Terrore e miseria del Terzo Reich

Stampa questo copione

TERRORE E MISERIA

DEL TERZO REICH

Titolo originale: Furcht und Elend des III° Reiches

Ventiquattro quadri

di BERTOLT BRECHT

Versione italiana di F.E. De Rici

PERSONAGGI

SECONDO - PRIMO

UOMO - DONNA - AUTISTA

CAMERIERA - S.A. - CUOCA

OPERAIO - BRUEHL - STUDIOSO

DIEVENBACH - LOHMANN - DETENUTO

GIUDICE - ISPETTORE - PROCURATORE

…………….

……………

…………….

Nelle ventiquattro scene che costituiscono Furcht und Elend des III Rei­ches che qui presentiamo, concorrono tutti gli elementi che abbiamo schema­ticamente indicato come caratteristici della produzione del Brecht, a volte esasperanti: ecco la densità dell'espres­sione drammatica che dissolve ogni tra­ina unitaria; ecco la « popolarità », che non aveva mai voluto essere naturali­smo, e che qui a volte raggiunge nel giuoco scenico e nel linguaggio il più fotografico realismo.

I brevi ritmi che introducono le 24 scene sono gli avanzi di quelle dizioni poetiche accompagnate da suoni di cui parlavamo' più sopra. E tali sono anche gli intermezzi e i preludi, brevissimi, che Brecht ha dettato' per la rappre­sentazione americana.

L'occasione al lavoro è stata la lotta che il fuoriuscito Brecht conduceva contro il nazismo. Egli tendeva a di­mostrare come Hitler e i suoi non po­tessero contare su di un popolo, che nu­triva nei loro confronti' sentimenti quali quelli dai lui descritti. I fatti successivi hanno dimostrato come la visione del Brecht fosse influenzata da un desiderio piuttosto che nata da una concreta conoscenza dei fatti. Uguale errore egli commise nel considerare troppo unila­teralmente le forse vive che in Ger­mania tentarono di tenere in scacco la dittatura hitleriana.

f. d. r.

 

Quando dopo cinque anni sentimmo che colui, il quale dice di sé d'essere stato inviato da Dio, era pronto per la sua guerra: carri armati, cannoni, co­razzate, e che aveva nei suoi hangars un tal nume­ro di aeroplani che, se si fossero al suo cenno le­vati a volo, avrebbero oscurato il cielo, abbiamo voluto renderci un po' conto di che popolo, di che uomini e in quali condizioni e con quali pensieri avrebbe potuto mobilitare sotto le sue insegne.

Li abbiamo passati in rivista. Ecco una schiera pallida, di gente disparata, venire dietro un'inse­gna: sul rosso dello sfondo una croce uncinata, un grosso uncino per ogni poveraccio.

E quelli che non possono camminare, alla sua grande guerra ci vanno giù, carponi. Né grida, né lamenti, né mormorii, né domande, tanto è lo stre­pitio delle marce guerresche.

Vengono con le donne e con i bimbi, sfuggiti a cinque inverni, e non ne vedranno più altrettanti. Trascinano con loro i malati e i vecchi, e noi pos­siamo passare in. rivista tutto quanto il suo eser­cito.

1

La fratellanza col popolo

Ed ecco gli Ufficiali delle S.S. venire dai conve­gni dov'egli ha parlato, dove ha bevuto con loro; stanchi e gonfi di birra. Il loro desiderio è che il popolo sia potente e temuto, prono e ubbidiente.

*

Notte del 30 Gennaio 1933. Due ufficiali delle SS. vanno su e giù per la strada.

Il primo                         - Ormai abbiamo vinto. Imponente la fiaccolata! Ieri ancora inguaiati e oggi al governo! Ieri dentro fino al collo, oggi l'aquila del Reich! (orinano in un angolo).

Il secondo                     - E adesso finalmente la fratellanza col popolo. Io mi aspetto uno slancio spirituale del popolo tedesco di proporzioni inaudite.

Primo                            - Prima di tutto converrà grattar fuori il vero tedesco; fuori da tutta quell'umanità abbietta. Ma in che posto siamo capitati? Neanche una ban­diera!

Secondo                        - Ci siamo persi!

Primo                            - .Un posto schifoso!

Secondo                        - Un. quartiere di malviventi.

Primo                            - ' Dì, credi che sia pericoloso?

Secondo                        - Un tedesco che si rispetti non vive in queste baracche.

Primo                            - Non c'è neanche una luce accesa!

Secondo                        - Saranno fuori di casa.

Primo                            - Tutti fratelli! Credi proprio che vada­no a guardare da vicino come fa a nascere il Ter­zo Reich? Guardiamoci le spalle, (si mettono dì nuo­vo in cammino, traballando, il primo dietro il se­condo) Non siamo nei paraggi del canale?

Secondo                        - Non so.

Primo                            - Lì all'angolo abbiamo fatto fuori un co­vo di marxisti. A cose fatte hanno detto che era un'associazione cattolica. Tutte balle! Non ce n'era uno che avesse il colletto da prete.

Secondo                        - Credi che ci riuscirà a creare una fratellanza col popolo?

Primo                            - Lui riesce a tutto, (si ferma di colpo in ascolto. Si è aperta una finestra).

Secondo                        - Cos'è? (toglie la sicurezza alla rivol­tella. Un vecchio in camicia da notte si sporge dalla finestra e lo si sente dire sottovoce « Emma, sei tu! ») Eccoli! (corre all'impazzala e comincia a spa­rane in tutte le direzioni).

Primo                            - (urlando) Aiuto! (dietro a una finestra di fronte a quella aperta e dove il vecchio sta sem­pre affacciato, si sente il grido straziante di una persona colpita).

2

Tradimento

Ecco vengono i traditori, hanno scavata al vicino la fossa, e sanno che sono individuati. Forse: la strada non dimentica? Dormono male: non è an­cora il giorno del Giudizio.

*

Breslavia 1933. Una casa piccolo borghese.

Una donna e un uomo stanno alla porta, in ascolto. So­no pallidissimi.

Donna                           - Adesso sono giù.

Uomo                            - No, non ancora.

Donna                           - Hanno rotto la ringhiera. Era già sve­nuto quando l'hanno tirato fuori di casa.

Uomo                            - Io ho detto solo che da qui non si sen­tiva la trasmissione del radio-giornale estero.

Donna                           - Non hai mica detto soltanto questo.

Uomo                            - Non ho detto altro.

Donna                           - Guardami un po' in faccia. Se non hai detto altro, allora vuol dire che non hai detto altro.

Uomo                            - E' quello che dico anch'io.

Donna                           - Se tu non hai detto altro, perché non vai al Commissariato e non dici che sabato non c'è stato nessuno da loro? (pausa)

Uomo                            - Al Commissariato non ci vado. Quelli sono delle, bestie; basta vedere come l'hanno trat­tato!

Donna                           - Gli tocca quello che si merita!

Uomo                            - Ma non c'era nessun bisogno che gli strappassero la giacca! Tanti non ne ha neanche lui!

Donna                           - Per la giacca non importa.

Uomo                            - Era inutile che la strappassero!

3

La croce fatta col gesso

Ecco vengono gli S.A.- Vanno come una muta annusando le tracce dei fratelli. Li prostrano ai pie­di dei capi repleti e levano le mani e salutano: mani sanguinose e vuote.

*

Berlino 1933.

Cucina di una casa signorile. Un S.A., la cuoca, la cameriera, l'autista.

Cameriera                      - E' proprio vero che hai solo una mezz'ora?

S.A.                               - Esercitazioni notturne.

Cuoca                            - Cosa diavolo vi esercitate sempre?

S.A.                               - Segreto di servizio.

Cuoca                            - Una razzia?

S.A.                               - Ah! Le piacerebbe saperlo! Ma da me nes­suno tira fuori niente! Nel pozzo non si pesca!

Cameriera                      - E devi andare fino a Reinickhendorf?

S.A.                               - A Reinickendorf o a Rummelsburg, magari a Lichterfelde. Va bene?

Cameriera                      - (un po' confusa) Non vuoi mangia­re qualche cosa prima di andartene?

S.A.                               - Eh, non mi faccio pregare! Venga pure un. buon gulash! (la cuoca porla un vassoio) Non arriveranno mica i padroni tutto a un tratto? E che mi trovino qui con la bocca piena di maionese. (grida, esagerando come se avesse la bocca piena) Heil Hitler!

Cameriera                      - No, prima suonano per l'automobi­le; non è vero signor Franche?

Autista                          - Come, prego? Ah, sì, sì. (l'S.A., tran­quillo, si mette a mangiare).

Cameriera                      - (sedendosi vicino a lui) Non sei stanco?

S.A.                               - Terribilmente!

Cameriera                      - Venerdì però sei libero!?

S.A.                               - (annuendo col capo) Se non, succede nien­te!...

Cameriera                      - Dih! l'orologiaio ha voluto quattro marchi per riparare l'orologio.

S.A.                               - Accidenti!

Cameriera                      - Tutto l'orologio era costato solo do­dici marchi.

S.A.                               - Quell'idiota della drogheria ti fa sempre l'occhio?

Cameriera                      - Ma va...

S.A.                               - Rasta che tu mi dica una parola.

Cameriera                      - Ma ti dico tutto. Oh, hai su gli sti­vali nuovi?

S.A.                               - (con poco entusiasmo) Sì, perché?

Camerièra                      - Minna, ha visto gli stivali nuovi di Theo?

Cuoca                            - No.

Cameriera                      - Faglieli vedere, Theo! Che belle co­se gli danno adesso! (l'

S.A.                               - con la bocca piena, tira fuori una gamba e mostra lo stivale) Belli, neh?

S.A.                               - (si guarda intorno come se cercasse qualche cosa).

Cuoca                            - Le manca qualcosa?

S.A.                               - Un po' asciutto...

Cameriera                      - Vuoi della birra? Vado a prenderla. (corre via).

Cuoca                            - Quella, signor Theo, quando si tratta di lei, nessuno la tiene.

S.A.                               - E' il mio stile: stile lampo.

Cuoca                            - Voi uomini vi potete proprio permet­tere tutto quello che volete.

S.A.                               - E' la donna che lo vuole, (vedendo la cuo­ca che solleva una pentola pesante) Perché fa'que­sti sforzi? Lasci stare, questo tocca a me. (prende la grossa pentola).

Cuoca                            - Grazie; non c'è volta che non trovi il modo di farmi un piacere. Non tutti sono come lei. (dà un'occhiata all'autista).

S.A.                               - Eh, non faccia tante storie! sono cose che si fanno volentieri.

(Si sente battere alla porta d'ingresso).

Cuoca                            - Oh, mio fratello! Porta la valvola per la radio, (fa entrare il fratello, un operaio) Mio fra­tello!

S.A. e autista                - Heil Hitler! (l'operaio brontola Qualche cosa che potrebbe anche voler essere: heil Hitler).

Cuoca                            - Hai portato la valvola?

Operaio                         - Sì.

Cuoca                            - Vuoi provarla subito? (i due escono)

S.A.                               - Che tipo è?

Autista                          - Un disoccupato.

S.A.                               - Viene sovente?

Autista                          - (alzando le spalle) Io non ci sono mai qui.

S.A.                               - Quella grassona, dal punto di vista poli­tico, è sincera come l'oro.

Autista                          - Sincerissima.

S.A.                               - Ciò non toglie che il fratello potrebbe"es­sere tutto diverso.

Autista                          - Ha qualche sospetto?

S.A.                               - Io? no... non ho mai sospetti. Un sospet­to, sa? è sempre una certezza, e questo vuole già dire molto di più.

Autista                          - (sottovoce) Stile lampo.

S.A.                               - Proprio così, (appoggiandosi allo schiena­le della sedia, con gli occhi socchiusi) Avete senti­to cosa ha brontolalo? (imita il saluto dell'operaio). Poteva anche voler dire «heil Hitler»; però non è detto! Un tipo interessante! (ride con un riso for­zalo. Rientrano la cuoca e l'operaio. La cuoca gli dà un piatto con del cibo).

Cuoca                            - Mio fratello di radio se ne intende! Ma non l'ascolta mai; se io invece avessi tempo, non farei altro (all'operaio) e tu, tu ne hai fin troppo, vero Franz?

S.A.                               - Ah, davvero? Lei ha una radio e non l'ascolta mai?

Operaio                         - Un po' di musica...

Cuoca                            - E dire che con niente si è messo assie­me una radio così bella!

S.A.                               - Quante valvole?

Operaio                         - (guardandolo con fare provocante) Quattro!

S.A.                               - Già, i gusti sono diversi (all'autista) vero?

Autista                          - Come, prego? Ah, naturalmente, (la cameriera arriva con la birra).

Cameriera                      - In ghiaccio!

S.A.                               - (appoggia amichevolmente la sua mano su quella di lei) Sei senza fiato! Non avresti dovuto correre così; potevo anche aspettare, (lei gli versa da bere).

Cameriera                      - Non fa niente, (dà la mano all'ope­raio) Ha portato la valvola? Ma si sieda un momen­to; è venuto a piedi fin qua. (all'S.A.) Sta a Moàbit.

S.A.                               - Dov'è la mia birra? Qualcuno me l'ha be­vuta, (all'autista) Me l'ha bevuta lei?

Autista                          - Ah, no; come le viene in mente! Non c'è più la sua birra?

Cameriera                      - Eppure te l'ho versata!

S.A.                               - (alla cuoca) Ah, lei ha bevuto la mia bir­ra! (ride con ostentazione) Non allarmatevi; sono dei piccoli scherzi della nostra Cantina: vuotare il bicchiere senza che uno veda o senta, (all'operaio) Voleva dire qualche cosa? ,

Operaio                         - Vecchi trucchi!

S.A.                               - Provi anche lei. (gli versa da bere).

Operaio                         - Bene; dunque qui c'è la birra (alza il bicchiere) ed ora ecco il trucco, (beve pian piano la birra, gustandola).

Cuoca                            - Ma così si vede!

Operaio                         - (pulendosi la bocca) Ah, sì? Allora non ci sono riuscito, (l'autista ride).

S.A.                               - Lo trova tanto divertente?

Operaio                         - Anche lei non può aver fatto diverso. Come ci si è preso?

S.A.                               - E come posso farle vedere, se lei ha be­vuto tutta la birra?

Operaio                         - Già, è vero. Senza birra non può far vedere il trucco. Ma non ne conosce altri di truc­chi? Voi ne sapete più d'uno.

S.A.                               - Chi «voi»?

Operaio                         - Voglio dire, voi giovani.

S.A.                               - Ah, così!

Cameriera                      - Ma il signor Lincke scherza; an­diamo, Theo!

Operaio                         - (preferisce battere in ritirata) Non vorrà mica prenderla in cattivo!

Cuoca                            - Vado a prendere un'altra birra.

S.A.                               - No, non importa; la gola me la son già bagnata lo stesso.

Cuoca                            - Il signor Theo sta allo scherzo!

S.A.                               - (all'operaio) Perché non si siede? Noi non mangiamo mica nessuno, (l'operaio si siede) Vive­re e lasciar vivere. Di tanto in tanto, anche uno scherzo, perché no? Su un punto solo non. li ammet­tiamo: opinioni politiche.

Cuoca                            - E' il vostro dovere.

Operaio                         - Com'è l'opinione pubblica, adesso?

S.A.                               - Buona. Non siete di questo parere?

Operaio                         - No, no. Fa solo l'effetto che nessuno dica quello che pensa.

S.A.                               - Nessuno? Cosa volete dire? A me lo di­cono.

Operaio                         - Davvero?

S.A.                               - Naturalmente nessuno va a cercare un al­tro per raccontargli quello che pensa, ma bisogna andarci...

Operaio                         - Dove?

S.A.                               - Mah, per esempio, all'ufficio dei disoc­cupati. Alla mattina siamo sempre là.

Operaio                         - C'è sempre qualcuno che brontola!

S.A.                               - Già!

Operaio                         - Ma ne potrà pescare uno una volta soltanto, perché dopo la conoscono; ed allora tac­ciono tutti.

S.A.                               - Come, mi conoscono? Vuole che le faccia vedere come non mi si conosce? Visto che le inte­ressano i trucchi, gliene posso ben mostrare uno, tanto ne abbiamo una quantità!

Cameriera                      - Sì, sì, Theo, racconta come fate!

S.A.                               - Mettiamo di essere all'ufficio dei disoccu­pati nella Munzstrasse. Per esempio (guardando l'o­peraio) lei fa la fila davanti a me. Ma prima devo preparare ancora una cosa, (si alza, esce).

Opkraio                         - (strizzando l'occhio all'autista) Ah, adesso vogliamo un po' vedere come fanno!

Cuoca                            - Bisognerà bene che li peschino fuori tutti i marxisti, perché non si può mica lasciarli mandar tutto' in malora.

Operaio                         - Già, già! (rientra l'S.A.).

S.A.                               - Naturalmente sono vestito in borghese. (all'operaio) Cominci a brontolare...

Operaio                         - Di che cosa?

S.A.                               - Non sia tanto sull'occhio. Qualche ragio­ne ce l'avete sempre.

Operaio                         - Io? No!

S.A.                               - Un bello sfacciato! Non vorrà mica dire che va tutto come fosse olio?

Operaio                         - Come?

S.A.                               - Se fa così, non c'è niente da fare.

Operaio                         - Beh, allora vediamo. Per una volta non avrò peli sulla lingua. Qui ci fanno perdere il tempo come se il nostro tempo non valesse nulla. Ci vogliono due ore ad arrivare fin qui da Rummelsburg.

S.A.                               - Questo non vuol dir niente! Rummelsburg nel Terzo Reich non è più lontano dalla Munz­strasse di quanto non lo fosse al tempo di quella repubblica di pancioni che era la repubblica di Weimar. Non faccia dunque tante storie e parli chiaro.

Cuoca                            - Ma se è solo uno scherzo, Franz! Lo sappiamo tutti che quello che dici non lo pensi.

Cameriera                      - Lei deve, per così dire, solo rap­presentare la parte di un malcontento. Può essere sicuro di Theo, che non la fraintenderà certo. Vuo­le solo farci vedere un trucco.

Operaio                         - Bene! Allora dico: l' S.A. può darsi tutte le arie che vuole, che io me ne batto i coglio­ni. Io sono per i marxisti e per gli ebrei.

Cuoca                            - Ma vediamo, Franz!...

Cameriera                      - No, così non va, signor Lincke...

S.A.                               - (ridendo) Ohi, ragazzo! Non mi resta al­tro che farla arrestare dalla prima guardia che trovo. Non ha due soldi di fantasia! Doveva dire qualche cosa che avrebbe potuto facilmente spie­gare in altro modo; una di quelle cose che si sen­tono per davvero.

Operaio                         - Già, ma allora lei deve essere tanto cortese da provocarmi.

S.A.                               - Non attacca più. Perciò cambio registro e dico: di grande hanno solo la bocca: in questo sono maestri. Conoscete quella storiella di Goebbels e dei due pidocchi? No? Ebbene sentite. Due pidoc­chi fanno una scommessa; quale dei due riesca per primo ad andare da un angolo all'altro della bocca. Dicono che abbia vinto quello che ha fatto il giro della testa...

Autista                          - Ah, ah (tutti ridono).

S.A.                               - (all'operaio) Eh, adesso si arrischi anche lei ad aprire la bocca.

Operaio                         - Non ce n'è abbastanza perché mi met­ta a parlare liberamente. Anche con la storiella lei potrebbe essere un agente provocatore.

Cameriera                      - Per questo ha ragione, Theo!

S.A.                               - E' proprio un lavativo! Gli accidenti che mi hanno già fatto tirare. Non c'è nessuno che ab­bia il coraggio di parlare.

Operaio                         - Ma lo dice sul serio o sono cose che dice solo all'Ufficio dei disoccupati?

S.A.                               - Le dico anche all'Ufficio dei disoccupati.

Operaio                         - Se lo dice all'Ufficio dei disoccupati, all'Ufficio dei disoccupati dico anch'io: la pruden­za non è mai troppa. Sono un vigliacco; sono sen­za pistola.

S.A.                               - Caro collega, se ti preoccupi tanto della prudenza, allora ti voglio dire: sei prudente, prudentissimo, e tutto a un tratto ti trovi nel servi­zio volontario del lavoro!

Operaio                         - E se tu sei imprudente?

S.A.                               - Anche in questo caso ti ci trovi dentro, per questo hai ragione. Infatti è una cosa volonta­ria. Bella libertà, vero?

Operaio                         - Potrebbe anche succedere che se uno ne avesse il coraggio e vi trovaste tutti e due all'ufficio dei disoccupati e lei lo guardasse in fac­cia con i suoi occhi azzurri, tutto a un tratto si decidesse a dire qualche cosa sul servizio del la­voro. Ed allora uno che cosa potrebbe rispondere? Forse che ieri ne sono partiti altri quindici? Io mi domando spesso come riescono a convincerli, dato che è una cosa volontaria, e non ottengono niente di più se fanno qualche cosa che se non fanno niente, ma debbono mangiare di più. Ma poi mi hanno raccontato la storia del dott. Ley e del gatto e ho capito tutto. La conoscete voialtri questa sto­ria?

S.A.                               - No, non la sappiamo.

Operaio                         - Dunque il dott. Ley intraprende un piccolo viaggio di affari « Gioia e lavoro » e si in­contra con un pezzo grosso della repubblica di Wei­mar. Io i nomi non li so esattamente. Forse era in un. campo di concentramento, benché il dott. Ley è persona troppo posata per andarci. E il pezzo gros­so gli domanda come mai succede che adesso gli operai mandino giù tante cose che prima non c'e­ra verso di far loro ingoiare. Allora il dott. Ley gli fa vedere un gatto che sta lì a prendere il sole e dice : « Poniamo che lei voglia far ingoiare a quel gatto una bella cucchiaiata di senape, voglia o non voglia; come farebbe? » Il prezzo grosso piglia la senape, la mette sul muso del gatto, ma quello non, si sogna neanche di mandarla giù e gliela spruzza tutta in faccia e graffi da tutte le parti! « No, ca-ro_ mio, dice il dott. Ley sorridendo, non sa fare. Stia attento». Piglia la. senape e... ciacchi la spal­ma sul culo del gatto (volgendosi alle signore). Scu­sate, ma fa parte della storia. La bestia, tutta spa­ventata e istupidita da quel terribile bruciore, lec­ca via tutto quanto. «Vede, caro amico, - dice il dott, Ley trionfante - vede come la mangia, e vo­lontariamente? ». (lutti ridono) E' proprio da ridere.

S.A.                               - Adesso quasi ci siamo. Il servizio del la­voro volontario è uno dei temi più correnti. Il peg­gio è che nessuno si decide a ribellarsi. Ci possono dare da mangiare della merda e noi diciamo sempre grazie.

Operaio                         - No, non è vero. Tempo fa ero nell'Alexanderplatz e stavo pensando se non, fosse il caso di andare ad arruolarmi nel servizio del la­voro o se non fosse meglio aspettare che mandas­sero una guardia a prendermi. Tutto a un tratto e-sce da un negozio all'angolo una donna magrolina, evidentemente la moglie di un proletario. « Oh, di­co io, da quando in qua nel terzo Reich ci sono ancora dei proletari, dato che c'è la fratellanza col popolo dove c'è dentro anche il Thyssen, bell'e barone com'è!» - «Accidenti, dice lei, l'hanno fatto salire il prezzo della margarina! da 50 pfennig a un marco! Vuol darmi a bere che questa sia fra­tellanza col popolo?» - «Attenta, attenta, donna! Vi rendete conto di che cosa state dicendo? Io so­no nazionalista fino al midollo delle ossa » - « Os­sa, dice lei, e non carne; e crusca nel pane». Que­sto ha avuto la faccia di dirmi. Io rimango di stuc­co e brontolo : «Non avete che da comprare del burro, che è anche più sano. Sul mangiare non bi­sogna mai risparmiare, se no si rischia di indebo­lire la forza del popolo, una cosa che noi non pos­siamo permetterci, dati i tanti nemici che ci cir­condano, anche nei posti più alti... Ci hanno messi in guardia ». - « No, dice lei, nazi siamo tutti fino all'ultimo respiro, una cosa che può succedere da un momento all'altro, visto che la guerra può scop­piare quando che sia. Ma quando io recentemente, dice lei, volevo, regalare il più bel sofà che ho per l'« Assistenza invernale », dato che Goering è co­stretto a dormire sul pavimento tante sono le gra­ne che ha con le materie prime, uno dell'ufficio mi disse che avrebbe preferito un pianoforte per « Gioia e lavoro ». Vede com'è? Son cose che fanno a pugni! Prendo di nuovo il mio sofà e me lo porto via dall'« Assistenza invernale » e vado dal rigat­tiere sull'angolo, perché è tanto che volevo compe­rarmi qualche etto di burro; ma alla latteria mi dicono: burro oggi non, ce n'è, compagna, volete un cannone? - Me lo dia qui, dico io », - prosegue la donna - Ed io le dico: «Ma come mai, perché un cannone? Per gli stomaci vuoti?» - «No, dice lei, se devo morire di fame voglio1 mettere tutto a soqquadro a colpi di cannone, tutta la baracca con Hitler in testa... » - « Ma cosa, ma cosa », dico io indignato... « Con Hitler in testa noi vinceremo la Francia », dice lei. « Stiamo già facendo la benzi­na con la lana » - « E la lana? » dico io. - « La lana, naturalmente, la facciamo con la benzina. Già di lana ne abbiamo bisogno evidentemente. Se all'« As­sistenza invernale » capita un bel pezzo di lana ve­ra degli anni buoni, se lo prendono ì fiduciari, di­ce lei. Eh, se Hitler lo sapesse... dicono, ma quello non sa niente. E' una testa di... Dicono che ha fat­to appena le elementari ». - Mi creda, non potevo nemeno più parlare dinnanzi a queste calunnie. -z Mi aspetti un momento qua, dico alla donna, de­vo andare su all'Ufficio di Polizia ». E pensi un po', quando sono tornato indietro con le guardie, trovo che se n'era andata! (Smette lo scherzo) E allora cosa ne dice?

S.A.                               - Mi pare proprio che basti, (continua lo scherzo) E adesso puoi andare tranquillamente a ritirare il tuo sussidio. Io ti ho capito e ti abbia­mo capito tutti quanti. Non è vero compagni? Ma di me puoi fidarti, collega, quello che hai detto a me è come se l'avessi detto ad una tomba (gli pic­chia con una mano sulle spalle. Senza più scher­zare) E adesso vada pure a ritirare il sussidio; e vedrà che l'acchiappano subito.

Operaio                         - Senza che lei esca dalla fila e mi segua?

S.A.                               - Senza niente.

Operaio                         - E senza che dica a nessuno che io so­no sospetto?

S.A.                               - Senza che io parli.

Operaio                         - Ma come fa?

S.A.                               - Eh, vorrebbe sapere il trucco! Si alzi in piedi e si volti dall'altra parte (lo fa girare in mo­do che tutti gli vedano le spalle. Poi, volgendosi alla cameriera) Vedi?

Cameriera                      - Ha su una croce, una croce bian­ca fra una spalla e l'altra.

Autista                          - Già, davvero!

S.A.                               - Bello, vero? Ho sempre con, me un pez­zo di gesso. Bisogna che uno lavori di testa sua e non sempre secondo un sistema, (soddisfatto) E adesso me ne vado a Reinickendorf (correggendosi) ci sta una mia zia. Mi sembra che non ne .siate en­tusiasti (alla cameriera). Perché stai a guardarmi in quel modo, Anna? Non hai capito il trucco?

Cameriera                      - Sì, sì. Tanto stupida poi non sono.

S.A.                               - (cambiando umore allunga la mano verso di lei) Pulisci! (quella piglia un panno e gli stro­fina la mano).

Cuoca                            - Eh, sono questi i mezzi che ci vogliono, visto che vogliono distruggere tutto quello che ha fatto il nostro Fuehrer, che tutti i popoli ci invi­diano.

Autista                          - Come, prego?... Giustissimo. (Tira fuo­ri l'orologio) Vado a lavare la macchina. Heil Hi­tler! (esce).

S.A.                               - Che tipo è quello là!

Cameriera                      - Oh, un tipo tranquillo, non si oc­cupa affatto di politica.

Operaio                         - (si alza) Eh, Minna, me ne vado an­ch'io. E non se l'abbia a male per la birra. Ho do­vuto persuadermi che non ce la fa nessuno contro il terzo Reich. E' una cosa che mi mette il cuore in pace. Per quanto riguarda me, io non frequento mai degli elementi infidi, altrimenti non saprei te­nermi. Mi manca quella disinvoltura che ha lei. (a voce alla e spiegata) Dunque, Minna, grazie tan­te e heil Hitler.

Tutti gli altri                  - (insieme) Heil Hitler!

S.A.                               - Se posso darle un buon consiglio, non fac­cia tanto l'innocente. Dà troppo all'occhio. Con me può anche andare, io allo scherzo ci sto. Beh, heil Hitler! (l'operaio esce) Sono andati via un po' troppo svelti quei bravi compagni! Credo che ab­biano avuto un piccolo brivido. Quel nome di Rei­nickendorf non avrei dovuto lasciarmelo scappare, ma a loro non sfugge una parola.

Cameriera                      - Devo ancora domandarti qualche cosa, Theo!

S.A.                               - Avanti, coraggio!

Cuoca                            - Vado a stendere la biancheria. Sono stata giovane anch'io, (esce).

S.A.                               - Cosa c'è?

Cameriera                      - Lo dico soltanto se mi prometti di non avertene a male. Altrimenti preferisco non parlare...

S.A.                               - Dai, fuori!

Cameriera                      - E' perché... mi spiace... Ho biso­gno di un po' di quei soldi, venti marchi...

S.A.                               - Venti marchi?

Cameriera                      - Vedi? te ne hai subito a male...

S.A.                               - Levare venti marchi dal libretto di ri­sparmio non mi va. Perché vuoi venti marchi?

Cameriera                      - Mi spiace dirtelo.

S.A.                               - Ah, non vuoi dirmelo? Strano!

Cameriera                      - So che su questo punto non sei d'accordo con me e preferisco quindi non dire niente.

S.A.                               - Se non hai confidenza in me...

Cameriera                      - Ma sì, confidenza ne ho.

S.A.                               - Vuoi che lasciamo andare questo nostro libretto di risparmio in comune?

Cameriera                      - Ma come ti vengono in mente cer­te idee? Anche se io ritiro venti marchi, ne riman­gono sempre novantasei sul libretto!

S.A.                               - Non, hai bisogno di fare dei conti così esatti con me. Lo so anch'io cosa c'è su. L'unica cosa che può venirmi in mente è che vuoi romperla con me perché stai facendo l'occhio ad un altro. Forse vorrai anche che quello verifichi i conti di cassa.

Cameriera                      - Io non faccio l'occhio a nessuno.

S.A.                               - E allora dimmi perché.

Cameriera                      - Dunque non me li vuoi dare...

S.A.                               - Come posso sapere se non li spenderai male? La responsabilità è mia.

Cameriera                      - Non è per una cosa che non si debba fare e se non ne avessi bisogno non li chie­derei, tu lo sai.

S.A.                               - Io non so niente. L'unica cosa che so, u che tutto questo non mi pare molto chiaro. Perché devi aver bisogno di venti marchi tutt'a un tratto? E' una somma! Sei incinta?

Cameriera                      - No.

S.A.                               - Sei sicura?

Cameriera                      - Sì.

S.A.                               - Se venissi a sapere che hai in mente qual­che cosa del genere, se facessi qualche cosa di si­mile, sarebbe finita, te lo dico io! Forse avrai sen­tito dire che ogni attentato contro un germe che si forma è il più grave delitto che si possa commet­tere. Se il popolo tedesco non cresce di numero è finita la sua missione storica.

Cameriera                      - Ma Theo, non capisco affatto di che cosa vuoi parlare. Non si tratta di queste cose, perché se fosse così, la cosa riguarderebbe anche te. Ma se ti metti in testa delle cose simili, preferisco dirti subito il perché. E' perché voglio darli a Frida per comperarsi un paletò d'inverno.

S.A.                               - E come mai tua sorella non può compe­rarsi da sola il suo paletò?

Cameriera                      - Ma è impossibile, con la sua pen­sione di invalidità. Non ha che ventisei marchi al mese!

S.A.                               - E l'« Assistenza invernale? »? Ma già voial­tri non avete nessuna fiducia nello Stato nazional­socialista. Lo vedo bene dai discorsi che fate in questa cucina. Credi che non mi sia accorto che quando ho fatto il mio esperimento la cosa non ti è piaciuta?

Cameriera                      - Come non mi è piaciuta?

S.A.                               - Ma sì! Proprio come a quei due, che se ne sono andati tutt'a un tratto...

Cameriera                      - Se vuoi proprio che te lo dica, sin­ceramente, sorto cose che non mi piacciono affatto.

S.A.                               - Che cosa non ti piace, se è permesso?

Cameriera                      - Che tu imbrogli quei disgraziati con trucchi di questo genere. Anche mio padre è disoccupato.

S.A.                               - Ah, anche questo devo sentire. Mi sono già fatto le mie idee quando parlava quel signor Lincken.

Cameriera                      - Vuoi dire che gli farai avere delle seccature dopo che lo ha fatto soltanto per farti piacere e che noi tutti l'abbiamo spinto a farlo?

S.A.                               - Io non, dico niente, te l'ho già ripetuto altre volte e se hai qualche cosa da obiettare per quello che io faccio perché è il mio dovere di far­lo, non ho da dirti altro se non che devi andare a leggere nel libro del Fuehrer, che persino lui non ha ritenuto indegno di sé di andare a scovare quali fossero i sentimenti del popolo.

Cameriera                      - Beh, se mi tiri fuori queste storie, Theo, io allora voglio sapere se mi dai o no questi venti marchi.

S.A.                               - Se devo dirtelo sinceramente, non sono di umore da farmi tirar fuori qualche cosa.

Cameriera                      - Cosa tirar fuori? I soldi sono miei o tuoi?

S.A.                               - Hai un bel modo tutt'a un tratto di par­lare dei nostri soldi comuni. Valeva forse la pena di cacciar via gli ebrei se adesso sono i nostri stessi compatrioti che ci succhiano il sangue?

Cameriera                      - Ma come puoi parlare così a pro­posito dei venti marchi?

S.A.                               - Ho abbastanza spese; solo gli stivali mi sono costati ventisette marchi.

Cameriera                      - Ma non te li hanno dati gratis?

S.A.                               - Già, lo credevamo. Ragion per cui mi sono scelto anche quelli più belli... E poi, invece, quando siamo andati a ritirarli, abbiamo dovuto pagare.

Cameriera                      - 27 marchi solo per gli stivali? E poi che altre spese?

S.A.                               - Quali altre spese?

Cameriera                      - L'hai detto tu che hai fatto molte spese...

S.A.                               - Non me lo ricordo. E poi non intendo affatto di subire un interrogatorio. Sta' pure tran­quilla che non ti imbroglio. In quanto ai venti marchi ci penserò.

Cameriera                      - (piangendo) Theo, non posso cre­dere che tu mi dica che i conti sono in ordine e che invece non è vero. Non so più cosa pensare. Almeno venti marchi li avremo ancora sul libretto, con tutti i soldi che ti ho dato...

S.A.                               - (battendole la mano sulla spalla) Ma chi dice che non abbiamo più niente sul libretto'? E' impossibile! Di me puoi fidarti. Quello che tu dai a me, e come se lo mettessi nella cassatone! Dun­que, ti fidi di nuovo dei tuo Theo? (ella continua a piangere senza rispondere) Un po' di nervi, per­che ti sei stancata troppo. Bisogna che vada all'esercitazione. Vengo a prenderti venerdì. Heil Hi­tler! (esce) (La cameriera si sforza di non pian­gere più e gira disperata su e giù per la cucina. La cuoca torna con un cesto di biancheria).

Cuoca                            - Cosa c'è? Vi siete bisticciati? Theo è però un gran brav'uomo; bisognerebbe che ce ne fossero tanti. Non può mica essere una cosa seria!

Cameriera                      - (sempre piangendo) Minna, non può andare da suo fratello e consigliarlo di stare in guardia?

Cuoca                            - In guardia? Da che cosa?

Cameriera                      - Mah, cosi...

Cuoca                            - Per quello che ha fatto stasera? Ma non è possibile; Theo non fa una cosa di questo genere.

Cameriera                      - Io non so più cosa pensare, Min­na; è tanto cambiato! Me lo hanno rovinato, sta tra della gente che non va. Sono quattro anni che siamo insieme e adesso mi fa l'effetto come se... Guardi, mi viene voglia di pregarla di vedere un po' se non ha fatto un segno anche a me sulla spalla!

4

I soldati della palude

Vengono da tutte le parti gli S.A. Gli altri con­tinuano a discutere sulle idee di Bebel e di Lenin finché, con i libri di Marx e di Kautsky nelle mani storpiate, li riunisce la fossa nazista.

*

Campo di concentramento di Esterwegen, 193b. Alcuni detenuti preparano il cemento.

Bruehl                           - (sottovoce a Dievenbach) Stai lon­tano da Lohmann. E' un chiacchierone.

Dievenbach                   - (a Lohmann) Bruehl dice che de­vo stare lontano da te perché sei un chiacchierone.

Bruehl                           - Porco!

Lohmann                       - Proprio tu che puoi dirlo, giuda! Di chi la colpa se Karl è venuto qua?

Bruehl                           - Colpa mia? Mi sono state forse date delle sigarette che nessuno sa da dove vengono?

Lohmann                       - Quando mai a me hanno dato delle sigarette?...

Studioso della Bibbia   - Attenzione! (sul terra­pieno passa la ronda degli S.A.).

Un S.A.                         - C'è qualcuno che parla qui. Chi è stato? (Nessuno risponde) Se succede un.'altra vol­ta le buscano tutti. Capito? Cantate! (/ detenuti cantano la prima strofa del « Canto dei soldati del­la palude e l' S.A. si rimette in cammino): Ovunque lo sguardo si posi palude e steppa deserta Non canto di uccelli ci rallegra Querce all'orizzonte spoglie e silenziose. Siamo i soldati della palude e andiamo nel fango con le nostre vanghe!

Studioso                        - Cosa avete sempre da litigare?

Dievenbach                   - Non te ne incaricare, che tanto non capisci niente, (indicando Bruchi) Il partito di quello là, ieri, al Reichstag ha votato per la politica estera di Hitler, (indicando Lohmann) E questo crede che la politica estera di Hitler finirà con la guerra.

 Bruehl                          - Non può se ci siamo ancora noi.

Lohmann                       - Quando c'eravate voi si è già fatta una guerra.

Bruehl                           - Del resto la Germania militarmente è debole.

Lohmann                       - Un incrociatore a Hitler glielo ave­te già dato in dote.

Studioso                        - (a Dievenbach) Cosa eri tu, socia­lista, democratico o comunista?

Dievenbach                   - Io sono sempre stato fuori.

Lohmann                       - Eh, ma adesso però sei dentro, den­tro nel campo di concentramento, voglio dire.

Studioso                        - Attenti! (l'S.A.- compare di nuovo e si ferma a guardarli).

Bruehl                           - (comincia pian piano a cantare la terza strofa del canto dei soldati della palude. L' S.A.         - con­tinua la sua strada).

Le sentinelle vanno su e giù Nessuno, nessuno può scappare La fuga non avrebbe altro risultalo che la morte. Quattro sono le cinte che circondano la fortezza. Siamo i soldati della palude e andiamo nel fango con le nostre vanghe!

Lohmann                       - (getta via il badile) Quando penso che siamo qui soltanto perché voialtri avete reso impossibile l'unificazione dei partiti, mi vien vo­glia di spaccarti la testa!

Bruehl                           - Ah, ah, anche tu eh? « Se non vuoi essere mio fratello, ti spacco la testa», vero? L'u­nione dei partiti! Un corno4. Ti avrebbe fatto co­modo di portarci via i voti...

Lohmann                       - Preferite che ve li porti via Hitler. Traditori del popolo!

Bruehl                           - (afferra un badile e lo alza minaccioso verso Lohmann, che dal canto suo fa altrettanto) Ti faccio vedere io!

Studioso                        - Attenti! (si mette subito a cantare l’ultima strofa del canto dei soldati della palude. L' S.A.         - compare e gli altri cantano anche loro, men­tre preparano il cemento):

L'inverno non può essere eterno

Anche noi un giorno o l'altro

diremo pieni di letizia

Oh Patria, sei di nuovo mia!

Noi siamo i soldati della palude

e andiamo nel fango con le nostre vanghe!

S.A.                               - Chi ha gridato «traditori del popolo»? (nessuno risponde) Non c'è verso di ficcarvelo in testa! (a Lohmann) Chi è stato? (Lohmann guarda Bruehl e tace). (A Dievenbach) Chi è stato? (Die­venbach tace). (Allo studioso della bibbia) Chi è stato? (tace). (A Bruehl) Chi è stato? (tace). Vi dò ancora cinque secondi di tempo poi vi metto tutti dentro fin che non siete ammuffiti, (aspetta 5 se­condi. Tutti sono sull'attenti con gli occhi fissi) Allora, dentro!

5

Al servizio del popolo

Ecco vengono le sentinelle dai campi, gli agenti provocatori e i boia, che servono il popolo con ze­lo, opprimono e tormentano, frustano e impalano a buon prezzo.

*

Campo di concentramento di Oranienburg. 1934. Un piccolo spiazzo delimitalo da baracche. Prima che si accenda la luce, si sente lo schioccare della frusta. Poi si vede un S.A.- che fustiga un detenu­to. Un capo gruppo degli S.A. - è in piedi nello sfon­do che fuma, volgendo le spalle alla scena, poi se ne va). S.A.- (stanco si siede su una botte) Avanti lavora. (il detenuto si alza e comincia a pulire la cloa­ca con ritmo nervoso)

Animale, perché non puoi di­re di no, quando ti domando se sei comunista? Tu ci rimetti le ossa e io alla fine sono stanco come un cane, proprio come adesso. Quando torna quel cornuto là (tende l'orecchio) piglia la frusta e co­mincia a picchiare per terra- Inteso?

Detenuto                       - Sissignore, signor caporale.

S.A.                               - E questo soltanto perché ci ho rimesso la pelle per voialtri cani, capito?

Detenuto                       - Sissignore, signor caporale.

S.A.                               - (dietro le quinte si sentono dei passi. L'S.A. fa segno alla frusta. Il detenuto la prende e comincia a frustare per terra; ma, poiché il suono non è quale dovrebbe essere, l'S.A. indica una ce­sia li vicino e il detenuto comincia a frustarla. I passi dietro le quinte si fermano. L'S.A.         si alza ra­pido e nervoso, strappa la frusta di mano al dete­nuto e comincia a frustarlo).

Detenuto                       - (sottovoce) Non sulla pancia. (l'S.A. lo picchia sul didietro).

Il capo gruppo               - (caccia dentro la testa) Pic­chia sulla pancia! (l' S.A. picchia il detenuto sulla pancia).

6

Ecco vengono i signori giudici, ai quali quella mala genia ha detto « Diritto è ciò che serve al po­polo tedesco ». Essi risposero «Come possiamo sa­perlo?», e così dovranno giudicare fino a quando non, sia dentro tutto quanto il popolo tedesco.

*

Augsburg 1934. Camera di consiglio di un tribu­nale. Attraverso la finestra si vede il cielo lattigi­noso di una mattina di gennaio. In una boccia bru­cia la fiammella del gas. Il giudice si infila la Io­ga. Si sente battere alla porta.

Giudice                         - Avanti, (entra l'ispettore del tribuna­le penale).

Ispettore                        - Buon, giorno signor giudice!

Giudice                         - Buon giorno Signor Tallinger. L'ho fatta pregare di venire da me per la causa Haeberle, Schuent e Gaunitzer. Devo dirle che la cosa non mi sembra molto chiara.

Ispettore                        - ?

Giudice                         - Dagli atti vedo che il negozio nel qua­le è accaduto il fatto del gioielliere Arndt è di pro­prietà di un ebreo.

Ispettore                        - ?

Giudice                         - E Haeberle, Schuent e Gaunitzer sono ancora membri della compagnia di S. A. N. 7?

Ispettore                        - (annuisce col capo).

Giudice                         - Voglio dire che alla Compagnia non è parso di dover prendere provvedimenti disciplinari contro i tre?

Ispettore                        - (scuote la testa).

Giudice                         - Si deve però ritenere che la compa­gnia, dato il chiasso che la cosa ha fatto nel quar­tiere, avrà condotto una inchiesta?

Ispettore                        - (alza le spalle).

Giudice                         - Le sarei grato, Tallinger, se potesse mettermi un po' al corrente della cosa.

Ispettore                        - (con tono neutro) Il due dicembre dell'anno scorso, alle 8 e un quarto del mattino, gli S.A.         Haeberle, Schuent e Gaunitzer entravano nella gioielleria Arndt nella Schlettowstrasse e dopo un breve diverbio ferivano alla nuca il gioielliere Arndt di 54 anni. Si lamentano anche danni alle cose per un valore totale di 11.234 marchi. Un'inchiesta del­la polizia criminale, indetta al 7 dicembre dell'an­no passato, ha dato come risultato...

Giudice                         - Caro Tillinger, sono tutte cose che sono già a protocollo, (indica con fare nervoso l'at­to di accusa di una sola pagina) L'atto di accusa è il più striminzito e il meno accurato che io abbia mai visto, e sì che negli ultimi mesi non mi hanno certo viziato! Ciononostante quello che lei mi ha detto c'è dentro tutto quanto. Io speravo che lei fosse in grado di dirmi qualche cosa sul retrosce­na di questa faccenda.

Ispettore                        - Signor sì, signor giudice.

Giudice                         - Allora?

Ispettore                        - Retroscena non ce n'è affatto, si­gnor giudice.

Giudice                         - Tallinger, non mi verrà mica a dire che la cosa è proprio così chiara!

Ispettore                        - (con un sorriso forzato) No, chiara non è.

Giudice                         - Sembra che siano anche scomparsi dei gioielli. Sono stati ritrovati?

Ispettore                        - No, che io sappia.

Giudice                         - ?

Ispettore                        - Signor giudice, ho famiglia.

Giudice                         - Anch'io, Tallinger.

Ispettore                        - Signorsì, (una pausa) Arndt è un ebreo, lei lo sa.

Giudice                         - Basta il nome.

Ispettore                        - Signorsì. Nel quartiere si dice an­che che ci deve essere di mezzo una relazione fra un'ebrea ed un ariano.

Giudice                         - (comincia a capire) Ah, ah, e chi vi è implicato?

Ispettore                        - La figlia di Arndt. Ha 19 anni e di­cono che sia bella.

Giudice                         - E' stata fatta un'inchiesta d'ufficio?

Ispettore                        - No, questo no. Le chiacchiere sono state messe in tacere.

Giudice                         - Chi le aveva fatte circolare?

Ispettore                        - Il padrone di casa, un certo signor von Miehl.

Giudice                         - Evidentemente voleva liberarsi del negozio di un, ebreo.

Ispettore                        - Credevamo anche noi, ma poi in­vece ha ritirato la denuncia.

Giudice                         - Ciononostante così si potrebbe capire come nel quartiere ci fosse un certo malumore con­tro l'Arndt, cosicché quei ragazzi avrebbero potuto agire sotto l'impulso di un'esaltazione nazionale.

Ispettore                        - (con tono deciso) Non credo, si­gnor giudice.

Giudice                         - Cosa non créde?

Ispettore                        - Che Haeberle, Schuent e Gaunite-zer si interessino molto di questi fatti razziali.

Giudice                         - Perché no?

Ispettore                        - Il nome dell'ariano non compare mai negli atti. Dio sa chi era. Può essere in un gruppo qualunque di ariani, non è vero? E quali sono que­sti gruppi? Insomma, la Compagnia desidera che della cosa non si parli.

Giudice                         - (impazientito) E perché me lo dice, allora?

Ispettore                        - Perché lei mi ha detto che ha una famiglia e così non parli della cosa. Anche se un testimonio qualsiasi del quartiere ne facesse parola.

Giudice                         - Ah, capisco, ma a parte questo non capisco nient'altro.

Ispettore                        - Meno capisce e meglio è, detto fra noi.

Giudice                         - Fa presto lei a parlare, ma io devo pronunciare la sentenza.

Ispettore                        - (con aria vaga) Già, già.

Giudice                         - Non rimane altro che una provoca­zione diretta da parte dell'Arndt, altrimenti non si può spiegare l'accaduto.

Ispettore                        - E' anche la mia opinione, signor giudice.

Giudice                         - In, che modo sono stati provocati que­sti S.A.?

Ispettore                        - Secondo quanto affermano, dal-l'Arndt stesso e da un disoccupato che stava spa­lando la neve. Dicono che volevano andare a bere un bicchiere di birra e che quando passarono da­vanti al negozio, il disoccupato Wagner e l'Arndt avrebbero gridato loro dietro degli insulti volgari.

Giudice                         - Testimoni non ce ne saranno, vero?

Ispettore                        - Altro che. Il padrone di casa, quel tale Von Miehl, dice che stando alla finestra vide il Wagner nell'atto di provocare gli S.A.- ed il socio dell'Arndt, un certo Stau, nel pomeriggio andò alla sede della Compagnia degli S.A.- e dichiarò davanti all'Haberle, Scbunt e Gaunitzer che l'Arndt si era espresso anche con lui in modo calunnioso sul con­to degli S.A.

Giudice                         - Ah, Arndt ha un socio? Ariano?

Ispettore                        - Naturalmente, ariano. Le pare pos­sibile che abbia preso un ebreo come paravento?

Giudice                         - Ma allora questo socio non può mica deporre contro di lui.

Ispettore                        - (con aria furba) Forse sì.

Giudice                         - (stizzito) Come, come? L'azienda non può pretendere i danni se viene dimostrato che l'Arndt è colpevole di aver provocato l'attacco di Haberle, Schir.it e Gaunitzer.

Ispettore                        - Ma chi le dice che Stau abbia in­teresse a riscuotere i danni!

Giudice                         - Questo non lo capisco... Se è il socio...

Ispettore                        - Proprio per questo.

Giudice                         - ?

Ispettore                        - Abiamo potuto stabilire sotto sotto - naturalmente non è una cosa ufficiale - che lo Stau ha ingresso libero alla sede della Compagnia degli S.A.- E' stato anche lui S.A.- o lo è ancora. For­se è questa la ragione perché l'Arndt lo ha preso come socio. Lo Stau è già stato implicato un'altra volta in una faccenda del genere in una visita fat­ta dagli S.A. - Allora la cosa non è capitata fra le mani della persona giusta e c'è voluto non poca fatica a far archiviare la pratica. Non che io voglia asserire che lo Stau stesso, in questo caso... Ad ogni modo non è un. tipo da fidarcisi troppo. La prego di tenere la cosa molto riservata, dato che mi ha parlato prima della sua famiglia.

Giudice                         - (scuotendo la testa) Non riesco a ca­pire quale interesse questo signor Stau avrebbe a che la ditta perda più dì undicimila marchi.

Ispettore                        - Già; è vero che i gioielli sono scom­parsi, ma non li hanno né Haberle, né Shunt, né Gaunitzer e non risulta neppure che li abbiano ven­duti.

Giudice                         - Ah, ah...

Ispettore                        - Né d'altra parte, naturalmente, si può pensare che lo Stau continui a essere socio dell'Arndt una volta che fosse stato provato che questo ha assunto un atteggiamento così provoca­torio. D'altra parte l'Arndt deve rifondere natural­mente allo Stau la perdita di cui è stato causa, mi spiego?

Giudice                         - Ah, sì, sì, adesso la cosa è chiarissi­ma, (guarda per un momento pensieroso l'ispetto­re, il quale ha assunto di nuovo un atlegiamenlo impassibile) Già, salterà fuori che l'Arndt ha provo­cato gli

S.A.                               - Evidentemente quello si è reso sgra­dito a tutti. Non mi diceva poco fa che ha provo­cato le lamentele anche del padrone di casa con la condotta scandalosa della sua famiglia? Sì, sì, lo so che della cosa non si deve parlare, ma è ammissi­bile che anche da quella parte si deve sperare in un suo prossimo trasloco. La ringrazio, Tallinger, mi ha reso un vero servizio, (il giudice offre un si­garo all'ispettore. L'ispettore esce e sulla porta si incontra con il Procuratore della repubblica che sta entrando).

Procuratore                   - (al giudice) Posso parlarle un momento?

Giudice                         - (che sta aprendo la scatola della colazio­ne) Può, può.

Procuratore                   - Si tratta della causa Hàberle, Shunt, Gaunitzer.

Giudice                         - (occupato ad altro) Ah...

Procuratore                   - La cosa è abbastanza chiara.

Giudice                         - Già, non capisco, detto fra noi, perché la procura abbia instaurato il giudizio.

Procuratore                   - Come? Il fatto ha avuto una cat­tiva ripercussione nel quartiere. Ci sono stati an­che dei membri del partito che ritenevano si do­vesse fare un'inchiesta.

Giudice                         - Io non ci vedo altro che un caso mol­to chiaro di provocazione da parte dell'ebreo.

Procuratore                   - Come no, Goll. Non crede mica che i nostri atti di accusa, per il solo fatto che han­no assunto un aspetto un po' laconico, non meriti­no di essere presi in. considerazione? Me lo ero im­maginato che senza accorgercene avremmo infilato la strada sbagliata! Ma per amor di Dio, stia atten­to a non prendere un granchio! Nella Pomerania interna ci arriva più svelto di quello che lei non creda ed oggi non è un paese troppo comodo.

Giudice                         - (perplesso smette di mangiare la mela) Non capisco assolutamente niente. Non vorrà mica dirmi che vuol scolpare l'ebreo Arndt?

Procuratore                   - (con dignità) E come se lo vo­glio! Quello non ci pensava neanche a provocare. Crede forse che perché è un ebreo non potrà tro­vare giustizia davanti ad un tribunale del terzo Reich? Permetta che le dica, Goll, che questi so­no punti di vista veramente straordinari che lei sostiene.

Giudice                         - (arrabbiato) Io non ho sostenuto un bel niente. Io mi sono semplicemente fatto l'idea che Hàberle, Schunt e Gaunitzer erano stati provo­cati.

Procuratore                   - Ma non sono stati provocati da Arndt! Chi li ha provocati è quel disoccupato., si, quello là... quello che spalava la neve... Wagner .

Giudice                         - Ma caro Spitz, nel vostro atto di ac­cusa non c'è cenno di tutto questo.

Procuratore                   - E' vero. La procura non ha sa­puto altro se non che l'Arndt è stato assalito dagli S.A.- ed ha agito di conseguenza. Ma se il teste von Miehl, per esempio, nel corso dell'istruttoria viene a dire che l'Arndt durante tutta questa faccenda non si trovava sulla strada, ma che invece il di­soccupato, sì, quello là, come si chiama, Wagner, ha proferito delle offese all'indirizzo degli S.A., bi­sogna tenerne conto.

Giudice                         - (cadendo dalle nuvole) Von Miehl avrebbe detto questo? Ma il padrone di casa che vo­leva cacciar via l'Arndt non è certo lui che dove­va testimoniare in suo favore.

Procuratore                   - Cosa diavolo va dicendo adesso contro»von Miehl! Perché non dovrebbe dire la ve­rità quando viene interrogato sotto giuramento? forse lei non sa che von Miehl, oltre ad essere del le S.A., ha anche relazioni molto influenti al Mini­stero della Giustizia? Mi permetta dì consigliarle, caro Goll, di tenerlo in conto di persona insospetta­bile.

Giudice                         - Difatti è quello che faccio e oggigior­no non si può mica considerare non rispettabile una persona perché tenta di liberare la propria casa da un negozio di ebrei.

Procuratore                   - Mah, quando uno paga l'affitto!

Giudice                         - (con diplomazia) Mi pare che l'abbia già denunciato altra volta, non so per che motivo.

Procuratore                   - Ah, lo sa anche lei! Ma chi le dice che lo voglia proprio cacciare per questa ra­gione; tanto più in quanto la denuncia è stata riti­rata. Questo sarebbe anzi un indice di buon accor­do, non le pare? Caro Goll, non sia tanto ingenuo!

Giudice                         - (arrabbiandosi per davvero) Caro Spitz, non è una cosa tanto semplice. Il suo socio, che io pensavo avesse tutto l'interesse a scolparlo, lo denuncia e il padrone di casa, che lo aveva de­nunciato, vuole scolparlo e bisogna anche trovare il bandolo della matassa.

Procuratore                   - Ma per che cosa la pagano, al­lora?

Giudice                         - Un caso terribilmente complicato. Vuo­le un sigaro? (il procuratore piglia il sigaro, fuma in silenzio, poi guarda fosco il giudice) Ma se in giudizio viene provato che non è stato l'Arndt a provocare, allora si avrà diritto ad un risarcimen­to dei danni da parte degli S.A.

Procuratore                   - Prima di tutto non si potrà ri­chiederlo alla compagnia degli S.A.           ma tutt'al più ad Haberle, Schun.t, Gaunitzer, che sono nullatenen­ti, dato anche che non debba accontentarsi del di­soccupato,... sì, di quello là, come si chiama,... del Wagner, (sottolineando) In secondo luogo, prima di sporgere una querela contro gli S.A.- ci penserà due volte.

Giudice                         - Dove si trova adesso?

Procuratore                   - In una clinica.

Giudice                         - . E il Wagner?

Procuratore                   - In un campo di concentramento.

Giudice                         - (un po' più tranquillo) Già, viste que­ste circostanze, effettivamente l'Arndt non avrà nessun interesse ad agire contro le S.A.- e il Wagner poi non insisterà troppo per provare la sua inno­cenza. Ma la Compagnia degli S.A.- non vedrà mol­to di buon occhio che l'ebreo se la cavi.

Procuratore                   - Quanto agli S.A.- il tribunale for­nirà le prove che sono stati provocati, che a pro­vocarli sia stato poi un ebreo o un marxista, a lei non importa.

Giudice                         - (ancora incerto) Non tanto, forse. Du­rante la mischia fra il disoccupato e gli S.A., la gio­ielleria ha subito dei danni. La Compagnia degli S.A.- non ne uscirebbe completamente pulita.

Procuratore                   - Non si può avere tutto. Non può dar ragione a tutti e a chi lei debba dare ragione è una cosa che dovrà suggerirle il suo senso nazio­nale, caro Goll. Ip posso solo ripeterle che negli ambienti nazionali, e parlo anche di alcuni circoli molto su degli S.A., si desidera che i giudici tede­schi abbiano un poco più spina dorsale.

Giudice                         - (sospirando profondamente) Già, og­gi pronunciare una sentenza non è più tanto faci­le, caro Spitz. Questo almeno me lo concederà.

Procuratore                   - Senz'altro; però lei ha come gui­da alla quale attenersi, un bellissimo principio, che ci è stato dettato dal nostro commissario : giusto è ciò che giova al popolo tedesco.

Giudice                         - (con poco entusiasmo) Già, già.

Procuratore                   - Bando alle incertezze (si alza) Ormai conosce tutti i retroscena, quindi la cosa non deve presentare più nessuna difficoltà. Arrivederci, caro Goll! (esce. Il giudice è molto inquieto, guarda per un po' fuori dalla finestra poi sfoglia distrat­tamente gli atti, alla fine suona; entra un usciere).

Giudice -                       - Mi chiami ancora l'ispettore Tallinger che sta interrogando i testimoni; ma non si faccia accorgere, (l'usciere esce. Dopo un po' rien­tra l'ispettore) Tallinger, lei stava per mettermi in un bel pasticcio col suo consiglio di considerare la cosa dal punto di vista di una provocazione da par­te dell'Arndt. Il signor von Miehl sembra che sia disposto a deporre sotto suggello di giuramento che è stato il disoccupato Wagner a provocare e non l'Arndt.

Ispettore                        - (impassibile) Già, lo si dice, signor giudice.

Giudice                         - Cos'è questa novità? «Si dice»!...

Ispettore                        - Che Wagn.er avrebbe insultato gli S.A.

Giudice                         - E non è vero?

Ispettore                        - (freddo) Signor giudice, che sia ve­ro o no, non è cosa che noi possiamo...

Giudice                         - (con dignità) Mi dica un po'; dimenti­ca che siamo in un tribunale tedesco? Wagner ha confessato o non ha confessato?

Ispettore                        - Signor giudice, io non sono anda­to di persona nel campo di concentramento, se lo vuol sapere. Nel verbale di interrogatorio fatto dal commissario - sembra che il Wagner abbia una malattia al rene - è detto che egli avrebbe con­fessato, solo...

Giudice                         - Dunque ha confessato! Cosa vuol di­re « solo »?

Ispettore                        - Egli è un ex-combattente ed ha avuto una fucilata alla gola e, come ha detto lo Stau, vale a dire il socio dell'Arndt, sembra che non possa parlare ad alta voce; che dunque il von, Miehl dal primo piano abbia potuto sentire gli in­sulti non è...

Giudice                         - Ma allora vuol dire che per fare la figura di Goetz von Berlinchingen non ha bisogno di avere della voce. Sono cose che si possono di­re anche con un, semplice gesto. Mi sono fatta l'i­dea che la procura generale desideri assicurare agli S.A.- questa scappatoia, o, più esattamente, questa e non un'altra.

Ispettore                        - Signorsì, signor giudice.

Giudice                         - E cosa dice l'Arndt?

Ispettore                        - Che lui non c'era e che la ferita alla testa se l'è fatta cadendo dalle scale. Non gli si cava altro.

Giudice                         - Probabilmente è innocente del tutto e c'entra come Ponzio Pilato nel Credo.

Ispettore                        - (remissivo) Sissignore, signor giu­dice.

Giudice                         - Agli

S.A.                               - quello che importa è che i loro vengano assolti.

Ispettore                        - Sissignore, signor giudice.

Giudice                         - Ma non continui a dire sissignore, co­me una macchinetta.

Ispettore                        - Sissignore, signor giudice.

Giudice                         - Ma cosa vuol dire, in fine dei conti? Non. faccia tanto il suscettibile, Tallinger. Deve ca­pire che sono nervoso e lo so che lei è una per­sona fidata e che se mi ha dato un consiglio ci de­ve essere una ragione.

Ispettore                        - (benevolo com'è, si sbottona) Non le è venuto in mente, per esempio, che il sostitu­to procuratore voglia prendere il suo posto e che quindi le tenda un tranello? Sono cose che oggi­giorno succedono spesso. Ammettiamo per esem­pio che lei dimostri l'innocenza dell'ebreo, che non è stato lui a provocare la faccenda, che non si tro­vava sul posto, che il buco nella testa se lo è fatto per puro accidente in una mischia che non, aveva niente a che fare con questo. Dopo qualche tem­po egli tornerebbe in negozio; lo Stau non potreb­be impedirlo e la gioielleria perde undicimila mar­chi. Ciò provocherebbe allo Stau una perdita, perché non potrebbe più pretendere dall'Arndt il ri­sarcimento di undicimila marchi. Allora lo Stau, per quanto- io lo conosca, si rivolgerà alla compa­gnia degli S.A. - per ottenere i danni. Certo non ci andrà direttamente in quanto che è socio di un ebreo, in un negozio ebreo, ma troverà la persona adatta. Allora si dirà che gli S.A., presi da entusia­smo nazionale, rubano i gioielli. Non è -difficile per lei immaginarsi cosa penserà la Compagnia degli S.A.         - della sua sentenza. Sono cose che l'uomo della strada capisce difficilmente, perché come è mai possibile che nel terzo Reich un ebreo abbia ragio­ne in una divergenza con gli S.A.? (do qualche tem­po si sentono dei rumori dietro le quinte, che van­no adesso aumentando).

Giudice                         - Cosa diavolo succede? Un momento, Tallinger. (suona ed entra l'usciere) Cosa succede?

Usciere                          - L'aula è piena di gente e il corridoio è talmente affollato che non ci passa più nessuno. E tra la folla ci sono degli S. A. che dicono di dover passare perché hanno ricevuto l'ordine di assistere alla discussione (l'usciere esce).

Giudice                         - (non dice niente ma ha l'aria smarrita).

Ispettore                        - (continuando a parlare) Lei li avrà tutti sul gobbo. Se vuole un buon consiglio, si at­tenga all'Arndt e lasci andare gli S. A.

Giudice                         - (con aria affranta e la testa nelle mani) Va bene, va bene Tallinger. Bisogna che rifletta un po'.

Ispettore                        - E farà bene, signor giudice- (esce)- (Il giudice si alza a fatica e suona con insistenza. Entra l'usciere).

Giudice                         - Faccia un piacere, vada su dal giudi­ce Fey e gli dica che lo prego di venire giù un mo­mento da me. (l'usciere esce. Entra il giudice Fey, un uomo già anziano, legato da amicizia col giudice).

Fey                                - Cosa c'è?

Giudice                         - Volevo discutere con te di una cosa se hai un minuto di tempo. Questa mattina ho una questione un po' noiosa.

Fey                                - (sì siede) Già, quella faccenda degli S. A.

Giudice                         - (si ferma di colpo) Come fai a saperlo?

Fey                                - Di sopra se ne parlava fin da ieri. Una cosa noiosa (il giudice ricomincia a camminare su e giù nervosamente).

Giudice                         - Cosa dicevano di sopra?

Fey                                - Non ti invidiano    - (curioso) Che cosa hai intenzione di fare?

Giudice                         - E' proprio quello che non so. e non credevo che della cosa se ne parlasse già tanto.

Fey                                - (con stupore) Non credevi?

Giudice                         - Quel socio deve essere un tipo piutto­sto pericoloso.

Fey                                - Lo dicono. Ma anche von Miehl non è tanto comodo.

Giudice                         - Si sa qualche cosa di lui?

Fey                                - Quel tanto che basta. E' legato con delle persone influenti. (Pausa).

Giudice                         - Molto in su?

Fey                                - Molto in su - (Pausa). (Prudente) Se tu e-strometti l'ebreo e assolvi Hàberle, Schiint e Gaunit-zer, in quanto sono stati provocati dal disoccupato che si è rifugiato nel negozio, gli S. A. saranno con­tenti? In ogni caso l'Arndt non farà valere le sue ragioni contro gli S. A.

Giudice                         - (preoccupato) Ma il socio dell'Arndt andrà dagli S. A. e reclamerà i gioielli ed allora tut­ti i capi degli S. A. si scagneranno contro di me.

Fey                                - (dopo aver riflettuto sopra questo argomento che sembra averlo sorpreso) Ma se tu non estro­metti l'ebreo, allora è von Miehl che ti rompe l'os­so del collo. Forse tu non sai che ha scontato delle cambiali alla sua banca ed ha bisogno dell'Arndt come quello che sta per affogare ha bisogno di un salvagente.

Giudice                         - (indignato) Cambiali? (picchiano alla porta).

Fey                                - Avanti! (entra l'usciere).

Usciere                          - Signor giudice, non so più come fare a riservare i posti per il procuratore generale e per il presidente Schoenling. Se almeno questi signori mi avessero avvisato in tempo.

Fey                                - (dato che il giudice non risponde) Faccia sgomberare due posti e non venga a disturbare noi (l'usciere esce).

Giudice                         - Ci mancavano anche quelli lì.

Fey                                - Von Miehl non può in nessun caso disinte­ressarsi dell'Arndt e lasciare che lo rovinino. Ha bisogno di lui.

Giudice                         - (affranto) Come vacca da latte!

Fey                                - Io non ho detto niente di simile, caro Goll e non capisco davvero come tu possa farmelo dire. Ci tengo a sottolineare che io contro il signor von Miehl non ho detto neanche una parola. Mi spiace che tu mi costringa a dirlo, Goll!

Giudice                         - (irato) Ma non hai bisogno di parlare in questo modo, Fey; siamo abbastanza amici!

Fey -                              - Cosa vuoi dire con questo « siamo abba­stanza amici?» Io non posso mischiarmi nelle cose tue. Che tu scelga il ministero della giustizia o gli S. A. è una cosa che ti riguarda. Oggigiorno ognuno ne ha abbastanza di pensare ai casi propri.

Giudice                         - Infatti ci penso ai casi miei; ma non so proprio che pesci prendere (si ferma davanti alla porta e ascolta il brusio che viene da fuori).

Fey                                - Brutta faccenda!

Giudice                         - (irritalo) Ma io sono pronto a tutto in nome di Dio! Cerca di capirmi. Ma tu non sei più tu. Io giudico cosi, o così, come vuole il padrone, ma devo almeno sapere cosa vuole. Se non lo si sa, non esiste più giustizia.

Fey                                - Al posto tuo non griderei tanto forte che non esiste più giustizia, Goll.

Giudice                         - Ma che c'è ancora? Io non volevo dire questo. Volevo semplicemente dire: quando esisto­no queste divergenze...

Fey                                - Non ci sono divergenze nel terzo Reich!

Giudice                         - Ciò è vero, e non, avevo intenzione di affermarlo. Ma non stare a pesare tutte le parole che si dicono!

Fey                                - E perché non dovrei farlo? Sono un giudi­ce,io.

Giudice                         - (sridando freddo) Se si dovesse pesare ogni parola di un giudice, caro Fey... Io sono pron­to ad esaminare accuratissimamente, scrupolosissi­mamente tutto quanto, ma bisognerebbe che aves­sero la bontà di dirmi quale decisione deve essere presa in vista degli interessi superiori... Ma non guardarmi così! Non sono mica l'accusato! Sono pronto a tutto.

Fey-                               - (che si è alzato) Esser pronto a tutto non basta, mio .caro.

Giudice                         - Ma in che senso devo decidere?

Fey                                - Di solito è la coscienza che guida il giu­dice, signor Goll, permetta che glielo dica. Arrivederla.

Giudice                         - Naturalmente, secondo coscienza. Ma in questo caso cosa devo scegliere, cosa, Fey? (Fey è uscito. Il giudice lo segue muto con io sguardo.

Usciere                          - (annunciando) Haberle, Schiint, Gau-nitzer, signor giudice.

Giudice                         - (raccogliendo gli atti) Subito!

Usciere                          - Il signor presidente l'ho fatto sedere al banco della stampa; è stato contento. Ma il pro­curatore generale ha rifiutato di sedersi sul banco dei testimoni; voleva mettersi al tavolo dei giudici, ma in questo caso allora lei avrebbe dovuto stare sul banco degli accusati, signor giudice! (con un riso sciocco per lo scherzo che ha detto).

Giudice                         - Questo è impossibile!

Usciere                          - L'uscita è di qua, signor giudice! Ma cosa ne ha fatto della sua cartella con l'atto di ac­cusa?

Giudice                         - (perdendo completamente la testa) Sì, sì, mi occorre, altrimenti come faccio a sapere chi è l'accusato? Ma dove lo mettiamo allora il procu­ratore generale?

Usciere                          - Ma signor giudice, adesso ha preso la guida sotto il braccio; eccola qui la sua cartella (gliela mette sotto il braccio. Il giudice esce scon­volto, asciugandosi il sudore).

7

Malattie professionali

Vengono i loro medici, ossequienti servitori dello Stato, pagati tanto al pezzo. Ciò che i boia danno loro debbono ricucirlo alla meglio e poi lo riman­dano indietro.

*

Berlino, 1934. Corsia dell'ospedale. Portano un nuovo ammalato. La suora scrive sulla tabella a capo del letto il nome. Due ammalati, nei letti vicini, di­scorrono fra loro.

Primo ammalato            - Chi è quello lì?

L'altro                           - L'ho visto nella sala di medicazione. Ero seduto vicino alla barella. Era ancora in sé, ma non ha risposto quando gli ho chiesto cosa a-vesse. La teista era tutta una ferita.

Primo                            - Allora non avevi bisogno di chiedergli nulla.

L'altro                           - Me n,e sono accorto soltanto quando l'hanno sbendato.

Un'infermiera                - Silenzio. Ecco il professore, (se­guito dagli assistenti e infermieri entra il chirurgo. Si ferma davanti a un letto e spiega).

Chirurgo                        - Signori, vedete qui un caso molto interessante che dimostra come la medicina, se ri­nuncia ad interrogare continuamente ed a ricercare indefessamente quali siano le cause profonde di una malattia, si degrada ad una semplice empiria. Il pa­ziente presenta tutti i sintomi della nevralgia e ven­ne per molto tempo curato di conseguenza. In. realtà però egli è affetto dalla malattia di Raynaud, che ha contratto sul lavoro: quindi, una malattia profes­sionale. Solo adesso viene curato come si deve. Ve­dete quindi come sia sbagliato quando si cura il paziente solo come un numero della clinica, invece di chiedersi da dove egli provenga, in, guai modo abbia contratto una malattia ed a quale professione il paziente ritorna una volta guarito. Quali sono le tre cose che un buon dottore deve saper fare? Pri­mo....

Primo assistente            - Interrogare.

Chirurgo                        - Secondo...

Secondo assistente        - Interrogare.

Chirurgo                        - Terzo...

Terzo assistente             - Interrogare, signor profes­sore.

Chirurgo                        - Giusto! Interrogare! E prima di tutto intorno a che cosa?

 Terzo assistente            - Quali siano le sue condizioni sociali, signor professore!

Chirurgo                        - Non bisogna aver paura di guarda­re nella vita privata del paziente, che molte volte, purtroppo, è assai triste quando un uomo è costret­to ad esercitare una professione che fatalmente, a scadenza più o meno lunga, causerà la sua perdita; cosicché si potrebbe quasi dire che egli muore per non morir di fame. Sono cose che non si stanno volentieri ad ascoltare e che quindi non si chiedono neanche volentieri (si avvicina, seguito dagli altri, al letto del nuovo ammalalo). Cosa ha?... (la capo­infermiera gli mormora qualche cosa all'orecchio). Ah, ah! (lo esamina rapidamente e con evidente malavoglia).

Chirurgo                        - (dettando) Contusioni alle spalle e ai fianchi, piaghe aperte al ventre. Cosa ha d'altro?

Capo-infermiera            - (leggendo) Sangue nelle uri­ne.

Chirurgo                        - Diagnosi?

Capo-infermiera            - Lacerazione al rene sinistro.

Chirurgo                        - Bisogna fargli i raggi (vorrebbe an­darsene).

Primo assistente            - (che scrive la storia del mala­to) Origine della malattia, signor professore.

Chirurgo                        - Come è stata indicata?

Capo-infermiera            - Come origine della malattia si indica la caduta dalla scala.

Chirurgo                        - (dettando) Caduto dalla scala. Perché ha le mani legate?

Capo-infermiera            - Il paziente ha già cercato due volte di strapparsi le bende, signor professore.

Chirurgo                        - Perché?

Uno degli ammalati      - (a mezza voce) Da dove viene il paziente e dove tornerà dopo guarito? (tutte le teste si voltano verso di lui).

Chirurgo                        - (schiarendosi la voce) Se il paziente fosse inquieto dategli della morfina (passa al letto successivo). Allora, stiamo meglio? Ci sentiamo più forti? (visita la gola del paziente).

Primo assistente            - (ad un altro) L'operaio vie­ne da Oranienburg.

L'altro                           - (con un sorriso amaro) Ah, ah, ma­lattia professionale.

8

Fisici

Vengono i signori sapienti con false barbe teu­toniche e lo sguardo pieno di paura. Essi non vo­gliono la vera fisica, ma una fisica di origine aria­na ed approvata dalla Germania.

*

Gottingen 1935. Laboratorio di fisica. Due scien­ziati X e Y. Y è appena entrato. Ha l'aria dì un co­spiratore.

Y                                   - Eccola!

X                                   - Cosa?

Y                                   - La risposta alla domanda che abbiamo ri­volta a Mikowsky a Parigi!

X                                   - A proposito delle onde gravitatone?

Y                                   - Sì.

X                                   - E così?

Y                                   - Sai chi ci ha scritto proprio quello che avevamo bisogno...?

X                                   - Chi?

Y                                   - (scrive un nome su un foglietto e lo passa ad X. Dopo che X lo ha letto, Y riprende il foglietto, lo straccia in pezzetti piccoli piccoli e li butta nella stufa) Mikowsky gli ha passato le nostre doman­de. Ecco la risposta.

X                                   - (la prende pieno di curiosità) Dai qua! (tutt'a un tratto si ferma) Ma se qualcuno pesca la no­stra corrispondenza con lui...

Y                                   - Ma questo non deve succedere per nessuna ragione.

X                                   - Ma noi non ne possiamo fare a meno. Dam­mela.

Y                                   - Non puoi leggerla. L'ho stenografata secon­do il mio sistema , che è più sicuro. Te la leggo io.

X                                   - Stai attento!

Y                                   - C'è Rollkopf nel laboratorio? (fa cenno a destra).

X                                   - (fa segno a sinistra) No, ma c'è Reinhardt. Siediti qua.

Y                                   - (sottovoce) Si tratta di due vettori arbitra­riamente controvarianti ф e μ e di un vettore con­trovariante r...

X                                   - Ma cosa dice Einstein? (Dallo spavento che si dipinge sulla faccia di Y, X si accorge del suo lapsus e si irrigidisce dal terrore. Y gli strappa di mano gli appunti e se li ficca tutti quanti in tasca).

Y                                   - (ad altissima voce, volto verso la parete di si­nistra) Ah, proprio una trovata da ebreo! Cosa ha a che fare con la fisica tutto questo? (come sol­ levati tirano fuori di nuovo gli appuntì e sì rimet­tono al lavoro in silenzio, ma con grande precau­zione).

9

La moglie ebrea

Ecco giungere coloro ai quali egli prese la moglie e che adesso vengono accoppiati arianamente. Non valgono né bestemmie, né "lamenti. Quelle sono escluse e questi sono di nuovo ripresi in grembo alla razza.

Francoforte, 1935. E' sera. Una donna prepara le valigie. Sceglie quello che deve mettervi dentro. Ogni tanto leva di nuovo qualche cosa dalla valigia e lo rimette al suo posto nella stanza, ponendo den­tro invece un altro oggetto. Sta lungo tempo in dub­bio se debba portare con sé una grande fotografia del marito che è sul canterano. Alla fine lascia il ritrailo dov'è. Dopo un po', stanca, si siede su una valigia ed appoggia il capo su una mano. Poi si alza e si avvicina al telefono.

La donna                       - Parla Giuditta Keith. E' lei dottore? Buona sera. - Le telefono solo per dirle che dovrà cercarsi un altro quarto al bridge, perché io sto partendo. - No, non per molto tempo, ma qualche settimana starò via certo. - -Vado ad Amsterdam. -Sì, la primavera dicono che là sia bellissima. - Ho degli amici laggiù - No, no, al plurale, anche se lei non ci vuol credere - Chi deve scegliere come quar­to? - Ma sono già due settimane che non giuochia-mo più. - Naturalmente, e Fritz era anche raffred­dato. - Quando fa così freddo, non si può neanche giocare al bridge, lo dicevo anch'io. - Ma no, dot­tore, come l'avrei pensato? - Poi c'era la madre dì Tecla da voi, venuta per qualche giorno. - Lo so, lo so. - Perché dovrei farmi delle idee? - No, la de­cisione non è stata così improvvisa. Ho solo ri­mandato di giorno in giorno, ma adesso devo pro­prio... Già, anche al cinema non ci potremo più andare. Mi saluti Tecla - Potrebbe forse telefonargli domenica. - Allora arrivederci - Stia certo, volen­tieri - Addio! (appoggia il microfono e chiama un altro numero). Sono Giuditta Keith. Vorrei parla­re con la Signora Schock. - Sei tu Lotte? Volevo dirti addio in fretta in fretta perché parto per qual­che tempo. - No, niente di speciale. Voglio solo cambiare un po' facce. - Ah. ecco cosa volevo dirti. Qui da Fritz, martedì venturo, ci sarà il profes­sore alla sera. Potresti forse venire qua perché io parto,- come ti ho detto, questa sera. - Questo mar­tedì. - No, volevo solo dire che parto questa sera. -Non ha niente a che vedere con l'altra cosa; pensavo che avresti potuto venire qui. - Beh, allora di­ciamo: se io non ci sarò, vero? - Ma lo so che voi non siete di quelli, e poi viviamo "in tempi difficili e tutti stanno con gli occhi aperti. Allora venite? -Quando è libero Max? Potrà. Ci sarà anche il pro­fessore, diglielo. - Ma adesso devo smettere. Addio allora! (appoggia il microfono e chiama un altro numero) Sei tu, Gertrude? Sono Giuditta! Scusa se ti disturbo - Grazie, Volevo chiederti se puoi occu­parti un po' di Fritz. Io parto per un paio di mesi. Io credo, che tu, come sua sorella.... perché non vorresti? Ma no, non. ne avrai affatto l'aria, certo non per Fritz. Già, lo' so che noi non andavamo.... tanto d'accordo, ma.... allora ti chiamerà lui, se vuoi.

-Sì, glielo dirò - E' tutto press'a poco in ordine. L'appartamento è un po' troppo grande - Quello che si deve fare nel suo studio lo sa Ida. Lascia che faccia lei. E' una donna intelligente e sa le sue abi­tudini. - Ah, volevo dirti ancora un'altra cosa, ma ti prego di non fraintendermi. Non ama parlare prima di pranzo. Dovresti far piacere a non dimen­ticarlo. Io mi sono sempre astenuta da) farlo. E' una questione sulla quale preferisco adesso non mettermi a discutere. Il mio treno parte fra poco e non ho ancora finito di fare le valigie. Stai attenta ai suoi vestiti e fagli memoria che deve andare dal sarto. Si è ordinato un soprabito, e bada che gli scal­dino la stanza da letto. Dorme sempre con la fine­stra aperta e fa veramente troppo freddo. No, io non credo che si... ma adesso devo smettere. Grazie, gra­zie mille, Gertrude. Scriviamoci di tanto in tanto. Addio! (appoggia il ricevitore e fa un altro numero). Anna, sono Giuditta. Sì, sto per partire. No, è ne­cessario, la situazione diventa troppo difficile -Troppo difficile! - Sì..., no, Fritz non vuole, non sa ancora niente. Ho fatto semplicemente le valigie.

-

-Non credo. - Non credo che farà delle obbiezioni. E' una posizione troppo difficile per lui, non foss'altro dal punto di vista esteriore. - No, non ab­biamo convenuto niente, non ne abbiamo mai parlato, proprio mai. - No, non è cambiato af­fatto, anzi. - Vorrei che ti occupassi un po' di lui, nei primi tempi. - Sì, specialmente la dome­nica, e persuadilo a cambiar casa. L'appartamento è troppo grande per lui. Sarei venuta volentieri a salutarti, ma sai, il portinaio...! Allora addio, non venire alla stazione, non lo voglio a nessun, costo! Addio, scrivimi. - Certo!, (appoggia il ricevitore e. non fa nessun altro numero. Fuma una sigaretta e adesso dà fuoco alla piccola rubrica telefonica. Va su e giù per la stanza. Poi comincia a parlare, pro­va il discorsetto che terrà a suo marito. Si sente che lo vede seduto su una determinata seggiola). Sì, parto, Fritz. Sono forse! rimasta anche troppo. Devi scusarmi, ma... (sì ferma, riflette e comincia da capo) No, Fritz, non devi più trattenermi, non lo puoi... E' evidente che io sarei la tua perdita. Lo so che non sei vile, che non hai paura della po­lizia, ma c'è di peggio. Non ti metteranno in campo di concentramento, ma ti vieteranno l'accesso alla clinica, domani o dopodomani, e allora non mi di­rai niente, ma ti ammalerai. Non voglio vederti qui a girellare per casa, a sfogliare riviste. Parto pro­prio per puro egoismo, non per altro. Non dire niente... (si ferma di nuovo e ricomincia un'altra volta da capo). Non dire che non sei cambiato, non è vero! La settimana scorsa hai detto molto obiet­tivamente che la percentuale dei licenziati ebrei non è poi tanto grande. Si comincia sempre con l'es­sere obiettivi e perché adesso mi ripeti sempre che non ho mai sentito il nazionalismo ebraico come oggi? Lo sento, è un contagio. Oh, Fritz, cosa ci è successo? (si ferma di nuovo e ricomincia da capo). Non ti ho detto che volevo andarmene già da mol­to tempo perché non posso parlare quando ti vedo, Fritz. Mi sembra tanto inutile parlare. E' già tutto stabilito. Che cos'hanno? Cosa vogliono in realtà? Cosa ho fatto loro? Non mi sono mai occupata di iolitica. Era per Thalmann? Sono una di quelle signore della borghesia che hanno una casa con dei camerieri, ecc. e tutto a un tratto è una parte che possono recitare solo le bionde? Negli ultimi tempi ho pensato spesso a quello che mi dicevi anni fa; che ci sono persone di valore e persone che val­gono meno e che ai primi, quando hanno il dia­bete, si dà l'insulina e agli altri no, e mi è parso naturale. Sciocca che non sono altro! E adesso han­no fatto una nuova suddivisione dello stesso genere e me mi hanno messo tra quelli che non hanno va­lore. Mi sta bene! (si ferma di nuovo e comincia da capo). Sì, faccio le valige. Non devi far finta di non aver notato niente in questi ultimi giorni. Fritz, posso sopportare tutto meno questo: che nelle ul­time ore che ci rimangono non ci guardiamo di­ritto negli occhi. Almeno questa soddisfazione non dobbiamo darla a. quei bugiardi che ci costringono a mentire. Dieci anni fa, quando qualcuno diceva che non si notava affatto che io fossi ebrea, tu ag­giungevi: Eh, altro che! Era una cosa che mi fa­ceva piacere; era sincerità. Perché non avere ades­so il coraggio di dire le cose come sono? Faccio le valige perché altrimenti non sarai più primario, perché quelli, nella clinica, ti salutano già a stento e perché la notte non riesci più a dormire. - Non voglio che tu mi dica che non devo partire. Anzi, mi affretto perché non voglio che un giorno o l'al­tro tu mi dica che devo andarmene. E' solo una questione di tempo. Dura più o meno proprio come un guanto. Ce ne sono di buoni che durano un pezzo, ma mai eternamente. Del resto non sono nep­pure arrabbiata. Ma no, per dire la verità, lo sono. Perché devo tollerare tutto quanto? Cosa c'è di male nella forma del mio naso e nel colore dei miei ca­pelli? E devo lasciare la città dove sono nata perché quelli possano risparmiare del burro. Che raz­za di uomini siete! Sì, anche tu! Siete capaci di inventare la teoria dei « Quanta » e il « Trendelen-burg » e lasciate che dei barbari vi ordinino di con­quistare il mondo e vi proibiscano di tenervi la mo­glie che vorreste avere. - Voi siete dei mostri o dei leccapiedi di mostri. Sì, non è ragionevole da parte mia, ma a che cosa serve la ragione in un mondo simile? Tu te ne stai seduto lì, vedi tua moglie che fa le valige e non dici niente. Anche i muri han­no le orecchie, vero? Ma voialtri non dite niente! Gli uni stanno ad ascoltare e gli altri tacciono! Che schifo! Anch'io dovrei tacere; se ti amassi tacerei! Io ti amo sul serio. Dammi quella biancheria; è biancheria fine, ne avrò bisogno. Ho trentasei anni, non sono ancora vecchia, ma molto tempo per fare delle prove non. ne ho più. Nel paese dove andrò non deve più succedermi niente di simile. Se trovo un nuovo marito devo sapermelo tenere. - Non dir­mi che mi manderai del denaro; sai che non è pos­sibile. E non aver l'aria di credere che sia una cosa provvisoria, per poche settimane. E' una situazione questa che non dura solo poche settimane. Tu lo sai e lo so anch'io. Non dire: in fin dei conti non è che per un paio di settimane, mentre mi porgi il mantello di pelliccia del quale non avrò bisogno se non in inverno. E non parlarmi di disgrazia, par­lami di scandalo... Oh, Fritz!... (si ferma. Si sente aprire una porta, si riassetta. Entra il marito).

-

Marito                           - Cosa fai? Sgomberi?

Moglie                           - No.

Marito                           - Perché fai le valigie?

Moglie                           - Voglio andarmene.

Marito                           - Come sarebbe a dire?

Moglie                           - Ma se ne abbiamo parlato sovente che io facessi un viaggio. Ormai qui non ci si sta più tanto bene.

Marito                           - Sciocchezze!

Moglie                           - Dovrei rimanere?

Marito                           - Dove vuoi andare?

Moglie                           - Ad Amsterdam, via!

Marito                           - Ma non hai nessuno là.

Moglie                           - No.

Marito                           - Perché non vuoi rimanere? Non sono certo io che ti domando di andartene.

Moglie                           - No.

Marito                           - Sai che io sono sempre lo stesso. Lo sai, vero, Giuditta?

Moglie                           - Sì (egli l'abbraccia. Stanno in piedi in silenzio in mezzo alle valigie).

Marito                           - E non c'è nessun'altra ragione che ti determini a partire?

Moglie                           - Questo lo sai.

Marito                           - Forse non hai torto. Hai bisogno di respirare. Qui si soffoca. Verrò a riprenderti. Se riuscirò a passare la frontiera, fosse solo per un paio di giorni, mi sentirò meglio.

Moglie                           - Dovresti farlo.

Marito                           - Del resto non può durare così. La spinta verrà da una parte o dall'altra. Si spegnerà come un fuoco di paglia. E' proprio una disgrazia.

Moglie                           - Certo. Hai incontrato Schock?

Marito                           - Sì, cioè, solo sulle scale. Ho l'impres­sione che gli rincresca di avercela battuta fredda. Si vedeva che era imbarazzato, A lungo andare non possono continuare a opprimerci, noi bestie intel­lettuali. Con dei relitti senza spina dorsale non po­tranno neanche fare la guerra. Poi, se si ha il co­raggio di affrontarli non sono più tanto sicuri di loro stessi. Quando conti di partire?

Moglie                           - Alle nove e un quarto.

Marito                           - E dove devo mandarti il denaro?

Moglie                           - Forse fermo in posta ad Amsterdam.

Marito                           - Mi farò dare un permesso speciale. Ac­cidenti! Non sarò mica costretto a" mandar via mia moglie con dieci marchi al mese? Porcherie! Mi viene la nausea.

Moglie                           - Se verrai a riprendermi ti farà bene.

Marito                           - Almeno una volta leggere un giornale in cui ci sia qualche cosa...

Moglie                           - Ho telefonato a Gertrude. Si occuperà di te.

Marito                           - E' inutile per quelle poche settimane...

Moglie                           - (che ha ricominciato a fare la valigia) Passami la pelliccia, per piacere.

Marito                           - (porgendogliela) In fin dei conti non è che per poche settimane...

10

Il delatore

Ecco vengono i signori professori. La matricola li fa rigare diritto e insegna loro come si fa a stare sull'attenti. Ogni scolaro è un delatore. Non hanno bisogno di imparare niente, né del cielo né della terra. Ma chi sa qualche cosa? - Poi vengono quei cari figli e chiamano il boia e il carnefice e li por­tano a casa. Indicano i loro padri e li accusano di tradimento, e quelli li portano via ammanettati.

*

Colonia. 1935. Un pomeriggio di domenica pio­voso. Il marito, la moglie, il figlio, dopo colazione. (Entra la cameriera).

Cameriera                      - Il signore e la signora Klimbtsch fanno chiedere se i signori sono in casa.

Marito                           - (con voce grossa) No! (la cameriera esce).

Moglie                           - Avresti dovuto andare tu al telefono. Lo sanno che: non possiamo ancora essere usciti.

Marito                           - Perché non potremmo essere usciti?

Moglie                           - Perché piove.

Marito                           - Non è una ragione.

Moglie                           - Dove dovremmo essere andati? E' la prima domanda che si faranno.

Marito                           - Ma c'è un'infinità di posti...

Moglie                           - E allora perché non ci andiamo?

Marito                           - Dove dobbiamo andare?

Moglie                           - Se almeno non piovesse!

Marito                           - E se non piovesse, dove si potrebbe andare?

Moglie                           - Almeno una volta si poteva trovarsi con qualcuno, (pausa) Hai fatto male a non andare al telefono. Adesso avranno capito che non vogliamo più averli per casa.

Marito                           - E se l'hanno capito?

Moglie                           - E1 spiacevole che ci allontaniamo da loro proprio adesso in cui tutti li abbandonano.

Marito                           - Noi non ci allontaniamo da loro.

Moglie                           - E allora perché non devono venire qui?

Marito                           - Perché Klimbtsch mi annoia da morire.

Moglie                           - Ma una volta non ti annoiava!

Marito                           - Una volta! Non farmi venire i nervi con quel tuo eterno « una volta»!

Moglie                           - Quello che è certo, è che una volta non gli avresti voltato le spalle perché l'Ispettore scolastico ha aperto un'inchiesta contro di lui.

Marito                           - Cosa vuoi dire? Che sono un vigliacco? (pausa) E allora vai al telefono, chiamalo e digli che siamo tornati indietro perché piove, (la moglie non si muove).

Moglie                           - Dobbiamo chiedere a Lemkes se vuol venire giù?

Marito                           - Perché ci tengano ancora un discorso per persuaderci che bisogna fare con più zelo gli esercizi dell'antiaerea?

Moglie                           - (volgendosi al ragazzo) Klaus, lascia stare quella radio! (;7 ragazzo prende un giornale).

Marito                           - Che proprio oggi debba piovere! E' una vera catastrofe. Ma è impossibile vivere in un paese dove un giorno di pioggia si trasforma in una ca­tastrofe.

Moglie                           - Credi che giovi molto andar ripetendo cose di questo genere?

Marito                           - Nelle mie quattro mura potrò espri­mermi come più mi piace. Non permetto che in casa mia non mi si lasci parlare a modo... (si interrompe. La cameriera entra con il vassoio del caffè. Tace fino a quando rimane sulla scena) Siamo proprio obbligati a tenere una cameriera figlia del capo fab­bricato?

Moglie                           - Mi pare che sia una questione che ab­biamo già discusso abbastanza e l'ultima conclu­sione a cui siamo giunti era che anche questo aveva i suoi vantaggi.

Marito                           - Quante cose ho detto. Ti prego, non ri­peterlo a tua madre, altrimenti siamo belli e fritti.

Moglie                           - Quello che io dico a mia madre... len­irà la cameriera col caffè) Lasciate pure, potete uscire, ci penso io.

Cameriera                      - Grazie, signora (esce).

Ragazzo                        - (alzando gli occhi dal giornale) Tutti i preti hanno queste abitudini, papà?

Marito                           - Cosa?

Ragazzo                        - Quello che raccontano i giornali.

Marito                           - Cosa stai leggendo? (gli strappa il gior­nale dalle mani).

Ragazzo                        - Ma il nostro capogruppo ci ha detto che tutto quello che è nei giornali possiamo sa­perlo...

Marito                           - Quello che ha detto il tuo capogruppo non costituisce ancora una regola per me. Sono io che decido quello che tu devi o non devi leggere.

Moglie                           - Toh, prendi dieci pfenning, Klaus, e va a comperarti qualche cosa.

Ragazzo                        - Ma piove (se ne sta svogliato col naso contro i vetri della finestra).

Marito                           - Se non la smettono di stampare questi resoconti dei processi contro i preti, disdico l'ab­bonamento.

Moglie                           - Ed a quale vuoi abbonarti? Sono tutti lo stesso.

Marito :                         - Se tutti i giornali stampano queste por­cherie, non ne leggerò più nessuno. Almeno non saprò neanche quello che succede al mondo.

Moglie                           - Beh, non sarebbe mica poi tanto male se ce li cavassero dai piedi.

Marito                           - Cavarceli dai piedi? Ma se è soltanto politica-

Moglie                           - Ad ogni modo non è una cosa che ci riguarda. Noi siamo evangelici.

Marito                           - Per il popolo non è una cosa indiffe­rente di non poter più pensare alla sacristia senza che gli vengano in mente questi particolari.

Moglie                           - E cosa possono fare, se veramente ac­cadono cose simili?

Marito                           - Cosa devono fare? Forse potrebbero occuparsi dei fatti loro. Da quello che mi dicono anche alla Casa Bruna qualcosa che non va ci de­ve essere.

Moglie                           - Ma questo è solo una prova che il nostro popolo è in via di guarigione, Karl.

Marito                           - Guarigione? Bella guarigione! Se que­sta è la guarigione, preferisco la malattia, allora.

Moglie                           - Perché sei così nervoso, oggi? E' suc­cesso qualche cosa a scuola?

Marito                           - Cosa deve essere successo a scuola? E non. dirmi più che sono nervoso perché più lo ri­peti € più lo divento davvero.

Moglie                           - Ma non litighiamo sempre, Karl! Una volta...

Marito                           - Proprio qui ti volevo. Una volta... Né una volta, né adesso ho mai desiderato che la fan­tasia di mio figlio venisse avvelenata.

Moglie                           - Ma dove è andato?

Marito                           - Cosa ne so io?

Moglie                           - L'hai visto uscire?

Marito                           - No.

Moglie                           - Non capisco dove può essere andato. (chiama ad alla voce) Klaus! (corre fuori dalla stan­za; la si sente chiamare. Poi rientra) E' proprio u-scito!

Marito                           - E perché non. avrebbe dovuto uscire?

Moglie                           - Ma diluvia!

Marito                           - Perché ti agiti tanto, se il ragazzo esce?

Moglie                           - Che cosa abbiamo detto?

Marito                           - Ma che c'entra!

Moglie                           - Da qualche tempo' in qua ti controlli così poco.

Marito                           - Non è vero che non mi controllo; ma se anche lo fosse, cosa avrebbe a che fare questo con il ragazzo che se n'è andato?

Moglie                           - Ma lo sai che sentono tutto.

Marito                           - E allora? «

Moglie                           - Allora... se lo ripetesse? Lo sai quel­lo che gli insegnano adesso nella Gioventù Hitle­riana. Li' spingono a denunciare tutto quello che sentono. E' strano che sia uscito così senza dir niente.

Marito                           - Sciocchezze!

Moglie                           - Non hai visto quando è uscito?

Marito                           - E' stato lì un pezzo, alla finestra.

Moglie                           - Vorrei sapere quello che ha potuto sen­tire.

Marito                           - Tutte sciocchezze! (corre nell'altra stanza « chiama il ragazzo).

Moglie                           - Non. mi pare possibile che se ne sia andato senza dire una parola: non gli assomiglia!

Marito                           - Forse è andato da un compagno.

Moglie                           - Se è così, non può essere che da Mummermanns. Adesso telefono (stacca il microfono).

Marito                           - Mi pare che ti allarmi per niente.

Moglie                           - (al telefono) Sono la Signora Furcke. Buon giorno signora Mummermanns. Klaus è venu­to da loro? No? Allora non so proprio dove possa essere andato. Mi dica, signora Mummer­manns, la sede della Gioventù Hitleriana è aperta la domenica nel pomeriggio? Sì? Grazie mille, allora. Domanderò là. (attacca il ricevitore. Si sie­dono tutti e due in silenzio).

Marito                           - Cosa avrà sentito?

Moglie                           - Tu hai parlato del giornale e quello che hai detto della Casa Bruna potevi proprio ri­sparmiarlo. Lo sai come è suscettibile su questo punto.

Marito                           - Cosa ho detto io sulla Casa Bruna?

Moglie                           - Ma sì, ti ricordi benissimo: che anche là ci deve essere qualche cosa che non va.

Marito                           - Ma non si può interpretare come una critica. Qualche cosa che non va, o, come io dissi attenuando, che non va in modo perfetto, il che è già una cosa diversa, e molto diversa. E' più un modo di dire popolare, quasi un intercalare, che non si­gnifica gran che. Poco più che se avessi detto che probabilmente vi sono delle piccole cose che a vo­ler guardare per il sottile, non vanno come vorreb­be il Fuehrer. Il carattere di probabilità d'altra par­te, l'ho sottolineato dicendo, e me lo ricordo benis­simo, «ci deve essere». «Ci deve essere» serve ad attenuare l'affermazione. « Ci deve essere », non «c'è»! Io non posso dire che là le cose non va­dano, me ne mancano le prove. Dove ci sono de­gli uomini ci sono sempre delle manchevolezze. Non ho detto niente di più ed anche questo l'ho detto con delle attenuazioni. E lo stesso Fuehrer, del resto, non ha mancato in certe occasioni, di formu­lare critiche simili e molto più aspre. .

Moglie                           - Io non ti capisco. Non è con me che devi parlare così.

Marito                           - Che voglio, non che devo! Non so be­ne cosa tu vada raccontando a proposito di quello che si può dire qui in un momento di cattivo umo­re, fra le quattro pareti di casa. Naturalmente sono ben lontano dall’attribuirti affermazioni fatte alla leggera a carico di tuo marito, allo stesso modo che non posso ammettere neppure per un momento che il ragazzo possa, in un modo o nell'altro, agire con­tro suo padre, ma tra il fare il male e sapere che lo si fa, c'è una differenza.

Moglie                           - Beh, adesso basta! E pensa piuttosto a frenare la tua lingua. Io sto rompendomi la testa per stabilire se tu hai detto che non si può più vi­vere nella Germania hitleriana prima o dopo quell'altra frase della Casa Bruna.

Marito                           - Ma questo io non. l'ho detto affatto!

Moglie                           - E quello che hai detto del capofabbri-cato e che nei giornali non ci sono se non bugie... E quello che hai detto qualche giorno fa sul ser­vizio antiaereo..." Il ragazzo non sente che delle cri­tiche! E' un'educazione che non va, che sfibra. E dire che il Fuehrer non fa altro che ripetere che la gioventù tedesca è l'avvenire della Germania! Il ragazzo però, non è di quelli che vanno dritti difi­lato a denunciare una persona. E' una cosa che mi fa male a pensarci!

Marito                           - Vendicativo però lo è.

Moglie                           - E di che cosa dovrebbe vendicarsi?

Marito                           - Il diavolo lo sa: ma una ragione c'è sempre. Forse perché gli ho buttato via la sua ra­ganella.

Moglie                           - Ma non ne ha neanche più parlato ed io gli ho regalato proprio adesso dieci pfnening. Ha sempre tutto quello che vuole.

Marito                           - Già! Corruzione.

Moglie                           - Cosa vuoi dire?

Martto                           - Diranno subito che noi abbiamo cer­cato di corromperlo perché non parlasse.

Moglie                           - Cosa credi che possano fare?

Marito                           - Mah, tutto! Sai che non hanno limiti, buon. Dio. E bisogna fare il professore, educare la gioventù. Tremo davanti a loro.

Moglie                           - Ma a tuo carico non c'è niente!

Marito                           - Qualche cosa c'è a carico di tutti.

Moglie                           - Non possiamo escogitare quello che tu avresti potuto dire quando parlavi in quel modo? Voglio dire che lui può averti frainteso.

Marito                           - Cosa posso aver detto? Non me ne ri­cordo neanche più. Tutta colpa dì questa maledetta pioggia; mette di cattivo umore. In fin dei conti, sono proprio l'ultimo che andrebbe a criticare quel rinnovamento spirituale di cui il popolo tedesco og­gi dà prova. Fin dalla fine del 1932 io l'avevo già predetto...

Moglie                           - Karl, adesso non abbiamo tempo di parlare di questo. Dobbiamo combinare le cose be­ne e svelto; non abbiamo un minuto da perdere.

Marito                           - Ma non posso pensarlo di Klaus.

Moglie                           - Dunque, prima di tutto, a proposito della Casa bruna e delle porcherie...

Marito                           - Ma io di porcherie non ho parlato af­fatto.

Moglie                           - Hai detto che il giornale è pieno di porcherie e che vuoi disdire l'abbonamento.

Marito                           - Sì, il giornale, ma non. la Casa Bruna.

Moglie                           - Non puoi aver detto che disapprovi le porcherie che succedono nelle sacrestie? E che a te pare molto probabile che questi tali che oggi sono accusati, siano stati quelli che a suo tempo hanno messo in giro le calunnie sulla Casa Bruna, che là non tutto doveva essere in ordine? E che fin da allora avrebbero fatto meglio ad occuparsi delle co­se loro? E che infine hai detto al ragazzo di lasciar stare la radio e di prendere il giornale perché tu sei dell'opinione che la gioventù del terzo Reich deve abituarsi a stare con gli occhi aperti a guar­dare ciò che succede?

Marito                           - Va là, non serve a niente!

Moglie                           - Karl, non devi avvilirti adesso, devi essere forte, come il Fuehrer, sempre...

 

Marito                           - Credi che il capofabbricato ce l'abbia con noi?

Moglie                           - Caso mai l'interrogassero... Al suo com­pleanno gli abbiamo regalato una scatola di sigari e la mancia di capodanno era anche abbastanza gene­rosa!

Marito                           - I Gauffs li di faccia hanno dato 15 mar­chi.

Moglie                           - Ma fino al 1932 hanno sempre letto l’Avanti ed anche nel maggio del 33 hanno messo la bandiera nera, rossa e bianca! (suona il telefo­no).

Marito                           - Il telefono!

Moglie                           - Devo andare io?

Marito                           - Aspetta un momento. Se tornano a suo­nare andrai tu. (aspettano; non si sente più suona­re) Non. è più una vita questa...

Moglie                           - Karl, Karl...

Marito                           - Un Giuda hai messo al mondo. Sta se­duto lì a tavola e non gli sfugge una parola, intan­to che mangia la minestra che noi gli diamo e sta attento a tutto quello che gli dicono i suoi educatori, quello spione!

Moglie                           - No, questo non devi dirlo, (pausa) Credi che dobbiamo prepararci?

Marito                           - Forse sarebbe bene che mi mettessi la croce al valore.

Moglie                           - Ma certo, Karl, (la va a prendere in un cassetto e gliela appunta con le mani che tre­mano) Ma a scuola però non c'è niente contro di te.

Marito                           - Ma come faccio a saperlo? Io sono pronto a insegnare tutto quello che vogliono che si insegni? Se almeno lo sapessi! Che ne so io di co­me vogliono che sia stato Bismarck? Ci mettono tanto di quel tempo a rinnovare i libri scolastici! Non puoi regalare altri dieci marchi alla camerie­ra? E' sempre dietro alle porte ad ascoltare.

Moglie                           - (annuendo col capo) E il ritratto di Hitler non è meglio appenderlo qui davanti alla tua scrivania? Farebbe più bell'effetto!

Marito                           - Sì, sì. (la moglie fa per trasportare il quadro) Ma se il ragazzo va a dire che l'abbiamo cambiata di posto, suonerebbe come un'auto accu­sa, (la moglie rimette il quadro al posto di prima) Non hai sentito aprire la porta?

Moglie                           - Non ho sentito niente.

Marito                           - Ma sì...

Moglie                           - Karl! (io abbraccia).

Marito                           - Non perderti d'animo. Preparami un po' di biancheria, (si sente aprire la porla di casa. La moglie e il marito sono in piedi, uno accanto ali"altro, in un angolo della stanza. La porta della stanza si apre. Entra il ragazzo con un cartoccio in mano. Pausa).

Ragazzo                        - Ma cosa c'è?

Moglie                           - Dove sei stato? (il ragazzo mostra il cartoccio di cioccolata) Sei stato solo a comprare la cioccolata?

Ragazzo                        - Eh, già, evidentemente, (gira per la stanza riempiendosi la bocca di cioccolata. I geni-lori lo seguono con occhi interrogativi).

Marito                           - Credi che abbia detto la verità? (la moglie alza le spalle).

11

Le scarpe nere

Ecco vengono le vedove e gli orfanelli ed anche a loro si promette un bell'avvenire. Tuttavia con­viene prima dì tutto fare sacrifici e pagare tasse perché tutto rincara e il buon tempo è lontano an­cora.

*

Bitlerfeld 1935. La cucina di una casa operaia. La madre sbuccia le palate. Una bambina tredicen­ne sta facendo il compito.

Bambina                        - Mamma, mi dai due pfenning?

 Madre                          - Per la Gioventù" Hitleriana?

Bambina                        - Sì.

Madre                           - Ma io non ho soldi che mi crescono.

Bambina                        - Ma se io non porto i due pfenning alla settimana, quest'estate non mi mandano in cam­pagna. E la maestra ci ha detto che la città e la campagna devono imparare a conoscersi. I cittadi­ni devono avvicinarsi ai contadini. Però io devo portare i due pfnenning.

Madre                           - Beh, ci penserò un po' come posso fa­re a darteli.

Bambina                        - Grazie, mamma. Ti aiuterò anche a sbucciare le patate. In campagna è bello, vero? Poi c'è tanto da mangiare. La maestra, quando faccio la ginnastica, dice che io ho la pancia gonfia di patate.

Madre                           - Ma non ne hai tu di pancia!

Bambina                        - No, adesso proprio no; ma l'anno scorso sì, però non troppo.

Madre                           - Chissà che non riesca di avere un po' di interiora...

Bambina                        - I panini me li danno a scuola e tu invece non ne hai. Berta mi ha raccontato che in campagna, dove stava lei, le davano perfino il gras­so d'oca sul pane "e di tanto in tanto anche la car­ne. E' bello, vero?

Madre                           - Bellissimo!

Bambina                        - E poi c'era l'aria buona!

Madre                           - Però doveva anche lavorare.

Bambina                        - Già, ma le davano molto da mangia­re. Però mi ha detto che il contadino la seccava sempre.

Madre                           - Cosa vuoi dire?

Bambina                        - Oh, niente. Non la lasciava mai in pace.

Madre                           - Ah!

Bambina                        - Berta però è maggiore di me. Ha un anno in più.

Madre                           - Finisci i tuoi compiti, (pausa).

Bambina                        - Però quelle vecchie scarpe nere dell'assistenza non devo mica metterle!

Madre                           - Non, ne hai ancora bisogno. Hai ancora l'altro paio.

Bambina                        - No, te lo chiedo perché adesso ho un buco.

Madre                           - C'è un tempo così umido.

Bambina                        - Ci metto della carta; basterà.

Madre                           - No, non basta. Se sono proprio bucate bisogna farle risuolare.

Bambina                        - Ma costa caro.

Madre                           - Cos'hai contro quelle scarpe dell'assi­stenza?

Bambina                        - Non le posso soffrire.

Madre                           - Perché sono troppo lunghe?

Bambina                        - Vedi che anche tu te ne sei accorta?

Madre                           - Ma sono già vecchie.

Bambina                        - Devo proprio portarle?

Madre                           - Se proprio non le puoi soffrire, non sei mica obbligata a metterle.

Bambina                        - Non sono mica ambiziosa, vero?

Madre                           - No, è segno solo che cresci           - (pausa).

Bambina                        - E i due pfnenning me li darai, mamma? Ho tanta voglia di andare in campagna!

Madre                           - (lentamente) Non. ho soldi!

12

Servizio del lavoro

Quelli che dovrebbero riconciliare le classi, co­stringono i poveri al servizio di lavoro dando loro un paio di scarpe e cattivo nutrimento.

I figlio del Reich portano per un anno intero l'u­niforme invece preferirebbero guadagnar qualcosa.

*

Lùneburger Heide, 1935. La colonna dei lavora­tori è al lavoro. Un giovane operaio e uno studente lavorano uno accanto all'altro..

Studente                       - Perché hanno messo dentro quel Piccolino, quello tarchiato, della terza colonna?

Operaio                         - (con un sorriso) Il capogruppo aveva detto che noi dobbiamo imparare cosa vuol dire lavorare e l'altro a mezza voce ha mormorato che voleva imparare anche cosa fosse la busta paga. E l'hanno presa in mala parte.

Studente                       - Ma perché dice queste cose?

Operaio                         - Probabilmente perché sa già cosa vuol dire lavorare. Ha cominciato a. 14 anni.

Studente                       - Attenzione! Arriva il pancione!

Operaio                         - Quando mi sta a guardare non posso vangare più nemmeno una spanna.

Studente                       - Ma io non. riesco a spalarne più di così.

Operaio                         - Se mi pesca sono io che le busco.

Studente                       - E allora non ci sono più sigarette.

Operaio                         - Ma deve pescarmi!

Studente                       - Però vuoi andare anche tu in licen­za. Pensi forse che io ti paghi se non vuoi nean­che correre questo piccolo rischio.

Operaio                         - Quello che paghi è già guadagnato da un pezzo.

Studente                       - Ma io non, ti pago.

Capogruppo                  - (si avvicina e sta a guardare) Dun­que, signor dottore, adesso impari cosa vuol dire lavorare, non è vero?

Studente                       - Sissignore, signor capogruppo, (l'o­peraio rimuove solo una palala di terra e lo Stu­dente fa come se lavorasse con tutte le sue forze).

Capogruppo                  - Anche di questo devi ringraziare il Fuehrer.

Studente                       - - Sissignore, signor capogruppo.

Capogruppo                  - L'ordine è; gomito a gomito, e nessun antagonismo di classe. Nei suoi campi di lavoro il Fuehrer vuole che non ci siano differen­ze. Qui non conta niente quello che è il signor pa­pà. Avanti, lavorare! (si allontana).

Studente                       - Non era una palata.

Operaio                         - Sì che lo era.

Studente                       - Oggi niente sigarette. E forse con­verrebbe che tu riflettessi al fatto che tipi che vo­gliono sigarette come te, ce ne sono molti.

Operaio                         - (lentamente) Sì, di tipi come me ce ne sono tanti. Alle volte ce ne dimentichiamo.

13

L'ora del lavoratore

Vengono gli agenti di Goebbels e mettono nelle mani callose del popolo il microfono; ma poiché non si fidano del popolo, tengono i loro artigli tra le labbra e l'apparecchio.

*

Lipsia, 1931. L'ufficio di un capo fabbrica. Un annunciatore della radio, con un microfono in ma­no, parla con un operaio di mezza età, con un vec­chio e con un'operaia. In fondo alla scena un im­piegato e un uomo in uniforme di S.A.

Annunciatore                - Siamo' in mezzo al frastuono delle dinamo e delle cinghie di trasmissione. Intor­no a noi sono i compagni lavoratori, duri ed in­stancabili, che fanno tutto quanto sta in loro perché la nostra patria non manchi di quanto le è ne­cessario. Questa mattina siamo nella filanda Fuchs e, nonostante il lavoro pesante, che richiede l'im­piego di tutti i muscoli, intorno a noi non vedia­mo se non volti allegri e soddisfatti. Ma vogliamo che siano i nostri compagni stessi a parlarvi al mi­crofono, (avvicinandosi all'operaio vecchio) Sono ventun'anni che siete nell'azienda, signor....?

Operaio vecchio            - Sedelmaier.

Annunciatore                - Signor Sedelmaier. Dunque, si­gnor Sedelmaier, come mai non vediamo qui intor­no a noi, se non facce contente e soddisfatte?

Vecchio operaio            - (dopo aver riflettuto un momen­to) Non fanno che scherzare!

Annunciatore                - Ah! E allora il lavoro procede senza difficoltà, tra il buon umore? Il nazionalso­cialismo ha dato il bando al pessimismo che deprime. Questo volete dire. Prima le cose andavano di­versamente, non è vero?

Vecchio operaio            - Già, già.

Annunciatore                - Prima del nazionalismo l'opera­io non aveva voglia di ridere, è questo che volete dire? Allora, uno si chiedeva: per che cosa lavo­riamo?

Vecchio operaio            - Già, ce ne sono alcuni che se lo chiedono.

Annunciatore                - Cosa volete dire? Ah, volete al­ludere ai malcontenti, perché ce n'è sempre qual­cuno, anche se diminuiscono ogni giorno di nume­ro perché capiscono che ciò non giova a nulla e che nel Terzo Reich tutto procede per il meglio da quando c'è una mano ferma che regge il timone. Anche lei vuol dire questo? (volgendosi all'operaia) signorina...?

Operaia                         - Schmidt.

Annunciatore                - - Signorina Schmidt. A quale del­le nostre gigantesche macchine d'acciaio lavorate? Operaia         - (come recitando una cosa imparata a memoria) E quello che ci fa piacere è anche il modo come adesso sono aggiustati i locali nei qua­li lavoriamo. Il ritratto del Fuehrer lo abbiamo com­perato con una sottoscrizione volontaria e questo costituisce un titolo di fierezza per noi. E così pu­re quei vasi di geranio che mettono una nota di colore nel grigio dell'officina e che sono stati una iniziativa della signorina King.

Annunciatore                - Ah, sì? Ornate i locali della fabbrica con dei fiori, con questi deliziosi figli dei campi. Del resto molte cose nuove ci sono oggi nel­le fabbriche dal giorno in cui la storia della Ger­mania, ha preso una nuova piega.

Impiegato                      - (suggerendo) I locali di pulizia..

Operaia                         - I locali di pulizia sono un'idea del si­gnor direttore Bàuschle ed è un'idea per la quale gli dobbiamo molta riconoscenza. Chi vuole può andare a lavarsi in questi bei locali, quando non si è in troppi e non c'è troppa calca.

Annunciatore                - Già, perché tutti vorranno es­sere i primi, vero? E' sempre una gara piena di al­legria.

Operaia                         - Ci sono sei rubinetti per 552 perso­ne! E' sempre una baraonda. Ce ne sono di quelli che veramente è una vergogna.

Annunciatore                - Però l'accordo è sempre perfet­to. Ma adesso c'è il signor... non so come si chia­ma, che vuol dire qualche cosa.

Operaio                         - Mann.

Annunciatore                - Mahn. Signor Mahn. Ci dica un po' signor Mahh, tutte le innovazioni fatte nella fabbrica che effetto hanno prodotto sull'animo dei vostri colleghi di lavoro?

Operaio                         - Cosa vuol dire?

Annunciatore                - Voglio dire che vi rallegrate tutti di vedere ormai tutte le macchine di nuovo in movimento e tutte le braccia occupate.

Operaio                         - SL

Annunciatore                - E che ognuno di voi, alla fine della settimana, possa portare a casa la busta della paga è una cosa anche questa che non dobbiamo dimenticare.

Operaio                         - No.

Annunciatore                - Una volta non era sempre così. Prima del nazionalsocialismo ce n'erano parecchi che dovevano prendere la strada amara degli uffici di assistenza ed accontentarsi dell'elemosina.

Operaio                         - Diciotto marchi e cinquanta. Nessu­na trattenuta.

Annunciatore                - (con un riso forzato) Ah, ah, che scherzo divertente. Non c'era mica molto da trattenere su quella somma...

Operaio                         - No. Adesso è di più. (L'impiegalo ner­voso si avvicina. Lo stesso fa anche l'uomo in uni­forme).

Annunciatore                - E così, nel Terzo Reich tutti hanno lavoro e pane. Ha proprio ragione signor... come è il suo nome? Non c'è più nessuna macchi­na ferma, nessun braccio che si arrugginisca nel­la Germania di Adolfo Hitler, (dà uno spintone e caccia via l'operaio dal microfono) Gli operai del cervello e della mano collaborano cordialmente al­la ricostruzione della nostra .amata patria. Heil Hitler!

14

La cassa

Vengono con una cassa di zinco in cui nascon­dono ciò che essi hanno fatto di un uomo. Non si è arreso. Combattè per una vita migliore nella gran­de lotta di classe.

*

Essen, 1934. Casa di operai. Una donna con due bambini. Un giovane operaio con la moglie in vi­sita. La donna piange. Si odono passi sulla scala. Si apre la porta.

La donna                       - Ma ha detto soltanto che pagano sti­pendi di fame. Ed è la pura verità. Il maggiore è malato di petto e non abbiamo di che comperare il latte. E' impossibile che se la sian, presa con lui. (Due S. A. entrano con una grossa cassa e l'appog­giano a terra).

S. A.                              - E poche scene. Una polmonite può ca­pitare a tutti. Ecco i documenti. Tutto in ordine. E niente sciocchezze. (Gli S. A. se ne vanno).

Un bambino                  - Mamma, c'è dentro il papà?

L'operaio                       - (avvicinandosi alla cassa) E' di zinco.

li. bambino                    - Non possiamo aprirla?

L'operaio                       - (preso da furore) Si, possiamo! Do­v'è la cassetta degli attrezzi? (cerca gli strumenti, la giovane moglie fa l'alto di trattenerlo).

La giovane

Moglie                           - Non aprirla Hans! Ci gua­dagni solo di farti portar via anche tu!

L'operaio                       - Voglio vedere cosa ne hanno fatto. Hanno paura che lo si veda, altrimenti non lo sep­pellirebbero nello zinco. Lasciami!

La giovane

Moglie                           - No, non ti lascio. Non li hai sentiti?

L'operaio                       - Sarà almeno permesso-di vederlo, no?

La donna                       - (prende i due bambini per mano e si avvicina alla cassa) Ho ancora un fratello che mi possono portar via, Hans! E anche te, ti possono portar via! La cassa è meglio rimanga chiusa. Non dobbiamo vederlo. Non lo dimenticheremo.

15

Lo scarcerato

Vengono ì torturati che subirono l'interrogatorio a colpi di frusta e tacquero per tutta la notte. I loro amici e le loro donne li guardano con diffidenza: cosa facesti verso mattina?

*

Berlino 1936. Cucina di operai. Mattina della do­menica. Marito e moglie. Da lontano una banda mi­litare.

Il Marito                        - Deve essere qui a momenti.

La Moglie                     - In fondo non avete niente da rim­proverargli.

Il Marito                        - Sappiamo solo che è stato messo fuori dal campo di concentramento.

La Moglie                     - E allora perché diffidare?

Il Marito                        - Son successe troppe cose, ne metto­no dentro troppi.

La Moglie                     - Ma sarà terribile per lui, se vede che tutti diffidano,

Il Marito                        - Sai che è necessario.

La Moglie                     - Però...

 Il Marito                       - Sento rumore. Sta qui mentre par­liamo. (Suonano. Il marito apre la porta. Entra lo scarceralo).

Il Marito                        - Buon giorno, Max.

Lo scarcerato                - (stringe la mano all'uomo e alla donna in silenzio).

La donna                       - Beve una tazza di caffè con noi?

Lo scarcerato                - Se non. la disturba, (pausa)

Il Marito                        - C'è qualcosa per la strada?

Lo scarcerato                - Una colletta.

La Moglie                     - Un vestito per Willi non farebbe male.

Il Marito                        - Ma io lavoro.

La Moglie                     - Ma appunto per questo è necessa­rio un vestito anche per te.

Il Marito                        - Non dire sciocchezze.

Lo scarcerato                - Lavoro o no, tutti possono avere bisogno di qualcosa.

Il Marito                        - Hai già trovato un posto?

Lo scarcerato                - Me l'hanno promesso.

Il Marito                        - Alla Siemens?

Lo scarcerato                - Lì o in un altro luogo.

Il Marito                        - Adesso non è più così difficile.

Lo scarcerato                - Già             - (pausa).

Il Marito                        - Quanto sei stato dentro?

Lo scarcerato                - Sei mesi.

Il Marito                        - Non hai visto nessuno la dentro?

Lo scarcerato                - Non conoscevo nessuno (Pau­sa) Adesso li mettono in campi diversi. Può succe­dere che li caccino in Baviera.

Il Marito                        - Ah!

Lo scarcerato                - Qui fuori non è molto cambiato.

Il Marito                        - Niente di speciale.

La Moglie                     - Sa, noi viviamo in disparte. Willi non vede quasi più nessuno dei suoi vecchi colle­ghi, vero Willi?

Il Marito                        - Vediamo poca gente.

Lo scarcerato                - (mentre la donna gli versa una tazza di caffè) Solo una goccia. Non voglio fer­marmi troppo.

Il Marito                        - Hai daffare?

Lo scarcerato                - Selma mi ha detto che vi siete occupati di lei quand'era ammalata. Grazie.

La Moglie                     - Ma le pare? Le avevamo detto di ve­nir più spesso la sera, ma non abbiamo nemmeno una radio.

Il Marito                        - Quello che dice la radio lo si trova anche nei giornali.

Lo scarcerato                - E nel Volkischer Beobachler c'è tutto quello che dice anche la radio, vero?

Il Marito                        - La sera non leggo tanto, son, troppo stanco.

La Moglie                     - Ma cos'ha li alla mano? E' tutta ro­vinata e con due dita di meno!

Lo scarcerato                - Son caduto..

Il Marito                        - Meno male che è la sinistra.

Lo scarcerato                - Già, è una fortuna. Avrei avuto qualche cosa da dirti... Non se n'abbia a male, Si­gnora...

La Moglie                     - Ma certo. Devo ancora pulire un mo­mento il fornello. (Sì dà daffare attorno al fornel­lo. Lo scarcerato l'osserva con un pallido sorriso).

Il Marito                        - Dobbiamo uscire subito appena fi­nito di mangiare. Selma sta bene adesso?

Lo scarcerato                - Le anche, no. Non può più fare il bucato. Dì un po'.... (Si interrompe e osserva i due. Quelli lo guardano. Non parla più).

Il marito                        - (con voce rauca) Se,andassimo fino all'Alexanderplaz prima di colazione? Con, questo baccano della colletta....

La Moglie                     - Ma sì, vero?

Lo scarcerato                - Certo! (pausa). (A voce bassa) Dì, Willi, son sempre quello di prima.

Il marito                        - (senza dar peso) Certo. Forse all'A­lexanderplaz ci sarà la musica. Preparati, Anna. Il caffè l'abbiamo preso. Mi dò una pettinata, (vanno nella stanza accanto. Lo Scarceralo rimane seduto. Ha preso il cappello. Fischietta. Marito e moglie tor­nano, pronti per uscire).

Il Marito                        - Su Max, andiamo.

Lo scarcerato                - Bene. Volevo dirti una cosa; che lo trovo giustissimo.

Il Marito                        - Già, allora andiamo           - (Escono assieme).

16

Assistenza invernale

 Quelli dell'assistenza vengono avanti con trombe e bandiere, anche nelle case più misere. Tutti fieri portan via stracci e avanzi di tavola estorti con vio­lenza per i vicini poveri.

La mano che ha accoppato i loro fratelli tende, perché non si lamentino, frettolosa, un piccolo do­no. Rimangono loro nella strozza i tozzi di pane e il saluto al Fuhrer.

*

Karlsruhe, 1937. Nella casa di una vecchia. Essa è seduta al tavolo con la. figlia. Entrano due S. A. che portano un pacco dell'Assistenza invernale.

Il primo S. A.                - Qua, nonnina, te lo manda il Fuhrer.

Il secondo S. A.            - Perché non possiate dire che non pensa a voi.

La vecchia                     - Grazie, tante grazie. Patate, Erma, e un golf di lana, mele...

Il primo S. A.                - E una lettera del Fuhrer con qualche cosa dentro. Aprile, aprite.

La vecchia                     - (apre la lettera) Cinque marchi. Cosa dici ora Erna?

Il secondo S. A.            - Assistenza invernale.

La vecchia                     - Prenda anche lei una mela, gio­vanotto, e anche lei. Visto che siete voi che le avete portate e avete fatto le scale. Non ho altro. E ne prendo subito una anch'io. (Morde una mela. Man­giano tutti, meno Erna).

La vecchia                     - Prendine una, su, Erna, non girare così. Adesso vedi che le cose non vanno come dice tuo marito.

Il primo S. A.                - Cosa dice?

La giovane                    - Non dice niente. Son chiacchiere da vecchia.

La vecchia                     - Ma no, son solo discorsi così che fa. Niente di male. Quello che dicon tutti. Che i prezzi negli ultimi tempi sono un po' saliti (accen­na con la mela alla figlia). E difatti ha fatto anche lei il conto sul suo libro che quest'anno ha speso per il vitto 123 marchi di più dell'anno passato. Vero Erna? (vede che gli S. A. hanno preso eviden­temente la cosa in mala parte) Ma è solo perché dob­biamo armarci, vero? Cosa c'è? Ho detto qualcosa che non. va?

Il primo S. A.                - Dove tenete il vostro libro dei conti?

Erna                              - L'ho a casa. E non lo mostro a nessuno.

La vecchia                     - Non potrete mica trovar strano che tenga un libro dei conti, vero?

Il primo S. A.                - E non dovremo trovar strano neppure che andiate raccontando delle calunnie?

Il secondo S. A.            - E che quando siamo entrati abbiate gridato molto forte: Heil Hitler, non mi è parso, e a te?

La vecchia                     - Ma lei ha detto: Heil Hitler, e io pure lo dico: Heil Hitler!

Il secondo S. A.            - Siamo capitati in un bel covo di marxisti, Albert. Il libro dei conti, quello dobbia­mo prenderlo. Venite con noi a casa vostra, svelta. (prende Erna per un braccio).

La vecchia                     - Ma è incinta di tre mesi... Non la porterete mica... Lei non può farlo! Lei che mi ha portato il "pacchetto e ha preso le mele! Erna! Ma se ha gridato: Heil Hitler! Cosa deve fare d'altro? Heil Hitler! Heil Hitler! (vomita la mela. Gli S.A. - portano via la figlia).

La vecchia                     - (continua a vomitare) Heil Hitler!

17

Due panettieri

Vengono due panettieri e portano un sacco di colla con cui debbono fare il pane. Con la crusca, la farina e i paragrafi impastano il loro pane, quei valent'uomini, e non è un lavoro da niente.

*

Landsberg 1936. Corte della prigione. I prigionie­ri girano in tondo. Di tanto in tanto due in testa parlano tra loro.

Il primo                         - Anche tu sei panettiere?

Il secondo                     - Sì, e tu? Il primo    - Anch'io. Perché ti hanno preso?

Il secondo                     - Attento! (ricominciano a cammina­re) Perché non mettevo nel pane la crusca e le pa­tate. E tu? Da quanto tempo sei dentro?

Il primo                         - Due anni.

Il secondo                     - E perché sei qui? Attento! (rico­minciano a camminare).

Il primo                         - Perché mettevo la crusca nel pane. Due. anni fa era ancora considerato « Sofisticazione dei prodotti alimentari ».

Il secondo                     - Attento!

18

Il contadino dà da mangiare ai porci

Il contadino marcia inquadrato e fa la faccia a-mara. Non gli pagano niente il suo grano. E se vuol dar qualcosa al maiale, deve vendere il latte più caro. Il contadino vede rosso.

*

Aichach 1937. Il cortile di una fattoria. E' notte. Il conladino davanti alla stalla fa la lezione alla mo­glie e ai due figli.

Il contadino                  - Non ho mai voluto immischiarvi nella faccenda, ma voi avete voluto ficcarci il vostro naso e adesso devo insegnarvi a tener chiuso il bec­co, altrimenti vostro padre va a finire a Landsberg per tutta la vita. Non facciamo niente di male, se diamo da mangiare alle bestie che hanno fame. Il buon Dio non vuole che le sue creature patiscano la fame. E quando hanno fame, gridano come se le scannassero, e io non posso sentire che un maiale da me grida perché ha fame. E mi hanno proibito di dargli da mangiare. Per via dello Stato. Ma io gli do lo stesso da mangiare, io.

La Moglie                     - D'accordo. Il nostro frumento è il nostro frumento. E quei malnati non ci hanno nien­te da dire. Hanno mandati via gli ebrei, ma l'ebreo più grosso è lo Stato. E il signor curato ha detto : Non devi legare il muso al bue che trebbia.

Il contadino                  - Ben detto. Loro sono contro i contadini? E i contadini sono contro di loro! Mi co­stringono a consegnare il grano, e il foraggio deb­bo pagarlo un occhio. Tutto perché Baffino comperi i suoi cannoni.

La Moglie                     - Tu, Toni, sta di guardia al cancello, e tu Maria, va là sul prato e se viene qualcuno av­verti. (/ bambini fanno com'è stato loro detto. Il contadino impasta it mangime del maiale e lo porta, guardandosi intorno).

Il contadino                  - (versando il pastone al maiale) Mangia, Lina. Heil Hitler! Quando le creature sof­frono la fame, non c'è più Stato che conta!

19

Vecchia guardia

I votanti vengono a frotte, al cento per cento, e votano per chi li tormenta. Non hanno né pane né vino, non hanno né pastrano né camicia, hanno votato per Hitler.

*

Calw 1936. Una piazza con negozi in una piccola città del Wiìrtlemberg. Nel fondo la bottega del ma­cellaio, davanti una latteria. Una scura mattina di inverno. La macelleria è ancora chiusa. La latteria invece è già illuminala, e ci sono i clienti che fan­no la coda.

Un piccolo borghese     - Non c'è burro neanche oggi, vero?

La donna                       - Ci dovrebbe essere almeno quel pochettino che posso comperare con quel che guada­gno!

Un ragazzotto               - Non brontoli, dico! La Germa­nia ha bisogno di cannoni, non di burro. Lo sanno tutti. Lo ha detto chiaro e netto.

Un'altea donna              - Calma, ragazzo. Sacrifici ne facciamo tutti.

II ragazzotto                 - (diffidente) Cosa vuol dire?

La seconda donna         - (alla prima) Non dà forse anche lei quando vengono a far le colette?

La prima                        - (annuisce).

La seconda donna         - Lei dà, noi diamo. Spon­taneamente.

Il ragazzotto                  - Lo sappiamo. Ve li tenete stret­ti i vostri centesimi, e invece il Fùhrer per i suoi grandi progetti ha bisogno, per così dire, di essere aiutato. Solo stracci date all'Assistenza invernale.

Il piccolo borghese        - La gente non sa fare (La lattivendola con un grembiule bianco, esce dalla bottega).

La lattivendola              - Un momento e siamo pronti. (Rivolgendosi alla seconda donna). Buon giorno, Si­gnora Ruhl. Ha sentito? Ieri sera hanno portato via il giovane Lettner, qui accanto.

La seconda donna         - Il macellaio?

La lattivendola              - Sì, il figlio.

La seconda donna         - Ma non era nelle S. A.?

La lattivendola              - Sì, sì. Il vecchio è nel partito dal 20. E' che ieri, per caso, era andato a un'asta di bestie, se no l'avrebbero portato via anche lui.

La seconda donna         - Ma cos'hanno fatto?

La lattivendola              - Pasticci con la carne. Non gli davano più niente da un bel po' e perdeva i clienti. E pare che abbia comperato di nascosto. Si dice persino che abbia preso roba dagli ebrei.

Il ragazzotto                  - E non dovrebbero portarlo via?

La lattivendola              - E' sempre stato uno dei più zelanti. E' stato lui a mettere nei guai il vecchio Zeìsler, lì del sette, perché non voleva abbonarsi al giornale del partito. E 'della vecchia guardia.

La seconda donna         - Chissà che faccia farà quan­do torna indietro!

La lattivendola              - Se torna!

La seconda donna         - Il figlio Lettner era molto simpatico.

La lattivendola              - Lo scalmanato era sempre il vecchio. E' stato lui che ha messo per forza il ra­gazzo nelle S. A., l'altro avrebbe preferito andar a spasso con la ragazza.

Il ragazzotto                  - Cosa vuol dire: lo scalmanato?

La lattivendola              - Ho detto: lo scalmanato? Già se si diceva qualcosa contro l'idea dava in escan­descenze, parlo di una volta. Parlava sempre dell'I­dea e contro l'egoismo del singolo.

Il piccolo borghese        - Stanno aprendo     - (Dalla macelleria, fiocamente illuminata, è uscita una don­na. Si ferma sul marciapiede e scruta lungo la via. Poi si volge alla lattivendola).

La macellaia                  - Buon giorno, signora Schlichter. Ha visto il nostro Richardt? Avrebbe dovuto già

 essere qui da un pezzo con la carne! (La lattiven­dola non risponde. Tutti la guardano in silenzio. Quella capisce e rientra svelta in negozio).

La lattivendola              - Fa come se non fosse acca­duto nulla. E' successa una bella scena l'altro gior­no, quando il vecchio ha dato fuori da matto, che lo si è sentito gridare fin in piazza. E non glie l'hanno mica fatta buona.

La seconda donna         - Non, so niente; com'è andata, Signora Schlichter?

La lattivendola              - Non lo sa? Si è rifiutato di mettere in vetrina i prosciutti di cartapesta che gli hanno portato. Prima li aveva ordinati perché lo avevano costretto, dato che per tutta una settimana non aveva esposto in vetrina che la tabella dei prez­zi, quando però sono arrivati con, i prosciutti di cartapesta e con un mezzo vitello rifatto come se fosse vero, s'è messo a gridare che lui non metteva la roba finta in vetrina e cento altre cose che non si possono neanche ripetere. Tutto contro il governo. E poi ha buttato tutto quanto fuori dalla bot­tega, che hanno dovuto andare a raccattare, in mezzo al fango.

Il piccolo borghese        - La gente non sa fare.

La seconda donna         - Ma come mai la gente può perdere le staffe a quel modo?

La lattivendola              - E proprio i più furbi! (In quell'istante si accende nella macelleria una secon­da luce).

La lattivendola              - Guardi, guardi! (Fa segno tutta eccitala verso la vetrina del macellaio, illumi­nata solo a metà).

La seconda donna         - Ma c'è qualcosa in vetrina!

La lattivendola              - Ma è il vecchio Lettner! Con su il paletot! Ma su cosa è montato? (con un urlo): Signora Lettner!

La macellaia                  - (esce dal negozio) Cosa c'è? (La lattivendola indica senza parlare la vetrina. La ma­cellata dà un'occhiaia, getta un urlo e cade svenuta. La seconda donna e la lattivendola corrono verso di lei).

La seconda donna         - (parla con la testa volta al disopra della spalla) Si è impiccato nella vetrina!

Il piccolo borghese        - Ma ha su un cartello.

La prima donna             - E' la tabella dei prezzi, ma c'è scritto qualcosa.

La seconda donna         - C'è scritto- Ho votato per Hitler!

20

La predica della montagna

I cristiani debbono, terrorizzati, nascondere i loro dieci comandamenti, altrimenti son, botte e risate. Non possono rimaner cristiani. Nuovi Dei prendo­ no il posto del loro ebraico Dio della Pace.

*

Lubeck, 1937. La cucina di un pescatore. Il pe­scatore sta morendo. Vicino al giaciglio la moglie e il figlio, in uniforme di S. A. C'è anche il parroco.

II morente                     - Mi dica, c'è davvero qualcosa di là?

Il parroco                      - Ha dei dubbi che la tormentano?

La donna                       - Negli ultimi tempi ha continuato a ripetere che tutti fanno tante chiacchiere e tanti discorsi, che non si sa più cosa credere. Ma non deve aversene a male, signor curato.

Il parroco                      - Di là c'è la vita eterna.

Il morente                     - E sarà migliore?

Il parroco                      - Sì.

Il morente                     - Già, deve essere così.

La donna                       - Ha sempre sgobbato tanto, poveretto.

Il parroco                      - Mi dia retta. Dio lo sa.

Il morente                     - Crede? (dopo una pausa) Lassù si potrà parlare liberamente?

Il parroco                      - (Un po' stupito) Sta scritto: la fede fa muovere le montagne. Deve aver fede. E tutto le sembrerà più facile.

La donna                       - Non deve credere che gli manchi la fede, signor Parroco. Ha sempre fatto la comunio­ne. (Al marito, con insistenza) Il signor curato pen­sa che tu non credi. Ma tu credi, vero?

Il morente                     - Sì... (silenzio) Se no, non rimane altro.

Il parroco                      - Che vuol dire, « se no non. rimane altro»?

Il morente                     - Mah! Se no, non rimane altro. Non è vero? Dico che se ci fosse stato qualcosa...

Il parroco                      - Ma cosa avrebbe dovuto esserci?

Il morente                     - Qualche cosa...

Il parroco                      - Forse non riesco a capir bene. Non vuol mica dire che lei crede solo perché la sua vita non è stata altro' che fatica e lavoro?

Il morente                     - (si guarda d'attorno finché vede il figlio) E adesso staranno meglio quelli lì?

Il parroco                      - Di chi parla? Dei giovani? Spe­riamo.

Il morente                     - Se almeno avessi una barca a mo­tore...

La donna                       - Non stare a crucciarti, adesso!

Il morente                     - Ma può darsi che ci sia la guerra.

La donna                       - Non parlare adesso di quelle cose lì. (al parroco) Negli ultimi tempi non ha fatto che parlare di guerra col ragazzo. Non facevano che li­tigare.

Il figlio                          - Non crede alla rinascita.

Il morente                     - Dica un po'; crede che quello lassù voglia la guerra?

Il parroco                      - (incerto) Sta scritto : beati i paci­fici...!

(Il morente fa con la mano un gran gesto, come se cancellasse).

Il morente                     - Se dunque c'è la guerra...

(Il figlio fa l'atto di dire qualcosa).

La donna                       - Sta zitto.

Il morente                     - (al parroco, facendo cenno al figlio) Gliela dica quella cosa lì dei pacifici!

La donna                       - Ma il signor curato non può mica farci niente alla guerra, ragiona un po'. Sono cose di cui in questi tempi è meglio non parlare, vero signor curato?

Il morente                     - Ma lo sa anche lei che son tutti im­broglioni. Io non posso comperare un motore per la mia barca, ma nei loro aeroplani i motori ce li mettono. Per la guerra, per il macello! E quando c'è brutto tempo non riesco a rientrare perché non ho motore. Tutti imbroglioni. La guerra vogliono! (ricade indietro esausto).

La moglie                      - (spaventata, corre a prendere una sco­della con dell'acqua e gli terge il sudore dalla fron­te) Non stia ad ascoltarlo. Non sa più quello che dice.

Il parroco                      - Si calmi, signor Claasen.

Il morente                     - Gli dica quella cosa lì dei pa­cifici.

Il parroco                      - (dopo la pausa) Può leggerla, se vuole. E' nella « Predica della Montagna ».

Il morente                     - Dice che son tutte -cose dette da un ebreo e che non valgono niente.

La moglie                      - (con uno sguardo ansioso al figlio) Non mettere il signor curato nei pasticci, Hannes. Non devi chiedergli queste cose.

Il figlio                          - Perché non chiedergliele?

Il morente                     - Valgono o non valgono?

Il parroco                      - (dopo una pausa, tormentato) Sta scritto anche: «Date a Dio ciò che è di Dio e a Cesare ciò che è di Cesare ». (Il morente ricade ri­verso. La donna gli mette sulla fronte un panno umido).

21

Precetto

Vanno a prendere i giovani e inoculano loro come l'unica speranza di morir per i ricchi. Mo­rire è duro. Ma quelli guardano i pugni dei maestri e hanno paura d'aver paura.

*

 Chemnitz 1937. In un locale della Gioventù Hi­tleriana. Un pugno di ragazzi. I più portano la ma­schera antigas a tracolla. Alcuni guardano un ra­gazzo senza maschera, seduto, solo, su di un banco e che continua a muovere le labbra come se ripe­tesse la lezione.

Il primo                         - Non ce l'ha mica ancora.

Il secondo                     - E' la vecchia che non gliela com­pera.

Il primo                         - Ma deve pur saperlo che qui gli fan­no la vita dura.

Un terzo                        - Se non ha soldi...

Il primo                         - E sì che il pancia ce l'ha su!

Il secondo                     - Sta ancora studiando « Il precetto ».

Il quarto                        - Sono,cinque settimane che studia e son solo due strofe!

Il terzo                          - Ma lo sa da un pezzo.

Il secondo                     - S'impappina solo perché ha paura.

Il quarto                        - Fa ridere, no?

Il primo                         - Da scoppiare, (ad alta voce) Lo sai Pschìerer? (Il quinto alza gli occhi stranito, capi­sce e fa cenno di sì. Poi ricomincia a ripetere sot­tovoce).

Il secondo                     - Il pancia lo torchia solo perché non ha la maschera.

Il terzo                          - Lui dice che è perché non ha voluto andare con lui al cine.

Il quarto                        - L'ho sentito anch'io. Ma ci credete?

Il secondo                     - Può anche darsi. Anch'io non sono andato al cine col pancia, ma me mi lascia stare. Il mio vecchio non gliela passerebbe mica liscia.

Il primo                         - Occhio, il pancia! (;' ragazzi si met­tono su due righe e si irrigidiscono sull'attenti. En­tra il capo gruppo corpulento. Saluto).

Il capo gruppo               - Numeratevi! (contano) Ma­schere! (i ragazzi mettono le maschere antigas. Al­cuni non ce l'hanno e fanno solo il gesto).

Il capo gruppo               - Prima il Precetto. Chi lo re­cita? (Si guarda attorno come incerto, poi d'un tratto;) Pschierer! Lo sai? (il quinto esce dalla fila e si mette sull'attenti rivolto ai compagni. E' palli­dissimo). Lo sai, primo attore?

Il quinto                        - Signor sì.

Il capo gruppo               - Avanti! Prima strofa.

Il quinto                        - Guarda bene la morte negli occhi. Ora i tempi son fatti così. Se combattere un giorno ti tocchi che tu ignori paura e timor.

Il capo gruppo               - Ma non fartela nei pantaloni! Avanti, seconda strofa!

Il quinto                        - E tu picchia, tu scanna, tu ammazza Vincitor... (si ferma e ripete le ul­time parole. I ragazzi si frenano a stento per non ridere).

Il capo gruppo               - Non, lo sai ancora?

Il quinto                        - Signor sì.

Il capo gruppo               - Cosa studi a casa? Cose più im­portanti? - (urlando) Avanti!

Il quinto                        - Vincitor sarai solo così. sii un tedesco... fedele alla razza... Sii un tedesco fedele alla razza ' pronto a darsi, a pugnare... e... a pugnare e morir.

Il capo gruppo               - Come se fosse una cosa così difficile!

22

Nella caserma si viene a sapere

della sparatoria di Almerika

Ecco, vengono i soldati, nutriti con minestra e con arrosto perché combattano per lui e non, gli stian tanto a chiedere per chi fa la sua guerra.

*

Berlino, febbraio 1937. Corridoio in una caserma. Due giovani proletari guardandosi cauli d'at­torno, portano qualcosa ravvolto nella carta.

Il primo                         - Sono agitati oggi, vero?

Il secondo                     - Dicono che è perché ci può essere la guerra, per via della Spagna.

Il primo                         - Ce ne sono di quelli bianchi come panni lavati!

Il secondo                     - Perché abbiamo- sparato su Almerika. Ieri sera...

Il primo                         - Ma in Spagna. Hitler, ha mandato un telegramma laggiù con l'ordine che una nave spa­rasse subito su Almerika. Per punizione. Perché laggiù sono rossi e i rossi debbono farsela nei pan­taloni davanti al Terzo Reich. E adesso ci può es­sere la guerra.

Il primo                         - E adesso sono loro che se la fanno nei pantaloni.

Il secondo                     - Hanno fatto ì bulli soltanto perché Hitler lo vuole.

Il primo                         - Ma quello che Hitler vuole, lo vo­gliono anche loro. Sono tutti per Hitler, perché è stato lui a rimettere in piedi la nuova Wehrmarcht.

Il secondo                     - Già.            - (pausa).

Il primo                         - Sono bravi quelli lì a darci qualcosa tutti i giorni.

Il secondo                     - Non son mica milionari neanche loro .E sanno cosa vuol dire. La mia vecchia pren­de solo dieci marchi la settimana, e siamo tre. Non c'è mai altro che patate..

Il primo                         - Ma questi hanno roba di prima qua­lità. Oggi polpettine.

Il secondo                     - Quante te ne hanno date oggi?

Il primo                         - Una cartocciata, come sempre. Perché?

Il secondo                     - Perché io oggi ne ho avute il doppio.

Il primo                         - Fai vedere!

Il secondo                     - (mostra la sua roba).

Il primo                         - Gli hai detto qualche cosa?

Il secondo                     - : No. Buon giorno come sempre.

Il primo                         - Non capisco. Anch'io ho detto come sempre: Heìl Hitler!

Il secondo                     - Strano. A me hanno dato doppia razione!

Il primo                         - Chissà perché, tutto in una volta. Non capisco.

Il secondo                     - Neanch'io. Adesso c'è via libera. (corrono via in fretta).

23

Lavoro per tutti

Ecco quelli che procurano lavoro. Il povero dia­volo è il loro negro e lo ficcano dove vogliono loro. Gli è di nuovo permesso di servirli, può versare sangue e sudare per le loro macchine da guerra.

*

Spandau, 1937. Un operaio trova, tornando a ca­sa, la vicina in casa sua.

La vicina                       - Buona sera, signor Fénn. Volevo chie­dere a sua moglie un po' di pane in prestito. E' uscita un momento.

L'uomo                          - Bene, bene, Signora Dietz. Che ne dice del posto che ho trovato?

La vicina                       - Già, adesso trovano tutti lavoro. E' nella nuova fabbrica dei motori, vero? Fanno degli apparecchi da bombardamento?

L'uomo                          - Ehi, attenta con quella lingua.

La vicina                       - E' anche lei uno di quelli li?

L'uomo                          - Io non sono di nessuno. Faccio il mio lavoro. Ma dov'è andata Marta?

La vicina                       - Già, forse dovevo prepararlo. Può darsi che sia successo qualche guaio. Quando sono entrata, c'era il postino con una lettera: sua mo­glie l'ha letta e n'è stata tutta sconvolta. Avevo an­zi pensato, se non sarebbe stato meglio che andas­si a chiedere il pane a Schiermann.

L'uomo                          - Diavolo! (chiama) Marta! (entra la mo­glie in lutto) Cos'è successo? Chi è morto?

La Moglie                     - Franz. C'è qui una lettera. (Gli por­ge la lettera).

La vicina                       - Oh, mio Dio! Ma cosa gli è succes­so?

L'uomo                          - Una disgrazia.

La vicina                       - (sospettosa) Era nell'aviazione, vero?

L'uomo                          - Sì.

La vicina                       - Ed è in servizio che è successo?

L'uomo                          - A Stettino. In un'esercitazione nottur­na sul campo, dice la lettera.

La vicina                       - Ma che disgrazia! Non vengono mi­ca contarla a me!

L'uomo                          - Le dico solo quello che c'è scritto qui. La lettera viene dal comando del campo.

La vicina                       - E vi ha mai scritto in questi ultimi tempi? Da Stettino?

L'uomo                          - Non t'agitare così, Marta. Non giova a nulla.

La moglie                      - (singhiozzando) No, lo so, lo so anch'io.

La vicina                       - Era così simpatico suo fratello. Vuo­le che le preparai una tazza di caffè?

L'uomo                          - Grazie, se può, volentieri, signora Dietz.

La vicina                       - (cercando un pentolino) Eh, sono dei bei colpi, questi!

La Moglie                     - Herbert, puoi lavarti, la signora Dietz non s'offende.

L'uomo                          - C'è tempo.

La vicina                       - Vi ha scritto da Stettino?

L'uomo                          - Le lettere sono sempre venute da Stet­tino.

La vicina                       - (lo guarda) Ah! Ma sarà ben andato anche nel Sud!

L'uomo                          - Dove, nel Sud?

La vicina                       - « Laggiù al sud la bella Spagna »...

L'uomo                          - (sentendo che la moglie ricomincia a sin­ghiozzare) Cerca di farti forte, Marta! Non deve parlar così, signora Dietz.

La vicina                       - Fanno le loro cose alla chetichella. E son capaci di trovar che è un'azione eroica anche questa, di non lasciar venir niente alla luce del so­le. Uno giù alla birreria si dava delle grandi arie, perché loro sono capaci di far una guerra senza che nessuno lo sappia. Quando buttano giù uno di que­sti apparecchi da bombardamento e quelli che ci son dentro si buttano col paracadute, gli altri dell'altro apparecchio sparano addosso ai loro con le mitragliatrici, di modo che non possano dire ai ros­si di dove vengono.

La donna                       - (che sta per svenire) Dammi un po' d'acqua, Herbert, ti prego, mi sento così male...

La vicina                       - Scusi, non volevo farle ancor più male, ma come sanno nasconder le cose! Lo sanno bene che è un delitto e che la loro guerra deve aver paura della luce. Una disgrazia durante un'esercita­zione! Ma che esercitazioni fanno? La guerra fan­no!

L'uomo                          - Almeno non gridi così forte qui den­tro, (alla moglie) Ti senti meglio?

La vicina                       - E' anche lei uno di quelli con l'ac­qua in bocca. Qui nella lettera c'è quello che si me­rita.

L'uomo                          - Adesso basta!

La Moglie                     - Herbert!

La vicina                       - Si, adesso basta, vero? Perché le han­no dato un posto! Ma anche a suo cognato hanno dato un posto! Gli è successa «una disgrazia» proprio con uno di quei cosi che fa lei nella fabbrica dei motori.

L'uomo                          - Questo è troppo! Signora Dietz, io fab­brico di quei cosi lì? E cosa fabbricano gli altri? Suo marito cosa fabbrica? Lampade a incandescen­za, vero? Non son mica per la guerra quelle? E' il­luminazione, vero? Ma per cosa serve l'illuminazio­ne? Per illuminare che cosa? Forse dei carri arma­ti? 0 una corazzata? 0 forse ano di quei cosi? Ma lui fa solo lampade a incandescenza! Per Dio! Non c'è però niente che non sia fatto per la guerra! Do­ve devo andare a cercare un. lavoro, se premetto: non per la guerra? Devo morir di fame?

La vicina                       - (meno spavalda) Non le dico di mo­rir di fame. Naturalmente deve lavorare come può.

L'uomo                          - (serio) E tu Marta non devi andare in giro vestita così a lutto. Sai che non vogliono.

La vicina                       - Non vogliono le domande che ne nascono.

La donna                       - (tranquilla) Credi che devo cambiar­mi?

L'uomo                          - E già, altrimenti addio posto!

La donna                       - Io non mi cambio.

L'uomo                          - Cosa?

La donna                       - Non mi cambio. Mio fratello è mor­to. Io porto il lutto.

L'uomo                          - Se non avessi già i vestiti di quando Rosa lì comprò per la morte della mamma, non po­tresti vestirti a lutto.

La moglie                      - (gridando) Non sopporto che mi si impedisca di mettermi in lutto. Se quelli l'hanno accoppato, io potrò almeno piangere. Non si è mai visto niente di simile! Non s'è mai visto al mondo una cosa più inumana! Sono degli assassini!

La vicina                       - (mentre il marito, muto dal terrore, sta seduto senza far molto) Ma signora Fenn!

L'uomo                          - Se dici di queste cose può accaderci anche di peggio che di perdere il posto.

La donna                       - Non hanno che a venirmi a prende­re! Hanno campi di concentramento anche per don­ne. Non hanno che mettermici, perché a me non è indifferente che mi accoppino il fratello. Cosa c'è andato a fare in Spagna?

L'uomo                          - Sta zitta con la Spagna!

La vicina                       - Lei non sa quel che dice, signora Fenn!

La Moglie                     - Perché non ti portino via il posto dobbiamo tacere? Perché crepiamo di fame, se non fabbrichiamo i loro apparecchi? E allora crepiamo! Come Franz! Anche a lui hanno dato un posto! Un metro sotto terra! Un posto come quello avrebbe potuto averlo anche qui!

L'uomo                          - (che cerca di turarle la bocca) Ma sta zitta! Non serve a niente.

La

Moglie                           - Cosa serve allora? E allora fallo quello che serve!

24

Referendum

E quando li abbiamo visti sfilare, abbiamo gri­dato: non ce n'è uno che dica di no? Non dovete rimaner tranquilli! La guerra in cui quelli vi get­teranno non può essere la vostra!

*

Hamberg 18 marzo 1938. In una casa di proletari due operai e una donna. Lo spazio, che non è molto, è tutto ostruito dall’asta di una bandiera. La ra­dio trasmette grida di incontenibile entusiasmo, suo­no di campane e rombo d'aeroplani. Una voce an­nuncia: «.Ed ora il Fuhrer entra in Vienna! ».".

La donna                       - E' come un mare.

Il più' vecchio               - Sì, vince e vince.

Il più' giovane               - E noi siamo vinti.

Il più' giovane               - Senti come gridano! Quasi che venisse loro qualcosa in. tasca!

Il più' vecchio               - Certo che c'è qualcosa anche per loro. Un esercito invasore!

Il più' giovane               - E poi si chiama: referendum! Un popolo solo, un solo Reich, un Fuhrer: è que­sto che vuoi? E noi non possiamo neanche far stam­pare un manifestino in occasione del referendum! Qui, nel quartiere degli operai, a Neùkòlln!

La donna                       - Cosa vuol dire « non possiamo? ».

Il più' giovane               - Troppo pericoloso!

Il più' vecchio               - Adesso che anche Karl non c'è più! Dove andremmo a prendere gli indirizzi?

Il più' giovane               - Non abbiamo neanche chi ci può scrivere il testo.

La donna                       - (fa segno alla radio) Ne ha trovati centomila lui, per il suo attacco di sorpresa. E noi non ne abbiamo neanche uno! Bene. Se lui solo ha quello che gli ci vuole, è giusto che vinca.

Il più' giovane               - (cupo) Allora vuol dire che Karl non ci manca.

La donna                       - Se lo spirito che avete è questo, tan­to vale che andiamo ognuno per la nostra strada.

Il più' vecchio               - Compagni, non ha nessun sen­so che ci facciamo delle illusioni. Pubblicare anche solo un foglietto volante diventa un'impresa sempre più difficile. Non possiamo comportarci come se ignorassimo quelle urla di vittoria, (indica la ra­dio) Devi ammettere che ogni volta che sente ma­nifestazioni del genere, deve avere la sensazione che diventano sempre più potenti.

La donna                       - Direi che sono ventimila ubriachi, che hanno bevuta la birra a sbaffo!

Il più giovane                - Forse siamo solo noi che lo diciamo, che ne pensi?

La donna                       - Sì, noi e quelli come noi. (spiana un fogliettino tutto accartocciato).

Il più' vecchio               - Che cos'è?

La donna                       - La copia di una lettera. Approfittan­do del baccano, posso anche leggervela ad alta vo­ce:         - (leggendo) «Caro figlio. Domani sarò morto. Le esecuzioni per solito hanno luogo alle sei. Ti scrivo però ancora, perché voglio che tu sappia che le mie idee non sono mutate. Non. ho inoltrato nessuna do­manda di grazia, perché non ho commesso nessun delitto. Ho solo servito la mia classe. E anche se può sembrare che non abbia ottenuto nulla, non è vero. Ognuno al proprio posto, ecco la consegna. Il nostro compito è molto difficile, ma è il più gran­de che ci sia : liberare gli uomini dai loro oppres­sori. Per il momento la vita non ha valore che a questa condizione. Se non lo abbiamo sempre pre­sente, sarà l'umanità tutta intera che cadrà nella barbarie. Tu sei ancora molto piccolo, ma non sa­rà male se ti abitui a pensare sempre da che parte devi stare. Sii fedele alla tua classe, e tuo padre non avrà sopportato invano il suo destino, perché non è cosa facile. Prenditi anche cura della mamma e dei fratellini, visto che sei il maggiore. Devi essere accorto. Vi saluta tutti il vostro padre che vi vuol bene ».

Il più' vecchio               - Non, siamo poi tanto pochi.

Il più' giovane               - E cosa ci dobbiamo mettere sul manifestino per il referendum?

La donna                       - (dopo un istante di meditazione) Una sola parola: No.

FINE

    Questo copione è stato visto
  • 0 volte nelle ultime 48 ore
  • 0 volte nell' ultima settimana
  • 0 volte nell' ultimo mese
  • 6 volte nell' arco di un'anno