Tempu di pisatina

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STRAULIATA

 


Commedia campestre in tre atti

 

di: Rocco Chinnici

Cosa spinge un autore di teatro, dopo aver pubblicato varie opere che affrontano temi di attualità come la mafia e la questione morale, a rovistare nella propria memoria, facendo un salto indietro di quasi cinquant’anni e a regalarci questa deliziosa commedia? Ed è soltanto un caso che Rocco Chinnici abbia voluto affidarne la prefazione al sottoscritto?

Queste sono state le prime due domande che mi sono posto dopo la lettura di Tempu di pisatina, a cui cercherò di rispondere. Riguardo alla seconda, vi dirò subito che non si tratta di un caso, non solo per l’amicizia e gli interessi culturali che ci legano, ma anche e soprattutto per gli aspetti comuni della mia e della sua infanzia. Stessa scuola elementare durante l’inverno e a primavera inoltrata, finita la scuola, al Parco Vecchio, ad aiutare i genitori nei campi. A noi bambini toccavano i lavori meno pesanti, ma non per questo meno importanti. Riempire d’acqua fresca le lancedde o i bummuli ’a testa ’i l’acqua, e poi portarli sulle spalle dopo aver percorso un chilometro fino all’aia, era un incarico che ci riempiva d’orgoglio, soprattutto quando i contadini, con la loro faccia piena di sudore e di polvere, dicevano a sete estinta: «Bravu u picciriddu! E stasira a pigghiari i granci!». Ma non era solo questo che ci rendeva felici e che ci faceva sentire già grandi, quanto il viaggio stesso per giungere alla sorgente. Il sentiero, in alcuni tratti, era sconnesso, tanto che si rischiava di cadere nelle pozze d’acqua; ma ciò faceva parte del gioco, e la ricca vegetazione faceva dimenticare il pericolo. Si cominciava il cammino attraversando frutteti naturali, dove trovavi gelsi bianchi e neri, fichi, mele, pere e noci; e mentre t’imbrattavi del succo dei gelsi neri, la cicala con il suo meti e pisa e porta a casa ci ricordava che era già estate. Si continuava, poi, attraversando un vero e proprio paradiso, con un limpido ruscello al centro, tra fitte vegetazioni e brulle aridità, con l’ultimo ristoro all’ombra dei pioppi. Ma la cosa più straordinaria rimanevano gli incontri con le lepri e le donnole, per arrivare infine alla testa ’i l’acqua (la sorgente), alla base di una roccia rosa abbracciata dalla cascata, madre del ruscello che attraversava il Parco Vecchio. La cascata e la scalata della roccia erano parte dei nostri giochi, cui presenziava la sacralità di quella sorgente. Lì s’immergevano delicate lancedde di stagno e bummuli di terracotta e, dopo un sorso d’acqua, iniziava il ritorno che doveva essere più veloce, per non sentire il classico rimprovero «Ma unni isti, a America, a gghinchiri ’st’acqua?». Sull’aia, muli e cavalli venivano fatti girare sulle spighe secche al grido di «E gira, mareddu, gira»; noi bambini partecipavamo ai canti e, alla fine della pisatina, potevamo spagghiari e tenere aperti i sacchi per il grano, che i contadini avevano misurato con il tùmmino. La sera, dopo una capatina al ruscello in cerca di granci, la cena era a base di pasta e patate e insalate di pomodoro e cipolle, da mangiare con l’aiuto di una forchetta di canna. Allora, iniziava la magia dei racconti: sul giaciglio che i genitori preparavano ai margini dell’aia, si stava attenti che il sacco che faceva da coperta ci proteggesse dalla luna, che non si diventasse lupi munari, e si aspettava che i contadini narrassero di lavori eccezionali, spiriti e uomini che, al plenilunio, si aggiravano ululando tra le case. Ci addormentavamo così, tra la paura di quei racconti e la voglia di conoscerne di nuovi, per poi risvegliarci alle prime luci dell’alba già pronti per una nuova giornata di sudore e avventure.

Quanto finora ho raccontato credo contenga, in parte, risposta alla prima domanda d’inizio, perché è il racconto dell’infanzia dell’autore; e non ho alcun dubbio che rappresenti, più che profondamente, l’anima di questa commedia, cioè quell’insieme di conoscenze e di esperienze che determinano le scelte di una vita, all’insegna della passione, della generosità e della solidarietà. Tempu di pisatina fa emergere questi valori e riporta all’attenzione di chi ha perso la memoria la necessità di recuperare le origini. Recupero qui effettuato con il linguaggio semplice e concreto dei contadini che con la campagna e con l’acqua sono in simbiosi, un linguaggio belmontese paterno che impreziosisce quella che è una favola da trasmettere, come tale, ai figli e ai nipoti; e che Rocco Chinnici trasmette ai bambini, a quelli veri, perché la usino contro la devianza che sbarra loro la via della favola. Favola che solo favola non è, un amalgama avito di storia e finzione, che pure è radice di ferma credenza e cultura.

Un racconto insomma dove persino l’amore scorre leggero, e dove diventano protagonisti personaggi veramente esistiti. Fra Gilormu o frate Girolamo di Tagliavia, ancora oggi incute timore agli anziani di cui raccontano di suoi strani poteri. E a zà Pitrina era una contadina che ha messo al mondo diversi figli e ha quasi sempre vissuto al ParcoVecchio.

La strana leggenda della grotta delle sette camere che tanto ha pervaso di mistero ed avventura i sogni dei bambini belmontesi, qui si intreccia magicamente con quella del grancio d’oro che alla fine della commedia, dopo averti messo i brividi addosso, obbliga a chiederti: ma tutto sommato perché questo racconto non dovrebbe essere vero? In fondo noi belmontesi conosciamo così poco dei nostri antenati.

                                                                Franco La Barbera

Personaggi

            Vanni  (anni 55)                 padrone della tenuta

            Grazia(anni 45)                     moglie

            Ninetta(anni 25)                     figlia

            Damianuccio(anni 6)            figlio

            Pietra   (anni 55)                   contadina

            Peppina(anni 53)                  contadina

            Bartolo(anni 50)                     contadino

            Melchiorre(anni 56)   contadino

            Andrea           (anni 28)           carrettiere

            Antonino        (anni 27)           garzone

            Carmela   (anni 23)

            Venerina  (anni 20)

Dottore   (anni 50)

            Frate Girolamo                     monaco di Tagliavia

            Comparsa  (ragazzo anni 10)

Contadini

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(Un’aja, nella tenuta di Parcovecchio: dei govòni di frumento che aspettano d’essere calpestati dai muli, dei setacci, tridenti, pale di legno ed altre cose che servono per setacciare il frumento. A destra la casa di padron Vanni; a sinistra un magazzino, e, accanto, una “pinnàta” (mezza casa) dove i contadini usano mettere le bestie e attrezzi da lavoro. Da fuori si sente arrivare un inneggiare di contadini che, in un altro spiazzo, fanno girare dei muli su govòni già finiti d’asciugare)..

V.F.C.

Gira, mareddu gira! Spagghiamula, spagghiamula! (Ancora canto, e dopo un po’ ancora incitamento alle bestie) Oh, quantu è beddu mareddu! E gira mareddu gira! Spagghiamula, spagghiamula! (Entra un frate con una bisaccia a tracolla, va chiedendo elemosine a favore di un convento del feudo di Tagliavia).

FRATE GIROLAMO

(Bussa alla porta ed affaccia donna Pietra) Fati la carità a li monaci di Tagghiavia; sulu un pocu di frumentu e ‘na minzaluredda di vinu vi dumannu, e lu Patri Eternu vi nni farà ricca l’annata.

PIETRA

Tiniti, fra Gilormu; l’annata fu scarsa.

FRATE GIROLAMO

Lu Signuri vi nni farà grazia, donna Pitrina.

PIETRA

Grazia, si! E lassatilu stari lu Signuri, cu tutti li pinseri ca havi… (Se ne rientra).

FRATE GIROLAMO

(Portandosi verso il proscenio) Sugnu frati Girolamu, o, comu tutti mi ‘ntenninu: fra Gilormu; e giru feuda, feuda, circannu un pocu di pruvvidenza. Lu cunventu di Tagghiavia è granni; li frati semu tanti, la nostra terra è picca, e lu fruttu ‘un basta. E accussì giru dumannannu limosina, ‘ncuntrannu tanta genti, canuscennu tanti storii; e chista, di unni ora mi trovu e di cui vi vogghiu narrari, è la storia di patruni Vanni, genti onesta e travaghiatura, attaccata a la propria terra, chi campa di chiddu ca duna l’annata, e l’annata pari propriu ca nun prumetti nenti di bonu, e… comu si ‘un bastassi… (Si avvia uscendo e chiedendo elemosina).

V.F.S.

(Escono donna Pietra e donna Peppina e riprendono il loro lavoro di setaccio e di spaglio. Si sente ancora un leggero canto di contadini). Spagghiamula, spagghiamula!

PEPPINA

Eh, st’annata c’è picca di chi spagghiari, donna Pitrina, a secala avvinciu lu frumentu.

PIETRA

Distinu ca aguannu havia di essiri caristìa; mah, ”bon tempu e maluttempu, nun dura tuttu l’annu!” dicianu i nostri patri.

PEPPINA

E ‘ntantu è lu terzu annu ca ripitemu sempri la stissa cosa, e l’annata nun cancia. Chisti sunnu disgrazii, zà Pitrina, disgrazii ca pigghianu sulu la genti onesta e puvuredda… “ah, quantu è beddu lu pumaramuri!”

PIETRA

Cu l’havia di diri ca propriu u zù Vanni, s’havia di ‘nginucchiari a la mala sorti.

PEPPINA

Eh, già! ‘Un c’è peju di quannu a ‘na casa ci va fa visita la disgrazia: “mala sorti, mala morti!”

PIETRA

Santu cristianu zù Vanni! Patruni bonu e di veru rispettu; nun ha mai pirdutu ‘na missa, travagghiatu  un jornu  di festa cumannata… e comu si nun bastassi, puru la mal’annata!

PEPPINA

Eh, povir’omu! (Si sente il vociare dei contadini) E d’idda, d’idda chi si nni fici?… (ironica) da signura!

PIETRA

La pesti chi si la mancia! Ad idda e a ddu tintu scilliratu sconza famigghi di ‘mpari Japicu. Ma chi ci vitti a stu pezzu di cataprasima? Chi ci vitti?

ANTONINO

(Entra uno dei contadini con un sacco di frumento) Zà Pitrina, unni li jamu mittennu li sacchi cu frumentu?

PIETRA

Mittitili d’arrè i casi, ca a scurata veni Nnirìa cu carrettu e ssi  scinni o paisi. Oh, picciotti jsamu li manu, vasinnò Nnirìa, u viaggiu lu fa vacanti, e u zù Vanni ‘un si po’ pirmettiri sfrazzi.

ANTONINO

A li vostri cumanni, zà Pitrina! Basta ca vui nni faciti li scacciati boni e i guasteddi beddi ‘nsuppati d’ugghiuzzu d’alivi… ah, vidissi ca l’omini stannu livannu di pisari! (Si avvia).

PIETRA

Carriatimi du custarizzi di viti, ca ligna pi camiari u furnu ‘nna pinnàta nun ci nne cchiù. E faciti veniri a Vinnirina pi ‘mpastari, ca idda è giuvini e havi li pusa cchiù forti, si nno pi notti putemu ‘nfurnari.

ANTONINO

Sempri a li vostri cumanni, zà Pitrina. (Esce a posare il sacco dietro le case).

PEPPINA

Beddu figghiu Ninuzzu! Garbatu, travagghiaturi… certu ca pi zù Vanni fussi un bonu jenniru… sempri si a signurina Ninetta jissi a geniu.

PIETRA

A signurina Ninetta, si! ‘Na brava picciotta, cu dici di no, ma… chidda sturìa, havi la littra! Abbita ‘n città, e cu sapi quantu giuvini allittirati ci firrianu ‘ntunnu… ih, a Ninuzzu pensa!

V.F.S

(Si sente ancora un canto e il ringraziamento al Sacramento)

Ringraziamu e ludamu lu santissimu Sacramentu! Ringraziamu e ludamu lu santissimu Sacramentu!

VANNI

(Entra Vanni) Zà Pippina! Zà Pitrina! A chi semu cu frumentu?

PIETRA

Salutamu, zù Vanni.  L’omini stannu livànnu di spagghjari. Ninuzzu purtau i mula all’abbiu, e ora stannu niscennu i sacchi d’arrè li casi a puntu di carrettu. Vossia ‘un mancia cu nuiautri? U tempu ca Vinnirina ‘mpasta a farina e… ‘nfurnamu du scacciateddi; havi ‘na jurnata ca l’omini mi dumannanu; a vossia ci nni fazzu una… di chiddi o solitu: cu a cipudduzza ‘ngranciàta.

VANNI

Manciati, manciati cu vostru commiru, di mia nun vi nni ‘ncarricati. Arrivu a serra a cogghiri du piridda ‘ncirati; stasira haju a me figghia  Ninitta dintra a manciari, e…

PEPPINA

E siccomu a signurina Ninitta, li piridda ci piacinu di quannu era nica… E cu a scola? A quannu i confetti…

VANNI

Di la lauria, vui diciti? E chi vaju a diri, donna Pippina, havi di poi ca… vui u sapiti, chi vi staju a cantari; havi di chi ristau… dicemu urfanedda, ca u studiu nun l’ammela cchiù!

PIETRA

Criatura, nun parìa! Era la miravigghia di tutti!

VANNI

Eh! Quannu si pensa ca li cosi parinu cirtizzi, ‘nta ‘na graputa e ‘na chiuduta d’occhi diventanu stranizzi, picchì cancianu! E’ u jocu di la vita! Mah, pascenzia zà Pitrina! Pascenzia ci voli! Manciati, manciati vuiavutri ca ju arrivu a serra (esce).

PEPPINA

Pi davveru un galantomu è u zù Vanni! Nun sa miritava propriu sta disgrazia! E’ propriu veru; lu muttu anticu nun sbagghia mai: “la megghju acqua s’a vivinu li purceddi!” 

VENERINA

(Entrano allegre, Venerina e Carmela) Cà semu, zà Pitrina, a li vostri cumanni. C’avemu a fari? L’omini dicinu ca hannu fami di vinniri!

PEPPINA

‘Gna certu, havi di quannu si fici l’arba ca spagghianu! Su stanchi, puureddi!

CARMELA

Picchì, nui no?

VENERINA

Sempri a cerniri, a cerniri…

CARMELA

 ‘Na vota ca stu travagghiu u cumanna lu ventu, avemu di chi jrici d’appressu!

PEPPINA

‘Nveci vuiautri vulissivvu iri d’appressu a li giuvinotti! Dicitimi a virità!

VENERINA

E chi è ‘donna Pippina, piccatu murtali si pi davvero jissimu d’arre li giuvinotti?

PIETRA

Nun trasemu ‘nna sti discursa, picciotti, picchì veru nun nni niscemu cchiù.

CARMELA

Chi è ‘gna Pippina, ci acchiana a nustalgia?

PEPPINA

Acqua passata è a nostra, anchi si sti discursi smovinu sempri… l’acqui stagnanti!

CARMELA

Acqua di stagnu, vossia nun pari propriu.

VENERINA

Donna Pippina è acqua ca ancora… s’incrispa! (Risata generale)

PIETRA

Avanti picciotti, vu dissi ca si trasemu ‘nna stidiscursa nni pirdemu. Trasiti ‘nveci dda jintra o magasenu, allatu a vutti vecchia c’è a maidda e u saccuneddu cu a farina; e tu, Vinnirina ‘ncumincia a ‘mpastari. (Si avviano) Ah, Vinnirina! Vidi ca u criscenti è dintra u vasu di crita!

CARMELA

Oj i fazzu ju li scacciati, zà Pitrina; ‘n campagna unni me nonna i lassanu fari a mia, picchì dicinu ca… si liccanu lu mussu!

PIETRA

E oj nnu vo fari liccari a nuiautri lu mussu, amu caputu, ma s’aviti di bisognu chiamati, e li scacciati… mi raccumannu, pirciatili, vasinnò vuncianu comu li buffi!

VENERINA

(Uscendo) Va beni, va beni! Vossia ‘un stassi ‘mpinsèri!

PEPPINA

Beddi fimmineddi, Carmela e Vinnirina, ma tisi!

PIETRA

Vu pinsati, ‘gna Pippina, di dari la curpa a iddi si ssu tisi o no? La curpa è sulu di l’età. Chi è, vu scurdastivu quannu curriavu d’arrè a vostru maritu… bonarma? La vita è ‘na rota ca gira, e nun la putemu firmari mittennucci u pedi pi davanti.

PEPPINA

E cu dici di no! Ju ‘ntennu diri ca… ci sunnu fimmini carmi e fimmineddi… svintatizzi.

PIETRA

Com’eravu vu ‘na vota! Chi è, mancu a li vastunati ca vi desi vostra matri cchiù pinsati, quannu attistavavu ‘na cosa? (Entra Antonino con altri due contadini: Bartolo e Melchiorre, sono più adulti di lui; hanno sulle spalle dei piccoli mazzi di tralci di vite).

ANTONINO

Zà Pitrina, vossia dici ca bastanu chisti, o vaju pi l’autri?

PIETRA

Bastanu, bastanu si! Lesti addumari lu furnu, ca cu stu caudu a pasta allevita subitu. (Li posano li davanti e Antonino uscirà spesso a prenderli per il forno).

MELCHIORRE

E cu a vuluntà di Diu, pi oj di pisari e spagghiari finemu. Zà Pitrina, u caudu ‘nn’arrustutu li carni, e i mula, poviri bestii, su stanchi morti; vu atu statu ccà!

PIETRA

E unni aviamu di stari? Chi forsi amu jucatu?

MELCHIORRE

Ju nun dicu chistu, vi vulìa sulu ricurdari lu muttu anticu.

PIETRA

Sintemulu stu muttu anticu.

MELCHIORRE

“Si ‘ntra laria nun stai mentri si spagghia, sarrai prestu riduttu a pani e agghia”. (I due ridono).

PEPPINA

Mircioni, bona longa a sapi!

PIETRA

(A Melchiorre) Chi senti diri? (A Bartolo che sta ridendo) E vu nautru  chi ci riditi? Vistu ca povira ci sugnu, c’haju di divintari puru limusinanti?

BARTOLO

Nun ci dati cuntu cummari Pitrina; è u pitittu ca lu fa sparrari! Anzi a prupositu, a chi puntu semu? Ca nui nni lavamu ‘n tantu (si avviano alla fontanella che si trova lì in un angolo e si sciacquano le mani e la faccia).

PEPPINA

Cu vuautri dui semu sempri a lu puntu di partenza! Nun aviti mai ‘na bona nova di darinni, comu siddu nuiautri avemu statu ccà a cuntarinni li cunta! Nun avemu cirnutu? O chi vi pari? A prupositu, vu ‘nsignu ju n’autru pruverbiu, e tinitilu bonu a menti: “cu pensa e dici all’autru ca nun fa nenti, tempu nun passa chi ‘un parra e mancu senti”.

PIETRA

(Melchiorre finge d’aver perduto la parola e di non sentire, e fa versacci a zia Peppina). Si, si babbìa tu nautru! Vulissi tu vidiri si fussi veru!

BARTOLO

E bonu cummaruzza bedda! Lu canusciti Mircioni com’è! Havi sempri u filu di lu smanciu; è natura!

PIETRA

Va beni si! Avanti, avanti jsamu i manu! Ca u zù Vanni arrivau a serra, e a mumentu è ccà…

MELCHIORRE

E chi c’è zà Pitrina? Livamu nuautri! Chi ‘un putemu mancu cchiù parrari a livata manu?

PIETRA

E chi dicu chistu, iu, forsi?

BARTOLO

A zà Pitrina ‘ntenni diri di ‘un schirzari pisanti cu i pirsuni cchiù granni.

PEPPINA

Oh, binidittu tuttu! Ma u sai ca si veramenti spertu, figghiu?

VENERINA

(Venendo fuori dalla pinnàta) Zà Pitrina, zà Pitrina! U furnu è camiatu, e Carmela dici ca la pasta sta allivitannu. Priparamu fora o dintra?

PEPPINA

Chi dintra e dintra! Cà (indicando l’aja), supra a pagghia cà fora, nn’assittamu ‘n terra, nni laria a manciari. (A Bartolo) Vu, zù Vartulu trasiti o magasenu, ‘nfunnu, a manu manca unni ci su li stipi, c’è ‘na cannata, jinchitila di vinu vecchiu di Cascavaddotti; racina ‘nzolia ca fa firriari lu ciriveddu.

VENERINA

Chi è zà Pippina, ‘ncrispa, ‘ncrispa?

PIETRA

Arreri, picciotti? Finemula vi dissi! Tu, Vinnirina, pigghia quantu servi pi manciari fora, e ricordaci a Carmela di pircialli li scacciati, si no…

VENERINA

Vuncianu comu li buffi!

PIETRA

Avanti, avanti! ca poi Mircioni nni cunta a storia di brianti, figghi di la mammaddaa ca abbitavanu ‘nna grutta di li setti cammari… o si nno, chidda di “lu granciu d’oru”.

VENERINA E CARMELA

Si, si chissa, chissa! Chidda di la grutta di li setti cammari, già nna cuntau.

VENERINA

Zù Mircioni, senza sta vota… firmarisi a mità! Tutta, nni l’havi a cuntari tutta!

PEPPINA

E allura zù Vartulu inchitila bedda china a cannata (Bartolo esce). Quannu a cannata è bedda china, cunta cunta ca si fa matina. (Si sente arrivare un carretto; è Andrea).

ANTONINO

Nnirìa arriva sempri a puntu giustu! Aiutamuci a spajari u carrettu, si nno li scacciati si fannu friddi. (Gli uomini escono a dare una mano).

PEPPINA

(Ironica) A oj Carmela mancia cu cchiù fami!

CARMELA

E picchì propriu ju, zà Pippina?

PEPPINA

E picchì, picchì? Picchì tu, figghia, si cchiù… svintatizza, e Nnirìa…

PIETRA

A zà Pippina chiffari ‘un nn’havi oj e sparla. (A Carmela) Nun ci dari cuntu Carmela; idda senti diri… ‘nzumma ca… Nnirìa ti piaci e… si cuntenta ca è ccà!

VENERINA

E chi è vriogna pi ‘na fimmina si un omu piaci, zà Pippina?

PEPPINA

Vriogna? Quannu mai! E cu dici chistu! Vogghiu diri, anzi, ca ‘na fimmina nun s’havi a mustrari di facili prisa, eccu; chistu vulia diri!

CARMELA

E chi c’è di mali si Nnirìa mi piaci e nun pozzu ammucciari li me sintimenti?

PIETRA

(Rientrano gli uomini) Forza picciotti ca la panza chianci! Ninu ajutacci a Vinnirina a purtari li scacciati (vanno a prenderli).

ANTONINO

 (Antonino rientra con Venerina, porta una madia piena di “schiacciate” e “muffolette”). Pronti, zù Mircioni! Avanti ca si mancia! (Fanno largo aiutando a sistemare le cose. Bartolo rientra con una grossa cannata di vino; qualcuno va a lavarsi alla fontanella accanto alla pinnata).

ANDREA

(Va ad abbracciare Carmela e poi zia Pietra alzandola da terra) Zà Pitrinedda bedda! Sempri tisa vu. L’anni vi portanu saluti!

PIETRA

Saluti, si! Putissiru arrivari ‘n celu li to paroli. Chi bona nova nni porti du Minzagnu?

ANDREA

(Mangiano, alcuni si servono prendendo dalla madia, altri sono serviti da Carmela) Du cosi: una ca ficiru l’aumentu valuri a l’animali e li prupritari parteru pi u municipiu a fari guerra a lu sinnacu; e l’autra, si vi po’ ‘ntirissari, è ca (ironico) Japicu… (guardando le ragazze che si girano come se fossero disattente) vu mi capiti di quali Japicu parru? Dici ca purtau a signura… (riguarda le ragezze per non far capire) ‘n menzu a ‘na strata (ironico) a fari la si-gno-ra.

VENERINA E CARMELA

(Le ragazze, che invece origliavano, intervengono subito) Comu comu? Chi dissi, chi dissi? Chi voli diri? E chi bisognu c’era di purtalla ‘nmenzu ‘na strata, si già era signura?

PIETRA

Zitti! stativi muti! Ca vuautri sti cosi nun li putiti sentiri. (Le ragazze parlano tra di loro cercando di capire). Chi cosi, chi cosi chi s’hannu a sentiri! Nun c’è cchiù fidi!

PEPPINA

U signuri (facendosi il segno della croce) m’havi a pirdunari, ma ci haju piaceri. Mi dispiaci pi ddu santu cristianu du zù Vanni; ma chissu idda si miritava!

BARTOLO

E iddu, iddu! U zù Vanni, u sapi? Chi beni ca ci vulìa a dda gran… (si tappa la bocca guardando le ragazze che stavano a sentire e si mettono la manina davanti la bocca ridendo e qualcuna facendo le spallucce).

MELCHIORRE

Forsi è la vota bona ca finisci di scurdarisilla.

PIETRA

Scurdarisilla si! sulu a morti lu po’ jutari. Manciamu, manciamu ca si friddanu li scacciati! (Iniziano a mangiare. Andrea mangia e parla appartato con Carmela, mentre gli altri: chi beve chi parla della situazione mostrando meraviglia). Vinnirina, damucci a biviri a Mircioni, si voi ca nni cunta a storia di “lu granciu d’oru”.

VENERINA

Veru è! Cà, zù Mircioni (gli versa da bere). Accusì, beddu chinu, cu a spiranza ca fussi a vota bona di canusciri finarmenti tutta la storia di stu granciu (le due ragazze ridono).

MELCHIORRE

Riditi, si! Comu sintiti vi vogghiu! (A Venerina) Tu, stanotti nun chiudirai occhi. Sintiti a mia, va curcativi ca chista nun è storia pi vuiavutri. 

CARMELA

E avanti, zù Mircioni, nun ‘ncuminciamu cu… (ironica) lu “va curcativi”, ca cà, sta sira, nun si chiudi veramenti occhi si prima ‘un nni cunta tuttu pi filu e pi signu.

MELCHIORRE

Accussì diciti?

PEPPINA

Mircioni, allura veru longu si! E cuntala pi ‘na vota e pi sempri sta biniditta storia.

MELCHIORRE

E va beni, lu vulistivu vuiavutri, ‘un mi diciti poi…

TUTTI

Ancora!!!

MELCHIORRE

Dunca, (si dispongono seduti a semicerchio) aviti a sapiri ca tanti e tantissimi anni fa, nna stu feudu, chiamatu “Parcu Vecchiu”, quannu ancora ‘un c’era mancu ‘na casa, la vaddi era ricca di vigitazioni; u vadduni, unni ancora scurri l’acqua, era chinu di pianti rari, chinu di ciuri ca parìanu pittati… l’acqua era trasparanti comu fussi di cristallu, ‘nvitava a faritinni ‘na bedda pansàta…

PIETRA

Zù Mircioni, picchì ora nun è trasparenti? ‘Un nni facemu li beddi bivuti? E nun ci su macari li granci!

MELCHIORRE

Si, macari ora ci su puru li granci, ma nun è comu a ddi tempi! Allura, stava dicennu… ah, si! Li petri di stu vadduni eranu pupulati di granci ca trasianu e niscianu di li tani, e mensu a tutti sti granci ci nn’era unu ch’era d’oru…

LE DONNE

(Meravigliate) Oh!!!

MELCHIORRE

 (Con tono misterioso) Havia strani putiri…

CARMELA

Bumma!!! Ura è! Comu facìa un granciu a essiri d’oru, e aviri strani putiri?

ANDREA

Ragiuni havi Carmela, zù Mircioni! E poi, s’era d’oru, comu diciti vui, comu facìa a manciari e a campari?

PIETRA

Veru è! S’era doru, voli diri ca era pisanti, e comu facìa allura, s’era pisanti, a nesciri fora di l’acqua e pigghiari aria?

ANDREA

Ah, picchì li granci si nun pigghianu aria morinu? E quannu ci sunnu li mali attimpati e lu vadduni scinni ‘n china, comu fannu a nesciri di li tani e pigghiari ciatu, a currenti nun si li trascina?

MELCHIORRE

E viva lu bestia di tu nautru! Tu granciu ha statu? Comu fai a diri ca l’acqua ti trascina? Quannu sciuscia lu ventu di sciroccu, quantu cosi si svola; nn’ ha vistu vulari ma cristiani?

BARTOLO

Eccu picchì a storia nun arriva mai a fini! Picchì ognunu havi di diri sempri la so; e lassatilu cuntari!

VENERINA

(A Bartolo) Si ‘un si ci metti puru vossia, zù Vartulu, forsi è a vota bona di sentiri finarmenti comu finisci.

BARTOLO

(Risentito perché proprio lui non aveva aperto per niente bocca, si alza) Ah si! Accussì la pigghiati? Unu cerca di livari e ‘nveci… u sapiti chi vi dicu, ca ju mi va curcu, tantu amu caputu ca chista è storia ca nun avrà mai fini, e ju… (Si avvia mentre gli altri lo invitano a rimanere).

PEPPINA

Puureddu, ci facistivu passari lu piaciri.

ANDREA

E allura! Sta storia, si cunta o nun si cunta?

TUTTI

Si cunta, si cunta! Forza zù Vartulu, viniti cà, ca ‘ncuminciamu.

PIETRA

Cà, zù Vartulu! (Rientra) Avanti zù Mircioni, attaccamu.

VENERINA

Si, si zù Mircioni!

MELCHIORRE

Attaccamu cu a prumissa ca… u primu ca si ‘ntrumetti, ju mi vaju a curcu pi ddavveru.

CARMELA

Si, ma… si ‘na cosa unu nun la capisci?… (Rientra Bartolo e si va a sedere).

PEPPINA

Si la va cerca nni l’abbiccidariu. (Melchiorre guarda seccato).

PIETRA

Arreri! E stativi muti!

MELCHIORRE

Allura, unni eramu arrivati?

ANDREA

Semu sempri o puntu di partenza. (Melchiorre si alza per andare)

PIETRA

Ma chi faciti, zù Mircioni?

MELCHIORRE

Mi nni vaju a li pagghiara, a dormiri.

PIETRA

E avanti zù Mircioni, Nnirìa ‘ntinnìa diri ca semu sempri o puntu di partenza… comu pi diri ca la storia havia ‘ncuminciatu di ora. (Melchiorre si risiede).

MELCHIORRE

E l’urtima! (Si risiede, mentre gli altri battono le mani) Ora vu fazzu vidiri ju a lu primu ca parra!  Dunca… ah si, lu granciu! (Il racconto deve essere narrato con tanto mistero). La virità è, ca lu granciu divintatu d’oru, nun era avutru ca un picciriddu trasfurmatu in animali, un picciriddu cumannatu di l’omini chi zappavano la vigna, a jinchiri ‘na quartara d’acqua. ‘N mentri jinchìa la quartara, lu nnuccenti, svinturatu, fu muzzicatu di ‘na trarantula ca tissia la tila ‘n menzu li ruvetti supra di unni sgurgava l’acqua; subitu divintau granciu, scappannu ‘mpauiritu dintra ‘na tana. L’omini e li fimmini, vidennu tardari lu picciriddu, stesinu ‘mpinseri e partenu a circallu. Giranu tuttu lu vadduni, di munti a vaddi; nenti, sulu la quartara vistinu, la quartara cu l’acqua ca strabbuccava di fora; di lu picciriddu si persinu ‘n sinu li tracci. La matri, scunsulata, chiancia lacrimi amari; ‘nna ddu mentri ca chiancìa, una di ddi lacrimi cadiu propriu supra di so figghiu “granciu” mentri fuja di ‘na tana a n’avutra, facennulu divintari d’oru. 

LE DONNE

(Meravigliate) Oooh!!!

VENERINA

Bedda matri!!! (Ha paura e guarda nel circondario) Mi scantu!

MELCHIORRE

Ora passanu quasi cent’anni di poi ca successi stu ‘ncantisimu.

PIETRA

E stu ‘ncantisimu, zù Mircioni, arriva ca si sciogghi? Ddu picciriddu…o megghiu ancora, lu granciu?…

MELCHIORRE

Si dici ca lu ‘ncantisimu si sciogghi sulu si manu umana rinesci a tuccari lu granciu d’oru.

PEPPINA

E nuddu l’ha pututu tuccari sinora? E poi… è sicuru ca (guardando in giro, quasi impaurita) stu granciu d’oru, è ancora vivu?

MELCHIORRE

Certu, sinu a quannu ‘un si sciogghi lu ‘ncantisimu nun po’ moriri, picchì è magicu, e la magìa sinu ca è magìa nun mori mai. Corcunu dici d’avillu vistu luccicari ‘nna l’acqua di lu vadduni e scappari ‘n menzu li petri.

CARMELA

(Impaurita, si stringe ad Andrea) E si sta notti mu ‘n zonnu? E cu dormi cchiù ora! (Ha paura e sente un rumore venire da li vicino) Zitti! (Si sente un leggerissimo vagito di neonato) Sentu un rumuri veniri di dda ‘nfunnu; mi parsi un chiantu di nutricu.

BARTOLO

(Mentre tutti guardano dove ha fatto segno Carmela) Vu mmagginati si rivau l’ura ca si sciogghi lu ‘ncantisimu, ed è lu granciu ca si va (misterioso) trasfurmannu?

VENERINA

E bonu, zù Vartulu! Puru a mia mi parsi di sentiri chianciri. Finitila di jiucari! Ca ju mi scantu.

PIETRA

Ma quali ‘ncantisimu e granciu! Quali chianciri! Sicuramenti rumuri di passa; macari è u zù Vanni ca scurau e torna da serra.

PEPPINA

U zù Vanni, si! A st’ura cchiù! Sicuramenti scinniu di dda bbanna: “da costa ò lupu”. Ju dicissi di jirinni a curcari.

BARTOLO

(Alzandosi e mettendosi lo scialle sulle spalle) Amu caputu; forsi è ura pi davveru di jirinni a curcari, voli diri ca sta storia la sintemu nautra vota e… a ghjornu chinu.

MELCHIORRE

Vi lu dicìa ju ca nun è storia pi vuiavutri. Vaja, amuninni Vartulu, amuninni a li pagghiara, ca li jazza aspettanu. (Ad Andrea e Antonino) E vuiavutri a cu aspittati di susirivi?

ANDREA

‘Ncuminciati a fari strata ca nui ora vinemu.

BARTOLO

Eh no, vuiavutri dui viniti avanti di nuiautri, prima ca pigghiamu sonnu; nun mi vulissi vidiri svigghiari’nta lu megghiu di dormiri.

VENERINA

E nni lassati suli? Nui nni scantamu!

PIETRA

Ma quannu! Vi curcati ammenzu di mia e a zà Pippina. (Agli uomini) Jitivinni, jitivinni a dormiri vuiautri, ca dumani è nautra jurnata!

BARTOLO

Bonanotti, zà Pitrina!

GLI UOMINI

(Avviandosi anche loro) Bona notti, (Andrea e Carmela si mandano baci) bona notti a tutti! (Si avviano).

PEPPINA

Bona notti, bona notti! (Tra se) Spiramu.

PIETRA

Chi veni a diri spiramu? ‘Un mi diciti… ca puru vui, sintistivu…

VENERINA

‘Un l’aviamu a fari jiri l’omini! (Guardinga) Mi scantu zà Pitrina.

PIETRA

E avanti, babbasùna ca si! Cu voi ca ci havi a essiri? Amuninni va! (E si avviano. Poi a Carmela) Ah, Carmela! tu ca si cchiù curaggiusa, pigghia ddi scacciati ca ristanu dda, supra la pagghia, picchì cà fora, di notti si mancia la vurpi! (Carmela stava per andarli a prendere…)

CARMELA

(Impaurita e guardinga, torna indietro) La… chi cosa? Ci sunnu puru li vurpi? (Si aggrappa a Peppina) Amuninni, amuninni a curcari zà Pippina! E ju pi davveru dormu ‘ntra lu menzu di vuiavutri dui. (Escono guardandosi in giro. In penombra si vede comparire una figura umana ammantata, ha tra le braccia un bimbo avvolto in fasce. Entra controllando se qualcuno possa vederla).

GRAZIA

Nun chianciri, armuzza nuccenti, ca finiri havi lu to sòffriri; ‘un t’abbannunu, no! Ti guardu di luntanu; nun sugnu ‘na matri scillirata ca…(quasi piangendo) nun ama lu so figghiu; sugnu sulu ‘na povira matri ca nun havi chi manciari. Cà avrai chiddu ca ti manca, ‘n sinu l’affettu, megghiu du latti di lu pettu. Addiu figghiu miu, nun chianciri, (gli da un bacio) a ricordu di l’unica cosa ca ti potti dari. (Lo poggia a terra, davanti la porta di casa dove dormono le donne. Si allontana lentamente, si rigira e manda un bacio al piccolo in fasce. Entra frate Girolamo).

FRATE GIROLAMO

E’ commiru pi tutti abbannunarisi a semprici giudizi e a facili sintenzi: qualcunu dirà: “matri di strata“, “matri scillirata”; avutri, ‘nveci: “matri senza cori”, matri scunsulàta… E propriu veru, lu pruverbiu nun mori mai: “cu dulura e pitittu nun canusci, lu valuri di la vita nun capisci”. Capitanu cosi nna stu munnu, ca lassanu tutti a bucca aperta. Lu giudiziu avissi aviri li pedi pi putiri caminari; la vucca, di lu sennu s’avissi a cumannari… Sulu ‘na cosa vogghiu a tutti ricurdari: “pinsati, pinsati sempri, prima di parrari”. (Esce. Si sente ancora il pianto del neonato, tanto che una delle donne esce in veste da notte e, con un moccolo acceso dentro un piattino con dell’olio, guarda in giro e s’accorge d’avere proprio sotto gli occhi quel piccolo avvolto come fosse un fagottino).

PIETRA

Oh, madonna di Tagghiavia! E tu, cusi? Cu ti purtò ccà? (Ha paura) ‘Un vulissi ca fussi lu granciu d’oru ca… (Chiama le altre) Zà, Pippina, Carmela, Vinnirina! Viniti, viniti ccà!

LE TRE DONNE

(Anch’esse vestite da notte, escono e rimangono meravigliate) E chistu di unni s’arricogghi? Eccu di cu era lu chiantu! (Preoccupata) ‘Un facemu, zà Pitrina, ca chistu è… (Lo guardano meravigliate e vogliono prenderlo in braccio).

PIETRA

‘Un facemu, ‘un facemu! Dintra, trasemulu dintra e videmu soccu daricci a manciari.

CARMELA

Li scacciati! Damucci li scacciati; nni ristanu tanti!

PIETRA

Li scacciati, si! Comu si vidi figghia ca si sperta! Dintra, dintra, trasemu dintra ca fora c’è friddu..

VENERINA

E comu si chiama, comu si chiama, zà Pitrina?

CARMELA

E cu po’ essiri sò matri, zà Pitrina?

PEPPINA

Uffa!‘Na cosa a vota picciotti! E poi, comu fa a zà Pitrina a sapiri comu si chiama e cu è so matri? Nun lu sapi mancu idda! (Entrano parlando a soggetto, mentre si chiude lentamente il sipario).

FINE PRIMO ATTO

SECONDO ATTO

(Gli anni passano. Scena medesima.).

BARTOLO

(Bendati e a carponi, Bartolo e Damianuccio giocano a toccarsi, e cercano di intonare, a forma di nenia, quanto dicono) Granciu d’oru / unni si?

DAMIANUCCIO

Sugnu dintra / ‘na gran tana!

BARTOLO

Si ti toccu / chi succedi?

DAMIANUCCIO

Lu ‘ncantisimu / si sciogghi!

PEPPINA

(Venendo dalla pinnàta con un “bummulu” (brocca) pieno d’acqua) E avanti, zù Vartulu, finitila di jucari; tiniti cà ca l’omini allantu su sudati e aspettanu l’acqua, e poi faciti cuntu c’arriva u zù Vanni.

BARTOLO

(Togliendosi la benda) E lassatili aspittari ’omini, chi vi pari ca morinu di siti si nun ‘mbivinu subitu?

 

PEPPINA

Nun vogghiu diri sulu chissu!

BARTOLO

(Damianuccio cammina ancora carponi, ripetendo la nenia) Zà Pippina parrati chiaru allura, nun parrati a menzi palòri.

PEPPINA

Sempri cu lu picciriddu, sempri cu lu picciriddu! Accussì lu viziati.

BARTOLO

Tuttu chissu era! Ancora java sintennu… Nun lu sapiti vu ca a mancanza du zù Vanni, u picciriddu ama stari cu mia?

DAMIANUCCIO

Granciu d’oru / sugnu ju! (Tocca la gonna di zà Peppina, e si toglie la benda) Oh, zia Pippinedda! (Non vede Bartolo perché è dietro di lui) Quannu veni ziu Vanni? E ziu Vartulu unni è, scumpariu?

PEPPINA

Ziu Vartulu, ziu Vartulu! Sempri ziu Vartulu! Chi dicissi ‘na vota: “zia Pippinedda” (Damianuccio Si alza e l’abbraccia attorno alla vita).

BARTOLO

Ah, ma lu putiavu diri subitu ca eravu gilusa! zà Pippinedda bedda, ‘nveci di jiricci girannu ‘ntunnu.

DAMIANUCCIO

Ah, ccà siti ziu Vartulu!

PEPPINA

Ju nun vogghiu diri ca sugnu gilusa!

BARTOLO

(Ironico) Mischina! Chi voli diri chissu idda! Vulissivu forsi diri di essiri allisciata, vasata, amminzighiata, o ppuru…

PEPPINA

Certu, picchì no! Nun fazzu puru ju parti di la chiurma, nun l’haju crisciutu puru ju lu picciriddu?

BARTOLO

(Ironico) Ah, l’aviti crisciutu vu! E comu? Dicitimi’na cosa, l’omini, all’antu chi fannu? Zappulìanu lu frumentu livannucci l’irbazza, petri di supra… vui chi faciti pi… Damianuzzu

PEPPINA

Chi fazzu? Comu chi fazzu! Nun zappulìu comu a vuiavutri all’antu?

BARTOLO

Zà Pippina, vossia o nun senti o fa finta di ‘un capiri. Ju, nun ‘ntennu diri zappuliàri… (facendo il verso di zappettare) la terra, ma lu beni; è lu beni ca bisogna zappuliari e curtivari di cchiù; (accarezzando il piccolo Damianuccio) capiu, o ancora no. Lu viditi ‘o zù Vanni, comu ci sta d’arreri a lu criaturi? E di poi ca si maritau a signurina Ninetta ci lassa puru l’arma: si lu porta dappressu comu fussi la so umbra; e a mia macari mi piaci stari cu Damianuzzu, mi ci perdu ‘nsignannucci li cosi, arrivannu a capu di tutti li so “picchì”, mentri vossia si stanca di sintillu. Li picciriddi nun sunnu di lu patri o di la matri… no! Sunnu di cu i voli veramenti beni, e pi beni nun si ‘ntenni sulu chiddu di daricci a manciari o nun faricci mancari li sordi ‘n tasca, ma staricci d’appressu, a jucaricci, parraricci… sciarriarisicci s’è lu casu, ma… tinirisilli attaccati a lu ciancu. Ah, a vossia ci parìa ca lu beni era… troppu commiru fussi. Mi dassi, mi dassi cà l’acqua, avanti ca sintemu l’omini gridari. (Al piccolo) Amuninni, amuninni Damianuzzu ca jamu a scippari l’erba (escon ripetendo la nenia di “granciu d’oru”, lasciando Peppina a guardare).

PEPPINA

Havi forsi raggiuni, santu cristianu. E viva Vartulu ca senza ‘na unghia di littra mi vosi dari sta bedda lizioni. Eccu picchì li picciriddi jittati ‘n menzu ‘na strata, suli, a la varìa di lu ventu, criscinu senza ritegnu; storti, picchì suggetti a tutti li currenti, comu la vigna, ci manca lu riparu, lu sustegnu unni putiri furtificarisi e fari li beddi rappi di racina.  Santu cristianu… e ju, comu tanti autri: matri, patri… e senza mancu fallu apposta, pinsava… nenti, havi propria ragiuni. L’arvulu crisci bonu sulu s’havi lu sustegnu, lu sustegnu… santi paroli.

CARMELA

(Venendo dal fondo con Venerina e zia Pietra. Cantano una canzone campestre;  es. “si  maritau Rosa”, cantano e sono sudate. Hanno in mano chi una zappetta, chi una brocca vuota; zia Pietra ha un po’ di verdura).  Chi c’è zà Pippinedda, c’aviti? Chi ‘un vi sintiti bona oj?

PEPPINA

(Che era ancora presa dal discorso di Bartolo) Bona, bona mi sentu! Vuiautri, ‘n veci, c’aviti ca jiti cantannu?

VENERINA

Semu cuntenti, cuntenti semu; è veru zà Pitrina?

CARMELA

Oj, Vinnirina si fa… zita!

PEPPINA

Pi ddavveru?

VENERINA

(Abbracciando Peppina) Ah, zà Pippinedda chi sugnu cuntenta! Finarmenti si decisiru! Lu patri e la matri di Ninu, sta sira, vennu a  me casa a dumannaricci la manu a me patri. Chi sugnu cuntenta, chi sugnu cuntenta!

PEPPINA

Pi chissu a oj Ninuzzu nun vinni?

VENERINA

Jiava cu so mamma ‘n Palermu cu a curriera accattarimi l’aneddu… accussì mi dissi.

PEPPINA

E viva Ninuzzu! (A Carmela) E tu, Carmela, ‘n veci?

CARMELA

Ju haju di chi aspittari ancora. La soru di Nnirìa… Cuncetta, è cchiù granni di so frati, e si prima nun si nni nesci idda di casa, ju nn’haju di chi ciusciari!

PIETRA

Ma… Cuncetta nun è zita cu Prazzitu? Comu, iddu dici ca a picca si maritanu.

CARMELA

A picca si! Stu picca havi chi dura cchiù di cinq’anni. (Entra Vanni).

VANNI

(E’ sconvolto) Salutamu. Ma dati un pocu d’acqua, zà Pitrina? (Va a sedersi mentre le donne guardano meravigliate).

PIETRA

Chi c’è? Chi successi, zù Vanni?

VANNI

Unn’è, unn’è Damianuzzu?

PIETRA

Damianuzzu? Cà, cà eni! U visti ora ora, chi ‘n chianava jiucannu cu Vartulu; nun si dassi pinseri.

VANNI

‘Un mi dugnu pinseri, si! Gira vuci ‘n paisi ca unu di sti jiorna vennu li guardii a pigliarisillu.

TUTTI

Oh!!!

PEPPINA

A pigliari…sillu?

VANNI

Dicinu ca ‘na fimmina jiu ‘n caserma ricanuscennulu pi figghiu sò.

PIETRA

Ah, chi! Ora, dopo tant’anni? Svriugnàta! E cu è, cu è sta scillirata?

VANNI

Lu nomi, lu tennu ancora sigretu. (Preoccupatu) E comu fazzu? Comu fazzu a lassarimi pigghiari, ora, a Damianuzzu? Mi l’haju crisciutu comu fussi me.

PIETRA

(Alle ragazze) Carmela, Vinnirina jiti arripigghiari l’antu ca ora nui vinemu (escono stizzite). Su sempri ca vonnu sapiri.

VANNI

E chi c’è ancora di sapiri, zà Pitrina, nun è tuttu a luci di lu jornu?

PEPPINA

E nuiautri lu mmucciamu, dicennu a li guardii ca ‘un lu putemu attruvari cchiù.

VANNI

Pi oj, dumani, dumani l’autru, e l’autru ancora? Chi ci dicemu?

PEPPINA

M’aviti a pirdunari, zù Vanni, ma la liggi… quannu fu, nun vu desi ‘n custodia? Nun figurati comu fussivu vù lu patri?

VANNI

Giustu, dicistivu giustu; figuru comu patri, ma… di fattu nun lu sugnu. E quannu ‘na matri lu ricanusci pi sò, c’è picca di chi iri dicennu, fu idda ca lu misi a stu munnu.

PIETRA

Ma si nun era pi nuiavutri… anzi pi vossia ca nun ci ha fattu mancari nenti, vulia vidiri comu havia di chi jiri avanti lu nuccenti. Mi dici ‘na cosa: ora, unu passa pi stu feudu ca è sò, ci cadi un pugnu di simenza ‘nta la sò terra, vossia la zappulìa, la conza, la ‘mbivira, si fa granni; veni chiddu chi passau di lu tirrenu e si la cogghi dicennu ca è sò? E si la liggi ci va appressu dicennu ca è sò, chi liggi è? (Si vedono arrivare Melchiorre e Bartolo con Damianuccio sulle spalle).

MELCHIORRE E BARTOLO

Ssabenedica, zù Vanni.

DAMIANUCCIO

Oh, ziu Vanni! (A Bartolo) Mettimi, mettimi ‘n terra ziu Vartulu. (Corre ad abbracciarlo). Mi dicistivu ca viniavu prima! Di ora ‘nn’avanti vegnu sempri cu vossia o paisi.

VANNI

(Prende dalla tasca una trottola e gliela porge) Teni ti l’accattavu a fera di San Giuseppi. Ti piaci? Falla girari, e senti comu fa.

DAMIANUCCIU

La fazzu girari si giurati… no a santa vintura! ma a la Madonna di Tagghiavia ca mi purtati cu vui la prossima vota.

VANNI

(Guarda Pietra e Peppina, mentre Bartolo e Melchiorre vanno a lavarsi, e, trattenendo la commozione risponde al piccolo) D’ora ‘n poi giuru a la madonna di Tagghiavia di purtariti sempri cu mia; si cuntentu?

DAMIANUCCIU

(Scappa di gioia facendo girare la trottola) Si, si, si!

PEPPINA

E ora? Cu ciù dici o picciriddu?

VANNI

Arrivu a farimi du passi dda supra, a la vigna, quantu sbarìu ‘n anticchia, si mi cerca jittatimi ‘na vuci (esce).

PIETRA

E’ propria distinu chiddu di purtari la cruci (si erano avvicinati Bartolo e Melchiorre).

MELCHIORRE

Cu è c’havi di purtari la cruci, zà Pitrina? (Pietra guarda Peppina ed abbassa la testa). Chi c’è, c’aviti?

BARTOLO

Successi cosa, o zù Vanni?

MELCHIORRE

Zà Pitrina, ‘n soccu successi, parrati! Cà, semu tutti ‘ntra nuautri, chi nni mmucciati?

PIETRA

(Scoppia a piangere) Nun c’è cchiù munnu! Nun c’è cchiù munnu! Ah, signuruzzu, chi vita la nostra!

MELCHIORRE

Ma si po’ sapiri chi successi, e parrati?

PEPPINA

La liggi… si voli pigghiari Damianuzzu, picchì… picchì…

BARTOLO

La liggi? A Damianuzzu? E chi l’havi d’arrulari ‘nni l’esercitu? (Entrano Carmela e Venerina).

CARMELA

Cu è c’havi di iri militari?

VENERINA

Forsi vossia, zù Vartulu?

PEPPINA

(Un po’ adirata) Cà, nuddu s’arrola e nuddu va surdatu! E stativi muti! Ca è peggiu d’aviri scuppiatu la guerra.

CARMELA

(Guarda gli altri e nessuno risponde, poi guarda Pietra ch’è triste) Ma, chi sta mali a zà Pitrina, pi casu? (Silenzio).

BARTOLO

Cà, mi pari di jucari a li ‘ndovinelli. ‘Nca parrati chi successi? Pari ca ci fussi u mortu ‘n menzu la casa…

PIETRA

(Piagnucolosa) La liggi, si voli pigghiari a Damianuzzu…

MELCHIORRE

Arreri!

PIETRA

Picchì ‘na matri lu ricanusciu… (scoppiando a piangere) pi sò.

BARTOLO

Comu comu? ‘Na matri? Ma quali matri, si Damianuzzu a statu sempri jittatu cà, cu nuiautri! (Si sente arrivare qualcuno).

 

PIETRA

E cu è c’arrivau? (Bartolo va a guardare e rientra meravigliato).

BARTOLO

A signura Ninetta!

PIETRA

A signurina Ninetta? E comu mai? (Cerca di allontanare gli altri). Avanti, avanti piccioti, jiamu a travagghiari, turnamu all’antu, ca nun è propria lu mumentu di manciari chistu; all’antu, all’antu ca poi vi chiamu. (Escono tutti tranne Pietra che cerca di ricomporsi per non fare capire quanto è successo).

NINETTA

Buon giorno zia Pietra.

PIETRA

Oh, la signurina Ninetta! Quali piaciri! (Le gira attorno) Lassativi, lassativi guardari… Quantu siti fatta granni, signurinedda bedda!

NINETTA

Zia Pietra! Non sono più nubile, sono sposata! Lo avete dimenticato?

PIETRA

Ah, scusatimi! Chi vuliti? E’ l’età; nni facemu vecchi e ‘ncumiciamu a perdiri tirrenu. Ma pi mia ristati sempri ‘na picciridda; vaju vistu crisciri. E… comu mai…

NINETTA

S’è visto mio padre? Ho bisogno di parlargli (Pietra abassa la testa); ma, voi… sapete…

PIETRA

U sacciu, u sacciu chiddu c’ha passatu e sta passannu vostru patri, ma chi vuliti ca s’havi a fari? Cu la liggi nun si po’ ‘ntruzzari. E vui? Vui mancu a canusciti a sta fimminazza ca dici di vuliri a Damianuzzu? Vostru patri l’ha crisciutu comu fussi figghiu sò, sinnò megghiu… e ora, ora comu fa a vidirisillu livatu di una… ca mancu canuscemu, ‘un sapemu a cu apparteni. Mah, viditi chi gran sorti di tappinàra… (si tappa la bocca) M’aviti a scusari, ma certi fimmini fannu perdiri u lumi di la raggiuni.

NINETTA

Io credo di saperlo già chi è la donna che vuole suo figlio.

PIETRA

(Facendosi il segno della croce) Oh, Signuri vi rangraziu! Finarmenti! E comu si chiama? A cu apparteni? Cu è sta…?

NINETTA

E’… mia madre.

PIETRA

Vostra…

NINETTA

Si, proprio lei, avete inteso bene: mia madre. Pare che tempo fa, quando… (quasi piangendo) quando lasciò mio padre, perché era… stanca… si così disse, stanca d’essere la moglie di uno… più vecchio di lei, e che per giunta lavora nei campi; povero papà; la prese a male ricordo.

PIETRA

(Confortandola) Avanti, signurina Ninetta, nun faciti accussì ora, sinnò puru a mia faciti chianciri. (Meravigliata) Allura vostra matri è… la matri…

NINETTA

Si, proprio così! E’ anche la madre di Damianuccio. Ma come ha potuto far questo? Quando… (trattenendo le lacrime) quando andò via di casa, i primi anni son stati per lei rose e fiori; mentre per mio padre… povero uomo, solo dolori, dolori e amarezza… Ora… ora si è resa conto d’avere sbagliato… dice. Quel tizio, che non ha mai lavorato in vita sua, la mandava a fare lavori di ogni genere, anche a chiedere l’elemosina; persino la malmenava; è piena di lividi sul corpo. Piange, piange e si dispera, si strazia tutta poverina, dicendo d’essere stata una donna ingrata… E’ venuta oggi a casa, ha voluto per forza incontrarmi, parlarmi; io, dopo tante volte che l’ho negata, ho dovuto… non so nemmeno io come, dirle che l’ascoltavo…

PIETRA

(La conforta) Curaggiu, signurina.

NINETTA

(Piangendo) Mi supplicava, si tirava i capelli… gridava di voler morire! Come ho fatto, come ho fatto a lasciare Vanni! Ad abbandonare mio figlio! Mio figlio! ripeteva… Io non sapevo che fare, che dirle… Volevo buttarla fuori, lasciarla andare, sola, come lasciò, allora, solo mio padre… ma non ci sono riuscita! Non ci sono riuscita zia Pietra, è pur sempre mia madre.

PIETRA

Bonu facistivu, signurina! Anchi siddu mi vinissi di chiappalla pi lu tuppu di li capiddi e cunnuscilla casa casa. Vui no, vui siti la figghia e pi ‘na figghia, la matri è sempri matri. E a vostru patri, cu ciù dici? Acchianau dda supra, nni la vigna, a farisi du passi… dissi.

NINETTA

Lasciate che gliene parli io. Cercherò di persuaderlo a consegnarle il bambino. Capisco cosa proverà; anch’io sono adolorata per la eventuale perdita di Damianuccio, ma credo che il tempo saprà sistemare ogni cosa; intanto ebbene che gliene parli, ora, prima che intervengono le guardie. Vado a parlargli (esce).

PIETRA

Vado a parlargli, dici, comu siddu è facili; ju ‘un sapissi propriu di unni ‘ncuminciaricci (Si sente girare la trottola ed entra Damianuccio correndo).

DAMIANUCCIO

Zia Pitrina, zia Pitrina ti piaci chi bellu rumuri ca fa?

PIETRA

Assai, assai mi piaci! (tra se) Sulu sulu ca teni luntanu li surci e nun fa avvicinari li passiri a manciarisi li piseddi ‘nni l’ortu.

DAMIANUCCIO

Zia Pietra, cu eni tò matri? Comu si chiama? E’ ranni comu a tia?

PIETRA

Cu è… cu? Ma di unni ti vennu certi nisciuti?

DAMIANUCCIO

Nun l’avemu tutti ‘na matri, zia Pitrina? Puru lu patri, veru? E ziu Vanni… picchì nun è me patri? Ju u vogghiu beni assai assai; nun lu pozzu aviri pi patri?

PIETRA

Ma dimmi ‘na cosa, ti svigghiasti tuttu ‘nta ‘na vota? (Lo abbraccia accarezzandolo) Chi successi a Damianuzzu? E… a mia, a mia nun mi vò pi mamma?

DAMIANUCCIO

Vui mi piaciti comu zia. Ziu Vartulu dici ca me mamma si nni chianò ‘n celu, ‘n menzu a l’ancili.

PIETRA

‘N menzu a l’ancili si! (Tra se) A chidda mancu i diavuli la vonnu!

DAMIANUCCIO

Chi dicistivu? Parrati cchiù forti ca ‘un vi sentu.

PIETRA

E nun ti scantari ca nenti ti pirdisti.

DAMIANUCCIO

Comu a vui era granni me matri, o comu zia Ninetta?

PIETRA

E tu, a vò beni a zia Ninetta? U sai ca vinni a truvariti?

DAMIANUCCIO

A truvarimi? E unni è?

PIETRA

Fa cuntu ca veni, jiu a parrari cu sò patri… cu ziu Vanni, dda supra a la vigna.

DAMIANUCCIO

Ci pozzu curriri ‘ncontru?

PIETRA

Chi curriri e curriri!

DAMIANUCCIO

‘Un vi pigghiati pinseri, zia Pitrina, ju sugnu già granni.

PIETRA

‘Gna veru granni ti sta facennu, granni tuttu ‘nta ‘na vota, chi nun lu staju vidennu! Veni, veni quantu ti lavu prima ca scinni a signurina Ninetta e nun ti canusci pi quantu si lordu.

DAMIANUCCIO

Zia Pietra, ‘na fimmina ca si marita, ‘un si dici…

PIETRA

Uh, puru iddu! Signura, certu! Eh,‘un u dicu ju ca ti sta facennu granni! Avanti, avanti, ora a lavari. (Dopo un po’, entrano: Venerina e Carmela che vanno gridando; dopo di loro entrerà Peppina, è molto stanca d’aver corso lungo il viottolo).

VENERINA E CARMELA

Zà Pitrina, zà Pitrina! Unni siti? Curriti, curriti cà! (Accorre zia Pietra: ha le maniche rimboccate e le mani bagnate; nella mano tiene ancora la spugna con la quale stava lavando Damianuccio).

PIETRA

(Entrando preoccupata) Chi fu? Chisuccessi ca jiti gridannu?

VENERINA E CARMELA

Un corpo, un corpo ci sta pigghiannu, puureddu!

PIETRA

Ma chi diciti? Di chi jiti parrannu?

CARMELA

Patruni Vanni, patruni Vanni! E’ jittatu ‘n terra pi mortu! ‘Un rispira cchiù! Curriti, curriti vui, ca a signura Ninetta nun sapi cchiù chi fari!

PEPPINA

(Parlando a stento) L’acqua, chianaticci ‘na picca d’acqua cu zuccaru, zà Pitrina!

DAMIANUCCIO

(Da fuori scena) Zia Pitrina, zia Pitrina! Chi fu, nun mi lavati cchiù?

PIETRA

Vegnu, vegnu! (A Peppina) Finitilu vù di lavari; e senza daricci a capiri nenti, ca ju ora vegnu. E… si veninu l’omini, mi raccumannu, nun ci diciti nenti. (Peppina va da Damianuccio, mentre Pietra va a prendere un bicchiere con dell’acqua e un po’ di zucchero; la segue, passo passo, Venerina).

VENERINA

Ju vegnu cu vui, zà Pitrina. (Escono premurose)

CARMELA

(Stupita di quanto sta avvenendo e senza che ne ha capito la ragione) Chi sorti di jurnàta! E quantu misteri! Chi mi siccassi la punta da lingua si ’nn’haju caputu ‘na parola di chiddu ca sta succidennu! E a signura Ninetta, comu mà era ‘nna vigna cu zù Vanni? E picchì chiancia? Chi forsi, lu maritu… si misi cu ‘n’autra e… lassò puru a idda?

PEPPINA

(Entra tenendo in braccio, avvolto da un asciugamano, Damianuccio; lo mette in piedi su di una panca, continuando ad asciugarlo). Ah, tu cà ristasti? Ma, parri sula?

CARMELA

Zà Pippina, vui nenti nni sapiti? Mi vuliti jiutari a capiri? E ‘o zù Vanni chi ci pigghiò? (S’accorge in ritardo che Damianuccio possa capire). Oh, iddu cà era!

DAMIANUCCIO

Zia Pippina, chi dici Carmela?

PEPPINA

(Cerca di cambiarle discorso) Chi ci pigghiò? Chi ci pigghianu! E chi nni sacciu ju! (A Damianuccio) Nenti, dici ca ‘o zù Vanni ci pigghjaru ‘na cosa… chi sacciu… u zappuni, o puru… (A Carmela) Senti chi fa, va vesti a Damianuzzu e ci cunti a storia du granciu d’oru… e senza fallu scantari! E poi lu fa dormiri ‘n’anticchia.

DAMIANUCCIO

Vui, zia Pippina, cuntatimilla vui ca nun mi scantu ju.

PEPPINA

Ju nun mi rigordu comu finisci; Carmela a sapi tutta la storia; è veru, Carmela, ca sai tutta?

CARMELA

(Stava dicendo di non saperla, ma poi si ricorda che deve recitare) Ma quali… Si, si Tutta a sacciu, sinu a quannu si sciogghi lu ‘ncantisimu!

DAMIANUCCIO

Pi davvero? E lu picciriddu, comu si chiama lu picciriddu? A sò matri, la trova finarmenti? (Triste) Puru ju vulissi attruvari a mé matri.

CARMELA

(Guarda meravigliata Peppina) E allura! La vo sentiri la storia, si o no? Però prima di la storia ti dici li prjeri, si nnò poi t’addummisci, e… (Va a prenderlo per mano e lo conduce dentro).

PEPPINA

Comu si vidi ca Damianuzzu si va facennu granni e capisci di cchiù. Ora ‘ncumincia lu bellu! Mah! Amu avvidiri comu fari. Quantu vaju all’antu nni l’omini. (Esce. Dopo un po’ si sente rumore di carretto; è Andrea che va cantando).

ANDREA

(Entra guardingo mentre si sente Damianuccio ripetere una preghierina)

DAMIANUCCIO.F.SCENA

Ju mi curcu ‘nta stu lettu, cu signuri ‘n tra lu pettu, si  io dormu iddu vigghia e si c’è cosa m’arruspigghia.

ANDREA

Zà Pitrina, zà Pitrina! (Va a guardare, mentre entra Carmela e la va ad abbracciare). Carmiluzza bedda!

CARMELA

(Cerca di divincolarsi) No, lassami, lassami ca c’è Damianuzzu! E poi… ponnu rivari l’omini.

ANDREA

E chi! ‘Un lu sannu l’autri ca semu ziti? Chi cè di mali si ti dugnu ‘na vasata? (Si sente arrivare qualcuno, e Carmela si ricompone).

PIETRA

‘Nnirìa, tu cà?

ANDREA

Purtavu… ma u zù Vanni ‘un cè? Mancu vi dissi nenti?

PIETRA

U zù Vanni si! Havi di megghiu a chi pinsari, poviru omu..

ANDREA

(Carmela guarda cercando di capire) Allura… vossia…

PIETRA

Sacciu, si. Chi vriogna! Mi cuntò tuttu a signorina Ninetta; è cà, ju a parrari cu sò patri pi jutallu a capiri, ma… (s’accorge di Carmela che sta ad ascoltare) Carmela, Damianuzzu unni è?

CARMELA

(Che ha capito di dovere andar via, s’imbroncia) Dda bbanna, dda bbanna eni, nun si pigghiassi pinseri! S’addrumintau ‘n mentri dicìa li prjieri.

PIETRA

Senti chi fai, figghia, mettiticci a latu, cu sa s’avissi a svigghiari du scantu pinsannu a storia di lu granciu; v’addunati, curri.

CARMELA

(Stizzita) Pi vossia ogni scusa è sempri bona pi stracquarimi (si avvia borbottando). Ci pari ca sugnu sempri picciridda (esce).

ANDREA

Zà Pitrina, pi chistu a mannastivu, o pi ‘un sentiri di  u patruni Vanni?

PIETRA

Certi storii è megghiu nun sapilli. Chi è bellu ca ‘na mugghieri lassa lu maritu pi ‘nautru omu? Sti cosi ‘nfruenzanu, lassanu pinsàri…

ANDREA

Ma ju a Carmela a vogghiu beni, e macari idda mi nni voli assai.

PIETRA

Nnirìa, tu certi voti mi pari un papasuni; dimmi ‘na cosa, ‘nna vistu ma ziti ca si vasanu, s’alliscianu e prumettinu di lassarisi dopu lu matrimoniu? Tu, a carmela chi ci dici? Ca la vò beni, chi megghiu di idda nun ci nnè, chi l’amirai pi tutta la vita e tanti autri belli cosi; mentri, poi… jiti a pigghiari pi fissa puru a (si segna) Gesù Sacramintatu.

ANDREA

Ma chi ci trasemu Carmela e ju ‘nna stu discursu!

PIETRA

Sapissi tu, figghiu, quantu mi lu auguru! E vulissi ca macari tutti l’autri avissinu a essiri onesti cu la propria pirsuna, e no ca poi… pigghia a ddu mischinu du zù Vanni…

ANDREA

Zà Pitrina, vossia parra mitennu: quannu si meti, la faucia tagghia arringu e unu ‘n fascia, poi apri lu fasciu e ci attrova: frumentu, jna, corchi filu di sudda… pirsinu quarchi prucaredda ci attrova! E menu mali ca la ramigna è vascia e a faucia nun la pigghia, vasinnò ‘nn’avissimu di chi cuntari. Forsi voli diri chi chisti su disgrazii ca ponnu pigghiari tutti?

PIETRA

Disgrazii ca pigghianu sulu a chiddi cu l’occhi ‘ntuppati, ca dorminu; poi, quarcunu si svigghia, apri l’occhi, libirannusi di ddu sonnu, e s’accorgi d’aviri persu lu beni c’havia. Eh, quantu semu fausi, caru Nnirìa! Lu beni, comu dici spissu Vartulu, è dintra di nui stissi, e l’avemu sulu a sapiri curtivari, è tintu quannu nni dunamu d’avillu persu d’un tuttu.

ANDREA

Santi palori su, zà Pitrina, è sulu ca… certi cosi nun avissinu a succediri ma!… Allura, unni li scarricu li cosi di supra lu carrettu?

PIETRA

E chi sunnu sti cosi ca purtasti?

ANDREA

E… chi sacciu… bauli cu a biancheria, pezzi di mubiliu. ‘nzumma, u zù Vanni si dicidiu ca voli veniri a stari pi sempri cà, dici chi l’aria du paisi nun ci giuva cchiù, e ammatula ca la signura Ninetta circava di sviallu, anzi! Cchiù idda parrava, e cchiù iddu mi faciva inchiri lu carrettu di negghi.

PIETRA

E bonu, bonu fici. Senti chi fai, apri lu parmentu, vidi di fari un pocu di largu a ‘na ‘ngonia e ci scarrichi tuttu, ca ju doppu sbarazzu unni è ca dici chi voli dormiri iddu e ci li sistemu; ah, fatti dari ‘na manu di Carmela, e… mi raccumannu, cantati, cantati quantu sentu, mentri siti dda bbanna. (Andrea va a chiamare Carmela ed escono. Pietra sistema un po’ quanto si trova su l’aja, mentre si sente cantare con intervalli di lunghi silenzi). Chi cantu stranu! (Riflette un pò) Nenti, sicuramenti nun ricordanu li palori di la canzuna…(si ferma intuendo d’avere capito) O chi sugnu ‘ntollara… certu! Certu! S’amureggianu! Prima l’havia di capiri! (Si avvia dai due, chiamandoli). Nnirìa, Nnirìa! Carmela, oh Carmela! Ah chi, ‘nun ci sentinu cchiù! (Esce chiamando ad alta voce, mentre si va chiudendo il sipario del secodo atto) Nnirìa! Carmela!

FINE   SECONDO  ATTO

TERZO  ATTO

(Scena medesima)

DAMIANUCCIO

(Si sentono parlare fuori secna Damianuccio e Bartolo) Ziu Vartulu, ziu Vartulu, ma fai fari a curriola?

BARTOLO

Basta ca tu mi giuri ca nun ci u dici a zà Pitrina!

DAMIANUCCIO

Giuru, giuru pi santa vintura.

BARTOLO

(Monotono) Sò patri piscia e so mà misura.

DAMIANUCCIO

(Scandalizzato) Ah, ziu Vartulu! Nun si dicinu li brutti paroli.

BARTOLO

E si, si, avanti, veni (entra Bartolo che tiene per i piedi Damianuccio il quale si aiuta a camminare con le mani come fosse una cariola. Camminando verso il centro dell’aja, ripetono, cantilenando il verso di “granciu d’oru”) Granciu d’oru / unni si?

DAMIANUCCIO

Sugnu dintra / ‘na gran tana!

BARTOLO

Si Ti toccu / chi succedi?

DAMIANUCCIO

Lu ‘ncantisimu / si sciogghi! (Si fermano) Ziu Vartulu, picchì a zia Pitrina nun voli ca jucamu a fari la curriola?

BARTOLO

Picchì dici chi ti ‘n chiàna lu sangu ‘n testa.

DAMIANUCCIO

Mi cchiana? Mi scinni, si sugnu cu a testa (fa il verso) d’accussì!

BARTOLO

Chistu nun voli diri nenti, picchì lu sangu pi iri ‘n testa ‘n chiana, e si tu, pi ddu mumentu, hai la testa pi basciu… comu dici tu, voli diri chi ‘n chiana cchiù forti, ma sempri ‘n chianari si dici.

DAMIANUCCIO

Ziu Vartulu, a voi sapiri ‘na cosa?

BARTOLO

Sintemu.

DAMIANUCCIO

Mi facisti cunfunniri tuttu, e ju ‘un nni capivu nenti.

BARTOLO

Eccu, lu vidi! ‘un nni capisti nenti picchì ti ‘n chianau lu sangu ‘n testa. (Entrano, venendo dalla casa di Vanni: il dottore, Pietra e Ninetta). Ssa benedica dutturi.

DOTTORE

Benedìciti.

BARTOLO

(Alla signorina Ninetta) Comu sta vostru patri?

DOTTORE

Pare che vada riprendendosi. (Poi si rivolge alle donne) Donna Pietra, mi raccomando: mangiare leggero, le gocce mattina e sera, e… quello che più conta è…

PIETRA

Massima tranquillità! Dutturi mi l’ha ripitutu deci voti; ‘un si prioccupa, nun semu ‘n città; cà l’unicu rumuri ca c’era, era la trottula di Damianuzzu, ma… lu criaturi, di poi chi ci dissimu ca a ziu Vanni ci dava disturbu, fu comu si ‘un l’avissi mai avutu.

DAMIANUCCIO

Ammucciavu, dutturi, ammucciavu sutta u lettu.

DOTTORE

Bravo! Sei davvero un bambino giudizioso. (Si rivolge a Ninetta) E voi, vedete se potete essergli più vicino a vostro padre … almeno per ora; lo aiuterebbe tanto. Ha molto bisogno di sentire accanto a se i suoi cari; vedrete che si riprenderà subito.

NINETTA

Non si preoccupi dottore, ne avevo già parlato con mio marito, che, tra l’altro, è andato fuori per lavoro ed io starò qui con mio padre.

PIETRA

Zù Vartulu, chiamati a Nnirìa ca accumpagna u dutturi. (Al dottore) Nun è ‘na carrozza, ma… è sempri megghiu chi caminari a pedi.

DOTTORE

Devo invece dirvi ch’è una bellissima esperienza quella di viaggiare su di un carretto… (A Ninetta) mi pare che si chiami così?

NINETTA

Si, proprio così, dottore, carrettu; e devo dirle che anche a me piace viaggiarci spesso.

DOTTORE

E poi Andrea mi ha raccontato tante di quelle belle cose della campagna, cose che avevo solo letto sui libri di scuola. Mi raccontò anche di una storia che sa di un fascino misterioso… parlava di un bimbo trasformato in granchio d’oro, da una tarantola che tesseva la tela proprio sulla sorgente. Che fantasia popolare! (Ride, mentre Entra Andrea).

ANDREA

Dutturi, ju nun ci ridissi propria supra sti cosi, a ogni storia ‘na unghia di verità ci sempri. E allura, semu pronti?

DOTTORE

Su, smettila Andrea! Posso capire (indicando Damiano) lui; ma tu (facendo con la mano il segno che è molto cresciuto). Beh, (alle donne) noi andiamo. (Ad Andrea) Vuol dire che ne riparleremo strada facendo di questa storia. Arrivederci a tutti (a Ninetta) e… tanti auguri ancora.

NINETTA

Dottore, se dovessi avere bisogno…

DOTTORE

Quando volete; fosse anche di notte.

ANDREA

Signura Ninetta, vui nun scinniti ‘o paisi?

NINETTA

Rimango un paio di giorni con mio padre; mio marito già lo sa, non serve che passat ad avvisarlo. Fate buon viaggio (i due si avviano).

ANDREA

Grazii, signura Ninetta, nni viremu dumani a matina (escono; il dottore dimenticherà la borsa).

PIETRA

(A Bartolo, intento a riparare un arnese da lavoro mentre Damiano l’osserva attentamente) Zù Vartulu, va jinchìti ‘na lancedda o “scoppu di l’acqua” ca finiu.

DAMIANUCCIO

Ziu Vartulu, mu porti un granciu bellu grossu, comu a chiddu di l’autra jornu?

PIETRA

(Adirata) ‘Nun vi pirditi ancora cu i granci, zù Vartulu, ca acqua pi biviri ‘un ci nne mancu ‘na cannata.

BARTOLO

(A Damianuccio) Senti? Voli diri ca li circamu ‘nzemmula ‘n’autra vota. (A Pietra) Zà Pitrina, un lampu: vù! E tornu (Bartolo va a prendere il recipiente come se fosse tutto indolenzito, ed esce).

PIETRA

(A Ninetta, ironica) Un lampu: vù! Spirami ca s’arricogghi.

NINETTA

Eh, i dolori! Sono questi i frutti peggiori della campagna!

PIETRA

M’aviti a pidunari signurina Ninetta, ma nun putiti parrari comu a mia, mi pari di parrari cu ‘nautra pirsuna, e poi certi paroli nun l’arrivu acchiappari.

NINETTA

Siti vuiavutri ca m’aviti a pirdunari, parrava… accussì senza dunarimi ca vi putìa disturbari. Ma dicitimi ‘na cosa, picchì a jinchiri l’acqua diciti sempri “o scoppu di l’acqua?” Me patri dici a “surgiva”.

PIETRA

Giustu dici vostru patri “surgiva”, picchì l’acqua si jinchi nni la surgiva; “lu scoppu” servi sulu pi indicari chidda accantu unni scoppa l’acqua chi veni da tinuta di “Turdiebbi”… è nautra surgiva cchiù a munti; ci nne tanti pi lu vadduni; e chidda di “lu scoppu di lacqua” è la surgiva cchiù bona. Ora turnamu nni vostru patri, si nno cu sapi chi pensa ca nni sta dicennu lu dutturi, e si prioccupa.

NINETTA

Ragiuni aviti, amuninni. (A Damiano che era intento a continuare il lavoro che stava facendo Bartolo) Damianuccio, tu non vieni?

DAMIANUCCIO

Vegnu, vegnu, finisciu di giustari cà e curru a truvarivi. (Entra, guardinga, una donna avvolta da uno scialle).

GRAZIA

Eih, tu, picciridu! (Damiano sussulta) Nun ti spavintari, ju sugnu!

DAMIANUCCIO

Mi facistivu Scantari. E cu è vossia? Aspittassi ca chiamu a zia Ninetta (fa per avviarsi, ma la donna lo ferma).

GRAZIA

Lassa stari, ‘un chiamari a nuddu.

DAMIANUCCIO

E allura… chi voli?

GRAZIA

Nenti, sulu parrari cu tia.

DAMIANUCCIO

Cu mia? Ju, nun vi canusciu!

GRAZIA

U sacciu. Dimmi, comu sta…

DAMIANUCCIO

Ziu Vanni? Megghiu, megghiu eni; lu dutturi dici ca havi a stari carmu e nun havi a sentiri rumura. Ma… vui, comu faciti a sapiri cu sugnu, e a canusciri ziu Vanni, cu siti?

GRAZIA

(Quasi risoluta a confessarlo) Ju sugnu… (ci ripensa) ‘na fimmina, sulu ‘na fimmina ca va jennu di cà e di dda, ‘n cerca di beni.

DAMIANUCCIO

Ah! Jiti dumannannu limosina? Ziu Vanni la fa a tutti, dici ca ‘nna stu munnu s’havi di fari sempri beni, sinu ca si mori.

GRAZIA

E tu, lu vo beni a… (quasi piangendo) ziu Vanni?

DAMIANUCCIO

Magghiu di me patri… e di… (si ferma pensieroso)

GRAZIA

Tò matri, vulivi diri?

DAMIANUCCIO

(Fa le spallucce) Tantu nun sacciu mancu cu è mè matri. (S’accorge che sta piangendo) Ma vui… vui chianciti! Aspittati ca chiamu a zia Pitrina; idda quannu unu sta mali, sapi chi fari.

GRAZIA

(Abbassata in ginocchio davanti al piccolo) No, aspetta, aspetta nun servi, ora… ju mi nni vaju; mi basta, mi basta d’aviriti vistu.

DAMIANUCCIO

E la limosina, nun la vuliti cchiù la limosina? (Lo abbraccia, le cade lo scialle e lo mette li, a terra in un angolo; lo dimenticherà quando andrà via. Entra frate Girolamo, avviandosi sul proscenio, mentre Grazia continua, come se parlasse al piccolo).

FRATE GIROLAMO

Mi basta d’aviriti vistu… vuaiutri pinsàti ca a ‘na matri, ‘ngrata pi quantu ha pututu essiri, cu tutti li sbagghi c’ha pututu cummettiri, po’ bastari sulu l’aviri rivistu, dopu tant’anni, un figghiu ca lassau nutricu, appena natu, davanti sti casi? E lu figghiu, si sapissi ca chidda è la matri c’ha tantu pinsàtu, diciti ca s’avissi cuntintatu puru iddu, sulu d’avilla vista? E patruni Vanni si sapissi ca fussi veramenti iddu lu patri di Damianeddu? La vita… nun si capisci quasi mai la ragiuni, spissu si diverti a jucari brutti scherzi; sta a nuiautri, ‘ntra dulùra e dispiaciri, circari di daricci un sensu a tuttu chiddu ca succedi (esce).

PEPPINA V.F.C.

(Si sente arrivare Peppina che va parlando con le ragazze). Nuddu, nuddu, nun ha vinutu nuddu ancora!

CARMELA V.F.C.

E nun si sapi allura cu è sta fimmina? Sta matri, ca dici chi è so?

VENERINA

(Entrano parlando e s’accorgono, sbigottite, di lei) E zù Vanni, chi…

GRAZIA

Scusati, mi nni stava jennu.

PEPPINA

(Meravigliata) Vui, cà! (Guarda in cielo facendosi il segno della croce, mentre le ragazze si mettono la mano davanti la bocca scandalizzate) Comu putiti, signuri, pirmettiri sti cosi? (Entra Pietra).

PIETRA

Zà Pippina, chi successi? (Guarda dove guardavano le tre donne, e s’accorge anch’ella di Grazia e rimane stupita) Ancora vui? ‘un va bastatu tuttu chiddu c’aviti cumminatu? Nun siti cuntenta d’aviri jittatu un santu omu ‘nna un funnu di lettu! Chi vuliti ancora? Avistivu lu curaggiu di jiri a ricurriri a la giustizia! Picchì, pi chi cosa? Nun v’arrisicati a tuccari lu picciriddu, (Le toglie d’accanto Damiano e lo da alle ragzze perché lo portassero via; eseguono uscendo, mentre Damiano saluta con la mano Grazia) vasinnò veru vi scippu li capiddi! Cu quali curaggiu vinistivu sinu cà?

GRAZIA

Cu curaggiu di ‘na matri ca cerca a sò figghiu.

PIETRA

Quali matri? Cà, nui semu li veru matri di vostru figghiu: omini e fimmini; chiddi ca l’hannu crisciutu, chiddi c’hannu avutu grossi pinseri, chiddi c’hannu avutu la santa pacenzia di ‘nzignallu, chiddi c’hannu persu lu megghiu sonnu di la notti… vù unni eravu quannu lu criaturi si svigghiava chiancennu pi li dogghi, la tussi, o pi sonni strani? Unni eravu, quannu u zù Vanni, sant’omu, di notti e notti partia pi lu paisi a pigghiari li punturi e li midicini pi li frevi di vostru figghiu.

 

GRAZIA

Basta, basta! Pi faùri, basta… sacciu d’aviri sbagghiatu, d’essiri stata ‘na matri ‘n grata, libirtina puru… si vuliti; ma lassatimi stari.

PIETRA

(Adirata) Jitivinni, jitivinni! Nun siti no, vui, matri! Diavulu siti! (A quelle grida, entra Ninetta, s’accorge di sua madre, e rimane anch’essa meravigliata).

NINETTA

Matri! Vui cà? (A Pietra) ‘nun gridati ca dda jntra mè patri pò sentiri.

GRAZIA

Comu sta… tò patri?

NINETTA

Finitila, matri, ca nun è cchiù tempu di reciti chistu! Jitivinni, ca ju staju finennu di pirsuadiri mè patri a darivi vostru…

GRAZIA

Tò frati vò diri?

NINETTA

Damianu nun è me frati; è vostru figghiu!

GRAZIA

(Quasi piangendo) Tò frati è Damianu.

NINETTA

(Urlando di disperazione) Vostru figghiu, vostru figghiu! E jitivinni ora, e lassatinni ‘n paci pi ‘na vota e pi sempri.

GRAZIA

Ninetta, tu parri di figghia no di matri, e ju ti capisciu e mi nni vaju si; ‘na sula cosa vi dumannu: (le s’inginocchia) lu pirdunu… Oj curri l’annu ca lassai cà me figghiu. Quantu voti avissi vulutu curriri, scappari di d’omu ca fu la mè ruvina, e veniri cà… strinciri ‘ntra li me vrazza Damianuzzu, a tia ca ti criscivu… sapi Diu sulu cu quali amuri, avvrazzari tò patri chiedennucci pirdunu; tanti voti pruvavu a véniri, e poi, a mità strata, turnava narreri… lu curaggiu m’havia già abbannunatu d’un pezzu; fu grosso lu sbagghiu ca fici. Ora sugnu cà, comu viditi, cu tutti li me forzi, pi circari di dari, a chista ca fu la me famigghia, tuttu lu beni c’haju maturatu ‘nna stu pettu. ‘Nun dicitimi no, vi nni prju; pinsaticci.

NINETTA

Pinsatici diciti, comu si fussi facili; lu corpu chi subìu mè patri, fu grossu assai. Datimi armenu un pocu di tempu

GRAZIA

Si, figghia mia (l’abbraccia). E ‘n quantu a Damianuzzu… t’apparteni ‘un tu scurdari, picchì… è di tò patri figghiu. (Pietra si stupisce)

NINETTA

Ma…

GRAZIA

‘Na cosa aviti tutti tri ‘n cumuni; vju, però, ca nun ci aviti mai fattu casu: è lu ddisìu, si ddisìu lu chiamavanu i nostri vecchi, ddu ddisìu a linticchiedda nica ca tiniti ‘nna ‘ncinagghia. (Pietra e Ninetta rimangono stupiti). Donna Pitrina, chi è vi meravigghiati? Dicistivu d’avillu crisciutu puru vu a Damianuzzu.

PIETRA

Ju pinsava ca era sulu un casu quannu visti sta puntidda di macchia a Damianuzzu, a lu stissu postu da signurina Ninetta; nun sapìa ca puru u zù Vanni… avissi…

GRAZIA

Vi salutu, donna Pitrina e mi auguru ca puru lu vostru cori pozza capiri pi jutarivi a pirdunarimi. (Abbraccia Ninetta) Mi auguru figghia chi tò patri si rimetti prestu, e chi tu truvassi la chiavi giusta di li paroli, pi japriri la porta di lu so cori e darimi la pussibilità di ripigghiari ddu postu vacanti ca tantu ddisìu (esce).

PIETRA

(Rimane a guardare dove è uscita Grazia, poi, lentamente, guarda Ninetta) Signurina Ninetta, capivu bonu? Allura Damianuzzu è vostru frati, e figghiu… di… (Decisa) Nun vi risicati… per ora, a diri nenti a vostru patri, picchì lu cori… pumh! Un bottu ci fa! E ‘nn’havi di stari curcatu!

NINETTA

(Pensierosa) E cu parra!

PIETRA

Certu, la cosa è cauda cauda e ‘un mi veni di dari sintenzi; però ju, si fussi veramenti sicura ca… (ironica) a la signura, scusatimi sugnurina ma certi cosi nescinu suli… (facendo il verso d’uscire dalla pancia) di cà! U signuri ci avissi veramenti japrutu l’occhi… ju, ò postu di vostru patri… ‘n zumma… nun è (alludendo a Grazia) ca fussi tantu sbagghjatu, si… (avvicinando le due dita indici come a volere far capire di rimettersi insieme) ca ‘n tra l’autru, ancora, pi furtuna (ironica) sempri da signura, è cottu pi idda!

NINETTA

Ma chi cottu e cottu! ‘N casu mai… la voli beni! Chistu è veru, lu pozzu jurari.

PIETRA

E chistu ‘n casu mai, comu diciti vui, nuiautri pupulani lu chiamamu vugghiri, cociri va! Mancu mi capisci? (Entra, sorretto da un lungo bastone di legno, Vanni che ha sentito e capito tutto).

VANNI

Finistivu di tagghiari cu li forbici? Di cusiri vistiti, tutti ddu?

PIETRA

(Tra se) Oh, iddu cà era!

NINETTA

(Preoccupata)Patri, vui cà? Allura…

VANNI

Si, d’arrè a porta haju statu, e nun mi sfuggiu mancu ‘na virgula. E haju pinsatu… cu sapi, si forsi macari ju… traditu puru di la rabbia, o… di chiddu ca nui chiamamu unuri, ‘un haju sbagghjatu puru ju a ‘un circalla. E’ tintu quannu pi nui parra la vucca di la rabbia e ‘nn’ammucciamu poi all’umbra di l’orgogliu. (Si sentono arrivare i contadini e le ragazze che vanno cantando).

PIETRA

(Come a volersela prendere con i contadini) Chiddi sempri ca vannu cantannu su! Aspittati… (sta per avviarsi, ma Vanni la invita a restare).

VANNI

Donna Pitrina, lassatili stari, e lassatili cantari, lu cantu è mumentu di gioja, spinsiratizza, è lu mumentu ca ‘nn accosta di cchiù a la vita.

MELCHIORRE

(Entrano e smettono di cantare guardandosi meravigliati) Oh, zù Vanni, comu sugnu cuntentu di vidirivi addritta. Carmela e Vinnirina, m’avianu…

VANNI

Fattu scantari?

PIETRA

Ma quali scantari e scantari! U zù Vanni è lignaggiu di chiddu anticu, staggiunatu!

VANNI

Lignaggiu vecchiu, diciti lignaggiu vecchiu.

MELCHIORRE

Chi diciti, patruni Vanni! Vui, di vecchiu aviti forsi li scarpi o lu cupirtizzu da pinnàta, ca tra l’autru cosi s’avissi di ripari, d’avutru… pariti cchiù giuvini di nuiautri.

CARMELA

A discursu di giuvini, unni è Damianuzzu? Nun ha vinutu ancora?

PIETRA

Damianuzzu? Ma… ‘un era cu vuiavutri du?

VENERINA

Dissi chi scinnìa a truvari zù Vartulu all’acqua; picchì zù Vartulu già turnò?

PIETRA

No, ancora no.

VANNI

Nun vi pigghjati pinseri ca a mumentu tornanu cantannu; tutti dui parinu u lazzu cu la strummula.

PEPPINA

Ah, chissà è veru, zù Vanni! Mancu un patri facissi quantu fa Vartulu cu Damianuzzu, ci perdi lu megghiu tempu.

PITRINA

(Agli operai) Ma vuiavutri chi scinnistivu, ‘n casu, pi manciari? Picchì ju ancora nun havia priparatu nenti.

VANNI

(Gli operai si guardano e non sanno che rispondere; Vanni interviene) Zà pitrina, vù nun dicistivu ca sapiti fari bonu li scacciateddi? Chi nni pinsàti si… (Gli altri si guardano contenti).

NINETTA

Mah, papà! U dutturi dissi…

VANNI

U dutturi si! E’ lu nostru statu d’animu lu veru dutturi, e ju vaju di diri ca ‘ncuminciu a sintirimi megghiu, anzi, sapiti chi facemu? (Indicando Melchiorre) Tu, vai a mànnara cà supra e ti fai dari ‘n’agneddu… u cchiù grossu! Lu fai scurciari e squartari, ca dopu li scacciati ci damu ‘n’autra quadiatedda a lu furnu e lu ‘nfurnamu, e stasira facemu nuttata; lestu, e cciù dici ca poi passu ju.

MELCHIORRE

(Allegro, strofina le mani) E allura (contento, e strofinandosi le mani, si avvia) è signu ca stasira si ‘mbivi!

PIETRA

(Le donne si guardanu stupite) Zù Vanni, ma… è sicuru ca vi sintiti bonu, veru?

VANNI

Mi sentu d’affruntari quarsiasi cosa!

PIETRA

(Guardando Grazia) Quarsiasi cosa… quarsiasi cosa?

VANNI

Bah, zà Pitrina, mancu vù mi pariti! Si vidu quarsiasi cosa, voli diri tuttu! (Pensieroso) Picchì… pi casu…

PIETRA

(Subito) Ma quali picchì e pi casu! Nenti, dicia sulu accussì. (Si sente un rumore di carretto).

VANNI

Ma chistu nun è lu rumuri du carrettu di Nnirìa?

PIETRA

Si, iddu è. Sicuramenti u dutturi si ddunò da borsa e turnanu a pigghialla, voli diri ca semu di cchiù a manciari. (Alle ragazze) Forza picciotti, a ‘mpastari! Una dduma e l’autra ‘mpasta; vù, zà Pippina, daticci un occhiu (si avviano. Preoccupata). Chiddi du, si misinu sicuramenti a circari granci! (Entra Andrea, è un po’ preoccupato).

ANDREA

Oh, zù Vanni! Vi jarzastivu già? (Si avvicna a Pietra e la conduce in disparte per non fare sentire a Vanni e agli altri, mentre entra il dottore.)

DOTTORE

(Meravigliato, a Vanni) Padrone Vanni! (A Ninetta) Ma…

NINETTA

Niente dottore, (Andrea parla con pietra un po’ animatamente, Vanni s’accorge e vorrebbe capire, poi Andrea va a prendere quanto a veva dimenticato Grazia e sta per andare) dice di sentirsi meglio e ha preferito alzarsi perché… dice di volere mangiare con noi.

VANNI

(Chiama Andrea che stava uscendo) Nnirìa unni va? E… di cu è sta cosa ca teni ‘n manu?

ANDREA

(Vorrebbe sviare il discorso) Ah, chista? No… chista… nenti! E’ ‘na cosa da signura Ninetta, ci l’havia a scinniri ‘o paisi, e antura mi scurdau a pigghialla! E’ veru, signura Ninetta?

NINETTA

(Cercando di stare al gioco) Veru è! Ci criditi chi ‘un ci havia fattu casu mancu ju ca la scurdastivu cà?

ANDREA

A mettu supra lu carrettu, quantu sta vota ‘un ma scordu (si avvia).

VANNI

Nnirìa, ‘un vidi ca c’è macari u dutturi!chi ci fa cridiri? L’ospitalità è sacra, e l’ospiti nun si lassanu d’arrè la porta, dicci ca trasi.

DOTTORE

Certo! E devo ammettere, padrone Vanni, che voi, pur essendo… come dire… una persona… di campagna, possedete una delle migliori lauree che neanche cento facoltà avrebbero potuto conferire: la laurea in uomo. A che serve essere Dottore, Ingegnere, Avvocato, Architetto se abbiamo perso la laurea migliore; è in uomini che bisogna prima di tutto laurearsi! E’ questo che dovrebbe insegnare la scuola e noi ai nostri figli: la tabellina dei valori.

NINETTA

(Entrano Andrea e Grazia la quale è molto timida, impacciata) Mamma!

GRAZIA

Ju… havia sulu…

PEPPINA

(Entra allegra e poi, vedendo Grazia, diventa seria d’un colpo) Avanti ca si… (seria) mancia. (Tra se, girandosi) Forsi.

VANNI

Dutturi, nnu duna stu piaciri di manciari cu nuiautri? I fimmini priparanu du scacciateddi, cosi  di campagna.

DOTTORE

Veramente, avevo altre visite d’andare a fare, ma, visto che (a Vanni) anche voi, a quanto pare, mangerete queste “scacciateddi”, io, sarò quello che deve controllare quello che (alludendo a Pietra e a Ninetta, e detto quasi sillabato) altri, avrebbero dovuto fare. (Entra Bartolo con il recipiente pieno d’acqua sulle spalle).

BARTOLO

(Guarda Grazia meravigliato, poi s’accorge di Vanni) Zù Vanni! Vossia… Ssa benerica Dutturi, (cerca di togliersi dall’imbarazzo) chi è ci ripinsau? A voli ‘n’anticchia d’acqua frisca du Parcu vecchiu? (Molto poetico) “Acqua di surgiva / frisca e salutari; / di lu mali ti nni priva / e lu culu fa cantari. (Ridono).

PIETRA

U zù Vartulu bona longa a sapi. (S’accorge della mancanza di Damianuccio, va a guardare e vede che non c’è) Zù Vartulu, ma Damianuzzu nun c’è?

BARTOLO

Damianuzzu? No! Picchì era cu mia?

PIETRA

Vinnirina, dissi ca vinìa unni vui!

BARTOLO

Nun sacciu chi dirivi. (Entrano: Venerina, Carmela ed Andrea che era andato ad aiutarle a preparare per il forno; portano elle brocche di acqua e vino).

CARMELA E VENERINA

Prontu ca a mumentu si mancia!

PIETRA

Lesti, lesti ddocu, mittititi cà ‘nterra e jittati ‘na vuci a Damianuzzu si veni. (Chiamano Damiano il quale risponderà da lontano).

VENERINA E CARMELA

(Gridando) Damianu! Damianu!

DAMIANUCCIO

Vegnu! Vegnu, staju vinennu!

VANNI

(Tranquillizzando Pietra ed altri si mettono a sedere a terra, sulla paglia, qualcuno verserà da bere, qualche altra in qualche panca e su qualche mazzo di fieno; Grazia rimane all’impiedi imbrazzata)). Chi vi dicìa, oramai Damianuzzu è un umiceddu granni.

GRAZIA

(Sempre impacciata) Ju veramenti… avissi di jiriminni, e…

VANNI

(Al dottore che era rimasto a guardare) Nenti dutturi, ‘un ci facissi casu, idda, scherza.

NINETTA

Su, mamma, ancora! Non hai capito che papà vuole che rimani? (A suo padre che li guardava) Eh! (Iniziano a mangiare e Ninetta, che era vicino suo padre, gli fa la prima domanda) Papà, posso farti una domanda? (Vanni Annuisce) Ma… tu… nella… come si dice… a si ‘ncinàgghia, nun è chi ci avissi un ddisìu nicu nicu?

VANNI

(Meravigliato) E… dimmi ‘na cosa, ma tu comu fai a sapillu?

NINETTA

Nenti, nenti manciamu. Manciamu ca poi u zù Mircioni nni cunta…

MELCHIORRE

Ju nun vi cuntu propria nenti cchiù, e la storia, su vuliti sapiri, è tutta ‘nvintata. (Si sente Damianuccio che cantilena le paroledi “granciu d’oru”).

DAMIANUCCIO

(Entra tenendo in mano un granchio d’oro) Granciu d’oru / unni si?

BARTOLO

Sugnu dintra ‘na… (Tutti, compreso il dottore, rimangono sbalorditi, non sa cosa rispondere. Entra, e si ferma sulla soglia del cancelletto che conduce fuori, un ragazzino vestito con indumenti, anni, fine ottocento, è come se avesse paura degli altri;  si guarda attorno, rappresenterà il bimbo trasformato, e finiscono di imbambolare tutti, mentre qualcuna sviene dalla paura).

DAMIANUCCIO

Ziu Vanni, (mostrando il granchio) u viditi? U chiappavu sutta di ‘na petra; e chistu (indicando il ragazzino) è ‘n’amicu me, era assittatu dda, accantu a sorgiva, chi mi guardava. 

CARMELA

Oh, no!!! (Sviene ed Andrea si premura a soccorrerla;rimangono tutti bloccati mentre entra frate Girolamo che, recitando la poesia, va chiudendo il sipario. A piacere, si sentira il canto campestre di tutti).

FRA GILORMU

Tempu di pisatìna,

tempi di ‘na vota,

quannu la fami e lu pitittu,

cumpanaggiu di lu pani schittu,

tuppuliavanu pi li casi du paisi

tutti li jorna d’ogni misi.

Vuccuzzi aperti pi sbadigghi

vasati di matruzzi a li so figghi;

‘ntra li jazza di pagghia

junciuta durmiva la famigghia.

Gira lu munnu supra di ‘na rota

cunta e si ricunta: c’era ‘na vota.

Storii di fascinu, ricchi di misteru,

 c’a tempi d’oggi nun parinu mancu veru;

ma ju ca fuvu e c’eru,

sulu ‘na cosa vi vogghiu ricurdari:

la ricchizza un su li sordi e lu manciari,

è l’amuri, l’amuri veru ca nasci di lu cori.

Fine

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