Tamburo e sonagli

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TAMBURO E SONAGLI

Commedia in tre atti

di FRATELLI QUINTERO

Traduzione di Angelo Norsa

PERSONAGGI

GIANNINA

CONCETTA

PLACIDA

LA SIGNORA CLARA

LORENZA

AMEDEO

CARMELO

TRISTANO

DOTTOR CLAUDIO SUMÀRRAGA

FERMINO

BEPPINO


ATTO PRIMO

Salotto e salottino contigui in casa di Gianni­na e di Amedeo, a Madrid. Il salotto, che oc­cupa le due terze parti della scena, ha la porta alla destra dell'attore. Fra il salotto e il salot­tino vi sono uscite dai due lati. Mobili graziosi ed eleganti. Buon gusto, agiatezza. Pomerig­gio, al principio dell'autunno.

Beppino, domestico sivigliano che, per l'età, quasi strascica i piedi, entra nel salottino dalla sinistra, accompagnando Concetta, la bella co­gnata di Giannina. La signora è in abito da pas­seggio. Nei suoi occhi brilla la irrequietudine d'una curiosità sempre accesa.

Concetta                       - Dove sono?

Beppino                        - Come t'ho detto... stanno vesten­dosi per uscire.

Concetta                       - Ma come, escono nel pomeriggio, oggi ch'è il loro giorno di ricevimento?

Beppino                        - Sì. Solite stranezze di lei.

Concetta                       - E lui, acconsente?

Beppino                        - E che vuoi che faccia Amedeo, se non acconsentire?... Quando lei vuole una cosa...

Concetta                       - E dove vanno?

Beppino                        - Al concerto.

Concetta                       - Al concerto?... Ma se lei non può soffrir la musica!...

Beppino                        - Prima era così... Adesso ne va pazza!

Concetta                       - Naturale. Sempre così! Son tor­nati a casa molto tardi ieri sera?

Beppino                        - Mi pare, un po' dopo le due.

Concetta                       - Erano stati a teatro?

Beppino                        - Sì.

Concetta                       - A che teatro?

Beppino                        - Non ricordo.

Concetta                       - Erano di buon accordo?

Beppino                        - Come sempre: pace e guerra.

Concetta                       - Mio fratello non ha un briciolo di carattere. Giannina fa di lui quello che vuo­le. No, non ha carattere!

Beppino                        - Ne ha; ma Giannina glielo rovi­na. E l'uomo, si sa, per non bisticciare conti­nuamente...

Concetta                       - Una coppia come la loro, in condizioni per essere felice; e invece sempre in lite!

Beppino                        - Ma non è mai cosa seria: sangue non se ne sparge... Dopo mezz'ora di bur­rasca, si schiara il cielo e torna il sereno. Lei ha questa abilità: fa gli occhi languidi, dà un piccolo sospiro... e sgombra le nubi.

Concetta                       - Che peccato! Giovani, sani, for­ti, con mezzi, ancora senza figli, senza nessuna preoccupazione, invidiati da tutta Madrid, par che s'ingegnino per amareggiarsi l'esistenza.

Beppino                        - Però, mi par che tu esageri, Con­cetta. In quasi tutti i matrimoni avviene la me­desima cosa.

Concetta                       - Non nel mio.

Beppino                        - Perché tuo marito è un pan di zucchero!

Concetta                       - Sarà forse per questo. Sono an­dati con qualcuno a teatro?

Beppino                        - Sì: con la signora del piano di sopra.

Concetta                       - Ah, sì! Allora salgo subito da lei per aver particolari, intanto, avranno finito di vestirsi.

Beppino                        - Un gran gusto ci provi tu a inter­rogare, Concetta?

Concetta                       - Ti ricordi?... Fin da quando avevo quattr'anni!

Beppino                        - Fin da quando ne avevi tre... E con l'età e con il matrimonio, il vizio ti si è perfezionato.

Concetta                       - Mi fa piacere di informarmi di quello che non so... Di' a Giannina ed Ame­deo che torno subito.

Beppino                        - Benissimo, signora Martinez.

Concetta                       - A fra poco. (Via dulia sinistra).

Beppino                        - Non par vero che sia donna e non sappia che per informarsi bene delle cose, non c'è mezzo migliore che quello di noni do­mandarle.

(Per la porta del salottino, entra Placida, ca­meriera di Giannina, d'umor pieghevole quanto è necessario per assecondare quello della capric­ciosa padrona).

Placida                          - Che c'è? parla da sé Beppino?

Beppino                        - Quando non ti vedo. E' una specie di richiamo per farti venire.

Placida                          - Mamma mia! Che idee!

Beppino                        - Chissà poi perché tu abbia da esser nata in questo secolo, e io nell'altro? Se Dio mi toglie cinquant'anni, ti sposo!

Placida                          - Alla buon'ora!

Beppino                        - Dove vai?

Placida                          - A telefonare alla modista, per dir­le di venire stasera.

Beppino                        - Che diavolo! Ma non l'hai chia­mata mezz'ora fa, per dirle di non venire?

Placida                          - E se ne meraviglia lei, alla sua età?

Beppino                        - Hai ragione, figliuola mia.

Placida                          - Io non ho da far altro che ob­bedire.

Beppino                        - E di' un po': è pronta la signora?

Placida                          - Pronta? Gesù mio! E' ancora in kimono...!

Beppino                        - Ho capito! Stiamo freschi!

Placida                          - Sta scegliendo un paio di scar­pini da mettersi... E non ne trova nessuno che le vada a genio.

Beppino                        - Di bene in meglio! Così abbiamo il passatempo assicurato!

Placida                          - Può ben dirlo! Io obbedisco a qualunque sproposito mi comandi; ma dentro di me, dò sempre ragione al padrone.

Beppino                        - Allora, hai da soffrir molto!

Placida                          - Altro che! (Via dalla sinistra). (Entra nel salottino, dalla destra, Amedeo, il paziente e innamorato marito di Giannina, pron­to per uscire e recarsi al concertò), Amedeo (guardando il suo orologio) Ecco!  Hai del carattere, Amedeo: manca un quar­to alle sei! L'ora precisa alla quale ho detto à mia moglie che sarei stato pronto. (A Beppi­no) E la macchina?

Beppino                        - E' dalle cinque e mezzo che ti aspetta.

Amedeo                        - Ecco! Così avevo ordinato ad An­tonio... E tu, hai telefonato?

Beppino                        - Ti pare?... Sicuro che ho tele­fonato!

Amedeo                        - A chi?

Beppino                        - A quelli che tu m'hai detto...

Amedeo                        - Non mi fido del tutto. A chi t'ho detto di telefonare? Ripetimelo.

Beppino                        - Dunque... al signor visconte...

Amedeo                        - Ecco!

Beppino                        - Alla signora Margherita...

Amedeo                        - Ecco!

Beppino                        - Allo zio Gustavo...

Amedeo                        - Benissimo!

Beppino -                      - Alle persone che aspettavi oggi.

Amedeo                        - E le hai avvertite...?

Beppino                        - Che i padroni avevano deciso di andare al concerto questa sera; e che in conse­guenza di ciò, di scusare e che non si distur­bassero a venire.

Amedeo                        - Ecco!... Beppino, sei un gioiello!

Beppino                        - Bontà tua!

Amedeo                        - Poi quando ce ne saremo anda­ti, chiamerai anche...

Beppino                        - Non ti ricordi che me i'hai già detto?

Amedeo                        - ...il marchese...

Beppino                        - Sì, sì; don Enrico. Se me l'hai già detto prima!

Amedeo                        - E lo avvisi che domani, dome­nica...

Beppino                        - ...lo aspetti alle dodici al cir­colo!  Non ti ricordi più che me l'avevi già detto prima?

Amedeo                        - Non si sa mai... Sul più bello 1» dimentichi...

Beppino                        - Come vuoi che mi dimentichi io di ciò che mi ordini tu? Quando tu mi dici una cosa, è come se tu l'avessi scritta col gesso sulla lavagna!

Amedeo                        - Così almeno dovrebbe essere, ma non sono molto sicuro... Non si sa mai... Ecco, ecco! (Riguarda l'orologio) Ecco! Mancano die­ci minuti. Molto bene... Bel concerto quello che andiamo a sentire. Veramente bello!

Beppino                        -  (dando un'occhiata alla porta di destra) Altro che bello!... Vuoi altro?

Amedeo                        - Nulla.

Beppino                        - A fra poco. Ah!... C'è stata qui tua sorella poco fa.

Amedeo                        - Mia sorella?

Beppino                        - Sì. E,' andata un momento al piano di sopra; ma verrà a momenti.

Amedeo                        - (volgendo gli occhi alla porta destra e vedendo venire la sua graziosa consorte in kimono e pantofoline, lucidandosi le unghie) Ma che cosa vedo?

Beppino                        - E' il concerto che incomincia pri­ma dell'ora! (Via dalla sinistra).

Amedeo                        - Eh?...

Giannina                       -  (canterella) « Tra la la, tra la la la. Godi il presente e l'avvenir trascura! n.

Amedeo                        - Ma, che cos'è questo?

Giannina                       - Questo?... Un kimono: il mio kimono nuovo. Non l'hai ancora visto?

Amedeo                        - Ma, ma, ma!

Giannina                       - Si vede come t'interessi alle co­se mie!

Amedeo                        - Alle cose tue? Guarda, guarda, Giannina! E' una cosa inaudita! Non so come io abbia la pazienza!...

Giannina                       - Che ti succede?

Amedeo                        - Come, che mi succede? Guarda come io sono qui, vestito di tutto punto, in or­dine, ad aspettarti per andare al concerto. Do­vevamo uscire alle sei precise! E alle sei meno cinque mi ti presenti in kimono!

Giannina                       - Ma andiamo! Io credevo che si trattasse di tutt'altro! Ti inquieti per poco. Non sai quel che mi succede?

Amedeo                        - Che t'è capitato?

Giannina                       - Che non ho scarpini da met­termi!

Amedeo                        - Giannina!

Giannina                       - E' come te la dico: non ho scar­pini da mettermi. Ne ho molti, lo so; ma quelli che mi occorrono in questo momento, non li ho.

Amedeo                        - Già; scarpini da concerto, non è vero?

Giannina                       - Chiamali come vuoi; ma gli scarpini che mi ci vogliono adesso non li ho. Non vado certamente ora a cambiarmi perfino le calze, e a pensare di indossare un altro abito per colpa di quei benedetti scarpini. E' una cosa da disperare! Ti dico che è una cosa da disperare, Amedeo!

Amedeo                        - Da disperare? ... . Andiamo, an­diamo!... (Irritatissimo, depone il soprabito, il cappello, e si sfila i guanti).

Giannina                       - Oh Dio! M'è caduta una maglia di questa calza! Ah, no!... Era un peluzzo... Vedi che spaventi!

Amedeo                        - (passeggiando agitato) Bah, bah, bah, bah!...

Giannina                       - Ma, caro mio, non prendere le cose così... che colpa ne ho io?

Amedeo                        - E allora, la colpa è mia!

Giannina                       - Nemmeno tua, ecco tutto. E non c'è da scaldarsi tanto!... Ohimè! Amedeo, sei congestionato come se stesse per venirti un colpo!...

Amedeo                        - Vedi tu, piuttosto, di non farmelo venire.

Giannina                       - Amedeuccio, non spaventarmi! Ah! Mio Dio!... Che terrore!... Non ti amma­lare, amor mio! Non ti ammalare. Che sarà di me se tu t'ammali; se tu mi venissi a mancare? Vedova!... Così giovane!... col bene che ti vo­glio! Io sola a questo mondo... con il velo da vedova!... non ci posso pensare!

Amedeo                        - Andiamo, andiamo, carina! Non ti esaltare... E smettila con le moine e le lu­singhe; vestiti... e andiamo al concerto, che al­trimenti arriveremo troppo tardi...

Giannina                       - Ma come faccio, cocco mio?

Amedeo                        - Non mi vorrai dire che è una cosa senza rimedio.

Giannina                       - Ma che scarpini mi metto? In­dicameli tu!

Amedeo                        - I primi che ti vengono a mano! Son tutti carini.

Giannina                       - Amedeo non dire sciocchezze. Saresti tu il primo a farmeli cambiare, se non fossero adatti. Tu che guardi tutto, con tanta attenzione. Se è appunto una delle tue qualità che,più mi piacciono: il tuo buon gusto!

Amedeo                        - Finiscila con le moine, ti dico. Vestiti, per amor del cielo, che son già le sei, e il concerto incomincia alle sei e mezzo preci­se. E dovresti essere ristucca di sentirmi dire che a me piace di arrivare presto agli spettacoli ed esser l'ultimo ad uscire.

Giannina                       - Tutto all'opposto di me. A me piace d'esser l'ultima ad arrivare e la prima ad andarmene!

Amedeo                        - Bella cosa!

Giannina                       - Nei concerti no; perché non la­sciano entrare quando un pezzo è incominciato - ed è una solenne scemenza - ma nelle com­medie, non c'è piacere maggiore che arrivar tardi, e far alzare mezza fila di spettatori in poltrona, per lasciarmi passare!

Amedeo                        - Bellissima cosa!

Giannina                       - E se si è in un palco, sbattere la porta, oppure farmi zittire perché saluto forte i vicini, e domando: « che cosa è successo fino­ra? » E tutti si distraggono dalla scena per guardar me. Questo a te non piace?

Amedeo                        - E ti sembra che possa piacermi?

Giannina                       - Ebbene, a noi signore, ci deli­zia. La signora Baccalà è dello stesso mio sentire.

Amedeo                        - E chi è la signora Baccalà?

Giannina                       - Quella che ci abita dirimpetto. Non lo sai che la chiamano così?

Amedeo                        - Come vuoi che lo sappia io? Non lo voglio nemmeno sapere. La nostra vicina di rimpetto si chiama la signora Barbara Gonzales.

Giannina                       - Ma ha per soprannome Mada­ma Baccalà, per il commercio di suo marito.

Amedeo                        - Certo, io non la chiamerò mai così. Detesto i soprannomi e i nomignoli.

Giannina                       - Quando non sei tu a metterli...

Amedeo                        - Io?

Giannina                       - Non mi chiami forse Ninina tut­te le volte che ti fa piacere?

Amedeo                        - E mi vorresti paragonare un vez­zeggiativo affettuoso, con un soprannome insul­tante?

Giannina                       - Insultante!... Come sei esagera­to. Dire che è insultante un nomignolo. Forse. se lo sarà dato da sé per fare la reclame al com­mercio di suo marito. Insultante! Gesù mio... Insultante!...

Amedeo                        - Vuoi farmi il piacere di smetterla e di vestirti, Giannina?

Giannina                       - Ma sai che è molto ridicola la tua mania contro i nomignoli? Qui a Madrid, nessuno vi sfugge. Sai come chiamo te? Tam­buro; e me, sonaglio! Bisogna convenire che non è mal trovato.

Amedeo                        - Sì, sì.

Giannina -                     - Manco a dirlo, è un regalo che dobbiamo al generale Bum Bum. E' proprio lui che ce l'ha fatto!

Amedeo                        - Che generale è?

Giannina                       - Davvero, non lo sai? Tuo padre.

Amedeo                        - Giannina!... Mio padre è il gene­rale Villacana!

Giannina                       - (facendo la voce grossa e prenden­do un atteggiamento militare) Va bene, va bene... Attenti!...

Amedeo                        - Ti vesti, sì o no!

Giannina                       - Ora vado. Dunque è lui, proprio lui, il tuo signor padre che alla fine della ceri­monia delle nostre nozze, ha avuto l'estro di dire: « Abbiamo sposato un sonaglio con un tamburo! ». E la gente che lo ha udito se n'è impadronita. Ah caro il mio tamburo!

Amedeo                        - Sonaglio del mio cuore! Andiamo al concerto, sì o no?

Giannina                       - Ti pare? Dopo che abbiamo messo tutto quanto a soqquadro per poter an­dare a un concerto proprio il giorno che desti­niamo abitualmente al ricevimento! Abbiamo dovuto farlo sapere a mezza Madrid!

Amedeo                        - Proprio così. Per soddisfare un tuo capriccio.

Giannina                       - Mio?

Amedeo                        - Eh, no, dunque!

Giannina                       - Non prender le cose così alla lettera, Tamburo!

Amedeo                        - Amedeo, se ti piace.

Giannina                       - Amedeuccio! Cerca di capire, qualche volta, anche l'intenzione. Io so che a te piace la musica, e ho tutto combinato per far piacere a te.

Amedeo                        - Mille grazie, caruccia. Ma adesso non privarmi della musica, giacche tanto ti pre­occupi di accontentarmi.

Giannina                       - Ah, ah, ah!  Che spirito hai, ma­ritino mio!... Precisamente, una delle doti con cui mi hai conquistata, è lo spirito! (S'avvicina a struccarlo). Aum, aum, aum! Lo spirito delle persone serie, non c'è niente al mondo che lo agguagli.

Amedeo                        - Ragazza!...

Giannina                       - Perché si può dubitare di qualunque cosa, ma non che tu sia un uomo serio!...

Amedeo                        - E come! Particolarmente in que­sto momento... Lo capisci, Giannina?

Giannina                       - Ahi, come sei accigliato.

Amedeo                        - Lo capisci?...

Giannina                       - Sì, sì; non spazientirti e non i andar in collera; ora vado a vestirmi. Ho già pensato la combinazione...

Amedeo                        - Allora, corri ad utilizzarla subi­to; prima che tu la dimentichi.

Giannina                       - Sarai sorpreso della mia rapidi­tà. Ma prima però, voglio che tu riconosca che seandiamo al concerto, è per te; perché io, della musica non capisco che la marcia reale! E di tutto il resto me ne infischio!

Amedeo                        - Dio! Che espressione è mai que­sta, Giannina! Me ne infischio!

Giannina                       - Oh, Dio mio!... Qui siamo in confidenza... Così pure, iersera per farti pia­cere sono venuta a teatro!

Amedeo                        - Si capisce!

Giannina                       - Che commedia sonnifera! Mi sono annoiata tanto da piangere! Che zuppa!... Ma come è possibile che io piaccia tanto a te, e che ti piaccia tanto una commedia simile?... Ma non può essere. Che noia! Com'è possibile, Amedeo! E' proprio vero che quella commedia ti piace?

Amedeo                        - Senti: mi pare che non sia pro­prio il momento...

Giannina                       - Sì; ti piace: non negarlo. E' una cosa da non credere; ma a te piace perché tutto vi è giustificato e molto verosimile! Molto sonnifera, ma molto verosimile. Io invece, le produzioni verosimili non le posso soffrire. Io voglio cose assurde, stravaganti, impreviste... senza senso comune.

Amedeo                        - Come in casa nostra.

Giannina                       - Come in casa nostra... dice il burlone!

Amedeo                        - Come in casa nostra; sì, come in casa. Sconclusionata che sei!

Giannina                       - Ah!  Forse che in casa nostra sra­gioniamo? Chi è che sproposita qui?

Amedeo                        - Mah! Probabilmente anch'io... Non c'è pazienza che regga... Vorrei vedere un santo al mio posto!

Giannina                       - Che, che, che! Ma vai in collera davvero?

Amedeo                        - Come vuoi che non vada in col­lera?

Giannina                       - Ma proprio?

Amedeo                        - Certo! e ne ho ben ragione!

 Giannina                      - Ragione tu?... Ma dì; ma dì! che occhi di pantera son questi che mi fai?

Amedeo                        - Di pantera dovrebbero essere dav­vero!... A te sembra ragionevole questa scena? Siamo rimasti intesi ieri sera che saremmo usci­ti di casa alle sei, perché ti sei fitta in capo di non ricevere nessuno e che si doveva andare al concerto...

Giannina                       - Persisti a sostenere che questo l'ho voluto io?

Amedeo                        - E da come vanno le cose, a mo­menti suoneranno le sette e noi saremo ancora qui a discutere sulle tue stupide scarpe...

Giannina                       - Stupide... hai detto? Ebbene, io non tollero parole sconvenienti!

Amedeo                        - Io non ne dico mai. Meno poi da­vanti a te. E stupido non è mai stata una pa­rolaccia.

Giannina                       - Se non lo è, poco ci manca; perché serve di schermo a qualche cosa di peggio!

Amedeo                        - Giannina, non offendermi.

Giannina                       - E tu non offendere i miei orec­chi... Non so perché debba suonar male il « me ne infischio », e bene « le tue stupide scarpe! ».

Amedeo                        - Se l'espressione ti urta, la ritiro.

Giannina                       - E fai molto bene a ritirarla.

Amedeo                        - Allora, vediamo se ti vesti una buona volta, o che facciamo.

Giannina                       - Sai, carissimo, peggio che le pa­role sconvenienti, son le cattive maniere.

Amedeo                        - Hai proprio deciso di esaspe­rarmi?

Giannina                       - E' che non tollero cattive ma­niere né in te né in nessuno! Hai capito? Sono stata troppo bene abituata, e posso dire vizia­ta, per poterle sopportare. A questo si doveva giungere?... Che cosa è poi che ti possa tor­nar nuovo adesso nella singolarità del mio mo­do di essere, non lo capisco! Così come sono, ti son piaciuta, così mi hai voluto bene... Non trovavi altro di più bello al mondo...

Amedeo                        - E mi ero illuso che così dovesse continuare... Non potevo figurarmi...

Giannina                       - E nemmeno io potevo figurarmi che la vita si dovesse ridurre a una scacchiera, come dice mio cugino Tristano!... La pedina qui; l'alfiere qui; qui il cavallo... Ma siamo forse in una caserma?  Non si può avere nemme­no in casa propria, un po' di libertà di movimen­ti? una qualche concessione all'affetto? Caro mio, le creature viziate come me hanno necessi­tà di questo come dell'aria da respirare! Io vo­glio nutrirmi da mattina a sera di baci e di ca­rezze!... E se questo a te pesa, non sarò io quella che ti opprimerà. Faccio subito le valigie; e me ne vado con mia madre, che non fa altro che rimpiangermi...

Amedeo                        - (impazientissimo) Ma bene... ma bene...

Giannina                       - E se non con mia madre, con i miei zii di San Sebastiano! Tu non sai il bene che mi vogliono! Non sai quanto mi delizia quel soggiorno, ancora più d'autunno che d'estate. Oh, che spiaggia! Che panorami!... E quando dico coi miei zii dico con la nonna, in Galizia. Poverina! Tu non immagini la sua felicità se mi vedesse comparire!

Amedeo                        - Basta, Giannina; ora basta!... Ti proibisco di spropositare!

Giannina                       - Spropositare, hai detto?

Amedeo                        - Sì spropositare. A te piaceranno gli spropositi e le commedie inverosimili, ma...

Giannina                       - Che cos'è che mi vuoi dire?

Amedeo                        - Semplicemente, che qui non si tratta adesso che tu abbia da andare con ' tua madre, o con i tuoi zii, o con la tua nonna...

Giannina                       - Tu, tu, tu... Più rispetto per la mia famiglia!

Amedeo                        - Non dir sciocchezze! qui in que­sto momento, si tratta soltanto di sapere se an­diamo al concerto, o non andiamo! Giacché da quel che si vede...

Giannina                       - Da quel che si vede, tu farai quel che vorrai; ma io, ti dichiaro che al con­certo non ci vado. Oh!

Amedeo                        - Non vieni?

Giannina                       - Non vengo.

Amedeo                        - E' deciso?

Giannina                       - E' deciso.

Amedeo                        - Ecco! Almeno è chiaro. Tu non vai al concerto, perché hai cambiato idea...

Giannina                       -  Precisamente.

Amedeo                        - O perché devi fare sempre l'op­posto di quello che hai detto di voler fare!

Giannina                       - Non c'è cosa migliore per là salute!

Amedeo                        - E io, siccome non c'è cosa che più mi spiaccia che andare in qualche parte senza di te...

Giannina                       - Fammi ridere!

Amedeo                        - Niente; non riuscirai a distoglier­mi dal mio pensiero, né dalla mia conclusione. Siccome mi spiace di andare in qualsiasi luogo senza di te...

Giannina                       - Miau!

Amedeo                        - Rinuncio anch'io. Ora sappiamo a che cosa attenerci: non andiamo al concerto nessuno dei due!

Giannina                       - Ci vuol la marca da,bollo?

Amedeo                        - Non c'è bisogno di bollo: nessuno dei due va al concerto! E' una cosa che non può cambiare!

Giannina                       - Pron, pron, pronpron! Rulli di tamburo.

Amedeo                        - Però sappi che questo vale per oggi soltanto. In nessun'altra occasione ammetterò una discussione simile. Se io dico: andia­mo nel tal luogo, si va. Lo dici tu, si va ugual­mente.

Giannina                       - ... oppure non si va!

Amedeo                        - Sì, sì, si va; perché io ti farò ob­bedire.

Giannina                       - Oppure non si va!...

Amedeo                        - Allora ci disgusteremo seriamente!  .

Giannina                       - Pron, pron, pronpron!

Amedeo                        - Senza scherzi! Approfitti un po' troppo della mia bontà. Ed è necessario che tu non dimentichi l'Epistola che ci lesse il prete il giorno delle nostre nozze.

Giannina                       - E tu credi che io ci abbia fatto

caso?

Amedeo                        - Che cosa dici?

Giannina                       - Ti pare, che in quel giorno io fossi in disposizione di spirito da fare attenzio­ne all'Epistola?

Amedeo                        - Ma se è l'unica volta che la si sente! Se è per questo precisamente che ci si va! In tanti anni che ho di giudizio non ho mai sentito dire un'enormità simile!

Giannina                       - Si capisce! Tu non ne avrai per­duto una sillaba! Avevi buon tempo! tu! Poi, eri padrone dei tuoi cinque sensi; come se spo­sarsi fosse prendere una bibita!

Amedeo                        - Non è una cattiva bibita!

Giannina                       - E avrai dormito come un ghiro la notte prima! Ma io invece, non ero riusci­ta a chiudere occhio... E la passai agitatissi-ma!... Perché tutti non facevano che ripetermi la stessa cosa: «Non farti illusioni, sai; il ma­rito, non lo si conosce altro che il giorno dopo le nozze... ». Come volevi tu che io avessi nervi per fare attenzione all'Epistola?

Amedeo                        - Avanti con gli spropositi...

Giannina                       - Ebbene, sì; continuano, e continueranno un pezzo! Spropositi, spropositi... Evviva gli spropositi... Ogni cinque minuti, un cambiamento!... Pensare una cosa e fare inevi­tabilmente l'opposto! Fare altrimenti è cosa da morire! Divertiti al concerto, Tamburo!

Amedeo                        - Ma se non ci andiamo! Se abbia­mo convenuto di non andare...

                                      - (Giannina, senza badargli, se ne va dalla parte di dov'era venuta, seguitando il rulh del tamburo: « Pron, pron, pronpron! ».

Amedeo                        - E se ne va canzonandomi! Nonne posso più!... Questa bambola mi farà morire...

                                      - (Torna Concetta, e vedendo l'agitazione del fratello, dopo averlo considerato un momento! gli domanda):

Concetta                       - Che c'è? Che succede?

Amedeo                        - Buondì, sorella.

Concetta                       - Che cos'è stato?... Ti vedo tutto sconvolto...

Amedeo                        - E che vuoi che sia stato? La storia; di tutti i giorni... La mille e unesima lite! Ne ho perduto il conto!

Concetta                       - Non andate al concerto?

Amedeo                        - Non più.

Concetta                       - Come no?  Ma non sei vestito per andare?... Beppino m'ha detto...

Amedeo                        - Mezz'ora fa, si doveva andare, secondo quanto s'era stabilito ieri; ora invece non si va più.

Concetta                       - E perché?

Amedeo                        - Perché?... Perché?... Domanda tu a un passero perché cambia ramo!

Concetta                       - E tu tolleri una cosa simile?

Amedeo                        - E che ci vuoi fare?

Concetta                       - Mi permetti, Amedeo, che ti di­ca che sei un uomo di stoppa?

Amedeo                        - Me l'hai già detto prima che ti abbia dato il permesso! Ma no; ti sbagli, non è ch'io sia un uomo di stoppa, Concetta: sono semplicemente un povero marito innamorato di sua moglie...

Concetta                       - ... la quale non lo contraccam­bia sicuramente, dal momento che lo fa soffrire in questa maniera... Ma tu non dimenticare che l'affetto non deve essere soltanto condiscenden­za e dolcezza; dev'essere qualche cosa di più e di meglio: intelligenza, educazione, volontà, energia, se è necessaria...

Amedeo                        - Tutte armi che sono contenute nel mio... E che adopero inutilmente!

Concetta                       - Io peraltro ti avevo prevenuto: « Sta all'erta, Amedeo, è figlia unica, viziata come una bambina... Ci vuol la camiciuola di forza fin dal principio »...

Amedeo                        - (sospira).

Concetta                       - E quel che oggi succede non de­vi tollerarlo! Assolutamente! Essa ha invertito l'ordine della vostra vita a suo vantaggio. Non era lei a volere andare al concerto ad ogni co­sto? Ebbene, concerto sia! Quest'oggi devi far­glielo ascoltare fino all'ultima nota!

Amedeo                        - Ma non delirare, Concetta.

Concetta                       - Non vaneggio; ti rimetto nella tua dignità di uomo. Dapprima la persuadi; poi, glielo chiedi; dopo, glielo imponi; e infine, se non vuol saperne, la prendi per i capelli e ve la trascini.

Amedeo                        - Sì, giusto, per i capelli!..; Ma se se li è fatti tagliare ieri!

Concetta                       - Se li è fatti tagliare?... Contro la tua volontà?

Amedeo                        - Per fare la sua, come sempre! Quanto a questo, però, è già pentita!...

Concetta                       - Bella consolazione!... E' una co­sa da non credere, Amedeo! Io, nei tuoi panni, l'avrei strozzata!

Amedeo                        - Io, no, invece. Mi son limitato a rimproverarglielo... a soffocare il mio dispia­cere... e a conservare i suoi capelli in una cas-settina di cristallo... per vederli sempre. Son gli stessi, Concetta, di quando aveva tredici an­ni, e che già allora mi seducevano...

Concetta                       - E' un'afflizione per me. Affli­zione e collera insieme. Parlerò adesso, subito, con quella smorfiosa.

Amedeo                        - Per carità,. lascia correre... Non complichiamo le cose di più di quello che sono.

Concetta                       - I capelli, di certo, non glieli potrò rimettere; ma t'assicuro che questa sera andrete al concerto.

Amedeo                        - Ma se ci siamo definitivamente messi d'accordo di non andare!...

Concetta                       - Eppure andrete al concerto!

Amedeo                        - Ti prego di non complicare le cose...

Concetta                       - Da questo non mi distogli, Ame­deo. Dovete andare al concerto! (Esce per la porta di destra).

Amedeo                        - Ma, signore Iddio! Che io debba servire di giocattolo all'una e all'altra? Questo poi no! Ho detto che al concerto non ci si va, e basta.

                                      - (Giungono, dalla sinistra, Carmelo e Trista­no. Carmelo è marito della signora che è ap­pena uscita di scena. Ne ha abbastanza di lei! Tristano, è un cugino di Giannina, disegnatore di mode, alquanto innamorato di lei. Ha sem­pre con se un album tascabile e utilizza tutte le occasioni propizie per far schizzi, specialmente di donne).

Carmelo                        - Ragazzo, sei solo!

Amedeo                        - Buondì!

Tristano                         - Dio, che faccia irritata!

Amedeo                        - Addio, Tristano!

Tristano                         - E mia cugina?

Amedeo                        - E' di là.

 Carmelo                       - E mia moglie?

Amedeo                        - E' con lei. C'è andata adesso.

Tristano                         - Non avete nessuno stasera?

Amedeo                        - Nessuno; perché abbiamo tele­fonato agli assidui che non venissero, poiché dovevamo uscire.

Tristano                         - Ah, uscite?

Amedeo                        - Dovevamo uscire.

Carmelo                        - E non uscite più?

Amedeo                        - No. Fate una partita?

Carmelo j                      - Magari!

Amedeo                        - Allora, torno subito.  (Esce per il salottino, dalla destra).

Tristano                         - Dio, che uomo pesante!  Più che se fosse di piombo. Dalle sue ossa si potrebbero tirar fuori delle matite.

Carmelo                        - Ecco che spunta il disegnatore!

Tristano                         - Pesante e malinconico. Com­piango mia cugina.

Carmelo                        - Quel che succede a te, mio caro, è che tu invidi Amedeo, perché l'ha sposata….

Tristano                         - In quanto a invidiarlo, sì. Ma questo non toglie e non aggiunge nulla al suo peso. E' una cosa indipendente. Se pesasse lo spirito come la carne, stroncherebbe tutte le bi­lance. Povera Giannina!

Carmelo -                      - E tu perché non gliel'hai contesa a tempo?

Tristano                         - Perché lei di me non ha mai vo­luto saperne. O non è innamorata di suo mari­to? Si può vedere cosa più assurda?

Carmelo                        - Forse è per la legge dei contrasti.

Tristano                         - Sia per quel che vuoi tu: il ri­sultato è che con lui non sarà mai felice. E' una gran disgrazia!

Carmelo                        - Tu, non forzar le cose nel senso che ti conviene, Tristano, non dir sciocchezze. A tua cugina basta un fantoccio per divertirla. 

Tristano                         - Qui sta l'errore. Non è frivola come pare. Ma Amedeo la intratterrà di cose noiose, che non la interessano, volgari...

Carmelo                        - Sì, sì.

Tristano                         - E Giannina è una donna spiri­tuale, di sogno, di chimera, nella quale si dovrebbe risvegliare una illusione ogni momento...

Carmelo                        - Sei un teorico.

Tristano                         - Perché?

Carmelo                        - Ti dico che sei un teorico!... Tu vedi la donna come disegnatore; nella posa che più ti piace; nel momento che a te par bello; col suo più bel vestito... Alt! ferma un momen­to: uno schizzo... e basta! Ma non è di questo che si tratta mio caro.

Tristano                         - Lo so anch'io, che non è questo...

Carmelo                        - Una notte, a Venezia, con una donna seducente, è una bellissima cosa; ma il matrimonio... son tutte le notti, a Madrid! Il matrimonio, non è mai lo schizzo su un fogliet­to d'album: è un quadro ad olio; un quadro di Storia!

Tristano                         - Grande così?...

Carmelo                        - Grande al vero!... Per conoscere bene una donna            - e tu sta bene attento che non capiti la mia - bisogna viverle insieme da quando ti svegli la mattina, a quando ti addor­menti la sera! O, anche, fino a quando fai le viste di dormire... Che anche questo succede!

Tristano                         - Ah, succede, eh?

Carmelo                        - Te lo garantisco. La colazione del mattino, la seconda colazione, la merenda, il pranzo, la cena, la passeggiata, le visite, i pas­satempi... e poi, per giunta, la giustificazione di quello che fai senza la sua cara compagnia.

Tristano                         - Ben, ragazzo mio, sarà così; sa­rà che ti manca abilità per cavartela; perché io, nei miei due o tre simulacri di matrimonio, mi sono comportato molto bene.

Carmelo                        - Simulacri!... E due o tre!... Teo­ria, teoria!... Non te l'ho detto io, che sei un teorico?... Lo schizzo, il bozzetto per la coper­tina del libro o della rivista, e passiamo ad altro!... Sì, sì!

Tristano                         - Ecco che s'avanza la tua dolce consorte.

Carmelo                        - Siccome non ci slam più visti da dopo la colazione, perché ho dovuto uscir su­bito, tu fa bene attenzione all'intervallo! E re­gistra tutto.

                                      - (Dalla porta di destra, torna Concetta).

Concetta                       - M'era ben sembrato d'udir la tua voce.

Carmelo                        - Sì, son giunto ch'è un momenti­no con lui.

Concetta                       - Come va, Tristano?

Tristano                         - Bene; ai tuoi comandi, elegan­tissima parente.

Carmelo                        - Hai inteso? Il macchiettista del­le signore, t'ha detto: elegantissima!

Concetta                       - Adulatore! E Amedeo?

Carmelo                        - Vien subito.

Concetta                       - (a Carmelo) E tu cos'hai fatto sinora?

Carmelo                        - Uh! Diverse cose.  (Tristano tira fuori il suo album, e fa uno schizzo di Concetta, sorridendo del dialogo co­niugale. Tra Carmelo e lui, corre un'occhiata d'intelligenza).

Concetta                       - Sei stato al Circolo?

Carmelo                        - Per la prima cosa.

Concetta                       - Chi c'era?

Carmelo                        - Puoi figurarti; la solita troppa

gente!

Concetta                       - Domando: coloro che tu doveri vedere. Li hai visti tutti e due?

Carmelo                        - Li ho visti.

Concetta                       - Ebbene?

Carmelo                        - Sono d'accordo. Mariscal vende

la proprietà.

Concetta -                     - Al prezzo che vogliamo noi?

Carmelo                        - Sì. Verrà domani a parlare

con te.

Concetta                       - Bene. Poi?

Carmelo                        - Di questo, nient'altro.

Concetta                       - Ma poi, che altro hai fatto?

Carmelo                        - Ho giocato mezz'ora al biliardo.

Concetta                       - Con chi?

Carmelo                        - Con Polo Maldonado.

Concetta                       - Quello che ti pela sempre?

Carmelo                        - Proprio lui.

Concetta                       - Anche oggi ti avrà vinto?

Carmelo                        - Anche oggi.

Concetta                       - E perché non giuochi con un altro, cuor mio?

Carmelo                        - Perché così imparo.

Concetta                       - E dopo giuocato?

Carmelo                        - Dopo... ah! dove sono andato?...

Concetta                       - Sai... non inventare!

Carmelo                        - Non invento, figlia mia. Ah, dal sarto.

Concetta                       - E' vero, t'aveva dato appunta­mento per oggi. E dopo?

Carmelo                        - Dopo, ho fatto quattro passi, per sgranchirmi le gambe.

Concetta                       - C'era molta gente alla passeg­giata?

Carmelo                        - Poca, perché era presto.

Concetta                       - Conoscenti?

Carmelo                        - Cara; con la velocità degli auto­mobili, come si fa a riconoscere? Davanti alla statua di Castelar, c'era fermo lui, e per questo l'ho riconosciuto. Siam venuti insieme. Ho re­so ben conto dell'intermezzo?

Concetta                       - Benissimo.

Carmelo                        - Hai sentito, Tristano, l'interro­gatorio?

Tristano                         - Come non sentirlo?

Carmelo                        - Allora, prendi appunti, prendi appunti.

Concetta                       - Mi interessano le evoluzioni di mio marito, quando non è con me.

Tristano                         - Troppo giusto. Ma lui è am­messo alla replica?

Carmelo                        - Sì; perché, sebbene io non do­mandi nulla, lei mi ragguaglia.

Concetta                       - Così ha da essere.

                                      - (In questo momento, per la porta del salotto, entra Giannina, vestita per andare al concerto, perche ha finito per trovare gli scarpini da met­tersi; dalla destra si presenta Amedeo, in abito da casa. Il suo stupore al vedere la moglie è indescrivibile).

Tristano                         - Cuginetta!

Giannina                       - Cugino! Carmelo! Buondì.

Carmelo                        - Altrettanto a te, tesoro!

Giannina                       - Ma, Amedeo!

Amedeo                        - Che c'è?

Giannina                       - Perché sei vestito così?

Amedeo                        - E tu, perché sei tutta in ghin­gheri?

Giannina                       - Come sei spiritoso!

Amedeo                        - Dove vai?

Giannina                       - Impazzisci forse?... Al concer­to. Dove vuoi che vada?

Amedeo                        - Al concerto?.

Giannina                       - E che! Non abbiamo avvisato i nostri amici di non venire, perché noi si andava al concerto? Se è da iersera che se ne parla!

Concetta                       - Giannina ha ragione!

Amedeo                        - Sì? Ha ragione? Tu le dai ra­gione?

Concetta                       - Certo!

Amedeo                        - (fuor di se) Ma se non son passati dieci minuti, che m'hai detto tu stessa che non ci saresti andata nemmeno colla forza!

Giannina                       - Io?... Non ho mai detto questo!

Amedeo                        - Non l'hai detto?

Giannina                       - S'ha da sentire una cosa simile? Vedete che razza d'uomo! Come si può vivere con lui? E' in perpetua contraddizione con se stesso! Finirà per stancarmi! Vedete che ora s'è vestito da casa!?... Andiamo... via!

                                      - (Amedeo vuol parlare, ma non può; ha per­duto la parola ad un tratto come un pappagallo che dimentica in un secondo tutto quello che sa. Ora non fa che rivolgersi indignato a tutti quan­ti si dirigono a lui tentando inutilmente di arti­colare una sillaba).

Amedeo                        - Hep! (come un singulto).

Concetta                       - Non turbarti, fratello mio, io stessa t'ho detto poco fa che andavo di là a per­suaderla!

Amedeo                        - Hep!

Giannina                       - Non c'era nessun bisogno di per­suadermi! No. E in quanto a farmi rinunciare al concerto, non riesci, carissimo! C'è un pro­gramma straordinario.

Amedeo                        - Hep!

Giannina                       - Certamente arriveremo in ritar­do. Ma. per quello che importa a me arrivar tardi!... ,

Amedeo                        - Hep!

Giannina                       - Tu, fai quello che vuoi, capisci! Io però ci vado subito. Animo, Concetta. Tu, Tristano, accompagnaci.

Tristano                         - Con trasporto, cuginetta bella!

Giannina                       - E dire che una ha marito appunto per questo!...

Amedeo                        - Hep!

                                      - (Se ne va risoluta da sinistra seguita da Tristano).

Concetta                       - (Solennemente, a Amedeo, che ri­mane muto e come soffocato dalle parole e dalle ragioni) Per quanto mi dolga, devo dirtelo: ora, tu non sei stato all'altezza della situazione. Domattina per tempo verrò io ad insegnarti la parte.

Amedeo                        - Hep!

Concetta                       - (a Carmelo) Tu, compra dei dolci, e vieni al teatro, senza perderti per istra­da. Barcaccia numero sette. A presto!

Carmelo                        - Subito!

Concetta                       - E non farti aspettare, eh! (Se ne va in fretta).

                                      - (I due mariti si contemplano. Pausa).

Carmelo                        - Cos'hai? Mandi lampi dagli oc­chi. Maledici forse la tua sorte?

Amedeo                        - (ricuperando ad un tratto la parola) Sì, figliuolo mio, sì! Non ho potuto parlare fino a questo momento, ed è stata una fortuna, perché avrei detto delle cose atroci. Questa don­na che adoro, mi farà morire.

Carmelo                        - Bisogna pure che uno dei due muoia prima dell'altro. Però, non lagnarti trop­po: hai una serata libera! E' sempre tanto di guadagnato.

Amedeo                        - Ah, no, no!  Sono un uomo di stop­pa! Me l'ha detto tua moglie... e quella lì sì che ha ragione!

Carmelo                        - Bisogna dargliela anche quando non ce l'ha.:

Amedeo                        - Questa volta ce l'ha! Sono un uomo di stoppa!

Carmelo                        - Ma perché?

Amedeo                        - Lo vedrai fra dieci minuti!... Bep­pino!... Beppino!...  (Se ne va dalla destra del salottino, chiamando Beppino. Carmelo lo con­templa con un sorriso di compassione e di can­zonatura insieme).

Fine del primo atto

ATTO SECONDO

La medesima scena dell'atto primo, quindici giorni dopo. Pomeriggio inoltrato. Ha luogo una solenne riunione famigliare. Si vedono, convenientemente seduti, Giannina, Amedeo, Concetta, Carmelo e Tristano, il signor Fermino e la signora Clara.

Amedeo                        - Ecco! Ci siamo tutti.

Clara                             - Tutti?... E la zia Margherita?

Concetta                       - Non può venire: è un po' indi­sposta.

Clara                             - E' vero, poveretta, è in una cattiva giornata.

Amedeo                        - Allora, ci siamo tutti.

Giannina                       - Sì, sì! Che sia messo a verbale! Ci siamo tutti!

Concetta                       - Tu non incominciare, Gian­nina.

Amedeo                        - Lasciala dire... Non riuscirà ugual­mente a farmi andare in collera. Ho giurato a me stesso venendo a questa riunione famigliare, nel convocarvi a quest'alto, tanto solenne quan­to quello del mio matrimonio...

Giannina                       - Pron!

Amedeo                        - ... e anche più...

Giannina                       - Pronpron!

Amedeo                        - Ascoltar tutto, anche le peggiori sconvenienze, senza che ne sia turbata la mia serenità e il mio equilibrio. Mi si può chiamar...mi si può chiamar,.. Ecco, basta. Non ho biso­gno di... Basta.

Giannina                       - E' la prima volta in vita sua che non finisce una frase: miracolo!

                                      - (Amedeo suona un campanello).

Concetta                       - Mi permetto di farti osservare, Giannina, che è troppo seria la circostanza, e il caso di cui si tratta, perché non appaia sto­nato il tuo contegno.

Giannina                       - Ecco che vien fuori l'avvocato difensore! Io, ne in quest'atto, né in nessuno, posso cambiarmi. Sono come il signore mi ha fatta, (a Amedeo) Per tua disgrazia, lo so già... E' inutile che tu faccia gesti significativi. Inol­tre, è la sua teoria: « Io sono così » « Io sono così »! Punto fermo. Ebbene: io sono cosai

Fermino                         - Bene, bene; ma domando io...

Amedeo                        - Un momento.  (A Beppino che vie­ne dalla sinistra) Venga chi venga, chiami al te­lefono chi vuole... in casa non c'è nessuno...

Beppino                        - L'avevo già capito...

Amedeo                        - In casa non c'è nessuno.

Giannina                       - E due!

Amedeo                        - Questa sera, in casa non c'è nes­suno!

Giannina                       - E tre!

Amedeo                        - Venga chi viene, chiami chi chiama...

Giannina                       - E quattro!

Carmelo                        - (a Concetta, che si mostra molto nervosa) Armati di pazienza, moglie mia.

Giannina                       - Sicuro; perché non ce ne sarà mai abbastanza per sopportarmi.

Concetta                       - Qualche volta è proprio così!

Giannina                       - Tuo fratello ne sa qualche cosa...

Concetta                       - Non dubitare che lo dirà!

Fermino                         - Ordine, ordine!

Amedeo                        - Allora mi hai capito bene, Beppino?

Giannina                       - A quest’ora avrà capito anche tutto quanto il vicinato!

Beppino                        - (intervenendo) Il vicinato….

Amedeo                        - (Riprendendolo) Beppino….!      

Beppino                        - Non volevo dir nulla di male….

Amedeo                        - Ad ogni modo, vattene di là.

Beppino                        - Vado. E tu sta’ tranquillo che non sarai disturbato da nessuno. (Via dalla destra)

Giannina                       - Non sarai disturbato… L’avete inteso? Non sarai!          Noialtri; come se non ci fossimo!.... Questo è proprio il signor Beppino.

Tristano                         - In verità ti dico che non ho mai potuto abituarmi a questo tu per tu col domestico.

Amedeo                        - Via, Tristano, considera le cose! Ci ha visti nascere tutti quanti!

Tristano                         - Nondimeno, tu, così compito... Non so... Che il domestico, davanti a tutti, ti dia del tu...

Giannina                       - Ti rivolgi bene... Non toccare, per carità, il signor Beppino se non vuoi rom­pere l'amicizia per sempre!... Il signor Beppi­no è il padrone... Si mangia quello che ha or­dinato il signor Beppino, si esce quando garba a lui... Devi ridere dei tratti di spirito del si­gnor Beppino, che non ne ha affatto, sebbene sia nato a Siviglia... Insomma, ti dico, è il pa­drone... il padrone!

Fermino                         - Ordine, un pochino di ordine...

Concetta                       - Lasciamo da banda queste ine­zie e queste punture di spillo inutili.

Fermino                         - A questo vengo anch'io.

Clara                             - lo, a stretto rigore, non ho diritto di intervenire in questa faccenda; e se son qui, è perché me ne ha pregato la madre di Gian­nina, con la quale, come sapete, sono in intima amicizia. Lei crede si tratti di una delle solite diavolerie...

Giannina                       - Sì, sì! Diavolerie!

Cura                              - Non ha voluto mettersi in viaggio, e ha incaricato me di far le sue veci, confidan­do che io, più imparzialmente di lei, che infi­ne è madre della moglie e suocera del marito...

Amedeo                        - Io l'ho sempre considerata come madre.

Giannina                       - Meno che in quella discussione sulla vendita dei terreni, dell'altra volta, nella quale ti sei sfogato a chiamarla suocera, perché non teneva dalla tua più di quello che ci tenesse Pinco, che non c'era...

Amedeo                        - Siccome ignoro assolutamente chi sia Pinco, continui pure, signora.

Concetta                       - Sì, per carità, continui; perché non è possibile seguitare a occuparsi di tutti i salti e scarti d'un gattino, per grazioso che sia!

Giannina                       - Sai, tu ed io, stasera, finiremo col litigare!

Clara                             - Andiamo, andiamo. Dicevo dunque che la madre di Giannina, la buona Isabella, confida meglio in ciò che potrò ottenere io, per essere neutrale, che non lei, per essere troppo interessata. Inoltre, ha gran fede nella mia va­sta esperienza matrimoniale. Io ho già celebrato le mie nozze d'argento e d'oro! Potete perciò immaginare se io sia al corrente d'ogni genere di nubi, burrasche, scaramucce e baruffe fra marito e moglie!

Carmelo                        - Benissimo, signora Giara, lei è sempre così piena di discernimento e d'indulgenza….

Fermino                         - Molto bene, molto bene. Io, per mia parte, debbo dire che partecipo a questa adunanza con doppia rappresentanza: come zio carnale di Amedeo, e inoltre nelle veci di suo padre, l'eccellentissimo signor generale Villacana, trattenuto presentemente da patriottici doveri nella città di Barcellona, dove serve gli interessi del suo re e della sua patria.

Giannina                       - E quelli degli albergatori, perché non fa che banchettare!

Carmelo                        - Giannina!

Giannina                       - (accennando a Tristano) E quest'altro ride...

Concetta                       - (ironica) Siccome sei stata tanto spiritosa!

Amedeo                        - Concetta!

Carmelo                        - Qui si sciupa troppa polvere in spari a salve! Io che mi ritengo il più insignificante, ma il più pacifico di tutti, e che ho sa­puto piegarmi o adattarmi di buon grado, all'indole di mia moglie...

Concetta                       - E' vero, è vero.

Giannina                       - (a mezza voce, ma in modo che tut­ti sentano) Mangia questa minestra o salta questa finestra!

Concetta                       - L'armonia del matrimonio             - non starebbe a me dirlo - dipende dal buon giudizio della donna.

Giannina                       - Questo è per dire che io non ne ho?

Concetta                       - Ah, proprio no!

Clara                             - Per l'amor di Dio!

Tristano                         - Io domando la parola per una questione pregiudiziale: chi è che presiede qui?

Fermino                         - Qui voglio venire!

Tristano                         - Perché, se parliamo tutti in una, volta, com'è possibile intendersi?

Amedeo                        - Non c'è bisogno che presieda nes­suno; basta che nessuno interrompa inoppor­tunamente chi parla.

Giannina                       - Allora incomincia col raccoman­darlo a tua sorella!

Amedeo                        - Lo raccomando a tutti ugualmen­te. Prosegui, Carmelo, in ciò che stavi dicendo.

Carmelo                        - Era una semplice domanda.

Giannina                       - Fuori!...

Carmelo                        - Qual'è la ragione fondamentale su cui questi coniugi basano la loro decisione di separarsi? '>.  ,

Giannina                       - Che non ci possiamo soffrire!

Tristano                         - Chiarissimo!

Amedeo                        - Sì; ma quest'affermazione è troppo assoluta.

Giannina                       - Troppo assoluta?... Ma tu mi puoi soffrire?

Amedeo                        - Son due anni e mezzo, che ti sop­porto.

Giannina                       - Su questo ci sarebbe molto da discutere! Ma sei disposto a continuare?

Amedeo                        - Ti dirò...

Giannina                       - Ah, sì; ti dirò! Ora ti fai piccino. Ebbene, io non ti sopporto neanche un giorno di più! E mi separo, mi separo, mi se­paro!  Colle buone o colle cattive. Mi separo!  Hai capito, Carmelo? Mi separo! L'avete capi­to tutti? Mi separo!

Tristano                         - Io non posso che approvare.

Amedeo                        - (guardandolo) Tu non puoi che approvare?

Tristano                         - Approvo. Dal momento che non vi potete soffrire, non c'è che separarvi per poter continuare a vivere.

Fermino                         - A questa conclusione volevo ve­nire io.

Clara                             - A questo voleva venire? Allori non ci venga. Si trattenga un momentino a riflettere.

Fermino                         - Tutti i momenti che lei vuole.

Clara                             - Forse che si può dividere un'unio­ne matrimoniale, come si strappa una tela in due? Che razza d'idea del matrimonio è mai questa? Se tutti i matrimoni, al primo contra­sto, al primo disaccordo...

Giannina                       - Come sarebbe a dire, al primo?

Clara                             - Non m'interrompere, bimba, come ha raccomandato tuo marito. Se io mi fossi do­vuta dividere dal mio Beppe tutte le volte che mi si è reso insopportabile - senza per questo mormorare degli assenti - quand'è che sareb­bero nati i dodici figli che ho?

Carmelo                        - Ottimamente, signora Clara.

Fermino                         - Ottimamente!

Clara                             - E poi vi siete dimenticati dell'Epi­stola di San Paolo?

Giannina                       - Io, no; lui, si!

Amedeo                        - Tu, no; io, sì?

Giannina                       - Non l'ha detto lei quindici gior­ni sono?

Amedeo                        - (contenendo l'indignazione) Bene, bene, bene. Scusi tanto l'interruzione, signora Clara. Continui.

Giannina                       - Crede proprio d'esser lui il pre­sidente!...

Clara                             - E lo è, monella. E già che affermi di ricordarti l'Epistola, abbi presente che la donna, in ogni caso, deve seguire il marito.

Carmelo                        - (alludendo alla sua) E lo segue!

Clara                             - Inoltre, le conseguenze di una separazione, alla vostra età, sono gravissime.

Fermino                         -: Gravissime! A non veder questo  ci vuole una cecità volontaria.

Clara                             - Le vostre esistenze spezzate; spezzate nel fiore della giovinezza! Tu non lo consideri, Giannina? Che sarà di te? Che sarà di tuo marito?

Giannina                       - Io, intanto, non ho affatto intenzione di entrare in un convento!

Clara                             - Peggio che peggio!... Come dobbia­mo interpretare le tue parole, ragazza?

                                      - (Fra Tristano e Giannina s'incrocia, forse involontariamente, uno sguardo, che è un lam­po. Amedeo lo nota).

Amedeo                        - Io in questo momento, non vo­glio pensare che alla sua deplorevole inco­scienza.

Clara                             - Eppoi, che dire dei pericoli per l'uomo in una simile situazione?... Qui da noi dove il divorzio non è ammesso, e anche se fosse...

Carmelo                        - Oh! E l'uomo che è per nati poligamo!...

Concetta                       - (interrompendolo) Questo sarà, se mai, fin che prenda moglie.

Carmelo                        - Naturale! Fin che prende mo­glie... Ma se poi la lascia?...

Concetta                       - Se poi la lascia, non dico!..

Carmelo -                      - Da ciò i pericoli di cui parla la signora Clara... Che sono innumerevoli.

Fermino                         - Innumerevoli! Innumerevoli! E col mondo come è adesso...

Clara                             - E' vero, signor Fermino; con l'an­dazzo presente del mondo... La morale non c'è più!... Che promiscuità detestabile nei rappor­ti sociali!... Vorreste credere che il mio padro­ne di casa ha acconsentito che in quella dove io ' abito, e dove non abitano che persone per be­ne, sia venuta a stare una delle... farfalle più scandalose di Madrid?

Fermino                         - Qui voglio venire!

Clara                             - Anche lei ci vuole andare, caro amico?

                                      - (Risa generali, meno Amedeo).

Tristano                         - La lingua batte dove il dente duole, signor Fermino.

Carmelo                        - Che spontaneità di confessione!

Fermino                         - Serietà, signori, serietà! Come? io, all'età mia!

Carmelo                        - Me se è lei stesso che ce lo viene a raccontare!

Fermino                         - Ma no, ma no! Io non ho voluto altro che associarmi alle deplorazioni della si­gnora Clara. E questa buona signora ha profittato del mio consenso per deformarlo in mo­do da farli ridere...

Clara                             - Mi perdoni lo scherzo...

Fermino                         - Ma le pare, signora Clara. Sono scherzi di buona lega! Insomma, io convengo pienamente in tutto quanto ha detto lei.

Giannina                       - Ah, sì?! Ebbene: io, no!

Cura                              - Tu no?

Giannina                       - Nossignora! Io non sono affatto d'accordo; neanche se il demonio stesse in ag­guato ad aspettarmi dietro la porta. Che la don­na deve seguire il suo uomo? Ebbene, io sono stufa di seguire il mio. Ed è di pochi giorni l'ul­tima! Quand'è che mi sarebbe venuto in mente di tagliarmi i capelli, se non fosse stato per ac­contentar lui?

Amedeo                        - (non potendone più) Giannina!

Giannina                       - Sì, sì! Via la maschera! E' ve­nuta l'ora di dire tutte le verità.

Concetta                       - Bada, non lavorar di fantasia, secondo il tuo solito!

Amedeo                        - Bisognerebbe farla rifondere, que­sta donna!

Giannina                       - Quel che ho detto è Vangelo!  Mi son tagliata i capelli, perché il tuo signor fra­tellino se l'era fitto in mente!

Concetta                       - Te li sei tagliati contro la sua volontà e contro il suo gusto! Va là, che sono bene informata!

Giannina                       - Da lui!... Me ne ha date delle tuppè, a proposito della moda! Che la moda si impone; ch'era un'anticaglia non pettinarmi al­la moda; che era questo, che era quest'altro! E tante me ne disse, che, stanca di prediche, un giorno presi le forbici e... zac... me li tagliai! Oh, Dio! Poveri capelli miei!

Concetta                       - E' una cosa che rivolta, starla «sentire! Voialtri non sapete...

Amedeo                        - Io sono in procinto di perdere la «Ima che mi ero giurato di conservare!

Giannina                       - Ma perdila, dunque; perdila una buona volta, che ti farà bene alla salute! E io mi divertirò un mondo a vederti sconvolto!

Fermino                         - Ordine, ordine!

Concetta                       - Ora parlo io.  (A Carmelo) Tu, fammi il favore di tacere.

Carmelo                        - Io non fiato, Concetta.

Concetta                       - Allora continua a non fiatare... Dico dunque, signora Clara, riprendendo il fi­lo del discorso, per non smarrirci in questa ma-lassa ingarbugliata, che è difficile conciliare la affermazione di Giannina di non poter soffrire Amedeo, con la condotta tenuta da lei durante i tre giorni che vivono separati in casa. Lei nelle sue stanze, e lui nelle sue, beninteso. Ora, lei non ha cessato di investigare se lui mangiava o no; quando usciva e quando entrava...

Giannina                       - Certo! Non sono mica una be­stia feroce! E lui, non faceva forse altrettanto?

Concetta                       - E chi lo nega?

Giannina                       - Soltanto, che lui è più ipocrita. Lo faceva di nascosto. Dal buco della serratu­ra, ma ha sempre guardato, tutte le volte che passavo davanti alla sua porta. Oh, lo vedevo benissimo!...

Concetta                       - Tutto questo dimostra, bambi­na, che vi volete bene, e che quel che succede non è che un temporale d'estate!

Giannina                       - Eh?! Temporale?!

Carmelo                        - Certo, ragazza, certo! A questo volevo arrivare.

Concetta                       - E soltanto con questo fine, io ho voluto mettere in evidenza queste segrete tene­rezze dell'una e dell'altro. Il nostro compito è di analizzare freddamente i fatti.

Fermino                         - Sicuro, sicuro.

Giannina                       - Ah! Tutta quanta la famiglia di accordo! N'ero sicura! Questa riunione somi­glia a un banco di vendita in piazza per la Be­fana: non ci sono che tamburi! E badate che il soprannome lo si deve al generale Bum Bum!

Concetta                       - Giannina!

Giannina                       - Che gonfiatura! Dar lo scandalo di questa riunione per rimettere le cose al pun­to di prima... Temporale d'estate!... Fatemi ridere... Temporale d'estate... Come se per un momento di debolezza si potesse dimenticare tutto il resto!

Clara                             - Tutto il resto!

Giannina                       - Naturalmente, signora! Io sarò molto Sonaglio, ma da quel che risulta peso più di sei Tamburi messi insieme!... Tempora­le d'estate!... Temporale d'estate!...

Clara                             - Ragazza mia, ragazza mia!... Non seguitare. E già che tu ci fai capire che ci so­no nel tuo animo ragioni più gravi, diccele!

Fermino                         - Sicuro, sicuro! E' necessario pre­cisare le cose. Non basta dire « non ci possia­mo sopportare »! No, non basta.

Clara                             - Almeno, a noi non può bastare. E-sponi le tue ragioni, i tuoi argomenti.

Fermino                         - Accusa, accusa, se è necessario. Che colpe ha commesso Amedeo? Che mancan­ze gravi? In che cosa ti ha offeso, che non si possa riparare? Ti trascura? Ti è infedele?

Giannina                       - Eh? Se mi fosse infedele gli ca­verei gli occhi!

Amedeo                        - E io me li lascerei cavare.

Concetta                       - Questa si chiama lealtà; lagnati, figliuola mia, lagnati!

Giannina                       - Oh, oh! che gran cosa ha detto! Che cosa da ammirare! La sorella ne è rimasta colla bocca aperta! Si lascerebbe cavar gli oc­chi! Ah, ah! Ma quest'uomo è un santo! San­t'Amedeo, Tamburo e martire. Mettetelo sull'altare! Canonizzatelo! Non è un uomo fatto per questo mondo!... Ma siccome io, invece, non son fatta che per questo mondo, pieno di difetti e di manchevolezze, così mi separo da lui come un'appestata e me ne vado; mi sepa­ro e me ne vado! Oh! Auff!

Clara                             - Ma, girandola, vuoi fermarti?

Giannina                       - E mi separo, e mi separo!

Amedeo                        - Come vedete, signori, adesso si tratta di giocare a separarsi. Prima ha giocato ad avere un fidanzato; poi ha giocato allo spo­salizio; adesso, vuol giocare alla separazione.

Giannina                       - Ecco!... Ora m'è venuto questo ticchio. Sono una ragazza vana e senz'ombra di giudizio. Che cosa ve ne pare, signori, dell'opi­nione che ha di me mio marito? E chi è che obbliga un uomo così pesante a vivere con una donna così leggera?

Amedeo                        - Su questo punto debbo dire io quattro cose.

Giannina                       - Ne una di più, né una di meno: quattro.

Amedeo                        - Sì. Quattro.

Giannina                       - Pron, pron, pronpron!

Amedeo                        - Puoi battere il tamburo quanto vuoi, e burlarti di me fino a stancarti. Pron, pron, pronpron!  Ma ascolta quanto ho da dire alla famiglia riunita, come se fosse un proclama.

Giannina                       - Pron, pron, pronpron!

Clara                             - Senti, Giannina, o tu tieni un con­tegno più conveniente alle circostanze, o io mi alzo e me ne vado. Questo tuo fare scherzoso è assolutamente insopportabile.

Giannina                       - Ma che cosa vuole? Ch'io mi gonfi tanto come lui? Se fossimo uguali, che bisogno ci sarebbe di separarci?

Clara                             - Ciò che io voglio, ciò che tutti noi chiediamo, è che tu concreti una buona volta le tue lagnanze in debita forma.

Giannina                       - Allora, ne avrò di qui a domani!

Clara                             - Comincia dunque; noi ti staremo a sentire.

Fermino                         - Sicuro sicuro!

Tristano                         - Ma, non vi pare, signori, che ce ne sia abbastanza di quanto ha detto da princi­pio? Non si possono soffrire! Perché vorremo noi costringere due esseri insofferenti a restare uniti, a vivere insieme? In virtù di quale legge divina o umana?

Clara                             - Vuoi star zitto, tu, imbrattatele? Perché ti scaldi tanto?

Giannina                       - Osservi, signora Clara, che, per quanto si tenti di girarle intorno, la cosa non cambia. Non ci possiamo soffrire! Io non resi­sto più! Mio marito incomincia dal mattino: apro gli occhi, vado nella stanza da bagno e vi trovo quest'uomo, in accappatoio, a far ginna­stica svedese. Non mi posso abituare a quei movimenti! Mi urtano i nervi in modo insoppor­tabile! Non mi ci posso abituare!

Amedeo                        - Ma se non mi vede mai!... Io mi alzo alle otto, e lei alle undici! Senza poi dire che questo è un assurdo; perché io ho necessi­tà della ginnastica. Mi preme di conservarmi agile e forte.

Giannina                       - Vorrei poi sapere perché!... E durante il giorno è un succedersi continuo di dispute d'ogni genere... se lui dice che è lu­nedì, io trovo che è martedì.

Amedeo                        - Cesserà d'essere lunedì perché a te pare che sia domenica?

Giannina                       - Ebbene a me pare sempre che sia un tutt'altro giorno di quello che dice lui!...

Amedeo                        - Invece è proprio il giorno indica­to: quello che dico io.

Giannina                       - Non è vero: perché anche Tam­buro è soggetto a sbagliare! Una volta mi disse ch'era il giorno della Madonna del Carmine; invece era San Gioachino!

Amedeo                        - Questo risale nientemeno che al tempo del nostro fidanzamento. E ancora se ne parla!... Non c'è occasione in cui questa bene­detta storiella non ritorni a galla!

Giannina                       - Il fatto è che, appena Dio fa giorno, ci accapigliamo! Poi, vien la questione dell'ora. Dev'essere per forza quella che segna il suo orologio!

Amedeo                        - Perché è un orologio molto preci­so, e il tuo è pazzo.

Giannina                       - Appunto per questo mi piace!

Amedeo                        - Sarà benissimo; ma l'ora è quella che segna il mio.

Giannina                       - Ci sediamo a tavola, mai una volta che si possa finire in pace la colazione.

Clara                             - Ma per qual ragione?

Giannina                       - Perché se lui vuole il cioccolato, io voglio caffè!

Clara                             - Che ognuno prenda ciò che più gli piace!

Giannina                       - Questo non può essere! Dobbiamo mangiare tutti e due la stessa cosa. E' inam­missibile far diverso!

Amedeo                        - E, quando è avvenuto questo?

Giannina                       - Poi, non riconosce più gli odori! E questo mi fa una rabbia terribile. Sente sem­pre odore che non c'è!

Amedeo                        - Questo potrà essere una disgrazia mia; ma non è certo un caso di annullamento di matrimonio!

Giannina                       - E così si va avanti per ventiquattr'ore. Anche dormendo, siamo in guerra. So­gna ad alta voce, e mi fa spaventare. Grida: «M'uccidono! Me la portano via! ». E chi può dormire così? Mi verrà il mal di cuore!

Amedeo                        - Son tutti quanti pretesti infondati per darsi ragione!

Giannina                       - Poi c'è la storia della finestra aperta, in camera da letto. S'è fissato di dormi­re, lui, all'aria aperta con qualunque tempo; così ci buscheremo una polmonite! E siccome siamo due, sarà doppia, che è peggiore.

Amedeo                        - Bah, bah, bah!

Giannina                       - Basta che lui voglia andare ad una chiesa perché a me venga in mente di an­date ad un'altra. E viceversa.

Amedeo                        - Viceversa, no! Perché si va sem­pre a quella che vuoi tu.

Giannina                       - Ma con che faccia lunga, figlio mio! Per non vedertela, rinunzierei alla messa. Insomma, o a diritto o a rovescio, non sai fare altro che contrariarmi! E in ognuna di queste liti, che ne abbiamo una al minuto secondo, gli si gonfiano le vene del collo, inarca i sopracci­gli, e vorrei che lo sentiste nei corridoi della casa: « Questa donna è la mia perdizione! Questa donna mi uccide! Che cataclisma! Che rovina! Che fatale errore!... ».

Amedeo                        - Quand'è che io ho detto queste cose.. ad alta voce? Quando?

Giannina                       - Quando?... Ieri, per non andar tanto lontano!

Amedeo                        - Ieri?

Giannina                       - Quel che ha detto ieri, non lo posso ripetere! Perché ho fatto un piccolo imbroglio giocando a scopa!...

Amedeo                        - Non mi piace che tu bari, nemme­no per ischerzo, sissignora! E te l'ho detto!

Clara                             - Ha fatto molto bene!

Giannina                       - M'ha fatto arrossire davanti a tutti!

Amedeo                        - Non è vero.

Giannina                       - Come?

Amedeo                        - Se n'erano già andati gli estranei, quando ti ho parlato di questo.

Giannina                       - Ma se giocavamo in famiglia!

Amedeo                        - La signora del piano nobile è for­se della famiglia?

Giannina                       - Dal modo che la ricevi tu!... La vanti molto più di me! Vien la vicina del pia­no nobile, ed ecco che tua moglie non esiste più! Che complimenti! Che galanterie! Stralu­na gli occhi! Diventa idiota! Basta che scenda la vicina del piano nobile, non mi guarda più, nemmeno per convenienza! Oh, Dio! Quand'è mai che cambierà di casa!...

Amedeo                        - Non è malata di cervello, mia mo­glie?... Non sembra pazza?

Giannina                       - Sono i bambini ed i pazzi quelli che dicono la verità!... E sebbene non volessi dirlo, per prudenza, ora lo dirò. Per pruden­za, sì; non mi far quegli occhiacci spiritati: non si tratta di quello che credi tu...

Amedeo                        - Io non credo niente...

Giannina                       - Passiamo al capitolo spese.

Amedeo                        - Come, Giannina, saresti capace?

Giannina                       - Non ho da esserlo?... Non mi si chiede di dir tutto? Dunque, fuori tutto!... La nostra situazione è invidiabile.

Amedeo                        - Grazie a Dio.

Giannina                       - Abbiamo tutto il denaro che ci abbisogna, e anche di più.

Amedeo                        - Grazie a Dio.

Giannina                       - Molti ci invidiano questa situa­zione... Incominciando dalla vicina del piano di sopra, che ti fa tanto girar la testa... Ebbe­ne, alle volte debbo inginocchiarmi perché mi compri un cappello!

Amedeo                        - Che cosa dici?

Giannina                       - Ti secca, eh?... Ho un vestito che è stato quattro volte dal tintore...

                                      - (Amedeo vorrebbe interromperla, e non può. Per l'indignazione non può più parlare).

Amedeo                        - Hep!

Giannina                       - E' una vera vergogna!... Per comperarmi il minimo straccetto ci vuole il con­senso dell'amministratore!... Si può essere più ridicoli?... Ogni volta che parlo di comprarmi delle calze, bisogna far venire il medico a ca­vargli sangue.

Amedeo                        - Hep!

Giannina                       - Vado pazza per un mantello di ermellino, e lui ancora ci rumina sopra!... Non ho una mantiglia!... Non ho scarpe!

Amedeo                        - (ricuperando ad un tratto la favella e con voce tonante) Basta!

Giannina                       - Eh? 

Amedeo                        - Ho detto che basta!

Concetta                       - Non spazientirti, Amedeo!

Clara                             - Calma, Amedeo, calma!

Amedeo                        - E vi pare che non ne abbia avu­to abbastanza?,.. Se non ho potuto parlare per tre minuti!... Si può ascoltare senza scoppiare, una filza simile di inesattezze e di sconvenien­ze? Tutti avete sentito, adesso, per coronamen­to e fine dell'opera, che lei non ha scarpe!

Giannina                       - E non ho scarpe!

Amedeo                        - Non ha scarpe! L'avete intesa?

Tristano                         - Sì, sì.

Amedeo                        - Dunque lei non ha scarpe. Io sen­to e so in coscienza che sto per diventare ridi­colo ai vostri occhi! Ma non importa!... Diven­terò un personaggio da caricatura!... Non mi importa! Non ha scarpe?! Beppino!!... Bep­pino!...  (Esce dalla destra, irritatissimo).

Concetta                       - Che cosa vuoi fare, fratello?

Giannina                       - Qualunque cosa, qualunque sproposito! E' accecato dall'amor proprio.

Clara                             - E tu hai poca abilità per condurlo!

Carmelo                        - Pochissima.

Fermino                         - Sì, sì, molto poca.

Concetta                       - Poca, è dir troppo. Lo incita, lo esacerba!

Giannina                       - Ah! Io lui, eh? Così si giudica­no le questioni?... Per questo son risoluta...

                                      - (Ricompare Amedeo, con la soddisfazione puerile dell'uomo che vede il suo trionfo. Ha tra le mani una quantità di scarpe di Giannina, che dispone in fila sul fondo. Beppino, il suo fe­dele domestico, lo aiuta, uscendo ed entrando con nuove paia che passa al padrone, per esporre la collezione completa che ascende a più di 25 paia. Ad ogni portata, Amedeo si limita a ripetere la stessa frase: «Non ha scarpe!»).

Amedeo                        - Non ha scarpe!

Concetta                       - Ma che cosa fai?

Carmelo                        - Che cosa mai ti viene in mente?

Giannina                       - Che buffonata è questa?

Tristano                         - E' una vera goffaggine!

Concetta                       - Lo vede lei, signora Clara?

Fermino                         - Sì, sì, è una bambina!

Concetta                       - Ma se lui stesso ne ha convenu­to prima!

Giannina                       - L'uomo serio! L'uomo serio!

Clara                             - Finirà a farci ridere!

Amedeo                        - Non ha scarpe!

Concetta                       - Vuoi smetterla, Amedeo!

Giannina                       - Ma no; che è molto divertente!... Bisogna anzi applaudire il bambino per la sua trovata!

Clara                             - Via, è una bella prova dell'ostinazione maschile!

Carmelo                        - Dire che la risposta non sia stata opportuna, è negare l'evidenza.

Amedeo                        - Mia moglie non ha scarpe!

Concetta                       - Ormai ne siamo persuasi!

Tristano                         - Ma smettila una buona volta!

Clara                             - Amedeo, basta, Amedeo!

Fermino                         - Nipote!...

Beppino                        - (che ha collaborato all'opera trat­tenendo le risa, porgendo ad Amedeo le ultime paia) Non ce ne sono più, Amedeo.

Amedeo                        - Non ce ne sono più?

Beppino                        - Non ci son più che stivali! (Se ne va ridendo).

Amedeo                        - Come vedete, mia moglie è senza scarpe!

Giannina                       - Ciò che tua moglie non tollera, è questa pagliacciata! Questa cosa che oppri­me!... Hai capito?... Ha capito lei?... Mi ha fatto lo zimbello del suo domestico!

Amedeo                        - E' scalza! Non può uscire in stra­da! Ha i piedi per terra!

Giannina                       - Sì, sono scalza, perché tutte que­ste scarpe mi fanno male!

Amedeo                        - Naturalmente, per colpa mia.

Giannina                       - Io, quel che ti giuro qui, da­vanti a tutti, e con tutte le forze del mio cuore, è che anche se non avessi alcun motivo di sepa­rarmi da te ma ne ho a dozzine! mi baste­rebbe questa umiliazione per fuggire da te per tutti i giorni della mia vita. L'avete inteso tut­ti?... Voglia o non voglia la famiglia, mi sepa­ro da questo burattino d'uomo. E se si oppone a ciò la società, che si opponga pure!... E se l'epistola di San Paolo dispone diversamente, me ne dispiace per lui. Ma lo avrei voluto ve­der qui, San Paolo, al mio posto, dinanzi a que­sto burattino di mio marito e a queste poche scarpe vecchie e strette!

Tristano                         - E perché no San Crispino, che è il protettore dei calzolai!

Concetta                       - Non è il momento di scherzare!

Amedeo                        - Assolutamente!

Clara                             - Calmati, Giannina.

Giannina                       - Non ho nessun bisogno di cal­marmi!

Concetta                       - Rifletti, mia cara.

Giannina                       - Ho riflettuto abbastanza. Che nessuno speri ch'io muti risoluzione. Non sto un giorno di più con mio marito!

Amedeo                        - E' deciso?

Giannina                       - Senti che domanda, adesso!

Amedeo                        - Vuol dire che questa è la tua ir­revocabile decisione?

Giannina                       - E dagliela!... Vuoi che facciamo venire un notaio?

Amedeo                        - Non è necessario. Bastano i testi­moni. Almeno per la mia condotta.  (A Trista­no) Tu vuoi fare il piacere di smetterla col la­pis? Ti pare che questo sia il momento di dise­gnare?

Tristano                         - Scusa.

Amedeo                        - Dirò adesso una volta per sem­pre...

Giannina                       - Miracolo!

Amedeo                        - ... Le parole che stavo per dire prima.  (Tutti prestano attenzione) Non sta a me a giudicare - voialtri l'avrete fatto - le ra­gioni e le imputazioni di Giannina a mio carico. Io ero disposto, nobilmente disposto, ad una pace piena d'affetto e di tolleranza; perché mi duole, mi affligge questa separazione. Mi addo­lora! La rottura di un matrimonio, se non è fondata in motivi d'onore, dev'essere ad ogni costo evitata. E molto bene l'ha detto la signo­ra Clara: quelle che continuano, son due vite disfatte, l'avvenire delle quali è troppo deplo­revole ed incerto. E quel che è più triste, e an­che la signora Clara l'ha detto, è che ora non nasceranno più le creature con diritto alla vita che, forse sarebbero nate...  (Giannina lo guar­da come non lo aveva guardato finora) Ebbene, la mia affermazione è questa: io non recito com-medie. Separarci oggi, per tornarci a riunire domani, no. Queste ipocrisie non sono per me. Se ci separiamo, dev'essere per tutta la vita!

Giannina                       - (molto vicina a piangere) Ah!... per tutta la vita!... L'ho detto prima di lui!

Amedeo                        - Sì; ma con altro accento. Per tut­ta la vita!... Signori, siete in casa vostra.  (Se ne va gravemente per la porta del salotto. Tut­ti si guardano costernati e guardano Giannina. Questa, che sta per essere colta da una crisi ner­vosa, riesce a superarla e si scioglie in lagrime).

Giannina                       - Quando fa così, è più freddo di un ghiaccio! Che uomo! Che mostro! E che facce avete voialtri!... Ha forse ragione lui? Ebbene, io mi separo, mi separo, e mi separo! E non passeranno quindici giorni, che avrò la soddisfazione di vedermelo passeggiare sotto le finestre!...  (Abbracciandosi alla signora Clara e scoppiando nuovamente in pianto) Ma lei che rappresenta qui mia madre, perché non mi di­fende?

Fine del secondo atto

ATTO TERZO

A Fuenterrabìa, provincia basca. Graziosa sa­la terrena d'un villino sulla strada di Guadalupe, dove Giannina passa l'estate. In fondo fi­nestre a terreno sul giardino. Porte a destra e a sinistra. Mobili aristocratici. E' sera. Sul giar­dino splende la luna. Illuminazione interna di­screta.  Concetta e Carmelo sono giunti ades­so in visita.

Concetta                       - Il villino par delizioso.

Carmelo                        - Delizioso.

Concetta                       - Il giardino, di giorno, dev'esse­re un incanto.

Carmelo                        - E così presso il mare!

Concetta                       - Come si chiama questa strada?

Carmelo                        - Di Guadalupe. Prende il nome dall'oratorio che c'è lassù.

Concetta                       - Noi non siam mai venuti da queste parti.

Carmelo                        - Io sì.

Concetta                       - Tu? Con chi?

Carmelo                        - Da scapolo, moglie; non t'allar­mare!

Concetta                       - Ma con chi?

Carmelo                        - Coi miei genitori, che ci sono venuti in villa per alcuni anni. E coi miei amici di allora. Il paese ha delle località e dei panorami bellissimi. Ti piacerà, ti piacerà.

Concetta                       - Mi rattrista, che vuoi che ti | dica!

Carmelo                        - Che non ci sia qui tuo fratello?

Concetta                       - Certo. Mi fa tristezza e rabbia... Che separazione assurda!

Carmelo                        - Chissà con che disposizioni d'a­nimo troveremo lei.

Concetta                       - Non serve. Io conosco bene l'a­nimo d'Amedeo. Nella lettera che mi ha scritto quindici giorni fa da Lucerna, non ha nemme­no ricordato di nominarla.

Carmelo                        - Non parrebbe vero. Innamorato com'era!

Concetta                       - E come lo è ancora. Sì, questo si capisce ancora di lui!... che è incomprensi­bile... fino a un certo punto; ma che è ugual­mente doloroso.

Carmelo                        - . E' un uomo difficile e compli­cato. E anche Giannina gli vuol bene. Ma c'è fra di loro una incompatibilità così costante... L'amore avrà molto da fare prima di venirne a capo...  (Dalla sinistra entra Placida).

Placida                          - La signora scende subito.

Concetta                       - Che cosa le hai detto, tu?

Placida                          - Quello che lei m'ha detto di dirle: che dei signori di Vigo desiderano salutarla.

Concetta                       - E non ha dubitato di nulla?

Placida                          - M'è parso di no. Ha detto: di Vigo?... Come se cercasse di ricordarsi. Ma nient'altro.

Carmelo                        - No; non ci aspetta.

Concetta                       - E chi c'è in visita da lei?

Placida                          - Il dottore.

Concetta                       - Il dottore? Ma è malata?

Placida                          - No, signora, no. Le sue solite in­quietudini, i suoi nervi... Lei la conosce bene.

Concetta                       - Sì, sì. Ma come può star bene? Non è possibile...

Placida                          - Ha saputo che il dottore Sumarraga, uno dei medici del paese, veniva al villino qui dirimpetto, e m'ha detto di chiamarlo.

Concetta                       - E come passate l'estate?

Placida                          - Bene, molto bene. Ci si sta pia­cevolmente.

Concetta                       - Ha piovuto molto?

Placida                          - In principio di stagione. Ma dai primi d'agosto fino ad oggi, ha fatto bel tempo.

Concetta                       - Siete quasi sempre sole?

Placida                          - Piuttosto.

Concetta                       - Non ha visite la signora?

Placida                          - Qualche famiglia qui vicina.

Concetta                       - Nessun altro?

Placida                          - Quasi nessun altro... Ah, sa la signora chi è che qualche volta le fa un poco di compagnia?

Concetta                       - Chi?

Placida                          - Il signor Tristano, che passa l'e­state da queste parti, a Fuenterrabia.  (Concetta e Carmelo si scambiano un'occhiata).

Concetta                       - Ah, sì? Tristano, il cugino...

Carmelo                        - Non ne sapevi nulla, tu?

Concetta                       - Niente.

Carmelo                        - A me, non so chi l'ha detto og­gi. Ah, sì, Peppina.

Concetta                       - Peppina?... E tu, quando l'hai vista, Peppina?

Carmelo                        - Stamattina.

Concetta                       - Stamattina!... quando?

Carmelo                        - Cara, un momento che ero solo sulla terrazza dell'hotel, ad aspettarti.

Concetta                       - Già... E con chi era lei?

Carmelo                        - Sola. Cioè, no; con uno dei suoi figli.

Concetta                       - E che cosa t'ha detto di Tri­stano?

Carmelo                        - Questo: che è qui.

Concetta                       - Nient'altro?... Non ha fatto al­lusioni?...

Carmelo                        - Nessuna.

Concetta                       - E tu, com'è che te lo sei tenuto per te fino a adesso?

Carmelo                        - Non so! Non ci pensavo più.

Concetta                       - Cerchiamo di vederlo domani. Questo Tristano, non lo vedo chiaro...

Placida                          - Lor signori lo vedranno certa­mente, se favoriscono qui uno di questi gior­ni... Il signor Tristano abita all'albergo qui vicino.

Carmelo                        - Va bene; andrò a trovarlo.

Concetta                       - Andremo insieme.

Placida                          - I signori sono al Grand Hotel?

Concetta                       - Sì, al Grand Hotel.

Placida                          - Ecco ch'esce il dottore.  (Dalla stessa porta per la quale è entrata Placida, vien difatti il dottor Claudio Sumarraga, vecchio medico con i capelli bianchi, prosperoso e pie­no di buon umore).

Claudio                         - Buona sera.

Carmelo                        - Buona sera, dottore.

Concetta                       - Felicissima sera. Dica, dottore, e perdoni se la trattengo...

Claudio                         - Mi comandi, signora...

Placida                          - Con permesso.  (Se ne va dalla destra).

Concetta                       - Siamo della famiglia di Gian­nina.

Claudio                         - Molto piacere! Giannina! Crea­tura simpatica. M'ha detto che la chiamano Sonaglio.

Concetta                       - Sì, signore; Sonaglio. E le sta bene il nomignolo.

Claudio                         - Sì. E' molto amena e divertente. Però m'ha detto che vuol cambiare umore...

Concetta                       - Le gioverà.

Claudio                         - Crede lei?... Io non lo credo, no. E' una bellezza di più quel suo buon umore!

Concetta                       - Bene; e che male ha?

Claudio                         - Niente di particolare.

Concetta                       - Niente di particolare?

Claudio                         - Niente di straordinario. Cosa solita.

Concetta                       - Un po' di raffreddore?...

Claudio                         - No, no; signora.

Concetta                       - Nervi?

Claudio                         - Nemmeno. Cosa solita, comune.

Concetta                       - Come?

Claudio                         - Cosa normale. Io l'ho lasciata contentissima.

Carmelo                        - Davvero?

Concetta                       - Credevo che si trattasse di qual­che sua apprensione.

Claudio                         - No, no; non sono apprensioni, no. E' nel vero. Si tratta di realtà. Quindi, pos­sono congratularsi con lei.

Concetta                       - Eh?

Carmelo                        - Come?

Claudio                         - Congratularsi, sì... Buona sera. Ho avuto tanto piacere...

Carmelo                        - (trattenendolo) Mah, scusi, dot­tore!

Concetta                       - Dottore!

Claudio                         - Desiderano altro?

Concetta                       - Ci hanno un po' confuso le sue parole...

Carmelo                        - Non le abbiamo ben capite...

Claudio                         - Ma, mi parevano chiare. Le com­pleterò: la signora Giannina ha che, se non av­viene nulla di contrario, come m'auguro, verso l'inverno...

Concetta                       - (con ansietà) Che cosa?

Carmelo                        - Che cosa?

Claudio                         - Avranno un nipotino.

Concetta                       - Signor dottore!

Carmelo                        - Signore!

Claudio                         - O nipotina; questo lo sa il Si­gnore!

Concetta                       - Ma che cosa dice mai, dottore!

Carmelo                        - Ma lei crede proprio quel che ci ha detto?

Claudio                         - Diavolo!... E' mezzo secolo che faccio il medico! E non passa quasi mai un giorno che non ne assista qualcuna... Vadano al borgo della Marina, e lungo la strada di Irùn e là ne vedranno, ne vedranno le testimo­nianze viventi!... (Unendo i polpastrelli delle dieci dita) Ma che cosa le viene in mente, si­gnora?.

Concetta                       - Penso che quel che lei dice di Giannina, è impossibile!

Claudio                         - Impossibile?

Carmelo                        - Sissignore, impossibile!

Claudio                         - (inquieto) Caspita! Caspita!... Ma, non è maritata?

Concetta                       - Sissignore che è maritata!

Claudio                         - E allora?...

Concetta                       - Consideri che...

Carmelo                        - Pensi!... E' maritata, sì; ma è separata dal marito da circa un anno!

Claudio                         - Cospetto, cospetto... Ma no, non può esser tanto, signora!

Concetta                       - Lo vuol dire a me!

Claudio                         - Non può essere tanto.

Carmelo                        - Ma sì, dottore, sì; senza dubbio, lei sbaglia!

Claudio                         - Oh! Sarebbe, se mai, la prima volta!

Carmelo                        - Eppure, lei sbaglia!

Claudio                         - Sarebbe, se mai, la prima volta... Non insisto, non insisto!... Aspettiamo pure l'inverno... Non c'è molto da aspettare...

Concetta                       - Gesù, Dio mio!

Claudio                         - Io non sono infallibile... ma sa­rebbe la prima volta... Buona notte... Il cap­pello... l'ombrello... oh, sono in anticamera... sarebbe la prima volta... cioè no.. cioè sì... buona notte.

Carmelo                        - Stia bene.

Concetta                       - Si conservi.

Claudio                         - Dico loro, che sarebbe la prima volta! (Se ne va per la porta di sinistra - Car­melo e Concetta si guardano costernati; non osano comunicarsi i loro pensieri).

Concetta                       - Che cosa mi dici?

Carmelo                        - Niente, figlia mia, niente. Io non oso dir niente. E tu?

Concetta                       - Neppure io.

Carmelo                        - Né dire, né pensare!

Concetta                       - E neppure pensare, neppure pensare; è certo.

Carmelo                        - Nondimeno...

Concetta                       - Nondimeno, tutti e due pensiamo la stessa cosa!

Carmelo                        - La stessa cosa.

Concetta                       - No, no; che spavento! Non può essere!

Carmelo                        - Non può essere!

Concetta                       - Non può essere! Io lo escludo! Che orrore, Dio mio!  Che vergogna! (Si sente Giannina canterellare).

Carmelo                        - E' lei che viene.

Concetta                       - E canta, la disgraziata!

Carmelo                        - Certo per fingere!

Carmelo                        - Ebbene, fingiamo anche noi.

Concetta                       - Io, non so se ne sarò capace.

Carmelo                        - Sforzati; poiché bisogna, se dob­biamo scoprire la verità.

Concetta                       - Hai un bel dire, tu. Sei più tranquillo di me.

Carmelo                        - La cosa è molto grave, Concetta, ma bisogna fingere.

Concetta                       - Sì molto grave, ma non so se saprò fingere.  (E tutti e due fingono, sebbene lui molto meglio di lei. Entra, dalla porta si­nistra, Giannina. Canta, è allegrissimo,).

Giannina                       - « Tra la la la » - « Godi il pre­sente e l'avvenir trascura! »... Bravi, eh?... Eccola qua la visita di Vigo! Concetta! Carme­lo! Quanto vi son grata d'esser venuti!

Concetta                       - Giannina!

Carmelo                        - Ah, c'eri cascata, eh?

Giannina                       - Qualche cosa avevo intuito... perché io a Vigo non conosco nessuno... Se­detevi.

Concetta                       - Come stai bene! Che bei colori!

Carmelo                        - E come sei allegra!

Giannina                       - Che volete! La vita buona.  (Tor­nando a cantare:) «  Tra la la la, tra la la la » -« Godi il presente e l'avvenir trascura ».

Concetta                       - Sì, sì; si vede; non c'è dubbio che sei contenta!

Giannina                       - La buona vita! Figlia mia, mi son stancata d'esser ridicola. Io vivo felicissima con Placida. Siamo state a Siviglia, siamo state a Granata, siamo state a Parigi, siamo state a Roma... E poi, venuta l'estate, ci siamo stabi­lite qui. Località bellissima. Situazione privilegiata. A due passi dal confine francese!... Le risate che abbiam fatto io e Placida, a contrab­bandare! Fin con sei paia di calze infilate, alle volte, siami passate... Che polpacci!

Concetta                       - Allegramente, ragazza mia! Si Tede che non rimpiangi proprio nulla.

Giannina                       - Proprio.

Concetta                       - E hai la faccia di dirlo a me?

Giannina                       - Lo dico a chi me lo domanda. Ti pare, Carmelo?

Carmelo                        - E di lui, non sai nulla?

Giannina                       - Niente.

Concetta                       - Ma, non vi scrivete?

Giannina                       - Che cosa ti viene in mente! Non s'è detto separazione?... Dunque, separazione! ... Non voleva, lui, che fosse per tutta la vita?... Dunque per tutta la vita!... E dura da quasi un anno. Sai, sto diventando un po' Tamburo anch'io.. Che cosa vuoi, la forza delle cose... e voialtri, venite dalle Asturie?

Carmelo                        - Sì; da Covadonga.

Concetta                       - E ora andiamo a Lourdes.

Giannina                       - Hai intenzione di chieder qual­che grazia alla Madonna?

Concetta                       - Quella che ti puoi immaginare...

Giannina                       - No, per me, non chiederle nulla. Mi dà già più di quel che mi merito!

Concetta                       - Che cosa dici mai?

Giannina                       - Quel che ti dico. Ho la salute, son contenta, ho... quel che ho; non litigo mai con mio ma­rito...

Concetta                       - i Ancora?... E' fuor di luogo che tu insista su questo punto, Giannina!

Giannina                       - Mi cucio la bocca. Per parte mia, non dirò più sconve­nienze.

Concetta                       - Ti ringrazio, in no­me dell'assente.

Giannina                       - Non c'è di che. Si vede bene che sei della famiglia.

Concetta                       - Son sua sorella, niente di più. E il povero Amedeo...

Giannina                       - E' fuor di luogo ri­ferirsi a Amedeo, non è vero?

Concetta                       - Scusa!

Giannina                       - Sei scusata.

                                      - (D'improvviso, Giannina si mostra inquieta. Concetta se ne avvede).

Concetta                       - Che c'è?

Giannina                       - Niente.

Concetta                       - M'era parso... E' forse venuto qualcuno?

Giannina                       - No, a quest'ora non può venir nessuno.

Concetta                       - Siam ben venuti noi!...

Giannina                       - E' un caso! Volete vedere la mia casetta? E' proprio deliziosa.

Cabmelo                        - Non sarà meglio domani?

Giannina                       - Anche di notte ha le sue attrat­tive; e quando c'è luna, come oggi... Per lo meno, vedrete la mia stanza da letto.

Carmelo                        - Bene; vediamola.

Giannina                       - La luna viene a trovarmi fin nel letto. E' una vera delizia! Divento molto ro­mantica, sapete... Ah, e adesso dormo con le finestre spalancate...

Concetta                       - Possibile, Giannina?

Giannina                       - Per respirar l'aria del mare!

Concetta                       - Miracoli della separazione! Quel che prima era così difficile...

Giannina                       - Siam d'accordo di non fare al­lusioni.

Carmelo                        - Certo, Concetta,... certo. Anche tu...

Concetta                       - Che vuoi, è più forte di me, Carmelo!

Giannina                       - Entrate, entrate...  (Concetta e suo marito escono per la porta di sinistra. Gian­nina, che va loro dietro, si trattiene un mo­mento chiamata misteriosamente da Placida, accorsa a tempo dalla destra).

Placida                          - Signora!

Giannina                       - (Indovinando, e quasi a gesti) E' qui?

Placida                          - Sì, c'è.

Giannina                       - Digli che aspetti in giardino.  (Scappa via).

Placida                          - Che aspetti in giardino!... Ma che commedia è questa? Che quest'uomo venga tutte le sere, di nascosto, fin da Biarritz, a trovar sua moglie... E perché è lui che vuol così? Que­sto è ancora più strano! Io non capisco più chi dei due sia più pazzo!...  (Tornano Giannina, Concetta e Carmelo. Placida se ne va dalla parte opposta).

Giannina                       - Poi la vedrete di giorno, la ve­drete di giorno. E vedrete il piano di sopra. E' piccina, la casa, ma per me sola!...

Concetta                       - Certo, per te sola...

Carmelo                        - La stanza da letto è bellissima.

Giannina                       - Non è vero?... Sedete.

Concetta                       - Solamente un momentino.

Giannina                       - A comodo vostro.

Carmelo                        - Sì, perché l'ora non è oppor­tuna.

Concetta                       - Ci tratterremo soltanto il tempo necessario perché Giannina risponda a una mia domanda.

Giannina                       - Di' pure.

Concetta                       - Trovandoti tu così a tua soddi­sfazione, vivendo bene e godendo perfetta sa­lute, perché fai venire il medico?

Giannina                       - Psst!  I miei capricci!  Ho ancora dei capricci! Non si può cessare d'essere Sona­glio, tutto ad un tratto. E neanche conviene!

Carmelo                        - E il medico, che cosa t'ha tro­vato?

Giannina                       - (Sorridendo diabolicamente) Nevrastenia.

Carmelo                        - Nevrastenia, eh?

Concetta                       - E' una cosa ben strana!... Tu non hai affatto l'aspetto d'una nevrastenica. Ma già, questo i medici lo dicono quando non han­no capito quel che possa avere l'ammalato.

Giannina                       - No; ebbene, questo... questo qua, credo che sia ben sicuro.

Concetta                       - Può darsi. Se la nevrastenia è un principio di pazzia, tu ne hai un attacco acutissimo in corso...

Giannina                       - Ah, ah, ah, ah! Come mi ricor­di bene... Ma siamo d'accordo di non fare al­lusioni...

Carmelo                        - T'ha prescritto un regime, il dot­tore, per combatterla?... Si può conoscerlo? Siccome io, sai, ho le mie pretese di medicina...

Giannina                       - E' vero. Ebbene, calcola: il so­lito. M'ha prescritto quel che si prescrive a tutte.

Concetta                       - Come, a tutte?

Giannina                       - A tutte le donne nevrasteniche! La nevrastenia delle donne, dipende da cause molto diverse da quella degli uomini. Tu non lo sai?

Carmelo                        - Bene. E che cosa t'ha ordinato?

Giannina                       - Quel che s'usa, non ti dico?... Molto sole; molt'aria; passeggiate tranquille; uova all'ostrica...  (A un movimento di sua cognata) Che non mi diano dei dispiaceri; che non me li prenda, se me li voglion dare... e altre piccole cose che non dico.

Concetta                       - Sta bene, cara, sta bene!

Giannina                       - Certo che sta bene!... Carmelo...

Carmelo                        - Che desideri?

Giannina                       - Mi fai il favore di raccogliermi da terra il fazzoletto?

Carmelo                        - Figurati!... Scusa; non m'ero accorto...

Giannina                       - Grazie. Il medico m'ha anche raccomandato di evitare i movimenti bruschi.

Concetta                       - Per la nevrastenia?

Giannina                       - Sì; per quella che ho io.  (Canta:), oc Tra la la la, tra la la la » - «Godi il presente e l'avvenir trascura ».

Concetta                       - (scattando) Figliuola, sei nevra-stenica, e pare che tu abbia vinto al lotto!

Giannina                       - Che vuoi che ci faccia? E' cosi!

Carmelo                        - Non meravigliartene, Concetta! La nevrastenia è un male che, anche essendo, nella sostanza, unico, si manifesta in forme molto diverse.

Giannina                       - Parli come un libro.

Carmelo                        - (fissandola espressivamente) Non anticipare i tuoi giudizi, Concetta. Una volta che il medico è di questo parere...

Concetta                       - Questo medico non capisce nien-te. Basta guardarlo!

Giannina                       - Ebbene, ti sbagli. Anche se vive in quest'angolo di Spagna, è un gran clinico. Che sicurezza di giudizio ha quell'uomo! Non  appena mi vide, e gli ebbi dato due o tre det­tagli, mi ha detto subito quel che sto per avere.

Concetta                       - Quel che stai per avere?

Giannina                       - Quello che ho.

Carmelo                        - Quello che ha, sì... E, siccome, per fortuna, non è niente di grave, noi ce ne andiamo.

Concetta                       - Andiamocene, sì; andiamocene.

Giannina                       - Non voglio trattenervi... Venite domani a far colazione con me.

Concetta                       - Grazie, cara.

Giannina                       - Non c'è proprio di che!

Concetta                       - Ma, abituata, come sei, a questa solitudine che ti delizia, non ti disturberemo?

Giannina                       - Al contrario! Mi piace variare!

Concetta                       - Variare?

Giannina                       - Non è mica un'invenzione mia! ... Poi, come t'ho detto, sto cambiando carat­tere. Son sulla via di diventare una persona se­ria, ragionevole... Come te.

Concetta                       - Come me?

Giannina                       - M'hai consigliato tante volte di imitarti!

Concetta                       - Che peccato che tu non ci abbi pensato prima... A domani.

Giannina                       - Vi aspetto a colazione.

Carmelo                        - Verremo, sì, verremo con gran piacere. Parleremo di tutto.

Giannina                       - Di tutto quello di cui si può parlare.

Concetta                       - Ecco, come dice lui.

Giannina                       - Ecco! (Se ne vanno tutti e tre per la destra, discorrendo. Dalla sinistra ap­pare, poco dopo, con circospezione, Amedeo).

Amedeo                        - E' una cosa insensata! Così non si può andare avanti!  Bisogna trovare una solu­zione... Non so in qual maniera... ma bisogna finirla... Neanche se fossi un delinquente...  (Ritorna Giannina giubilante).

Giannina                       - Ah, marito mio! Che gioia di vederti!

Amedeo                        - Che cosa volevano quei due?

Giannina                       - Son venuti per vedermi.

Amedeo                        - Ma non erano in Asturia?

Giannina                       - Va bene. E oggi sono a Fuenterrabia.

Amedeo                        - E, non sospettano di nulla?

Giannina                       - Di che?... Che tu ed io? Nean­che lontanamente! T'assicuro che li ho imbro­gliati per benino! Concetta, non sa più come orientarsi.

Amedeo                        - E perché?

Giannina                       - Perché mi diverto molto a stuz­zicarla!

Amedeo                        - Ma tu, sei ben certa che non so­spetta?

Giannina                       - Ma no, ma no... Sta tranquil­lo... Che paura hai di lei!

Amedeo                        - E' che, per me, sarebbe una ver­gogna!... Così presto... Dopo le mie bravate!... Per tutta la vita!.. Per tutta la vita! Dio, com'è stolto l'uomo qualche volta!... Noni poter vi­vere senza una donna, dichiararlo a momenti davanti al notaio, che vivrà tutta la vita senza di lei... poi... poi vieni qua, dammi un bacio!

Giannina                       - Prendine quanti ne vuoi!... Adesso è la mia volta di ridere. Ah, ah, ah, ah, ah!

Amedeo                        - Ridi, ridi, che il tuo ridere mi rallegra il cuore. Eppoi, anche perché me lo merito... Ma questa situazione è tempo di si­stemarla.

Giannina                       - Sì, sì.

Amedeo                        - Continuare così, è una fanciul­laggine; peggio, una bambinata evidente...

Giannina                       - (maliziosamente) Una bambi­nata?

Amedeo                        - Me lo domandi con un fare... Ma sì, è una bambinata.

Giannina                       - Una bambinata... Che risulti da­gli atti...

Amedeo                        - Sicuro!... Perché, ch'io ti venga a trovare, con tutti questi sotterfugi, e con que­sto mistero... come se, invece d'esser tuo mari­to, fossi il tuo amante... Senza calcolare poi, che ciò può ledere il tuo buon nome...

Giannina                       - E, di riflesso, il tuo... Doman­daglielo un po' a Concetta.

Amedeo                        - A Concetta?

Giannina                       - Sì. Concetta, a quest'ora, mi considera come una di quelle che si sdraiano sulla spiaggia di Biarritz, a prendere il sole, dopo il bagno, con la sigaretta in bocca.

Amedeo                        - (attonito) Ma, e perché Concetta pensa questo di te?

Giannina                       - Oh, bella! Per opera del suo signor fratello.

Amedeo                        - Eh?

Giannina                       - Giudicando dalle apparenze! Perché le apparenze mi condannano! E, sic­come questa situazione è opera tua... L'uomo serio, il cervello equilibrato, l'ha creata!... Se fosse stata Sonaglio!... Ma tu, tu arrossivi di confessare la tua capitolazione... ed ecco che ne hai qui il bel risultato. Tua sorella, in que­sto momento, mi crede una poco di buono.

Amedeo                        - Anche tu, adesso, esageri. Con­cetta è piena di discernimento...

Giannina                       - Ne ha, in ogni caso, più di te, cui si deve tutto questo.

Amedeo                        - A melo si deve, questo è vero.!

Giannina                       - E, dico, l'hai fatta bella! In quanto a me, il primo bacio della nostra ricon­ciliazione, a Siviglia, lo avrei fatto pubblicare sui giornali. Tu lo sai! Mi ricordo, anzi, che!  m'era venuto in mente di lanciare dall'alto del campanile dei manifestini per avvertire tutti..

Amedeo                        - Lo ricordo, sì.

Giannina                       - E poco mancò che, per questo, noi si tornasse a litigare. Bisognava sentirti!... Gesù, Gesù, che caduta! Che fiasco! Che capi­tombolo! Che leggerezza! Che cosa si dirà di me? Calma, calma. E' ancora troppo presto. Lasciamo operare il tempo... Che la frutta possa maturare logicamente... Questo discorso del­la frutta, me lo ricordo, come se me lo sentissi ancora negli orecchi. Giannina, vestiamo bene il pupazzo; e prepariamo una riconciliazione che sia onorevole per tutti e due. E questo me lo dicevi a Siviglia, a Madrid, a Roma, dapper­tutto...

Amedeo                        - Sì, sì; è vero. Tutte queste scioc­chezze dicevo. Ero assalito da una vergogna comicissima...

Giannina                       - Senza pensare ad altre conse­guenze...

Amedeo                        - Senza pensare ad altro che al mio ridicolo!

Giannina                       - Ma ora viene il resto!

Amedeo                        - Che resto?

Giannina                       - Sicuro; il resto. Tua sorella ha parlato con Moscardino.

Amedeo                        - Chi è Moscardino?

Giannina                       - Il medico: qui lo chiamano così! Ah, ah, ah!

Amedeo                        - Perché ridi?

Giannina                       - Ma da quando in qua si usano soprannomi?

Amedeo                        - Lascia correre... Dov'è che mia sorella ha parlato col dottore?

Giannina                       - Qui. L'ho mandato a chiama­re io.

Amedeo                        - La cameriera è malata?

Giannina                       - No, non l'ho chiamato per la cameriera.

Amedeo                        - Per te? Ma che cos'hai? (Inquieto).

Giannina                       - (lo guarda sorridendo in un modo ineffabile) Niente di male.

Amedeo                        - Giannina!

Giannina                       - Ah, Tamburo mio! L'abbiamo fatta grossa!... Non ci rimane altro che render pubblica la nostra riconciliazione!

Amedeo                        - Che cosa mi dici?

Giannina                       - Capisci?

Amedeo                        - (pazzo di gioia, tremando) Gian­nina della mia vita! Non oso crederci! E' pro­prio vero?

Giannina                       - Domandalo a Moscardino. Ada­gio, adagio, amor mio! che m'hanno proibito i movimenti bruschi.

Amedeo                        - Ma questa è troppa felicità. Io salto di gioia, Giannina! Che cosa diresti tu se adesso, subito, mi mettessi a ballare?

Giannina                       - Direi che Tamburo sta diventando Sonaglio!

Amedeo                        - E Sonaglio, Tamburo; no?...

Giannina                       - (abbassando gli occhi) Sonaglio è già tamburo! (accennando al ventre).

Amedeo                        - Dio sia benedetto!...  (Cantando come lei) « Tra la la la, tra la la la - Godi il presente e l'avvenir trascura ». Ballo, Giannina?

Giannina                       - Balla pure!  Purché non balli io!

Amedeo                        - Tu, no; tu, non ballare! Tu, non muoverti!

Giannina                       - Non temere! C'è in me qualche cosa che me lo impone, che è più forte di ogni altra. E non è ancora nulla... eppure lo sento batter l'ali... E' un non so che, che sento mi trasforma... molto profondo, molto chiaro... Questo non so che, è ciò che mi mancava!... Anch'io vorrei ballare... Ma devo essere una persona seria, molto seria!

Amedeo                        - Sonaglio, sei tu quella che par­la? Sei tu?

Giannina                       - Tamburo, sei tu quello che sem­bra impazzito?

Amedeo                        - Io, sì; son io! E ne ringrazio Dio!... Evviva i Sonagli!... Tanto senno, tanta saggezza, tanta misura di gravità!... La vita mi ha dato una buona lezione... Il famoso « io son così», non lo dirò più!... Il giorno che tu mi senta ancora giustificarmi di qualche cosa, con dire « io son così », mi potrai uccidere.

Giannina                       - Ah, ah! Non esageriamo, ca­spita, non esageriamo!

Amedeo                        - Sì, sì! Il mio « io son così » è il gran colpevole.

Giannina                       - E il mio « io son cosà! », non lo è stato forse? Debbo pur riconoscerlo. E ca­pisco che ero insopportabile.

Amedeo                        - Insopportabile?... No!

Giannina                       - Capricciosa, ostinata, volubile. Quel che più mi rinfaccio, è che mi divertivo a farti andare in collera.

Amedeo                        - No...

Giannina                       - Sì! Mi divertivo, mi divertivo... Chissà mai perché ci debba far piacere, alle volte, far soffrire le persone a cui vogliamo più bene!?... Perché?...

Amedeo                        - Tu non mi avresti mai contra­riato, se io non fossi stato stolto e goffo!...

Giannina                       - Calma, calma, Amedeo; non esaltarti. Tranquillità, serietà..

Amedeo                        - (osservando l'orologino di Gianni­na) Ma, ragazza...

Giannina                       - Che c'è?

Amedeo                        - Che ora hai?

Giannina                       - Io? Un'ora qualunque.

Amedeo                        - Come, qualunque?

Giannina                       - Non sai?  Ho messo tutti gli oro­logi della casa su un'ora differente!

Amedeo                        - (stupito) Eh?

Giannina                       - Per non accorgermi che il tem­po passa! Son tanto felice!

Amedeo                        - Ma, ma, ma... ma, Giannina...

Giannina                       - Ma, che cosa?

Amedeo                        - E' una sciocchezza! Uno deve sempre sapere in che momento vive... per cal­colare, per regolare, per provvedere...

Giannina                       - Secondo i casi... Tu, continua col tuo entusiasmo... Che cosa mi volevi dire?

Amedeo                        - Ti stavo dicendo... ti stavo di­cendo... Che cosa ti stavo dicendo?... Ah, sì!... Che il figlio, è la formula...

Giannina                       - Diavolo, la formula?... Che pa­rola prosaica, Tamburello mio!

Amedeo                        - La ritiro! Non so come diavolo mi sia venuta in mente!... Il figlio è la felicità di entrambi; e, questa, dobbiamo costruirla coi nostri due spiriti. Sorridi?... Merito adesso uno dei tuoi rulli di tamburo?

Giannina                       - Meriti la mia vita!

Amedeo                        - Sonaglio del mio cuore! (Si ab­bracciano amorosamente in silenzio. Pure in silenzio, e, come chi è stato ad ascoltare la sce­na, s'affacciano sorridenti, ad una delle fine­stre del fondo, Carmelo e Concetta. Giannina esclama in questo momento:)

Giannina                       - Dio, se ci vedesse tua sorella!

FINE

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