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Tango

Tango

(1964)

Sławomir Mrożek


Personaggi

Il giovanotto, Ossia Arturo

Eleonora, madre di Arturo

Stomil, padre di Arturo

Personaggio Chiamato Per Ora Nonna, ossia Eugenia

Il Partner Anziano, ossia Eugenio

Il Partner Con I Baffetti, ossia Eddie

Alina, cugina e fidanzata di Arturo


Atto primo

La scena raffigura l’interno di un’ampia camera dal soffitto alto. Non se ne vede la parete destra (tutte le indicazioni «da destra» e «da sinistra» si intendono riferite, qui e in seguito, al punto di vista della platea). A destra lo spazio è interrotto dalla cornice della scena, come se al di là di questa si trovasse ancora una parte dell’ambiente rappresentato. La parete sinistra forma sul proscenio un angolo retto, a qualche passo dalla ribalta, prolungandosi verso sinistra parallelamente a quest’ultima. In questa superficie rivolta alla platea, tra la cantonata e la quinta sinistra, c’è la porta che conduce all’altra camera. È come un corridoio che dallo spazio centrale conduce alla quinta sinistra, scomparendo al suo interno. Alle due estremità della parete centrale, di fronte alla platea, si aprono due porte. Tutte le porte sono identiche, alte, scure, a due battenti, decorate, nello stile delle case signorili di una volta. Tra le due porte della parete centrale c’è una nicchia riparata da una tenda. Nella camera si trovano, prima di tutto, i seguenti arredi: un tavolo per otto persone con relative sedie. Delle poltrone. Una grande specchiera a muro sulle parete sinistra. Un sofà. Dei tavolini. I mobili sono disposti senza alcuna simmetria, come all’immediata vigilia o all’indomani di un trasloco. Regna una gran confusione. L’intera scena, inoltre, è ingombra di tendaggi che, afflosciati sul pavimento, sospesi a mezz’aria o ammonticchiati a caso, conferiscono all’ambiente una tonalità soffusa, dai contorni incerti. In un punto del pavimento i tendaggi formano un mucchio, una sorta di giaciglio. Ci sono inoltre una carrozzina nera di foggia antiquata, dalle ruote alte e sottili, un abito da sposa impolverato, una bombetta. Un panno di velluto è stato tirato da un lato del tavolo, lasciando scoperto l’altro. Al tavolo siedono tre persone. Il Personaggio Chiamato Per Ora Nonna è una donna anziana, ma ancora arzilla e vivace, per quanto soffra, a tratti, di deliquio senile. Indossa un abito sgargiante, a fiori enormi, con lo strascico sul pavimento. Ha in testa un berretto da fantino e ai piedi un paio di scarpette da ginnastica. È miope. Il signore anziano è canuto, con un paio di occhiali dalla montatura sottile, dorata; molto composto, è però vestito sciattamente, ha gli abiti impolverati; appare molto timido. Porta una giacchetta a coda di rondine, una camicia dal colletto alto e rigido, bianco ma sporco, e un’ampia cravatta-plastron, su cui è appuntata una spilla con la perla; sotto, tuttavia, indossa un paio di shorts color cachi che gli arrivano al ginocchio. Calzettoni scozzesi, scarpe di vernice, alquanto logore, ginocchia nude. Il terzo individuo è estremamente losco e sospetto. Ha una brutta camicia a quadri, che porta fuori dai calzoni, sbottonata in modo eccessivo sul petto, con le maniche arrotolate. Calzoni grigio chiaro, larghi, sporchi e spiegazzati, scarpe giallo vivo e calzettoni dai colori pacchiani. Si gratta in continuazione le cosce grassocce. Ha capelli lunghi e unti, ama ravviarli con un pettinino che estrae dalla tasca posteriore dei calzoni. Porta corti baffetti. Non è rasato. Al polso ha un orologio col cinturino «d’oro». I tre sembrano totalmente assorbiti dal gioco. Il lato della tavola coperto dalla tovaglia è ingombro di piatti, tazzine, caraffe, fiori finti, avanzi e anche alcuni oggetti tra i quali è impossibile trovare un nesso logico: una grande gabbia per uccelli, vuota e senza fondo, una scarpa da donna, dei calzoni da fantino. Il tavolo, ancor più della camera, dà un’impressione di confusione, casualità, sciatteria. Ogni piatto, ogni oggetto proviene da un servizio di epoca e stile differenti. Entra da destra un giovane che non ha più di venticinque anni, di corporatura regolare, sano e aitante. Indossa un vestito scuro, di fattura convenzionale, che gli va a pennello, con camicia bianca e cravatta. I suoi abiti sono puliti e ben stirati. Sotto braccio ha libri e blocchi di appunti, in quanto sta tornando dalle lezioni universitarie. Si ferma a osservare la scena. Gli altri, che sono assorti nel gioco, non notano il suo arrivo (il tavolo è alquanto spostato sulla sinistra, dunque abbastanza lontano dal suo punto d’ingresso). Il Personaggio Chiamato Per Ora Nonna volge a lui le spalle, e al pubblico il fianco, il signore anziano le siede di fronte, mentre il terzo individuo, che è a capotavola, volge le spalle al pubblico e il fianco al nuovo venuto.

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA (gettando con slancio eccessivo la carta sul tavolo) Quattro di picche, franfellicche!

PARTNER CON I BAFFETTI (giocando a sua volta la carta) Un razzo nel mazzo! (Beve un sorso di birra dalla bottiglia che tiene accanto alla sedia).

PARTNER ANZIANO (Balbetta timidamente, parla con evidente sforzo) Ecco qui. Cioè, volevo dire, Bum! (Gioca la carta).

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA (dopo un attimo di attesa, pieno di disapprovazione) Bum, e poi? Eugenio...

PARTNER ANZIANO, ossia EUGENIO (balbetta smarrito) Bum... Bum...

PARTNER CON I BAFFETTI Anche oggi il Signore non è in forma. (Tracanna un sorso di birra).

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Eugenio, se siedi con noi al tavolo di gioco, dovresti sapere come comportarti. Bum, e poi che cosa? Vorrei proprio saperlo.

EUGENIO            Mah... Bum e basta.

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Oddio, arrossisce ancora!

EUGENIO            Può andare: Bum — Ta — Pum?

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Che assurdità. Signor Eddie, gli suggerisca Lei qualcosa.

PARTNER CON I BAFFETTI, ossia EDDIE Volentieri. Ma è difficile trovare una rima con Bum. Io proporrei invece: Ci ho l’attrezzo e lo spezzo!

EUGENIO            Perfetto! Ma, mi consenta, che significa? Chi è che spezza?

EDDIE                  Così si dice.

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Non fare i capricci. Il Signor Eddie sa quel che fa.

EUGENIO            (gioca di nuovo la carta di prima) Ci ho l’attrezzo e lo spezzo.

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Ecco, vedi: se vuoi, ci riesci.

EDDIE                  Il Signore è molto timido.

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Grazie, Signor Eddie carissimo. Non so proprio cosa faremmo senza di Lei.

EDDIE                  Ma si figuri. (Scorge il giovanotto e si affretta a nascondere la bottiglia sottoil tavolo) Beh, io devo andare.

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Corne? Ma èmatto? Che Le salta in testa? Adesso, nel bel mezzodella partita!?

GIOVANOTTO    Buongiorno.

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA (si volta, contrariata) Ah, sei tu.

GIOVANOTTO    Proprio io. Che succede qui?

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Che domanda! Stiamo giocando a carte.

GIOVANOTTO    Lo vedo. Ma con chi?

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Come «con chi?» Non riconosci più lo zio Eugenio?  

GIOVANOTTO    Non mi riferivo a zio Eugenio. Con lui farò i conti più tardi. Chi è quest’individuo? (Indica Eddie).

EDDIE                  (alzandosi) Beh! sè fatto proprio tardi. Le bacio le mani, signora illustrissima.

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Eddie, non indartene

GIOVANOTTO    Fuori di qui!

EDDIE                  (alla Nonna, in tono di rimprovero) Le avevo pur detto, signora, di non giocare oggi.

EUGENIO            (indicando la Nonna) È stata lei, è tutta colpa sua! Io non volevo!

GIOVANOTTO    (avanzando) Fuori, ho detto!

EDDIE                  E che diamine, me ne sto andando, vado. (Si avvia verso l’uscita, dunque in direzione del giovanotto. Passandogli accanto, si ferma a sfilargli da sotto il braccio un libro, che poi apre).

GIOVANOTTO    (correndo verso il tavolo) Eppure vi avevo pregato. Quante volte vi ho implorato di non far più cose del genere! (Gira attorno al tavolo, inseguendo la Nonna, che cerca di sfuggirgli)

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA No, no!

GIOVANOTTO    Invece sì! E subito!

EDDIE                  (guarda li libro) Interessante, interessante...

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA Che vuoi da me?!

GIOVANOTTO    (inseguendola) Nonna, lo sai benissimo!

EUGENIO            Arturino, abbi almeno un po’ di comprensione per la nonna.

GIOVANOTTO    Bravo zio, difendila pure!

EUGENIO            Non iniendo immischiarmi, dico solo che anche se forse Eugenia ha un po’ ecceduto...

GIOVANOTTO, ossia ARTURO La metto a posto io! E anche te, zio! Comprensione! Chi parla di comprensione! Avete forse comprensione per me? Possibile che la Nonna non capisca? Visto che ci siamo, però, anche tu avrai quel che meriti. Perché non sei al lavoro? Perché non sei a scrivere le tue memorie?

EUGENIO            Ho scritto un po’ stamattina, poi sono venuti da me, in camera...

PERSONAGGIO CHIAMATO PER ORA NONNA, ossia EUGENIA Eugenio, sei un traditore!

EUGENIO            (isterico) Ma lisciatemi in pace una buona volta!

ARTURO              Comunque, zio, anche tu meriti una punizione. (Mette sulla testa di Eugenio la gabbia sfondata) Rimani seduto finché non ti libero!

EUGENIA            Ben gli sta!

ARTURO              Ma tu non la passi liscia, Nonna (Scopre la nicchia, dove ci sono un catafalco coperto da un panno nero tutto roso dai tarli e dei ceri) Sul catafalco!

EDDIE                  (sfogliando il libro con interesse crescente) Carino. (Va a sedersi in disparte).

EUGENIA            Ancora? Mi rifiuto!

ARTURO              Non fiatare!

Eugenia si avvicina, sottomessa, al catafalco, Eueriio le porge premuroso il braccio.

EUGENIA            (gelida) Grazie, Giuda!

EUGENIO            Tanto stavi perdendo.

EUGENIA            Pagliaccio.

ARTURO              Questo ti toglierà una buona volta la tua mostruosa frivolezza. (Frugandosi in tasca) Fiammiferi, qualcuno ha dei fiammiferi?

EUGENIA            (adagiandosi sul catafalco) Arturo, ti supplico, le candele almeno risparmiamele.

ARTURO              Zitta, se no sono guai.

EDDIE                  (senza staccare lo sguardo dal libro, estrae di tasca una scatola di fiammiferi) Eccoli.

Arturo prende a Eddie i fiammiferi e accende i ceri. Eugenio toglie dal tavolo i fiori finti, li mette vicino al catafalco, fa alcuni passi indietro per controllare l’effetto, poi si riaccosta per sistemarli meglio.

 

EDDIE                  (ridaccchiando) Figure di prim’ordine.

EUGENIA            (sollevando il capo) Che sta guardando?

ARTURO              Sta’ giù!

EUGENIO            (si acosta a Eddie e guarda da sopra le spalle) Manuale di anatomia topografica. Edizione universtraria.

EUGENIA            Ma guarda che va a pescare!

EDDIE                  Il signor Arturo studia medicina?

EUGENIO            Frequenta tre facoltà, compresa filosofia.

EDDIE                  Anche a filosofia c’è roba del genere?

EUGENIO            Eh, no! La filosofia è senza illustrazioni.

EDDIE                  Peccato. Ci avrei dato volentieri uno sguardo.

EUGENIA            (sollevandosi) Fa’ un po’ vedere!

ARTURO              Sta’ giù!

EUGENIA            E pensare che fra noi tu sei il più giovane. Perché non ti chiudi in convento?

ARTURO              Nonna, perché ti rifiuti di capirmi?

EUGENIO            Certo, anch’io me lo chiedo. Eugenia, perché ti rifiuti di capirlo?

ARTURO              Io non posso vivere in un mondo simile!

Dalla porta sulla parete di fondo, a sinistra, entra Eleonora, donna nel fiore dell’età matura. Indossa un pagliaccetto.

ELEONORA         In quale mondo? Che state facendo?

ARTURO              Buon giorno, mamma.

ELEONORA         Ma come, la nonna è di nuovo sul catafalco?

EUGENIA            Hai fatto bene a venire. Guarda cosa ha combinato!

ARTURO              Ho combinato? Dovevo pur punire la nonna.

EUGENIA            Mi educa!

ARTURO              Nonna, tu passi i limiti.

ELEONORA         Quali limiti?

ARTURO              Lei sa bene di che parlo.

ELEONORA         Ma perché suito sul catafalco?

ARTURO              Perché almeno per un attimo pensi all’eternità. Perché giacendo abbia modo di ravvedersi.

ELEONORA         (notando Eddie) Ah, Eddie!

EDDIE                  Ciao.

ARTURO              Come, vi conoscete?

EUGENIO            (tra sé) Ora viene il bello!

ELEONORA         E chi non conosce Eddie? Che c’è di strano?

ARTURO              Mi sembra di impazzire. Torno a casa, vi trovo individui sospetti, dissolutezza, caos, relazioni equivoche, ed ecco che pure tu, mamma... No, no, da cosa nasce, dove ci porterà tutto questo?

ELEONORA         Non li va di mangiare un boccone?

ARTURO              Non voglio mangiare, voglio dominare la situazione!

ELEONORA         Vado a letto con Eddie di tanto in tanto. Vero, Eddie?

EDDIE                  (distratto) Come? Ah, sì, certo! (Dispiega le tavole del libro) Ma guarda un po’, tutto a colori.

ARTURO              Cosa? Che hai detto, mamma?

ELEONORA         Orati porto qualcosa da mangiar. (Esce dalla porta di fondo, a sinistra)

Arturo siede inebetito.

EUGENIO            (fra sé) A dire il vero gliel’ha detto un po’ troppo bruscamente. (Ad Arturo) Posso levarmela adesso? (Pausa). Arturo! (Pausa). Arturo, ti sto chiedendo se posso levarmi la gabbia di dosso.

ARTURO              Ma toglitela pure, zio. (Tra sé) Ormai non me ne importa più niente.

EUGENIO            (liberando la lesta dalla gabbia) Grazie. (Si siede accanto ad Arturo) Ti sei un po’ rabbuiato... eh, Arturino?

EUGENIA            Mamma mia, quant’è duro qui!

EUGENIO            Io capisco che questa storia della mamma ti abbia scosso. Lo capisco bene, sono un uomo d’altri tempi, io... Eddie non è poi cosi malvagio. È d’animo buono, anche se non ha un aspetto troppo intelligente. (A bassa voce) Detto tra noi, è un perfetto imbecille... (Ad a/ta voce) Vedi, mio caro, bisogna prendere la vita per quello che è... (A bassa voce) O forse no. (Ad alta voce) Allora, Arturino, su la testa. Eddie ha le sue doti e comunque, Dio mio... tua mamma non è più quella di una volta (A bassa voce) Avresti dovuto vederla da ragazza, prima che nacessi tu, ovviamente, prima che comparisse Stomil... (Rimane assorto per un attimo, poi si sposta con la sedia verso Arturo e gli dice sottovoce) Che pensi di fare con Eddie? Sarò sincero: è un individuo ignobile. Ha le unghie sporche, e poi fa repulsione, non ti pare? Sono sicuro che bara. A tavola è disgustoso; qui, poi, si è installato da padrone. Se non fosse per Eugenia non lo degnerei di uno sguardo. Sai cosaha fatto ieri? Vado da Eugenia e le dico: «Senti, sorellina. Io capisco che il Signor Eddie non si lavi i denti, ma se proprio deve usare ii mio spazzolino, ci si pulisca almeno i denti e non le scarpe». E lui: «I denti ce li ho sani. Quando mordo qualcosa, trituro tutto; le scarpe, invece, mi si impolverano». E mi ha messo alla porta. Ascolta, non voglio influenzarti, ma al posto tuo una lezione gliela darei. Che ne diresti di buttarlo giù dalle scale?

ARTURO              Non è questo il problema.

EUGENIO            Un po’ di sganassoni, allora?

ARTURO              La questione è di tutt’altra natura.

EUGENIO            Ma gli sganassoni non guasterebbero. Se vuoi, gli dico di prepararsi. (Nel frattempo Eugenia si siede sul catafalco e tende l’orecchio. Eugenio, accortosene, si stacca da Arturo e si mette a parlare ad alta voce) Il Signor Eddie è un uomo semplice e molto per bene. In vita mia non ne ho incontrato uno altrettanto semplice.

EUGENIA            Che gli ha preso?

EUGENIO            Non so, non reagisce.

EUGENIA            E tu cosa gli vai sussurrando all’orecchio?

EUGENIO            Niente. Gli parlavo della vita delle api.

ELEONORA         (porta un vassoio con una tazza e dei biscotti) La colazione è pronta.

ARTURO              (scuotendosi dal suo torpore, macchinalmente) Grazie, mamma. (Si siede al tavolo).

Eleonora gli mette davanti il vassoio, spostando alla rinfusa gli altri oggetti. Arturo inizia a mescolare con il cucchiaino, ma il vassoio è inclinato; Arturo afferra la scarpa
che c’era sotto e la scaraventa stizzito in un angolo.

EDDIE                  Me lo presta fino a martedì?

ARTURO              Non posso. Lunedì ho l’esame.

EDDIE                  Peccato. Ci sono delle belle cosine

ELEONORA         Mamma, scendi di lì. Sembri un personaggio di Edgar Allan Poe.

EUGENIA            Cosa?

ELEONORA         Su quel catafalco. Sei molto démodé, comunque.

EUGENIA            (indicando Arturo) E lui?

ELEONORA         Sta mangiando, non si impiccerà.

EUGENIA            Arturo, posso scendere?

ARTURO              Fa’ quel che ti pare. (Beve) È amaro!

ELEONORA         Non c’è più zucchero. L’ha finito Eugenio.

EUGENIO            Se mi consentite, io ho finito solo la marmellata. Lo zucchero lo ha finito Eddie.

Eugenia scende dal catafalco.

ELEONORA         E spegni le candele, mamma. Dobbiamo risparmiare. (Guardando le carte sul tavolo) Chi vince?

EUGENIA            Eddie.

EUGENIO            Il Signor Eduardo ha una fortuna straordinaria.

ELEONORA         Eddie, stavi barando?

EDDIE                  Io? Ma no!

ELEONORA         Strano. Mi avevi promesso di perdere, oggi. Mi servono soldi per la casa.

EDDIE                  (allargando le braccia) È andata così.

Assonnato, in pigima, entra Stomil, padre di Arturo, marito di Eleonora; sbadiglia e si gratta. È robusto, grosso, con un’immensa criniera di capelli grigi.

STOMIL                Ho sentito odore di caffè. (Notando Eddie) Salve, Eddie.

Arturo mette da parte il vassoio e osserva attento la scena.

ELEONORA         Dovevi dormire fino a mezzogiorno, oggi. Nel pomeriggio il letto è occupato.

STOMIL                Non posso, mi e venuta una nuova idea. Chi sta bevendo il caffè? Ah, sei tu, Arturo... (Si avvicina al tavolo).

ARTURO              (disgustato) Papà, abbottonati almeno!

STOMIL                Perché?

ARTURO              Come «perché»? Che vuol significare questo perché?

STOMIL                Semplicemente «perché?» È una domanda facilissima, mi stupisco che tu non sappia rispondere.

ARTURO              Perché… perché… non sta bene.

STOMIL                (Beve il caffé di Arturo) Ecco, vedi: la tua risposta non significa niente, non regge a un’analisi razionale. È una tipica risposta convenzionale.

ARTURO              E non è sufficiente?

STOMIL                Non per me. Io sono abituato a riflettere sulle cose. Se proprio dobbiamo discutere, dobbiamo saper giungere agli imponderabili.

ARTURO              Ma papà, per favore, non potresti per prima cosa abbottonarti e poi discutere?

STOMIL                Ma cosi inveriremmo i processi logici: l’effetto precedetebbe la causa. L’uomo non dovrebbe vivere in modo sconsiderato, agendo in base a riflessi meccanici.

ARTURO              Vuoi dire che non ti abbottonerai subito?

STOMIL                Esatto. C’è poco da fare, d’altronde: mancano i bottoni (Beve ancora un sorso di caffè. Posa nuovamente la tazza sul tavolo).

Pian piano Eddie si porta alle spalle di Arturo.

ARTURO              Ma certo. Avrei dovuto prevederlo.

STOMIL                Sbagli, è la materia che deriva dallo spirito, almeno in questo caso.

Eddie allunga furtivamente la mano sopra le spalle di Arturo, intento a discutere, e beve un sorso del suo caffe.

ARTURO              Proprio di questo volevo parlarti, papà.

STOMIL                Dopo, dopo. (Beve un sorso di caffè dalla tazza, che nel frattempo Eddie ha posato. Guarda il catafalco) Nessuno leva di mezzo quella cassa?

ELEONORA         E perché mai?

STOMIL                Contro l’oggetto in sé non ho niente da obiettare. Anzi mi sembra che arricchisca la realtè, stimoli l’immaginazione. La nicchia, però, mi farebbe comodo per gli esperimenti.

ELEONORA         Hai posto a suffcenza altrove.

EUGENIA            Anch’io preferirei che la portaste via: Arturo smetttrebbe di tormentarmi.

ARTURO              (batte il pugno sul tavolo) Ecco il punto!  In questa casa regnano inerzia, entropia eanarchia! Quando è morto il nonno? Dieci anni fa. E nessuno da allora ha pensato a levar di mezzo il catafalco! È inconcepibile! Fortuna che almeno il nonno lo portaste via!

EUGENIO            Eh! Il nonno oramai non si poteva più tenere.

ARTURO              Non contano i particolari, ma il principio.

STOMIL                (sorseggia il caffè, annoiato) Davvero?

ARTURO              (ha uno scatto e prende ad agitarsi su e giù per la scena) E fosse solo il nonno! Sono nato venticinque anni fa e la mia carrozzina è ancora qui! (Dà un calcio alla carrozina) Perché non è in soffitta? E questo cos’è? Il vestito da sposa della mamma. (Solleva dal mucchio di stracci un velo polveroso) Perché non è nell’armadio? I calzoni da fantino dello zio Eugenio! Per quale motivo sono ancora qui, se l’ultimo cavallo su cui lo zio montò morì senza progenie quarant’anni fa? Non c’è ordine, nè accordo con l’epoca presente. Nessun pudore, nessuna iniziativa! Qui non si può respirare, muoversi, vivere!

Eddie, profittando della confusione, vuota d’un sorso la tazza.

ELEONORA         (rivolta a Eddie) Oh, Eddie, vederti bere e vero spettacolo!

STOMIL                Mio caro, della tadizione non mi importa niente, la tua rivolta e ridicola. Sai bene che non attribuiamo alcun valore a questi relitti del passato, reperti stratificati della nostra cultura familiare. Stanno lì e basta. Noi viviamo liberi. (Guarda la tazza) Dov’è il mio caffè?

ARTURO              No, papà, non mi hai affatto capito. Non è questo il punto, per niente!

STOMIL                Spiegati meglio, allora, mio caro. (A Eleonora) Non c’è più caffè?

ELEONORA         Ci sarà solo dopodomani.

STOMIL                Perché solo dopodomani?

ELEONORA         E che ne so?

STOMIL                Va bene, non fa niente.

ARTURO              Ascoltatemi, non è questa tradizione in particolare che mi sta a cuore. Qui oramai non c’è più tradizione né sistema: solo frammenti, polvere! Oggetti inerti. Avete distrutto e distruggete tutto senza posa, dino a dimenticare completamente le motivazioni iniziali.

ELEONORA         È vero. Stomil, ricordi come infrangemmo la tradizione? Mi possedesti sotto gli occhi di mammà e papà, al debutto del Tannhauser, in una poltrona di prima fila, in segno di protesta. Ci fu uno scandalo tremendo. Bei tempi quelli, quando cose del genere facevano ancora impressione! In quel periodo aspiravi alla mia mano.

STOMIL                Mi pare invece che fu al Museo Nazionale alla prima mostra dei Contemporanei. Avemmo recensioni entusiastiche.

ELEONORA         No, fu all’opera. Alla mostra non sarai stato tu, o forse c’era un’altra al posto mio. Hai fatto una gran confusione.

STOMIL                Può essere. (Accendendosi) L’epoca della rivolta e del salto nella modernità. La liberazione dai vincoli della vecchia arte e della vecchia vita! L’uomo diventa arbitro del proprio destino, abbatte i vecchi idoli, e sui loro piedestalli pone se stesso. Si squarciano gli involucri, si sciolgono le catene. «Rivoluzione ed espansione!»: ecco il nostro motto. Spezzare le vecchie forme! Abbasso le convenzioni, viva la dinamica! La vita in divenire, oltre ogni limite, movimento e tensione, oltre la forma, oltre la forma!

ELEONORA         Come sei ringiovanito, Stomil: non ti si riconosce!

STOMIL                Eh! Eravamo giovani.

ELEONORA         Stomil, ma che stai dicendo! Non siamo affatto invecchiati, quegli ideali non li abbiamo mai traditi. Ancora oggi: avanti, sempre avanti!

STOMIL                (senza entusiasmo) Ma sì, certo.

ELEONORA         Ci piegbiamo forse ai pregiudizi? Alle convenzioni che incatenano l’umanità? Non continuiamo a lottare contro i relitti del passato? Non siamo liheri?

STOMIL                Contro quale passato?

ELEONORA         Sempre quello. Non ricordi? Hai dimenticato quanto dicevamo un attimo fa? Tutti i vincoli, le soffocanti catene della religione, della morale, della società, dell’arte? Dell’arte soprattutto, Stomil, dell’arte!

STOMIL                Sì, sì, certo. Ma quando è stato?

ELEONORA         Un attimo, faccio il conto, aspetta... ci siamo sposati nel millenovecento... un attimo, non mi distrarre... Arturo è nato nel trenta, no aspetta... nel quaranta…

STOMIL                Eh, allora sì.. (Si avvicina allo specchio, si passa una mano sul viso).

ELEONORA         Non mi distrarre, ho una tal confusione in testa… (Conta a bassa voce, del tutto assorta) Millenovecentoquattordici… Millenovecentodiciotto… Millenovecentoventidue…

STOMIL                (dinanzi allo specchio) Siamo giovani, sempre giovani…

ARTURO              Hai ragione, papà.

STOMIL                Su che?

ARTURO              Tutto questo non esiste più.

Eleonora va su e giù per ia scena, senza venire a capo dei suoi calcoli. Continua a contare.

STOMIL                A che ti riferisci?

ARTURO              Vincoli, catene, involucri ecc. Non ci sono più, purtroppo.

STOMIL                Purtroppo? Non sai quel che dici! Se avessi vissuto a quei tempi capiresti quanto abbiamo fatto per te. Non hai idea di come si vivesse allora. Sai quanto coraggio ci voleva per ballare un tango? Lo sai che erano ben poche le donne perdute? Che ci si esaltava per il naturalisino, in pittura? O per il teatro borghese? Il teatro borghese: che schifo! Mangiando, non potevi tenere i gomiti sul tavolo. Ricordo le manifestazioni giovanili. Solo nel millenovecento e rotti i più coraggiosi iniziarono a non cedere più il posto agli anziani sui tram. Abbiamo conquistato a caro prezzo questi diritti e, se oggi puoi fare alla nonna quel che ti pare, lo devi a noi. Non ti rendi conto di quanto ci devi. E pensare che abbiamo lottato tanto per crearti quel libero futuro che oggi disprezzi.

ARTURO              E cosa avete creato? Questo bordello, dove niente funziona, perché tutto è permesso, dove non esistono più principi, né trasgressione?

STOMIL                Il principio è uno solo: non farsi problemi e fare quello di cui si ha voglia. Ognuno ha diritto a essere felice.

ELEONORA         Stomil, ci sono, ecco! Ho finito il conto. Fu nel millenovecentoventotto!

STOMIL                Cosa?

ELEONORA         (afflitta) L’ho dimenticato.

ARTURO              Avete avvelenato con la vostra libertà le generazioni che vi precedevano e quelle che vi seguivano. Pensate alla nonna, alla confusione che ha in testa. Non vi dice niente?

 

EUGENIA            Me lo sentivo che se la sarebbe presa di nuovo con me.

STOMIL                La mamma è assolutamente a posto. Cos’è che non va?

ARTURO              Ma certo. A voi non dà alcun fastidio la sua dissolutezza senile. Eppure un tempo era una nonna onorata e rispettable. E oggi, che fa? Il pokerino con Eddie.

EDDIE                  Guardi che a volte giochiamo anche a bridge.

ARTURO              Non sto parlando a te, plebeo.

STOMIL                Ciascuno ha il diritto di scegliere cosa fare e con chi. Anche gli anziani.

ARTURO              Non è un diritto, questo. È una costrizione morale all’immoralità.

STOMIL                Mi meraviglio davvero di te, hai idee da vecchio bacucco. Quando avevamo la tua età consideravamo il conformismo un’onta. La rivolta! Solo la rivolta aveva valore per noi!

ARTURO              Quale valore?

STOMIL                Dinamico, cioè sempre positivo, anche se attraverso la negazione. Pensi che fossimo solo ciechi anarchici? Incarnavamo la marcia verso il futuro, il movimento, il processo storico. La rivolta è il progresso nella sua fase potenziale. Non siamo privi di meriti nei confronti della storia. La rivolta è la roccia su cui il progresso costruisce la sua chiesa. Più estesa è la rivolta, più ampia risulta la costruzione. E, credimi, di terreno ne abbiamo preparato un bel po’.

ARTURO              Ma allora... perché questi equivoci, se anche tu sei per la costruzione? Non è meglio farla assieme?

STOMIL                Ma neanche per idea. Meglio chiarirlo subito. Io ho solo presentato in modo oggettivo il nostro ruolo nella storia, indipendentemente dalle nostre intenzioni. Noi siamo sempre andati per la nostra strada. Ma negando tutto ciò che c’era prima apriamo la strada al futuro.

ARTURO              Quale futuro?

STOMIL                Questo non dipende più da me. Il mio compito è andare al di là delle forme.

ARTURO              E allora rimaniamo comunque nemici.

STOMIL                Perché prenderla subito tanto sul tragico? Basterebbe che smettessi di preoccuparti dei principî.

ELEONORA         Anch’io sono stupita: perché proprio tu, il più giovane, vuoi per forza avere dei principî? È sempre stato il contrario.

ARTURO              Perché io sto entrando nella vita. In che vita devo entrare? Devo prima crearla, per avere qualcosa in cui entrare.

STOMIL                Non vuoi essere moderno? Tu, alla tua età?

ARTURO              Appunto, la modernità! Anche la nonna è invecchiata in un mondo ormai privo di norme. In questa vostra modernità invecchiata! Voi tutti state invecchiando nella modernità.

EUGENIO            Eppure, se posso intromettermi, le varie conquiste… ad esempio il diritto a portare i calzoni corti… si sta così freschi…

ARTURO              Zio, faresti meglio a tacere. Non ti rendi conto che oramai niente è più possibile? Ah, se almeno tu violassi qualche convenzione con quei calzoni. E invece no, altri l’hanno già violata prima di te. Del resto tu non ne hai colpa, tutto era già stato fatto. Tutto a vuoto!

STOMIL                Ma insomma, cosa vuoi? La tradizione?

ARTURO              L’ordine del mondo.

STOMIL                Solo questo?

ARTURO              ... E il diritto alla rivolta.

STOMIL                Ma fallo! Continuo a ripetertelo: ribellati.

ARTURO              Papà, come fai a non capire che mi avete privato dell’ultima possibilità? Siete stati anticonformisti così a lungo che alla fine sono cadute anche le ultime norme contro le quali ci si poteva ancora ribellare. Non mi avete lasciato niente, niente! L’assenza di norme è divenuta la vostra norma. E io posso ribellarmi solo contro di voi, ossia contro la vostra dissolutezza.

STOMIL                Ma fa’ pure. Te lo proibisco, forse?

EUGENIO            Avanti, Arturino, fagliela vedere!

ELEONORA         Può darsi che così ti calmi. Ultimamente sei diventato così nervoso…

Eugenia fa segno a Eddie. Si incontrano alle spalle di Arturo e mescolano le carte.

ARTURO              (lasciandosi cadere, rassegnato) Impossibile.

ELEONORA         Ma perché?

EUGENIO            Tutti qui ti incoraggiamo.

ARTURO              Ribellarsi a voi? E chi siete voi? Una massa indistinta, un’entità amorfa, un mondo atomizzato, una folla senzaforma né struttura. Il vostro mondo oramai non lo si puo nemmeno distruggere Si è decomposto da solo.

STOMIL                Vuoi dire che non serviamo più?

ARTURO              Assolutamente a niente.

ELEONORA         E se provassi, nonostante tuttO?

ARTURO              Provare è inutile, fatica sprecata. Siete mostruosamente tolleranti.

STOMIL                Humm, la cosa è davvero spiacevole. Mi rincresce che tu possa sentirti così abbandonato.

ELEONORA         (va alle sue spalle e prende a carezzargli la testa) Povero Arturino. Non credere che tua madre abbia un cuore di pietra.

EUGENIO            Noi tutti ti vogliamo bene, Arturino, e vorremmo fare qualcosa per te.

EUGENIA            (a Eddie) Passo!

ARTURO              Non c’è niente da fare. Mi esortate a un anticonformismo che si trasforma all’istante in conformismo. D’altro canto, non posso continuare a fare il conformista. Ho una certa età, ormai i colleghi mi prendono in giro.

STOMIL                E l’arte, Arturo? L’arte?

ELEONORA         Appunto! È quello che volevo dire anch’io.

ARTURO              Quale arte?

STOMIL                L’arte in genere. Ho consacrato tutta la mia vita all’arte. L’arte è rivolta perenne. Non faresti un tentativo?

EDDIE                  Cala giù!

EUGENIA            Dududù!

ARTURO              Papà, lascia perdere! Io voglio fare il medico.

ELEONORA         Che vergogna per la famiglia! E io che sognavo che diventasse un artista. Quando lo portavo in grembo, correvo nuda nel bosco cantando Bach. Tutto inutile.

ARTURO              Stonavi, evidentemente.

STOMIL                Io ti consiglio di non perdere la speranza. Sottovaluti l’arte. Mi è appena venuta l’idea per un nuovo esperimento, ora vedrai.

ELEONORA         (battendo le mani) Eugenia, Eddie! Stomil ha ideato qualcosa di nuovo!

EUGENIA            Ancora?

STOMIL                Mi èvenuto in mente stamattina. Una cosa del tutto originale.

ELEONORA         Stomil ora ce la ta vedere; vero, Stomil?

STOMIL                Sono pronto.

EUGENIO            Oh, Gesù!

ELEONORA         Eugenio, sposta il tavolo, fa’ un po’ di spazio.

Eugenio comincia a spostare il tavolo: frastuono e fracasso. Eugenia ed Eddie raccolgono le carte e continuano a giocare in un cantuccio. Qualcosa inizia a muoversi nel mucchio di cenci che ricorda un divanetto con delle lenzuola avvoltolate. Appare la testa della cugina Alina.

ALINA                  (è una formosa diciottenne, con capelli lisci e lunghi; sbatte le palpebre e sbadiglia) Dove sono capitata? Prima quelle urla, ora un trasloco… Che ora è?

ARTURO              Alina!

ELEONORA         Mi ero dimenticata di dirvi che Alina è con noi da stamane alle sei.

STOMIL                Splendido. Alina, sei invitata allo spettacolo. (A Eugenio) Basta così; il catafalco, ora!

ARTURO              Perché non mi avete detto niente? Se l’avessi saputo, non avrei permesso questo trambusto! (Vedendo che Eddie si avvicina interessato ad Alina) Eddie, faccia al muro! (Eddie ubbidiente fa dietrofront e si mette faccia al muro). Hai dormito bene?

ALINA                  Così così.

ARTURO              Ti tratterrai a lungo con noi?

ALINA                  Non so.Ho detto a mamma che forse non torno più.

ARTURO              E lei?

ALINA                  Lei niente. Non era in casa.

ARTURO              Ma allora come hai fatto a dirglielo?

ALINA                  Beh, forse non gliel’ho detto. Non ricordo.

ARTURO              L’hai dimenticato.

ALINA                  È passato tanto tempo.

ARTURO              Vuoi far colazione? Ah, scusa, il caffè è finito. Permetti che mi sieda vicino a te?

ALINA                  Ma certo, accomodati.

ARTURO              (prende una sedia e la sposta accanto al divanetto) Sei in splendida forma, (Alùia ride fragorosamente). Che hai da ridere?

ALINA                  (smette di ridere di colpo; con aria cupa) Io? Ti sarà sembrato, forse…

ARTURO              Mase stavi ridendo…

ALINA                  Non contraddirmi!

ARTURO              Ho pensato molto spesso a te.

ALINA                  (a voce alta e in tono volgare) E poi?

ARTURO              Ho immaginato spesso di incontrarti.

ALINA                  E poi?

ARTURO              ... Che sedevano l’uno accanto all’altra…

ALINA                  E poi?

ARTURO              ... Che parlavamo…

ALINA                  (scaldandosi, come per un match di boxe) E poi?

ARTURO              ... Di varie questioni…

ALINA                  E poi? Avanti!

ARTURO              (alzando la voce) ... Di svariate questioni!

ALINA                  Ancora, ancora!

Arturo le scaglia addosso con tutte le sue forze il libro lasciato lì vicino da Eddie. Alina schiva il colpo, rintanandosi sotto le coperte.

ARTURO              Vieni fuori!

ALINA                  (facendo capolino con la testa da sotto le coperte) Che vuoi? (Arturo tace) … E allora perché mi getti la roba in faccia? (Arturo tace) … Cos’è che vuoi, in concreto?

ARTURO              È quello che mi chiedono tutti.

ALINA                  Lascia perdere. Tanto non nie ne importa niente!

STOMIL                Prendete posto, prendete posto!

Nel frattempo è stata preparata la scena per l’«esperimento» di Stomil. Il tavolo è stato messo di lato. Di fronte al proscenio quattro sedie allineate, con gli schienali rivolti alla platea. Vi siedono, da sinistra: Eugenia, Eleonora, Eugenio. Eddie afferra la bottiglia, dove c’è ancora un po’ di birra e, di soppiatto, cerca di sgaiattolare in punta di piedi fra le quinte. Se ne accorge Eugenio, che indica Eddie a Eleonora.

ELEONORA         Eddie, dove vai?

EDDIE                  Io… mmm… giusto un attimo…

ELEONORA         Torna qui immediatamente! (Eddie torna indietro rassegnato e occupa l’ultima sedia a destra, vicino a Eugenio, al quale pesta dolorosamente il piede nel passargli accanto. Stomil entra in camera sua per la porta vicino alla quinta di sinistra, in corridoio). Arturo, Alina, che fate lì? Venite da noi!

ALINA                  Che fanno?

ARTURO              Un esperimento teatrale È la mania di mio padre (Le porge la mano)

Alina balza fuori dal suo giaciglio, con indosso una camicia lunga fino a terra — non trasparente, avvertenza rivolta a registi inclini ad associazioni di idee troppo facili — e fitta di pieghe e volants da sembrare un vestito più che una camicia da notte. Rimangono in piedi accanto alle sedie a destra. Eddie, senza alzarsi, allunga il braccio a cingere la vita di Alina. Arturo la fa passare al posto suo.

STOMIL                (Che nel frattempo è rientrato portando una grossa scatola ed è scivolato dietro al catafalco, da cui emerge solo la sua testa) Signori, vi prego di concentrarvi. Ecco i protagonisti del dramma! (Con enfasi, come un direttore di circo che annuncia il prossimo numero) Adamo ed Eva in Paradiso!

Sul catafalco, che serve da scena, compaiono i due personaggi, ossia due burattini che Stomil manovra con le mani, come se fosserodue guanti: Adamo ed Eva con in mano la mela.

EUGENIO            Ma questo c’è già stato!

STOMIL                (confuso) Quando?

EUGENIO            Al principio del mondo.

STOMIL                Fa niente. Allora c’era la vecchia versione. Io ne ho elaborata una nuova.

EDDIE                  E il serpente?

ELEONORA         (lo invita a frenarsi con un sussurro) Sileeenzio…

STOMIL                Il serpente è sottinteso. Tanto la storia la conosciamo tutti. Attenzione. cominciamo! (Con voce bassa)

Son qui nell’Eden: ho nome Adamo

Ciòmi consente tutto ciò che bramo

Ma già comincia: dalla mia costa

è nata Eva. Che ne verrà fuori?

O sorte! Dà al quesito risposta!

(In falsetto)

Primo fu Adamo, ma non fu tale,

prima ch’io fossi. Or va orgoglioso!

Ma non comprende, lui sì ingegnoso

che il sol non esser può esser perfetto?

Se splende il sole, ove va la notte?

O sorte…

 

Si sente un forte scoppio mentre si spegne la luce.

 

VOCE DI ELEONORA Stomil, che è successo, sei vivo?

VOCE DI EUGENIO Pompieri, pompieri!

Balugina la luce di un fiammifero, acceso da Arturo, che se ne serve per accendere il cero. Si distingue allora la figura di Stomil, il quale ha in mano un revolver che deve essere a tamburo grande.

STOMIL                E allora? È riuscito?

ELEONORA         Stomil, ci hai così spaventato!

STOMIL                L’esperimento deve sbalordire. È il mio principio fondamntale.

EUGENIO            Se era questo il tuo scopo, l’hai raggiunto: ho ancora il cuore in gola.

ELEONORA         Come hai fatto, Stomil?

STOMIL                Ho fatto saltare le valvole e ho sparato.

ELEONORA         Straordinario!

EUGENIO            Che c’è di straordinario?

STOMIL                Non capisci?

EUGENIO            Proprio per niente.

ELEONORA         Non farci caso, Stomil. Eugenio è sempre stato un po’ tonto.

STOMIL                E tu, Eugenia?

EUGENIA            Eh?

STOMIL                (più forte) Mamma, ti ho chiesto se hai capito l’esperimento.

EUGENIA            (a piena voce) Cosa?

ELEONORA         La mamma è diventata sorda per l’esperimento.

EUGENIO            Non me ne stupisco affatto.

STOMIL                Ti spiego: attraverso l’azione diretta creiamo la coincidenza temporale di azione e percezione. Chiaro?

EUGENIO            E allora?

STOMIL                Come, allora?

EUGENIO            Che c’entra tutto questo con Adamo ed Eva?

ELEONORA         Eugenio, fa’ un piccolo sforzo!

STOMIL                Si tratta di un fenomeno teatrale: la dinamica del fatto sensoriale. Su di te non ha effetto.

EUGENIO            A essere sinceri, non tanto.

STOMIL                (getta il revolver sul catafalco) No, io mi arrendo!

ELEONORA         Non scoraggiarti, Stomil. Se tu smetti di sperimentare, chi mai lo farà?

Si alzano tutti, spostano le sedie.

EUGENIO            Che fiasco, signori miei!

EDDIE                  E meglio il cinema.

ELEONORA         E ora che si fa?

ARTURO              Uscite tutti! Fuori dai piedi!

STOMIL                Ma che c’è ancora?

ARTURO              Via! Non comparitemni più dinanzi agli occhi!

STOMIL                È così che tratti tuo padre?!

ARTURO              Mio padre esisteva un tempo, ma ora non c’è più. Sarò io a far di te un padre!

STOMIL                Tu? Me?

ARTURO              Te e tutti voi. Vi creerò daccapo. E ora fuori, andatevene tutti!

STOMIL                Sta passando il segno, oramai.

ELEONORA         Non prendere sul serio il ragazzo, Stomil. Siamo tutti adulti, qui.

STOMIL                Dovrei uscire, allora?

ELEONORA         Andiamo. C’è altro che ti sta a cuore, ai di là dei tuoi esperimenti?

STOMIL                Sì, l’arte! L’arte contemporanea. Datemi il Padreterno, e anche con lui farò un esperimento!

ELEONORA         Ecco, appunto…

Escono dalla porta di sinistra, sulla parete di fronte.

EDDIE                  (a Eugenia) Nonnina, andiamo?

EUGENIA            Prendi le carte.

EDDIE                  (raccoglie le carte. Esce assieme a Eugenia. Rivolto all’indietro) Signor Arturo, se avesse bisogno di qualcosa…

ARTURO              (sbattendo i piedi) Via!

EDDIE                  (in tono concilialite) Bene, d’accordo.. (Esce con Eugenia dalla quinta di sinistra).

EUGENIO            (dopo essersi accertato che gli altri siano usciti) Hai ragione, Arturino. Detto tra noi, è gentaglia.

ARTURO              Fuori anche tu, zio.

EUGENIO            Ma certo, mio caro, esco. Solo una cosa voglio dirti: puoi contare su di me.

ARTURO              Cos’hai in mente?

EUGENIO            In mente, non in mente… tu fa’ quello che ti pare. Ma ricordati che io posso esserti utile. Non sono ancora rimbecillito come loro. (Abbassando 1a voce) Io sono un tipoall’antica.

ARTURO              D’accordo. Ma ora, per cortesia, lasciaci soli.

EUGENIO            (va nel corridoio a sinistra. Prima di uscire si volta e ripete ancora, scandendo bene) All’antica. (Esce).

ALINA                  E ora?

ARTURO              Ora ti spiegherò tutto.


Atto secondo

La scena è quella del primo atto. Notte. La luce è diffusa da una lampada a stelo. Arturo siede in poltrona. Entra qualcuno.

ARTURO              Chi va là?

PERSONAGGIO  Sono io.

ARTURO              Io chi?

PERSONAGGIO  Eugenio, tuo zio.

ARTURO              Parola d’ordine?

EUGENIO            Rinnovamento. Riscossa?

ARTURO              Rinascita. (Pausa). D’accordo. Puoi entrare, zio.

EUGENIO            (entra nella zona illuminata. Si siede di fronte ad Arturo) Uff, sono a pezzi!

ARTURO              È tutto pronto?

EUGENIO            Ho portato giù dalla soffitta tutto quanto ho potuto. Ci sono tarme a milioni, lassù. Che pensi? Riuscireno?

ARTURO              Dobbiamo riuscire.

EUGENIO            Ho paura, sai. Sono già cosi corrotti… Pensaci, tutta la vita in questo bordello… oh, pardon, volevo dire: in questo guazzabuglio. Vedi, persino io mi ci sono adeguato. Scusami.

ARTURO              Non fa niente. Che fa mio padre?

EUGENIO            È in camera sua. Lavora a un nuovo allestimento. Non ti fa un po’ pena, Arturo? In fin dei conti lui ci crede per davvero a quella sua arte…

ARTURO              Allora perché tu per primo non gli dai soddisfazione, zio?

EUGENIO            Per dispetto. Mi piace farlo irritare. Sono sincero, comunque: quei suoi esperimenti davvero non mi convincono. E tu ci credi?

ARTURO              Ho altro per la testa. E la mamma?

EUGENIO            (si alza, si accosta alla porta di sinistra, sulla parete di fondo, e guarda nel buco della serratura) Non si vede niente. O ha spento la luce, o ha messo qualcosa dietro la porta. È tutto buio. (Torna al posto di prima)

ARTURO              E nonna Eugenia?

EUGENIO            È di sicuro davanti a uno spechio a truccarsi.

ARTURO              Sta bene. Puoi allontanarti, zio. Tra un attimo ho un incontro importante, qui.

EUGENIO            (si alza in piedi) Ci sono altri ordini?

ARTURO              Vegliare, tacere. Occhi ben aperti etenersi pronti a ogni evenienza.

EUGENIO            Signorsì. (Uscendo) Che Dio ti assista, Arturino. Forse torneranno i bei giorni di una volta. (Esce definitivamente a destra, da dove era entrato)

Dalla quinta di sinistra, passando per i corridoio, entra Alina, che indossa sempre la stessa camicia da notte.

ALINA                  (sbadigliando) Che volevi?

ARTURO              Piaaano…

ALINA                  Perché?

ARTURO              Voglio parlarti in privato.

ALINA                  Ah! Pensi che si occupino di noi? Ma nemmeno se facessimo non so cosa… (Si siede con un mugolio di dolore).

ARTURO              Che ti è successo?

ALINA                  Oggi Stomil mi ha dato due pizzicotti.

ARTURO              Farabutto!

ALINA                  È tuo padre!

ARTURO              (le bacia galante la mano) Ti ringrazio di avermelo ricordato.

ALINA                  Parli di tuo padre in un modo un po’ antiquato. Oggi nessuno parla così del proprio padre.

ARTURO              E come, allora?

ALINA                  Non gli si presta attenzione e basta.

ARTURO              Allora mi sono sbagliato.

ALINA                  Che siate parenti è un vostro problema. Stomil è molto simpatico.

ARTURO              (con aria di disprezzo) Un artista!

ALINA                  Che c’è di male?

ARTURO              Gli artisti sono una piaga. Loro per primi hanno corrotto la nostra epoca.

ALINA                  (annoiata) Uuuh! E allora? (Sbadiglia) Che volevi da me? Ho freddo. Sono praticamente nuda. Te n’eri accorto?

ARTURO              Hai già pensato a quelllo che ti ho detto stamattina? Acconsenti?

ALINA                  A sposarti? Mi se ti ho già detto che non ne vedo la necessità.

ARTURO              Dunque non acconsenti?

ALINA                  Davvero non capisco a che scopo tu faccia tanto strepito. Non c’è problema: se per te è importante, possiamo sposarci anche domani. Tanto siamo già cugini.

ARTURO              Ma a me non piace affatto che sposarmi o meno ti siaindifferente. Vorrei che tu capissi che si tratta di una cosa seria.

ALINA                  E perché mai dovrebbe essere seria? Per me possiamo farlo o non farlo. Tanto, se farò un figlio sarà con te e non con il prete. Dov’è il problema?

ARTURO              Sta bene. Dunque, se la cosa in sé non è seria, la si può rendere seria.

ALINA                  E a che pro?

ARTURO              Niente è serio insé. In linea generale, ogni cosa è insignificante. Tutto è neutro. Se nondessimo un’impronta alle cose, affonderemmo in questo nulla. Dobbiamo essere noi a creare dei valori, se questi mancano in natura.

ALINA                  Ma a che pro?

ARTURO              Beh, se proprio lo vuoi sapere… Dunque, diciamo, per nostro piacere e vantaggio.

ALINA                  Quale piacere?

ARTURO              Il piacere ci viene dal vantaggio, e quest’ultimo lo ricaviamo dal conseguire qualcosa che vale più di tutto il resto, perché èpiù difficile, esclusivo, prezioso. Per questo dobbiamo creare un sistema di valori.

ALINA                  La filosolia ènoiosa. Tra i due mali forse preferisco Stomil. (Con gesto eloquente, da sotto la camicia, fa vedere la gamba).

ARTURO              È solo un’impressione. Ti prego, copri quella gamba.

ALINA                  Non ti piace?

ARTURO              È fuori tema.

ALINA                  (Con ostinazione) Non ti piace?

ARTURO              (distogliendo a fatica lo sguardo dalla gamba)Del resto, mostrala quanto vuoi, fa’ pure. Proprio con quella tua gamba mi dai ragione.

ALINA                  Con la mia gamba? (Si guarda la gamba con aria interessata).

ARTURO              Con la gamba, certo. La metti in mostra perché non ti salto addosso come il mio papà-artista e tutti gli altri. Questo ti inquieta. Già stamattina ti sei stupita, quando siamo rimasti soli. Pensavi di sapere già cosa volessi da te.

ALINA                  Non è vero.

ARTURO              Ah, non è vero?! Credi che non mi sia accorto di come fossi a disagio, quando, invece di stenderti subito su un letto, ti ho proposto di sposarmi?

ALINA                  Mi faceva male la testa.

ARTURO              La testa, la testa… in realtà non sapevi cosa pensarne. Così, naturalmente, hai pensato che non fai su di me l’effetto che vorresti. Questo ti preoccupa, ti fa dubitare del tuo fascino. Saresti felice se adesso provassi a comportarmi come mio padre. Ti tranquillizzeresti di botto, anche se, ovviamente, per punirmi, andrusti subito via.

ALINA                  (con dignità, alzandosi) Posso farlo anche subito.

ARTURO              (le afferra la mano e la fa sedere nuovamente in poltrona) Resta qui! Non ho ancora finito. Ti preoccupavi solo del tuo fascino. Come sei superficiale! Sembri incapace di concepire altro. E brancoli nel buio più totale.

ALINA                  Pensi che sia una cretina? (Tenta nuovamente di alzarsi).

ARTURO              (glielo impedisce) Resta qui! Confermi la mia teoria. Mi sono comportato in modo atipico e questo ti ha confuso le idee. L’eccezionalità è in sè un valore. Vedi? Sono io che ho dato un senso a questo nostro insignificante incontro. Io!

ALINA                  E allora daglielo da solo, visto che sei cosi eccezionale, così saggio, così migliore di me! Da solo, senza di me!

ARTURO              Non offenderti, dai!

ALINA                  Vediamo cosa combini da solo. Magari assieme allo zio Eugenio. (Si copre quanto più possibile con la camicia, che abbottona fino al collo. Si copre inoltre con il plaid, calcandosi in testa, fino agli occhi, la bombetta nera).

ARTURO              (timidamente) Non ti arrabbiare.

ALINA                  Ma che vuoi?

Pausa.

ARTURO              Non hai caldo così?... Con quel plaid…

ALINA                  No.

Pausa.

ARTURO              È la bombetta di zio Eugenio. Non ti sta affatto bene.

ALINA                  Non m’importa!

ARTURO              Come vuoi. Cosa stavamo dicendo? Ah… il sistema di valori… (Si sposta con la sedia accanto ad Alina) Dunque, da un punto di vista generale la creazione di un sistema di valori è indispensabileal funzionamento ottimale tanto del singolo quanto della collettività… (Le prende una mano) Senza adeguate norme non riusciremo mai a creare un’armonica unità e nemmeno un giusto equilibrio degli elementi comunemente definiti come Bene e Male, nel senso più ampio possibile, naturalmente, non solo in quello morale. E pertanto, primo: occorre restituire un significato pratico a tali concetti; secondo: creare regole di comportamento, le quali… (Si getta su Alina e tenta di baciarla. Alina si difènde con tutte le sue forze; ne vien fuori una zuffa).

EDDIE                  (entra con l’asciugamano al collo e la retina in testa e con il tono affettato tipico delle mezze cartucce) Oh, chiedo scusa!

ARTURO              (liberando Alina dalla stretta, finge che non sia accaduto niente. Alina si aggiusta in capo la bombetta e si massaggia con ostentazione il braccio) Che fai qui, Eddie?

EDDIE                  Andavo in cucina a bere un sorso d’acqua. Chiedo scusa, non sapevo che stessero qui a conversare.

ARTURO              Acqua? Che acqua, perché acqua?

EDDIE                  (con dignità) Ho sete, se permette.

ARTURO              Ora? Di notte?

EDDIE                  (risentito) Posso anche non bere, se la cosa non Le aggrada.

ARTURO              (furibondo) Bevi e levati dai piedi!

EDDIE                  Come desidera. (Si dirige sussiegoso verso la porta di sinistra sulla parete di fondo).

ARTURO              Un momento!

EDDIE                  Desidera?

ARTURO              La cucina è a destra.

EDDIE                  Ma no!

ARTURO              Saprò pure dove si trova la cucina in casa mia!

EDDIE                  Al giorno d’oggi non c’è più niente di sicuro. (Cambia direzione ed esce dalla porta di destra sulla parete di fondo).

ARTURO              Dovrei proprio farla finita con quest’imbecille.

ALINA                  (gelida) E con me hai finito?

ARTURO              Tutta colpa di quello lì.

ALINA                  Per colpa sua volevi rompermi il braccio?

ARTURO              Ti fa molto male?

ALINA                  Che te ne importa? (Emette un gemito di dolore un po’ forzato).

ARTURO              (preoccupato, intiste per esaminarle il braccio) Dove? In che posto? (Le tocca le braccia, senza più le intenzioni di poco prima).

ALINA                  (scopre un braccio) Qui.

ARTURO              Mi dispiace tanto.

ALINA                  (scopre anche le spalle) … e qui…

ARTURO              (sinceramente contrito) Davvero non volevo…

ALINA                  (solleva una gamba) … e qui …

ARTURO              Non so come farmi perdonare…

ALINA                  (accostando l’indice a una costola) … e qui !

ARTURO              Scusami, non volevo…

ALINA                  Eccoti smascherato: il tipico bruto! Hai fatto la predica, ma si sapeva bene come andava a finire. (Crolla sulla poltrona con fare tragico) Ah, noi donne… che colpa sarà mai l’avere questo povero corpo? Se solo lo si potesse lasciare in deposito, in guardaroba… saremmo al riparo dalle aggressioni del cugino di turno… Ti confesso che da te non me lo sarei aspettata. Tu, col cervello che hai…

ARTURO              (completamente smarrito) Ma io davvero…

ALINA                  Non cercare di scusarti! Credi forse che io non avverta la necessità di discutere di argomenti seri? Con calma, però, senza dover temere che un filosofo mi afferri per una gamba… Ma lasciamo perdere. Di cosa stavamo parlando? Ti sei interrotto sui più bello.

Dalla stanza dove è scomparso Eddie giunge un suono di acqua corrente.

ARTURO              Questa sì che è buona! Davvero credi che volessi prenderti con la forza?

ALINA                  (turbata) Perché, non volevi?

ARTURO              Ma neanche per sogno. Era solo una lezione.

ALINA                  Grazie, ma sono già pratica.

ARTURO              Pensi sempre alla stessa cosa. Dì un po: perché ti sei difesa?

ALINA                  Ma che sfacciato!

ARTURO              La scienza non conosce pudori. Perché?

ALINA                  E tu perché mi sei saltato addosso?

ARTURO              Mi sono sacrificato.

ALINA                  Come hai detto?

ARTURO              Sì, mi sono sacrificato. In questo modo desideravo presentarti certe questioni in forma più chiara: una sorta di esercitazione di pragmatica del sesso.

ALINA                  Sei un porco! Scientifico, per giunta. Pragmatica? Mai sentita! E una nuova forma di perversione?

ARTURO              Non èaffatto nuova. Sono certo che diverremo amici. Le donne mi seguiranno.

ALINA                  Quali donne?

ARTURO              Tutte. Le donne di tutto il mondo diventeranno mie alleate. Bisogna mobilitare prima di tutto le donne; quando loro avranno compreso, gli uomini non avranno più scelta.

ALINA                  Quali donne? Le conosco? Del resto, fa’ pure con loro quel che ti pare. Non me importa niente.

ARTURO              Ascoltami: la storia del mondo è la storia della brutale oppressione delle donne, dei bambini e degli artisti da parte degli uomini.

ALINA                  Ma se detesti gli artisti…

ARTURO              Questo non c’entra niente. Gli uomini non amano gli artisti perché gli artisti non sono uomini. È proprio questo che li ha sempre avvicinati alle donne, purtroppo. Sono loro estranei, di fatto, concetti quali onore, logica, progresso, ossia tutto ciò che è stato inventato dagli uomini. Solo molto tardi, e a fatica, l’umanità maschile ha iniziato a intuire vagamente che esistono anche l’ambiguità, la relatività, la precarietà. La molteplicità del reale. L’esatto contrario di quanto l’uomo, con la sua dura coccia di lottatore, sia riuscito, agli inizi, a escogitare, scrivendolo poi sulle sue bandiere e cercando per secoli di imporlo alle donne, ai bambini e agli artisti: unità, assolutezza, coerenza. Aveva iminagnato il mondo a propria immagine e somiglianza. In caverna, nella masseria, in fabbrica inventò la logica. Ma ritenendosi il Signore, Colui che Nutre gli altri, nella sua superbia non poteva ammettere nemmeno per ipotesi che non fossero le sue idee a dominare. Cedendo alla sua natura aggressiva, ha proclamato che i suoi concetti erano assoluti, universali e obbligatori, ed essendo il più forte, ha sempre tentato di imporli ai più deboli. Quando poi fu chiaro che le donne pensavano in un’altra maniera, si è offeso e le ha definite stupide, o illogiche, parole che nel lessico niaschile si equivalgono.

ALINA                  E tu? Non sei anche tu un maschio?

ARTURO              Io mi elevo al di sopradi me stesso. Sono obiettivo. Altrimenti non potrei attuare il mio piano.

ALINA                  Posso fidarmi di te?

ARTURO              … Per dare una base ideologica alla propria mancanza di immaginazione gli uomini hanno creato il concetto di onore. Hanno coniato anche quello negativo di «effeminatezza». Entrambi servono loro per proteggere la comunità virile dalla diserzione, per rinsaldarne la solidarietà con la minaccia di bollare qualsiasi maschio al quale per caso venissero dei dubbi. È naturale che dalla parte opposta sia sia creata, per un naturale impulso di autodifesa, un’alleanza tra le donne, i bambini e gli artisti. In linea generale, i maschi non allevano i bambini. Nel migliore dei casi una volta al mese stanziano a questo scopo una certa somma di danaro. Non c’è da stupirsi che poi il massacro sembri loro un’occupazione non solo encomiabile e amena, ma persino utile. Scusami (In cucina si sente ancora l’acqua scorrere; Arturo interrompe l’orazione e si accosta alla porta della cucina) Perché sta li tanto tempo?

ALINA                  Si starà lavando?

ARTURO              Lui? È escluso. (Torna) Riprendiamo il discorso.

ALINA                  Non ti credo. So bene che cosa vuoi. Non mi inganni.

ARTURO              Voglio solo che tu afferri la tua ragion d’essere di donna. Voglio aprirti gli occhi.

ALINA                  Ah, questo significa certamente che devo subito spoghiarmi.

ARTURO              Non esser noiosa. Quando ti convincerai che abbiamo interessi comuni diventerai mia alleata. Cosa sognano gli uomini? L’assenza di convenzioni nelle faccende erotiche. Che non ci si debba sforzare, incontrare ostacoli tra il desiderio e la sua realizzazione. Tutto ciò che è nel mezzo non fa che irritarli.

ALINA                  È vero. Ti assalgono subito come bestie. Poco fa ne ho avuto la miglior prova.

ARTURO              Non nego di esser soggetto, in quanto individuo, agli impulsi naturali. Ma ho un fine superiore. Parlo in senso generale. Approfittando di una crisi globale delle norme, gli uomini hanno fatto tutto il possibile per abolire le ultime regole in fatto d’erotismo. Ma io sono convinto che questo, alle donne, non convenga affatto. E su questo baso il mio piano.

ALINA                  Per me va benissimo.

ARTURO              Menti. È impossibile.

ALINA                  E invece no. Mi piace così. Posso fare quel che mi pare, tutto mi è permesso. Ecco: mi spoglio, per esempio, e tu che puoi farmi? (Getta via il plaid e si leva la bombetta).

ARTURO              Smettila, parliaino seriamente!

ALINA                  (scioglie i nastrini della camicia da notte) Perché? Chi me l’impedisce? Tu, forse? O mia madre? O il Padretcrno? Chi, dimmi? (Fa scivolare la camicia dalle spalle).

ARTURO              Copriti immediatamente, rimettiti la camicia! (Distoglie disperatamente lo sguardo)

ALINA                  Non ci penso nemmeno. La camicia èmia, (Sulla porta della cucina fa capolino Eddie, attirato dalle voci concitate) Ah, signor Eddie! Si accomodi, prego.

ARTURO              (spingendo via Eddie) Fuori, se no t’ammazzo! Spogliarti dinanzi a un… a un imbecille simile! Svergognata!

ALINA                  Magari non sarà istruito, ma ha dei begli occhi.

ARTURO              Quegli occhietti ripugnanti e porcini?

ALINA                  A me piacciono.

ARTURO              Lo ammazzo!

ALINA                  (soave) Sei geloso?

ARTURO              Non sono affatto geloso!

ALINA                  Prima fa il bruto, poi il geloso. Bene, bene.

ARTURO              (fuori di sé, le si para davanti) E allora? Perche non ti spogli? Io non ho più nulla in contrario.

ALINA                  Mi è passata la voglia.

ARTURO              Ma no, fa’ pure.

ALINA                  (indietreggiando) Ci ho ripensato.

ARTURO              (incalzandola) Non vuoi? Spiegami perche ora no e prima sì?

ALINA                  Dio, che razza di maniaco!

ARTURO              (le afferra un braccio) Perché?

ALINA                  Non lo so.

ARTURO              Forza,sentIamo!

ALINA                  Che dovrei dire? Non lo so e basta! Lasciami!

ARTURO              (lasciandola libera) Lo sai benissimo. Perché fai solo finta che ti piaccia questo libertinaggio, quest’assenza di regole, questa dissolutezza!

ALINA                  Finta?

ARTURO              Certo. Non ti piace, perché va a tuo svantaggio. L’odierna mancanza di stile ti priva della scelta, limita le tue possibilità. Puoi solo toglierti e rimetterti i vestiti, null’altro.

ALINA                  Non è vero!

ARTURO              E allora da dove viene la tua ritrosia?

Pausa.

ALINA                  Parli logicamente, eppure tu stesso hai detto che la logica è una fesseria. Eh?

ARTURO              Ho detto così?

ALINA                  Certo che l’hai detto, un attimo fa. L’ho sentito benissimo.

ARTURO              (scontento) Avrai sentito male.

ALINA                  Niente affatto. L’ho sentito distintamente.

ARTURO              Lasciamo perdere. In ogni caso non ti credo. Alla fin fine non ti piace per niente questa convenzione dell’assenza di convenzioni. Non sei tu che l’hai scelta.

ALINA                  E chi allora?

ARTURO              Noi. Tu fingi solamente. Non ti rimane altra scelta. A nessuno piace ammettere di esser soggetto ad altri.

ALINA                  E perché la accetterei, dato che non mi piace?

ARTURO              Per paura di non attrarre più. Succede sempre così con le mode. Perché non lo riconosci?

ALINA                  No.

ARTURO              Ecco, hai già ammesso che qualcosa da ammettere lo avresti. Ascolta, a che servono questi inganni? Ti scongiuro, qui sono in ballo cose ben più importanti. Non posso credere che tu abbia voglia di andare con tutti gli uomini del mondo Magari sceglieresti i cento o duecento migliori, o diecimila, un milione, ma con tutti… Certamente no! Piacere a tutti: sì, certo, è tutt’altra cosa, ma appunto per avere la possibilità di scegliere. E quale altra possibilità per selezionare può avere una donna, se non le convenzioni? Quale, dimmi?

ALINA                  Sono autonoma. So quel che voglio.

ARTURO              Ma sei debole per natura. Che puoi fare se all’improvviso ti trovi faccia a faccia con uno sconosciuto che è più forte di te, e non c’è a proteggerti nessuna convenzione? Potevi respingermi con tutte le tue forze, ma se non fosse entrato per caso Eddie, avresti dovuto cedere. Sono più forte io.

ALINA                  Posso sempre iscrivermi a un corso di judo.

ARTURO              Parlavo solo per metafora! È mai possibile che le donne non afferrino i discorsi generali?

ALINA                  Ora molte donne imparano il judo. Ah, come mi piacerebbe vederti implorare pietà!

ARTURO              Benissimo. Pian piano, stai ammettendo tutto. Ma a che ti serve il judo? Bastano alcune convenzioni scelte e definite con precisione. Allora sì che dovrei inginocchiarmi ai tuoi piedi, qui, su questo pavimento, con in mano un mazzo di fiori, implorando pietà, un barlume di speranza. Mentre tu, senza il minimo sforzo, senza guastarti l’acconciatura in un corpo a corpo, ti godresti la tua potenza dietro una barriera di convenzioni? Non è meglio del judo?

ALINA                  Davvero ti inginocchieresti?

ARTURO              Senza dubbio.

ALINA                  Fallo, allora.

ARTURO              Come?

ALINA                  In ginocchio!

ARTURO              È impossibile.

ALINA                  (delusa) Perché?

ARTURO              Perché le convenzioni di cui parlavo non ci sono. Ora puoi capire in che situazione mi trovo.

ALINA                  E non c’è via d’uscita?

ARTURO              C’è.

ALINA                  E quale?

ARTURO              Creare convenzioni nuove, oppure ripristinare le vecchie. E io ci riuscirò, se solo vorrai aiutarmi. Tutto è pronto, ormai, ho bisogno solo del tuo aiuto.

ALINA                  Magnifico! E ti inginocchierai?

ARTURO              Sicuro.

ALINA                  Che devo fare?

ARTURO              Accettare di sposarmi. Partiamo da questo: niente unioni illegali, niente vita facile. Mi serve un matrimonio, ma non uno alla carlona, un affare burocratico sbrigato tra colazione e pranzo, ma un matrimonio vero, in pompa magna, con l’organo, il corteo nuziale eccetera. Punto soprattutto sul corteo, dovrà sbalordirli. Non bisogna dar loro il tempo di organizzare una resistenza e rovinare tutto. Li coglieremo alla sprovvista, e, una volta racchiusi in una forma, non ne verranno più fuori. Li coinvolgerò nel matrimonio e lo organizzerò in modo da non lasciare loro altra scelta che di parteciparvi alle mie condizioni. Li farò sfilare in corteo nuziale e mio padre dovrà finalmente abbottonarsi. Che te ne pare?

ALINA                  E avrò il vestito bianco?

ARTURO              Come la neve. Tutto secondo la tradizione. Pensa solo al fatto che in questo modo aiuterai tutte le donne del mondo. Col ristabilimento delle norme riotterranno la libertà. Oggi non possono scegliere. Senza una parola, borbottandole al massimo qualche frase indistinta, oggi un uomo può portarsi a letto una donna. E invece qual era un tempo la base di ogni incontro? La conversazione. Uno non se la cavava con suoni inarticolati, doveva parlare. E mentre lui parlava, tu pudicamente tacevi e intanto studiavi l’avversario. Più a lungo lo facevi parlare, più lui si scopriva. Lo ascoltavi tranquilla e formulavi il tuo piano d’azione. Scoprivi i suoi schemi, sceglievi le regole di gioco più convenienti. Avevi la possibilitì di valutare la situazione e manovrare. Potevi riflettere prima di prendere una decisione, ne avevi tutto il tempo. Potevi indugiare quanto ti pareva, senza timore che ti picchiasse, anche se magari digrignava i denti e in cuor suo ti malediceva. A tua discrezione potevi creare una propizia atmosfera di incertezza, di mistero, di esitazione, un sipario dietro al quale scegliere il travestimento più adatto ad affascinare l’altro, e catturarlo per sempre, o ritirarti in buon ordine, senza correre rischi, lasciandolo a piangere e disperarsi. Fino all’ultimo momento avanzavi vittoriosa, sicura, libera. Lo stesso fidanzamento non era ancora un impegno definitivo, anche se ti dava tutte le garanzie. Ma che stiamo qui a cianciare di conversazione! Oggi come oggi un uomo non ha neanche più l’obbligo di presentarsi. Eppure dovresti sapere almeno chi è e che fa...

Dalla cucina, Eddie si dirige cauto, in punta di piedi e strisciando sulla parete di fondo, verso la porta di sinistra. All’ultimo momento, quando Eddie è già quasi scomparso oltre la porta, Arturo lo nota e accenna a seguirlo,

ALINA                  È entrato qualcuno?

ARTURO              (tornando) No.

ALINA                  Così mi era scnibrato…

ARTURO              Finiamo il nostro discorso. Allora, accetti?

ALINA                  Non so ancora…

ARTURO              Ma come, non ti ho ancora convinta?

ALINA                  Sì.

ARTURO              Sì? Vuol dire che accetti?

ALINA                  No…

ARTURO              Sì o no?

ALINA                  Devo ancora pensarci su.

ARTURO              Ma che c’è ancora da pensare! La questione è chiara come il sole. Devo riformare il mondo e per farlo ho bisogno del matrimonio. Semplice, no? Cos’altro hai da capire?

ALINA                  Tutto, purtroppo.

ARTURO              E allora?

ALINA                  Aspetta un attimo…

ARTURO              Ascolta, ora non posso più aspettare. Perdiamo solo tempo. Più tardi torni e mi dai una risposta. Sono certo che accetterai. Ormai ti ho detto proprio tutto.

ALINA                  E non hai altro da dirmi?

ARTURO              Ora va’. Ci vediamo dopo.

ALINA                  Mi mandi via?

ARTURO              Ma no… è che ho ancora una questione da sbrigare in privato.

ALINA                  E io non posso essere presente?

ARTURO              No, è un affare di famiglia.

ALINA                  Come vuoi. Ma avrò anch’io i miei segreti, vedrai.

ARTURO              (con impazienza) Bene, d’accordo, ma ora va’. Ricordati: ci rivediamo qui più tardi.

Alina esce a destra. Arturo va immediatamente a origliare alla porta di sinistra sulla parete di fondo, poi si accosta alla porta del corridoio e bussa circospetto.

VOCE DI STOMIL   Chi è?

ARTURO              (sottovoce) Sono io, Arturo.

STOMIL                Che vuoi?

ARTURO              Vorrei parlarti, papà.

STOMIL                Adesso? A quest’ora? Ho da fare. Torna domani.

ARTURO              È urgente.

Pausa.

STOMIL                Ti ho già detto che non ho tempo. Ne parliamo domani. (Arturo prova a entrare, ma, verificato che la porta è chiusa a chiave, le dà una spallata. Stomil apre la porta e appare nel suo eterno pigiama) Masei impazzito? Cosa credi di fare?

ARTURO              (bisbigliando, con tono di circostanza) Papà, non urlare così...

STOMIL                (abbassando anche lui, senza volere, la voce) Perché non dormi ancora?

ARTURO              Non riesco ad addormentarni. È giunta l’ora di agire.

STOMIL                Buonanotte, allora. (Cerca di rientrare in camera. Arturo glielo impedisce).

ARTURO              Volevo chiederti… Papà, ma a te non dispiace?

STOMIL                Cosa?

ARTURO              Di quell’Eddie.

STOMIL                Eddie? Certo, c’è un Eddie qui.

ARTURO              Che pensi di lui, papà?

STOMIL                Un tipo spassoso.

ARTURO              Spassoso? È un essere ripugnante.

STOMIL                Esageri, esageri. È una figura molto interessante, in un certo senso eccezionalmente moderna. Proprio per la sua spontaneità.

ARTURO              È tutto?

STOMIL                Noi continuiamo a soffrire di un eccesso di consapevolezza, la dannata eredità di secoli di cultura. A dire il vero, abbiamo già fatto molto per sbarazzarcene, ma siamo ancora lontani dal comportarci in modo naturale. Eddie è stato baciato dalla fortuna: è per nascita come noi tutti dovremmo diventare. Quel che per lui è un dono di natura noi lo otteniarno con duri sforzi, attraverso l’arte. Per questo mi interesso a lui da artista, come un pittore che apprezza un bel paesaggio.

ARTURO              Un paesaggio davvero singolare...

STOMIL                L’estetica e la morale hanno già vissuto la propria rivoluzione. Mi costringi sempre a ricordarti cose ovvie. Se Eddie avolte ci disturba e solo perché siamo corrotti. A volte mi sento in colpa verso di lui. Ma sconfiggerò questo sentimento. Dovremmo saperci liberare dai condizionamenti.

ARTURO              Tutto qui?

STOMIL                Sono stato sincero con te.

ARTURO              Allora comincio io,dal principio. Perché lo tolleri in casa tua?

STOMIL                Eche fastidio mi dà? Arricchisce il nostro ambiente, dà un tocco di colore, un salutare soffio di autenticità. Stimola persino la fantasia. Sai, noi artisti abbiamo bisogno di un pizzico di esotismo.

ARTURO              Non sai niente, allora?

STOMIL                No. Proprio niente.

ARTURO              Non è vero, lo sai benissimo.

STOMIL                Ripeto che non so niente e non voglio sapere niente.

ARTURO              Va a letto con la mamma. (Stomil passeggia su e giù). Che ne dici?

STOMIL                Mio caro, ammettiamo pure che tu dica il vero. La libertà sessuale e il fondamento della libertà dell’individuo. Che mi rispondi?

ARTURO              Maè la verità! Lei sul serio ci va a letto!

STOMIL                Ammettiamolo, ripeto. Supponiamolo per un attimo. Anche se l’ipotesi venisse verificata, non ne conseguirebbe un bel nulla.

ARTURO              Papà, ti ostini dunque a ritenerla un’ipotesi astratta, un gioco di parole, una semplice elaborazione intellettuale?

STOMIL                Perché no? Non sono un vecchio bacucco passatista e su di un piano intellettuale possiamo accettare qualsiasi ipotesi, compresa la più sgradevole. Altrimenti il progresso della mente umana sarebbe impossibile. Quindi ti invito caldamente a non aver alcuna forma di ritegno nei miei riguardi. Tra noi possiamo parlare senza falsi pudori. Qual è dunque la tua opinione ariguardo?

ARTURO              La mia opinione? Non ho nessuna opinione e non ho la minima voglia di discutere. Altro che ipotesi intellettuale, questa è la verità. Lo capisci? La vita vera! Hai delle corna che arrivano alsoffitto. E stavolta non riuscirai a far finta di niente.

STOMIL                Corna, corna: un’espressione triviale, non un valido strumento di analisi intellettuale. (Innervosito) Non scendiamo di livello!

ARTURO              Sei un comnuto, papà!

STOMIL                Sta’ zitto! Ti proibisco di parlarmi così!

ARTURO              E invece no. Cornuto!

STOMIL                Non ci credo.

ARTURO              Proprio questo stavo aspettando. Vuoi la prove? Accomodati. Basta aprire quella porta. (Indica la porta sulla parete di fondo, a sinistra).

STOMIL                No!

ARTURO              Hai paura? Certo,è più comodo organizzare esperimenti teorici. Negli esperimenti sarai un gigante, ma nella vita sei solo un paparino fifone.

STOMIL                Paparino io? Proprio io?

ARTURO              Un vecchio pantofolaio, un Agamennone tascabile.

STOMIL                Bene, ti faccio vedere io! Sono lì?

ARTURO              Va’ tu stesso a dare un’occhiata.

STOMIL                Gliela faccio vedere io a quei due E a te. E a voi tutti. (Corre verso la porta, si ferma) ... Oppure, sai cosa? Lofaccio domani. (Torna indietro).

ARTURO              (gli sbarra la strada) No, papà, ci vai subito.

STOMIL                Domani. Oppure per lettera. Che ne pensi?

ARTURO              Maritino-burattino!

STOMIL                Che hai detto? (Arturo si porta due dita alla testa a imitare le corna, sbeffeggiandolo platealmente) …Vado.

ARTURO              (trattenendolo) Un attimo.

STOMIL                (battagliero) Lasciami andare da quei due!

ARTURO              Prendi questo. (Prende dal catafalco il revolver che Stomil aveva abbandonato durante il primo atto e glielo consegna).

STOMIL                E questo cos’è?

ARTURO              Non vorrai mica andarci a mani nude...

STOMIL                (calmo) Finalmente ti ho capito.

ARTURO              (spingendolo verso la porta) Svelto, vacci subito, non c’è tempo da perdere!

STOMIL                (liberandosi da Arturo) Ti ho capito, figlio. Tu vuoi la tragedia.

ARTURO              (indietreggia) Ma quale tragedia?... Che vai a…

STOMIL                Intrigante da strapazzo, imberbe prodotto di una folle idea!

ARTURO              Ma che diavolo stai...

STOMIL                (getta il revolver sul tavolo) Dovrei sparargli? E magari ammazzare anche lei eme stesso, eh?

ARTURO              Ma neanche per idea, io scherzavo. Solo nel caso che Eddie… Da lui ci si può aspettare di tutto…

STOMIL                Questo sì che ti piacerebbe! Marito tradito lava nel sanve l’onta. Dove sei andato a pescarla questa roba, in un vecchio romanzo? Rispondi!

ARTURO              Queste sono insinuazioni!

STOMIL                Sapevo che i giovani apprezzano le idee più della vita, ma non sospettavo che mio figlio fosse pronto a sacrificare loro il proprio padre. Siediti. (Arturo ubbilzente, si siede). E ora parliamo. Vuoi ricondurre il modo alla norma. Perché? Non te lo chiedo. È affar tuo. Ti ho gia ascoltato abbastanza su questo punto. E non mi sono intromesso fin quando non hai passato il limite. Ma ora basta! Ah, con che furbizia l’hai ideata. Una tragedia: di questo hai bisogno! La tragedia, da secoli espressione più compiuta del mondo dei concetti immutabili. Questo volevi, costringermi alla tragedia. Invece di tentarne una paziente ricostruzione, hai puntato subito al nocciolo del problema. E che poi qualcuno morisse, che tuo padre finisse in prigione, questo non aveva importanza, non ti interessava. Purché il tuo piano riuscisse. Ti avrebbe proprio fatto piacere una tragedia, eh? Sai che ti dico? Sei un volgare, sporco formalista. Non ti importa niente né di me né di tua madre. Muoiano pure tutti, purché si salvi la forma. E il peggio è che non ti importa neanche di te stesso. Fanatico!

ARTURO              E tu che ne sai? E se lo facessi non solo per la forma?

STOMIL                Non ami Eddie?

ARTURO              Lo odio.

STOMIL                Perché? Eddie è la necessità. La pura verità, che tanto a lungo avevamo cercato altrove, perché ce l’immaginavamo diversa. Pazienza, Eddie è un fatto. Non si può odiare ciò che è necessario. Si deve imparare ad amarlo.

ARTURO              Ah sì? Magari dovrei abbracciarmelo? La necessità me la creo da me!

STOMIL                Ahi ahi, continui a parlare come un bambino testardo. Non gli piace questo, non gli piace quest’altro… Ma se è così… non rimane che una spiegazione. Ma certo! Dì un po’, non hai mica l’Edipo?

ARTURO              Che Edipo?

STOMIL                Il complesso di Edipo. Capisci? Sei stato dallo psichiatra?

ARTURO              No. Certo la mamma non è niente male, ma non è questo il punto.

STOMIL                Peccato. Almeno sarebbe stata chiara la via da seguire. Qualsiasi cosa sarebbe medio della tua follia. Se è così, sei solo un formalista.

ARTURO              Non sono un formalista.

STOMIL                Losei. Meschino e pericoloso.

ARTURO              No, forse così potra sembrarti, ma io davvero non ce la faccio più. Non posso vivere come voi.

STOMIL                Ammettiamolo pure. È già un passo avanti. Diciamo allora che sei un egoista.

ARTURO              Papà, chiamami come ti pare, ma io devo farlo.

STOMIL                E che ne avresti ricavato, dal mio sacrificio?

ARTURO              Qualcosa si sarebbe compiuto in modo tragico. Hai ragione, papà. Ti chiedo sinceramente scusa. La tragedia è una forma grande, possente. La realtà non riuscirebbe più a sfuggirle.

STOMIL                Poverino! È così che la pensi? Non lo sai che al giorno d’oggi la tragedia èormai impossibile? La realtà corrode qualsiasi forma, compresa questa. Sai quale sarebbe stata la conclusione, anche se l’avessi ammazzato?

ARTURO              Qualcosa di irreversibile, al livello degli antichi maestri...

STOMIL                Ma neanche per idea. Una farsa e nulla più. Oggi solo la farsa è possibile. Persino il morto non cambierebbe nulla. Perché non vuoi accettarlo? Anche la farsa può riuscire artisticamente.

ARTURO              Ma non fa per me.

STOMIL                Che razza di ostinazione!

ARTURO              Non posso farci niente. Devo per forzatrovare una via d’uscita.

STOMIL                A dispetto della realtà?

ARTURO              A ogni costo.

STOMIL                Un gran bel problema. Vorrei aiutarti, ma davvero non so come.

ARTURO              E se provassimo, nonostante tutto?

STOMIL                Cosa dovremmo provare?

ARTURO              (indica la porta a sinistra sulla parete di fondo) Beh, con loro...

STOMIL                Hai ancora delle illusioni?

ARTURO              Anche se fosse vera, quella storia della farsa... (Recuperando l’aggressività iniziale) E tutto perché siete dei codardi! Tutti gemono schiavi della farsa, perché nessuno ha il coraggio di ribellarsi. Non vi sta bene? E allora perche non vi liberate con la forza? Mi hai spiegato tutto molto bene, papà, in modo analitico, logico, astratto e non so quale altro... e tutto filava a perfezione. Poi ci si separa e che tutto rimanga come prima! Ci sarai giunto dopo un lungo percorso, ma che tipo di percorso? Sedere in poltrona e chiacchierare. Qui c’è bisogno di azioni! Non c’è più tragedia perché voi non credete più. Tutto per questa vostra maledetta tendenza al compromesso.

STOMIL                E perché mai, se è lecito, dovremmo crederci? Avvicinati, che ti dico una cosa.  Dunque: Eleonora mi tradisce con Eddie? Ma chi ha detto che sia un male che Eleonora mi tradisca con Eddie?

ARTURO              Proprio non lo sai?

STOMIL                Parola d’onore, più ci rifletto e meno lo so. Tu sai spiegarmelo?

ARTURO              … Io non mi sono mai trovato in una situazione del genere...

STOMIL                Provaci, almeno.

ARTURO              Ma come, eppure… un attimo, lasciami pensare...

STOMIL                Pensa pure, pensa. Quasi quasi preferirei che tu mi convincessi.

ARTURO              Davvero, papà?

STOMIL                …Perché, in tutta sincerità, la cosa non piace nemmeno a me. Ma proprio per niente. Solo che, ragionandoci su, non ne trovo il motivo.

ARTURO              …E dunque se ti convincessi...

STOMIL                Te ne sarei grato.

ARTURO              …e allora tu...

STOMIL                Andrei a fargli una tale scenata che se la ricorderebbero finché campano. Se solo avessi anche un imperativo logico.

ARTURO              Ci andresti? E dunque, di tua iniziativa...

STOMIL                Andrei con gran piacere. È un pezzo che lo tengo d’occhio, quel farabutto. Non puoi immaginare con quale soddisfazione lo strozzerei con queste mani. Solo che la ragione non mi dice perché dovrei farlo.

ARTURO              Lascia che ti abbracci! (Si abbracciano) Maledetta ragione!

STOMIL                Che farci, se non ti lascia libero di muovere un solo passo?! Parlavi di compromesso? È colpa sua.

ARTURO              Sai che facciamo, papà? Proviamo lo stesso. Non c’è nessun rischio. Nel peggiore dei casi gli spari.

STOMIL                Credi? È la fede che mi manca.

ARTURO              La fede verrà dopo. La cosa fondamentale è prendere la decisione.

STOMIL                Chissà, forse hai ragione…

ARTURO              Ma certo! Poi ti convincerai. La tragedia verrà di conseguenza.

STOMIL                Mi restituisci le forze. Che bella cosa l’entusiasmo giovanile, niente a chevedere con lo scetticismo attuale! Ah, gioventù, gioventù...

ARTURO              Andiamo?

STOMIL                Andiamo. Al tuo fianco mi sento rinascere.

Si alzano.

ARTURO              Un’ultima cosa, papà… Ti prego, lascia perdere una buona volta quei tuoi esperimenti. Non fanno che accelerare la disintegrazione.

STOMIL                Che fare... Se la tragedia non e più possibile e la farsa annoia, non rimane altro che l’esperimento.

ARTURO              Che peggiora solo le cose. La smetterai?

STOMIL                Non so, non so...

ARTURO              Dammi la tua parola.

STOMIL                Dopo, dopo, ora andiamo.

ARTURO              (porge nuovamente il revolver a Stomil) Rimango vicino alla porta e ti aspetto lì. Se avessi bisogno di aiuto, basta che mi chiami.

STOMIL                Eh, no! Sarà lui a gridare, non io.

ARTURO              Ho sempre creduto in te, papà.

STOMIL                E a ragione. Ero il miglior tiratore del reggimento. Addio. (Si dirige verso la porta di destra sulla parete di fondo).

ARTURO              Dove vai? Lì c’è la cucina!

STOMIL                (esitante) Mi è venuta sete...

ARTURO              Dopo, quando sarà tutto finito. Ora non c’è tempo.

STOMIL                E sia. Gli sparerò a gola secca. (Si dirige verso la porta di sinistra e poggia la mano sulla maniglia) Canaglia! Me la pagherà una volta per tutte!

Entra cauto nella camera, chiudendosi pian piano la porta alle spalle. Arturo attende, teso. Silenzio assoluto. Arturo passeggia nervoso. Questa scena d’attesa si prolunga. Arturo guarda l’orologio e si muove sempre più veloce. Infine si decide, e spalanca di slancio entrambi i battentidella porta, in modo da far apparire tutto l’interno della camera. Ecco il quadro che gli si mostra: una lampada dal soffitto, molto bassa, getta una forte luce su di un tavolino rotondo, al quale siedono, giocando a carte, Eleonora, Eddie, Eugenia e Stomil. Tocca appunto a Stomil giocare.

ARTURO              Che fai qui, Eddie? Perche non sei...

STOMIL                Sss! Calmati, ragazzino.

ELEONORA         Sei tu, Arturo? Non dormi ancora?

EUGENIA            Non l’avevo detto, io, che ci avrebbe trovato lo stesso? A lui non si scampa.

ARTURO              Papà... tu con loro?!

STOMIL                E andata così... Non è colpa mia...

ELEONORA         Stomil è venuto proprio a proposito. Ci mancava il quarto.

ARTURO              Come hai potuto!

STOMIL                Ti avevo pur detto che ne veniva fuori una farsa.

EDDIE                  Signor Stomil, è il Suo turno. Faccia vedere le carte.

STOMIL                Carte a terra! (Ad Arturo) È un innocente passatempo. Lo puoi constatare tu stesso. Non c’è stato niente da fare.

ARTURO              Mi avevi dato la tua parola!

STOMIL                Non ti avevo promesso niente... Bisogna aspettare.

ELEONORA         Stomil, segui il gioco e smettila di distrarti.

ARTURO              Vergogna!

EUGENIA            (gettando le carte su1 tavolo) No, io mi rifiuto di giocare in queste condizioni! Mandate via questo moccioso!

EDDIE                  Non te la prendere, nonnina!

ELEONORA         Arturo, dovresti vergognarti! Spaventare così la nonna!

EUGENIA            Eppure vi avevo pregato di chiudere a chiave. Lui cerca ogni pretesto per infastidirmi. Ora mi ordinerà di nuovo di montare sul catafalco!

ELEONORA         Nonna, non puoi mica andare via se non è finita la partita.

ARTURO              (battendo il pugno sul tavolo) Basta!

ELEONORA         Ma se abbiamo appena iniziato!

EDDIE                  Signorino Arturo, dia retta alla mamma! Ha detto la verità: il taccuino è ancora intatto.

ARTURO              (strappando loro di mano le carte) Statemi a sentire, ho qualcosa da dirvi. Subito, immediatamente!

STOMIL                Ma Arturo, la questione riguarda noi due, perché vuoi metterla in piazza?

ARTURO              Non avete voluto farlo con le buone, ma vi costringerò io! Basta giocare!

ELEONORA         Come sarebbe?

EDDIE                  Ehi, cosi cisi comporta? Se fossi io il suo paparino, avrei già usato la cinghia.

ARTURO              Come? Osi ancora fiatare? (Con calma, in modo perentorio) Dammi il revolver, papà!

EDDIE                  E che, non si può più scherzare?

ELEONORA         Revolver! Santa Madre! Stomil, non dargli nessun revolver! Parlagli, fatti ubbidire! Sei suo padre, in fondo!

STOMIL                (sforzandosi di assumere un tono severo) Stammi a sentire, Arturo, non sei un bambino e mi spiace di dover usare con te questo tono, ma per riguardo a tua madre…

Arturo gli prende il revolver dalla tasca del pigiama. Tutti si scostano di botto dal tavolo.

EUGENIA            Ma èun indemoniato! Stomil, perché l’hai generato? Che leggerezza!

STOMIL                Eh, mamma, sai come vanno certe cose...

EDDIE                  Signorino Arturo, ma che...

ARTURO              Silenzio! Tutti in salone! (Tutti, uno per volta, escono dalla camera diretti al centro della scena. Arturo li lascia passare. Al padre, che gli sta passando vicino) Poi facciamo i conti.

STOMIL                Che vuoi? Ho fatto quel che ho potuto.

ARTURO              Ora so cosa puoi.

Eugenia si mette a sedere sul sofà, Eleonora in poltrona, Eddie rimane in piedi in un angolo, estrae un pettinino dalla tasca posteriore dei calzoni e si pettina nervosamente.

STOMIL                (in piedi dinanzi a Eleonora, allarga le braccia) Ho provato a calmarlo. Hai sentito anche tu…

ELEONORA         Incapace! E questo sarebbe un padre!? Ah, se fossi uomo...!

STOMIL                Parla, parla... Sai bene che e impossibile.

Giunge Eugenio.

EUGENIO            (ad Arturo) Come? Di già?

ARTURO              Ancora no. Attendo una risposta.

EUGENIO            Pensavo che avessi già iniziato. Ho sentito delle grida e mi sono precipitato.

ARTURO              Non fa niente, zio, hai fatto bene a venire. Rimani qui e tienili d’occhio. Torno subito. (Gli dà il revolver).

EUGENIO            Signorsì.

ELEONORA         Sto sognando?

ARTURO              (a Eugenio) ...e che nessuno si muova!

EUGENIO            Signorsì.

ELEONORA         Siete impazziti tutti e due?

ARTURO              Se necessario, una pallottola in fronte e amen. Chiaro?

EUGENIO            Signorsì.

ELEONORA         Ma è una congiura! Mamma, tuo fratello è un gangster!

EUGENIA            Eugenio, buttala via immediatamente! Si è mai visto qualcuno giocare agli indiani alla tua età? (Prova ad alzarsi)

EUGENIO            Alto là, non ti muovere!

EUGENIA            (stupita) Ma Genio, sono io, tua sorella Eugenia!

EUGENIO            Non ho sorelle quando sono in servizio...

EUGENIA            Ma quale servizio, non essere ridicolo!

EUGENIO            Sono al servizio dell’idea.

ARTURO              Benissimo. Ora so di poter contare su di te, zio. Vi lascio per un attimo.

STOMIL                Arturo, e a me non dici niente? Eppure eravamo diventati amici.

ARTURO              Saprete tutto a suo tempo. (Esce).

Eugenio siede al centro, sotto la parete. Tutto preso dal suo ruolo. impugna la pistola puntandola a turno su ciascuno, in modo maldestro, ma minaccioso.

ELEONORA         (dopo una pausa) Ah, è così... Ci hai traditi, Eugenio.

EUGENIO            Calma! (Dopo un po’, giustificandosi) Non è vero, non ho tradito nessuno.

ARTURO              (fuori scena) Alina, Alina!

ELEONORA         Hai tradito la tua generazione.

EUGENIO            Voi l’avete tradita. Avete tradito la nostra vecchia, cara epoca. Solo io le sono rimasto fedele.

ARTURO              (fuori scena) Alina, Alina!

ELEONORA         Sei diventato lo schiavetto di una gioventù in preda a furori apostolici. Pensi che ti convenga? Ti useranno e poi ti scaccerannocome un cane.

EUGENIO            Chi serve e chi comanda si vedrà a suo tempo. Arturo è stato per me come una manna dal cielo.

ELEONORA         Solo ora ti fai conoscere, ipocrita! Hai sempre finto dinanzi a noi.

EUGENIO            Ho finto, èvero. Quanti anni ho sofferto! Vi detestavo per la vostra corruzione, il vostro precipitare sempre più in basso, eppure tacevo. Eravate più forti. Ora finalmente è giunto il momento di potervelo dire in faccia. Che soddisfazione!

ELEONORA         Che volete fare di noi?

EUGENIO            Vi restituirerno la dignità. Faremo nuovamente di voi, società decaduta, persone di sarti principî.

ELEONORA         Con la forza?

EUGENIO            Anche con la forza, se non è possibile altrimenti.

STOMIL                Ma è piena controriforma!

EUGENIO            È redenzione.

STOMIL                Redenzione? Da cosa?

EUGENIO            Dalla vostra maledetta libertà.

ARTURO              (entra) Zio Eugenio!

EUGENIO            Son qui, signore!

ARTURO              È introvabile.

EUGENIO            Cerchiamola ancora, deve essere per forza qui.

ARTURO              Lo spero bene. Sto aspettando la sua risposta.

EUGENIO            Ma come? Non ha ancora accettato?

ARTURO              Deve accettare per forza. Non può abbandonarmi nel momento decisivo. Ormai è tutto pronto.

EUGENIO            Scusami se te lo faccio notare, Arturo, ma non hai agito in modo un po’ troppo azzardato? Bisognava prima esser sicuri, e solo dopo occuparsi di questi qui. (Con la canna del revolver indica il gruppo).

ARTURO              Il momento era propizio. Non potevo esitare più a lungo.

EUGENIO            Succede sempre così nei colpi di Stato: circostanze impreviste. Ormai non possiamo più tornare indietro.

ARTURO              Chi poteva prevederlo? Ero sicuro di averla convinta. (Chiama) Alina, Alina! (Stizzto) Che per colpa di una stupida cugina… Non è possibile! (Chiama) Alina, Alina!

EUGENIO            Per copa di una donna sono crollati gli imperi.

ALINA                      Ma cos’è, ancora tutti in piedi?

ARTURO              (in tono di riomprovero) Finalmente! T’ho cercata per tutta la casa!

ALINA                      Che succede? Lo zio ha un’arma... È vera? E lo zio èvero?

ARTURO              Questo non ti riguarda. Dove ti eri cacciata?

ALINA                      Ho fatto una passeggiata. È forse proibito?

EUGENIO            Proibito? Ma se qui è in gioco la causa!

ARTURO              Zio, sta’ calmo. In riga! (Ad Alina) Allora?

ALINA                      Niente Magnifica notte.

ARTURO              Non ti ho chiesto del tempo. Accetti?

ALINA                      Preferirei riflettere ancora un po’.

ARTURO              Rispondimi immediatamente. Di tempo ne hai già avuto abbastanza.

Pausa.

ALINA                      Sì.

EUGENIO            Brava!

ARTURO              Iddio sia lodato. Mettiamoci all’opera, ora! (Prende Alina per mano e la conduce verso il sofà, dove è seduta Eugenia) Nonna, la benedizione!

EUGENIA            (spaventata, indicando il sofà) Ma lasciatemi in pace, io non vi dò nessun fastidio!

ARTURO              Tutto è cambiato, nonna! Mi sposo con Alina, vorrei che ci dessi la tua benedizione per la vita che dobbiamo affrontare.

EUGENIO            (agli altri) In piedi, in piedi. Non vedete che il momento è solenne?

ELEONORA         Signore Iddio!Arturo si sposa?!

STOMIL                Ma a che servono queste cerimonie?

EUGENIA            Portatelo via, ricomincerà a tormentarmi!

ARTURO              (minaccioso) La benedizione, nonna!

STOMIL                Che scherzo stupido. Finiamola, ora!

EUGENIO            (in tono di trionfo) Non si scherza più, è cinquant’anni che scherzate. Stomil, abbottonati immediatamente! È il fidanzamento di tuo tiglio, il tempo della sciatteria è finito. Eugenia, benedicili.

EUGENIA            Eleonora, che devo fare?

ELEONORA         Benedicili, mamma, visto che te lo chiedono.

EUGENIA            Ma non possono farne a meno? Mi fanno sentir vecchia…

EUGENIO            Un fidanzamento come ai bei vecchi tempi. Benedicili o sparo… Conto fino a tre. Uno…

STOMIL                Incredibile! Che nemmeno in casa propria si possa stare a proprio agio... (Cerca di aggiustarsi il pigiama).

EUGENIO            Due...

EUGENIA            (pone le mani sulla testa di Alina e di Arturo) Vi benedico, figli miei... E che il diavolo vi porti!

EUGENIO            (commosso) Come una volta, come una volta…

ARTURO              (si alza in piedi e bacia la mano di Eugenia) Grazie, nonna.

EUGENIO            Stomil si è abbottonato il pigiama! Comincia una nuova vita!

STOMIL                Eleonora, ma stai piangendo?

ELEONORA         (farfuglia commossa) Chiedo scusa... Ma in fondo… dopo tutto... sifidanza Arturo... è pur sempre nostro figlio... So di sembrare poco moderna, ma è così commovente, perdonami.

STOMIL                Ma fate un po’ quel che vi pare! (Si affretta verso camera sua, inviperito).

EDDIE                  Se i signori me lo consentono, vorrei far loro le congrarulanioni più cordiali per quest’evento cosi felice e in generale... (Tende la mano ad Arturo)

ARTURO              (senza dargli la mano) In cucina! E aspettate che vi chiami io.

EUGENIO            (imitando Arturo) In cucina! (indica pomposamente la porta della cucina)

Eddie esce flemmatico.

ELEONORA         (tra le lacrime) A quando le nozze?

ARTURO              Domani.

EUGENIO            Urraaa...! Abbiamo vinto!


Atto terzo

È giorno. L’ambiente èlo stesso, ma non vi è più traccia del disordine precedente. Si offre alla vista del pubblico il classico salone borghese di mezzo secolo fa Sono scomparsi i toni soffusi e i contorni incerti. I tendaggi che prima, accatastati alla rinfusa, davano alla scena un che di casuale, facendola somigliare a un letto disfatto, tornati al proprio posto sono divenuti tende in piena regola. Il catafalco, per la verità, c’è ancora (ben in mostra dentro la nicchia), ma ricoperto da cenrtini e adorno di soprammobili, come una normale credenza. In scena c’è un gruppo, composto da Eleonora, Eugenia, Stomil ed Eugenio. Eugenia siede sul sofà, che è stato portato al centro della scena. È in abito lungo, grigioscuro o bruno, abbottonato alto fino al collo, con pettorina e polsini di pizzo: in testa ha una cuffietta. In mano tiene degli occhialini, di cui si serve spesso. Alla sua destra siede Eleonora, con icapelli raccolti a crocchia e gli orecchini; indossa un abito lungo, con la vita stretta, a strisce lillà e celesti o viola e bordò, o qualcosa del genere. Entrambe siedono rigide e immobili, col busto eretto, le mani sulle ginocchia. Accanto a loro Stomil, in piedi, i capelli pettinati lisci, con la scriminatura al centro, impomatati, testa irrigidita e rivolta verso l’alto, gli occhi fissi verso un’indefinita lontananza. D’altronde non potrebbe tenere la resta in altra posizione, poiché un colletto «Vatermörder» eccezionalmente alto gli sostiene il mento. Indossa un completo color sabbia o tabacco, con le ghette bianche, palesemente troppo stretto per lui... Poggia una mano sul tavolino rotondo, sul quale c’è un vaso pieno di fiori, l’altra la tiene sul fianco. Una gamba è diritta, l’altra piegata al ginocchio leziosamente appoggiata al pavimento con la punta della scarpa. Di fronte a loro, sul proscenio, una macchina fotografica del tipo a cassetta, su di un treppiede, coperta da un panno nero. Vicino alla macchina c’è Eugenio, sempre in giacca nera a coda di rondine; calzoni lunghi da cerimonia hanno però preso il posto dei calzoncini color cachi. All’occhiello ha un garofano rosso. Ha lasciato sul pavimento cilindro, guanti bianchi e bastone col pomello d’argento. Mentre Eugenio traffica vicino alla macchina, gli altri rimangono assorti in posa. Dopo un attimo, si sente, in crescendo, un «Aaa... aaa» di Eugenia, che culmina in un poderoso starnuto.

EUGENIO            Non muoversi!

EUGENIA            Non posso farci niente. È la naftalina.

EUGENIO            Attenzione! (Stomil stacca la mano dal fianco per grattarsi). La mano, Stomil!

STOMIL                Ma se pizzica da morire!

ELEONORA         Cos’è che ti pizzica?

STOMIL                Le tarme.

ELEONORA         Le tarme! (Si stacca dal gruppo e si muove qua e là per la scena, rincorrendo invisibili tarme e battendo le mani come a schiacciarle).

EUGENIO            Così non la faremo mai, la fotografia. Eleonora, siediti!

ELEONORA         (in tono di rimprovero) È mamma che ha le tarme.

EUGENIA            Non io, ma questi stracci.

EUGENIO            Smettetela di litigare. Le tarme vengono dalla soffitta.

EDDIE                  (entra vestito da servitore. Panciotto bordò a strisce nere, pantaloni) La signora ha chiamato?

ELEONORA         (smette di battere le mani) Cosa? No… o forse sì. Eduardo, mi porti i sali.

EDDIE                  Che sali, signora?

ELEONORA         I sali... Eduardo... quelli soliti...

EDDIE                  Certo, signora... (Esce).

STOMIL                (seguendolo con lo sguardo) Però che piacere vedere quell’individuo al posto che gli compete.

EUGENIO            Vero? Aspetta ancora un po’ e ne vedrai delle belle. Tutto va per il meglio. Non te ne pentirai.

STOMIL                (tentando di allargarsi il colletto) Se solo il colletto non stringesse tanto…

EUGENIO            Ma in compenso Eddie ti serve a tavola. Non si ha niente per niente.

STOMIL                Che ne sarà dei miei esperimenti?

EUGENIO            Non so. Arturo non ha ancora dato disposizioni.

STOMIL                Ma li permetterà? Non ne ha proprio parlato?

EUGENIO            Non ne ha avuto il tempo. È uscito di prino mattino.

STOMIL                Digli tu una buona parola, zio.

EUGENIO            (protettivo) Proverò ad accennargliene.

STOMIL                Anche solo una volta a settimana, Non ce la faccio a disabituarmi di botto, dopo tanti anni. Dovreste capirlo.

EUGENIO            Dipenderà dalla tua condotta.

STOMIL                Ma se sono con voi... Che altro volete da me? Sopporto persino questo colletto. (Tenta nuovamente di allargarsi il colletto).

EUGENIO            Non posso promettere niente. (Entra Eddie, portando sul vassoio un’inconfondibile bottiglia di vodka). Cos’è?

EDDIE                  I sali per la signora.

EUGENIO            (minaccioso) Eleonora, che significa?

ELEONORA         Che ne so?! (A Eddie) Avevo chiesto i sali.

EDDIE                  La signora non beve più?

ELEONORA         Porti subito via questa roba!

EUGENIA            Perché? Visto che l’ha portata... Anch’io mi sento un po fiacca.

EDDIE                  Bene, signora. (Esce. Mentre cammina, beve un sorso dalla bottiglia, senza che nessuno se ne accorga, all’ infuori di Eugenia, che accompagna la sua uscita con uno sguardo colmo di malinconica invidia).

EUGENIO            E che sia l’ultima volta!

EUGENIA            Gesù, che noia!

EUGENIO            Ai vostri posti!

Eleonora, Stomil ed Eugenia si stirano e si impettiscono come all’inizio della scena. Eugenio mette la testa sotto il panno, si sente il ronzio dell’autoscatto. Eugenio raccoglie in fretta bastone, cilindro e guanti e siede sul sofà accanto a Eugenia, mettendosi in posa come gli altri. L’autoscatto smette di sibilare. Il gruppo si muove, con sollievo.

STOMIL                Posso sbottonarlo ora? Giusto un attimo…

EUGENIO            Assolutamente no. Il matrimonio è a mezzogiorno.

STOMIL                Sarò ingrassato, forse… L’avrò messo l’ultima volta quarant’anni fa.

EUGENIO            Sci ingrassato con quei tuoi esperimenti. Si vede che al giorno d’oggi l’arte sperimentale rende bene.

STOMIL                Mica per colpa mia.

ELEONORA         Quando sarà pronta questa foto? Mi sembra di aver mosso una guancia. Verrò certamente malissimo.

EUGENIO            Non preoccuparti. La macchina non funziona. È fuori uso da un sacco di tempo.

ELEONORA         Cosa? E allora perché abbiamo fatto la foto?

EUGENIO            Per principio. La tradizione lo esige.

STOMIL                Mi criticate per i miei innocenti esperimenti, ma in cosa è meglio quella vostra macchina fuori moda, e per giunta fuori uso? Ecco il fiasco della vostra controrivoluzione. Distruggete senza alcun frutto le mie conquiste.

EUGENIO            Attento a come parli.

STOMIL                Non smetterò di ripeterlo, anche se mi arrendo alla vostra prepotenza.

ELEONORA         Voi che ne dite?

EUGENIA            Siamo combinati proprio bene. E non è che l’inizio.

EUGENIO            Spiacente: per ora dobbiamo curare la forma. I contenuti verranno dopo.

STOMIL                Ho come la sensazione, Eugenio, che stiate facendo una pazzia. Il formalismo non vi salverà dal caos. Fareste meglio a conciliarvi con la mentalità corrente.

EUGENIO            Ma taci una buona volta! Disfattismi non ne tollereremo.

STOMIL                Bene, bene. Sto forse protestando? Avrò diritto a una mia opinione!

EUGENIO            Naturale. Se concorda con la nostra, perché no?

ELEONORA         Sentite?

Si sente in lontananza un suono di campane.

STOMIL                Le campane...

EUGENIO            Campane nuziali…

Entra Alina in abito nuziale, col velo.

STOMIL                (le bacia galantemente la mano) Ah… È qui la nostra piccina.

ELEONORA         Come sei carina con questo vestito…

EUGENIA            Benvenuta, binba mia.

ALINA                  Arturo non è tornato ancora?

EUGENIO            Lo stiamo aspettando, da un momento all’altro sarò qui. È andato a sbrigare le ultime forinalità.

ALINA                  Sempre formalità!

EUGENIO            Il Genio della vita non può andare in giro nudo. Bisogna vestirlo e curarne l’aspetto esteriore. Non te ne ha parlato Arturo? Non ha affrontato con te quest’argomento?

ALINA                  Senza posa.

EUGENIA            E ha fatto bene. Un giorno lo capirai e gliene sarai grata.

ALINA                  Zio, smettila di dire feserie.

ELEONORA         Non essere maleducata, Alina. È il giorno del tuo matrirnonio. Oggi dovremno evitare qualsiasi discordia in famiglia. Avremo tempo a sufficienza dopo.

EUGENIO            Non fa niente, non fa niente, non mi sono offeso. Sono un tipo comprensivo, io.

ALINA                  Così vecchio e così stupido! Di Arturo non mi meraviglio tanto. Ma tu, zio?

ELEONORA         Alina!

STOMIL                Beccati questo, zietto!

ELEONORA         Perdonala, Eugenio. È esasperata. Non sa quel che dice. In fin dei conti, per lei è un’esperienza difficile. Io stessa, ricordo, quando mi sposai con Stomil...

EUGENIO            Mi sa che faccio meglio ad andarmene. Ma non illudetevi. Capisco che vi rallegrino, però queste invettive infantili non mutano la realtà delle cose. Stomil, puoi venire con me? Devo parlarti. Ho da farti una proposta.

STOMIL                Va bene, ma basta dogmatismi. Intendo precisare che ho anch’io diritto di parola.

Escono.

ELEONORA         Mamma, e se facessi anche tu un giretto?

EUGENIA            Come volete, miè del tutto indifferente. Tanto mi annoierei a morte comunque. (Esce).

ELEONORA         E ora parliamo un po’ tra noi. Che e successo?

ALINA                  Niente.

ELEONORA         Ma se si vede benissimo che qualcosa ti rode.

ALINA                  Non mi rode proprio niente. Non mi piace questo velo. Vorrei metterlo a posto. Mi aiuti?

ELEONORA         Volentieri. Ma non parlarmi in questo tono. Con loro fa’ pure, tanto sono stupidi.

ALINA                  (si siede davanti allo specchio. Le campane continuano a suonare) Perché vi disprezzate tanto l’un l’altro?

ELEONORA         Non so che dirti. Forse perché non abbiamo ragioni per rispettare.

ALINA                  Se stessi o gli altri?

ELEONORA         Non fa differenza, in fondo. Ti aggiusto i capelli?

ALINA                  Bisogna pettinarli di nuovo. (Si toglie il velo. Eleonora pettina Alina) Sei felice, mamma?

ELEONORA         Che vuoi dire?

ALINA                  Ti ho chiesto se sei felice. Che c’è di strano?

ELEONORA         È una domanda molto indiscreta.

ALINA                  Perché? È una vergogna essere felici?

ELEONORA         No, credo di no...

ALINA                  Beh, questo significa che non sei felice. Perché ti vergogni. Tutti si vergognano di essere infelici. È come non aver fatto i compiti o avere i foruncoli. Tutti gli infelici si vergognano come ladri.

ELEONORA         Essere felici è un diritto e un dovere degli uomini liberati della nostra nuova epoca. Questo mi ha insegnato Stomil.

ALINA                  Ah, allora è per questo che adesso tutti si vergognano tanto. E tu che ne pensi?

ELEONORA         Ho fatto quanto potevo.

ALINA                  Per lui.

ELEONORA         Per me stessa. È lui che me l’ha ordinato.

ALINA                  Sempre per lui, dunque.

ELEONORA         Per lui, sicuro. Avresti dovuto conoscerlo da giovane...

ALINA                  Aggiustami un po’ qui di lato. E lui lo sa?

ELEONORA         Sa cosa?

ALINA                  Non fingere, mamma, sono maggiorenne anch’io. Di Eddie.

ELEONORA         Certo che lo sa.

ALINA                  E allora?

ELEONORA         Niente, purtroppo. Finge di non accorgersene.

ALINA                  Che disastro.

EDDIE                  (entra, con una tovaglia bianca) Sipuò apparecchiare la tavola?

ELEONORA         Come vuoi, Eddie. (Si corregge) Può apparecchiare, Eduardo.

EDDIE                  Certo, signora. (Stende la tovaglia sulla tavola ed esce portando con sé la macchina fotografica).

ALINA                  Cosa ci trovi in lui, mamma?

ELEONORA         Sai, Eddie è cosi semplice... Come la vita. È brutale, ma è proprio lì il suo fascino. Non ha complessi. È come una ventata di aria fresca. È uno che sa desiderare per davvero, in maniera bella. Quando siede sta seduto e basta, semplicemente, ma con intensità. Se mangia o beve, il suo stomaco si trasforma in una sinfonia della natura. Mi piace guardarlo mentre sta digerendo, semplice è schietto. In quei momenti provo l’autentica estasi del contatto con la natura. Hai mai notato in che modo splendido si aggiusta i pantaloni? In quel gesto è davvero regale. Anche Stomil apprezza l’autenticità.

ALINA                  Sì, certo. A me, per la verità, non è che m’affascini tanto...

ELEONORA         Perché sei troppo giovane. Non hai ancora scoperto il tesoro della vera semplicità. Ma imparerai, è questione di esperienza.

ALINA                  Ci proverò. Pensi che faccia bene a sposare Arturo?

ELEONORA         Oh, Arturo è tutt’altra cosa. Lui ha dei principî.

ALINA                  Anche Stomil aveva dei principî. Tu stessa ne hai parlato... Di quel dovere e diritto alla felicità.

ELEONORA         No, quelle erano solo opinioni. La lotta di Stomil era proprio contro i principî. Arturo invece ha dei principî ferrei.

ALINA                  Solo quelli.

ELEONORA         Ma cosa dici, Alina! È la prima persona con dei principî da cinquant’anni a questa parte. Non ti piace? Proprio per questo è così originale! E poi, gli dà un’aria così interessante…

ALINA                  Pensi che debba accontentarmi dei principî?

ELEONORA         Sono un po’ antiquati, è vero, ma cosi originali per i tempi d’oggi…

ALINA                  Mamma, io voglio Arturo anche con tutti i suoi principî, se non se ne può fare a meno. Ma non voglio i principî senza Arturo.

ELEONORA         Ma non ti si è dichiarato? Non si sposa con te?

ALINA                  Non è lui a farlo.

ELEONORA         E chi, di grazia.

ALINA                  I suoi ferrei principî.

ELEONORA         Allora perché hai accettato?

ALINA                  Perché continuo a sperare.

ELEONORA         Che disastro.

EDDIE                  (entra, portando una fila di piatti) Posso continuare?

ALINA                  Mettili giù, Eddie. (Corregge) Li inetta giù, Eduardo. Cioè... Continui pure, Eduardo.

ELEONORA         Eddie, ma tu non sei stanco di tutto questo? Un tale cambiamento! Non prendertela, è un’idea di quei pazzi.

EDDIE                  Eeeh... che c’è da essere stanchi?

ELEONORA         Non te l’avevo detto? In tutte le cose è sempre così spontaneo, naturale come una Farfalla. Eddie, come apparecchi bene!

EDDIE                  Eeh, mica mi perdo dietro queste fesserie…

ALINA                  Eddie, vieni qui.

EDDIE                  Certo, signorina. (Si avvicina).

Il suono di campane si smorza lentamente.

ALINA                  Di un po’, tu hai dei principî?

EDDIE                  Certo, posso averne.

ALINA                  E quali?

EDDIE                  Di prima qualità.

ALINA                  Me ne puoi dire uno?

EDDIE                  E cosa me ne viene?

ALINA                  Puoi o non puoi?

EDDIE                  D’accordo. Rimettiamoci pure. Un attimo. (Poggia a terra la pila di piatti ed estrae dalla tasca un minuscolo taccuino) Ce li ho scritti. (Sfoglia il taccuino) Ecco! (Legge) «Io ti amo, ma tu dormi».

ALINA                  E ne hai ancora?

EDDIE                  «Dipende dove pende».

ALINA                  Non perder tempo, leggi.

EDDIE                  Ma se stavo appunto leggendo. Questo era un principio.

ALINA                  Avanti, avanti! (Eddie ridacchia) Perché ridi?

EDDIE                  Perché ce n’è uno...

ALINA                  Leggi!

EDDIE                  Non posso proprio davanti a delle signore. È troppo buffo.

ALINA                  E questi sono i tuoi principî?

EDDIE                  Non sono miei, signorina, li ho copiati da un collega che lavora in un cinema.

ALINA                  E di tuo non c’è proprio niente?

EDDIE                  (con orgoglio) No.

ALINA                  E perché?

EDDIE                  Perché io so comunque il fatto mio.

ELEONORA         È proprio vero, Eddie, tu sai ilfatto tuo!

Entra Stomil, dietro di lui Eugenio, che indossa un busto con le stringhe. Eddie riprende ad apparecchiare la tavola.

STOMIL                No, no! Qui si esagera!

EUGENIO            Ma se ti assicuro che resterai soddisfatto!

ELEONORA         Cos’altro state combinando?

STOMIL                (che fugge dinanzi a Eugenio) Vuole che me lo metta!

ELEONORA         Cha cos’è?

EUGENIO            Il busto del bisnonno. È un accessorio indispensabile. Comprime la vita e assicura una linea impeccabile in ogni situazione.

STOMIL                Per niente al mondo! Ho già messo le ghette e questo dannato colletto! Volete ammazzarmi?

EUGENIO            Coraggio. Fatto trenta…

STOMIL                Io non voglio fare proprio niente! Voglio vivere!

EUGENIO            Questa è una tua vecchia abitudine. Vieni qui, Stomil, basta con gli scherzi. Tu per primo hai ammesso che ultimamente sei ingrassato.

STOMIL                E voglio rimanere grasso! Assecondare la natura!

EUGENIO            Ti piace la vita comoda. È meglio che accetti con le buone. Non hai scampo.

STOMIL                Nora, proteggimi tu!

ELEONORA         Forse davvero la tua linea ne guadagnerebbe.

STOMIL                E a che scopo? Io sono un artista, libero e grasso! (Fugge in camera sua, rincorso da Eugenio).

La porta si richiude alle loro spalle.

ELEONORA         Siamo alle solite… E dunque tu continui a sperare?

ALINA                  Sì.

ELEONORA         E se invece ti facessi delle illusioni?

ALINA                  E allora?

ELEONORA         (tenta di abbracciarla) Mia povera Alina…

ALINA                  (sfuggendo all’abbraccio) Non compatirmi, mamma. Me la saprò cavare.

ELEONORA         Ma che succederà se resti delusa?

ALINA                  Fatti miei.

ELEONORA         Neanche a me puoi dirlo?

ALINA                  È una sorpresa.

VOCE DI STOMIL   Aiuto!

ELEONORA         È la voce di Stomil!

ALINA                  Lo zio Eugenio diventa sempre più esigente. Pensi che abbia qualche influsso su Arturo?

VOCE DI STOMIL   Lasciami!

ELEONORA         Non credo. Direi il contrario.

ALINA                  Peccato. Speravo che fosse colpa sua.

VOCE DI STOMIL   Giù le mani!

ELEONORA         Vado a vedere cosa combinano di là. Mi sento inquieta. Ho cattivi presentimenti.

ALINA                  Io pure.

VOCE DI STOMIL   Lasciami, boia!

ELEONORA         Mio Dio, quando finirà tutto questo...

VOCE DI STOMIL   No, no, scoppio! Aiuto!

ELEONORA         Eugenio sta davvero esagerando. E anche tu, Alina, fa’ attenzione.

ALINA                  Perché?

ELEONORA         Finisce che anche tu tiri troppo la corda. Come lo zio Eugenio. (Entra nella camera di Stomil).

ALINA                  Eddie, il velo!

Eddie le porge il velo e rimane in piedi alle sue spalle. Dalla camera di Stomil, dove è in corso la zuffa, giungono grida inarticolate e strepiti. Entra Arturo, senza che Alina ed Eddie se ne accorgano, in quanto lo specchio è orientato in modo che chi entra dal lato destro non vi si rifletta. Arturo ha il soprabito sbottonato ed è molto pallido. I suoi movimenti sono fiacchi, lenti in modo innaturale, il che indica quale sforzo faccia per dominarli. Si leva con cura il soprabito, ma poi lo getta via a casaccio. Si siede in poltrona, allungando le gambe dinanzi a sé.

VOCE DI STOMIL   Io vi maledico!

ARTURO              (con voce bassa, stanca) Chesuccede lì?

Alina si volta verso di lui, Eddie raccoglie servizievole il soprabito di Arturo e sparisce.

ALINA                  (in tono di rimprovero) Sei in ritardo.

ARTURO              (si alza e apre la porta della camera di Stomil) Lasciatelo stare.

Entra Stomil e, dietro di lui, Eugenio ed Eleonora.

EUGENIO            Perché? Era l’ultimo tocco.

ARTURO              Lasciatelo, ripeto.

STOMIL                Grazie, Arturo, hai ancora dei sentimenti umani.

EUGENIO            Io protesto!

Arturo lo afferra per la cravatta e lo spinge dinanzi a sé.

ELEONORA         Arturo, che ti è successo? Come è pallido!

ARTURO              Tu, sepolcro imbiancato...

EUGENIO            Ma Arturo, sono io, lo zio Eugenio! Non mi riconosci! Insieme per una vita nuova, redimeremo il mondo, tu e io, insieme, ricordi? Mi soffochi... sono proprio io, noi due insieme... mi soffochi…

ARTURO              (spingendolo innanzi, passo dopo passo) Tu, tronfia nullità, organismo fittizio, tu, protesi bacata…

ELEONORA         Fate qualcosa, lo soffoca!

ARTURO              Truffatore...

Risuona trionfale, ad alto volume, la «Marcia nuziale» di Mendelssohn in versione orchestrale. Arturo lascia Eugenio, prende dal tavolo una caraffa e la getta fra le quinte, dove si sfascia con gran frastuono. La marcia si interrompe di botto. Arturo crolla esausto in poltrona.

EDDIE                  (entra) Devo cambiare disco?

ELEONORA         Chi ti ha detto di metterlo?

EDDIE                  Il signor Eugenio. Dovevo metterlo non appena entrava il signor Arturo.

EUGENIO            (riprendendo fiato) È vero… glielo avevo ordinato io…

ELEONORA         Per il momento niente musica.

EDDIE                  Va bene, signora. (Esce).

ARTURO              Un inganno, è tutto un inganno… (Si chiude in se stesso).

STOMIL                (si china su di lui) È ubriaco fradicio...

EUGENIO            È una calunnia, una sfacciata insinuazione! Questo giovane ben conosce la misura e il dovere!

ELEONORA         Neanch’io ci credo. Arturo non beve mai.

STOMIL                Credete che non me ne intenda?

ELEONORA         Ma perché proprio oggi?

STOMIL                L’addio al celibato.

Alina versa dell’acqua in un bicchiere e fa bere Arturo.

EUGENIO            È un equivoco, non è il caso di giungere a conclusioni affrettate. Tutto si chiarirà.

STOMIL                Certo. Aspetta solo un po’ e Arturo ti spiegherà tutto. Aveva già cominciato.

ELEONORA         Silenzio, si sveglia!

ARTURO              (solleva la testa e indica Stomil) Che cos’è?

ELEONORA         Non riconosce più suo padre: che disgrazia! (Piange)

ARTURO              Tacete, donne! Non sto indagando sui miei natali. Che significa questa mascherata?

STOMIL                (guardandosi le gambe) Queste? Sono delle ghette…

ARTURO              Ah, certo, le ghette... (Cade in meditazione)

EUGENIO            Arturo èun po’ stanco, ma tutto ritornerà presto alla normalità. Ai vostri posti, sull’attenti! Non cè nessuna variazione al programma! (Ad Arturo, in toiio conciliante) Ah, ah, Arturino, èstato solo uno scherzo, eh? Volevi metterci alla prova, vero? Ah, burlone! Ma sappi che noi tutti teniamo duro. Tutti abbottonati come si deve, fino all’ultimo bottone, dalla testa ai piedi, una volta per tutte! Stomil voleva persino mettersi il busto. Testa alta, Arturo, riposati un po’, e poi all’altare!

STOMIL                E insiste! Non vedi che si èpreso una sbronza coi fiocchi, vecchio relitto? Il mio sangue, il mio sangue!

EUGENIO            Tutte balle, silenzio! Su, Arturo, all’opera! Tutto è pronto. Manca solo l’ultimo passo...

ARTURO              (si porta ginocchioni dinanzi a Stomil) Padre, perdonami!

STOMIL                E questo cos’è, un altro trucco?

ARTURO              (seguendolo, sempre ginocchioni) Sono stato un pazzo! Non si piò tornare indietro, non c’è presente, non c’è avvenire. Niente di niente!

STOMIL                (sfuggendogli) Fai il nichilista, ora?

ALINA                  (levandosi il velo) E io? Nemmeno io esisto?

ARTURO              (cambiando direzione e andando in ginocchio da Alina) Anche tu perdonami!

ALINA                      Bambino, vigliacco! Impotente!

ARTURO              No, no, non puoi dire così… Io non ho paura, è solo che non posso crederci, tutto darei, la vita stessa... ma il ritorno al passato non èpossibile, la vecchia forma non ricrea la realtà, era solo un’illusione!

ALINA                      Ma di che stai parlando?

ARTURO              Della creazione del mondo!

ALINA                      E di me? Chi parlerà di me?

EUGENIO            Tradimento!

ARTURO              (cambiando nuovamente direzione e andando ginocchioni verso Eugenio) …Anche tu, zio, perdonami! Ho tradito le tue speranze. Ma credimi: è davvero impossibile...

EUGENIO            Non voglio saperne niente! Torna in te! Alzati, sposati! Crea una famiglia, lavati i denti, mangia con forchetta e coltello! Che il mondo si rimetta a girare finalmente nel verso giusto. Vedrai che ci riusciremo. Vuoi sprecare l’ultima possibilità?

ARTURO              Ma se non èmai esistita… Abbiamo preso un abbaglio, disgraziamente…

EUGENIO            Ha ragione Stonil. Sei ubriaco, non sai quel che dici!

ARTURO              Sì, sono ubriaco, perché da sobrio mi ero illuso. Mi sono ubriacato per finirla con il mio errore. Bevi anche tu, zio.

EUGENIO            Io? Mai!... Al massimo un bicchierino!... (Si versa un bicchierino di vodka e lo beve d’un fiato).

ARTURO              Mi sono ubriacato in piena lucidità, saggiamente.

STOMIL                Non raccontare balle. Ti sei ubriacato per disperazione.

ARTURO              Sì, anche per disperazione. Disperato che non sia la forma a salvare il mondo.

EUGENIO            E cosa, allora?

ARTURO              (si rialza in piedi, con solennità) L’idea!

EUGENIO            Quale idea?

ARTURO              Ah, se lo sapessi! Ma la convenzione è sempre nata da un’idea. Aveva ragione papà, sono solo un meschino formalista.

STOMIL                Non prendertela, figlio mio. Lo sai che sono sempre stato indulgente. È vero che ho sofferto parecchio per queste tue alzate d’ingegno. Ma per fortuna è tutto finito. (Si leva la finanziera) Dov’è il mio pigiama?

ARTURO              (Si getta su di lui e gli impeidsce di togliersi la finanziera) Fermo! Nemmeno al pigiama si può tornare!

STOMIL                Come sarebbe? Vuoi ancora redimerci? Pensavo che la voglia ti fosse passata.

ARTURO              (in tono aggressivo, con la facilità, tipica di chi è sbronzo, di alternare stati d’animo oppost, trionfalmente) Ah, sì? Davvero pensavi che mi arrendessi così facilmente?

STOMIL                Per un attimo sei stato un essere umano. Ora vuoi metterti di nuovo a far l’apostolo, demonio che non sei altro?

ARTURO              (liberando Stomil, con enfasi) Io vi ho cucito addosso false spalline di dignità ormai sorpassate e io ve le strappo! La mano è la stessa! Se espiazione esigete, ecco che mi gettai già ai vostri piedi! D’intelletto peccai e d’astrazione, sua dissoluta figlia. Ora ho sconfitto il mio intelletto accecandolo: non in modo usuale mi ubriacai, ma pienamente consapevole, anche se avrei preferito farlo misticamente. Un’ebbrezza ardente mi ha purificato. Perdonatemi, perché puro ormai mi presento al vostro cospetto. Io vi diedi queste vesti e io ve le tolsi, perché erano dei sudari. Ma io non vi esporrò nudi al vento della storia, anche se le vostre maledizioni dovessero giungere sino alle mie viscere. Eddie! (Entra Eddie). Chiudi tutte le porte.

ELEONORA         Sì, Eddie, chiudi, che c’è corrente.

ARTURO              Sta’ attento che nessuno esca!

EDDIE                  Fatto, signor Arturo.

STOMIL                Qui si negano i diritti del cittadino!

ARTURO              La libertà volevate? Dalla vita non ci si libera. La vita è sintesi. Voi preferireste analizzarvì fino alla consunzione! Per fortuna ci sono qua io.

EUGENIO            Arturo, sai bene che non appoggio Stomil, ma non ti sembra di esagerare? Mi sento in obbligo di metterti sull’avviso. Sono pur sempre per la libertà dell’individuo.

ARTURO              E ora troveremo l’idea.

STOMIL                (all’unisono con Eugenio ed Eleonora) Così ti rivolgi atuo padre?

EUGENIO            Io me ne lavo le mani.

ELEONORA         Arturo, coricati, ti preparo un impacco!

ARTURO              Nessuno uscirà di qui, finché non avremo trovato l’idea. Eddie, non fare uscire nessuno.

EDDIE                  Signorsì.

ELEONORA         Trovategli qualcosa e che ci lasci in pace. Devo uscire, altrimenti mi si brucia il dolce.

EUGENIO            Forse è meglio non opporsi... Sono in due.

ARTURO              Tu che proponi, zio?

EUGENIO            Che ne so… Dio va bene?

ARTURO              Non funziona. Già visto.

EUGENIO            Hai ragione. Già ai miei tempi non funzionava. Io stesso sono stato educato nello spirito dei Lumi e delle scienze esatte. Dio l’ho proposto solo per forma.

ARTURO              Non sono più le forme quel che ci serve, ma un’idea viva.

EUGENIO            Beh, che ne dite dello sport? Andavo a cavallo, un tempo...

ARTURO              Oggi tutti ne praticano qualcuno, ma non ne viene fuori granché.

EUGENIO            Non mi viene in mente nient’altro, Forse Stomil ha qualcosa da proporre.

STOMIL                Quello che ho sempre detto: l’esperimento.

ARTURO              Cerchiamo di essere seri!

STOMIL                Sono serissimo. Si tratta di indicare il cammino. L’uomo raggiunge sempre nuove conquiste, e queste sono frutto dell’esperienza. Rifiutare e sperimentare. Ambire a una vita sempre nuova.

ARTURO              Nuova vita?! Io non so che farmene della vecchia e tu te ne esci con una nuova. È il colmo!

STOMIL                Come volete. Eppure tutto, sinora, è in fase sperimentale.

EUGENIO            Eleonora, lo sapresti tu?

ARTURO              Alle donne è inutile chiedere.

ELEONORA         Lo sapevo, ma l’ho dimenticato. Devo pensare a tutto io? Chiedete a Eddie. Lui ha molto buon senso. Se dice qualcosa gli si può credere.

STOMIL                È vero, Eddie è la saggezza popolare.

ARTURO              Etu, Eddie?

EDDIE                  Il progresso. signore.

ARTURO              In che senso?

EDDIE                  Mah, il progresso in generale…

ARTURO              Ma quale progresso?

EDDIE                  Progressista. Verso avanti.

ARTURO              In avanti, cioè…?

EDDIE                  Sissignore. Col davanti verso avanti.

ARTURO              E il di dietro?

EDDIE                  Anche quello in avanti

ARTURO              Ma così il davanti non finisceindietro?

EDDIE                  Dipende da dove si guarda. Se da dietro verso avanti, allora il davanti sarà davanti, anche se visto da dietro.

ARTURO              È un po’ oscuro.

EDDIE                  Ma progressista.

EUGENIA            (entra, aiutandosi col bastone, timidamente) Avrei qualcosa da dirvi...

ELEONORA         Non disturbare, mamma, non vedi che gli uomini discutono di politica?

EUGENIA            Solo una parolina...

ARTURO              No, non mi piace. Devo avere un’idea che mi crei una forma. Un progresso così crea solo sbandamento. È amorfo.

EUGENIA            Se me lo consentite, miei cari, non vi porterò via molto tempo.

STOMIL                Che c’è?

ELEONORA         Non so, è successo qualcosa alla mamma.

STOMIL                Più tardi. Ora siamo occupati. (Ad Arturo) E io ripeto: meglio tornare agli esperimenti. L’idea verra da sé.

Eugenia leva dal catafalco soprammobili e centrini.

ELEONORA         Mamma, che fai?

EUGENIA            (ben decisa) Muoio.

ELEONORA         Stai scherzando? (Eugenia, senza rispondere. continua a rassettare il catafalco, lo spolvera con la manica, ecc.) State a sentire, la mamma dice che muore.

EUGENIO            Come sarebbe… muore? Qui abbiamo problemi ben più importanti!

ELEONORA         Hai sentito, mamma?

EUGENIA            Aiutami.

Eleonora, meccanicainente, le dà la mano. Eugenia entra nel catafalco.

ELEONORA         Mamma, non fare stravaganze! È il giorno delle nozze. Perché vuoi rovinare tutto con una morte?

STOMIL                Ma che morte, che significa morte? Non l’ho mai presa in considerazione...

ARTURO              (a se stesso) La morte? Ottima idea...

EUGENIO            È una pazzia, Eugenia, abbi un po’ di giudizio, si è mai visto uno che muore così?

ALINA                  Ma nonna, questo non è normale!

EUGENIA            Non vi capisco. Siete tanto intelligenti, ma se uno decide una cosa normalissima come passare a miglior vita, eccovi tutti lì a stupirvi. Che gente! (Si stende sul dorso e incrocia le braccia sul petto).

ELEONORA         Vedete? Fate qualcosa… Forse davvero...

EUGENIO            Eugenia, smettila con queste stravaganze! Che mi significa morire! Mai visto niente di simile nella nostra famiglia!

STOMIL                Ma no, questo è davvero il colmo dell’impostura.

ARTURO              La morte… che forma splendida!

EUGENIA            Le chiavi della mia camera le ho lasciate sul tavolo. Non mi serviranno più. Tanto, quando ne avrò voglia, entrerò lo stesso. Le carte sono nel cassetto. Tutte segnate.

ARTURO              La morte... che forma splendida!

STOMIL                Poco vivibile, però...

ARTURO              Perché? Se è quella degli altri? (Si dà un colpo sulla fronte, ispirato) Però, che furbacchiona la nonna!

ELEONORA         Vergognati! Dovreste vergognarvi tutti!

EUGENIO            Eugenia, almeno sdraiati diritta, non aggobbarti, tieni i gomiti stretti! O meglio ancora: alzati immediatamente! Non sono cose da farsi tra gente per bene. Morire non èscientifico. È uno di questi imbrogli moderni!

STOMIL                Basta con le allusioni, intesi? A me le buone maniere importano poco, ma in un’ottica sperimentale la morte èpriva di senso, in quanto gesto estremo. L’ esperimento presuppone una ripetibilità. A meno che la mamma non stia facendo solo una prova, nel qual caso sarebbe tutto diverso. Comunque, neanche noi siamo a favore.

ALINA                  Smettetela, state a guardare.

EUGENIA            Avvicinatevi, figli miei. (Tutti le si accostano, eccetto Eddie) Anche Eddie. (Eddie si avvicina) Chi siete voi?

EUGENIO            Noi siamo noi. (Eugenia ridacchia, prima piano, poi sempre più forte) Ci sta offendendo! Ho detto qualcosa di ridicolo?

STOMIL                A essere sincero, non mi sento troppo bene. Ho un po’ di mal di testa. (Si apparta, si misura il polso, tira fuori dalla tasca uno specchietto e si controlla la lingua).

ARTURO              Grazie, nonna, è un’idea che utiizzerò.

STOMIL                (rimettendo a posto lo specchietto) Eh, fesserie! L’essenziale è non portare vestiti scomodi.

Eugenia muore.

ELEONORA         Mamma, prova ancora una volta!

ARTURO              È morta! Che strano! Frivola com’era...

ALINA                  Io non voglio!

EUGENIO            Io non capisco.

STOMIL                Io non voglio averci niente a che fare.

ELEONORA         Io non sapevo... Stomil, perché non mi hai mai avvertita?

STOMIL                Ma certo, la colpa è sempre mia. D’altronde mi pare che niente sia cambiato. Ecco: ad esempio, il colletto continua a soffocarmi.

ARTURO              (ch.iudendo la tenda dinanzi al catafalco) Eddie, vieni qui! (Eddie gli si avvicina e si mette sull’attenti. Arturo gli tasta i bicpiti) Te la cavi a menar le mani?

EDDIE                  Mi arrangio, signore.

ARTURO              Sapresti, se necessario... (Si passa un dito sotto la gola).

EDDIE                  (con flemma, dopo una pausa) Ha chiesto qualcosa, signor Arturo? Non ho afferrato... (Pausa. Arturo ridacchia incerto, quasi per prova, e rimane in attesa. Eddie risponde con un analogo «ha, ha», Arturo riprende un «ha, ha», già più convinto e forte, che Eddie echeggia in crescendo).

ARTURO              (gli dà una pacca sulla spalla) Mi piaci, Eddie. Mi sei sempre piaciuto.

EDDIE                  Anch’io ho sempre pensato che con Lei ci si poteva intendere.

ARTURO              Tu mi capisci?

EDDIE                  Eddie conosce la vita.

STOMIL                Esco. Queste ultime vicende mi hanno spossato. Devo coricarmi.

ARTURO              No, papà, tu rimani qui.

STOMIL                Smettila una buona volta di darmi ordini, moccioso! Sono stanco! (Va verso la sua camera).

ARTURO              Eddie!

Eddie gli sbarra il passo.

STOMIL                E questo che significa? (Rabbioso, rivolgendosi a Eleonora e indicando Eddie) Hai avuto una tresca con questo lacchè?

ELEONORA         Dio mio! Non ora! Non qui, davanti alla mamma!

Eddie spinge Stomil su di una poltrona.

ARTURO              Un po’ di pazienza. Ormai tutto è chiaro. Io vi condurrò verso un futuro felice.

EUGENIO            (sedendosi, rassegnato) Non ho più voglia di far niente... Sarà l’età. Stomil, non siamo più dei giovincelli, eh? Che dici?

STOMIL                Parla per te, zio. Eugenia era quasi tua coetanea, vecchio ipocrita. Io mi sento benissimo! In gran forma, davvero... (Implorante) Eleonora, dove sei?

ELEONORA         Sono qui, Stomil; qui, accanto a te.

STOMIL                Vieni più vicino.

ELEONORA         (mettendogli una mano sulla fronte) Come ti senti?

STOMIL                Un po’ fiacco...

ARTURO              È finita ogni incertezza. Si spalanca per noi un cammino chiaro e sgombro. Una sarà la legge, uno l’ovile.

STOMIL                Ma che diavolo sta dicendo... Mi fa male la testa...

EUGENIO            Confonde il codice con l’allevamento.

ARTURO              Avete capito, allora, il verdetto finale? Ah, non potete capirlo voi, creature corporee, che badate alle vostre ghiandole e tremate per la vostra immortalità. Ma io lo capisco, io! Io sono colui che vi redime, cieca mandria. Io mi elevo al di sopra del mondo, io vi comprendo tutti in me, perché il mio cervello non è più schiavo delle viscere. Io!

EUGENIO            Spiegati in modo più chiaro, caro nipote, invece di offenderci.

ARTURO              Ma ancora non capite, vegetazione putrida che non siete altro? Siete come cuccioli ciechi, che girerebbero in tondo all’infinito se il padrone non intervenisse! Senza forma né idee affondate nel caos, e il vuoto vi inghiottirebbe, se non ci fossi io a redimervi. Sapete cosa farò di voi? Io creerò un sistema in cui la rivolta si identifichi conl’ordine, e il nulla con l’esistenza. Io supererò ogni contraddizione!

EUGENIO            Faresti meglio, invece, a superare quella soglia. Mi hai proprio deluso. Tra noi due è finita. (A se stesso) Forse riprendcrò a scrivere le mie memorie.

ARTURO              Ditemi: se nulla esiste e persino la rivolta è impossibile, che cosa si può creare, far esistere dal nulla?

EUGENIO            (guardando il suo orologio da tascbino) Si è fatto tardi, converrebbe mangiare un boccone.

ARTURO              Nessuno risponde?

STOMIL                Eleonora, che c’è oggi per pranzo? Mangerei volentieri una cosina leggera. Anche lo stomaco è un po’ sottosopra. È ora di pensarci.

ELEONORA         Ci penseremo, Stomil, ci penseremo. Hai ragione, bisognerà fare una vita più regolata. D’ora in poi ci prenderemo cura del tuo organismo. Nel pomeriggio un riposino e una passeggiata. Al mattino l’esperimento.

STOMIL                E solo cibi bolliti o al burro, d’accordo?

ELEONORA         Ma certo. Per non avere problemi di digestione.

ARTURO              Cosa? Tacete? Bene, ve lo dirò io. (Mette una sedia sui tavolo, tra le stoviglie, poi, con mossa incerta, monta sul tavolo e si siede sulla sedia).

ELEONORA         Arturo, fa’ attenzione ai piatti!

ARTURO              Possibile è solo il potere!

EUGENIO            Ma che potere e potere... siamo in famiglia!

STOMIL                Vaneggia. Non dategli retta.

ARTURO              Solo il potere lo si può creare dal nulla. Solo il potere esiste dove non c’è null’altro. Oro sono in alto, sopra di voi, Vi vedo in basso, in basso!

EUGENIO            Che va a inventare!

ELEONORA         Arturo, scendi immediatamente; sporcherai la tovaglia!

ARTURO              Vi vedo strisciare nel fango e nella polvere!

EUGENIO            Permetteremo forse che ci tratti così?

STOMIL                Per ora dica pure quel che gli pare. Ce ne occuperemo dopo pranzo. Anche se davvero non capisco da chi abbia imparato questo modo di fare. Che razza di educazione!

ARTURO              Occorre solo essere forti e decisi. Iosono forte. Guardatemi, sono colui che coronerà le vostre aispirazioni! Zio, tornerà l’ordine! Papà, tu ti sei sempre ribellato, ma la tua rivolta ha prodotto solo il caos fino a divorare se stessa. Ma guardami! Il potere non è anche ribellione? Ribellione in forma di ordine, ribellione dell’alto contro il basso, del superiore contro l’inferiore? Il vertice ha bisogno della base, e questa di quello per non smarrire la propria ragion d’essere. Ed è così che il potere annulla le contraddizioni. Non sono né sintesi né analisi, sono atto, volontà, energia! Sono la forza! Sono al di sopra, al di dentro e al fianco di ogni cosa. Ringraziatemi, io ho dato compimento alla vostra giovinezza. Questo per voi. Ma anche per me stesso ho un piccolo regalo: la forma che più mi aggrada, non una, ma mille, che posso creare e distruggere a mio piacere. Concepirle, metterle al mondo, abbandonarle! Tutto è qui, dentro di me! (Si batte il petto).

Gli altri lo guardano inorriditi.

EUGENIO            A questo siamo arrivati?

STOMIL                Eh, non vale la pena di preoccuparsi. È solo il divertimento di un moccioso. Parole, parole, parole. Che potere ha su di noi?

EUGENIO            Hai ragione. Su che basa queste sue chiacchiere? Ci uniscono solo legami di sangue, non queste astrazioni. Non può farci proprio niente.

ARTURO              Quale potere? È molto semplice. Posso ammazzarvi,

STOMIL                (sollevandosi dalla poltrona per ricadervi subito dopo) Ti proibisco... tutto ha un limite!

ARTURO              Ma i limiti li si può superare. Non me l’avete insegnato proprio voi? Il potere di vita e di morte, cos’altro mi darà un dominio più totale? Una scoperta semplice e geniale.

EUGENIO            Ma è assurdo. Io campo quanto mi pare e piace. Cioè, scusate, quanto piacerà… a chi, in fondo? Stomil, lo sai tu? A chi?

STOMIL                Diciamo… alla natura.

EUGENIO            Ecco, appunto. Alla natura o al destino.

ARTURO              A me!

EUGENIO            (con uno scatto d’ira) Che scherzo idiota!

ARTURO              Zio, e divenissi io il tuo destino?

EUGENIO            Eleonora. Stomil, che significa questo? È vostro figlio, fategli una bella lavata di capo!

ELEONORA         Vedi, Arturino, hai messo paura allo zio, è pallido come un morto, Rimani coricato, Stomil, non alzarti, ti porto un cuscino.

ARTURO              Pensate forse che sarei passato all’azione senza avere le spalle coperte? La morte si annida in voi come un usignolo in gabbia, farlo uscire dipende solo da me. Pensate ancora che sono un utopista, un chiacchierone, un sognatore?

EUGENIO            Eh, eh, Arturino, bisogna ammettere che sei un cervellone. Ben congegnato, non c’è che dire! Bisogna riconoscerlo: da voi, all’Università, vi preparano per davvero. A uno così non riesci a fargliela. Ma noi ce ne stiamo qui a ciarlare e intanto il tempo vola. A me piace, in fondo, discorrere filosoficamente, in modo scientifico, soprattutto con i giovani. Ma abbiamo chiacchierato a lungo, l’argomento è stato sviscerato ed è ora di passare a qualcosa di più concreto. Basta teoria, andiamocene a mangiare un boccone. Dico bene, Eleonora?

ELEONORA         Cercavo di dirlo da un sacco di tempo, ma non mi facevate parlare. Arturo, finiscila, scendi dal tavolo o levati almeno le scarpe!

ARTURO              Giusto, zietto, giustissimo, è tempo di passare ai fatti concreti. Eddie, mio tetro angelo della divina astrazione, sei pronto?

EDDIE                  Pronto, capo.

ARTURO              Prendilo, allora!

EUGENIO            (arretrando verso l’uscita) Che vuoi fare?

ARTURO              Per cominciare accoppiamo lo zio.

ELEONORA         «Accoppiamo»... Pfui, che espressione triviale!

STOMIL                Proprio ora che ho problemi di pressione...

EUGENIO            (avvicinandosi sempre più all’uscita) Perché proprio io?!

Eddie gli sbarra il passo.

ARTURO              Teoria! Eddie, dimostragli che si è sbagliato! Per chi mi prendete, marmaglia?

Eddie continua a sbarrare il passo a Eugenio.

EUGENIO            Ma che nuovo sistema. questa e villania!

ARTURO              Eddie, vai pure!

EUGENIO            (tentando di sfuggire a Eddie, che lo insegue con movimenti sicuri e felini) Che vuole da me questo servitore? Fermo, giù le mani!

ARTURO              Non è un servitore, ma il braccio del mio spirito, che dà corpo alla mia parola.

STOMIL                (slacciandosi il colletto) Eleonora, sto male, Eleonora!

ELEONORA         Tuo padre è svenuto!

EUGENIO            (sempre sfuggendo a Eddie) Folle, criminale!

ARTURO              (si alza dalla sedia e solleva uno mano) No! Solo un individuo che non arretra dinanzi alla propria unica possibilità. Sono puro come la natura. Mi sento libero! Libero!

ALINA                  Arturo...

ARTURO              Aspetta. Prima la redenzione del mondo.

ALINA                  Io ti ho tradito con Eddie.

Eddie smette di inseguire Eugenio: si fermano entrambi e guardano Arturo e Alina. Eleonora è intenta a rianimare Stomil dandogli schiaffetti sul volto e simili.

ARTURO              (abbassando lentamente la mano, dopo un attimo) Come hai detto?

ALINA                  Credevo che non ti importasse. Tanto ti sposi con me solo per principio.

ARTURO              (siede sulla sedia, annichilito) Quando?

ALINA                  Stamattina.

ARTURO              (a se stesso) Sì. Sì…

ALINA                  Non dovresti preoccuparti: è stata una cosa così... Guarda, sono pronta per il matrimonio. (Si mette il velo) Come mi sta?

ARTURO              (scende goffamente dal tavolo, aggrappandosi alla cieca) Un attimo, aspetta, come… tu a me? Tu, a me?

ALINA                  (con finta disinvoltura) Avevo dimenticato di dirtelo, eri così occupato... Ora possiamo andare. Vuoi che mi metta i guanti? Sono un po’ stretti. Ti piace l’acconciatura?

ARTURO              (ringhia) A me?

ALINA                  (ostentando sopresa) Ah, ci stai ancora pensando? Non pensavo che ti interessasse tanto. Parliamo d’altro.

ARTURO              (si chiude di nuovo in se stesso, gira alla cieca attorno al tavolo, dando l’impressione che le sue facoltà mentali si siano ormai rese del tutto autonome dal corpo, dotato ancora di un moto meccanico, senza più coordinazione. Parla in tono monotono con voce rotta e lamentosa) Come hai potuto... come hai potuto…

ALINA                  Mi hai detto che ti servivo come alleata. Ricordi? Ho capito bene? Abbiamo parlato di tante cose, eri così saggio che sono rimasta ammirata. Eddie non ne sarebbe capace.

ARTURO              (ringhia) Eddie!

ALINA                  Eddie è diverso.

ARTURO              (piagnucoloso) Perché mi hai fatto questo?

ALINA                  Che c’è, tesoro? Te l’ho già detto: ero convinta che non ti importasse. Credimi, mi meraviglio di te. Sono sciocchezze. Rimpiango quasi d’avertelo detto.

ARTURO              Ma perché...

ALINA                  Ma che testardo! Insomma... avevo le mie ragioni.

ARTURO              (urlando) E quali?!

ALINA                  Non parliamone più. È una cosa che ti fa soffrire.

ARTURO              Parla!

ALINA                  Ma se è stata solo...

ARTURO              Andiamo avanti, quali ragioni?

ALINA                  (spaventata) Ma, così, senza importanza, senza alcuna importanza...

ARTURO              Va’ avanti!

ALINA                  Non te lo dirò. Tu ti offendi subito.

ARTURO              Oh, Dio!

ALINA                  Come vuoi, non parliamone più. È forse colpa mia...

ARTURO              (andando verso Stomil ed Eleonora) Perché ce l’avete tutti con me? Che cosa vi ho fatto? Mamma, mi senti?

ELEONORA         Alina, t’avevo avvertita.

ARTURO              (aggrappandosi a Eleonora) Mamma, diglielo tuche non è questo il modo di comportarsi. Fa’ qualcosa, aiutami, io non ce la faccio più, diglielo. Perché mi tratta così, perché... (Piano).

ELEONORA         (scansandolo bruscamente) Va’ via da me, stupido!

ARTURO              (respinto, barcolla al centro della scena, parlando in tono larnentoso) Io volevo salvarvi, c’ero quasi riuscito... Riuscite a rovinare tutto, il mondo è cattivo, cattivo, cattivo!

ALINA                  Vieni qui da me, Arturino. (Gli si avvicina) Povero caro, mi fai tanta pena…

ARTURO              (la respinge) Pena? Io? Osi pure compatirmi? Non voglio compassione da nessuno! Ancora non mi conoscete, voi, ve la farò vedere io, a tutti! Va bene, non avete accettate la mia idea, m’avete calpestato! (Ad Alina) Hai infangato il progetto più nobile dell’intera storia umana, oca che non sei altro. Che cecità! Non sai chi hai perduto! E per chi, poi? Per quel deficiente, quello sconcio sintomo del degrado dei nostri tempi! Me ne vado, ma non vi lascio su questa terra. Tanto della vita non sapete che farvene. Dov’è il tuo tenero amante? Dov’è quel lurido pancione? Voglio sbudellarlo, quel tuo insonne compare. (Si aggira disperatamente per la stanza, cercando a tentoni sul tavolo, sui tavolini, persino sul sofà) Il revolver, dove il revolver? Dopo queute dannate pulizie non si trova più niente. Mamma, l’hai visto tu, da qualche parte, il revolver?

Eddie, di soppiatto, si porta alle sue spalle, dall’interno della propria giacca estrae il revolver e con il calcio colpisce di slancio la nuca di Arturo. Arturo si piega sulle ginocchia; Eddie getta via l’arma egli spinge destramente il capo in avanti. Quando la testa inerme di Arturo è oramai vicina al pavimento. Eddie, congiunte le mani, si solleva sulla punta dei piedi e dall’alto, come una scure, colpisce la nuca indifesa, con un impeto tale che per attutire il cnntraccolpo è costretto a piegare le ginocchia. Arturo cade carponi, sfiorando quasi il pavimento con la fronte. Attenzione! Questa scena deve essere rappresentata in modo estremamente realistico. Entrambi i colpi devono essere studiati in modo da non sembrare troppo palesemente l’effetto della finzione teatrale. Il revolver può essere di gomma o di piume, oppure Arturo può avere un rinforzo sotto il colletto: ogni espediente è lecito, purché la scena non risulti «teatrale».

ALINA                  (inginocchiandosi accanto ad Arturo) Arturo!

ELEONORA         (inginocchiandosi dall’altro lato) Arturo, figlio mio!

EDDIE                  (si fa da parte, e si guarda le mani con sorpresa) Quant’era duro, però!

ARTURO              (lentamente, a bassa voce, come molto stupito) Che strano… tutto è sparito da qualche parte…

ALINA                  Io non volevo… Non è vero!

EDDIE                  Eh… no!

ARTURO              (sempre con la fronte sul pavimento) Io ti amavo, Alina…

ALINA                  Perche non me l’hai detto prima?!

EDDIE                  Io ti amo, e tu dormi.

ELEONORA         (corre da Stomil e lo scuote) Svegliati, tuo figlio sta morendo!

STOMIL                (aprendo gli occhi) Solo questo ci mancava! Proprio nulla mi risparmiate? (Si alza a fatica e, sorretto da Eleonora, si accosta ad Arturo).

Arturo è al centro della scena, sempre nella stessa posizione. Eleonora, Stomil, Eugenio gli sono attorno, Alina invece è in ginocchio. Eddie rimane in disparte, comodamente seduto in poltrona.

ARTURO              (piombando sul pavimento, grida a piena voce) Io volevo! Io volevo!

Pausa.

ALINA                  (rialzandosi, constata una realtà) È morto.

EUGENIO            Meglio per lui, forse. Per un pelo non diventava ziicida.

STOMIL                Perdonatelo, era infelice.

EUGENIO            (magnanimo) Non gli serbo rancore. Tanto non può farmi più niente.

STOMIL                Voleva sconfiggere strafottenza e pressappochismo. È vissuto secondo ragione, ma con un eccesso di passionalità. E così l’ha ucciso il sentimento, tradito dall’astrazione.

EDDIE                  Le sue idee erano buone, però era troppo nervoso. Uno così non campa a lungo.

Tutti si voltano verso di lui.

STOMIL                Taci, canaglia, e lascia immediatamente questa casa. E ringrazia il cielo che non ti chiediamo di rendere conto di quel che hai fatto.

EDDIE                  E perché ora dovrei andarmene? Ripeto: le sue idee erano buone. Io rimango qui.

STOMIL                A far che?

EDDIE                  È venuto il mio turno. Ora starete a sentire me.

STOMIL                Noi… te?

EDDIE                  E che c’è di strano? Avete visto di che colpi sono capace. Ma niente paura, basta sedersene tranquilli, non dar fastidio, stare a sentire quel che dico io, e con me vi troverete benissimo, vedrete. Io sono un bravo ragazzo. Allo scherzo so stare, e divertirmi mi piace. Dovete solo starmi a sentire.

EUGENIO            Che bella fine…

EDDIE                  Signor Eugenio, cos’è questo discorso maleducato? Vieni qua. piuttosto, levami le scarpe...

EUGENIO            Cedo alla prepotenza, ma in cuor mio continuerò a disprezzarlo...

EDDIE                  Disprezza quanto ti pare, ma toglimele. Muoversi, marsh!

Eugenio si inginocchia eleva le scarpe a Eddie.

STOMIL                Avevo creduto che le esigenze collettive ci dominassero, e che l’individualità si prendesse la sua vendetta uccidendoci. Vedo invece che è semplicemente Eddie.

ELEONORA         Forse non sarà poi cosi terribile, Stomil. Lui ti permetterà certo di seguire la dieta.

EUGENIO            (con le scarpe in mano) Devo pulirle?

EDDIE                  Puoi anche tenertele. Io tanto mi cambio. (Si alza, toglie la giacca ad Arturo, la indossa e va a guardarsi allo specchio) E un po’ stretta, ma può andare.

STOMIL                Vieni, Eleonora. Ormai siamo solo due poveri, vecchi genitori.

EDDIE                  Non allontanatevi troppo, però, e aspettate che vi si chiami.

ELEONORA         Vieni con noi, Alina?

ALINA                  Vengo. Lui mi amava, e questo nessuno potrà togliermelo.

STOMIL                (tra sé) Mah, chiamiamolo amore...

ALINA                  Hai detto qualcosa, papà?

STOMIL                No, niente.

Eleonora e Stomil escono, a braccetto. Alina li segue. Eddie si rigira dinanzi allo specchio, dandosi l’aria prima «seducente» poi «dignitosa», assumendo svariate pose, facendo sporgere il mento, mettendosi le mani sui fianchi, ecc...

EUGENIO            (attraversa la scena con le scarpe di Eddie in mano. Si ferma accanto al corpo di Arturo) Si direbbe, Arturino, chetu non serva dasero più a nessuno. (Si ferma meditabondo vicino al corpo di Arturo).

EDDIE                  (esce e rientra subito dopo con un registratore. Lo posa sul tavolo e lo accende. Si diffondono nell’aria, subito a volume molto alto, le note del tango «La Cumparsita»: necessariamente questo e nessun altro) Signor Genio, ci facciamo un giro?

EUGENIO            Io e Lei? Bah, in fondo, perché no? (Poggia le scarpe vicino ad Arturo e fa coppia con Eddie).

Si mettono in posizione, aspettano la battuta e cominciano a ballare. È Eddie a condurre. Ballano. Eugenio é canuto, dignitoso, in giacchetta nera, calzoni a righe, il garofano rosso all’occhiello. Eddie lo cinge alla vita: indossa la giacca di Arturo, troppo stretta per lui, dalle cui maniche troppo corte sbucano le sue possenti manacce. Il ballo in perfetto stile, con tutte le figure e i passaggi del tango classico. Ballano finché non cala il sipario. Si sentono ancora per un po’ le note de La Cumparsita, diffuse dagli altoparlanti in tutto il teatro, anche quando le luci in platea sono ormai accese.

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