovare suo figlio. Per conto mio meglio se non vi fate trovare. Se la incontrate, poi cosa ne viene fuori?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             No, falla venire. Si vede che oggi è uno di quei giorni terribili che sono fatti solo di prove.

LIZAN'KA  (Esce)            Come volete. La vado a chiamare.

SCENA NONA  (Nikolaj Ivanovič da solo)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Sì. Sì, basta che me ne ricordi. Che si sta al mondo solo per servire te. E che una prova me la mandi solo se pensi che sono in grado di sostenerla, e che non è su­periore alle mie forze. Se no, non sarebbe una prova. Padre, aiutami. Aiutami. E che sia fatta la tua volontà. Non la mia.

(Entra la principessa)

SCENA DECIMA  (Nikol(i Itianovic e la principessa)

      LA PRINCIPESSA        Mi ricevete. Mi fate questo onore... I miei ri­spetti. La mano non ve la do. Perché vi odio e vi disprezzo.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ma cos'altro è capitato?

      LA PRINCIPESSA       Un'altra di quelle cose che capitano. Lo tra­sferiscono in una compagnia di disciplina. E tutto questo è opera vostra.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Principessa, se vi serve qualcosa, ditelo, ma se è solo per insultare me, fate del male soltanto a voi stessa. Voi non mi potete offendere, perché se si parla di voi nella mia anima c'è posto solo per il dolore e per la compassione.

    LA PRINCIPESSA       Che anima caritatevole! Che sublime esem­pio di carità cristiana! No, signor Saryncev, me non mi in­gannate. Ora lo sappiamo chi siete. Mio figlio lo avete ro­vinato, non ci avete messo un attimo, tanto, che ve ne im­porta? Però voi a casa vostra date i balli, e vostra figlia, la fi-danzata di mio figlio, si sposa, si è trovata un buon par­tito, che sposate volentieri anche voi. Poi vi chiudete qui, in questa stanza, e fate finta di essere un uomo semplice, fate finta di essere un fale-gname. Ma io qui non vedo un fa­legname, vedo un fariseo. Un fariseo di un tipo nuovo. E mi viene da vomitare.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Calmatevi, principessa. Ditemi che cosa vi serve. Non sarete venuta qui solo per coprirmi di insulti.

      LA PRINCIPESSA         Anche questo. Lo devo versare da qualche parte, il mio dolore. E quello che mi serve, lo dico in due parole. Lo prende in consegna una compagnia di disci­plina. Questa idea io non la sopporto. E siete voi che ce l'a­vete spinto. Siete voi. È opera vostra. Siete voi. Voi.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ        No, non sono io. Questa è opera di Dio. E Dio lo vede, come sono triste per quello che vi tocca. Non opponetevi alla volontà di Dio. Vi vuole mettere alla prova. Dovete sopportare con rassegnazione.

      LA PRINCIPESSA           Non sono in grado di sopportare con rasse­gnazione. Avevo solo un figlio, ed era tutta la mia vita. Voi me l'avete portato via e l'avete rovinato. Come faccio a ri­manere calma? Sono venuta da voi, ed è l'ultima volta che ci provo, per dirvi sempre la stessa cosa: voi l'avete rovi­nato, voi lo dovete salvare. Muovetevi, andate a chiedere, andate a insistere. Lo devono liberare. Andate a suppli­care le autorità. Andate a sorridere allo zar. Andate da chi volete. Voi siete l'unico che ha il dovere di farlo. E se non lo fate, farò io qualcosa. Che cosa, lo so io. Ne risponde­rete a me.

NIKOLAJ IVAVOVIČ        Spiegatemi che cosa devo fare. E lo farò.

LA PRINCIPESSA                Ve lo ripeto un'altra volta: lo dovete salvare. Se non lo salvate, ve l'ho detto. Cercate di non dimenti­carvelo. Addio. (Esce)     

SCENA UNDICESIMA  (Nikolaj Ivanovič da solo. Nikolaj Ivanovič  si stende sul divano. Pausa. Si apre la porta. Si sente di più la musica: il «grossvater». Entra Stepa)

SCESA DODICESIMA   (Nikolaj Ivanovič e Stepa)

STEPA          Venite, papà non c'è.

(Entrano delle coppie, di grandi e meno grandi)

SCENA TREDICESIMA  (Nikoluj Ivanovič, Stepa e varie coppie)

LJUBA(Lo vede)          Ah, sei qui. Scusa.

NIKOLAJ IVAVOVIČ (Si alza)                 Non fa niente.

(Le coppie escono)

SCENA QUATTORDICEMIMA  (Nikolaj Ivanovič da solo.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Vasilij Nikanoroviš se ne torna nella sua chiesa. Per Boris io sono stato la rovina. E Ljuba se ne sposa un altro. Possibile che sia io, a essermi sbagliato? Ma dove posso aver sbagliato? Era un errore, credere in te? No. Non lo era. Padre, aiutami.

Sipario

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Fra i manoscritti di Tolstoj si trovano i seguenti appunti relativi all'Atto Quinto, di cui manca la stesura.

ATTO QUINTO

Compagnia di disciplina. Una cella. I detenuti seduti o sdraiati su una branda. Boris legge il Vangelo. Lo spiega. Fanno entrare un nuovo reclusa « Per voi ci vuole Pugačev». Irrompe la principessa, la respingono fuori. Aspra discus­sione con un ufficiale. La preghiera. Boris in cella di rigore.

«Qualche colpo di frusta te lo sei guadagnato».

Cambia la scena.Gabinetto del sovrano. Sigarette, scherzi, toni sdolcinati.. Viene annunciata la principessa. «Che aspetti». Entrano dei postulanti, adulano. Poi la princi­pessa. Un rifiuto. Escono.

Cambia la scena. Mar'ja Ivanovna parla con un dottore della malattia. Lui è cambiato, è mite, ma si è perso d'animo. Entra Nikolaj Ivanovič, parla con il dottore, dell'inutilità della cura. La cosa cui tiene di più è l'anima. Ma acconsente per la moglie. Entrano Tonja e Stepa, Ljuba e Starkovskij. Conversazione sulla terra, lui cerca di non dire niente che possa offendere. Escono tutti. Da solo con Lizan'ka.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Continuo a chiedermi se mi sono compor­tato bene. E continuo a non trovare la risposta. Ho con­cluso ben poco di buono: per Boris sono stato la rovina, Vasilij Nikanorovič è ritornato sui suoi passi. Io sono un uomo debole, da citare come esempio. Si vede che Dio non mi vuole avere come Suo servo. Di servi ne ha molti altri, e di me può fare anche a meno. Da quando l'ho ca­pito in modo chiaro sono sereno.

Lei esce. Lui prega. Irrompe la principessa e lo colpisce a morte. Accorrono tutti. Dice di essere stato lui a farlo, non si sa come e senza volerlo. Scrive una supplica allo zar. Entra Vasilij Nikanorovič con i Duchoborcy. Muore contento: si in­crinano le imposture della chiesa. E la sua vita ha avuto un senso.

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Svet. La luce splende nelle tenebre è un testo lasciato dal suo autore incompiuto nell'Atto Quinto. Alfine di farlo vivere in modo autonomo sul palcoscenico, il Teatro Stabile di Genova ha per­tanto deciso un intervento drammaturgico che fosse in grado di re­cepire al proprio interno le indicazioni che Tolstoj aveva lasciato solo in forma di appunto. L'Atto Quarto è stato così integrato dal traduttore Danilo Macrì e dal regista Marco Sciaccaluga con al­cune scene, nelle quali si è cercato di conservare il più possibile lo spirito, e in parte anche la lettera, di quanto Tolstoj aveva lasciato indicato.

Si propone qui di seguito la nuova versione dell'Atto Quarto.

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

(La stessa casa di campagna un anno dopo. Una sera d'estate. Un sentiero nei dintorni della casa. Si sente la musica di un'orche­stra)

(Entrano Tonja e Stepa. Tonja morde un dolce)

STEPA       Che noia questi balli di provincia. Il generale con lo sguardo spento e il calmucco con la pipa... Il pittore di icone e la zia Alina... Le dodicenni col loro pissi pissi e un Starkovskij che vol­teggia...

TONJA      A voi Aleksandr Michajlovič non piace,

     STEPA      Questo non è vero. Sono molto contento che sia ben visto a corte. Sono molto contento che sposi Ljuba. E sono molto con­tento che abbia inventato la mazurka.

    TONJA      Come siete vanitosi voi uomini... Sempre a fare confronti con gli altri.

STEPA      Lo devi pur scoprire quello che ti manca.

TONJA      E a voi cos'è che manca?

     STEPA       Niente. Io da quando sono soldato ho capito che sono nato per prendere ordini. Mi ave-te ordinato di non amarvi. E io non ve ne parlo più.

TONJA       Come fate ad amarmi se state a Perm'?

STEPA       Perm' ne conosco molti, che vivono senza la donna che amano. E qui ne conosco molti, che vivono con una donna che non amano.

    TONJA      Allora bisogna mandare tutti quelli che non amano a Perm'. E far venire tutti quelli che amano qui.

STEPA      Quando mi sorridete così, mi vengono idee insensate.

    TONJA      Idee da ussaro, suppongo. (Indica la casa) L'ultimo valzer. Ce lo siamo perso.

      STEPA       C'è sempre un piano. Perché non suonate qualcosa solo per me?

    TONJA       Ma ci sarà qualcosa che è stata scritta solo per voi? Fatemi pensare... (Escono)

(Entrano Ljuba e Starkovskij)

      STARKOVSKIJ       Io un rimprovero ve lo devo fare. Uno solo. Vi ho os­servata questa sera. Vi siete messa a fare tutto voi. E il cotillon... E questo... e quello... Che diamine. Qualche ordine bisogna sa­perlo dare. Avere i servi e non usarli, è come insultare Dio, che ce li ha dati.

LJUBA        Chissà voi a Piter quanti ne avete, di servi.

      STARKOVSKIJ            Non li ho mai contati. Ditemi solo una cosa: come la prenderà Nikolaj Ivanovič? Ne avete parlato con lui, no? Dovete averne parlato.

      LJUBA        Non l'ho ancora fatto. Lo devo fare. La prenderà come prende di questi tempi tutto quello che ha a che fare con la fa­miglia. Dirà: fai come credi. Ma lo dirà con l'amaro in bocca.

      STARKOVSKIJ          Perché non sono Čeremšanov? Perché sono un kamerjunker a corte e un maresciallo della nobiltà?

      LJUBA           Sì. Ma io ora non so più lottare con me stessa. Il tempo in cui ingannavo me per ac-contentare lui se n'è andato. Se non fac­cio quello che vuole, non è perché gli voglio meno bene. Ma per­ché non posso mentire. E questo lo dice lui per primo. Io ho troppa voglia di vivere.

      STARKOVSKIJ        E questa è l'unica verità che conta: vivere. Ma e lui? Čeremšanov?

      LJUBA (Turbata)        Non dobbiamo parlare di lui. Perché a me viene subito voglia di parlarne ma-le, e di parlarne male proprio ora, che sta lì a patire le sue pene. E so anche che c'è un motivo: è perché mi sento in colpa. C'è solo una cosa, di cui sono sicura, che l'amore esiste. E secondo me esiste anche il vero amore. E io, di questo vero amore, non l'ho mai amato.

STARKOVSKIJ       Ljuba, ma è vero?

      LJUBA          Voi volete che vi dica che siete voi, che amo di questo vero amore. Ma non lo dirò. Posso dire che vi amo...

STARKOVSKIJ        Che vi amo, con il voi?

      LJUBA         Posso dire che ti amo. E che ti amo di un amore diverso, un amore che è solo tuo. Ma anche questo non ci siamo, non è an­cora il vero amore. Quello di prima non lo era. Questo di ora non lo è. Magari, se uno li mette insieme...

STARKOVSKIJ          No, io sono contento del mio.

SCENA SECONDA

(Un salotto dentro la casa. Entrano Petr Semenovič e Ahsakov'(*) e si siedono)

(*) Questo personaggio non appare nel testo originale di Tolstoj.

     PETR SEMENOVIČ             Una volta te lo venivano a chiedere. Petr Semeno­vič! Voi avete una figlia e qua ci sono io: che cosa vogliamo fare? Ora niente. Lo vieni a sapere a cose fatte. Fai appena in tempo a capire come si chiama e se l'è già sposata. Mia nipote si sposa questo Aleksandr Michajlovič, questo Starkovskij. Ma secondo voi il padre ne sa qualcosa? lo dico di no. Hanno fatto tutto mia moglie e sua sorella.

AKSAKOV       Era una buona occasione.

     PETR SEMENOVIČ             Quanto a questo non si discute. Se poi uno pensa a quello di prima, quel Boris... Spiace per la madre che ne ha fatto una malattia. Però questa sera era uno spettacolo, come vi sta­vano tutti intorno rispettosi, mentre voi stavate a rivoltare quella povera principessa. A proposito, cosa aveva poi? Mica l'ho ca­pito.

AKSAKOV           Niente di che. Ha solo bisogno di un po' di riposo.

PETR SEMENOVIČ             Pericoli di contagio voi dite che non ce ne sono.

AKSAKOV          Che contagio?

      PETR SEMENOVIČ       M'era sembrato di vedere come delle macchie bianche.

AKSAKOV         Ma no, ma no...

(Una risata fuori scena. Entra Mar'ja Ivanovna)

      MAR'JA IVANOVNA         Petr Semenovič, state attento che cado. Dio come mi gira la testa. Quanti anni che non ballavo... Pensavo di non ricordare più niente... E invece no, sono di quelle cose che se le impari non le dimentichi più. Ma lo conoscete voi questo, come si chiama? Maksim Maksimovič? Viktor Viktorovič? Le­gnami, dice che commercia in legnami... E chi ce l'avrà portato, qui in casa nostra? Avete visto che mani? Stare attenti con quello lì... Te le trovi da tutte le parti. Che tipo. Lui e le sue mani. Dove si è nascosta la vodka? Dove l'avete nascosta? (Si versa da bere). Sergej Nikolaevič, che si dice a Piter? Bisogna che brin­diamo, noi due. Voi poi sparite e chissà quando ci si rivede. Bi­sogna che brindiamo. (Versa da bere anche a lui) A cosa?

AKSAKOV          Ai nostri figli.

MAR'JA IVANOVNA          Ai nostri figli. (Bevono) Come fate non lo so.  Io a Piter non ci potrei mai vivere. Povera Ljuba. Se la porta là.

AKSAKOV         Non è poi così terribile.

      MAR'JA IVANOVNA         Non l'hanno costruita per me, Petr Semenovič! Sei triste perché non te ne diamo? (Gli versa da bere)

PETR SEMENOVIČ           Ora no, ora no.

    MAR'JA IVANOVNA         Non fare cerimonie con me. (Gli mette il bicchiere in nrcmo) Ai nostri fi-gli.

PETR SEMENOVIČ           E che si diano da fare. (Bevono)

     VANJA (Entra di corsa)         Mamma, mamma! Vieni. C'è Aleksandr Michajlovič che ti vuole salutare. Anche i Makov se ne vanno. (Esce)

 MAR'JA IVANOVNA (Guarda il bicchiere)       Era vuoto       (Lo posa ed esce)

      AKSAKOV           Fareste bene a versarne un sorso anche a vostra figlia. Petr Semenovič. Mi sembra un poco pallida.

     PETR SEMENOVIČ             Lizan'ka? No, lei pallida lo è sempre. Ha il sangue che le scorre lento. Vero, Lizan'ka ? Vieni qua, dai. Dal tuo po­vero padre. (Lizan'ka  si siede vicino a lui. Le mette un braccio sulle spalle) Ilmio garçon. Lo sapete, Sergej Nikolaevç, che ha una mira prodigiosa? Li tira giù tutti. Pam! Pam! E quelli vengon giù come se glielo avesse ordinato Dio. Ma non ci vuol più venire. Non ci viene più. Èperché sono vecchio, Lizan'ka, che non vieni più a caccia con me?

LIZAN'KA            Non voglio più uccidere.

PETR SEMENOVIČ           Poi te li trovi in tavola. Che cosa cambia?

LIZAN'KA           Non è la stessa cosa.

AKSAKOV          Se non le va, non le va.

(Risate fuori scena. Entrano Mar'ja Ivanovna e Aleksandra Iva­novna)

      MAR'JA IVANOVNA         Bene, Ora siamo tra noi. Se ne sono andati tutti. Che serata.

     ALEKSANDRA IVANOVNA       Con Nicolas di ronda. Tutte le volte che pas­savo in cucina, lo sentivo camminare al piano di sopra. Avanti e indietro, avanti e indietro, tutta la sera. Mi sa che non l'ha presa molto bene.

      MAR'JA IVANOVNA         Ci possiamo fare qualcosa? Sai che voglia ho io di andarmi a cercare i suoi dispiaceri. Ma che cosa ci possiamo tare? Devono pur vivere tutti quanti. Sono sette. E se non si di­vertono a casa loro, lo sa solo Dio che cosa possono combinare. E ora almeno sono molto contenta per Ljuba.

      ALEKSANDRA IVANOVNA       Mi sembra di sentirlo. Muoiono di fame. E noi qua che diamo un ballo.

MAR'JA IVANOVNA         Ma quale ballo, dai. Solo una piccola serata, une sauterie, come si diceva una volta, per adoleseents. Non li posso mica spedire sempre a elemosinare un valzer da qualche altra parte. Nel giro di sei verste non c'è una sola tenuta in cui non si sia potuto ballare quest'estate. E i Makov, poi? hanno esso in piedi uno spettacolo. Dovevo ricambiare.

      ALEKSANDRA IVANOVNA       E la Čeremšanova? Se n'è tornata a casa o è ancora qui?

LIZAN'KA          È sul letto in camera mia.

      ALEKSANDRA IVANOVNA           Ma il vestito, ci avete fatto caso? Ha un ram­mendo dietro l'altro. Il dottore qua le scopre il collo: un ram­mendo. Prende il braccio e sente il polso: un altro rammendo.

       MAR'JA IVANOVNA           I rammendi si possono anche capire. Quello che mi è sembrato poco delicato è stato presentarsi con quelle scarpe. Non è modo.

      PETR SEMENOVIČ             Io non so. È il modo in cui ti guarda che mi mette a disagio. A Baden Baden, ne ho visti che ti guardavano così. Quelli che avevano appena perso un capitale.

      ALEKSANDRA IVANOVNA            Un capitale si può anche dire che l'ha perso. Quel Boris, era il suo capitale. Le è rimasta solo la figlia. Il suo argent de poche.

(Entra Ljuba)

      LJUBA             Aleksandr Michajlovič vi saluta tutti. Zio Petja, mi ha chie­sto se fumi solo sigari o anche la pipa.

PETR SEMENOVIČ             Ohibò. E come mai?

     LJUBA             Penso che abbia in mente un cadeau. È fatto così. Non si presenta mai senza un pen-siero, un qualcosa, per qualcuno. La prossima volta tocca a te.

      ALEKSANDRA IVANOVNA           Un vero uomo di mondo. Forza e tenerezza insieme. Come piace a me.

PETR SEMENOVIČ             Eh sì. La nostra Ljuha ora ci lascia.

      AKSAKOV         Volete che non torni? Tempo un mese e ve la ritrovate in casa. E tutti a piangere.

      LJUBA            Ho paura di sì. Aleksandr Michajlovič dice sempre che lui quando era piccolo, sua madre se la vedeva una volta al giorno era già tanto, due minuti e allez, allez... Ma noi qua siamo all'an­tica, ci si tocca, ci si scontra. Si vive insieme. Un'estate senza zio Petja non me la ricordo.

PETR SEMENOVIČ             Ora mi commuovo.

LJUBA (Sorride)                  Povero zio Petja. Come farai senza di me? Li­zan’ka, domani mattina ci vieni a raccoglier funghi con me?

LIZAN'KA          Solo noi due?

    LJUBA         Solo noi due. Domani lo devo dire a mio padre. Ma subito su­bito non mi va. Prima andiamo per funghi e poi ci vado. È l'unico che non lo sa ancora.

      MAR'JA IVANOVNA         Ma lo sa, lo sa. E se non lo sa lo indovina. C'est le secret de la comédie. Se vuoi glielo dico io.

      LJUBA           No no, mamma. Lo devo fare io. Scusatemi, sono molto stanca. Ci vediamo domani. (Esce)

      ALEKSANDRA IVANOVNA      Per Nicolas sarà un altro bel colpo. Non gli piace neanche un po'.

      MAR'JA IVANOVNA         Ma chi, Aleksandr Dichajlovič?  Per forza non gli piace, è la negazione di tutte le sue teorie: un uomo di mondo at­traente, simpatico e buono. Quel Boris, io avevo finito per voler­gli bene, ma al confronto che incubo. Un vero incubo.

AKSAKOV          Che fine ha fatto?

ALEKSANDRA IVANOVNA         Lo tengono fra i matti. Lizan’ka.  Scusatemi. Sono molto stanca anch'io.

 (Lizan'ka esce)

AKSAKOV          Metti uno con un matto. Risultato? Due matti.

      ALEKSANDRA IVANOVNA       Se sia matto non lo so. Ma è il corpo che si è arreso. Lizan'ka l'ha visto. Non è più quello che ci ricordiamo, è un altro. Si è ridotto a uno scheletro. E ogni giorno è buono per morire.

      MAR'JA IVANOVNA          Una fine così non gliel'avrei mai augurata. Lo vedi? Le idee di Nikolaj Ivanovič. Ecco la prima vittima. Una morte da idioti, senza un perché.

      ALEKSANDRA IVANOVNA        Però la forza delle sue convinzioni ha qual­cosa di prodigioso. Se uno pensa quello che deve subire... Li­zan'ka dice che le sembrava di buon umore, e persino allegro.

MAR'JA IVANOVNA          Come pensi che siano fatti, i fanatici?

      AKSAKOV          Con gli eretici bisogna dire che hanno la mano pesante. Prendete quelli del latte. Bevono il latte in tempo di quaresima, e con tutto il rispetto cos'è che viene da dire? Viene da dire, tutto qua? Bevono il latte e li mandano in Siberia? A Vienna, che ne so, lo bevono che è un piacere, per tutta la quaresima, e non viene giù il mondo. Però ci si dimentica una cosa, ci si dimentica che il problema di chi governa sono le idee. Prima ancora che gli uomini. Che poi gli uomini... Ci sembra di essere una gran cosa. Ma da un certo punto di vista siamo solo colonie di batteri. E an­che le idee, di cui siamo così orgogliosi, siamo noi a possedere loro, o sono loro che si servono di noi? Se stanotte, Dio non vo­glia, tiro le cuoia, i miei batteri, pensate che si perdano d'animo State sicuri che una vita da qualche parte se la rifanno. Le mie idee idem. Qualcuno che le tiene al caldo da qualche parte non gli mancherà. Sì, davvero un problema affascinante per chi go­verna. Quante teste bisogna tagliare, perché muoia un'idea

      MAR'JA IVANOVNA         Ma per carità, Sergej Nikolaevič, voi ci volete far venire la malinconia. Lasciatele ai polacchi queste lagne. Cos'è questa storia? Un paio di vodke e vi spegnete come una candela?  (Gli versa da bere)

AKSAKOV          Ce ne vogliono altro che due.

MAR'JA IVANOVNA         State un po' fermo. Vi trema la mano.

      AKSAKOV          Ma cosa trema. Non trema mica. Pensate al vostro naso caso mai. Avete il naso rosso.

      MAR'JA IVANOVNA         Non è vero. (Beve e poi va a guardarsi allo speo­chip) Dov'è che è rosso? Non lo è.

(Entra Ljuba)

LJUBA            Mamma, vieni. Corri.

MAR'JA IVANOVNA         Ljuba.

LJUBA            Vieni subito. Papà se ne vuole andare.

MAR'JA IVANOVNA         Se ne vuole andare dove?

      LJUBA           Li ho sentiti che parlavano, lui e Aleksandr Petrovič. Vuole partire, andarsene via per sempre.

MAR'JA IVANOVNA          Quest'uomo è un tormento. Voi rimanete qui. (Esce. La seguono tutti)

SCENA TERZA

(La stanza di Niholaj Ivanovč. Ha indosso il cappotto, e in mano una lettera che depone sul tavolo. Insieme a lui Aleksandr Petro­vič, vestito di stracci)

(NikolaJ Ivanovič e Aleksandr Petrovič)

      ALEKSANDR PETROVIČ       State tranquillo, se ci andiamo a piedi, da qui al Caucaso ci arriviamo senza spendere niente. Poi là ci si ar­rangia.

     

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             No, arriviamo in treno fino a Tula. E poi conti­nuiamo a piedi. Bene. È tutto pronto. (Mette la lettera al centro del tavolo ed esce. Si trova di fronte Mar'ja Ivanovna)

(NikolaJ Ivanovič e Aleksandr Petrovič e Mar'ja Ivanovna)

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Perché sei venuta qui?

      MAR'JA IVANOVNA         Come, perché. Per non lasciarti fare una cattive­ria. Trovami una ragione per tutto questo. Trovamene una sola.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Vuoi che te ne trovi una? Perché io non posso continuare a vivere in questo modo. È una vita vergognosa, da depravati. Non la sopporto più.

      MAR'JA IVANOVNA         Qui c'è solo una cosa di cui ci si deve vergognare. E sono le tue parole. La mia vita, l'ho data a te e ai nostri figli. Tutta quanta. E ora si scopre che era la vita di una depravata. (Vede Aleksandr Petrovič) Renvoyez au moins cet homme. Je ne veux pas qu'il soit témoin de cette conversation.

ALEKSANDR PETROVIČ          Muà camprì. Tuscè muà sparir.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Aspettatemi di là, Aleksandr Petrovič, vengo su­bito.

(Aleksandr Petrovič esce)

(NikolaJ Ivanovič e Mar’ja Ivanovna)

MAR'JA IVANOVNA          Ma che cosa può avere in comune con te una persona come quella? Ti senti più vicino a lui che a tua moglie? E poi dove te ne vuoi andare?

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Io ti avevo lasciato questa lettera. Non me la sen­tivo di parlare, mi pesava troppo. Ma ora se vuoi cercherò di dir­telo con calma.

  MAR'JA                          No. Non riesco a capire. Una moglie che ti ha dato tutto. Ma tu la odi, vuoi vedere che sta male. Ci sarà un mo­tivo. È per i balli a cui non sono stata?Per gli abiti eleganti che non mi sono messa? Perché facevo la civetta? Perché la facevo troppo poco? La mia vita se n'è andata tutta per questa famiglia. Il latte, l'hanno preso tutti da me. E li ho tirati su io. E quest'anno che è passato, l'ultimo, non c'è una cosa, una, a cui non abbia do­vuto pensare io. Tu sei cristiano, vuoi fare il bene, dici di amare gli uomini. Ma allora perché metti in croce la donna che ti ha dato tutta la sua vita?

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Cosa vuoi che ti metta in croce. Sei la donna che ho amato e che amo. Detto questo...

      MAR'JA IVANOVNA         Mi abbandoni, te ne vai, e non mi metti in croce? Cosa diranno tutti? Una delle due: o che io sono una moglie cat­tiva, o che tu sei matto.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Sarò anche matto, ma io in questo modo non ci posso vivere.

      MAR'JA IVANOVNA         Ma cosa ci sarà di terribile se in tutta l'estate solo per una volta ho dato una serata... e una volta soltanto, proprio perché avevo paura che non l'avresti presa bene. E sai che serata - chiedilo a Manja e a Varvara Vasil’evna, me lo dicevano tutte, che non si poteva farne a me-no, che era indispensabile. E ora questo diventa un delitto? La verità è che tu non mi ami più. In compenso ami il mondo intero, anche un ubriacone, anche Alek­sandr Petrovič. Però io continuo ad amarti. Non posso vivere. senza di te. Ma perché? Ma perché? (Piange)

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Però tu non vuoi capire la mia vita, la vita della mia anima.

      MAR'JA IVANOVNA         Io la vorrei capire. Ma non ne sono capace. Vedo che questo tuo cristianesimo ha fatto di te un uomo che odia la sua famiglia, e me. Ma perché non lo riesco a capire.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Qualcun altro però ci riesce a capire.

MAR'JA IVANOVNA         Chi? Aleksandr Petrovič? Quello che con una mano mette via il denaro e con l'altra te ne chiede ancora?

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Lui è uno, poi ce ne sono altri, c'è Tonja, c'è Va­silij Nikanorovič. Ma per me è la stessa cosa. Se non mi capisce nessuno che cosa cambia? Niente.

      MAR'JA IVANOVNA         Vasilij Nikanorovič si è pentito e se n'è tornato di nuovo dalle sue ani-me. E Tonja in questo momento è lì che fa la civetta con Stepa.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Mi dispiace. Però questo non può far sì che il nero diventi bianco. E non può cambiare la mia vita. Maša. Tu non hai bisogno di me. Lasciami andare. Ho cercato di far parte della vostra vita, e di dare una vita a questa vita, di portarvi in dono quello che per me nella vita è tutto. Non è stato possibile. Il risultato è soltanto uno, che tormento voi e tormento me stesso. E non soltanto mi tormento, ma tutto quello che faccio mi si sgretola fra le mani. Chiunque, a cominciare da Aleksandr Petrovič, ha il diritto di dirmi, e magari lo dice anche, che sono un impostore, che parlo ma non faccio, che predico la povertà evangelica e poi vivo nel lusso, con la scusa che i soldi sono di mia moglie.

      MAR'JA IVANOVNA         Ti vergogni per quello che pensano gli altri?  Pos­sibile che non riesci a sentirti al di sopra di tutto questo?

     NIKOLAJ IVAVOVIČ             Non mi vergogno. Ma è una vergogna. Rovino l'o­pera di Dio.

      MAR'JA IVANOVNA         Eri tu a dirlo una volta, che l'opera di Dio si com­pie anche se noi ci opponiamo. Ma ora il problema non è questo. Dimmi che cosa vuoi da me. Me lo vuoi dire?

NIKOLAJ IVAVOVIČ        Credevo di avertelo detto.

      MAR'JA IVANOVNA         Ma Nicolas, lo sai, è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Pensaci un attimo. Ljuba ora si sposa. Vanja all’Università. Miša e Katja che vanno a scuola. Come si fa a dire smettiamo?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             E invece la parte che tocca a me quale sarebbe?

      MAR'JA IVANOVNA         Fare quello che predichi: amare e sopportare. È così difficile? Devi solo sopportarci. Che cos'è che ti tormenta?

(Pausa)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Si scalca)             Ecco cosa mi fa stare male, avere da­vanti una persona che non vuole capire. Prendi un giorno a caso, prendi oggi. Questa mattina ero al villaggio, in mezzo a tutti quei miserabili, e cosa vedo? Vedo che un bambino è morto di fame, semplicemente di fame. Vedo un ragazzo alcolizzato. Vedo una lavandaia tisica che si trascina con la biancheria da sciacquare. Poi torno a casa e un domestico con la cravatta bianca mi apre la porta. Vedo che mio figlio, un ragazzino, pretende da questo domestico che gli porti un bicchiere d'acqua. E vedo un esercito di servi che lavora per noi. Poi penso a Boris, un uomo che di­fende la verità con la propria vita, e vedo che quest'uomo saldo forte e puro lo stanno portando di proposito alla follia e alla morte per potersene liberare. E se questa non è una cosa terri­bile, c'è qualcosa che lo è? Per finire poi torno a casa e scopro che mia figlia, l'unica in tutta la famiglia a capire non me, ma la verità - scopro che questa figlia in un colpo solo e di buon grado ha sputato sulla verità e su un fidanzato a cui aveva promesso il suo amore. E sposa uno che nella vita ha solo uno scopo: fare il servo. E sa fare solo una cosa: mentire.

MAR'JA IVANOVNA         Bell'esempio di carità cristiana.

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Va bene, ho fatto male, a usare queste parole, ho fatto male. Mea culpa. Ma voglio soltanto che tu veda le cose da dove le vedo io. Dico soltanto che lei ha voltato le spalle alla ve­rità.

      MAR'JA IVANOVNA         Tu dici: la verità. Ma gli altri, la maggioranza, di­cono: l'errore. Prendi Vasilij Nikanorovič.  Si è convinto che era tutto un errore ed è tornato alla chiesa.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ma questo non è possibile.

MAR'JA IVANOVNA        Ha scritto a Lizan'ka, ti farà vedere la lettera. A quanto pare era tutto molto precario. E anche Tonja, stesso di­scorso. Per non parlare di Aleksandr Petrovič, lui va in cerca di una cosa sola, il suo tornaconto.

     NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Con rabbia)             Tutto come vuoi tu, ma per me non cambia niente. Abbi pietà di me, non ce la faccio più. Lasciami andare. Addio.

MAR'JA IVANOVNA         MAt',iA IvAn<~vvA Se tu te ne vai, me ne vado via anch'io con te. E se non posso venire con te, me ne vado sotto il treno che prendi tu. E che se ne vadano tutti al diavolo. Anche Misa. Anche Katja. Mio Dio. Mio Dio. Io sto male, sto male. Ma perché? Perché? (Piange)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ  (Sulla soglia)       Aleksandr Petrovič, tornate a casa. Non parto più. Va bene, rimango. (Si sveste)

    MAR'JA IVANOVNA         (Lo abbraccia) Quanto pensi che ci rimane da vivere? Non possiamo rovinare tutto proprio ora, dopo che ab­biamo passato insieme ventotto anni. Serate non ne darò più. Ma tu non mi punire.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ventotto anni.

      MAR'JA IVANOVNA         Lo vedi come va a finire? Che tu perdoni me, e io perdono te. (Esce)

      NIKOLAJ IVAVOVIČ             Una bambina, nient'altro che una bambina. Op­pure una donna scaltra. Sì. Una bambina. Ma una bambina furba. Va bene, va bene. Si vede che tu non mi vuoi avere come operaio nella tua opera. Mi vuoi umiliare. Vuoi che tutti mi possano se­gnare a dito: lo vedi quello? lo vedi? Quello è uno che parla, ma non fa. Sia come vuoi tu. Si sta al mondo solo per servire te. Chi sono io per decidere a cosa sono chiamato? A uno neghi il pane, a un altro dai cento servi. E lo condanni a vivere con cento servi. (Comincia a spegnere le luci, una dopo l'altra) Te no... te no... e te no. Te rimani. (La stanza in penombra. Sente un rumore) Maša, sei tu?

(Entra Lizan'ka)

      LIZAN'KA             Si può? Ho visto la luce accesa. Sono tutti così agitati... Che cos'era?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Non è niente. E, solo Nikolaj Ivanovič che gli leva il sonno.

    LIZAN'KA            Io ho due pesi che non mi lasciano dormire. Prima que­sto. (Tira fuori una lettera) È di Vasilij Nikanorovič.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Ma esiste davvero questa lettera?

LIZAN'KA             La leggo?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Leggila.

    LIZAN'KA  (Legge)            «Scrivo a voi, ma vi prego di far avere queste ri­ghe a Nikolaj Ivanvič. Mi rammarico molto di quell'errore che mi ha portato ad allontanarmi dalla nostra santa chiesa orto­dossa, e mi rallegro infinitamente di essere tornato nel suo seno. Auguro la stessa cosa a voi e a Nikolaj Ivanovič. Vi prego di per­donarmi».

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Povero prete.

     LIZAN'KA            E poi non so. C'è un'altra cosa. La principessa è qui. Que­sta sera si è sentita male al primo valzer. L'hanno fatta sdraiare in camera mia. Pensavo: dormirà qui. Ma poco fa ha aperto gli occhi e continuava a ripetere: Ermil! Andiamo Ermil! Ma ve­loce... Ermil è il suo cocchiere. Ma quando l'ho portata da Ermil e ha visto che dormiva come un bambino, di colpo ha cambiato idea. Povero Ermil, ha detto, lasciamolo dormire. Per un po' se n'è stata a pensare, poi ha deciso che vi vuole vedere subito. Io non lo so. Le dico che dormite anche voi?

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             No, falla venire. Si vede che questo è un giorno fatto solo di prove.

LIZAN'KA             Come volete. La vado a chiamare. (Esce)

(Nikolaj Ivanoivič da solo)

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Si sta al mondo solo per servire te. Che sia fatta la tua volontà. Non la mia.

(Entra la principessa. Si ferma sulla soglia)

LA PRINCIPESSA          Vi spaventa la luce?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Venite principessa.

LA PRINCIPESSA          Che cos'è tutto questo legno?

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Legno. Ho deciso di diventare un falegname.

LA PRINCIPESSA          Falegnami dare balli io non ne ho mai visti.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Io di balli non ne do.

    LA PRINCIPESSA           Sì, lo so. Sono sempre gli altri, che fanno tutto. A voi basta fare finta. Fate finta di vivere poveramente, ma conti­nuate a vivere in questa casa. E a me questa non sembra la casa di un uomo povero. Però è vero, dimenticavo: non è vostra. Fate finta di essere umile, ma se vostra figlia si deve sposare le si trova un buon partito, uno che sposate volentieri anche voi. Ma per ca­rità: sono stati gli altri. Fate finta di essere un uomo semplice, uno che lavora il legno. Ma per far finta di essere un falegname vi dovete chiudere in questa camera, per non vedere i servi che passano. Ma io in questa camera non vedo un falegname. Vedo solo un fariseo.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Siete venuta per insultarmi. Ma fate del male sol­tanto a voi stessa. Voi non mi potete offendere, perché se si parla di voi nella mia anima c'è posto solo per il dolore e per la com­passione.

     LA PRINCIPESSA           Come recitate male, signor Saryncev, come reci­tate male... Il dolore non le mette così bene in ordine le parole, una dopo l'altra... Il dolore le parole non le trova. Voi qui date i balli. Ma mio figlio sta per morire.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Questo non lo potete sapere. Siamo tutti nelle mani di Dio, e che cosa ha in mente Dio non lo sappiamo. E poi chi muore nella verità vive in eterno. Non dimenticatelo. C'è una sola cosa che potete fare: dovete sopportare con rassegnazione. Tutto questo è opera di Dio. È Dio che vi vuole mettere alla prova.

LA PRINCIPESSA           No. Non è opera di Dio. È opera vostra. Siete voi che ce l'avete spinto. È là che muore, e ce l'avete portato voi.

    NIKOLAJ IVAVOVIČ             Io non ho fatto niente. Io sono una ben povera cosa. Io sono solo uno che vede. Vedo uomini che opprimono gli altri uomini: lo dico. Vedo vecchi che si trascinano nella miseria: lo dico. Vedo bambini che muoiono di fame: lo dico. E a chi lo dico? A persone che neanche mi stanno a sentire. Ma ogni tanto incontro qualcuno che anche lui vede quello che vedo io. Lo vedi Boris? Sì, lo vedo. Lo vedo anche io... Ma voi dite che Boris non è Boris, che sono io che gli ho messo in testa non so che cosa. Ma se Boris è solo questo, se è solo un passatempo da ciarlatani, uno che si può imbrogliare con un paio di discorsi, di chi è la colpa? Mia no. Siete voi che ne avete fatto l'uomo che è. O che non è.

(Pausa)

    LA PRINCIPESSA           Quando era piccolo non vedevo l'ora che diven­tasse alto, non vedevo l'ora che diventasse un uomo. Che stu­pida. Che fretta c'era? Però è vero. Il mio problema sono gli uomini. Quando io ho avuto a che fare con degli uomini, non ne è mai venuto fuori niente di buono. Lo dice anche lo zar. Due mesi fa sono stata dallo zar.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             E che cosa vi ha detto?

    LA PRINCIPESSA           Mi ha guardato con un sorriso. «Principessa, mi ha detto, mio padre vi ha liberato da un marito. Ora voi volete che vi restituisca un figlio. Che strana vita è la vostra». (Si inette piangere)

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Lo zar delle anime non dispone. E a volte neanche dei corpi. Dimenticate quello che vi ho detto. Si dicono dell cose, a volte... Se vi serve qualcosa da me, se avete bisogno di qualcosa, non avete che da chiedere.

     LA PRINCIPESSA           Più vi sento parlare, signor Saryncev, e più vi odio. Io so soltanto una cosa: mio figlio muore. E voi continuate a vivere.

NIKOLAJ IVAVOVIČ             Volete che torniamo dallo zar? Volete che ci torniamo insieme?

    LA PRINCIPESSA            Se ora me ne vado, sentirò solo le ruote che rotolano nel buio, e passeranno le ore. Poi farà chiaro. Ci saranno dei fuochi nei campi. Poi il sole sarà alto, e Ermil avrà fame, ma dirò che non si fermi. Poi saremo sull'Arbat. E la prima cosache mi verrà in mente, sarà questa casa. Di nuovo questa casa. Se ora me ne vado, poi devo tornare. (Gli spara)

(La Principessa si siede per terra, poco lontano dal corpo di Nikolaj Ivanoivič. Entrano Aksakov, Mar'ja Ivanovna e tutti gli altri. Si fermano sulla soglia)

Sipario

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